Pensando che fosse una semplice rappresentazione, ho partecipato a una serata in cui tre membri (due ragazzi e una ragazza penso di poco più giovani di me che ho 36 anni) di una compagnia teatrale hanno in realtà fatto una sorta di laboratorio in cui (è più complesso di così ma non voglio farla lunga) ci hanno fatto ad esempio camminare scalzi avanti e indietro nel salone in cui eravamo, a volte con sottofondo musicale, per trovare il ritmo nei movimenti, la coordinazione, riappropriarci della nostra fisicità, imparare la coordinazione guardandoci costantemente gli uni gli altri, spesso entrando in contatto.
Ad un certo punto la ragazza pesca me per provare a farmi fare certi movimenti e dovevo seguirla guardandola spesso dritto negli occhi, cose tipo sorreggerle le braccia. Poi ad esempio per due volte mi si è lasciata andare addosso e io ho dovuto cercare di accompagnarla fino a terra - io faccio il magazziniere e di pesi ne sposto anche a manina, e vi assicuro che lei (lo dico perché lei per prima ci faceva ironia sopra, fa sollevamento pesi) non era esattamente una piuma.
Ora. Io, per quanto una parte del mio carattere non sia esattamente estroversa, non ho normalmente problemi col contatto fisico o visivo (per lo meno con le persone amiche strette), ma quelli sono stati i minuti più... non voglio dire imbarazzanti perché non è quello, potrei dire 'interiormente scioccanti' che io abbia mai vissuto nella mia intera esistenza. Non solo la parte di attività con la ragazza (e non in quanto donna, penso mi sarebbe successo anche con gli altri due), ma considerando tutto l'insieme.
Mentre tornavo a casa, mi sentivo talmente agitato che ho dovuto fermare l'auto, spegnerla, prendere fiato e ho cacciato un urlo sfogatorio talmente forte che ho sentito male nella gola.
Una volta rincasato mi sono fiondato a letto ma per molto tempo non ho preso sonno, il mio cervello voleva dimenticare tutto, avevo continui scatti con le braccia.
Il giorno dopo al lavoro ogni tanto mi tornavano in mente dei momenti della serata e mi mancava il fiato, dovevo fermarmi e respirare forzatamente, e qua e là altri scatti inconsulti alle mani, che spesso mi portavo alla faccia. Tornando verso casa ho avuto una crisi di pianto.
Adesso, il giorno ancora successivo, sto cercando di tornare alla normalità, ripetendomi che era una situazione che non faceva per me e che quindi non devo farmi troppi problemi per come mi sono sentito.
Sembrerà esagerato da dire, ma mi sento esattamente come il testo di Somewhere I belong dei Linkin Park, pressoché parola per parola.
A posteriori avrei potuto dire che volevo interrompere perché mi sentivo a disagio, e sono sicuro che l'avrebbero fatto, ma tant'è.
Non fraintendetemi: il laboratorio in se è stato molto carino e coinvolgente, loro tre molto bravi, niente da dire.
Vi è mai successa una cosa simile?
Come accennavo prima, io non ho problemi con la mia fisicità, di per sè nemmeno con gli estranei (tipo se sono in fila al supermercato e uno mi tocca il braccio per chiedermi qualcosa non mi dà fastidio), ma quello che è successo due giorni fa... quello mi ha scosso. E non mi spiego il perché.
Se mi direte che ho dei problemi lo accetterò, forse ho bisogno di sentirmelo dire.
𝓑𝓻𝓸𝓷𝓼𝓸𝓷 🐐
in reply to macfranc • • •Ormai so che il danno massimo è causato dal ritardo dovuto all'indecisione.
L'indecisione indica che tutte le opzioni siano pressappoco equivalenti.
Perciò afferro subito la giacca più vicina. Probabilmente sarà la scelta sbagliata, ma il danno dovuto all'errore sarà comunque inferiore al vantaggio del tempo risparmiato.
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Gino
in reply to 𝓑𝓻𝓸𝓷𝓼𝓸𝓷 🐐 • • •in questi fenomeni la neurodivergenza spesso non c'entra nulla. L'indecisione avviene a valle di un modo di sentirsi vivere e di generare senso che ha bisogno di un riferimento esterno certo rispetto al quale poi poter calcolare. La crisi è inevitabile quando ci si trova gettati in situazioni di vita che di calcolabile non hanno nulla, cioè la maggior parte delle situazioni esistenziali davvero significative. In quelle situazioni ci si trova come chi non sa nuotare all'improvviso in acque alte. Per chi non sa nuotare l'unico modo di stare in acqua alta è tenersi aggrappato a un galleggiante (il criterio astratto esterno).
Per lavorare bene su questa situazione, più che scelte "random" forzate si dovrebbe "imparare a nuotare", o almeno a muoversi in quell'elemento (l'incalcolabile) scoprendo nuove possibilità d'essere: imparare a conoscersi meglio da un punto di vista emotivo attraversando l'incertezza lasciandosi riorientare sia dalla situazione vissuta sia dal proprio sentire (gusti, ispirazioni, emozioni, sensazioni...), senza "staccare la spina" al cervello, ma senza dare per scontato che l'unico significato capace di orientare sia di tipo razionale e calcolabile.
Il riconoscimento di sé nelle esperienze emotive intercorrenti e la riconfigurazione narrativa più autentica dei vissuti, facilitano l'apertura e l'accesso a nuove possibilità d'essere, contribuiscono a rifondare il senso di efficacia personale attraverso un controllo cercato e vissuto in situazione - onlife - invece che solo nelle rigide astrazioni e nelle anticipazioni scollate dal sentire e dall'agire.
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Emozionalità e Stili di Significato Personale alla luce di un sistema AI
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