Musei e valore collettivo
Da sempre ci hanno abituato a vivere i musei come luoghi di sola contemplazione: spazi silenziosi dove le opere vengono osservate a distanza, come reliquie intoccabili. Io credo che questa impostazione rischi di trasformare il patrimonio culturale in un oggetto morto, separato dalla vita reale e soprattutto dalle persone che lo vivono o lo vorrebbero vivere.
Forse è arrivato il momento di ribaltare questa prospettiva. I beni culturali non sono semplicemente una testimonianza del passato: possono diventare strumenti per leggere il mondo di oggi, per capire come siamo arrivati fin qui e quali possibilità abbiamo davanti. Una delle cose da fare è rimettere al centro la ricerca nei musei, e farla dialogare con altre discipline, dalla sociologia all’ecologia, dall’antropologia alle scienze politiche. Un museo che ricerca, sperimenta e si interroga è un museo vivo, capace di generare senso, non solo di conservazione, ma di generare valore.
C’è poi un aspetto che spesso passa in secondo piano: il patrimonio culturale in Italia non dovrebbe essere un lusso, né un privilegio per addettə ai lavori. La nostra Costituzione lo dice chiaramente: la Repubblica tutela e promuove il patrimonio storico e artistico della Nazione, e lo fa perché appartiene a tuttə. Non è un dettaglio. Significa che ogni cittadinə dovrebbe avere il diritto non solo di accedere ai beni culturali, ma anche di comprenderli, interpretarli e usarli per orientarsi nel presente.
Mi piace immaginare musei più aperti e connessi con la società in cui vivono, proprio per questo: restituire al patrimonio la sua funzione sociale. Non solo luoghi di conservazione, ma spazi di confronto e di partecipazione. Dove si costruisce comunità, e perché no, si affrontano temi scomodi e si sperimenta. Luoghi che non si limitano a esporre opere, ma che generano domande e dialogano direttamente con noi.
Altrimenti dobbiamo accontentarci di questa deriva da cimitero, musei come luoghi sacri con oggetti e opere da contemplare, senza che siano più in grado di dialogare con la nostra contemporaneità, allora sì che avremo dei musei vetrina prigionieri dei brand, invece che essere strumenti per la collettività con una funzione sociale.
Queste riflessioni me le hanno stimolate un po' l'articolo nel link e parecchio diverse puntante del podcast Le comari dell'arte.
@Cultura, Storia, Libri, Arte, Architettura, Scuola, Design, Fumetti e Bookwyrm
LINK ARTICOLO: finestresullarte.info/opinioni…
LINK PODCAST: antennapod.org/deeplink/subscr…
I musei sono ancora spazi indipendenti o stanno diventando vetrine private?
Tra sponsor, branding e pressioni economiche, i musei oggi rischiano di perdere la loro indipendenza e la loro funzione critica.www.finestresullarte.info
like this
Nicola P. reshared this.
Slavs and Tatars - L'intreccio tra identità, spiritualità e post colonialismo
🧭 Quando spiritualità, politica e tradizioni si intrecciano, nascono spazi inaspettati, capaci di superare ogni binarismo.
Slavs and Tatars, collettivo di arte e ricerca, ci ricorda che le identità non sono mai chiuse: sono fatte di passaggi, contaminazioni, transiti fra mondi come i simboli e i rituali che attraversano l’Eurasia.
Nel dialogo con Kathleen Reinhardt e Leah Feldman, il loro lavoro appare come un continuo attraversamento: dalle pratiche spirituali e conviviali (come il samovar o la condivisione del tè) a quelle linguistiche e politiche, sempre alla ricerca di ciò che sfugge alle categorie imposte.
La loro idea di postcoloniale non si rifugia nell’identità da difendere, ma apre possibilità: celebra le mescolanze, crea collettività mai precostituite, né dettate dall’alto.
Penso a certe risonanze con il lavoro di Mona Hatoum: anche lei capace di trasformare simboli domestici e geografici in strumenti di disorientamento critico.
Simboli come il Simurgh, il cetriolo sotto sale o la lingua stessa diventano strumenti per costruire mondi condivisi, lontani da logiche etno-nazionali e imperiali, offrendo “ospitalità” a chi spesso, nei musei o nei discorsi ufficiali, non trova spazio per riconoscersi.
Anche qui nel Poliverso e su Friendica possiamo fare delle nostre interazioni un laboratorio di attraversamento, ascolto e ridefinizione reciproca.
Quali confini sentiamo il bisogno di attraversare?
Come si intrecciano, nelle nostre storie, le radici spirituali e politiche che portiamo dentro?
🔗 moussemagazine.it/magazine/sla…
@Arte e Cultura @Cultura, Storia, Libri, Arte, Architettura, Scuola, Design, Fumetti e Bookwyrm @arthistory group
#arte #artecomtemporanea #SlavsAndTatars
Slavs and Tatars: Being One with Many, Being One Through Many. Leah Feldman, Kathleen Reinhardt, and Payam
Spanning languages, regions, and disciplines, the art collective Slavs and Tatars—founded by Payam Sharifi and Kasia Korczak—has, since its inception as aMousse Magazine
like this
reshared this
se non metto il titolo cosa succede su mastodon?
Succede esattamente quello che succede con un post Mastodon: semplicemente lo vedi come un post mastodon.
Comunque con Friendica puoi scrivere post con titolo o senza titolo. L'unica differenza è che se linki un post con titolo, chi lo visita lo vede come se fosse un articolo di wordpress, mentre se lo posti senza titolo sembra più un post di Facebook.
La modifica che hai fatto ora però serve solo per chi vede il tuo post dal proprio account mastodon
in particolare se si taggano i gruppi, che fosse meglio così.
Sì, con i gruppi è meglio usare il titolo, ma ormai Lemmy e NodeBB riescono a estrapolare il primo paragrafo come se fosse il titolo e quindi puoi aprire un thread anche da mastodon.
Io per esempio (ma solo quando ho tempo da perdere) certe volte scrivo un post senza titolo vero ma con titolo "finto".
Se infatti scrivo all'inizio del post un paragrafo come
[h1][b][url=https://informapirata.it]Questo è il mio blog[/url][/b][/h1]
seguito da un testo qualsiasi come
Testo del paragrafo
@test@feddit.itIl risultato sarà questo:
Questo è il mio blog
Testo del paragrafo
@Test: palestra e allenamenti :-)
e sarà visibile così anche da Mastodon:
Nicola Pizzamiglio likes this.
Franc Mac likes this.
arthistory group reshared this.
Corpi che sfuggono: Schütte a Venezia
Sono stato a vedere la mostra Genealogies di Thomas Schütte, allestita dalla Pinault Collection a Venezia nella sede di Punta della Dogana. Un’esposizione che attraversa decenni di produzione, materiali eterogenei e registri espressivi che vanno dall’ironia alla gravità. L’essere umano è al centro: corpi, volti, figure. Ma sempre sfuggenti. Mai rassicuranti.
Il lavoro di Schütte sul corpo mi ha colpito in particolare per la sua capacità di destabilizzare. Le figure non aderiscono a un codice normativo: sono deformate, abbozzate, eccessive, assenti. I “Fratelli” presentano espressioni contratte, fisse, ambigue. Nascono da uno studio sui busti romani e sono ispirati dallo scandalo Mani Pulite. Mi hanno molto colpito: mi sono sentito osservato e inquietato da queste figure mute, statiche, eppure piene di tensione.
“Vater Staat”, imponente e trasandato con la sua vestaglia, è lo Stato ridotto a una goffa caricatura. Un padre vecchio, immobile, incapace eppure enorme. E proprio da questa immobilità emerge una strana forma di potenza simbolica. Lo sguardo dell’artista, in questi casi, è acuto, critico, capace di riflettere in modo ironico e cupo sul potere e sull’identità.
Il corpo qui non è un’icona, ma un campo di tensioni. Sospeso tra fallimento, desiderio e memoria. La mia passione per l’arte queer mi ha fatto pensare al corpo come indefinito, che scivola via dalla norma. Anche se questa lettura è del tutto personale e soggettiva, resta però chiaro che questi corpi non si lasciano facilmente decifrare, né tantomeno glorificare.
La rappresentazione femminile, invece, mi ha coinvolto meno. Pur essendo varia e apparentemente sovversiva (le Donne piangenti, le donne distese deformate, la Geisha attempata), mi è sembrata spesso meno profonda e meno incisiva rispetto al lavoro fatto sui corpi e sui volti maschili. Un po’ come se l’artista stesse cercando un modo alternativo di raffigurare le donne, ma da una posizione inevitabilmente maschile, senza riuscire davvero a costruirne uno alternativo e senza scardinarne lo sguardo.
Durante la visita, una sorpresa: un’immagine bellissima e inattesa. Alcune opere erano collocate in cima al torrione, con il belvedere sulla laguna. Il cielo di Venezia, la luce dell’acqua, il vento: un momento sospeso. E anche lì, in quell’aria, il corpo sembrava sfuggire, come un fantasma.
@Arte e Cultura @Cultura
#arte #venezia #puntadelladogana #ThomasSchutte
like this
reshared this
La rappresentazione queer alla Biennale di Venezia 2024.
Faccio un salto nel passato anche qui, alla Biennale Arte 2024 di Venezia, la rappresentazione queer era forte e presente, ed è stato potente vederla.
Alcune opere mi hanno colpito particolarmente. Louis Fratino esplora la tensione tra famiglia e desiderio con immagini viscerali, raccontando come le persone LGBTQ+ socializzano da ‘outsider’ e affrontano la violenza della tradizione. Xiyadie documenta la vita queer in Cina dagli anni ’80, con opere intime che parlano di repressione, desiderio e liberazione. In Sewn, la metafora del cucirsi con un filo fatto di sperma e sangue rende fisico il dolore dell’identità negata. Omar Mismar sfida la censura in Libano con Two Unidentified Lovers in a Mirror, forse il mio preferito, dove la riorganizzazione dei volti di due amanti mette in discussione la negazione dell’intimità queer.
Lauren Halsey non lavora sul tema queer nello specifico, ma con la sua installazione monumentale celebra la diaspora nera, creando un ponte tra passato e presente.
Ognuna di queste opere è un atto di resistenza, un modo per riscrivere narrazioni e spazi.
Semplicemente è stato bello vedere così tanta arte queer alla Biennale, non solo come tema, ma come presenza forte e consapevole.
Il tema della Biennale era "Stranieri ovunque" ed era molto presente con opere sulle migrazioni e sui popoli, con tanta rappresentanza di artisti di popolazioni e entie oppresse e marginalizzate. Il rischio di una cornice così internazionale e istituzionale è quello di essere poco incisivi e di essere manipolati, nel mio caso mi ha aiutato a capire di più e ha creato consapevolezza e curiosità su tante altre situazioni anche lontane da noi.
@Arte e Cultura @Cultura
@lgbtqbookstodon group
like this
reshared this
Mecenatismo oggi: tra promozione e valorizzazione dell’arte.
Dal Rinascimento a oggi, il mecenatismo è stato un ponte tra potere, ricchezza e cultura. Oggi, dal report di Avant Arte, vediamo una trasformazione di questo fenomeno: una nuova generazione di collezionisti e mecenati non si limita più a sostenere economicamente musei e istituzioni, ma partecipa attivamente alla diffusione dell’arte. Questo cambiamento porta con sé una riflessione fondamentale: il mecenatismo contemporaneo deve solo promuovere o anche valorizzare?
Promuovere vs valorizzare: una distinzione cruciale
Spesso si usano questi termini come sinonimi, ma hanno significati profondamente diversi. Promuovere significa amplificare la visibilità di un'opera, un artista o un progetto attraverso strategie di comunicazione, marketing e diffusione. È un primo passo importante, ma da solo non garantisce la crescita culturale. Valorizzare, invece, è un processo più profondo: significa riconoscere e accrescere il valore di un’opera, mettendone in luce il significato, inserendola in un contesto che ne amplifichi la portata culturale e sociale.
Se il mecenatismo moderno vuole davvero lasciare un segno, non può limitarsi alla promozione. Deve creare connessioni, contesti e significati che permettano all’arte di avere un impatto duraturo nella società.
Il futuro del mecenatismo
Il modello che emerge dal report di Avant Arte suggerisce che i nuovi collezionisti vogliono essere più coinvolti nel processo creativo e culturale. Questa è una grande opportunità: il mecenatismo non è più solo un privilegio di pochi, ma può diventare un motore collettivo per sostenere e dare valore all’arte contemporanea.
Forse la vera sfida è questa: riusciremo a costruire un mecenatismo che non sia solo un investimento di mercato, ma un atto politico e culturale capace di generare un impatto reale?
artribune.com/professioni-e-pr…
#Arte #mecenatismo #collezionismo #cultura #artecontemporanea
Il report di Avant Arte sui nuovi collezionisti e mecenati dell'arte | Artribune
Secondo l'analisi prodotta annualmente dal marketplace l’88% di questi ha sia le risorse che il desiderio di donare di più ai musei e di sostenerli concretamenteCristina Masturzo (Artribune)
like this
reshared this
Nicola Pizzamiglio likes this.
Arte e Cultura reshared this.
Arte e Cultura reshared this.
Molto interessante questa mostra, c'è anche un Art Dossier dedicato uscito questo mese. 💖
#Arte #rovigo #palazzoroverella
like this
@Arte e Cultura
@Cultura
#Arte #Affreschi #PalazzoGrimani #venezia
like this
reshared this
Cratere di Poimandres
in reply to Nicola Pizzamiglio • •like this
Nicola Pizzamiglio likes this.
Nicola Pizzamiglio
in reply to Cratere di Poimandres • •@Sir Aldo Canaveni
Questo tuo contributo aggiunge una dimensione molto importante. L’idea di ecosofia, già in generale mi sembra molto potente, se la applichiamo all'arte e al museo forse lo è altrettanto per capire quanto il museo non sia solo un luogo espositivo, ma uno spazio che potrebbe addirittura agire sulle forme di soggettività.
Se quello che il museo costruisce e espone diventa terapeutico, sarebbe in grado di permettere alle persone di ritrovare senso, immaginare possibilità e riorganizzarsi interiormente.
Mi colpisce molto anche l’idea di “societerapia”: il museo come luogo che crea legami, riconoscimento, comunità, che tra l'altro sono temi a cui tengo molto.
È una bella immagine che ribalta la prospettiva e restituisce ai musei la loro funzione più profonda.
like this
Cratere di Poimandres likes this.
Cultura, Storia, Libri, Arte, Architettura, Scuola, Design, Fumetti e Bookwyrm reshared this.