Dario Fadda ha ricondiviso questo.

NVIDIA abbraccia Firefox, tutti amano Flatpak e Tuxedo ama Debian – Il Podcast di Marco’s Box #223


Nuova puntata del podcast di Marco’s Box, questa volta dedicata a commentare le principali notizie dal mondo GNU/Linux e del software libero e open source. Trovate la puntata su Spotity, Google Podcasts, Anchor, Apple Podcast,...

🔗 Leggi il post completo

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Mabox Linux 26.08: Kitty, Yazi e nuovi strumenti per creare ISO personalizzate


Mabox Linux è una distribuzione GNU/Linux polacca, leggera e pronta all’uso, basata sul ramo stabile di Manjaro e costruita attorno al window manager Openbox. Il progetto, nato in Polonia nel 2016 per iniziativa dello...

🔗 Leggi il post completo

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Le notizie minori del mondo GNU/Linux e dintorni della settimana nr 35/2026


Ogni settimana, il mondo del software libero e open source ci offre una moltitudine di aggiornamenti e nuove versioni di software. Anche se non tutti sono di grande rilevanza, molti di questi possono risultare...

🔗 Leggi il post completo

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

POCO F9 Ultra, trapela il prezzo: possibile rincaro record rispetto al modello precedente


Il prossimo POCO F9 Ultra, il cui arrivo è già stato annunciato ufficialmente anche in diversi mercati europei, è al centro di una nuova indiscrezione sul prezzo che sta facendo discutere gli appassionati. Secondo le informazioni trapelate, il nuovo top di gamma del sub-brand Xiaomi potrebbe costare più del doppio rispetto al modello che va a sostituire. La fonte: un leaker con oltre 180 mila follower A diffondere l'indiscrezione è stato il leaker Abhishek Yadav, seguito da oltre 180 […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Il prossimo POCO F9 Ultra, il cui arrivo è già stato annunciato ufficialmente anche in diversi mercati europei, è al centro di una nuova indiscrezione sul prezzo che sta facendo discutere gli appassionati. Secondo le informazioni trapelate, il nuovo top di gamma del sub-brand Xiaomi potrebbe costare più del doppio rispetto al modello che va a sostituire.

La fonte: un leaker con oltre 180 mila follower


A diffondere l’indiscrezione è stato il leaker Abhishek Yadav, seguito da oltre 180 mila persone su X e considerato una fonte piuttosto affidabile nel settore. Secondo il suo post, la variante da 16 GB di RAM e 1 TB di storage del POCO F9 Ultra costerebbe 89.999 pesos filippini sul mercato delle Filippine.

Più del doppio rispetto al POCO F8 Ultra


Il dato che ha sorpreso maggiormente è il confronto con i prezzi di lancio del modello precedente, il POCO F8 Ultra, sempre sul mercato filippino:

  • POCO F8 Ultra, 12 GB + 256 GB: 39.999 pesos filippini
  • POCO F8 Ultra, 16 GB + 512 GB: 42.999 pesos filippini
  • POCO F9 Ultra, 16 GB + 1 TB (rumor): 89.999 pesos filippini

Anche confrontando il nuovo modello con la configurazione più costosa della generazione precedente, il prezzo risulterebbe più che raddoppiato. L’aumento della capacità di storage, passata a 1 TB, giustifica solo in parte un salto di questa entità. Lo stesso Yadav ha commentato la notizia sottolineando come si tratti di “un prezzo davvero da fascia premium per un POCO”.

Il brand della convenienza punta sempre più in alto


POCO si è costruita una reputazione come marchio dei “flagship killer”, capace di offrire specifiche di alto livello a prezzi aggressivi. Se le cifre trapelate dovessero essere confermate, il POCO F9 Ultra segnerebbe un allontanamento netto da questo posizionamento, trasformandosi in un dispositivo ultra premium a tutti gli effetti, sia per prestazioni che per prezzo.

Cosa aspettarsi per il mercato italiano


Per gli utenti europei e italiani, il POCO F9 Ultra è già stato confermato in arrivo anche sui mercati occidentali. Se il posizionamento di prezzo filippino dovesse riflettere una strategia globale di rincaro, anche il listino europeo potrebbe discostarsi parecchio dalle abitudini a cui la serie F Ultra ha abituato finora gli acquirenti. Chi si aspettava un erede economico dei precedenti modelli potrebbe quindi dover rivedere le proprie aspettative: resta da capire quali novità hardware giustificheranno, nell’annuncio ufficiale, un simile salto di prezzo.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

OPPO Find X10: annuncio a settembre in Cina, debutto globale entro fine ottobre


Arrivano nuove indiscrezioni sui tempi di lancio della prossima serie flagship di OPPO, Find X10. Secondo le ultime informazioni, la presentazione cinese è attesa a settembre, mentre il debutto sui mercati internazionali potrebbe arrivare entro la fine di ottobre. In India, in particolare, l'annuncio ufficiale sarebbe previsto in tempo per il Diwali, festività che quest'anno cade nei primi giorni di novembre. Il lancio globale potrebbe anticipare quello della generazione […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Arrivano nuove indiscrezioni sui tempi di lancio della prossima serie flagship di OPPO, Find X10. Secondo le ultime informazioni, la presentazione cinese è attesa a settembre, mentre il debutto sui mercati internazionali potrebbe arrivare entro la fine di ottobre. In India, in particolare, l’annuncio ufficiale sarebbe previsto in tempo per il Diwali, festività che quest’anno cade nei primi giorni di novembre.

Il lancio globale potrebbe anticipare quello della generazione precedente


Secondo le fonti, OPPO presenterà in Cina sia il Find X10 sia la variante superiore Find X10 Pro Max, per poi puntare a un lancio internazionale entro fine ottobre. Per il mercato indiano si parla di un annuncio ufficiale in concomitanza con il Diwali di inizio novembre. La precedente serie Find X9 era stata presentata in Cina e in alcuni mercati europei a ottobre, ma era arrivata in India solo a metà novembre: la nuova serie Find X10 potrebbe quindi anticipare i tempi rispetto al ciclo dello scorso anno.

Find X10 Pro Max punta su tre sensori da 200 megapixel


Il modello di punta della gamma, il Find X10 Pro Max, si preannuncia particolarmente ambizioso sul fronte fotografico. Secondo le indiscrezioni monterebbe ben tre sensori da 200 megapixel: un principale con tecnologia DeepPix basato su un sensore Samsung ISOCELL HPC, affiancato da un ultra-grandangolare e da un teleobiettivo periscopico, entrambi anch’essi da 200 MP.

Una configurazione di questo tipo, con tre sensori tutti allo stesso taglio megapixel, sarebbe piuttosto insolita nel panorama smartphone e renderebbe particolarmente interessante da valutare la qualità dello zoom ad alto ingrandimento sul teleobiettivo.

  • Tripla fotocamera da 200 MP: principale, ultra-grandangolare e periscopico
  • Chipset MediaTek Dimensity 9600 Pro
  • Batteria da 8.000 mAh con ricarica rapida cablata da 100 W


Prezzo indiano intorno ai 1.600 dollari per il top di gamma


Sul fronte prezzi, le indiscrezioni indicano per il Find X10 Pro Max una cifra di circa 155.000 rupie indiane in India, pari a circa 1.620 dollari, mentre il Find X10 standard dovrebbe attestarsi intorno alle 90.000 rupie, ossia circa 940 dollari. Numeri che, tradotti in un’ipotetica commercializzazione europea, collocherebbero il modello di punta in una fascia di prezzo decisamente alta.

Va comunque ricordato che, non essendoci ancora stato l’annuncio ufficiale in Cina, tempistiche, prezzi e specifiche potrebbero ancora subire variazioni. Con una tripla fotocamera da 200 MP, il Dimensity 9600 Pro e una batteria da 8.000 mAh, il Find X10 Pro Max si candida comunque a essere uno dei flagship Android più ambiziosi della seconda metà del 2026, soprattutto sul fronte della fotografia. Non resta che attendere l’evento cinese per avere conferme definitive.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Pixel 11, il vero punto di forza è la riparabilità: perché conta più dell’AI per farlo durare 7 anni


I nuovi Google Pixel 11 vengono presentati soprattutto puntando sulle funzioni AI legate a Gemini e sul nuovo chip Tensor G6. Ma se l'obiettivo è tenere lo smartphone per molti anni, a fare davvero la differenza potrebbe essere un aspetto molto meno appariscente: la riparabilità. Google garantisce ai Pixel un lungo supporto software, ma anche il sistema operativo più aggiornato non può da solo allungare la vita fisica dell'hardware: batteria che si degrada e schermo che si può rompere […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

I nuovi Google Pixel 11 vengono presentati soprattutto puntando sulle funzioni AI legate a Gemini e sul nuovo chip Tensor G6. Ma se l’obiettivo è tenere lo smartphone per molti anni, a fare davvero la differenza potrebbe essere un aspetto molto meno appariscente: la riparabilità.

Google garantisce ai Pixel un lungo supporto software, ma anche il sistema operativo più aggiornato non può da solo allungare la vita fisica dell’hardware: batteria che si degrada e schermo che si può rompere restano problemi concreti. Se l’obiettivo è arrivare a usare un telefono fino al 2033, poter sostituire i componenti danneggiati diventa un fattore sempre più importante.

Tutta la gamma Pixel 11 ottiene la classe B europea


Tutti i modelli della serie Pixel 11 hanno ottenuto la classe B nella valutazione ufficiale sulla riparabilità dell’Unione Europea. Non si tratta di un’iniziativa esclusiva di Google, ma dell’applicazione del regolamento europeo sull’ecodesign per smartphone, entrato pienamente in vigore da giugno 2025, che obbliga i produttori a progettare dispositivi più facilmente riparabili e a rendere visibile ai consumatori un punteggio di riparabilità al momento dell’acquisto.

Sette anni di aggiornamenti, ma la batteria si consuma comunque


Il supporto software prolungato è uno dei punti di forza dei Pixel 11, ma le batterie agli ioni di litio si degradano con l’uso: in genere, dopo qualche centinaio di cicli di ricarica, la capacità comincia a calare in modo evidente, per cui nell’arco di sette anni è probabile che serva almeno una sostituzione.

Il nuovo regolamento europeo impone anche requisiti minimi di durata per le batterie, come il mantenimento di almeno l’80% della capacità originale dopo 800 cicli di ricarica. Ma non è solo questione di batteria: anche l’usura della porta USB-C o la rottura del display sono problemi che nessun aggiornamento software può risolvere, ed è la possibilità di sostituire questi componenti a determinare davvero quanto a lungo un telefono possa restare in uso.

Ricambi originali fondamentali per l’uso a lungo termine


Un design riparabile serve a poco senza ricambi disponibili. Anche su questo punto la normativa europea impone ai produttori di garantire la fornitura dei componenti di ricambio principali per almeno sette anni dalla fine della commercializzazione del prodotto.

Google collabora con iFixit per fornire ricambi originali e guide ufficiali per i Pixel: in passato i kit per la sostituzione della batteria sono costati tra 40 e 60 dollari, mentre i display, a seconda del modello, tra 120 e 260 dollari. I prezzi dei ricambi specifici per Pixel 11 non sono ancora noti, ma la disponibilità di un ecosistema di riparazione strutturato resta un vantaggio concreto per chi punta a tenere il telefono a lungo.

Meglio di Apple e Samsung, ma Motorola fa ancora meglio


Nella classifica “Failing the Fix” pubblicata nel 2026 dall’organizzazione statunitense US PIRG Education Fund, Google ottiene una C-, un voto non brillante ma comunque superiore alla D di Samsung e alla D- di Apple. Motorola, invece, si distingue con un B+, a dimostrazione che c’è ancora margine di miglioramento anche per Google.

Le prestazioni di Gemini e del Tensor G6 diventeranno superate nel giro di qualche generazione, ma poter sostituire batteria e schermo su un unico dispositivo è ciò che rende concreta la promessa dei sette anni di aggiornamenti. Per Pixel 11, il vero salto in avanti potrebbe essere proprio questo: unire supporto software di lunga durata e hardware riparabile per uno smartphone pensato per restare in uso ben oltre i soliti due o tre anni.

reshared this

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Xiaomi Pad 9 Pro Max: trapelano colori, memorie e il chip XRING O3 del tablet top di gamma


In vista dell'evento di lancio previsto da Xiaomi nei primi giorni di settembre, continuano a emergere dettagli sulla nuova serie di tablet Xiaomi Pad 9. Le ultime indiscrezioni riguardano il modello di punta, lo Xiaomi Pad 9 Pro Max, di cui sono trapelati colorazione, tagli di memoria e persino il chip proprietario che dovrebbe equipaggiarlo: il nuovo XRING O3. Display da 13 pollici e una variante rossa in arrivo Secondo le indiscrezioni, lo Xiaomi Pad 9 Pro Max monterà un ampio display […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

In vista dell’evento di lancio previsto da Xiaomi nei primi giorni di settembre, continuano a emergere dettagli sulla nuova serie di tablet Xiaomi Pad 9. Le ultime indiscrezioni riguardano il modello di punta, lo Xiaomi Pad 9 Pro Max, di cui sono trapelati colorazione, tagli di memoria e persino il chip proprietario che dovrebbe equipaggiarlo: il nuovo XRING O3.

Display da 13 pollici e una variante rossa in arrivo


Secondo le indiscrezioni, lo Xiaomi Pad 9 Pro Max monterà un ampio display da 13 pollici, disponibile anche in una versione soft light pensata per ridurre i riflessi. Tra le colorazioni dovrebbe comparire anche una tonalità rossa molto decisa, in linea con quanto già visto di recente su prodotti come Redmi K100 Pro Max e Xiaomi 18 Fold: un segnale che questa nuance potrebbe diventare una direzione stilistica ricorrente per i futuri top di gamma del brand.

Fino a 16 GB di RAM e 1 TB di storage


Gli esemplari di prova avvistati finora monterebbero 8 GB di RAM, ma la versione commerciale dovrebbe arrivare fino a 16 GB. Sul fronte storage sono attesi tagli da 512 GB e 1 TB. Il tablet dovrebbe inoltre offrire una batteria superiore ai 10.000 mAh con ricarica rapida da 120 W, il tutto in un peso contenuto intorno ai 650 grammi nonostante le dimensioni generose del pannello.

XRING O3, lo stesso chip dello Xiaomi 18 Fold


L’elemento più interessante resta però il SoC: il nuovo Xiaomi Pad 9 Pro Max dovrebbe essere tra i primi dispositivi a montare il chip proprietario XRING O3, con CPU a 10 core (6 core ultra-large e 4 core large) e frequenza massima di 4,35 GHz. I primi benchmark parlerebbero di un punteggio multi-core oltre i 15.000 punti, circa il 60% in più rispetto alla generazione precedente.

  • GPU G2-Ultra NX a 16 core con ray tracing di terza generazione
  • CPU a 10 core, frequenza massima 4,35 GHz
  • Batteria oltre 10.000 mAh con ricarica a 120 W
  • Peso di circa 650 grammi nonostante il display da 13 pollici

Lo stesso XRING O3 dovrebbe debuttare anche sul pieghevole Xiaomi 18 Fold, atteso però a un prezzo ben più elevato: il Pad 9 Pro Max potrebbe quindi rappresentare un modo più accessibile per provare il nuovo chip proprietario di Xiaomi.

Una gamma articolata su tre modelli


Secondo altre fonti, la serie Xiaomi Pad 9 sarà composta da tre modelli: lo standard Xiaomi Pad 9, il Pad 9 Pro con display LCD da 12,5 pollici e ricarica da 67 W, e il top di gamma Pad 9 Pro Max appena descritto, mentre il modello base dovrebbe fermarsi a un pannello da 11,2 pollici con ricarica da 45 W. Prezzi e data di lancio ufficiali non sono ancora stati confermati, ma tutti gli indizi convergono verso una presentazione ufficiale nel corso di settembre.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

HyperOS ancora più smart: bastano tre dita per richiamare codici e QR dalla Super Isola


Xiaomi ha aggiunto una nuova funzione alla Super Isola (HyperIsland), l'elemento dinamico di HyperOS che compare nella parte superiore dello schermo. La novità permette di richiamare rapidamente codici usati di frequente, come quelli per il ritiro di pacchi o ordini, con un semplice gesto a tre dita. Riconoscimento automatico dei codici a schermo La funzione è pensata per riconoscere automaticamente codici di ritiro di pacchi, numeri per il ritiro di ordini al ristorante, ticket per la […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Xiaomi ha aggiunto una nuova funzione alla Super Isola (HyperIsland), l’elemento dinamico di HyperOS che compare nella parte superiore dello schermo. La novità permette di richiamare rapidamente codici usati di frequente, come quelli per il ritiro di pacchi o ordini, con un semplice gesto a tre dita.

Riconoscimento automatico dei codici a schermo


La funzione è pensata per riconoscere automaticamente codici di ritiro di pacchi, numeri per il ritiro di ordini al ristorante, ticket per la fila d’attesa o codici legati a resi e depositi. Quando uno di questi codici è visibile sullo schermo, basta effettuare uno swipe verso l’alto con tre dita: il sistema analizza il contenuto della schermata, estrae il codice e lo aggiunge alla Super Isola, così da poterlo recuperare in un secondo momento senza dover ricercare il messaggio o l’app originale.

Una delle caratteristiche più interessanti è la possibilità di gestire più codici contemporaneamente, ciascuno mostrato in modo indipendente: un aiuto concreto per chi si trova a dover tenere traccia di più informazioni diverse nello stesso momento.

Consultabile anche a schermo bloccato


Una volta salvato nella Super Isola, il codice resta consultabile anche quando il dispositivo è bloccato, il che lo rende comodo in situazioni come il ritiro di un pacco o di un ordine, quando serve mostrare rapidamente un codice senza dover sbloccare e navigare tra le app. Va detto che rendere disponibili informazioni direttamente dalla schermata di blocco comporta anche qualche considerazione sulla privacy: a seconda del contesto e del servizio utilizzato, può valere la pena controllare con attenzione le impostazioni relative a cosa viene mostrato.

Serve l’app Super AI aggiornata


Per utilizzare la funzione è necessario aggiornare l’app Super AI di Xiaomi almeno alla versione 8.2 e attivare manualmente il gesto a tre dita dalle impostazioni del sistema. La disponibilità può variare in base a dispositivo, area geografica e versione software installata, quindi non è detto che la funzione sia già presente su tutti gli smartphone Xiaomi.

La Super Isola continua così a evolversi: da semplice area per notifiche e attività in corso, sta progressivamente diventando uno strumento pensato per semplificare le operazioni quotidiane. Se il supporto si estenderà a un numero crescente di servizi, potrebbe diventare un elemento sempre più centrale nell’esperienza d’uso quotidiana di HyperOS.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Xiaomi espande il servizio di upgrade batteria: tocca anche a Xiaomi 14 Pro


Xiaomi sembra pronta ad ampliare ulteriormente il proprio servizio di sostituzione con batterie a capacità maggiorata, pensato per dare nuova vita agli smartphone più datati. Le ultime informazioni indicano che il prossimo modello a beneficiarne sarà lo Xiaomi 14 Pro, disponibile finora sul solo mercato cinese, la cui batteria potrebbe presto essere sostituita con un'unità di capacità superiore rispetto a quella originale. Da 4.880 a 5.140 mAh per lo Xiaomi 14 Pro Secondo quanto […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Xiaomi sembra pronta ad ampliare ulteriormente il proprio servizio di sostituzione con batterie a capacità maggiorata, pensato per dare nuova vita agli smartphone più datati. Le ultime informazioni indicano che il prossimo modello a beneficiarne sarà lo Xiaomi 14 Pro, disponibile finora sul solo mercato cinese, la cui batteria potrebbe presto essere sostituita con un’unità di capacità superiore rispetto a quella originale.

Da 4.880 a 5.140 mAh per lo Xiaomi 14 Pro


Secondo quanto riportato dal leaker Kacper Skrzypek su X, gli utenti cinesi potrebbero presto avere la possibilità di sostituire la batteria del loro Xiaomi 14 Pro passando dagli originali 4.880 mAh a una nuova unità da 5.140 mAh. Le informazioni, che sembrano provenire da riferimenti individuati all’interno del sistema, suggeriscono che per il modello saranno disponibili due diverse capacità di batteria tra cui scegliere.

L’incremento di 260 mAh non è, in termini assoluti, enorme. Ma per un dispositivo uscito ormai da diverso tempo, la cui batteria ha inevitabilmente perso parte della propria capacità originale, poter abbinare la sostituzione a un aumento reale della capienza rappresenta un’opportunità concreta per migliorare l’autonomia quotidiana.

Il precedente della serie Xiaomi 13


Xiaomi offre già ufficialmente, sul mercato cinese, un servizio analogo per la serie Xiaomi 13. Non si tratta di una semplice sostituzione della batteria esausta con un’unità della stessa capacità, ma di un vero upgrade con componenti originali a maggiore densità energetica.

  • Xiaomi 13: da 4.500 a 4.850 mAh
  • Xiaomi 13 Pro: da 4.820 a 5.361 mAh
  • Xiaomi 13 Ultra: da 5.000 a 5.500 mAh

Il tutto senza modificare le dimensioni della scocca, grazie all’adozione di celle con densità energetica superiore: un’operazione di assistenza post-vendita che va ben oltre la semplice riparazione.

Un modo in più per allungare la vita dei top di gamma


Se le indiscrezioni sullo Xiaomi 14 Pro verranno confermate, il programma di potenziamento batteria di Xiaomi continuerà quindi ad allargarsi ai modelli meno recenti. Con smartphone che, a livello di prestazioni, restano validi anche a distanza di anni, il vero limite all’uso prolungato resta spesso proprio il degrado della batteria. Poter contare su un servizio che non si limita a restituire l’autonomia originale, ma la migliora, è un incentivo in più a non cambiare telefono. Al momento l’iniziativa risulta attiva solo in Cina e non è chiaro se e quando potrà arrivare anche in Europa, ma resta da vedere se in futuro coinvolgerà anche l’intera serie Xiaomi 14.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Allarme memorie: su molti smartphone RAM e storage costano ormai più del chip


Il costo dei componenti per smartphone sta vivendo una fase inedita. La domanda esplosiva legata all'intelligenza artificiale ha fatto impennare i prezzi della memoria, al punto che oggi, per molti modelli non di fascia flagship, la somma di RAM e storage può costare più del SoC ad alte prestazioni che equipaggia il telefono. 310 dollari solo per 12 GB di RAM e 256 GB di storage Secondo il leaker Digital Chat Station, nel terzo trimestre del 2026 la combinazione di 12 GB di RAM DRAM e 256 […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Il costo dei componenti per smartphone sta vivendo una fase inedita. La domanda esplosiva legata all’intelligenza artificiale ha fatto impennare i prezzi della memoria, al punto che oggi, per molti modelli non di fascia flagship, la somma di RAM e storage può costare più del SoC ad alte prestazioni che equipaggia il telefono.

310 dollari solo per 12 GB di RAM e 256 GB di storage


Secondo il leaker Digital Chat Station, nel terzo trimestre del 2026 la combinazione di 12 GB di RAM DRAM e 256 GB di storage NAND flash costerebbe circa 2.200 yuan, pari a poco più di 310 dollari. Un anno fa la stessa configurazione si aggirava intorno ai 70 dollari, il che equivale a un aumento di circa il 340% in appena dodici mesi. Si tratta di stime e non di prezzi ufficiali di approvvigionamento dei produttori, ma il dato fotografa comunque un’impennata senza precedenti.

Più cara di un SoC di ultima generazione a 2 nm


Fino a poco tempo fa, il componente più costoso di uno smartphone era considerato il SoC costruito con il processo produttivo più avanzato. Le stesse stime indicano invece che un chip di fascia alta costerebbe oggi circa 2.000 yuan, poco meno di 280 dollari, una cifra inferiore al solo pacchetto di memoria e storage da 12 GB e 256 GB. Nel 2026 sono arrivati sul mercato anche i primi chip prodotti a 2 nanometri da TSMC, ma nemmeno questi salti tecnologici sembrano tenere il passo con la corsa dei prezzi delle memorie.

  • Configurazione 12 GB + 256 GB: da circa 70 a circa 310 dollari in un anno
  • SoC di fascia alta più recente: circa 280 dollari, ora più economico della memoria
  • Le configurazioni da 16 GB o 512 GB rischiano rincari ancora più marcati


Un problema per tutto il settore Android


Per i produttori la scelta si fa complicata: aumentare i prezzi finali per mantenere i margini oppure ridurre i tagli di memoria offerti di serie. Non è un caso che alcuni smartphone recenti abbiano visto crescere il prezzo senza un corrispondente aumento della RAM disponibile. I produttori Android, che devono acquistare i SoC da Qualcomm o MediaTek, si trovano a fronteggiare rincari su entrambi i fronti, chip e memoria; anche chi progetta chip in autonomia, come Apple, non è comunque immune alla carenza di memoria che sta interessando l’intero settore.

Con la diffusione delle funzioni di intelligenza artificiale on-device, che richiedono sempre più RAM per girare in locale, ridurre semplicemente la capacità di memoria non è una strada facilmente percorribile. Resta da vedere quanto durerà questa fase di rincari e quanto finirà per pesare sui listini degli smartphone Android nei prossimi mesi.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Tensor G6 su Pixel 11: l’efficienza energetica non convince, pochi passi avanti sul Tensor G5


Un nuovo test comparativo mette a confronto l'efficienza energetica del Tensor G6, il chip che equipaggia i nuovi Google Pixel 11, con quella del Tensor G5 della generazione precedente. Nonostante il passaggio a un processo produttivo a 3 nanometri più maturo, i risultati mostrano che Google non è riuscita a colmare il divario con i concorrenti Qualcomm e Apple, e che i miglioramenti rispetto al chip precedente restano piuttosto contenuti. CPU quasi invariata rispetto al Tensor G5 I dati […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Un nuovo test comparativo mette a confronto l’efficienza energetica del Tensor G6, il chip che equipaggia i nuovi Google Pixel 11, con quella del Tensor G5 della generazione precedente. Nonostante il passaggio a un processo produttivo a 3 nanometri più maturo, i risultati mostrano che Google non è riuscita a colmare il divario con i concorrenti Qualcomm e Apple, e che i miglioramenti rispetto al chip precedente restano piuttosto contenuti.

CPU quasi invariata rispetto al Tensor G5


I dati arrivano dal noto recensore hardware cinese Geekerwan, che ha misurato il rapporto tra prestazioni e consumi di CPU e GPU confrontando Tensor G6 e Tensor G5 con i principali rivali del settore, tra cui la famiglia Snapdragon e i chip Apple serie A. Sul fronte CPU, il Tensor G6 si comporta in modo molto simile al suo predecessore, restando allineato a soluzioni come lo Snapdragon 8 Gen 2 e il Kirin 9030 Pro di Huawei nei carichi di lavoro medio-bassi.

Ai livelli di prestazioni più elevati il divario si allarga: nel benchmark Geekbench 6, il Tensor G6 raggiunge circa 8.000 punti con un consumo stimato di 11 W, mentre lo Snapdragon 8 Elite supera i 10.100 punti consumando circa 15 W. Anche i chip Apple A17 Pro e A19 Pro otterrebbero prestazioni superiori a parità, o addirittura a fronte di consumi inferiori.

Anche la GPU resta indietro rispetto a Snapdragon 8 Elite


Il quadro non cambia guardando alla parte grafica. Nel test 3DMark Steel Nomad Light, il Tensor G6 si ferma intorno ai 1.200 punti con un consumo di circa 6 W, contro i oltre 2.500 punti dello Snapdragon 8 Elite a fronte di circa 9,5 W. Secondo la valutazione di Geekerwan, l’efficienza della CPU del Tensor G6 risulterebbe più vicina a quella di uno Snapdragon 8 Gen 3, mentre quella della GPU si avvicinerebbe addirittura a uno Snapdragon 8 Gen 2, ovvero chip di generazioni precedenti rispetto ai top di gamma attuali.

Il processo a 3 nm non basta a colmare il divario


Il Tensor G5 utilizzava il nodo N3E di TSMC, mentre il Tensor G6 passa alla versione migliorata N3P. Nonostante questo salto tecnologico, il chip di Google mostra un’efficienza energetica vicina a quella del Kirin 9030 Pro, prodotto con un processo produttivo meno avanzato, un dettaglio che ha attirato l’attenzione degli osservatori.

Va comunque ricordato che la valutazione di un chip mobile non si esaurisce nei soli benchmark sintetici: la serie Tensor è pensata soprattutto per l’elaborazione AI e per l’integrazione stretta con le funzioni fotografiche esclusive dei Pixel. Ma con la diffusione crescente delle funzioni basate sull’intelligenza artificiale, efficienza e potenza di calcolo diventano sempre più centrali, e questi risultati suggeriscono che su Pixel 11 il vero valore aggiunto continuerà ad arrivare più dall’integrazione software di Google che dalla pura forza bruta del silicio.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Calibre 9.14 porta la generazione di copertine ebook con l’intelligenza artificiale


Calibre 9.14 introduce la generazione di copertine ebook con IA, nuovi backend AI, correzioni di sicurezza e diversi miglioramenti per Linux.
L'articolo "Calibre 9.14 porta la generazione di copertine ebook con l’intelligenza artificiale" proviene da Linux Easy.
Questo contenuto è distribuito con licenza CC BY-NC 4.0 non riprodurre questo articolo o immagini senza permesso.

🔗 Leggi il post completo

Dario Fadda reshared this.

Sessantacinque miliardi di barili, zero pagine pubbliche


Donald Trump e la presidente venezuelana ad interim Delcy Rodríguez hanno annunciato un accordo su diciassette giacimenti con riserve stimate in 65 miliardi di barili. Una nuova società, partecipata dal governo statunitense e da un operatore privato ancora senza nome, avrebbe con…


ilglobale.it/storia/sessantaci…

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

NVIDIA abbraccia Firefox, tutti amano Flatpak e Tuxedo ama Debian – Il Podcast di Marco’s Box #223


Nuova puntata del podcast di Marco's Box, questa volta dedicata a commentare le principali notizie dal mondo di Linux e del software libero e open source.
L'articolo NVIDIA abbraccia Firefox, tutti amano Flatpak e Tuxedo ama Debian – Il Podcast di Marco’s Box #223 proviene da Marco's Box.

🔗 Leggi il post completo

#223

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

KDE Plasma 6.8 migliora il supporto QtWidgets in Union e molto altro ancora


KDE Plasma 6.8 introduce il supporto al tema Union per le app QtWidgets, migliora HDR, screencasting, RDP e usabilitàL'articolo "KDE Plasma 6.8 migliora il supporto QtWidgets in Union e molto altro ancora" proviene da Linux Easy.
Questo contenuto è distribuito con licenza CC BY-NC 4.0 non riprodurre questo articolo o immagini senza permesso.

🔗 Leggi il post completo

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Azure SQL Managed Instance: addio alla quota regionale unica, ora i limiti sono per famiglia hardware


Microsoft elimina la quota di subnet condivisa per Azure SQL Managed Instance a favore di limiti indipendenti per famiglia hardware (Standard, Premium, Premium Memory Optimized), semplificando il capacity planning su larga scala.
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Il problema: quote regionali condivise e capacity planning complicato


Chi gestisce ambienti Azure SQL Managed Instance (MI) su larga scala conosce bene un problema che, fino a pochi giorni fa, complicava ogni fase di dimensionamento: le quote regionali di subnet. Ogni Managed Instance deve risiedere in una subnet dedicata e delegata al servizio, e fino ad oggi il numero massimo di vCore utilizzabili in quella subnet era vincolato a una quota unica per regione e sottoscrizione, condivisa indistintamente tra tutte le generazioni hardware disponibili (Standard-series, Premium-series e Premium-series Memory Optimized).

In pratica, se un team aveva già saturato la quota regionale con istanze su hardware Standard-series, non poteva provisionare una nuova istanza Premium-series nella stessa regione senza prima aprire una richiesta di supporto per l’aumento della quota, anche se la subnet stessa aveva ancora spazio IP disponibile. Un vincolo “trasversale” che poco aveva a che fare con la reale capacità di rete e molto con una limitazione amministrativa lato piattaforma, particolarmente dolorosa per chi gestisce deployment multi-tenant, ambienti di disaster recovery con failover group, o strategie di aggiornamento side-by-side che richiedono temporaneamente il doppio delle risorse.

Cosa cambia: quote per generazione hardware, non più una quota unica


Microsoft ha annunciato il passaggio a un modello di limiti semplificati e granulari: la quota regionale condivisa viene sostituita da quote indipendenti per ciascuna famiglia hardware. In altre parole, i vCore disponibili per Standard-series, quelli per Premium-series e quelli per Premium-series Memory Optimized vengono ora contabilizzati separatamente, e i deployment sono governati dai normali limiti di rete virtuale di Azure Resource Manager (ARM) piuttosto che da un vincolo specifico del servizio SQL MI.

Il cambiamento si applica sia ai deployment single-zone sia a quelli zone-redundant, e riguarda tutte le subnet delegate a Microsoft.Sql/managedInstances. Per i clienti esistenti la transizione è trasparente: le quote regionali di vCore attualmente in uso vengono convertite automaticamente nel nuovo modello per-hardware, senza necessità di riconfigurare le istanze già in esercizio.

Perché è rilevante per chi fa capacity planning


  • Richieste di quota più mirate: se serve solo più capacità Premium-series Memory Optimized, non è più necessario negoziare un aumento che finirebbe per “gonfiare” anche lo spazio per le altre famiglie hardware.
  • Pianificazione degli upgrade side-by-side più semplice: le operazioni che richiedono capacità aggiuntiva temporanea (ad esempio il passaggio da hardware Gen5 legacy a Standard-series) impattano ora solo la quota della famiglia hardware coinvolta.
  • Meno attrito nei deployment multi-team: in sottoscrizioni condivise tra più team o applicazioni, un consumo intensivo di una famiglia hardware non blocca più il provisioning su un’altra famiglia nella stessa regione.


Cosa resta invariato: il dimensionamento della subnet


È importante non confondere questo cambiamento con un allentamento dei requisiti di rete: la subnet dedicata a Managed Instance deve continuare a rispettare i vincoli storici del servizio. Microsoft continua a raccomandare un blocco CIDR di almeno /27 (32 indirizzi) per garantire margine sufficiente a operazioni di manutenzione, failover e scaling, con /28 come limite minimo assoluto per ambienti realmente contenuti. Restano inoltre valide le regole che vietano di condividere la subnet con altre risorse non delegate e che richiedono una tabella di route e un gruppo di sicurezza di rete (NSG) dedicati e configurati secondo i requisiti del servizio.

Per chi deve verificare lo stato attuale delle quote, il percorso resta quello consueto tramite portale Azure, sotto Subscriptions > Usage + quotas filtrando per il provider Microsoft.Sql, oppure via Azure CLI:

az sql instance-pool list-usage --location "westeurope"

# oppure, per verificare i limiti di risorsa applicabili a una specifica instance pool
az sql instance-pool show --name mypool --resource-group myRG

Le richieste di aumento quota, quando necessarie, si effettuano ancora tramite una richiesta di supporto dedicata dal portale Azure, specificando ora la famiglia hardware interessata anziché una generica richiesta regionale.

Considerazioni pratiche per l’infrastruttura


Per chi sta pianificando una migrazione verso Managed Instance, o un ampliamento di un ambiente esistente, questo è un buon momento per rivedere la topologia di rete. Alcuni suggerimenti operativi:

  • Documentate quale famiglia hardware usa ciascuna istanza nel vostro inventario CMDB o nei tag delle risorse: con quote separate, sapere “chi consuma cosa” diventa più rilevante per prevedere colli di bottiglia futuri.
  • Rivedete le pipeline di provisioning IaC (Bicep, Terraform, ARM template): se avevate logica custom per gestire manualmente errori di quota condivisa, potete probabilmente semplificarla.
  • Pianificate in anticipo gli upgrade di generazione hardware: sapere che la quota Premium-series è indipendente da quella Standard-series consente di programmare finestre di migrazione senza il rischio che un’altra applicazione “consumi” involontariamente la capacità necessaria.
  • Verificate i failover group cross-region: assicuratevi che anche nella regione secondaria la quota per la famiglia hardware utilizzata sia sufficiente, dato che il DR richiede risorse equivalenti a quelle primarie.


Conclusione


Si tratta di una modifica infrastrutturale che non introduce nuove funzionalità visibili agli sviluppatori, ma che rimuove un attrito operativo reale per chi amministra ambienti Azure SQL Managed Instance su larga scala. Il passaggio da una quota condivisa a quote per hardware allinea meglio la governance delle risorse SQL a quella già in uso per il resto della rete virtuale, riduce le richieste di supporto necessarie per operazioni di routine e semplifica la pianificazione di capacity planning e upgrade. Per i team che gestiscono più applicazioni con esigenze hardware eterogenee nella stessa sottoscrizione, il beneficio pratico si vedrà già alla prossima richiesta di provisioning.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – Azure SQL Managed Instance Removes a Capacity Planning Hurdle for Large Deployments

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

768 chiavi AWS con accesso amministrativo ancora attive: la guida pratica all’igiene delle credenziali cloud


Una ricerca di Truffle Security ha trovato 64.024 chiavi AWS esposte pubblicamente, l'88% ancora valide e centinaia con privilegi amministrativi completi. Ecco il piano d'azione concreto per non finire nella prossima statistica.
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Truffle Security ha passato al setaccio oltre 430.000 fonti pubbliche — repository Git, dataset di training, immagini Docker, log di CI — e ne ha estratto 64.024 coppie di chiavi AWS uniche, distribuite su oltre 50.000 account. Il dato che dovrebbe far drizzare le antenne a qualsiasi sistemista non è tanto il numero in sé, quanto quello che è successo quando i ricercatori hanno riverificato un campione di 10.616 chiavi ad agosto 2026: l’88% era ancora valido. Non credenziali di test dimenticate in un branch morto: chiavi vive, utilizzabili, spesso con privilegi amministrativi completi su account aziendali.

È un caso di studio quasi perfetto su come l’igiene delle credenziali cloud si degradi silenziosamente nel tempo, e su cosa si può fare concretamente — oggi, con gli strumenti che AWS mette già a disposizione — per non finire nella prossima ricerca di questo tipo.

I numeri che contano davvero


La metodologia merita una menzione: i ricercatori non hanno letto policy IAM né toccato dati applicativi, ma hanno usato esclusivamente chiamate di sola lettura come sts:GetCallerIdentity, iam:ListAccessKeys e budgets:DescribeBudgets per confermare che una chiave fosse autentica e capire a cosa desse accesso. Un approccio pulito, che rende i numeri difficili da liquidare come esagerazioni.

Il quadro che emerge sul campione riverificato:

  • 768 chiavi aziendali con controllo amministrativo totale sull’account che le ospitava.
  • 526 di queste erano chiavi di root, cioè l’identità con poteri illimitati che AWS stessa raccomanda di non usare mai in produzione.
  • 130 chiavi root appartenevano addirittura all’account di gestione dell’intera organizzazione AWS, con potenziale impatto su tutti gli account figli collegati via AWS Organizations.
  • 242 utenti IAM avevano la policy AdministratorAccess allegata direttamente o tramite un gruppo.
  • Su un sottoinsieme di 1.157 utenti IAM di cui è stato possibile enumerare le policy, il 976, cioè l’84%, risultava amministratore.

Ma il dato più interessante per chi fa capacity planning della propria postura di sicurezza è un altro: l’età mediana delle chiavi ancora attive era di circa 5 anni, con punte fino a 17,4 anni. E solo il 13,7% aveva accanto una chiave più recente, segno che il resto — l’86% — non era mai stato ruotato dal giorno della creazione. Le chiavi AWS non scadono da sole: se nessuno le ruota o le revoca attivamente, restano valide per sempre, anche dopo che la persona che le ha create ha lasciato l’azienda o dimenticato il progetto in cui erano incluse.

Da dove escono le chiavi


La fonte principale identificata non è GitHub, come ci si aspetterebbe, ma Hugging Face: 8.482 chiavi uniche trovate in 3.394 dataset pubblici, con la percentuale più alta di chiavi root fra tutte le sorgenti analizzate (17,9%). Il meccanismo è subdolo: uno sviluppatore include per errore un file di configurazione o un notebook con credenziali hardcoded in un dataset poi scaricato, clonato e reimpacchettato migliaia di volte per l’addestramento di modelli. A quel punto cancellare il file originale non serve a nulla, perché la credenziale è ormai disseminata in decine di copie derivate. Le altre fonti classiche — cronologia Git, immagini Docker, registri dei package manager, log di CI esposti — restano comunque significative.

Perché l’impatto economico è il segnale più sottovalutato


Un altro dato da isolare: sui soli account con spesa mensile leggibile, il totale ammontava a oltre 420.000 dollari al mese, con nove account sopra i 10.000 dollari/mese. La parte più scomoda: solo il 9,5% degli account leggibili aveva un budget alert configurato, anche minimo. La maggior parte delle organizzazioni coinvolte non avrebbe quindi ricevuto alcun segnale automatico in caso di abuso delle credenziali per cryptomining o exfiltration, se non la fattura di fine mese — e un budget alert a 10 dollari costa letteralmente nulla da configurare. È probabilmente il controllo con il miglior rapporto sforzo/beneficio dell’intero articolo, eppure resta il più trascurato.

Il piano d’azione per chi gestisce account AWS in produzione

1. Eliminare le chiavi di root, senza eccezioni


Come ricordano gli stessi ricercatori, nel 2026 non esiste più alcuna ragione legittima per avere una chiave di accesso root attiva. Ogni operazione che un tempo richiedeva le credenziali root può oggi essere delegata a un utente o ruolo IAM con permessi granulari. Il primo passo è un inventario:

aws iam get-account-summary --query 'SummaryMap.AccountAccessKeysPresent'

Se il valore restituito è diverso da zero, esiste ancora una chiave di accesso root da eliminare dalla console IAM (sezione «Credenziali di sicurezza» dell’account root). Questo controllo va ripetuto su ogni account collegato via AWS Organizations, inclusi quelli storici creati anni fa e magari dimenticati.

2. Fare l’inventario e la rotazione delle chiavi IAM


Per ogni utente IAM, un comando come questo restituisce l’età di ciascuna chiave attiva:

aws iam list-access-keys --user-name nome-utente \
  --query 'AccessKeyMetadata[].{Id:AccessKeyId,Status:Status,Created:CreateDate}'

Per farlo su scala, conviene generare il credential report integrato di IAM, che include per ogni utente la data dell’ultima rotazione e dell’ultimo utilizzo:
aws iam generate-credential-report
aws iam get-credential-report --query 'Content' --output text | base64 -d > credential-report.csv

Da qui è possibile costruire una policy interna semplice ma efficace: nessuna chiave IAM viva più di 90 giorni senza rotazione, e nessuna chiave inutilizzata da oltre 45 giorni resta attiva. Questi controlli si possono automatizzare con AWS Config, usando le regole gestite access-keys-rotated e iam-user-unused-credentials-check, che segnalano automaticamente le credenziali fuori policy.

3. Sostituire le chiavi statiche con credenziali temporanee dove possibile


La causa profonda del problema non è solo la disattenzione nel pubblicare codice: è l’uso stesso di chiavi statiche a lunga durata dove non servirebbero. Per workload su EC2, ECS o Lambda, i ruoli IAM associati all’istanza o alla funzione eliminano la necessità di distribuire chiavi: le credenziali vengono generate automaticamente, durano poche ore e non finiscono mai su disco. Per l’accesso umano da riga di comando, IAM Identity Center (ex AWS SSO) con aws sso login ottiene lo stesso risultato: credenziali temporanee via autenticazione federata, mai una coppia access key/secret key permanente da custodire.

4. Restringere il raggio d’azione con permission boundary e Access Analyzer


Dove le chiavi IAM restano necessarie, i permission boundary impongono un tetto massimo ai privilegi che una policy può concedere a un utente, indipendentemente da eventuali policy troppo permissive aggiunte in futuro per errore. AWS IAM Access Analyzer va usato in modo proattivo per capire chi, all’esterno dell’account, può potenzialmente raggiungere le risorse tramite trust policy troppo larghe:

aws accessanalyzer list-findings \
  --analyzer-arn arn:aws:access-analyzer:eu-west-1:123456789012:analyzer/nome-analyzer \
  --filter '{"status":{"eq":["ACTIVE"]}}'

5. Impedire che le chiavi finiscano nel commit, non solo dopo


Trattare ogni commit come una potenziale fuga di dati è l’unico approccio realistico: il 43% delle chiavi individuate nella ricerca era presente in più posizioni contemporaneamente, segno che, una volta trapelata, una credenziale si propaga rapidamente in fork, mirror e archivi di terze parti. Strumenti come gitleaks o TruffleHog vanno integrati come pre-commit hook, così da bloccare il problema prima che raggiunga il repository remoto:

# installazione di un pre-commit hook con gitleaks
gitleaks protect --staged -v

GitHub, GitLab e Gitea offrono inoltre scanning nativo dei secret sui push, con notifica automatica ad AWS quando viene rilevata una chiave valida: è da qui che nasce la policy AWSCompromisedKeyQuarantine, applicata automaticamente da AWS quando una chiave viene rilevata esposta pubblicamente. Nella ricerca, il 12% delle chiavi la portava già — un segnale che, se ignorato, lascia comunque la chiave tecnicamente valida per operazioni di sola lettura in molti casi, e va trattato come un incidente da chiudere subito, non come un avviso a bassa priorità.

Conclusione


Il dato più utile di questa ricerca non è il numero assoluto di chiavi esposte, ma la fotografia di cosa succede quando la rotazione delle credenziali non è un processo automatizzato ma una buona intenzione: dopo cinque anni, in media, nessuno se ne ricorda più. Per chi amministra infrastrutture AWS, il valore pratico sta tutto nella lista di controlli sopra — nessuno dei quali richiede strumenti terzi costosi o una rewrite dell’architettura. Un inventario delle chiavi, un budget alert, un permission boundary e un pre-commit hook sono interventi che si implementano in un pomeriggio e che, secondo questi numeri, la maggior parte delle organizzazioni non ha ancora messo in pratica.

Fonte: Truffle Security — «768 Leaked Corporate AWS Keys Held Full Admin Rights», ripreso da Petri.com.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

EndeavourOS Titan Nova: nuova immagine ISO con kernel Linux 7.1.8 e KDE Plasma 6.7.4


EndeavourOS Titan Nova è una nuova immagine ISO di aggiornamento della distribuzione GNU/Linux EndeavourOS basata su Arch Linux, appartenente alla serie EndeavourOS Titan. Include l’aggiornamento del kernel Linux, il rinnovamento dell’ambiente desktop e una...

🔗 Leggi il post completo

Dario Fadda reshared this.

Ratcliffe a Mosca in segreto, mentre Washington dice "non è la nostra guerra"


Il direttore della CIA John Ratcliffe è volato in segreto a Mosca martedì scorso, prima visita nota di un capo dell'intelligence americana in Russia dal 2021. Secondo Washington Post e Wall Street Journal, l'incontro avrebbe riguardato la guerra in Ucraina, le sanzioni contro Teh…


ilglobale.it/storia/ratcliffe-…

Accise sul gasolio, tredicesima proroga: lo "strutturale" resta un miraggio


Il governo ha prorogato fino al 5 settembre lo sconto di 17 centesimi al litro sulle accise del gasolio, l'ennesima proroga di una misura tampone attiva da marzo. Il costo, circa 130 milioni di euro, viene coperto con un anticipo delle tasse sui dividendi dei grandi gruppi energe…


ilglobale.it/storia/accise-sul…

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

DXVK 3.1: correzioni per vecchi giochi e problemi di shader


DXVK è un layer di traduzione open source progettato per convertire le chiamate delle API Direct3D 8, 9, 10 e 11 in chiamate Vulkan, l’Interfaccia di Programmazione delle Applicazioni moderna e multipiattaforma utilizzata per...

🔗 Leggi il post completo

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Jellyfin Server: cos’è e come installarlo su Linux


Jellyfin Server, il media server open source per Linux. Come installarlo facilmente su Ubuntu, Debian e altre distribuzioni.
L'articolo "Jellyfin Server: cos’è e come installarlo su Linux" proviene da Linux Easy.
Questo contenuto è distribuito con licenza CC BY-NC 4.0 non riprodurre questo articolo o immagini senza permesso.

🔗 Leggi il post completo

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Ubuntu 26.04.1 LTS “Resolute Raccoon”: arriva la prima “point release”


Ubuntu è una distribuzione GNU/Linux sviluppata da Canonical, azienda britannica fondata nel 2004 da Mark Shuttleworth con l’obiettivo di portare il mondo GNU/Linux sul desktop e nei data center con un’esperienza curata, stabile e...

🔗 Leggi il post completo

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Google Chrome potrebbe arrivare ufficialmente su Flatpak per Linux


Google sta testando il supporto Flatpak per Chrome su Linux, un possibile passo verso pacchetti ufficiali più sicuri e integrati con il desktopL'articolo "Google Chrome potrebbe arrivare ufficialmente su Flatpak per Linux" proviene da Linux Easy.
Questo contenuto è distribuito con licenza CC BY-NC 4.0 non riprodurre questo articolo o immagini senza permesso.

🔗 Leggi il post completo

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Xiaomi Smart Band 11 in quattro varianti: spunta anche un’edizione All-Metal


Xiaomi starebbe per ampliare in modo significativo la gamma della prossima Smart Band 11, la sua fascia di attività di fascia economica più venduta. Secondo alcuni riferimenti individuati all'interno dell'app ufficiale Xiaomi Health Research, la nuova serie potrebbe arrivare sul mercato in quattro varianti distinte, inclusa una inedita edizione realizzata interamente in metallo. Quattro modelli individuati nell'app Xiaomi I riferimenti scovati nell'applicazione indicano quattro nomi: la […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Xiaomi starebbe per ampliare in modo significativo la gamma della prossima Smart Band 11, la sua fascia di attività di fascia economica più venduta. Secondo alcuni riferimenti individuati all’interno dell’app ufficiale Xiaomi Health Research, la nuova serie potrebbe arrivare sul mercato in quattro varianti distinte, inclusa una inedita edizione realizzata interamente in metallo.

Quattro modelli individuati nell’app Xiaomi


I riferimenti scovati nell’applicazione indicano quattro nomi: la Smart Band 11 standard, una versione con NFC per i pagamenti contactless, un’edizione in ceramica e, soprattutto, una linea “All-Metal Edition” mai vista prima nella serie. La già nota Smart Band 11 Active, lanciata in alcuni mercati come modello a sé stante, non rientrerebbe in questa famiglia.

La novità più attesa: l’edizione All-Metal


Al momento non è chiaro se il termine “All-Metal” indichi una scocca interamente metallica o soltanto l’utilizzo di una cornice in lega diversa da quella dei modelli attuali. Xiaomi ha già sperimentato in passato materiali come alluminio e ceramica sulle sue smart band, ma non aveva mai proposto una variante interamente in metallo: un dettaglio che lascia intendere una spinta verso un design più premium, capace di intercettare anche chi cerca un accessorio più curato oltre al semplice monitoraggio fitness.

Lancio possibile a settembre


Le versioni standard e NFC risultano già registrate presso enti di certificazione cinesi, un segnale che l’annuncio ufficiale potrebbe essere ormai vicino. Secondo alcune fonti la presentazione potrebbe avvenire a settembre, insieme ad altri prodotti Xiaomi in arrivo nello stesso periodo, tra cui probabilmente anche nuovi smartphone e tablet.

Se le indiscrezioni fossero confermate, Xiaomi offrirebbe per la prima volta una gamma di smart band davvero variegata, capace di coprire sia il pubblico più attento al prezzo sia chi cerca materiali e finiture superiori, senza rinunciare alle funzioni di monitoraggio della salute e dell’attività fisica che hanno reso popolare la serie.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Motorola Razr con cristalli Swarovski: l’annuncio ufficiale arriva all’IFA di Berlino


Motorola ha ufficialmente annunciato l'arrivo di una nuova edizione speciale del suo pieghevole Razr, questa volta impreziosita da cristalli Swarovski. Il teaser pubblicato sui canali social del brand mostra la parte posteriore di un dispositivo della serie Razr, lasciando intuire che la base di partenza sia il modello più recente, il Razr 70. Presentazione ufficiale prevista all'IFA di Berlino La nuova edizione speciale debutterà a inizio settembre in occasione dell'IFA 2026 di Berlino, […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Motorola ha ufficialmente annunciato l’arrivo di una nuova edizione speciale del suo pieghevole Razr, questa volta impreziosita da cristalli Swarovski. Il teaser pubblicato sui canali social del brand mostra la parte posteriore di un dispositivo della serie Razr, lasciando intuire che la base di partenza sia il modello più recente, il Razr 70.

Presentazione ufficiale prevista all’IFA di Berlino


La nuova edizione speciale debutterà a inizio settembre in occasione dell’IFA 2026 di Berlino, la fiera tecnologica tedesca che ogni anno ospita gli annunci di numerosi produttori. Motorola non ha ancora svelato dettagli su design, nome commerciale o prezzo, ma la scelta di puntare sui cristalli Swarovski conferma la strategia del brand di trasformare Razr in un accessorio di moda, oltre che in uno smartphone.

Non è la prima collaborazione con Swarovski


Motorola aveva già percorso questa strada lo scorso anno con un’edizione speciale del Razr 60 e, successivamente, con una variante dell’Edge 70 impreziosita dagli stessi cristalli. Il nuovo annuncio conferma quindi la volontà dell’azienda di proseguire questo filone, puntando su un pubblico interessato tanto al design quanto alla tecnologia.

Le caratteristiche del Razr 70 di base


Il Razr 70 standard, su cui dovrebbe basarsi l’edizione speciale, monta un display pieghevole LTPO OLED da 6,9 pollici con refresh rate a 120 Hz e picco di luminosità fino a 3.000 nit. Il cuore pulsante è il chipset MediaTek Dimensity 7450X, abbinato a un massimo di 512 GB di memoria interna. Sul comparto fotografico troviamo una fotocamera principale da 50 megapixel con stabilizzazione ottica e un’ultra grandangolare, sempre da 50 megapixel. La batteria da 4.800 mAh supporta la ricarica rapida cablata a 30W e quella wireless a 15W.

Tutti i dettagli su design definitivo, colorazioni, disponibilità e prezzo della versione Swarovski saranno resi noti direttamente all’IFA, dove Motorola dovrebbe presentare anche altre novità di prodotto.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Xiaomi 18 Fold sarà il primo al mondo con memoria LPDDR6, confermata la produzione CXMT


Il prossimo pieghevole di punta di Xiaomi, il Xiaomi 18 Fold atteso a settembre, sarà il primo smartphone al mondo a montare memoria LPDDR6, lo standard di nuova generazione sviluppato dal produttore cinese CXMT. L'azienda ha confermato ufficialmente l'avvio della produzione in serie di questi chip, individuando proprio il pieghevole Xiaomi come prodotto di lancio. Debutto mondiale per la memoria LPDDR6 L'annuncio è arrivato tramite i canali social cinesi di CXMT, che ha indicato il […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Il prossimo pieghevole di punta di Xiaomi, il Xiaomi 18 Fold atteso a settembre, sarà il primo smartphone al mondo a montare memoria LPDDR6, lo standard di nuova generazione sviluppato dal produttore cinese CXMT. L’azienda ha confermato ufficialmente l’avvio della produzione in serie di questi chip, individuando proprio il pieghevole Xiaomi come prodotto di lancio.

Debutto mondiale per la memoria LPDDR6


L’annuncio è arrivato tramite i canali social cinesi di CXMT, che ha indicato il Xiaomi 18 Fold come primo dispositivo a utilizzare la nuova memoria in produzione di massa. La notizia è stata confermata anche dal fondatore di Xiaomi, Lei Jun, che ha ufficializzato l’abbinamento tra la memoria CXMT e il nuovo processore proprietario Xring O3.

Prestazioni ed efficienza energetica al centro


Lo standard LPDDR6 succede alle attuali LPDDR5 e LPDDR5X, promettendo maggiore larghezza di banda e migliore efficienza energetica. Sulla carta lo standard può raggiungere una velocità di trasferimento massima di 14.400 MT/s, mentre l’implementazione di CXMT abbinata a Xring O3 dovrebbe operare a 10.667 MT/s con possibilità di spingersi fino a 12.800 MT/s, grazie anche a un’interfaccia a 24 bit. Un salto prestazionale che avvantaggerebbe soprattutto l’elaborazione AI on-device e le applicazioni più esigenti, come il gaming.

Anche il tablet Xiaomi Pad 9 Pro Max sulla stessa piattaforma


La combinazione tra Xring O3 e memoria LPDDR6 di CXMT non sarebbe riservata al solo Xiaomi 18 Fold: secondo le indiscrezioni, la stessa piattaforma equipaggerebbe anche il futuro tablet Xiaomi Pad 9 Pro Max, segno che l’azienda punta a spingere il proprio chipset proprietario su più categorie di prodotto, riducendo la dipendenza da Qualcomm sui modelli di punta.

Batteria da 6.000 mAh e fotocamera da 200 megapixel


Le indiscrezioni emerse finora parlano di un Xiaomi 18 Fold con display da circa 7,6 pollici, batteria da 6.000 mAh con supporto alla ricarica wireless e una fotocamera principale da 200 megapixel. Con la presentazione ufficiale ormai vicina, Xiaomi sembra pronta a puntare su una combinazione hardware fortemente proprietaria per il suo pieghevole di punta.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Xperia 10 VIII, il mistero della batteria: 5 ore di autonomia in più dell’Xperia 10 VII a parità di specifiche


Un confronto tra i dati ufficiali pubblicati nel database europeo EPREL ha rivelato una differenza sorprendente nell'autonomia tra il nuovo Sony Xperia 10 VIII e il suo predecessore, l'Xperia 10 VII. Nonostante entrambi montino una batteria da 5.000 mAh e specifiche tecniche pressoché identiche, il nuovo modello riesce a garantire oltre cinque ore di autonomia in più nei test standardizzati europei. I numeri ufficiali del database EPREL Secondo i dati EPREL, l'Xperia 10 VII (XQ-FE54) […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Un confronto tra i dati ufficiali pubblicati nel database europeo EPREL ha rivelato una differenza sorprendente nell’autonomia tra il nuovo Sony Xperia 10 VIII e il suo predecessore, l’Xperia 10 VII. Nonostante entrambi montino una batteria da 5.000 mAh e specifiche tecniche pressoché identiche, il nuovo modello riesce a garantire oltre cinque ore di autonomia in più nei test standardizzati europei.

I numeri ufficiali del database EPREL


Secondo i dati EPREL, l’Xperia 10 VII (XQ-FE54) raggiunge un’autonomia di 48 ore e 10 minuti per ciclo di ricarica, mentre l’Xperia 10 VIII (XQ-GH54) arriva a 53 ore e 13 minuti: un incremento di oltre 5 ore, pari a circa il 10,5%. Il risultato è talmente netto da far salire il nuovo modello dalla classe energetica B alla A, il massimo livello previsto dall’etichetta europea. La durata prevista in cicli di ricarica, pari a 1.400, resta invece identica tra i due modelli.

Come è possibile un miglioramento così netto


Con capacità della batteria e chipset praticamente invariati, il balzo in avanti sembra dipendere da una serie di ottimizzazioni interne difficili da leggere su una scheda tecnica. Tra le ipotesi più probabili ci sono un pannello OLED di nuova generazione più efficiente, una gestione più raffinata del refresh rate variabile, un chip di pilotaggio del display meno energivoro e un miglior controllo dei processi in background da parte di Android e dell’interfaccia Xperia UI. Anche il chip di gestione dell’alimentazione e il modulo di connettività potrebbero aver ricevuto ritocchi che, sommati, incidono sensibilmente sull’autonomia complessiva.

La lezione: l’autonomia non si misura solo in mAh


Il caso dell’Xperia 10 VIII dimostra come l’autonomia reale di uno smartphone dipenda tanto dall’efficienza dei singoli componenti e dall’ottimizzazione software quanto dalla capacità nominale della batteria. Invece di aumentare le dimensioni dell’accumulatore, Sony sembra aver lavorato soprattutto sull’efficienza energetica complessiva del dispositivo, un dettaglio che nella pratica quotidiana può fare una differenza notevole per chi utilizza lo smartphone tutto il giorno.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

One UI 9 beta su Galaxy S26: arrivano le funzioni del Galaxy Z Fold 8 con Android 17


Samsung ha avviato la distribuzione di una nuova beta di One UI 9, basata su Android 17, dedicata alla serie Galaxy S26. L'aggiornamento porta sui modelli non pieghevoli alcune delle funzioni introdotte di recente sul Galaxy Z Fold 8, ampliando così l'esperienza software condivisa all'interno della gamma di punta di Samsung. Le funzioni in arrivo dal Galaxy Z Fold 8 Tra le novità principali figurano “Call Brief”, le card personalizzabili di “Now Brief” e la funzione “Fan Cam”, […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Samsung ha avviato la distribuzione di una nuova beta di One UI 9, basata su Android 17, dedicata alla serie Galaxy S26. L’aggiornamento porta sui modelli non pieghevoli alcune delle funzioni introdotte di recente sul Galaxy Z Fold 8, ampliando così l’esperienza software condivisa all’interno della gamma di punta di Samsung.

Le funzioni in arrivo dal Galaxy Z Fold 8


Tra le novità principali figurano “Call Brief”, le card personalizzabili di “Now Brief” e la funzione “Fan Cam”, tutte già disponibili sul pieghevole di Samsung. A queste si aggiunge una nuova barra di ricerca Google in home screen, che gli utenti potranno comunque scegliere di mostrare o nascondere a piacimento.

Corretti riavvii improvvisi e migliorata la modalità Non disturbare


Oltre alle nuove funzioni, il changelog ufficiale di Samsung segnala interventi sulla stabilità del sistema, in particolare la correzione di un problema che in determinate condizioni provocava riavvii intermittenti del dispositivo. È stata inoltre migliorata l’usabilità della modalità Non disturbare.

Beta al momento riservata al Galaxy S26


La nuova beta è disponibile tramite l’app Samsung Members esclusivamente per Galaxy S26, Galaxy S26+ e Galaxy S26 Ultra. Per ora non ci sono indicazioni su quando la serie Galaxy S25 riceverà lo stesso trattamento: Samsung ha sempre distribuito gli aggiornamenti in modo scaglionato tra le diverse generazioni e categorie di dispositivi.

Con l’estensione delle funzioni del Fold 8 anche ai modelli tradizionali, Samsung continua a compattare l’esperienza software tra le sue diverse linee di prodotto, in attesa che Android 17 e One UI 9 arrivino in versione stabile su un numero più ampio di dispositivi.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Conviene aspettare per comprare il Pixel 11? La tesi di Android Police tra funzioni mancanti e sconti futuri


Il nuovo Google Pixel 11 è arrivato sul mercato puntando forte su intelligenza artificiale e nuove funzioni, ma secondo la nota testata Android Police potrebbe convenire non affrettarsi all'acquisto. Nell'articolo, la redazione sostiene che aspettare qualche mese potrebbe restituire un dispositivo più completo e, potenzialmente, anche più economico. Non tutte le funzioni annunciate sono già disponibili Il primo motivo riguarda le funzionalità mostrate durante l'evento di lancio ma non […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Il nuovo Google Pixel 11 è arrivato sul mercato puntando forte su intelligenza artificiale e nuove funzioni, ma secondo la nota testata Android Police potrebbe convenire non affrettarsi all’acquisto. Nell’articolo, la redazione sostiene che aspettare qualche mese potrebbe restituire un dispositivo più completo e, potenzialmente, anche più economico.

Non tutte le funzioni annunciate sono già disponibili


Il primo motivo riguarda le funzionalità mostrate durante l’evento di lancio ma non ancora pienamente operative al debutto. È il caso di “HiLight”, la funzione che sfrutta il flash LED per le notifiche, disponibile solo in forma limitata nei primi giorni di commercializzazione. Anche diverse funzioni legate a Gemini Intelligence, che Google considera centrale per il futuro di Android, verranno introdotte gradualmente nei prossimi mesi tramite i consueti Pixel Drop.

I precedenti non mancano


Non è la prima volta che Google promette funzioni che arrivano con notevole ritardo. Sul Pixel 8 Pro, la funzione “Zoom Enhance” per il miglioramento degli zoom fotografici è arrivata solo a ridosso del lancio del Pixel 9, mentre il sensore di temperatura corporea ha richiesto tempo per ottenere le necessarie autorizzazioni prima di diventare pienamente utilizzabile.

Il fattore prezzo: sconti frequenti dopo il lancio


L’altro grande argomento riguarda il prezzo. Secondo Android Police, il Pixel 10 Pro ha già subito un taglio di 300 dollari proprio a ridosso dell’annuncio del Pixel 11, scendendo a 699 dollari, mentre il Pixel 10 standard è sceso di 200 dollari fino a 599. Un copione simile si era già visto con il Pixel 9. Il Pixel 11 parte da 899 dollari e il Pixel 11 Pro da 1.099 dollari, cifre più alte rispetto al passato anche a causa del rincaro dei componenti di memoria: un motivo in più, secondo la testata, per valutare un acquisto posticipato.

Attenzione però alle promozioni di lancio


Non tutto gioca a favore dell’attesa: Google offre attualmente una promozione di permuta che può arrivare fino a 600 dollari di sconto sul Pixel 11 Pro, un vantaggio che potrebbe superare un futuro ribasso di listino. Chi ha bisogno di sostituire subito lo smartphone o vuole sfruttare da subito le novità hardware potrebbe quindi non trovare convenienza nell’attendere.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Pixel 10a al top tra gli Android in Giappone: quota del 7% nel secondo trimestre 2026


Google continua a rafforzare la propria presenza sul mercato giapponese grazie al Pixel 10a. Secondo i dati diffusi dalla società di analisi Counterpoint Research relativi al secondo trimestre 2026, il modello economico della gamma Pixel ha conquistato una quota del 7% delle vendite di smartphone in Giappone, posizionandosi tra i dispositivi Android più venduti del Paese. Un mercato dominato da iPhone, dove Pixel resiste Il Giappone è storicamente uno dei mercati più favorevoli ad […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Google continua a rafforzare la propria presenza sul mercato giapponese grazie al Pixel 10a. Secondo i dati diffusi dalla società di analisi Counterpoint Research relativi al secondo trimestre 2026, il modello economico della gamma Pixel ha conquistato una quota del 7% delle vendite di smartphone in Giappone, posizionandosi tra i dispositivi Android più venduti del Paese.

Un mercato dominato da iPhone, dove Pixel resiste


Il Giappone è storicamente uno dei mercati più favorevoli ad Apple, con iPhone 17 e iPhone 17E ai vertici delle classifiche di vendita. Proprio per questo, il risultato ottenuto dal Pixel 10a assume ancora più valore: tra i produttori Android, Google è tra i pochi a riuscire a ritagliarsi uno spazio significativo in un contesto così sbilanciato verso iOS.

La serie “a” continua a crescere generazione dopo generazione


Un dato interessante emerso dal confronto con l’anno precedente è che il Pixel 9a non era presente nella stessa classifica dei modelli più venduti. Il salto compiuto dal Pixel 10a suggerisce quindi non solo una buona accoglienza del prodotto, ma anche un ricambio generazionale riuscito, con gli utenti che abbandonano i modelli precedenti a favore del nuovo arrivato.

Il ruolo cruciale della serie a nella strategia Pixel


Il successo giapponese del Pixel 10a si spiega soprattutto con il rapporto qualità-prezzo: la serie “a” offre il software e le funzioni fotografiche tipiche di Google a un costo più accessibile rispetto ai modelli di punta. A livello globale, Android mantiene comunque una quota di mercato di circa il 75% contro il 20% di iOS, ma in Giappone gli equilibri restano molto diversi. Pixel, in questo contesto, si conferma uno dei pochi marchi Android capaci di crescere in un territorio storicamente ostile, complice anche un’ampia disponibilità presso operatori telefonici e rivenditori locali.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Xiaomi risponde a Samsung: in arrivo con HyperOS 4 lo “Smart privacy display” anti-sguardi indiscreti


Dopo il debutto della funzione “Privacy Display” sul Samsung Galaxy S26 Ultra, anche Xiaomi starebbe lavorando a una soluzione simile per proteggere lo schermo da sguardi indiscreti. Alcune schermate trapelate online mostrerebbero un'opzione chiamata “Smart privacy display”, attesa con il rilascio di HyperOS 4. Come dovrebbe funzionare La funzione punta a limitare la leggibilità dello schermo da parte di chi si trova accanto all'utente, una protezione utile su mezzi pubblici o in […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Dopo il debutto della funzione “Privacy Display” sul Samsung Galaxy S26 Ultra, anche Xiaomi starebbe lavorando a una soluzione simile per proteggere lo schermo da sguardi indiscreti. Alcune schermate trapelate online mostrerebbero un’opzione chiamata “Smart privacy display”, attesa con il rilascio di HyperOS 4.

Come dovrebbe funzionare


La funzione punta a limitare la leggibilità dello schermo da parte di chi si trova accanto all’utente, una protezione utile su mezzi pubblici o in luoghi affollati. Dalle immagini emerse, la protezione non sarebbe applicata soltanto a livello di sistema: sarebbe possibile attivarla anche per singole app, tramite un’opzione dedicata chiamata “App privacy display”, oltre che per le notifiche.

Protezione automatica per password e pagamenti


Nella versione cinese di HyperOS sarebbe presente anche una funzione chiamata “Page privacy display”, pensata per proteggere automaticamente le schermate più sensibili, come l’inserimento di password, i pagamenti e i trasferimenti di denaro, senza dover attivare manualmente la protezione ogni volta.

Alcuni limiti già noti


Come spesso accade con le funzioni ancora in fase di sviluppo, Xiaomi avrebbe già segnalato alcune limitazioni: la funzione non sarebbe compatibile con l’orientamento orizzontale dello schermo, potrebbe non funzionare correttamente con alcuni temi di terze parti sulla schermata di blocco e comporterebbe un lieve aumento del consumo energetico, tanto da disattivarsi automaticamente quando è attiva la modalità di risparmio batteria.

Al momento non è chiaro se la funzione sarà disponibile anche sulla versione globale di HyperOS 4, attesa nella seconda parte dell’anno. Se confermata, si tratterebbe comunque di un’aggiunta interessante per chi utilizza spesso lo smartphone in luoghi pubblici e desidera maggiore riservatezza senza rinunciare alla praticità.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Xperia 1 VIII è lo “smartphone Android ideale” secondo Android Police, ma il prezzo resta un ostacolo


Il nuovo top di gamma Sony, l'Xperia 1 VIII, ha ricevuto una recensione a dir poco particolare da parte della autorevole testata Android Police: da un lato viene descritto come lo smartphone Android più vicino all'ideale, dall'altro il prezzo elevato viene indicato come il suo principale tallone d'Achille. Jack audio e microSD, funzioni ormai rare Tra gli elementi più apprezzati dalla recensione ci sono due caratteristiche ormai scomparse dalla maggior parte dei flagship: l'ingresso jack […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Il nuovo top di gamma Sony, l’Xperia 1 VIII, ha ricevuto una recensione a dir poco particolare da parte della autorevole testata Android Police: da un lato viene descritto come lo smartphone Android più vicino all’ideale, dall’altro il prezzo elevato viene indicato come il suo principale tallone d’Achille.

Jack audio e microSD, funzioni ormai rare


Tra gli elementi più apprezzati dalla recensione ci sono due caratteristiche ormai scomparse dalla maggior parte dei flagship: l’ingresso jack da 3,5 mm per le cuffie e lo slot per schede microSD. Se molti produttori hanno abbandonato entrambe le soluzioni sulla scia di Apple, Sony continua a offrirle su Xperia 1 VIII, insieme a uno Snapdragon 8 Elite Gen 5, almeno 12 GB di RAM, 256 GB di storage e un comparto fotografico con tre sensori da 48 megapixel.

Un’intelligenza artificiale meno invasiva


Un altro aspetto sottolineato dalla recensione è l’approccio più discreto all’intelligenza artificiale. Xperia 1 VIII supporta funzioni come Google Gemini e Circle to Search, ma senza il continuo protagonismo dell’AI che caratterizza molti concorrenti: Sony la utilizza soprattutto per migliorare l’elaborazione fotografica, lasciando comunque all’utente la scelta di quando sfruttarla.

Il vero problema: il prezzo


Il prezzo di listino nel Regno Unito è di 1.400 sterline, corrispondenti a circa 1.900 dollari, una cifra molto vicina a quella di un pieghevole come il Samsung Galaxy Z Fold 8. Secondo Android Police, questo rappresenta il limite più evidente del dispositivo: con lo stesso budget, un utente potrebbe orientarsi verso un dispositivo pieghevole con caratteristiche molto diverse.

Il confronto (ipotetico) con Pixel 11 Pro


La testata ha spinto oltre il confronto, ipotizzando cosa accadrebbe se Xperia 1 VIII costasse quanto un Google Pixel 11 Pro, circa 1.100 dollari. In quel caso, secondo la recensione, lo smartphone Sony avrebbe la meglio sul piano hardware, grazie a fotocamere, jack audio e slot microSD. Il Pixel 11 Pro resterebbe però avvantaggiato sul fronte del supporto software, con 7 anni di aggiornamenti contro i 4 garantiti da Sony, oltre alle funzioni AI esclusive di Google.

Il verdetto finale è chiaro: Xperia 1 VIII avrebbe tutte le carte in regola per essere lo smartphone Android ideale, a patto che Sony rivedesse la propria strategia di prezzo in vista dei prossimi modelli.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Hisense A10 Ultra: lo smartphone con doppio schermo, E Ink davanti e LCD a colori removibile sul retro


Hisense ha presentato in Cina uno smartphone decisamente fuori dagli schemi: l'A10 Ultra combina un display principale in E Ink con un secondo schermo a colori removibile, agganciato magneticamente sul retro. Un'accoppiata pensata per unire il risparmio energetico della carta elettronica alla versatilità di un display LCD tradizionale. Schermo E Ink davanti, LCD a colori sul retro Il pannello principale è un E Ink Carta 1300 da 6,13 pollici, con risoluzione 1648x824 pixel e densità di […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Hisense ha presentato in Cina uno smartphone decisamente fuori dagli schemi: l’A10 Ultra combina un display principale in E Ink con un secondo schermo a colori removibile, agganciato magneticamente sul retro. Un’accoppiata pensata per unire il risparmio energetico della carta elettronica alla versatilità di un display LCD tradizionale.

Schermo E Ink davanti, LCD a colori sul retro


Il pannello principale è un E Ink Carta 1300 da 6,13 pollici, con risoluzione 1648×824 pixel e densità di 300 ppi. Essendo un display in bianco e nero, è particolarmente indicato per la lettura di ebook e la navigazione web prolungata, offrendo inoltre un’ottima leggibilità alla luce diretta del sole e consumi molto contenuti. Una retroilluminazione regolabile su 36 livelli di intensità e tonalità ne migliora l’uso anche di sera.

Il secondo display, a colori, misura 4,96 pollici e può essere agganciato o rimosso a piacimento grazie a un sistema magnetico, restituendo un’esperienza più vicina a quella di uno smartphone tradizionale per video e giochi, ambiti in cui l’E Ink mostra i suoi limiti.

Il magnete serve anche per la ricarica wireless


Una volta rimosso lo schermo posteriore, gli stessi magneti utilizzati per l’aggancio possono essere sfruttati per la ricarica wireless, fino a 15W, mentre via cavo USB-C si arriva a 18W. La batteria ha una capacità di 4.000 mAh.

Specifiche di fascia media, Android 16 con Play Store


Sotto la scocca, l’Hisense A10 Ultra monta il SoC Qualcomm Dragonwing Q-6690, una fotocamera principale da 48 megapixel e una anteriore da 8 megapixel, oltre a connettività NFC, Wi-Fi 6 e trasmettitore a infrarossi. Il sistema operativo è Android 16 con pieno accesso al Google Play Store, un dettaglio non scontato per gli smartphone basati su E Ink, spesso penalizzati da problemi di compatibilità con le app.

Prezzo e disponibilità


La gamma A10 comprende anche il modello A10 Pro, privo del display posteriore removibile, proposto in Cina a partire da 2.799 yuan (circa 420 dollari) per la versione 8/128 GB e 3.499 yuan (circa 520 dollari) per la 12/512 GB. La variante Ultra costa 400 yuan in più rispetto alle configurazioni equivalenti del modello Pro. Al momento non sono previsti annunci per il lancio del dispositivo al di fuori della Cina.

Dario Fadda reshared this.

Dario Fadda ha ricondiviso questo.

Gemini Intelligence richiede almeno Gemini Nano v3: Pixel 11 e Galaxy Z Fold8 già pronti per Nano 4


Google ha aggiornato i requisiti hardware necessari per sfruttare Gemini Intelligence, la suite di funzioni AI avanzate che l'azienda sta progressivamente estendendo ad Android. Tra le novità più rilevanti, il requisito minimo del modello on-device Gemini Nano v3, mentre Pixel 11 e Galaxy Z Fold8 risultano già tra i primi smartphone dotati della versione più recente, Gemini Nano 4. Chi ha già Gemini Nano 4 Secondo la documentazione ufficiale per sviluppatori aggiornata da Google dopo […]
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Google ha aggiornato i requisiti hardware necessari per sfruttare Gemini Intelligence, la suite di funzioni AI avanzate che l’azienda sta progressivamente estendendo ad Android. Tra le novità più rilevanti, il requisito minimo del modello on-device Gemini Nano v3, mentre Pixel 11 e Galaxy Z Fold8 risultano già tra i primi smartphone dotati della versione più recente, Gemini Nano 4.

Chi ha già Gemini Nano 4


Secondo la documentazione ufficiale per sviluppatori aggiornata da Google dopo il lancio del Pixel 11, i primi dispositivi compatibili con “nano-v4” includono, lato Google, Pixel 11, Pixel 11 Pro, Pixel 11 Pro XL e Pixel 11 Pro Fold. Sul fronte Samsung figurano invece Galaxy Z Flip8, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Fold8 Ultra.


Non basta il chip: servono RAM e supporto a lungo termine


Sul sito ufficiale di Android, Google chiarisce che l’accesso a Gemini Intelligence non dipende soltanto dal supporto a Gemini Nano v3 o superiore, ma anche da requisiti hardware più ampi: almeno 12 GB di RAM, un chipset di fascia flagship recente, il supporto ad Android 17 o versioni successive, oltre a un impegno di aggiornamenti software e di sicurezza a lungo termine e alla stabilità del dispositivo.

Funzioni già attive su Galaxy e Pixel


Gemini Intelligence ha debuttato lo scorso mese sui pieghevoli Samsung, introducendo funzioni di automazione capaci di operare su oltre 40 app differenti. Sul fronte Pixel 11, Google ha invece introdotto novità come “Rambler” e “Proactive Assistance”. Resta invece incerto se modelli più datati ma comunque recenti, come Pixel 10 o Galaxy S26, riceveranno il pieno supporto in futuro.

Con requisiti così stringenti su memoria e generazione del chip AI, Google sembra voler riservare le funzioni più avanzate ai dispositivi di ultimissima generazione, rendendo il supporto a Gemini Intelligence un elemento sempre più rilevante nella scelta tra un modello nuovo e uno di qualche generazione precedente.

Dario Fadda reshared this.