⚠ Sun, 23 Aug 2026 16:00:43 CEST
🥷 qilin
🎯 Tecnici Associati STP, Italy
🔗 ransomfeed.it/index.php?page=p…
reshared this
reshared this
reshared this
Ardour è una stazione audio digitale (Digital Audio Workstation, sigla DAW) completamente open source, libera e multi‑piattaforma, progettata per registrare, modificare e mixare audio e MIDI con un livello di precisione adatto anche agli...
Tutto su Linux e news, kubuntu, consulenza, sysadm, drupal, kernel, italiaziobudda.org
Dario Fadda reshared this.
Chiunque gestisca server Linux in produzione, prima o poi, si scontra con lo stesso muro: l’hardware non è il collo di bottiglia, lo sono i valori di default del kernel. Un server con dischi NVMe e una scheda di rete da 10 Gbps che fatica a superare poche centinaia di connessioni simultanee, o che soffre di latenza inspiegabile sotto carico, nella stragrande maggioranza dei casi non ha un problema di risorse: ha un problema di tuning.
Il kernel Linux espone centinaia di parametri regolabili a runtime tramite l’interfaccia sysctl, che agisce sull’albero /proc/sys/. Sono impostazioni pensate per andare bene “in media” su qualunque macchina, dal Raspberry Pi al server con 512 GB di RAM. Per un ambiente di produzione, però, “in media” spesso non basta. Vediamo quali parametri contano davvero, perché, e come applicarli senza rischiare di rompere il sistema.
Prima di toccare qualunque valore è utile ripassare i comandi base. sysctl permette di leggere e modificare i parametri kernel senza riavviare la macchina:
# Elencare tutti i parametri disponibili
sysctl -a
# Leggere un singolo parametro
sysctl net.ipv4.tcp_syncookies
# Modificarlo temporaneamente (non sopravvive al riavvio)
sudo sysctl -w net.ipv4.tcp_syncookies=1/etc/sysctl.d/ — evitando di editare direttamente /etc/sysctl.conf, che su molte distribuzioni convive male con i pacchetti che installano le proprie regole:sudo nano /etc/sysctl.d/99-tuning.conf
sudo sysctl --system # applica tutti i file in /etc/sysctl.d/
Sui server con traffico sostenuto, i buffer TCP di default sono quasi sempre troppo piccoli. Il kernel alloca dinamicamente memoria per i socket entro i limiti impostati da questi tre valori (minimo, default, massimo, in byte):
net.ipv4.tcp_rmem = 4096 87380 67108864
net.ipv4.tcp_wmem = 4096 65536 67108864
net.core.rmem_max = 67108864
net.core.wmem_max = 67108864Altrettanto importante è la gestione della coda di connessioni in ingresso, che su un server esposto a picchi di traffico determina quante richieste vengono accettate prima di iniziare a scartarle:
net.ipv4.tcp_max_syn_backlog = 8192
net.core.somaxconn = 65535
net.core.netdev_max_backlog = 16384
net.ipv4.tcp_syncookies = 1somaxconn in particolare va allineato al backlog configurato lato applicazione (nginx, HAProxy, il socket listener della tua app .NET o Node): se l’applicazione chiede una coda più grande di quella permessa dal kernel, il valore effettivo resta quello più basso.
Il cambiamento con il rapporto costo/beneficio più alto per la maggior parte dei server moderni è probabilmente il passaggio da CUBIC a BBR come algoritmo di controllo della congestione. CUBIC reagisce alla perdita di pacchetti: aumenta la finestra di invio finché non rileva un drop, poi la dimezza. È un approccio reattivo che su reti con perdita “di fondo” non dovuta a congestione (Wi-Fi, mobile, certi link satellitari) penalizza inutilmente il throughput.
BBR, sviluppato da Google e stabile nei kernel a partire dalla serie 4.9, funziona in modo diverso: stima attivamente il bandwidth-delay product del percorso di rete e modula l’invio di conseguenza, senza aspettare la perdita di pacchetti come segnale. Sui kernel 5.15 e 6.x l’implementazione è ulteriormente raffinata (il set di funzionalità informalmente indicato come “BBRv3”), ma non serve aggiornare il kernel apposta: se hai già un kernel recente, BBR c’è già, va solo abilitato.
# Verifica gli algoritmi disponibili
sysctl net.ipv4.tcp_available_congestion_control
# Se necessario, carica il modulo
sudo modprobe tcp_bbr
echo tcp_bbr | sudo tee /etc/modules-load.d/tcp-bbr.confnet.ipv4.tcp_congestion_control = bbr
net.core.default_qdisc = fqfq (fair queue con pacing), e usarlo con la pfifo_fast di default riduce buona parte del beneficio. Dopo l’attivazione, verifica con:sysctl net.ipv4.tcp_congestion_control
ss -tin | grep bbr
Il secondo fronte dove i default fanno più danni è la gestione della memoria, in particolare su server con molta RAM dedicati a database o applicazioni in-memory.
vm.swappiness = 10
vm.vfs_cache_pressure = 50swappiness (range 0-200, default 60) determina quanto aggressivamente il kernel sposta pagine di memoria su swap invece di liberare cache. Un valore basso come 10 dice al kernel di preferire fortemente la RAM fisica e di ricorrere allo swap solo quando davvero necessario — comportamento quasi sempre desiderabile su un server con database, dove uno swap-in inatteso su una query critica si traduce in latenza a due cifre percentuali più alta. vfs_cache_pressure più basso del default (100) fa sì che il kernel trattenga più a lungo la cache di metadati e dentry, utile su filesystem con molti file piccoli.Altrettanto rilevante è il comportamento di scrittura delle pagine “sporche” (dirty), cioè modificate in memoria ma non ancora sincronizzate su disco:
vm.dirty_ratio = 10
vm.dirty_background_ratio = 5
vm.dirty_expire_centisecs = 1500
vm.dirty_writeback_centisecs = 250vm.dirty_bytes, vm.dirty_background_bytes), perché una percentuale del 10% su 512 GB di RAM è comunque troppo.
Un errore classico su server che gestiscono molte connessioni concorrenti (web server, message broker, database con molti client) è l’esaurimento dei file descriptor disponibili:
fs.file-max = 2097152
fs.nr_open = 1048576
fs.inotify.max_user_watches = 524288inotify.max_user_watches troppo basso è la causa più comune dell’errore “too many open files” riportato da strumenti come Webpack dev server, editor con file watching, o sistemi di sincronizzazione che monitorano grandi alberi di directory — non ha nulla a che fare con i socket di rete, ma con il numero di file che il kernel può tenere sotto osservazione per notifiche di modifica.
Un piccolo set di parametri riduce la superficie d’attacco a livello di stack di rete senza impatto sulle prestazioni:
net.ipv4.icmp_echo_ignore_broadcasts = 1
net.ipv4.conf.all.rp_filter = 1
net.ipv4.conf.all.accept_source_route = 0
net.ipv4.conf.all.accept_redirects = 0
net.ipv4.conf.all.send_redirects = 0
net.ipv4.conf.all.log_martians = 1rp_filter (reverse path filtering) merita una nota: impostato a 1 (strict mode) rifiuta pacchetti il cui indirizzo sorgente non è raggiungibile tramite l’interfaccia su cui sono arrivati, mitigando IP spoofing. È la scelta giusta per la maggior parte dei server, ma su macchine con routing asimmetrico — tipicamente setup multihomed, alcune configurazioni VPN o BGP — va impostato a 2 (loose mode), altrimenti si rischia di scartare traffico legittimo.
Vale la pena segnalarlo esplicitamente perché gira ancora in vecchie guide copiate e incollate da un blog all’altro: net.ipv4.tcp_tw_recycle è stato rimosso dal kernel a partire dalla versione 4.12 perché causava problemi seri dietro NAT (connessioni rifiutate in modo intermittente e difficile da diagnosticare). Se lo trovate in un file sysctl.conf ereditato da un vecchio sistema, va rimosso: su kernel recenti l’impostazione viene semplicemente ignorata, ma la sua presenza è un segnale che quella configurazione non è stata rivista da anni.
Mettendo insieme i parametri discussi in un unico file di configurazione:
# /etc/sysctl.d/99-tuning.conf
## Rete: buffer TCP
net.ipv4.tcp_rmem = 4096 87380 67108864
net.ipv4.tcp_wmem = 4096 65536 67108864
net.core.rmem_max = 67108864
net.core.wmem_max = 67108864
## Rete: congestion control
net.ipv4.tcp_congestion_control = bbr
net.core.default_qdisc = fq
## Rete: gestione connessioni
net.ipv4.tcp_max_syn_backlog = 8192
net.core.somaxconn = 65535
net.core.netdev_max_backlog = 16384
net.ipv4.tcp_syncookies = 1
## Memoria
vm.swappiness = 10
vm.vfs_cache_pressure = 50
vm.dirty_ratio = 10
vm.dirty_background_ratio = 5
## File descriptor
fs.file-max = 2097152
fs.inotify.max_user_watches = 524288
## Sicurezza
net.ipv4.conf.all.rp_filter = 1
net.ipv4.conf.all.accept_source_route = 0
net.ipv4.conf.all.accept_redirects = 0
net.ipv4.conf.all.log_martians = 1sudo sysctl --system, alcuni controlli utili per confermare che tutto sia entrato in vigore:sysctl net.ipv4.tcp_congestion_control
cat /proc/sys/fs/file-nr
cat /proc/meminfo | grep -i dirty
sudo dmesg | tail -20
Nessuno di questi parametri va applicato alla cieca copiando un file da internet, incluso questo. Ogni ambiente ha un profilo di carico diverso — un database transazionale, un reverse proxy ad alto traffico e un batch processor hanno esigenze di memoria e rete molto differenti — e il modo corretto di procedere è cambiare pochi parametri alla volta, misurare, e tenere traccia di cosa è stato modificato e perché, magari versionando il file sysctl.d insieme al resto della configurazione infrastrutturale. Il vantaggio di sysctl è proprio questo: ogni modifica è reversibile a runtime, il che rende il tuning un processo iterativo e sicuro invece che un salto nel buio a ogni riavvio.
Fonte originale: Linux Kernel Parameters Tuning for Better Performance, LinuxBlog.io.
Learn how to tune Linux kernel parameters using sysctl and /proc/sys for better network throughput, memory management, file I/O, and server security. Includes a ready-to-use baseline config.Hayden James (LinuxBlog.io)
Dario Fadda reshared this.
Le unità multimediali Android installate a bordo di alcune automobili possono trasformarsi, a insaputa del proprietario, in strumenti al servizio del cybercrimine. È quanto emerso da un’indagine della società di sicurezza Kaspersky, che ha individuato un malware di tipo botnet all’interno di alcuni dispositivi di infotainment basati su Android prodotti dall’azienda cinese DoFun.
L’aspetto più preoccupante della vicenda riguarda le modalità di infezione: secondo i ricercatori, il codice malevolo non sarebbe arrivato tramite l’installazione di app sospette da parte dell’utente, ma attraverso il normale sistema di aggiornamento del dispositivo, quello pensato per mantenerlo sicuro e aggiornato.
Nel giugno 2026, durante un’attività di monitoraggio delle minacce rivolte ad Android, gli esperti di Kaspersky hanno individuato un’applicazione chiamata “JarService”, priva di qualsiasi interfaccia visibile e non pensata per essere utilizzata direttamente dall’utente. Questa caratteristica ha fatto ipotizzare che non si trattasse di un’installazione volontaria.
Una volta attiva, JarService scarica un secondo componente denominato “zhima”, che trasforma il dispositivo in un reverse proxy: in pratica il traffico internet di terze parti viene fatto transitare attraverso la connessione dell’utente a sua insaputa. Il sistema viene inoltre sfruttato per generare traffico pubblicitario fasullo, un classico schema di ad fraud che genera profitti illeciti sulle spalle di chi possiede il dispositivo infetto.
Kaspersky precisa che il malware individuato non interferisce in alcun modo con le funzioni di guida o con i sistemi di sicurezza del veicolo: non risultano al momento rischi legati al controllo remoto dell’auto. Questo però non significa che il problema sia da sottovalutare, perché l’uso improprio della connessione può comunque tradursi in consumo di dati e in un coinvolgimento involontario in attività illecite.
Le normali precauzioni contro il malware Android, come evitare app da fonti sconosciute o non aprire link sospetti, in questo caso risultano poco efficaci, dal momento che l’infezione sfrutta un canale ritenuto affidabile come quello degli aggiornamenti ufficiali. Kaspersky collega l’attività al gruppo MoYu, già associato in passato al malware BadBox individuato su smart TV e set-top box Android.
L’azienda ha segnalato il problema a DoFun, che avrebbe già corretto la falla, ma al momento non esiste un modo semplice per gli utenti di verificare se il proprio dispositivo sia stato infettato in passato. Chi utilizza autoradio Android di terze parti, specialmente di marchi poco conosciuti, farebbe bene a prestare attenzione agli aggiornamenti software e alle comunicazioni del produttore.
Dario Fadda reshared this.
Sono trapelati online i primi punteggi Geekbench 6 riconducibili al prossimo chipset di punta di Qualcomm, lo Snapdragon 8 Elite Extreme Gen 6, identificato dalla sigla SM8975. L’indiscrezione arriva dall’account X “TECH INFO”, noto per anticipare informazioni sui futuri processori mobile.
Il modello utilizzato per il test porta il codice “V2606A”, che secondo il leaker corrisponderebbe al prossimo smartphone di punta iQOO 16, ancora non annunciato ufficialmente. Se confermato, sarebbe uno dei primi terminali a debuttare con il nuovo SoC Qualcomm.
I risultati emersi finora non mostrano un balzo prestazionale eclatante: il single core si ferma a 3.400 punti, mentre il multi core raggiunge quota 9.300, valori piuttosto vicini a quelli già offerti dallo Snapdragon 8 Elite Gen 5 sul mercato. Lo stesso leaker, tuttavia, avverte che il test potrebbe essere stato condotto con un limite di consumo energetico imposto, il che spiegherebbe punteggi inferiori rispetto al reale potenziale del chip in versione definitiva.
Le informazioni trapelate indicano che il nuovo Snapdragon verrà realizzato con il processo produttivo N2P a 2 nanometri di TSMC, un salto generazionale rispetto ai nodi attuali. La configurazione della CPU adotterebbe uno schema “2+3+3” con core Oryon di nuova generazione, così suddivisi:
Sul fronte grafico, il chip introdurrebbe la nuova GPU Adreno 850, anch’essa attesa come un aggiornamento significativo rispetto alla generazione attuale.
Va ricordato che si tratta di punteggi ottenuti in una fase ancora preliminare di sviluppo, quindi non rappresentativi delle prestazioni finali. Sarà interessante seguire i prossimi mesi, con l’avvicinarsi della presentazione ufficiale, per capire quanto Qualcomm riuscirà a spingere le prestazioni del suo prossimo chipset di punta.
Dario Fadda reshared this.
Il Play Store di Google si prepara a un nuovo passo avanti nella ricerca delle applicazioni: secondo le ultime indiscrezioni, la funzione di ricerca basata su intelligenza artificiale “Ask Play” potrebbe presto permettere di allegare immagini per trovare le app desiderate, ampliando ulteriormente le modalità con cui gli utenti possono cercare contenuti nello store.
La scoperta arriva dall’analisi del codice della versione più recente del Play Store, la v52.8.55-34, in cui sarebbero stati individuati riferimenti a una funzione che consente di allegare immagini alle conversazioni con Ask Play. In pratica, sarà possibile utilizzare una foto scattata con la fotocamera oppure uno screenshot salvato in galleria per chiedere all’intelligenza artificiale informazioni su ciò che è raffigurato.
Un esempio pratico citato riguarda i widget della schermata Home: se un utente vede un widget interessante in un video o su un social network, potrebbe fotografarlo e chiedere direttamente a Ask Play a quale applicazione appartenga. Allo stesso modo, si potrebbe descrivere un’app tramite testo e immagine per restringere la ricerca a un design o a una funzione specifica.
Una funzione di questo tipo risolverebbe uno dei limiti tipici della ricerca testuale, che spesso fatica a intercettare applicazioni difficili da descrivere solo a parole.
Oltre alla ricerca per immagini, l’aggiornamento riguarderebbe anche il modo in cui Ask Play viene proposto nelle pagine di dettaglio delle applicazioni: la sezione dedicata attualmente presente su ogni scheda potrebbe essere sostituita da suggerimenti di domande visualizzati durante lo scorrimento della pagina, che aprono direttamente la schermata di Ask Play con una risposta contestuale.
Google aveva già annunciato un potenziamento di Ask Play in occasione dell’ultimo Google I/O, con l’obiettivo di trasformare la ricerca delle app in un’esperienza più conversazionale. L’introduzione della ricerca visiva rappresenterebbe un ulteriore passo in questa direzione, rendendo il Play Store più simile a un assistente personale che a un semplice catalogo di applicazioni.
Al momento la funzione risulta ancora in fase di sviluppo e non è chiaro quando verrà rilasciata ufficialmente. Vista la direzione intrapresa da Google con l’intelligenza artificiale su tutto l’ecosistema Android, non stupirebbe vederla debuttare nei prossimi mesi.
Dario Fadda reshared this.
Sony ha presentato ufficialmente Xperia 10 VIII, l’ultima generazione della sua serie di fascia media, confermando in gran parte le indiscrezioni circolate nei giorni precedenti alla presentazione, tra cui la certificazione IMDA di Singapore che ne aveva anticipato il nome pochi giorni prima dell’annuncio.
Rispetto al modello precedente, Xperia 10 VII, il nuovo Xperia 10 VIII mantiene quasi invariate le dimensioni (circa 68 x 153 x 8,3 mm), il peso di 164 grammi, il display OLED da 6,1 pollici FHD+, la batteria da 5.000 mAh e l’impostazione generale della piattaforma hardware. Le novità più rilevanti riguardano tre aspetti specifici:
Al di là di questi ritocchi, l’impianto fotografico, il processore e la maggior parte delle specifiche restano sostanzialmente identici al modello dello scorso anno, rendendo questa la generazione con il minor numero di cambiamenti nella storia della serie Xperia 10.
Un dettaglio che merita attenzione riguarda il supporto software: mentre Xperia 10 VII garantiva “6 anni” di aggiornamenti di sicurezza in modo netto, per Xperia 10 VIII Sony ha adottato la dicitura “fino a 6 anni”. Una differenza che potrebbe sembrare sottile, ma che introduce un margine di incertezza sulla durata effettiva del supporto, legata potenzialmente al mercato di vendita o all’operatore di riferimento.
Sul fronte prezzi, alcune indiscrezioni emerse da un gruppo di appassionati Xperia in Vietnam, storicamente affidabile su precedenti lanci Sony, indicano che il costo di Xperia 10 VIII dovrebbe restare sostanzialmente invariato rispetto al predecessore. In Italia il modello precedente, Xperia 10 VII, è stato proposto a un prezzo di listino nella fascia della fascia media medio-alta; se le indicazioni saranno confermate, anche il nuovo modello dovrebbe posizionarsi in una fascia di prezzo simile, senza rincari significativi.
Per chi possiede già un Xperia 10 VII, il salto al nuovo modello appare poco giustificato: le differenze percepibili nell’uso quotidiano sono minime. Xperia 10 VIII resta invece una proposta interessante per chi arriva da smartphone più datati o desidera un primo approccio alla fascia media di Sony, magari approfittando di eventuali sconti sul modello precedente, ancora valido sulla carta.
Dario Fadda reshared this.
Il prossimo top di gamma di Samsung, Galaxy S27 Ultra, potrebbe introdurre una novità interessante per la protezione del display: una nuova tecnologia capace di rimediare autonomamente ai piccoli graffi che si accumulano con l’uso quotidiano. Se confermata, si tratterebbe di un’evoluzione rispetto al semplice concetto di resistenza ai graffi, puntando invece a farli scomparire nel tempo.
Secondo quanto riportato da alcuni leaker internazionali, Samsung e Corning starebbero sviluppando insieme un nuovo strato protettivo dotato di funzione autorigenerante, pensato per la prossima generazione del Gorilla Armor. L’obiettivo dichiarato riguarda soprattutto i micrograffi generati dal contatto quotidiano con chiavi, sabbia o altri piccoli oggetti che finiscono in tasca insieme allo smartphone.
Non sono ancora chiari i limiti della tecnologia, in particolare se sarà in grado di intervenire anche su graffi più profondi o su piccole incrinature, oppure se l’effetto rigenerante riguarderà esclusivamente i segni più superficiali.
Il Gorilla Armor è la soluzione di protezione del display introdotta per la prima volta su Galaxy S24 Ultra, apprezzata sia per la resistenza sia per la capacità di ridurre i riflessi. Le generazioni successive, Galaxy S25 Ultra e Galaxy S26 Ultra, hanno adottato la versione aggiornata Gorilla Armor 2. Seguendo lo stesso schema, è probabile che anche la nuova tecnologia autorigenerante debutti prima sul modello Ultra, per poi eventualmente estendersi al resto della gamma nelle generazioni successive.
La novità interesserà in particolare chi utilizza lo smartphone senza pellicole di protezione aggiuntive, una scelta comune tra chi non vuole alterare la sensibilità del touchscreen o l’aspetto del display. In questi casi, i piccoli graffi superficiali sono praticamente inevitabili nel lungo periodo e tendono a diventare più visibili quando lo schermo è spento.
Va ricordato che al momento si tratta solamente di indiscrezioni, e Galaxy S27 sarebbe atteso per il primo trimestre del 2027, quindi manca ancora diverso tempo alla presentazione ufficiale. Resta comunque un segnale interessante di come i produttori stiano cercando nuove strade per migliorare la durata estetica dei display nel tempo, oltre alla semplice resistenza agli urti.
Dario Fadda reshared this.
Alcuni utenti di Pixel 11 Pro stanno segnalando un problema di surriscaldamento che, in determinate condizioni, arriva a bloccare completamente la fotocamera dopo pochissimi scatti. La discussione, nata sul forum Reddit, ha rapidamente attirato l’attenzione di altri possessori del nuovo top di gamma Google, alimentando un confronto sulle possibili cause.
A dare il via alla discussione è stato un utente della Florida, che racconta di aver trascorso circa un’ora e mezza in un locale con aria condizionata, con temperature esterne comprese tra 34 e 35 gradi. Uscito all’aperto, ha scattato sei fotografie con il suo Pixel 11 Pro XL, passando dallo zoom 1x fino al 10x, prima che comparisse un avviso di surriscaldamento e l’app fotocamera si chiudesse forzatamente.
L’utente, che in precedenza aveva utilizzato per tre anni un Pixel 8 Pro senza mai riscontrare problemi simili, nemmeno durante riprese video prolungate sotto il caldo della Florida, si è detto sorpreso dalla facilità con cui il nuovo modello va incontro al blocco.
Diverse persone hanno riportato episodi simili, anche con temperature più moderate, intorno ai 25-26 gradi, dopo pochi minuti di utilizzo di funzioni come Magic Capture o lo zoom spinto. Alcuni utenti Pixel di lunga data hanno collegato la questione ai problemi di gestione termica già discussi a partire dai chip Tensor introdotti con la serie Pixel 6.
Al tempo stesso, non mancano segnalazioni opposte: c’è chi racconta di aver scattato numerose foto con zoom 120x sotto i 26 gradi senza alcun surriscaldamento, o di aver usato il dispositivo per ore durante un’escursione con GPS attivo senza problemi. Un utente ha inoltre notato che il suo Pixel 11 Pro si è comportato meglio, in condizioni simili, rispetto a un precedente Pixel 9 Pro.
La community avanza due ipotesi principali: da un lato una soglia di protezione termica impostata da Google in modo eccessivamente prudente, dall’altro un possibile bug software che porterebbe alcuni processi in background a sovraccaricare il processore in determinate circostanze. La disparità di comportamento tra unità diverse ha portato alcuni utenti a parlare di una sorta di “lotteria del silicio”, con differenze di qualità tra i singoli esemplari di chip Tensor.
Al momento Google non ha ancora commentato ufficialmente la questione. Gli utenti coinvolti sperano in un intervento software che possa correggere la gestione termica del dispositivo, mantenendo comunque un giudizio complessivamente positivo sulle capacità fotografiche del Pixel 11 Pro.
Dario Fadda reshared this.
La funzione di riconoscimento musicale «Che canzone è?», disponibile sugli smartphone Pixel, potrebbe presto recuperare una caratteristica che era stata rimossa nei mesi scorsi: la possibilità di ricevere una notifica ogni volta che un brano viene riconosciuto. A marzo di quest’anno Google aveva rinnovato profondamente la funzione con una app dedicata, eliminando però alcune opzioni presenti in precedenza.
«Che canzone è?» permette al Pixel di riconoscere automaticamente la musica riprodotta nelle vicinanze, mostrando titolo e artista senza bisogno di alcuna interazione da parte dell’utente. Con l’aggiornamento di primavera, Google aveva introdotto un’app dedicata più curata, ma aveva contestualmente rimosso la notifica di riconoscimento, penalizzando chi la utilizzava per tenere traccia dei brani ascoltati o per collegare lo storico a servizi come Last.fm.
Analizzando l’ultima versione dell’app Android System Intelligence destinata a Pixel 11, sono state individuate le stringhe “enableMusicRecognitionNotifications”, riferita proprio al ripristino delle notifiche, e “enableNowPlayingMultiuser”, che lascia intendere l’arrivo del supporto a più account utente sullo stesso dispositivo.
Al momento nessuna delle due funzioni risulta attivabile lato utente, ma la loro presenza nel codice suggerisce che Google le stia sviluppando in vista di un rilascio futuro.
Attualmente, sui Pixel configurati con più account, «Che canzone è?» è utilizzabile soltanto dal profilo amministratore. Con l’arrivo del supporto multiutente, ogni account potrebbe disporre di una propria cronologia di riconoscimento musicale, rendendo la funzione finalmente utilizzabile anche da chi condivide il proprio dispositivo con altri familiari.
Non è ancora chiaro quando queste novità verranno distribuite ufficialmente, ma per gli utenti Pixel che utilizzano regolarmente la funzione si tratterebbe di un ritorno gradito, che colmerebbe due lacune lasciate dall’aggiornamento della scorsa primavera.
Dario Fadda reshared this.
Xiaomi porta in Europa il nuovo Redmi Watch 6 Active, smartwatch entry-level presentato da poco in Cina, puntando su un rapporto qualità-prezzo aggressivo: display AMOLED ad alta luminosità, certificazione IP68 e compatibilità sia con Android sia con iPhone, per un pubblico che cerca funzionalità complete senza spendere cifre elevate.
Il nuovo modello monta un pannello AMOLED da 1,85 pollici con picco di luminosità di 1.200 nit, un valore che garantisce una buona leggibilità anche sotto la luce diretta del sole, caratteristica non scontata su un dispositivo di fascia economica.
Le dimensioni sono contenute, 44,5 x 39,4 x 9,99 mm, per un peso di circa 26 grammi al netto del cinturino. La batteria da 470 mAh promette fino a 18 giorni di autonomia, un valore pensato per chi vuole ridurre al minimo la frequenza delle ricariche.
Redmi Watch 6 Active offre certificazione IP68 contro polvere e acqua e connettività Bluetooth 5.3. È compatibile con dispositivi Android 8.0 o superiore e con iPhone con iOS 14.0 o versioni successive, rendendolo utilizzabile a prescindere dallo smartphone posseduto.
Lo smartwatch sarà disponibile in tre colorazioni: argento opaco, nero mezzanotte e arancione tramonto. A differenza della versione cinese, il modello europeo non include il supporto ai pagamenti contactless.
Il prezzo ufficiale europeo non è ancora stato comunicato da Xiaomi, ma i primi rivenditori propongono il dispositivo a circa 49,90 euro, con alcune varianti regionali (ad esempio 199 zloty in Polonia). In un mercato degli smartwatch dove i prezzi tendono a salire generazione dopo generazione, colpisce la scelta di offrire display AMOLED, buona autonomia e resistenza IP68 a una cifra così contenuta.
Al momento non è stata annunciata una data di lancio per il mercato italiano, ma vista la strategia di Xiaomi negli ultimi anni non è escluso un arrivo anche nel nostro Paese nei prossimi mesi.
Dario Fadda reshared this.
Google sta testando su Pixel 11 Pro una nuova funzione di Gemini pensata per assistere gli utenti nella gestione quotidiana dello smartphone. Si chiama «Device help» e permette, tramite un’interfaccia conversazionale, di modificare impostazioni e diagnosticare piccoli problemi senza dover navigare manualmente nei menu di sistema.
La nuova opzione è accessibile dal menu «+» dell’app Gemini o dalla relativa overlay, dove compare appena sopra la voce «Personal Intelligence». Al momento è contrassegnata dall’etichetta «Labs», segno che si tratta di una funzione sperimentale non ancora pronta per il rilascio definitivo.
Attraverso Device help, Gemini può intervenire su diversi aspetti del dispositivo, tra cui:
In pratica, richieste come «voglio abbassare la luminosità dello schermo» o «il Wi-Fi non si connette» potrebbero essere gestite direttamente in chat, senza la necessità di cercare la voce corretta nelle impostazioni.
Secondo quanto emerso, Device help si appoggia a un componente già noto come “Device Assistance”, in precedenza chiamato “Utilities”. Non si tratterebbe quindi di un sistema completamente nuovo, ma piuttosto di un’interfaccia più accessibile per funzioni di assistenza al dispositivo già presenti in Android.
Al 24 agosto, Device help risulta visibile esclusivamente sui Pixel 11 Pro con la versione beta 17.52 dell’app Google installata. Non è ancora disponibile sul Pixel 11 standard né sui modelli delle generazioni precedenti. Resta da capire se e quando la funzione verrà estesa all’intera gamma Pixel, ma l’iniziativa conferma la volontà di Google di rendere Gemini sempre più centrale nella gestione quotidiana dei propri smartphone.
Dario Fadda reshared this.
POCO ha ufficializzato la data del lancio globale della nuova serie F9: l’annuncio è fissato per il 1° settembre. Come nella generazione precedente, la gamma sarà composta da due soli modelli, POCO F9 Pro e POCO F9 Ultra, senza una variante base.
La serie F9 nasce dai modelli cinesi Redmi K100 Pro e Redmi K100 Pro Max, adattati per il mercato globale. Entrambi i modelli dovrebbero montare lo Snapdragon 8 Elite Gen 5, con la possibile presenza anche della variante orientata al gaming già vista sulla versione cinese.
Secondo le indiscrezioni, POCO F9 Pro adotterà un pannello OLED plastico QHD+ da 6,59 pollici con refresh rate fino a 185 Hz, mentre POCO F9 Ultra punterà su un display più ampio, da 6,85 pollici con risoluzione 2608 x 1200 pixel. Entrambi i pannelli sarebbero sviluppati in collaborazione con TCL CSOT, con il coinvolgimento diretto di Xiaomi nella progettazione.
Sul fronte batteria, si parla di 6.330 mAh per il modello Pro e ben 8.050 mAh per l’Ultra, cifra molto elevata per un top di gamma. Entrambi supporterebbero la ricarica rapida cablata a 100W e lo standard USB PD.
Il comparto fotografico prevede una main camera da 50 megapixel con stabilizzazione ottica su entrambi i modelli, affiancata su F9 Pro da un ultragrandangolare da 8 megapixel e un teleobiettivo 3x da 50 megapixel OIS. F9 Ultra alzerebbe ulteriormente l’asticella con un ultragrandangolare da 50 megapixel e un teleobiettivo 5x, sempre da 50 megapixel. La fotocamera anteriore sarebbe da 32 megapixel su entrambi, con supporto alla registrazione video 8K.
Tra le altre caratteristiche indicate figurano gli speaker sviluppati con Bose, la certificazione IP69 contro acqua e polvere, il telaio in metallo e, per il solo F9 Ultra, un possibile anello LED per le notifiche attorno al modulo fotocamere.
Secondo le prime stime, POCO F9 Pro nella variante 12GB+256GB dovrebbe partire da 799 euro, mentre POCO F9 Ultra con 16GB+512GB dovrebbe attestarsi sui 999 euro. Non è ancora chiaro se e quando i due modelli arriveranno anche in Italia, ma mancano ormai pochi giorni alla presentazione ufficiale che scioglierà tutti i dubbi rimasti.
Dario Fadda reshared this.
La lista dei modelli Motorola destinati a ricevere Android 17, pubblicata di recente dall’azienda, sta sollevando più di un dubbio tra gli utenti. Il documento contiene infatti riferimenti a smartphone non ancora annunciati ufficialmente, mentre alcuni modelli relativamente recenti risultano inspiegabilmente assenti.
Tra i nomi presenti nell’elenco figurano “Motorola Edge 70 Neo” e “Motorola Edge 70 Plus”, modelli che al momento non sono ancora stati presentati ufficialmente dall’azienda. La loro presenza suggerisce che i due dispositivi siano già in fase di sviluppo avanzato, ma non chiarisce perché siano stati inclusi in una lista di aggiornamento prima ancora del lancio. A complicare ulteriormente il quadro, il nome “Motorola Edge 60” compare per due volte, un dettaglio che fa pensare a un semplice errore di compilazione.
Ancora più curiosa è l’assenza, dalla stessa lista, di modelli relativamente recenti per i quali Motorola aveva già garantito un certo numero di aggiornamenti major. Mancano all’appello Edge 50 ed Edge 50 Neo, lanciati con Android 14 e un piano di cinque aggiornamenti, così come Edge 50 Pro ed Edge 50 Fusion, per i quali erano stati promessi tre major update. Non risultano nemmeno Edge 60 Neo, il pieghevole Razr 2024, Moto G56 5G e Moto G75 5G.
Considerando le tempistiche di uscita e gli impegni presi al lancio, diversi di questi modelli dovrebbero rientrare tra i candidati naturali per Android 17, rendendo la loro assenza ancora più difficile da spiegare.
Tra modelli non ancora annunciati inclusi nella lista, doppioni e assenze sospette, il documento pubblicato da Motorola presenta diverse incongruenze che rendono prematuro trarre conclusioni definitive sull’effettivo supporto software dei singoli modelli. Motorola è già stata criticata in passato per la scarsa chiarezza delle proprie politiche di aggiornamento, e questo episodio rischia di alimentare ulteriormente la confusione tra i suoi utenti.
Al momento l’azienda non ha fornito spiegazioni ufficiali sui modelli mancanti, ma la questione è stata sottoposta direttamente a Motorola per un chiarimento. Nell’attesa di una risposta, chi possiede uno dei dispositivi esclusi farebbe bene a monitorare i canali ufficiali dell’azienda per eventuali aggiornamenti sulla situazione.
Dario Fadda reshared this.
I possessori di Pixel 11 stanno segnalando un problema serio con Genshin Impact, uno dei giochi mobile più popolari al mondo: sul nuovo smartphone Google il titolo presenta gravi difetti grafici che, in molti casi, lo rendono di fatto ingiocabile. Google ha confermato di essere a conoscenza della questione e di lavorare insieme a HoYoverse, lo sviluppatore del gioco, per risolverla.
Il chip Tensor G6 che equipaggia la serie Pixel 11 integra una GPU PowerVR, una scelta diversa rispetto alle soluzioni Mali utilizzate nelle generazioni precedenti. Numerosi utenti segnalano che, all’avvio di Genshin Impact, lo schermo mostra artefatti grafici marcati, al punto da compromettere completamente l’esperienza di gioco.
Le segnalazioni sono confluite anche nel bug tracker ufficiale di Google, e alcuni utenti che hanno contattato direttamente HoYoverse avrebbero ricevuto conferma che la GPU PowerVR non soddisferebbe i requisiti minimi richiesti dal gioco per funzionare correttamente.
Il problema di compatibilità tra le GPU PowerVR e Genshin Impact non è una novità assoluta: la scorsa generazione, Pixel 10, equipaggiata con il chip Tensor G5 e la stessa architettura grafica PowerVR, aveva già mostrato criticità simili. Il fatto che una problematica già nota si sia ripresentata su Pixel 11 lascia perplessi, soprattutto considerando che si tratta di uno dei giochi più diffusi a livello globale, con una base di utenti enorme.
Secondo quanto dichiarato da Google a testate estere, l’azienda sta collaborando attivamente con HoYoverse per risolvere i problemi di ottimizzazione su Pixel 11, con l’obiettivo di rilasciare una correzione tramite un futuro aggiornamento del gioco. Non sono ancora stati forniti dettagli su tempistiche precise.
Nell’attesa che arrivi una soluzione definitiva, chi possiede un Pixel 11 e vuole giocare a Genshin Impact potrebbe dover convivere con problemi grafici significativi. Resta comunque un segnale positivo il fatto che entrambe le aziende abbiano riconosciuto il problema e stiano lavorando a una soluzione lato software.
Dario Fadda reshared this.
Xiaomi ha confermato ufficialmente l’esistenza di Xiaomi 18 Fold, il nuovo smartphone pieghevole dell’azienda, presentato in occasione dell’annuncio del chip proprietario di punta Xring O3. Il dispositivo, atteso sul mercato a settembre 2026, arriva dopo mesi di indiscrezioni che lo davano come possibile erede della serie Mix Fold.
Xring O3 è il nuovo processore sviluppato internamente da Xiaomi, pensato per competere con i futuri chip di punta come lo Snapdragon 8 Elite Gen 6 Pro di Qualcomm e il Dimensity 9600 Pro di MediaTek. Xiaomi 18 Fold sarà tra i primi dispositivi a montare questo nuovo chipset, segnando un passo importante nella strategia dell’azienda di puntare su una piattaforma hardware proprietaria anche per la gamma pieghevole.
Durante l’evento di presentazione, dedicato principalmente a Xring O3 e a HyperOS 4, Xiaomi non ha condiviso specifiche dettagliate del dispositivo, che è comunque emerso brevemente nei materiali promozionali mostrati sul palco.
Il primo avvistamento di Xiaomi 18 Fold risale proprio alla presentazione di HyperOS 4, dove nei video mostrati sul palco compariva un dispositivo pieghevole a libro con schermo interno panoramico, verosimilmente proprio il nuovo modello. In precedenza, anche il CEO Lei Jun era stato fotografato con in mano un pieghevole non identificato, con il corpo del dispositivo parzialmente coperto ma con un design apparentemente sottile.
Proprio sul fronte dello spessore, Xiaomi potrebbe puntare a competere con Samsung: il recente Galaxy Z Fold 8 vanta uno spessore da aperto di appena 4,5 mm, e non è escluso che Xiaomi voglia posizionarsi su livelli simili con il suo prossimo pieghevole di punta.
Le voci di corridoio circolate finora parlano di una batteria generosa da 6.000 mAh con supporto alla ricarica wireless, una fotocamera principale da 200 megapixel e un display pieghevole interno da circa 7,6 pollici. Sul fronte colori, si vocifera anche di una variante bordeaux, ispirata al dispositivo mostrato in precedenza da Lei Jun.
Trattandosi ancora di informazioni non ufficiali, vanno prese con cautela in attesa della presentazione completa prevista per settembre, quando Xiaomi dovrebbe svelare tutte le specifiche definitive del suo nuovo pieghevole di punta.
Dario Fadda reshared this.
Xiaomi ha presentato ufficialmente il suo nuovo chipset di punta autoprodotto, XRING O3, destinato a equipaggiare i futuri top di gamma dell’azienda. Realizzato con un avanzato processo produttivo a 3 nanometri, il chip ha già stabilito un record assoluto per il settore mobile, superando per la prima volta la soglia dei 5 milioni di punti su AnTuTu, con un punteggio complessivo di 5,22 milioni.
Sul fronte della CPU, XRING O3 adotta una configurazione a 10 core interamente basata su core ad alte prestazioni, senza core a basso consumo. Il risultato è un punteggio multi-core che per la prima volta supera i 15.000 punti, con un incremento dichiarato del 60% rispetto al chip di generazione precedente, XRING O1. Il processore integra inoltre una nuova unità di accelerazione AI a doppio SME2, pensata per migliorare l’efficienza dei calcoli legati all’intelligenza artificiale.
Debutta con questo chip anche la nuova GPU proprietaria G2-Ultra NX, che secondo Xiaomi offre un incremento dell’85% nelle prestazioni grafiche rispetto alla generazione precedente, con un taglio dei consumi energetici del 64%. Un risultato che, sulla carta, dovrebbe tradursi in una maggiore stabilità termica durante sessioni di gioco prolungate o in attività grafiche particolarmente intense.
XRING O3 è inoltre il primo chip mobile a supportare lo standard di memoria di nuova generazione LPDDR6, con una banda passante che raggiunge i 113,8 GB/s, il 48% in più rispetto al chip precedente. Una maggiore larghezza di banda si traduce in vantaggi concreti per l’elaborazione video in 4K e 8K, per il gaming ad alto frame rate e per i carichi di lavoro legati all’intelligenza artificiale on-device.
Il comparto dedicato all’intelligenza artificiale è stato ridisegnato da zero, con un NPU capace di raggiungere 200 TOPS di potenza di calcolo tensoriale e ottimizzato per il modello linguistico proprietario di Xiaomi, MiMo. L’azienda ha inoltre integrato unità di accelerazione AI non solo nella NPU, ma anche in CPU, GPU, ISP e altri blocchi del chip, in un approccio che definisce “All in AI”, pensato per abilitare funzioni come la riduzione del rumore nei video notturni o l’upscaling delle immagini direttamente via hardware.
Xiaomi ha inoltre dichiarato una latenza statica di appena 82 nanosecondi, un valore che l’azienda definisce ai vertici del settore e che dovrebbe garantire maggiore reattività nell’apertura delle app e nella fluidità dell’interfaccia.
I primi smartphone equipaggiati con XRING O3 sono attesi sul mercato a partire da settembre 2026: solo con i dispositivi reali sarà possibile verificare se i numeri da record registrati nei benchmark si tradurranno in un’esperienza d’uso altrettanto convincente.
Dario Fadda reshared this.
La libreria vkd3d è un progetto fondamentale dell’ecosistema Wine, il noto livello di compatibilità che consente di eseguire applicazioni e giochi sviluppati per Windows su sistemi Unix‑like come GNU/Linux, macOS e BSD. Il suo...
Tutto su Linux e news, kubuntu, consulenza, sysadm, drupal, kernel, italiaziobudda.org
Dario Fadda reshared this.
reshared this
reshared this
Linux 7.3 introduce miglioramenti allo scheduler che in alcuni test aumentano gli FPS fino al 25% e migliorano fluidità e FPS minimiL'articolo "Linux 7.3 può aumentare fino al 25% gli FPS nei giochi" proviene da Linux Easy.
Questo contenuto è distribuito con licenza CC BY-NC 4.0 non riprodurre questo articolo o immagini senza permesso.
Tutto su Linux e news, kubuntu, consulenza, sysadm, drupal, kernel, italiaziobudda.org
Dario Fadda reshared this.
Vinyl è un lettore musicale open source per GNOME con GTK, Libadwaita, GStreamer, supporto MPRIS, testi sincronizzati e interfaccia responsiveL'articolo "Vinyl il player musicale semplice ed elegante per GNOME" proviene da Linux Easy.
Questo contenuto è distribuito con licenza CC BY-NC 4.0 non riprodurre questo articolo o immagini senza permesso.
Tutto su Linux e news, kubuntu, consulenza, sysadm, drupal, kernel, italiaziobudda.org
Dario Fadda reshared this.
Per anni la regola d’oro della difesa contro gli attacchi BYOVD (Bring Your Own Vulnerable Driver) è stata semplice: se un driver firmato è vulnerabile, lo si aggiunge alla Microsoft Vulnerable Driver Blocklist e lo si blocca via Windows Defender Application Control (WDAC) o HVCI. Il problema è cosa succede quando il driver “vulnerabile” non è di terze parti, ma fa parte di Windows Defender stesso, ed è necessario al suo funzionamento.
È esattamente lo scenario descritto da Check Point Research nella pubblicazione “BTR Reforged”, firmata dal ricercatore Jiří Vinopal: il driver BTR.sys (Boot Time Removal Tool), componente integrato di Defender e presente in ogni installazione Windows da Windows 7 fino a Windows 11 25H2, può essere estratto, installato manualmente ed eseguito in una finestra di avvio in cui opera con pieni privilegi kernel (Ring 0), prima che i servizi di sicurezza siano attivi.
BTR.sys non è un file a sé stante distribuito con l’installer: è incorporato come risorsa (BOOTTIMETOOL) dentro MpEngine.dll, il motore di scansione di Defender. Il suo scopo legittimo è rimuovere malware particolarmente persistente durante il boot, quando il filesystem è ancora scrivibile ma i processi in user-mode non sono ancora attivi: file bloccati, chiavi di registro danneggiate, artefatti lasciati da rootkit. Per fare questo ha bisogno, ed è progettato per avere, la capacità di cancellare file protetti, spostare oggetti in percorsi come System32\drivers ed eliminare o riscrivere chiavi di registro senza i normali controlli ACL.
Il punto debole individuato da Vinopal non è un bug di memoria o un buffer overflow, ma un problema architetturale di trust boundary: il protocollo di comunicazione con il driver è proprietario e non documentato, ma non è mai cambiato in modo sostanziale. Ogni pacchetto di configurazione inviato a BTR.sys è cifrato con RC4 usando una chiave a 256 byte hardcoded nel binario, rimasta identica per 18 versioni a 64 bit del driver. Una volta ricostruito il formato del protocollo, chiunque può parlare con BTR.sys come farebbe Defender stesso.
Il proof-of-concept pubblico, denominato BTR_CLI, segue tre fasi:
MpEngine.dll sul sistema e ne estrae il binario BTR.sys incorporato.HKLM, bypassando completamente il Service Control Manager. Questo significa nessun log applicativo standard e, soprattutto, nessun Windows Event ID 7045 (“Service Installed”), l’evento su cui si basano molte regole SIEM per rilevare l’installazione di nuovi driver.Il requisito d’accesso non è banale ma nemmeno estremo: serve un account amministratore che possieda (o a cui venga assegnato, dato che BTR_CLI se ne occupa automaticamente per gli account già idonei) il privilegio SeLoadDriverPrivilege. È lo stesso privilegio necessario per caricare qualunque driver kernel, quindi in molti ambienti aziendali è più diffuso di quanto si pensi tra account di servizio e amministratori locali.
La differenza sostanziale rispetto ai classici attacchi BYOVD è che qui non si tratta di un driver di terze parti compromesso da revocare. BTR.sys è parte integrante di Defender: aggiungerlo alla Vulnerable Driver Blocklist o bloccarlo tramite WDAC significherebbe rompere una funzionalità legittima di Defender su tutte le macchine Windows. Microsoft Security Response Center, contattato da Check Point, ha confermato che la scoperta non soddisfa i criteri per una patch immediata, perché la tecnica presuppone privilegi amministrativi già ottenuti dall’attaccante — la classica linea di demarcazione “non è una vulnerabilità se serve già essere admin”. Il repository pubblico del proof-of-concept riporta inoltre l’indicazione “no patch is planned”, per quanto non si tratti di una dichiarazione ufficiale confermata pubblicamente da Microsoft.
Per un sistemista questo cambia l’approccio: non è un problema che si risolve con l’ennesimo aggiornamento, ma con il monitoraggio e con il controllo rigoroso di chi può caricare driver.
Check Point Research suggerisce alcuni indicatori concreti da integrare nelle regole di detection, in particolare su ambienti che usano Sysmon:
.sys:changelist, una firma tipica del comportamento di BTR.sys durante l’installazione.\SystemRoot\Temp\BootClean.log da parte del processo System (PID 4): è l’artefatto lasciato dall’esecuzione del BTR durante il boot.Queste regole non richiedono un nuovo prodotto: si possono implementare con la configurazione Sysmon esistente e instradarle verso il proprio SIEM (Sentinel, Splunk, Elastic) come regole di correlazione dedicate.
Dato che non esiste una patch e la blocklist non è applicabile, la mitigazione più efficace, secondo i ricercatori, è restringere l’assegnazione del privilegio SeLoadDriverPrivilege tramite Group Policy, riducendolo ai soli account e gruppi che ne hanno realmente bisogno. In pratica:
Computer Configuration > Windows Settings > Security Settings > Local Policies > User Rights Assignment > Load and unload device drivers quali account e gruppi sono attualmente autorizzati.Il caso BTR Reforged è un promemoria utile: man mano che gli attaccanti spostano l’attenzione dai driver di terze parti facilmente blocklistabili verso componenti “fidati per definizione” dei sistemi operativi, il perimetro difensivo si sposta sempre di più dal software alla gestione dei privilegi. Anche in assenza di una patch, un controllo rigoroso di chi può caricare driver e una detection basata su comportamento restano la difesa più solida disponibile oggi.
Fonte: Check Point Research, “BTR Reforged: Weaponizing Defender’s Remediation Driver as a Kernel Operation Primitive”, ripreso da 4sysops.
A Microsoft-signed driver built into Defender can be repurposed to remove antivirus and EDR components before they start, giving attackers with administrator-leIT News (4sysops)
Dario Fadda reshared this.
Linus #Torvalds racconta una sessione di debug "infernale" del #Kernel #Linux, risolta anche grazie all’aiuto instancabile di un’#AI. Un esempio concreto di come l’intelligenza artificiale possa diventare uno strumento produttivo nelle mani di chi sa usarla, senza però confonderla con una soluzione universale.
Tutto su Linux e news, kubuntu, consulenza, sysadm, drupal, kernel, italiaziobudda.org
Dario Fadda reshared this.
Si parla di:
Toggle
Da febbraio 2026 un nuovo trojan bancario per Android circola con un obiettivo dichiarato: l’Ucraina. Ma “trojan bancario” è ormai una definizione troppo stretta per Manic, il malware descritto in un report di ThreatFabric come “un ibrido tra malware bancario e spyware”. Oltre a rubare PIN e credenziali finanziarie, Manic intercetta SMS, seed phrase di wallet crypto, cronologia chiamate e posizione GPS — e, quando il telefono infetto è offline, trova comunque il modo di far uscire i dati sfruttando altri dispositivi compromessi nelle vicinanze via Bluetooth e Wi-Fi Direct. È una capacità che ridefinisce cosa significhi davvero “isolare” un dispositivo compromesso.
La maggior parte dei trojan bancari Android si affida a overlay che imitano l’interfaccia dell’app bersaglio per catturare le credenziali digitate dalla vittima. Manic fa qualcosa di più subdolo: grazie ai permessi di Accessibility Service, determina la posizione della tastiera digitale legittima dell’app e registra i singoli tocchi dell’utente senza alterare in alcun modo il funzionamento dell’app originale. Il risultato è che la vittima interagisce con la sua banca reale, sullo schermo reale, mentre in background il malware classifica ogni sequenza digitata — PIN di sblocco, seed phrase di wallet, codici OTP, password — semplicemente osservando dove e quando avvengono i tocchi.
A questa capacità si aggiungono sessioni di controllo remoto vere e proprie via WebRTC, con visualizzazione live dello schermo, mascherate dietro overlay neri o finte schermate di aggiornamento di sistema; la possibilità di sbloccare il dispositivo da remoto tramite la funzione autoEnterPin, una volta che il PIN è stato catturato; e comandi dedicati per disattivare Google Play Protect (disable_gp), così da ridurre le probabilità di essere rilevati anche dalle protezioni native di Android.
ThreatFabric ha censito 169 identificatori di applicazioni nella lista bersagli di Manic: banche, exchange di criptovalute, app di pagamento P2P e “buy now pay later”, client email e browser. Il dato più significativo, però, è la composizione geografica dei target: il malware dà priorità esplicita a banche ucraine, servizi eID e piattaforme governative, oltre ad app di messaggistica sia commerciali sia a uso militare — una scelta che, nel contesto del conflitto in corso, suggerisce un interesse che va oltre la semplice frode finanziaria. La lista si estende poi a istituti finanziari in Russia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Estonia, Lituania e Regno Unito, con distribuzione tramite siti di phishing e dropper che si spacciano per utility di sistema o aggiornamenti di componenti Android/produttore (i nomi dei package individuati imitano deliberatamente Huawei, Honor, Lenovo, Motorola e persino Apple).
Lo sviluppo del malware appare tutt’altro che concluso. ThreatFabric ricostruisce una timeline chiara: la prima infrastruttura viene registrata a febbraio 2026, i servizi di produzione entrano in funzione tra marzo e aprile, la prima versione operativa di wrapper e implant compare a maggio, mentre a luglio arriva un aggiornamento che introduce protezioni anti-analisi rafforzate, caricamento del codice DEX direttamente in memoria (per complicare l’analisi statica) e un meccanismo di phishing per il “lock secret” del dispositivo.
La caratteristica più originale di Manic — e quella che lo distingue nettamente dal panorama dei trojan Android — è il meccanismo di esfiltrazione dati progettato per funzionare anche quando il dispositivo infetto non ha accesso diretto a internet. I dati rubati vengono cifrati con AES-GCM e messi in una coda locale; il malware cerca poi altri dispositivi infetti nelle vicinanze tramite Wi-Fi Direct, Bluetooth RFCOMM o BLE GATT, costruendo percorsi “store-and-forward” multi-hop — fino a 4 salti per impostazione predefinita — capaci di far arrivare i dati a internet passando di device in device, finché uno di essi non trova connettività diretta. Se nessuna rotta è disponibile nell’immediato, i dati restano semplicemente in coda per essere ritrasmessi al primo tentativo utile.
Come sintetizzano gli stessi ricercatori di ThreatFabric, “rimuovere l’accesso diretto a internet da un dispositivo infetto non impedisce necessariamente l’esfiltrazione dei dati”. È una considerazione che dovrebbe far riflettere chi progetta contromisure basate solo su segmentazione di rete o blocco della connettività cellulare/Wi-Fi: in scenari con più dispositivi compromessi nello stesso ambiente — un ufficio, un’abitazione, persino un evento pubblico — la rete mesh creata dal malware stesso diventa il canale di comunicazione, aggirando completamente i controlli perimetrali tradizionali pensati per un singolo endpoint.
Per i team di sicurezza mobile e per gli istituti finanziari nei paesi target, Manic impone di ripensare due assunzioni comuni. La prima è che il monitoraggio comportamentale lato server (fraud detection basata su pattern di digitazione o velocità di interazione) rimane efficace anche quando l’attaccante non altera l’interfaccia dell’app: qui serve piuttosto rilevare l’uso anomalo di servizi di Accessibility da parte di app di terze parti non correlate al contesto bancario. La seconda è che l’isolamento di rete di un dispositivo sospetto non è più una garanzia sufficiente, quando l’esfiltrazione può avvenire tramite protocolli short-range verso dispositivi terzi già compromessi.
[Wrapper - luglio 2026]
SHA-256: 80be0942d0e20b5006e240434f42512c8b3cd0d54eee858a25663c1a4224a576
Package: tech.intel.dialer.updater
[Implant - luglio 2026]
SHA-256: feea425cde1223fe7afdd7a1ea631678ec6282f6cc20c3d3c0fb97cdbcf65b9b
Package: org.lenovo.storage.processor
[Implant primario]
SHA-256: e7abc375f24d0dd2419e0bce4686c7301b3ee82ae38906c67d3481580f6c648e
Package: tech.apple.dialer.scheduler
[Wrapper - maggio 2026]
SHA-256: 2884108b35eba7b8099087405653c1b23c3839f0d5058c4d61341fc31cfc6040
Package: org.honor.secure.helper
[Implant - maggio 2026]
SHA-256: 2fb5b01ea5a483d60b659e85327a53c6661bdd630d4afd93dc5fe0941d3ccbbe
Package: dev.huawei.media.helper
[Implant correlato]
SHA-256: 7c12f1237090e32c18583f66f1a9e44b029ad7c1e61179e1d524fb3093abd59a
Package: io.motorola.secure.executor
[Comandi bot principali]
remote_control - sessione schermo/webcam via WebRTC
get_logs - esportazione log accessibility
export_sms - esportazione SMS
export_calls - esportazione cronologia chiamate
export_contacts - esportazione contatti
export_file - raccolta file locali
send_sms - invio SMS dal dispositivo
ussd - esecuzione codici USSD
geo - attivazione geolocalizzazione
disable_gp - disattivazione Google Play ProtectManic is a newly identified Android malware family with broad surveillance and remote-control capabilities, introducing an unusual Wi‑Fi mesh technique.John Doe (ThreatFabric B.V.)
enzotib likes this.
reshared this
Si parla di:
Toggle
Il 20 agosto 2026 il gruppo di cybercrime xpl0itrs ha rivendicato sul proprio leak site l’esfiltrazione di 6,1 terabyte di dati da oltre 3.000 istituti scolastici italiani, colpendo l’infrastruttura del Gruppo Spaggiari di Parma, storico fornitore del registro elettronico ClasseViva usato ogni giorno da milioni di studenti, famiglie e docenti in tutta Italia. La rivendicazione ha acceso i riflettori su uno dei fornitori più capillari dell’ecosistema scolastico nazionale, ma la risposta ufficiale dell’azienda — arrivata il giorno successivo — ridimensiona sensibilmente la portata dell’incidente, aprendo un caso di studio interessante sul divario tra ciò che i gruppi ransomware rivendicano e ciò che, effettivamente, è stato compromesso.
Fondato nel 1926, il Gruppo Spaggiari si è evoluto da editore scolastico a fornitore di servizi digitali per la gestione della didattica, diventando negli anni uno dei nomi più riconoscibili della scuola italiana grazie a ClasseViva, il registro elettronico che connette istituti, insegnanti, studenti e famiglie. Secondo i dati riportati dall’azienda stessa, la piattaforma è oggi utilizzata da oltre 4.000 scuole attive con più di 4,5 milioni di utenti giornalieri — una superficie d’attacco enorme, che rende qualunque incidente di sicurezza su questo fornitore un potenziale problema di scala nazionale.
xpl0itrs è un collettivo di cybercrime a scopo di lucro emerso all’inizio del 2026, che secondo le analisi di threat intelligence opera in stretto coordinamento con un altro gruppo, TeamPCP, condividendo accesso iniziale, strumenti e talvolta le stesse vittime all’interno di un ecosistema focalizzato sulla compromissione della supply chain software. Il modus operandi del gruppo si concentra su furto di token di sviluppo — Personal Access Token, credenziali OAuth, chiavi API — sottratti da ambienti di sviluppo, seguito da esfiltrazione di dati da repository e infrastrutture interne. Un membro che si fa chiamare “boxturtl” funge da portavoce pubblico, presentandosi come ex red teamer professionista.
Nelle scorse settimane il gruppo ha rivendicato, con diversi gradi di credibilità, violazioni ai danni di realtà molto note tra cui Spotify, il Dipartimento del Tesoro statunitense, OpenAI e Trustpilot, oltre a vittime indirette raggiunte tramite la compromissione di progetti open source come Trivy, BitWarden CLI, LiteLLM e Checkmarx KICS. Il profilo tracciato da Dataminr valuta le rivendicazioni del gruppo come “generalmente credibili”, basandosi su campioni di dati che contengono riferimenti plausibili a risorse di sviluppo interne e metadati Git coerenti con un accesso autentico mantenuto almeno fino a maggio 2026. Gli analisti segnalano inoltre legami indiretti con i cluster di estorsione DarkRomance e con il brand ShinyHunters, e una tecnica MITRE ATT&CK documentata — T1486, Data Encrypted for Impact — che colloca il gruppo nella categoria ransomware/extortion a tutti gli effetti, con almeno otto rivendicazioni pubblicate sul proprio leak site negli ultimi trenta giorni.
Secondo la rivendicazione pubblicata da xpl0itrs, i 6,1 TB sottratti includerebbero nomi, indirizzi email, numeri di telefono e almeno un campo password relativo a oltre 3.000 istituti scolastici — senza, secondo quanto dichiarato dagli stessi attaccanti, identificatori governativi come codici fiscali o numeri di documento. Spaggiari ha risposto con un comunicato ufficiale datato 21 agosto 2026, precisando che a essere compromesso sarebbe stato esclusivamente il componente “Modulistica Smart” della piattaforma Bergantini — uno strumento per la gestione della modulistica scolastica — e non il registro elettronico ClasseViva, i sistemi di gestione didattica o quelli amministrativi, definiti dall’azienda “un sistema distinto e separato” rispetto a quello colpito.
Un dettaglio significativo emerso dalla ricostruzione è la data dell’intrusione originaria: secondo Spaggiari l’accesso non autorizzato risalirebbe al 30 giugno 2026, quasi due mesi prima della rivendicazione pubblica del 20 agosto. Un intervallo così ampio tra compromissione e divulgazione è tutt’altro che insolito nel panorama ransomware: spesso corrisponde al tempo impiegato dagli attaccanti per l’esfiltrazione, l’eventuale negoziazione privata con la vittima (evidentemente naufragata, in questo caso) e, infine, la pubblicazione sul leak site come leva estorsiva. L’azienda ha dichiarato di aver notificato l’incidente al Garante per la protezione dei dati personali, all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e alle forze dell’ordine.
Il contrasto tra la portata rivendicata (6,1 TB, oltre 3.000 scuole) e quella riconosciuta ufficialmente (un singolo modulo di modulistica) è un pattern ricorrente nelle dinamiche di doppia estorsione: i gruppi ransomware hanno tutto l’interesse a massimizzare la percezione del danno per aumentare la pressione sulla vittima e il valore di rivendita dei dati, mentre le aziende colpite tendono, comprensibilmente, a circoscrivere la narrazione pubblica il più possibile. Senza una verifica indipendente di un campione dei dati esfiltrati — al momento non disponibile pubblicamente — è prematuro stabilire quale delle due versioni sia più vicina alla realtà, ma il profilo di xpl0itrs, storicamente valutato come “generalmente credibile” dagli analisti, invita quantomeno alla cautela verso un ridimensionamento totale dell’incidente.
Anche nello scenario più contenuto descritto da Spaggiari, l’esposizione di nominativi, email, numeri di telefono e credenziali legate al mondo scolastico costituisce un rischio concreto: questo tipo di dataset è particolarmente appetibile per campagne di phishing mirato verso segreterie scolastiche e famiglie (spesso mascherate da comunicazioni ClasseViva o da avvisi del Ministero dell’Istruzione), per tentativi di account takeover su servizi che riutilizzano le stesse credenziali, e per la profilazione di minori, un tema su cui il Garante privacy italiano è tradizionalmente molto attento. Le scuole coinvolte dovrebbero considerare, come misura precauzionale indipendentemente dall’entità confermata del breach, la rotazione delle credenziali di accesso al modulo Modulistica Smart, l’attivazione di autenticazione a più fattori dove disponibile e un’allerta mirata al personale su possibili tentativi di phishing a tema scolastico nelle prossime settimane.
# Incidente Gruppo Spaggiari / ClasseViva
Attore: xpl0itrs (coordinato con TeamPCP)
Tecnica MITRE ATT&CK: T1486 - Data Encrypted for Impact
Componente rivendicato come compromesso: Modulistica Smart (piattaforma Bergantini)
Data intrusione dichiarata da Spaggiari: 30 giugno 2026
Data rivendicazione pubblica: 20 agosto 2026
Data comunicato ufficiale Spaggiari: 21 agosto 2026
Volume dati rivendicato: ~6,1 TB / 3.000+ istituti scolastici
Tipologia dati rivendicati: nominativi, email, numeri di telefono, password (parziale)
Notifiche effettuate: Garante Privacy, ACN, forze dell'ordinereshared this
Il Pixel 11 Pro di Google introduce HiLight, il nuovo anello luminoso RGB che circonda il flash sul modulo fotografico posteriore. Ma un confronto pubblicato online, poi confermato da un teardown, ha acceso i riflettori su un possibile effetto collaterale: torcia e flash fotografico del nuovo top di gamma risulterebbero più deboli rispetto ai modelli precedenti e ai rivali.
Il confronto, pubblicato dall’utente X @multithreedy, ha messo a paragone Pixel 11 Pro, Galaxy Z TriFold, iPhone 17e e Pixel 9 Pro, impostando la luce di ciascun dispositivo al massimo della luminosità e fotografando il risultato nelle stesse condizioni di esposizione. L’esito non lascia molti dubbi: sia in modalità torcia sia come flash per la fotocamera, il Pixel 11 Pro è risultato il più debole del gruppo. Le immagini mostrano inoltre che la sua luce si diffonde maggiormente, un dettaglio che potrebbe penalizzare chi ha bisogno di illuminare soggetti a distanza.
A fare chiarezza sulle possibili cause ci ha pensato il canale YouTube Phone Repair Guru, che ha smontato un Pixel 11 Pro documentando la struttura interna di HiLight. Attorno al flash centrale sono stati individuati otto LED disposti in cerchio, coperti da un diffusore semitrasparente che uniforma la luce dell’anello. Il problema è che lo stesso diffusore copre anche il flash principale: nei Pixel precedenti, invece, il flash era protetto da una lente pensata per proiettare la luce in avanti in modo più diretto ed efficiente. Il passaggio a una struttura più diffusiva sembra quindi essere il prezzo pagato per introdurre il nuovo effetto luminoso.
Il teardown ha rivelato anche che ciascuno degli otto LED è in grado di produrre luce rossa, verde e blu, quindi HiLight dispone di un hardware pienamente RGB. Al momento, però, il software consente di scegliere solo tra cinque colori preimpostati, tra cui non compare il rosso, e non è ancora possibile assegnare colori diversi a singole app né integrare app di terze parti. Google, in fase di presentazione, aveva promesso anche il supporto alle notifiche per i messaggi, funzione che al lancio risulta ancora assente.
Al momento Google non ha rilasciato dichiarazioni sulla minore luminosità di torcia e flash, quindi non è chiaro se si tratti di una scelta progettuale consapevole o di un effetto collaterale non del tutto previsto dell’integrazione di HiLight. Considerando che l’hardware ha margini evidenti non ancora sfruttati, non è escluso che un futuro aggiornamento software possa ampliare la personalizzazione della luce e magari intervenire anche sulla resa di torcia e flash. Per chi usa quotidianamente queste funzioni di base, resta comunque un aspetto da monitorare nelle prossime settimane.
Dario Fadda reshared this.
Il countdown verso i nuovi top di gamma OPPO si fa sempre più concreto. Un modello non ancora annunciato, con numero di modello PMW110, è comparso nel database dell’ente di certificazione cinese 3C, confermando il supporto alla ricarica rapida cablata fino a 80W. Nel frattempo, secondo alcune indiscrezioni, anche la fascia media-alta Reno 17 potrebbe ereditare una tecnologia fotografica finora riservata alla serie Find X.
Il codice PMW110 è registrato come smartphone 5G prodotto da OPPO Guangdong Mobile Communications. Tra i documenti compaiono due alimentatori capaci di erogare fino a 5-11V/7,3A, valori che si traducono in una potenza di ricarica cablata di circa 80W lato dispositivo. Si tratta della stessa potenza già supportata dagli attuali Find X9 e Find X9 Pro con la tecnologia SUPERVOOC, segno che OPPO potrebbe confermare questo standard anche sulla prossima generazione. Il modello aveva già ottenuto in precedenza altre certificazioni per le bande 5G N79 e per la connettività a 2,4GHz, a conferma che i preparativi per il lancio sono in una fase avanzata.
Non è ancora chiaro se PMW110 corrisponda al Find X10 standard o al modello Pro: alcuni leaker propendono per la seconda ipotesi, ma al momento non ci sono conferme definitive. Le indiscrezioni indicano che la serie Find X10 potrebbe debuttare in Cina già a settembre, con un lancio anticipato rispetto ai tempi della generazione precedente.
Parallelamente, il leaker Smart Pikachu riferisce che OPPO starebbe valutando di introdurre il supporto a un convertitore teleobiettivo esterno anche sulla serie Reno 17, finora prerogativa dei modelli Find X di fascia alta. Se confermata, la novità porterebbe una capacità zoom più spinta anche sui modelli meno costosi, ampliando le possibilità fotografiche in una fascia di prezzo intermedia. Al momento si tratterebbe però solo di un’ipotesi allo studio, e maggiori dettagli potrebbero emergere solo dopo la presentazione della serie Find X10, che come sempre farà da apripista per le tecnologie poi riprese dai modelli Reno.
Con la certificazione di PMW110 e le prime indiscrezioni sul Reno 17, il quadro dei prossimi lanci OPPO inizia a delinearsi con maggiore chiarezza. Se il debutto cinese del Find X10 dovesse davvero avvenire a settembre, il lancio globale potrebbe arrivare tra ottobre e novembre secondo alcune fonti. Nelle prossime settimane sono attese ulteriori certificazioni e indiscrezioni che potrebbero chiarire definitivamente le specifiche della nuova generazione.
Dario Fadda reshared this.
In Giappone, lo smartphone di fascia media Sharp AQUOS sense10 ha toccato uno dei prezzi più bassi mai visti per il modello acquistato senza vincoli di operatore. Il dispositivo, apprezzato per l’autonomia e la semplicità d’uso, offre uno spunto interessante su come i produttori posizionino i loro Android di fascia media nel mercato asiatico.
Su Amazon.co.jp, la versione SIM-free di AQUOS sense10 è stata proposta a un prezzo che, per l’acquisto del solo terminale senza alcun contratto o promozione legata al cambio operatore, rappresenta una delle cifre più basse mai registrate per questo modello. Un dato che testimonia la strategia sempre più aggressiva sui prezzi per i dispositivi di fascia media, anche al di fuori delle offerte legate agli operatori telefonici.
Il target ideale di questo tipo di offerte è chi non vuole legarsi a un nuovo piano tariffario o a un operatore diverso, ma desidera comunque aggiornare il proprio smartphone sostituendo semplicemente il dispositivo e riutilizzando la propria SIM. AQUOS sense10 non è attualmente commercializzato in Italia, ma il suo posizionamento resta un utile indicatore di come Sharp continui a puntare su un segmento medio equilibrato tra prestazioni, autonomia e prezzo.
Al di là del singolo sconto, la vicenda conferma quanto la fascia media resti un terreno di battaglia cruciale per i produttori Android: se le fasce alte fanno notizia con chip di ultima generazione e fotocamere sempre più sofisticate, sono spesso modelli come AQUOS sense10 a garantire i volumi di vendita più significativi, puntando su un equilibrio tra prezzo, autonomia e affidabilità quotidiana.
Dario Fadda reshared this.
Analizzando la Top 50 di DXOMark, l’ente indipendente che valuta le fotocamere degli smartphone, emerge un quadro interessante sulle strategie dei singoli produttori. Al di là del singolo modello con il punteggio più alto, guardare quanti dispositivi di ogni marchio riescono a entrare in classifica racconta molto sulla costanza e sulla profondità della gamma di ciascuna azienda, Android comprese.
Con nove modelli piazzati nella Top 50, dagli attuali iPhone 17 Pro e iPhone 16 Pro Max fino a generazioni più datate come iPhone 14 Pro, Apple resta il marchio più rappresentato in assoluto. Sul fronte Android, però, il quadro è tutt’altro che scarno: OPPO conta ben sette modelli in classifica, tra cui l’intera famiglia Find X9 e Find X8, seguita a pari merito da Google con altrettanti sette dispositivi, dalla serie Pixel 11 Pro XL fino ai più datati Pixel 8 e Pixel 7 Pro.
Se si guarda al punteggio più alto in assoluto, la sfida si gioca tutta tra due marchi cinesi. Huawei conquista la vetta della classifica con il Pura 80 Ultra, che sfiora i 175 punti, mentre Vivo risponde con X300 Pro e X300 Ultra, entrambi sopra i 170 punti. Sono questi due produttori a spingere più in alto l’asticella della qualità fotografica pura nel 2026.
Con sei modelli ciascuno in Top 50, Honor (con la gamma Magic) e Xiaomi (con la serie numerata e con i modelli T Pro e Ultra) confermano la profondità della loro offerta in fascia alta, contribuendo in modo determinante all’egemonia cinese nella parte alta della classifica.
Samsung si ferma a tre modelli in classifica, tra cui Galaxy S26 Ultra e Galaxy S25 Ultra, mentre Motorola piazza altrettanti tre dispositivi, incluso il pieghevole Razr Fold. Numeri più contenuti rispetto ai concorrenti cinesi, ma comunque sufficienti a garantire una presenza stabile nella fascia alta della valutazione DXOMark.
Il quadro complessivo suggerisce due approcci diversi al tema fotocamere: da un lato Huawei e Vivo puntano al punteggio più alto in assoluto con singoli modelli di punta, dall’altro Apple, Google e OPPO puntano sulla costanza, riuscendo a portare in Top 50 anche modelli di generazioni precedenti. Per chi sceglie uno smartphone Android guardando soprattutto alla fotocamera, la lezione è chiara: i modelli di punta di OPPO, Google, Honor e Xiaomi restano tra le scelte più affidabili secondo le valutazioni indipendenti, anche a distanza di più generazioni dal lancio.
reshared this
Vivo ha ufficializzato la data di presentazione della sua prossima serie di punta: a settembre debutterà la gamma Vivo X500, composta da tre modelli, Vivo X500, Vivo X500 Pro e Vivo X500 Pro Max. Il salto di nome dalla serie X300 alla X500, saltando la numerazione X400, segna anche un cambio di passo nelle ambizioni dell’azienda, che questa volta punta con decisione sul comparto video oltre che sulla fotografia.
Secondo Han Boxiao, product manager di Vivo, il modello Pro monterà la fotocamera principale “Zeiss Super Dynamic”, sviluppata insieme al team immagini dell’azienda e a Sony. Il cuore del sistema è il nuovo sensore da 50 megapixel e formato 1/1,28 pollici, denominato BluePrint Guangyu 900, capace di una gamma dinamica fino a 17EV: un valore che dovrebbe garantire dettagli sia nelle zone più luminose sia in quelle più scure delle inquadrature, anche in condizioni di controluce.
Sul fronte video, la serie X500 Pro promette registrazioni in 4K a 240fps in slow motion, oltre a video 4K/120fps in HDR con output diretto in questo formato. A completare il quadro, un sistema di stabilizzazione ottica su tre assi che punta a un’efficacia paragonabile a quella di un gimbal esterno, con una resa dichiarata equivalente allo standard CIPA 7.0. Questa caratteristica dovrebbe risultare particolarmente evidente sul modello top di gamma, il Vivo X500 Pro Max.
Secondo il leaker Digital Chat Station, la serie X500 continuerebbe il percorso avviato dalla X300 Ultra, riproponendo un teleobiettivo periscopico da 200 megapixel basato su un sensore custom di grandi dimensioni, denominato HP0. L’obiettivo dichiarato è offrire scatti di qualità elevata anche a lunga distanza, un terreno su cui Vivo ha già costruito buona parte della sua reputazione fotografica.
Con la serie X500, Vivo sembra voler consolidare la propria identità di marchio orientato all’imaging, allargando però il discorso dalla sola fotografia al video, terreno su cui punta a distinguersi rispetto ai rivali Android di fascia alta. La presentazione ufficiale, prevista per settembre, chiarirà se le specifiche annunciate finora troveranno piena conferma nei modelli definitivi, a partire dalle prestazioni reali della stabilizzazione video e della nuova ottica periscopica.
Dario Fadda reshared this.
Nothing sta anticipando a piccole dosi le novità di Nothing OS 5.0, la nuova versione della propria interfaccia basata su Android 17, la cui presentazione ufficiale è fissata per il 25 agosto. Il design resta fedele allo stile minimale che contraddistingue il marchio, ma diverse modifiche promettono di incidere concretamente sull’usabilità quotidiana, a partire dalla possibilità di separare il pannello delle notifiche da quello delle impostazioni rapide.
La novità più rilevante sul piano pratico riguarda proprio la gestione del pannello a tendina: scorrendo dall’angolo sinistro dello schermo si aprirebbero le notifiche, mentre dal lato destro si accederebbe alle impostazioni rapide come Wi-Fi e Bluetooth. Si tratta di un approccio già adottato da diverse interfacce Android, come HyperOS, ColorOS e One UI, e che Nothing introduce solo ora dopo aver mantenuto finora un pannello unico, sulla falsariga dell’interfaccia stock di Pixel.
Tra i primi teaser condivisi dal co-fondatore Carl Pei figura anche una nuova animazione dedicata all’attivazione della modalità aereo, oltre a una possibile revisione della barra di stato, con icone ridisegnate e l’utilizzo del font monospazio Geist Mono al posto del classico Roboto in alcune schermate. Non è ancora chiaro se questo nuovo stile tipografico sarà esteso a tutto il sistema o resterà limitato ad alcune sezioni.
Ulteriori indizi sul restyling arrivano dalla versione beta dell’app Nothing Gallery, che mostra effetti di sfocatura dinamica attorno alla barra di navigazione, card dagli angoli più arrotondati e menu contestuali basati su icone. Sono attesi anche aggiornamenti allo slider del volume e maggiori possibilità di personalizzazione per l’orologio nella schermata di blocco.
Nothing OS 4 non aveva portato particolari stravolgimenti estetici, motivo per cui la versione 5.0 potrebbe rappresentare un punto di svolta sia sul piano del design sia su quello funzionale. L’appuntamento con la presentazione ufficiale del 25 agosto chiarirà quali di queste novità, per ora emerse tra teaser e indiscrezioni, troveranno effettiva conferma.
Dario Fadda reshared this.
A poche ore dalla presentazione ufficiale, attesa per il 25 agosto, sono trapelati in rete i primi dati sull’autonomia del nuovo Xperia 10 VIII, il medio di gamma di Sony. I numeri, attribuiti a un test del noto sito GSMArena, mostrano un quadro a due velocità: miglioramenti significativi in alcuni scenari d’uso, ma un incremento complessivo piuttosto contenuto rispetto al modello precedente.
Secondo le immagini circolate online, la resistenza complessiva della batteria di Xperia 10 VIII si attesterebbe a 13 ore e 26 minuti, contro le 12 ore e 57 minuti registrate dal precedente Xperia 10 VII. Un progresso modesto, che non stupisce considerando che entrambi i modelli montano una batteria da 5.000 mAh e, stando ai benchmark circolati finora, lo stesso processore Snapdragon 6 Gen 3.
Il dato più interessante riguarda la riproduzione video, dove Xperia 10 VIII segnerebbe un balzo importante: 21 ore e 58 minuti, contro le 17 ore e 4 minuti del modello precedente, per un miglioramento di quasi il 30%. Per chi utilizza lo smartphone prevalentemente per guardare contenuti in streaming, si tratterebbe di un vantaggio tutt’altro che marginale.
Non tutti gli scenari d’uso raccontano però la stessa storia. Nella navigazione web, Xperia 10 VIII si fermerebbe a 31 ore e 55 minuti, contro le 34 ore e 57 minuti del predecessore, mentre anche i test di chiamata e di gioco mostrerebbero risultati leggermente inferiori. Il quadro complessivo suggerisce quindi un’ottimizzazione mirata soprattutto al consumo multimediale, più che un miglioramento generalizzato dell’efficienza energetica.
GSMArena ha spesso pubblicato recensioni approfondite dei modelli Xperia a ridosso della loro presentazione ufficiale, e non è escluso che i dati circolati in queste ore facciano parte di materiale predisposto per la pubblicazione dopo il lancio del 25 agosto. Con chipset e design che sembrano ricalcare da vicino il modello precedente, l’autonomia, e in particolare le prestazioni in ambito video, potrebbe rivelarsi uno dei pochi reali elementi di distinzione tra Xperia 10 VIII e il suo predecessore.
Dario Fadda reshared this.
L’elenco degli smartphone OPPO che riceveranno l’aggiornamento ad Android 17 è stato corretto nelle scorse ore, con un avvicendamento che riguarda due modelli della fascia entry. Il precedente A3 5G, inizialmente incluso nella lista, è stato rimosso a favore del più recente A5 5G, che ne prende il posto come destinatario dell’aggiornamento.
A pubblicare inizialmente l’elenco dei modelli aggiornabili è stato l’operatore giapponese Rakuten Mobile, che lo scorso 7 agosto aveva indicato tre smartphone OPPO in arrivo ad Android 17: Reno15 A, Reno13 A e A3 5G. Il 21 agosto, però, la lista è stata rivista: A3 5G è stato tolto, mentre A5 5G è stato aggiunto al suo posto.
Le ragioni della modifica non sono state comunicate ufficialmente. È plausibile che si sia trattato di un errore nella pubblicazione iniziale, dal momento che nella prima versione dell’elenco il modello precedente (A3 5G) risultava beneficiare di più aggiornamenti rispetto al suo successore (A5 5G), un’anomalia che la correzione ha di fatto sanato. Per gli utenti di A3 5G, Android 16 sarà quindi con ogni probabilità l’ultima major release ricevuta dal dispositivo.
Con la correzione, salgono a nove i modelli OPPO ufficialmente confermati per l’aggiornamento ad Android 17, dalla fascia flagship rappresentata dalla serie Find X fino ai modelli più accessibili della linea Reno e A. Per chi sta valutando l’acquisto di un nuovo smartphone OPPO, episodi come questo ricordano quanto sia importante verificare periodicamente le informazioni più aggiornate fornite da produttore e operatori in merito al supporto software, poiché le liste possono essere soggette a revisioni anche a distanza di poche settimane dalla loro prima pubblicazione.
Dario Fadda reshared this.
In Giappone, il Galaxy S26 Ultra di Samsung è protagonista di una promozione su Amazon che riduce il prezzo del 10% su tutta la gamma di tagli di memoria. Il calo di prezzo allarga ulteriormente il divario rispetto al principale rivale locale in ambito top di gamma, lo Xperia 1 VIII di Sony, offrendo uno spunto interessante su come si stiano muovendo i listini dei due colossi Android e non solo nel mercato nipponico.
Il dato più significativo riguarda il modello base, che scende sotto i 200.000 yen. Non si tratta certo di un prezzo economico in assoluto per un top di gamma Ultra di ultima generazione, ma lo sconto di circa 22.000 yen rispetto al prezzo di listino rappresenta comunque un’occasione degna di nota per chi stava valutando l’acquisto.
Il confronto con Xperia 1 VIII, l’attuale top di gamma Sony, rende ancora più evidente il vantaggio in termini di prezzo del modello Samsung. Il flagship Sony, nel negozio ufficiale, parte da 235.400 yen per il modello 12GB/256GB, arriva a 251.900 yen per il taglio 12GB/512GB e a 299.200 yen per la versione 16GB/1TB. Con la promozione attuale, la differenza sulla configurazione base tra i due modelli sale a circa 38.000 yen, mentre sui tagli superiori il divario si attesta comunque intorno ai 30.000 yen.
Naturalmente prezzo e specifiche non raccontano tutta la storia: Xperia 1 VIII mantiene alcune caratteristiche difficili da trovare altrove nel segmento, come il supporto alle microSD e la presenza del jack per cuffie cablate, elementi ancora molto apprezzati da una parte di utenti Android. Tuttavia, in un segmento di mercato in cui i due modelli competono direttamente, un divario di prezzo di questa entità può facilmente spostare l’ago della bilancia a favore di Samsung. Va inoltre ricordato che prezzi e promozioni descritti si riferiscono al mercato giapponese e possono differire sensibilmente da quelli applicati in Italia ed Europa.
Dario Fadda reshared this.
Il futuro chipset di punta di Samsung, l’Exynos 2700, continua a far parlare di sé. Dopo essere ricomparso su Geekbench AI con un clock decisamente più alto rispetto ai test precedenti, il SoC sarebbe protagonista anche di test interni che, secondo alcune fonti coreane, lo vedrebbero superare il prossimo Snapdragon 8 Elite Gen 6 di Qualcomm, inclusa la variante Pro.
Il chip, identificato con il nome in codice “S5E9975” su un dispositivo di riferimento per ingegneri Samsung, sarebbe collegato proprio all’Exynos 2700, con una GPU Xclipse 970 a bordo. Nei test su Geekbench AI, il chip ha ottenuto 4.250 punti in precisione singola, 6.090 in mezza precisione e 6.648 nel test di quantizzazione, con una configurazione a 10 core suddivisi in quattro cluster: il core più performante raggiungerebbe i 4,24GHz, un salto netto rispetto ai 2,88GHz massimi registrati a gennaio sullo stesso chip. Va sottolineato che si tratta di un dispositivo di sviluppo, e non è detto che le stesse frequenze vengano confermate sul prodotto finale.
Secondo quanto riportato dal leaker Ice Universe, citando media coreani, test interni condotti da Samsung su Geekbench 6.5 mostrerebbero l’Exynos 2700 superare del 19% la versione standard dello Snapdragon 8 Elite Gen 6 nel multi-core, e del 9,5% la variante Pro. Numeri che, se confermati sul prodotto commerciale, segnerebbero un ritorno di competitività per i chip Exynos dopo generazioni in cui il confronto con Qualcomm è spesso stato sfavorevole.
Il dato forse più interessante riguarda l’efficienza: a parità di picco prestazionale sulla GPU (circa il 5% in più rispetto alla variante Pro), con un limite di consumo di 2,5W il vantaggio salirebbe al 24% rispetto allo Snapdragon 8 Elite Gen 6 standard e al 22% rispetto alla versione Pro. Anche sul fronte AI, con il modello linguistico Llama 3.1 8B, Exynos 2700 avrebbe generato risposte il 18% più velocemente, con un consumo di corrente di 161mA contro i 185mA della variante Pro Qualcomm, circa il 12,7% in meno.
Attualmente, nella serie Galaxy S26, Samsung utilizza Exynos 2600 su S26 e S26+, riservando lo Snapdragon 8 Elite Gen 5 al modello Ultra. Se le prestazioni di Exynos 2700 dovessero essere confermate, Samsung potrebbe ampliare l’adozione del proprio chip anche al modello Ultra della prossima serie Galaxy S27, riducendo la dipendenza da Qualcomm e i relativi costi di approvvigionamento. Va ricordato che si tratta ancora di dati preliminari, riferiti a chip in fase di sviluppo e test interni: solo con il lancio dei prodotti finali si potrà verificare se il vantaggio dichiarato reggerà anche nell’uso reale, dove contano soprattutto gestione del calore e stabilità delle prestazioni nel tempo.
Dario Fadda reshared this.
GrapheneOS, il sistema operativo open source incentrato su privacy e sicurezza finora quasi sinonimo di Google Pixel, allarga per la prima volta i propri orizzonti. Il progetto ha annunciato un piano di supporto ufficiale per gli smartphone Motorola, a partire dai modelli di punta del 2027, con l’obiettivo di estendere la compatibilità anche ai pieghevoli della serie Razr.
Il supporto a Motorola debutterà con la generazione di flagship tradizionali attesa nel 2027, per poi estendersi al pieghevole a conchiglia Razr Fold e, successivamente, anche al modello a piegatura verticale Razr Ultra. Gli attuali top di gamma Motorola si avvicinano già ai requisiti richiesti da GrapheneOS, ma mancano ancora di alcune funzioni di sicurezza hardware, tra cui il supporto completo alla Memory Tagging Extension (MTE), motivo per cui il supporto ufficiale arriverà solo dalla prossima generazione.
I dispositivi Motorola compatibili riceveranno sette anni di aggiornamenti software, uno degli elementi chiave richiesti da GrapheneOS per garantire un supporto di lungo periodo. I terminali monteranno il kernel Linux 6.18 LTS, con possibilità di aggiornamento a versioni successive, oltre a protezioni contro attacchi al firmware di avvio e alle funzioni di protezione della porta USB-C sviluppate dallo stesso progetto GrapheneOS.
A differenza di altre collaborazioni basate su semplice supporto economico, Motorola metterà a disposizione ingegneri dedicati per il lavoro di porting e manutenzione, mentre Qualcomm contribuirà alla correzione di driver, firmware e al debug delle funzionalità legate a MTE. Una struttura di collaborazione diretta tra produttore, produttore di chip e sviluppatori del sistema operativo che dovrebbe garantire maggiore continuità nel supporto a lungo termine.
Sul fronte della distribuzione, GrapheneOS punta a rendere il sistema installabile sui normali modelli Motorola venduti al dettaglio, permettendo agli utenti di sbloccare il bootloader e procedere autonomamente con l’installazione, piuttosto che puntare su un modello dedicato in edizione limitata. Un approccio che dovrebbe garantire una disponibilità più ampia a livello geografico, con supporto flessibile a reti 5G, VoLTE e VoWiFi per adattarsi a diversi operatori.
GrapheneOS riconosce che il chip Tensor di Google, abbinato al coprocessore Titan M, resta difficile da eguagliare sul fronte della resistenza ad attacchi fisici. Tuttavia, grazie alla maturità delle funzioni MTE delle prossime piattaforme Snapdragon, i futuri Motorola potrebbero risultare persino più resistenti agli attacchi da remoto rispetto agli attuali Pixel. Per gli utenti Android più attenti a privacy e sicurezza, dal 2027 si aprirà quindi per la prima volta un’alternativa concreta ai dispositivi Google.
Dario Fadda reshared this.
PorteuX è una distribuzione GNU/Linux basata su Slackware che eredita l’approccio modulare dei progetti Slax e Porteus, offrendo un sistema di ridotte dimensioni, portatile e altamente personalizzabile. Si comporta come una distribuzione immutabile, ma...
Tutto su Linux e news, kubuntu, consulenza, sysadm, drupal, kernel, italiaziobudda.org
reshared this
PorteuX 2.8 aggiorna il kernel Linux, i desktop principali e introduce novità per gaming, NTFS, Wine, Proton e prestazioni.L'articolo "PorteuX 2.8 migliora prestazioni, gaming e supporto hardware con Linux 7.2" proviene da Linux Easy.
Questo contenuto è distribuito con licenza CC BY-NC 4.0 non riprodurre questo articolo o immagini senza permesso.
Tutto su Linux e news, kubuntu, consulenza, sysadm, drupal, kernel, italiaziobudda.org
Dario Fadda reshared this.