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✨ Come un semplice account FIFA avrebbe potuto compromettere i Mondiali 2026
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/come-u…

@informatica


Come un semplice account FIFA avrebbe potuto compromettere i Mondiali 2026


Quando si parla di grandi eventi sportivi globali, l’immaginario collettivo corre subito agli stadi, alle telecamere, alle regie televisive e alle centinaia di milioni di spettatori collegati da ogni parte del mondo. Molto meno visibile è invece l’enorme infrastruttura digitale che permette a tutto questo di funzionare.

Eppure, secondo quanto raccontato dalla ricercatrice nota come BobDaHacker, sarebbe bastata una semplice registrazione come agente FIFA per ottenere accesso a sistemi interni capaci di influenzare direttamente la distribuzione delle immagini dei Mondiali di calcio 2026.

La storia inizia in modo apparentemente banale. La ricercatrice decide di iscriversi alla piattaforma pubblica utilizzata dalla FIFA per la registrazione degli agenti calcistici. Dopo aver completato il processo di verifica dell’identità, il suo account viene automaticamente inserito nel tenant Microsoft Entra utilizzato dall’organizzazione. Nulla di strano, almeno in apparenza.

Il problema emerge quando, esplorando altri portali appartenenti all’ecosistema FIFA, la ricercatrice scopre che l’autenticazione funziona correttamente ma l’autorizzazione no.

Si tratta di una delle vulnerabilità più comuni e allo stesso tempo più pericolose nel mondo delle applicazioni enterprise: il sistema verifica chi sei, ma non controlla adeguatamente cosa sei autorizzato a fare.

Nel caso specifico, alcune verifiche di autorizzazione sembravano essere implementate principalmente lato client. Una volta aggirati questi controlli, l’account appena creato riusciva ad accedere a piattaforme che avrebbero dovuto essere riservate esclusivamente al personale autorizzato.

La scoperta più preoccupante riguarda il pannello di gestione dello streaming dei Mondiali.

Secondo la documentazione pubblicata dalla ricercatrice, il sistema mostrava l’elenco completo delle partite del torneo, gli stream video associati, i relativi endpoint RTMP e diversi controlli operativi utilizzati per la gestione delle trasmissioni. Ancora più grave, sarebbero stati presenti comandi per l’avvio, l’arresto e la pianificazione dei flussi video.

BobDaHacker afferma di non aver mai eseguito operazioni distruttive e di essersi limitata a verificare l’accessibilità delle risorse. Tuttavia il semplice fatto che tali funzioni fossero raggiungibili da un account privo di privilegi rappresenta un classico scenario di “Broken Access Control”, categoria che da anni occupa le prime posizioni della classifica OWASP Top 10.

L’aspetto più interessante, dal punto di vista di chi si occupa di sicurezza applicativa, è che non siamo davanti a un sofisticato attacco zero-day, né a tecniche avanzate di exploitation.

Non ci sono buffer overflow, catene di exploit o vulnerabilità particolarmente esotiche.

L’intera vicenda sembra essere riconducibile a un errore architetturale estremamente semplice: un account legittimo appartenente al tenant aziendale veniva considerato implicitamente attendibile da sistemi che avrebbero invece dovuto effettuare controlli granulari sui ruoli e sulle autorizzazioni.

È un problema che molte organizzazioni incontrano quando adottano ecosistemi cloud complessi basati su Single Sign-On. L’autenticazione centralizzata riduce la complessità operativa, ma può trasformarsi in un rischio significativo quando le applicazioni downstream assumono che chiunque possieda un’identità valida debba poter accedere alle funzionalità disponibili. In altre parole, l’esistenza di un account non dovrebbe mai equivalere automaticamente all’esistenza di privilegi.

Secondo la ricostruzione pubblicata, la FIFA avrebbe corretto rapidamente il problema dopo la segnalazione, anche se senza instaurare un dialogo diretto con la ricercatrice.

Al di là dell’aneddoto del possibile “Rickroll” trasmesso durante una partita dei Mondiali, questa storia rappresenta un promemoria importante per tutte le organizzazioni che gestiscono infrastrutture critiche, piattaforme cloud e sistemi federati di identità.

Molto spesso la sicurezza non viene compromessa da vulnerabilità particolarmente sofisticate. Basta una singola autorizzazione mancante, un controllo implementato nel posto sbagliato o una fiducia eccessiva nell’identità dell’utente.

E quando il sistema in questione controlla la distribuzione televisiva dell’evento sportivo più seguito del pianeta, anche il più banale errore di autorizzazione può trasformarsi in un incidente di portata globale.


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Mit W Social ist ein soziales Netzwerk gestartet, bei dem man sich nur nach Passkontrolle anmelden kann. Das ist keine gute Idee. Überhaupt spricht einiges dagegen, sich bei dem schwedischen Startup einen Account zuzulegen. Ein Kommentar.

netzpolitik.org/2026/soziale-n…

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Perseverance Pays Off for Vermont Privacy Efforts
fpf.org/blog/perseverance-pays…
@privacy
Vermont has become the 23rd U.S. state to enact a comprehensive consumer privacy law after Governor Scott signed S.71, the Vermont Data Privacy and Online Surveillance Act (VDPOSA), on June 16. This new law is amongst the broadest in the country, closely resembling the 2025 version of the Connecticut Data Privacy Act (CTDPA). For example, […]

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Metas Smart Glasses kommen im Mainstream an. Sie sehen aus wie herkömmliche Brillen und sind eine völlig neue Bedrohung für die Privatsphäre. Was man über die übergriffigen Geräte wissen sollte. #FAQ

netzpolitik.org/2026/ueberwach…

#faq
in reply to netzpolitik.org

Spannender Spielfilm zum Thema
bildung.social/@mpblkclp/11676…


Ich lege jedem - besonders in der Schule - den grandiosen Film "Operation Naked" (passt leidlich in 45 Minuten) von @sixtus.net ans Herz: youtu.be/LuqM-oQd4vQ?si=qvR7Ig… - es passiert gerade genau das mit Meta Glasses, was im Film vorausdystopiert wurde. Die Geräte wandern mehr und mehr "in den Körper" und werden auch durch die momentanen Rückzugsgefechte "Hausordnung", "Verbot" usw. nicht einzuhegen sein, ohne dass wir Verhältnisse wie in Hochsicherheitsumgebungen schaffen.

#FediLZ


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Critical Fortinet FortiSandbox Vulnerabilities Actively Exploited in the Wild
#CyberSecurity
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It's because of YOU that we can keep doing our work towards software freedom. Thank you to every donor who believed in us, not only in 2026 but during the last 25 years. Your support keep us working !

fsfe.org/donate/thankgnus-2026…

#FreeSoftware #ThankYou #SoftwareFreedom

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Chinese Hackers (UNC6508) Spent Over a Year Spying on US Medical Research Institutions via REDCap
#CyberSecurity
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DragonForce Ransomware Abuses Microsoft Teams TURN Relay to Hide Malicious C2 Traffic
#CyberSecurity
securebulletin.com/dragonforce…
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Novo Nordisk Confirms Cyberattack: Patient Clinical Trial Data and Proprietary AI Models Stolen
#CyberSecurity
securebulletin.com/novo-nordis…
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🎙️ One of our data protection lawyers, Lisa Steinfeld Leiser, recently took part in the #CPDP2026 panel about rights of access to corporate documentations and the trade secrets defence.

The recording is now available on Youtube! 👉 youtu.be/WzEMO06CjDA

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Sehr wichtiger Erfolg der Pressefreiheit gegen die Techoligarchen.


Das Schweizer Magazin „Republik“ gegen den milliardenschweren US-Konzern: #Palantir scheitert vor Gericht mit Gegendarstellungsforderungen netzpolitik.org/2026/schweiz-d…

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In der heutigen #Degitalisierung blicken wir 100 Jahre zurück und wieder nach vorne. Und schauen uns an, was veränderte Komposition von Inhalten für Effekte haben kann.

Montage.

netzpolitik.org/2026/degitalis…

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Darf Frankreich im nationalen Recht festlegen, dass Pornoseiten das Alter ihrer Nutzer*innen prüfen müssen? Zwei Anbieter aus Tschechien klagten dagegen, der Europäische Gerichtshof formulierte Bedingungen.

netzpolitik.org/2026/eugh-urte…

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1/5 Today, the Court of Justice of the European Union ruled on France’s age-verification rules for pornographic websites under the EU #eCommerceDirective.

🏛️ The verdict is more complex than a simple “yes” or “no”.

Let’s dive into it 🧵

curia.europa.eu/site/upload/do…

in reply to EDRi

5/5 ✊ We will continue to champion safer online spaces that protect the privacy, participation and young people’s rights.

#AgeVerification is not a cure-all solution and it should never become a default answer to every digital challenge.

Read more from 31 youth organisations and youth activists have joined forces to speak up against their own exclusion ⤵️

edri.org/our-work/youth-organi…

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in reply to EDRi

Please also consider that "age verification" isn't only keeping out minors (which has issues itself, like taking social opportunities away from disabled or queer young people whose offline social circles are often hostile and more unsafe than online), but means forced id regardless of age.

a) privacy?

b) who has the "right" kind of id and who not (exclusion of vulnerable groups different from minors)?

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Das Schweizer Magazin „Republik“ gegen den milliardenschweren US-Konzern: #Palantir scheitert vor Gericht mit Gegendarstellungsforderungen netzpolitik.org/2026/schweiz-d…
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CVE-2026-54420: LiteSpeed cPanel Plugin Zero-Day Actively Exploited to Escalate Privileges to Root
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CVE-2026-20262: Cisco Catalyst SD-WAN vManage Zero-Day Actively Exploited in Enterprise Attacks
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CVE-2026-48558: Critical SimpleHelp Auth Bypass Exposes 14,000 RMM Servers to Unauthenticated Access
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Microsoft Lets connectivity.office.com TLS Certificate Expire, Breaking Enterprise Microsoft 365 Diagnostics
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✨ Operation Highland: Velvet Ant spia una rete air-gapped per 10 anni backdoorando PAM e OpenSSH
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/operat…

@informatica


Operation Highland: Velvet Ant spia una rete air-gapped per 10 anni backdoorando PAM e OpenSSH


Si parla di:
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Per quasi un decennio, un gruppo di spionaggio informatico legato alla Cina ha operato indisturbato all’interno di una rete isolata di infrastrutture critiche, compromettendo il cuore stesso del meccanismo di autenticazione Linux. La scoperta, firmata dai ricercatori di Sygnia, racconta di una pazienza operativa rara e di una sofisticazione tecnica che ridefinisce il concetto di persistenza avanzata.

Velvet Ant: chi è e cosa ha fatto in precedenza


Velvet Ant è un cluster di attività di cyberspionaggio attribuito a un attore nation-state cinese, già documentato da Sygnia nel 2024 in una campagna che aveva preso di mira dispositivi F5 BIG-IP rimasti compromessi per tre anni senza essere rilevati. Nello stesso anno, Cisco aveva segnalato lo sfruttamento di uno zero-day nei propri switch NX-OS da parte dello stesso gruppo. La nuova ricerca, denominata Operation Highland, supera però per portata e durata tutto ciò che era stato osservato in precedenza: dieci anni di accesso continuativo a una rete air-gapped di infrastrutture critiche appartenente a una grande organizzazione.

La catena di attacco: dall’esterno alla rete isolata


L’intrusione ha avuto inizio nel 2016 con la compromissione di server esposti su internet. Su questi sistemi, Velvet Ant ha distribuito una versione modificata di GS-Netcat, uno strumento legittimo per creare tunnel cifrati, trasformato in una reverse shell persistente. Il file veniva mascherato come utility di sistema auditdb e collocato in /usr/sbin/, stabilendo la persistenza tramite un servizio systemd malevolo oppure modificando gli script di avvio SysVinit a seconda del sistema.

Per muoversi lateralmente senza generare traffico diretto verso internet, gli attaccanti hanno installato un proxy SOCKS5 scritto in Perl che mascherava il proprio processo come smbd -D, usando filename, porte e nomi di processo diversi su ogni host per ostacolare il rilevamento.

La parte più sofisticata riguarda però la costruzione del percorso di accesso verso la rete isolata. Velvet Ant ha modificato la configurazione di un server Nginx internet-facing per proxare richieste HTTP specificamente costruite verso un server backend compromesso. Questo backend aveva a sua volta Nginx configurato per inoltrare le richieste a un processo FastCGI (fcgiwrap) in ascolto su una porta separata. Il FastCGI wrapper agiva come bridge di esecuzione, lanciando un binario personalizzato chiamato uptime che stabiliva connessioni SSH verso sistemi nella rete isolata, usando parametri forniti tramite HTTP POST.

“Concatenando queste modifiche, Velvet Ant ha stabilito un percorso di esecuzione remota nell’ambiente segregato tramite semplici richieste HTTP, senza mai richiedere una connessione diretta alla rete di infrastrutture critiche.” — Sygnia


Il colpo di genio: backdoor nell’autenticazione Linux


Una volta ottenuto l’accesso alla rete isolata, Velvet Ant ha spostato il focus verso la persistenza a lungo termine e la raccolta di credenziali, attaccando direttamente il sistema di autenticazione Linux: i Pluggable Authentication Modules (PAM).

I ricercatori di Sygnia hanno identificato nove varianti distinte del modulo malevolo pam_unix.so, ciascuna compilata in un ambiente di build separato — un indicatore di un attore con risorse abbondanti e operativamente disciplinato. Alcune varianti funzionavano come backdoor pura, accettando una password hardcoded che consentiva l’accesso bypassando l’autenticazione normale. Altre raccoglievano e memorizzavano localmente le credenziali di tutti gli utenti in un file nascosto.

In parallelo, gli attaccanti hanno sostituito i componenti di OpenSSH — inclusi ssh, sshd e scp — con versioni trojanizzate capaci di:

  • Catturare e registrare le password utilizzate nelle sessioni SSH
  • Loggare tutti i comandi eseguiti dagli amministratori
  • Nascondere le tracce dell’attività degli attaccanti
  • Disabilitare SELinux quando avviati con privilegi root
  • Permettere agli stessi attaccanti di disattivare il logging delle proprie sessioni tramite un flag speciale

Velvet Ant ha inoltre aggiunto le proprie chiavi pubbliche SSH negli authorized_keys dei server compromessi, garantendosi un accesso persistente senza password indipendente dai moduli PAM manipolati.

Dieci anni invisibili: perché il rilevamento era così difficile


La scelta di compromettere i componenti di autenticazione stessi, piuttosto che distribuire malware convenzionale, ha rappresentato il fattore chiave nella longevità dell’operazione. I tool di sicurezza cercano processi anomali e comunicazioni di rete sospette: un’autenticazione PAM modificata che accetta una password hardcoded sembra semplicemente un login legittimo. I log di sistema mostravano accessi normali. Non c’erano payload da rilevare, non c’erano connessioni C2 evidenti dall’interno della rete isolata.

L’uso di nomi di file, porte e nomi di processo differenti su ogni host rendeva impossibile correlare l’attività attraverso la rete senza una visione completa e coordinata dell’intero ambiente.

Il cleanup: più pericoloso della compromissione


Sygnia descrive la fase di remediation come particolarmente complessa. Velvet Ant aveva sostituito tanti componenti critici con versioni personalizzate che la loro rimozione scorretta avrebbe potuto bloccare l’accesso degli amministratori legittimi, causando interruzioni operative in sistemi di infrastruttura critica.

Il team di risposta ha dovuto costruire un laboratorio di test per validare il processo di sostituzione dei binari, profilare ogni host per identificare le versioni corrette dei componenti, testare le procedure di ripristino e preparare rollback prima di tentare qualsiasi intervento in produzione. Ogni step veniva validato verificando che l’autenticazione SSH continuasse a funzionare correttamente.

Indicatori di compromissione e due righe difensive


Sygnia raccomanda di trattare componenti come PAM, OpenSSH e Windows LSASS come asset di sicurezza critici da proteggere con:

  • File Integrity Monitoring (FIM) sui binari di autenticazione e sui moduli PAM
  • EDR con regole specifiche per modifiche a /lib/security/pam_unix.so, /usr/sbin/sshd, /usr/bin/ssh
  • MFA obbligatoria per l’accesso privilegiato, anche in reti air-gapped
  • Backup immutabili verificati periodicamente con procedure di ripristino testate offline
  • Monitoring delle chiavi SSH nei file authorized_keys su tutti i server


# File e percorsi da monitorare con FIM
/lib/security/pam_unix.so
/lib/x86_64-linux-gnu/security/pam_unix.so
/usr/sbin/sshd
/usr/bin/ssh
/usr/bin/scp
/etc/ssh/sshd_config
/root/.ssh/authorized_keys
/home/*/.ssh/authorized_keys

# Processi sospetti identificati nell'operazione
smbd -D   # proxy SOCKS5 mascherato
uptime    # binario custom per SSH verso rete isolata
auditdb   # GS-Netcat reverse shell

# Pattern di accesso sospetto
# Login PAM con password non corrispondente agli hash in /etc/shadow
# Sessioni SSH con flag speciali non documentati
# Traffico HTTP verso Nginx con parametri POST insoliti verso backend interni

Operation Highland dimostra che la sicurezza delle reti air-gapped non può essere data per scontata. Quando un attore sufficientemente motivato riesce a ottenere l’accesso iniziale, la mancanza di connettività internet non è un ostacolo insuperabile: è semplicemente un problema da risolvere con creatività tecnica. E come questa operazione mostra, quella creatività può restare nascosta per un decennio.

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Attacco supply chain all’AUR di Arch Linux: 1.500 pacchetti compromessi con rootkit eBPF
#tech
spcnet.it/attacco-supply-chain…
@informatica


Attacco supply chain all’AUR di Arch Linux: 1.500 pacchetti compromessi con rootkit eBPF


Cosa è successo: l’attacco all’AUR in sintesi


Il team di sicurezza di Arch Linux ha disabilitato le nuove registrazioni all’Arch User Repository (AUR) a seguito di una compromissione su larga scala. Tra il 13 e il 15 giugno 2026 gli attaccanti hanno dirottato o creato ex novo oltre 1.500 pacchetti gestiti dalla community per distribuire payload malevoli: information stealer e rootkit basati su eBPF. I repository ufficiali di Arch (core, extra, multilib) non sono stati colpiti grazie ai processi di review più stringenti dei maintainer ufficiali.

L’attacco si è sviluppato in due ondate distinte, entrambe basate su dipendenze JavaScript malevole inserite nei PKGBUILD:

  • Prima ondata: uso di un pacchetto denominato atomic-lockfile per eseguire binari ostili al momento del build
  • Seconda ondata (più sofisticata): introduzione di un binario separato tramite il pacchetto js-digest, con tecniche di evasion più avanzate

Gli script malevoli erano progettati per scaricare e installare silenziosamente il malware sui sistemi degli utenti che avevano compilato i pacchetti compromessi dal sorgente.

Perché l’AUR è strutturalmente vulnerabile agli attacchi supply chain


L’AUR è un repository non ufficiale e non supportato di build script (PKGBUILD) contribuiti dalla community. Chiunque può creare un account e pubblicare un pacchetto; non esiste una review obbligatoria da parte del team Arch prima della pubblicazione. Questo modello “aperto” ha permesso all’ecosistema AUR di crescere fino a oltre 80.000 pacchetti, ma lo rende intrinsecamente più esposto rispetto ai repository ufficiali.

I vettori tipici di compromissione dell’AUR sono:

  • Account hijacking: un attaccante prende controllo di un account maintainer inattivo (o con credenziali deboli) e pubblica commit malevoli su pacchetti legittimi e popolari
  • Pacchetti typosquatting: creazione di nuovi pacchetti con nomi simili a quelli legittimi, sfruttando errori di battitura o la confusione tra nomi simili
  • Dependency confusion: sostituzione di dipendenze interne con versioni malevole omonime pubblicate su registri pubblici

In questo caso l’attacco ha sfruttato principalmente l’account hijacking, con l’aggravante della catena di dipendenze JavaScript — un vettore sempre più usato in attacchi supply chain anche su ecosistemi npm e PyPI.

I payload: information stealer e rootkit eBPF


La scelta dei payload è tecnicament rilevante e vale la pena approfondirla.

Information Stealer


Gli information stealer raccolti in questa campagna erano progettati per estrarre credenziali, cookie di sessione browser, chiavi SSH, wallet di criptovalute e dati di configurazione da macchine Linux. Il targeting di sistemi Arch Linux (tipicamente macchine di sviluppatori, sysadmin e power user) massimizza il valore dei dati sottratti.

Rootkit eBPF


La componente più preoccupante è il rootkit basato su eBPF (Extended Berkeley Packet Filter). eBPF è una tecnologia del kernel Linux che consente l’esecuzione di programmi sandboxati direttamente nel kernel, originariamente pensata per networking e observability (usata da strumenti come Cilium, Falco, bpftrace). Abusata per scopi malevoli, permette di:

  • Intercettare chiamate di sistema senza modificare file sul disco
  • Nascondere processi, file e connessioni di rete agli strumenti di monitoring tradizionali
  • Esfiltrare dati a livello di kernel, bypassando molti EDR
  • Mantenere la persistenza in modo difficile da rilevare, dato che i programmi eBPF non appaiono nei normali listing dei processi

Un rootkit eBPF richiede privilegi elevati per essere caricato, ma una volta in esecuzione è significativamente più difficile da rilevare rispetto a un rootkit tradizionale basato su moduli kernel (LKM). Strumenti come bpftool permettono di enumerare i programmi eBPF caricati, ma un rootkit sofisticato può nascondere anche se stesso da questa enumerazione.

Come verificare se il proprio sistema è compromesso


Se si utilizza Arch Linux con pacchetti AUR installati nel periodo della compromissione, seguire questa procedura:

1. Verificare la presenza dei binari malevoli identificati

# Cercare i file associati alle due ondate dell'attacco
find / -name "atomic-lockfile" -o -name "js-digest" 2>/dev/null

# Cercare processi insoliti
ps aux | grep -E "(\.tmp|/tmp/\.|hidden)"

2. Enumerare i programmi eBPF caricati

# Listare tutti i programmi eBPF attivi
sudo bpftool prog list

# Listare le mappe eBPF
sudo bpftool map list

# Ispezionare un programma specifico (sostituire ID con quello trovato)
sudo bpftool prog dump xlated id <ID>

Programmi eBPF con nomi generici o vuoti, o di tipo kprobe/tracepoint non associati a tool di sistema noti, meritano approfondimento.

3. Controllare i pacchetti AUR installati recentemente

# Pacchetti installati nelle ultime 72 ore
grep -E "^\[ALPM\] installed" /var/log/pacman.log | tail -50

# Verificare l'integrità dei file installati
pacman -Qkk 2>&1 | grep -v "0 altered"

4. Seguire le indicazioni ufficiali del team Arch


Il team di sicurezza Arch ha pubblicato checklist ufficiali per gli utenti colpiti, disponibili sul portale di sicurezza Arch Linux. Le azioni di cleanup includono la rimozione dei pacchetti compromessi, la revoca delle chiavi SSH potenzialmente esfiltrate e il cambio delle credenziali esposte.

Best practice per chi usa l’AUR


Questo attacco è un promemoria di regole che esistono da anni ma vengono spesso ignorate per comodità:

  • Leggere sempre i PKGBUILD prima di installare. È la prima difesa. Un PKGBUILD malevolo è spesso riconoscibile da download di binari da URL non ufficiali, pipe a shell, o dipendenze insolite.
  • Usare helper AUR con revisione esplicita. Tool come paru mostrano il diff del PKGBUILD prima di procedere. Non ignorare questo step.
  • Preferire pacchetti con molti voti e maintainer attivi. Non è una garanzia assoluta, ma riduce il rischio.
  • Usare ambienti isolati per il build. Tool come aurutils con makechrootpkg compilano i pacchetti in un chroot pulito, limitando l’impatto di un PKGBUILD malevolo.
  • Monitorare le dipendenze JavaScript nei PKGBUILD. Pacchetti che scaricano moduli npm o yarn durante il build meritano attenzione extra, soprattutto se le dipendenze non sono verificate tramite hash.
  • Abilitare audit di sistema. auditd con regole appropriate può rilevare comportamenti anomali durante e dopo l’installazione di pacchetti.


Implicazioni più ampie per la sicurezza della supply chain Linux


L’attacco all’AUR si inserisce in un trend preoccupante di compromissioni della supply chain su piattaforme open source. Nell’ultimo anno abbiamo visto attacchi analoghi su npm, PyPI, RubyGems e GitHub Actions. La peculiarità dell’ecosistema Linux è che molti degli utenti AUR sono sviluppatori e sysadmin con accesso privilegiato a infrastrutture aziendali: la compromissione di una workstation di uno sviluppatore può trasformarsi rapidamente in un punto di ingresso laterale verso sistemi di produzione.

La risposta del team Arch — blocco delle registrazioni, revert dei commit malevoli, ban degli account — è stata rapida ma reattiva. Il dibattito nella community si concentra ora su misure preventive: firma obbligatoria dei PKGBUILD, review automatizzata tramite analisi statica, e requisiti più stringenti per l’acquisizione di pacchetti esistenti. Nessuna di queste misure è banale da implementare mantenendo la natura aperta dell’AUR, ma l’attacco ha reso evidente il costo del modello attuale.


Fonti: 4sysops · The Hacker News · The Register


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DNS over HTTPS su Windows Server 2025: configurazione completa e considerazioni enterprise
#tech
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@informatica


DNS over HTTPS su Windows Server 2025: configurazione completa e considerazioni enterprise


Cos’è DNS over HTTPS e perché cambia le regole del gioco


Il DNS tradizionale risolve i nomi di dominio inviando query in chiaro su UDP o TCP sulla porta 53. Chiunque si trovi sul percorso di rete — un ISP, un operatore Wi-Fi aziendale o un attaccante con accesso al segmento — può leggere o manipolare quelle query. DNS over HTTPS (DoH) risolve questo problema incapsulando le query DNS all’interno di connessioni HTTPS cifrate con TLS: lo stesso meccanismo di crittografia utilizzato dalla normale navigazione web.

Con l’aggiornamento cumulativo di giugno 2026 (KB5094125) per Windows Server 2025, Microsoft ha reso disponibile DoH in modalità General Availability per il ruolo DNS Server on-premises. Non è più necessario affidarsi a resolver di terze parti: la cifratura DNS parte ora direttamente dalla propria infrastruttura interna.

DoH vs DNS over TLS: quale scegliere in ambienti enterprise


Esiste un protocollo simile, DNS over TLS (DoT), che cifra anch’esso il traffico DNS ma utilizza la porta dedicata 853. Questa scelta ha una conseguenza pratica rilevante: i sistemi di monitoraggio di rete possono identificare e filtrare il traffico DoT separatamente, mantenendo la visibilità sulle query DNS.

DoH, invece, transita sulla porta 443 e si fonde con il normale traffico HTTPS. Da un lato questo lo rende più difficile da bloccare; dall’altro riduce la visibilità degli strumenti di ispezione DNS aziendali. Prima di scegliere DoH in un ambiente enterprise, occorre valutare se la propria security operations si affida all’ispezione del traffico DNS per rilevare minacce (data exfiltration via DNS, C2 beaconing, ecc.). In quel caso, DoT potrebbe essere preferibile, oppure occorre affiancare soluzioni di monitoring che lavorino a livello applicativo.

Requisiti di sistema


Per abilitare DoH sul ruolo DNS Server di Windows Server 2025 sono necessari:

  • Windows Server 2025 con l’aggiornamento cumulativo KB5094125 (9 giugno 2026) o successivo
  • Un certificato TLS valido con Extended Key Usage “Server Authentication” e un Subject Alternative Name (SAN) che corrisponda al template URI DoH
  • La chiave privata del certificato presente nel certificate store del computer locale, senza strong private key protection abilitata
  • Il certificato emesso da una CA trusted da server e client (Microsoft Enterprise CA, DigiCert, Let’s Encrypt — tutte funzionano)
  • Porta TCP 443 aperta in ingresso sul firewall del server
  • Accesso amministrativo al server

Da notare: al momento non è disponibile alcuna interfaccia grafica nel DNS Manager per gestire DoH. Tutta la configurazione avviene tramite PowerShell.

Configurazione passo per passo

Step 1 — Importare il certificato TLS


Copiare il file .pfx del certificato sul server e importarlo nel certificate store del computer locale:

Import-PfxCertificate `
    -FilePath "C:\Certs\dns-server.pfx" `
    -CertStoreLocation "Cert:\LocalMachine\My" `
    -Password (Read-Host -AsSecureString "Password PFX")

Step 2 — Associare il certificato alla porta 443


Generare un GUID univoco e associare il certificato alla porta tramite netsh:

$guid = New-Guid
$cert = Get-ChildItem -Path Cert:\LocalMachine\My |
        Where-Object { $_.Subject -match "dns.dominio.local" }

netsh http add sslcert ipport=0.0.0.0:443 `
    certhash=$($cert.Thumbprint) `
    appid="{$guid}"

Per vincolare il binding a un indirizzo IP specifico anziché a tutti gli indirizzi, sostituire 0.0.0.0 con l’indirizzo desiderato.

Step 3 — Aprire la porta 443 nel firewall di Windows

New-NetFirewallRule `
    -DisplayName "DNS over HTTPS" `
    -Direction Inbound `
    -Protocol TCP `
    -LocalPort 443 `
    -Action Allow

Step 4 — Abilitare DoH e configurare il template URI


Sostituire dns.dominio.local con il hostname presente nel SAN del certificato:

Set-DnsServerEncryptionProtocol `
    -EnableDoh $true `
    -UriTemplate "https://dns.dominio.local:443/dns-query"

Restart-Service -Name DNS

Step 5 — Verificare la configurazione

Get-DnsServerEncryptionProtocol

Aprire il Visualizzatore eventi sotto Applications and Services Logs > DNS Server e verificare la presenza dell’evento ID 822, che conferma l’avvio del servizio DoH.

Configurare i client Windows per usare DoH


Windows supporta DoH lato client da Windows 11 (e da Windows Server 2022 nel ruolo di client DNS). Esistono due metodi principali per puntare i client al resolver DoH interno:

Interfaccia grafica (Windows 11)


Navigare in Impostazioni > Rete e Internet > Ethernet (o Wi-Fi) > Assegnazione server DNS, inserire l’indirizzo IP del server DNS e impostare la cifratura DNS su Solo cifrato (DNS over HTTPS).

Group Policy (Windows Server 2022 e successivi)


Applicare il criterio in Configurazione computer > Criteri > Modelli amministrativi > Rete > Client DNS > Configura risoluzione dei nomi DNS over HTTPS (DoH). Il criterio offre tre opzioni:

  • Consenti DoH — usa DoH se il resolver lo supporta
  • Proibisci DoH — impedisce l’uso di DoH
  • Richiedi DoH — richiede sempre DoH

Attenzione: Microsoft sconsiglia di impostare “Richiedi DoH” su computer appartenenti a un dominio Active Directory se i server DNS non supportano ancora DoH come resolver. AD dipende pesantemente dal DNS, e forzare DoH su una rete senza resolver compatibile interrompe la risoluzione dei nomi e, di conseguenza, l’autenticazione e i GPO. Ora che Windows Server 2025 supporta il lato server, l’opzione “Richiedi DoH” diventa praticabile in ambienti completamente migrati.

Limitazioni attuali da tenere presenti


Prima di pianificare un deployment in produzione, è importante conoscere i limiti della GA attuale:

  • Nessuna cifratura verso gli upstream resolver. DoH cifra solo il traffico tra i client e il DNS Server Windows. Le query che il DNS Server invia ai forwarder upstream o ai server autorevoli viaggiano ancora in chiaro sulla porta 53. Microsoft ha annunciato il supporto per query upstream cifrate in un aggiornamento futuro, ma senza timeline confermata.
  • Nessuna interfaccia grafica. Il DNS Manager non include ancora le impostazioni DoH. Tutta la gestione richiede PowerShell.
  • Punti ciechi nel monitoraggio. Il traffico DoH su porta 443 è cifrato e indistinguibile dall’HTTPS web. Gli strumenti di monitoring DNS a livello di rete perdono visibilità. Valutare l’impatto sulla security operations prima di abilitare DoH in modo capillare.
  • DoH non sostituisce DNSSEC. DoH cifra il trasporto; DNSSEC verifica l’integrità delle risposte DNS con firme crittografiche. Le due tecnologie sono complementari e indipendenti: DoH senza DNSSEC protegge dalla sorveglianza ma non dalla manipolazione delle risposte da parte del server stesso.


Considerazioni per il deployment


Un approccio pragmatico per l’introduzione di DoH in un ambiente enterprise prevede di partire con la policy “Consenti DoH” — non forzata — su un gruppo pilota di macchine, verificare che i log di audit DNS continuino a funzionare (adattando gli strumenti di monitoraggio se necessario) e solo successivamente estendere il rollout. Per gli ambienti con requisiti di compliance legati all’ispezione del traffico DNS, è consigliabile documentare la strategia di visibilità alternativa prima di procedere con “Richiedi DoH”.

Il supporto nativo sul DNS Server on-premises è un passo significativo: elimina la dipendenza da resolver cloud di terze parti e permette di mantenere la cifratura DNS all’interno del perimetro aziendale, con pieno controllo sul certificato e sul logging.


Fonte: DNS over HTTPS (DoH) for Windows Server 2025 DNS Server is generally available — 4sysops


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Das Bemerkenswerte an dem Entwurf des Medizinregistergesetzes ist ja, dass er von den Möglichkeiten sogar hinter dem eh schon schwierigen Gesundheitsdatennutzungsgesetz zurückbleibt.

"Damit aber lägen den Registerbetreibern faktisch sowohl die identifizierenden Klardaten der Betroffenen als auch die pseudonymisierten Daten vor."

Ja toll.

Warum wollen Menschen Daten 100 Jahre verarbeiten, die nicht mal ansatzweise Technikfolgenabschätzung machen. Warum?

netzpolitik.org/2026/medizinre…

Spionaggio tramite dispositivi mobili: Le aziende possono localizzare qualsiasi dispositivo in qualsiasi momento (?)

La principessa Latifa voleva sfuggire alla vita strettamente controllata presso la casa reale di Dubai. Nel 2018 è fuggita in yacht in mare aperto verso l'India. Pochi giorni dopo, la nave è stata presa d'assalto al largo delle coste indiane e la principessa è stata riportata indietro.

Ad oggi, non è stato ancora chiarito del tutto come gli inseguitori abbiano individuato la nave. Ma molto indica che un telefono cellulare a bordo abbia rivelato la posizione.

@Privacy Pride

citizenlab.ca/spying-via-your-…

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🛡️ Decidere autonomamente sulle tecnologie e sui dati è la chiave per la sicurezza democratica europea. Non è un optional tecnico, ma una necessità. @datawatch nasce proprio con questa finalità: parlare di sovranità digitale nell'UE.
Se questi temi ti interessano segui questo account.
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Ho deciso di creare un account in cui parlare solo di sovranità digitale nell'Unione Europea. Se vi interessa seguitelo.
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Today, the 🇬🇧 announced a social media ban for under-16s.

🚫 Exclusion is NOT empowerment! Shielding children from the digital world is no substitute for preparing them to navigate it.

Lawmakers should focus on regulating the systems that cause harm, making social media platform a safe space for all, regardless of age.

This is why ➡️ edri.org/our-work/why-age-veri…

in reply to EDRi

don’t all the brands want to establish brand loyalty among children? Encouraging the brands to evade the bans will only add to all the other potential harms of ensuring that savvy kids only use “dark web” sites to get online.

mastodon.social/@ShadSterling/…

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Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati – Lettera di fine mandato di Luca Bolognini
istitutoitalianoprivacy.it/202…
@informatica
Avevo 28 anni e mezzo. Ora ne ho 46, e i mezzi anni non si contano più. Oggi, si conclude il mio mandato come primo Presidente dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati. Sono passate 18
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Windy weather in Berlin does not prevent @isabela (@torproject 's executive director), and @fsfe 's @llas plus myself to meet at the FSFE's balcony to discuss about #softwarefreedom and #privacy .

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Im Gesundheitsausschuss des Bundestages musste die Regierung massive Kritik für ihren Entwurf des Medizinregistergesetzes einstecken. Er beschränke den Datenschutz, beschneide das Widerspruchsrecht und gefährde die Grundrechte der Patient:innen. Zuspruch gab es für einen Änderungsantrag der Grünen.

netzpolitik.org/2026/medizinre…

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Noyb fa causa a CRIF: controversia sui punteggi di credito

L'organizzazione per la protezione dei dati noyb, guidata da Max Schrems, ha presentato un'istanza di ingiunzione contro l'agenzia di informazioni creditizie CRIF. L'accusa: l'azienda memorizza i dati di milioni di persone e li utilizza per calcolare i punteggi di credito, sebbene gran parte di queste informazioni siano state originariamente raccolte per altri scopi. CRIF respinge le accuse.

help.orf.at/stories/3235956/

@privacypride@feddit.it

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⚠️ The FSFE has submitted its position to the @EUCommission's Android interoperability consultation under the #DMA

The FSFE is calling for the following, among other things:

🔹 the right to fully uninstall AI-based features from Android devices,

🔸 and access to interoperability functions for developers free from #Google verification requirements

fsfe.org/news/2026/news-202606…

#SoftwareFreedom #FreeSoftware

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)
in reply to Free Software Foundation Europe

This is the kind of open‑source advocacy that actually matters.

Not “AI will save us”.
Not “Android is open enough”.
Not “developers just need to trust Google”.

But
- the right to fully remove AI features,
- the right to interoperate without corporate gatekeeping,
- and the right to build software without begging for permission.

This is what “open” looks like when it’s not wearing a marketing costume.

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#DSGVO: Schon über 3.000 haben sich risikofrei bei unserer #CRIF-#Sammelklage wegen unrechtmäßiger #Bonitätsdaten angemeldet. Umso mehr wir sind - umso stärker sind wir. Bist du schon dabei? 🤔

⏩ ANMELDUNG unter crif.noyb.eu

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Die Anti-Überwachungs-Demo von @Sicherheit_ohne_Ueberwachung am Samstag in Berlin hat mir sehr gut getan. Sie war groß, laut und schön bunt. Zu sehen, dass so viele Menschen gegen die ausufernden Polizei-Befugnisse auf die Straße gehen, gibt mir Hoffnung für diesen Abwehrkampf. Hier haben Kollege Denis und ich aufgeschrieben, was wir vor Ort gesehen haben: netzpolitik.org/2026/proteste-…
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Deutsche Polizeien sollen uns mit KI überwachen. Lange blieb der Aufschrei aus, jetzt gab und gibt es in gleich vier Städten Demonstrationen dagegen. netzpolitik.org/2026/proteste-…
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📊 "#CRIF sammelt Daten über Personen und stellt Unternehmen Informationen zur Einschätzung von Zahlungsausfällen zur Verfügung. #noyb hält Teile dieser Praxis für rechtswidrig. Das soll nun gerichtlich geklärt werden." 🧑‍⚖️

🗞️ Weiterlesen: help.orf.at/stories/3235956/
⚖️ Zur Sammelklage: crif.noyb.eu

#noyb
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'Für den Landrat vom Landkreis hat Martina Müller dann einen Ordner vorbereitet. “Ich bin super aufgeregt zu unserem Landrat gegangen. Der wollte den Ordner überhaupt nicht sehen.” Er habe nur gefragt, ob es funktioniere, ob die Schulen zufrieden seien und ob es günstiger sei als das, was wir bisher machen. “Und als ich bei allen drei Punkten genickt habe, hatte ich sein Okay.”' netzpolitik.org/2026/vorreiter… /via @netzpolitik_feed #pos #eos #san #linux
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✨ Shadow fleet digitale: Russia e Iran usano 36 siti contraffatti per sfuggire alle sanzioni marittime
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/shadow…

@informatica


Shadow fleet digitale: Russia e Iran usano 36 siti contraffatti per sfuggire alle sanzioni marittime


Un rapporto pubblicato oggi da Recorded Future’s Insikt Group smantella pezzo per pezzo una vasta rete di siti web contraffatti utilizzati dalle flotte ombra iraniane e russe per aggirare le sanzioni internazionali. Oltre 36 siti impersonano registri navali, amministrazioni marittime nazionali e società di classificazione inesistenti, formando un ecosistema digitale al servizio dell’evasione sanzionatoria.

Il contesto: flotte ombra e sanzioni internazionali


Da quando le sanzioni occidentali hanno colpito le esportazioni energetiche di Russia e Iran, entrambi i Paesi hanno sviluppato reti di navi “ombra” — imbarcazioni che operano cambiando frequentemente bandiera, proprietario apparente e documentazione per continuare a trasportare petrolio sul mercato globale. Il problema centrale è la verifica: port state control, compagnie assicurative e broker richiedono documenti ufficiali — certificati di classe, certificati per i marittimi, lettere P&I — e questi documenti ora vengono prodotti digitalmente da entità fittizie che mimano quelle reali.

Tre cluster, un ecosistema interconnesso


Insikt Group ha identificato tre cluster di infrastruttura online, designati Alpha, Bravo e Charlie, accomunati da sovrapposizioni tecniche, pattern di registrazione domini e ricorrenti errori OPSEC. L’analisi mostra connessioni esplicite a 17 navi, la maggioranza delle quali già sanzionate dall’OFAC (Office of Foreign Assets Control) del Dipartimento del Tesoro statunitense.

Cluster Alpha è quello più sofisticato dal punto di vista tecnico: include un generatore automatizzato di PDF che produce certificati fraudolenti per marittimi con QR code funzionali, apparentemente riconducibile all’azienda indiana di sviluppo web Oceaniek Technologies. I certificati vengono emessi “per conto” delle amministrazioni marittime di Benin, Comore e Nicaragua — paesi con scarsa capacità di supervisione e spesso sfruttati come bandiere di comodo.

Cluster Bravo è collegato a due cittadini siriani, uno dei quali ha precedenti di coinvolgimento in attività illecite, e comprende organizzazioni fittizie come la Med Lloyd Classification Society, Hellas Naval Bureau of Shipping e vari siti di formazione per marittimi. Cluster Charlie condivide caratteristiche tecniche e di design con Bravo ma rimane non attribuito, e utilizza uno schema di “validazione a strati” in cui le amministrazioni marittime false avallano altre entità false per costruire credibilità reciproca.

Tecniche di falsificazione: il generatore di certificati


Il meccanismo più significativo identificato nel Cluster Alpha è un’applicazione web che consente la generazione self-service di documenti marittimi fraudolenti. Il sistema accetta i dati del marittimo in input, genera un certificato PDF formalmente identico a quello ufficiale, associa al documento un QR code che punta a una pagina di verifica controllata dagli stessi attori — restituendo risultati “positivi” durante le ispezioni portuali — e mantiene un database queryabile di certificati fittizi per simulare consultazioni da parte delle autorità. Questa capacità trasforma il sistema di verifica documentale in uno strumento di validazione per i documenti fraudolenti stessi.

Pattern tecnici e indicatori di infrastruttura

# Domini identificati nei tre cluster
## Cluster Alpha
beninmaritime[.]org / beninmaritime[.]co / beninmaritime[.]net
epnicaragua[.]org
atlasregister[.]net
## Cluster Bravo
medlloyd[.]online
hellasnaval[.]net
nauticacentro[.]mx
isithin[.]com
## Cluster Charlie
pioneersmaritime[.]com
alliance-scs[.]org
sasmaa[.]club
zambmaritime[.]org
# IP di hosting condivisi
159[.]198[.]36[.]123
217[.]76[.]51[.]133
151[.]80[.]4[.]227

Collegamento a report precedenti e navi sanzionate


Il rapporto integra indagini precedenti: Bellingcat aveva documentato nel febbraio 2026 l’attività di Oceaniek Technologies, e Lloyd’s List aveva scoperto un cluster di registri navali falsi centrati attorno al dominio marinegov[.]net. Le 17 navi per cui Insikt Group ha trovato connessioni esplicite includono petroliere già sanzionate da OFAC, Unione Europea e altri Paesi. Questo elemento rafforza la tesi che le reti di siti fraudolenti non siano operative isolate ma componenti di un’infrastruttura di servizio — un sanctions-evasion-as-a-service — che vende documentazione falsa a più reti operative simultaneamente.

Due righe per compliance e difensori


Per le organizzazioni del settore marittimo, portuale e finanziario coinvolte in operazioni di due diligence, il rapporto segnala un cambio di paradigma: la verifica documentale tradizionale non è più sufficiente. Le raccomandazioni operative includono la verifica indipendente contattando direttamente le autorità nazionali (non tramite link nei documenti), l’integrazione di feed CTI nelle piattaforme di compliance per rilevare domini fraudolenti, l’analisi WHOIS dei domini presenti nei certificati e la segnalazione coordinata alle autorità dei Paesi la cui identità viene impersonata.

Fonte primaria: Insikt Group / Recorded Future, 11 giugno 2026.


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Ähnlich wie in Propagandafilmen wird heute daran geforscht, wie sich Werbebotschaften gut in KI-Suchen integrieren lassen. Mit Blick auf Google stellt sich die Frage, ob es da nicht einen harten Schnitt braucht, schreibt @bkastl in ihrer Kolumne.

netzpolitik.org/2026/degitalis…

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⚖️🇦🇹 #CRIF hat von fast allen in Österreich Name, Geburtsdatum und Adresse gesammelt, um „Bonitätsscores“ zu berechnen. Dabei gibt es in 90% der Fälle keine Finanzdaten. Wir starten deshalb u. a. eine #Sammelklage auf Schadenersatz.

👉 Mach mit: crif.noyb.eu

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