Elegia
ora m’incolpi del mio silenzio? e Tu dov’eri mi chiedi quando a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas Io ero ognuno di quei poveracci in verità ti dico Io sono la Vittima l’agnello la preda del carnefice quando fa scempio di un bambino innocente Io sono quel bambino ricorda anch’io in sorte ho avuto una croce la Croce la più abietta la benedetta ho urlato a un cielo distante Padre perché perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto
. Questo elega è un grido struggente, un invito a riflettere sulla responsabilità del silenzio e sul peso della memoria. Fin dall'apertura, con la domanda “ora m’incolpi del mio silenzio?”, il testo interroga non solo l'accusa di chi osserva il mancato intervento durante le tragedie, ma anche quella voce interiore che, di fronte al male, tace. L'invito “e Tu dov’eri mi chiedi” sembra rivolgere lo sguardo a un interlocutore – forsi una figura divina, forse il tempo stesso – chiedendosi dove fosse la presenza e il sostegno in quei momenti in cui “a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas”.
Laddove il poeta afferma “Io ero ognuno di quei poveracci”, si crea una identificazione totale con la sofferenza collettiva, una sorta di fusione dell'individuale nell'universale. In questo modo, egli non si limita a raccontare una propria esperienza, ma diventa simbolo di tutte le vittime, richiamando l'immagine dell'“agnello”, emblema di innocenza e sacrificio, nonché della preda vulnerabile nei confronti di un carnefice spietato. Questa scelta retorica amplifica il senso di impotenza e di ingiustizia, sottolineando l'impossibilità di difendersi quando si è destinati a subire.
Il passaggio successivo, in cui il poeta si rivolge al ricordo del bambino innocente – “Io sono quel bambino ricorda / anch’io in sorte ho avuto una croce” –, introduce una dimensione religiosa carica di significati. La croce, simbolo di sofferenza e redenzione, viene paradossalmente definita “la più abietta la benedetta”, evocando la duplice natura della sofferenza: al contempo abietto e portatore di un misterioso dono, una sorta di segno che, pur doloroso, dà forma e identità all'esperienza umana. Questa contraddizione amplifica il senso di smarrimento e di impotenza di fronte a un dolore che, pur essendo personale, si fonde con una memoria collettiva tanto straziante da sembrare una condanna.
L'ultimo verso, con il grido rivolto a un cielo distante – “ho urlato a un cielo distante Padre perché / perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto” – incarna la disperazione assoluta. Qui, la figura del “Padre” non è soltanto evocativa di una presenza divina, ma diventa anche emblema dell'abbandono, della solitudine in un momento di profonda disperazione. Il cielo distante diventa specchio di un'esigenza di conforto e giustizia, un richiamo che, pur nella sua intensità, rimane inascoltato. Questo poema solleva domande essenziali: in che modo il silenzio di fronte all’orrore può imporsi come una colpevole complicità? E come si conciliano le immagini dell’innocenza perduta e del sacrificio inevitabile con l’idea di redenzione? Mi chiedo, ad esempio, quale significato personale trovi tu nel contrasto tra la voce del bambino e quella dell’adulto ormai compiuto nel dolore di quel distacco.
Potremmo approfondire insieme questo invito alla memoria: in che modo il ricordo delle atrocità passate può trasformarsi non solo in una condanna, ma anche in un mezzo per reclamare una forma di giustizia interiore? O ancora, come la dicotomia tra il silenzio e il grido possa diventare il punto di partenza per un percorso di pulizia e di rinnovata consapevolezza?
GIUDICI - Capitolo 4
Dèbora e Barak1Eud era morto, e gli Israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore. 2Il Signore li consegnò nelle mani di Iabin, re di Canaan, che regnava ad Asor. Il capo del suo esercito era Sìsara, che abitava a Caroset-Goìm. 3Gli Israeliti gridarono al Signore, perché Iabin aveva novecento carri di ferro e da vent'anni opprimeva duramente gli Israeliti.4In quel tempo era giudice d'Israele una donna, una profetessa, Dèbora, moglie di Lappidòt. 5Ella sedeva sotto la palma di Dèbora, tra Rama e Betel, sulle montagne di Èfraim, e gli Israeliti salivano da lei per ottenere giustizia. 6Ella mandò a chiamare Barak, figlio di Abinòam, da Kedes di Nèftali, e gli disse: “Sappi che il Signore, Dio d'Israele, ti dà quest'ordine: “Va', marcia sul monte Tabor e prendi con te diecimila figli di Nèftali e figli di Zàbulon. 7Io attirerò verso di te, al torrente Kison, Sìsara, capo dell'esercito di Iabin, con i suoi carri e la sua gente che è numerosa, e lo consegnerò nelle tue mani”“. 8Barak le rispose: “Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò”. 9Rispose: “Bene, verrò con te; però non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini, perché il Signore consegnerà Sìsara nelle mani di una donna”. Dèbora si alzò e andò con Barak a Kedes. 10Barak convocò Zàbulon e Nèftali a Kedes; diecimila uomini si misero al suo seguito e Dèbora andò con lui.11Cheber, il Kenita, si era separato dai Keniti, discendenti di Obab, suocero di Mosè, e aveva piantato le tende alla Quercia di Saannàim, che è presso Kedes.12Fu riferito a Sìsara che Barak, figlio di Abinòam, era salito sul monte Tabor. 13Allora Sìsara radunò tutti i suoi carri, novecento carri di ferro, e tutta la gente che era con lui da Caroset-Goìm fino al torrente Kison.14Dèbora disse a Barak: “Àlzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sìsara nelle tue mani. Il Signore non è forse uscito in campo davanti a te?”. Allora Barak scese dal monte Tabor, seguito da diecimila uomini. 15Il Signore sconfisse, davanti a Barak, Sìsara con tutti i suoi carri e con tutto il suo esercito; Sìsara scese dal carro e fuggì a piedi. 16Barak inseguì i carri e l'esercito fino a Caroset-Goìm; tutto l'esercito di Sìsara cadde a fil di spada: non ne scampò neppure uno.17Intanto Sìsara era fuggito a piedi verso la tenda di Giaele, moglie di Cheber il Kenita, perché vi era pace fra Iabin, re di Asor, e la casa di Cheber il Kenita. 18Giaele uscì incontro a Sìsara e gli disse: “Férmati, mio signore, férmati da me: non temere”. Egli entrò da lei nella sua tenda ed ella lo nascose con una coperta. 19Egli le disse: “Dammi da bere un po' d'acqua, perché ho sete”. Ella aprì l'otre del latte, gli diede da bere e poi lo ricoprì. 20Egli le disse: “Sta' all'ingresso della tenda; se viene qualcuno a interrogarti dicendo: “C'è qui un uomo?”, dirai: “Nessuno”“. 21Allora Giaele, moglie di Cheber, prese un picchetto della tenda, impugnò il martello, venne pian piano accanto a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì. 22Ed ecco sopraggiungere Barak, che inseguiva Sìsara; Giaele gli uscì incontro e gli disse: “Vieni e ti mostrerò l'uomo che cerchi”. Egli entrò da lei ed ecco Sìsara era steso morto, con il picchetto nella tempia.23Così Dio umiliò quel giorno Iabin, re di Canaan, davanti agli Israeliti. 24La mano degli Israeliti si fece sempre più pesante su Iabin, re di Canaan, finché ebbero stroncato Iabin, re di Canaan.
__________________________Note
4,2 Iabin: viene presentato qui come re di Canaan, ma più avanti si parla al plurale dei re di Canaan (5,19). Non sappiamo quale fosse la collocazione geografica di Caroset-Goìm.
4,4 era giudice d’Israele una donna: il personaggio dominante è la coraggiosa Dèbora, che ha accanto l’indeciso soldato Barak. Dèbora è profetessa, come Maria, la sorella di Mosè (Es 15,20), e anche giudice (4,5).
4,6 Kedes di Nèftali: a nord-ovest di quello che un tempo era il lago di Hule, oggi prosciugato: Barak deve raccogliere truppe dalle tribù del nord e concentrarle sul Tabor, a nord-est della pianura di Izreèl, zona di confine delle tribù di Zàbulon, Nèftali e Ìssacar. Oltre alle due tribù settentrionali, il cantico (5,1-31) ci dice che hanno partecipato all’impresa anche altre tribù.
4,7 Kison: è un ruscello che attraversa la pianura di Izreèl e sfocia come fiume nella baia di Haifa.
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Approfondimenti
4,1-5,31. I cc. 4 e 5 sono due versioni di un medesimo avvenimento: la vittoria delle tribù d'Israele sui re cananei alleatisi per difendere il paese e ricacciare il popolo invasore. Intorno alla figura di Debora si forma un'ampia coalizione di tribù israelitiche, comprendente Beniamino, Efraim, Zabulon, Issacar e Neftali, decise a combattere contro questi re cananei. Costoro si sono resi conto della grave minaccia costituita dagli Israeliti, oramai stabilitisi in due blocchi a nord e a sud di Canaan. Resta da occupare la fertile pianura centrale. E qui che i due eserciti si danno battaglia. I Cananei dispongono di armi d'avanguardia, i carri. Lo scontro armato non è descritto nei dettagli. Il testo mette in rilievo piuttosto la vittoria ad opera di JHWH, che si serve di una donna (Giaele) per uccidere Sisara, comandante delle truppe nemiche. La vicenda è esposta nel c. 4 in prosa, nel c. 5 nella forma di un cantico poetico, che è considerato uno dei brani più arcaici di tutto l'Antico Testamento. Vi sono differenze tra le due versioni. Il resoconto in prosa parla di Iabin, re di Canaan, mentre il carme menziona una coalizione di re cananei, cosa di per sé più verosimile. Nel racconto Sisara è il generale dell'esercito di Iabin, mentre nel cantico è il capo della lega cananea ed è re egli stesso. Il personaggio dominante è Debora, giudice e profetessa, resa ardimentosa dalla propria fede in JHWH. Accanto a lei c'è Barak, figura di soldato indeciso e privo di coraggio.
4,1-24. Il racconto ignora Samgar e si riaggancia a Eud (v. l1a). Inizia riproponendo i motivi teologici consueti, con il linguaggio solito: caduta d'Israele (v. 1b), punizione (v. 2), invocazione d'aiuto (v. 3). L'elemento «JHWH suscita un giudice» qui trova una variante, non solo nel fatto che Debora è donna, ma perché «era giudice» (v. 4), vale a dire esercitava una funzione stabile. È la prima menzione in Gdc di questa istituzione, che ci porta a distinguere tra i giudici “carismatici”, suscitati dallo spirito di JHWH in determinate occasioni, e i giudici “istituzionali”, con incombenze locali, ossia, principalmente con compiti giudiziari consistenti nel dirimere contese, nell'amministrare la giustizia tra i componenti delle varie tribù (v. 5). Ma Debora è anche profetessa (v. 4), il che le conferisce l'autorità di convocare Barak per comunicargli l'oracolo di JHWH (vv. 6-7). La descrizione dei preparativi per la battaglia e dell'esito dello scontro segue i canoni della guerra santa. Il successo è garantito (v. 7b), grazie a JHWH e non all'esercito israelitico (vv. 9b.15.18ss.). Il cantico (5,20ss.) spiega invece la sconfitta dell'esercito di Sisara: piogge violente e improvvise fecero straripare il torrente Kison, i carri cananei restarono imprigionati nel terreno fangoso, i soldati, Sisara compreso, dovettero fuggire a piedi (v. 17a). La battaglia termina comunque con lo sterminio di rito (ḥērem, vv. 16b.24), come vuole la guerra santa (cfr. Gs 7). Lo scenario è la valle di Izreel, a sud del Tabor, percorsa dal fiume Kison, che sfocia nel Mediterraneo a nord del Carmelo. Il racconto in prosa nomina esplicitamente solo le due tribù (settentrionali): Neftali e Zabulon, diversamente dal cantico (cfr. 5,14-18).
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
[caffeine]sembra di vedere spesso] deforma tenuto bene a parte] una macchia gente di ogni tipo [la parte la] temperatura è un intervallo escono il cinema [la sera vanno al cinema tutto] per l'intero
Arrivo a scuola nel gelo della mattina. Il vento sferza, eccetera, immaginatevi un normale inizio di racconto standard. Periferia urbana. Gli addetti al comune che stanno tagliando i rami degli alberi addossati alla scuola. I docenti e i ragazzi che si muovono a scatti, un po' per scaldarsi, un po' perché siamo tutti in ritardo, la strada era bloccata dalla polizia, non so perché.
Appena entro a scuola sento odore di carta bruciata. Mi guardo attorno, vedo altri docenti che si guardano attorno: scopriremo poi che uno studente ha dato fuoco a un cestino della spazzatura fuori dal bar della scuola, per errore. Cicca di sigaretta. Entro in quinta, le luci sono mezze spente, gli studenti sono appollaiati sui banchi, c'è frenesia e stanchezza. Frenesia dovuta a una verifica in arrivo a metà mattinata, di materia di indirizzo.
Chiedo a uno studente di distribuire un pacco di fogli che ho stampato: Balestrini, Sanguineti e Pagliarani. Sto provando a fare delle unità didattiche per moduli tematici trasversali, in modo da addentare un po' di letteratura contemporanea. Stiamo facendo un modulo che parla di politica e guerra. Abbiamo già visto D'Annunzio e le sue Vergini delle rocce, Pascoli e il suo Italy, Marinetti e le parole in libertà, Ungaretti e le poesie dalla trincea, oggi tocca alle neoavanguardie.
Inizio a leggere da Vogliamo tutto, il pezzo più famoso, gli operai che discutono durante lo sciopero. Leggo con enfasi, cerco di dare l'idea del comizio pubblico e poi commento alcuni passi. Mi collego con le cose viste in storia, cerco di fargli capire che sono massimalisti, che non vogliono riforme. Vogliono un cambiamento radicale. Alcuni collegamenti li vedono: la conquista della Luna, la guerra fredda, che ancora non abbiamo fatto ma la conoscono. La critica alla Russia. Altre cose gli sfuggono. Sono ancora stanchi per la levataccia.
Leggiamo il secondo testo, sempre Balestrini. La signorina Richmond. È una poesia – spiego – che sembra quasi in prosa in cui Balestrini inserisce, quasi come elemento spam, la parola merda. “Sapete da dove nasce la parola spam, no?”. Non lo sanno. “Li conoscete i Monty Python, no?”. Non li conoscono. Mi fermo, cerco su Youtube il pezzo dello spam dei Monty Python. Mostro l'inizio ma mi fermo a metà perché vedo che l'inglese è troppo veloce per loro. Hanno capito comunque il meccanismo .“Ecco, in un certo senso Balestrini usa la parola 'merda' inserendola a forza dentro questo discorso, come uno spam intermittente” e spiego alcuni punti chiave.
“L'intellettuale per Balestrini ha una responsabilità: può coltivare l'intelligenza del suo pubblico, farlo diventare più intelligente, diciamo, o può soffocarlo con la merda. Prodotti commerciali. Spettacoli basati su intrattenimento puerile. Far restare il pubblico massa ignorante, o cercare di elevarlo” spiego. Li guardo. “Questa cosa che Balestrini dice, non è la prima volta che la sentiamo. Chi è che diceva qualcosa di simile? Un autore visto l'anno scorso. Anche lui circondato da spettacoli volgari pensava che lo spettacolo deve lasciare invece un insegnamento”. Li fisso, aspetto. Nel silenzio uno studente dice “Goldoni”. E io dentro, sospiro. Qualcuno si è ricordato qualcosa del programma dell'anno scorso. Posso morire felice. “Bravo – dico – per lui la merda del tempo era la commedia dell'arte”.
A questo punto però un altro studente dice che no, che insomma, prof, questa non è poesia. “Guardi, sono frasi con degli accapo. Con la merda, poi!”. Gli dico che Balestrini lo fa apposta. Prende delle frasi, le combina, e poi le divide graficamente in strofe e versi, in modo che formalmente abbiano la forma classica della poesia, anche se non hanno né metrica né le figure retoriche a cui siamo abituati. “Allora sono capaci tutti!” protesta. “Ma no – dico io – è un po' come l'orinatoio di Duchamp, avete presente, no?”. Non hanno presente. Gli informatici non fanno arte. Cerco in rete e gli spiego la cosa dell'orinatoio. “Quell'orinatorio diventa opera d'arte perché è collocato in una mostra d'arte. È il gesto e la contestualizzazione che lo rendono tale. È l'inizio dell'arte concettuale”.
Un altro studente dice tipo la banana appesa al muro con lo scotch. “Esatto” dico io. “Allora – contesta – potrei farlo anche io, chiunque potrebbe farlo”. “Eh no. Se io Fabrizio Venerandi attacco una banana al muro quella non è un opera d'arte”. “Perché?”. “Eh perché quando Cattelan attacca la banana al muro, c'è il muro, c'è la banana, c'è lo scotch e c'è tutto quello che Cattelan ha fatto fino a quel momento nel campo dell'arte, anche tutto quello partecipa al fatto di attaccare la banana” cerco di spiegare. “Quello che importa nell'arte concettuale è l'idea, ancora prima che prenda forma, afferrare l'azione dell'artista nel momento in cui l'idea genera l'azione. Quello che mi interessa è scuotere chi guarda, scombinare le carte, far pensare e rompere i meccanismi, senza dover per forza dipingere qualcosa o scolpire. Anche la performance vive in questo modo. Andare contro il sistema capitalistico. Creare oggetti che non hanno senso”.
“Allora potrei fare un libro in cui sia scritta sempre la stessa parola” ride uno studente e io gli dico che ne ho appena comprato uno per mio figlio. Cerco su internet e gli faccio vedere. C'è uno youtuber DougDoug che ha fatto un intero libro in cui è scritta solo la parola Doug. Ridono. “È un'opera concettuale” dico. “Ma è un opera d'arte?” mi chiedono. Ci penso e dico che non lo so. Forse no. È un'opera seriale e soprattuto DougDoug non voleva fare un'opera d'arte. “DougDoug è uno youtuber, si occupa di comunicazione e ha fatto un'opera che è un'opera concettuale, ma il suo scopo secondo me non era fare un prodotto artistico, ma un prodotto di comunicazione”.
A questo punto interviene il docente di sostegno. Mostra lo schermo del suo computer. “Ecco – dice – questa lo è”. È la merda di artista di Manzoni. Spiego ai ragazzi cosa è e subito vogliono sapere se dentro c'è davvero la merda. Dico che credo di no, ma loro vogliono essere sicuri, devo cercare su internet. Cerco. Scopro che nessuno, pare, abbia mai aperto la scatola per sapere se dentro c'è la merda di Mazoni, temendo che la scatola aperta deprezzasse il valore commerciale dell'opera. “Balestrini fa un'operazione simile: la poesia diventa poesia anche se sembrerebbe non avere le caratteristiche formali a cui siamo abituati, perché è inserita nella 'galleria d'arte' della forma poetica. Ha strofe, ha versi. Ed è scritta con l'intento di essere una poesia”.
So che sto semplificando alcuni concetti e che sono impreciso, ma non mi interessa la pulizia, quanto la profondità del taglio.
L'ora successiva passo a storia, entriamo nel pieno del nazismo e, pur aiutandomi con video, slide e fotografie faccio una lezione così frontale che diversi studenti crollano. Mi sento in colpa.
Al suono della campanella li saluto e corro in quarta. Ho prenotato il laboratorio di storia per lavorare in pace con loro. Abbiamo due ore: la prima ora devono imparare a memoria una scena de La locandiera, modificando tutto quello che vogliono per renderla recitabile, la seconda ora devono metterla in scena davanti ai compagni. Ho già creato dei gruppi da due o da tre, a seconda dei personaggi che sono presenti in scena. Le scene sono solo due, sempre le stesse, in modo che possano vedere e confrontarsi fra di loro.
Per un'ora li vedo che ridacchiano, si scambiano battute scritte da Goldoni qualche secolo fa, prendono appunti, ricopiano i dialoghi sul cellulare, mi chiedono delucidazioni. Io giro, annoto, preparo il modulo finale per l'autovalutazione. Non ho idea di quello che succederà l'ora successiva. Suona la campanella. Ho creato uno spazio sul margine del laboratorio. Li interrompo. Gli spiego che li chiamerò gruppo per gruppo e che dovranno cercare di recitare la loro scena, senza usare i fogli, a memoria, anche improvvisando. “Nel momento che un gruppo è qua – dico – il resto della classe deve smettere di pensare al proprio pezzo. Quando i vostri compagni iniziano a recitare voi diventate spettatori. Voglio silenzio e rispetto.”
Chiamo i primi due, io mi metto tra il pubblico armato di tablet e stilo per prendere appunti. I ragazzi si siedono e appena c'è silenzio accade questo piccolo miracolo. I due iniziano a fare la Locandiera. I tempi sono molto buoni, sanno davvero le battute a memoria. Uno dei due ha un tono un po' monocorde, l'altro recita, dà spessore al personaggio. Mi rendo conto che non sono solo io stupito, ma anche parte della classe. Nel silenzio, magari mi sbaglierò, c'è anche un po' di meraviglia. Questa cosa si può fare davvero. Arrivano al punto in cui – nel testo di Goldoni – qualcuno bussa alla porta e in quel momento un loro compagno bussa sul tavolo. Si erano messi d'accordo. Loro ridono, hanno finito, io dico, “applauso” ma è già partito da solo.
Dopo ci saranno altri nove gruppi, alcuni hanno proprio attitudini alla recitazione, altri vanno in panico, altri ci mettono un impegno ammirevole, altri perdono il filo, cercano sul cellulare le battute che hanno dimenticato. Ma tutti lo fanno, nessuno si rifiuta. Ci mettono tutto l'impegno del caso. So che è un barlume di quello che è davvero il teatro, ma quel barlume comunque fa la sua luce. Fa capire che il testo teatrale è un copione, è un materiale d'uso. Crea ricordi, compatta la classe. Fa emergere competenze.
All'ultima ora vado in seconda. Avevo programmato un dettato, un esperimento che sto facendo dopo aver letto un articolo su La ricerca, sugli errori. Ma quando arrivo in classe scopro che hanno appena fatto una verifica di matematica. Sono distrutti. Se faccio un dettato adesso li ammazzo, penso. “Preferite fare il dettato che avevamo programmato, o discutere di quello che è successo a La Spezia?” chiedo.
Discutiamo per un'ora, a tratti in maniera urbana, a tratti con gran rumore di fondo. È qualcosa su cui devo ancora lavorare. Vengono fuori molte cose sulla percezione della scuola. Sull'esigenza della punizione e sulla sua paura. Sulla politica che sfrutta le tragedie. I ragazzi parlano, liberamente, si scontrano, si accordano. Sento voci di persone che in genere non parlano mai. Non arriviamo a niente, abbiamo messo le cose sul tavolo e le abbiamo analizzate, ci abbiamo parlato sopra. Suona la campanella, tutti iniziano ad andarsene, sono le due ormai. Uno studente si mette lo zaino sulle spalle e senza guardarmi dice, 'dovremmo fare più lezioni come questa'. Esce dalla classe.
“Dopo Goldoni, questo” penso.
Promettiamo a noi stessi
“Fai promesse a te stesso invece che agli altri.” Questa frase di Nick Ortner, apparentemente semplice, custodisce un potere profondo e rivoluzionario. Perché promettere a se stessi significa spostare il baricentro delle proprie decisioni, della propria vita, dal giudizio esterno all’ascolto interiore. Non è una semplice questione di egoismo o chiusura: è responsabilità pura. Viviamo in una società dove la promessa all’altro ha spesso il peso della convenzione, della cortesia, dell’obbligo. Si promette per rassicurare, per mantenere una forma, per evitare conflitti. Ma cosa accade quando quelle promesse vanno in frantumi? La fiducia si incrina, il senso di colpa si insinua, e la propria immagine ne esce ferita. Fare una promessa a se stessi, invece, è un atto di forza. Non si tratta di dover dimostrare, ma di voler crescere. Significa scegliere di essere presenti a sé stessi, coerenti con i propri valori, testimoni della propria trasformazione. Quando prometti a te stesso che cambierai lavoro, che ti prenderai cura del tuo corpo, che smetterai di rimandare quel sogno, stai accendendo una miccia. E quella fiamma, se custodita con determinazione, può illuminare tutto il cammino. Nessun pubblico, nessun applauso, solo tu e la tua voce più intima. Ma è proprio lì che si costruisce la vera solidità. Nel corso della storia, molte figure hanno tracciato i loro percorsi più luminosi partendo da un impegno personale, spesso silenzioso, nascosto. Non una promessa fatta a gran voce, ma una scelta interiore inamovibile. Pensiamo a Leonardo da Vinci, che nel segreto dei suoi taccuini coltivava un mondo che ancora oggi ci lascia senza fiato. O a Nelson Mandela, che nel silenzio della prigionia ha fatto la promessa più potente: non perdere mai la dignità. Ecco, queste promesse non hanno bisogno di testimoni, perché sono eterne. Farsi una promessa è l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere. In un tempo dove tutto viene condiviso, esposto, dichiarato, promettere qualcosa a sé stessi è un atto quasi eroico. È un dialogo muto ma infallibile con la parte più autentica di noi. Ed è da lì che inizia la vera trasformazione. Perché è più difficile mentire a sé stessi che a chiunque altro. Molti evitano questo confronto. Preferiscono legarsi a obiettivi esterni, a scadenze imposte, a doveri dettati da altri. Ma così facendo, si perde il senso del viaggio. La direzione diventa confusa, i risultati svuotati di significato. Quando invece scegli di mantenere fede a una promessa che hai fatto al tuo io più profondo, ogni passo diventa sacro. Ogni fatica ha un senso. Ogni caduta, una lezione. Non è facile. Mantenere una promessa a sé stessi richiede disciplina, coraggio, lucidità. Ma la ricompensa è immensa: diventi alleato di te stesso. Costruisci una fiducia indistruttibile, che nessun giudizio esterno può intaccare. E quando guardi indietro, non vedi rimpianti, ma tracce di una coerenza che ha saputo superare ogni ostacolo. Questo blog, L'Alchimista Digitale è anch’esso il frutto di una promessa fatta nel silenzio. Quella di condividere pensieri veri, parole oneste, visioni profonde senza artifici senza aspettarsi nulla in cambio, se non la gioia di sapere che da qualche parte, qualcuno, si è sentito meno solo leggendone il contenuto. E allora promettiti qualcosa oggi. Fallo senza clamore, senza fretta. Ma fallo davvero. Non serve che lo sappia nessuno. Basta che lo sappia tu. Perché è da lì che tutto comincia.
Epoche
Ci sono epoche tecnologiche che non invecchiano: si sedimentano. I primi personal computer non chiedevano di essere “user-friendly”, chiedevano attenzione. Non ti prendevano per mano: ti guardavano negli occhi e dicevano: “impara!”. Negli anni Ottanta e nei primi Novanta, il computer non era ancora un elettrodomestico. Era una promessa, spesso mantenuta, qualche volta no, ma sempre istruttiva. Accendere un PC significava entrare in un territorio tecnico dove la curiosità valeva più della potenza di calcolo. Il capostipite del mondo business, l’IBM PC, introdusse un’idea rivoluzionaria: l’architettura aperta. Non era bello, non era compatto, ma era serio. Dentro, schede di espansione come tessere di un mosaico elettronico, e fuori un monitor CRT che occupava mezza scrivania con dignità militare. Sul versante opposto, Apple con l’Apple II parlava un linguaggio diverso. Colori, semplicità apparente, un’idea di informatica più umana. Era il computer che ti faceva pensare: posso creare qualcosa. Poi arrivò il piu' popolare tra i primi pc al mondo: il Commodore 64 che non fu solo un computer, ma un fenomeno sociale di massa. Solo 64 KB di RAM che oggi non bastano per una e-mail ma allora erano tantissimi. Videogiochi, musica SID, programmazione in BASIC: tutto passava da lì, spesso su cassette che richiedevano più fede che pazienza. E quando sembrava che nulla potesse superarlo, entrò in scena l’Amiga 500. Grafica, multitasking, audio avanzato: un computer che sembrava arrivato dal futuro. Non a caso, molti sviluppatori ancora oggi ne parlano con un piacere. Nel frattempo, lo ZX Spectrum insegnava l’essenzialità. Pochi colori, tastiera in gomma, ma una scuola di logica impareggiabile. Chi ha scritto il codice lì sopra ha imparato una lezione fondamentale: ogni byte ha la sua importanza. Sul fronte professionale, l’MS-DOS regnava sovrano. Niente icone, niente finestre. Solo comandi, directory e un cursore lampeggiante che non giudicava, ma pretendeva precisione. Sbagliavi un carattere? Nessun problema: riprova, ma fallo meglio. E poi c’erano loro: i floppy disk da 5¼ e da 3½, fragili, lenti, fondamentali. Ogni etichetta scritta a penna era una dichiarazione d’intenti: qui dentro c’è qualcosa di importante. Questi computer non erano veloci, ma erano sinceri. Non promettevano miracoli, ma regalavano piccoli soddisfazioni. Ti insegnavano come funzionavano e non solo come usarli. Ed è forse questo il loro lascito più grande. Hanno creato una generazione di utenti che erano anche esploratori, tecnici, sperimentatori. Persone che sapevano cosa c’era dietro lo schermo, non solo davanti. Oggi viviamo in un’era di potenza smisurata e semplicità estrema. Ed è giusto così. Ma ogni tanto vale la pena ricordare quei primi PC, non con malinconia, bensì con gratitudine. Perché senza quei monitor ingombranti, quelle tastiere rumorose e quelle attese infinite… il presente non sarebbe così immediato. E il futuro non sarebbe così affascinante. Un pizzico di sorriso, dunque. E un silenzioso grazie a quei vecchi computer che, senza saperlo, ci hanno insegnato a pensare.
[provetecniche]vetro a tre lastre [mancano e recupero]¹
prodotto dallo spunto per il materiale blu doppio] spunto²
fatto passare per]³ spazio per non batte] sul tasto del vetro già informato scrivono] rimane intatto
Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung (2016)
Nuovo punto di riferimento per la comunità “classic (folk)-rock”, Ryley Walker è certamente uno dei nuovi nomi “da copertina” del cantautorato americano, posizione conquistata con il bell'esordio dell'anno scorso, con la forza imponente dei suoi riff acustici, delle sue eloquenti interpretazioni, che hanno fatto richiamare John Martyn, Roy Harper, Nick Drake, Van Morrison, molti grandi che probabilmente lo apprezzano, o l'avrebbero apprezzato... artesuono.blogspot.com/2016/08…
Ascolta il disco: album.link/s/65lq5gUdKOakCZjNa…
secondo incontro su Emilio Villa: stasera alle 18 al CentroScritture si parlerà (solo online) di “Villa (anti)critico d'arte: una scrittura delirante”. relatore è Gian Paolo Renello. gli iscritti sappiano che sarà una lezione estremamente interessante, come – del resto – quelle che seguiranno. l'elenco completo è all'indirizzo centroscritture.it/service-pag… e ovviamente è possibile iscriversi anche a corso iniziato, anche ora.
stessa cosa per la sequenza dedicata a Corrado Costa: centroscritture.it/service-pag…
E oggi che mi ritrovi uomo fatto
padre che sei rimasto di me più giovane consumato anzitempo una vita sul mare e le brevi soste col mal di terra
avevi la salsedine nel sangue
così presenti mi restano le rare passeggiate mattutine e mai che mi avessi preso per la strada in discesa a cavalcioni sulle spalle
di carezze non eri capace
e oggi che mi ritrovi uomo fatto sai: mi fa male quel distacco
. Questo testo è intriso di immagini potenti che ci conducono attraverso il percorso del tempo e delle relazioni familiari, in particolare il rapporto con una figura paterna così lunga e complessa. Le prime righe, “E oggi che mi ritrovi uomo fatto”, aperte con una nota di consapevolezza, raccontano la trasformazione del sé: il poeta, maturato, si confronta con l'immagine del padre e con il peso dei ricordi.
La figura paterna emerge come un uomo segnato da una vita intensa e slegata dalle convenzioni: “padre che sei rimasto di me più giovane / consumato anzitempo” sottolinea come, nonostante i trascorsi di tempo, ci sia una differenza irreparabile tra la visione idealizzata dell'infanzia e la realtà dell'età adulta. L'immagine del padre “sul mare” con “le brevi soste col mal di terra” si fa portatrice di quel contrasto esistenziale tra la libertà, forse persino la fuga dalle radici, e il dolore che tale scelta comporta. La “salsedine nel sangue” è un simbolo evocativo di una natura inestricabilmente legata al mare, un elemento che sa di vita vissuta in spazi ampi eppure segnati da una solitudine profonda.
Nel passaggio successivo, il poeta ricorda le “rare passeggiate mattutine”—momenti di intimità e leggerezza che, tuttavia, non bastavano a colmare il vuoto emotivo. L'immagine vivida di non essere mai stato preso “per la strada in discesa / a cavalcioni sulle spalle” evidenzia una mancanza di accoglienza, di quel sostegno fisico ed emotivo che avrebbe potuto mitigare il distacco emotivo ciclicamente accumulato. La frase “di carezze non eri capace” risuona come un'ammissione dolorosa della fragilità di quel legame, segnando una ferita che persiste nel tempo.
Infine, il verso “e oggi che mi ritrovi uomo fatto / sai: mi fa male quel distacco” chiude il cerchio narrativo, rivelando il dolore ascendente del distacco, una separazione che non è soltanto fisica ma soprattutto emotiva. Il contrasto tra la crescita, la maturità raggiunta e l'eredità di una relazione incompleta si fa palpabile, lasciando il lettore a meditare sulla complessità dei legami che, pur segnati dall’amore o dall’assenza di esso, definiscono chi siamo. Mi chiedo: quali immagini o versi ti hanno colpito di più? E come interpreti il simbolismo del mare contro il “mal di terra”? Potrei approfondire ulteriormente il tema della paternità negli scritti contemporanei, oppure esplorare altri contrasti simbolici come quello tra la giovinezza idealizzata e l'amara maturità esperienza.
Abracadabra, accountability!
Le parole creano mondi. Sul serio. Dio dice “Sia la luce!” e la luce fu (Genesi 1-3), ad esempio. E circa l’abracadabra, se vogliamo prendere per buona l’etimologia che la attesta come derivante dall’aramaico Avrah KaDabra, abbiamo un magnifico “Io creerò come parlo”. È con le parole che noi creiamo la nostra realtà, le diamo forma e spessore e colori e sfumature. È attraverso le parole che il nostro cervello incamera, elabora, memorizza e restituisce informazioni. E quindi non è che accountability mi stia particolarmente simpatica, perché così, di primo acchito, il mio sistema rettile ha sentito un moto di disgusto e il limbico gli ha dato man forte ricordando un tizio pieno di spocchia e vuoto di contenuti che era solito imbastire frasi del tipo “OK, meeting domani alle nove per un brainstorming” giusto per darsi un tono. “Ecco, accountability è senza dubbio una parola che avrebbe usato con sommo godimento”, ha detto il limbico, strizzando l’occhio al rettile. Poi però la neocorteccia ha ricondotto i due alla ragione, li ha portati a concentrarsi sul fatto che quel termine in inglese, come qualsiasi altra parola, non è né buono né cattivo in sé e che tutto dipende dal contesto e dalla finalità per cui viene utilizzato. Ebbene: il contesto è la versione italiana dell’IndieWeb Carnival, idea proposta da ed, e la finalità è quella di allargare e movimentare un po’ la bolla del fediverso, anche al di là di Mastodon, che è solo un puntino nelle galassie di opportunità di comunicazione possibili. Insomma, cari rettile e limbico, val ben la pena di accantonare il ricordo di quell’ex collega e concentrarsi sul presente.Accountability, dunque, che taluni dizionari traducono come responsabilità: parola in sé abbastanza giovane, attestata dalla metà del XVIII secolo e che, fatto buffo, deriva dal francese responsabilité, a sua volta mutuato dall’inglese responsability. Dunque accountability non può essere soltanto responsabilità, la quale, comunque, facendo un ulteriore paso indietro dall’inglese, ci riporta al nostro caro, vecchio latino respondere; non è a caso, infatti, che noi rispondiamo di ciò di cui siamo responsabili.Accountability, poi, viene spesso utilizzata in contesti di gruppo, mentre responsability è intesa individualmente: semplificando, in un’azienda sarebbero i responsabili di reparto ad avere l’accountability, mentre i loro sottoposti – parola orrenda, ma efficace – hanno ciascuno la responsabilità personale del proprio operato. Il rettile e il limbico, a questo punto, si scambiano un’occhiatina d’intesa e sfoderano un sorrisetto, anche la neocorteccia è con loro: non era solo il ricordo del collega spocchiosetto né l’uso della lingua inglese a infastidirmi, era proprio il fatto che io non ho, né ho mai avuto, il desiderio né l’interesse di controllare le azioni e l’operato di altre persone. Vivo i miei giorni facendo scelte e assumendomene la responsabilità, in prima persona. Questo è tutto. Abracadabra.
Dazi e Mercosur: l'Europa si sveglia?
(197)
L’accordo UE‑Mercosur, nato per dare all’Europa un po’ di ossigeno fuori dal circuito economico statunitense, arriva al suo battesimo pubblico nel momento forse più tossico dei rapporti transatlantici.
Mentre Bruxelles prova ad aprirsi al Sud America, la Casa Bianca alza i dazi e trasforma la Groenlandia nel casus belli perfetto da sbandierare anche a #Davos. L’intesa con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay crea una delle maggiori aree di libero scambio al mondo (circa 750 milioni di persone), con abbattimento progressivo dei dazi su circa il 90% delle linee tariffarie e miliardi di risparmi stimati per le imprese europee.
Per la #UE è un modo per ancorarsi a un terzo polo, latinoamericano, che attenui la dipendenza dal mercato USA e dalla guerra tariffaria permanente tra Washington e Pechino.
Il prezzo politico, però, non convince gli agricoltori: “Coldiretti” e “Filiera Italia” bollano l’accordo come “inaccettabile”, denunciando l’assenza di vera reciprocità su standard ambientali e sanitari, il rischio di carne e prodotti agricoli sudamericani low‑cost e controlli insufficienti alle frontiere. Le proteste si sono allargate a Francia, Irlanda, Belgio e oltre, con migliaia di trattori in piazza a Bruxelles e accuse di aver sacrificato la terra europea sull’altare dell’export industriale.
Nel frattempo #Trump ha rilanciato la sua campagna di bullismo commerciale: oltre alla minaccia di dazi del 10% su tutti i prodotti di vari paesi UE legati al “no” sull’acquisto della Groenlandia, destinati a salire al 25% entro giugno, ora si parla apertamente di tariffe al 200% su vini e champagne francesi. Il messaggio è semplice: chi ostacola le ambizioni americane in Groenlandia pagherà un prezzo salato, a colpi di dazi mirati sui simboli economici e culturali europei.
L’UE prepara la risposta: si discute di attivare lo strumento anti‑coercizione, la cosiddetta “bazooka commerciale” che consentirebbe contromisure su tariffe, investimenti e accesso al mercato europeo. Un vertice urgente a Bruxelles, subito dopo la settimana di Davos, dovrà decidere fin dove spingersi nella rappresaglia, evitando però di affondare anche l’economia europea in una guerra commerciale totale.
Il “World Economic Forum” di Davos diventa così il palco ideale per questo braccio di ferro. Da un lato la presidente von der Leyen, Macron e altri leader europei cercano di rassicurare mercati e opinioni pubbliche ribadendo la sovranità della Groenlandia e la volontà di una risposta coordinata; dall’altro Trump arriva con una delegazione numerosa e il solito repertorio di minacce tariffarie, convinto che “gli europei non reagiranno troppo”.
Sul tavolo non ci sono solo **dazi e Groenlandiaéé, ma anche l’immagine stessa dell’Europa: potenza commerciale che firma accordi storici con il Mercosur per diversificare i propri sbocchi, o protettorato atlantico che accetta il ricatto del 200% sui vini pur di non disturbare l’alleato americano?
Mercosur, da questo punto di vista, è più di un trattato: è il test per capire se l’UE è pronta a farsi adulto sulla scena globale o se continuerà a farsi tirare il guinzaglio da chi, tra una minaccia sui dazi e una battuta sulla Groenlandia, considera il vecchio continente poco più di un elegante cortile di casa.
#Blog #Economia #Mercosur #UE #USA #Davos #Agroalimentare #Opinioni
The Jayhawks - Paging Mr. Proust (2016)
Muore Prince e risorgono i Jayhawks. Traffico dei sentimenti e traffico della musica a Minneapolis. Ha detto bene Bob Mould, un tempo anima degli Hüsker Dü, rendendo a caldo il giusto merito all'autore di Purple Rain, che “tra le nostre avenue e in quei sobborghi, da nord a sud, tra black music e garage band, è successo parecchio”. Anche che una band come quella fondata da Marc Olson, Gary Louris e Mark Pearlman arrivasse ai trent'anni di attività conoscendo così la fase più opulenta della discografia americana e le settimane buie ma non prive di lampi del crowdfunding... artesuono.blogspot.com/2016/05…
Ascolta il disco: album.link/s/68Gfrh064D2bJfIAw…
GIUDICI - Capitolo 3
1Queste sono le nazioni che il Signore lasciò sussistere, allo scopo di mettere alla prova per mezzo loro Israele, cioè quanti non avevano visto tutte le guerre di Canaan. 2Ciò avvenne soltanto per istruire le nuove generazioni degli Israeliti, per insegnare loro la guerra, perché prima non l'avevano mai conosciuta: 3i cinque prìncipi dei Filistei, tutti i Cananei, quelli di Sidone e gli Evei che abitavano le montagne del Libano, dal monte Baal-Ermon fino all'ingresso di Camat. 4Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe obbedito ai comandi che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè. 5Così gli Israeliti abitarono in mezzo ai Cananei, agli Ittiti, agli Amorrei, ai Perizziti, agli Evei e ai Gebusei; 6ne presero in moglie le figlie, fecero sposare le proprie figlie con i loro figli e servirono i loro dèi.
STORIA DEI GIUDICI (3,7-16,31)
_Otnièl (3,7-11)7Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, loro Dio, e servirono i Baal e le Asere. 8L'ira del Signore si accese contro Israele e li consegnò nelle mani di Cusan-Risatàim, re di Aram Naharàim; gli Israeliti furono servi di Cusan-Risatàim per otto anni. 9Poi gli Israeliti gridarono al Signore e il Signore fece sorgere per loro un salvatore, Otnièl, figlio di Kenaz, fratello minore di Caleb, e li salvò. 10Lo spirito del Signore fu su di lui ed egli fu giudice d'Israele. Uscì a combattere e il Signore gli consegnò nelle mani Cusan-Risatàim, re di Aram; la sua mano fu potente contro Cusan-Risatàim. 11La terra rimase tranquilla per quarant'anni, poi Otnièl, figlio di Kenaz, morì.
_Eud (3,12-30)12Gli Israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore; il Signore rese forte Eglon, re di Moab, contro Israele, perché facevano ciò che è male agli occhi del Signore. 13Eglon radunò intorno a sé gli Ammoniti e gli Amaleciti, fece una spedizione contro Israele, lo batté e occuparono la città delle palme. 14Gli Israeliti furono servi di Eglon, re di Moab, per diciotto anni. 15Poi gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un salvatore, Eud, figlio di Ghera, Beniaminita, che era mancino. Gli Israeliti mandarono per mezzo di lui un tributo a Eglon, re di Moab. 16Eud si fece una spada a due tagli, lunga un gomed, e se la cinse sotto la veste, al fianco destro. 17Poi presentò il tributo a Eglon, re di Moab, che era un uomo molto grasso. 18Finita la presentazione del tributo, ripartì con la gente che l'aveva portato. 19Ma egli, dal luogo detto Idoli, che è presso Gàlgala, tornò indietro e disse: “O re, ho una cosa da dirti in segreto”. Il re disse: “Silenzio!” e quanti stavano con lui uscirono. 20Allora Eud si accostò al re che stava seduto al piano di sopra, riservato a lui solo, per la frescura, e gli disse: “Ho una parola di Dio per te”. Quegli si alzò dal suo seggio. 21Allora Eud, allungata la mano sinistra, trasse la spada dal suo fianco e gliela piantò nel ventre. 22Anche l'elsa entrò con la lama; il grasso si richiuse intorno alla lama. Eud, senza estrargli la spada dal ventre, uscì dalla finestra, 23passò nel portico, dopo aver chiuso i battenti del piano di sopra e aver tirato il chiavistello. 24Quando fu uscito, vennero i servi, i quali guardarono e videro che i battenti del piano di sopra erano sprangati; pensarono: “Certo attende ai suoi bisogni nel camerino della stanza fresca”. 25Aspettarono fino a essere inquieti, ma quegli non apriva i battenti del piano di sopra. Allora presero la chiave, aprirono, ed ecco che il loro signore era steso per terra, morto. 26Mentre essi indugiavano, Eud era fuggito e, dopo aver oltrepassato gli Idoli, si era messo in salvo nella Seirà. 27Appena arrivato là, suonò il corno sulle montagne di Èfraim e gli Israeliti scesero con lui dalle montagne ed egli si mise alla loro testa. 28Disse loro: “Seguitemi, perché il Signore vi ha consegnato nelle mani i Moabiti, vostri nemici”. Quelli scesero dopo di lui, occuparono i guadi del Giordano in direzione di Moab, e non lasciarono passare nessuno. 29In quella circostanza sconfissero circa diecimila Moabiti, tutti robusti e valorosi; non ne scampò neppure uno. 30Così in quel giorno Moab fu umiliato sotto la mano d'Israele e la terra rimase tranquilla per ottant'anni.
_Samgar (3,31)31Dopo di lui ci fu Samgar, figlio di Anat. Egli sconfisse seicento Filistei con un pungolo da buoi; anch'egli salvò Israele.
__________________________Note
3,7 La narrazione descrive concretamente i quattro momenti caratteristici delle biografie dei giudici. L’eroe, già nominato in Gs 15,17, riceve il titolo di salvatore (v. 9) prima di quello di giudice (v. 10) e, in quanto lo spirito del Signore fu su di lui (v. 10), è il primo dei quattro giudici carismatici.
3,31 Il nome di questo liberatore non è israelitico. Egli è nominato anche nel cantico di Dèbora (5,6). Di lui non sappiamo altro; era forse un capo tribù.
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Approfondimenti
2,20-3,6. L'aggiunta intende spiegare, di nuovo, perché in mezzo a Israele continuano a vivere popolazioni straniere. Fornisce (3,1-6) un elenco di popolazioni – inframmezzato a ripetizioni del motivo teologico ricorrente – con le quali Israele si trova a vivere in stretto contatto, non solo perché confina con esse, ma anche grazie a forme di convivenza e fusione (cfr. il v. 6, che parla di matrimoni misti). 3,2 sembra contraddire 2,11ss. Qui i popoli stranieri non sono un castigo per l'infedeltà, ma un mezzo per conservare lo spirito guerriero nel popolo d'Israele.
3,-16,31. Si ha ora la presentazione delle figure dei “salvatori”, la cui esistenza e attività è stilizzata secondo lo schema teologico: peccato, punizione, pentimento e invocazione, intervento di salvezza. Ma alla base troviamo abbondante materiale antico, sia nelle brevi storie dei cc. 3-12, che nell'ampio complesso della tradizione su Sansone, dei cc. 13-16. A proposito di questi documenti più antichi, sotto il profilo della cosiddetta critica “alta”, ossia della storia della formazione del testo, si è cercato di farli rientrare in parte nei documenti Jahvista ed Elohista. Tra gli studiosi c'è chi sostiene che le storie brevi fanno parte ancora del Pentateuco jahvistico. Le storie lunghe invece costituirebbero l'inizio del ciclo di storie relative a Saul, Samuele e Davide. In effetti, i racconti brevi di questa porzione del libro dei Giudici hanno alla base elenchi di “giudici”, canti di vittoria, narrazioni epiche, antiche tradizioni su specifici luoghi di culto, con in parte segni chiari della tradizione orale e di una esistenza autonoma, prima della loro elaborazione e assemblaggio letterario, mentre tra le storie lunghe, quelle di Gedeone e di Sansone, attraverso il tema delle “vocazioni”, sono ricollegate in qualche modo alla vicenda di Saul. Non sempre peraltro la cornice teologica riesce a imprigionare e standardizzare i vari personaggi. Spesso le figure storich non s'adattano al modello redazionale, creando una tensione istruttiva fra interpretazione teologica e realtà storica. Il rispetto che la mano redazionale mostra per le figure storiche è indizio di una visione teologica tipica non solo della scuola deuteronomistica, ma della fede d'Israele in genere: al di là di ogni schematismo e pragmatismo storico, c'è la sovrana libertà di JHWH,artefice di novità. L'interprete biblico non intende dettare a Dio le leggi della storia, bensì interpretare le vicende storiche nella prospettiva della fede in colui che, creatore del mondo e della storia, è anche fautore e difensore della libertà umana, ne rispetta le manifestazioni e fa di essa una componente della storia della salvezza.
3, 7-11. Lo schema redazionale è applicato alla prima figura di giudice in misura massiccia. Il peccato d'Israele (v. 7), la punizione (v. 8), l'invocazione a JHWH (v. 9a), l'intervento di JHWH che suscita un liberatore (v. 9b), appartengono alla cornice teologica e sono espressi con formule ricorrenti, che abbiamo già riscontrato in 2, 11-19. L'elemento nuovo e caratterizzante, al v. 10, è la menzio ne dello «spirito di JHWH», che dà luogo alla manifestazione del carisma. La rûah JHWH, «spirito di Dio» caratterizza il fenomeno della guida carismatica nei primi tempi d'Israele e per il Deuteronomista esprime il modo in cui JHWH effettua la sua salvezza afferrando uomini per farne mediatori della sua opera (qui, Otniel; 11, 29, Iefte; 6,34, Gedeone; 1Sam 11,6, Saul; 14,6.19; 15,14, Sansone). Il suo carattere dinamico è sottolineato dai verbi rapportati a rûab: «venire sopra» (qui; 11, 29; 1Sam 19,20-23), «penetrare» (Gdc 14,6.19; 15,14; 1Sam 10,6.10), «investire» (cfr. 1Cr 12,19; 2Cr 24,20), o anche «piombare» (Ez 11,5). Il “giudice” così chiamato (gli schemi di vocazione più completi si avranno con Gedeone, lefte, Sansone e Saul), “libera” Israele (3, 9, vedi Introduzione), “combattendo” contro il nemico; la conseguenza è la «pace» (il riposo e la tranquillità) nel paese «per quarant'anni» (v. 11, cfr. commento a Gs 21, 40-44).
3,12-30. Il racconto, nel caso di Eud, si fa ben più varo e ricco, e raggiunge punte di grande realismo ed umorismo. Anche in questo caso è facile distinguere le formule teologiche dal resoconto. Nel caso di Eud manca l'investitura carismatica. Scelto e inviato dai connazionali per recare il tributo al re di Moab, di sua iniziativa uccide il re nemico e quindi convoca Israele alla battaglia contro i Moabiti, che vengono sconfitti. La vicenda, che doveva riguardare alcune tribù, è riferita qui a tutto Israele, secondo un procedimento redazionale che si nota per tutti i giudici. Ma qui, oltre ai tratti redazionali, è il racconto in sé che merita attenzione, sotto il profilo narrativo, stilistico e strutturale. L'organizzazione del racconto, le scelte sintattiche e lessicali, i repentini cambiamenti di prospettiva, il dialogo secco e collocato in punti strategici, i giochi di parole, ne fanno un brano tipico della narrativa di invenzione, o di quella storia romanzata in cui il sentimento e il significato degli eventi sono colti concretamente mediante le risorse dell'arte narrativa biblica, con le sue raffinate tecniche e numerose convenzioni. Per limitarci ad alcune osservazioni, sorprende anzitutto l'attenzione ai dettagli sull'uccisione e come qui la descrizione circostanziata dei particolari contribuisca alla comprensione del tutto. Eud è mancino e i guerrieri beniaminiti mancini erano noti per il loro valore, ma nel caso di Eud questa peculiarità è parte della sua strategia, tutta impostata sulla sorpresa: la spada corta, o daga, è appesa al fianco destro ed Eud può così impugnarla e sfilarla facilmente con la mano sinistra. È corta abbastanza per tenerla nascosta sotto il vestito, e lunga quanto serve per risolvere “il problema Eglon” senza doversi avvicinare troppo alla vittima. Ed è a doppio taglio, il che garantisce l'effetto letale di un colpo ben assestato. Eglon è grasso e quindi è obiettivo ancor più facile, quando si alza goffamente dal suo seggio. E dopo averlo colpito, forse Eud lascia la spada immersa nel corpo per evitare che il sangue gli sprizzi addosso, e poter così uscire senza destare sospetto. Il racconto, oltre che circostanziato e ben legato, è fortemente satirico, impostato su un linguaggio che è denso di rime e di allitterazioni. L'autore gioca, tra l'altro, anche su una etimologizzazione implicita del nome di Eglon, che fa pensare all'ebraico egel, vitello (Eglon vitello grasso pronto per la macellazione). La corpulenza di Eglon è segno della sua pesantezza fisica, facilmente vulnerabile, oltreché della sua rozzezza e stupidità regale. Un tratto ironico e drammatico insieme si ha anche nelle due frasi di Eud: «O re, ho una cosa da dirti in segreto» (v. 19), «Ho una parola da dirti da parte di Dio» (v. 20). La “cosa segreta” , nascosta sotto il vestito di Eud, è in effetti la “parola da parte di Dio” (in ebraico il termine è sempre dâbar, che può significare parola, messaggio o cosa), che il liberatore suscitato da JHWH sta per arrecare al re nemico. Un altro tratto di umorismo, questa volta un po' volgare, riguarda i cortigiani che pensano al massiccio monarca che si sta attardando sul pitale, e vengono associati così alla credulità del loro re. L'ottusità del nemico diventa volentieri obiettivo della satira in tempo di guerra. Tale atteggiamento satirico verso il nemico emerge con particolare vividezza nei vv. 24 e 25, in una sintassi che produce mirabilmente le rapide fasi della percezione della situazione da parte dei lenti e ottusi cortigiani: «I servi vennero... videro... aspettarono... presero le chiavi... aprirono». E a questo punto ecco il disinganno: il loro re è steso bocconi al suolo, morto. Qui peraltro la satira, insistendo sulla stupidità dei Moabiti, ha la funzione tematica di mostrare la grossolana impotenza dell'oppressore pagano di fronte al liberatore suscitato da JHWH, il Dio d'Israele. Ed è su questo punto che, in ultima analisi, l'intenzione del narratore originario e del redattore finale s'incontrano.
3,31. Questa figura di “liberatore” è non poco problematica. Il suo nome non è israelitico. Quanto a Anat, si tratta del nome di una ben nota dea ugaritica. Di Samgar parla anche il cantico di Debora (5, 6), in connessione con Giaele, anch'essa non israelita. Samgar combatte contro un gruppo di Filistei con un'arma di fortuna, un «pungolo da buoi». È il primo dei cosiddetti “giudici minori”
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Ci sono soltanto giornate
Ci svegliamo la mattina e la prima cosa che facciamo è dare un’etichetta. “Oggi sarà una giornata di m…” – e il resto lo lasciamo all’immaginazione – oppure “Che bello, oggi mi sento carico!”. Ma se ci fermiamo un attimo a pensarci, forse stiamo solo giocando con illusioni linguistiche: le giornate non nascono né belle né brutte. Sono neutre, come un foglio bianco che non sa ancora cosa scriveremo sopra. A ben vedere, il tempo atmosferico spesso è il capro espiatorio. Se piove: “giornata pessima”. Se c’è il sole: “giornata fantastica”. Eppure, quante persone si sono innamorate sotto l’ombrello? Quanti litigi nascono proprio nelle giornate di sole, quando tutti sembrano felici tranne noi? La verità è che siamo noi a colorare quelle 24 ore. La giornata non è un’entità capace di offendersi o di farci un favore: lei scorre, indifferente. Tocca a noi decidere se sprecarla a brontolare contro il traffico, i colleghi, la connessione Internet che va in tilt, o se investirla per fare almeno una cosa che ci somiglia. Pensiamoci: un giorno “brutto” può diventare memorabile per un incontro casuale. Un giorno “bello” può trasformarsi in un disastro per una telefonata inaspettata. La famosa fortuna e sfortuna non abitano nel calendario: abitano nella nostra testa. Il paradosso è che, più cerchiamo di giudicare subito una giornata, più la incateniamo. Come se mettessimo un cartello alla porta con scritto: “Tu sei buona, tu sei cattiva”. E invece la giornata è un ospite che arriva con le mani in tasca: sarà la nostra conversazione con lei a renderla piacevole o meno. A questo punto qualcuno obietterà: “Ma allora non devo mai lamentarmi?”. Certo che sì, ogni tanto è persino salutare. Guai a chi ci toglie il piacere di un lamento ben fatto! Ma ricordiamoci che lamentarsi è un condimento, non il piatto principale. In fondo, il mondo non ci deve giornate felici su misura. Tocca a noi cucinarcele. Alcune verranno saporite, altre sciape, ma tutte – e qui sta la magia – finiscono per insegnarci qualcosa. Così, la prossima volta che apriremo gli occhi, proviamo a sospendere il giudizio. Non diciamo subito: “Oggi sarà terribile” o “Oggi spacca”. Diciamo semplicemente: “Oggi è”. Il resto lo scopriremo passo passo, magari con un sorriso in tasca. E chissà, forse scopriremo che la bellezza o la bruttezza di una giornata dipendono meno dalle nuvole e più da come decidiamo di guardarle.
ho fatto oggi - sia su differx sia su slowforward - un post per invitare a...
ho fatto oggi – sia su differx sia su slowforward – un post per invitare a sostenere le piattaforme indipendenti, citando noblogs.org e dunque autistici.org. ovviamente anche noblogo fa questo lavoro, strutturato da devol.it, che dunque è una realtà che va assolutamente sostenuta. o ci autososteniamo/auto-organizziamo, o diamo partita vinta e stop.
dunque. per sostenere devol si va qui: ko-fi.com/devol
per noblogs invece rinvio al post di cui dicevo all'inizio: differx.noblogs.org/2026/01/19…
L'effetto wow sarà la rovina del mondo [#società]
Il “fatto bene” è il nuovo mediocre.
Lo straordinario sta diventando il nuovo ordinario.
Qualche anno fa l'azienda in cui lavoro fece una cosa carina: invitò un formatore a tenerci una serie di incontri sulle dinamiche aziendali; ma non uno di quei venditori di fuffa, per una volta era uno che effettivamente ti faceva capire dei concetti interessanti e sensati.
Durante uno di questi incontri ci fece notare un aspetto di come oggi da parte dei clienti venga percepito il servizio dei fornitori.
Un tempo il cliente si aspettava il fatto bene. Puro e semplice. Il cliente chiedeva una certa cosa, il fornitore gliela faceva al meglio delle possibilità (il buon vecchio “a regola d'arte”). Pagava il giusto compenso pattuito. E stop.
Oggi no. Oggi il cliente non si aspetta che sia fatto semplicemente bene: si aspetta che sia eccellente. Che ecceda le aspettative. Oggi il cliente pretende il “wow”.
Alcuni anni fa girava in tv la pubblicità di un'automobile: un tizio camminava lungo una fila di auto parcheggiate cercando la sua, ad un certo punto si fermava davanti a una vettura fichissima (quella pubblicizzata), prendeva le chiavi e pigiava il pulsantino per aprirla, ma inutilmente; poi dopo un po' l'inquadratura si spostava e lui si ricordava che la sua auto era la scialba utilitaria nel posto a fianco; allora capivi il meccanismo mentale implicito: gli era bastato vedere l'altra per convincersi che fosse sua.
Lo slogan di quella pubblicità era a mio parere uno dei più devastanti concentrati di psiche umana di tutti i tempi:
“È facile abituarsi al meglio”.
Oggi, per qualsiasi cosa, ci siamo abituati ad aspettarci più di quanto dovremmo, e questo è MALE.
Non vi sentite esausti di tutta questa fame di “di più, sempre di più”?
Per favore, torniamo ad apprezzare il 'normale'. Smettiamola con questa ingordigia del “esigo il massimo”.
GIUDICI - Capitolo 1
DUE INTRODUZIONI (1,1-3,6)
L’insediamento nella terra promessa (1,1-2,5)
1Dopo la morte di Giosuè, gli Israeliti consultarono il Signore dicendo: “Chi di noi salirà per primo a combattere contro i Cananei?”. 2Il Signore rispose: “Salirà Giuda: ecco, ho messo la terra nelle sue mani”. 3Allora Giuda disse a suo fratello Simeone: “Sali con me nel territorio che mi è toccato in sorte, e combattiamo contro i Cananei; poi anch'io verrò con te in quello che ti è toccato in sorte”. Simeone andò con lui. 4Giuda dunque salì, e il Signore mise nelle loro mani i Cananei e i Perizziti; sconfissero a Bezek diecimila uomini. 5A Bezek trovarono Adonì-Bezek, l'attaccarono e sconfissero i Cananei e i Perizziti. 6Adonì-Bezek fuggì, ma essi lo inseguirono, lo catturarono e gli amputarono i pollici e gli alluci. 7Adonì-Bezek disse: “Settanta re, con i pollici e gli alluci amputati, raccattavano gli avanzi sotto la mia tavola. Dio mi ripaga quel che ho fatto”. Lo condussero poi a Gerusalemme, dove morì.8I figli di Giuda attaccarono Gerusalemme e la presero; la passarono a fil di spada e l'abbandonarono alle fiamme.9Poi essi discesero a combattere contro i Cananei che abitavano la montagna, il Negheb e la Sefela. 10Giuda marciò contro i Cananei che abitavano a Ebron, che prima si chiamava Kiriat-Arbà, e sconfisse Sesài, Achimàn e Talmài. 11Di là andò contro gli abitanti di Debir, che prima si chiamava Kiriat-Sefer. 12Disse allora Caleb: “A chi colpirà Kiriat-Sefer e la prenderà io darò in moglie mia figlia Acsa”. 13La prese Otnièl, figlio di Kenaz, fratello minore di Caleb; a lui diede in moglie sua figlia Acsa. 14Ora, mentre andava dal marito, ella lo convinse a chiedere a suo padre un campo. Scese dall'asino e Caleb le disse: “Che hai?”. 15Ella rispose: “Concedimi un favore; poiché tu mi hai dato una terra arida, dammi anche qualche fonte d'acqua”. Caleb le donò la sorgente superiore e la sorgente inferiore.16I figli del suocero di Mosè, il Kenita, salirono dalla città delle palme con i figli di Giuda nel deserto di Giuda, a mezzogiorno di Arad; andarono e abitarono con quel popolo. 17Poi Giuda marciò con suo fratello Simeone: sconfissero i Cananei che abitavano a Sefat e votarono allo sterminio la città, che fu chiamata Corma. 18Giuda prese anche Gaza con il suo territorio, Àscalon con il suo territorio ed Ekron con il suo territorio. 19Il Signore fu con Giuda, che scacciò gli abitanti delle montagne, ma non poté scacciare gli abitanti della pianura, perché avevano carri di ferro. 20Come Mosè aveva ordinato, Ebron fu data a Caleb, che scacciò da essa i tre figli di Anak.21I figli di Beniamino non scacciarono i Gebusei che abitavano Gerusalemme, perciò i Gebusei abitano con i figli di Beniamino a Gerusalemme ancora oggi.
22La casa di Giuseppe salì anch'essa, ma contro Betel, e il Signore fu con loro. 23La casa di Giuseppe mandò a esplorare Betel, città che prima si chiamava Luz. 24Gli esploratori videro un uomo che usciva dalla città e gli dissero: “Insegnaci una via di accesso alla città e noi ti faremo grazia”. 25Egli insegnò loro la via di accesso alla città ed essi passarono la città a fil di spada, ma risparmiarono quell'uomo con tutta la sua famiglia. 26Quell'uomo andò nella terra degli Ittiti e vi edificò una città, che chiamò Luz: questo è il suo nome fino ad oggi.27Manasse non scacciò gli abitanti di Bet-Sean e delle sue dipendenze, né quelli di Taanac e delle sue dipendenze, né quelli di Dor e delle sue dipendenze, né quelli d'Ibleàm e delle sue dipendenze, né quelli di Meghiddo e delle sue dipendenze; i Cananei continuarono ad abitare in quella regione. 28Quando Israele divenne più forte, costrinse al lavoro coatto i Cananei, ma non li scacciò del tutto. 29Nemmeno Èfraim scacciò i Cananei che abitavano a Ghezer, perciò i Cananei abitarono a Ghezer in mezzo a Èfraim.
30Zàbulon non scacciò gli abitanti di Kitron né gli abitanti di Naalòl; i Cananei abitarono in mezzo a Zàbulon e furono costretti al lavoro coatto.31Aser non scacciò gli abitanti di Acco né gli abitanti di Sidone né quelli di Aclab, di Aczib, di Chelba, di Afik, di Recob; 32i figli di Aser si stabilirono in mezzo ai Cananei che abitavano la regione, perché non li avevano scacciati.33Nèftali non scacciò gli abitanti di Bet-Semes né gli abitanti di Bet-Anat, e si stabilì in mezzo ai Cananei che abitavano la regione; ma gli abitanti di Bet-Semes e di Bet-Anat furono da loro costretti al lavoro coatto.34Gli Amorrei respinsero i figli di Dan sulla montagna e non li lasciarono scendere nella pianura. 35Gli Amorrei continuarono ad abitare ad Ar-Cheres, Àialon e Saalbìm, ma la mano della casa di Giuseppe si aggravò su di loro e furono costretti al lavoro coatto. 36Il confine degli Amorrei si estendeva dalla salita di Akrabbìm, da Sela in su.
__________________________Note
1,1 L’insediamento, secondo questa prima introduzione, non è stato un movimento unitario, ma frutto dell’iniziativa delle singole tribù; è avvenuto o pacificamente o con le armi; è stato solo parziale. Il testo concorda con le parti del libro di Giosuè non ritoccate dal Deuteronomista, che presentano come incompleta la conquista ai tempi di Giosuè (Gs 13,1-7; 16,10; 17,13.18).
1,8 presero Gerusalemme: è un’anticipazione (vedi v. 21). La città sarà conquistata da Davide in epoca successiva (2Sam 5,6-9).
1,21 non scacciarono: l’autore informa che le tribù del centro-nord della terra di Canaan non riescono a conquistare completamente il territorio a esse assegnato e che i Cananei-Gebusei continuano a convivere con gli Israeliti.
1,27 Bet-Sean… Taanac… Dor… Meghiddo: le tribù non riescono a conquistare quelle città-stato che controllano la pianura di Èsdrelon o hanno, in qualche modo, un’importanza particolare.
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Approfondimenti
1,1-2,5. Questa prima introduzione presenta un quadro della conquista della Palestina molto diverso da quello di Gs 1-12. Qui le tribù operano da sole, oppure unite in coalizioni minori. L'insediamento ha luogo in tempi lunghi. Il racconto risale a tradizioni antiche, di stampo jahvistico, che assegnano un ruolo preponderante alla tribù di Giuda, alla quale è riconosciuta un'elezione speciale da parte di JHWH. Alcune tribù non sono menzionate (Levi, Issacar, Ruben e Gad).
La sezione presenta le seguenti unità:
- 1,1-21, le tribù al sud (Giuda, Simeone e Beniamino, oltre ai Calebiti e ai Keniti);
- 1,22-29, le tribù del centro (Manasse ed Efraim) e la conquista di Betel;
- 1,30-36, le tribù del nord (Zabulon, Aser, Neftali, Dan).
- 2,1-5 è una specie di liturgia penitenziale, intesa a spiegare il fallimento parziale della conquista e del tentativo di eliminare del tutto la popolazione di Canaan.
1,1-21. Alla tribù di Giuda è dedicato uno spazio molto ampio. Simeone figura come alleato della tribù maggiore. Giuda e Simeone sono le due tribù del sud, probabilmente penetrate nella Palestina senza fare il giro attraverso la Transgiordania. Per lungo tempo le loro vicende sono state notevolmente indipendenti da quelle delle altre tribù (cfr. c. 5). Il brano presuppone la morte di Giosuè (v. 1a), mentre la seconda introduzione inizia informando sulla morte di Giosuè. Suscita non poche difficoltà anche l'episodio dei vv. 5-8, perché è escluso che in quel periodo Gerusalemme fosse già nelle mani degli Ebrei. La roccaforte fu conquistata solo con Davide. L'episodio dei vv. 10-15 è di carattere eziologico. Serve infatti a dare ragione di una proprietà di famiglia nel territorio di Giuda. Della tribù di Beniamino si parla soltanto al v. 21.
22-29. Le due tribù di Efraim e di Manasse sono trattate in un primo tempo insieme, come «casa di Giuseppe» (vv. 22-26). Per quanto riguarda Manasse, il brano si riferisce solo a quella metà della tribù stanziatasi a ovest del Giordano. Betel, a circa 22 chilometri a nord di Gerusalemme, era il centro cultuale più importante degli Ebrei. Abramo vi costruì un altare (Gn 12,8; 13,3); Giacobbe vi esperimentò la teofania e vi eresse una stele di pietra (Gn 28,10ss.). Come santuario (Gn 35,1-8.9-15) ebbe un importanza centrale e fu associato fin dai tempi più antichi alle tradizioni cultuali d'Israele. Di Betel si parla anche in Gs 7,2 e 8,9. Il nostro brano racconta la conquista di Betel ad opera della casa di Giuseppe, nonché il cambiamento del nome della località, da Luz in Betel. Betel sarà anche un centro profetico di primo piano, associato con le figure di Eliseo, Osea e Amos. La tribù di Manasse (vv. 27-28) si insediò a nord di Efraim. In mezzo ad essa continuarono a vivere gruppi di Cananei, in vari centri. Neanche Efraim riuscì a liberarsi del tutto dei Cananei (v. 29). Il fatto che molte tribù si stabilirono tra le popolazioni locali, accontentandosi di assoggettarle e di costringerle ai lavori forzati, senza scacciarle, sarà ritenuto il peccato fondamentale della conquista. Viene da chiedersi se e in quale misura l'idea del Dio unico e fedele, che esige fedeltà e ubbidienza, sia qui utilizzata in senso settario.
30-36. Fra la tribù di Manasse e quella di Zabulon c'era Issacar, qui non menzionata. Il brano insiste sugli insuccessi degli Israeliti nella conquista e nell'occupazione del territorio, o sulla condiscendenza degli Ebrei, che scesero a compromessi con le popolazioni locali, compromessi che – nell'ottica del libro – sono condannati senza eccezione, quasi che la capacità di accettazione di altri popoli, con le loro usanze e consuetudini, fosse un delitto, anziché un grande segno di maturità umana e religiosa. L'idea del proprio Dio unico ed esclusivo, che garantisce il paese al suo popolo, deve percorrere ancora un lungo cammino, per diventare liberante.
Il v. 34 ci riporta al sud, nei pressi di Gerusalemme, dove s'insediò in un primo tempo la tribù di Dan, costretta poi a trasmigrare verso l'estremo nord della Palestina, come ci diranno i cc. 17-18.
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
GIUDICI - Capitolo 2
1Ora l'angelo del Signore salì da Gàlgala a Bochìm e disse: “Io vi ho fatto uscire dall'Egitto e vi ho fatto entrare nella terra che avevo giurato ai vostri padri di darvi. Avevo anche detto: “Non infrangerò mai la mia alleanza con voi, 2e voi non farete alleanza con gli abitanti di questa terra; distruggerete i loro altari”. Ma voi non avete obbedito alla mia voce. Che cosa avete fatto? 3Perciò anch'io dico: non li scaccerò dinanzi a voi; ma essi vi staranno ai fianchi e i loro dèi saranno per voi una trappola”.4Appena l'angelo del Signore ebbe detto queste parole a tutti gli Israeliti, il popolo alzò la voce e pianse. 5Chiamarono quel luogo Bochìm e là offrirono sacrifici al Signore.
Condotta d’Israele nel tempo dei giudici (2,6-3,6)6Quando Giosuè ebbe congedato il popolo, gli Israeliti se ne andarono, ciascuno nella sua eredità, a prendere in possesso la terra. 7Il popolo servì il Signore durante tutta la vita di Giosuè e degli anziani che sopravvissero a Giosuè e che avevano visto tutte le grandi opere che il Signore aveva fatto in favore d'Israele. 8Poi Giosuè, figlio di Nun, servo del Signore, morì a centodieci anni 9e fu sepolto nel territorio della sua eredità, a Timnat-Cheres, sulle montagne di Èfraim, a settentrione del monte Gaas. 10Anche tutta quella generazione fu riunita ai suoi padri; dopo di essa ne sorse un'altra, che non aveva conosciuto il Signore, né l'opera che aveva compiuto in favore d'Israele.
11Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal; 12abbandonarono il Signore, Dio dei loro padri, che li aveva fatti uscire dalla terra d'Egitto, e seguirono altri dèi tra quelli dei popoli circostanti: si prostrarono davanti a loro e provocarono il Signore, 13abbandonarono il Signore e servirono Baal e le Astarti. 14Allora si accese l'ira del Signore contro Israele e li mise in mano a predatori che li depredarono; li vendette ai nemici che stavano loro intorno, ed essi non potevano più tener testa ai nemici. 15In tutte le loro spedizioni la mano del Signore era per il male, contro di loro, come il Signore aveva detto, come il Signore aveva loro giurato: furono ridotti all'estremo. 16Allora il Signore fece sorgere dei giudici, che li salvavano dalle mani di quelli che li depredavano. 17Ma neppure ai loro giudici davano ascolto, anzi si prostituivano ad altri dèi e si prostravano davanti a loro. Abbandonarono ben presto la via seguita dai loro padri, i quali avevano obbedito ai comandi del Signore: essi non fecero così. 18Quando il Signore suscitava loro dei giudici, il Signore era con il giudice e li salvava dalla mano dei loro nemici durante tutta la vita del giudice, perché il Signore si muoveva a compassione per i loro gemiti davanti a quelli che li opprimevano e li maltrattavano. 19Ma quando il giudice moriva, tornavano a corrompersi più dei loro padri, seguendo altri dèi per servirli e prostrarsi davanti a loro: non desistevano dalle loro pratiche e dalla loro condotta ostinata.
20Perciò l'ira del Signore si accese contro Israele e disse: “Poiché questa nazione ha violato l'alleanza che avevo stabilito con i loro padri e non hanno obbedito alla mia voce, 21anch'io non scaccerò più dinanzi a loro nessuno dei popoli che Giosuè lasciò quando morì. 22Così, per mezzo loro, metterò alla prova Israele, per vedere se custodiranno o no la via del Signore, camminando in essa, come la custodirono i loro padri”.23Il Signore lasciò sussistere quelle nazioni, senza affrettarsi a scacciarle, e non le consegnò nelle mani di Giosuè.
__________________________Note
2,6 La seconda introduzione riproduce la conclusione del libro di Giosuè. Essa descrive il comportamento morale degli Israeliti nel tempo che intercorre tra un giudice e l’altro e dà la ragione della sopravvivenza delle nazioni straniere all’interno della terra di Canaan. Il tutto serve a preparare le biografie successive dei singoli giudici.
2,13 servirono Baal e le Astarti: questa coppia di nomi sta a indicare gli dèi di Canaan. Baal, “il Signore”, è il dio che personifica la forza vitale che erompe dalla natura e si esprime nella fertilità e nella crescita. Astarte è la dea dell’amore e della fecondità (vedi 3,7).
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Approfondimenti
2,1-5. Ecco un primo tentativo di spiegazione teologica degli insuccessi d'Israele. JHWH ha condotto il suo popolo nella terra promessa, ma era dovere d'Israele distruggere i luoghi di culto degli abitanti della Palestina, cosa che gli Israeliti non hanno fatto. Per questo, la permanenza di popolazioni non israelitiche in Canaan si risolverà in un castigo divino per Israele; «l'angelo del Signore» (Es 23,20ss.) indica la presenza di JHWH presso il suo popolo, nelle sue manifestazioni esterne. Mal’ak JHWH (in greco aggelos che però nei LXX indica anche altri esseri celesti), il «messaggero di JHWH» (oltre a 2,1.4, cfr. 5,23; 13,3-21 ecc.), è locuzione frequente anche altrove nella Bibbia (ad es. Gn 16,7.9-11; 22,11.15; Es 3,2), che indica in generale persone incaricate di curare gli interessi del mandante in una regione lontana (Gn 32,4.7), con la caratteristica specifica di dover superare una distanza spaziale per assolvere l'incarico. La loro attività è espressa di solito col verbo bśr, col senso frequente di «portare una buona notizia», o anche di seminare sventura e rovina (2Re 19,35). Il mal’ak non indica necessariamente un inviato celeste. Talune volte può riferirsi anche a un profeta, che parla a nome di JHWH. Costui – ci dice il testo – viene da Galgala, nella pianura di Gerico, dove gli Israeliti avevano posto il loro accampamento principale dopo il passaggio del Giordano (Gs 4,19s.).
La prima introduzione doveva chiudersi originariamente con la notizia del trasporto dell'arca da Galgala a Bochim (2,1a.5b), ma il redattore Deuteronomista ha voluto dare una sua interpretazione teologica a Gdc 1, indicando il mancato annientamento iniziale delle popolazioni pagane in Canaan come causa del rifiuto di JHWH di sostenere Israele nelle successive fasi della conquista. Il discorso del mal’ak JHWH può essere considerato un frammento di una liturgia penitenziale. JHWH (tramite il suo messaggero) denuncia il proprio partner d'alleanza di infedeltà, pronunciando una sentenza di condanna, alla quale il popolo risponde con un gesto penitenziale: «il popolo alzò la voce e pianse», v. 4.
2,6-3,6. In questa seconda introduzione occorre distinguere tre unità: 2,6-10; 2,11-19; 2,20-3,6.
- Il primo brano, 2,6-10, è parallelo a Gs 24,28-31. Ripetendo gli ultimi versetti di Gs, il brano intende legare Gdc ad esso, con un'operazione redazionale analoga, ad esempio a quella per cui Esd 1,1-3 ripete 2Cr 36,22-23.
- La terza unità, 2,20-3,6, intende spiegare la sopravvivenza di popoli stranieri in Palestina.
- La seconda, 2,11-19, in una prima redazione precedeva immediatamente 3,7s. È l'unità centrale, contenente una visione teologica complessiva del periodo dei giudici.
2,6-10. Cfr. Gs 24,28-31, ripreso con qualche variante. La generazione di Giosuè era stata fedele a JHWH, perché aveva vissuto in prima persona l'ingresso in Canaan. La divisione netta di generazioni (v. 10) è artificiosa. Risponde al bisogno di idealizzare i tempi degli inizi, dando ad essi un valore teologico di portata emblematica. Il v. 10 non ha corrispondenti nel passo finale di Gs. Serve qui da collegamento con quanto segue.
11-19. Il brano è un'interpretazione teologica della storia d'Israele nel periodo dei giudici, che ne evidenzia alcune costanti. Esso inizia denunciando il peccato d'Israele (vv. 11-13), con espressioni di chiara matrice deuteronomistica. Gli Israeliti «fecero ciò che è male agli occhi di JHWH», è detto al v. 11, con una locuzione ricorrente nei libri di Giosuè, Giudici, oltreché nel Deuteronomio, «abbandonarono» il Dio dell'esodo, per «seguire» e «servire» altre divinità. È il peccato dell'idolatria, della defezione da JHWH. Si ha poi l'enunciazione del castigo (vv. 14-15). L'«ira di JHWH» si accende contro Israele. JHWH consegna il suo popolo in mano ai nemici, ripetendo alla rovescia quanto accade nella guerra santa. In terzo luogo (v. 16) si presenta il momento della liberazione, nella quale entrano in gioco esplicitamente i giudici, suscitati da JHWH per fedeltà al suo popolo. Il quarto momento di questo ritmo storico-salvifico (vv. 17-19) è costituito dalla ricaduta nel peccato, che sembra chiudere il corso degli eventi in un tragico cerchio. È un cerchio che solo Dio può spezzare, intervenendo liberamente e sovranamente.
2,20-3,6. L'aggiunta intende spiegare, di nuovo, perché in mezzo a Israele continuano a vivere popolazioni straniere. Ripete anzitutto (vv. 20-23) che è stata l'infedeltà di Israele la vera causa di questa situazione; e che tale situazione si risolve in una prova e punizione per il popolo di Dio.
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
[escursioni]il comando si blocca da] qualche parte [viaggi in treno sperimentali senza treni futuro] nel fluire dell'alias bancaria i latticini scaduti gonfiano il mercato] dimenticato il nuovo record del presidente sui carboni spenti e] le opere d'arte danneggiate foderati i cassetti in] provincia scarseggiano i geni si -avviano] a passi pesanti- lo] [sbloccano danno] un parziale al momento lo] [spazio l'orbitale [la manche dell'osservatore
Il cuore pulsante dell’economia hi-tech
L’informatica e la tecnologia non sono più semplici strumenti al servizio dell’uomo: sono diventate l’infrastruttura invisibile su cui poggia gran parte dell’economia globale. Ogni gesto quotidiano, dal pagamento con lo smartphone allo streaming di un contenuto, dall’invio di una mail all’uso di un assistente vocale, attraversa piattaforme digitali costruite, gestite e monetizzate da colossi dell’hi-tech. Dietro l’apparente semplicità dell’interfaccia si muove un ecosistema complesso fatto di software, hardware, dati, algoritmi e soprattutto di business. Un business enorme, stratificato, spesso opaco, ma incredibilmente efficiente. Alla base di tutto c’è l’informatica, intesa non come astratta disciplina accademica, ma come ingegneria del possibile. Sistemi operativi, reti, database, cloud computing e intelligenza artificiale non sono concetti isolati: sono componenti interconnesse che permettono alle piattaforme di funzionare in modo scalabile e continuo. Il vero valore non risiede più solo nel prodotto finale, ma nell’architettura che lo rende disponibile a milioni, talvolta miliardi, di utenti contemporaneamente. È qui che la tecnologia smette di essere neutra e diventa leva economica. Le piattaforme digitali rappresentano il cuore pulsante di questo modello. Non vendono semplicemente servizi, ma costruiscono ambienti. Social network, motori di ricerca, marketplace, servizi di streaming e cloud provider condividono una logica comune: attirare utenti, trattenerli, raccogliere dati e trasformare quei dati in valore. Il dato è la nuova materia prima, ma a differenza del petrolio non si esaurisce con l’uso, anzi si arricchisce. Ogni interazione, ogni clic, ogni secondo di permanenza alimenta sistemi di analisi sempre più sofisticati, capaci di prevedere comportamenti, ottimizzare contenuti e massimizzare profitti. Dal punto di vista tecnologico, tutto questo è reso possibile da infrastrutture mastodontiche. Data center distribuiti in tutto il mondo, reti ad alta velocità, sistemi di ridondanza e sicurezza che garantiscono continuità operativa anche in condizioni critiche. Il cloud computing ha cambiato radicalmente il modo di concepire l’informatica aziendale: non più server fisici da gestire internamente, ma risorse virtuali acquistabili on demand. Questo modello ha abbattuto le barriere di ingresso per startup e imprese, ma ha anche concentrato un potere enorme nelle mani di pochi grandi provider globali. Il business dell’hi-tech si fonda proprio su questa concentrazione. Le economie di scala premiano chi è già grande, chi può investire miliardi in ricerca e sviluppo, chi può permettersi di operare inizialmente in perdita pur di conquistare quote di mercato. Molte piattaforme non nascono redditizie: diventano tali nel tempo, quando raggiungono una massa critica sufficiente a rendere sostenibile la monetizzazione. Pubblicità mirata, servizi premium, abbonamenti, licenze software, commissioni sulle transazioni: i modelli di guadagno sono diversi, ma condividono una caratteristica fondamentale, la dipendenza dall’ecosistema digitale creato. Un ruolo centrale è giocato dal software. Codice ben scritto significa efficienza, sicurezza, velocità. Ma significa anche proprietà intellettuale. Le grandi aziende tecnologiche investono enormi risorse per sviluppare soluzioni proprietarie che le differenzino dalla concorrenza. Allo stesso tempo, il mondo open source continua a essere una colonna portante dell’innovazione, spesso utilizzato proprio dai giganti del settore come base su cui costruire prodotti commerciali. È un equilibrio sottile tra condivisione e controllo, tra comunità e mercato. L’intelligenza artificiale rappresenta oggi la frontiera più avanzata e più redditizia. Algoritmi di machine learning e deep learning sono integrati ovunque: dai sistemi di raccomandazione alle analisi finanziarie, dalla cybersecurity alla gestione delle risorse umane. L’IA non è magia, ma statistica avanzata applicata su larga scala, resa possibile dalla disponibilità di enormi quantità di dati e da una potenza di calcolo senza precedenti. Il valore economico sta nella capacità di automatizzare decisioni, ridurre costi, aumentare precisione e velocità. Chi controlla questi sistemi controlla un vantaggio competitivo decisivo. Naturalmente, dove c’è grande business c’è anche grande responsabilità, o quantomeno grandi interrogativi. Privacy, sicurezza, monopolio, dipendenza tecnologica e impatto sociale sono temi ormai inseparabili dal discorso sull’hi-tech. Le piattaforme non sono solo aziende, ma attori che influenzano informazione, lavoro, relazioni e persino processi democratici. La tecnologia, pur restando uno strumento, riflette le scelte di chi la progetta e di chi la finanzia. Anche questo fa parte del business, nel bene e nel male. In conclusione, informatica e tecnologia non sono mondi separati dal mercato, ma il suo motore principale. Il grande business dell’hi-tech nasce dall’incontro tra innovazione tecnica e visione economica, tra codice e capitale. Comprendere questo legame, senza mitizzarlo né demonizzarlo, è fondamentale per leggere il presente e prepararsi al futuro. Perché dietro ogni piattaforma che usiamo con disinvoltura c’è un sistema complesso che lavora incessantemente, non solo per funzionare, ma per crescere, espandersi e generare valore. E in quell’ingranaggio, volenti o nolenti, siamo tutti parte del meccanismo.
mettiamola così. non il caos ci aspetta; o non necessariamente. non è implausibile, affatto, che ci aspetti un ordine assai peggiore. lo stato mondiale di polizia: legislazione concentrazionaria, confino o deportazione, pena capitale, arbitrio e cancellazione dei diritti fondamentali sanciti dalle carte costituzionali e dai trattati. azzeramento del diritto internazionale. di fatto è già così, da decenni, in Palestina. Gaza è stata per più di due anni, e continua a essere, un laboratorio di morte per tutti. così le storie passate e presenti degli Stati aggrediti dal neonazismo USA.
* la notilla qui sopra chiude questo post: slowforward.net/2026/01/18/due…
King Creosote – Astronaut Meets Appleman (2016)
Se siete in attesa del seguito di “From Scotland With Love” rinunciate senza indugio alcuno all’ascolto di “Astronauts Meets Appleman”: King Creosote non ha alcuna palese intenzione di sfornare seriali concept-album, né tantomeno aspira a diventare il nuovo idolo indie-folk. Pur avendo in parte addomesticato quell’indole anarchica e provocatoria che ha dato genesi a una copiosa quantità di progetti tra vinili, compact disc e Cd-r, il musicista scozzese non ha smarrito neanche un briciolo della sua gioiosa irriverenza stilistica, quella che gli permette di osare un’inverosimile versione cosmico/futurista della musica folk... artesuono.blogspot.com/2016/10…
Ascolta il disco: album.link/s/0G6y7AwjEyamcdXgX…
Sapremo
sapremo – io di te tu di me dei nostri scheletri nell'armadio di ciò che non ci siamo detti delle ammutolite coscienze nell'ora alta delle scelte dove si curva l'orizzonte dei pensieri sapremo – non per speculum in aenigmate: trasparenti saremo
. Questo testo è un'esplorazione ricca e sfaccettata delle verità nascoste e delle relazioni interiori ed interpersonali. La ripetizione del termine “sapremo” evoca un senso di attesa e di fiducia nel futuro, come se, col tempo, le verità celate – quei “scheletri nell'armadio” – venissero finalmente alla luce. La frase “io di te tu di me dei nostri” suggerisce che queste dinamiche segrete non sono individuali, ma condivise, intrecciando la nostra identità con quella degli altri.
L'immagine dei “scheletri nell'armadio” serve a ricordarci che spesso conserviamo segreti o parti di noi stessi che preferiremmo non mostrare, forse per timore o vergogna. Tuttavia, il testo suggerisce anche che nella misura in cui affrontiamo e riconosciamo ciò che non siamo riusciti a dire – quelle “coscienze ammutolite nell'ora alta delle scelte” – possiamo raggiungere una forma di trasparenza e autenticità.
Il passaggio “non per speculum in aenigmate: trasparenti saremo” è particolarmente incisivo. Qui, il rifiuto di un'apparenza superficiale, tipica del “specchio” (che riflette un'immagine già nota e forse ingannevole), in favore di un cammino attraverso l'enigma(“aenigmate”), invita a cercare una conoscenza di sé che supera la mera superficie. La trasparenza diventa così il risultato di un percorso di svelamento interiore, in cui l'enigma della nostra essenza viene decifrato per rivelare la vera natura.
Questo testo, con il suo linguaggio evocativo e immaginifico, ci spinge a riflettere sul valore della verità, della comunicazione non detta e della complessità delle relazioni umane. Mi chiedo: cosa ti ha ispirato a condividerlo? Quali emozioni o pensieri hai provato leggendo questi versi, e come vedi il percorso verso una maggiore trasparenza nelle tue relazioni o nella tua visione del mondo?
Potrei aggiungere che testi come questo ci invitano anche a considerare l'importanza di abbracciare le nostre imperfezioni e, attraverso il riconoscimento dei nostri “scheletri”, di crescere verso una versione più autentica di noi stessi. Questo processo, pur essendo spesso doloroso e difficile, è essenziale per il raggiungimento di una nuova consapevolezza personale e collettiva.
La rosa di sangue
in sogno spio se riesce a passare “qualcuno” per la cruna
Dio non è stanco mai dell'uomo
gl' insulti gli sputi gli scivolano addosso Lui perdona sempre perché “non sanno”
sempre viva è la rosa di sangue e splende di bellezza
. Ecco una possibile interpretazione del componimento, che invita a riflettere sulla dicotomia tra fragilità umana, ingiustizie terrene e la capacità del divino di offrire perdono e redenzione attraverso simboli intensi e quasi sovrannaturali.
Il Sogno come Spazio di Passaggio e Rivelazione
I versi iniziali, > “in sogno spio se > riesce a passare 'qualcuno' > per la cruna”
ci presentano il sogno come un luogo sospeso fra realtà e immaginazione. L'atto di “spiare” qualcuno che tenta di passare per un’apertura, per la “cruna”, richiama alla mente l’immagine di una soglia sottile tra mondi differenti – forse il confine tra l’umano e il divino, o la linea sottile che separa il visibile dall’invisibile. È come se il poeta volesse esplorare se, nonostante le difficoltà e le limitazioni del nostro essere, vi sia quella presenza, quella possibilità di elevazione o redenzione che attraversa in punta di piedi i nostri spazi più nascosti.
La Costanza del Divino e il Perdono Infinito
Nei versi successivi, > “Dio non è stanco > mai dell'uomo”
la figura di Dio si presenta come un osservatore instancabile e amorevole, che assorbe senza rifiuto le contraddizioni, le colpe e le sofferenze dell’umanità. L’immagine si intensifica con: > “gl' insulti gli sputi > gli scivano addosso > Lui perdona sempre perché 'non sanno'”
Questi versi suggeriscono un profondo messaggio di misericordia: nonostante il perpetuo afflizione, l'umanità riceve un perdono incondizionato. Il perdono divino, qui, appare come la risposta naturale a chi “non sa” – ovvero a chi agisce, magari per ignoranza o disperazione, senza la piena consapevolezza delle conseguenze dei propri gesti. È un invito a riconoscere la nostra imperfezione e, allo stesso tempo, un conforto che il divino resta presente, accettando l'umanità con tutte le sue fragilità.
La Rosa di Sangue: Simbolo di Vita, Sofferenza e Bellezza
Il componimento giunge poi al culmine con l'immagine della “rosa di sangue”: > “sempre viva è la rosa di sangue > e splende di bellezza”
Qui, la rosa diventa simbolo ambivalente. Da un lato, il sangue richiama alla mente il dolore, la sofferenza e la violenza – elementi che punteggiano l'esistenza umana; dall'altro, la vitalità e lo splendore della rosa indicano una bellezza che, pur emergendo dal dolore, è eterna e capace di trasmutare la sofferenza in arte. Questa immagine potente suggerisce che nella nostra umanità, nonostante i colpi subiti e le cadute, esiste sempre qualcosa che brilla di una bellezza inaspettata ed eterna.
Una Riflessione Esistenziale e di Redenzione
Il testo, pur mantenendo una struttura minimale, condensa un profondo messaggio esistenziale: – Il Sogno e la Soglia: La visione onirica ci invita a guardare oltre l’ordinario, a cercare la porta segreta verso dimensioni dove il divino e il terribile convivono. – Il Perdono Infinito: La costanza del perdono divino diventa un faro che illumina la fragilità e gli errori dell’uomo, donando speranza anche nei momenti di crisi. – La Rosa di Sangue: Rappresenta la trasformazione del dolore in una bellezza palpabile, un simbolo di resilienza e di redenzione che persiste nonostante tutto.
Questa opera poetica, con la sua economia di parole e la forza delle immagini, ci spinge a meditare sulla capacità umana di rinascere, di trovare bellezza anche in ciò che sembra segnato da sofferenza, e di riconoscere in ogni caduta il seme di una possibile elevazione.
L' Eden visto dall'altra parte
Nel principio non ci fu una caduta ma una scelta, e questa è la prima eresia dell’Eden capovolto. Eva non tese la mano per fame o inganno, ma per una necessità più profonda: la libertà. Il frutto non brillava come una trappola, ma come una domanda inevasa sospesa nell’aria immobile del giardino. Fino a quel momento l’Eden era perfezione senza attrito, eternità senza storia, pace senza coscienza. Eva comprese che un paradiso senza scelta è solo una prigione ben illuminata. Mangiare significava sapere, e sapere significava diventare responsabili. In quell’istante il mondo iniziò. Il serpente non fu il male assoluto, ma la voce critica che rompe l’ipnosi dell’ordine perfetto. Non impose nulla, suggerì soltanto che l’obbedienza non è sinonimo di verità. Eva non disobbedì, decise. E decidendo smise di essere creatura e divenne soggetto. L’Eden tremò non per il peccato, ma per la nascita della coscienza. Adamo osservava. Adamo esitava. Non era cieco, né ingenuo, né vittima. Era umano prima ancora che l’umanità esistesse. Vide Eva cambiare e comprese che il cambiamento non si annulla ignorandolo. Mangiare per lui non fu un atto rivoluzionario, ma relazionale. Non volle restare fuori dalla storia mentre la storia iniziava. Scelse di condividere il peso invece di restare puro nella solitudine. In quel gesto Adamo inaugurò la responsabilità condivisa. Eva aprì la porta, Adamo accettò di attraversarla. La cacciata dall’Eden non fu una punizione ma una conseguenza naturale. Non si torna nell’infanzia dopo aver imparato a pensare. Fuori dal giardino c’erano il tempo, la fatica, l’errore. Ma c’erano anche il linguaggio, l’arte, la memoria. Eva divenne madre non della colpa, ma della libertà. Adamo divenne padre non della sottomissione, ma della costruzione. Lei accese il fuoco. Lui imparò a usarne le ceneri. Insieme inaugurarono il mondo imperfetto, e proprio per questo reale. Il lavoro non fu una maledizione, ma il prezzo dell’autonomia. La sofferenza non fu voluta, ma accettata come rischio dell’esistenza. L’Eden rimase alle spalle come un ricordo statico. Davanti a loro si aprì la storia, sporca e magnifica. Eva camminava con lo sguardo alto, consapevole della perdita. Adamo guardava le mani, già pronte a costruire. Nessuno dei due chiese perdono. Nessuno dei due tornò indietro. Il vero scandalo non fu la mela, ma la libertà che ne scaturì. Un Dio che crea esseri liberi accetta di essere messo in discussione. Un’umanità che sceglie accetta di non essere innocente. L’Eden capovolto non è un luogo, è una condizione. È il momento in cui smettiamo di obbedire per iniziare a capire. È il prezzo di ogni civiltà, di ogni pensiero, di ogni parola scritta. Senza Eva non ci sarebbe la domanda. Senza Adamo non ci sarebbe il mondo che tenta di rispondervi. Non furono colpevoli, furono necessari. Non caddero, avanzarono. E da quel passo imperfetto nacque tutto ciò che siamo.
[vortex]l'area piccola Manzoni con l'] accento la prima lascia] un sottile sul foglio lagrange è] un'area trasmessa della fonderia mandano [fuori i gracchi o graculi i] crucchi
Preghiera per chiedere la benedizione del Signore su "Parrocchie"
Signore Gesù, che ci hai lasciato il comandamento dell'Amore, che ci hai detto di amarci gli uni gli altri, che ci hai insegnato strade nuove, che sei stato un rivoluzionario, portando lo scompiglio nella tua epoca e nelle nostre coscienze, per introdurci alla vera essenza della fraternità universale, guida i nostri passi e benedici questo nostro progetto di comunione e condivisione.
Fa' che sia uno strumento di concordia, unione ed amicizia. Fà che serva ad aprire i nostri occhi verso il prossimo, ad accoglierlo, a conoscerlo, ad aiutarlo.
Aiutaci a non smarrire mai la strada indicata dalla tua Parola, per andare dietro a false illusioni.
Fa' che non ci tolga il tempo per le nostre attività di tutti i giorni, per lo studio, il lavoro, i nostri doveri quotidiani.
Signore Gesù, desideriamo mettere la nostra comunità sotto la protezione della Beata Chiara “Luce” Badano. Con il suo grande amore per Te, è stata di esempio per tutti quelli che l'hanno conosciuta e per quelli che hanno ascoltato o letto la sua storia. Chiara non è morta, Chiara è viva ed è sempre in mezzo a noi, e ci porta il Tuo messaggio di fede e di amore.
INNO PER LA BEATA CHIARA LUCE BADANO
Il tuo ricordo è sempre qui ma no, non è un ricordo perché tu, tu sei una presenza, un angelo che vive insieme a noi. Vorrei descrivere chi sei, ma poi non ho parole, perché tu, tu sei sempre più grande di quello che potrei dire di te. Ma proverò a descriverti guardando la tua immagine scolpita eternamente dentro me.
Chiara Luce, chiara alba tra le cime. Chiara Luce, alba limpida e serena. Donna forte, sempre viva nell’Amore, donna vera, doni tanta pace al cuore.
Dio mi ama, dicevi tu, abbandonata a Lui. Dio mi ama, diciamo noi con te, Chiara.
Un coro d’angeli era lì attorno al capezzale dove tu scioglievi le tue vele nel mare azzurro dell’eternità. S’illuminava il viso tuo: accolta dalla schiera di Maria. Con ogni tuo sorriso hai dato il paradiso che era in te. E tu, sei dentro l’invisibile, eternamente giovane. Sei nostra “Luce” e sempre lo sarai.
PREGHIERA PER LA PACE
Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace:
dove è odio, fa ch'io porti amore, dove è offesa, ch'io porti il perdono, dov'è discordia ch'io porti l'Unione,
dov'è dubbio fa' ch'io porti la Fede, dove è l'errore, ch'io porti la Verità, dove è la disperazione, ch'io porti la speranza.
Dove è tristezza, ch'io porti la gioia, dove sono le tenebre, ch'io porti la luce.
Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto. Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare Poiché:
Se è Dando, che si riceve. Perdonando che si è perdonati; Morendo che si risuscita a Vita Eterna. Amen.
Benedizione di fra Stefano Bordignon
Carissimo Luigi Ti ricordo nella preghiera, Dio ti illumini nel tuo progetto affinché tu possa fare del bene e favorire una comunicazione autentica nella verità e nella carità. Dio ti benedica Un abbraccio fraterno Pace e bene ☩ 𝒻𝓇𝒶 𝒮𝓉𝑒𝒻𝒶𝓃𝑜
PADRE NOSTRO
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
AVE MARIA
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
GLORIA AL PADRE
Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo com'era nel principio, ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
ORAZIONESignore Gesù, Ti chiediamo, ora, la benedizione sulle persone presenti, su quelle che si uniranno a noi, e su quelle che contribuiranno in qualsiasi modo per portare questo progetto e la Tua Parola in ogni parrocchia e in ogni comunità cristiana.
Confidando nella Tua benedizione, preghiamo per la pace in ogni angolo del mondo.
Per Cristo nostro Signore
Amen
Gesù confido in te.
Pixies – Head Carrier (2016)
In un vecchio numero de “Il Mucchio Selvaggio” in versione settimanale, copertina coi Warrior Soul, primi anni Duemila, appariva un’intervista a Frank Black. Al tempo era ormai affermato autore solista, lontano dall’esperienza Pixies e impegnato nella promozione di Dog In The Sand, terza fatica assieme ai Pistoleros. In quella chiacchierata (e l’intervistatore mi perdonerà se non riesco a ricordare chi fosse: se un Guglielmi, un Vignola, un Cilìa o un Testani – sto andando a memoria) il buon Charles Michael Kittridge Thompson IV, alla domanda su quali fossero le cose belle e brutte del periodo con Kim Deal, Joey Santiago e David Lovering, rispondeva più o meno che aveva apprezzato i concerti pieni e i dischi ben recensiti, sottolineando però che per quegli anni provava un leggero rammarico per la mancanza di auto-editing... artesuono.blogspot.com/2016/10…
Ascolta il disco: album.link/s/5F9YYEKDxenkRpyuo…
Angelo
angelo icona della volta che mi vedevi da lassù la testa all’ indietro a contemplare i lineamenti perfetti
nei tuoi occhi vedevo palpitare il cuore della Bellezza e m’ incantavo
poi per paura del male del mondo la sera mi rifugiavo nel sogno di te e toccavo il cielo
quando dopo la mia accorata preghiera venivi a visitarmi
. Questo componimento, “Angelo”, affascina per la sua fusione di immagini celestiali e sentimenti umani profondi, in un dialogo intimo tra il desiderio di bellezza eterna e il bisogno di rifugio nei momenti di oscurità.
La figura celestiale come simbolo di perfezione
Fin dall'inizio, l'angelo viene presentato non solo come un'entità osservatrice (“che mi vedevi da lassù”) ma come un'icona, una presenza quasi archetipica capace di contemplare i “lineamenti perfetti”. Questa immagine evoca l’idea di una bellezza ideale e intoccabile, posizionata al di sopra delle inquietudini terrene. La descrizione, con “la testa all’ indietro a contemplare”, richiama a un gesto di meraviglia e rispetto, un'immagine che trasforma l’angelo in un simbolo di eternità e perfezione.
Il potere consolatorio dello sguardo e del sogno
Nel verso “nei tuoi occhi vedevo palpitare il cuore della Bellezza e m’ incantavo”, il poeta non si limita a descrivere un’apparenza, ma trasmette un’esperienza emozionale intensa. L’angelo diventa per l’io narrante lo specchio in cui si riflette la bellezza e la speranza; i suoi occhi, simboli di vita e passione, offrono uno sguardo capace di risvegliare sentimenti profondi. Qui la contemplazione si trasforma in un atto che infonde vita e incidere nella memoria dei momenti di incanto.
La fuga dal male e il rifugio nel divino
La seconda parte del componimento rivela una tensione emotiva: “poi per paura / del male del mondo / la sera mi rifugiavo nel sogno di te e toccavo il cielo”. Di fronte alle inquietudini e alla crudeltà della realtà, il poeta sceglie il sogno – e, per estensione, la figura dell’angelo – come rifugio. L’atto di “toccare il cielo” è un'immagine fortemente evocativa, un gesto che trascende il quotidiano e abbraccia il desiderio di elevarsi oltre il dolore terreno. La preghiera finale e la successiva visita dell’ angelo suggeriscono che, nella sincerità di un cuore in cerca di consolazione, il divino non resta distante, ma si fa presente per lenire le ferite dell’anima.
Interpretazioni e spunti di riflessione
Il componimento può essere interpretato come una meditazione sulla dualità tra la bellezza ideale e la realtà imperfetta: da un lato si ammira quella perfezione quasi divina, dall’altro ci si reca in essa per trovare un rifugio contro la negatività del mondo. L’angelo diventa così un ponte tra il mondo spirituale e quello terreno, un custode della speranza che, attraverso un gesto di presenza “dopo la mia accorata preghiera”, consegna al poeta un momento di sollievo e rinnovata fiducia.
Questo testo ci invita a riflettere su come i simboli di bellezza e spiritualità possano fungere da ancore nei momenti di crisi, ricordandoci che nella ricerca del divino – sia esso estetico o emotivo –si può trovare un rifugio temporaneo dalle intemperanze della vita.
GIOSUE - Capitolo 24
Solenne alleanza di Sichem1 Giosuè radunò tutte le tribù d'Israele a Sichem e convocò gli anziani d'Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. 2Giosuè disse a tutto il popolo: “Così dice il Signore, Dio d'Israele: “Nei tempi antichi i vostri padri, tra cui Terach, padre di Abramo e padre di Nacor, abitavano oltre il Fiume. Essi servivano altri dèi. 3Io presi Abramo, vostro padre, da oltre il Fiume e gli feci percorrere tutta la terra di Canaan. Moltiplicai la sua discendenza e gli diedi Isacco. 4A Isacco diedi Giacobbe ed Esaù; assegnai a Esaù il possesso della zona montuosa di Seir, mentre Giacobbe e i suoi figli scesero in Egitto. 5In seguito mandai Mosè e Aronne e colpii l'Egitto con le mie azioni in mezzo a esso, e poi vi feci uscire. 6Feci uscire dall'Egitto i vostri padri e voi arrivaste al mare. Gli Egiziani inseguirono i vostri padri con carri e cavalieri fino al Mar Rosso, 7ma essi gridarono al Signore, che pose fitte tenebre fra voi e gli Egiziani; sospinsi sopra di loro il mare, che li sommerse: i vostri occhi hanno visto quanto feci in Egitto. Poi dimoraste lungo tempo nel deserto. 8Vi feci entrare nella terra degli Amorrei, che abitavano ad occidente del Giordano. Vi attaccarono, ma io li consegnai in mano vostra; voi prendeste possesso della loro terra e io li distrussi dinanzi a voi. 9In seguito Balak, figlio di Sippor, re di Moab, si levò e attaccò Israele. Mandò a chiamare Balaam, figlio di Beor, perché vi maledicesse. 10Ma io non volli ascoltare Balaam ed egli dovette benedirvi. Così vi liberai dalle sue mani. 11Attraversaste il Giordano e arrivaste a Gerico. Vi attaccarono i signori di Gerico, gli Amorrei, i Perizziti, i Cananei, gli Ittiti, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei, ma io li consegnai in mano vostra. 12Mandai i calabroni davanti a voi, per sgominare i due re amorrei non con la tua spada né con il tuo arco. 13Vi diedi una terra che non avevate lavorato, abitate in città che non avete costruito e mangiate i frutti di vigne e oliveti che non avete piantato”. 14Ora, dunque, temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà. Eliminate gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume e in Egitto e servite il Signore. 15Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore”. 16Il popolo rispose: “Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! 17Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. 18Il Signore ha scacciato dinanzi a noi tutti questi popoli e gli Amorrei che abitavano la terra. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio”. 19Giosuè disse al popolo: “Voi non potete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. 20Se abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi annienterà”. 21Il popolo rispose a Giosuè: “No! Noi serviremo il Signore”. 22Giosuè disse allora al popolo: “Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelti il Signore per servirlo!”. Risposero: “Siamo testimoni!”. 23”Eliminate allora gli dèi degli stranieri, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il vostro cuore al Signore, Dio d'Israele!“. 24Il popolo rispose a Giosuè: “Noi serviremo il Signore, nostro Dio, e ascolteremo la sua voce!”. 25Giosuè in quel giorno concluse un'alleanza per il popolo e gli diede uno statuto e una legge a Sichem. 26Scrisse queste parole nel libro della legge di Dio. Prese una grande pietra e la rizzò là, sotto la quercia che era nel santuario del Signore. 27Infine, Giosuè disse a tutto il popolo: “Ecco: questa pietra sarà una testimonianza per noi, perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha detto; essa servirà quindi da testimonianza per voi, perché non rinneghiate il vostro Dio”. 28Poi Giosuè congedò il popolo, ciascuno alla sua eredità.
Morte di Giosuè e di Eleàzaro29Dopo questi fatti, Giosuè figlio di Nun, servo del Signore, morì a centodieci anni 30e lo seppellirono nel territorio della sua eredità, a Timnat-Serach, sulle montagne di Èfraim, a settentrione del monte Gaas. 31Israele servì il Signore in tutti i giorni di Giosuè e degli anziani che sopravvissero a Giosuè e che conoscevano tutte le opere che il Signore aveva compiuto per Israele. 32Gli Israeliti seppellirono le ossa di Giuseppe, che avevano portato dall'Egitto, a Sichem, in una parte della campagna che Giacobbe aveva acquistato dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d'argento e che i figli di Giuseppe avevano ricevuto in eredità. 33Morì anche Eleàzaro, figlio di Aronne. Lo seppellirono a Gàbaa, che apparteneva a Fineès, suo figlio, in quanto era stata assegnata a lui, nella zona montuosa di Èfraim.
__________________________Note
24,1-28 Questo capitolo non si riallaccia al precedente, ma va collocato accanto a Gs 8,30-35, dove si era già parlato di un rinnovamento dell’alleanza. Giosuè radunò tutte le tribù: il raduno si svolge a Sichem, luogo centrale della terra di Canaan, caro per le memorie di Abramo (Gen 12,6-7) e di Giacobbe (Gen 33,18-20).
24,14 temete il Signore e servitelo: l’unità etnica di tutte le tribù, motivata dai comuni antenati provenienti da oltre il Fiume (v. 15), cioè da oltre l’Eufrate, si accompagna ora a quella religiosa, mediante il culto al Signore unico Dio.
24,26 Scrisse queste parole: l’alleanza viene scritta nel libro della legge di Dio, o forse viene incisa su una stele, a perenne testimonianza (vv. 26-27).
24,32 Per la tradizione riguardante le ossa di Giuseppe, vedi Gen 50,24-25; Es 13,19.
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Approfondimenti
Anche qui viene creato un parallelo chiaro tra la figura di Mosè e quella di Giosuè. Secondo Dt 29ss., Mosè prima di morire aveva celebrato il rinnovamento dell'alleanza a Moab. Giosuè fa ora la medesima cosa, non più al di là del Giordano, bensì a Sichem. Di un rinnovo dell'alleanza a Sichem si era già parlato in Gs 8,30-35. Il nostro capitolo va letto tenendo presente quel brano complementare. Dopo la convocazione dell'assemblea (v. 1), Giosuè introduce il cerimoniale del rinnovamento del patto con una panoramica storica (vv. 2-13), nella quale passa in rassegna gli avvenimenti principali, da Abramo, attraverso l'esodo, fino al passaggio del Giordano e al dono della terra. Quindi (vv. 14-15) propone ad Israele di operare una scelta decisa tra JHWH e le divinità straniere. L'assemblea risponde (vv. 16-18) con una professione di fedeltà nel Dio dell'esodo e della terra: «Noi vogliamo servire JHWH, perché egli è il nostro Dio». Il dialogo liturgico prosegue. Giosuè (vv. 19-20) mette in guardia Israele da defezioni, ricordando l'estrema serietà dell'impegno assunto dinanzi al Dio santo e geloso. Il dialogo s'infittisce (vv. 21-24), in un susseguirsi di domande e risposte intense e drammatiche. È il momento centrale della celebrazione, in cui Israele ribadisce formalmente e ufficialmente la volontà di accettare l'alleanza e di “servire” solo JHWH. Al dialogo segue il rito che sigilla il patto, con la stesura per iscritto del suo testo, il quale viene deposto nel santuario (vV. 25-27). Quindi Giosuè scioglie l'assemblea (v. 28). Mancano le benedizioni e le maledizioni, presenti invece nel brano integrativo di 8,30-35.
1. Su Sichem si veda il commento a 8,30ss.
2-13. Il riepilogo storico di grande respiro, che fa da prologo al rinnovamento del patto, si articola in tre momenti:
- gli inizi, con “i padri” (vv. 2-4);
- l'Egitto e l'esodo (vv. 5-7);
- le vicende in Transgiordania e, dopo la morte di Mosè, l'ingresso nella terra (vv. 8-13).
Al racconto storico, apparentemente disorganico, è sotteso uno schema letterario e teologico accurato, impiegato per esprimere la realtà della salvezza, incentrata attorno al binomio “uscire-entrare, se il soggetto è l'uomo, “far uscire-far entrare” quando il soggetto è JHWH. Lo schema binario è integrato qui da un terzo elemento, costituito dalla tappa intermedia, la peregrinazione attraverso il deserto (con l'uso dei verbi “camminare”, in riferimento a Israele, e “condurre”, in rapporto a JHWH). Risulta determinante anche la ripetizione insistente del verbo «dare» (ntn, uno dei verbi più attestati nell'Antico Testamento, anche con valenza teologica in quanto è rapportato spessissimo a JHWH donatore) e di verbi similari, riferiti all'azione di JHWH, a indicare tutta una serie di doni divini che culmineranno nella terra promessa.
14-15. La proposta di Giosuê insiste sul «servire JHWH» non come «i padri che servirono altri dei». Il verbo «servire» (‘bd), che costituisce il leitmotiv di tutto il nostro capitolo (16 volte in tutto), in questi versetti ricorre per ben sette volte e sarà ripreso come verbo centrale nel dialogo che segue (vv. 16-24). È tipico del Deuteronomio e, insieme al sostantivo ‘ebed (Mosè è il “servo di JHWH” per eccellenza), riferito a JHWH designa anzitutto il rapporto personale con JHWH inteso come Signore (’ādôn). Se il verbo riferito al servizio tra uomini può essere ambivalente, in rapporto a JHWH è sempre positivo e indica una relazione ampia e intensa con lui. L'alternativa a “servire JHWH” è “servire altri dei” in un servizio che, comunque, impegna sempre l'intera esistenza. Se in taluni contesti “servire JHWH” indica la celebrazione del sacrificio e il culto in genere (un significato sopravvissuto nel linguaggio ecclesiastico e sinagogale), in Gs 24 è particolarmente chiara l'accezione nel senso di scelta decisiva di JHWH come signore d'Israele, una opzione che comporta un servizio permanente, una decisione in favore di JHWH ribadita ogni giorno nella vita. Tale servizio manifestato nella propria esistenza è il medesimo servizio esistenziale che Dt esprime con la formula «servire JHWH con tutto il cuore e con tutta l'anima» (ad es. Dt 10,12; vedi anche Dt 4,29).
16-24. Le espressioni del dialogo sono di grande incisività. «Servire JHWH» ha come parallelo «scegliere JHWH», «rivolgere il cuore verso JHWH» (v. 23), «obbedire alla sua voce» (v. 24), «eliminare gli dei dello straniero» (v. 23). Espressioni opposte sono: «abbandonare JHWH» (vv. 16.20), «servire altri dei» (vv. 16.20). Di JHWH si dice che è «santo e geloso». Egli «non perdona» (v. 19), «si volterà contro» Israele e lo «consumerà» (v. 20).
22. In analoghi trattati hittiti, stipulati fra il sovrano e i re vassalli, come testimoni sono invocate le divinità delle due parti in causa. Qui testimone è lo stesso Israele.
25. «concluse un'alleanza», in ebraico è «tagliò un'alleanza», il che allude forse al sacrificio che di solito faceva parte del rito.
26. Mosè aveva inciso la legge su tavole di pietra. Giosuè – si dice qui – scrive il testo dell'alleanza «nel libro della legge di Dio». Si tratta di un'espressione tardiva, tipica di Ne e 1-2 Cr. Di fatto Giosuè deve aver fatto incidere il testo su una stele, che poi eresse come memoriale (v. 27).
29-33. I vv. 29-31 figurano anche, in ordine inverso, in Gdc 2,8-9. Qui fanno da conclusione a tutto il libro di Giosuè. Per completare il ciclo che era iniziato con la discesa di Giuseppe in Egitto, il v. 32 informa sulla sepoltura a Sichem delle sue ossa. Un'aggiunta del codice sacerdotale, interessata al destino del sommo sacerdote Eleazaro, dà notizia della sua morte e sepoltura.
29. Giosuè è detto anch'egli, al pari di Mosè, «servo di JHWH». Con l'annotazione che la sua morte è avvenuta a 110 anni di età, forse si vuol creare un parallelo con la figura di Giuseppe (nel senso che questi aveva introdotto Israele in Egitto, Giosuè aveva introdotto Israele nella terra promessa), morto anch'egli all'età di 110 anni (Gn 50,26).
30. Per Timnat-Serach cfr. 19,50.
32. Secondo Gn 50,24s. Giuseppe, prima di morire, s'era fatto promettere dai «figli d'Israele» che non avrebbero abbandonato le sue ossa in Egitto. Mosè, secondo Es 13,19, prese con sé i resti mortali di Giuseppe al momento dell'esodo. La sepoltura ha luogo a Sichem, nel terreno comprato a suo tempo da Giacobbe (Gn 33,19).
33. Dopo Mosè ed Aronne, anche Giosuè ed Eleazaro scompaiono dalla scena. A differenza però dei loro due grandi predecessori, morti prima di attraversare il Giordano, ad essi è dato di morire ed essere sepolti nella terra promessa.
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Nel DNA c'è la verità
Non siamo nati dal peccato, né siamo il risultato accidentale di una mutazione fortunata persa nel caos dell’evoluzione. Questa è una delle più grandi semplificazioni mai raccontate all’essere umano, una narrazione comoda, rassicurante per il sistema e profondamente limitante per chi la accetta senza domande. La storia dell’umanità, come ogni storia, è stata scritta dai vincitori, da chi ha avuto il potere di stabilire cosa fosse vero, cosa fosse eretico e cosa fosse semplicemente impensabile. Ma esiste un archivio che non mente, che non ha religione né ideologia, che non si lascia intimidire dai dogmi: il nostro DNA. In esso non troviamo la firma del peccato originale né il marchio del caso cieco, ma una complessità strutturata, una precisione che assomiglia più a un progetto che a un incidente. Le civiltà più antiche parlavano di esseri scesi dal cielo, non come metafora poetica, ma come presenza concreta, insegnanti, organizzatori, ingegneri della vita. Gli Annunaki, così li chiamavano in Mesopotamia, non erano dèi nel senso moderno del termine, ma entità avanzate, portatrici di conoscenza, capaci di intervenire sulla materia biologica. Non creatori dal nulla, ma assemblatori, raffinatori di un potenziale già esistente. L’essere umano, in questa prospettiva, non nasce come schiavo del peccato, ma come ibrido, come ponte tra due mondi, tra la Terra e qualcosa che la precede e la supera. Ninmah, la cosiddetta Grande Madre, non rappresenta la colpa, ma la gestazione, la sperimentazione, il tentativo di dare forma a una creatura capace di contenere coscienza. Enki non è il tentatore, ma l’architetto della conoscenza, colui che introduce il pensiero critico, la capacità di comprendere, di scegliere. Nei racconti più antichi non esiste la vergogna di essere nati, esiste la responsabilità di essere consapevoli. È solo con il passare dei secoli, con la necessità di controllare masse sempre più ampie, che questa origine viene distorta. La Madre diventa pericolosa, il sapere diventa peccato, la conoscenza viene associata alla caduta. Non è un complotto nel senso cinematografico del termine, ma una dinamica storica ben documentata: chi governa riscrive i simboli, e i simboli, nel tempo, diventano verità interiorizzate. Far dimenticare all’essere umano la propria origine è il modo più efficace per renderlo docile. Non serve cancellare la memoria genetica, basta sovrascriverne il significato. Nasce così l’idea di colpa, di indegnità, di inferiorità ontologica. Eppure il nostro DNA racconta un’altra storia: un cervello iperplastico, un linguaggio simbolico complesso, una coscienza riflessiva capace di interrogare se stessa e l’universo. Queste non sono semplici strategie di sopravvivenza, sono architetture cognitive avanzate. Agli scettici non viene chiesto di credere ciecamente agli Annunaki come a una nuova religione, ma di considerarli come ipotesi culturale e storica capace di spiegare un’anomalia: l’accelerazione improvvisa dell’essere umano rispetto al resto del regno animale. La scienza stessa parla di salti evolutivi, di discontinuità difficili da spiegare con la sola gradualità darwiniana. Qui si aggiunge una domanda, non una risposta definitiva: e se il salto fosse stato assistito? Negare a priori non è metodo scientifico, accettare senza critica non lo è altrettanto. Il vero atto rivoluzionario è sospendere il giudizio e osservare. Se esiste una Madre originaria, simbolica o reale, non chiede culto né sottomissione, ma memoria. Se esiste un Architetto della conoscenza, non impone obbedienza, ma comprensione. Un’eredità aliena, biologica o culturale, non ci rende superiori, ci rende responsabili. Responsabili di come utilizziamo la coscienza, di come trattiamo il pianeta che ci ospita, di come gestiamo il potere che deriva dal sapere. Ricordare non significa credere, significa smettere di vergognarsi di fare domande. Significa uscire dalla narrativa del peccato e del caso cieco per entrare in una visione più ampia, più adulta, più onesta dell’essere umano. Forse non sapremo mai con certezza chi ci ha assemblati, ma una cosa è evidente: non siamo errori, non siamo sbagli, non siamo nati per strisciare. Siamo una storia complessa che qualcuno ha tentato di semplificare. E il nostro DNA, silenzioso e ostinato, continua a custodire la versione originale.
Parole, parole, parole
Non canticchiate la canzone di Mina, se no mi tocca pagarle i diritti! Ma, soprattutto, questo post ha parecchio a che fare le parole ma pressoché nulla con la musica. Le parole contano. Hanno un loro esatto significato, un peso specifico, possono essere lievi come piume o pesanti come pietre, dolci come zucchero o acide come succo di limone e, non cercate di negarlo, mentre leggevate il vostro cervello ha evocato esattamente queste immagini. Funzioniamo così. La parola è probabilmente la prima abilità sociale che abbiamo sviluppato, trasformando suoni gutturali, mugugni e strida del branco in suoni articolati indicanti un oggetto, prima, e via via concetti sempre più complessi. E il nostro cervello si è evoluto così, passo a passo insieme alle parole. Ogni parola ha una sua storia, una sua evoluzione, un suo significato, un suo peso. Per questo dovrebbe impensierirci il fatto che il nostro vocabolario stia diventando sempre più povero e forse faremmo bene a preoccuparci notando che svariate parole stiano subendo un'inversione di significato. Basti pensare a positivo, che, complice il Covid, ha perso il suo significato originale ed è diventato motivo di preoccupazione, ansia, esclusione e solitudine per milioni di persone. E speranza, che scritto con la maiuscola coincideva con colui che annunciava restrizioni, obblighi e divieti che avevano ricadute sull'intera popolazione italiana e che, al solo sentirla nominare, scatenava ondate di palpatine apotropaiche, perché nella lingua parlata non si sa se una lettera sia maiuscola o no e, nel dubbio, un testicula tacta male non fa. Al di fuori di quel periodo nefasto, altro esempio è virale, che ha avuto il percorso inverso, passando da temuto a desiderabile, perché se un'influenza virale è una jattura un post virale può renderti influencer. E la sensazione di essere sulla soglia dell'orwelliano 1984 col suo ribaltamento di significati non cessa nemmeno davanti al Ministero della difesa, al cui attivo si annoverano oggi una quarantina di missioni all'estero con buona pace del significato di de-fendere: tenere lontano chi dovesse premere sui sacri confini (circa la sacralità dei confini oggi, con un mondo divenuto tanto piccolo da consentire di fare colazione a Tokio e cenare a New York, si potrebbe scrivere per ore, ma soprassediamo – almeno per il momento). E, no, la mia non è una critica all'attuale governo, dal momento che, ad esempio, militari italiani sono impegnati in missioni nel Sahara occidentale dal 1991 (governo Andreotti), in Kosovo dal 1999 (governo D'Alema), in Bosnia ed Erzegovina dal 2004 (governo Berlusconi), in Libano dal 2006 (governo Prodi), in Niger e Libia dal 2018 (governo Conte), tanto per citarne alcune, ovviamente tutte ben lontane dai nostri confini e tutte etichettate come missioni di pace.
Oltre al ribaltamento dei significati, altra questione cruciale è il progressivo impoverimento della lingua italiana, in larga misura consentito e accelerato dall'utilizzo dei social e dalla loro rapidità. Nel 2019 lo Zingarelli ha portato nelle piazze italiane i vocaboli a rischio estinzione, ma non pensiate che si tratti di parole particolarmente strane: delizia e inaudito, prestante ed enfasi, ad esempio. Sono parole che aggiungono sfumature al nostro parlare, e proprio per questo stanno scomparendo. Perché il linguaggio odierno predilige l'immediatezza, il sì o no, il bianco o nero, e passa come un rullo compressore sopra tutto ciò che è gradazione, tonalità, chiaroscuro; annulla le discrepanze, le eventualità, le possibilità. Ed è facile intuire come questo non sia un problema solo di lessico, perché se perdiamo la capacità di indicare le mezze misure anche il nostro cervello arriverà a ragionare per assoluti: dentro o fuori, amico o nemico, spianando la strada ai totalitarismi. Ciò che possiamo e che dovremmo fare è riappropriarci del nostro lessico, spingerci oltre quel piccolo patrimonio di circa 7000 parole che tutti noi adulti madrelingua italiani possediamo e ricercare il piacere e l'utilità di vocaboli ormai desueti, ma che conservano tutta la potenza e il fascino di sfumature che non vogliamo cadano nell'oblio.
La violenza che minaccia le midterm di Novembre.
(195)
Negli ultimi mesi le violenze e gli abusi legati a #ICE sono esplosi da questione “di nicchia” per attivisti dei diritti umani a crisi politica nazionale, con morti in detenzione e sulle strade, pestaggi, uso di armi “meno letali” contro chi protesta e un crescendo di denunce da parte di ONG e media.
Questa escalation, nel pieno del secondo mandato #Trump, rischia di trasformarsi non solo in un tema centrale delle prossime elezioni di #midterm di novembre 2026, ma anche in un banco di prova per la tenuta stessa delle libertà civili negli Stati Uniti e altrove.
Dagli ultimi report di “Human Rights Watch” e di altre organizzazioni emergono quadri di detenzione sovraffollata, condizioni sanitarie degradate, pestaggi, uso di gas e granate stordenti contro chi protesta per cibo, acqua o cure mediche, fino a casi di morte evitabile in custodia. Non parliamo solo di “mele marce”: in strutture come Fort Bliss in Texas o i centri in Florida, gli abusi appaiono sistemici, con intimidazioni, violenze fisiche e sessuali e pressioni perché le persone accettino la deportazione “volontaria”.
Parallelamente, i dati mostrano che la grande maggioranza delle persone detenute non ha condanne per reati violenti, smentendo la narrazione di un’operazione mirata a “criminali pericolosi” e confermando piuttosto una logica di repressione di massa a fini politici. L’uso mirato di ICE come strumento di terrore amministrativo verso migranti, comunità e attivisti finisce così per normalizzare uno stato d’eccezione permanente.
Le proteste, in città come #Minneapolis, Boston o New York dopo l’uccisione da parte di agenti ICE di #ReneeNicoleGood, hanno riportato al centro la questione del controllo federale sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. La risposta del governo (con la retorica di “legge e ordine”, invio della Guardia Nazionale e teorizzazione di ICE intorno ai seggi “per controllare i non cittadini”) mostra quanto la frontiera tra repressione migratoria e intimidazione politica sia ormai sottile.
Elettoralmente, il tema è a doppio taglio. Da un lato galvanizza la base trumpiana, che vede nella durezza contro migranti e manifestanti un segno di forza; dall’altro, rischia di mobilitare un elettorato urbano, giovane, latino e afroamericano che ha già dimostrato di reagire alle violenze di polizia trasformando la rabbia in voto.
Per i #Democratici, restare prudenti significa perdere credibilità; schierarsi apertamente contro ICE e la militarizzazione può però costare consensi in stati chiave dove la paura è diventata l’argomento centrale della destra.
Sul piano giuridico, l’uso di #ICE come braccio armato interno alimenta un clima da emergenza, ma non offre un appiglio legale reale per rinviare o annullare le elezioni di midterm di novembre 2026. La data delle midterm è fissata dal Congresso, l’amministrazione è in mano agli stati e non esiste oggi alcun potere presidenziale diretto per sospenderle o cancellarle, come ricordano costituzionalisti e fact-check indipendenti che hanno demolito le allusioni a “Big Beautiful Bill” o a stati d’emergenza estesi.
Il pericolo non è tanto l’annullamento formale del voto, quanto il suo svuotamento materiale: intimidazione ai seggi, presenze minacciose di agenti, gestione caotica delle proteste, nuove restrizioni sul diritto di manifestare e sorveglianza capillare possono ridurre l’affluenza e selezionare chi ha realmente la forza, o il coraggio, di recarsi alle urne. È, in altre parole, una strategia di erosione lenta e progressiva della democrazia, che mira a rendere “normale” ciò che fino a ieri sarebbe stato impensabile.
Quello che accade con ICE negli Stati Uniti non resta mai confinato entro i confini nazionali. Quando la prima potenza mondiale legittima campi di detenzione disumani, uso sproporzionato della forza e repressione violenta delle proteste, manda un messaggio potente a tutti i governi tentati dall’inasprire le proprie politiche di sicurezza: se lo fanno loro, lo possiamo fare anche noi.
È così che, lentamente, il linguaggio dei diritti umani viene sostituito da quello del controllo; il migrante, il manifestante, il giornalista scomodo diventano variazioni di un’unica figura da neutralizzare. Per questo la battaglia contro la violenza di ICE non riguarda solo chi rischia di finire su un pullman per il confine, ma chiunque tenga ancora a uno spazio pubblico in cui dissentire non sia considerato un reato, ma un diritto.
#ICE #USA #Midterm #Politica #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni
il discorso asemico può essere condotto sia attraverso una scrittura nitida, glifi o calligrafia, sia attraverso sovrapposizioni. o almeno questo è il tipo di lavoro – o il doppio fronte di lavoro – che particolarmente mi interessa. per le sovrapposizioni, ecco un esempio recente (che mi piace ascrivere anche a quel buffo tag – #punkasemic – che ho inventato qualche anno fa): differx.tumblr.com/post/805898…
#asemic #asemicwriting #scritturaasemica
Lungopò
noi due mi dici siamo della stessa pasta -quanto a me non so dire i difetti la trave nel mio occhio
le anatre abboccano le nostre briciole tra dorati riflessi e giochi d’acqua
tu ti mantieni bella e gli anni non sciupano questa luminosità del viso
mi chiedo quanti inverni ancora nelle ossa che gemono nelle giunture
. Questo componimento, “Lungopò”, si presenta come un'intima riflessione sulla dualità tra l'autocritica e l'ammirazione per l'altro, il tutto immerso in un paesaggio di immagini naturali e sensazioni tattili.
Un rapporto di somiglianze e differenze:I versi iniziali “noi due mi dici / siamo della stessa pasta” sottolineano un senso di affinità, come se i due interlocutori fossero fatti della stessa sostanza vitale. Tuttavia, mentre il poeta ammette di possedere una sorta di “trave nel mio occhio” – richiamando in maniera sottile il tema biblico dell'ipocrisia o dell'incapacità di vedere i propri difetti – l'altro viene celebrato per la sua bellezza, intatta nonostante il tempo. Questa contrapposizione crea un dialogo interiore ed esteriore, dove il riconoscimento delle proprie mancanze viene messo a confronto con l'apparente perfezione dell'altro.
Le immagini naturali e il passare del tempo:Il richiamo alle “anatre” che abboccano le “nostre briciole” evoca una natura che osserva e, in modo quasi simbolico, raccoglie i resti di un'esistenza condivisa. I “dorati riflessi e giochi d’acqua” creano un'atmosfera quasi magica, suggerendo che nei piccoli momenti quotidiani – come le briciole di pane osservate nel riflesso del sole – si nasconda una bellezza effimera e preziosa. Questi elementi naturali fungono da specchio del ciclo della vita, dove l'invecchiamento è lento e inesorabile, ma carico di una luce propria.
Il tempo e l’eternità dell’essere:Nel passaggio successivo, il poeta si sofferma sull'incanto di una bellezza che sfida il tempo: “tu / ti mantieni bella e gli anni non sciupano / questa luminosità del viso”. Qui si evince un'ammirazione sincera e una sorta di invidia positiva che, invece di essere soltanto nostalgica, si trasforma in un apprezzamento della continuità e del valore intrinseco dell'essere. La domanda finale, “mi chiedo quanti inverni / ancora nelle ossa / che gemono nelle giunture”, apre invece una riflessione sulla fragilità umana, il peso degli anni che si accumula come inverni interiori, un sentimento quasi malinconico che esprime la consapevolezza della nostra mortalità.
Riflessioni aggiuntive:Questo testo si presta a molteplici letture. Si potrebbe interpretare come un dialogo interiore, in cui il poeta mette in conversazione la propria imperfezione con la grazia dell'altro; oppure come un invito a riconoscere che, nonostante le menzogne dell'apparenza, è nei piccoli dettagli – le briciole, i riflessi d'acqua – che si nasconde la verità della vita. L'uso di immagini semplici, ma fortemente evocative, richiama la natura ciclica dell'esistenza: la giovinezza e la bellezza che, pur resistendo al trascorrere degli anni, convivono sempre con la consapevolezza della caducità dell’esserci.
Michael Kiwanuka - Love & Hate (2016)
Sono passati ben quattro anni da Home Again, debut album di Michael Kiwanuka. Io quell’album lo divorai come pochi. Voi ve lo ricordate? Una vera sorpresa cosi’ distante dalle mode del momento, che andava a riprendere fedelmente le sonorità Soul a me care, dove ogni pezzo ti stendeva al primo colpo. Home Again è stato per me (e tanti altri, credo) uno scrollone emozionale non indifferente e davvero provvidenziale in difficoltosi tempi di incertezze che stavo vivendo, ed ha permesso in una scala globale all’ascesa del movimento definito “nu-soul” di cui fanno parte giovani speranze dalle voci portentose e strabordanti d’anima come Leon Bridges, Sampha, Kwabs e Llanne La Havas. Un exploit devastante, poi quel timido ragazzo portentoso è sparito, un po’ à la Jamie Woon: per fortuna ora siamo qua a raccontare del suo secondo attesissimo lavoro... artesuono.blogspot.com/2016/08…
Ascolta il disco: album.link/s/0qxsfpy2VU0i4eDR9…
Declino controllato o sarà collasso incontrollato
Il cambiamento climatico è lo scenario planetario di fondo sul quale si stanno dipanando tutte le crisi a cui assistiamo; è il loro più formidabile acceleratore e spesso ne è la causa scatenante.
Difficile pensarlo per noi piccoli e insignificanti umani, con una capacità di ragionamento limitata al brevissimo tempo e all'orticello di casa nostra: pensare sistemico non è prerogativa del nostro intelletto. Il riduzionismo scientifico è stato un enorme passo avanti per l'umanità ma è diventato tragicamente anche il nostro unico modo di studiare, analizzare e capire il mondo. La forsennata ricerca di vantaggi facili e immediati, unita al totale disinteresse per le conseguenze delle nostre azioni, sono e saranno la nostra condanna.
Sono decenni che la scienza planetaria ci avverte che dallo sconvolgimento del sistema Terra, il sistema di sostentamento da cui dipende la nostra esistenza, sarà la causa delle peggiori crisi, problemi e catastrofi dei prossimi decenni e dei prossimi secoli. E invece di ascoltare la scienza, ascoltiamo la pseudo-scienza dell'economia, e i suoi apprendisti stregoni: gli economisti. Ad oggi si contano sulle dita di una mano gli economisti che mettono al centro dei loro studi e delle loro ricerche gli ecosistemi e la sostenibilità ambientale, in una parola: l'ecologia.
Il cambiamento climatico è la più grave crisi esistenziale che l'umanità si sia mai trovata a dovere affrontare. Ma non la stiamo affrontando, la stiamo ignorando. Continuiamo imperterriti a segare il ramo su cui siamo seduti. Abbiamo un piede abbondantemente già al di là dell'orlo del baratro.
La classe dirigente globale, fatta di 50-60-70enni, sta condannando inesorabilmente le prossime generazioni ad un'esistenza di inimmaginabili sofferenze, privazioni e catastrofi. I primi effetti della scellerata condotta della mia generazione, quella più colpevole perché ha scientemente deciso di ignorare la verità continuando a distruggere il sistema che ci mantiene in vita, li subiranno già i nostri figli. Per i nostri nipoti il futuro è tetro.
L'economia non può e non deve avere la precedenza sulla difesa dell'ecosistema che ci sostenta, semplicemente perché la prima dipende in tutto e per tutto dal secondo. Sconvolgere i sistemi planetari significa distruggere le basi di qualsiasi attività economica e sociale. Le conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti.
La nuda e cruda verità è che l'umanità deve tirare subito il freno a mano (doveva farlo già 30 anni fa), costi quel che costi, senza indugi e senza ripensamenti. Le conseguenze saranno durissime certo, tanti resteranno indietro, alcuni perderanno gran parte di ciò che hanno. Ma tutto questo non è niente paragonato a ciò che ci aspetta se proseguiamo ottusamente in questa corsa verso l'autodistruzione.
Lo grida da decenni la scienza planetaria unanime (il 98% degli scienziati del mondo è concorde, certificato da svariati metastudi). Eppure, ai propalatori prezzolati di bufale anti-scientifiche, finanziati dalle lobby petrolifere e dalla finanza predatoria, vengono concessi una visibilità e un diritto di parola inaccettabili in qualsiasi Stato guidato dalla scienza e dalla verità, non dalle fake, dalle superstizioni o dalla religione.
Un celebre studio scientifico del 2022 ha cercato di analizzare i possibili scenari globali estremi a cui il cambiamento climatico potrebbe metterci di fronte.“Climate Endgame: Exploring catastrophic climate change scenarios.” – Kemp, Chi Xu, Rockström et al.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2108…
Questo diagramma, che chiude l'articolo, li riassume e illustra quanto il riscaldamento globale legato al cambiamento climatico sia il fattore che determinerà drammaticamente gli scenari globali futuri sotto ogni punto di vista.
In conclusione, il genere umano si trova di fronte ad un bivio esistenziale: un declino controllato o un collasso incontrollato. Che piaccia o no, le cose stanno così. E da idioti fare finta di niente, non accettare questa triste verità. La cosa tragica è che la specie umana, la più stupida e distruttiva che abiti questo pianeta, corre ai 100 km/h verso il collasso incontrollato.
Chi prende le decisioni per noi è interessato solo ai profitti e ai dividendi. Questa gente sta accumulando immani ricchezze firmando cambiali in bianco che stiamo già pagando in parte noi, ma il cui peso sarà soprattutto sulle spalle delle generazioni future: a partire dai nostri figli e dai nostri nipoti.
Siamo genitori scellerati, irresponsabili, stupidi e ignoranti. Dovrebbe esserci tolta la patria potestà, a tutti. Lasciare che siano soltanto i giovani a decidere sul loro futuro. I giovani sono di gran lunga migliori di noi. Sono molto più consapevoli di noi, più intelligenti e istruiti. E sono giustamente desiderosi di metterci da parte e prendere in mano le redini del loro futuro, perché la partita per loro sarà quella per la vita e sarà estremamente difficile.
Now playing:“A muso duro”A muso duro – Pierangelo Bertoli – 1979
GIOSUE - Capitolo 23
Discorso d’addio di Giosuè1 Molto tempo dopo che il Signore aveva dato tregua a Israele da tutti i nemici che lo circondavano, Giosuè, ormai vecchio e molto avanti negli anni, 2convocò tutto Israele, gli anziani, i capi, i giudici e gli scribi e disse loro: “Io sono vecchio, molto avanti negli anni. 3Voi avete visto quanto il Signore, vostro Dio, ha fatto a tutte queste nazioni, scacciandole dinanzi a voi. Il Signore stesso, vostro Dio, ha combattuto per voi. 4Guardate: ho ripartito tra voi a sorte, come eredità per le vostre tribù, queste nazioni rimanenti – oltre a tutte quelle che ho sterminato – dal Giordano fino al Mare Grande, a occidente. 5Il Signore, vostro Dio, le disperderà egli stesso dinanzi a voi e le scaccerà dinanzi a voi, e voi prenderete possesso dei loro territori, come il Signore, vostro Dio, vi ha promesso.6Siate forti nell'osservare e mettere in pratica quanto è scritto nel libro della legge di Mosè, senza deviare da esso né a destra né a sinistra, 7senza mescolarvi con queste nazioni che rimangono fra voi. Non invocate i loro dèi. Non giurate su di loro. Non serviteli e non prostratevi davanti a loro. 8Restate invece fedeli al Signore, vostro Dio, come avete fatto fino ad oggi. 9Il Signore ha scacciato dinanzi a voi nazioni grandi e potenti; nessuno ha potuto resistere a voi fino ad oggi. 10Uno solo di voi ne inseguiva mille, perché il Signore, vostro Dio, ha combattuto per voi, come vi aveva promesso. 11Abbiate gran cura, per la vostra vita, di amare il Signore, vostro Dio. 12Perché, se vi volgete indietro e vi unite al resto di queste nazioni che sono rimaste fra voi e vi imparentate con loro e vi mescolate con esse ed esse con voi, 13sappiate bene che il Signore, vostro Dio, non scaccerà più queste nazioni dinanzi a voi. Esse diventeranno per voi una rete e una trappola, flagello ai vostri fianchi e spine nei vostri occhi, finché non sarete spazzati via da questo terreno buono, che il Signore, vostro Dio, vi ha dato. 14Ecco, io oggi me ne vado per la via di ogni abitante della terra; riconoscete con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima che non è caduta neppure una parola di tutte le promesse che il Signore, vostro Dio, aveva fatto per voi. Tutte si sono compiute per voi: neppure una parola è caduta. 15Ma, come è giunta a compimento per voi ogni promessa che il Signore, vostro Dio, vi aveva fatto, così il Signore porterà a compimento contro di voi tutte le minacce, finché vi abbia eliminato da questo terreno buono che il Signore, vostro Dio, vi ha dato. 16Se trasgredirete l'alleanza che il Signore, vostro Dio, vi ha imposto, andando a servire altri dèi e prostrandovi davanti a loro, l'ira del Signore si accenderà contro di voi e voi sarete spazzati via dalla terra buona che egli vi ha dato”.
__________________________Note
23,1-16 Ormai vecchio, Giosuè rivolge le sue ultime raccomandazioni, come altri personaggi dell’AT (vedi i discorsi di congedo di Mosè in Dt 32,1-43 e di Samuele in 1Sam 12).
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Approfondimenti
Nelle pagine storiografiche dell'Antico Testamento – e nelle culture antiche in genere – i discorsi messi in bocca ai protagonisti prima della loro morte sono particolarmente densi di contenuto. In essi l'autore non solo riprende, in uno sguardo d'insieme, i punti principali dell'attività del personaggio, ma ne fornisce anche un'interpretazione complessiva. Questi discorsi di congedo diventano pertanto il momento privilegiato per far emergere con puntualità e linearità la concezione storica e teologica del redattore o della redazione finale di un'opera. (Ciò peraltro vale anche per alcuni libri del Nuovo Testamento. Si pensi, ad esempio, al discorso del Paolo lucano a Mileto, At 20, o del Gesù giovanneo in Gv 13-18). È stato questo il caso dei discorsi di Mosè nel Deuteronomio – che possono essere intesi come un commento omiletico e attualizzante dell'alleanza celebrata a Sichem (Gs 24) –, ed è questo il caso anche del discorso di congedo tenuto da Giosuè. Esso ruota attorno ai seguenti motivi: Dio ha combattuto per Israele, disperdendo i popoli nemici e permettendo agli Ebrei di prendere possesso di Canaan (cfr. Gs 1-12). Egli inoltre ha suddiviso equamente il paese fra tutte le tribù (cfr. Gs 13-21). Con queste due imprese, condotte a termine tramite Giosuè, JHWH ha portato a compimento le promesse fatte ai padri. Ora chiede che Israele si mostri fedele, lo riconosca come Dio unico ed esclusivo, ne osservi la legge data mediante Mosè. I motivi dominanti del discorso sono dunque quelli tipici della teologia deuteronomistica. E deuteronomistica è pure la prospettiva nascosta del brano. Non è Giosuè che parla all'Israele del passato, ma l'autore che si sta rivolgendo ai suoi contemporanei. Questo spiega un altro elemento del discorso, la minaccia di scomparire dal «buon paese» (v. 16, vedi Dt 11,10-17), per infedeltà, una minaccia che al tempo della redazione di questa pagina era o stava per diventare realtà amara, con la catastrofe del 587 e con l'esilio.
6. I moniti che seguono nei vv. 7ss. acquistano grande attualità e intensità se letti nella prospettiva dell'esilio imminente o già in atto. Cfr. Dt 7,3, che parla dei matrimoni misti, e tutto quanto il c. 7, che costituisce la fonte principale di questi versetti.
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)