La Cina rimpatria i fuggiaschi nordcoreani
Per J.M. Missionary Union, molte delle espulsioni sarebbero avvenute simultaneamente nelle città cinesi di Tumen, Hunchun, Changbai, Dandong e Nanping, nella serata del 9 ottobre. Secondo Human Rights Watch quelli accertati sarebbero un’ottantina: la maggior parte dei fuggiaschi sono donne e affrontano il “grave rischio di detenzione nei campi di lavoro, di tortura, volenze sessuali, sparizioni forzate ed esecuzioni.”
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In Cina e Asia – Xi vuole cooperare con i paesi arabi per una "soluzione duratura” a Gaza
Conflitto Israele-Hamas, la Cina è pronta a cooperare con i paesi arabi per una "soluzione duratura"
L'Afghanistan vuole entrare nella BRI
Ambasciata cinese negli Usa: "Vertice Biden-Xi possibile solo con il rispetto di 4 interessi fondamentali"
Pentagono: "La Cina avrà 1000 testate operative entro il 2030"
Il Canada ritira dall'India 41 diplomatici
Navi russe e di Hong Kong indagate per danneggiamento al gasdotto sottomarino nel golfo di Finlandia
La BRI diventa un'autostrada per lo yuan. E l'Argentina ne approfitta
Dopo il divieto della Cina, Tokyo potrebbe affidare ai detenuti la lavorazione delle capesante
Corea del Nord, il ministro degli Esteri russo Lavrov incontra Kim
Filippine, l'esercito formerà un comando specializzato contro i cyberattacchi
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In Cina e Asia – BRI Forum, la Cina promuovere una governance globale per l’IA
Belt and Road forum, la Cina promuove una governance globale per l’IA
Fukushima, la Cina partecipa allo studio su radioattività delle acque
Apple pronta a lanciare
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Xi (con Putin) presenta il futuro della Belt and Road
Progetti più piccoli e "intelligenti", economia green, Via della Seta digitale: la Cina apre il secondo decennio del suo progetto. E lancia una nuova iniziativa globale sull'intelligenza artificiale. Raffica di bilaterali del leader di Pechino, mentre Lavrov arriva a Pyongyang
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Edward Said ha letto nella Storia il futuro della Palestina
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Pagine Esteri, 18 ottobre 2023. Riproponiamo questo articolo su Edward Said scritto nel 2021, dopo i disordini avvenuti in Cisgiordania e a Gerusalemme, seguiti dai bombardamenti israeliani della Striscia di Gaza. Nel mese di maggio le proteste per gli espropri di case palestinesi a Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme, si sono trasformati in scontri con la polizia israeliana. All’aggressione dei fedeli nella Moschea di Al Aqsa a Gerusalemme ha fatto seguito un lancio di razzi da Gaza verso Israele da parte di Hamas e della Jihad Islami che ha ucciso 13 israeliani. L’esercito ha bombardato Gaza, causando circa 250 morti.
di Eliana Riva
Pagine Esteri, 26 luglio 2021 – “L’unica decisione che sarà necessario prendere per quanto riguarda la conoscenza della Storia è se dovremo insegnarla dall’indietro in avanti o da avanti all’indietro” (Tertuliano Màximo Afonso).
Si potrebbe cominciare raccontando del caprone e dell’acro di Weizmann oppure dell’ultima escalation militare, quella dello scorso maggio, tra Israele e Hamas; si potrebbe partire da Sheikh Jarrah o dall’occupazione israeliana del 1967. È complicato individuare un altro storico, scrittore, intellettuale che sia tanto legato al suo tempo e al suo luogo pur riuscendo ad attraversarli, superarli e ritornarvi.
Nel 1996 Edward Said scriveva, in uno dei suoi interventi meno pessimisti sul futuro, che “La scommessa stava nel trovare un modo pacifico di coesistere non come ebrei, musulmani e cristiani ma come cittadini a pari diritto in una stessa terra”.
All’inizio di luglio la Corte Suprema israeliana ha decretato la legittimità della cosiddetta Legge fondamentale o legge Stato-Nazione, che la Knesset aveva approvato nel 2018. Ha rigettato le obiezioni di chi riteneva che questa legge non fosse democratica e rispettosa delle minoranze. La legge Stato-Nazione è il provvedimento che sistema giuridicamente e rende legale la definizione di Israele come Stato della nazione Ebraica. Lo stato degli ebrei.
In Israele circa il 21% della popolazione è composta da arabi, dai palestinesi. La legge Stato-Nazione dichiara che “l’adempimento del diritto all’autodeterminazione nazionale nello stato di Israele è unico per gli Ebrei” e fa esplicito riferimento alla Terra d’Israele quale patria storica degli ebrei. La Terra d’Israele così intesa è la Palestina storica, tutta la regione, quindi che comprende ora Israele e i Territori Palestinesi Occupati. E la norma vi promuove lo sviluppo dell’insediamento ebraico.
Cosa significa tutto questo?
Quando si analizzano le leggi, i regolamenti e le decisioni politiche e giuridiche in Israele, anche quelli più recenti, è necessario tener sempre bene a mente che nella stragrande maggioranza dei casi sono in completa continuità con un progetto pensato, scritto e sostenuto molti anni fa, almeno un secolo. Come le altre, dunque, la legge Stato-Nazione non fa altro che formalizzare una direzione e un progetto che Israele o meglio, l’Organizzazione Mondiale Sionista, aveva già ben chiaro in mente, prima ancora della nascita dello Stato ebraico. Certo, la legge Stato-Nazione in un certo senso legalizza l’apartheid e la discriminazione, ma non ne decreta certo la nascita. Il Jewish National Fund, l’organismo autorizzato a comprare la terra e a gestirla in nome e per conto dell’intero popolo ebraico, è nato nel 1901 e ha cominciato ad acquistare terra nel 1905. Acquistava e affittava terre solamente per gli ebrei. Lo sviluppo dell’insediamento ebraico ne era già l’obiettivo. Perseguito poi negli anni, fino all’occupazione delle case e dei terreni dei profughi palestinesi del 1948, ai quali è stato negato il diritto al ritorno sancito dalle leggi internazionali, e ai quali non è consentito reclamare la proprietà di quelle terre, cosa permessa invece agli ebrei.
Il progetto è stato portato avanti anche in seguito, con gli espropri, con l’espansione delle colonie israeliane nei Territori Palestinesi Occupati, con la Legge degli assenti, con la politica demografica, il divieto al ricongiungimento familiare e così via.
“Il successo del sionismo – dice Edward Said – e la sua efficacia a superare la resistenza arabo-palestinese, sta nel suo essere una politica attenta ai minimi dettagli e non semplicemente una generica visione colonialista. Quindi la Palestina, già dal principio, era un territorio con le sue caratteristiche che fu studiato fino all’ultimo millimetro per pianificarne la colonizzazione, fino ai minimi particolari”.
E il progetto sionista poteva essere realizzato solo centimetro per centimetro, passo per passo. “Un altro acro, un altro caprone” come disse appunto Weizmann, il primo presidente dello Stato d’Israele.
E i palestinesi? Said scrive “gli arabi non hanno saputo rispondere a questo progetto. Forse perché credevano che bastasse il fatto che vivevano lì e possedevano quelle terre”.
Chaim Weizmann
Ma come è potuto accadere che un piano tanto ambizioso e complicato venisse nei fatti realizzato e che anzi sia dopo un secolo in avanzatissima fase attuativa, con gli espropri a Gerusalemme Est, le colonie in espansione, la distruzione dei villaggi beduini, eccetera?
Sono stati di fondamentale importanza i negoziati di pace e il ruolo di giudice assegnato agli Stati Uniti d’America. Said ha letto con estrema lucidità ciò che per molti è diventata un’evidenza solamente dopo molti anni: il Processo di pace aveva il compito di dare maggiore sicurezza e terra a Israele, non di restituirla ai palestinesi.
Come? Con il principio dello status quo, la politica del fatto compiuto, the facts on the ground li chiamano durante i negoziati gli israeliani e i palestinesi. Ha assunto un’importanza totalizzante nel processo di espansione israeliano. Ed è sempre in quest’ottica che si devono guardare i continui espropri di case palestinesi a Gerusalemme Est e gli avanzamenti degli outpost e delle colonie israeliane nei Territori Palestinesi Occupati.
Said aveva già nel 1996 scritto di quanto il concetto dello status quo venisse sistematicamente distorto dai governi israeliani, con il supporto dei negoziatori statunitensi. “Un tempo voleva dire non rinunciare alle posizioni raggiunte, scrive, ma oggi significa derubare aggressivamente il proprio partner di pace (con il suo aiuto) per assicurarsi a sue spese nuovi profitti”.
Ottenere più che si può, tutto quello che è possibile prima di essere, eventualmente, costretti a fermarsi.
Questa è la politica dello status quo, di cui parlava Said. Ed è molto più semplice perseguirla se ci si presenta puntuali agli appuntamenti per i negoziati di pace.
Edward Said aveva compreso perfettamente che spezzettare i negoziati in fasi propedeutiche e fasi conclusive, tutte anticipate dalla firma dell’OLP, avrebbe significato arrivare, una volta giunti alla fase sullo Status definitivo, a non poter più negoziare niente. Perché i palestinesi non avrebbero avuto più nulla da contrattare, avendo sottoscritto già tutto prima, senza chiedere garanzie sulle tematiche fondamentali: Gerusalemme, i profughi, gli insediamenti.
Yitzhak Rabin e Yasser Arafat
Era l’8 novembre 1995. Le trattative sullo Status definitivo non erano ancora cominciate ma Edward Said poteva già prevedere con estrema precisione dove si sarebbe andati a finire.
Le trattative sullo Status definitivo partivano da ciò che era accaduto durante la fase precedente. Tutto ciò che era stato firmato e accettato dall’OLP diventava ora una carta da scambiare per Israele. E l’OLP aveva accettato la presenza dei coloni ad Hebron, l’espansione dei terreni confiscati a Gerusalemme, le ragioni di “sicurezza” dei coloni e poi il territorio spezzettato, la costruzione delle infrastrutture per collegare gli insediamenti, cose che hanno ristretto sempre più un territorio palestinese diventato pian piano troppo piccolo per poter accogliere i rifugiati del 1948, altra cosa sulla quale, quindi, diventava impossibile negoziare.
Ecco allora l’importanza della politica del fatto compiuto e il fallimento totale dei negoziati di pace: i palestinesi provano a far partire la negoziazione dai confini riconosciuti dalla legislazione internazionale ma gli israeliani, invece, continuano a far presente che le cose sono cambiate, che non si può negoziare su qualcosa che non esiste più ma si deve partire dai Facts on the ground, dalla realtà territoriale come è in quel momento. Ed è per questo che la realtà territoriale deve essere cambiata di continuo e in fretta da Israele, per questo non si può fermare la costruzione delle colonie, per questo non si possono bloccare gli espropri, né prima, né durante, né dopo i negoziati di pace.
Per i palestinesi questo vuol dire dover riconoscere le colonie illegali israeliane e le infrastrutture che le collegano e provare a trovare un accordo tuttalpiù su un semplice scambio di terra, nel tentativo disperato di riuscire ancora a dare una qualche continuità a quello che dovrebbe, che poteva essere uno stato palestinese.
La realtà, però, è ben peggiore: pur accettando di partire dai dati di fatto, pur accogliendo tutte le precondizioni poste dai negoziatori israeliani, i palestinesi non hanno mai avuto, già da Oslo, una reale possibilità di trattare qualcosa. E “l’inganno”, come lo ha definito Edward Said, è saltato fuori per intero negli ultimi anni, quando l’Autorità Nazionale Palestinese ha concesso tutto ciò che poteva, ha accettato il ritorno di un numero simbolico di profughi, chiesto solo un piccolo scambio di terre in cambio del riconoscimento delle colonie, consegnato gran parte di Gerusalemme est ad Israele. “Lo apprezziamo molto. Grazie ma no grazie” hanno risposto gli israeliani, salvo poi prendersi con la forza degli espropri, un po’ alla volta, quello che i palestinesi gli avevano proposto di scambiare. L’inganno è venuto fuori ancora una volta a settembre del 2020, con la firma degli “Accordi di Abramo”, una normalizzazione, soprattutto economica e militare tra Israele e alcuni paesi arabi che è solo l’ufficializzazione di ciò che già avveniva nonostante la Palestina, nonostante i palestinesi.
Benjamin Netanyahu, Barack Obama e Abu Mazen
“Per l’Autorità Nazionale Palestinese ogni cosa, inclusi i diritti umani, va sacrificata alla pia immagine del processo di pace”, Said non riusciva a comprendere come fosse possibile che l’Olp e l’ANP poi avessero accettato di negoziare senza alcuna garanzia sulle questioni fondamentali, la cui discussione veniva anzi spostata ad una fase “definitiva” dei negoziati stessi. “Arrivati a quella fase non avrete più niente da negoziare”, diceva Said, e così è stato.
Le critiche di Said all’Olp di Arafat e all’ANP sono state spietate e, ancora una volta, profetiche. Hanno previsto una subalternità e una debolezza sempre crescenti, il meccanismo perverso che, una volta innescato, ha incastrato i suoi rappresentanti nella maniera dualistica e manichea che conosciamo: santi negoziatori o diavoli terroristi. Non è più esistita una via di mezzo. Le contestazioni e le manifestazioni che stanno attraversando in queste settimane la società palestinese sono lo strascico di un lungo processo di decostruzione e allontanamento della leadership palestinese dal popolo che dovrebbe rappresentare.
Insomma, attraverso a Edward Said la storia della Palestina si può leggere e comprendere sia dall’indietro in avanti che da avanti all’indietro, perché come diceva Tertuliano Màximo Afonso attraverso la penna di José Saramago, “parlare di un presente che ogni minuto ci scoppia in faccia, parlarne tutti i giorni dell’anno mentre si risale navigando nel fiume della Storia fino alle origini, o lì nei pressi, sforzarci di comprendere sempre meglio la catena di avvenimenti che ci ha portato dove stiamo ora, questa è ben altra musica, dà un mucchio di daffare, richiede costanza nell’applicazione, bisogna mantenere sempre la corda tesa, senza rotture”.
E della Storia Said si era fatto un’idea precisa e finanche spietata: “La storia, ahimé, è un arbitro crudele dei popoli piccoli e sproporzionatamente deboli. La pace va fatta tra uguali, ed è proprio questo che [qui] non funziona”.
- Edward Said, La questione palestinese, il Saggiatore, Milano, 2001
- E. Said, Fine del processo di pace. Palestina/Israele dopo Oslo, Feltrinelli, Milano, 2002.
- E. Said, La pace possibile. Il testamento politico del grande intellettuale palestinese, il Saggiatore, Milano, 2005
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La Fiera del libro di Francoforte cancella la premiazione della scrittrice palestinese: “più spazio a voci israeliane”
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di Eliana Riva
Era stato assegnato alla scrittrice palestinese Adania Shibli, per il suo libro “Un dettaglio minore“, il prestigioso premio letterario LiBeraturpreis, riservato ad autori e autrici del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. L’agenzia letteraria Litprom, aveva deciso di consegnarle il premio il 20 ottobre, durante la prestigiosissima Fiera del libro di Francoforte, che ogni anno organizza insieme ad altri attori. La giuria ha scelto proprio lei perché, “crea un’opera d’arte composta formalmente e linguisticamente in modo rigoroso che racconta il potere dei confini e ciò che i conflitti violenti causano alle e con le persone. Con grande attenzione, dirige lo sguardo verso i piccoli dettagli, le banalità che ci permettono di intravedere le vecchie ferite e cicatrici che si trovano dietro la superficie“.
Ieri l’agenzia ha fatto sapere che il premio non le verrà più consegnato. La motivazione? “La guerra in Israele”. Il direttore della Fiera di Francoforte, Juergen Boos, ha precisato di voler “rendere le voci ebraiche e israeliane particolarmente visibili alla fiera del libro”. Venerdì, oltre alle 1.300 vittime israeliane fino a quel momento accertate, erano stati già 1.900 i palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza, tra i quali 614 bambini. Un bilancio purtroppo destinato nei giorni successivi a salire fino a raggiungere, oggi, domenica 15, tra le 1.400-1.500 vittime israeliane e 2.228 morti palestinesi a Gaza.
Dopo le proteste degli editori arabi e delle associazioni che li rappresentano, che hanno comunicato che non parteciperanno alla Fiera del libro di Francoforte, l’agenzia Litprom ha fatto un passo indietro, specificando che la cerimonia di assegnazione si farà ma in seguito, quando riusciranno “a trovare un format e un’impostazione adatti per l’evento”. Questo può vuol dire, come altre volte è accaduto, che la presentazione del libro non sarà consentita con la presenza della sola autrice ma che proveranno a imporle, pena la cancellazione definitiva della cerimonia, una presenza israeliana, cosa che trasformerebbe l’evento letterario in una sorta di dibattito politico, facendone perdere il significato. Dalle dichiarazioni del direttore Juergen Boos non pare che questa singolare “par condicio culturale” valga anche per gli eventi che, in misura consistente, ospiteranno autori israeliani.
La scrittrice palestinese Adania Shibli aveva già ricevuto due nomination per il National Book Award, nel 2020, e per l’International Booker Prize nel 2021. Il suo romanzo, Un dettaglio minore, tradotto dall’arabo al tedesco nel 2020 ed edito in Italia da La nave di Teseo, parte dal racconto della storia vera di una giovane beduina palestinese violentata e uccisa dai soldati israeliani nel 1949.
Di seguito l’articolo scritto per Pagine Esteri dopo la pubblicazione della traduzione italiana.
È dei particolari che raramente si parla quando si affronta la condizione dei palestinesi in Israele, nei Territori Occupati e a Gaza.
Eppure, i dettagli sono essenziali per capire cosa significhi vivere sotto occupazione, farsi un’idea chiara del livello di fallimento dei negoziati di pace, per leggere intero il quadro ideato e pianificato dall’occupante.
Solo i particolari possono mostrare a noi, lontani, quello che è più difficile da capire: come avviene che la straordinarietà si converta in quotidianità, come accade che il modo di vivere e persino quello di pensare siano trasformati, piegati giorno dopo giorno alla consuetudine della sopraffazione, delle ingiustizie e della violenza.
Adania Shibli con “Un dettaglio minore”, finalista al National Book Awards 2020, ci mostra questi particolari, portandoci a spasso tra il passato e il presente, tra i luoghi che esistevano e non ci sono più, cancellati persino i nomi e chiuse da cubi di cemento le strade di ingresso. Tutto comincia da una storia del 1949 nel Negev, quando alcuni soldati israeliani si trasferiscono tra le dune del deserto ossessionati dalla missione di scovare e uccidere gli arabi rimasti nella zona sud-occidentale. Giornate e chilometri passati a girare in tondo e a perlustrare il nulla, fino a quando qualcosa trovano. Qualcuno, anzi. I beduini del deserto. Tutti uccisi tranne una ragazza. La storia terribile di questa ragazza e la sua tragica fine si legheranno all’esistenza di una giovane donna di Ramallah che tenterà molti anni dopo di scoprire la verità su ciò che accadde 25 anni prima che lei nascesse. In una Palestina cambiata, ingabbiata dai checkpoint, divisa in zone e in abitanti di serie A, B, C, con diversi diritti, diverse possibilità e diversi documenti, la donna di Ramallah inizia un viaggio pericoloso, vincendo l’abitudinarietà e le sue paure, con una macchina a noleggio, una carta d’identità prestata da una collega e due cartine geografiche: Israele oggi, la Palestina ieri.
L’attenzione ossessiva ai dettagli è ciò che la spinge a muoversi, l’incapacità di definire i contorni, i limiti tra una cosa e l’altra, forse per sfuggire alla realtà globale e al dramma collettivo che la circonda, fatti, appunto, di limiti e limitazioni da rispettare rigorosamente per prevenire conseguenze spiacevoli. Ma lei non riesce bene a muoversi tra quei limiti, non controlla le sue emozioni, le sue ansie e preferisce chiudersi in una solitudine consuetudinaria, che la rassicura e non le crea difficoltà. Un giorno, ad esempio, riesce miracolosamente a raggiungere l’ufficio nonostante la zona fosse stata posta sotto coprifuoco dall’esercito israeliano: malgrado l’ansia e la paura la avvolgano, ha imparato che è fondamentale dimostrarsi calma e decisa e che è necessario, a volte, scavalcare muri e barriere. In ufficio un collega entra nella sua stanza e spalanca la finestra. È per evitare che i vetri esplodano: l’esercito ha avvertito che colpiranno e distruggeranno un edificio lì vicino, perché vi si sono barricati tre ragazzi. L’edificio esplode, il boato è spaventoso, i ragazzi muoiono, le pareti dell’ufficio tremano e una nuvola di polvere invade la sua stanza. L’unico dettaglio su cui riesce a soffermarsi è quella polvere e con calma e pazienza ripulisce tutto prima di rimettersi semplicemente a lavorare.
Il viaggio verso l’accampamento dei coloni nel Negev la porta su una strada conosciuta, che non percorre però da anni. Il tempo sufficiente per non riuscire più a riconoscere quei luoghi, cambiati, trasformati con la forza degli espropri e delle colonie, paesaggi stravolti, storie cancellate. La cartina palestinese riporta i nomi dei villaggi che esistevano prima del 1948, anno della Catastrofe palestinese, della nascita dello Stato ebraico. Tanti nomi. Conosce persone originarie di alcuni di quei villaggi tra Yafa e Askalan, di altri villaggi invece non sa nulla e mai nulla potrà sapere. Sulla cartina israeliana a inghiottirli tutti c’è una vastissima zona verde prima e un mare giallo e vuoto dopo, nient’altro. Di palestinese non è rimasto nulla. Né i nomi sui cartelli stradali né i cartelloni pubblicitari. Neanche i terreni sono più palestinesi. Gli insediamenti sono israeliani.
Al Museo di Storia dell’Esercito israeliano è possibile vedere le divise e le armi usate nel 1948 e seguire la storia cinematografica israeliana degli anni ’30-’40 che incoraggiava l’immigrazione ebraica. In una pellicola un gruppo di coloni costruisce strutture su una distesa prima desertica, ne nasce un insediamento e per festeggiarlo le persone si prendono per mano e ballano in cerchio. La donna di Ramallah riavvolge il nastro all’indietro e poi lo manda avanti: costruisce l’insediamento e poi lo smantella, lo ricostruisce e lo ri-smantella ancora, ancora e ancora.
Ormai vicino Gaza, sente da lontano il suono dei bombardamenti ma è un suono diverso da quello a cui è abituata, senza la polvere, senza il fragore: solo ciò che non sente e vede le fa comprendere quanto sia lontana da quello che le è familiare, da casa. Guarda da lontano Rafah, Gaza e tenta di riempirsene gli occhi, per spiegarlo a quei colleghi che da anni aspettano l’autorizzazione per poter rientrare.
I limiti da non superare, i confini stabiliti, il militare, il civile, l’accampamento, il campo fatto di lamiere e un pacchetto di gomme da masticare porteranno la donna di Ramallah a scoprire sul destino della ragazza beduina più di quanto avesse voluto.
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La Fiera del libro di Francoforte cancella la premiazione della scrittrice palestinese: “più spazio a voci israeliane”
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di Eliana Riva
Era stato assegnato alla scrittrice palestinese Adania Shibli, per il suo libro “Un dettaglio minore“, il prestigioso premio letterario LiBeraturpreis, riservato ad autori e autrici del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. L’agenzia letteraria Litprom, aveva deciso di consegnarle il premio il 20 ottobre, durante la prestigiosissima Fiera del libro di Francoforte, che ogni anno organizza insieme ad altri attori. La giuria ha scelto proprio lei perché, “crea un’opera d’arte composta formalmente e linguisticamente in modo rigoroso che racconta il potere dei confini e ciò che i conflitti violenti causano alle e con le persone. Con grande attenzione, dirige lo sguardo verso i piccoli dettagli, le banalità che ci permettono di intravedere le vecchie ferite e cicatrici che si trovano dietro la superficie“.
Ieri l’agenzia ha fatto sapere che il premio non le verrà più consegnato. La motivazione? “La guerra in Israele”. Il direttore della Fiera di Francoforte, Juergen Boos, ha precisato di voler “rendere le voci ebraiche e israeliane particolarmente visibili alla fiera del libro”. Venerdì, oltre alle 1.300 vittime israeliane fino a quel momento accertate, erano stati già 1.900 i palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza, tra i quali 614 bambini. Un bilancio purtroppo destinato nei giorni successivi a salire fino a raggiungere, oggi, domenica 15, tra le 1.400-1.500 vittime israeliane e 2.228 morti palestinesi a Gaza.
Dopo le proteste degli editori arabi e delle associazioni che li rappresentano, che hanno comunicato che non parteciperanno alla Fiera del libro di Francoforte, l’agenzia Litprom ha fatto un passo indietro, specificando che la cerimonia di assegnazione si farà ma in seguito, quando riusciranno “a trovare un format e un’impostazione adatti per l’evento”. Questo può vuol dire, come altre volte è accaduto, che la presentazione del libro non sarà consentita con la presenza della sola autrice ma che proveranno a imporle, pena la cancellazione definitiva della cerimonia, una presenza israeliana, cosa che trasformerebbe l’evento letterario in una sorta di dibattito politico, facendone perdere il significato. Dalle dichiarazioni del direttore Juergen Boos non pare che questa singolare “par condicio culturale” valga anche per gli eventi che, in misura consistente, ospiteranno autori israeliani.
La scrittrice palestinese Adania Shibli aveva già ricevuto due nomination per il National Book Award, nel 2020, e per l’International Booker Prize nel 2021. Il suo romanzo, Un dettaglio minore, tradotto dall’arabo al tedesco nel 2020 ed edito in Italia da La nave di Teseo, parte dal racconto della storia vera di una giovane beduina palestinese violentata e uccisa dai soldati israeliani nel 1949.
Di seguito l’articolo scritto per Pagine Esteri dopo la pubblicazione della traduzione italiana.
È dei particolari che raramente si parla quando si affronta la condizione dei palestinesi in Israele, nei Territori Occupati e a Gaza.
Eppure, i dettagli sono essenziali per capire cosa significhi vivere sotto occupazione, farsi un’idea chiara del livello di fallimento dei negoziati di pace, per leggere intero il quadro ideato e pianificato dall’occupante.
Solo i particolari possono mostrare a noi, lontani, quello che è più difficile da capire: come avviene che la straordinarietà si converta in quotidianità, come accade che il modo di vivere e persino quello di pensare siano trasformati, piegati giorno dopo giorno alla consuetudine della sopraffazione, delle ingiustizie e della violenza.
Adania Shibli con “Un dettaglio minore”, finalista al National Book Awards 2020, ci mostra questi particolari, portandoci a spasso tra il passato e il presente, tra i luoghi che esistevano e non ci sono più, cancellati persino i nomi e chiuse da cubi di cemento le strade di ingresso. Tutto comincia da una storia del 1949 nel Negev, quando alcuni soldati israeliani si trasferiscono tra le dune del deserto ossessionati dalla missione di scovare e uccidere gli arabi rimasti nella zona sud-occidentale. Giornate e chilometri passati a girare in tondo e a perlustrare il nulla, fino a quando qualcosa trovano. Qualcuno, anzi. I beduini del deserto. Tutti uccisi tranne una ragazza. La storia terribile di questa ragazza e la sua tragica fine si legheranno all’esistenza di una giovane donna di Ramallah che tenterà molti anni dopo di scoprire la verità su ciò che accadde 25 anni prima che lei nascesse. In una Palestina cambiata, ingabbiata dai checkpoint, divisa in zone e in abitanti di serie A, B, C, con diversi diritti, diverse possibilità e diversi documenti, la donna di Ramallah inizia un viaggio pericoloso, vincendo l’abitudinarietà e le sue paure, con una macchina a noleggio, una carta d’identità prestata da una collega e due cartine geografiche: Israele oggi, la Palestina ieri.
L’attenzione ossessiva ai dettagli è ciò che la spinge a muoversi, l’incapacità di definire i contorni, i limiti tra una cosa e l’altra, forse per sfuggire alla realtà globale e al dramma collettivo che la circonda, fatti, appunto, di limiti e limitazioni da rispettare rigorosamente per prevenire conseguenze spiacevoli. Ma lei non riesce bene a muoversi tra quei limiti, non controlla le sue emozioni, le sue ansie e preferisce chiudersi in una solitudine consuetudinaria, che la rassicura e non le crea difficoltà. Un giorno, ad esempio, riesce miracolosamente a raggiungere l’ufficio nonostante la zona fosse stata posta sotto coprifuoco dall’esercito israeliano: malgrado l’ansia e la paura la avvolgano, ha imparato che è fondamentale dimostrarsi calma e decisa e che è necessario, a volte, scavalcare muri e barriere. In ufficio un collega entra nella sua stanza e spalanca la finestra. È per evitare che i vetri esplodano: l’esercito ha avvertito che colpiranno e distruggeranno un edificio lì vicino, perché vi si sono barricati tre ragazzi. L’edificio esplode, il boato è spaventoso, i ragazzi muoiono, le pareti dell’ufficio tremano e una nuvola di polvere invade la sua stanza. L’unico dettaglio su cui riesce a soffermarsi è quella polvere e con calma e pazienza ripulisce tutto prima di rimettersi semplicemente a lavorare.
Il viaggio verso l’accampamento dei coloni nel Negev la porta su una strada conosciuta, che non percorre però da anni. Il tempo sufficiente per non riuscire più a riconoscere quei luoghi, cambiati, trasformati con la forza degli espropri e delle colonie, paesaggi stravolti, storie cancellate. La cartina palestinese riporta i nomi dei villaggi che esistevano prima del 1948, anno della Catastrofe palestinese, della nascita dello Stato ebraico. Tanti nomi. Conosce persone originarie di alcuni di quei villaggi tra Yafa e Askalan, di altri villaggi invece non sa nulla e mai nulla potrà sapere. Sulla cartina israeliana a inghiottirli tutti c’è una vastissima zona verde prima e un mare giallo e vuoto dopo, nient’altro. Di palestinese non è rimasto nulla. Né i nomi sui cartelli stradali né i cartelloni pubblicitari. Neanche i terreni sono più palestinesi. Gli insediamenti sono israeliani.
Al Museo di Storia dell’Esercito israeliano è possibile vedere le divise e le armi usate nel 1948 e seguire la storia cinematografica israeliana degli anni ’30-’40 che incoraggiava l’immigrazione ebraica. In una pellicola un gruppo di coloni costruisce strutture su una distesa prima desertica, ne nasce un insediamento e per festeggiarlo le persone si prendono per mano e ballano in cerchio. La donna di Ramallah riavvolge il nastro all’indietro e poi lo manda avanti: costruisce l’insediamento e poi lo smantella, lo ricostruisce e lo ri-smantella ancora, ancora e ancora.
Ormai vicino Gaza, sente da lontano il suono dei bombardamenti ma è un suono diverso da quello a cui è abituata, senza la polvere, senza il fragore: solo ciò che non sente e vede le fa comprendere quanto sia lontana da quello che le è familiare, da casa. Guarda da lontano Rafah, Gaza e tenta di riempirsene gli occhi, per spiegarlo a quei colleghi che da anni aspettano l’autorizzazione per poter rientrare.
I limiti da non superare, i confini stabiliti, il militare, il civile, l’accampamento, il campo fatto di lamiere e un pacchetto di gomme da masticare porteranno la donna di Ramallah a scoprire sul destino della ragazza beduina più di quanto avesse voluto.
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In Cina e Asia – Xi presenta il nuovo corso della Belt and Road
I titoli di oggi: Belt and Road forum, Vladimir Putin arriva in Cina Chip war, nuove limitazioni in arrivo dagli Usa Per la prima volta i Five Eyes accusano pubblicamente la Cina di spionaggio Cina, una commemorazione di basso profilo per i 110 anni di Xi Zhongxun Cina, sempre più limitazioni ai viaggi all’estero di dipendenti statali e banchieri Cina-Australia, ...
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LIVE. GAZA/ISRAELE. Giorno 12. Ospedale bombardato, è scontro sulle responsabilità, palestinesi insistono: “è stato Israele”
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Pagine Esteri, 18 ottobre 2023. Ieri sera il bombardamento dell’ospedale al-Ahli di Gaza City ha causato almeno 500 morti. Alcuni portavoce israeliani hanno dapprima rivendicato l’attacco, come ha fatto Hananya Naftali, portavoce social del premier israeliano Banjamin Netanyahu, che dopo l’esplosione all’ospedale ha pubblicato un messaggio sul suo canale Telegram in cui ha scritto: “L’aeronautica israeliana ha colpito una base terroristica di Hamas all’interno di un ospedale a Gaza. Molti terroristi sono morti. È straziante che Hamas lanci razzi da ospedali, moschee, scuole e utilizzi i civili come scudi umani”.
Dopo qualche ora, però, le forze armate israeliane hanno negato di aver svolto un’operazione militare sull’ospedale e hanno rilasciato la propria versione ufficiale, secondo la quale sarebbe stato un razzo della Jihad Islami, sparato da Gaza, a cadere per errore sulla struttura che ospitava migliaia di feriti, compiendo una strage.
Questa mattina il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha rilasciato una dichiarazione: “Secondo la nostra intelligence, Hamas ha controllato i rapporti e ha capito che si trattava di un errore della Jihad islamica palestinese, quindi ha lanciato una campagna mediatica globale con un numero gonfiato di vittime“.
L’Ambasciatore Palestinese alle Nazioni Unite, Riyad Mansour, ha accusato il presidente Netanyahu di essere un bugiardo: “Il portavoce israeliano dell’esercito ha emanato una settimana fa un ordine che diceva di evacuare l’ospedale perché era un obiettivo. E infatti lo hanno colpito una settimana fa. Hanno detto ‘evacuate altrimenti vi colpiamo’ e così hanno fatto. È inutile inventare storie”.
Quando la notizia della strage ha cominciato a diffondersi, manifestazioni e proteste si sono tenute in Cisgiordania e in diversi Paesi Arabi. A Ramallah i dimostranti hanno cantato slogan contro il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e hanno colpito a sassate una autovettura delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese. Queste ultime hanno risposto sparando sulla folla.
In Giordania è stata presa d’assalto l’ambasciata israeliana.
Israele ha inviato un nuovo ordine di evacuazione per la popolazione palestinese del nord di Gaza, intimandole di spostarsi verso il sud della Striscia.
Dopo la strage all’ospedale di Gaza la Giordania ha annullato la visita, prevista per oggi, del presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Il leader USA incontrerà in mattinata Netanyahu per riconfermare il sostegno incondizionato a Israele. Avrebbe dovuto incontrare in Giordania i leader palestinesi e quelli egiziani.
Il portavoce del ministero degli Esteri russo ha chiesto a Israele di rilasciare le immagini satellitari dell’area di Gaza colpita ieri, per verificare la versione secondo cui non sarebbe stato un bombardamento delle IDF a distruggere l’ospedale.
Durante la notte non si sono fermati i raid aerei israeliani, che hanno ucciso almeno altri 37 palestinesi nel campo profughi di Jabalia, nel nord di Gaza. Pagine Esteri
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In Cina e Asia – La Belt and Road in cerca di sostenibilità
I titoli di oggi: La Cina lancia una nuova iniziativa legata alla blue economy Il Canada protesta con Pechino dopo intercettamento aereo “pericoloso” Hong Kong: una nuova vittoria per le coppie LGBT Tribunale indonesiano apre la vicepresidenza al figlio di Jokowi Seul prende di mira le aziende che costruiscono i sottomarini taiwanesi L’ambasciatrice Usa di nuovo a Taiwan in vista ...
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Gaza e Israele viste dalla Cina
Pechino spinge la soluzione dei due stati e sostiene l'unità del mondo arabo, con la speranza di non vedersi disfatta la tela diplomatica intessuta in Medio oriente. Frizioni con Tel Aviv e gli Usa, ma si continua a lavorare all'incontro Xi-Biden. Prima, però, c'è il forum sulla Belt and Road con Vladimir Putin
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Ecuador: la destra di Daniel Noboa vince le elezioni
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di Davide Matrone –
Pagine Esteri, 16 ottobre 2023.
I primi risultati e le dichiarazioni a caldo
Con il 91% dei voti scrutinanti il candidato Daniel Noboa vince con il 52.1% dei consensi con uno scarto di quasi 500 mila voti sulla candidata Luisa González. Quest’ultima, nonostante avesse recuperato nelle ultime due settimane, non è stata capace di ribaltare il risultato che comunque era sfavorevole sin dal primo turno. I primi exit poll emanati alle 18, un’ora dopo la chiusura dei seggi, davano in vantaggio Noboa con un 53% a 47%. Il tam tam dei primi exit poll ha creato confusione e malumore tra gli addetti ai lavori. Luisa Gonzalez è intervenuta sul suo account di Twitter scrivendo: “Gli exit poll a volte hanno commesso, in passato, dei gravi errori. Attendiamo con calma e determinazione. Con responsabilità democratica seguiremo i dati ufficiali e avremo fiducia nella volontà popolare”.
Dopo i risultati ufficiali, la stessa González con Andrés Arauz e i quadri della Revolución Ciudadana ha ringraziato tutti coloro che hanno camminato insieme durante questi giorni di campagna elettorale riconoscendo la vittoria del candidato Daniel Noboa. “Bisogna rispettare la democrazia e la serietà della politica. Il nostro è un progetto che continuerà per il prossimo futuro”.
Verso le 21,30 il neoeletto presidente della Repubblica dell’Ecuador (il più giovane della storia) ha scritto sul suo account twitter: “Oggi abbiamo fatto la storia. Le famiglie ecuadoriane hanno scelto il Nuovo Ecuador, un paese più sicuro e con più occupazione. Andiamo avanti per realizzare le promesse fatte in campagna elettorale e che la corruzione venga castigata. Grazie Ecuador”
Il primo a fare i complimenti a Daniel Noboa è stato il Presidente uscente Guillermo Lasso che ha scritto le seguenti parole sul suo account di Twitter: “Caro Daniel, presidente eletto dell’Ecuador: i miei complimenti. Oggi, il nostro paese ti ha dato la fiducia per governarlo. Sarà un piacere riceverti martedì al Palacio Carondelet (sede della Presidenza della Repubblica). Dovremo già cominciare il processo di transizione perché conosca fino in fondo la situazione dell’Ecuador per quanto concerne l’economia, la parte sociale e la sicurezza. Complimenti. La nostra democrazia si rafforza”.
Un’analisi del voto
La partecipazione resta stazionaria rispetto a 2 anni fa e cioè intorno all’82% degli aventi diritto con un lieve incremento dello 0.4%. Si registra un calo del voto nullo che passa da 1 milione e 700 mila voti a 73a mila voti in queste ultime elezioni con un calo di 3,5%. Tuttavia, il 7.7% di voti nulli di ieri, molto probabilmente, hanno nuovamente svantaggiato la candidata della Revolución Ciudadana come nel caso di Andres Arauz nel 2021. Alle scorse elezioni, il candidato Yaku Perez – che in due anni passa dal 19,3% al 3,9% – fece una dura campagna per il nullo ideologico anche se una parte del suo elettorato votò per Lasso al ballottaggio. Ricordiamo che lo stesso Yaku aveva più volte dichiarato “meglio un banchiere che un despota”. Poi i risultati del banchiere rispetto al despota hanno lasciato molto a desiderare, a mio avviso.
Se si analizza a prima vista la distribuzione territoriale del voto, si replica il voto del 2021.
La Revolución Ciudadana, che rappresenta la forza di centro – sinistra, marca la sua presenza nella costa, da Esmeraldas al Guayas e conserva e si difende nelle due regioni amazzoniche di Sucumbios e Orellana. Mantiene il suo elettorato in definitiva ma non cresce. Questo elemento deve fare riflettere all’entourage della prima forza politica del paese.
Arauz aveva conquistato al secondo turno il 47,64% (4 milioni 263, 515 voti) e Luisa González ieri il 47,70% (4 milioni 451,243 voti). In termini percentuali +0,06% e + 187,728 voti. Pochini se si vuole conquistare Palacio Carondelet.
Mentre invece la destra – che aveva vinto con Lasso nel 2021 con il 52,36% pari a 4 milioni 656,426 voti – in queste elezioni conquista il 52,30 (-0,06%) e 4 milioni 881 100 voti (+ 224,674 voti). Gli ecuadoriani premiano e ridanno fiducia alla destra nonostante il suo ultimo Presidente in carica – di destra – sia stato sfiduciato nel referendum popolare dello scorso febbraio ed esca con una bassissima accettazione popolare intorno al 15%, secondo gli ultimi sondaggi Gallup del giugno 2023.
Il paradigma di sviluppo neoliberista esce dalla finestra con Lasso e rientra dalla porta con Noboa.
È curioso notare come la destra vinca nelle regioni e zone economicamente più depresse e con maggior indici di povertà (la Sierra interna per esempio). Questo ci porta a pensare che un maggior impatto negativo del neoliberismo non si traduce, necessariamente, in una reazione opposta allo stesso; c’è accettazione, rassegnazione e addirittura rancore verso chi si oppone. Quindi non è il neoliberista il responsabile del fracasso, bensì il suo oppositore che in Ecuador si configura con Correa e con lo slogan “la colpa è di Correa”. Slogan costruito e orchestrato all’infinito dai mezzi di comunicazione privati.
Un altro dato da analizzare è quello del voto all’estero che si è svolto nelle 97 zone elettorali delle 3 circoscrizioni speciali. Qui, gli oltre 400 mila ecuadoriani (180 mila solo in Spagna) hanno votato dalle 9H00 alle 19h00 (in base ai differenti fusi orari). Non hanno votato per motivazioni logistiche e politiche gli ecuadoriani residenti in: Israele, Russia, Bielorussia e Nicaragua.
Ricordiamo che con questo voto si dovevano assegnare 6 parlamenti dei 137 totali. Secondo i dati emanati dal CNE (Consiglio Nazionale Elettorale) la Revolución Ciudadana ha vinto nelle 3 circoscrizioni. In quella Latinoamericana, Caraibi ed Africa ottiene il 37% dei voti validi, nella circoscrizione Europa, Oceania ed Asia conquista il 63% e in Canada e Stati Uniti il 42,1%. Questo vuol dire che la RC conquisterebbe i 6 posti che si sommano ai 48 parlamentari già ottenuti al primo turno.
L’assemblea Nazionale vede quindi una maggioranza del partito della RC con 54 parlamentari su 137, seguito dal gruppo Movimento Construye (28) e poi dal Partido Social Cristiano (14). Il partito ADN del neopresidente Noboa ha solo 13 parlamentari. Quasi scompare Pachakutik che passa da 24 a 4 parlamentari. Sembra ripresentarsi la stessa situazione di 2 anni fa quando Lasso vinse le elezioni ma portò al Parlamento un’esigua flotta di 12 parlamentari che gli permisero di governare solo 2 dei 4 anni previsti. Lasso non riuscì a costruire alleanze politiche, anzi. Litigò finanche con il suo maggiore alleato Nebot. Inoltre, la dura opposizione dell’Assemblea Nazionale lo costrinse alla resa con la firma della famosa Muerte Cruzada (lo scioglimento anticipato delle Camere). Atto che si è registrato per la prima volta nella storia del paese.
Ora Noboa, forse, si troverà nella stessa situazione. Dovrà realizzare le riforme con le atre forze politiche e per farlo dovrà negoziare. A meno che non si formi una maggioranza amplia e compatta. Ci riuscirà?
In definitiva, c’è un’egemonia culturale delle élite dominanti in Ecuador che continua a rendere dominanti i propri valori e le proprie idee. Anche in queste elezioni vediamo concretizzarsi un processo mediante il quale i poveri e i subalterni appoggiano i propri oppressori. Gramsci lo spiegava quando diceva appunto che la classe dominante mantiene il suo potere non solo attraverso la forza ma anche attraverso un’egemonia culturale e ideologica (consenso) sulla società. La classe dominante ecuadoriana riesce a stabilire quest’egemonia ideologica attraverso le istituzioni come il sistema educativo, i mezzi di comunicazione (tradizionali, reti sociali e influencers) e la religione. E continua a vincere. La sinistra, con l’uscita di scena di Correa e con il processo di neutralizzazione della destra attraverso i suoi mezzi, dovrà rendere maggioritaria la sua egemonia culturale che ha costruito solo in alcune zone del paese ma non riesce ancora a costruirla nelle altre. Pagine Esteri
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Taekwondo diplomacy: arti marziali e governi asiatici
La popolarità delle arti marziali tradizionali asiatiche nel mondo è oggi tanto uno strumento di soft power quanto una base narrativa utile a rafforzare l'identità nazionale. Un estratto dall’ultimo e-book di China Files su Sport e Politica (per sapere come ottenerlo, clicca qui)
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In Cina e Asia – Wang Yi accusa Israele di "punizione collettiva sui civili di Gaza”
Wang Yi: "Israele dovrebbe fermare la sua punizione collettiva sui civili di Gaza"
Borrell in Cina per equilibrare le relazioni economiche dell'Ue
Meno secondi figli in Cina: le nascite calano a 9 milioni
Cina, avanzano gli studi sulle armi sottomarine "quasi impossibili da rilevare"
Giappone, il governo vuole disconoscere la Chiesa dell'unificazione
Taiwan, i partiti di opposizione discutono di una potenziale alleanza
Cina, programmatore multato di 1 milione di yuan per aver usato una VPN
Corea del Nord, Washington denuncia i rifornimenti di armi per la guerra in Ucraina
Il centrodestra ha vinto le elezioni in Nuova Zelanda
Australia, bocciato il referendum per il riconoscimento delle popolazioni indigene
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La Fiera del libro di Francoforte cancella la premiazione della scrittrice palestinese: “più spazio a voci israeliane”
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di Eliana Riva
Era stato assegnato alla scrittrice palestinese Adania Shibli, per il suo libro “Un dettaglio minore“, il prestigioso premio letterario LiBeraturpreis, riservato ad autori e autrici del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. L’agenzia letteraria Litprom, aveva deciso di consegnarle il premio il 20 ottobre, durante la prestigiosissima Fiera del libro di Francoforte, che ogni anno organizza insieme ad altri attori. La giuria ha scelto proprio lei perché, “crea un’opera d’arte composta formalmente e linguisticamente in modo rigoroso che racconta il potere dei confini e ciò che i conflitti violenti causano alle e con le persone. Con grande attenzione, dirige lo sguardo verso i piccoli dettagli, le banalità che ci permettono di intravedere le vecchie ferite e cicatrici che si trovano dietro la superficie“.
Ieri l’agenzia ha fatto sapere che il premio non le verrà più consegnato. La motivazione? “La guerra in Israele”. Il direttore della Fiera di Francoforte, Juergen Boos, ha precisato di voler “rendere le voci ebraiche e israeliane particolarmente visibili alla fiera del libro”. Venerdì, oltre alle 1.300 vittime israeliane fino a quel momento accertate, erano stati già 1.900 i palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza, tra i quali 614 bambini. Un bilancio purtroppo destinato nei giorni successivi a salire fino a raggiungere, oggi, domenica 15, tra le 1.400-1.500 vittime israeliane e 2.228 morti palestinesi a Gaza.
Dopo le proteste degli editori arabi e delle associazioni che li rappresentano, che hanno comunicato che non parteciperanno alla Fiera del libro di Francoforte, l’agenzia Litprom ha fatto un passo indietro, specificando che la cerimonia di assegnazione si farà ma in seguito, quando riusciranno “a trovare un format e un’impostazione adatti per l’evento”. Questo può vuol dire, come altre volte è accaduto, che la presentazione del libro non sarà consentita con la presenza della sola autrice ma che proveranno a imporle, pena la cancellazione definitiva della cerimonia, una presenza israeliana, cosa che trasformerebbe l’evento letterario in una sorta di dibattito politico, facendone perdere il senso. Dalle dichiarazioni del direttore Juergen Boos non pare che questa sorta di singolare “par conditio culturale” valga anche per gli eventi che, in misura consistente, ospiteranno autori israeliani.
La scrittrice palestinese Adania Shibli aveva già ricevuto due nomination per il National Book Award, nel 2020, e per l’International Booker Prize nel 2021. Il suo romanzo, Un dettaglio minore, tradotto dall’arabo al tedesco nel 2020 ed edito in Italia da La nave di Teseo, parte dal racconto della storia vera di una giovane beduina violentata e uccisa dai soldati israeliani nel 1949.
Di seguito l’articolo scritto per Pagine Esteri dopo la pubblicazione della traduzione italiana.
È dei particolari che raramente si parla quando si affronta la condizione dei palestinesi in Israele, nei Territori Occupati e a Gaza.
Eppure, i dettagli sono essenziali per capire cosa significhi vivere sotto occupazione, farsi un’idea chiara del livello di fallimento dei negoziati di pace, per leggere intero il quadro ideato e pianificato dall’occupante.
Solo i particolari possono mostrare a noi, lontani, quello che è più difficile da capire: come avviene che la straordinarietà si converta in quotidianità, come accade che il modo di vivere e persino quello di pensare siano trasformati, piegati giorno dopo giorno alla consuetudine della sopraffazione, delle ingiustizie e della violenza.
Adania Shibli con “Un dettaglio minore”, finalista al National Book Awards 2020, ci mostra questi particolari, portandoci a spasso tra il passato e il presente, tra i luoghi che esistevano e non ci sono più, cancellati persino i nomi e chiuse da cubi di cemento le strade di ingresso. Tutto comincia da una storia del 1949 nel Negev, quando alcuni soldati israeliani si trasferiscono tra le dune del deserto ossessionati dalla missione di scovare e uccidere gli arabi rimasti nella zona sud-occidentale. Giornate e chilometri passati a girare in tondo e a perlustrare il nulla, fino a quando qualcosa trovano. Qualcuno, anzi. I beduini del deserto. Tutti uccisi tranne una ragazza. La storia terribile di questa ragazza e la sua tragica fine si legheranno all’esistenza di una giovane donna di Ramallah che tenterà molti anni dopo di scoprire la verità su ciò che accadde 25 anni prima che lei nascesse. In una Palestina cambiata, ingabbiata dai checkpoint, divisa in zone e in abitanti di serie A, B, C, con diversi diritti, diverse possibilità e diversi documenti, la donna di Ramallah inizia un viaggio pericoloso, vincendo l’abitudinarietà e le sue paure, con una macchina a noleggio, una carta d’identità prestata da una collega e due cartine geografiche: Israele oggi, la Palestina ieri.
L’attenzione ossessiva ai dettagli è ciò che la spinge a muoversi, l’incapacità di definire i contorni, i limiti tra una cosa e l’altra, forse per sfuggire alla realtà globale e al dramma collettivo che la circonda, fatti, appunto, di limiti e limitazioni da rispettare rigorosamente per prevenire conseguenze spiacevoli. Ma lei non riesce bene a muoversi tra quei limiti, non controlla le sue emozioni, le sue ansie e preferisce chiudersi in una solitudine consuetudinaria, che la rassicura e non le crea difficoltà. Un giorno, ad esempio, riesce miracolosamente a raggiungere l’ufficio nonostante la zona fosse stata posta sotto coprifuoco dall’esercito israeliano: malgrado l’ansia e la paura la avvolgano, ha imparato che è fondamentale dimostrarsi calma e decisa e che è necessario, a volte, scavalcare muri e barriere. In ufficio un collega entra nella sua stanza e spalanca la finestra. È per evitare che i vetri esplodano: l’esercito ha avvertito che colpiranno e distruggeranno un edificio lì vicino, perché vi si sono barricati tre ragazzi. L’edificio esplode, il boato è spaventoso, i ragazzi muoiono, le pareti dell’ufficio tremano e una nuvola di polvere invade la sua stanza. L’unico dettaglio su cui riesce a soffermarsi è quella polvere e con calma e pazienza ripulisce tutto prima di rimettersi semplicemente a lavorare.
Il viaggio verso l’accampamento dei coloni nel Negev la porta su una strada conosciuta, che non percorre però da anni. Il tempo sufficiente per non riuscire più a riconoscere quei luoghi, cambiati, trasformati con la forza degli espropri e delle colonie, paesaggi stravolti, storie cancellate. La cartina palestinese riporta i nomi dei villaggi che esistevano prima del 1948, anno della Catastrofe palestinese, della nascita dello Stato ebraico. Tanti nomi. Conosce persone originarie di alcuni di quei villaggi tra Yafa e Askalan, di altri villaggi invece non sa nulla e mai nulla potrà sapere. Sulla cartina israeliana a inghiottirli tutti c’è una vastissima zona verde prima e un mare giallo e vuoto dopo, nient’altro. Di palestinese non è rimasto nulla. Né i nomi sui cartelli stradali né i cartelloni pubblicitari. Neanche i terreni sono più palestinesi. Gli insediamenti sono israeliani.
Al Museo di Storia dell’Esercito israeliano è possibile vedere le divise e le armi usate nel 1948 e seguire la storia cinematografica israeliana degli anni ’30-’40 che incoraggiava l’immigrazione ebraica. In una pellicola un gruppo di coloni costruisce strutture su una distesa prima desertica, ne nasce un insediamento e per festeggiarlo le persone si prendono per mano e ballano in cerchio. La donna di Ramallah riavvolge il nastro all’indietro e poi lo manda avanti: costruisce l’insediamento e poi lo smantella, lo ricostruisce e lo ri-smantella ancora, ancora e ancora.
Ormai vicino Gaza, sente da lontano il suono dei bombardamenti ma è un suono diverso da quello a cui è abituata, senza la polvere, senza il fragore: solo ciò che non sente e vede le fa comprendere quanto sia lontana da quello che le è familiare, da casa. Guarda da lontano Rafah, Gaza e tenta di riempirsene gli occhi, per spiegarlo a quei colleghi che da anni aspettano l’autorizzazione per poter rientrare.
I limiti da non superare, i confini stabiliti, il militare, il civile, l’accampamento, il campo fatto di lamiere e un pacchetto di gomme da masticare porteranno la donna di Ramallah a scoprire sul destino della ragazza beduina più di quanto avesse voluto.
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L'articolo La Fiera del libro di Francoforte cancella la premiazione della scrittrice palestinese: “più spazio a voci israeliane” proviene da Pagine Esteri.
CINA: ANCHE LA MINORANZA MONGOLA NEL MIRINO DELL’OFFENSIVA CULTURALE
Dopo Tibet e Xinjiang, Pechino abbatte il suo pugno duro sulla Regione, tra imposizioni linguistiche e dissenso popolare. La nostra analisi in collaborazione con Gariwo Onlus
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In Cina e Asia – Inviato cinese per il Medio Oriente a Israele: "La Cina è dalla parte della pace”
I titoli di oggi: Xi visita azienda produttrice di elicotteri militari La Corea del Sud accusa Pechino di aver rimpatriato centinaia di nordcoreani Cina, i giovani riducono le loro loro aspettative di lavoro La Cina è diventata uno dei principali fornitori di armamenti della Serbia Golden Week 2023: su Alipay i cinesi all’estero hanno speso di più rispetto al 2019 ...
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In Cina e in Asia – La Cina appoggia l’Egitto per una soluzione del conflitto israelo-palestinese
I titoli di oggi: La Cina appoggia l’Egitto per una soluzione del conflitto israelo-palestinese La Cina risparmia miliardi di dollari grazie alle importazioni di petrolio da paesi sanzionati La Cina ottiene sesto mandato nel Consiglio per i diritti umani La Cina lancia un’indagine nazionale per valutare i cambiamenti demografici Cina e Arabia Saudita lavorano insieme per sviluppare AI in lingua ...
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LIVE. GAZA/ISRAELE. Giorno 5: A Gaza sotto le bombe si spegne anche la centrale elettrica
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AGGIORNAMENTO ORE 19.30
Per un falso allarme scattato contemporaneamente in decine di località israeliane era stata data comunicazione, come da cartina, di un massiccio attacco con droni e razzi dal Libano. I sistemi di sorveglianza israeliani avevano rilevato dozzine di droni e razzi lanciati dal Libano verso Israele e 15-20 parapendisti. Il tutto, hanno dichiarato le autorità israeliane, per colpa di un problema con i sistemi di rilevamento.
AGGIORNAMENTO ORE 17
Sarebbero stati coloni israeliani a colpire i tre palestinesi uccisi a colpi d’arma da fuoco nel villaggio di Qusra i Cisgiordania. Lo riferisce il ministro della sanità dell’Anp. Un video dell’incidente mostra uomini mascherati che sparano nel villaggio.
AGGIORNAMENTO ORE 16.15
Secondo una fonte interna al partito Likud di Netanyahu, è stato raggiunto un accordo tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il leader del partito di Unità Nazionale, Benny Gantz, sulla formazione di un governo di emergenza.
Di fatto è un governo per la guerra a Gaza. È stato concordato che Netanyahu, il ministro della Difesa Gallant e Gantz faranno parte di un gabinetto di guerra. Gadi Eizenkot, membro del partito di Gantz ed ex capo di stato maggiore, e il ministro degli Affari strategici Ron Dermer fungeranno da osservatori. Il partito di Gantz avrà cinque ministri nel governo senza portafoglio.
AGGIORNAMENTO ORE 15.47
Finito il carburante, si è spenta l’unica centrale elettrica di Gaza.
Raggiunto un accordo sul governo di unità nazionale in Israele. I media israeliani informano che il primo ministro Benjamin Netanyahu e il leader del partito di unità nazionale, Benny Gantz hanno trovato un’intesa.
Tre palestinesi sono stati uccisi nella Cisgiordania occupata, a sud di Nablus.
AGGIORNAMENTO ORE 12.50
L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha riferito che nove membri del suo staff sono stati uccisi in attacchi aerei israeliani di rappresaglia su Gaza a partire da sabato.
Secondol”UNRWA gli attacchi hanno ucciso il personale delle Nazioni Unite mentre si trovava nelle proprie case. 18 scuole dell’UNRWA, trasformate in rifugi, sono state danneggiate dai bombardamenti, così come il quartier generale dell’Agenzia, a Gaza City.
L’esercito israeliano ha fatto sapere di non avere informazioni che confermino la storia, diffusa ampiamente nel mondo e sulle prime pagine di alcuni dei principali quotidiani italiani, secondo cui Hamas avrebbe decapitato decine di bambini israeliani. A svelarlo l‘agenzia di stampa turca ANADOLU, che ha chiesto all’esercito di confermare ciò che era stato detto sul canale televisivo israeliano i24NEWS. La portavoce dell’esercito ha risposto “Abbiamo visto la notizia ma non abbiamo alcun dettaglio o conferma su questa storia“. Hamas e le brigate al-Qassam, in un comunicato avevano smentito categoricamente la notizia, accusando la stampa occidentale di fare disinformazione.
AGGIORNAMENTO ORE 11.50
Sale a 1.055 il numero dei morti palestinesi per i bombardamenti sulla Striscia di Gaza.
Israele ha richiamato 300.000 riservisti.
Pagine Esteri, 11 ottobre 2023. Si continuano a recuperare corpi, in Israele e il bilancio delle vittime dell’attacco improvviso di Hamas, sabato 7 ottobre, è salito a 1.200 persone. Parenti e amici di coloro che risultano attualmente dispersi, attendono di sapere se i propri cari sono stati uccisi oppure sono a Gaza come ostaggi. In una struttura militare sono stati allineati decine di corpi, per permetterne l’identificazione. L’esercito israeliano, che ha ammassato centinaia di migliaia di truppe al confine con Gaza, è pronto a lanciare un’offensiva di terra.
→ GLI EVENTI DEL QUARTO GIORNO
Non si sono mai fermati i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza e continuano anche oggi, per il quinto giorno consecutivo. Sono stati uccisi 950 palestinesi tra cui almeno 260 bambini. Interi quartieri sono stati rasi al suolo, colpiti campi profughi e mercati, scuole, università, ospedali, moschee e ambulanze. Sono almeno 6 i giornalisti uccisi. La situazione umanitaria è catastrofica: Israele ha ordinato l’assedio totale della Striscia e non possono entrare aiuti umanitari, farmaci, acqua. L’unico possibile passaggio per i cittadini di Gaza, il valico di Rafah al confine con l’Egitto, è stato prima chiuso e smantellato dall’Egitto stesso, per “ragioni di sicurezza”, poi bombardato dall’aeronautica israeliana, mentre centinaia di palestinesi erano in attesa, nel tentativo di lasciare Gaza. Anche il porto è stato bombardato, non ci sono vie di fuga. La centrale elettrica interna alla Striscia, secondo il presidente dell’Autorità energetica palestinese Thafer Melhem, potrebbe spegnersi completamente entro 10-12 ore, a causa dell’embargo di carburante e lasciare così 2 milioni e 300mila persone completamente al buio e senza elettricità.
SCARICA IL DOSSIER → PALESTINA-ISRAELE. LE RAGIONI DEL CONFLITTO
Sono rimasti inascoltati gli appelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’ONU e delle ONG per aprire un corridoio umanitario che porti a Gaza medicine, alimenti e acqua.
Hamas ieri ha continuato a sparare razzi su Israele, colpendo soprattutto Ashqelon, a sud di Israele, senza fare vittime.
Leggeri scambi di fuoco, tra Israele e Hezbollah in Libano si sono registrati ieri, dopo l’uccisione da parte di Israele di 4 membri del partito libanese. In serata un razzo partito dalla Siria è finito in un’area nel Golan, la zona occupata da Israele nel 1967, senza fare danni.
Nella Cisgiordania occupata si sono tenute manifestazioni a sostegno della popolazione palestinese di Gaza. Al momento sono 23 i palestinesi, soprattutto giovani, uccisi in Cisgiordania da Israele. Secondo The Times of Israel, il Ministro israeliano della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, sta acquistando 10.000 pistole da distribuire ai coloni e agli israeliani residenti nelle città abitate anche da cittadini arabi.
L’Unione Europea ha deciso ieri, a maggioranza dei leader dei Paesi che ne fanno parte, di non sospendere gli aiuti economici ai palestinesi. Al contrario, dopo l’Austria, anche la Svezia e la Danimarca hanno deciso di sospendere gli aiuti.
LEGGI → ISRAELE-GAZA: IL MONDO SI DIVIDE
Gli Stati Uniti hanno inviato una potentissima portaerei in supporto a Israele che era già la potenza armata più temibile dell’area. Un primo carico di munizioni USA sarebbe già stato consegnato.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha commentato negativamente l’invio, da parte degli Stati Uniti, della portaerei che dovrà rimanere nella regione a sostegno di Israele, dichiarando che non potrà far altro che portare altra violenza e altre stragi.
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L'articolo LIVE. GAZA/ISRAELE. Giorno 5: A Gaza sotto le bombe si spegne anche la centrale elettrica proviene da Pagine Esteri.
GAZA/ISRAELE. Giorno 5: A Gaza sotto le bombe si spegne anche la centrale elettrica
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AGGIORNAMENTO ORE 19.30
Per un falso allarme scattato contemporaneamente in decine di località israeliane era stata data comunicazione, come da cartina, di un massiccio attacco con droni e razzi dal Libano. I sistemi di sorveglianza israeliani avevano rilevato dozzine di droni e razzi lanciati dal Libano verso Israele e 15-20 parapendisti. Il tutto, hanno dichiarato le autorità israeliane, per colpa di un problema con i sistemi di rilevamento.
AGGIORNAMENTO ORE 17
Sarebbero stati coloni israeliani a colpire i tre palestinesi uccisi a colpi d’arma da fuoco nel villaggio di Qusra i Cisgiordania. Lo riferisce il ministro della sanità dell’Anp. Un video dell’incidente mostra uomini mascherati che sparano nel villaggio.
AGGIORNAMENTO ORE 16.15
Secondo una fonte interna al partito Likud di Netanyahu, è stato raggiunto un accordo tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il leader del partito di Unità Nazionale, Benny Gantz, sulla formazione di un governo di emergenza.
Di fatto è un governo per la guerra a Gaza. È stato concordato che Netanyahu, il ministro della Difesa Gallant e Gantz faranno parte di un gabinetto di guerra. Gadi Eizenkot, membro del partito di Gantz ed ex capo di stato maggiore, e il ministro degli Affari strategici Ron Dermer fungeranno da osservatori. Il partito di Gantz avrà cinque ministri nel governo senza portafoglio.
AGGIORNAMENTO ORE 15.47
Finito il carburante, si è spenta l’unica centrale elettrica di Gaza.
Raggiunto un accordo sul governo di unità nazionale in Israele. I media israeliani informano che il primo ministro Benjamin Netanyahu e il leader del partito di unità nazionale, Benny Gantz hanno trovato un’intesa.
Tre palestinesi sono stati uccisi nella Cisgiordania occupata, a sud di Nablus.
AGGIORNAMENTO ORE 12.50
L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha riferito che nove membri del suo staff sono stati uccisi in attacchi aerei israeliani di rappresaglia su Gaza a partire da sabato.
Secondol”UNRWA gli attacchi hanno ucciso il personale delle Nazioni Unite mentre si trovava nelle proprie case. 18 scuole dell’UNRWA, trasformate in rifugi, sono state danneggiate dai bombardamenti, così come il quartier generale dell’Agenzia, a Gaza City.
L’esercito israeliano ha fatto sapere di non avere informazioni che confermino la storia, diffusa ampiamente nel mondo e sulle prime pagine di alcuni dei principali quotidiani italiani, secondo cui Hamas avrebbe decapitato decine di bambini israeliani. A svelarlo l‘agenzia di stampa turca ANADOLU, che ha chiesto all’esercito di confermare ciò che era stato detto sul canale televisivo israeliano i24NEWS. La portavoce dell’esercito ha risposto “Abbiamo visto la notizia ma non abbiamo alcun dettaglio o conferma su questa storia“. Hamas e le brigate al-Qassam, in un comunicato avevano smentito categoricamente la notizia, accusando la stampa occidentale di fare disinformazione.
AGGIORNAMENTO ORE 11.50
Sale a 1.055 il numero dei morti palestinesi per i bombardamenti sulla Striscia di Gaza.
Israele ha richiamato 300.000 riservisti.
Pagine Esteri, 11 ottobre 2023. Si continuano a recuperare corpi, in Israele e il bilancio delle vittime dell’attacco improvviso di Hamas, sabato 7 ottobre, è salito a 1.200 persone. Parenti e amici di coloro che risultano attualmente dispersi, attendono di sapere se i propri cari sono stati uccisi oppure sono a Gaza come ostaggi. In una struttura militare sono stati allineati decine di corpi, per permetterne l’identificazione. L’esercito israeliano, che ha ammassato centinaia di migliaia di truppe al confine con Gaza, è pronto a lanciare un’offensiva di terra.
→ GLI EVENTI DEL QUARTO GIORNO
Non si sono mai fermati i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza e continuano anche oggi, per il quinto giorno consecutivo. Sono stati uccisi 950 palestinesi tra cui almeno 260 bambini. Interi quartieri sono stati rasi al suolo, colpiti campi profughi e mercati, scuole, università, ospedali, moschee e ambulanze. Sono almeno 6 i giornalisti uccisi. La situazione umanitaria è catastrofica: Israele ha ordinato l’assedio totale della Striscia e non possono entrare aiuti umanitari, farmaci, acqua. L’unico possibile passaggio per i cittadini di Gaza, il valico di Rafah al confine con l’Egitto, è stato prima chiuso e smantellato dall’Egitto stesso, per “ragioni di sicurezza”, poi bombardato dall’aeronautica israeliana, mentre centinaia di palestinesi erano in attesa, nel tentativo di lasciare Gaza. Anche il porto è stato bombardato, non ci sono vie di fuga. La centrale elettrica interna alla Striscia, secondo il presidente dell’Autorità energetica palestinese Thafer Melhem, potrebbe spegnersi completamente entro 10-12 ore, a causa dell’embargo di carburante e lasciare così 2 milioni e 300mila persone completamente al buio e senza elettricità.
SCARICA IL DOSSIER → PALESTINA-ISRAELE. LE RAGIONI DEL CONFLITTO
Sono rimasti inascoltati gli appelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’ONU e delle ONG per aprire un corridoio umanitario che porti a Gaza medicine, alimenti e acqua.
Hamas ieri ha continuato a sparare razzi su Israele, colpendo soprattutto Ashqelon, a sud di Israele, senza fare vittime.
Leggeri scambi di fuoco, tra Israele e Hezbollah in Libano si sono registrati ieri, dopo l’uccisione da parte di Israele di 4 membri del partito libanese. In serata un razzo partito dalla Siria è finito in un’area nel Golan, la zona occupata da Israele nel 1967, senza fare danni.
Nella Cisgiordania occupata si sono tenute manifestazioni a sostegno della popolazione palestinese di Gaza. Al momento sono 23 i palestinesi, soprattutto giovani, uccisi in Cisgiordania da Israele. Secondo The Times of Israel, il Ministro israeliano della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, sta acquistando 10.000 pistole da distribuire ai coloni e agli israeliani residenti nelle città abitate anche da cittadini arabi.
L’Unione Europea ha deciso ieri, a maggioranza dei leader dei Paesi che ne fanno parte, di non sospendere gli aiuti economici ai palestinesi. Al contrario, dopo l’Austria, anche la Svezia e la Danimarca hanno deciso di sospendere gli aiuti.
LEGGI → ISRAELE-GAZA: IL MONDO SI DIVIDE
Gli Stati Uniti hanno inviato una potentissima portaerei in supporto a Israele che era già la potenza armata più temibile dell’area. Un primo carico di munizioni USA sarebbe già stato consegnato.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha commentato negativamente l’invio, da parte degli Stati Uniti, della portaerei che dovrà rimanere nella regione a sostegno di Israele, dichiarando che non potrà far altro che portare altra violenza e altre stragi.
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In Cina e Asia – Un libro bianco sulla BRI rilancia l’iniziativa di Xi
I titoli di oggi: Cina, un libro bianco sulla Belt and Road Initiative rilancia l’iniziativa chiave di Xi La Cina rilascia la giornalista australiana Cheng Lei Country Garden, una nuova scadenza mette la società a rischio default Cina-Usa, la delegazione del Congresso: “Straordinario successo” Cina-Arabia Saudita, al via le esercitazioni militari congiunte Myanmar, strage tra gli sfollati interni in Kachin ...
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Il mondo si divide, non tutti sostengono Israele
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di Redazione
Pagine Esteri, 11 ottobre 2023 – Se dopo l’operazione militare a sorpresa del movimento palestinese Hamas contro Israele i governi dei paesi aderenti o vicini alla Nato hanno espresso totale sostegno a Israele, nel resto del mondo le reazioni sono stato in genere più equilibrate se non schierate dalla parte del popolo sottoposto a occupazione dall’ormai lontano 1948.
Il ministro degli Esteri cinese ha fatto sapere ieri che «la Cina si oppone ad azioni che intensificano i conflitti e minano la stabilità regionale» ma il governo cinese non ha esplicitamente condannato il sanguinoso blitz di Hamas in territorio israeliano, irritando non poco Washington, Bruxelles e Tel Aviv. La portavoce della diplomazia di Pechino ha comunque aggiunto di augurarsi di vedere presto un rapido cessate il fuoco».
Da parte sua la Federazione Russa ha condannato lunedì la violenza contro ebrei e palestinesi, ma ha criticato gli Stati Uniti per quello che definisce il loro approccio distruttivo che ha ignorato la necessità di uno Stato palestinese indipendente. Il Cremlino ha chiesto il ritorno alla pace e si è detto “estremamente preoccupato” per il fatto che la violenza possa degenerare in un conflitto più ampio in Medio Oriente. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha condannato la violenza, ma ha detto che l’Occidente sarebbe miope se credesse di poter semplicemente condannare gli attacchi contro Israele e poi sperare in una vittoria israeliana senza risolvere la causa dell’instabilità, cioè l’occupazione della Palestina.
Le relazioni diplomatiche del Sudafrica con Israele sono tese, perché il governo dell’African National Congress lo definisce uno “stato di apartheid”. L’ANC afferma che Tel Aviv tratta i palestinesi nello stesso modo in cui il governo dell’apartheidopprimeva i neri sudafricani, «segregandoli e impoverendoli» per il solo fatto di essere palestinesi. Il governo sudafricano ha ribadito la sua solidarietà incondizionata alla causa palestinese.
Tra i Brics si distingue l’India che ha adottato una posizione simile a quella dei paesi del blocco euro-atlantico. «Il popolo indiano è con fermezza al fianco di Israele in questo momento difficile» ha scritto su X il primo ministro Narendra Modi dopo un colloquio telefonico con l’omologo israeliano Benjamin Netanyahu.
L’Indonesia è «profondamente preoccupata dall’escalation del conflitto tra Palestina e Israele» e chiede «l’immediata cessazione della violenza per evitare ulteriori perdite umane» recita un comunicato pubblicato dal ministero degli Esteri di Giacarta. Secondo l’Indonesia, storicamente sostenitrice della causa palestinese, «devono essere risolte le radici del conflitto, in particolare l’occupazione dei Territori palestinesi da parte di Israele, in accordo con i termini stabiliti dalle Nazioni Unite».
Simile la posizione espressa dal governo della Malesia che ha esortato tutte le parti coinvolte a esercitare la moderazione e ad adoperarsi per la distensione ribadendo comunque il sostegno al diritto del popolo palestinese di vivere all’interno di uno stato indipendente. «I palestinesi sono stati soggetti alla prolungata occupazione illegale, al blocco e alle sofferenze, alla profanazione di Al Aqsa, così come alla politica di esproprio da parte di Israele in quanto occupante» ricorda una nota del ministero degli Esteri di Kuala Lumpur che definisce quella di Israele «un’amministrazione dell’apartheid».
Moqtada al-Sadr
Rispetto al passato alcuni paesi arabi hanno espresso giudizi relativamente equidistanti, per lo meno quelli che negli anni scorsi sono stati protagonisti dei cosiddetti “Accordi di Abramo” mediati dagli Stati Uniti e volti alla normalizzazione dei rapporti con Israele. È il caso di Emirati Arabi, Bahrein e Marocco. Il Marocco ha condannato «gli attacchi contro i civili ovunque accadano» mentre gli Emirati hanno espresso «sincere condoglianze a tutte le vittime della crisi». Gli Emirati però hanno anche chiesto alla Siria di non intervenire nel conflitto tra Israele e i movimenti palestinesi e di non consentire attacchi dal territorio siriano.
Egitto e Giordania, che riconoscono Israele rispettivamente dal 1978 e dal 1994, hanno denunciato i gravi rischi di una possibile escalation militare. Il ministro degli Esteri di Amman ha però ricordato «gli attacchi e le violazioni dei diritti dei palestinesi in Cisgiordania». Il governo di Amman ha poi negato che gli Stati Uniti stiano utilizzando delle basi militari del paese per rifornire Israele di armi, accusa diffusa da alcuni media mediorientali.
L’Arabia Saudita, protagonista di un relativo processo di normalizzazione con Israele che però procede molto lentamente, ha chiesto l’immediata sospensione dell’escalation tra israeliani e palestinesi, la protezione dei civili e la moderazione, e ha invitato la comunità internazionale ad attivare un processo di pace credibile che porti a una soluzione a due Stati in Medio Oriente. Il Ministero degli Esteri di Riad ha ricordato i suoi «ripetuti avvertimenti sul pericolo che la situazione esploda a causa dell’occupazione e della privazione dei suoi diritti legittimi inflitta al popolo palestinese». Secondo molti analisti uno degli obiettivi dell’azione di Hamas di sabato scorso era proprio quella di far saltare l’avvicinamento tra Riad e Tel Aviv.
Anche il Qatar – che sostiene la Fratellanza Musulmana, corrente dell’Islam politico alla quale aderisce Hamas – ha indicato nelle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi le cause della recente crisi.
Invece il presidente turco Erdogan ha espresso una posizione più equidistante. «Chiediamo a Israele di fermare i suoi bombardamenti sul territorio palestinese e ai palestinesi di fermare le loro aggressioni contro gli insediamenti civili israeliani» ha detto Erdogan in un discorso televisivo, aggiungendo che «anche la guerra ha i suoi modi e la sua morale». La Turchia è l’altra capofila internazionale dei Fratelli Musulmani e sostiene Hamas economicamente e politicamente, ma teme che la crisi attuale causi la rottura delle sue buone relazioni (economiche e militari) con Israele. Ankara e Tel Aviv hanno in cantiere la realizzazione di un gasdotto che consenta il passaggio via Turchia del gas estratto nel grande giacimento israeliano denominato “Leviatano”.
Sostegno incondizionato ad Hamas è giunto immediatamente dal governo dell’Iran. Secondo la guida suprema della Rivoluzione iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, di fronte all’attacco sferrato dal movimento di resistenza islamica palestinese il 7 ottobre Israele ha subito un «fallimento irreparabile» dal punto di vista militare e di intelligence. L’ayatollah ha quindi elogiato la «gioventù palestinese che ha ordito un’operazione di tale intelligenza» smentendo le accuse circolate nei giorni scorsi a proposito di un coinvolgimento dell’Iran. «Quando la crudeltà e il crimine passano il segno e la rapacità giunge al parossismo, bisogna attendersi la tempesta» ha commentato il leader iraniano.
Ieri il presidente della Repubblica dell’Algeria, Abdelmadjid Tebboune, ha espresso «la piena solidarietà con il popolo e il governo della Palestina» al leader dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas (che in realtà è il principale rivale del movimento Hamas), denunciando «le gravissime violazioni commesse dalle forze di occupazione contro il popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania». «Questi sviluppi ricordano a tutti che una pace giusta e completa, come opzione strategica, potrà essere raggiunta solo attraverso la creazione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano con Gerusalemme come capitale, in conformità con il diritto internazionale» ha sottolineato il capo di stato algerino. Nei giorni scorsi il presidente della camera alta del parlamento di Algeri ha condannato fermamente i «vergognosi attacchi dell’occupazione israeliana contro il popolo palestinese» nella Striscia di Gaza definendola «una scena di vergognosa umiliazione internazionale di fronte alla crescente arroganza coloniale». Il presidente del parlamento ha denunciato «la continua ipocrisia internazionale che applica doppi standard nei suoi rapporti con la giusta causa palestinese, attraverso la procrastinazione intenzionale, palesi pregiudizi e la vergognosa giustificazione dello spargimento di sangue da parte israeliana e dei suoi crimini contro l’umanità».
Anche il ministero degli Esteri algerino ha preso una netta posizione a sostegno di Hamas e rivendicando il diritto dei palestinesi a combattere contro «l’occupazione sionista».
Una posizione simile è stata espressa dal regime tunisino. La Tunisia intende sostenere il popolo palestinese sia sul piano diplomatico che su quello sanitario, ha detto il presidente Kais Saied dopo una riunione con alcuni ministri. Intanto il sindacato Unione Generale dei Lavoratori sta organizzando una grande manifestazione di solidarietà nei confronti del popolo palestinese.
Le operazioni militari intraprese dal popolo palestinese sono il risultato naturale di decenni di «oppressione sistemica» da parte «dell’autorità di occupazione sionista», ha dichiarato il portavoce ufficiale del governo dell’Iraq. Nella dichiarazione si mette in guardia le autorità israeliane dall’evitare una continua escalation nei Territori palestinesi occupati, che potrebbe compromettere la stabilità della regione.
Da parte sua il leader sciita iracheno Moqtada al-Sadr ha condannato i leader arabi per il loro continuo fallimento nel sostenere adeguatamente il popolo palestinese. In una conferenza stampa nella quale ha annunciato un grande raduno a Baghdad in solidarietà con la Palestina, al-Sadr ha detto «siamo pronti a fornire cibo e acqua a Gaza attraverso l’Egitto, la Siria o altrove” e ha invitato gli stati arabi a garantire la fornitura di energia elettrica e acqua all’enorme prigione a cielo aperto bombardata incessantemente dall’aviazione israeliana. Il leader sciita iracheno ha anche denunciato il doppio standard della comunità internazionale: «Tutti i paesi si sono affrettati a sostenere l’Ucraina. Perché non fare lo stesso per Gaza?».
Gustavo Petro
Passando all’America Latina, scontata la incondizionata solidarietà espressa ai palestinesi da parte dei governi di Cuba e del Venezuela.
Commentando una dichiarazione del ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant che annunciava un “assedio completo” contro gli “animali” di Gaza il Presidente della Colombia Gustavo Petro ha detto: «Questo è ciò che i nazisti hanno detto degli ebrei».
Petro ha pubblicato dozzine di commenti sui social media sugli eventi da sabato, provocando uno scambio aspro con l’ambasciatore israeliano a Bogotà, Gali Dagan, che ha esortato la Colombia a condannare un «attacco terroristico contro civili innocenti». Nella sua risposta, Petro ha affermato che «il terrorismo consiste nell’uccidere bambini innocenti, sia in Colombia che in Palestina», esortando le due parti a negoziare la pace.
Sostanzialmente equidistante la posizione del governo brasiliano. Il Brasile non risparmierà alcuno sforzo per prevenire l’escalation del conflitto in Medio Oriente, anche mediante il proprio ruolo di presidente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ha scritto il presidente Luiz Inacio Lula da Silva, che si dice «scioccato dagli attacchi terroristici compiuti oggi contro i civili in Israele». Il leader brasiliano invita la comunità internazionale a lavorare per una ripresa immediata di negoziati che portino a una soluzione del conflitto e che garantisca l’esistenza di uno Stato palestinese economicamente vitale, che coesista pacificamente con Israele entro confini sicuri per entrambe le parti.
Simile la posizione del presidente di centrosinistra del Cile Gabriel Boric che ha scritto: «Condanniamo senza riserve i brutali attacchi, omicidi e rapimenti da parte di Hamas. Niente può giustificarli o relativizzare il loro rifiuto più energico». Boric ha poi sottolineato che condanna anche «gli attacchi indiscriminati contro i civili portati avanti dall’esercito israeliano a Gaza e l’occupazione illegale del territorio palestinese».
«Il Messico è favorevole a una soluzione globale e definitiva al conflitto, con la premessa di due Stati, che affronti le legittime preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza e consenta il consolidamento di uno Stato palestinese politicamente ed economicamente vitale che coesista con Israele all’interno di confini sicuri e riconosciuti a livello internazionale» ha ricordato il governo di Città del Messico. «Il Messico condanna inequivocabilmente gli attacchi insensati avvenuti contro il popolo di Israele il 7 ottobre da parte di Hamas e di altre organizzazioni palestinesi a Gaza» ha dichiarato il Ministero degli Esteri.
Israele ha però espresso lunedì la sua “insoddisfazione” per le dichiarazioni del presidente Andrés Manuel López Obrador, definite poco incisive.
I cinque aspiranti alla presidenza dell’Argentina hanno dedicato al conflitto in Medio Oriente del secondo e ultimo confronto televisivo, tenuto domenica sera. «In primo luogo, la mia solidarietà con Israele e il suo pieno diritto a difendere il territorio dai terroristi» ha detto il candidato dell’estrema destra liberista Javier Milei, favorito al primo turno del 22 ottobre, Milei ha da sempre indicato Israele come punto di riferimento della sua politica estera, primo Paese cui si recherà in visita in caso di vittoria delle elezioni. Solidarietà «con il popolo di Israele, in questo momento triste dell’attacco terroristico di Hamas» è stata espressa anche dalla conservatrice Patricia Bullrich, già ministro della Sicurezza nel governo dell’ex presidente, Mauricio Macri. La candidata della sinistra, Myriam Bregman, parla del dolore per «le vittime civili, registrate in un conflitto che ha alla base la politica dello Stato di Israele, di occupazione e apartheid contro il popolo palestinese». Il ministro dell’Economia Sergio Massa, candidato del centrosinistra, ha voluto rendere «chiara la sua solidarietà con tutte le vittime di un attacco terroristico brutale che oggi mette a lutto il mondo». Pagine Esteri
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In Cina e Asia – Xi: "Le relazioni tra Cina e Usa determineranno il destino dell’umanità”
Xi: "le relazioni tra Cina e Usa determineranno il destino dell’umanità”
Veicolo attacca il consolato cinese a San Francisco prima della possibile visita di Xi
Il Pensiero di Xi Jinping raggiunge la sfera culturale
Chip war: via libera all’export di tecnologie Usa per le coreane Samsung e Sk Hynix
Le fabbriche cinesi si spostano nelle province interne
Studio americano: un blocco cinese di Taiwan avrebbe conseguenze economiche peggiori del Covid
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Il calcio in Asia orientale: meglio se donna
Il calcio femminile in Asia orientale non è solo un gioco. In alcuni casi diventa un palliativo per tifosi frustrati dalle delusioni delle nazionali maschili. E talvolta si fa carico di esigenze identitarie e slanci nazionalisti, anche in paesi in cui la parità di genere è distorta in molti aspetti della vita quotidiana. Un estratto dall’ultimo e-book di China Files su Sport e Politica (per sapere come ottenerlo, clicca qui)
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In Cina e Asia –
Conflitto israelo-palestinese, le reazioni di Cina e Asia
Milizie popolari, le aziende cinesi ritornano alle tradizioni del Maoismo
Ex ufficiale dell'esercito americano accusato di aver tentato di fornire informazioni riservate alla Cina
Usa, la delegazione del Senato in visita in Cina riaccende lo scontro sulla crisi del Fentanyl
Cina, i viaggi durante la Golden Week arrivano quasi ai livelli del 2019
Dissidente cinese bloccato all'aeroporto di Taiwan ottiene asilo in Canada
Corea del Nord, boom di trasporti su rotaia. Gli analisti: "Fornitura di armi alla Russia"
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GAZA/ISRAELE. Giorno 2: Raid aerei, lanci di razzi, colpi di mortaio dal Libano. Stop a elettricità e carburante per Gaza
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della redazione
Pagine Esteri, 8 ottobre 2023 – Sono andati avanti per tutta la notte i bombardamenti aerei israeliani su Gaza, 400 raid nelle ultime 24 ore, mentre nel sud di Israele continuano in sei località gli scontri a fuoco tra soldati e alcuni delle centinaia di militanti armati di Hamas penetrati ieri mattina in Israele.
Il bilancio di morti israeliani è di circa 350, i feriti 1800. Video circolati nelle ultime mostrano strade e località del sud di Israele come un terreno di battaglia con decine di carcasse di auto distrutte.
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I palestinesi uccisi sono 313 e 1990 i feriti, ma si attendono i dati aggiornati del ministero della sanità di Gaza poiché nella notte il bilancio sarebbe cresciuto in modo significativo. I raid aerei hanno colpito anche zone densamente popolate e le “torri” come a Gaza chiamato i palazzi con più di 10 piani. I civili in molti casi sono riusciti a fuggire prima delle esplosioni ma fonti locali parlano di altri morti e feriti. Sono state colpite anche moschee. Le unità di soccorso palestinesi parlano di numerose persone sotto le macerie.
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Il Gabinetto di sicurezza israeliano la scorsa notte ha deciso di tagliare le forniture di elettricità, carburante e merci alla Striscia di Gaza.
Intanto da fonti ufficiose si è appreso che gli israeliani presi prigionieri a Gaza sono un centinaio e non 52 come era stato riferito ieri, tra loro anche donne e ufficiali di alto rango.
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Lo sviluppo delle ultime ore sono stati i colpi di mortaio sparati da militanti di Hezbollah dal Libano verso Israele che ha risposto con l’artiglieria. Il movimento sciita ha poi detto di aver sparato quei colpi in solidarietà con i palestinesi.
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Hamas attacca Israele. Come tutto è cominciato
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della redazione –
Pagine Esteri, 7 ottobre 2023 – Un improvviso attacco con razzi e incursioni è scattato alle prime ore di sabato da Gaza verso decine di località in Israele. Sono stati lanciati da Hamas e altre organizzazioni in pochi minuti centinaia di razzi verso il sud di Israele fino alla periferia di Tel Aviv, razzi diventati, secondo le autorità israeliane, 2.500 in poche ore.
I sistemi di difesa israeliani sarebbero stati colti di sorpresa e diversi razzi hanno colpito vari centri abitati, uccidendo una donna di 70 anni e facendo numerosi feriti. Nello stesso momento, secondo notizie diffuse dai media, almeno 4 unità scelte delle Brigate Ezzedin al Qassam, a bordo di pick-up si sono infiltrate in territorio israeliano ingaggiando combattimenti con l’esercito israeliano, con morti e feriti.
Decine di uomini di Ezzedin El Qassam, l’ala militare di Hamas, sono penetrati in territorio israeliano per molti chilometri, infiltrandosi negli insediamenti israeliani e assaltando la stazione di polizia della città di Sderot. Si sono impossessati di diverse jeep dell’esercito israeliano, portandole dentro Gaza.
Nel video, palestinesi armati a bordo di jeep militari israeliane portate all’interno di Gaza:
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Sono 57, tra civili e militari, gli israeliani catturati dai miliziani di Hamas e portati all’interno Gaza. Non è chiaro se siano tutti vivi.
Il leader di Hamas, Mohammad Deif, ha dichiarato che l’operazione “Tempesta di Al Aqsa” è stata lanciata per rispondere all’occupazione del sito religioso di Al Aqsa e alle azioni dei coloni israeliani che sono penetrati nei villaggi palestinesi, saccheggiando, distruggendo e uccidendo alcuni abitanti. “Questo è il giorno della più grande battaglia per porre fine all’ultima occupazione sulla terra“, ha dichiarato Mohammad Deif, chiamando i gruppi armati palestinesi del Libano alla guerra contro Israele.
Israele ha dichiarato di aver lanciato l’operazione “Spada di Ferro” in risposta all’attacco di Hamas e sono cominciati i bombardamenti della Striscia di Gaza. Le autorità hanno fatto anche sapere che alcuni israeliani sono morti durante gli attacchi di Hamas ma non hanno parlato di numeri. Nei video pubblicati in rete si vedono decine di corpi tra quelli dei militari israeliani e dei combattenti palestinesi.
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Israele ha proclamato lo stato di guerra.
In un comunicato il partito islamista Hezbollah ha dichiarato che l’attacco di Hamas è la conseguenza dell’occupazione illegale israeliana della Palestina.
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VIDEO. ISRAELE/GAZA. Attacco dalla Striscia con centinaia di razzi, incursioni di terra e dal cielo
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della redazione
Pagine Esteri, 7 ottobre 2023 – Un improvviso attacco con razzi è scattato alle prime ore del giorno da Gaza verso decine di località in Israele. Sono stati lanciati da Hamas e altre organizzazioni in pochi minuti centinaia di razzi verso il sud di Israele fino alla periferia di Tel Aviv. I sistemi di difesa israeliani sarebbero stati colti di sorpresa e diversi razzi hanno colpito vari centri abitati, uccidendo una donna di 70 anni e facendo numerosi feriti. Nello stesso momento, secondo notizie diffuse dai media, almeno 4 unità scelte delle Brigate Ezzedin al Qassam, a bordo di pick-up si sono infiltrate in territorio israeliano ingaggiando combattimenti con l’esercito israeliano con morti e feriti. E’ stato colpito e distrutto anche un carro armato. Secondo indiscrezioni i palestinesi avrebbero prelevato il corpo di un soldato israeliano ferito o ucciso portandolo dentro Gaza. Un video mostra un deltaplano con un uomo in apparenza armato atterrare in una località nel sud di Israele. Si sono udite esplosioni anche a Gerusalemme. Israele poco fa ha proclamato lo stato di guerra.
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Radio Alhara. La Palestina fa rete con il mondo
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Di Micol H. Meghnagi –
Pagine Esteri, 6 ottobre 2023 – È una domenica di settembre. Accovacciati davanti a una consolle, Elias e Yousef Anastas muovono i piatti, preparando il mix e regolando le atmosfere del brano ambient in diretta su Radio Alhara. Siamo al Wonder Cabinet, hub culturale alle porte del check-point 300 che divide Gerusalemme da Betlemme. Un progetto a firma dei fratelli Anastas, che ospita al suo interno anime molteplici, tra cui la prima casa fisica di Radio Alhara.
Era il momento dei lockdown in tutto il mondo, e sei amici decidono di dare vita ad una «communal radio», ovvero una stazione nata «dal basso» e basata sul desiderio di condividere musica e contenuti. I co-fondatori di Radio Alhara si sono incontrati sul dancefloor. La comunità culturale e musicale palestinese è il luogo in cui Elias e Yousef – che sono entrambi architetti e gestiscono insieme uno studio di architettura – hanno incontrato Yazan Khalil, già direttore del Khalil Sakakini Center, un’istituzione artistica e culturale di Ramallah. Ad Amman, i graphic designer Saeed Abu Jaber e Mothanna Hussein, hanno conosciuto il sound designer Ibrahim Owais, alle feste da loro organizzate. È stata l’esposizione di sedie progettate da Elias e Yousef presso lo studio di design di Saeed e Mothanna a far nascere l’amicizia tra i co-fondatori e la successiva formazione della stazione.
Radio Alhara nasce quasi per gioco, su base volontaria e senza un vero e proprio progetto politico alle spalle. « Ci siamo ispirati ad una web radio di Beirut a cui abbiamo chiesto una mano per imparare a trasmettere, ma anche all’esperienza di Radio Quartiere nata a Milano nello stesso anno » – raccontano Elias e Yousef, co-fondatori di Radio Alhara. « Nel sito abbiamo inserito la possibilità di chattare e questo ha creato una comunità che ascoltava musica e allo stesso tempo interagiva. Essere online ha reso globale la dimensione di questo luogo digitale. La radio è uno spazio pubblico che appartiene a tutti. Oggi è una comunità di oltre 300 persone, da Tokyo a New York, passando per Betlemme», spiega Elias. Al Hara, in arabo, quartiere, è riuscita a penetrare in ogni angolo del mondo, con i suoi programmi in arabo, inglese, italiano, francese e una cartella Dropbox che invita chiunque a caricare un programma per la trasmissione.
Radio Alhara è diventata con il tempo anche uno spazio per le voci soppresse. Durante il movimento Black Lives Matter e l’uccisione di George Floyd, Radio Alhara ha risposto alla chiamata internazionale per un blackout delle trasmissioni. Dopo questa esperienza, è stata la volta della raccolta fondi per Beirut in seguito all’esplosione al porto, poi in solidarietà con le rivolte iraniane, con il Marocco e la Libia per il recente terremoto, e per la situazione in Palestina. «Nel 2020 abbiamo dato vita a Fil MishMish per rispondere al piano di Israele del 2020 di annettere altre terre della Cisgiordania. Una campagna di protesta online che ha portato 20.000 persone ad ascoltare la radio durante i tre giorni di lineup. Una manifestazione straordinaria di solidarietà sotto l’ombrello del rifiuto di ogni forma di violenza. Quando nel 2021, con i fatti avvenuti a Sheikh Jarrah sono stati censurati migliaia di account di palestinesi, abbiamo stretto una collaborazione con numerose web radio per creare quello che è diventato il Sonic Liberation Front: una programmazione gemella in tutte le emittenti in solidarietà con la Palestina».
Ibrahim Owais, sound producer e co-fondatore di Radio Alhara. Foto di Micol H Meghnagi e Luca Bonaventura, Betlemme, luglio 2023
Lo spazio sociale della musica e della danza è stato storicamente un luogo di resistenza sociopolitica. A New Orleans negli anni Dieci del Novecento, il jazz è stato il linguaggio della resistenza per gli afroamericani, che hanno usato la musica per costruire collettivamente una cultura e un movimento nonostante i tentativi di sopprimerla. A Detroit, nei primissimi anni Novanta, la musica techno diventa un antidoto contro il conformismo delle istituzioni ed il loro distacco dalle reali esigenze dei popoli. Un sistema oppressivo radicalmente attaccato dalle note degli Underground Resistance in dischi come Riot Ep, Revolution For Change e Message To The Major. Nella stessa tradizione, la comunità musicale e culturale in Palestina, attraverso Radio Alhara, si dichiara uno spazio di resistenza contro l’oppressione politica, dove si è liberi nonostante le crescenti restrizioni dovute all’occupazione militare israeliana e alle repressioni interne per mano dell’Autorità Palestinese.
Radio Alhara si affida a una rete di stazioni radiofoniche in tutto il mondo che Elias descrive come una forma di «solidarietà strutturale». Le stazioni sorelle di Radio Alhara, che comprendono stazioni online indipendenti in quasi tutti i continenti, trasmettono a turno la programmazione giornaliera dell’emittente per aiutarla a raggiungere un pubblico globale più ampio, massimizzando l’ascolto attraverso un effetto domino. La visibilità della radio è stata favorita anche dal sostegno di artisti di fama mondiale. Il compositore e musicista cileno-americano Nicolas Jaar ha contribuito alla campagna Sonic Liberation Front eseguendo composizioni inedite e recitando un monologo dal vivo su come la disuguaglianza nell’accesso all’acqua sia stata un mezzo fondamentale di segregazione in Israele e Palestina. La popolarità di Jaar come musicista ha attirato alla sua trasmissione persone non informate sulla condizione in cui verte la Palestina. In altre parole, «usare il vettore della cultura e della musica per rivolgersi a un pubblico vario e diversificato funziona», conclude Yousef.
Un’ora di ambient selezionato dai fratelli Anastas è seguita da una discussione tra i ricercatori Nora Akawi e Khyam Allami sulla sfida ai pregiudizi occidentali insiti nei software di produzione musicale. Il venerdì successivo, gli spettacoli passano da un pezzo di minimal techno libanese e una lettura di opere del romanziere tuareg Ibrahim Al-Koni. L’ibridazione di cultura, musica e arte di Radio Alhara confluisce anche nel mondo fisico, attraverso lo studio di architettura dei fratelli Anastas, AAU Anastas.
Inaugurazione di Wonder Cabinet, Betlemme, maggio 2023. Foto di Micol H. Meghnagi e Luca Bonaventura
Il loro ultimo progetto, il Wonder Cabinet, inaugurato di recente a Betlemme, si pone come obiettivo quello di restituire voce alla scena artistica locale e internazionale nella Cisgiordania occupata. Tra i suoi spazi aperti, i dj mixano abilmente una gamma di musica che va dal jazz all’afro-punk. Ecco il marchio «Al Hara»: la capacità dei residenti della stazione di esibirsi in un quartiere immaginario o reale, che incoraggi con fervore la libertà di espressione. Queste note sono metafore potenti dell’idea che un giorno questo stesso tipo di libertà sarà raggiunto anche per la Palestina. Pagine Esteri
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Radio Alhara. La Palestina fa rete con il mondo
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Di Micol H. Meghnagi –
Pagine Esteri, 6 ottobre 2023 – È una domenica di settembre. Accovacciati davanti a una consolle, Elias e Yousef Anastas muovono i piatti, preparando il mix e regolando le atmosfere del brano ambient in diretta su Radio Alhara. Siamo al Wonder Cabinet, hub culturale alle porte del check-point 300 che divide Gerusalemme da Betlemme. Un progetto a firma dei fratelli Anastas, che ospita al suo interno anime molteplici, tra cui la prima casa fisica di Radio Alhara.
Era il momento dei lockdown in tutto il mondo, e sei amici decidono di dare vita ad una «communal radio», ovvero una stazione nata «dal basso» e basata sul desiderio di condividere musica e contenuti. I co-fondatori di Radio Alhara si sono incontrati sul dancefloor. La comunità culturale e musicale palestinese è il luogo in cui Elias e Yousef – che sono entrambi architetti e gestiscono insieme uno studio di architettura – hanno incontrato Yazan Khalil, già direttore del Khalil Sakakini Center, un’istituzione artistica e culturale di Ramallah. Ad Amman, i graphic designer Saeed Abu Jaber e Mothanna Hussein, hanno conosciuto il sound designer Ibrahim Owais, alle feste da loro organizzate. È stata l’esposizione di sedie progettate da Elias e Yousef presso lo studio di design di Saeed e Mothanna a far nascere l’amicizia tra i co-fondatori e la successiva formazione della stazione.
Radio Alhara nasce quasi per gioco, su base volontaria e senza un vero e proprio progetto politico alle spalle. « Ci siamo ispirati ad una web radio di Beirut a cui abbiamo chiesto una mano per imparare a trasmettere, ma anche all’esperienza di Radio Quartiere nata a Milano nello stesso anno » – raccontano Elias e Yousef, co-fondatori di Radio Alhara. « Nel sito abbiamo inserito la possibilità di chattare e questo ha creato una comunità che ascoltava musica e allo stesso tempo interagiva. Essere online ha reso globale la dimensione di questo luogo digitale. La radio è uno spazio pubblico che appartiene a tutti. Oggi è una comunità di oltre 300 persone, da Tokyo a New York, passando per Betlemme», spiega Elias. Al Hara, in arabo, quartiere, è riuscita a penetrare in ogni angolo del mondo, con i suoi programmi in arabo, inglese, italiano, francese e una cartella Dropbox che invita chiunque a caricare un programma per la trasmissione.
Radio Alhara è diventata con il tempo anche uno spazio per le voci soppresse. Durante il movimento Black Lives Matter e l’uccisione di George Floyd, Radio Alhara ha risposto alla chiamata internazionale per un blackout delle trasmissioni. Dopo questa esperienza, è stata la volta della raccolta fondi per Beirut in seguito all’esplosione al porto, poi in solidarietà con le rivolte iraniane, con il Marocco e la Libia per il recente terremoto, e per la situazione in Palestina. «Nel 2020 abbiamo dato vita a Fil MishMish per rispondere al piano di Israele del 2020 di annettere altre terre della Cisgiordania. Una campagna di protesta online che ha portato 20.000 persone ad ascoltare la radio durante i tre giorni di lineup. Una manifestazione straordinaria di solidarietà sotto l’ombrello del rifiuto di ogni forma di violenza. Quando nel 2021, con i fatti avvenuti a Sheikh Jarrah sono stati censurati migliaia di account di palestinesi, abbiamo stretto una collaborazione con numerose web radio per creare quello che è diventato il Sonic Liberation Front: una programmazione gemella in tutte le emittenti in solidarietà con la Palestina».
Ibrahim Owais, sound producer e co-fondatore di Radio Alhara. Foto di Micol H Meghnagi e Luca Bonaventura, Betlemme, luglio 2023
Lo spazio sociale della musica e della danza è stato storicamente un luogo di resistenza sociopolitica. A New Orleans negli anni Dieci del Novecento, il jazz è stato il linguaggio della resistenza per gli afroamericani, che hanno usato la musica per costruire collettivamente una cultura e un movimento nonostante i tentativi di sopprimerla. A Detroit, nei primissimi anni Novanta, la musica techno diventa un antidoto contro il conformismo delle istituzioni ed il loro distacco dalle reali esigenze dei popoli. Un sistema oppressivo radicalmente attaccato dalle note degli Underground Resistance in dischi come Riot Ep, Revolution For Change e Message To The Major. Nella stessa tradizione, la comunità musicale e culturale in Palestina, attraverso Radio Alhara, si dichiara uno spazio di resistenza contro l’oppressione politica, dove si è liberi nonostante le crescenti restrizioni dovute all’occupazione militare israeliana e alle repressioni interne per mano dell’Autorità Palestinese.
Radio Alhara si affida a una rete di stazioni radiofoniche in tutto il mondo che Elias descrive come una forma di «solidarietà strutturale». Le stazioni sorelle di Radio Alhara, che comprendono stazioni online indipendenti in quasi tutti i continenti, trasmettono a turno la programmazione giornaliera dell’emittente per aiutarla a raggiungere un pubblico globale più ampio, massimizzando l’ascolto attraverso un effetto domino. La visibilità della radio è stata favorita anche dal sostegno di artisti di fama mondiale. Il compositore e musicista cileno-americano Nicolas Jaar ha contribuito alla campagna Sonic Liberation Front eseguendo composizioni inedite e recitando un monologo dal vivo su come la disuguaglianza nell’accesso all’acqua sia stata un mezzo fondamentale di segregazione in Israele e Palestina. La popolarità di Jaar come musicista ha attirato alla sua trasmissione persone non informate sulla condizione in cui verte la Palestina. In altre parole, «usare il vettore della cultura e della musica per rivolgersi a un pubblico vario e diversificato funziona», conclude Yousef.
Un’ora di ambient selezionato dai fratelli Anastas è seguita da una discussione tra i ricercatori Nora Akawi e Khyam Allami sulla sfida ai pregiudizi occidentali insiti nei software di produzione musicale. Il venerdì successivo, gli spettacoli passano da un pezzo di minimal techno libanese e una lettura di opere del romanziere tuareg Ibrahim Al-Koni. L’ibridazione di cultura, musica e arte di Radio Alhara confluisce anche nel mondo fisico, attraverso lo studio di architettura dei fratelli Anastas, AAU Anastas.
Inaugurazione di Wonder Cabinet, Betlemme, maggio 2023. Foto di Micol H. Meghnagi e Luca Bonaventura
Il loro ultimo progetto, il Wonder Cabinet, inaugurato di recente a Betlemme, si pone come obiettivo quello di restituire voce alla scena artistica locale e internazionale nella Cisgiordania occupata. Tra i suoi spazi aperti, i dj mixano abilmente una gamma di musica che va dal jazz all’afro-punk. Ecco il marchio «Al Hara»: la capacità dei residenti della stazione di esibirsi in un quartiere immaginario o reale, che incoraggi con fervore la libertà di espressione. Queste note sono metafore potenti dell’idea che un giorno questo stesso tipo di libertà sarà raggiunto anche per la Palestina. Pagine Esteri
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Il Pakistan è (di nuovo) nelle mani dell’esercito
La sempre più evidente presenza dell'esercito in politica è di nuovo la normalità, in Pakistan. La crisi della democrazia pakistana (della quale Imran Khan è più che un complice) è ormai cronica.
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In Cina e Asia – Forum sul Tibet. Wang Yi difende l’integrità territoriale della Cina
I titoli di oggi: Forum sul Tibet. Wang Yi difende l’integrità territoriale della Cina Il settore delle auto elettriche cinesi continua a crescere, nonostante le perdite He Lifeng, lo zar della diplomazia economica cinese Semiconduttori, cala la quota di Taipei e cresce il vantaggio di Pechino Spazio, la Cina vuole espandere la stazione Tiangong Ieri, in occasione di un forum ...
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SIRIA. 100 morti per attacco terroristico con drone durante cerimonia di consegna dei diplomi
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Pagine Esteri, 5 ottobre 2023. All’interno dell’Accademia militare di Homs, in Siria, si stava svolgendo oggi la cerimonia della consegna dei diplomi ai cadetti, quando un drone ha causato una strage.
Sarebbero almeno 100 i morti e più di 120 i feriti, trasportati in diversi ospedali della zona.
L’Accademia si trova a 140 chilometri a nord di Damasco. Il numero dei morti pare, purtroppo, destinato a salire, considerando le condizioni critiche di molti feriti. Tra le vittime donne e bambini, civili che partecipavano alla cerimonia.
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In Cina e in Asia – Le mire della Cina sulle infrastrutture del Perù
Le mire della Cina sulle infrastrutture del Perù
Alibaba nel mirino dei servizi del Belgio per spionaggio
La Cina guadagna spazio nell’Artico
A quanto ammonta la corruzione dei funzionari cinesi?
Sui social network cinesi sempre più giovani usano l’alias “momo”
Arrestati due giornalisti della redazione indiana di NewsClick
I produttori di armi dell’Indonesia riforniscono di armamenti il Myanmar
Sparatoria in Thailandia: il governo vuole regolamentare il possesso delle armi da fuoco
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Turchia e Azerbaigian vogliono un pezzo di Armenia
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di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 5 ottobre 2023 – Russia e occidente continuano a rimpallarsi le responsabilità per l’ennesima tragedia nel Caucaso.
Per Mosca, la colpa della disfatta degli armeni sarebbe da addebitare al governo armeno guidato da Nikol Pashinyan, che avrebbe tradito la Russia per cercare il sostegno della Nato e dell’UE, che ovviamente non è arrivato. Gli USA nella regione non hanno voce in capitolo, e gli europei sono troppo interessati al gas azero per fare la voce grossa con il dittatore Ilham Aliyev.
É oggettivo che Erevan si sia avvicinata all’Alleanza Atlantica e a Bruxelles, ma non solo in ossequio all’orientamento filoccidentale del primo ministro eletto dopo la “rivoluzione di velluto” del 2018. Se Pashinyan ha cercato nuove sponde a occidente (ma anche in Iran e in India) è anche perché era ormai chiaro che Mosca non aveva alcuna intenzione di spendersi per la difesa degli armeni. Nonostante un patto di mutua assistenza militare con Erevan, Putin non si è mosso neanche quando gli azeri hanno aggredito lo stato sovrano armeno nel settembre 2022, e non più solo l’autoproclamata – ma non riconosciuta da nessuno – Repubblica di Artsakh creata dagli armeni dell’Azerbaigian nel 1991.
Specularmente, per europei e statunitensi la responsabile unica della catastrofe sarebbe Mosca, che cinicamente ha mollato gli armeni per proteggere le consistenti relazioni avviate con il regime di Baku e con la Turchia, paese che importa ingenti quantità di petrolio e gas dalla Russia e che con Mosca ha sviluppato un rapporto di alleanza/competizione distanziandosi dagli interessi di Washington.
La Repubblica dell’Artsakh non esiste più
Paradossalmente sono vere entrambe le versioni: tutte le potenze attive nel Caucaso, per un motivo o per l’altro, hanno lasciato mano libera all’esercito azero, provocando una catastrofe umanitaria e culturale la cui gravità, forse, la comunità internazionale comprenderà nei prossimi anni.
In neanche due settimane, man mano che le truppe azere prendevano possesso del territorio dell’Artsakh, più di centomila armeni – il 90% o forse più della popolazione totale dell’enclave – hanno abbandonato le loro case e le loro terre per rifugiarsi in Armenia, incolonnati per giorni su quel “corridoio di Lachin” che i 2000 peacekeeper russi schierati nel 2020 avrebbero dovuto difendere e che invece militari e funzionari azeri, travestiti da attivisti ecologisti, hanno completamente bloccato dando vita ad un assedio medievale.
Al termine di 10 mesi di assedio – che hanno causato fame ed estrema penuria di medicine e di carburante – la comunità armena del Nagorno-Karabakh era così stremata che quando a settembre le truppe azere hanno sferrato l’ennesimo attacco, il governo di Stepanakert ha resistito poche ore, dichiarando poi la resa totale.
Il 28 settembre il presidente dell’Artsakh Samvel Sergeyi Shahramanyan ha firmato il decreto che pone fine all’esistenza dell’entità dal primo gennaio del 2024. Le strade e le case di Stepanakerte delle altre città dell’enclave sono già deserte e presto la patria ancestrale degli armeni verrà ripopolata da profughi azeri (cacciati dagli armeni negli anni ’90) e da nuovi coloni inviati da Baku per assimilare le province riconquistate.
La Turchia approfitta della miopia di Mosca
I peacekeeper russi non si sono mossi e neanche le truppe di Mosca di stanza nella base che la Federazione possiede in Armenia. «Putin non poteva certo rischiare di entrare in conflitto con l’Azerbaigian e la Turchia per difendere un paese il cui governo flirta con la Nato voltando le spalle a Mosca» ripetono i media controllati dal Cremlino. In realtà se forse intervenuta per bloccare l’aggressione azera all’Armenia del 2022 e per evitare il blocco del corridoio di Lachin nei mesi scorsi, Mosca avrebbe potuto utilizzare la sua influenza e il suo peso militare e politico per convincere Aliyev a non forzare la mano senza sparare un colpo. Anche solo cristallizzando lo status quo venutosi a creare dopo l’aggressione azera del 2020, grazie alla quale Baku ha recuperato le 7 province contigue all’Artsakh occupate dagli armeni durante la guerra che ha insanguinato la regione dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’90, Putin avrebbe evitato il precipitare degli eventi riuscendo senza scontentare troppo né Erevan né Baku.
Ma a furia di tollerare l’iniziativa dell’asse azero-turco, la presa di Mosca sull’area è notevolmente diminuita e si è affermata l’egemonia turca.
La Nato sfruttando la disillusione armena nei confronti della Russia per stringere accordi militari, economici e politici con Erevan, al solo scopo di indebolire il ruolo russo nel Caucaso. Martedì il parlamento armeno ha approvato l’adesione del paese alla Corte Penale dell’Aja; la mossa ha enormemente contrariato il Cremlino, sul cui inquilino pesa da mesi un mandato internazionale di cattura per crimini di guerra in Ucraina. D’altronde, i partiti e gli ambienti filorussi attivi in Armenia – protagonisti insieme ad altre forze di grandi manifestazioni per le dimissioni di Pashinyan, reo di aver abbandonato a se stessi gli armeni dell’Artsakh – hanno perso ogni credibilità di fronte all’opinione pubblica che considera Mosca non meno colpevole della catastrofe dell’occidente. Le minacce russe di un regime change a Erevan per togliere di mezzo Pashinyan (ma queste cose non le faceva solo il perfido occidente?) non aiutano.
All’UE interessa il gas azero
Anche le promesse di sostegno da parte dei paesi europei e di Washington si sono rivelate inconsistenti. Qualche mese prima dell’aggressione sul confine armeno era arrivata una pattuglia di inviati dell’Unione Europea, senza poteri e senza il sostegno dei propri governi. Durante lo scorso fine settimana, poi – quando l’Artsakh si era ormai svuotato dei suoi abitanti in fuga dalla repressione e dall’assimilazione azera – le Nazioni Unite hanno inviato una missione per “valutare le necessità umanitarie della situazione” nella regione interdetta da Baku ai giornalisti stranieri, mentre decine di leader politici e militari dell’enclave sono stati arrestati dagli occupanti.
Delle sanzioni all’Azerbaigian richieste da una settantina di parlamentari europei – Baku è governata da un regime autocratico spietato con gli armeni quanto con i dissidenti interni – neanche a parlarne: il gas e il petrolio estratti nel Mar Caspio sono troppo preziosi per l’Unione Europea, e soprattutto per Roma, alla ricerca di fonti alternative con cui rimpiazzare le forniture russe boicottate dopo l’invasione dell’Ucraina. Per non parlare dei miliardi in gioco nella ricostruzione delle province azere ripulite dagli armeni, molti dei quali finiscono nelle casse di aziende italiane ed europee.
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Lo schiaffo dell’Azerbaigian a Russia e Ue
Ma il vile comportamento delle varie potenze nei confronti degli armeni non è dettato esclusivamente dal cinismo.
La verità è che tanto a occidente quanto a Mosca i diversi governi hanno subito l’ennesima offensiva dell’asse azero-turco dimostrando una consistente miopia e scarsa lungimiranza.
Ieri l’edizione europea del giornale “Politico” ha informato che alcuni rappresentanti diplomatici di Stati Uniti, Unione Europea e Russia si sono incontrati a metà settembre in Turchia per una riunione diretta a sventare un peggioramento della situazione in Nagorno-Karabakh. L’incontro si sarebbe svolto il 17 settembre a Istanbul con la partecipazione di Louis Bono, consigliere senior di Washington per i negoziati nel Caucaso, di Toivo Klaar, rappresentante speciale dell’UE per la regione, e di Igor Khovaev, inviato speciale di Putin in Armenia e Azerbaigian. I tre paesi avrebbero chiesto e teoricamente ottenuto da Baku un allentamento dell’assedio agli armeni dell’Artsakh e la promessa di un rilancio dei colloqui di pace con Erevan. In quelle ore il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, si è più volte vantato dei presunti risultati ottenuti grazie alle pressioni europee sull’Azerbaigian.
Solo due giorni dopo l’incontro di Istanbul, il 19 settembre, le forze armate di Baku hanno attaccato i 10 mila miliziani dell’Artsakh, male armati e deperiti, in barba alle rassicurazioni offerte poche ore prima ai rappresentanti delle grandi potenze. Il regime azero ha giustificato “l’operazione antiterrorismo” come la necessaria risposta ad una imboscata armena ai propri militari, ma da settimane Baku stava ammassando truppe ai confini dell’Artsakh all’interno di un piano d’invasione evidentemente preordinato.
Durante l’offensiva le truppe azere hanno preso di mira una pattuglia di militari russi, uccidendone 5, compreso il vicecomandante del contingente russo Ivan Kovgan, e hanno bersagliato alcune postazioni dei peacekeeper russi. Solo degli errori, si sono giustificati a Baku; segnali della prepotenza dei soldati azeri che ormai si sentono padroni del Caucaso e non temono neanche il gigante russo, affermano altri.
Sulla base della stessa sensazione di onnipotenza, ieri le autorità azere hanno respinto l’invito a partecipare ad un incontro previsto per oggi a Granada, in Spagna, con i rappresentanti di Armenia, Unione Europea, Francia e Germania, per discutere il futuro della regione di cui Baku è rientrata in possesso dopo 30 anni e siglare un trattato di pace. Gli emissari di Aliyev hanno chiesto che alla riunione prendesse parte anche la Turchia, condizione respinta dai promotori dell’iniziativa, ed espresso forti riserve sulla partecipazione francese. Riconquistato l’Artsakh, Baku non ha alcuna reale necessità di negoziare con Erevan e anzi punta a nuove vittorie.
Le aspirazioni egemoniche della Turchia, le rivendicazioni azere sull’Armenia e il ruolo di Israele
È inoltre evidente sin dall’inizio della crisi che dietro le pretese dell’Azerbaigian – ormai potenza energetica di primo livello – c’è proprio la Turchia. Ankara considera la repubblica turcofona una parte del grande popolo turco (“un popolo, due stati”) ma anche uno strumento per far valere le proprie aspirazioni da grande potenza in Asia centrale. Per questo in tutti questi anni Erdogan ha armato, addestrato e sostenuto con consiglieri e mercenari le truppe di Baku che contemporaneamente hanno potuto contare anche sul pieno sostegno di Israele. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, tra il 2016 e il 2020 quasi il 70% delle armi acquistate dall’Azerbaigian grazie ai proventi dell’industria petrolifera provenivano proprio dallo “stato ebraico”, incuneatosi così in un’area dove non aveva in precedenza alcuna influenza. Anche pochi giorni prima dell’ultimo blitz contro l’Artsakh di settembre a Baku sarebbero atterrati vari cargo pieni di armi israeliane.
Forse Mosca e le cancellerie europee pensavano di contenere le ambizioni azere e turche tollerando la riconquista dell’Artsakh da parte di Baku, ma appare evidente che Azerbaigian e Turchia nutrono ben altre aspirazioni.
A pochi giorni dalla fulminante vittoria azera contro ciò che rimaneva dell’Artsakh, Aliyev ha incontrato il suo omologo turco Erdogan nella Repubblica del Nakhchivan, una exclave azera separata dal resto del paese da una regione dell’Armenia meridionale. Baku pretende la realizzazione di un corridoio stradale e ferroviario in territorio armeno che colleghi le due parti del paese, esistente fino all’inizio degli anni ’90 e poi saltato dopo l’inizio del conflitto tra le due ex repubbliche sovietiche. Per Erdogan il progetto è ancora più rilevante, perché concederebbe all’economia e alle aspirazioni imperiali turche una proiezione verso l’Asia centrale, le altre repubbliche turcofone ex sovietiche e la Cina, aggirando sia la Russia sia l’Iran.
Lunedì Erdogan e Aliyev hanno già inaugurato i lavori di realizzazione di un nuovo gasdotto che collegherà il Nakhchivan con la regione turca di Igdir, in attesa di poterlo prolungare fino a Baku passando nel corridoio di Zangezur.
Aliyev ha spesso chiarito che se non dovesse ottenere il corridoio di Zangezur con le buone – sul confine meridionale armeno e alle porte dell’Iran, che osserva con preoccupazione il precipitare della situazione a nord della sua frontiera e su è detto disponibile a inviare osservatori al confine tra Armenia e Azerbaigian – lo farebbe con la forza, prendendosi anche i territori dell’Armenia meridionale che d’altronde il “presidente a vita” azero ha definito ancora recentemente “Azerbaigian occidentale”. Senza un consistente sostegno esterno, economico e militare, l’Armenia non avrebbe alcuna chance di fermare le truppe azere e di impedire l’occupazione della provincia di Syunik, dove tra l’altro si trovano degli importanti giacimenti di rame e molibdeno.
A quel punto la Russia, il cui ruolo di paciere è già compromesso, si troverebbe a fronteggiare uno scenario alquanto spiacevale, dovendo decidere se fronteggiare anche militarmente l’iniziativa turco-azera, con tutte le conseguenze del caso, o se tollerare un’ulteriore ascesa di Ankara in un quadrante tradizionalmente di sua competenza.
La Francia offre protezione a Erevan
La difficoltà di Mosca nel Caucaso è tale che nei giorni scorsi la Francia – tradizionale protettore degli armeni e potenza energetica nucleare assai meno dipendente dal gas azero rispetto ai propri partner europei – ha deciso di entrare in scena con maggiore determinazione.
In visita a Erevan la Ministra degli Esteri di Parigi, Catherine Colonna, ha informato che Parigi ha accettato di consegnare non meglio precisati equipaggiamenti militari alla piccola nazione del Caucaso meridionale per garantire una migliore difesa del paese. Segno che l’ipotesi di un’aggressione militare azera all’Armenia è tutt’altro che remota.
Nel frattempo la moneta armena si è svalutata del 15% in un solo giorno e il piccolo e povero paese deve ora pensare a come sistemare i 100 mila profughi dell’Artsakh che nei giorni scorsi hanno varcato la sua frontiera. – Pagine Esteri
Leggi anche: L’Azerbaigian piega gli armeni, abbandonati da Russia e Nato
* Marco Santopadre, giornalista e saggista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.
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In Cina e Asia – De-risking, l’Ue lancia una nuova strategia di sicurezza che guarda alla Cina
I titoli di oggi: De-risking, l’Ue lancia una nuova strategia di sicurezza che guarda alla Cina Ucraina, tre aziende petrolifere cinesi “sponsor della guerra” India, raid della Polizia contro redazione online: “È propaganda cinese” Banca mondiale, nel 2024 tassi di crescita al ribasso per la Cina Pacifico, le Marshall non rinnovano il patto siglato con gli Usa Mar Cinese Meridionale: ...
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LIBANO. Nel Cimitero della Palestina riposa il sogno della rivoluzione araba
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testo e foto di Michele Giorgio
Pagine Esteri, 4 ottobre 2023 – «Ecco, questa qui è la tomba di una donna francese e lì c’è quella di Ghassan Kanafani». Mahmoud Safadi di questo luogo sa tutto, conosce la storia di ogni singola persona seppellita nel cimitero. È il custode e vive giorno e notte tra queste tombe che cura per conto dell’Olp. «Ghassan (Kanafani) – ci dice – è stato uno dei più grandi intellettuali e scrittori palestinesi. Fu ucciso dal Mossad (israeliano) nel 1972, assieme alla nipote di 17 anni, Lamis. Un bomba fece saltare in aria la sua automobile». Ci invita a seguirlo. Sciorina nomi a ripetizione: Ali Hasan Salameh (il principe rosso), Shafik al Hout, Salah Ibrahim Said e così via. È la storia del movimento di liberazione palestinese e di un’era del Medio Oriente ormai dimenticata o forse ignorata di proposito dalla narrazione «autorizzata».
Siamo a Beirut, nel Cimitero dei Martiri della Palestina o come, più giustamente, lo chiamano alcuni, il cimitero dei martiri della rivoluzione palestinese. Non lontano da qui c’è un altro cimitero, quello delle migliaia di vittime palestinesi del massacro di Sabra e Shatila del 1982, un luogo dovrebbero esserci anche due giornalisti italiani, Stefano Chiarini e Maurizio Musolino, che avevano dedicato una buona parte della loro vita a tenere accesi i riflettori sulla questione palestinese.
In Israele definirebbero questo luogo, al quale Mahmoud riserva tutta la cura possibile, un «cimitero di terroristi» considerando che una parte di coloro che vi sono seppelliti hanno partecipato ad attacchi armati tra gli anni Settanta e Ottanta o sono stati leader e militanti di organizzazioni combattenti dell’Olp. Ma forse nello Stato ebraico lo ricorderebbero solo come il luogo dove giace l’odiato mufti di Gerusalemme, Hajj el Amin Hussein.
È qualcosa di ben diverso. Il Cimitero dei Martiri della Palestina è la rappresentazione del sogno di uomini e donne, di ogni angolo del mondo, di diversi orientamenti ed ideologie, di una rivoluzione, quella palestinese, che non aveva come obiettivo solo quello di realizzare i diritti di un popolo scacciato dalla sua terra ma anche di scardinare le fondamenta politiche e sociali del Medio Oriente. Una rivoluzione che voleva abbattere le barriere religiose e la struttura tribale del mondo arabo sulla base di un’idea: la liberazione da tutte le oppressioni.
Il Cimitero dei Martiri della Palestina è l’unico del Medio Oriente dove uomini e donne sono stati sepolti assieme senza tenere conto della loro religione, origine, ceto sociale.
«Qui sono sepolti sunniti e anche alcuni sciiti, cristiani, arabi, curdi, europei, nordafricani, un russo, diversi asiatici, anche Balqis al Rawi, moglie del celebre poeta siriano Nizar Qabbani, morta in un attentato all’ambasciata dell’Iraq a Beirut nel 1981. Persone che avevano una visione comune del mondo e che credevano in una rivoluzione che doveva liberare i palestinesi e tutti gli arabi», ci dice Sari Hanafi, docente dell’Università americana di Beirut, esperto di profughi palestinesi in Libano. «Oggi che il mondo, non sono quello arabo, è dilaniato dal settarismo religioso, dal conflitto tra musulmani sunniti e sciiti, dalle tensioni tra fedi diverse, questo cimitero ha un valore che va oltre quello simbolico. Ci spinge a pensare di nuovo a un mondo senza differenze tra gli esseri umani, che punta al progresso. Ci aiuta a capire che le lotte del passato non sono state vane», aggiunge Hanafi.
Mahmoud ci guida ancora tra le lapidi. Sotto un poster enorme con l’immagine del presidente palestinese Yasser Arafat, morto nel 2004 e sepolto a Ramallah, in Cisgiordania, accanto alle tombe di due giapponesi, c’è una lapide con inciso il nome di Kamal Mustafa Ali, uomo del Bangladesh. Non vi è alcuna menzione di chi fosse e nemmeno una data di nascita. Sulla lastra di marmo oltre al nome e al giorno della morte, 22 luglio 1982, c’è solo un versetto del Corano. Mahmoud dimostra di sapere tutto anche in questo caso. «Ali – ci dice – fu colpito a morte durante la battaglia al Castello di Beaufort, vicino Nabatiyeh, l’ultima disperata resistenza dei combattenti dell’Olp contro le truppe israeliane che avevano invaso il Libano e che presto sarebbero arrivate qui a Beirut». Dal Bangladesh furono decine, o forse di più, coloro che si unirono ai ranghi di Fatah, del Fplp e delle altre formazioni dell’Olp, convinti che la lotta dei palestinesi avrebbe spinto alla sollevazione le popolazioni asiatiche contro le oppressioni sociali ed economiche. Di loro si sa pochissimo, come di Kamal Mustafa Ali. Mahmoud non ricorda di aver mai accolto famiglie di quel Paese.
Varcano l’ingresso del cimitero due signore. Non portano il velo. Ci avviciamoci incuriositi, facciamo qualche domanda. All’inizio la nostra invadenza non è gradita. «Siamo qui per pregare sulla tomba di nostra madre», ci risponde secca una di loro per tenerci a distanza. Qualche attimo dopo l’altra, forse temendo di essere stata scortese, accetta di risponderci. Ci confida di essere la sorella di un importante esponente dell’Olp di cui però non vuole fare il nome. «Mia madre non era una combattente, non faceva parte di alcuna organizzazione politica, ma ha sempre creduto in certi ideali e ci aveva chiesto di essere sepolta qui, per trascorrere, come diceva lei, il suo sonno eterno con il resto del mondo».
La signora, che si presenta come Nisrin, nome forse inventato al momento per non rivelarci quello vero, ora è meno diffidente e inizia a spiegarci il presente più che raccontarci il passato scandito dalle lapidi intorno a noi. «Non è facile vivere in una regione nella quale non ci si ritrova più», afferma. «Il Libamo, la Palestina, il Medio Oriente sono sempre state terre di sofferenza e lutti, che troppe volte ci sono stati portati da voi occidentali. Ora però – prosegue – abbiamo raggiunto le profondità più nere dell’animo umano. La fede che avevamo chiuso nell’ambito spirituale, delle convinzioni personali, è diventata lo strumento che certi leader religiosi e politici usano per spaccare le loro stesse popolazioni e portare morte e distruzione ovunque. In questo cimitero perciò ci vengo per pregare sulla tomba di mia madre e per ritrovare un po’ di serenità».
Mahmoud è intento a lucidare una lapide. Si sposta verso la tomba di Ghassan Kanafani, rimuove qualche fiore secco, sistema meglio quelli ancora freschi. Da lontano lo ringraziamo. Lui ci saluta con un timido gesto della mano, poi torna al suo lavoro strofinando forte con un panno la lastra di marmo. Pagine Esteri
Questo articolo è stato pubblicato in origine dal quotidiano Il Manifesto
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Elezioni Ecuador: la candidata di sinistra González vince e convince nel dibattito televisivo
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di Davide Matrone –
Pagine Esteri, 2 ottobre 2023. Dopo il primo dibattito televisivo dello scorso 13 agosto, ieri domenica 1° ottobre si è tenuto il secondo ed ultimo per queste elezioni politiche 2023. I due candidati al ballottaggio, Luisa González candidata del centro-sinistra e Daniel Noboa del centro destra, si sono duellati per circa tre ore sotto la conduzione della giornalista Ruth Del Salto che non ha risparmiato ad entrambi domande abbastanza spinose.
Il verdetto è netto: Luisa González ha vinto la sfida senza alcun dubbio. Ha gestito con sicurezza e padronanza i temi sulla sicurezza, salute, educazione e politica. La candidata della Revolución Ciudadana ha preparato con meticolosità ogni aspetto per il dibattito ed è stata ben assessorata dalla squadra composta da Andrés Arauz, Pabel Muñoz e Paola Pabón. Buona la comunicazione politica, ottimo linguaggio verbale e corporale, buon controllo delle emozioni e delle tensioni e adeguata preparazione sui temi da affrontare. Sembra non ci siano state sbavature. A differenza del giovane imprenditore Noboa che è risultato teso, impacciato e lento. In alcuni momenti ha evaso le risposte mescolando le tematiche e le pause dava l’impressione di una mancata prepazione e insufficiente capacità di gestire la situazione senza il copione. Inoltre, ha cercato di attaccare la sfidante con una serie di questioni fritte e rifritte senza riuscire nell’intento. Gli attacchi sono apparsi timidi, poco convincenti e per niente incisivi. Il corpo era ingessato e le arcate sopraccigliari sempre appuntite mostravano tensione e nervosismo. In definitiva e in termini calcistici la sfida èterminata 4 a 0 per Luisa González.
I sondaggi circolati dopo il dibattito sui mezzi digitali, confermavano la vittoria per Luisa González con un 6 a 4 e che la stessa avrebbe guadagnato una percentuale tra il 4 e il 6% tra gli indecisi. Non pochi in 3 ore. I sondaggi 24 ore prima del dibattito presentavano uno scenario piú o meno tranquillo per l’imprenditore bananero Noboa che guidava con un 55% a 45%. A questo punto sembra esserci un pareggio o forse un lieve vantaggio per Luisa González.
I precedenti
I due candidati son gunti allo scontro televisivo con discorsi e posizioni differenti. La candidata della Revolución Ciudadana ha puntato la sua campagna elettorale promuovendo le opere realizzate durante i 10 anni dell’ex presidente Rafael Correa e sulla forte volontà di recuperare la patria distrutta negli ultimi 6 anni dai governi neoliberisti di destra di Lenin Moreno e Guillermo. Tra gli slogan piú usati dall’avvocatessa della costa di Manabí ci sono stati:“L’abbiamo già fatto” e “A recuperare la Patria”
Al 1° turno Luisa González ha conquistado il 33.62% e 49 parlamentari, cioé due in piú rispetto alle elezioni del 2021. Inoltre, la RC è risultata la prima forza politica a livello nazionale conquistando le tre città principali del paese: Quito, Cuenca e Guayaquil.
Luisa González è stata parlamentare nell’ultima legislatura e ha fatto dura opposizione con tutto il suo partito contro il governo del banchiere Guillermo Lasso. L’unità e la compattezza della Revolución Cuidadana è stato determinante in termini di credibilità e di fiducia per il suo elettorato che non l’ha abbandonato ed anzi, premiandolo nelle elezioni amministrative del 5 febbraio 2023 conquistando 9 regioni e 50 città. Nemmeno nel miglior periodo del Correismo si erano registrati consensi di tale livello.
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Nonostante le incessanti persecuzioni giudiziarie verso i quadri del partito, nonostante la costante campagna mediatica contro, la RC ha preservato uno zoccolo duro del 32-33% che è la stessa percentuale che si registra in tutte le elezioni in Ecuador dal 2017 al 2023 (comunali, regionali, politiche e referendum). Dalle elezioni 2021 si è avuto un minimo incremento che in termini numerici si tradurrebbero in 300 mila voti (+1%) e +6 regioni (8 nel 2021, 14 nel 2023).
Lo sfidante Daniel Noboa, che ha sorpresa ha ottenuto un 23.43%, ha mostrato la forza e i denti durante tutta la campagna elettorale promettendo di eliminare la delinquenza aumentata negli ultimi 3 anni, di generare occupazione e di dare microcrediti ai giovani per l’attivazione di microimprese. Nel 1° dibattito in sordina ha conquistato il consenso grazie alla chiarezza nelle risposte e senza intromettersi nelle baruffe che coinvolgevano gli altri candidati del centro – destra come Topic, Sonnenholzner e Yaku Pérez. Niente a che vedere con il Noboa di ieri sera.
L´impreditore ed ex parlamentare della scorsa legislatura appartiene al Gruppo Noboa, uno dei più grandi e potenti gruppi esportatori del paese che cominció le sue fortune con la costituzione nel 1947 della Bananera Noboa S.A. del nonno Luis Noboa Naranjo e nel 1976 con l’Industria Molinera. La prima dedicata all’esportazione delle banane e la seconda alla fornitura di farina e avena del mercato interno nazionale. Nel frattempo e con l’avvento della globalizzazione, il gruppo è cresciuto ed oggi conta con 141 integranti, di cui 4 sono società finanziarie, 119 societànazionali e 15 straniere. Il papà dell’attuale candidato, Álvaro Noboa, già parlamentare della Repubblica ha tentato per ben 5 volte la conquista di Palacio Carondelet (la sede del governo della repubblica in Ecuador) ma non ci è mai riuscito. Fu, inoltre, il primo a sfidare Rafael Correa nel lontano 2006 e perse inaspettatamente contro l’allora out-sider economista e docente universitario. Poi la storia confermó che quest’ultimo non fu un fuoco di paglia e che rimase al governo per 10 anni lasciando il paese con un’accettazione popolare del 41%. Non poco per qualsiasi presidente che abbia governato ininterrotamente per un decennio.
La coalizione di Daniel Noboa denominata Acción Democrática Nacional (ADN), messa su per queste elezioni e che vede tra i sostenitori l’ex presidente Lenin Moreno, ha portato al parlamento 13 parlamentari conquistando 5 delle 24 regione totali alcune delle quali nella costa e nella Cordigliera delle Ande.
Gli scenari
Dopo il dibattito, si aprono nuovi scenari e sembra ancora tutto in gioco. Fino a sabato 30 sembrava che la partita fosse quasi chiusa con la vittoria di Noboa. Ora mancano due settimane al voto e tutto può ancora succedere. Luisa González se riuscirà a gestire il capitale elettorale conquistato ieri sera, potrà essere lei la prossima presidente della Repubblica ed avere anche una certa stabilità nel governare nei prossimi 14 mesi con 49 parlamentari su 131. Ci sono, inoltre, ancora 6 deputati da assegnare attraverso il voto all’estero che dovrebbe favorire nuovamente il partito della RC. Negli ultimi anni, gli ecuadoriani residenti all’estero hanno votato in maggioranza per il partito di Rafael Correa. Dovrebbe confermarsi il trend. Si è complicata invece la situazione del candidato Noboa che ora dovrà recuperare la pessima figura di ieri e giocarsi il tutto e per tutto. E se anche dovesse vincere, la colazione dell’ADN potrà contare solo su 13 parlamentari che sono pochini per poter governare stabilmente per un anno e mezzo. Potrebbe ripetersi una situazione analoga al presidente Lasso che vinse le elezioni con soli 12 deputati e con alleanze molto deboli non è andato oltre 2 anni di governo.
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