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oggi, 21 giugno, a roma: manifestazione nazionale contro il riarmo, il genocidio e l’autoritarismo


manifestazione nazionale contro il riarmo
cliccare per ingrandire

I tempi sono bui. Serve una mobilitazione mondiale CONTRO LA GUERRA, IL RIARMO, IL GENOCIDIO, L’AUTORITARISMO

Aderiscono e promuovono; mille sigle in 18 paesi, di cui oltre 300 in Italia.

Appuntamento sabato 21 giugno, alle ore 14, a Roma per la manifestazione nazionale contro guerra, riarmo, genocidio, autoritarismo, promossa dalle oltre 300 reti, organizzazioni sociali, sindacali, politiche nazionali e locali che hanno sottoscritto l’appello della Campagna europea #StopRearmEurope (stoprearm.org/), che ad oggi conta tra le proprie adesioni circa mille sigle in 18 paesi e che vede come promotori italiani Arci, Ferma il Riarmo (Sbilanciamoci, Rete Italiana Pace e Disarmo, Fondazione Perugia Assisi, Greenpeace Italia), Attac e Transform Italia.

La manifestazione nazionale del 21 giugno rientra nella settimana di mobilitazione europea, che si terrà dal 21 al 29 giugno in occasione del vertice della Nato a L’Aja, che proprio in quei giorni deciderà i dettagli del gigantesco piano di riarmo deciso dall’Unione Europea, e vedrà la convergenza di tante identità, tutte impegnate contro la guerra, per la pace, per la giustizia sociale e climatica, i diritti e la democrazia nel nostro paese.

Un appuntamento che si inserisce nello stesso percorso di mobilitazione che attraverserà altre due tappe fondamentali: la manifestazione nazionale contro il Decreto legge Sicurezza, promossa il 31 maggio a Roma da “A pieno regime”, e il voto per i 5 sì ai Referendum dell’8-9 giugno su lavoro e cittadinanza.

www.fermailriarmo.it | stoprearmitalia [at] gmail.com
Per adesioni: stoprearm.org

Rete Italiana Pace e Disarmo

#Arci #Attac #controIlDecretoLeggeSicurezza #controIlGenocidio #controIlRiarmo #controLAutoritarismo #controLaGuerra #FermaIlRiarmo #FondazionePerugiaAssisi #Greenpeace #GreenpeaceItalia #manifestazione #manifestazioneNazionale #organizzazioniSociali #pace #pacifismo #ReteItalianaPaceEDisarmo #reti #Sbilanciamoci #StopRearmEurope #TransformItalia

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Il blog #ilfediversofaschifo è tornato on line, ma mi sono posto una domanda: la tua istanza è silenziata dal mio provider?


[AGGIORNAMENTO: sembra che ci sia un problema con TUTTE le istanze Friendica; nessun problema con la maggior parte delle istanze italiane e internazionali. Ho ricevuto un post da @pirati e non mi è andato in spam]


Rieccomi qui, dopo essere stato temporaneamente sospeso probabilmente a causa di un post in cui ricorrevano diverse buzzword che in questo periodo è meglio usare con parsimonia.

Ho notato infatti che il post di @gubi quello di @enzoesco e quello di @blogverso erano finiti nello spam (capito @informapirata?).

Non mi è successo con i post di mastodon.uno, infosec.exchange e mastodon.social

A questo punto chiedo se c’è qualcuno che vuole provare a rispondere a questo post, tanto per provare!
Qualcuno può rispondere a questo post?Qualcuno può rispondere a questo post?
#GubitosaPiuBelloDiCaparezza


Come avere successo su Mastodon e guadagnare soldi con Mastodon: questi sono i 20 consigli segreti di “FediversoFaSchifo”


In tanti mi hanno chiesto insistentemente consigli su come avere un account di successo e siccome sono l’unico in grado di rispondere a questa domanda, ho deciso di scrivere un post che anche l’utente medio di Mastodon è in grado di capire.

Mi hanno chiesto anche si spiegare come avere successo con un account Misskey, ma purtroppo non sono esperto di fumetti pedopornografici giapponesi, quindi no, non saprei esservi d’aiuto. Se usate Friendica invece ho il consiglio giusto: passate a Mastodon.

Ecco invece i 20 consigli segreti e sperimentati che devi seguire per avere successo su Mastodon con il tuo account Mastodon

Come avere successo su Mastodon:


  1. curare la descrizione del profilo: anche se tutti sanno che non esistono donne su Mastodon, presentati possibilmente come una donna giovane e con la passione per qualche sport. Aggiungi un gatto o un cane nella foto, ma niente figli. Ricorda a tutti della tua neurodivergenza: sarà un’ottimo argomento di conversazione: fatto questo, scrivi un post lecchino e pieno di piaggeria e lodi verso gli amministratori così loro te lo ricondivideranno e ti risponderanno e questo crea engagement
  2. scrivere un post vittimista contro GAFAM e Twitter/Facebook a favore di Mastodon. Se raggiunge almeno 10 condivisioni, fissalo in cima alla tua timeline
  3. se hai fatto una donazione, scrivilo, fornisci motivazioni ideologiche e ringrazia gli amministratori: loro ricondivideranno il tuo profilo e tu avrai visibilità; meglio ancora se aggiungi che hai fatto una donazione malgrado i tuoi problemi economici (lacrimuccia)
  4. non parlare mai della morte dei tuoi cari/amici/animali, ma limiti a parlare della loro malattia; come sanno bene i venditori di rimedi miracolosi, la malattia crea coinvolgimento, la morte no.
  5. parlare malissimo della destra, perché sta sul cazzo a tutti in maniera indistinta, ma ATTENZIONE: non parlare mai bene della sinistra, perché anche la sinistra sta sul cazzo a tutti, ma a ognuno in modo diverso (semicit)
  6. scopiazza le notizie dall’estero e traducile come viene: @informapirata non ha mai fatto nient’altro e lui ha 7000 follower, mentre io ce ne ho 355 e ne ho guadagnato 200 quando ho tradotto un post dall’inglese
  7. se hai deciso di essere una donna, prendi posizioni antifemministe: i maschietti adorano le donne maschiliste
  8. parlare male di mastodon uno per raccogliere le reazioni dei disagiati, ma ATTENZIONE: fallo solo se non sei iscritto a mastodon uno, altrimenti sarai bannato senza alcuna pietà
  9. se sei stato bannato senza pietà da mastodon uno, non preoccuparti: iscriviti su sociale network, menziona @gubi e lamentati del fatto che sei stato bannato. Aggiungi dettagli raccapriccianti anche se inventati (esempio: “ho parlato contro la strage di Gaza e mi hanno bannato per antisemitismo”; “ho problemi economici e mi hanno bannato perché non ho fatto donazioni”; “ho detto che non mi piacciono i nudi e mi hanno inviato un cazzo in PVT, ed era pure piccolo”, etc), tanto l’amministratore di sociale network li prenderà comunque per buoni e ricondividerà i tuoi messaggi
  10. se sei stato bannato da Mastodon uno e ora sei in un’istanza sfigata come bida, puntarella, devianze e poliversity, partecipa attivamente alle discussioni su #chiesebrutte, cose di #taglioecucito, #cucinaveg e musica rinascimentale suonata con strumenti improbabili e temperamenti molesti per l’orecchio umano. E ricordati di parlare male di mastodon uno perché tanto queste sono le uniche cose che ti daranno gratificazione
  11. se ti trovi su livellosegreto, usa almeno degli avvisi di contenuto intriganti: tanto devi mettere il content warning ogni volta che non parli di videogiochi
  12. pubblicare meme che sembrano da nerd, possibilmente riciclati da Reddit
  13. mostrare ogni tanto qualche foto del culo o della scollatura: Mastodon è sessualmente represso e per i suoi utenti ogni centimetro di pelle è un raggio di sole e una scarica di noradrenalina
  14. non seguire i VIP perché non sono simpatici: @quinta quasi sicuramente ti odia perché sei un comunista di merda, @marcocappato non ti darà neanche un passaggio, @giuliocavalli non ti si inculerà neanche con un wurstel, @phastidio è stronzo qui come su twitter e @smaurizi è sempre di cattivo umore: e no, neanche @sio su Mastodon è veramente simpatico e se gli scrivi non ti si caga di pezza. Ok @ildisinformatico è un’eccezione, ma solo perché non è italiano
  15. seguire solo persone attive nelle ultime 24 ore; e se non vi seguono a loro volta mandatele affanculo perché vuol dire che non vi si cagheranno mai
  16. rispondere solo alle persone che di solito rispondono; e se non vi rispondono mandatele affanculo perché vuol dire che non vi si cagheranno mai
  17. menzionare solo le persone che di solito rispondono; e se non vi rispondono mandatele affanculo perché vuol dire che non vi si cagheranno mai
  18. seguire tutti i consigli precedenti per creare altri due o tre account per istanza, così create rumore e almeno vi rispondete da soli
  19. litigare e bullizzare male qualche account debole e con pochi follower. Se non ne trovate, createvene uno
  20. quando avrete più di 200 follower, non ricondividete più nessuno: più sono sfigati gli account intorno a voi, più voi sembrate importanti


Come guadagnare soldi con Mastodon:


  • chiudi il tuo account e vai a lavorar, terùn!

#chiesebrutte #cucinaveg #mastostar #taglioecucito


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installance #0193: asemic text / differx. 2025


installance 0193, mag 2025
installance n. : # 0193type : asemic textsize : ~ cm 7,5 x 5record : lowres shotadditional notes : abandoneddate : May 20th, 2025time : 4:21pmplace : Rome, via Cartonifootnote : ---copyright : (CC) 2025 differx
.

#art #arte #asemic #asemicText #asemicWriting #i0193 #i0193 #installance #scritturaAsemica

Questa voce è stata modificata (1 anno fa)

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distruzione internata insopportabilmente certificata


Quando la notte passata ero dentro il mio letto a disperarmi tremendamenteunica attività che puntualmente l’universo mi concede di praticare senza che le solite strane distrazioni fastidiose prendano in ostaggio il mio cervelloho realizzato una verità tanto banale quanto dolorosa, che mi stava venendo alla testa da in realtà già qualche giorno, ma solo ieri sono riuscita a collegare i puntini: nothing ever happens. Si, i wojak insomma avevano ragione; ma, scherzi a parte, così mi arriva dritta in testa distruggendomi, come un fulmine a cielo scuro, la realizzazione che la mia vita è ahimè, da più anni di quanti io possa davvero contare, circa in una fase di stasi inscrostabile, dove le cose importanti semplicemente non migliorano, e dunque matematicamente il mio stato inevitabilmente peggiora.

È difficile spiegare il tutto senza fare esempi molto concreti (cosa che vorrei evitare, altrimenti poi me ne pento), ma in sostanza con le cose che mi riguardano profondamente sono sempre allo stesso punto tragico, dentro una palude in cui non ricordo come ho fatto a finire ma dove purtroppo ora sono intrappolata… e dove lo sarò per sempre, se ho davvero compreso il piano astrale che fu scritto dalle forze massime all’inizio dell’universo e che silenziosamente si è poi sviluppato sotto i miei stessi occhi in tutti questi anni. In breve, non c’è davvero stata alcuna svolta significativa nella mia esistenza negli ultimi lunghi tempi, né considerando le cose accidentali né quelle in cui ho messo un impegno mirato.

Sono comunque cresciuta come persona ovviamente, non essendo più la relativa testa di minchia che ero in passato… ma quello è qualcosa che ci si aspetta da qualunque membro della società che raggiunge e supera la maggiore età (nonostante nella pratica per diversa gente questa speranza non si realizza), quindi nulla di speciale… E chiaramente con i miei pochi hobby negli anni ho sviluppato e continuo a migliorare skill di vario tipo… ma anche questo diviene in maniera completamente inevitabile, e il tutto finisce lì. Per il resto, invece, per ora il mio corpo non fa che invecchiare anziché poter essere ancora ripristinato allo stato che avrei programmato, e la mia anima già tremendamente avvizzita continua ad essere privata di adeguato nutrimento che mischi adeguatamente il magico ed il babbano: sono nello stato di disperazione finale in cui vorrei fosse possibile il di più, ma ovviamente non è affatto così.

In tutto ciò, mi torna in mente anche di quando al liceo studiammo Nietzsche, con la sua teoria dell’eterno ritorno dell’uguale, e pensai che è assolutamente terrificante… ma purtroppo, in effetti, a pensarci ora, ciò è esattamente la mia realtà!!! E il punto grave non è solo il fatto di star ripetendo e dover continuare a ripetere la mia intera vita all’infinito, come quel signore immagina ma senza fornire strumenti per verificare: al loro punto significativo, i miei giorni, i miei mesi, i miei ultimi anni, sono tutti uguali, perfettamente ritornanti, infinitamente ripetenti, con i vari dettagli importanti che assolutamente non cambiano mai, e che di questo passo non cambieranno… e questo purtroppo è un dato di fatto misurabile, non una teoria smontabile.
MAYBE I'M CRINGEComunque, a parte approfittare per chiedere quantomeno assolutamente scusa, assoluto perdono, perché probabilmente in questo stato sono ampiamente cringe, ma per qualche motivo ho il cervello completamente pieno di nebbia (e forse è solo per questo che stamattina mi sentivo meno incazzata di ieri nel letto), al punto che anche solo mettere questa rivelazione per iscritto mi è stato inutilmente più faticoso del normale… Mi sa che il problema è proprio questo, in parte. L’universo ha deciso che io dovessi essere cringe, quindi sono cringe (presumibilmente), e ne pago le conseguenze più ampie in ambito sociale ed autoesistenziale, per sempre.

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L’arbitro e il mondo

Perché il Master non è un co-narratore, ma un garante


C’è un’idea sempre più diffusa nel discorso contemporaneo sul gioco di ruolo: che il Master (o GM) non debba più “controllare” il mondo, ma solo facilitare una narrazione condivisa. In molti casi, questo si traduce in una pratica concreta: chiedere ai giocatori di riempire pezzi di ambientazione, inventare PNG sul momento, o descrivere luoghi che il Master non ha previsto. Tutto in nome della “collaborazione narrativa”.

Ma c’è un problema. In un gioco asimmetrico, dove il Master ha un ruolo distinto, questa delega non è collaborazione. È abdicazione.

L’arbitro non crea con te, reagisce a te


Il Master non è un autore che racconta una storia da solo, né uno scenografo che sistema il palco su richiesta. Il suo compito è mantenere la coerenza del mondo e l’imparzialità del giudizio. È la terza parte che tiene insieme le conseguenze, i limiti, le risposte di un mondo autonomo a ciò che i personaggi fanno.

Quando un GM chiede: “Questo PNG lo conosci tu?”, oppure “Com’è fatta questa stanza? Descrivila tu”, sta spostando il baricentro del gioco. In apparenza sembra coinvolgere i giocatori. Ma in realtà, li sta caricando di una responsabilità che non è loro. La distinzione di ruoli viene meno, e con essa anche la coerenza sistemica che dovrebbe tenere insieme il gioco.

Non è worldbuilding condiviso, è deresponsabilizzazione


Collaborare all’ambientazione non è sbagliato in sé. Esistono giochi pensati per farlo, con strumenti strutturati (Microscope, Archipelago, Wanderhome). Ma questi giochi definiscono in anticipo i confini di autorità narrativa, spesso attraverso sessioni zero dettagliate e regole precise su chi può dire cosa e quando.

Quando invece, in un gioco classico con GM (come D&D), si adotta un metodo simile in modo estemporaneo e disordinato, si rischia la disfunzione. Il Master si libera del carico decisionale, i giocatori improvvisano su territori che non conoscono, e il mondo si svuota di significato. A quel punto non si esplora più qualcosa: si lo inventa a caso.

E se tutto è possibile, niente è significativo.

Il problema del “GM pigro”


Manuali come La Guida del Dungeon Master Pigro (The Lazy Dungeon Master) promuovono l’idea che si possa costruire una sessione senza preparazione, affidandosi all’improvvisazione e alle proposte dei giocatori. Ma spesso questa “pigrizia” diventa una scusa per non assumersi la responsabilità dell’arbitraggio.

Non è solo questione di lavoro: è questione di ruolo. Il Master non è tenuto a sapere ogni dettaglio, ma è tenuto a decidere quando una cosa ha senso e quando no. Se cede questa facoltà, il mondo perde peso. Tutto diventa un collage arbitrario di idee individuali senza un referente stabile.

Il confine tra partecipazione e confusione


Collaborare non vuol dire rompere i ruoli. Un giocatore può proporre un aggancio per il suo personaggio (es. “vengo da questa città, potrei avere un contatto lì”), ma è il Master a decidere se e come quell’elemento esiste nel mondo. È il GM che integra, adatta, risponde. Non deve chiedere al giocatore: “Conosci qualcuno?” ma piuttosto dire: “Conosci qualcuno. Ti dirò chi è, e poi vedremo che succede.”

Questo non nega la collaborazione: ne tutela la coerenza.

Esempi disfunzionali


Un giocatore dichiara all’improvviso che il suo personaggio viene da un mondo parallelo, conosce un portale segreto e vuole tornarci. L’ambientazione non prevedeva nulla del genere. Il GM resta spiazzato: accetta l’input per non rompere il ritmo, ma poi è costretto a riassorbire forzatamente l’incoerenza, inserendo nemici che presidiano il portale e alterando la trama.

Ma la verità è semplice: quel giocatore ha oltrepassato un confine. Ha deciso per il mondo, non per il suo personaggio.

E questo è sempre, senza ambiguità, compito del Master.

Conclusione


Il GM non è un demiurgo dispotico. Ma non è nemmeno un notaio silenzioso che timbra tutto ciò che viene proposto. Il suo ruolo è essere il garante della reattività e della coerenza. È il mondo che risponde, non che si modella a piacimento.

Rinunciare a questo ruolo non è collaborazione. È confusione.

E quando tutto è condiviso senza criterio, nulla è davvero condiviso. Solo mescolato.

#gdr #giochiDiRuolo #tecniche

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Popoli e culture


Note riservate a chi lavora “sul campo missionario” per capire le popolazioni cui è diretta la sua attività.
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Popoli e culture di Achille Da Ros è un testo di antropologia culturale che esplora la diversità dei popoli e delle loro espressioni culturali, con un’attenzione particolare all’Africa, dove l’autore ha vissuto per oltre vent’anni come missionario, per la precisione in Kenya.

Il libro descrive il concetto di cultura intesa non solo come arte o letteratura, ma come l’insieme di pratiche, valori, simboli e strutture sociali che definiscono un gruppo umano; definito ciò, Da Ros riflette sulle dinamiche di dialogo, conflitto e trasformazione che emergono quando culture diverse si incontrano, specialmente nel contesto della globalizzazione. Le culture diverse vengono descritte con un approccio rispettoso, paritario e critico verso le culture “altre”, superando stereotipi e pregiudizi. L’analisi dell’autore è supportata da racconti e osservazioni dirette maturate durante la sua permanenza in Kenya, ed in ciò appare un’evidente nota autobiografica.

È un libro pensato per studenti, educatori e chiunque voglia avvicinarsi all’antropologia con uno sguardo aperto e sensibile. A testimonianza dell’apprezzamento da parte dei lettori, il volume è giunto alla sua 21a edizione. In sede si trova la prima edizione, risalente ad un’epoca in cui l’antropologia missionaria era ancora poco diffusa in Italia, la quale rispetto alle ultime presenta un taglio più “pastorale”, pensato per sensibilizzare i lettori alla diversità culturale e alla missione; l’impostazione risulta più narrativa e testimoniale, con forte enfasi sulle esperienze personali dell’autore in Kenya, mentre la struttura si presenta meno articolata, con un linguaggio più semplice e diretto, pensato per un pubblico non specialistico.

Achille Da Ros (1937-2010), originario del Friuli, è stato antropologo missionario della Consolata.

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Abbiamo visto UFC BJJ: Road to the Title Ecco cosa ne pensiamo.


UFC BJJ è la nuova serie interamente dedicata al BJJ, firmata UFC. Il debutto è fissato per mercoledì 25 giugno durante l’UFC International Fight Week, con l’evento inaugurale UFC BRAZILIAN JIU-JITSU 1 trasmesso in diretta esclusiva su UFC Fight Pass. Tr
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UFC BJJ è la nuova serie interamente dedicata al BJJ, firmata UFC. Il debutto è fissato per mercoledì 25 giugno durante l’UFC International Fight Week, con l’evento inaugurale UFC BRAZILIAN JIU-JITSU 1 trasmesso in diretta esclusiva su UFC Fight Pass.

Tre titoli in palio per la serata: bantamweight (135 lbs.), lightweight (155 lbs.) e welterweight (170 lbs.). Tre nuove cinture. Tre primi campioni da incoronare.


Road to the Title: la miniserie che prepara il terreno


In vista dell’evento, UFC lancia una serie in otto episodi:
UFC BRAZILIAN JIU-JITSU: Road to the Title, online gratuitamente su YouTube a partire da lunedì 16 giugno, ogni giorno alle 18:00 italiane (12 p.m. ET / 9 a.m. PT).

Otto episodi. Una corsa alla cintura nelle categorie lightweight e welterweight.

A guidare gli atleti:

  • Mikey Musumeci, più volte campione del mondo, volto simbolo del BJJ moderno;
  • Rerisson Gabriel, giovane talento in rapida ascesa.

Il formato è quello classico da torneo: bracket ad eliminazione, semifinali, e i due migliori di ogni divisione si sfideranno nell’evento UFC BJJ per il titolo.

Il titolo dei pesi gallo sarà tra i due coach


Il main event? È Musumeci vs Gabriel


Mikey Musumeci e Rerisson Gabriel chiuderanno la serata con un match valido per la cintura bantamweight.

Gli atleti in gara


Lightweight Division:

  • Keith Krikorian
  • Gianni Grippo
  • Kyvann Gonzalez
  • Carlos Henrique
  • Danilo Moreira
  • Mauricio Rios
  • Isaac Doederlein
  • Josh Cisneros

Welterweight Division:

  • Andrew Tackett
  • Jason Nolf
  • Andy Varela
  • Davis Asare
  • Elijah Carlton
  • Aaron Wilson
  • Austin Oranday
  • Nathan Haddad


Format e regole


  • Match su tre round da cinque minuti
  • Sistema 10-point must, come nelle MMA
  • Nuova area di gara progettata per favorire azione continua e tutelare la sicurezza degli atleti
  • Divisioni sia maschili che femminili, con ranking e titoli ufficiali

Claudia Gadelha, a capo della strategia UFC per il Jiu-Jitsu, non ha dubbi:

“Con il nostro regolamento, i nostri atleti e la forza promozionale di UFC, questa serie diventerà il punto di riferimento globale per i fan.”


Composizione del Team


Sulla carta il Team Gabriel è MOLTO meglio, ma non sottovalutere il fatto che Musumeci ha preso alcuni fighter che stanno ancora crescendo dalla New Wave di Danaher oltre al ruleset con match da 3 round in 5 minuti

UFC BJJ: Road to the Title – Riassunto Puntate

UFC BJJ: Road to the Title EP 1


Conosciamo i partecipanti e vediamo il primo match sul tatami

Welterweights Andrew Tackett #TeamGabriel fa il suo zozzo dovere e finalizza Aaron Wilson #TeamMusumeci in pochi minuti, con un mataleao.

UFC BJJ: Road to the Title EP 2


Musumeci cucina per i suoi atleti, parlano un gran bene della sua pasta, a me sembrava cibo rigurgitato dal cane, ma vabbe
Keith Krikorian Lightweight numero 1 combatte contro Issac Doederlein #TeamMusumeci
il R1 va a Doederlein, ma davvero pericoloso ma ha sempre iniziato l’ingaggio.
il R2 va a Krikorian nettamente che negli ultimi secondi riesce a mettere anche una Darce notevole. Dorederlein salvato dall campanella, si alza un po’ rintronato. Non so come danno i punteggi ma se quello di prima era 10-9, questo è un 8-10.
Il R3 inizia con Doederlein distrutto, tanto che si butta per terra, poi piano piano riprende fiducia fa tentativi di leglock, Krikorian è più preoccupato ma generalmente ha subito di più. R3 a Doederlein

AI punti vince l’underdog Issac Doederlein, che però esce consumato

UFC BJJ: Road to the Title EP 3


Focus su #TeamGabriel, che oltre a fare altro pranzetto ridicolo sfida i suoi allievi a braccio di ferro, sfondandoli tutti.

Il match sarà tra i pesi welter Austin Oranday , texano cintura nera di Luca Lepir e Davis Asare, ghanese, nato e cresciuto in Norvegia arriva dalla New Wave / King’s way di Gordon Ryan, che per la produzione è un semplice “campione IBJJF” dimenticando che sia il super champ ADCC (che però è trasmesso da flo grappling, concorrente ufc fight pass).

R1. Asare parte a cannone con un Double leg, Orandey si riprende subito, ma sembra non riuscire a mettere nessuna barriere al norvegese che infatti gli fa un ankle lock brutale come pochi. Vince Asare

UFC BJJ: Road to the Title EP 4


Mikey porta i suoi a giocare a Bowling

Il match della puntata è tra Gianni Grippo ormai over 30 ma ancora super competitivo e Carlos Henrique, più giovane e new skool.

R1 Henrique più propositivo nella prima metà del match con Grippo che difende e avanza di posizioni. Non saprei a chi dare il round

il R2 parte più o meno come il round 1 con tentativi di leglock, al secondo minuto Henriques finalmente decide di fare jiu-jitsu, passa la guardia e mette un anaconda choke da manuale

UFC BJJ: Road to the Title EP 5


la puntata 5 ha DUE match: Jason Nolf (New Wave / King’s Way)#Team Musimeci è stato un wrestler di alto livello e solo recentemente si è convertito il BJJ vs Elijah Carlton (10th Planet)

Nolf mette a terra Carlton in due secondi ma non riesce a impesiere Carlton che anzi mette a segno due tentativi di finalizzazione. Il video dell’incontro è tagliato (!!!!) e quindi non posso dare un giudizio, dal poco che si vede Carlton 10-9

R2: Nolf prende le misure e riesce a essere molto più aggressivo. Anche qui l UFC ci grazia di meno di metà round quindi non so, ma direi Nolf 10-9

R3: Non si vede tutto. Carlton che attende e Nolf che spinge e prova di passare. sul finale si prende un armbar da cui riesce a uscire solo grazie a fine del round. mmhhh sul mio cartellino Nolf ha fatto di più ma l’ultimo armbar era bello stretto.

Vince per split decision Carlton

Secondo match: Kyvan Gonzales #TeamMusumeci vs Josh Cisneros #TeamGabriel. Cisneros sviene in sauna e i dottori gli impediscono il taglio del peso. Al suo posto entra Cobey Fehr, pescato dalla undercard del FPI. Fehr è un altro wrestler di alto livello, nonchè fighter di MMA. Non è però abituato allo sport jiu-jitsu

R1:

UFC BJJ: Road to the Title EP 6


Match che aspettavo: Andy Varela, 10th Planet jiu-jitsu #teamGabriel vs Nathan Haddad #TeamMusumeci .

R1: la produzione che taglia i pezzi del match mi irrita e mi impedisce di godere del gesto tecnico. Da quello che si vede, finalmente due grappling che sanno fare Grappling, in sostanziale parità, forse in vantaggio Varela che finisce il round sopra.

R2, scambio in piedi Varela riesce a portare a terra Haddad, prendere la schiena e finalizzare.

UFC BJJ: Road to the Title EP 7


Siamo alle semifinali. Elijah Carlton, vittorioso nell’episodio 5 avrebbe dovuto combattere contro Tacket, ma un infortunio al braccio gli impedisce di combattere: a sostituirlo sarà Nolf, che era stato sconfitto ai quarti. Tacket contro Nolf promette molto bene.

R1 schermaglia in piedi e poi un double leg da parte di Nolf che quasi gli porta fuori dalla fossa. si riparte con lotta in piedi e dei timidi tentativi di takedown da parte di tackett. Quando Nolf tenta una kataguruma, Andrew Tacket gli scivola sopra e si ritrova alla schiena, da li a chiudere un Mataleao la strada è brevissima.

il Secondo match della puntata è tutto #TeamMusumeci: Moreira vs Gonzalez

R1 super divertente, qualche scramble in piedi e poi tentativi di leglock con entrambi che attaccano in continuazione. il round è stato tagliato quindi non so giudicare bene, mi sembra in equilibrio, forse Gonzalez un filo in vantaggio anche se il tentativo di finalizzazione migliore è stato di Moreira.

R2 simile al primo Gonzalez passa, Moreira fa sweep, Moreira fa takedown Gonzalez tenta finalizzazione. sostanziale parità

R3 Moreira gioca più classico, dedicandosi alla parte superiore del corpo. passa tiene il controllo e blocca con un d’arce l’avversario che tiene per un minuto ma alla fine è sofferente. R per Moreira.

Alla fine il braccio alzato è quello di Moreira ma il costaricano Gonzalez ha fatto la sua figura!

UFC BJJ: Road to the Title EP 8


Primo match Carlos Henrique vs Isaac Doederlein

R1 Carlos Henrique vs Isaac Doederlein – entrambi #teamMusumeci – tirata di guardi doppia, poi un po di scambi, con Henrique che cerca di passare e Doederlein che difende bene e tenta leglock – ma direi 10-9 Henriques

R2 Henrique ancora più aggressivo, l’americano invece sta accusando – durante uno scramble prende un armlock che Doederlein difende, difende … fino a quando snap! braccio rotto in maniera piuttosto brutake.

Secondo match: David Asare vs Andy Varela – questo è un match su cui ho grosse aspettative. i due si sono già incontrati due volte.

R1 – Asare inizia ingaggiando di wrestling ma tira subito la guardia e tenta due volte una sottomissione abbastanza famosa alla new Wave (quella specie di Mir Lock / violino) – Varela difende e inizia a parlare durante il match – ottima strategia per far irritare il norvegese, ma comunque mantiene la calma e si porta a casa il primo round. Varela irrequieto durante il break

R2 – Varela più aggressivo ma non abbastanza incisivo

R3 – Dopo uno scambio Varela va i headlock e riesce a chiudere un anaconda notevole.

Dove vedere UFC BJJ: Road to the Title – Link ai video


youtube.com/watch?v=61M_EvA1ey…

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Tanto come luogo di fuga quanto come luogo di rifugio, la famiglia si configurava dunque come un luogo di inclusione repressiva


Lo scontro politico tra modernizzatori e conservatori fu culturalmente accompagnato da fenomeni sociali che trovarono difficile ascolto e precaria attenzione. L’Italia del secondo dopoguerra era riuscita a trasformarsi nella sua veste istituzionale, politica ed economica ma i primi vent’anni di storia repubblicana sembravano rimandare l’altro aspetto del rinnovamento, quello socio-culturale. Abbiamo già richiamato l’attenzione sull’importanza di considerare il concetto di modernizzazione come un concetto totale, che includa cioè non solo gli aspetti più visibili di un cambiamento ma anche quelli più profondi, i quali, toccando le strutture antropologiche di una società, si dimostrano capaci di creare un consenso più genuino di quanto possa fare l’approvazione di un algido codice giuridico.
Ora, gli spazi entro i quali l’assenza o il ritardo di questa seconda trasformazione meglio si possono osservare sono quelli della famiglia, in cui per certi versi colpevole, per altri innocente appare il retaggio culturale di alcune tradizioni, gli istituti scolastici, in cui manca una progettualità riformatrice, e infine la fabbrica, luogo dove emerge più potente l’esclusione della classe lavoratrice dal processo di modernizzazione.
Vediamo dunque come, ciascuno a suo modo, questi spazi siano attraversati da una forma di inclusione repressiva.
Famiglia. Le testimonianze che sono state raccolte in un prezioso studio del 1988 di Luisa Passerini, “Autoritratto di un gruppo”, e che segnano una specie di autobiografia collettiva di quella generazione che fece il Sessantotto, mostrano da diverse angolazioni quanto problematico fosse il rapporto che questa ebbe con la famiglia. Nell’Italia delle passioni politiche, del boom economico e dell’immigrazione venivano a coagularsi in questo vissuto privato stimoli e circostanze che producevano incomprensioni, distanze, scontri e rifiuti non ricomponibili.
Poteva ad esempio accadere che, pur aderendo alla stessa fede politica di famiglia, alcuni vivessero con incomprensione ciò che, privatamente ostentato con orgoglio, veniva pubblicamente nascosto o stentava a trovare un riconoscimento identitario. Era questo il caso di Franco Russo: “Io sono di famiglia proletaria, mio padre era falegname e mia madre ha fatto la portiera, insomma i quattro quarti di nobiltà proletaria. Mio padre è socialista da sempre e mi portava ai comizi, però bisognava nascondere l’«Avanti!». Mio padre non è stato aiutato dal suo partito a fare della condizione di proletario un punto di identità sociale, è stato un continuo mascheramento di questa identità. C’è sempre stata una zona d’ombra in cui si è vissuti in casa” <95.
In altri casi, come in quello di Maria Teresa Fenoglio, la distanza con la famiglia era strettamente legata a quella incomunicabilità che risentiva del peso della tradizione sia in modo diretto, cioè come oggettiva difficoltà a confrontarsi con il cambiamento di costume in atto, sia in modo indiretto, cioè come incapacità soggettiva, anche in presenza di un’apertura mentale, di accettare fino in fondo la rottura di alcuni tabù culturali: “Mia madre era in tutto e per tutto meridionale, portava la cultura mediterranea della suggestione magica, del malocchio. Mi era impossibile identificarmi con un materno così minaccioso, legato alla grande potenza della madre benefica e malefica. Un altro elemento materno era il piacere dell’esibizione, che mia mamma aveva moltissimo, le unghie rosse laccate, la gonna stretta, il trucco. Quando nell’adolescenza tentavo di imitarla, il risultato era un grande senso di depressione, perché mi giudicavo. Non potevo piacermi in quella maniera, perché dal punto di vista delle scelte ideali ero con mio padre – socialdemocratico, poi socialista, uno dei pochi comandanti delle Garibaldi non comunisti: idee democratiche, convinzione di essere superiore agli altri, per noi non contano i beni materiali. La rottura con mio padre è poi avvenuta con la mia scelta di libertà sessuale” <96.
Ma a segnare lo scontro era la distanza tra l’orgoglio di appartenere ad una storia proletaria e l’imitazione di modelli sociali che invece garantivano la promozione sociale, sporcando così quella dignità dovuta alla fierezza della propria differenza. È questo il ricordo di Marino Sinibaldi: “Io sono nato in un quartiere a forte tradizione anarchica e socialista, mio nonno era fornaciaio, e nella piazza c’è sempre stato attaccato «Umanità nuova», oltre all’«Unità». Ma io andai al liceo Mamiani, e c’è dietro una storia patetica familiare. Mia nonna lavava i panni di gente ricca che abitava nel quartiere Prati e mia madre mi raccontò, che ero già grande, che quando era piccola accompagnava mia nonna a prendere e a portare i panni e passava davanti al Mamiani e vedeva questi ragazzi bellissimi con le automobili. E lei si è battuta moltissimo perché andassi al Mamiani, mentre per la territorialità mi sarebbe spettato un altro liceo. Quando me l’ha rivelato, ho radicalizzato il mio odio per questa scuola, naturalmente” <97.
A volte il dramma dell’abbandono e il peso di un’educazione tradizionale erano così forti da trasformare l’estraneità nei confronti dei propri genitori in un rifiuto totale della famiglia. Così Roberto Dionigi: “Gli estremi: miniborghesia, due insegnanti, uno di ginnastica, uno di lettere. Vivono di lavoro, senza niente alle spalle, mio nonno paterno era oste, quell’altro era un maresciallo dei carabinieri in Sicilia. Tante bastonate, grande pedagogia fascista. Non ho niente in casa, nessun bagaglio di memoria, dalla famiglia non mi viene nulla” <98.
Quello che queste voci sembrano dire è che a mancare fu quel valore di testimonianza – di fragilità, di esempio, di difficoltà a scegliere la giusta educazione in un momento in cui il paese stava cambiando – proprio delle figure parentali che avrebbe costruttivamente accompagnato i figli nella complessità di crescere in un momento come quello che l’Italia stava vivendo. L’assenza di questo valore spinse spesso a scegliere tra le stesse figure parentali, scelta che, data l’impossibilità di confrontarsi criticamente con il peso di una tradizione o di un’appartenenza, lasciò insoddisfatti e soli, rendendo la famiglia stessa come luogo di non identità.
Non stupisce allora come il sentimento che molto spesso prevalse in questa generazione fu l’identificazione in un rifiuto radicale: la scelta di essere orfani. Lo ricorda, ad esempio, Fiorella Farinelli con un senso estremo di liberazione: «La più bella scritta sui muri della mia facoltà, me la ricordo in maniera nettissima, di tutte quelle che c’erano: “Voglio essere orfano”. L’ho condivisa, l’ho fotografata, mi sono portata il manifesto a casa, era quella che a me piaceva di più: “Voglio essere orfano”» <99. E tanto sentita appariva la verità di quella frase che essa finì per allargarsi anche alle altre istituzioni della società: «Non siamo figli, né padri di nessuno, siamo uomini che non vogliono credere in niente e a nessuno: senza dio, senza famiglia, senza patria, senza religione, senza legge, senza governo, senza Stato, senza polizia […]. Ecco, siamo dei bastardi» <100 – avrebbe scritto un gruppo di Provos milanesi in un foglio volante alla metà degli anni Sessanta.
Ora, il rifiuto radicale dell’appartenenza alla famiglia era la soluzione estrema a cui molti giunsero data appunto l’impossibilità di un confronto interno con quegli aspetti, materiali e culturali, a cui la modernità richiamava.
D’altra parte, però, si poteva assistere alla reazione contraria: posti davanti alla modernità metropolitana, la famiglia appariva non come luogo da cui fuggire ma come luogo in cui rifugiarsi dalla perdizione e dalla corruzione indotte da quella stessa modernità. Questo aspetto toccava prevalentemente il mondo degli immigrati: molto spesso le difficoltà oggettive in cui si trovarono a muoversi le famiglie meridionali – alloggio, ricerca di un posto di lavoro e un generale senso di straniamento indotto dalla città e dai suoi atteggiamenti razzisti – rendevano questo l’unico spazio sicuro, sia in termini economici – in famiglie numerose il lavoro di uno dei membri poteva provvedere a compensare i bisogni primari degli altri nelle fasi di assestamento o di crisi -, sia in termini socio-culturali – tanto profonda era la differenza tra città e campagna da preferire la riproposizione di valori tradizionali davanti ad un mondo che incuteva timore <101.
Tanto come luogo di fuga quanto come luogo di rifugio, la famiglia si configurava dunque come un luogo di inclusione repressiva: o perché, culturalmente non aperta, poteva difficilmente costituirsi come spazio di dialogo e di confronto gravata dal peso innocente di tradizione ed appartenenza, o perché, culturalmente chiusa, sostituiva alla lontananza e all’incertezza dei nuovi diritti la sicurezza e l’intimità della tradizione. In tutto questo, la responsabilità politica stava nell’incapacità di intuire quale riflesso determinante avrebbe avuto gestire in modo diverso il processo di trasformazione sociale, rendendo meno difficoltosa nei suoi ostacoli immediati la trasformazione antropologica: gli scarsi investimenti, sia materiali che culturali, nel settore della formazione avrebbero appunto dimostrato questa incuria.

[NOTE]95 Passerini, Autoritratto di un gruppo, cit., p. 44.
96 Ivi, p. 53.
97 Ivi, p. 45.
98 Ivi, p. 47.
99 Ivi, p. 46.
100 Citato in A. De Bernardi – M. Flores, Il Sessantotto, Il Mulino, Bologna 1998, p. 167.
101 Uno dei capolavori cinematografici del neorealismo italiano girato da Luchino Visconti nel 1960, Rocco e i suoi fratelli, ha colto molto bene questa dinamica di scontro della famiglia immigrata con la metropoli. L’incontro con la modernità viene qui proposto, inter alia, secondo la prospettiva della giustizia democratica: davanti al diniego e alla disapprovazione della famiglia, la scelta di Ciro di denunciare alla polizia l’omicidio compiuto dal fratello Simone rompe in questo senso quella solidarietà meridionale tradizionalmente legata allo ius sanguinis per aprirsi alla fiducia nelle istituzioni moderne.
Andrea Bertini, Una sola moltitudine. Rivoluzione e modernizzazione alle origini del Sessantotto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014

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Astronaute

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Jim Ottaviani ritrova Maris Wicks per raccontare il contributo delle donne all’esplorazione dello spazio.

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cornice, tentativi, opera (una spiegazione) / differx. 2025


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Alla fine del 1979 in Italia agivano 4.337 emittenti radio private


In seguito all’approvazione della legge 14 aprile 1975, n. 103, dal ministero delle Poste e telecomunicazioni parte il seguente telegramma:
“Disponesi virgola a sensi articoli 1 et 2 legge 14 aprile 1975 n 103 virgola che responsabili aut esercenti impianti diffusione via etere programmi radiofonici e televisivi privati vengono denunciati at autorita giudiziaria competente con contestuale richiesta sequestro impianto medesimo soprattutto se trasmissioni interferiscano con servizio pubblico radiodiffusione et con altri servizi pubblica utilita punto necessari accertamento [sic] dovranno essere effettuati da ispettori compartimentali collaborazione con circo tel [sic] et organi rai virgola che dovranno fornire mezzi tecnici per acquisizione materiale probatorio punto” <1.
La legge in questione ribadisce infatti, come si è detto, la riserva statale delle trasmissioni via etere, sancendo l’illegalità delle prime emittenti “libere”, che in quegli anni iniziano a infrangere il monopolio. Tale previsione farà scattare la lunga teoria di denunce e le successive pronunce di incostituzionalità. Ciò che ora preme rilevare è la sottolineatura che viene fatta della necessità di riferire all’autorità giudiziaria «soprattutto se trasmissioni interferiscano con servizio pubblico radiodiffusione et con altri servizi pubblica utilita».
La liberalizzazione di fatto dell’etere che, sulla spinta delle innovazioni tecnologiche e delle pressioni all’accesso, investe il panorama radiotelevisivo italiano conduce infatti a una corsa all’accaparramento selvaggio delle frequenze che fa coniare ai commentatori espressioni quali «giungla», «fungaia», «far west» in riferimento alla situazione venutasi a determinare <2. In effetti, in molti casi si registrano sconfinamenti, sovrapposizioni, interferenze, una congerie di segnali che induce Eco a parlare di «ascolto patchwork», una «marmellata» all’interno della quale l’identità delle singole stazioni è irriconoscibile per l’utente che muove la manopola della radio e si imbatte in un profluvio di musica e parole senza soluzione di continuità ❤.
Al ministero delle Poste e telecomunicazioni giungono numerose lamentele a proposito delle difficoltà di ricezione del segnale in alcuni contesti locali – in particolar modo per quel che riguarda il terzo canale, varato in quegli anni in attuazione della legge di riforma del 1975 -, dovute principalmente all’insufficienza dei ripetitori installati ma anche all’affollamento delle frequenze verificatosi a partire dalla liberalizzazione dell’etere <4. Sulla questione prendono parola anche i comitati di redazione Rai-tv, riuniti in assemblea a St. Vincent tra il 13 e il 15 giugno 1977, che nel comunicato conclusivo denunciano ““con preoccupazione” che il vuoto di intervento parlamentare sta determinando una situazione al limite dell’ingovernabilità, con sovrapposizione delle frequenze, con una caccia sfrenata ai messaggi pubblicitari, con violazione delle normative di legge sulla produzione giornalistica, con gravi fenomeni di sfruttamento ai danni dei dipendenti di una parte di tali emittenti” <5.
Un caso particolare è costituito dalle denunce provenienti dagli aeroporti civili e dalle forze dell’ordine, cui pure fa riferimento il telegramma riportato. In diversi casi, come a Torino e a Fiumicino <6, vengono segnalate interferenze del segnale fra la torre di controllo e velivoli in fase di atterraggio; malgrado tale evenienza sia teoricamente possibile e non è da escludere che nella situazione caotica prodotta dalla deregolamentazione siano accaduti episodi di sovrapposizione delle frequenze, c’è da dire che i controlli effettuati non forniscono riscontri alle denunce <7. Anche per quel che riguarda il rischio di interferenze a danno delle radiovolanti della polizia non vi sono dati certi e inoppugnabili; in alcuni scambi epistolari fra organi centrali e periferici dello stato si rimarca che «vengono […] continuamente rappresentate at questo ministero da organi operativi difficoltà nell’espletamento servizi istituzionali at causa continue et reiterate interferenze emittenti private nelle frequenze radio utilizzate da forze di polizia» <8, ma le preoccupazioni sembrano fortemente condizionate dai dibattiti parlamentari in corso sull’emanazione di una nuova disciplina di regolamentazione del settore, alla quale il ministero dell’Interno, come si vedrà, vorrebbe dare un contributo specifico riguardo la commissione di condotte illecite a mezzo apparecchi radiotrasmittenti.
I numeri del fenomeno delle radio libere, per come emergono dalle indagini realizzate per conto dei ministeri delle Poste e dell’Interno a qualche anno dal boom, sono decisamente significativi: “Alla fine del 1979 in Italia agivano 4.337 emittenti radio private (598 in più rispetto all’anno precedente con un incremento del 16%), con un rapporto di una emittente per 13.000 abitanti circa, distribuite geograficamente come segue: ̵ 906 (73 in più rispetto al 1978) nelle regioni nord-occidentali, in ragione di una emittente per 17.000 abitanti circa; – 583 (52 in più rispetto al 1978) nelle regioni nord-orientali, con un rapporto di una emittente per 18.000 abitanti circa; – per un totale, nell’intera area Nord del Paese, di 1.489 (125 in più rispetto al 1978) e un rapporto di utenza media di una emittente per poco più di 17.000 abitanti. […] – 603 (104 in più rispetto al 1978) nelle regioni centrali, con un rapporto di una emittente per 18.000 abitanti circa. […] – 1.325 (177 in più rispetto al 1978) in quelle meridionali, con un rapporto di una emittente per 10.000 abitanti circa; – 920 (192 in più rispetto al 1978) in quelle insulari, con un rapporto di una emittente per 7.000 abitanti circa; – 2.245 (369 in più rispetto al 1978) nelle regioni meridionali e insulari, complessivamente considerate, con un rapporto di una emittente per 9.000 abitanti circa” <9.
La fase espansiva è in realtà già alle spalle; i tassi di incremento delle emittenti private sono molto più ridotti che in passato <10 e presto il panorama si assesterà in virtù di diversi fattori: da un lato l’attenuazione della spinta alla partecipazione che ha caratterizzato gli anni precedenti, dall’altro l’obiettiva saturazione dell’etere, dall’altro ancora le difficoltà di natura principalmente economica incontrate dalle esperienze più artigianali e la tendenza alla concentrazione in grandi network <11. Proprio il massiccio ingresso dei potentati privati nel mercato radiofonico – con l’obiettivo puntato su quello pubblicitario e sulla spartizione della relativa torta – diviene un punto centrale del dibattito sulla regolamentazione che si sviluppa in quegli anni <12. Da più parti giungono valutazioni allarmistiche <13 sul rischio che la creazione di oligopoli finisca per soffocare le esperienze più genuine di partecipazione e richiami al legislatore affinché disciplini la materia, ponendo dei paletti alle possibilità di concentrazione; la rivista «Altrimedia», ad esempio, dedica diversi numeri alla questione <14.
Per tutto il periodo qui considerato si susseguono progetti di legge più o meno organici, i quali finiscono però per arenarsi nelle secche dei dibattiti parlamentari. La riforma della Rai rientra fra i punti del programma sottoscritto dai partiti dell’“accordo a sei” in funzione di indirizzo politico del governo delle astensioni; il governo è impegnato «ad assecondare la definizione di una disciplina delle emittenti locali private, in applicazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 202 del 1976, che preveda la applicazione per legge del piano nazionale di ripartizione delle frequenze e delle modalità e criteri per la concessione delle autorizzazioni» <15. Numerosi sono però gli ostacoli che si frappongono alla definitiva approvazione di una legge in materia: i tentennamenti dei principali partiti in merito all’emittenza privata e alle modalità di regolamentazione della stessa; la presenza di altri temi considerati prioritari per l’azione di governo; le fibrillazioni in ambito politico-sociale e la relativa fragilità dello stesso accordo fra i partiti.
Quanto le posizioni siano ondivaghe e in alcuni casi molto distanti l’una dall’altra è constatabile dalle esternazioni delle personalità politiche direttamente coinvolte nella questione, in primis dei membri della Commissione parlamentare di vigilanza dei servizi radiotelevisivi. Nell’ottobre 1977, ad esempio, gli orientamenti conservatori di Vittorino Colombo, ministro delle Poste e telecomunicazioni della Dc, vengono bollati come «assolutamente personali» da Mauro Bubbico, membro della Commissione in quota allo stesso partito <16. Le divergenze fra i partiti dell’accordo riguardano la nozione di ambito locale; la percentuale di ripartizione delle frequenze fra ente concessionario, radiotelevisioni commerciali ed emittenti locali; la regolamentazione del regime autorizzatorio; la disciplina del mercato pubblicitario; le garanzie professionali richieste alle private e il destino da riservare alla situazione esistente <17.
Tra il 10 e il 12 marzo 1978 si tiene a Livorno un convegno nazionale indetto da Arci-Enars e Acli-Endas su “Sistema radiotelevisivo e territorio”, al quale intervengono, oltre alle associazioni promotrici, esperti del settore e redattori di alcune esperienze televisive e radiofoniche sorte in ambito locale <18. L’ampia discussione enuclea le principali tematiche concernenti la comunicazione locale, con un’attenzione al ruolo delle forze sociali e alla necessità che la regolamentazione del settore contemperi la salvaguardia della libertà d’impresa dei privati e del pluralismo partecipativo.

[NOTE]1 Telegramma del 20 giugno 1975 inviato dal ministro delle Poste e telecomunicazioni Orlando ai direttori compartimentali PT ufficio II Repubblica, ai circostel, alla Direzione generale Rai e, p.c., all’Ispettorato generale per le telecomunicazioni, alla Direzione centrale ispezione, alla Direzione centrale servizi telegrafici e radioelettrici, al gabinetto del ministero dell’Interno e a quello della Difesa, all’Ispettorato generale di Ps, in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 334, f. «Radio e televisione. Impianti privati (1)».
2 Cfr. S. Dark, Libere!, cit. p. 132.
3 U. Eco, Con qualche radio in più, cit.
4 Cfr. Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 334, f. «Radio e televisione. Affari vari»: vi è conservato il carteggio fra organi centrali e periferici riguardante l’installazione di ripetitori Rai in territorio friulano, stanti le proteste di comunità non raggiunte dal segnale. È significativo che le segnalazioni da parte delle autorità locali muovano dalla preoccupazione per la penetrazione ideologica realizzata tramite la ricezione di programmi della Jugoslavia comunista, in una zona di confine delicata dal punto di vista geopolitico.
5 Ivi, lettera del 20 giugno 1977 indirizzata dal questore della Valle d’Aosta Barbagallo al gabinetto del ministro e alla Direzione generale di pubblica sicurezza; in allegato il comunicato stilato al termine dell’assemblea nazionale dei comitati di redazione, 15 giugno 1977.
6 Gli esempi sono riportati rispettivamente in Davide Giacalone, Antenna libera. La RAI, i privati, i partiti, Edizioni di comunità, Milano 1990, p. 31 e in Roberto Morrione, La RAI nel paese delle antenne. Uomini e vicende del più discusso dei mass media, dall’era di Bernabei all’era della riforma, Napoleone, Napoli 1978, p. 115.
7 Cfr. la lettera del prefetto di Varese Vitelli-Casella del 21 maggio 1977, indirizzata ai gabinetti del ministero dell’Interno e delle Poste e telecomunicazioni e alla Direzione generale di pubblica sicurezza, in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 338, f. «Radio e tv libere. Affari vari». Il funzionario – in seguito alla segnalazione del 14 maggio 1977 fatta dall’ufficio regionale Icao (International civil aviation organization) di Parigi al ministero della Difesa, relativa ai potenziali pericoli derivanti dalle interferenze – ha effettuato dei controlli all’aeroporto di Milano Malpensa, risultati negativi.
8 Ivi, f. «Radio libere. Legislazione», fonogramma urgente del 7 novembre 1977 indirizzato dal ministero dell’Interno al gabinetto del ministero delle Poste e telecomunicazioni e, p.c., alla presidenza del Consiglio dei ministri e al ministero di Grazia e giustizia – Uffici legislativi.
9 Ivi, f. «Radio e tv libere. Affari vari», rapporto del servizio di documentazione generale afferente alla Direzione generale affari generali e del personale del ministero dell’Interno indirizzato al gabinetto del ministro il 26 maggio 1980. Nello stesso rapporto si rileva «l’accentuata polverizzazione nel Sud e nelle Isole della radiodiffusione esercitata da privati, sembra rispondere ad una esigenza di diffusione capillare in aree caratterizzate dalla frantumazione su vaste aree di centri abitati di modeste dimensioni, fuori dall’orbita dei grandi agglomerati urbani». Il dato è collegato alla «differente presenza e, quindi, il diverso ruolo dell’informazione tradizionale identificabile essenzialmente con la cosiddetta grande stampa, nei cui confronti le emittenti private, almeno in questa prima fase di attività, si collocano come strumenti alternativi o sussidiari ovvero complementari rispetto a contenuti dell’informazione imperniati sulla peculiarità delle problematiche locali». L’analisi degli esperti ministeriali sembrano a tal proposito confermare quanto suggeriva McLuhan, Capire i media, cit., p. 275: «[…] la radio ha potuto diversificarsi e dar vita a un servizio a livello regionale o locale come non aveva mai fatto neanche all’epoca ormai lontana dei radioamatori. Si è insomma rivolta alle necessità personali dell’individuo nelle diverse ore del giorno […]».
10 Si consideri che «a fine giugno 1977 in Italia agivano 244 emittenti televisive e 1641 emittenti radio», di 93 delle quali «è stato possibile accertare il carattere prevalentemente politico»: documento a cura della Direzione generale degli affari generali e del personale – Servizio di documentazione generale, Le emittenti radio e televisive private in Italia, novembre 1977, in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 338, f. «Radiotelevisive private. Censimento». 11 Cfr. F. Monteleone, Storia della radio e della televisione, cit., pp. 428-33 e P. Murialdi, Il “decennio concentrone”. Appunti per una storia delle concentrazioni negli anni Ottanta, «Problemi dell’informazione», f. 2, 1990, pp. 169-85.
12 Già il 23 e il 24 ottobre 1976 si tiene ad Aosta un convegno su Sistema radiotelevisivo e Regioni, con la partecipazione di delegazioni ufficiali della giunta e dei consigli di varie regioni, nonché di un’ampia rappresentanza dei quadri dirigenti della Rai e del ministro delle Poste Vittorino Colombo; nella mozione conclusiva, che testimonia indirettamente del colore politico della maggior parte degli intervenuti, nel rispecchiare la posizione assunta dal Pci in riferimento alla liberalizzazione dell’etere, si sottolinea che «le contraddizioni e i ritardi nella riforma della RAI-TV, il recupero delle forze conservatrici, l’attacco privatistico al monopolio pubblico radiotelevisivo e la Sentenza n° 202 della Corte Costituzionale, hanno concorso a determinare una situazione, che rischia, se non superata tempestivamente, di risolversi in ulteriori limitazioni all’esercizio delle libertà di espressione e di comunicazione di tutti i cittadini per il prevalere di potenti concentrazioni monopolistiche private». Il documento è rinvenibile in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 334, f. «Radio e televisione. Affari vari», sf. «Riforma della RAI TV».
13 Lo svolgimento più coerente e articolato della tesi secondo la quale la liberalizzazione dell’etere sarebbe il presupposto per l’ingresso di grandi trust privati nel sistema radiotelevisivo è costituito da F. Siliato, L’antenna dei padroni, cit. Per un compendio cfr. la sua intervista, C’è un futuro per le radio. Ma quale?, «Millecanali», n. 71, 1980, pp. 70-72, in particolare p. 72: «[…] al di là delle speranze di molti poeti dell’alternativa le emittenti private sono servite al grande capitale per rompere il monopolio statale e introdurre la logica di mercato nel sistema radio televisivo italiano».
14 Cfr. E. Fleischner, Gli emarginati prendono microfono e antenna, «Altrimedia», n. 1, 1976, pp. 2-3; le interviste a Umberto Eco, Radio locali, cit. e a Pio Baldelli, Riprendiamoci la radio, la televisione e il cinema, «Altrimedia», n. 2, 1976, pp. 9-10; In Europa le reti radio-tv sempre più private sempre meno locali (sintesi dell’intervento Il sistema italiano e la rete globale di controllo di Index Milano tenuto da Francesco Siliato al convegno internazionale di S. Vincent, Sistemi radiotelevisivi in Europa e prospettive della dimensione locale degli anni ’80), «Altrimedia», n. 24-25, 1979, pp. 5-9; 3000 emittenti pronte a concentrarsi, «Altrimedia», n. 26, 1979, pp. 5-11; Albino Pedroia, Un’onda per tutti, «Altrimedia», n. 27, 1979, pp. 4-7.
15 Cfr. Atti parlamentari, Camera dei deputati, VII legislatura, discussioni, seduta del 12 luglio 1977, pp. 8869-72, in particolare p. 8872.
16 Cfr. Dibattito sulla legge, «Millecanali», n. 34, 1977, pp. 101-03. Al dibattito organizzato dalla rivista partecipano, oltre a Bubbico, Pietro Valenza del Pci, Luciana Castellina di Dp, tutti membri della Commissione di vigilanza, e Di Domenico, della commissione sui problemi dell’informazione del Psi.
17 Cfr., oltre al dibattito citato in precedenza, Sandro Silvestri (a cura di), Verso quale legge?, «Altrimedia», n. 5, 1977, pp. 9-11: intervengono Bubbico, Valenza, Marco Pannella per i Radicali (anch’egli membro della Commissione parlamentare di vigilanza); Francesco Tempestini, responsabile del settore informazione del Psi; Vincenzo Vita, suo omologo per Dp e Renzo Rossellini, della segreteria nazionale della Federazione radio emittenti democratiche. Il dibattito è andato in onda sulle frequenze di Radio città futura, in collaborazione con «Altrimedia».
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l’emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno accademico 2017-2018

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il 26 giugno, a roma: ‘urban experience’ e l’archivio performante all’icbsa. il performing media per la memoria dell’avanguardia e l’innovazione territoriale

L’Archivio Performante all’ICBSA. Il Performing Media per la Memoria dell’Avanguardia e l’Innovazione Territoriale

data spostata al
26 giugno 2025, dalle 15:00 alle 17:30
A Roma, all’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi (ICBSA, Palazzo Mattei di Giove, Via Michelangelo Caetani 32, l’ex Discoteca di Stato) il 26 giugno alle ore 15 c’è un incontro strategico: Il Performing Media per la Memoria dell’Avanguardia e l’Innovazione Territoriale.

Robert Fludd _ Globe Theatre

L’incontro si svolgerà come un brainstorming per attivare un confronto aperto (e non un convegno di studi) tra protagonisti e studiosi, per promuovere una staffetta intergenerazionale e una interoperabilità degli archivi già istituiti, pensando a come coniugare la Memoria dell’Avanguardia con l’Innovazione Territoriale.

TUTTE LE INFORMAZIONI QUI:
urbanexperience.it/eventi/larc…

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un inquadramento della scrittura di ricerca: nel n. 19 della ‘scuola delle cose’ (lyceum/mudima)


post in continuo aggiornamento

La scuola delle cose, n. 19, aprile 2025, SCRITTURA DI RICERCA (pubbl. Mudima / Lyceum)
cliccare per ingrandire

forse per la prima volta dopo oltre 20 anni di non disonorevole attività, un certo modo di fare sperimentazione letteraria ottiene un inquadramento teorico-critico complessivo, pur sintetico.

esce cioè il n. 19 del periodico ‘La scuola delle cose’, dell’associazione Lyceum (grazie alla Fondazione Mudima), interamente dedicato alla SCRITTURA DI RICERCA.

lo si sa e lo si è ripetuto assai: la (formula) “scrittura di ricerca” ha una storia di lunga durata, attraversando un po’ tutto il Novecento, almeno dagli anni Quaranta-Cinquanta, e in maniera nemmeno troppo carsica.
d’accordo. tuttavia questo numero della “Scuola delle cose” non è una disamina storica integrale, semmai un lavoro sugli ultimi venti-venticinque anni di ricerca letteraria, o scrittura complessa. con (ovviamente, immancabilmente) puntuali affondi nel passato e nella produzione di certi autori a dir poco fondativi, soprattutto Corrado Costa e Jean-Marie Gleize.

*

prima occasione di presentazione: 19 giugno, Milano, Fondazione Mudima:
slowforward.wordpress.com/wp-c…

audio della presentazione a Milano (19 giu. 2025):
slowforward.net/2025/07/01/pod…

audio di una successiva presentazione, a Roma (5 lug. 2025):
slowforward.net/2025/07/24/pap…

RadioTre Suite: presentazione di Prima dell’oggetto, di MG, e – in conclusione – “La scuola delle cose” (24 ago. 2025):
slowforward.net/2025/08/25/rad…
= https://www.raiplaysound.it/audio/2025/08/Radio3-Suite—Magazine-del-24082025-aef7d6cc-546a-474c-bcbb-3db0019727f8.html

podcast della prima presentazione ospitata da La Finestra di Antonio Syxty (25 ago. 2025):

= open.spotify.com/episode/25Xmn…

podcast della seconda presentazione ospitata da La Finestra di Antonio Syxty (10 nov. 2025):
slowforward.net/2025/11/10/fin…
= open.spotify.com/episode/2PcrJ…

*

e, rapidamente descrivendo (dal primo comunicato realizzato):

dettaglio de La scuola delle cose n 19_ 2025__ foto di Antonella Anedda
dettaglio da una foto di Antonella Anedda. cliccare per ingrandire

l’espressione “scrittura di ricerca” è in azione da diversi decenni, e di certo – come detto sopra – si perde già nelle “profondità” del Novecento.
tuttavia, dagli anni 2003-2009 (ovvero fra l’esplosione dei blog letterari e l’uscita del libro collettivo Prosa in prosa – edito da Le Lettere; ora da Tic edizioni) e fino a oggi, il numero di materiali sperimentali e saggi sugli stessi è decisamente cresciuto.
ha dunque senso ed è forse addirittura indispensabile iniziare a fare il punto della situazione.
un primo e senz’altro assai sintetico tentativo è rappresentato da questo numero de ‘La scuola delle cose’, che raccoglie otto interventi di altrettanti studiosi e studiose, intorno alla ricerca letteraria e alle scritture complesse.

*

queste le autrici e gli autori dei saggi, e i titoli degli interventi:

Gian Luca Picconi,
Scrittura di ricerca, prosa in prosa, letteralità

Massimiliano Manganelli,
Appunti sulle scritture procedurali

Luigi Magno,
Cinque nomi (più uno) e dieci titoli. La poesia di ricerca francese (oggi) in Italia

Chiara Portesine,
Il compromesso fonico: l’eredità di Corrado Costa

Renata Morresi,
Il movimento chiamato Language Poetry in Italia oggi

Chiara Serani,
Scritture non convenzionali e intermedialità (2000-2025)

Luigi Ballerini,
Intervento sulla poesia che si potrebbe fare

Daniele Poletti,
Scritture complesse. Il superamento dell’appartenenza

*

il tabloid gratuito è disponibile a Milano in Fondazione (via Tadino 26); a Roma presso la Libreria Tic (piazza San Cosimato 39), la Libreria Tomo (via degli Etruschi 4) e in Camera verde (via G Miani 20, chiamando prima il numero 3405263877); a Perugia nella libreria Mannaggia (via Cartolari 8); a Bologna da Modo Infoshop (via Mascarella 24/b); a Napoli alla libreria Luce (piazzetta Durante 1).

*

incontri, presentazioni e altre occasioni legate alla rivista:

22 maggio 2025: intervista a Rai RadioTre Fahrenheit

25 maggio: presenza del tabloid alla Serata del Premio Pagliarani al Palazzo delle Esposizioni (Roma)

31 maggio: presenza al reading collettivo “Roma chiama poesia”, Teatro Basilica (Roma)

3 giugno: presenza allo Studio Campo Boario (Roma), in occasione della presentazione di NZ, di A. Syxty

8 giugno: presenza nella libreria Tic di piazza San Cosimato (Roma)

17 giugno: presenza al reading di Giovenale e Perinelli allo Studio Campo Boario

19 giugno: prima presentazione ufficiale del tabloid presso la Fondazione Mudima (Milano), con Luigi Ballerini, Laura Di Corcia e Giancarlo Sammito

26 giugno: ex Discoteca di Stato in via Caetani (Roma), dialogo sulla memoria delle avanguardie

Da luglio 2025: presenza alla Libreria Luce, Napoli

5 luglio: presentazione della rivista in occasione del festival Inverso, a Roma

24 agosto: a RadioTre Suite, presentazione di Prima dell’oggetto, di MG, e – in conclusione – del tabloid

25 agosto: va in onda il podcast della presentazione ospitata da ‘La Finestra di Antonio Syxty’

5-6-7 settembre: presenza di molte copie del tabloid ai tre giorni dell’incontro ‘Esiste la ricerca’, presso lo Studio Campo Boario

26 settembre, accenno di presentazione + distribuzione del tabloid in occasione dell’incontro sul libro Prati, di Andrea Inglese, alla Libreria Tic

dal 2 ottobre: presenza del tabloid presso La camera verde (Roma, via G. Miani 20)

18 ottobre, Parma, copie della rivista sono presenti all’Associazione Remo Gaibazzi in occasione di un incontro dedicato a Corrado Costa e Patrizia Vicinelli, organizzato da Daniela Rossi

24 ottobre, Roma, numerose copie presso l’Istituto Tedesco di Villa Massimo, in occasione di una lettura multilingue di poesie e prose, in italiano e in tedesco

10 novembre: è online il secondo podcast ospitato da La Finestra di Antonio Syxty

da novembre il tabloid è disponibile anche presso la Libreria Tomo, a Roma, in via degli Etruschi.


Lyceum _ Scuola delle Cose _ dati editoriali e redazionali
cliccare per ingrandire

Fondazione Mudima
FONDAZIONE MUDIMA

Via Tadino 26, Milano
info@mudima.net
mudima.net

*

in collaborazione con
l’associazione dipoesia
logo dell'"associazione dipoesia"

#chiaraSerani #corradoCosta #danielePoletti #esisteLaRicerca #fondazioneMudima #gianLucaPicconi #ginoDiMaggio #intermedialita #kritik #laFinestraDiAntonioSyxty #laScuolaDelleCose #langpo #languagePoetry #letteralita #libreriaTomo #luigiBallerini #luigiMagno #lyceum #massimilianoManganelli #micheleZaffarano #mudima #poesiaDiRicercaFrancese #prosaInProsa #radiotreSuite #renataMorresi #ricercaLetteraria #scritturaComplessa #scritturaDiRicerca #scritturaNonAssertiva #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #scrittureNonAssertive #scrittureNonConvenzionali #scrittureProcedurali #scuolaDelleCose #segnaliEAzioni #studioCampoBoario #traduzione #traduzioni #zinesAuthorsETaggatoComeChiaraPortesine


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Fascino e rischi delle cavità sotterranee. Perchè mapparle


Cavità naturali e artificiali da brivido sono presenti nel sottosuolo della nostra città, che immaginiamo solidamente appoggiata su una robusta base di lava. Sono ampie caverne, dedali di gallerie, pozzi, ipogei, vasche, corsi d’acqua che si aprono all’interno di un terreno composto non solo di roccia ma anche di sabbia e argilla.

Conoscere la loro collocazione, determinarne la […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/06/20/fasc…

#caveDiGhiara #CentroSpeleologicoEtneo #FrancoPolitano #gallerieSotterranee #PUGExPRG_ #rifugiAntiaerei #RischioSismico

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oggi, 20 giugno, a roma, presentazione di “saltiquanti”, di gianluca garrapa (ecs, 2025)


coordina: Valerio Massaroni

presenta: Antonio F. Perozzi

interviene: Gianluca Garrapa

VENERDÌ 20 GIUGNO 2025

h 19, Velvet Pub

Viale dello Scalo S. Lorenzo, 77/c – Roma

Ingresso libero

scheda editoriale: centroscritture.it/product-pag…

#AntonioFrancescoPerozzi #CentroScritture #ECS #EdizioniDelCentroScritture #gianlucaGarrapa #lettura #presentazione #reading #Saltiquanti #ValerioMassaroni #VelvetPub

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Lightroom Classic 14.4: Tethering per Fujifilm


Acquisizione diretta di Lightroom Classic, con la versione 14.4, supporta anche le fotocamere Fujifilm!
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Adobe, con l'aggiornamento alla versione 14.4 di Lightroom Classic, ha introdotto il tethering nativo per le fotocamere Fujifilm senza dover utilizzare plug-in dedicati!

Sul sito di Adobe sono disponibili le informazioni su come settare la fotocamera e soprattutto i modelli supportati.
Immagine estratta dal sito di Adobe relativa alle camere Fujifilm supportateImmagine estratta dal sito di Adobe relativa alle camere Fujifilm supportate
Una buona notizia per gli utilizzatori di fotocamere Fujifilm!

Nel sito Adobe sono disponibili, oltre alle informazioni relative al tethering per le fotocamere Fujifilm, anche il riepilogo di tutte le funzionalità e correzioni di bug rilasciate con la versione 14.4 di Lightroom Classic.

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contrastare la deriva neofascista: un comunicato dell’anpi


riprendo, con ritardo ma con convinzione parecchio energica, questa nota, importantissima, dell’ANPI:

«Il Comitato Nazionale,
viste le continue e sempre più frequenti manifestazioni di organizzazioni di estrema destra che si riuniscono per esaltare il passato regime fascista, attraverso la riunione di un significativo numero di partecipanti, organizzati con divise e inquadramento paramilitare e/o militare, con saluti romani e chiamata del “presente”;

ritenuto che negli ultimi tempi a Milano si è tenuta una parata col pretesto dell’anniversario dell’omicidio di Sergio Ramelli, vittima di un agguato criminale, durante cui un numero di persone (circa duemila) e di associazioni neofasciste hanno partecipato all’evento;

valutato che tali manifestazioni, unitamente ad altre, rappresentano una gravissima e significativa condotta apologetica in violazione delle norme Scelba e Mancino, nelle quali è ravvisabile la ricostituzione del partito fascista, vietata dalla XII disposizione finale della Costituzione;
considerato che tali manifestazioni spesso non sono state impedite o comunque sanzionate dalle istituzioni competenti che le hanno tollerate;

ritiene che si debbano assumere tutte le iniziative finalizzate al contrasto di tali manifestazioni, anche in sede giudiziaria, e che si debba così fronteggiare con la massima energia la pericolosa deriva a cui da tempo stiamo assistendo.»

✍🏻 Comitato Nazionale ANPI
Nota del 10 maggio 2025

#ANPI
#ComitatoNazionaleANPI
#MaiPiùFascismi

#ANPI #antifascismo #ComitatoNazionaleANPI #ComitatoNazionaleANPI #MaiPiùFascismi

Questa voce è stata modificata (1 anno fa)

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(tornando da milano). gaza è nel fuoco


noi facciamo gli incontri, letterari, chers, e, anche: amici, parliamo di letteratura, su/sì, e: è fondamentale (il famoso non inferno) ma l’inferno non cambia e anche non detto ridetto è lui che si ripete, si autoinstalla, si ribalta su tutto. il senso di impotenza vorrebbe starsene sotto un tot di pudicizia, e rimanere zitto. comunque meglio se cede il passo in tutto:


da facebook.com/share/193PP1WRFL/

C’è un paese al mondo, arabo o non arabo, a cui importa delle vite umane a Gaza tanto quanto di quelle israeliane, ed è pronto a intercettare i missili israeliani che stanno colpendo le nostre tende, bruciando le nostre famiglie e facendole a pezzi?

Oltre 79 persone a Gaza sono state uccise solo oggi.
Uno di questi era l’unico figlio del mio vicino che ha aspettato 15 anni che nascesse questo bambino.
Ieri ne sono state massacrate più di CENTO. Il giorno prima erano state più di 120.
Ti odio. Ti odio. Ti odio.
Non ti perdonerò. Nemmeno uno.

Mosab Abu TohaMosab Abu Toha

#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento

#bambini #children #colonialism #concentramento #deportazione #Gaza #genocide #genocidio #ICC #icj #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #massacri #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #zionism

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la palestina scomparsa dall’orizzonte del g7


da un post di Alessandro Ferretti ripreso il 18 giu. 2025 su fb da Renata Morresi:

*Di tutto questo al G7 neanche una parola*:

(Alessandro Ferretti)

«Come largamente prevedibile, Israele approfitta dell’attenzione mediatica rivolta al suo attacco all’Iran per un’ulteriore escalation di ferocia in Palestina. Nelle sole ultime 24 ore l’esercito occupante ha ammazzato oltre 140 persone e ne ha ferite 560, molte dei quali negli ormai consueti e normalizzati massacri a colpi di mitragliatrice e cannonate sulle folle affamate davanti ai punti di distribuzione degli aiuti.

Il sistema sanitario è praticamente oltre il collasso. Negli ultimi giorni Israele ha addirittura emanato un ordine di evacuazione per tutta la zona intorno all’unico ospedale realmente funzionante nella Striscia, il Nasser Hospital a Khan Younis, il che significa che nessuno può entrare o uscire dall’ospedale senza diventare un bersaglio dell’esercito. Medici e infermieri si sono rifiutati di evacuare abbandonando i loro pazienti alla morte, ma la chiusura dell’ospedale è solo rimandata.

Il dottor Mads Gilbert, che ha lavorato al Nasser Hospital, ha infatti rilanciato un appello drammatico del dottor Yousef Abu Al-Rish che dipinge una situazione terrificante:

➤ Non ci sono forniture. Niente materiale di consumo. Mancano tutti gli elementi necessari per la fornitura di cure mediche di emergenza.

➤ L’ospedale è ancora sovraffollato a causa del massiccio afflusso di feriti negli ultimi giorni. La capacità della terapia intensiva è stata aumentata da 12 a 52 posti letto, la capienza dei reparti a 600, ma ora non c’è più spazio.

➤ Le donazioni di sangue sono state interrotte a causa della diffusa anemia nutrizionale. I pazienti muoiono per emorragia.

➤ Le équipes mediche internazionali eseguivano oltre 45 interventi chirurgici al giorno dopo ogni grave attacco. Questo non è più possibile.

➤ Il personale lavora senza cibo né combustibile per cucinarlo. “Praticamente niente cibo disponibile”. Stanno raccogliendo legna da ardere solo per sfamare personale e pazienti. “Come posso chiedere loro di continuare a lavorare a stomaco vuoto?”, ha chiesto il dottor Rish?.

➤ L’attacco avviene su tre piani, fame, collasso sanitario e attacchi diretti alle linee di distribuzione aiuti.

➤ Il dottor Gilbert ha avvertito: “Il tempo è fondamentale. Stiamo parlando di ore”. I letti di terapia intensiva sono pieni. Lo spazio disponibile è esaurito. Le attrezzature chirurgiche sono esaurite. La banca del sangue è in condizioni critiche.

A questo si aggiunge l’appello urgente di oggi del dottor Ahmad Al-Farra – direttore del reparto di pediatria e maternità sempre presso l’ospedale Nasser – secondo cui “entro 48 ore potremmo iniziare a perdere la vita di neonati, in particolare di nati prematuri, a causa dell’esaurimento delle essenziali provviste di latte artificiale”.

Questo scenario atroce è confermato nientemeno che dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ieri ha rilasciato un comunicato in cui si descrive una situazione apocalittica.

Solo 17 dei 36 ospedali sono ancora parzialmente funzionanti, le scorte mediche sono quasi esaurite ovunque e nessun carburante è entrato da oltre 100+ giorni.

Nuove stragi hanno colpito i civili in cerca di cibo: oltre 200 pazienti (tra cui 28 morti) sono arrivati all’ospedale da campo della Croce Rossa di Al Mawasi lunedì, mentre martedì altre centinaia di vittime sono andate all’ospedale Nasser. Secondo l’OMS, l’assistenza medica è ormai praticamente impossibile anche perchè l’80% del territorio di Gaza è sotto ordine di sfollamento e gli spazi umanitari si restringono ogni giorno. Israele blocca 33 camion OMS con farmaci in Egitto e altri 15 in Cisgiordania

L’OMS chiede la riapertura immediata di tutti i valichi per gli aiuti e l’altrettando immediatra fine del modello attuale di distribuzione degli aiuti, che trasforma la ricerca di cibo in stragi “con massiccio numero di vittime”.

Al G7, con la partecipazione dell’Italia, di tutto questo non si fa la minima menzione: è come se la Palestina fosse stata inghiottita da un buco nero, e i giornali non fanno la minima menzione di questo tracollo spaventoso e deliberato che rimarrà per sempre nella storia delle grandi infamie perpetrate dall’uomo sull’uomo.

Diffondiamo queste notizie, affinchè le coscienze dei distratti si sveglino e le colpe di chi deliberatamente ignora tutto questo, politici, intellettuali e giornalisti, rimangano per sempre scolpite nella pietra della vergogna.»

#AlMawasi #AlessandroFerretti #bambini #children #Cisgiordania #coloni #colonialism #G7 #Gaza #genocide #genocidio #ICC #icj #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #italia #izrahell #KhanYounis #latteArtificiale #MadsGilbert #massacri #neonati #OspedaleNasser #ospedali #Palestina #Palestine #RenataMorresi #settlers #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #WestBank #zionism

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Lightroom Classic, con l'aggiornamento alla versione 14.4, tra le altre funzionalità, ha introdotto il tethering nativo per le fotocamere Fujifilm senza l'ausilio di plug-in!
Maggiori informazioni, e lista delle fotocamere supportate, dal sito di Adobe: helpx.adobe.com/it/lightroom-c…

#lightroom #fujifilm #tethering #adobe

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Apple Containerization: pensieri sparsi


Quelli di #apple hanno fatto un tool (Apple Containerization github.com/apple/containerizat… ) che tira su una distro #linux minimale con dentro docker e fa girare i #container settando tutti i portforwarding in maniera trasparente ….

Come già faceva #colima ( github.com/abiosoft/colima )

e cmq hanno rifatto la stessa cosa del #microsoft #WSL… ma vaglielo a dire…

#apple #colima #container #linux #microsoft #WSL

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Le false scelte nel GDR

Quando la trama esiste già e le opzioni sono solo deviazioni


Uno dei malintesi più diffusi nel gioco di ruolo riguarda la libertà dei giocatori. A parole, quasi tutti i gruppi affermano di voler dare “massima libertà” ai personaggi. Nei fatti, però, capita spesso che le scelte proposte siano solo biforcazioni illusorie, deviazioni momentanee che riportano sempre sulla strada principale.

Si parla tanto di “sandbox” o “campagna aperta”, ma nella testa di molti master la storia ha già un punto di arrivo stabilito, con eventi chiave che devono accadere. A quel punto, più che scelte, si stanno offrendo alternative apparenti: X o Y, ma alla fine si torna comunque alla Z che era stata preparata.

La gabbia della struttura invisibile


Il problema non è la preparazione in sé. Avere materiale pronto, idee forti, persino eventi potenziali è parte dell’arte del master. Ma è ben diverso preparare per reagire rispetto a preparare per guidare.

Quando il gioco è costruito attorno a snodi prestabiliti, ogni deviazione concessa ai giocatori diventa un vicolo cieco. Si può uscire un attimo dal sentiero, ma il mondo è strutturato per riportarti in carreggiata. Alcuni lo chiamano “story funnel”, altri “railroading morbido”. Il risultato non cambia: si gioca dentro uno spazio già scritto.

Questo approccio ha radici profonde in una concezione narrativa del GDR ereditata da altri media: romanzi, film, serie. L’idea che “una buona storia” debba avere un arco, un climax, un finale. Ma il gioco di ruolo non è narrazione lineare: è esplorazione di possibilità. E se non c’è rischio reale di deviare, non c’è nemmeno una vera scelta.

Il falso dilemma della struttura


Una delle obiezioni più comuni a questa critica è: “Ma allora devo improvvisare tutto? Non posso avere dei punti fermi?”
La risposta è: sì, puoi avere punti di partenza, luoghi, NPC, eventi che possono accadere. Ma nessuno di questi deve accadere per forza. Devono esistere in potenza, non in necessità.

La differenza tra una campagna emergente e una predittiva non è la quantità di preparazione, ma la finalità della preparazione. Nella prima, si prepara per avere strumenti con cui rispondere al mondo che i giocatori esplorano. Nella seconda, si prepara per spingere i giocatori in una direzione voluta.

Ed è qui che nasce l’inganno: molte campagne sembrano aperte, ma sono in realtà dei labirinti ben mascherati. Le scelte che portano fuori mappa vengono ignorate, disincentivate o neutralizzate. È il famigerato “no, lì non si può andare”.

Ma esistono scelte “legittime”?


Un’altra questione ricorrente riguarda la legittimità di avere punti fissi. È davvero sbagliato avere un evento che “deve” succedere? La risposta, come spesso accade, sta nella consapevolezza e nella comunicazione.

Se al tavolo è chiaro che si sta giocando una campagna con una trama fissa, con tappe narrative previste, allora il patto di gioco cambia. Si può godere comunque dell’esperienza, ma non si parlerà più di gioco emergente.

Il problema nasce quando la struttura è nascosta. Quando si fa finta di offrire libertà, ma si continua a stringere il cerchio. In questo caso, si crea una frattura: da un lato il master che lavora per far succedere certe cose, dall’altro i giocatori che credono di poter cambiare il mondo.

Il risultato? Frustrazione, scelte vuote, e la sensazione che “tanto non cambia nulla”.

Preparare per reagire


La proposta alternativa non è il caos, ma la flessibilità. Si può (e si dovrebbe) preparare molto: mappe, PNG, fazioni, eventi potenziali, agende, conflitti in corso. Ma tutto questo dovrebbe reagire alle azioni dei personaggi, non far finta di reagire mentre li conduce dove volevamo già portarli.

È il principio della preparazione reattiva: creo un mondo coerente e in movimento, ma lascio che siano i giocatori a scoprire come cambia, dove andare, e cosa innescare.

Conclusione


Nel gioco di ruolo, ogni volta che una scelta porta comunque alla stessa conclusione, è una scelta fallita. Il vero potere del GDR sta nella possibilità di cambiare le carte in tavola, di sorprendere anche il master, di deviare la storia prevista.

Preparare non è il problema. Il problema è preparare per controllare.

Meglio un mondo coerente e vivo, che non sa dove andrà a finire, che una bella storia già scritta dove tutti fingono di scegliere.

#DD #gdr #giochiDiRuolo #tecniche

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oggi, 19 giugno, a milano, presso la fondazione mudima: presentazione de ‘la scuola delle cose’, n. 19, numero dedicato alla scrittura di ricerca


OGGI, giovedì 19 giugno 2025, alle ore 17:30, presso la Fondazione Mudima, via Tadino 26: Presentazione del numero 19 (aprile 2025) de «La scuola delle cose», tabloid dedicato interamente al tema della SCRITTURA DI RICERCA, a cura di Marco Giovenale

Interverranno Luigi Ballerini, Laura Di Corcia, Marco Giovenale, Giancarlo Sammito

facebook.com/events/7442121315…

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L’espressione “scrittura di ricerca” è in azione da diversi decenni, e di certo si perde già nelle profondità del Novecento. Tuttavia, dagli anni 2003-2009 (ovvero fra l’esplosione dei blog letterari e l’uscita del libro collettivo Prosa in prosa – edito da Le Lettere; ora da Tic edizioni) e fino a oggi, il numero di materiali sperimentali e saggi sugli stessi è decisamente cresciuto.

Ha dunque senso ed è forse indispensabile iniziare a fare il punto della situazione. Un primo e senz’altro assai sintetico tentativo è rappresentato da questo numero de «La scuola delle cose», che raccoglie otto interventi di altrettanti studiosi e studiose, intorno alla ricerca letteraria e alle scritture complesse.

Gian Luca Picconi, Massimiliano Manganelli, Luigi Magno, Chiara Portesine, Renata Morresi, Chiara Serani, Luigi Ballerini e Daniele Poletti si interrogano qui su vari aspetti cruciali delle scritture non pacificate, sui rapporti di intermedialità oggettivamente riscontrabili, sulle esperienze non solo italiane ma anche di tradizione anglofona e francofona, oltre che sui due autori che negli ultimi quindici-venti anni sono tornati più spesso in dialoghi, discussioni, conferenze, letture pubbliche: Jean-Marie Gleize e Corrado Costa.

M.G.

locandina della presentazione de "La scuola delle cose", tabloid n. 19, "Scrittura di ricerca" - a Milano, Fondazione Mudima, 19 giu 2025
cliccare per ingrandire

*

ulteriori informazioni:
slowforward.wordpress.com/?p=1…

pdf della locandina:
19 giu_ Mudima_ La scuola delle cose sulla SCRITTURA DI RICERCA

evento facebook:
facebook.com/events/7442121315…
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#AssociazioneDipoesia #ChiaraPortesine #ChiaraSerani #CorradoCosta #DanielePoletti #diaforia #FondazioneMudima #GianLucaPicconi #GiancarloSammito #GiovanniBonoldi #ilPuntoDellaSituazione #intermedialità #JeanMarieGleize #LaScuolaDelleCose #LauraDiCorcia #LuigiBallerini #LuigiMagno #Lyceum #MarcoGiovenale #MassimilianoManganelli #Mudima #postpoesia #ProsaInProsa #RenataMorresi #ricercaLetteraria #scritturaDiRicerca #scritturaSperimentale #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #scrittureNonPacificate #scrittureSperimentali


un inquadramento della scrittura di ricerca: nel n. 19 della ‘scuola delle cose’ (lyceum/mudima)


post in continuo aggiornamento

La scuola delle cose, n. 19, aprile 2025, SCRITTURA DI RICERCA (pubbl. Mudima / Lyceum)
cliccare per ingrandire

forse per la prima volta dopo oltre 20 anni di non disonorevole attività, un certo modo di fare sperimentazione letteraria ottiene un inquadramento teorico-critico complessivo, pur sintetico.

esce cioè il n. 19 del periodico ‘La scuola delle cose’, dell’associazione Lyceum (grazie alla Fondazione Mudima), interamente dedicato alla SCRITTURA DI RICERCA.

lo si sa e lo si è ripetuto assai: la (formula) “scrittura di ricerca” ha una storia di lunga durata, attraversando un po’ tutto il Novecento, almeno dagli anni Quaranta-Cinquanta, e in maniera nemmeno troppo carsica.
d’accordo. tuttavia questo numero della “Scuola delle cose” non è una disamina storica integrale, semmai un lavoro sugli ultimi venti-venticinque anni di ricerca letteraria, o scrittura complessa. con (ovviamente, immancabilmente) puntuali affondi nel passato e nella produzione di certi autori a dir poco fondativi, soprattutto Corrado Costa e Jean-Marie Gleize.

*

prima occasione di presentazione: 19 giugno, Milano, Fondazione Mudima:
slowforward.wordpress.com/wp-c…

audio della presentazione a Milano (19 giu. 2025):
slowforward.net/2025/07/01/pod…

audio di una successiva presentazione, a Roma (5 lug. 2025):
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RadioTre Suite: presentazione di Prima dell’oggetto, di MG, e – in conclusione – “La scuola delle cose” (24 ago. 2025):
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= https://www.raiplaysound.it/audio/2025/08/Radio3-Suite—Magazine-del-24082025-aef7d6cc-546a-474c-bcbb-3db0019727f8.html

podcast della prima presentazione ospitata da La Finestra di Antonio Syxty (25 ago. 2025):

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podcast della seconda presentazione ospitata da La Finestra di Antonio Syxty (10 nov. 2025):
slowforward.net/2025/11/10/fin…
= open.spotify.com/episode/2PcrJ…

*

e, rapidamente descrivendo (dal primo comunicato realizzato):

dettaglio de La scuola delle cose n 19_ 2025__ foto di Antonella Anedda
dettaglio da una foto di Antonella Anedda. cliccare per ingrandire

l’espressione “scrittura di ricerca” è in azione da diversi decenni, e di certo – come detto sopra – si perde già nelle “profondità” del Novecento.
tuttavia, dagli anni 2003-2009 (ovvero fra l’esplosione dei blog letterari e l’uscita del libro collettivo Prosa in prosa – edito da Le Lettere; ora da Tic edizioni) e fino a oggi, il numero di materiali sperimentali e saggi sugli stessi è decisamente cresciuto.
ha dunque senso ed è forse addirittura indispensabile iniziare a fare il punto della situazione.
un primo e senz’altro assai sintetico tentativo è rappresentato da questo numero de ‘La scuola delle cose’, che raccoglie otto interventi di altrettanti studiosi e studiose, intorno alla ricerca letteraria e alle scritture complesse.

*

queste le autrici e gli autori dei saggi, e i titoli degli interventi:

Gian Luca Picconi,
Scrittura di ricerca, prosa in prosa, letteralità

Massimiliano Manganelli,
Appunti sulle scritture procedurali

Luigi Magno,
Cinque nomi (più uno) e dieci titoli. La poesia di ricerca francese (oggi) in Italia

Chiara Portesine,
Il compromesso fonico: l’eredità di Corrado Costa

Renata Morresi,
Il movimento chiamato Language Poetry in Italia oggi

Chiara Serani,
Scritture non convenzionali e intermedialità (2000-2025)

Luigi Ballerini,
Intervento sulla poesia che si potrebbe fare

Daniele Poletti,
Scritture complesse. Il superamento dell’appartenenza

*

il tabloid gratuito è disponibile a Milano in Fondazione (via Tadino 26); a Roma presso la Libreria Tic (piazza San Cosimato 39), la Libreria Tomo (via degli Etruschi 4) e in Camera verde (via G Miani 20, chiamando prima il numero 3405263877); a Perugia nella libreria Mannaggia (via Cartolari 8); a Bologna da Modo Infoshop (via Mascarella 24/b); a Napoli alla libreria Luce (piazzetta Durante 1).

*

incontri, presentazioni e altre occasioni legate alla rivista:

22 maggio 2025: intervista a Rai RadioTre Fahrenheit

25 maggio: presenza del tabloid alla Serata del Premio Pagliarani al Palazzo delle Esposizioni (Roma)

31 maggio: presenza al reading collettivo “Roma chiama poesia”, Teatro Basilica (Roma)

3 giugno: presenza allo Studio Campo Boario (Roma), in occasione della presentazione di NZ, di A. Syxty

8 giugno: presenza nella libreria Tic di piazza San Cosimato (Roma)

17 giugno: presenza al reading di Giovenale e Perinelli allo Studio Campo Boario

19 giugno: prima presentazione ufficiale del tabloid presso la Fondazione Mudima (Milano), con Luigi Ballerini, Laura Di Corcia e Giancarlo Sammito

26 giugno: ex Discoteca di Stato in via Caetani (Roma), dialogo sulla memoria delle avanguardie

Da luglio 2025: presenza alla Libreria Luce, Napoli

5 luglio: presentazione della rivista in occasione del festival Inverso, a Roma

24 agosto: a RadioTre Suite, presentazione di Prima dell’oggetto, di MG, e – in conclusione – del tabloid

25 agosto: va in onda il podcast della presentazione ospitata da ‘La Finestra di Antonio Syxty’

5-6-7 settembre: presenza di molte copie del tabloid ai tre giorni dell’incontro ‘Esiste la ricerca’, presso lo Studio Campo Boario

26 settembre, accenno di presentazione + distribuzione del tabloid in occasione dell’incontro sul libro Prati, di Andrea Inglese, alla Libreria Tic

dal 2 ottobre: presenza del tabloid presso La camera verde (Roma, via G. Miani 20)

18 ottobre, Parma, copie della rivista sono presenti all’Associazione Remo Gaibazzi in occasione di un incontro dedicato a Corrado Costa e Patrizia Vicinelli, organizzato da Daniela Rossi

24 ottobre, Roma, numerose copie presso l’Istituto Tedesco di Villa Massimo, in occasione di una lettura multilingue di poesie e prose, in italiano e in tedesco

10 novembre: è online il secondo podcast ospitato da La Finestra di Antonio Syxty

da novembre il tabloid è disponibile anche presso la Libreria Tomo, a Roma, in via degli Etruschi.


Lyceum _ Scuola delle Cose _ dati editoriali e redazionali
cliccare per ingrandire

Fondazione Mudima
FONDAZIONE MUDIMA

Via Tadino 26, Milano
info@mudima.net
mudima.net

*

in collaborazione con
l’associazione dipoesia
logo dell'"associazione dipoesia"

#chiaraSerani #corradoCosta #danielePoletti #esisteLaRicerca #fondazioneMudima #gianLucaPicconi #ginoDiMaggio #intermedialita #kritik #laFinestraDiAntonioSyxty #laScuolaDelleCose #langpo #languagePoetry #letteralita #libreriaTomo #luigiBallerini #luigiMagno #lyceum #massimilianoManganelli #micheleZaffarano #mudima #poesiaDiRicercaFrancese #prosaInProsa #radiotreSuite #renataMorresi #ricercaLetteraria #scritturaComplessa #scritturaDiRicerca #scritturaNonAssertiva #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #scrittureNonAssertive #scrittureNonConvenzionali #scrittureProcedurali #scuolaDelleCose #segnaliEAzioni #studioCampoBoario #traduzione #traduzioni #zinesAuthorsETaggatoComeChiaraPortesine


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La divisione di Cassini

edu.inaf.it/rubriche/risate-sp…

Le orecchie di Saturno

#ChristiaanHuygens #GiovanniDomenicoCassini #Saturno

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notille da un social su “prima dell’oggetto” – reading a villa lais, 28 maggio 2025


grazie a déclice a Villa Lais Legge per questa occasione di lettura.

è stato il battesimo dell’aria per il libro Prima dell’oggetto, bizzarro meccano entropico di prose 2004-2024 il cui assemblaggio devo al (come sempre generoso) ascolto e invito di Carlo Sperduti.

durante la one-man session di lettura mi sono prodotto in varie verbigerazioni critiche autocritiche, nelle quali ho fatto sfacciato ricorso alle parole “David” e “Lynch” unite insieme.
ho in definitiva cercato di spiegar(mi) perché l’anticlimax creato (soprattutto p. es. in Inland Empire) con certi modi di gestire un lentissimo movimento di macchina (tipo quando svoltando un angolo ci si rivela nientepopodimenoche un comodino, azzerando ogni horror) siano in qualche maniera legati per me a tre cose, nelle lettere che assemblo:

(1) l’inserimento nelle microprose di micromeccanismi di inceppamento o deviazione;
(2) la parallela defezione dello spettacolo in letteratura; e
(3) il non meno parallelo sgambetto che lo scrittore si autoimpone per schivare l’effetto e l’effato.

insomma un’altra strada stradina stradicciuola per non essere assertivi.

e poi: faccenda forse interessante è che questo libro è pure ahimé una complicata sfida che mi infliggo sul piano dell’esecuzione orale. non posso leggerlo come faccio con Oggettistica, salvo in qualche caso (brano).
è di fatto un aggeggio che si fa ‘scandire’ meno con la voce che con gli occhi. gli occhi, loro, percepiscono quello che i movimenti di macchina (cfr. sopra) implicano, non solo nella costruzione della visione testuale, ma anche nei dettagli e nanodettagli grammaticali e tipografici. le parentesi, gli incisi; e le ipotesi, i ritorni o echi tra pagina e pagina, …

ma il discorso qui si fa lungo e così i lettori scappano gettando grida. perciò pace, punto. qui il link al libro: declicedizioni.it/prodotto/pri…

#annotazioni #CarloSperduti #DavidLynch #déclic #notille #PoEtica #testiDiMgOnline #VillaLais #vtestiDiMgInRete

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Di ritorno da Gaza


“Tornerò, ci vedremo presto”. Così Tiziana Roggio, augustana di origine, chirurga al S. George’s hospital di Londra, ha salutato colleghi e pazienti prima di lasciare l’ospedale Nasser, nella striscia di Gaza

“Se ci saremo ancora”, questa la risposta ricevuta da chi è rimasto.

Ospite del centro Piano Terra – Orti Sociali, uno spazio di ascolto che ad Augusta tiene alta […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/06/19/di-r…

#Gaza #Palestina

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bentornamento dell’NHK leggendo senza ritegno per far marcire il tempismo


Prendendo quasi al volo l’occasione di averlo caricato su TomoStash l’altro giorno (dove ci è finito semplicemente perché avevo già il file da parte scaricato, che ha preso molta polvere dato che non avevo mai trovato il momento giusto per leggerlo), stasera ho preso da parte il mio momento più marcio per iniziare a leggere quel “capolavoro accidentale” che è Welcome to the NHK, storia di cui avevo consumato solo l’adattamento anime… La situazione scaturita è finora surreale come al solito, e i pianeti che si sono allineati affinché le cose andassero così (nella misura in cui il loro movimento influenza costantemente ed inevitabilmente la mia esistenza) lo sapevano persino ben prima di tracciare la propria traiettoria nello spazio, che il doloroso universo in cui vivo io e quello di Satō si sarebbero toccati già per i primi fondamentali attimi. 🙏

Ero fuori verso inizio sera (cosa certamente non tipica per una hikikomori, ma io non sono ciò; io sono per molti versi ben peggio, e solo all’immediata apparenza più socialmente accettabile), poco prima di tornare a casa, mentre cercavo di scrivere delle bozze non molto sensate sul mio telefono; gira che mi rigira, mi escono solo stronzate. Al che, dal niente, penso “basta!” e vado immediatamente sul mio sito piratista, immaginando che sia molto meglio abbandonarmi alla lettura, se proprio devo distrarmi con le parole, piuttosto che impazzire in quel modo. Le uniche alternative sensate sarebbero state togliere il telefono dalle mani (“prova a non morire challenge”), aprire Duolingo, o aprire qualche puzzle game, ma nessuna di quelle opzioni sul momento mi interessava minimamente; quindi, meglio leggere per dimenticare… cioè, per passare 10 minuti… e scelgo proprio quel romanzo leggero, che pur conoscendo dall’anime, essendo passati molti anni, ricordo abbastanza male da giustificare al quadrato questa lettura. 🥁

È incredibile allora come, prima iniziando a leggere, poi tornando a casa, le energie dell’inizio della storia e quella della mia anima stiano perfettamente combaciando. Non faccio assolutamente spoiler — perché, anche se l’opera è vecchia e ben localizzata in italiano, pare che in realtà relativamente poca gente la conosca, e personalmente consiglio fortemente di recuperarla in una delle tante forme sotto cui è disponibile — ma Satō ha perfettamente ragione. È incredibile quanto la gente per strada ci guardi storti (anche se pare che a me non sussurrino nulla alle spalle) e, nonostante nel mio caso questo probabilmente non sarà abbastanza per farmi abbandonare l’università, certamente le basi più astratte e generalizzate di causa ed effetto le abbiamo in comune: la più assoluta ed irrisolvibile condizione di reclusione sociale in senso lato. E quindi, se lui passa 16 ore al giorno sotto al kotatsu a dormire, io che vivo in Italia (dove i こたつ non si usano) e sono in estate (dove i コタツ non si usano) potrei tristemente finire 16 ore al giorno a bedrottare, con una mano su un tomo e l’altra che graffia la parete o mi distrugge i capelli… 🕷️

Sulla fine del momento di lettura — che già mi ha fatta arrivare ad 1/4 del libro — però, comunque, mi era salito un mal di testa tanto strano quanto particolarmente fastidioso. L’emicrania lieve così mi viene quando passo 10 ore di fila davanti al PC a programmare software che nessuno mai userà (inclusa la sottoscritta dopo qualche settimana…), non dovrebbe venirmi per aver passato si e no un’ora e mezza sul letto tranquilla a leggere; per giunta, con il Kindle, e non un maledetto dispositivo con tremendo schermo distruggi-retine LCD od OLED! Ma forse sono semplicemente fuori allenamento, e il mio cervello si fonde a leggere così tanto tutto di fila. Tanto poi mi è passato tutto dopo aver cenato, ma non sono sicura se è perché avevo fame e l’ho placata, o semplicemente è perché ho staccato un attimo… anche perché, perdendomi nel leggere, la fame mi era passata di mente; cazzo se i libri saziano seriamente più della materia organica commestibile… e se fungono da grandissimo copium…

#lettura #reading #WelcomeToTheNHK

Questa voce è stata modificata (1 anno fa)
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La mattanza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere – Con l’Avv, Luigi Romano approfondiamo la complessità dell’attuale iter giudiziario.


Un’intervista utile per il presente.
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A quasi cinque anni da quello che successe nel carcere di Santa Maria Capua Vetere mentre i riflettori mediatici si sono abbondantemente spenti sulla vicenda. Nelle aule di tribunale si sta ancora combattendo con costanza una battaglia legale non solo perché la verità storica venga riconosciuta ma anche perché non avvengano più mattanze come quella operata tra le quattro mura di quella assolata prigione alle porte di Napoli.

Ci sembra importante proprio all’indomani dell’approvazione del Decreto, ora Legge Sicurezza tornare su questa vicenda, ricostruirla e affrontarne i nodi giuridici che ne fanno oggi una storia emblematica su cui contribuire collettivamente ad andare controcorrente.

Abbiamo chiesto all’Avvocato Luigi Romano del Foro di Benevento, attivista di Antigone, che fin dall’inizio ha seguito tutti i fatti di aiutarci a capire. Ringraziamo Luigi che con precisione ed in maniera approfondita ci ha aiutato con l’intervista a far il punto della situazione in modo che sia possibile condividere per associazioni, realtà di base, avvocati e giuristi cosa c’è in gioco nelle varie inchieste che riguardano l’accaduto.

L’intervista affronta la genesi della vicenda e l’iter giudiziario: l’indagine della Procura che ha portato al processo in corso oggi in Corte d’Assise 105 imputati, tra personale di polizia interno al carcere, medici che hanno operato in istituto e alti dirigenti dell’Amministrazione penitenziaria. Una seconda inchiesta si è conclusa per 32 imputati, agenti esterni all’istituto che hanno eseguito le operazioni violente del 6 aprile 2020. I reati contestati sono diversi ed articolati e vanno dalla tortura al depistaggio, all’omicidio colposo al falso.

L’intera vicenda rappresenta una radiografia cruda delle forme del potere dell’istituzione carceraria di oggi.

Approfondire la complessità dell’iter giudiziario che ha segnato l’intera vicenda può portare un contributo significativo nella battaglia per affrontare il diritto come campo di contesa per i diritti umani e la convivenza civile, proprio in un momento in cui le tensioni securitarie e retrive cercano con ferocia di avanzare.

L’Avv. Luigi Romano è autore del libro “La settimana santa. Potere e violenza nelle carceri italiane”, uscito per Edizioni Cavalcavia nell’ottobre 2021, in cui si ricostruisce a fondo la mattanza del 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

INTERVISTA CON L’AVV. LUIGI ROMANO – Foro di Benevento – Antigone

  • Partiamo dall’inizio. Eravamo nell’anno del Covid. Brevemente contestualizziamo cosa stava avvenendo nelle carceri.

Nel 2020 si è verificato nel nostro sistema penitenziario un vero e proprio collasso di tutto il mondo dell’esecuzione penale.

Tutto è iniziato nel marzo con due proteste importanti nel carcere di Salerno e di Poggioreale, ambedue in Campania. Proteste vibranti di detenuti comuni. Sottolineo questo aspetto perché per la ricostruzione dei fatti c’è stata una inchiesta successiva del Ministero e si paventava all’inizio una narrazione tossica secondo cui i detenuti dell’Alta sicurezza avessero in qualche modo diretto le proteste dei comuni. In realtà non è stato così, come sapevamo bene noi che fin dall’inizio abbiamo seguito la vicenda.

A Salerno i detenuti avevano preso in mano il reparto e anche a Poggioreale c’è stato uno scontro quasi corpo a corpo. A cascata sono seguite proteste in altri penitenziari. Sono state circa 70 le prigioni in tutta Italia che sono insorte durante le prime settimane dell’emergenza.

Cosa era successo? Ci fu un espediente gestito in male modo dall’Amministrazione Penitenziaria che aveva determinato la mutazione del quotidiano nei reparti e cioè l’improvvisa interruzione dei colloqui visivi con i familiari. Questa decisione è apparsa priva di ragionevolezza rispetto alla situazione che si viveva all’interno degli istituti. Non c’erano dispositivi di sicurezza, non c’era la possibilità di tracciare il virus all’interno delle carceri con un monitoraggio capillare.

Di fatto, è stata una decisione che ha determinato l’irriproducibilità della vita quotidiana carceraria. L’istituzione collassò all’unisono.

  • E’ importante capire il momento in cui tutto inizia. Se torniamo con la mente a quei giorni, tutti vivevamo una situazione di totale incertezza, isolati l’uno dall’altro. Possiamo solo immaginare come si stava nelle carceri, già sovraffollate e ben poco curate dal punto di vista dei servizi. Stiamo parlando di una istituzione totale che proprio per la sua natura avrebbe avuto bisogno di attenzioni maggiori per chi vi si trovava ma invece non si è stati in grado, non c’è stata la volontà politica di affrontare complessivamente l’emergenza per la popolazione detenuta. Cosa stava succedendo?

Possiamo dire che in generale l’impatto dell’emergenza del virus ha così fortemente sollecitato l’istituzione carcere, già fortemente compromessa per le enormi contraddizioni che affollano il mondo penitenziario da anni, da determinarne l’implosione del tessuto istituzionale. L’istituzione penitenziaria è estremamente rigida, incapace di prevedere qualsiasi tipo di modifica strutturale e soprattutto completamente presa da miliardi di antinomie, inagibile proprio dal punto di vista concreto. In quel periodo, giocarono un ruolo decisivo la paura del contagio, il sovraffollamento, e le carenze organizzative dell’Amministrazione.

Cosa si è scatenato a marzo 2020? Nel carcere Sant’Anna di Modena 9 persone detenute sono decedute nel corso delle operazioni di polizia durante le proteste, ma anche a Poggioreale, Salerno, c’è stato proprio il contendersi dello spazio con la violenza fisica dei reparti di polizia penitenziaria, in una situazioni dove c’è stata una rottura interna dell’ordine.

  • In questo contesto generale arriviamo a quello che è successo in particolare ad aprile 2020 a Santa Maria Capua Vetere. Cosa è avvenuto?

Prima di passare alla cronaca bisogna spendere due parole su questo carcere. Santa Maria Capua a Vetere è un carcere molto particolare. Nasce in una periferia urbana, a ridosso dell’interporto di Teverola, una zona che era a vocazione agricola prima ma successivamente viene completamente disarticolata rispetto alla destinazione iniziale. Nella stessa Terra di Lavoro oggi c’è il più grande interporto logistico dell’Europa meridionale. Qui nasce questo casermone contenitivo in mezzo “al nulla”, per sopperire al carico dei detenuti negli anni ‘90 dei processi per camorra, per gestire la pressione in ingresso di Poggioreale, un carcere da sempre ipertrofico dal punto di vista della crescita numerica interna.

Da marzo 2020, quando c’era stata l’interruzione effettiva dei colloqui, le proteste erano continuate sia per la paura del virus che per la questione di come riuscire a gestire i colloqui interni.

Nell’aprile 2020 i detenuti entrano in agitazione perché dal telegiornale conoscono le condizioni dell’Alta sicurezza, dove c’è un detenuto che ha contratto il virus: il covid è entrato nel carcere.

Ad entrare in uno stato di agitazione è sempre la detenzione comune, che raccoglie il sottoproletariato urbano delle metropoli, chi non ha categoria per leggere la complessità del penitenziario e paracadute per sopperire alle necessità minime. Una composizione marginalizzata prima e reclusa dopo. Perché dico questo? Perché i profili detentivi dell’Alta sicurezza hanno uno spessore criminale diverso, riescono in qualche modo ancora adesso anche se profondamente trasformati ad avere un’idea di quello che accade rispetto al percorso di vita e alle scelte intraprese. La detenzione comune non è così. In molti casi sono detenuti con doppia diagnosi, che hanno percorsi di tossicodipendenza lunghi. In gran parte soggetti ai margini della società, per certi versi già espulsi. Sono loro ad insorgere in maniera quasi irrazionale, si potrebbe dire.

A Santa Maria Capua a Vetere si inizia con una protesta assolutamente pacifica, una battitura. I detenuti prendono il reparto e chiedono di parlare con il Magistrato di sorveglianza. Per ottenere il colloquio si rifiutano di entrare in cella dopo l’orario di chiusura, praticando così una sorta di contesa dello spazio. Dopo questa iniziativa, raggiunta la mediazione, la protesta rientra. Il giorno successivo viene convocato il Magistrato di sorveglianza che parla con i detenuti, l’intento è di rasserenare un attimo gli animi. I detenuti sono molto spaventati, non ci sono le mascherine, non ci sono i tracciamenti, non c’è la possibilità di fare i test per capire dove il virus cammina e in quale zona del reparto corre. Nella sostanza la situazione di tensione rientra.

Ma cosa avviene di particolare a Santa Maria Capua a Vetere di diverso dalla violenza che si scatena per esempio nel carcere di Modena, dove ci sono stati molti decessi?

Una risposta politica da parte del personale penitenziario. Si organizza una rappresaglia a freddo e la si chiama ‘perquisizione straordinaria’.

Una rappresaglia che, dal punto di vista burocratico, acquista la terminologia di straordinarietà. Ricordiamoci che operazione straordinaria era stata anche quella orchestrata nella scuola Diaz nelle giornate delle proteste a Genova contro il G8 del 2001 e che anche in quel caso fu usata la dinamica della perquisizione per trovare le famose armi dei black bloc per giustificare il successivo massacro.

A Santa Maria Capua a Vetere nell’aprile 2020 il personale di polizia doveva organizzare una perquisizione per trovare le armi dei detenuti che erano insorti la sera prima. Questo il pretesto istituzionale ma la perquisizione straordinaria aveva altri obiettivi.

L’operazione si realizza al reparto Nilo, in tutte e quattro le sezioni. Nel carcere sammaritano i reparti hanno i nomi di vari fiumi.

All’operazione partecipano 300 poliziotti carcerari in tenuta antisommossa. Quest’ultimo aspetto è oggetto di accertamento in dibattimento: chi dà l’ordine di entrare armati? Dal dibattimento finora sembra che la decisione di schierare con tenuta armata i poliziotti sia stata condivisa da tutta la catena di comando del penitenziario, dal personale “civile” e da quello in divisa.

Si aspetta la conclusione del colloquio del Magistrato di sorveglianza e poi scatta l’operazione già ampiamente preparata.

Tutta l’operazione è condotta dalla polizia penitenziaria. Vi partecipano reparti misti sia personale interno che da altre carceri oltre al personale del GIR, il Gruppo di Intervento Rapido, che il Provveditore dell’amministrazione penitenziaria aveva istituito in Campania per sopperire a tutta una serie di disfunzioni. Per capirci durante il Covid il personale per paura di infettarsi aveva cercato di sottrarsi al lavoro e di fronte alla necessità di garantire quantomeno la copertura del personale in servizio, il Provveditore inventa il GIR cioè un gruppo misto tra tutti gli agenti di polizia penitenziaria in Campania. Questo gruppo insieme a altro personale esterno e al Nucleo traduzioni viene chiamato alla bisogna. L’interazione del personale e i momenti della cd. ‘chiamata alle armi’ si intende molto bene nelle chat oggetto di perizia.

Comunque, il gruppone di poliziotti entra a Santa Maria Capua a Vetere armato e ha in sostanza l’ordine ufficioso, come si vede chiaramente nei video, di compiere una rappresaglia a freddo colpendo violentemente i detenuti del Nilo. Tutti i detenuti vengono fatti passare in corridoi umani composte dagli agenti in tenuta antisommossa dove vengono picchiati. Tutto si vede molto bene nelle riprese dei circuiti di videosorveglianza interni.

I poliziotti erano dovunque, in tutti i piani. I detenuti dopo essere stati colpiti ripetutamente, vengono spostati alcuni nella sala della socialità e altri vengono portati nelle zone dei passeggi. L’operazione dura circa 4 ore, all’esito vengono riportati nelle celle, dove scopriranno, come raccontano nelle loro testimonianze, che le celle erano state distrutte: pacchi di pasta riversati per terra, vestiti sparpagliati ovunque, olio versato sul pavimento… Non c’è modo di sfuggire alla violenza.

Inoltre, il personale che ha operato il 6 aveva anche l’obiettivo di individuare 15 detenuti considerati gli agitatori delle proteste del giorno precedente. I testimoni riferiscono che alcuni agenti avevano in mano delle schede segnaletiche, probabilmente erano agenti esterni che non conoscevano personalmente i detenuti. I 15 detenuti vengono picchiati duramente. prelevati e messi nella sezione di isolamento al Danubio, piano terra sinistro.

Sappiamo dai casi che seguiamo che dopo le percosse segue quasi immediatamente il trasferimento ma il ‘piano straordinario’ previsto per il carcere Sammaritano si inceppa: nessuno si può muovere dal carcere a causa del Covid e quindi i 15 restato nel reparto Danubio in attesa di un possibile trasferimento.

Questa rappresenta un ulteriore aspetto della vicenda che coinvolge in particolar la catena di comando civile, impegnata a ‘giustificare’ dal punto di vista normativo il trasferimento e la permanenza dei detenuti nei reparti di isolamento. Tali condotte secondo la Procura hanno dato vita ad una serie di ‘falsi’.

Ad ogni modo, i 15 se ne dovevano andare, perché secondo il personale in divisa sono degli agitatori, rompiscatole del reparto. Bisogna eliminare il fastidio.

Finora sembra emergere con chiarezza l’obiettivo della operazione, il vero senso della rappresaglia: il personale è stanco. C’è una richiesta del personale, bisogna dare un segnale forte a tutto il reparto. Questo è l’obiettivo politico.

Come in una guerra bisognava rinsaldare le file ripristinando i rapporti di forza: la perquisizione straordinaria ha una finalità politica perché deve far capire chi comanda.

  • Se andiamo con la memoria a quelle settimane il messaggio che bisognava riportare ordine nelle carceri era veicolato con forza anche all’esterno.

Certo. Basti pensare al Ministro di allora, Buonafede che per prima cosa pubblicamente offre solidarietà al personale di polizia penitenziaria. Traspare la preoccupazione sulla gestione di questo spazio di guerra da parte dei “soldati al fronte”.

  • Torniamo a quanto è accaduto. Abbiamo visto tutti le immagini del massacro in cui si vedono i poliziotti penitenziari accanirsi sui detenuti. Quelle immagini parlano da sole e hanno dato un contribuito fondamentale a costringere l’avvio delle indagini. Come è nata l’intera indagine?

Come al solito ci sono svariate interpretazioni del perché ci troviamo quelle immagini. È un caso fortuito: qualcuno ha detto ai colleghi di disattivare le telecamere, ma anziché disattivarle vengono spenti solo i monitor e quindi le telecamere continuano a registrare.

Dal punto di vista istruttorio ci si confronta con un dato oggettivo molto chiaro.

Tuttavia, ricordo che in quei giorni, mentre le immagini giravano, uscì un articolo di Adriano Sofri che sottolineava l’importanza di riflettere sulla mattanza di Santa Maria Capua a Vetere non solo per quello che ricostruiamo nell’istituto casertano ma, soprattutto, per quello che non possiamo vedere e non abbiamo visto in tutti gli altri istituti di pena.

Oltre ai video c’è un altro aspetto che è stato importante per dare un impulso alle indagini e all’istruttoria: c’è un Magistrato di sorveglianza che capì che qualcosa non quadrava. La magistratura di sorveglianza nel nostro ordinamento dal 1975 in poi ha non solo giurisdizione sull’esecuzione della pena ma ha anche il diritto/dovere di vigilanza. Ricordiamo che nel 1975 la Riforma penitenziaria, frutto delle lotte dentro e fuori al carcere, aveva archiviato l’esperienza normativa fascista dei penitenziari. Il legislatore aveva immaginato che in un conflitto interno di forze servisse attribuire il potere di controllo al giudice, terzo rispetto alle parti. Tale funzione a mia memoria non è mai stata esercitata.

Il Magistrato di sorveglianza, a differenza del Pubblico ministero e del Giudice con funzione giudicante, può ispezionare il proprio istituto all’improvviso. Nel caso di Santa Maria Capua a Vetere il Magistrato di sorveglianza effettuò dei colloqui successivamente alle proteste del 5 aprile. Non riuscendo a parlare con tutti i detenuti, segna i nominativi degli altri. Nei giorni successivi, il giudice chiese al personale di polizia di fare dei colloqui con queste persone, ma alcuni di questi erano stati massacrati e portati in isolamento per cui con una scusa o con l’altra gli fu impedito di incontrarli.

Mentre succede questo iniziano a circolare notizie sull’accaduto grazie soprattutto ai familiari che hanno visto in video chiamata i loro cari con i segni delle violenze e hanno avvertito anche noi di Antigone. Le voci arrivano al Magistrato di sorveglianza. Qualcosa non quadra e quindi decise di recarsi personalmente in istituto e scoprì il massacro.

I familiari presenteranno esposti sull’accaduto, alcuni detenuti tra i 300 comuni picchiati escono per fine pena ancora con i segni delle percorse. Queste persone denunceranno in prima persona quanto accaduto. C’è la denuncia del Garante nazionale Mauro Palma, e di quello regionale. Antigone e altre associazioni prendono posizione con altri esposti.

Tra queste fonti c’è una relazione che il Magistrato di sorveglianza inoltra ai colleghi della Procura della Repubblica. Questa informativa ha un peso notevole su tutta l’inchiesta.

Ricordo un elemento singolare che testimonia la tensione durante le fasi investigative. Una delle prime cose che viene fatta è il sequestro della videosorveglianza. Arrivano i carabinieri nel carcere per procedere al sequestro delle immagini della videosorveglianza. Non c’è collaborazione tra polizia penitenziaria e i carabinieri. Quest’ultimi hanno dovuto materialmente sradicare cioè portarsi via tutta la strumentazione di videosorveglianza del reparto: l’intera macchina!

Le immagini sono chiare.

Tuttavia, non ci sono invece registrazioni su quanto avviene al Danubio, il reparto punitivo in cui sono in isolamento punitivo i 15 detenuti.

  • Si arriva così al processo tutt’ora in corso. Come è iniziato e chi sono gli imputati?

Il processo in Corte d’Assisi parte nel 2021.

Si sfilano all’inizio due imputati, due poliziotti che sono stati assolti non perché il fatto non sussiste anzi questo viene riconosciuto nella sentenza di assoluzione in cui il Giudice di primo grado dà delle fortissime responsabilità al comandante della polizia penitenziaria ma assolve i due per un’inaffidabilità dei riconoscimenti. Problema enorme questo dei riconoscimenti.

Comunque, al di là della vicenda dei due assolti con queste particolarità gli imputati oggi davanti alla Corte d’Assisi sono 105.

Si è iniziato con l’udienza preliminare, poi c’è stato l’abbreviato per i due di cui parlavamo che sono stati assolti. I Pubblici ministeri hanno impugnato la sentenza di assoluzione e lo abbiamo fatto anche noi come associazioni. Andremo a discutere l’appello a settembre di quest’anno chiedendo la revisione della sentenza, cioè la riqualificazione non del fatto perché questo sussiste ma ci sono una serie di questioni rispetto al concorso morale che per noi sono molto importanti, oltre alla questione dei riconoscimenti che va rivista.

Il troncone grosso del processo è ancora in dibattimento.

Nella storia repubblicana, questo rappresenta il più grande processo svolto contro le catene di comando della polizia della polizia penitenziaria e dell’amministrazione penitenziara. I reati per cui è richiesto l’accertamento della Corte di Assise vanno dal falso, al depistaggio, alla tortura contestata nella forma aggravata di aver cagionato la morte di un detenuto, Hakimi Lamine.

La storia di Hakimi è quella degli ultimi della terra: arriva in Italia dall’Algeria su un barcone, cerca di lavorare ma non riesce a trovare nulla e entra nel circuito della “delinquenza comune”. Inizia così la sua vicenda carceraria, gira vari istituti, tra le carte che lo riguardano si intravede l’esistenza di una doppia diagnosi da parte del personale sanitario (psichiatrica e affetto da dipendenze), non si sa se si ammala di schizofrenia in carcere o se già prima presentasse delle sintomatologie. Hakimi era uno dei 15, presenta delle grandi fragilità che non vengono assolutamente tenute in considerazione: picchiato duramente e sbattuto in isolamento. Fatto sta che in isolamento le sue condizioni si aggravano sempre di più fino a quando morirà forse per una intossicazione da farmaci.

Il Magistrato di sorveglianza era riuscito ad incontrarlo in isolamento, trovandolo con gli stessi indumenti del 6 aprile strappati e sudici. Non aveva nulla altro.

  • A che punto siamo arrivati nel processo in dibattimento davanti alla Corte d’assise?

Stiamo esaurendo la lista dei testimoni dei Pubblici ministeri.

E’ stata un’istruttoria molto complessa. Finora abbiamo sentito tutte le persone offese, il personale di polizia giudiziaria, i consulenti tecnici e ne dobbiamo sentire ancora altri per quanto riguarda le trascrizioni delle chat tra gli agenti.

Il 30 di giugno 2025 inizierà una fase importante: inizieremo l’esame degli imputati.

A grandi linee è già emersa quale sarà la strategia della difesa: chi si è macchiato delle violenze peggiori sono gli agenti del personale esterno e non quello di Santa Maria. Inoltre, si vuole sostenere che le denunce fatte dai detenuti sono pretestuose: una sorta di ripicca nei confronti del personale interno.

C’è da registrare una sorte di rottura tra il personale civile e quello in divisa rispetto all’interpretazione di quanto successo.

Emblematica è la testimonianza del capo Dap. di allora, Basentini che ha rivendicato la legittimità dell’operazione. C’erano i presupposti per agire in tenuta antisommossa, dando un’interpretazione interessante sotto il profilo giuridico. Secondo il dirigente non si trattò di un’operazione di polizia giudiziaria per rinvenire materiale pericoloso ma un’operazione di ordine pubblico. Sono due operazioni diverse dal punto di vista tecnico e Basentini, in linea con il Provveditore imputato per tortura in questo processo, afferma che si è trattò di ordine pubblico: l’operazione era legittima, il personale al fronte la ha interpretata come un massacro.

E’ un po’ come la giustificazione del massacro compiuto dalle compagnie della XVI^ SS Panzergrenadier-Division, comandata da Max Simon e dai fascisti della Repubblica Sociale a Sant’Anna di Stazzema. Gli alti comandi delle SS hanno sempre difeso la legittimità dell’operazione di rappresaglia secondo il diritto di guerra. Il massacro è stato compiuto dai soldati.

  • Soffermiamoci su questa parte e cioè la questione del personale esterno della polizia carceraria implicato nelle violenze. Cosa è successo?

Sono stati individuati 32 agenti ed è partito un nuovo filone investigativo. Si sono chiuse da poco le indagini e vedremo le scelte della Procura in relazione anche alle evidenze difensive. In questo caso come in altri che seguiamo ci si rende conto dell’importanza per l’identificazione in generale degli agenti, del numero identificativo che potrebbe dare una mano nella fase istruttoria.

  • In ogni caso è veramente grave che non si sia arrivati velocemente ad identificare gli agenti esterni implicati, visto che non sono certo arrivati a Santa Maria Capua Vetere per caso, ma ci saranno stati ordini di servizio, trasporti organizzati, come si usa in una struttura militare. Non si sta parlando di una rissa in un bar ma di un’operazione che riguarda pubblici ufficiali, per cui tutto dovrebbe essere leggibile e trasparente ma invece, come per molti altri casi, c’è l’omertà generale dei partecipanti e della catena di comando.

C’è un tratto in questa storia che ricorda, ovviamente con le dovute proporzioni, quello che è successo in America Latina con le dittature. Ne ho parlato poco tempo fa partecipando ad un seminario sulla tortura in Argentina. Gli studenti denunciavano il patto del silenzio dei militari che hanno operato sotto Videla, silenzio che non ha permesso di scoprire tutti i colpevoli dei massacri.

Una sorta di patto del silenzio lo stiamo vedendo in Italia sui fatti di Santa Maria Capua Vetere.

Con le mie compagne e miei compagni di Antigone e di Napoli Monitor stiamo riflettendo proprio sull’osservazione attenta processo (e degli altri procedimenti per tortura) perché offre la possibilità di capire quando la violenza diventa strumento per ripristinare lo spazio penitenziario.

Poco ci importa la posizione del singolo, invece riteniamo necessario riflettere sulla violenza istituzionale, sull’uso della tortura e sulla forza.

Questo discorso vale anche per i medici che non hanno riferito niente sulle lesioni ai detenuti, eppure la loro deontologia lo prevederebbe, per gli agenti che non hanno picchiato personalmente i detenuti ma che l’indomani non sono andati alla Procura della Repubblica a dire “guardate è successa una cosa strana, eccezionale”.

L’istituzione riesce quasi sempre a muoversi in modo armonico, condivide nei propri segmenti interni una linea di intervento in situazioni di pericolo, magari non ufficiale ma ufficiosa. Un istinto animale di autoconservazione.

  • Si può dire che se il processo in corso, il troncone con i 105 imputati, è importante e che anche il secondo che si aprirà potrebbe servire ancora di più ad aprire la discussione sulla valenza politica complessiva della rappresaglia alla base delle violenze a Santa Maria Capua a Vetere?

Sarà anche importante vedere come finisce con i due agenti assolti su cui abbiamo proposto appello, perché anche in quel caso il tema è quello dell’identificazione. Una rilettura delle identificazioni potrebbe essere d’aiuto nel processo contro i 32 agenti esterni.

Noi come Antigone ci siamo costituiti come parte civile insieme a ACAD, Yarahia Onlus…

Per valorizzare la presenza della società civile all’interno del processo sarebbe importante che a costituirsi fossero ancora più associazioni.

Seguire direttamente questo processo in modo militante ci dà l’opportunità di accendere i riflettori su questo laboratorio del potere, sulla violenza che emerge e viene organizzata dall’autorità costituita.

Il Decreto sicurezza, ora Legge, sappiamo che è molto complesso e prende di mira tutte le forme di organizzazione e di protesta. Per quanto riguarda il carcere risponde alla necessità di tutelarsi da vicende come quella di cui stiamo parlando perché è come se cambiasse le regole di ingaggio. L’approvazione del Decreto Sicurezza quanto peserà sulle vicende interne alle carceri?

Il decreto riscrive anche lo spazio penitenziario. Basti pensare che definiscono il concetto di rivolta (assolutamente non chiaro dal punto di vista giuridico) anche condotte passive.

Stiamo parlando delle normali dinamiche finora in carcere come espressione dei detenuti. Per restare sul caso di Santa Maria Capua a Vetere alcuni detenuti sono stati sentiti in merito alle proteste del 5 aprile, hanno dichiarato che si rifiutarono di tornare in cella, ammettendo di aver compiuto la resistenza ad un ordine; tuttavia, la Corte non ha trasmesso gli atti in Procura perché non individuati gli estremi della resistenza così come è conosciuta nel codice penale e ha continuato a sentire quelle persone come testimoni semplici. La nuova legge incrimina in modo esplicito anche queste condotte pacifiche.

  • Oltre a questo aspetto di snaturamento della fattispecie della resistenza passiva va anche segnalata la pericolosità delle norme sulle forze dell’ordine ad iniziare dalla questione della loro tutela legale. Insomma un insieme di misure particolarmente pericolose. Cosa ne pensi?

La riflessione deve essere ampia, provo solo a porre dei punti iniziali a partire dalla vicenda di Santa Maria Capua a Vetere.

Partendo dalla mia personale convinzione dell’idea di giustizia come riproduzione degli apparati di dominio, ritengo che il reato di tortura, imperfetto e poco chiaro, sia stato utile per accendere un riflettore sul potere. Il legislatore con la legge di conversione dell’11 aprile 2025, n. 48, offre un aiuto sostanziale alle forze dell’ordine proprio in relazione ai procedimenti in cui sono coinvolte. Il capo III della legge titola esplicitamente: Misure in materia di tutela del personale delle Forze di polizia, delle Forze armate e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché degli organismi di cui alla legge 3 agosto 2007, n. 124.

Si sta legittimando una distinzione problematica tra società civile e personale in divisa con la previsione di facoltà e tutele differenti.

Anche in una società basata sul “diritto borghese”, si sta creando un’area di esclusività: è il segno di inizio di una nuova fase e la chiusura di un ciclo secolare di costruzione formale delle regole delle interazioni collettive.

Questa voce è stata modificata (10 mesi fa)
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Recentemente è stato messa a disposizione in Rete la traduzione italiana del “Manuale per smascherare un poliziotto infiltrato”, il lavoro curato e adattato a cura del “progettometi.org” è liberamente scaricabile dal loro sito. Il documento originale è stato scritto in seguito alla scoperta in Spagna della presenza di un certo numero di persone infiltrate all’interno di alcuni gruppi di […]

pepsy.noblogs.org/2025/06/18/e…

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israele sulla via per legalizzare il furto di terre in cisgiordania


QASSAM MUADDI – ISRAELE HA APPENA CAMBIATO IL FUNZIONAMENTO DELLA PROPRIETÀ TERRIERA IN CISGIORDANIA

Il governo israeliano ha di fatto legalizzato l’annessione di oltre il 60% della Cisgiordania, ma nessuno ne parla. Ecco cosa significa per i palestinesi.

Di Qassam Muaddi – 12 giugno 2025

Fino al mese scorso, i palestinesi in Cisgiordania conservavano i loro certificati di proprietà terriera nel caso in cui le loro terre fossero rivendicate dallo Stato israeliano o dai coloni israeliani. Ma una recente decisione del governo israeliano ha reso le loro terre in Cisgiordania aperte alla registrazione della proprietà da parte di chiunque, compresi i coloni, costringendo i palestinesi a chiedere il riconoscimento della loro proprietà terriera da parte dello Stato israeliano o a vederla trasferita in mani israeliane.

All’inizio di questo mese, il governo israeliano ha approvato la decisione di riprendere il processo di registrazione catastale per i terreni nell’Area C della Cisgiordania, dopo decenni di congelamento. La decisione comporta gravi conseguenze per la proprietà terriera palestinese in quella che costituisce il 60% della Cisgiordania, poiché pone fine al trattamento dei terreni palestinesi nell’Area C come Territorio Occupato, trattandoli invece come parte di Israele.

COME È INIZIATA LA REGISTRAZIONE CATASTALE

Poco dopo l’Occupazione della Cisgiordania nel 1967, ordini militari israeliani hanno congelato il processo di registrazione della proprietà terriera. Questo processo ha avuto una fase importante dopo l’annessione della Cisgiordania da parte della Giordania in seguito alla Nakba, quando le autorità giordane hanno consentito la registrazione catastale per la Cisgiordania. La maggior parte dei palestinesi ha detenuto questi titoli di proprietà giordani per decenni, dopo che Israele ne ha congelato il processo in seguito all’Occupazione del territorio.

Negli accordi successivi agli Accordi di Oslo tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese negli anni ’90, i territori della Cisgiordania sono stati suddivisi in Aree A, B e C. L’Area A comprende le città centrali, dove l’Autorità Nazionale Palestinese esercita il controllo civile e di sicurezza, ma dove le forze israeliane entrano regolarmente per arrestare i palestinesi. L’Area B comprende le aree urbane di città e villaggi, dove l’Autorità Nazionale Palestinese esercita solo il controllo civile, ma nessuna presenza di sicurezza, poiché l’esercito israeliano controlla queste aree. L’Area C, che rappresenta oltre il 60% della Cisgiordania, comprende i migliori terreni coltivabili, le risorse idriche, i confini e le cime collinari. È in queste terre che Israele ha avanzato i suoi insediamenti per decenni.

Nei primi anni successivi agli Accordi di Oslo, l’Autorità Nazionale Palestinese, recentemente istituita, assunse la gestione del Catasto fondiario nelle Aree A e B, ma la sua amministrazione produsse anche titoli di proprietà nell’Area C, sebbene non avesse alcun controllo o presenza in queste aree. Per quanto riguarda Israele, la registrazione della proprietà terriera palestinese nell’Area C rimase congelata e questi terreni rimasero sotto l’amministrazione militare israeliana e i suoi ordini militari.

COSA SIGNIFICA LA DECISIONE DAL PUNTO DI VISTA LEGALE

La recente decisione del governo israeliano di riprendere la registrazione della proprietà terriera nell’Area C considera tutti i titoli di proprietà terriera dell’Autorità Nazionale Palestinese come “nulli e privi di valore”. Ciò significa che i proprietari palestinesi di terreni nell’Area C non hanno alcuna prova legale della loro proprietà davanti agli organi governativi israeliani, ad eccezione dei loro vecchi titoli giordani, che in molti casi non includono le generazioni successive di eredi. Ciò significa che l’intero processo viene automaticamente posticipato di diversi decenni per i palestinesi.

Ma questa decisione ha anche una profonda implicazione politica, poiché i territori palestinesi non sono più trattati da Israele come territori amministrati militarmente, come lo sono stati dal 1967. Israele sta invece affidando la registrazione della proprietà terriera a enti governativi civili, il che costituisce di per sé un’attuazione pratica dell’annessione.

Ancora più importante, questo apre le porte alla legalizzazione del controllo dei coloni israeliani su questi territori.

“I palestinesi sono ora costretti a dimostrare la legittima proprietà delle loro terre davanti ai tribunali israeliani, che sono a loro volta di parte”, ha dichiarato Abdallah Hammad, direttore del Centro di Assistenza Legale a Gerusalemme.

“La maggior parte dei terreni in Cisgiordania sono terreni privati i cui proprietari possiedono documenti giordani che attestano il pagamento delle tasse per la loro proprietà, ma non avevano ancora completato la procedura di registrazione della proprietà quando avvenne l’Occupazione del 1967”, ha spiegato Hammad. “Con l’Occupazione che limita l’accesso ai terreni nell’Area C e limita l’economia agricola palestinese, svalutando il valore economico di questi terreni, questi diventano idonei a essere dichiarati per ‘uso pubblico’. Poi ci sono terreni che erano già terreni statali sotto il governo giordano, e sono quindi terreni pubblici. Ma non appartengono legalmente allo Stato israeliano”.

Hammad ha affermato che la principale differenza di questa nuova decisione è che apre le porte alla registrazione sia dei terreni inutilizzati che dei terreni statali giordani come terreni statali israeliani. “Prima della decisione, il governo israeliano dichiarava un terreno ‘di uso pubblico’ e il proprietario palestinese si opponeva a tale dichiarazione nei tribunali israeliani”, ha spiegato Hammad. “Ma ora, i terreni che non hanno titoli di proprietà privata recenti o che rientrano nella categoria di ‘terreni pubblici’ saranno registrati come terreni statali israeliani, e questo li renderà più facili da utilizzare per l’espansione degli insediamenti e la legalizzazione degli avamposti dei coloni”.

“Questa è un’annessione che avviene sotto i nostri occhi”, ha sottolineato Hammad.

DECENNI DI COLONIZZAZIONE

Per i palestinesi, la decisione del governo israeliano significa che le speranze di salvare le loro terre si sono allontanate.

“Abbiamo continuato a sperare di salvaguardare le nostre terre finché non si fosse trovata una soluzione politica, ma ora sembra che l’unico scenario possibile sia la completa perdita delle nostre terre”, ha detto un proprietario terriero palestinese nella città di Taybeh, a Est di Ramallah, chiedendo di rimanere anonimo.

“Quando ero bambino, lavoravamo le terre a Est della città che si affacciano sulla Valle del Giordano, proprio come avevano fatto i nostri padri per secoli”, ha ricordato. “Alternavamo la coltivazione del grano un anno e di altri cereali come ceci e lenticchie l’anno successivo. La mia famiglia produceva tre tonnellate di grano, da cui ricavavamo il necessario per fare il pane, perché tutto il pane che consumavamo proveniva da queste terre, e il resto lo scambiavamo con altri prodotti o lo vendevamo”.

“Dopo il 1967, il nostro lavoro nei campi è diminuito perché i nostri prodotti hanno perso molto valore e non potevamo più vivere di quella terra. Molti hanno iniziato a lavorare in Israele come operai edili, mentre altri come me hanno cercato un’istruzione all’estero”, ha spiegato.

“Durante questo periodo, le famiglie beduine della Valle del Giordano hanno iniziato a usare le nostre terre per pascolare e vivere, e questa è stata una situazione che ci ha permesso di proteggere la terra dalla confisca da parte delle autorità israeliane, soprattutto dopo che queste terre sono state classificate come Area C negli anni ’90. Abbiamo anche portato avanti la procedura di registrazione presso l’Autorità Nazionale Palestinese e ottenuto i nostri titoli di proprietà, e abbiamo pensato che questo ci avrebbe aiutato a dimostrare la nostra proprietà”, ha sottolineato il proprietario terriero.

Ora, il governo israeliano ha ritenuto privi di valore quei titoli di proprietà dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ma questo processo non è iniziato dopo l’ottobre 2023. L’abitante di Taybeh ha spiegato che le autorità israeliane consideravano i titoli di proprietà dell’Autorità Nazionale Palestinese come di valore secondario già molti anni prima.

“Nel 2020, i coloni israeliani hanno aperto un piccolo avamposto sulle nostre terre orientali, classificate come Area C, e hanno iniziato a far pascolare le mucche su di esse, allontanando i beduini”, ha spiegato il proprietario terriero di Taybeh. “Quando un gruppo di proprietari terrieri, me compreso, si è schierato con i beduini e ha portato con sé i nostri titoli di proprietà, la polizia israeliana sul posto ci ha detto che i nostri titoli di proprietà palestinesi erano inutili e che dovevamo procurarcene di nuovi israeliani. Questo è già successo cinque anni fa.”

In effetti, l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha consigliato al governo israeliano di aprire la registrazione delle proprietà terriere nell’Area C della Cisgiordania nel novembre 2020. Il quotidiano israeliano Israel Hayom, all’epoca, riportò che l’ex capo degli insediamenti israeliani descrisse il consiglio dell’Amministrazione Civile come “un modo per imporre la sovranità israeliana su tutta la Cisgiordania e non solo sulla Valle del Giordano”. Il quotidiano israeliano descrisse l’allora proposta come “il passo più importante per legalizzare gli insediamenti”, che avrà “drammatiche implicazioni sul conflitto sulla proprietà terriera tra palestinesi e coloni israeliani, a favore dei coloni”.

“Le conseguenze di questa decisione dipingono una prospettiva molto cupa per il futuro”, ha affermato Abdallah Hammad del Centro di Assistenza Legale a Gerusalemme. “Questo capovolgerà le cose come mai prima, perché non saranno i coloni israeliani a chiedere la legalizzazione dei loro avamposti. Saranno legalizzati quasi immediatamente, mentre i palestinesi saranno resi stranieri, costretti a giustificare la loro rivendicazione sulle terre delle loro famiglie e dei loro antenati”.

“Quando sento parlare del rischio di annessione, dico loro: questa è l’annessione. È già iniziata e sta avanzando”.

“La maggior parte dei terreni della nostra città si trova nell’Area C”, ha sottolineato il proprietario terriero di Taybeh. “Hanno nomi. Sono nelle nostre canzoni, nelle nostre tradizioni, nei nostri ricordi. Le nostre famiglie hanno vissuto di queste terre per generazioni, e tutto questo ci viene negato”.

“Ci siamo aggrappati alle nostre terre per decenni, sperando di proteggere i nostri diritti su di esse, ma oggi sentiamo che tutte le nostre speranze sono state vane”, ha aggiunto. “Sentiamo che perderemo le nostre terre sotto gli occhi del mondo intero”.


Qassam Muaddi è redattore di Mondoweiss per la Palestina

Traduzione: La Zona Grigia

Fonte: mondoweiss.net/2025/06/israel-…


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il “faldone” di vincenzo ostuni oggi a napoli


Oggi alle 18, a Downstream, presso la Libreria Ubik Napoli con Fabrizio Bondi, Gabriele Frasca e Vincenzo Ostuni.

Con Valeria Rocco e Giorgia Esposito.

Vincenzo Ostuni, Faldone, il Saggiatore, 2025

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Un traditore di partigiani al servizio della banda Carità a Padova


Giungiamo quindi alla vicenda, molto lunga da raccontare, di Mario Santoro che gioca il ruolo di finto partigiano. Il fascicolo si apre con un protocollo dell’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo (Alto commissariato aggiunto per l’epurazione) Delegazione provinciale di Padova che trasferisce cinque testimonianze al procuratore presso la Corte Straordinaria d’Assise, CAS <194. Queste cinque testimonianze sono di estrema importanza perché provengono dai capi della Resistenza padovana e cioè dal Prof. Adolfo Zamboni, l’Ing. Luigi Martignoni, Umberto Avossa, l’Ing. Attilio Casilli e per finire don Giovanni Apollonio. Figura di primaria importanza è però il Prof. Zamboni che spicca per personalità e per la molta influenza esercitata a Padova. Tanto per capire la sua importanza: “Dopo l’Armistizio di Cassibile, partecipa attivamente alla Resistenza, nelle file delle brigate Giustizia e Libertà della Brigata “Silvio Trentin”, inoltre aiuta la rete formata dall’ufficiale dell’aeronautica Armando Romani e padre Placido Cortese di aiuto agli ebrei. Nel novembre del 1944, viene arrestato e trasferito a Villa Giusti a Padova, sede della Banda Carità, comandata da Mario Carità, dove interrogato, torturato per mesi, ritrova in cella molti dei suoi allievi anche loro operanti nella Resistenza; al suo fianco ebbe il suo assistente Giovanni Apollonio sacerdote, insegnante nel seminario maggiore di Padova”.
Le carte ritrovate all’Archivio di Stato di Padova si riferiscono proprio a questo ultimo evento. Vista la lunghezza delle testimonianze in questione cercheremo in questa sede di riassumerle il più possibile. La dichiarazione del Prof. Zamboni, datata 1 agosto 1945, ricorda che alla fine del 1943, in una riunione di tipo militare, svoltasi a casa sua, presenti alcuni capi della resistenza padovana (il Colonnello Marziano, il dott. Busonera, i cugini Todesco e il Trevisan) gli fu presentato Mario Santoro che poco tempo dopo entrò a far parte del comitato militare provinciale. <195 Le altre testimonianze, più sopra ricordate (quelle dell’Ing. Luigi Martignoni <196, di Umberto Avossa <197, dell’Ing. Attilio Casilli <198 e per finire di don Giovanni Apollonio <199), collocano temporalmente la conoscenza con il Santoro in momenti e occasioni differenti del 1944. Lo Zamboni continua raccontando come il loro rapporto si facesse più stretto nei mesi successivi: non dubita mai di lui che gli racconta di essere sfollato e di avere preso residenza in Via San Francesco a Padova, non gli fa mai richieste insolite fino all’ottobre 1944 quando racconta che una banda di comunisti, visitata la sua casa mentre egli era assente, l’aveva depredata di ogni bene per circa duecentomila lire. Alla richiesta di denaro lo Zamboni avvia una istanza al cassiere del CLN che riesce a procuragli una prima tranche di venticinque mila lire che vengono consegnate al Santoro. Ma la somma è troppo esigua e lo Zamboni, su invito del Santoro, chiede all’Ing. Casilli, rappresentante del Partito d’Azione, di procedere tra i compagni alla raccolta di altro denaro fino ad una cifra di centomila lire. Anche le altre testimonianze ricordano questo episodio con alcune discrepanze sul valore dei beni sottratti, che per il Casilli sarebbe stato di trecentomila lire (ma ricorda che in casa del Santoro vennero sequestrate quattrocentomila lire dalla Banda Carità al momento della perquisizione, rilevando probabilmente che il Santoro avrebbe chiesto denaro ad altre persone non essendone quindi sprovvisto come voleva far credere). Evidentemente il Santoro aveva approfittato dell’episodio, reale o inventato che fosse, per arricchirsi. Dopo questo evento Zamboni ricorda il suo arresto avvenuto il 18 novembre 1944 ad opera della Banda Carità, che lo
rinchiude nella caserma delle SS sita in via San Francesco a Padova presso Palazzo Giustiniani.
Qui, le vicende dei testimoni si fanno molto più differenziate seppure si concludano con uno stesso triste esito. Lo Zamboni ricorda cinquanta giorni di vessazioni, poi aggravate nella intensità della violenza in seguito a una testimonianza fatta al maggiore Carità da parte di una signorina collaboratrice del CLN che avrebbe confermato i rapporti tra lo Zamboni, il Prof. Egidio Meneghetti (uno dei capi della resistenza padovana), l’Ing. Pighin e il Castelli (pseudonimo con cui si faceva chiamare all’epoca il Santoro). Dopo un ennesimo interrogatorio, andato a vuoto, condotto dal Maggiore Carità in persona, il Professore venne a sapere che il Castelli era stato arrestato. Pochi giorni dopo un nuovo interrogatorio piuttosto violento e la sorpresa di trovarsi il Castelli/Santoro ad invitarlo a raccontare della sua attività partigiana di fronte ai membri della banda Carità. Dapprima lo Zamboni resta attonito; non sa darsi spiegazione di quel totale voltafaccia. Forse le torture, le minacce o uno sconvolgimento di cervello lo hanno spinto ad un comportamento tanto vile. Poi deve constatare comunque che “le rivelazioni da lui fatte sull’attività militare, che in ultima analisi mettevano capo a me come rappresentante politico finirono per rovinarmi” <200. Infatti, continua a raccontare lo Zamboni, la notte tra il 5 e il 6 dicembre diventa per lui letteralmente infernale. Il Castelli/Santoro viene slegato dalle manette (cosa che fa insospettire lo Zamboni) e viene portato via. La tortura con le scariche elettriche continua per tutta la notte. Passato anche questo interrogatorio, viene a sapere dalla signorina citata più sopra che il Castelli era uomo noto alle Brigate Nere, cosa che gli viene confermata da un altro incontro avvenuto con lo stesso Santoro/Castelli la notte del 6 gennaio. Castelli, poco tempo prima aveva cercato di far catturare il Pighin che, la sera stessa, è colpito a morte dalle stesse Brigate nere dopo un tentativo di fuga.
Uscito dall’interrogatorio vede di persona che molti altri membri della Resistenza, compresi gli autori delle testimonianze richiamate in apertura, sono stati arrestati, cosa che lo fa dubitare ancora di più sul ruolo giocato dal Santoro alias Castelli nella vicenda. I suoi dubbi saranno confermati pochi giorni dopo per bocca dell’Ingegner Martignoni che conferma che il Castelli, a conoscenza di uno dei luoghi segreti dove convenivano gli incontri della Resistenza padovana, ci ha condotto la Banda Carità per catturarlo. Zamboni, in chiusura della sua testimonianza e documento di accusa si pone una serie di domande: “Che bisogno aveva il Castelli di arrivare a simili rivelazioni? Quali mezzi usò il famigerato Carità per indurlo a causare tanta rovina?… Otello Renato Pighin; Egli non doveva finire così tristemente: per tradimento <201”. Questa la testimonianza dello Zamboni.
Restano comunque alcune zone d’ombra che altre versioni degli eventi, raccontate dagli altri testimoni, possono aiutarci a rendere più chiare.
Cominciamo proprio dalla testimonianza del Martignoni <202 che arricchisce la vicenda di alcuni interessanti particolari, confermando innanzitutto di avere condotto il Santoro, nel periodo della loro frequentazione, in maniera avventata in uno dei suoi nascondigli, luogo dove fatalmente sarebbe stato la sera dell’arresto e dove il Santoro avrebbe condotto i membri della banda Carità per arrestarlo. Il Martignoni ricostruisce poi le ragioni che avrebbero portato al tradimento del Santoro: la sera dell’arresto, sarebbe stato caricato di bastonate e non avrebbe retto più di tanto, raccontando della sua attività partigiana a delle persone con cui collaborava. Questo avrebbe portato all’uccisione dell’ingegner Pighin, più sopra ricordata, all’arresto del Prof. Palmieri, partigiano, e del già citato Prof. Meneghetti, del Prof. Ponti e dell’ing. Casilli nonché delle segretarie, una delle quali è stata più sopra nominata e del figlio dodicenne del prof. Ponti (i fatti sono avvenuti il 7 gennaio intorno alle ore 19). Quindi il Santoro conduce la banda Carità a casa del Martignoni che viene sorpreso nel sonno. Già al suo primo interrogatorio, smentendo di essere il comandante Virgilio, viene invitato dal Santoro a raccontare la verità, aggiungendo particolari gravissimi di incontri avuti tra di loro. Ma il ruolo del Santoro si aggrava; il nostro testimone ricorda come lo avesse visto condurre più interrogatori a favore della banda Carità, questo perlomeno fino al mese di gennaio 1945, quando sparisce da Palazzo Giusti. Si scopre poi che, su richiesta dello stesso Santoro, sarebbe stato trasferito in Germania poiché terrorizzato dalla sicura vendetta dei partigiani. Il Martignoni infine ricorda che, comunque, grazie alla propria capacità di resistere alle sevizie, riuscì a salvare molti altri partigiani tacendo i loro nomi agli aguzzini e giocando sul fatto che il Santoro non li conosceva.
La testimonianza di Umberto Avossa <203, pur ripetendo i racconti dei testimoni precedenti, aggiunge delle informazioni che confermano che forse da principio il Santoro non fece parte integrante dell’attività contro i partigiani. Infatti, l’Avossa ricorda che, al momento dell’arresto dello Zamboni, il Santoro si trovava proprio in casa di quest’ultimo e si sarebbe giustificato con i ceffi della banda Carità dicendo di essersi recato lì per pagare un conto pendente alla Signora Zamboni. Comunque sia, anche quest’ultima testimonianza conferma la partecipazione del Santoro agli interrogatori degli arrestati con un ruolo attivo.
C’è poi il resoconto dell’Ing. Attilio Casilli <204, che già nel titolo del rapporto esordisce inquadrando il Santoro come “falso partigiano Castelli”. Dal rapporto di Casilli cogliamo un forte disappunto per i soldi consegnati al Santoro in occasione del furto presso la sua abitazione da lui denunciato ai partigiani e per il fatto che la ragguardevole somma, raccolta da parte del gruppo dirigente padovano dei partigiani, era giunta alla cifra di 400.000 lire (era stata carpita la buona fede dei partigiani per arricchimento personale). Inoltre, anche il Casilli ricorda la partecipazione da parte del Santoro agli interrogatori della banda Carità, come d’altronde era avvenuto anche con lui. Ricorda inoltre di aver saputo che il Santoro stesso avrebbe condotto alcuni componenti della banda Carità presso l’abitazione del Martignoni “… e disgrazia volle che il Martignoni quella sera fosse in casa e così anch’egli venne arrestato per esclusiva opera del Santoro”. Riporta poi il racconto di una delle segretarie arrestate, tale Maria Fiorotto, di cui si è già detto sopra, che riferisce “… che il Santoro il giorno prima del nostro arresto [della segretaria e del Martignoni] si era recato da lei [la segretaria] perché le procurasse un incontro con Pighin…”. Ciò aveva condotto agli esiti mortali di cui si è parlato più sopra. Il Casilli conclude la testimonianza ricordando che “…il Santoro,
arrestato non so in base a quali indizi, nei primi giorni del 1945, sottoposto ad interrogatorio da parte del Maggiore Carità, bastonato dai suoi agenti, spaventato dalle minacce di fucilazione e dal trattamento avuto, si decise a fare ampia confessione e a impegnarsi a passare al servizio delle SS – Reparto Carità”. Pertanto aveva agito senza pentimenti nei confronti dei membri del CLN; ma di lì a poco, si sarebbe fatto trasferire in Germania col grado di ufficiale per essere addetto alla sorveglianza in un campo di internamento o per la propaganda tra gli italiani.
Infine la testimonianza di don Giovanni Apollonio non fa altro che confermare, in maniera ancora più risoluta, il ruolo del Santoro nelle responsabilità della retata. Ricorda infatti che la sera del 5 gennaio del 1945 il Santoro si presentò al collegio dove il sacerdote risiedeva in compagnia di un membro della banda Carità, il Corradeschi, insistendo particolarmente per avere un appuntamento con l’Ing. Pighin (il sacerdote fungeva da collegamento con molti elementi della Resistenza padovana). Ritornò più volte anche il giorno successivo con la medesima richiesta alla quale aggiunge anche il desiderio di un incontro con altri componenti del CLN padovano; subito dopo venne arrestato dal Corradeschi che dapprima lo condusse in macchina alla Curia di Padova dove Santoro cerca don Francesco Frasson con la medesima intenzione di farlo arrestare; e successivamente a Palazzo Giusti dove fu interrogato dallo stesso Santoro ma riuscì a nascondere alcune informazioni importanti. Il resto sono notizie che già conosciamo.
Il fatto che il Santoro si fosse spostato in Germania ci viene confermato da una serie di documenti in coda al fascicolo. In particolare <205 vi è un documento con oggetto “situazione internati politici” presso il campo militare tedesco di Braunschweig nel quale ha operato il Santoro e nel quale egli stesso racconta la sua versione dei fatti di Padova. Prima di tutto si difende <206 riportando di essere stato catturato a Padova, dalla Banda del Maggiore Mario Carità, nelle retata di partigiani il 3 gennaio 1945, con il Prof. Meneghetti, l’ing. Pighin e altri; racconta di aver subito tre giorni di torture ma di non aver rivelato i nomi degli organizzatori confermando solo quanto confessato dagli
altri prigionieri. Veniva poi inviato con altre trentadue persone a Berlino da dove era tradotto al campo per internati di Braunschweig sotto sorveglianza di ufficiali collaborazionisti italiani, tenenti Baldini e Biagini. Rivela poi che in virtù di qualche persona generosa gli era riservato un trattamento particolarmente umano da parte dei tedeschi che lo lasciavano girare in borghese e lavorare dove desiderava all’interno del campo, con il solo obbligo di non rivelare nulla del suo passato ai connazionali e con quello di raccontare di essere un commerciante in cerca di materiali vari. Con enfasi racconta la sua storia da partigiano valoroso che dopo l’otto settembre del 1943 passa armi e bagagli al comando di duecento fedelissimi soldati al servizio della Resistenza. A Padova incontra il Prof. Meneghetti, capo del Partito d’Azione, col quale collabora fattivamente. E’ il destinatario di lanci di armi e munizioni e materiali di sabotaggio effettuati da aerei in volo e grazie ai quali procede ad azioni tra Padova e provincia. Compie atti di sabotaggio in molte zone della provincia padovana sui tronchi ferroviari, sulle strade a colonne di autocarri, contro enti fascisti e tedeschi. Nel complesso vanta di aver comandato fino a tremilacinquecento uomini suddivisi in 5 Brigate partigiane (“Brigata Italia”, “Brigata Silvio Trentin”, “Brigata Luigi Pierobon”, “Brigata Autonoma Italia Libera”, “Brigata Mario Todesco”). Alla fine del racconto dei propri meriti partigiani il Santoro si rivolge al Comando italiano per vedere definita la sua posizione di chi “più ha fatto ed ha lottato per la liberazione dell’Italia dai nazi-fascisti e per collaborare con la causa Alleata”.
In realtà, possiamo confermare quanto detto dai testimoni richiamati più sopra anche alla luce di una serie di documenti in coda al fascicolo. Già tra i primi documenti rinveniamo un foglio senza data, comunque collocabile nel periodo in cui Santoro fu in Germania, steso a Braunschweig, in cui vengono segnalate alcune persone che svolgono attività di propaganda fascista <207, tra le quali compare il nome di Mario Santoro, di Michele, Classe 1911. Seguono poi ben sette testimonianze, tutte collocabili nel marzo del 1945, che confermerebbero che il Santoro e le due persone che egli cita poco sopra come due suoi controllori, Baldini e Biagini, in realtà sarebbero stati due suoi sodali nell’opera di propaganda a favore del fascismo in Germania nei confronti degli internati italiani ivi residenti. Il fatto poi che forti dubbi sussistessero sulla attività in Germania sono confermati da una dichiarazione resa da Antonio Gabella, dipendente dell’Ufficio Assistenza Italiano in Germania <208, che testimonia come alla costituzione dell’Ufficio Assistenza Italiano presso Braunschweig avvenuto subito dopo la liberazione (12 aprile 1945), Santoro e i suoi due sodali, avrebbero richiesto a più riprese, e anche con metodi aggressivi, di essere ricompresi tra gli “internati civili” per poter usufruire dei benefici della posizione. Il Gabella, avvertito della loro pericolosità da molte persone che li conoscevano, si rifiutò fermamente di esaudire le loro richieste salvo, alla fine, accettarle con riserva, procurandosi delle deposizioni, che abbiamo poco fa citato, da trasferire in fascicolo in Italia. A queste testimonianze possiamo aggiungerne altre due raccolte in occasione del supplemento di denuncia fatta a suo carico dopo la denuncia in sede di Corte d’Assise Straordinaria. Una è quella del Professor Giovanni Ponti, Sindaco di Venezia <209, che riporta che: “il giorno 7 febbraio 1945 fui arrestato a Villa Palmieri in Padova. Il Santoro mi riconobbe e durante l’interrogatorio fattomi dal Carità, intervenne arrogantemente chiedendomi se facevo parte del CLN”. La seconda testimonianza è del Professor Egidio Meneghetti <210, esponente del movimento Giustizia e Libertà del Veneto, che dopo l’Armistizio di Cassibile assieme al comunista Concetto Marchesi, a Mario Saggin democristiano e Silvio Trentin azionista fonda il CLN Veneto. La sua testimonianza è assimilabile dal punto di vista dei contenuti alle testimonianze degli arrestati dalla Banda Carità. Quello che interessa qui mettere in risalto sono due dichiarazioni chiarificatrici sul personaggio Mario Santoro. La prima la offre lo stesso Carità al Meneghetti mentre viaggiano insieme in treno verso Bolzano l’uno come carceriere l’altro come prigioniero. Allora il maggiore Carità rivolto al Meneghetti dice: “Io lotto contro di voi e se posso vi mando in prigione e vi gonfio di cazzotti; però io disprezzo i traditori molto di più. Ne faccio uso perché questo è il mio mestiere, ma poi non do loro un centesimo e quando mi è possibile li mando in Germania. Così ho fatto anche con Santoro, che vi ha tradito. Me lo sono levato dai piedi perché mi faceva schifo”. C’è poi un giudizio complessivo sul Santoro fatto dallo stesso Meneghetti, che a dire il vero non viene dato in maniera particolarmente pesante; colloca comunque il Santoro nella platea dei traditori: “Il mio giudizio complessivo sul Santoro è questo: entrò nell’organizzazione clandestina per sfuggire al servizio militare repubblicano o a quello tedesco. Non fu un traditore fin dal primo giorno; fin dal primo giorno fu uno che cercò di far vedere di avere una attività molto superiore a quella che ebbe e cioè in buona parte vendette fumo, così come mentì quando affermò di essere capitano e di essere laureato in legge. Sperava avidamente di farsi qualche merito senza troppo pericolo, così da ricavarne frutto dopo l’attesa liberazione. Arrestato dalla banda Carità, ai primi maltrattamenti crollò… promise di dire molte cose e di mettere nelle mani della banda Carità Renato Pighin e altri capi della organizzazione. Non v’ha dubbio che così fece… Verso altre figure minori non si comportò come un traditore… La figura del Santoro è quella di un meschino delatore, preoccupato solo di se stesso…”. Con la notizia di trasferimento a Padova del Santoro, per essere processato, si chiude il fascicolo <211. Non vi sono altri documenti che ci testimoniano cosa sia successo dopo.

[NOTE]194 Protocollo dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo – delegazione provinciale di Padova al Procuratore del Regno, data illeggibile.
195 Esposto dattiloscritto del Prof.Adolfo Zamboni contro Mario Santoro, Padova, 1 agosto 1945.
196 Esposto di Luigi Martignoni alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 20 dicembre 1945.
197 Esposto di Umberto Avossa alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 19 dicembre 1945.
198 Rapporto sull’attività di Mario Santoro (falso partigiano “Castelli”) di Attilio Casilli, 28 dicembre 1945.
199 Esposto alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, s.d.
200 Esposto dattiloscritto del Prof. Adolfo Zamboni contro Mario Santoro, Padova, 1 agosto 1945.
201 Ibidem.
202 Esposto di Luigi Martignoni alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 20 dicembre 1945.
203 Esposto di Umberto Avossa alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 19 dicembre 1945.
204 Rapporto sull’attività di Mario Santoro (falso partigiano “Castelli”) di Attilio Casilli, 28 dicembre 1945.
205 Busta b-1, fascicolo 8, comunicazione di Casilli all’Alt Commissariato per le sanzioni contro il fascismo Delegazione provinciale di Padova, 28 dicembre 1945.
206 Situazione internati politici al Comando militare generale alleato presidio militare di Braunschweig, 2 maggio 1945.
207 Comunicazione all’Ufficio Assistenza Italiano da Braunschweig – Rathaus (municipio), s.d.
208 Dichiarazione di Gabella Antonio all’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo Delegazione provinciale di Padova sul conto di Mario Santoro, Baldini Pietro e Biagini Mario, 26 gennaio 1946.
209 Testimonianza del Professor Giovanni Ponti alla Delegazione Provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il fascismo, 1 febbraio 1946.
210 Testimonianza del Professor Egidio Meneghetti all’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo presso il Tribunale di Padova, 26 gennaio 1946.
211 Comunicazione della Delegazione per l’Epurazione di Padova circa le sorti del Santoro, 31 gennaio 1946.
Fabio Fignani, L’epurazione in Veneto. Alcuni casi di studio, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2015-2016

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Attacchi Terroristici in Benin: la crescente minaccia dal Sahel


Le frontiere con Burkina Faso e Niger troppo permeabili alle incursioni dei terroristi.
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Il Benin, un paese della costa occidentale africana, sta affrontando una crescente minaccia terroristica proveniente dai gruppi jihadisti attivi nella regione del Sahel. Gli ultimi eventi risalgono al 17 aprile, quando due offensive simultanee hanno colpito due importanti avamposti militari nel nord del paese, mettendo in evidenza la vulnerabilità delle forze armate beninensi e il deterioramento della sicurezza regionale.

terrorista africanoLe aggressioni, la prima al cosiddetto “Punto Triplo” – una zona cruciale dove convergono i confini di Benin, Niger e Burkina Faso – e la seconda nelle vicinanze delle cascate di Koudou, all’interno del parco transfrontaliero “W”, hanno sorpreso i soldati di stanza nei campi. I terroristi, giunti in sella a motociclette, hanno aperto il fuoco contro le forze armate, che hanno cercato di rispondere prontamente al contrattacco. Stando ai rapporti ufficiali, durante i combattimenti hanno perso la vita oltre 50 soldati beninensi, con diverse fonti che indicano anche la morte di diversi jihadisti. Tuttavia, questo bilancio rappresenta una grave perdita per l’esercito del Benin, già provato da attacchi precedenti.

Il “Punto Triplo” è diventato un simbolo della vulnerabilità del Benin; infatti, nel gennaio scorso, una precedente offensiva terroristica aveva già causato la morte di 40 militari in questa stessa area. Anche a febbraio, altre operazioni ostili nel parco “W” erano costate la vita a sei soldati, evidenziando la frequenza e la gravità degli attacchi jihadisti.

Le autorità beninensi hanno espresso preoccupazione per la mancanza di cooperazione alla sicurezza tra i paesi limitrofi, puntando il dito contro i governi di Burkina Faso e Niger. Wilfried Léandre Houngbédji, portavoce dell’esecutivo di Cotonou, ha dichiarato che se dall’altra parte del confine ci fossero state misure di sicurezza equivalenti, gli attacchi non sarebbero così ricorrenti e intensi.

In questo contesto, è importante considerare il ruolo dei golpisti al potere in Burkina Faso, Niger e Mali. Questi governi militari, insediatisi dopo una serie di colpi di stato, hanno spesso rivolto accuse contro il Benin, sostenendo che il paese ospiti basi militari straniere con l’intento di destabilizzare i loro regimi. Le autorità del Benin hanno respinto categoricamente tali affermazioni, ma questo ha ulteriormente esacerbato la situazione, contribuendo alla mancanza di cooperazione nelle operazioni di sicurezza lungo i confini.

La regione del Sahel si conferma un crocevia per il terrorismo, con il Global Terrorism Index che segnala un incremento significativo delle vittime di attacchi terroristici. Nel 2024, la regione ha registrato oltre la metà di tutti i decessi legati al terrorismo nel mondo, rendendo il Burkina Faso il paese più colpito a livello globale, seguito dal Niger. Dal Sahel, il cancro del terrorismo cerca ora di espandersi verso i territori circostanti.

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Fonte: africa-express.info

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oggi, 18 giugno, a roma, all’angelo mai: omaggio a remo remotti


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#AngeloMai #letture #omaggio #RemoRemotti

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Il ‘si può fare’ in scena. La rivoluzione gentile dell’USSM per i ragazzi invisibili


Un giovedì di inizio giugno, in un piccolo teatro di Catania, è andato in scena uno spettacolo di straordinaria forza, vivacità e bellezza. Portato sul palco dal “Circo degli Scartati”, compagnia teatrale unica nel suo genere, composta da minori e giovani adulti finiti nel circuito penale. L’opera, liberamente tratta dalla “Centona” di Nino Martoglio, è il frutto di un progetto […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/06/18/il-s…

#DipartimentoDellaGiustiziaMinorile #teatro #USSMDiCatania

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letmarciscenza più elaborata del facile


Ho dei pensieri forse un po’ confusi a riguardo, e certamente rifletterci e scriverci su a quest’ora non aiuta — nonostante questo sia a dire il vero proprio l’orario migliore possibile per scrivere cose di questo tipo, perché il lieve sonno mi porta inevitabilmente alla stesura di righe che nemmeno sotto effetto di droghe sarebbe possibile concepire — però diavolaccio… Se davvero devo avviarmi sulla strada del bedrotting professionale, portando buona parte delle giornate ad essere concettualmente assimilabili a questa mia ultima trascorsa, ci sono un paio di appunti da tenere in conto per massimizzare il valore dell’esperienza, soprattutto in chiave di ricorrenza medio-alta. ✋

Innanzitutto, il top bedrotting dovrebbe essere visto con più grande passione; ossia, nel modo in cui a quanto pare diverse persone su Internet già fanno… e non nel modo su cui senza volerlo ripiego io, ossia come “piano B”, come “ops oggi mi sento così e quindi farò così perché non mi va di fare come al solito“. In effetti, il marcimento lettifero nella sua forma più pura altro non è che un momento di straordinaria connessione con il sublime attraverso attimi altrimenti normali, banali; è lo stato di esistenza che più precisamente di tutti gli altri si trova a metà tra la vita e la morte, l’ordine ed il caos; insomma, l’equilibrio perfetto che, se non fosse per la fame e in molti casi il dover pagare l’affitto, potrebbe rappresentare la modalità dell’essere ideale permanentemente per tutti gli esseri umani… con la sofferenza tangibile della specie che sarebbe estremamente più limitata come conseguenza, e tutte le guerre che si formerebbero per sempre (…così come lo sviluppo della società ed il mantenimento dei servizi, in realtà, ma è un piccolo prezzo da pagare a confronto dei grandi benefici per tutti). 🥰

Quindi, boh: a parte le digressioni, serve più convinzione, più integrità. Innanzitutto, dovrei forse programmare il bedrotting come attività fissa all’interno della mia giornata, non sindacabile, da onorare e rispettare senza se e senza ma; e che occupi quanto più tempo possibile dei miei momenti di veglia, idealmente, anche se ciò non è sempre possibile nella pratica. Probabilmente, poi, dovrei rifarmi il letto appena mi sveglio dopo la notte, o almeno poco prima di darmi al bedrotting per la prima volta nella giornata dopo essermi alzata… non perché io ora dalla sera alla pre-notte creda alla propaganda dei rifattisti (quelli che dicono che il letto va rifatto subito perché bla bla bla e per giunta è una forma mentis zzz…), ma perché indubbiamente è più comodo sprofondare nel letto ordinato e senza pieghe, rispetto allo schifo che diventa durante la notte di sonno turbato, non prendiamoci in giro. 🌚

Questi due punti, dopo una piccola riflessione, mi appaiono veramente come il minimo da tenere in considerazione per un’esperienza di marciscenza spirituale decente. Ma, ovviamente si può, e probabilmente si deve, fare ancora di meglio… E dunque, da un lato temo di dover ammettere che bisogna ogni giorno lavarsi, per bene e subito, per dedicarsi alla funzione… e dall’altro bisogna porre un po’ di attenzione anche nel po’ di vestiario che si indossa durante la cosa. Lo sappiamo come questi giorni più scarichi portano a viziarci — e a viziarmi, personalmente, con io in particolare che finisco per lavarmi solo ben dopo pranzo, per poi indossare magliette e pantaloni veramente a casaccio, sotto l’influenza del diktat per cui sarebbe sconveniente tenere dentro casa quegli indumenti di maggior pregio estetico e morale che invece sarebbero meglio riservati solo per uscire. Ma, tra la puzza di ascelle dormite, e i vestiti con sopra i pallini di cotone consumati, l’anima ne soffre… e poi, che figura ci si fa con gli spiriti delle pareti che ci guardano da molto (molto) vicino durante la giornata in casa? 🪱
Gotta look pretty even ifit's just bedrotting <3pinterest.com/pin/595601119507…
Ora, però, per concludere, un piccolo momento di rovescio della medaglia, che sento essere necessario anche se a molti non farà affatto piacere… Se vi considerate appassionati di bedrotting, o comunque in qualche modo siete praticanti più o meno abituali dell’attività, ma quello che ho detto qui vi sembra assurdo, fuori misura, o comunque non ne considerereste nemmeno mai la semplice idea di applicazione… ahimè, voi siete probabilmente nella trappola della marciscenza non introspettiva, la variante con buona ragione strettamente criticata persino dal Consiglio Assoluto degli Stellari. Oh, per carità: nessuno è perfetto, menchemeno io che stavolta mi permetto di fare questa predica (in parte auto-predica) che mi rendo conto essere a dir poco sconclusionata… però quantomeno mantenete la mente aperta a nuove formule di riposo più arricchenti del sé, suvvia! 😳

#bedrotting #girlrotting

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