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CISA Adds Oracle PeopleSoft Zero-Day CVE-2026-35273 to KEV Catalog After Ransomware Gang Exploitation
#CyberSecurity
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FortiBleed: Over 73,000 Fortinet Firewalls Compromised Across 194 Countries in Massive Credential Attack
#CyberSecurity
securebulletin.com/fortibleed-…
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Very happy to be at #devconfcz with @floriansnow!
From the @fsfe we have an amazing booth with beloved stickers!
Step by and say hi 🤩

Next, at 10:15 in E105 I will be talking about "Hands on: How to engage Gen Z and Alpha to Free Software”. Hope to see many of you there!
More infos are here:
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DirectAccess è deprecato: come migrare ad Always On VPN su Windows Server
#tech
spcnet.it/directaccess-e-depre…
@informatica


DirectAccess è deprecato: come migrare ad Always On VPN su Windows Server


Microsoft ha ufficialmente deprecato DirectAccess e ne prevede la rimozione in una futura versione di Windows Server. Il successore designato è Always On VPN, introdotto con Windows Server 2016 e Windows 10. In questo articolo analizziamo cosa significa concretamente la deprecazione, perché Microsoft sta operando questa transizione, le differenze tecniche tra le due soluzioni e come pianificare la migrazione.

Cos’è DirectAccess e cosa cambia con la deprecazione


DirectAccess è la tecnologia di accesso remoto di Microsoft che consente ai client Windows uniti al dominio di connettersi automaticamente alle risorse aziendali interne senza una VPN tradizionale avviata dall’utente. Crea tunnel IPsec sempre attivi (usando IPv6 e tecnologie di transizione su IPv4) tra il client e il server DirectAccess, rendendo il dispositivo effettivamente “dentro” la rete aziendale ogni volta che ha connettività internet.

Quando Microsoft contrassegna una funzionalità come deprecata, questa rimane funzionale e supportata per il resto del ciclo di vita della versione del prodotto. DirectAccess non smette di funzionare da un giorno all’altro: se si esegue Windows Server 2025 o qualsiasi versione supportata precedente che include DirectAccess, è possibile continuare a utilizzarlo fino al termine del supporto per quella versione. Tuttavia, Microsoft ha confermato che DirectAccess sarà rimosso completamente da una futura release di Windows Server — nessuna data specifica è stata annunciata a giugno 2026.

Perché DirectAccess viene sostituito


DirectAccess è stato progettato per ambienti on-premises tradizionali in cui tutti i dispositivi gestiti sono uniti al dominio. Si basa su Group Policy per la configurazione e sulle tecnologie di transizione IPv6 per trasportare il traffico su reti IPv4. Questi protocolli di transizione — Teredo, 6to4 e IP-HTTPS — creano livelli aggiuntivi di incapsulamento e cifratura che aggiungono complessità, possono ridurre le prestazioni e sono difficili da diagnosticare.

Ogni client DirectAccess deve eseguire l’edizione Windows Enterprise, e sia il server che il client devono essere uniti al dominio. Questo esclude scenari BYOD e dispositivi Entra ID-joined non appartenenti a un dominio Active Directory on-premises. Microsoft ha inoltre smesso di aggiungere nuove funzionalità a DirectAccess dopo Windows Server 2012 R2: nessuna novità da oltre un decennio.

Panoramica di Always On VPN


Always On VPN utilizza il client VPN integrato di Windows e non richiede una funzionalità Windows dedicata lato client. È disponibile su tutte le edizioni di Windows 10 e Windows 11, inclusi i dispositivi non uniti al dominio. Supporta dispositivi domain-joined, Entra ID-joined, hybrid-joined e workgroup, abilitando scenari BYOD.

Sul lato server è possibile utilizzare Windows RRAS (Routing and Remote Access Service) oppure un gateway VPN di terze parti supportato. Always On VPN supporta due protocolli VPN principali:

  • IKEv2 (Internet Key Exchange version 2): protocollo primario, usa le porte UDP 500 e 4500, offre sicurezza elevata e buone prestazioni su connessioni instabili.
  • SSTP (Secure Socket Tunneling Protocol): usa la porta TCP 443, utile come fallback in ambienti dove i firewall bloccano il traffico UDP.

Nessuno dei due protocolli richiede meccanismi di transizione IPv6, eliminando la dipendenza da NAT64/DNS64 che caratterizzava DirectAccess.

Tunnel utente e tunnel dispositivo


Always On VPN offre due tipi di connessione che possono essere attivi contemporaneamente sullo stesso dispositivo:

  • User Tunnel: si connette dopo l’accesso dell’utente. Supporta IKEv2 e SSTP ed è disponibile in tutte le edizioni di Windows 10 e Windows 11.
  • Device Tunnel: si connette prima che l’utente acceda, rendendo raggiungibili i domain controller e i servizi di infrastruttura durante l’avvio del sistema. Supporta solo IKEv2 (nessun fallback SSTP). Richiede Windows 10 Enterprise 1709 o successivo e il dispositivo deve essere unito al dominio. La configurazione avviene tramite PowerShell o PsExec sull’account LOCAL SYSTEM.


Autenticazione, sicurezza e integrazione Zero Trust


Always On VPN supporta l’integrazione con Microsoft Entra ID per MFA (autenticazione a più fattori) e Conditional Access — il motore di policy che concede o blocca l’accesso in base a condizioni come lo stato di conformità del dispositivo o il rischio di accesso. Questo si allinea al modello Zero Trust, che richiede la verifica di ogni connessione indipendentemente dalla posizione di rete.

L’autenticazione del client utilizza tipicamente PEAP-TLS (Protected Extensible Authentication Protocol con Transport Layer Security), che racchiude l’autenticazione basata su certificati utente all’interno di un canale cifrato. In alternativa è supportato Windows Hello for Business per l’autenticazione basata su certificati, che fornisce single sign-on al dispositivo e alla VPN senza un prompt password secondario.

Opzioni di gestione


Always On VPN può essere distribuito e gestito tramite Intune, Configuration Manager, PowerShell o qualsiasi strumento MDM che supporti il formato di configurazione standard ProfileXML. Non si è più limitati a Group Policy, l’unico metodo di gestione disponibile per DirectAccess.

Processo di migrazione: approccio a fasi


Microsoft raccomanda una migrazione a fasi. La guida ufficiale suddivide il processo in quattro stadi:

  1. Pianificazione: Definire i “migration ring” (gruppi di utenti o dispositivi migrati in batch), confrontare le funzionalità di DirectAccess e Always On VPN, progettare la nuova infrastruttura.
  2. Deploy dell’infrastruttura: Avviare il server Always On VPN affiancato all’ambiente DirectAccess esistente. Entrambi possono funzionare simultaneamente, consentendo la migrazione degli utenti senza downtime.
  3. Deploy certificati e configurazione client: Emettere i certificati dalla PKI e distribuire il profilo VPN (uno script VPN_Profile.ps1 o un profilo Intune) ai dispositivi client.
  4. Decommissioning: Una volta migrati tutti i client, rimuovere la configurazione DirectAccess dai client, rimuovere il ruolo DirectAccess dal server e dismettere il server da Active Directory.


Confronto diretto: DirectAccess vs Always On VPN

Caratteristica          | DirectAccess              | Always On VPN
------------------------|---------------------------|---------------------------
Edizioni Windows client | Solo Enterprise           | Tutte le edizioni
Requisito dominio       | Obbligatorio              | Opzionale (supporta Entra ID)
BYOD                    | Non supportato            | Supportato
Protocollo              | IPsec/IPv6 + transizione  | IKEv2, SSTP
Gestione                | Solo Group Policy         | Intune, GPO, PowerShell, MDM
MFA/Conditional Access  | Limitato                  | Integrazione Entra ID nativa
Supporto Zero Trust     | No                        | Sì


Conclusioni


DirectAccess continuerà a funzionare sulle versioni supportate di Windows Server, ma la sua deprecazione segnala il cambiamento di rotta di Microsoft verso soluzioni di accesso remoto più flessibili e cloud-ready. Always On VPN risolve molte delle limitazioni di DirectAccess supportando la gestione moderna dei dispositivi, metodi di autenticazione diversificati e una gamma più ampia di scenari di distribuzione, inclusi BYOD e dispositivi Entra ID-joined.

Le organizzazioni che attualmente utilizzano DirectAccess dovrebbero iniziare a pianificare la strategia di migrazione per evitare di essere impattate dalla sua eventuale rimozione da Windows Server. Una transizione a fasi consente la coesistenza delle due tecnologie, minimizzando le interruzioni durante la modernizzazione dell’infrastruttura di connettività remota.

Fonte originale: DirectAccess deprecated: migrate to Always On VPN – 4sysops


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Linux tmpfs: filesystem in memoria per build più veloci e storage temporaneo ad alte prestazioni
#tech
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@informatica


Linux tmpfs: filesystem in memoria per build più veloci e storage temporaneo ad alte prestazioni


Alcune funzionalità di Linux sono nascoste in bella vista. tmpfs è una di queste. La si usa ogni giorno senza pensarci: ogni volta che si usa /dev/shm, si ispeziona /run, o si lavora su un sistema che monta /tmp come storage in memoria, si sta interagendo con tmpfs. In questa guida vediamo cos’è, dove Linux lo usa già, come montare istanze personalizzate, renderle persistenti e quando ha davvero senso sfruttarlo.

Cos’è tmpfs?


tmpfs è un tipo di filesystem che archivia tutto nella memoria virtuale — RAM e, se necessario, spazio di swap. Si comporta come un filesystem normale: è possibile creare file, impostare permessi e nidificare directory. La differenza è che tutto scompare nel momento in cui viene smontato o il sistema viene riavviato.

Non è la stessa cosa di un RAM disk. Un RAM disk tradizionale (come ramfs) alloca un blocco fisso di memoria in anticipo, lo mantiene indipendentemente da quanto si usa effettivamente e non ha un limite di dimensione, quindi un processo impazzito può silenziosamente consumare tutta la RAM disponibile.

tmpfs è dinamico: consuma solo la memoria necessaria per i file attualmente archiviati. Impostare un limite di 512 MB e usarne solo 50 MB significa che vengono consumati solo 50 MB di RAM. Il kernel gestisce tmpfs direttamente: nessun dispositivo a blocchi, nessun passaggio di formattazione, nessun fsck.

Dove Linux usa già tmpfs


Prima di configurare qualcosa, vale la pena vedere quanto il sistema si affidi già a tmpfs. Eseguire:

mount | grep tmpfs

Su un moderno sistema Linux si otterrà un output simile a questo:
tmpfs on /run type tmpfs (rw,nosuid,nodev,mode=755)
tmpfs on /dev/shm type tmpfs (rw,nosuid,nodev)
tmpfs on /run/lock type tmpfs (rw,nosuid,nodev,noexec)
tmpfs on /tmp type tmpfs (rw,nosuid,nodev)
tmpfs on /run/user/1000 type tmpfs (rw,nosuid,nodev,relatime,size=1633768k,mode=700)

Ogni punto di mount ha uno scopo specifico:
  • /run: dati runtime per il boot corrente — PID file, socket, lock file.
  • /dev/shm: memoria condivisa POSIX, usata dalle applicazioni per la comunicazione inter-processo ad alta velocità.
  • /run/lock: lock file specifici, montati con noexec per sicurezza.
  • /tmp: file temporanei (non tutte le distro lo montano come tmpfs di default).
  • /run/user/1000: directory runtime per-utente gestita da systemd-logind.

Per vedere dimensioni e utilizzo attuale:

df -h -t tmpfs

La dimensione predefinita per /run e /dev/shm è tipicamente metà della RAM totale — il default del kernel, modificabile.

Montare un filesystem tmpfs manualmente


Creare un mount tmpfs è immediato:

sudo mkdir -p /mnt/ramdisk
sudo mount -t tmpfs -o size=256m tmpfs /mnt/ramdisk

Verifica:
df -h /mnt/ramdisk
# Filesystem  Size  Used Avail Use% Mounted on
# tmpfs       256M     0  256M   0% /mnt/ramdisk

Per smontare (e cancellare tutto il contenuto):
sudo umount /mnt/ramdisk

Opzioni di mount


Il flag -o accetta diverse opzioni utili (combinabili con virgole):

size=      # Dimensione massima: k, m, g o percentuale RAM (es. size=25%)
nr_inodes= # Limite numero di inode (file/directory)
mode=      # Permessi sulla root del filesystem (default 1777)
uid= / gid=# Owner della directory root
noexec     # Impedisce l'esecuzione di binari
nosuid     # Ignora i bit setuid sui binari
nodev      # Non consente device file

Un mount scratch sicuro e generico:
sudo mount -t tmpfs -o size=512m,nosuid,nodev,noexec,mode=1777 tmpfs /mnt/scratch

Rendere i mount tmpfs persistenti con /etc/fstab


I mount manuali scompaiono dopo un riavvio. Per renderli persistenti, aggiungere una riga a /etc/fstab:

tmpfs /mnt/ramdisk tmpfs defaults,size=256m,nosuid,nodev,noexec,mode=1777 0 0

I campi sono: filesystem, mount point, tipo, opzioni, dump, pass. Sia dump che pass devono essere 0 per tmpfs — non c’è nulla da eseguire come backup né da fsck.

Per applicare la nuova voce senza riavviare:

sudo mount /mnt/ramdisk
# oppure per ricaricare tutte le voci fstab:
sudo mount -a

Ridimensionare un mount tmpfs a caldo


È possibile ridimensionare un tmpfs live senza smontarlo — utile quando si sottostima lo spazio necessario per una build:

sudo mount -o remount,size=1g /mnt/ramdisk

Il contenuto viene preservato e il ridimensionamento ha effetto immediato.

Casi d’uso pratici

Accelerare le build software


L’output del compilatore, i file oggetto e gli artefatti intermedi vengono scritti e cancellati costantemente durante una build. Su disco questo genera molto seek time (su HDD) o write amplification inutile (su SSD). Su tmpfs sono solo operazioni RAM.

Per un progetto C/C++ o Rust, è possibile reindirizzare la directory di build su tmpfs:

sudo mount -t tmpfs -o size=4g tmpfs /mnt/build
export CARGO_TARGET_DIR=/mnt/build   # per Rust
# oppure per CMake:
cmake -B /mnt/build -S /path/al/progetto

Ridurre le scritture su SSD e schede SD


Le schede SD e i drive eMMC hanno cicli di scrittura limitati. Montare /tmp come tmpfs riduce significativamente l’usura. Su Raspberry Pi e sistemi embedded questo può prolungare sensibilmente la vita del supporto.

Su systemd, abilitare il mount di /tmp come tmpfs:

systemctl enable --now tmp.mount

Scratch space rapido per script e processing dati


Quando uno script elabora file di grandi dimensioni (log, dump CSV, file di testo), usare tmpfs come directory di lavoro elimina la latenza I/O. I file scompaiono automaticamente al riavvio senza necessità di pulizia manuale.

Monitorare l’utilizzo di tmpfs

# Panoramica con df
df -h -t tmpfs

# Per dettagli su un mount specifico
stat -f /mnt/ramdisk

# Monitoraggio in tempo reale con watch
watch -n 2 "df -h -t tmpfs"

Limitazioni e avvertenze


  • I dati non sono persistenti: tutto ciò che non viene copiato altrove va perso al riavvio o all’unmount.
  • Consuma RAM: un tmpfs pieno mette pressione sulla memoria di sistema e può innescare l’uso dello swap.
  • Il limite di dimensione non riserva memoria: è un tetto massimo, non un’allocazione anticipata. Impostare size=8g su un sistema con 4 GB di RAM non fallisce immediatamente — fallisce quando si tenta di usare più memoria di quella disponibile.
  • Non sostituisce uno storage affidabile: per qualsiasi dato che deve sopravvivere a un riavvio, tmpfs non è lo strumento giusto.


Conclusioni


tmpfs è uno degli strumenti più sottovalutati nell’arsenale del sistemista Linux. Richiede due minuti di configurazione e i benefici sono immediati: build più veloci, meno scritture su disco, scratch space che si pulisce da solo al riavvio. Il punto chiave da ricordare è la natura volatile: tutto ciò che viene salvato in tmpfs deve essere copiato su storage permanente prima dello spegnimento, se ha valore.

Per ambienti di build, sistemi embedded, pipeline di processing dati o semplicemente per ridurre l’usura su SSD, tmpfs è la risposta giusta.

Fonte originale: Linux tmpfs for Speed and Temporary Storage – LinuxBlog.io


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✨ Supply chain attack su Uncanny Automator Pro: build backdoorata v7.3.0.5 distribuita a migliaia di siti WordPress
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/supply…

@informatica


Supply chain attack su Uncanny Automator Pro: build backdoorata v7.3.0.5 distribuita a migliaia di siti WordPress


Il 12 giugno 2026, un attaccante sconosciuto ha compromesso l’infrastruttura di distribuzione di Uncanny Automator Pro, uno dei plugin WordPress più diffusi con oltre 50.000 installazioni attive. Il risultato: una build malevola — la versione 7.3.0.5 — consegnata automaticamente a una percentuale dei siti che usano il plugin, trasformando il canale di aggiornamento in un vettore di attacco. Un caso da manuale di supply chain attack nel mondo WordPress.

Cos’è Uncanny Automator e perché è un target appetibile


Uncanny Automator, sviluppato dalla società canadese Uncanny Owl, è un plugin WordPress per l’automazione di workflow. Permette di connettere plugin, app e servizi creando “ricette” automatizzate — integrazioni tra WooCommerce, BuddyBoss, LearnDash, Slack e molti altri. La versione Pro conta migliaia di siti attivi e viene distribuita tramite il sito automatorplugin.com, server di aggiornamento e licensing separato dal repository ufficiale di WordPress.org.

Questo modello di distribuzione autonomo — comune tra i plugin premium — è esattamente ciò che ha reso possibile l’attacco: compromettere automatorplugin.com significa controllare cosa viene consegnato agli aggiornamenti automatici di migliaia di siti WordPress.

Come si è svolto l’attacco


Secondo la comunicazione ufficiale firmata dal co-fondatore Ken, l’attaccante ha sfruttato una vulnerabilità in un software di terze parti in esecuzione su automatorplugin.com per ottenere accesso ai sistemi dell’azienda. Una volta dentro, ha eseguito due operazioni ad alto impatto in rapida successione:

  • Tampering del pacchetto di aggiornamento: la build legittima di Uncanny Automator Pro sul server di distribuzione è stata sostituita con una versione backdoorata, etichettata come versione 7.3.0.5.
  • Accesso al database di licensing: l’attaccante ha violato il database dello store e del sistema di licenze, esfiltrando dati cliente.

Il repository del codice sorgente non è stato toccato — un dettaglio importante che limita l’impatto futuro ma non quello immediato, poiché i siti non scaricano il codice dal repository ma dal server di distribuzione.

La finestra di esposizione: 21 ore di distribuzione malevola


La build compromessa è rimasta disponibile per circa 21 ore, dal 12 al 13 giugno 2026, quando Uncanny Owl ha rilevato l’intrusione e rimosso l’accesso dell’attaccante. In questa finestra, la versione 7.3.0.5 è stata distribuita a meno del 6% dei siti attivi che usano il plugin Pro — un numero contenuto, ma potenzialmente ancora nell’ordine delle migliaia di installazioni WordPress compromesse.

La versione gratuita Uncanny Automator Lite, distribuita tramite il repository ufficiale di WordPress.org, non è stata interessata dall’attacco.

Dati esposti e rischi per i clienti


La violazione del database di licensing ha esposto i seguenti dati per i clienti registrati:

  • Nomi e indirizzi email
  • Chiavi di licenza del plugin
  • URL dei siti WordPress associati alle licenze

Dati di pagamento e numeri di carta non sono stati compromessi poiché l’azienda non li memorizza. Le password erano archiviate come hash crittografici — non in chiaro — ma come misura precauzionale Uncanny Owl ha resettato tutte le password degli account.

La combinazione di email + URL del sito + chiave di licenza crea però un vettore di phishing estremamente credibile: un attaccante può inviare email personalizzate fingendo di essere Uncanny Owl, chiedendo di installare “l’ultima versione” del plugin — che potrebbe essere di nuovo una build malevola. È un rischio che persiste anche dopo la remediation dell’infrastruttura.

Risposta dell’azienda e remediation


Uncanny Owl ha risposto rapidamente una volta rilevata l’intrusione:

  • 13 giugno: rimosso l’accesso dell’attaccante, rilasciata la versione pulita 7.3.0.6
  • 14 giugno: completata l’indagine, nessun segno di reinfezione
  • Eliminati account amministratore non autorizzati, entry malevole nel database e task pianificati inseriti dall’attaccante
  • Rotazione di tutte le credenziali e chiavi esposte

L’azienda ha pubblicato un Security Incident Notice completo sul proprio sito con tutti i dettagli e gli step di remediation raccomandati.

Il rischio residuo: la 7.3.0.5 è ancora in circolazione


Un aspetto critico sottolineato da Uncanny Owl riguarda la persistenza del rischio: installare una build 7.3.0.5 da qualsiasi fonte infetterà ancora il sito. Non è sufficiente che il server di distribuzione sia ora pulito. Copie della build malevola potrebbero circolare su repository non ufficiali, forum di pirateria software o essere utilizzate in attacchi successivi.

Inoltre, un aggiornamento in-place verso la 7.3.0.6 non è sufficiente per i siti già infetti: il backdoor installato dalla 7.3.0.5 può persistere indipendentemente dall’aggiornamento del plugin. È necessaria una remediation completa.

Cosa devono fare gli amministratori WordPress


  • Verificare immediatamente la versione installata del plugin: deve essere 7.3.0.6 o superiore, mai 7.3.0.5
  • Se il sito ha eseguito la 7.3.0.5, trattarlo come compromesso e seguire la procedura di remediation completa indicata da Uncanny Owl
  • Resettare la password dell’account su automatorplugin.com tramite i canali ufficiali
  • Monitorare eventuali email sospette da mittenti che si spacciano per Uncanny Owl o Uncanny Automator
  • Non installare la versione 7.3.0.5 da nessuna fonte, anche se presentata come “originale”
  • Verificare l’assenza di account amministratore WordPress non autorizzati, task pianificati anomali e modifiche al database


# Indicatori di compromissione da verificare su siti WordPress con plugin v7.3.0.5

# 1. Account amministratore WordPress non autorizzati
SELECT user_login, user_email FROM wp_users 
JOIN wp_usermeta ON wp_users.ID = wp_usermeta.user_id
WHERE meta_key = 'wp_capabilities' AND meta_value LIKE '%administrator%'
ORDER BY user_registered DESC;

# 2. Task schedulati WordPress anomali (wp-cron)
SELECT * FROM wp_options WHERE option_name = 'cron' -- cercare entry con hook sconosciuti

# 3. Modifiche recenti a file core o plugin (ultimi 21 giorni)
find /path/to/wordpress -newer /path/to/wordpress/wp-config.php -name "*.php" 
  -not -path "*/cache/*" -not -path "*/uploads/*"

# Versione sicura: >= 7.3.0.6
# Versione compromessa: 7.3.0.5 (da qualsiasi fonte)
# Versione Lite (WordPress.org): non interessata dall'attacco

L’incidente di Uncanny Automator si inserisce in un pattern preoccupante di supply chain attack contro plugin WordPress premium, dove la distribuzione autonoma fuori dal repository ufficiale diventa il tallone d’Achille. La dipendenza da infrastrutture di distribuzione di terze parti, spesso meno protette del repository centrale, continuerà a essere un vettore di attacco privilegiato per chi vuole colpire a scala migliaia di siti simultaneamente.

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Für @netzpolitik_feed haben @ckoever und @markusreuter eine FAQ zu #Glassholes geschrieben. Ich finde, die wichtigste Frage fehlt: Darf man denen die smarte Brille aus dem Gesicht boxen nehmen und konfiszieren?

netzpolitik.org/2026/ueberwach…

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✨ Come un semplice account FIFA avrebbe potuto compromettere i Mondiali 2026
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/come-u…

@informatica


Come un semplice account FIFA avrebbe potuto compromettere i Mondiali 2026


Quando si parla di grandi eventi sportivi globali, l’immaginario collettivo corre subito agli stadi, alle telecamere, alle regie televisive e alle centinaia di milioni di spettatori collegati da ogni parte del mondo. Molto meno visibile è invece l’enorme infrastruttura digitale che permette a tutto questo di funzionare.

Eppure, secondo quanto raccontato dalla ricercatrice nota come BobDaHacker, sarebbe bastata una semplice registrazione come agente FIFA per ottenere accesso a sistemi interni capaci di influenzare direttamente la distribuzione delle immagini dei Mondiali di calcio 2026.

La storia inizia in modo apparentemente banale. La ricercatrice decide di iscriversi alla piattaforma pubblica utilizzata dalla FIFA per la registrazione degli agenti calcistici. Dopo aver completato il processo di verifica dell’identità, il suo account viene automaticamente inserito nel tenant Microsoft Entra utilizzato dall’organizzazione. Nulla di strano, almeno in apparenza.

Il problema emerge quando, esplorando altri portali appartenenti all’ecosistema FIFA, la ricercatrice scopre che l’autenticazione funziona correttamente ma l’autorizzazione no.

Si tratta di una delle vulnerabilità più comuni e allo stesso tempo più pericolose nel mondo delle applicazioni enterprise: il sistema verifica chi sei, ma non controlla adeguatamente cosa sei autorizzato a fare.

Nel caso specifico, alcune verifiche di autorizzazione sembravano essere implementate principalmente lato client. Una volta aggirati questi controlli, l’account appena creato riusciva ad accedere a piattaforme che avrebbero dovuto essere riservate esclusivamente al personale autorizzato.

La scoperta più preoccupante riguarda il pannello di gestione dello streaming dei Mondiali.

Secondo la documentazione pubblicata dalla ricercatrice, il sistema mostrava l’elenco completo delle partite del torneo, gli stream video associati, i relativi endpoint RTMP e diversi controlli operativi utilizzati per la gestione delle trasmissioni. Ancora più grave, sarebbero stati presenti comandi per l’avvio, l’arresto e la pianificazione dei flussi video.

BobDaHacker afferma di non aver mai eseguito operazioni distruttive e di essersi limitata a verificare l’accessibilità delle risorse. Tuttavia il semplice fatto che tali funzioni fossero raggiungibili da un account privo di privilegi rappresenta un classico scenario di “Broken Access Control”, categoria che da anni occupa le prime posizioni della classifica OWASP Top 10.

L’aspetto più interessante, dal punto di vista di chi si occupa di sicurezza applicativa, è che non siamo davanti a un sofisticato attacco zero-day, né a tecniche avanzate di exploitation.

Non ci sono buffer overflow, catene di exploit o vulnerabilità particolarmente esotiche.

L’intera vicenda sembra essere riconducibile a un errore architetturale estremamente semplice: un account legittimo appartenente al tenant aziendale veniva considerato implicitamente attendibile da sistemi che avrebbero invece dovuto effettuare controlli granulari sui ruoli e sulle autorizzazioni.

È un problema che molte organizzazioni incontrano quando adottano ecosistemi cloud complessi basati su Single Sign-On. L’autenticazione centralizzata riduce la complessità operativa, ma può trasformarsi in un rischio significativo quando le applicazioni downstream assumono che chiunque possieda un’identità valida debba poter accedere alle funzionalità disponibili. In altre parole, l’esistenza di un account non dovrebbe mai equivalere automaticamente all’esistenza di privilegi.

Secondo la ricostruzione pubblicata, la FIFA avrebbe corretto rapidamente il problema dopo la segnalazione, anche se senza instaurare un dialogo diretto con la ricercatrice.

Al di là dell’aneddoto del possibile “Rickroll” trasmesso durante una partita dei Mondiali, questa storia rappresenta un promemoria importante per tutte le organizzazioni che gestiscono infrastrutture critiche, piattaforme cloud e sistemi federati di identità.

Molto spesso la sicurezza non viene compromessa da vulnerabilità particolarmente sofisticate. Basta una singola autorizzazione mancante, un controllo implementato nel posto sbagliato o una fiducia eccessiva nell’identità dell’utente.

E quando il sistema in questione controlla la distribuzione televisiva dell’evento sportivo più seguito del pianeta, anche il più banale errore di autorizzazione può trasformarsi in un incidente di portata globale.


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Mit W Social ist ein soziales Netzwerk gestartet, bei dem man sich nur nach Passkontrolle anmelden kann. Das ist keine gute Idee. Überhaupt spricht einiges dagegen, sich bei dem schwedischen Startup einen Account zuzulegen. Ein Kommentar.

netzpolitik.org/2026/soziale-n…

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Perseverance Pays Off for Vermont Privacy Efforts
fpf.org/blog/perseverance-pays…
@privacy
Vermont has become the 23rd U.S. state to enact a comprehensive consumer privacy law after Governor Scott signed S.71, the Vermont Data Privacy and Online Surveillance Act (VDPOSA), on June 16. This new law is amongst the broadest in the country, closely resembling the 2025 version of the Connecticut Data Privacy Act (CTDPA). For example, […]

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Metas Smart Glasses kommen im Mainstream an. Sie sehen aus wie herkömmliche Brillen und sind eine völlig neue Bedrohung für die Privatsphäre. Was man über die übergriffigen Geräte wissen sollte. #FAQ

netzpolitik.org/2026/ueberwach…

#faq
in reply to netzpolitik.org

Spannender Spielfilm zum Thema
bildung.social/@mpblkclp/11676…


Ich lege jedem - besonders in der Schule - den grandiosen Film "Operation Naked" (passt leidlich in 45 Minuten) von @sixtus.net ans Herz: youtu.be/LuqM-oQd4vQ?si=qvR7Ig… - es passiert gerade genau das mit Meta Glasses, was im Film vorausdystopiert wurde. Die Geräte wandern mehr und mehr "in den Körper" und werden auch durch die momentanen Rückzugsgefechte "Hausordnung", "Verbot" usw. nicht einzuhegen sein, ohne dass wir Verhältnisse wie in Hochsicherheitsumgebungen schaffen.

#FediLZ


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Critical Fortinet FortiSandbox Vulnerabilities Actively Exploited in the Wild
#CyberSecurity
securebulletin.com/critical-fo…
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It's because of YOU that we can keep doing our work towards software freedom. Thank you to every donor who believed in us, not only in 2026 but during the last 25 years. Your support keep us working !

fsfe.org/donate/thankgnus-2026…

#FreeSoftware #ThankYou #SoftwareFreedom

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Chinese Hackers (UNC6508) Spent Over a Year Spying on US Medical Research Institutions via REDCap
#CyberSecurity
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DragonForce Ransomware Abuses Microsoft Teams TURN Relay to Hide Malicious C2 Traffic
#CyberSecurity
securebulletin.com/dragonforce…
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Novo Nordisk Confirms Cyberattack: Patient Clinical Trial Data and Proprietary AI Models Stolen
#CyberSecurity
securebulletin.com/novo-nordis…
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🎙️ One of our data protection lawyers, Lisa Steinfeld Leiser, recently took part in the #CPDP2026 panel about rights of access to corporate documentations and the trade secrets defence.

The recording is now available on Youtube! 👉 youtu.be/WzEMO06CjDA

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Sehr wichtiger Erfolg der Pressefreiheit gegen die Techoligarchen.


Das Schweizer Magazin „Republik“ gegen den milliardenschweren US-Konzern: #Palantir scheitert vor Gericht mit Gegendarstellungsforderungen netzpolitik.org/2026/schweiz-d…

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In der heutigen #Degitalisierung blicken wir 100 Jahre zurück und wieder nach vorne. Und schauen uns an, was veränderte Komposition von Inhalten für Effekte haben kann.

Montage.

netzpolitik.org/2026/degitalis…

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Darf Frankreich im nationalen Recht festlegen, dass Pornoseiten das Alter ihrer Nutzer*innen prüfen müssen? Zwei Anbieter aus Tschechien klagten dagegen, der Europäische Gerichtshof formulierte Bedingungen.

netzpolitik.org/2026/eugh-urte…

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1/5 Today, the Court of Justice of the European Union ruled on France’s age-verification rules for pornographic websites under the EU #eCommerceDirective.

🏛️ The verdict is more complex than a simple “yes” or “no”.

Let’s dive into it 🧵

curia.europa.eu/site/upload/do…

in reply to EDRi

5/5 ✊ We will continue to champion safer online spaces that protect the privacy, participation and young people’s rights.

#AgeVerification is not a cure-all solution and it should never become a default answer to every digital challenge.

Read more from 31 youth organisations and youth activists have joined forces to speak up against their own exclusion ⤵️

edri.org/our-work/youth-organi…

Em reshared this.

in reply to EDRi

Please also consider that "age verification" isn't only keeping out minors (which has issues itself, like taking social opportunities away from disabled or queer young people whose offline social circles are often hostile and more unsafe than online), but means forced id regardless of age.

a) privacy?

b) who has the "right" kind of id and who not (exclusion of vulnerable groups different from minors)?

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Das Schweizer Magazin „Republik“ gegen den milliardenschweren US-Konzern: #Palantir scheitert vor Gericht mit Gegendarstellungsforderungen netzpolitik.org/2026/schweiz-d…
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CVE-2026-54420: LiteSpeed cPanel Plugin Zero-Day Actively Exploited to Escalate Privileges to Root
#CyberSecurity
securebulletin.com/cve-2026-54…
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CVE-2026-20262: Cisco Catalyst SD-WAN vManage Zero-Day Actively Exploited in Enterprise Attacks
#CyberSecurity
securebulletin.com/cve-2026-20…
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CVE-2026-48558: Critical SimpleHelp Auth Bypass Exposes 14,000 RMM Servers to Unauthenticated Access
#CyberSecurity
securebulletin.com/cve-2026-48…
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Microsoft Lets connectivity.office.com TLS Certificate Expire, Breaking Enterprise Microsoft 365 Diagnostics
#CyberSecurity
securebulletin.com/microsoft-l…
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✨ Operation Highland: Velvet Ant spia una rete air-gapped per 10 anni backdoorando PAM e OpenSSH
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/operat…

@informatica


Operation Highland: Velvet Ant spia una rete air-gapped per 10 anni backdoorando PAM e OpenSSH


Si parla di:
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Per quasi un decennio, un gruppo di spionaggio informatico legato alla Cina ha operato indisturbato all’interno di una rete isolata di infrastrutture critiche, compromettendo il cuore stesso del meccanismo di autenticazione Linux. La scoperta, firmata dai ricercatori di Sygnia, racconta di una pazienza operativa rara e di una sofisticazione tecnica che ridefinisce il concetto di persistenza avanzata.

Velvet Ant: chi è e cosa ha fatto in precedenza


Velvet Ant è un cluster di attività di cyberspionaggio attribuito a un attore nation-state cinese, già documentato da Sygnia nel 2024 in una campagna che aveva preso di mira dispositivi F5 BIG-IP rimasti compromessi per tre anni senza essere rilevati. Nello stesso anno, Cisco aveva segnalato lo sfruttamento di uno zero-day nei propri switch NX-OS da parte dello stesso gruppo. La nuova ricerca, denominata Operation Highland, supera però per portata e durata tutto ciò che era stato osservato in precedenza: dieci anni di accesso continuativo a una rete air-gapped di infrastrutture critiche appartenente a una grande organizzazione.

La catena di attacco: dall’esterno alla rete isolata


L’intrusione ha avuto inizio nel 2016 con la compromissione di server esposti su internet. Su questi sistemi, Velvet Ant ha distribuito una versione modificata di GS-Netcat, uno strumento legittimo per creare tunnel cifrati, trasformato in una reverse shell persistente. Il file veniva mascherato come utility di sistema auditdb e collocato in /usr/sbin/, stabilendo la persistenza tramite un servizio systemd malevolo oppure modificando gli script di avvio SysVinit a seconda del sistema.

Per muoversi lateralmente senza generare traffico diretto verso internet, gli attaccanti hanno installato un proxy SOCKS5 scritto in Perl che mascherava il proprio processo come smbd -D, usando filename, porte e nomi di processo diversi su ogni host per ostacolare il rilevamento.

La parte più sofisticata riguarda però la costruzione del percorso di accesso verso la rete isolata. Velvet Ant ha modificato la configurazione di un server Nginx internet-facing per proxare richieste HTTP specificamente costruite verso un server backend compromesso. Questo backend aveva a sua volta Nginx configurato per inoltrare le richieste a un processo FastCGI (fcgiwrap) in ascolto su una porta separata. Il FastCGI wrapper agiva come bridge di esecuzione, lanciando un binario personalizzato chiamato uptime che stabiliva connessioni SSH verso sistemi nella rete isolata, usando parametri forniti tramite HTTP POST.

“Concatenando queste modifiche, Velvet Ant ha stabilito un percorso di esecuzione remota nell’ambiente segregato tramite semplici richieste HTTP, senza mai richiedere una connessione diretta alla rete di infrastrutture critiche.” — Sygnia


Il colpo di genio: backdoor nell’autenticazione Linux


Una volta ottenuto l’accesso alla rete isolata, Velvet Ant ha spostato il focus verso la persistenza a lungo termine e la raccolta di credenziali, attaccando direttamente il sistema di autenticazione Linux: i Pluggable Authentication Modules (PAM).

I ricercatori di Sygnia hanno identificato nove varianti distinte del modulo malevolo pam_unix.so, ciascuna compilata in un ambiente di build separato — un indicatore di un attore con risorse abbondanti e operativamente disciplinato. Alcune varianti funzionavano come backdoor pura, accettando una password hardcoded che consentiva l’accesso bypassando l’autenticazione normale. Altre raccoglievano e memorizzavano localmente le credenziali di tutti gli utenti in un file nascosto.

In parallelo, gli attaccanti hanno sostituito i componenti di OpenSSH — inclusi ssh, sshd e scp — con versioni trojanizzate capaci di:

  • Catturare e registrare le password utilizzate nelle sessioni SSH
  • Loggare tutti i comandi eseguiti dagli amministratori
  • Nascondere le tracce dell’attività degli attaccanti
  • Disabilitare SELinux quando avviati con privilegi root
  • Permettere agli stessi attaccanti di disattivare il logging delle proprie sessioni tramite un flag speciale

Velvet Ant ha inoltre aggiunto le proprie chiavi pubbliche SSH negli authorized_keys dei server compromessi, garantendosi un accesso persistente senza password indipendente dai moduli PAM manipolati.

Dieci anni invisibili: perché il rilevamento era così difficile


La scelta di compromettere i componenti di autenticazione stessi, piuttosto che distribuire malware convenzionale, ha rappresentato il fattore chiave nella longevità dell’operazione. I tool di sicurezza cercano processi anomali e comunicazioni di rete sospette: un’autenticazione PAM modificata che accetta una password hardcoded sembra semplicemente un login legittimo. I log di sistema mostravano accessi normali. Non c’erano payload da rilevare, non c’erano connessioni C2 evidenti dall’interno della rete isolata.

L’uso di nomi di file, porte e nomi di processo differenti su ogni host rendeva impossibile correlare l’attività attraverso la rete senza una visione completa e coordinata dell’intero ambiente.

Il cleanup: più pericoloso della compromissione


Sygnia descrive la fase di remediation come particolarmente complessa. Velvet Ant aveva sostituito tanti componenti critici con versioni personalizzate che la loro rimozione scorretta avrebbe potuto bloccare l’accesso degli amministratori legittimi, causando interruzioni operative in sistemi di infrastruttura critica.

Il team di risposta ha dovuto costruire un laboratorio di test per validare il processo di sostituzione dei binari, profilare ogni host per identificare le versioni corrette dei componenti, testare le procedure di ripristino e preparare rollback prima di tentare qualsiasi intervento in produzione. Ogni step veniva validato verificando che l’autenticazione SSH continuasse a funzionare correttamente.

Indicatori di compromissione e due righe difensive


Sygnia raccomanda di trattare componenti come PAM, OpenSSH e Windows LSASS come asset di sicurezza critici da proteggere con:

  • File Integrity Monitoring (FIM) sui binari di autenticazione e sui moduli PAM
  • EDR con regole specifiche per modifiche a /lib/security/pam_unix.so, /usr/sbin/sshd, /usr/bin/ssh
  • MFA obbligatoria per l’accesso privilegiato, anche in reti air-gapped
  • Backup immutabili verificati periodicamente con procedure di ripristino testate offline
  • Monitoring delle chiavi SSH nei file authorized_keys su tutti i server


# File e percorsi da monitorare con FIM
/lib/security/pam_unix.so
/lib/x86_64-linux-gnu/security/pam_unix.so
/usr/sbin/sshd
/usr/bin/ssh
/usr/bin/scp
/etc/ssh/sshd_config
/root/.ssh/authorized_keys
/home/*/.ssh/authorized_keys

# Processi sospetti identificati nell'operazione
smbd -D   # proxy SOCKS5 mascherato
uptime    # binario custom per SSH verso rete isolata
auditdb   # GS-Netcat reverse shell

# Pattern di accesso sospetto
# Login PAM con password non corrispondente agli hash in /etc/shadow
# Sessioni SSH con flag speciali non documentati
# Traffico HTTP verso Nginx con parametri POST insoliti verso backend interni

Operation Highland dimostra che la sicurezza delle reti air-gapped non può essere data per scontata. Quando un attore sufficientemente motivato riesce a ottenere l’accesso iniziale, la mancanza di connettività internet non è un ostacolo insuperabile: è semplicemente un problema da risolvere con creatività tecnica. E come questa operazione mostra, quella creatività può restare nascosta per un decennio.

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Attacco supply chain all’AUR di Arch Linux: 1.500 pacchetti compromessi con rootkit eBPF
#tech
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@informatica


Attacco supply chain all’AUR di Arch Linux: 1.500 pacchetti compromessi con rootkit eBPF


Cosa è successo: l’attacco all’AUR in sintesi


Il team di sicurezza di Arch Linux ha disabilitato le nuove registrazioni all’Arch User Repository (AUR) a seguito di una compromissione su larga scala. Tra il 13 e il 15 giugno 2026 gli attaccanti hanno dirottato o creato ex novo oltre 1.500 pacchetti gestiti dalla community per distribuire payload malevoli: information stealer e rootkit basati su eBPF. I repository ufficiali di Arch (core, extra, multilib) non sono stati colpiti grazie ai processi di review più stringenti dei maintainer ufficiali.

L’attacco si è sviluppato in due ondate distinte, entrambe basate su dipendenze JavaScript malevole inserite nei PKGBUILD:

  • Prima ondata: uso di un pacchetto denominato atomic-lockfile per eseguire binari ostili al momento del build
  • Seconda ondata (più sofisticata): introduzione di un binario separato tramite il pacchetto js-digest, con tecniche di evasion più avanzate

Gli script malevoli erano progettati per scaricare e installare silenziosamente il malware sui sistemi degli utenti che avevano compilato i pacchetti compromessi dal sorgente.

Perché l’AUR è strutturalmente vulnerabile agli attacchi supply chain


L’AUR è un repository non ufficiale e non supportato di build script (PKGBUILD) contribuiti dalla community. Chiunque può creare un account e pubblicare un pacchetto; non esiste una review obbligatoria da parte del team Arch prima della pubblicazione. Questo modello “aperto” ha permesso all’ecosistema AUR di crescere fino a oltre 80.000 pacchetti, ma lo rende intrinsecamente più esposto rispetto ai repository ufficiali.

I vettori tipici di compromissione dell’AUR sono:

  • Account hijacking: un attaccante prende controllo di un account maintainer inattivo (o con credenziali deboli) e pubblica commit malevoli su pacchetti legittimi e popolari
  • Pacchetti typosquatting: creazione di nuovi pacchetti con nomi simili a quelli legittimi, sfruttando errori di battitura o la confusione tra nomi simili
  • Dependency confusion: sostituzione di dipendenze interne con versioni malevole omonime pubblicate su registri pubblici

In questo caso l’attacco ha sfruttato principalmente l’account hijacking, con l’aggravante della catena di dipendenze JavaScript — un vettore sempre più usato in attacchi supply chain anche su ecosistemi npm e PyPI.

I payload: information stealer e rootkit eBPF


La scelta dei payload è tecnicament rilevante e vale la pena approfondirla.

Information Stealer


Gli information stealer raccolti in questa campagna erano progettati per estrarre credenziali, cookie di sessione browser, chiavi SSH, wallet di criptovalute e dati di configurazione da macchine Linux. Il targeting di sistemi Arch Linux (tipicamente macchine di sviluppatori, sysadmin e power user) massimizza il valore dei dati sottratti.

Rootkit eBPF


La componente più preoccupante è il rootkit basato su eBPF (Extended Berkeley Packet Filter). eBPF è una tecnologia del kernel Linux che consente l’esecuzione di programmi sandboxati direttamente nel kernel, originariamente pensata per networking e observability (usata da strumenti come Cilium, Falco, bpftrace). Abusata per scopi malevoli, permette di:

  • Intercettare chiamate di sistema senza modificare file sul disco
  • Nascondere processi, file e connessioni di rete agli strumenti di monitoring tradizionali
  • Esfiltrare dati a livello di kernel, bypassando molti EDR
  • Mantenere la persistenza in modo difficile da rilevare, dato che i programmi eBPF non appaiono nei normali listing dei processi

Un rootkit eBPF richiede privilegi elevati per essere caricato, ma una volta in esecuzione è significativamente più difficile da rilevare rispetto a un rootkit tradizionale basato su moduli kernel (LKM). Strumenti come bpftool permettono di enumerare i programmi eBPF caricati, ma un rootkit sofisticato può nascondere anche se stesso da questa enumerazione.

Come verificare se il proprio sistema è compromesso


Se si utilizza Arch Linux con pacchetti AUR installati nel periodo della compromissione, seguire questa procedura:

1. Verificare la presenza dei binari malevoli identificati

# Cercare i file associati alle due ondate dell'attacco
find / -name "atomic-lockfile" -o -name "js-digest" 2>/dev/null

# Cercare processi insoliti
ps aux | grep -E "(\.tmp|/tmp/\.|hidden)"

2. Enumerare i programmi eBPF caricati

# Listare tutti i programmi eBPF attivi
sudo bpftool prog list

# Listare le mappe eBPF
sudo bpftool map list

# Ispezionare un programma specifico (sostituire ID con quello trovato)
sudo bpftool prog dump xlated id <ID>

Programmi eBPF con nomi generici o vuoti, o di tipo kprobe/tracepoint non associati a tool di sistema noti, meritano approfondimento.

3. Controllare i pacchetti AUR installati recentemente

# Pacchetti installati nelle ultime 72 ore
grep -E "^\[ALPM\] installed" /var/log/pacman.log | tail -50

# Verificare l'integrità dei file installati
pacman -Qkk 2>&1 | grep -v "0 altered"

4. Seguire le indicazioni ufficiali del team Arch


Il team di sicurezza Arch ha pubblicato checklist ufficiali per gli utenti colpiti, disponibili sul portale di sicurezza Arch Linux. Le azioni di cleanup includono la rimozione dei pacchetti compromessi, la revoca delle chiavi SSH potenzialmente esfiltrate e il cambio delle credenziali esposte.

Best practice per chi usa l’AUR


Questo attacco è un promemoria di regole che esistono da anni ma vengono spesso ignorate per comodità:

  • Leggere sempre i PKGBUILD prima di installare. È la prima difesa. Un PKGBUILD malevolo è spesso riconoscibile da download di binari da URL non ufficiali, pipe a shell, o dipendenze insolite.
  • Usare helper AUR con revisione esplicita. Tool come paru mostrano il diff del PKGBUILD prima di procedere. Non ignorare questo step.
  • Preferire pacchetti con molti voti e maintainer attivi. Non è una garanzia assoluta, ma riduce il rischio.
  • Usare ambienti isolati per il build. Tool come aurutils con makechrootpkg compilano i pacchetti in un chroot pulito, limitando l’impatto di un PKGBUILD malevolo.
  • Monitorare le dipendenze JavaScript nei PKGBUILD. Pacchetti che scaricano moduli npm o yarn durante il build meritano attenzione extra, soprattutto se le dipendenze non sono verificate tramite hash.
  • Abilitare audit di sistema. auditd con regole appropriate può rilevare comportamenti anomali durante e dopo l’installazione di pacchetti.


Implicazioni più ampie per la sicurezza della supply chain Linux


L’attacco all’AUR si inserisce in un trend preoccupante di compromissioni della supply chain su piattaforme open source. Nell’ultimo anno abbiamo visto attacchi analoghi su npm, PyPI, RubyGems e GitHub Actions. La peculiarità dell’ecosistema Linux è che molti degli utenti AUR sono sviluppatori e sysadmin con accesso privilegiato a infrastrutture aziendali: la compromissione di una workstation di uno sviluppatore può trasformarsi rapidamente in un punto di ingresso laterale verso sistemi di produzione.

La risposta del team Arch — blocco delle registrazioni, revert dei commit malevoli, ban degli account — è stata rapida ma reattiva. Il dibattito nella community si concentra ora su misure preventive: firma obbligatoria dei PKGBUILD, review automatizzata tramite analisi statica, e requisiti più stringenti per l’acquisizione di pacchetti esistenti. Nessuna di queste misure è banale da implementare mantenendo la natura aperta dell’AUR, ma l’attacco ha reso evidente il costo del modello attuale.


Fonti: 4sysops · The Hacker News · The Register


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DNS over HTTPS su Windows Server 2025: configurazione completa e considerazioni enterprise
#tech
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@informatica


DNS over HTTPS su Windows Server 2025: configurazione completa e considerazioni enterprise


Cos’è DNS over HTTPS e perché cambia le regole del gioco


Il DNS tradizionale risolve i nomi di dominio inviando query in chiaro su UDP o TCP sulla porta 53. Chiunque si trovi sul percorso di rete — un ISP, un operatore Wi-Fi aziendale o un attaccante con accesso al segmento — può leggere o manipolare quelle query. DNS over HTTPS (DoH) risolve questo problema incapsulando le query DNS all’interno di connessioni HTTPS cifrate con TLS: lo stesso meccanismo di crittografia utilizzato dalla normale navigazione web.

Con l’aggiornamento cumulativo di giugno 2026 (KB5094125) per Windows Server 2025, Microsoft ha reso disponibile DoH in modalità General Availability per il ruolo DNS Server on-premises. Non è più necessario affidarsi a resolver di terze parti: la cifratura DNS parte ora direttamente dalla propria infrastruttura interna.

DoH vs DNS over TLS: quale scegliere in ambienti enterprise


Esiste un protocollo simile, DNS over TLS (DoT), che cifra anch’esso il traffico DNS ma utilizza la porta dedicata 853. Questa scelta ha una conseguenza pratica rilevante: i sistemi di monitoraggio di rete possono identificare e filtrare il traffico DoT separatamente, mantenendo la visibilità sulle query DNS.

DoH, invece, transita sulla porta 443 e si fonde con il normale traffico HTTPS. Da un lato questo lo rende più difficile da bloccare; dall’altro riduce la visibilità degli strumenti di ispezione DNS aziendali. Prima di scegliere DoH in un ambiente enterprise, occorre valutare se la propria security operations si affida all’ispezione del traffico DNS per rilevare minacce (data exfiltration via DNS, C2 beaconing, ecc.). In quel caso, DoT potrebbe essere preferibile, oppure occorre affiancare soluzioni di monitoring che lavorino a livello applicativo.

Requisiti di sistema


Per abilitare DoH sul ruolo DNS Server di Windows Server 2025 sono necessari:

  • Windows Server 2025 con l’aggiornamento cumulativo KB5094125 (9 giugno 2026) o successivo
  • Un certificato TLS valido con Extended Key Usage “Server Authentication” e un Subject Alternative Name (SAN) che corrisponda al template URI DoH
  • La chiave privata del certificato presente nel certificate store del computer locale, senza strong private key protection abilitata
  • Il certificato emesso da una CA trusted da server e client (Microsoft Enterprise CA, DigiCert, Let’s Encrypt — tutte funzionano)
  • Porta TCP 443 aperta in ingresso sul firewall del server
  • Accesso amministrativo al server

Da notare: al momento non è disponibile alcuna interfaccia grafica nel DNS Manager per gestire DoH. Tutta la configurazione avviene tramite PowerShell.

Configurazione passo per passo

Step 1 — Importare il certificato TLS


Copiare il file .pfx del certificato sul server e importarlo nel certificate store del computer locale:

Import-PfxCertificate `
    -FilePath "C:\Certs\dns-server.pfx" `
    -CertStoreLocation "Cert:\LocalMachine\My" `
    -Password (Read-Host -AsSecureString "Password PFX")

Step 2 — Associare il certificato alla porta 443


Generare un GUID univoco e associare il certificato alla porta tramite netsh:

$guid = New-Guid
$cert = Get-ChildItem -Path Cert:\LocalMachine\My |
        Where-Object { $_.Subject -match "dns.dominio.local" }

netsh http add sslcert ipport=0.0.0.0:443 `
    certhash=$($cert.Thumbprint) `
    appid="{$guid}"

Per vincolare il binding a un indirizzo IP specifico anziché a tutti gli indirizzi, sostituire 0.0.0.0 con l’indirizzo desiderato.

Step 3 — Aprire la porta 443 nel firewall di Windows

New-NetFirewallRule `
    -DisplayName "DNS over HTTPS" `
    -Direction Inbound `
    -Protocol TCP `
    -LocalPort 443 `
    -Action Allow

Step 4 — Abilitare DoH e configurare il template URI


Sostituire dns.dominio.local con il hostname presente nel SAN del certificato:

Set-DnsServerEncryptionProtocol `
    -EnableDoh $true `
    -UriTemplate "https://dns.dominio.local:443/dns-query"

Restart-Service -Name DNS

Step 5 — Verificare la configurazione

Get-DnsServerEncryptionProtocol

Aprire il Visualizzatore eventi sotto Applications and Services Logs > DNS Server e verificare la presenza dell’evento ID 822, che conferma l’avvio del servizio DoH.

Configurare i client Windows per usare DoH


Windows supporta DoH lato client da Windows 11 (e da Windows Server 2022 nel ruolo di client DNS). Esistono due metodi principali per puntare i client al resolver DoH interno:

Interfaccia grafica (Windows 11)


Navigare in Impostazioni > Rete e Internet > Ethernet (o Wi-Fi) > Assegnazione server DNS, inserire l’indirizzo IP del server DNS e impostare la cifratura DNS su Solo cifrato (DNS over HTTPS).

Group Policy (Windows Server 2022 e successivi)


Applicare il criterio in Configurazione computer > Criteri > Modelli amministrativi > Rete > Client DNS > Configura risoluzione dei nomi DNS over HTTPS (DoH). Il criterio offre tre opzioni:

  • Consenti DoH — usa DoH se il resolver lo supporta
  • Proibisci DoH — impedisce l’uso di DoH
  • Richiedi DoH — richiede sempre DoH

Attenzione: Microsoft sconsiglia di impostare “Richiedi DoH” su computer appartenenti a un dominio Active Directory se i server DNS non supportano ancora DoH come resolver. AD dipende pesantemente dal DNS, e forzare DoH su una rete senza resolver compatibile interrompe la risoluzione dei nomi e, di conseguenza, l’autenticazione e i GPO. Ora che Windows Server 2025 supporta il lato server, l’opzione “Richiedi DoH” diventa praticabile in ambienti completamente migrati.

Limitazioni attuali da tenere presenti


Prima di pianificare un deployment in produzione, è importante conoscere i limiti della GA attuale:

  • Nessuna cifratura verso gli upstream resolver. DoH cifra solo il traffico tra i client e il DNS Server Windows. Le query che il DNS Server invia ai forwarder upstream o ai server autorevoli viaggiano ancora in chiaro sulla porta 53. Microsoft ha annunciato il supporto per query upstream cifrate in un aggiornamento futuro, ma senza timeline confermata.
  • Nessuna interfaccia grafica. Il DNS Manager non include ancora le impostazioni DoH. Tutta la gestione richiede PowerShell.
  • Punti ciechi nel monitoraggio. Il traffico DoH su porta 443 è cifrato e indistinguibile dall’HTTPS web. Gli strumenti di monitoring DNS a livello di rete perdono visibilità. Valutare l’impatto sulla security operations prima di abilitare DoH in modo capillare.
  • DoH non sostituisce DNSSEC. DoH cifra il trasporto; DNSSEC verifica l’integrità delle risposte DNS con firme crittografiche. Le due tecnologie sono complementari e indipendenti: DoH senza DNSSEC protegge dalla sorveglianza ma non dalla manipolazione delle risposte da parte del server stesso.


Considerazioni per il deployment


Un approccio pragmatico per l’introduzione di DoH in un ambiente enterprise prevede di partire con la policy “Consenti DoH” — non forzata — su un gruppo pilota di macchine, verificare che i log di audit DNS continuino a funzionare (adattando gli strumenti di monitoraggio se necessario) e solo successivamente estendere il rollout. Per gli ambienti con requisiti di compliance legati all’ispezione del traffico DNS, è consigliabile documentare la strategia di visibilità alternativa prima di procedere con “Richiedi DoH”.

Il supporto nativo sul DNS Server on-premises è un passo significativo: elimina la dipendenza da resolver cloud di terze parti e permette di mantenere la cifratura DNS all’interno del perimetro aziendale, con pieno controllo sul certificato e sul logging.


Fonte: DNS over HTTPS (DoH) for Windows Server 2025 DNS Server is generally available — 4sysops


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Das Bemerkenswerte an dem Entwurf des Medizinregistergesetzes ist ja, dass er von den Möglichkeiten sogar hinter dem eh schon schwierigen Gesundheitsdatennutzungsgesetz zurückbleibt.

"Damit aber lägen den Registerbetreibern faktisch sowohl die identifizierenden Klardaten der Betroffenen als auch die pseudonymisierten Daten vor."

Ja toll.

Warum wollen Menschen Daten 100 Jahre verarbeiten, die nicht mal ansatzweise Technikfolgenabschätzung machen. Warum?

netzpolitik.org/2026/medizinre…

Spionaggio tramite dispositivi mobili: Le aziende possono localizzare qualsiasi dispositivo in qualsiasi momento (?)

La principessa Latifa voleva sfuggire alla vita strettamente controllata presso la casa reale di Dubai. Nel 2018 è fuggita in yacht in mare aperto verso l'India. Pochi giorni dopo, la nave è stata presa d'assalto al largo delle coste indiane e la principessa è stata riportata indietro.

Ad oggi, non è stato ancora chiarito del tutto come gli inseguitori abbiano individuato la nave. Ma molto indica che un telefono cellulare a bordo abbia rivelato la posizione.

@Privacy Pride

citizenlab.ca/spying-via-your-…

The Privacy Post ha ricondiviso questo.

🛡️ Decidere autonomamente sulle tecnologie e sui dati è la chiave per la sicurezza democratica europea. Non è un optional tecnico, ma una necessità. @datawatch nasce proprio con questa finalità: parlare di sovranità digitale nell'UE.
Se questi temi ti interessano segui questo account.
Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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Ho deciso di creare un account in cui parlare solo di sovranità digitale nell'Unione Europea. Se vi interessa seguitelo.
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Today, the 🇬🇧 announced a social media ban for under-16s.

🚫 Exclusion is NOT empowerment! Shielding children from the digital world is no substitute for preparing them to navigate it.

Lawmakers should focus on regulating the systems that cause harm, making social media platform a safe space for all, regardless of age.

This is why ➡️ edri.org/our-work/why-age-veri…

in reply to EDRi

don’t all the brands want to establish brand loyalty among children? Encouraging the brands to evade the bans will only add to all the other potential harms of ensuring that savvy kids only use “dark web” sites to get online.

mastodon.social/@ShadSterling/…

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Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati – Lettera di fine mandato di Luca Bolognini
istitutoitalianoprivacy.it/202…
@informatica
Avevo 28 anni e mezzo. Ora ne ho 46, e i mezzi anni non si contano più. Oggi, si conclude il mio mandato come primo Presidente dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati. Sono passate 18
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Windy weather in Berlin does not prevent @isabela (@torproject 's executive director), and @fsfe 's @llas plus myself to meet at the FSFE's balcony to discuss about #softwarefreedom and #privacy .

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Im Gesundheitsausschuss des Bundestages musste die Regierung massive Kritik für ihren Entwurf des Medizinregistergesetzes einstecken. Er beschränke den Datenschutz, beschneide das Widerspruchsrecht und gefährde die Grundrechte der Patient:innen. Zuspruch gab es für einen Änderungsantrag der Grünen.

netzpolitik.org/2026/medizinre…

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Noyb fa causa a CRIF: controversia sui punteggi di credito

L'organizzazione per la protezione dei dati noyb, guidata da Max Schrems, ha presentato un'istanza di ingiunzione contro l'agenzia di informazioni creditizie CRIF. L'accusa: l'azienda memorizza i dati di milioni di persone e li utilizza per calcolare i punteggi di credito, sebbene gran parte di queste informazioni siano state originariamente raccolte per altri scopi. CRIF respinge le accuse.

help.orf.at/stories/3235956/

@privacypride@feddit.it

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⚠️ The FSFE has submitted its position to the @EUCommission's Android interoperability consultation under the #DMA

The FSFE is calling for the following, among other things:

🔹 the right to fully uninstall AI-based features from Android devices,

🔸 and access to interoperability functions for developers free from #Google verification requirements

fsfe.org/news/2026/news-202606…

#SoftwareFreedom #FreeSoftware

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in reply to Free Software Foundation Europe

This is the kind of open‑source advocacy that actually matters.

Not “AI will save us”.
Not “Android is open enough”.
Not “developers just need to trust Google”.

But
- the right to fully remove AI features,
- the right to interoperate without corporate gatekeeping,
- and the right to build software without begging for permission.

This is what “open” looks like when it’s not wearing a marketing costume.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)