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Il grande Gatsby tra letteratura e cinema: il sogno americano e le sue ombre

Indice dei contenuti
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Title:
Il grande Gatsby

Author:
Francis Scott Fitzgerald

Genre:
romanzo storico e socia

Publisher:
Ippocampo edizioni

Release Date:
1925 prima edizione. 2025

Pages:
208

Source:
ippocampoedizioni.it/libro/979…

Con le illustrazioni di Benjamin Lacombe.

Anno di Pubblicazione della versione illustrata: novembre 2025
Prima uscita del romanzo: 1925

Pubblicato nel 1925, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald è uno dei romanzi più importanti della letteratura americana del Novecento. Il mondo raccontato nel romanzo si colloca negli anni Venti, un periodo di grande crescita economica negli Stati Uniti, segnato dall’espansione della ricchezza, dal consumo ostentato e dalla fiducia quasi illimitata nel progresso. È l’epoca che precede il crollo di Wall Street del 1929, evento che segnerà la fine di quell’illusione di prosperità continua e metterà in crisi l’idea stessa di sogno americano così come veniva vissuta in quegli anni. In questo senso, Il grande Gatsby anticipa simbolicamente un mondo destinato a entrare in crisi, mostrando già dall’interno le fragilità nascoste dietro l’apparente splendore della ricchezza e del successo.

L’edizione illustrata di Benjamin Lacombe


Tra le numerose edizioni de Il grande Gatsby, quella illustrata da Benjamin Lacombe merita una menzione speciale. Considerato uno dei più apprezzati illustratori contemporanei francesi, Lacombe ha reinterpretato il romanzo di Fitzgerald attraverso immagini eleganti e raffinate, capaci di dialogare con il testo senza mai sovrastarlo. Le sue tavole restituiscono il fascino malinconico della storia, accentuandone l’atmosfera sospesa tra lusso, desiderio e disillusione.
Particolarmente suggestivo è l’uso del colore oro, che richiama immediatamente lo sfarzo e l’ostentazione degli anni Venti, ma anche il carattere illusorio di un mondo costruito sull’apparenza. Le illustrazioni, ricche di dettagli e fortemente evocative, contribuiscono a dare nuova vita ai personaggi e agli ambienti del romanzo, trasformando la lettura in un’esperienza anche visiva.
Più che una semplice edizione illustrata, il volume appare come un vero oggetto da collezione, pensato per chi ama la letteratura ma anche l’arte del libro. Per eleganza grafica, qualità editoriale e forza delle immagini, è una di quelle edizioni che non si acquistano soltanto per leggere un classico, ma anche per conservarlo e sfogliarlo nel tempo. Una presenza necessaria nella libreria di un appassionato di libri illustrati.

Fitzgerald e la Jazz Age


Fitzgerald è uno degli autori simbolo della Jazz Age, il periodo degli anni Venti negli Stati Uniti, caratterizzato da crescita economica, nuove forme di consumo e una società in rapido cambiamento. In questo contesto si inserisce anche la sua vita personale, legata al successo letterario e alla figura della moglie Zelda Fitzgerald. Dopo la pubblicazione de Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald non riuscì più a eguagliare l’impatto e la forza del suo capolavoro. Continuò a scrivere, dando vita a opere importanti come Tenera è la notte, ma nessun lavoro successivo raggiunse la stessa intensità narrativa e la stessa centralità nella letteratura americana. Con il passare del tempo, Il grande Gatsby si è imposto come il punto più alto della sua carriera e come il romanzo che meglio rappresenta il suo immaginario e la sua epoca.

Ambientazione


La storia è ambientata nel 1922 tra New York e Long Island. È un ambiente dominato da ricchezza, feste e forte differenza tra classi sociali. L’accesso al mondo dell’alta società non dipende solo dal denaro, ma anche dall’origine sociale e dalle relazioni.

Nick Carraway


A raccontare la storia è Nick Carraway. Nick si trasferisce a New York per lavorare nel settore finanziario, in particolare nel mercato delle obbligazioni, e si stabilisce a West Egg, vicino a Gatsby. È anche cugino di Daisy Buchanan: questo legame familiare gli permette di entrare nel mondo della famiglia Buchanan e, indirettamente, nella vicenda centrale del romanzo.
Nick si trova in una posizione particolare, inizialmente si presenta come un osservatore esterno, partecipa alla vita sociale dell’alta società americana ma mantiene una certa distanza critica che gli consente di raccontare gli eventi senza esserne completamente assorbito. Tuttavia, nel corso della narrazione, questa distanza si riduce progressivamente. Nick rimane infatti sempre più colpito dalla figura di Jay Gatsby, dalla sua capacità di costruire se stesso e dalla forza del suo sogno, sviluppando nei suoi confronti una forma di ammirazione che lo distingue dagli altri personaggi.
Attraverso il suo sguardo, il romanzo non si limita a descrivere i fatti, ma li filtra attraverso una prospettiva personale, sospesa tra coinvolgimento e riflessione critica.

Jay Gatsby


Jay Gatsby è un uomo estremamente ricco che vive in una grande villa a Long Island. È conosciuto soprattutto per le sue feste, eventi enormi a cui partecipano centinaia di persone.
Nonostante la sua presenza sociale sia molto visibile, Gatsby è una figura difficile da conoscere davvero. Molti invitati alle sue feste non lo incontrano mai o non sanno nulla della sua vita personale. Questo lo rende una figura centrale ma allo stesso tempo misteriosa.
Gatsby ha costruito la propria ricchezza da solo e appartiene al gruppo dei cosiddetti “nuovi ricchi”, diversi dall’aristocrazia tradizionale americana.

Il nome come costruzione dell’identità


Jay non è solo un diminutivo, è una vera trasformazione identitaria simbolica l’importanza letteraria di un nome. Nel romanzo Il grande Gatsby, il protagonista nasce come James Gatz, figlio di una famiglia povera di contadini del Nord Dakota. Questo nome appartiene alla sua origine reale, a una condizione sociale umile che il personaggio rifiuta fin da giovane, perché incompatibile con l’immagine di sé che vuole costruire. Il cambiamento in “Jay Gatsby” non è quindi un semplice passaggio formale o un diminutivo, ma una vera e propria ricostruzione dell’identità.

Dal punto di vista letterario, il nome assume un valore centrale: non serve solo a identificare il personaggio, ma a definirne il destino narrativo. Fitzgerald costruisce infatti una frattura netta tra il nome originario e quello scelto, trasformando il cambio di identità in un gesto simbolico che segna il passaggio da una vita subita a una vita progettata. Il nome “Gatsby” diventa così parte integrante del mito del personaggio, una sorta di firma pubblica che sostituisce e oscura le origini reali.
La trasformazione avviene attraverso un processo di auto-creazione: James Gatz decide di reinventarsi completamente, costruendo una figura nuova che possa inserirsi in un mondo più alto dal punto di vista sociale ed economico. In questo percorso è fondamentale l’incontro con Dan Cody, un uomo ricco e influente per cui lavora da giovane, esperienza che gli permette di osservare da vicino il funzionamento dell’alta società e le dinamiche del successo. È anche da qui che nasce l’idea di poter “diventare altro” rispetto alle proprie origini.

La figura di Jay Gatsby rappresenta infatti una costruzione intenzionale, un’identità modellata per apparire elegante, misteriosa e perfettamente inserita nell’élite americana. Attraverso questo nuovo nome, il protagonista non solo si distacca dal passato, ma costruisce anche una narrazione di sé fatta di prestigio e possibilità, in parte reale e in parte inventata. Gatsby diventa così il simbolo di un’auto-mitizzazione personale, in cui la realtà viene progressivamente sostituita da un’immagine ideale.
Questa nuova identità non è separabile dal suo obiettivo principale, l’accesso al mondo di Daisy Buchanan. L’intera costruzione di Jay Gatsby si orienta verso questo desiderio, che diventa il punto centrale attorno a cui ruotano la sua vita, le sue scelte e la sua trasformazione sociale.

La sovrapposizione tra James Gatz e Jay Gatsby non è mai completamente risolta, però, il passato non scompare del tutto, ma rimane come una presenza nascosta che riemerge nei momenti di fragilità. Questa doppia identità è uno degli elementi fondamentali del romanzo, perché mostra come la costruzione di sé possa diventare al tempo stesso una possibilità di riscatto e una forma di distanza dalla propria realtà originaria.

Daisy Buchanan e il mondo dell’alta società


Daisy Buchanan appartiene all’alta società americana. È sposata con Tom Buchanan, uomo ricco e rappresentante del privilegio sociale consolidato.
Daisy vive in un ambiente in cui il lusso e l’immagine hanno un ruolo centrale. Il suo mondo è legato a ciò che appare più che a ciò che è. Gatsby, invece, rappresenta il percorso opposto, la ricchezza costruita partendo da zero.
Il rapporto tra Gatsby e Daisy è segnato da una forte differenza di condizioni sociali e di stile di vita. Gatsby è legato a lei da un sentimento costante, mentre Daisy appartiene stabilmente al suo contesto sociale.

L’amore come asimmetria


Nel romanzo Il grande Gatsby il rapporto tra Jay Gatsby e Daisy Buchanan si costruisce come un legame profondamente asimmetrico, in cui entrambi partecipano al sentimento, ma senza condividere lo stesso orizzonte di significato.
Gatsby vive un amore assoluto e totalizzante, che diventa il centro della sua identità e della sua storia personale. La sua relazione con Daisy non è solo desiderio affettivo, ma anche progetto esistenziale, tutto ciò che costruisce, dalla ricchezza al suo stile di vita, è orientato a renderlo degno di quell’incontro e di ciò che rappresenta.
Daisy, dal canto suo, vive questo legame in modo più complesso e sfumato. È attratta da Gatsby e affascinata dalla sua ricchezza e dalla sua capacità di incarnare un mondo elegante e seducente, ma rimane sempre consapevole della natura “costruita” di quel successo. Il suo sguardo non è ingenuo, percepisce che la posizione di Gatsby è frutto di un’ascesa personale e non di una tradizione consolidata, e questo elemento introduce una distanza implicita tra loro, legata al valore che lei attribuisce alle origini e allo status sociale.
Il risultato è un rapporto in cui il sentimento non si sviluppa su basi equivalenti, Gatsby investe tutto in un’idea di amore assoluto e di riscatto attraverso di esso, mentre Daisy si muove dentro un equilibrio fatto di attrazione, consapevolezza sociale e appartenenza al proprio mondo. Proprio questa differenza di prospettive rende il loro legame instabile e mai completamente condiviso, trasformandolo in una relazione in cui desiderio e realtà non coincidono mai davvero.

La rivalità tra Gatsby e Tom


Nel romanzo Il grande Gatsby, il rapporto tra Jay Gatsby e Tom Buchanan si costruisce anche attraverso una forte rivalità, che non è solo sentimentale ma soprattutto sociale e simbolica.
Tom rappresenta l’alta società tradizionale, una ricchezza già consolidata, legata alla nascita e a un senso di appartenenza esclusivo. Gatsby, invece, incarna la nuova ricchezza, costruita attraverso il lavoro e l’autoaffermazione. Per questo il loro confronto non riguarda soltanto Daisy Buchanan come oggetto del desiderio, ma due modi opposti di intendere il successo e il prestigio.
La presenza di Daisy rende questa opposizione ancora più evidente, da un lato Gatsby, che ha costruito tutta la propria identità attorno all’idea di poterla riconquistare e di meritare un posto nel suo mondo, dall’altro Tom, che quel mondo lo rappresenta già e lo difende come parte naturale della propria posizione sociale. La rivalità tra i due uomini diventa così lo scontro tra chi cerca di entrare in un sistema e chi invece lo incarna dall’interno.
In questo equilibrio instabile, il conflitto non è mai solo personale. Attraverso Gatsby e Tom, il romanzo mette in scena una contrapposizione più ampia tra aspirazione e privilegio, tra costruzione e appartenenza, che si riflette inevitabilmente anche nel loro rapporto con Daisy.

Gli altri personaggi


Jordan Baker è una figura dell’alta società newyorkese, indipendente e inserita nel mondo dello sport e della socialità moderna.
Myrtle Wilson rappresenta invece la classe lavoratrice e il desiderio di salire socialmente attraverso il denaro.

L’importanza del romanzo


Il grande Gatsby è diventato un classico perché riesce a condensare in una storia breve, l’immagine di un’intera epoca e delle sue contraddizioni. Attraverso il mondo descritto da Fitzgerald emerge una società in cui il successo economico non coincide automaticamente con il riconoscimento sociale, e in cui il denaro modifica i rapporti ma non elimina le distanze tra le persone.
La forza del romanzo sta anche nella figura di Jay Gatsby, che incarna l’idea di trasformazione personale tipica del sogno americano, ma allo stesso tempo ne mostra i limiti quando si scontra con le regole sociali già stabilite. Per questo il libro continua a essere letto, non racconta solo una storia ambientata negli anni Venti, ma un meccanismo sociale che resta riconoscibile anche oggi.

Il film


Nel 2013 il regista Baz Luhrmann ha realizzato The Great Gatsby, con Leonardo DiCaprio nel ruolo di Gatsby, Carey Mulligan nel ruolo di Daisy e Tobey Maguire nei panni di Nick.
Il film segue in modo abbastanza fedele la trama del romanzo, ma sceglie un linguaggio cinematografico molto più spettacolare rispetto a quello letterario. Luhrmann utilizza infatti una regia dinamica, una forte attenzione alla componente visiva e una colonna sonora che mescola musica dell’epoca e brani moderni, creando un contrasto evidente.
Rispetto al romanzo, la narrazione risulta più immediata e visivamente intensa, mentre il libro di Fitzgerald costruisce la storia in modo più misurato, attraverso lo sguardo di Nick e una descrizione più indiretta degli eventi.

Differenze tra libro e film


Il romanzo è costruito sulla narrazione e sull’osservazione dei dettagli, mentre il film punta su un impatto visivo immediato. Il libro lascia più spazio all’interpretazione, mentre il film rende l’esperienza più diretta e scenografica.

Premi Oscar


The Great Gatsby ha vinto due Premi Oscar:
Miglior scenografia
Migliori costumi

Un amore più forte del tempo


L’amore che Jay Gatsby prova per Daisy Buchanan è uno degli aspetti più affascinanti del romanzo. Si tratta di un sentimento raro per intensità e costanza, capace di attraversare gli anni senza perdere forza. Gatsby ama Daisy in modo assoluto, senza riserve e senza calcoli, trasformandola nel centro della propria esistenza. È proprio questa dedizione totale a rendere il personaggio così memorabile, al di là delle sue contraddizioni, incarna l’idea romantica di un amore che non si arrende al tempo e che continua a inseguire il proprio ideale, anche quando la realtà si dimostra più complessa dei sogni e più amara degli incubi.
Il grande Gatsby resta un’opera centrale della letteratura americana perché racconta una società in cui ricchezza, identità e appartenenza sociale sono profondamente intrecciate. È un romanzo che descrive un mondo affascinante ma rigidamente strutturato, dove il successo non dipende solo dalle possibilità economiche ma anche dalle origini e dal contesto sociale.

Una lettura psicologica e filosofica di Gatsby


Uno degli aspetti che rende Il grande Gatsby un’opera così moderna è la sua straordinaria profondità psicologica. Gatsby non è soltanto un uomo innamorato o un ambizioso che ha raggiunto il successo economico, è il ritratto di una personalità costruita intorno a un ideale. La sua intera esistenza è orientata verso un’immagine perfetta del futuro e verso la convinzione che la volontà umana possa superare qualsiasi limite imposto dalla realtà.

Dal punto di vista psicologico, Gatsby può essere interpretato come un individuo che ha trasformato un desiderio in un elemento centrale della propria identità. La sua vita non è organizzata attorno a ciò che possiede, ma attorno a ciò che immagina. In termini moderni potremmo parlare di idealizzazione, un processo attraverso il quale una persona attribuisce a un obiettivo, a un ricordo o a un individuo caratteristiche quasi perfette. Questo meccanismo psicologico non riguarda soltanto Gatsby, appartiene a tutti gli esseri umani quando tendono a immaginare che la felicità risieda in qualcosa che ancora non possiedono.
Fitzgerald mostra con grande lucidità come il desiderio possa diventare una forza creativa. Gatsby costruisce se stesso, cambia il proprio destino e plasma la propria immagine pubblica grazie alla forza della sua aspirazione. Tuttavia lo scrittore suggerisce anche che esiste una differenza tra vivere per un sogno e vivere all’interno di un sogno. Quando la realtà non coincide con l’immagine ideale che abbiamo costruito nella nostra mente, nasce inevitabilmente una tensione che può generare delusione, frustrazione e sofferenza.

Anche dal punto di vista filosofico il personaggio è estremamente interessante. Gatsby incarna una visione quasi prometeica dell’esistenza: crede che l’essere umano possa reinventarsi completamente e diventare artefice assoluto del proprio destino. In questo senso ricorda alcune figure della filosofia moderna che vedono nell’uomo un soggetto capace di costruire autonomamente il significato della propria vita.

Anche dal punto di vista filosofico il personaggio è estremamente interessante. Gatsby incarna una visione quasi prometeica dell’esistenza. Come Prometeo, non accetta passivamente i limiti imposti dalla realtà, ma cerca di affermare la forza della propria volontà contro ciò che appare già scritto. In lui è presente una fiducia straordinaria nella capacità umana di inseguire un ideale e di orientare la propria vita verso un obiettivo considerato irrinunciabile.
Ciò che rende Gatsby così affascinante non è soltanto l’ambizione, ma la sua incrollabile fede nel desiderio. Mentre molti personaggi del romanzo si adattano alle convenzioni sociali o alle opportunità del momento, Gatsby continua a guardare oltre il presente, verso qualcosa che per lui possiede un valore quasi assoluto. In questo senso diventa una figura profondamente moderna: un uomo che rifiuta il cinismo e continua a credere nella possibilità di dare forma ai propri ideali.
Fitzgerald sembra interrogarsi proprio sul rapporto tra l’essere umano e i propri sogni. È la forza del desiderio a dare significato all’esistenza oppure è necessario riconoscere i limiti imposti dalla realtà? Gatsby vive interamente dentro questa tensione, ed è forse per questo che continua a esercitare un fascino così duraturo sui lettori.
Fitzgerald sembra domandarsi se sia davvero possibile ricominciare da zero o se il passato continui sempre a esercitare la propria influenza sul presente. È una questione che attraversa gran parte della filosofia occidentale, siamo davvero liberi di reinventarci oppure restiamo inevitabilmente legati alla nostra storia personale?

Alcuni studiosi hanno inoltre osservato come Gatsby incarni una forma di esistenzialismo ante litteram. Pur vivendo in una società dominata dal denaro e dalle convenzioni sociali, cerca di attribuire alla propria vita un significato personale e autentico. Non accetta passivamente il mondo così com’è, ma tenta di modellarlo secondo la propria visione. La sua grandezza deriva proprio da questa capacità di credere in qualcosa con assoluta intensità.

Un altro tema centrale è il rapporto tra identità e apparenza. Molti personaggi del romanzo vivono dietro una maschera sociale. Le feste, il lusso, gli abiti eleganti e le residenze sfarzose diventano strumenti attraverso cui gli individui cercano di costruire una determinata immagine di sé. Fitzgerald anticipa così riflessioni molto attuali sulla società dell’apparenza e sul bisogno umano di essere riconosciuti dagli altri.

Nel caso di Jay Gatsby si può leggere una forte distanza tra ciò che è e ciò che aspira a diventare. Da una parte c’è la sua origine e la sua identità reale, dall’altra un’immagine ideale costruita attorno al successo, al riconoscimento sociale e a un mondo a cui vuole appartenere.
Questa distanza non è solo sociale, ma anche personale, Gatsby finisce per orientare tutta la sua vita verso l’idea di una versione di sé considerata “compiuta”, che però non coincide mai completamente con la realtà.
Una lettura di questo tipo richiama le riflessioni di Carl Rogers (1902-1987, è stato uno degli psicologi più influenti del Novecento e uno dei principali esponenti della psicologia umanistica, corrente che pone al centro la persona, la sua esperienza soggettiva e il suo potenziale di crescita) che ha descritto proprio la possibile tensione tra immagine ideale e realtà personale come uno dei punti centrali della costruzione dell’identità.

Per questo motivo Il grande Gatsby continua a parlare ai lettori del XXI secolo. Al di là dell’ambientazione negli anni Venti, il romanzo affronta domande universali: chi siamo realmente? Quanto conta il passato nella costruzione della nostra identità? La felicità è qualcosa di definitivo oppure una condizione che cambia continuamente con le circostanze della vita? Forse la felicità non è uno stato stabile da raggiungere una volta per tutte, ma un equilibrio temporaneo, diverso per ogni persona e legato al modo in cui si interpreta ciò che si vive, perché sulla felicità non esiste una risposta unica e certa. E soprattutto, quanto della nostra vita è guidato dalla realtà e quanto dai sogni che scegliamo di inseguire?

La grandezza di Fitzgerald consiste nell’aver trasformato queste questioni filosofiche e psicologiche in una narrazione coinvolgente, affidandole a un personaggio che ancora oggi rimane uno dei più complessi e affascinanti della letteratura mondiale.

Due citazioni tratte dal film The Great Gatsby


Jay Gatsby: “Non chiedo molto. Solo che tu sia qui, al centro di tutto il mio mondo.” È una delle espressioni più dirette del suo amore totalizzante, non è solo desiderio, è centralità assoluta dell’altro nella sua vita.
Nick Carraway: “La vita si guarda meglio da una distanza sicura.” Questa è molto significativa, sintetizza il suo ruolo nel film e la sua evoluzione come narratore, sempre diviso tra coinvolgimento e distanza.

Due citazioni tratte dal libro


Jay Gatsby: “Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza sosta nel passato.”
Nick Carraway: “Erano persone incuranti, Tom e Daisy: distruggevano cose e creature e poi si ritiravano nel loro denaro, nella loro enorme incoscienza…”

#Fitzgerald #letteraturaAmericana #narrativa #romanzoStorico

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Astrocampania organizza un evento su Prenotazione in Osservatorio Astronomico ad Agerola il 19 giugno 2026 per celebrare il Solstizio d’estate e salutare l’inizio della bella stagione viaggiando tra le stelle e i pianeti nel cielo dell’alta costiera amalfitana.

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oasdg.astrocampania.it/2026/06…

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oggi, 9 giugno, a firenze: presentazione del nuovo numero di ‘riga’, dedicato al gruppo 70


A Firenze, martedì 9 giugno 2026, alle ore 18, al Museo del Novecento, si parlerà del Gruppo 70 e dei rapporti tra poesia visiva, editoria e istituzioni museali, presentando il numero di «Riga» curato da Raffaella Perna.

riga 49, fascicolo dedicato al gruppo 70, a cura di raffaella perna
cliccare per ingrandire

Il libro: quodlibet.it/libro/97888229249…
#ChiaraPortesine #editoria #ElioGrazioli #GiorgioBacci #Gruppo70 #istituzioniMuseali #materialiVerbovisivi #musei #museo #MuseoDelNovecento #poesiaVisiva #Quodlibet #RaffaellaPerna #Riga

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Il traballante futuro dell’italiano davanti al globish: la lezione della storia


Di Antonio Zoppetti

Una lingua è soprattutto la manifestazione della cultura che esprime e custodisce, e le lingue forti si impongono nei settori delle proprie eccellenze anche fuori dai propri confini territoriali, come è avvenuto con l’italiano rinascimentale del Cinquecento o quello dell’opera lirica che ha dominato il panorama musicale del Seicento, quando gli italianismi circolavano in tutta Europa proprio per il loro prestigio.

Dal punto di vista numerico dei parlanti, l’italiano è oggi una lingua debole, e il calo demografico unito alla propensione sempre più spiccata a trasferirsi all’estero nella cosiddetta fuga dei cervelli, fa presagire che saranno sempre meno, nonostante l’immigrazione e i nuovi italiani di seconda generazione sempre più integrati. La sua forza sta soprattutto nell’essere incredibilmente amato all’estero, e di godere di un’ammirazione e di una nomea superiore a quella di lingue ben più diffuse, come lo spagnolo o il francese. Se prendiamo in considerazione una delle nostre eccellenze più rinomate come la cucina, non è un caso che esista un mercato di imitazioni di prodotti dalle denominazioni italofone – spesso indicate con l’espressione italian sounding che però è una nostra reinvenzione pseudoinglese – di cui il parmisan è quella più nota, mentre non esistono analoghi fenomeni di prodotti pseudofrancesi o pseudospagnoli.

Eppure oggi il settore dell’alimentazione e della gastronomia è detto ormai del food, tra gli addetti ai lavori, e se nei ristoranti di lusso da New York a Melbourne sui menù anglofoni si promuove il “vino”, perché questa è la parola italiana che evoca la qualità dei nostri prodotti, da noi spuntano le insegne dei wine bar invece di enoteche e cantine, mentre le manifestazioni gastronomiche veicolano il wine & food, e tutto il settore si anglicizza nelle fiere e nella lingua dei giornali.

Fuori dagli stereotipi folcloristici di internazionalismi come pizza e cappuccino, l’esportazione dell’italiano all’estero appartiene alla storia, e anche se nel mondo fa ancora molta presa, oggi è morta e sepolta. Non c’è reciprocità tra quello che esportiamo, e che abbiamo esportato nel passato, e ciò che stiamo importando dall’angloamericano.

Quando però una cultura, invece di esportare le proprie eccellenze nella propria lingua, esporta l‘italian design – attraverso un italianismo derivato dal “disegno industriale” e riproposto con il restyling linguistico all’inglese e l’inversione sintattica – il segnale è preoccupante. È l’indice di una lingua malridotta e di una società in crisi, che ha perduto le proprie radici, e che non sa più rivolgersi all’esterno, mentre allo stesso tempo cede all’inglese anche sul piano interno.

E così nel 2022 è stato inaugurato il ministero del Made in Italy, non del prodotto italiano. Nella nuova “diglossia lessicale” che vede negli anglicismi il vertice della gerarchia linguistica, si anglicizzano i nomi delle manifestazioni e degli eventi (la Fashion Week e il Week Design invece della Settimana della moda e del Salone del mobile), i ruoli e le funzioni aziendali, le denominazioni dei prodotti e i nomi delle trasmissioni televisive, il panorama linguistico della comunicazione cittadina, le insegne dei negozi che si fregiano di presentarsi come store, shop, outlet e showroom, mentre i servizi di delivery delle Poste italiane sostituiscono gli antichi pacchi celeri e ordinari, tra bike sharing, tutor autostradali, assistenza clienti ribattezzata customer care, rimborsi statali divenuti cashback e via dicendo. A suscitare preoccupazione non c’è solo la moda dilagante e ormai irrefrenabile di anglicizzare tutto ciò che è nuovo o presentato come tale, ma soprattutto il fatto che questa tendenza viene ufficializzata dalle istituzioni.

Un tempo sui treni c’erano i cartellini che vietavano di gettare oggetti dai finestrini in italiano, francese, tedesco e inglese, ma nella nuova comunicazione delle Ferrovie dello Stato oggi non solo si privilegia l’itanglese (“Per visualizzare i Barcode del tuo ticketeless effettua il Self Check-in dal tuo smartphone”) ma tutto diventa bilingue a base inglese, esattamente come avviene nella cartellonistica cittadina di stazioni e metropolitane che abitua tutti al bilinguismo, gli italiani e i turisti che si dà per scontato debbano conoscere l’inglese anche se dalle statistiche risulta che le cose non stanno affatto così: l’inglese è conosciuto da una minoranza degli italiani, degli europei e della popolazione mondiale. Anche se in gioco c’è la sua ufficializzazione come “lingua internazionale”, rimane la lingua naturale dei popoli dominanti, che non studiano altre lingue e hanno tutta la convenienza a fare diventare la propria come qualcosa di universale.

E di fronte all’inglese globale, l’italiano, oltre ad anglicizzarsi, sta perdendo terreno anche come lingua ufficiale dello Stato.

Se l’inglese conquista la scuola

La conquista della scuola è stata una tappa fondamentale per l’affermazione della nostra lingua, che è diventata unitaria solo nel Novecento, visto che precedentemente le masse parlavano quasi esclusivamente nei propri dialetti. L’italiano popolare che emergeva dalle lettere della Prima guerra mondiale testimonia l’incapacità di scrivere in italiano corretto – da un punto di vista lessicale, ortografico e sintattico – in un conteso di semianalfabetismo generalizzato e di dialettofonia in cui solo le missive degli ufficiali o dei ceti colti erano scritte in modo ineccepibile. La scuola, ma anche la radio, il cinema, la televisione e i mezzi di informazione, nel giro di un secolo hanno ribaltato questo scenario e hanno alfabetizzato tutti.

Oggi, però, l’italiano regredisce anche su questo fronte, e se fino a qualche decennio fa era una materia centrale e imprescindibile nella formazione, negli ultimi decenni ha perso la sua centralità. Sapere l’inglese è considerato da molti più importante, e lo si vede a scuola ma anche nei titoli dei giornali sempre più anglicizzati.
Nel momento in cui l’italiano è diventato la lingua spontanea di tutti, più che una seconda modalità espressiva nazionale il cui possesso si raggiungeva con lo studio, anche il suo insegnamento ha perso terreno, proprio perché considerato una lingua naturale e istintiva. Il nuovo italiano popolare che emerge per esempio sul web ha allo stesso tempo comportato un livellamento e una regressione dell’italiano colto o letterario di una volta anche quando non è popolare. E infatti l‘italiano medio o neostandard tende sempre più a includere elementi dell’italiano bollato come substandard, ed è stato anche definito un “italiano selvaggio”, caratterizzato da un pressapochismo diffuso non solo nelle masse, ma anche tra gli studenti universitari e nei ceti colti, mentre, soprattutto tra i giovani, emerge uno spiccato impoverimento lessicale e una certa incapacità di ricorrere ai registri più alti.
Ma chi ritiene che la lingua vada lasciata in balia della selezione naturale – invece di elaborare politiche linguistiche che all’estero sono normali – più che stupirsi dell’avvento di una lingua selvaggia, dovrebbe prendere atto che non è altro che la conseguenza della rinuncia a ogni dirigismo e dell’abbandono degli approcci normativi in nome di quelli meramente descrittivi che si limitano a guardare come le lingue dominanti finiscono con il fagocitare quelle più deboli, come la storia ci insegna.

In questo contesto, l’insegnamento dell’inglese è diventato il nuovo pilastro delle scuole, in un progetto di alfabetizzazione delle masse alla nuova lingua internazionale che raggiunge il suo apice nell’anglificazione delle università, che puntano a insegnare direttamente in inglese. Tutto ciò non può che portare alla regressione della lingua nazionale.
Politiche come queste – che istituzionalizzano l’inglese all’interno del nostro Paese al posto dell’italiano – si ricollegano a un’analoga visione che sta prendendo piede nell’Unione Europea, benché sulla carta l’Europa nasca all’insegna del plurilinguismo. Un tempo anche l’italiano era una delle lingue di lavoro, visto che siamo tra i Paesi fondatori, poi è stato cancellato e oggi – anche se sulla carta rimangono anche il francese e il tedesco – nella prassi l’inglese è diventato la lingua quasi unica di lavoro, soprattutto nella documentazione disponibile in Rete. E non solo, lo si introduce nei documenti dei cittadini concepiti bilingui a base inglese, nella comunicazione pubblica, e viene utilizzato in modo surrettizio in sempre più contesti anche se non esiste alcuno statuto che lo abbia legittimato come la lingua dell’Ue.

Le ricadute di questa visione anglomane riguardano anche l’italiano come lingua della scienza. Se Galileo aveva deciso di abbandonare il latino della cultura per creare uno splendido modello di prosa scientifica italiana – chiaro, rigoroso e univoco – poi continuato da scienziati come Vallisneri, Spallanzani o Volta… oggi gli scienziati sono indotti a pubblicare in inglese, e l’immunologa e accademica della Crusca Maria Luisa Villa ha espresso forti preoccupazioni sul destino dell’italiano nella scienza, che nel giro di qualche lustro corre il pericolo di essere di fatto abbandonato dagli addetti ai lavori e diventare una lingua inadatta a trasmettere il sapere scientifico con ricadute anche sulla divulgazione (L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori, Milano 2013, pp. 122-125). Si tratta dello stesso allarme che recentemente ha lanciato anche il presidente della Crusca D’Achille denunciando il rischio della dialettizzazione del nostro idioma.
La legittimazione dell’inglese come lingua planetaria, in fin dei conti, rischia di fare dell’italiano, e delle altre lingue, i dialetti di un’Europa e di un mondo che pensa e parla inglese anche fuori dall’ambito scientifico. L’analogia con l’affermazione dell’italiano-toscano che ha reso gli altri volgari dei dialetti – cioè delle lingue di rango inferiore, senza università e senza uno Stato – è molto forte.

Una visione alternativa al globish

Un’alternativa a questo destino è una nuova concezione di cosa significhi essere internazionali, che per il momento da noi si fa coincidere con il parlare in inglese, ma questo modello è al contrario criticato con ottime ragioni dai tanti ricercatori e intellettuali di tutto il mondo (africani, tedeschi, francesi, scandinavi, rumeni…). Forse per essere davvero “internazionali” dovremmo ancorarci al dibattito che avviene all’estero, invece di guardare solo all’anglosfera. E ci converrebbe che la lingua dell’Europa diventasse la traduzione – per parafrasare Umberto Eco – invece del globalese.

L’affermazione del globish sul piano europeo dovrebbe farci riflettere su quali potrebbero essere le conseguenze di questa politica, e sul destino del nostro idioma, ma anche delle altre lingue nazionali. L’italiano può sopravvivere solo all’interno di un modello plurilinguista, dove la varietà di lingue e culture andrebbe considerata un valore come lo è la biodiversità.

Tra queste lingue straniere ci sono anche le lingue romanze nostre sorelle che tutte insieme, trainate soprattutto dalle dimensioni dello spagnolo, rappresentano un numero di parlanti più ampio di quello degli anglofoni, e hanno tra loro una notevole affinità. I progetti che diffondono la loro reciproca comprensibilità sono molto interessanti, e più che a insegnare le singole lingue puntano a fare in modo che sia possibile parlare ognuno nel proprio idioma, ma in modo intellegibile per l’interlocutore.

Al momento, però, prevale la linea del monolinguismo a base inglese, e le alternative a questo modello dipenderanno dalle future scelte politiche nazionali e internazionali.

La nostra lingua sarà lasciata in balia della selezione naturale o regolamentata da quella artificiale (cioè da una politica linguistica)?
Resterà una lingua di cultura come in passato?
Si saprà rinnovare con le proprie risorse magari con una maggiore vicinanza e un maggiore scambio, per esempio, con le altre lingue romanze?
O si trasformerà in un itanglese sempre più distante dalla lingua di Dante destinato a vivere in un’unità politica sovranazionale che punta al monolinguismo in inglese?

Se la storia è maestra di vita, non resta che prendere atto del fatto che a fare l’italiano del futuro saranno le scelte e i modelli dell’egemonia culturale e politica che si affermerà. E se la futura classe egemone e produttiva preferirà esprimersi in inglese, lo introdurrà come lingua della formazione e lo ufficializzerà, non è poi così difficile prevedere il destino della lingua di Dante.

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Per chi è interessato, discuterò di questi temi con Maria Luisa Villa, immunologa e accademica della Crusca, martedì 16 giugno (alle 18) presso la Biblioteca di Lambrate, a Milano, durante la presentazione del libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare, 2026).

PS
Grazie aRoberto UIV (Un Italiano Vero) che ha disegnato l’immagine dell’evento e che sul suo canale di YouTube ha divulgato il curioso aneddoto di come sia nata la copertina del libro.

#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #KESpadaLaControversaStoriaDellItaliano #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano


Alienazione linguistica e diglossia lessicale


Di Antonio Zoppetti

Provo a a riprendere e sviluppare qualche riflessione esposta in una lezione intitolata “L’italiano e i libri ieri e oggi: l’inglese tra le righe?” che ho tenuto la scorsa settimana presso l’Università di Heidelberg (Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda) nell’ambito della XXIV Settimana della lingua italiana nel mondo.

La diglossia storica: il toscano e gli altri volgari

Alla fine del Trecento, in una corrispondenza privata con il toscano Francesco di Marco Datini di Prato, il lombardo Giovanni da Pessano si scusava per non essere un “bon scritore” e per non essere “achostumato” alla scrittura colta [Lorenzo Tomasin, “Sulla percezione medievale dello spazio linguistico romanzo”, in Medioevo romanzo, Dalerno editrice, Roma 2015, XXXIX / 2, p. 280].
A quei tempi, il volgare toscano si stava imponendo in tutta la nostra penisola come lingua colta della scrittura, ed era considerato di maggior prestigio rispetto agli altri volgari, soprattutto quelli del nord che erano percepiti come rozzi. In uno scritto di Dante sui volgari (il De vulgari eloquentia), le parlate di genovesi, milanesi e bergamaschi erano addirittura oggetto di scherno, e anche Machiavelli (nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, 1524 circa) non poteva accomunare l’idioma di Dante alla lingua di “Milano, Vinegia e Romagna, e tutte le bestemmie di Lombardia.”

Nel Cinquecento, in Italia regnava la diglossia, cioè un bilinguismo squilibrato per cui le masse perlopiù si esprimevano nei propri idiomi locali, ma la lingua “superiore” dei libri era diventata il toscano delle tre corone del Trecento (Dante, Petrarca e Boccaccio) elevato a modello grammaticale, o al massimo il fiorentino che era comunque abbastanza vicino a quel canone. Questa frattura è stata sancita da Pietro Bembo, il teorico del purismo che considerava il toscano trecentesco la perfezione. I suoi precetti e la sua grammatica si erano imposti come il modello vincente, orientando anche la nascita dell’accademia della Crusca e del suo vocabolario che legittimava solo il lessico e le varianti ortografiche toscane respingendo invece tutte le voci degli altri volgari, considerate indegne e da purgare.

Da quel momento in poi tutti gli altri volgari regredirono allo stato di “dialetti”, varietà “impure” dell’italiano-toscano elevato a lingua perfetta. E nella nostra storica diglossia, questo toscano prendeva il posto ed era destinato a soppiantare l’altra lingua superiore del passato, il latino della cultura e dei libri, che nei secoli successivi avrebbe perso sempre più terreno nella scienza, nella scuola, nelle leggi e in ogni altro ambito.

Il purismo, pur tra le accesissime polemiche, si impose nell’egemonia culturale con una forza schiacciante. Basta ricordare che il massimo poeta del Cinquecento, Ludovico Ariosto, che non era toscano ma emiliano, per adeguarsi a questi principi riscrisse per ben tre volte il suo Orlando furioso per modificare la sua lingua “impura” e intrisa di settentrionalismi: el diventava il (e in lo/la si trasformava in nello/nella), mentre le x erano riscritte con le s, e le forme verbali venivano uniformate (mostrerò invece di mostrarò o trassero invece di tràrro). In questo modo Ariosto fu incluso nel vocabolario, al contrario di Torquato Tasso, che davanti alle stroncature della Crusca, invece di inchinarsi al canone del toscano e “purgarsi” da solo aveva osato difendere la sua lingua della Gerusalemme liberata e dunque fu il grande escluso che non venne inserito tra gli autori del dizionario. Chi non pubblicava in toscano e non seguiva i precetti dei puristi non solo era biasimato, ma addirittura non veniva pubblicato o considerato.

Su questo sfondo, chi non era toscafono di nascita – dunque in grado di mettere in pratica quei precetti in modo quasi naturale e istintivo – faticava enormemente a scrivere in “italiano”. E davanti alla nuova diglossia a base toscana, invece che latina, l’atteggiamento dei letterati oscillava tra il riconoscimento della superiorità del toscano e il rivendicare invece la dignità degli altri volgari.

Il primo atteggiamento è stato quello vincente.

Il toscano era un buon collante in grado di superare le incomprensioni dialettali delle varie regioni, sin dal Quattrocento ammirato e imitato anche a Milano: Ludovico il Moro apprezzava gli scrittori toscani e guardava alla lingua fiorentina come modello. Aleggiava insomma un certo senso di inferiorità delle altre parlate rispetto ai modelli toscani, e alla fine del Quattrocento, Gaspare Visconti, un poeta alla corte degli Sforza, nella premessa ai suoi componimenti si scusava del suo “non molto polito naturale idioma milanese”, ma il chiedere venia per la propria lingua non toscana è un motivo ricorrente che si trova spesso negli scritti di chi voleva ricorrere al toscano senza che fosse la sua lingua naturale.

L’alienazione del proprio idioma in favore di un altro

Per imparare la lingua superiore, successivamente tra gli scrittori prese piede la consuetudine dei soggiorni toscani, e il veneziano Carlo Goldoni, nel Settecento, considerava fortunatissimo chi era nato a Firenze, perché quella lingua gli risultava spontanea, e consigliava per “un Uomo di lettere, trattenersi per qualche tempo a Firenze ad imparar dalle Balie e dalle Fantesche ciò che altrove si mendica dal Bembo, dal Boccaccio o dalla Crusca medesima.”
Emblema di questa prassi, e di questa difficoltà di apprendere la lingua pura, è il celebre “volli, volli, fortissimamente volli” dell’Alfieri, piemontese di nascita ma che decise di “parlare, udire, pensare e sognare in toscano” e si trasferì a Firenze per meglio padroneggiare “quella doviziosissima ed elegante lingua; prima indispensabile base per bene scriverla” (Vita scritta da esso). Allo stesso tempo l’autore lamentava tutta la difficoltà, per chi non era toscano, di padroneggiare quell’idioma (“Lettera a Ranieri de’ Calzabugi”) scrisse le proverbiali parole:

“Da quel giorno in poi (che fu in giugno del 75) volli, e volli sempre, e fortissimamente volli. Ma dovendo io scrivere in pura lingua toscana, di cui era presso che all’abbiccì, fu d’uopo per primo contravveleno astenermi affatto dalla lettura d’ogni qualunque libro francese, per non iscrivere poi in lingua barbarica: un poco di latino, ed il rimanente d’italiano fu dunque la mia sola lettura d’allora in poi; stante che di greco non so, né d’inglese.”

Era la stessa difficoltà e la stessa soluzione che avrebbe intrapreso il milanese Alessandro Manzoni, che nella tormentata revisione dei Promessi Sposi, si accorse che i dizionari non gli bastavano per toscanizzare nel giusto modo la sua lingua, e alla fine abbandonò quella soluzione per sciacquare i panni in Arno. La lingua delle precedenti stesure del suo capolavoro gli risultava troppo artificiale e libresca, proprio perché si basava sui dizionari, e quelli che aveva utilizzato erano soprattutto il monumentale vocabolario milanese-italiano di Cherubini e quello della cosiddetta “Crusca veronese” di Cesari, il massimo rappresentante del purismo Ottocentesco che aveva dato vita a un dizionario di taglio cruscante benché fosse appunto di Verona.
Ma questo non deve stupire, perché a prevalere nel nostro Paese caratterizzato da un’eterna diglossia è stata la compiaciuta alienazione linguistica. In altre parole, a parte gli scrittori toscani che avevano fatto la storia, i massimi difensori dell’italiano basato sul tosco-fiorentino furono spesso i non toscafoni.

Pietro Bembo era veneziano, ma oltre a imporsi come teorico del purismo fu autore di una grammatica che avrebbe fatto scuola; fu uno stretto collaboratore del tipografo-editore Aldo Manuzio, il più grande stampatore del Cinquecento di tutta l’Europa. Benché Venezia impiegasse il proprio volgare orgogliosamente come lingua ufficiale delle leggi e della cancelleria, che si estendeva anche come lingua-tetto in tutta l’area veneta, i libri nati dal sodalizio Manuzio-Bembo si basarono sulla norma del toscano, dunque contribuirono a diffonderlo e in tutto il Paese e a renderlo il canone della scrittura.

E così è prevalsa l’alienazione linguistica e i più intransigenti difensori del toscano erano spesso non toscani, come Bembo, Cesari, Alfieri e soprattutto come Manzoni.

I sostenitori della dignità delle altre lingue italiche, invece, furono sconfitti. Esisteva una letteratura parallela che si esprimeva in altre parlate, e uno dei più noti e agguerriti sostenitori di queste posizioni fu per esempio il milanese Carlo Porta, che contro il classicista Pietro Giordani (storpiato in “Giavan”) scriveva:

“Dunque senza sapere la lingua toscana non ci può essere morale né civiltà? (…) E noi, zoticoni di Milano, li andiamo a mozzar via senza pietà quelle frattaglie tanto preziose, quelli così fatti che sono il gran merito dell’abate Giavano?”

Accanto a simili posizioni c’erano poi gli scrittori “indifferenti” alla questione della lingua, quelli che scrivevano in modo istintivo senza preoccuparsi della forma, e avevano in mente una lingua che doveva farsi intendere, invece che seguire il purismo. Costoro scrivevano spesso trattati pratici, articoli di giornale, romanzi come quelli di Garibaldi… Ma ancora una volta questi componimenti non erano considerati un modello virtuoso.

Dalla diglossia a base toscana a quella a base inglese

La diglossia per cui il toscano era la lingua della scrittura mentre le masse erano dialettofone si è ricomposta soltanto nella seconda metà del Novecento, quando sono spuntate le prime generazioni italofone anche fuori dalle aree toscane e finalmente l’italiano è diventato una lingua unitaria. Parlare e scrivere hanno trovato la loro convergenza in un’osmosi in cui le differenze tra oralità e scrittura si sono sempre più attenuate in un italiano unitario dove erano confluiti anche altri elementi oltre a quelli tosco-fiorentini che costituivano lo zoccolo duro. Negli anni Sessanta Pasoliniaveva notato che questo nuovo italiano unitario era soprattutto tecnologico e arrivava prevalentemente dai centri industriali del nord, più che dal modello toscano letterario.
Se l’italiano standard nell’Ottocento indicava quello che si insegnava a scuola in opposizione alle varietà dialettofone, superata la diglossia lingua-dialetto il nuovo italiano unificato, nel diventare un nuovo standard inevitabilmente si livellava e alcuni vocaboli o costrutti un tempo considerati popolari e non ammessi nella lingua “alta” sono stati invece accettati non solo nel parlato, ma anche nella scrittura dei giornali, dei contesti istituzionali o universitari. Negli anni Ottanta questo italiano di tutti è stato definito dal linguista Gaetano Berruto come “neostandard” e da Francesco Sabatini come “italiano medio”.

Ma proprio quando sembrava che la diglossia fosse superata, ecco che nel nuovo millennio ne è emersa una nuova: la diglossia che fa dell’inglese la lingua superiore. E davanti alla quale l’italiano regredisce su tutti i fronti.

Se la lingua della scienza, sino al Seicento, era esclusivamente il latino, Galileo Galilei ha spezzato questa prassi fondando la prosa scientifica italiana, e costruendo un modello poi seguito da altri scienziati – da Redi a Vallisneri – che è sopravvissuta fino al Novecento, quando Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna hanno diffuso un internazionalismo come neutrino.
Se l’italiano-toscano, nei secoli, ha sottratto al latino sempre più ambiti, come la lingua dell’insegnamento e delle leggi, oggi assistiamo alla sua regressione nei confronti dell’inglese, e sempre più atenei stanno puntando all’inglese come la lingua della formazione, con buona pace del diritto allo studio nella propria lingua madre. Intanto, l’inglese prende piede come lingua dell’Ue, benché non esista alcuna carta che sancisca la legittimità di questa prassi. E mentre l’inglese planetario – definito un po’ spregiativamente anche globalese o globish – si allarga in tutto il mondo, stiamo andando verso una nuova diglossia neomedioevale – come l’ha chiamata il linguista tedesco Jürgen Trabant – per cui l’inglese diviene la lingua della cultura alta, e gli idiomi nazionali rischiano di diventare i dialetti di un mondo che pensa e parla in inglese.

Gli anglicismi che penetrano in ogni idioma locale – e l’italiano è una delle lingue più coinvolte dal fenomeno – sono gli effetti collaterali di questa nuova situazione. Il loro numero è tale che in molti ambiti – si pensi all’informatica, all’economia, alle tecno-scienze, al lavoro… – l’italiano è ormai incapace di esprimere certi domini con le proprie parole. E mentre la lingua dei giornali e anche delle istituzioni si riempie di espressioni inglese, l’italiano regredisce, si ibrida e fondamentalmente viene meno lo storico prestigio basato sui suoni dell’italiano-toscano.
Come ai tempi dello sfaldamento del latino nascevano parole costruite sul sonus del latino – per esempio caballus invece di equus – oggi sul modello dell’inglese nascono pseudoanglicismi come footing, smart working, beauty case o baby gang. E se un tempo i non toscafoni cercavano di “toscaneggiare” e di approssimarsi al modello della lingua superiore, oggi si introducono le espressioni inglesi in modo voluto e compiaciuto: il nuovo modello cerca e riproduce i suoni inglesi, poco importa siano ortodossi o reinventati in modo maccheronico. Questo è il nuovo modello linguistico inseguito dalla nuova egemonia culturale, e questo italiano “newstandard” – o itanglese – è caratterizzato dalla sua “diglossia lessicale”. Nell’ambiente di lavoro, per esempio, non si può più usare l’italiano per esprimere certe cose, perché la lingua di prestigio è l’inglese, dunque bisogna usare questa terminologia “alienante” che il settore richiede e allo stesso tempo impone. E così nel mio settore non è più possibile evitare l’alienazione linguistica e parlare per esempio di revisioni editoriali, perché c’è solo l’editing, e sono costretto a presentarmi ai clienti come editor, altrimenti mi guardano male, sono percepito come un non addetto ai lavori che non sta usando la lingua che identifica il settore da un punto di vista sociolinguistico.

E chi non adegua il suo linguaggio, come aveva fatto Ariosto, viene fatto fuori come è accaduto a Tasso.

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Viaggi 2026, 1 italiano su 2 ha rinunciato o cambiato almeno una vacanza: costi e incertezze frenano la mobilità


Dall'inizio del 2026, un italiano su due ha rinunciato o modificato almeno un viaggio a causa dell'aumento dei costi, dell'incertezza economica e di nuove esigenze personali. Un dato che evidenzia una trasformazione significativa nelle abitudini di vacanza e negli spostamenti
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Il settore travel si trova ad affrontare una fase di profonda trasformazione: inflazione, aumento dei costi e instabilità internazionale stanno ridisegnando le abitudini di viaggio degli italiani, che si muovono con crescente prudenza nella pianificazione delle proprie vacanze. È quanto emerge dalla nuova ricerca condotta da Trustpilot, piattaforma indipendente di feedback che restituisce una fotografia aggiornata dei comportamenti e delle aspettative dei consumatori nel settore viaggi e trasporti.

Meno budget, più prudenza


Il quadro che emerge dalla ricerca è quello di un consumatore più selettivo e cauto. Infatti 7 italiani su 10 stanno modificando il proprio approccio ai viaggi: il 46% dichiara di preferire mete italiane, il 26% ha ridotto il budget disponibile e il 23% considera destinazioni estere più vicine. Una prudenza che si traduce anche in scelte già operate: la metà degli italiani ha rinunciato o modificato almeno un viaggio dall'inizio del 2026 a causa dell'aumento dei costi o dell'incertezza, e il 49% prevede di ridurre di almeno il 10% il budget destinato ai viaggi nel corso dell'anno.

Intelligenza artificiale: quasi metà degli italiani non usa ancora l’AI
Un’analisi che evidenzia il gap tra disponibilità della tecnologia, percezione pubblica e integrazione concreta nella vita quotidiana
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Cresce anche l’interesse per le alternative al volo, più di 1 italiano su 2 sta valutando vacanze raggiungibili senza aereo, tra chi ne fa la scelta principale (35%) e chi la considera come opzione alternativa (29%), a conferma della crescita del turismo di prossimità e delle alternative al volo.

I fondamentali del processo di prenotazione


Sul fronte delle prenotazioni, le piattaforme digitali si confermano il canale privilegiato con il 35% degli italiani si affida a comparatori e piattaforme online e il 20% ai siti ufficiali di strutture e compagnie di viaggio. In questo ecosistema digitale, le recensioni online svolgono un ruolo centrale: infatti, il 67% degli italiani le consulta sempre o spesso prima di prenotare un viaggio e per 1 su 2, esse influenzano in modo significativo la scelta finale del fornitore con il 16% che le considera determinanti.

HONOR 600 Series ufficiale: AI avanzata e funzioni premium nella fascia media
La nuova HONOR 600 Series punta a ridefinire la fascia media premium con intelligenza artificiale avanzata, comparto fotografico evoluto e design elegante
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Tra gli aspetti più ricercati nelle recensioni, il rapporto qualità/prezzo si afferma come priorità assoluta per il 28% degli intervistati, seguito dai dettagli concreti sull’esperienza vissuta (19%), dalle valutazioni su affidabilità e puntualità (14%) e dalla qualità del servizio clienti (13%). Significativa anche l’attenzione ai racconti su gestione di problemi, cancellazioni e rimborsi (12%), che testimonia quanto la gestione dell’imprevisto conti, in un momento in cui la flessibilità è diventata una variabile determinante nella scelta di viaggio.

"I dati della ricerca restituiscono l'immagine di un viaggiatore italiano più consapevole e selettivo, che affronta le proprie scelte con maggiore attenzione al rischio - ha commentato Nicoletta Besi di Trustpilot - la pressione sui costi e l'instabilità internazionale stanno ridisegnando le priorità degli italiani in vacanza, spingendoli verso destinazioni più vicine e scelte più ponderate. In questo scenario, le recensioni online diventano uno strumento essenziale per ridurre il rischio prima della partenza, e i numeri lo confermano”.



L’intelligenza artificiale conquista il web, ma quasi metà degli italiani non la usa ancora


L’intelligenza artificiale è ormai parte della nostra vita ma non sempre pienamente riconosciuta nelle nostre abitudini. Secondo il nuovo Samsung Trend Radar 2026, realizzato in collaborazione con Toluna, se da un lato l’AI è largamente conosciuta dagli italiani, dall’altro il suo utilizzo concreto nella vita di tutti i giorni resta ancora limitato. Il 58% degli italiani dichiara, infatti, di avere solo una conoscenza superficiale dell’intelligenza artificiale, mentre il 65% ammette di non riuscire a coglierne appieno la presenza nei dispositivi che utilizza quotidianamente. Allo stesso tempo, emerge una forte apertura: il 71% riconosce nell’AI uno strumento utile per risparmiare tempo e migliorare la vita di tutti i giorni, e la stessa percentuale esprime il desiderio di comprenderne meglio il funzionamento.

TP-Link Archer 8 ufficiale: arriva il primo router Wi-Fi 8
TP-Link debutta nel mondo Wi-Fi 8 con Archer 8, un router pensato per garantire connessioni più veloci, stabili e ottimizzate per gaming, streaming e smart home
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Il 42% degli italiani dichiara infatti di utilizzare poco o per nulla strumenti di intelligenza artificiale (il 23% degli intervistati non li utilizza e il 19% li usa raramente), mentre solo il 35% li integra con frequenza nella propria routine. Un dato che evidenzia un gap strutturale tra awareness e adozione reale, tipico di una tecnologia ancora in fase di diffusione.

Una visione limitata del potenziale dell'AI


Quando si parla di intelligenza artificiale, oltre metà degli italiani (56%) pensa immediatamente a chatbot che rispondono alle domande, seguiti da assistenti vocali (47%) e strumenti di traduzione (44%). Un’immagine che fotografa una percezione ancora fortemente semplificata: l’AI viene associata a funzioni immediate e puntuali, più che a un sistema integrato capace di trasformare l’esperienza tecnologica nel suo insieme. Solo circa un terzo degli italiani collega infatti l’intelligenza artificiale alla casa connessa (34%) o agli elettrodomestici intelligenti (33%), segno di una disconnessione tra AI e dispositivi d’uso quotidiano.

Un ecosistema poco compreso


L’Italia si conferma un Paese altamente digitalizzato dal punto di vista dell’accesso: il 93% possiede uno smartphone, l’82% un PC o laptop e l’80% una Smart TV. Eppure, la diffusione dei dispositivi non si traduce ancora in una piena percezione del valore dell’intelligenza artificiale come sistema integrato. Solo il 15% degli italiani riconosce infatti l’integrazione tra dispositivi come un reale vantaggio dell’AI: un dato che evidenzia come il potenziale dell’ecosistema connesso sia ancora poco compreso. Anche nell’ambito della casa connessa emerge un gap significativo: solo il 22% di chi possiede elettrodomestici intelligenti dichiara di affidarsi completamente alle funzionalità AI adattive, evidenziando come il valore di queste tecnologie non sia ancora pienamente sfruttato. Il risultato è una fotografia chiara: la tecnologia è diffusa, ma il valore dell’intelligenza che la connette non è ancora pienamente riconosciuto.

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Il caro vita spinge sempre più italiani a cercare sconti e promozioni online. Tra alert di prezzo, cashback e comparatori, cambia il modo di risparmiare nel 2026
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Tra utilità e timore: un immaginario ancora polarizzato


L’analisi delle associazioni spontanee mostra un immaginario frammentato:
da un lato l’AI è percepita come strumento utile e immediato, dall’altro resta legata a concetti come futuro, robot e innovazione. In questo contesto, si è creata una crescente polarizzazione che riflette una tensione crescente: AI come supporto concreto nel presente vs tecnologia percepita come ancora distante e potenzialmente complessa.

“I risultati del Trend Radar 2026 evidenziano un aspetto cruciale sul quale vogliamo fare luce: l’intelligenza artificiale è già presente nella vita quotidiana degli italiani, ma non sempre viene riconosciuta e utilizzata pienamente nel suo potenziale. Per Samsung, l’AI non è una funzione isolata, ma un elemento integrato che semplifica e migliora l’esperienza d’uso in modo fluido e intuitivo. L’obiettivo è rendere questa tecnologia sempre più accessibile, concreta e rilevante nella quotidianità delle persone”, ha dichiarato Emanuele De Longhi, di Samsung Electronics Italia.


Proprio in questo scenario, Samsung continua a sviluppare soluzioni che integrano l’intelligenza artificiale in modo sempre più naturale all’interno dell’ecosistema tecnologico, con l’obiettivo di trasformare una tecnologia spesso percepita come complessa in un alleato concreto e invisibile nella vita di tutti i giorni.

I prodotti intelligenti di Samsung


Nel mondo Audio Video, le nuove TV presentate da Samsung, dalle nuove soluzioni Micro RGB alla gamma Neo QLED 4K fino ai modelli OLED e alla famiglia Mini LED, integrano funzionalità AI evolute in grado di analizzare e ottimizzare automaticamente immagini e suono in tempo reale. Grazie a tecnologie come il Vision AI Companion e le modalità di personalizzazione automatica dei contenuti, questi dispositivi trasformano l’esperienza di visione in un’interazione sempre più intuitiva, capace di adattarsi al contesto, al contenuto e alle preferenze dell’utente.
Il Vision AI Companion di Samsung consente una personalizzazione automatica dei contenutiIl Vision AI Companion di Samsung consente una personalizzazione automatica dei contenuti
Nel segmento Home Appliances, dopo i frigoriferi, i forni, le lavatrici e le asciugatrici, Samsung ha integrato l’intelligenza artificiale anche nelle lavastoviglie. Attraverso la funzione AI Wash, la nuova Bespoke AI Serie 90 rileva automaticamente il livello di sporco delle stoviglie, adattando il consumo di acqua, la temperatura e la durata del ciclo; mentre, attivando la funzione AI Energy Mode si ottimizza e si riduce il consumo di energia. Un’esperienza di utilizzo assolutamente intuitiva, orientata alla performance e all’efficienza.
Samsung ha integrato l'AI anche nelle lavastoviglieSamsung ha integrato l'AI anche nelle lavastoviglie
Per quanto riguarda la categoria Mobile eXperience, la nuova serie Galaxy S26 integra funzionalità di Galaxy AI sempre più proattive, capaci di anticipare bisogni e automatizzare azioni complesse direttamente sul dispositivo. Grazie a funzioni come Now Nudge e Now Brief, lo smartphone offre suggerimenti personalizzati e supporto contestuale in tempo reale, aiutando a rimanere organizzati senza interruzioni.
L'ultima release della serie Galaxy S fa largo uso dell'AI per migliorare l'esperienza utente
In questo modo, Samsung contribuisce a trasformare l’AI da tecnologia percepita come complessa a presenza discreta ma costante, capace di migliorare l’esperienza quotidiana e ridurre il divario tra utilizzo e consapevolezza.


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fugue / georges schwizgebel. 1998


youtu.be/7FsIkLDP1Vk?is=aUevEO…

Director: Georges Schwizgebel
Year: 1998
Music:
Michèle Bokanowski – Composition
Gerard Frémy – Piano
Olivier Bokanowski – Piano
Virginie Simonean – Harp
#art #arte #GeorgesSchwizgebel #GerardFrémy #MichèleBokanowski #OlivierBokanowski #video #videoart #VirginieSimonean

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La trappola della nostalgia e l’illusione della delega: perché il cambiamento politico parte dal basso

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I comizi della destra globale basano la loro narrazione su un assunto che pretende di essere la risposta semplice a ogni nostro problema. Una risposta che è dentro di noi epperò è sbagliata. La sintesi del ragionamento è quasi banale: una volta si viveva meglio.

L’equazione proposta all’elettore è disarmante nella sua semplicità. Si prende il peggioramento delle condizioni materiali di vita e lo si addebita, in blocco, alle conquiste sociali degli ultimi decenni. Se oggi i giovani non comprano casa o gli stipendi sono fermi, la colpa sarebbe di ambientalisti, femministe e diritti civili.

Questo racconto funziona perché intercetta un dolore reale, quotidiano e misurabile. La contrazione violenta del potere d’acquisto, la precarizzazione strutturale del lavoro, la crisi degli affitti e il collasso sistemico dei servizi pubblici sono percezioni corrette. Il trauma economico è vero. È la diagnosi a essere completamente falsificata.

Il mito dell’età dell’oro: cosa c’era dietro la prosperità degli anni ’80


Per comprendere la forza di questa narrazione bisogna guardare a come abbiamo mitizzato gli ultimi decenni del Novecento. Gli anni ’80 e ’90 vengono rievocati come un periodo di stabilità lavorativa, case accessibili e welfare garantito. Un benessere che in parte è esistito, ma che l’archeologia culturale della destra ha completamente decontestualizzato.

Quella stagione di crescita non era un modello eterno e replicabile, ma il prodotto di circostanze storiche irripetibili. L’Occidente beneficiava ancora della ricostruzione post-bellica, di un’espansione industriale trainata da una forte crescita demografica e, soprattutto, di un accesso massiccio a risorse energetiche fossili a bassissimo costo. Il welfare, inoltre, era il frutto di lotte sociali dure, fatte in piazza, che costringevano l’arco parlamentare a cedere terreno.

Ovviamente, quella ricchezza diffusa non era distribuita in modo equo. Escludeva sistematicamente le minoranze. In Italia questo significava un massiccio divario tra Nord e Sud, funzionale a un colonialismo interno progettato e attuato fin dalla cosiddetta “Unità” del 1861.

Quella ricchezza poggiava su dinamiche geopolitiche estrattive nei confronti del Sud del mondo e si reggeva sul lavoro di cura delle donne, storicamente invisibilizzato e non retribuito. Già allora quel modello gettava le basi per la crisi ecologica attuale. Pensare di riproporre quel sistema oggi è un’illusione tossica. Sarebbe come gettare benzina per spegnere l’incendio della nostra casa. Una casa che sta già bruciando.

I numeri del grande scollamento: stipendi fermi e ricchezza concentrata


La crisi attuale non nasce da un “eccesso di diritti”, ma dalle contraddizioni interne al capitalismo. I dati macroeconomici degli ultimi quarant’anni descrivono una realtà inequivocabile: la produttività è decollata, ma i salari sono rimasti al palo.

I rapporti dell’Economic Policy Institute e i dati OECD mostrano come, a partire dal 1979, la ricchezza prodotta dai lavoratori sia cresciuta in modo esponenziale, mentre i compensi reali della classe lavoratrice subivano una stagnazione cronica. In parole semplici, i profitti derivati dall’aumento dell’efficienza e della tecnologia non sono andati a chi lavora, ma sono stati redistribuiti verso l’alto.

Questo fenomeno di accumulazione oligarchica trova conferma nei dossier globali di Oxfam. I dati documentano un divario economico mai visto nella storia moderna, dove pochissimi individui detengono un patrimonio equivalente a quello di miliardi di persone.

Il riflesso pratico sulla vita delle persone è l’impossibilità di pianificare il futuro. Il rapporto tra il costo medio di un immobile e lo stipendio medio è precipitato, trasformando il diritto alla casa in un lusso e ritardando l’autonomia delle nuove generazioni. Una precarietà materiale che si traduce immediatamente in emergenza sanitaria, come dimostra l’impennata di casi di burnout, depressione e isolamento sociale.

Due facce della stessa medaglia: il teatro della sinistra istituzionale


Se la destra capitalizza sulla paura costruendo capri espiatori, la sinistra istituzionale si è dimostrata speculare e complementare a questo disastro. La sedicente opposizione progressista ha “progredito” così tanto — se guardiamo alla storia d’Italia dal 1992 in poi — da stabilizzarsi stabilmente al centro, e spesso e volentieri direttamente a destra. Come anticipavano i 99 Posse in uno storico live dell‘Incredibile Opposizione Tour del 1994.

La cosiddetta sinistra istituzionale ha smesso da tempo di mettere in discussione i rapporti di forza economici. Si è limitata a fare da amministratrice di condominio del neoliberismo.

Il cortocircuito risiede proprio nel sistema della delega. Ci è stato insegnato che l’unico rito democratico possibile sia quello di tracciare una croce su una scheda elettorale ogni pochi anni, esternalizzando la responsabilità della nostra sopravvivenza a un ceto politico professionale.

Destra e sinistra istituzionale giocano, di fatto, allo stesso tavolo e con le stesse regole. Si rincorrono sul terreno della propaganda commerciale, si scontrano nei talk-show per contendersi frammenti di potere politico, ma condividono i medesimi dogmi: privatizzazioni, precarizzazione, austerità e sottomissione ai mercati finanziari.

Il problema non può essere risolto da chi ne costituisce la struttura di mantenimento. Finché la contesa rimane confinata all’interno del recinto parlamentare, nessuna vera risposta potrà mai emergere. Il nodo gordiano da sciogliere non è un malgoverno passeggero, ma la natura distruttiva del sistema capitalista.

Oltre il moralismo: riportare le lotte sulla terra


Cosa difendono, allora, le persone quando si rifugiano nel voto nostalgico? Spesso non difendono i vecchi valori reazionari, ma la stabilità esistenziale che a quei tempi era associata. Cercano la certezza di un tetto, la prevedibilità della propria traiettoria di vita, il riconoscimento sociale. Quando queste difese crollano, la paura prende il sopravvento e obbedisce a un cervello rettiliano che rifiuta la razionalità per favorire la pura sopravvivenza.

Come abbiamo già analizzato nell’articolo “Non c’è tempo”: dalla sopravvivenza individuale alla cooperazione, l’individualismo sistemico ci ha ridotti a sorveglianti e sfruttatori di noi stessi, atomizzandoci in una competizione permanente. Quando il terreno frana sotto i piedi, la solitudine amplifica il panico e le narrazioni reazionarie offrono un rifugio illusorio ma immediato.

Per questo motivo, le forze che si oppongono a questa deriva non possono permettersi di scivolare in un moralismo che addossa all’elettore, o molto spesso alla persona che si astiene, la colpa della crescita delle destre. Se le battaglie per i diritti civili e l’intersezionalità vengono percepite come linguaggi incomprensibili, estetiche identitarie da accademia o giudizi di superiorità culturale, la rottura con le classi popolari diventerà insanabile. La giustizia sociale deve parlare di bisogni materiali.

Le crisi che attraversiamo — energetica, abitativa, democratica, climatica e di genere — sono fili dello stesso tessuto. Il patriarcato non è un tema astratto per sole donne, ma una struttura gerarchica fondata sul dominio e sullo sfruttamento della cura. L’ecologia non è la difesa romantica della natura, ma il modo in cui decidiamo di produrre e distribuire le risorse.

Para todos todo: ricostruire il mutualismo orizzontale


Se il gioco della delega è truccato, l’unica alternativa percorribile è invertire la rotta e muoversi dal basso. La risposta al disagio sociale non arriverà da un decreto legge o da un leader carismatico, ma dalla riappropriazione diretta del politico attraverso l’orizzontalità e il mutualismo. Riprendendo la lezione della maieutica reciproca di Danilo Dolci, il cambiamento reale passa solo attraverso la partecipazione collettiva e la liberazione di un’intelligenza di comunità.

Significa smettere di chiedere e iniziare a fare. Significa rimettere in piedi reti territoriali, sindacalismo sociale, cooperative, cucine collettive, consultori autogestiti ed esperienze di agroecologia. Non si tratta di fare beneficenza — che lascia intatti i rapporti di potere — ma di edificare infrastrutture materiali di sopravvivenza che sottraggano spazi di vita alle logiche del profitto.

È l’orizzonte zapatista del “Para todos todo, para nosotros nada”: l’idea che il benessere o è collettivo, accessibile a ognuno senza esclusioni, oppure è solo un privilegio residuo destinato a svanire. Recuperare la dimensione comunitaria non è un esercizio nostalgico, ma l’unica forma di autodifesa e resilienza possibile dentro un futuro radicalmente instabile.

La vera domanda per il futuro non è come scegliere un nuovo pastore attraverso le urne, ma come organizzarsi per rifiutare di legarsi alla comoda vecchia schiera e abbracciare la bellezza di essere pecora nera.

#autogestione #mutualismo #officinamutualista #zapatismo


La rivoluzione al punto zero

Indice dei contenuti

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La rivoluzione al punto zero

Collana Nextopie

Silvia Federici

Saggistica

D Editore

29 maggio 2025

Brossura

460

Il cuore pulsante del capitalismo non batte solo nelle catene di montaggio delle fabbriche o sulle scrivanie degli uffici, ma anche nelle nostre case. Il lavoro domestico e di cura sono il motore di un sistema che ha costruito il proprio dominio sul lavoro invisibile delle donne, appropriandosi del loro tempo, dei loro corpi e delle loro emozioni. Senza salario, senza riconoscimento, senza diritti. Se non quelli “amorevolmente” concessi.
Dopo Oltre la periferia della pelle, Federici torna in Italia, con un’opera fondamentale, finalmente in edizione completa: La rivoluzione al punto zero. In questo libro, sono stati condensati decenni di lotte e analisi su temi che vanno dallo sfruttamento del lavoro riproduttivo, alle conseguenze per le donne del colonialismo, diventando nelle sue varie edizioni un pezzo fondamentale della storia del femminismo e del pensiero radicale contemporanei.
La Rivoluzione al Punto Zero è un’arma teorica per chi vuole comprendere, ma soprattutto trasformare, il presente in cui ci troviamo a lottare. (Dalla pagina di presentazione)

Silvia Federici


Silvia Federici è una saggista di lungo corso, Di impostazione marxista, si è sempre occupata di arricchire la complessità del dibattito anticapitalista dimostrando teoricamente quella che ne è la radice stessa. Lo sfruttamento del lavoro di cura e come questo sia considerato “naturale”. Autrice e docente, da oltre 50 anni attivista nei movimenti femministi (Wages for housework). Nei suoi scritti ha sempre dimostrato come il controllo dei corpi delle donne sia alla base, ancora oggi e anzi oggi forse ancora di più, del sistema di potere capitalista.

La rivoluzione al punto zero


Il libro è una raccolta di testi scritti dall’autrice tra gli anni ’70 e gli anni ’10 del 2000. Personalmente lo ritengo un testo fondamentale che non mi limiterò solo a consigliare ma anche a diffondere. Leggendolo ho potuto riscontrare quanto anche tra i millennial bianchi e di sinistra, siano ancora diffuse convinzioni introiettate dal patriarcato. Il libro ribalta il paradigma secondo cui il lavoro domestico sia da considerarsi “naturale” e riporta al centro del dibattito la necessità di un suo riconoscimento.

Attualità bruciante


Federici analizza e smonta punto per punto tutte le contraddizioni che stanno alla base tra ciò che vogliamo essere e ciò che il sistema e il mercato ci impongono di essere. Esplorando i concetti di maternità, sessualità, riproduzione, migrazione e violenza istituzionale si vedono le radici di queste spinte contraddittorie. Nella nostra quotidianità viviamo sempre più in una tortura psicologica simile allo strappamento medievale. Se all’epoca erano gli arti ad essere tirati in direzioni opposte oggi sono le nostre identità, le emozioni e le volontà e ciò avviene in maniera subdola, costante e impercettibile. Un girone infernale chiamato capitalismo con 8 miliardi di torturati e un torturatore. Uno stile di vita i cui beneficiari sono i produttori di psicofarmaci e di sostanze da dipendenza.

Contro il mito del progresso


Come mi capita spesso di ripetere il capitalismo non potrebbe esistere senza patriarcato, cosi come i fascismi non potrebbero esistere senza capitalismo. Abbattere mattone per mattone il sistema patriarcale significa agire sulle fondamenta di quel millenario controllo dei corpi umani e in particolare dei corpi femminilli (aggiungo io di qualsiasi specie, l’autrice non parla di specismo). In questo modo la cura potrà essere restituita alla comunità e condivisa. Liberata dal dovere e dalle tassonomie di genere. Il capitalismo richiede la distruzione di qualsiasi attività economica non subordinata all’accumulazione e per farlo usa, spesso e volentieri, la guerra. Il libro cita esempi di donne che questo lo hanno compreso e hanno attuato forme di resistenza. Sono raccontati gli esempi delle cucine comuni in Cile e Perù e varie forme di gestione femminile della terra, in ottica anticapitalista, che mi riportano alla mente la poesia di James Connolly; “Vogliamo solo la terra”.

Riflessioni personali


Leggere oggi, nel 2025, di fronte a tutte le lotte sociali necessarie e urgenti non può che spingermi a fare delle considerazioni. Mi sono fermato spesso, durante la lettura, a riflettere su quanto il lavoro di cura (in particolare per sè stessi) e il tempo siano concetti correlati e quanto siano sempre più risicati e rosicati dalla società attuale.

Lavorare per vivere?


Penso a quanto sia sempre più maggiormente e obbligatoriamente delegato il lavoro di cura per i soggetti deboli (bambin*, anzian*, persone con disabilità). Assumere e pagare colf, baby sitter e badanti crea un nuovo soggetto discriminatorio e ovviamente un discriminato. Inoltre il soggetto “curato” diventa spesso un prodotto de-umanizzato. Senza considerare che chi lavora in questi settori finisce per privare se stess* e la propria famiglia dal lavoro di cura o comunque a doverlo fare doppiamente essendo pagat* la metà.

Vivere per lavorare


Tutta la vita è organizzata in maniera funzionale alla società capitalista. Affinchè questo si perpetui è necessario che il lavoro di cura non venga riconosciuto.

“Avere un salario significa far parte di un contratto sociale chiaro: lavori, non perchhè ti piace o perché ti viene naturale, ma perché è l’unica condizione sotto cui ti è permesso vivere”

dal libro


Conclusioni


Una lotta che spinga gli Stati a riconoscere il lavoro di cura (come quella portata avanti dal movimento wages for housework) libererebbe da diverse ipocrisie e potrebbe avere effetti reali positivi sulla cultura e la società. Da uomo ritengo che libererebbe gli uomini dall’essere strumento attivo del potere patriarcale.

Guardiamo all’Italia. Quando i genitori lavorano entrambi fuori ed entrambi a casa (con il lavoro di cura condiviso) fanno la scelta più difficile ed economicamente meno conveniente. Per assurdo converrebbe economicamente, anche per via del gender gap, che l’uomo lavori di più e la donna di meno o che non lavori fuori per lavorare full-time (anzi extra time se consideriamo anche il servizio psicologico, sessuale etc. che serve per far accettare al marito i mali palesi del sistema capitalistico).

Inoltre l’impossibilità di curare se stess*, va a beneficio dello stesso capitalismo. Mangiare male e di fretta cibi pronti – spesso pagati più di quanto il rider che li consegna guadagna in un giorno, o serviti velocemente da camerieri sottopagati – è spesso causa problemi di salute.

Ma si sa, per i problemi causati dal capitalismo la soluzione la offre…il capitalismo. Se infatti la sanità pubblica si indebolisce e viene privata di fondi, riconvertiti al militarismo, ecco pronta per curare i mali di una vita che non è vita, una bella assicurazione sanitaria privata.

#capitalismo #femminismo #patriarcato #rivoluzione #sfruttamento #SilviaFederici


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AK Rules 2026: risultati


Si è concluso l'AK Rules 2026. Edizione dopo Edizione si sta confermando come uno degli eventi più interessanti della scena PRO Italiana. questa edizione oltre ai super match c'è stato un torneo a 8 tra pesi massimi Frillici vs Kubit Pilato vs Saltups decFrillici vs Pilato Torneo pesi massimi Quarti di finale Antonio Saltups (Centurion) sconfigge Leon Aliu (Roger Gracie ) decision Manuel Pilato (Budo Clan) sconfigge Alessandro Rossi (Legacy Art Of Fighting) - sub 6.50 Christian […]
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Si è concluso l’AK Rules 2026. Edizione dopo Edizione si sta confermando come uno degli eventi più interessanti della scena PRO Italiana.

questa edizione oltre ai super match c’è stato un torneo a 8 tra pesi massimi

Frillici vs Kubit
Pilato vs Saltups dec
Frillici vs Pilato

Torneo pesi massimi

Quarti di finale


  • Antonio Saltups (Centurion) sconfigge Leon Aliu (Roger Gracie ) decision
  • Manuel Pilato (Budo Clan) sconfigge Alessandro Rossi (Legacy Art Of Fighting) – sub 6.50
  • Christian Frillici (Matside Jiu Jitsu) sconfigge Elio Ellero (Dunamis JJ) sub 3.40
  • Krzysztof Kubit (Grappling Kraków) sconfigge Jonas Maxein (Matte1) sub 3.35


Semifinali


  • Manuel Pilato (Budo Clan) sconfigge Antonio Saltups (Centurion) Decision
  • Christian Frillici (Matside Jiu Jitsu) sconfigge Krzysztof Kubit (Grappling Kraków) – sub 3.38


Finale


  • Christian Frillici (Matside Jiu Jitsu) sconfigge Manuel Pilato (Budo Clan) sub 0.36

Campione: Christian Frillici

Finale per il terzo posto


  • Antonio Saltups (Centurion) sconfigge Krzysztof Kubit (Grappling Kraków)

Terzo posto: Antonio Saltups

Classifica finale


  1. Christian Frillici (Matside Jiu Jitsu)
  2. Manuel Pilato (Budo Clan)
  3. Antonio Saltups (Centurion)
  4. Krzysztof Kubit (Grappling Kraków)


Superfights


  • Munteanu vs Gruber GI sub 0:14
  • Munteanu Gruber NOGI sub 0:58
  • Banari vs Lotito sub 2:02
  • Minopoli vs Corrado Cervi decision x Corrado Cervi
  • Rosini vs Greco sub 1:12
  • Frillici vs Sap decision
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Samsung conclude a Roma “Connessi ai sentimenti”: il progetto che ha coinvolto migliaia di studenti italiani


L’iniziativa ha coinvolto migliaia di giovani in tutta Italia, favorendo una maggiore consapevolezza nell’utilizzo della tecnologia e delle relazioni online.
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Lo scorso giovedì 4 giugno si è concluso, presso l'IC Alberto Manzi di Roma, il ciclo di incontri di "Connessi ai sentimenti". Si è trattato di un'iniziativa promossa da Samsung Electronics Italia per avvicinare le nuove generazioni ai temi dell'educazione emotiva e della consapevolezza digitale. L'ultimo appuntamento — rivolto a tre classi seconde della scuola secondaria di primo grado — ha costituito la tappa finale di un percorso itinerante che nelle settimane precedenti aveva già coinvolto gli studenti dell'ICS Giorgi di Milano e dell'IC Giuseppe Scelsa di Palermo.

Intelligenza artificiale: quasi metà degli italiani non usa ancora l’AI
Un’analisi che evidenzia il gap tra disponibilità della tecnologia, percezione pubblica e integrazione concreta nella vita quotidiana
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Gli incontri hanno visto la partecipazione di esperti e professionisti del mondo educativo e psicopedagogico, con il contributo del team editoriale di Focus Junior e di figure specializzate impegnate sui temi dell’ascolto e del benessere adolescenziale. Centinaia i ragazzi che hanno partecipato alle sessioni di confronto e dialogo, in un progetto che ha attraversato tre città per portare nelle aule scolastiche una riflessione sempre più urgente sul rapporto tra emozioni e mondo digitale.
Fonte Samsung: ICS Simona Giorgi di Milano, prima tappa del progettoFonte Samsung: ICS Simona Giorgi di Milano, prima tappa del progetto

Un kit digitale al cuore del progetto


Realizzato in collaborazione con Focus Junior, punto di riferimento nell'editoria educational per ragazzi, "Connessi ai sentimenti" è un progetto che si rivolge a studenti, docenti e famiglie con l'ambizione di costruire una cultura emotiva consapevole nell'era digitale. Fulcro dell'iniziativa è un kit digitale dedicato all’educazione ai sentimenti — accessibile da smartphone e computer — che raccoglie un mini-libro digitale, attività didattiche strutturate e un decalogo per un uso più responsabile della tecnologia. Attraverso storie e situazioni specchio della quotidianità adolescenziale, l'iniziativa porta in classe temi quanto mai attuali: l'ansia da prestazione, le dinamiche dell'amicizia online, il giudizio dei pari sui social, il rapporto compulsivo con lo scrolling e l'impatto emotivo che le interazioni mediate dagli schermi producono su ragazze e ragazzi.Fonte Samsdung
Fonte Samsung: Istituto Comprensivo Giuseppe Scelsa di Palermo, seconda tappaFonte Samsung: Istituto Comprensivo Giuseppe Scelsa di Palermo, seconda tappa

Le tappe del progetto


Il primo appuntamento, lo scorso 12 maggio presso l’ICS Simona Giorgi di Milano, ha coinvolto circa 80 studenti di quattro classi prime della scuola secondaria di primo grado. La tappa di Palermo invece, ha interessato circa 190 studenti di cinque classi prime della scuola secondaria di primo gradoedha visto la partecipazione di Provvidenza Pistritto della Onlus Jonas, un'associazione fondata oltre vent’anni fa da Massimo Recalcati cheopera nell’ambito della salute mentale e della psicoterapia ad accessibilità sociale.

Apple Design Awards 2026: tutti i vincitori delle migliori app e giochi | TechPerTutti
Apple ha annunciato i vincitori degli Apple Design Awards 2026, il riconoscimento che premia le migliori app e i migliori giochi dell’ecosistema Apple
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Samsung e l'impegno per le nuove generazioni


Con "Connessi ai sentimenti", Samsung Electronics Italia conferma una vocazione consolidata verso le nuove generazioni, traducendo la propria responsabilità sociale in strumenti concreti e spazi di dialogo reali. Un impegno che non si esaurisce con la tecnologia, ma che ambisce a guidare i più giovani verso un rapporto più equilibrato e consapevole con il digitale, mettendo al centro le competenze emotive e relazionali come pilastri fondamentali per navigare le sfide di un mondo sempre più connesso.
Fonte Samsung: IC Alberto Manzi di Roma, terza ed ultima tappaFonte Samsung: IC Alberto Manzi di Roma, terza ed ultima tappa

Con ‘Connessi ai Sentimenti’ vogliamo offrire a ragazze e ragazzi un’occasione concreta per fermarsi, ascoltarsi e imparare a dare valore alle proprie emozioni. In un contesto sempre più digitale e veloce, crediamo sia fondamentale partire dalla persona: dalla consapevolezza di sé, dall’autostima e dalla capacità di relazionarsi con gli altri in modo sano e rispettoso. Per questo Samsung porta avanti da anni progetti dedicati alle nuove generazioni insieme a esperti e professionisti qualificati”, ha dichiarato Anastasia Buda di Samsung Electronics Italia.



L’intelligenza artificiale conquista il web, ma quasi metà degli italiani non la usa ancora


L’intelligenza artificiale è ormai parte della nostra vita ma non sempre pienamente riconosciuta nelle nostre abitudini. Secondo il nuovo Samsung Trend Radar 2026, realizzato in collaborazione con Toluna, se da un lato l’AI è largamente conosciuta dagli italiani, dall’altro il suo utilizzo concreto nella vita di tutti i giorni resta ancora limitato. Il 58% degli italiani dichiara, infatti, di avere solo una conoscenza superficiale dell’intelligenza artificiale, mentre il 65% ammette di non riuscire a coglierne appieno la presenza nei dispositivi che utilizza quotidianamente. Allo stesso tempo, emerge una forte apertura: il 71% riconosce nell’AI uno strumento utile per risparmiare tempo e migliorare la vita di tutti i giorni, e la stessa percentuale esprime il desiderio di comprenderne meglio il funzionamento.

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Il 42% degli italiani dichiara infatti di utilizzare poco o per nulla strumenti di intelligenza artificiale (il 23% degli intervistati non li utilizza e il 19% li usa raramente), mentre solo il 35% li integra con frequenza nella propria routine. Un dato che evidenzia un gap strutturale tra awareness e adozione reale, tipico di una tecnologia ancora in fase di diffusione.

Una visione limitata del potenziale dell'AI


Quando si parla di intelligenza artificiale, oltre metà degli italiani (56%) pensa immediatamente a chatbot che rispondono alle domande, seguiti da assistenti vocali (47%) e strumenti di traduzione (44%). Un’immagine che fotografa una percezione ancora fortemente semplificata: l’AI viene associata a funzioni immediate e puntuali, più che a un sistema integrato capace di trasformare l’esperienza tecnologica nel suo insieme. Solo circa un terzo degli italiani collega infatti l’intelligenza artificiale alla casa connessa (34%) o agli elettrodomestici intelligenti (33%), segno di una disconnessione tra AI e dispositivi d’uso quotidiano.

Un ecosistema poco compreso


L’Italia si conferma un Paese altamente digitalizzato dal punto di vista dell’accesso: il 93% possiede uno smartphone, l’82% un PC o laptop e l’80% una Smart TV. Eppure, la diffusione dei dispositivi non si traduce ancora in una piena percezione del valore dell’intelligenza artificiale come sistema integrato. Solo il 15% degli italiani riconosce infatti l’integrazione tra dispositivi come un reale vantaggio dell’AI: un dato che evidenzia come il potenziale dell’ecosistema connesso sia ancora poco compreso. Anche nell’ambito della casa connessa emerge un gap significativo: solo il 22% di chi possiede elettrodomestici intelligenti dichiara di affidarsi completamente alle funzionalità AI adattive, evidenziando come il valore di queste tecnologie non sia ancora pienamente sfruttato. Il risultato è una fotografia chiara: la tecnologia è diffusa, ma il valore dell’intelligenza che la connette non è ancora pienamente riconosciuto.

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Tra utilità e timore: un immaginario ancora polarizzato


L’analisi delle associazioni spontanee mostra un immaginario frammentato:
da un lato l’AI è percepita come strumento utile e immediato, dall’altro resta legata a concetti come futuro, robot e innovazione. In questo contesto, si è creata una crescente polarizzazione che riflette una tensione crescente: AI come supporto concreto nel presente vs tecnologia percepita come ancora distante e potenzialmente complessa.

“I risultati del Trend Radar 2026 evidenziano un aspetto cruciale sul quale vogliamo fare luce: l’intelligenza artificiale è già presente nella vita quotidiana degli italiani, ma non sempre viene riconosciuta e utilizzata pienamente nel suo potenziale. Per Samsung, l’AI non è una funzione isolata, ma un elemento integrato che semplifica e migliora l’esperienza d’uso in modo fluido e intuitivo. L’obiettivo è rendere questa tecnologia sempre più accessibile, concreta e rilevante nella quotidianità delle persone”, ha dichiarato Emanuele De Longhi, di Samsung Electronics Italia.


Proprio in questo scenario, Samsung continua a sviluppare soluzioni che integrano l’intelligenza artificiale in modo sempre più naturale all’interno dell’ecosistema tecnologico, con l’obiettivo di trasformare una tecnologia spesso percepita come complessa in un alleato concreto e invisibile nella vita di tutti i giorni.

I prodotti intelligenti di Samsung


Nel mondo Audio Video, le nuove TV presentate da Samsung, dalle nuove soluzioni Micro RGB alla gamma Neo QLED 4K fino ai modelli OLED e alla famiglia Mini LED, integrano funzionalità AI evolute in grado di analizzare e ottimizzare automaticamente immagini e suono in tempo reale. Grazie a tecnologie come il Vision AI Companion e le modalità di personalizzazione automatica dei contenuti, questi dispositivi trasformano l’esperienza di visione in un’interazione sempre più intuitiva, capace di adattarsi al contesto, al contenuto e alle preferenze dell’utente.
Il Vision AI Companion di Samsung consente una personalizzazione automatica dei contenutiIl Vision AI Companion di Samsung consente una personalizzazione automatica dei contenuti
Nel segmento Home Appliances, dopo i frigoriferi, i forni, le lavatrici e le asciugatrici, Samsung ha integrato l’intelligenza artificiale anche nelle lavastoviglie. Attraverso la funzione AI Wash, la nuova Bespoke AI Serie 90 rileva automaticamente il livello di sporco delle stoviglie, adattando il consumo di acqua, la temperatura e la durata del ciclo; mentre, attivando la funzione AI Energy Mode si ottimizza e si riduce il consumo di energia. Un’esperienza di utilizzo assolutamente intuitiva, orientata alla performance e all’efficienza.
Samsung ha integrato l'AI anche nelle lavastoviglieSamsung ha integrato l'AI anche nelle lavastoviglie
Per quanto riguarda la categoria Mobile eXperience, la nuova serie Galaxy S26 integra funzionalità di Galaxy AI sempre più proattive, capaci di anticipare bisogni e automatizzare azioni complesse direttamente sul dispositivo. Grazie a funzioni come Now Nudge e Now Brief, lo smartphone offre suggerimenti personalizzati e supporto contestuale in tempo reale, aiutando a rimanere organizzati senza interruzioni.
L'ultima release della serie Galaxy S fa largo uso dell'AI per migliorare l'esperienza utente
In questo modo, Samsung contribuisce a trasformare l’AI da tecnologia percepita come complessa a presenza discreta ma costante, capace di migliorare l’esperienza quotidiana e ridurre il divario tra utilizzo e consapevolezza.


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a urbino, fino al 10 luglio: “il sogno di una cosa migliore. presenze e idee. 1967 – 2027”, accademia di belle arti



ll sogno di una cosa migliore. Presenze e idee. 1967 – 2027
Pierpaolo Calzolari, “Marco Cavallo”, Vittorio Basaglia, Concetto PozzatiA cura di Luca Cesari
Accademia di Belle Arti di Urbino – Sala A. Cappelli
10 maggio – 10 luglio 2026

"Marco Cavallo", riproduzione in 3D del modello originale della scultura metallica e in cartapesta realizzata nel 1973 da Vittorio Basaglia insieme ai pazienti del manicomio di Trieste, replicato dalla Scuola di Scultura dell'Accademia di Urbino. Foto Gian Luca Proietti.
“Marco Cavallo”, riproduzione in 3D del modello originale della scultura metallica e in cartapesta realizzata nel 1973 da Vittorio Basaglia insieme ai pazienti del manicomio di Trieste, replicato dalla Scuola di Scultura dell’Accademia di Urbino. Foto Gian Luca Proietti.

“Il sogno di una cosa migliore. Presenze e idee. 1967 – 2027” è una mostra-evento pensata per festeggiare in anteprima il sessantennale dell’Accademia di Belle Arti di Urbino, rievocando la straordinaria stagione del ’68 che l’istituzione affrontò sotto la lungimirante direzione di Concetto Pozzati, ponendo al centro la riproduzione 3D del monumentale “Marco Cavallo” realizzato da Vittorio Basaglia (cugino di Franco Basaglia), come occasione per rievocare l’importanza di una stagione di grande cambiamento, apertura e sovvertimento delle regole.

Curato da Luca Cesari, il progetto muove dal desiderio di presentare al pubblico un’accurata selezione di opere e documenti d’archivio in grado di restituire l’atmosfera fervida e rivoluzionaria dei primi anni dell’istituzione (appunto fondata nel 1967) e del suo innovativo progetto didattico originario.

La mostra si focalizza sulla straordinaria stagione legata al clima del 1968, un momento che impresse una svolta indelebile sulla cultura e le arti. Sotto la guida illuminata del Direttore e artista Concetto Pozzati, l’Accademia di Urbino seppe proporre un concreto ammodernamento dell’impostazione della didattica, inserendosi con audacia nell’ambiente – allora non particolarmente ricettivo – dell’istruzione artistica nazionale. Pozzati seppe delineare il progetto di un’Istituzione di Alta Formazione d’avanguardia per l’epoca, chiamando all’insegnamento personalità di altissimo profilo, artisti e intellettuali come Pier Paolo Calzolari, Vittorio Basaglia, Mario Ceroli, Rodolfo Aricò, Gianni Celati, Alberto Boatto e Toni Toniato. Quella indimenticabile stagione viene oggi rievocata non come mera ricostruzione storica, ma come vivo “campo di relazioni”.

Il percorso espositivo presenta quindi preziosi documenti storici risalenti al periodo fondativo 1967-1974, custoditi negli archivi dell’Accademia, affiancati da foto storiche di Pier Paolo Calzolari e da due importanti opere pittoriche di Concetto Pozzati datate 1968 e 1969.

Fulcro concettuale e visivo della mostra è la figura di “Marco Cavallo”, il grande cavallo azzurro indissolubilmente legato all’impegno intellettuale e militante di Franco Basaglia e alla stagione della riforma psichiatrica italiana. In mostra compare una straordinaria riproduzione in 3D del modello originale della scultura metallica e in cartapesta realizzata nel 1973 da Vittorio Basaglia (cugino di Franco) insieme ai pazienti del manicomio di Trieste, durante un laboratorio artistico collettivo svolto nei primi anni ‘70. Curata e replicata in 3D dalla Scuola di Scultura dell’Accademia di Urbino, l’opera diventa l’emblema di una stagione in cui i confini tra pratiche artistiche, istituzione psichiatrica e partecipazione collettiva risultarono profondamente permeabili. Come descritto nel testo critico del curatore, la mostra si configura come un «avant-propos», un dispositivo culturale in cui “Marco Cavallo” assume un ruolo simbolico più ampio, unendo l’arte all’azione nello spazio sociale.

Come osserva il direttore e curatore Luca Cesari, “le Accademie di Belle Arti sono oggi a tutti gli effetti «università delle arti», nonostante il loro pieno riconoscimento come istituzioni universitarie sia arrivato con storico ritardo rispetto ad altri paesi europei. Un ritardo strutturale che incide ancora su risorse e posizionamento culturale. In questa prospettiva, l’Accademia di Urbino si colloca dentro una trasformazione più ampia del sistema formativo, tra autonomia disciplinare e integrazione universitaria, muovendo una profonda riflessione sul presente: cosa significa oggi formare un artista?”

Questo sguardo rivolto al contemporaneo si riflette nel rinnovamento dell’offerta formativa dell’Accademia di Urbino oggi. Accanto agli indirizzi storici di Decorazione, Pittura, Scultura, Scenografia e Grafica d’Arte, Illustrazione e NTA (Nuovo Tecnologie dell’Arte), l’Istituzione ha introdotto altri percorsi di studio innovativi. Per il primo livello, i corsi in Educazione al Patrimonio Artistico e Welfare Culturale (attivo dal 2025/26) e Human Centered Multimedia Art (dal 2026/27); per il secondo livello, corsi specifici e professionali come Critical Game Art, Design per la Fiction, Grafica d’Arte per le Arti Visive, Scenografia per lo Spettacolo e Scultura nei linguaggi dell’arte visiva e tecnologie, confermandosi in continuità con l’eredità sperimentale innescata dai maestri fondatori.
#AccademiaDiBelleArtiDiUrbino #ConcettoPozzati #llSognoDiUnaCosaMigliore #LucaCesari #MarcoCavallo #PierpaoloCalzolari #VittorioBasaglia

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reportage from the genocide


palestinian child's brain, shot by an israeli sniper

differx.noblogs.org/2026/06/07…
articolo di Claudileia Lemes Dias
#ClaudileiaLemesDias #Gaza #genocide #Israhell #reportage

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Polaroid Go Generation 3 ufficiale: la fotocamera istantanea pensata per la Gen Z


Pensata per una Generazione Z che riscopre il valore dei momenti autentici, la Polaroid Go Generation 3 combina design portatile, semplicità d'uso e il fascino senza tempo della fotografia analogica
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In vista dell’estate che si avvicina, Polaroid ha annunciato il lancio della nuova Polaroid Go Generation 3, la migliore Polaroid Go di sempre. Compatta e tascabile, la nuova instant camera utilizza le iconiche pellicole Polaroid Go, mantenendo intatta la celebre cornice bianca che ha fatto la storia del brand. Si tratta di una soluzione nata per catturare i momenti quotidiani in modo del tutto spontaneo, ovunque ci si trovi, trasformando l'istante in un ricordo tangibile.

Il lancio arriva in un momento in cui le nuove generazioni mostrano un crescente interesse verso esperienze più autentiche, intenzionali e tangibili. Dai concerti phone-free ai locali che invitano a disconnettersi, fino al ritorno delle estetiche low-fi e analogiche, sempre più giovani scelgono esperienze capaci di creare ricordi reali, personali e duraturi. Essendo la fotocamera instant analogica più piccola di Polaroid, Go Generation 3 è progettata per accompagnare viaggi, festival, fine settimana e momenti social spontanei. Facile da portare sempre con sé e intuitiva da utilizzare, integra uno specchio frontale per i selfie, funzione autoscatto per le foto di gruppo e ora anche la modalità a doppia esposizione per creare foto ancora più creative.

Con Polaroid Go Generation 3 volevamo progettare la fotocamera instant più piccola al mondo senza scendere a compromessi sulla qualità fotografica - commenta Stine Bauer Dahlberg di Polaroid - ci siamo concentrati sul perfezionamento del sistema ottico, sull’integrazione di un flash realmente potente e sull’ottimizzazione della fotocamera per selfie ravvicinati di alta qualità. Ogni scelta progettuale nasce dal modo in cui le persone utilizzano realmente una fotocamera così compatta, garantendo ottime prestazioni in diverse condizioni di luce.


La nuova Polaroid Go Generation 3 è disponibile in diverse colorazioni tra cui Nero, Viola, Verde acqua e Bianco su polaroid.nital.it e presso rivenditori selezionati dal prossimo 16 giugno.

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9 giugno, firenze: presentazione del nuovo numero di ‘riga’, dedicato al gruppo 70


A Firenze, martedì 9 giugno 2026, alle ore 18, al Museo del Novecento, si parlerà del Gruppo 70 e dei rapporti tra poesia visiva, editoria e istituzioni museali, presentando il numero di «Riga» curato da Raffaella Perna.

riga 49, fascicolo dedicato al gruppo 70, a cura di raffaella perna
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Il libro: quodlibet.it/libro/97888229249…
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“ci hanno ordinato di uccidere”: la nakba del 1967 che gli israeliani non conoscono / adam raz


Adam Raz
HAARETZ, 4 giu. 2026

Testimonianze inedite di soldati che combatterono nella Guerra dei Sei Giorni mettono in luce un netto divario tra la memoria collettiva di Israele e ciò che accadde effettivamente nel 1967. Documenti recentemente scoperti indicano che 300.000 arabi furono espulsi o sfollati dalla Cisgiordania, Gaza e dalle Alture del Golan in mezzo a violenze, saccheggi e distruzione. | Un’indagine

“All’inizio non ero disposto a giustiziare gli arabi che non resistevano,” disse un soldato. “Poi siamo giunti alla conclusione che dovevamo uccidere. Abbiamo attraversato il processo di smettere di vederli come esseri umani”. Un secondo soldato ha spiegato che a Gaza, “le vite umane non contavano. Potevi uccidere, non c’era legge. Nessuno ti direbbe una parola, ma non è una bella sensazione. Uccide principalmente la tua umanità”. Un terzo soldato raccontò “spedizioni punitive che avremmo svolto nei villaggi minoritari della Striscia, non una o due volte. Abbiamo catturato i ragazzi, messi in fila e eliminati. Col senno di poi, sembra un omicidio”. “Vagavamo per i campi profughi a Gaza e compivamo purghe”, ha testimoniato un quarto soldato. “Ogni uomo che abbiamo visto era un combattente, questo è chiaro. Nessun modo per provarlo. Forse erano prigionieri o civili a essere uccisi. Ogni soldato presente creò un ‘campo di concentramento’, e non esitavano a uccidere chi causava un piccolo disturbo”. “È un dibattito filosofico,” disse un quinto soldato riguardo al tentativo di distinguere tra “l’impulso a uccidere e il desiderio di divertirsi”.

Le testimonianze di queste truppe israeliane, che non videro mai la luce, emersero in una serie di discussioni tenutesi nei kibbutz dopo la Guerra dei Sei Giorni. Una selezione delle conversazioni fu raccolta in un libro canonico, Il settimo giorno: i soldati parlano dei Sei Giorni, ma molte testimonianze dure furono omesse. Il film di Mor Lushy del 2015, Censored Voices, ha effettivamente smascherato alcuni dei crimini commessi nel 1967, ma la stragrande maggioranza è rimasta in sala di montaggio. “Su 200 ore di registrazioni, un numero significativo di ore riguarda crimini di guerra,” ha detto Loushy all’uscita del film. “La storia è riuscita quasi in ogni kibbutz e si è ripetuta più e più volte. Abbiamo incluso tre o quattro testimonianze sull’uccisione dei prigionieri nel film”. Una consultazione dei protocolli completi, conservati nell’Archivio Yad Tabenkin a Ramat Gan, rivela un netto divario tra la memoria collettiva di Israele e ciò che è realmente accaduto.

Questi protocolli, insieme a una serie di documenti pubblicati qui per la prima volta, costituiscono la base di un’indagine e di una ricerca di “Haaretz” da parte dell’Istituto Akevot su quanto accaduto durante e dopo la Guerra dei Sei Giorni. L’indagine storica mostra che Israele espulse e scacciò circa 300.000 arabi dalla Cisgiordania, Gaza e dalle Alture del Golan. E, come nel 1948, l’espulsione includeva uccisione di civili, seminare terrore nelle comunità arabe, saccheggio e, infine, distruzione.

A soldier’s testimony collected by MK Uri Avnery. “We received orders to shoot to kill, without prior warning”
A soldier’s testimony collected by MK Uri Avnery. “We received orders to shoot to kill, without prior warning”

Nelle settimane successive alla guerra, migliaia di rifugiati palestinesi cercarono di tornare in Cisgiordania dopo aver trovato rifugio a est del fiume Giordano. Tuttavia, le Forze di Difesa Israeliane tesero un’imboscata a coloro che stavano tornando e li massacrarono. L’uccisione dei palestinesi che tentavano di tornare non fu ampiamente pubblicizzata, ma raggiunse le orecchie del membro della Knesset Uri Avnery. Un soldato traumatizzato che incontrò Avnery gli disse che lui e i suoi compagni furono istruiti ad aprire il fuoco anche su donne e bambini. Dopo aver raccolto la testimonianza di un altro soldato, Avnery chiese al capo di stato maggiore delle Forze di Stato Armato di Israele Yitzhak Rabin di aprire un’indagine e ordinare la sospensione degli omicidi. Avnery non ha pubblicato i dettagli sul suo giornale, HaOlam HaZeh, né ne ha parlato dal podio della Knesset. Come altri, anche lui rimase in silenzio e attese cinque decenni prima di presentare la testimonianza parola per parola nella sua autobiografia: “Ogni notte, gli arabi attraversavano il Giordano dalla Riviera Est alla Cisgiordania. Bloccammo questi attraversamenti e ricevemmo l’ordine di sparare per uccidere, senza preavviso. Infatti, tali colpi venivano sparati ogni notte contro uomini, donne e bambini, anche nelle notti illuminate dalla luna quando era possibile identificare chi attraversava. Cioè, distinguere tra uomini, donne e bambini. La mattina dopo uscivamo a scandagliare l’area e uccidevamo, su ordine esplicito dell’ufficiale presente, coloro che erano vivi, compresi quelli nascosti e i feriti. Dopo la fine degli omicidi, coprivamo i corpi di terra finché non arrivava un trattore”. “Ci hanno spiegato che se i convogli di rifugiati di ritorno dalla Giordania alla Cisgiordania passavano accanto a noi, dovevamo fucilarli”, ha testimoniato un altro soldato. “Ho chiesto all’agente: E se sento i bambini piangere, devo sparare anche a quelli? La risposta che ho ricevuto è stata: Non fare la ragazza”. Il maggiore generale Uzi Narkiss, capo del Comando Centrale dell’esercito durante la guerra, ammise in seguito che le truppe furono istruite a sparare per uccidere chi tornava se non conoscevano la parola d’ordine. E come avrebbero fatto i rifugiati palestinesi a sapere quale parola d’ordine li avrebbe salvati dalla morte? “A volte ci sono persone che esagerano nel loro comportamento e invece di chiedere la parola d’ordine, sparano immediatamente,” disse Narkiss al giornale Koteret Rashit nel 1985. “Quando c’è una guerra, succedono cose tragiche”. L’IDF stessa ha riferito che all’inizio di settembre quasi 150 palestinesi erano stati uccisi in questo modo, e il Capo di Stato Maggiore Rabin ha anche confermato al Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza che questi erano gli ordini riguardanti gli “infiltrati”. Questi ordini erano in linea con la decisione del governo del 25 giugno di impedire il ritorno dei rifugiati che avevano attraversato il fiume Giordano verso est.

Torniamo alle testimonianze di Soldiers’ Talk. “Supponiamo che dobbiamo trattare gli arabi in questo modo,” disse uno dei soldati, “la domanda è se questo non comprometta un vasto fondamento morale per tutte le cose che diciamo tra di noi. Non sono un grande vegetariano, ma questo tipo di uccisione deve avere conseguenze più avanti nella vita”. Poi raccontò di un “ragazzo giordano” che rimase lungo la strada in gruppo, finché i soldati “non li crivellarono di proiettili e mi dissero con completo entusiasmo che li avevano finiti”. Riportò anche un grande “raccolto” effettuato altrove, ma non ne disse di più. Un altro partecipante alla conversazione ha paragonato il comportamento dei soldati regolari a quello dei riservisti. “I soldati regolari uccidono molto più facilmente. I clienti abituali fanno cose terribili. Hanno compiuto omicidi veri e propri, hanno sparato ai prigionieri anche quando avevano le mani alzate”. Ha aggiunto di essere presente all’esecuzione di “circa 15 uomini” disarmati. Testimonianze di questo tipo appaiono ripetutamente nelle trascrizioni. Un soldato ha raccontato di aver assistito a “casi che mi hanno profondamente scioccato, di esecuzioni e cose simili”. Un riservista ha parlato di ordini espliciti di giustiziare i palestinesi fatti prigionieri: “Non c’è stato un processo; ma un ufficiale del governo militare, dell’intelligence, non so esattamente da dove, passava in rassegna i documenti e diceva: ‘Questo va giustiziato’, senza esitazione”. Gli omicidi non erano sempre destinati ad accelerare l’espulsione o a smaltire i prigionieri. Un soldato ha raccontato un episodio avvenuto nel nord del Sinai, al lago Bardawil. Il soldato e i suoi compagni incontrarono sette arabi, chiaramente civili, seduti su una piccola barca a vela. Secondo lui, un’infermiera che li accompagnava “si è subito eccitata” e ha suggerito di sparargli da lontano. “Presto, sono arabi!” avvertì i combattenti. Una parte della forza armò le armi, e il soldato ingenuamente pensò “i ragazzi stanno scherzando”. Quando si rese conto che erano seri, urlò all’agente: “Non sparerete, senti?” Ma l’agente rispose che non riceveva ordini da lui. “Il primo colpo si spense e immediatamente tutti gli altri si unirono e fecero di quel campo un vero poligono di tiro,” continuò nella sua testimonianza. Gli occupanti della barca si gettarono in acqua feriti, “e, per pietà, dissi a qualcuno: ‘Dai, sparagli.'” “Abbiamo trasformato la penisola del Sinai in un campo di sterminio,” scrisse un altro soldato alla sua ragazza, raccontando che le persone venivano giustiziate anche se disarmate, e che ciò accadeva sia ai soldati catturati che ai civili. “Ho visto troppi omicidi per piangere”. “Non era un’aberrazione. In uno dei casi più scioccanti in cui i prigionieri furono giustiziati, l’ordine fu dato da Moshe Levy, un ufficiale di stato maggiore dei Paracadutisti. Levy fu successivamente nominato capo di gabinetto.

Alcuni casi rimangono nascosti al pubblico israeliano ancora oggi, anche se la maggior parte dei loro dettagli è stata pubblicata all’estero. Questo è stato il caso di Moshe Levy e dell’uccisione dei prigionieri, e anche delle testimonianze sull’uccisione di quattro civili a Rafah dopo la fine dei combattimenti. Un documento ottenuto da “Haaretz” mostra che ancora nel 2008, quattro decenni dopo, l’archivista di Stato Yehoshua Freundlich raccomandò di conservare chiuso “il fascicolo riguardante un incidente avvenuto a Rafah dopo la Guerra dei Sei Giorni”, sostenendo che “la sua esposizione potrebbe causare gravi danni alle relazioni estere di Israele”. Il materiale sull’affare è ancora oggi sigillato nell’Archivio IDF. L’euforia che seguì la rapida vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni oscurò la Nakba del 1967. In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, circa 200.000 palestinesi furono cacciati, molti dei quali residenti in campi profughi già espulsi dalle loro case due decenni prima. Le comunità arabe lungo la Linea Verde furono distrutte per sfumare il confine tra Israele e Giordania. Dalle Alture del Golan, circa 120.000 cittadini siriani furono cacciati e il loro ritorno a casa fu vietato dopo la cessazione dei combattimenti. Le loro comunità furono sistematicamente saccheggiate dallo Stato. In alcuni casi, iniziative private di razzia precedettero il saccheggio organizzato dallo Stato.

Documenti aperti alla consultazione negli archivi negli ultimi anni e rivelati dall’Istituto Akevot indicano che le IDF si erano impegnate in meticolosi preparativi per la “conquista di aree al di fuori dei confini dello Stato” già all’inizio degli anni ’60. L’esercito sperava che la situazione politica avrebbe giocato a favore di Israele e gli avrebbe permesso di mantenere il territorio occupato per un periodo prolungato, stimando che in Cisgiordania, Striscia di Gaza e nel Sinai settentrionale, “potrebbe esserci bisogno di un governo militare prolungato, in linea con le tendenze diplomatiche”. L’occupazione dei territori non colse Israele di sorpresa, come semplice sottoprodotto dei successi sul campo di battaglia. Al contrario, lo Stato lo aveva pianificato. I palestinesi erano semplici spettatori in questa storia. Il ministro della Difesa Moshe Dayan scrisse nelle sue memorie che i palestinesi residenti in Cisgiordania non avevano preso parte alla guerra e che non era la loro guerra. Tuttavia furono loro a pagare il prezzo.

Il pubblico israeliano, dal canto suo, è rimasto in silenzio. Le truppe che partecipavano a commettere crimini tenevano la bocca chiusa; persone che saccheggiavano e rubavano proprietà non volevano vantarsene; i kibbutz che parteciparono all’espulsione dei palestinesi e alla confisca delle loro proprietà cercarono di minimizzare le loro azioni. Amos Kenan, allora riservista che prestava servizio a Latrun, fu tra i pochi che protestarono apertamente contro l’espulsione e la distruzione dei villaggi, scrivendo un rapporto sugli atti di distruzione al Primo Ministro Levi Eshkol. Tuttavia, i leader israeliani non furono semplicemente trascinati dall’escalation militare. Più di una volta strizzarono l’occhio per segnalare all’esercito il loro desiderio di espulsione della popolazione araba. “Vogliamo anche liberare un po’ della Striscia di Gaza,” disse Moshe Dayan in una riunione ministeriale nel luglio 1967, secondo un precedente documento aperto per consultazione. Il ministro del lavoro Yigal Allon espresse un sentimento simile. Durante una riunione del Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza, Allon disse: “non c’è motivo di dispiacersi per alcuni villaggi distrutti”. Non si trattava semplicemente di una riflessione retrospettiva. Il lavoro di espulsione era allora in pieno svolgimento.

Il ministro dell’Informazione Yisrael Galili dichiarò durante una riunione di gabinetto che “nessuna quantità di relazioni pubbliche avrebbe sistemato” ciò che aveva visto durante una visita in Cisgiordania. E aggiunse: “la nostra tesi principale era che affrontavamo il pericolo di annientamento. Questa tesi ha perso ogni minimo valore”. L’espulsione, come ha poi detto Ishai Amrami, vice comandante di un battaglione che combatté nella Guerra dei Sei Giorni, era pianificata. Amrami partecipò nel 1987 a un raduno di attivisti del partito Mapam per celebrare i 20 anni dalla pubblicazione del libro Soldiers’ Talk. Gli attivisti e gli ex soldati, ormai sulla cinquantina, guardavano indietro agli eventi della guerra come cosa lontana. “Questa cosa, che ho sperimentato in prima persona, è stata un tentativo di trasferimento massiccio di popolazione,” ricordò Amrami. “Non una semplice espulsione, dunque, ma un trasporto via bus. Questo è qualcosa che rimane impresso nella mia memoria ancora oggi. Non conosco tutti i dettagli, ma era chiaro che una tale mossa stava avvenendo”. Eppure, bisogna porsi la domanda: chi ha dato l’ordine? Circa 200.000 palestinesi cercarono rifugio a est del fiume Giordano, e non abbiamo documentazione di una decisione governativa sulla questione, anche se è chiaro che i ministri accolsero con favore la fuga. Le due figure chiave sono probabilmente il ministro della Difesa Dayan e il capo del Comando Centrale Narkiss. Il 7 giugno, Dayan chiarì al Capo di Stato Maggiore Rabin di voler svuotare la Cisgiordania dai suoi abitanti. In quei giorni, espresse ripetutamente la sua soddisfazione per le notizie sull’espulsione e la partenza dei residenti arabi. Ad esempio, quando venne a sapere della fuga iniziale dei residenti dalla città di Tulkarm, dove vivevano 25.000 persone, ordinò un rallentamento dell’avanzata delle forze corazzate verso l’area e pretese che le vie di traffico restassero aperte per facilitare la fuga dei residenti. Nelle discussioni di governo, Dayan evitava di parlare in termini definitivi, e sembra che ciò lo abbia aiutato a fuorviare alcuni ministri. Mordechai Bentov, ministro dell’edilizia per conto di Mapam, disse in seguito che, a sua conoscenza, la maggior parte delle iniziative di espulsione erano state locali, e le grandi espulsioni del 1948 non si ripeterono perché, per quanto ne sapeva, non c’era alcun ordine dall’alto. “Non credo,” disse con qualche esitazione in un’intervista del 1976, “per quanto ne so. So che sono fuggiti”. La verità era più complessa. Il Magg. Gen. Narkiss comprese pienamente le intenzioni di Dayan e agì con decisione per espellere le comunità lungo la Linea Verde. In più di una occasione, in luoghi dove i palestinesi non erano fuggiti di propria iniziativa, fu ordinato loro di farlo. Le prove dalla parte palestinese supportano le prove da parte israeliana. Ad esempio, emerge dalla testimonianza di un residente del villaggio di Yalo ai piedi delle montagne di Gerusalemme, conservata nell’archivio dell’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq: “Gli israeliani sono nel villaggio, annunciano tramite altoparlanti. Tutti i residenti di Yalo devono partire per Ramallah. Chi non se ne andrà sarà in pericolo”.

A Palestinian family from the Latrun area leaving their home in front of soldiers. A deputy battalion commander who took part in the war later testified that he witnessed “an attempt at massive population transfer, not a simple expulsion” Credit: Benia Ben-Nun
A Palestinian family from the Latrun area leaving their home in front of soldiers. A deputy battalion commander who took part in the war later testified that he witnessed “an attempt at massive population transfer, not a simple expulsion” Credit: Benia Ben-Nun

In diversi luoghi venivano impiegate varie pratiche per incoraggiare l’espulsione: annunci; minacciare i residenti con armi; mettendo in fila autobus e camion e ordinando alla popolazione di salirci. Questo accadde, tra gli altri, a Qalqilyah, nei villaggi Latrun, a Tulkarm e nelle colline di Hebron meridionale. In altri luoghi della Cisgiordania, i bombardamenti dell’Aeronautica effettuati come parte dei combattimenti contribuirono all’intimidazione. Questi attentati aiutarono a cacciare circa 50.000 residenti che vivevano in tre campi profughi nell’area di Jericho. Molti di coloro che fuggivano portavano con sé i ricordi della Nakba e non attesero l’arrivo delle forze di terra. In alcuni casi, si tentava apparentemente di creare l’impressione che l’espulsione o la fuga fosse il risultato di iniziative locali. Un documento d’archivio conservato a Yad Tabenkin e ora svelato qui fa luce sul tentativo di espellere gli abitanti di Qalqilyah, coprendone al contempo le tracce. Nel documento, Yaakov Mali, capo del dipartimento traffico della compagnia di autobus Egged durante la guerra, testimonia che la persona che ha tentato di eseguire l’espulsione era in realtà il sindaco di Kfar Sava, Ze’ev Geller. “Mi ha ordinato 40 autobus per espellere i residenti di Qalqilyah verso i passaggi del Giordano,” ha raccontato Mali, testimoniando di aver risposto che accettava solo ordini dalle Forze di Difesa Israeliane. Geller ha risposto che c’era “un’opportunità storica per eliminare quanti più arabi possibile e che proprio in quel momento le IDF stavano facendo saltare in aria case a Qalqilyah”. Gli autobus sono stati inviati. Geller era infatti il volto, ma l’ordine di espulsione era venuto da Dayan ed era passato a Narkiss. L’espulsione di Qalqilyah fu eseguita rapidamente e quasi metà delle case furono distrutte nel giro di pochi giorni. Tuttavia, questo fu uno dei rari casi nella storia del conflitto in cui Israele fu costretto a ritirarsi a causa di una forte pressione internazionale. Il 25 giugno si decise di permettere ai residenti di Qalqilyah di tornare nella loro città. L’espulsione dei tre villaggi palestinesi nell’area di Latrun – Imwas, Bayt Nuba e Yalo – con i loro 8.000 abitanti, fu una delle espulsioni più importanti durante la guerra. Lo stesso accadde con la distruzione dei villaggi subito dopo e l’istituzione del Canada Park da parte del Jewish National Fund nel 1971.

I villaggi furono conquistati senza resistenza il secondo giorno di guerra e, poche ore dopo, ai residenti fu ordinato di evacuare a Ramallah. Israele ha affermato che una parte significativa delle strutture nei villaggi è stata distrutta durante le battaglie che vi si sono svolte. Questa era una falsa affermazione.
Ze’ev Bloch, veterano della Guerra dei Sei Giorni ed ex membro del Kibbutz Nahshon, situato vicino ai tre villaggi espulsi, ha detto ai ricercatori dell’Istituto Akevot che “nessuno lascia la propria casa volontariamente. Non c’è discussione su questo. Sicuramente, certamente furono espulsi. Guerra. Ci sono quelli che espellono, ci sono quelli che se ne vanno, ci sono quelli che sopravvivono e quelli che muoiono”. Nelle sue memorie, descrisse “bambini, adulti e anziani che piangevano, che avanzavano lentamente lungo i lati della strada. Queste immagini ricordavano a me e a molti riservisti di allora altri giorni, non troppo lontani, in cui le famiglie ebree venivano viste camminare esattamente allo stesso modo nell’Europa occupata. Era difficile evitare il paragone, e il nostro cuore si strinse davanti a queste visioni”. Lo svuotamento di molte città e villaggi lasciò dietro di sé molte proprietà. I membri del Kibbutz Nahshon tennero riunioni sul destino delle terre e delle proprietà abbandonate. Le trascrizioni delle conversazioni furono pubblicate nella newsletter del kibbutz, ma alla fine si decise che non dovevano vedere la luce del giorno. Secondo una nota scritta all’epoca dall’archivista del kibbutz, “fu deciso che nessuna proprietà o bottino sarebbe stato tolto dai villaggi vicini”. Tuttavia, il saccheggio si diffuse in tutto il paese e alcuni membri del governo si chiedevano come fermarli. Il ministro della Giustizia Yaakov Shimshon Shapira spiegò in una riunione di gabinetto alla fine di giugno che “il problema più grande” era che i cittadini saccheggiavano e ritornavano in Israele, “e qui è impossibile arrestarli e processarli”. Uno degli episodi di saccheggio più importanti avvenne a Qalqilyah. Automobili e camion si sono diretti dalla città svuotata verso le case private di Kfar Sava e delle zone circostanti. Alcune proprietà furono saccheggiate in modo organizzato. Nell’archivio municipale di Kfar Sava si trova una lunga lista di attrezzature prese dalle scuole di Qalqilyah e trasferite a beneficio degli studenti delle scuole della città israeliana. La persona che organizzò il furto fu il sindaco Geller, che fu anch’egli nominato governatore di Qalqilyah per un breve periodo.

Le operazioni di espulsione e distruzione lungo la Linea Verde continuarono anche dopo la guerra. Questo è stato il caso, ad esempio, a Zeita vicino a Tulkarm e Beit Awwa, a sud di Hebron. La natura sistematica dell’evacuazione dei villaggi lungo la Linea Verde supporta la conclusione che queste non fossero iniziative locali. Il Magg. Gen. Narkiss stesso si vantò pubblicamente di aver avuto un ruolo centrale nell’espulsione della popolazione. Anche prima della guerra, informò i suoi subordinati che se la Giordania si fosse unita ai combattimenti, “avremmo spazzato via tutti gli arabi dalla Cisgiordania”. Prometteva e manteneva, almeno in parte. Dopo la guerra, ammise che alcune delle operazioni di espulsione che avviò furono atti di vendetta. Sebbene il capo di stato maggiore Rabin gli ordinasse di fermare l’espulsione e minacciasse persino un’indagine legale, Narkiss godeva del sostegno di Dayan, che spinse per accertare i fatti sul campo. Nel dicembre 1967, sei mesi dopo la guerra, il consulente legale del Ministero degli Esteri, Theodor Meron, inviò una lettera al direttore generale del ministero riguardante le “espulsioni degli arabi verso la Cisgiordania Est”. Questa drammatica lettera, pubblicata qui per la prima volta, serve da prova che i ministri del governo furono coinvolti nelle espulsioni. Dayan non era un attore fuori controllo in questa faccenda. “Le espulsioni costituiscono una grave violazione della Convenzione di Ginevra,” scrisse Meron, “e soprattutto alla luce dell’ampia pubblicità, è probabile che causino complicazioni”. Aggiunse che anche l’Army Advocate General Meir Shamgar concordava sul fatto che “le espulsioni violavano la Convenzione”.
Una frase che scrisse riassume sinteticamente la storia del conflitto: “Il Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza decise comunque di approvare la politica”. Questo cupo capitolo storico non rimase del tutto segreto. Nel corso degli anni, i fatti sono emersi gradualmente attraverso ricerche storiche, indagini giornalistiche e film documentari. Nel 2005, il libro completo di Tom Segev, 1967: Israele, la guerra e l’anno che ha trasformato il Medio Oriente, ha concentrato l’attenzione sulle operazioni di espulsione condotte durante la guerra.
Nel 2012 è stato pubblicato uno studio ricco di dettagli dello storico Avi Raz, La sposa e la dote, che includeva un capitolo affascinante sull’autorizzazione, concessa con mezzi complicati, che permise alle forze di espellere i residenti e distruggere villaggi. L’anno scorso, lo storico Omri Shafer Raviv ha pubblicato il suo illuminante libro I proprietari terrieri: il governo israeliano e i palestinesi 1967-1969 (in ebraico), in cui descrive la politica israeliana impegnata a ridurre la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza dopo la guerra.

E ci sono stati anche coloro che hanno fatto luce sulla grande espulsione nelle Alture del Golan. Nel 2010, un’indagine di “Haaretz” condotta da Shay Fogelman ha studiato ampiamente l’operazione per svuotare l’altopiano dai suoi residenti siriani. Ora, i documenti ottenuti da “Haaretz” e dall’Istituto Akevot permettono di illuminare aspetti sconosciuti dell’operazione. Prima arrivò l’occupazione. Dopo tre giorni di intensi bombardamenti, le IDF ottennero il pieno controllo Nell’altopiano siriano. Una registrazione sistematica dei residenti rimasti nelle Alture del Golan fu effettuata solo a metà agosto, quando divenne chiaro che il loro numero era poco più di 6.000 – su circa 130.000 cittadini siriani che vivevano sull’altopiano fino alla guerra. Immediatamente dopo l’occupazione, fu imposto un coprifuoco ad alcuni dei residenti rimasti; e fu impedito con la forza il ritorno ai villaggi di coloro che si erano nascosti nell’area durante i combattimenti. Un documento conservato presso il Centro Yitzhak Rabin presenta la testimonianza di Elad Peled, comandante della Formazione Ga’ash dell’IDF che guidò l’occupazione. Secondo Peled, pochi giorni dopo la fine della guerra fu presa la decisione di intervenire “con bulldozer per eliminare i villaggi, così da non avere più un posto dove chiunque potesse tornare”. Questo è stato davvero fatto. A metà giugno, il comandante delle forze israeliane nella città occupata di Quneitra ha chiesto al rappresentante dell’Ufficio dell’Army Advocate General se fosse autorizzato “a rimuovere con la forza i residenti arrivati in città, e se i residenti potessero essere trasportati in autobus verso il territorio siriano”. Un rapporto del Comando Nord affermava che dall’11 giugno “il governo militare iniziò a gestire la popolazione rimasta nel territorio occupato, con particolare attenzione alle minoranze druse e circasse”. Il resto della frase fu censurato. Inoltre nel rapporto si affermava che “la concentrazione di residenti rimasti a Quneitra è iniziata e sono state prese misure severe riguardo ai saccheggi”. Non è stato scritto altro e, in generale, l’Archivio IDF non apre alla consultazione i documenti sulle operazioni di espulsione. Circa un mese dopo la fine della guerra, l’ufficiale di collegamento israeliano presso l’ONU ha contattato il Comando Nord dopo una lunga serie di accuse dettagliate presentate dalla Siria contro Israele, chiedendo una risposta. “L’intimidazione tramite minacce contro i residenti del villaggio raggiunse tali proporzioni che la maggior parte della popolazione lasciò le proprie case e fuggì”, affermava il rapporto presentato all’ONU. In alcuni villaggi, erano rimasti solo gli anziani residenti che faticavano a resistere alla fuga. Secondo il rapporto, l’intimidazione e le minacce si manifestarono in varie forme: sparatorie volte a far fuggire; “sparatorie generali, indifferenza verso le morti ed espulsione del resto della popolazione”; e la prassi di “affamare i residenti rimasti bruciando i campi di grano”. In un caso, i residenti furono divisi in due gruppi: quelli sotto i 25 anni furono catturati e portati in Israele, mentre gli altri furono espulsi, inviati verso il sud della Siria con le mani legate dietro la schiena. Amnon Assaf, membro del Kibbutz Ma’ayan Baruch, ha raccontato nell’indagine di Fogelman di aver assistito al raduno di centinaia di cittadini siriani e che i soldati israeliani gli avevano detto che stavano per espellerli. “Non sono un uomo dal cuore tenero, ma in quel preciso momento ho sentito che qualcosa non andava qui,” ha detto Assaf. “Ricordo ancora oggi che anche allora questa scena mi ha fatto una cattiva impressione. È come quello che è successo a Lod, Ramle e in altri posti durante la Guerra d’Indipendenza”.

Contemporaneamente alle operazioni di espulsione, le forze israeliane si impegnarono nel sequestro delle proprietà lasciate indietro. “Rapine e saccheggi continuano incessantemente”, affermava la denuncia siriana all’ONU. “Le ricerche si concentrano su gioielli femminili, oro e televisori. Ogni negozio di Quneitra è stato saccheggiato. La maggior parte delle case fu saccheggiata, e persino i mobili che piacevano agli invasori non furono lasciati indietro e trasportati in Palestina occupata con camion”. Non mancano le testimonianze dei soldati a sostegno della denuncia siriana. “Entri per sgomberare una casa, e i tuoi occhi sono naturalmente attratti dagli altri dettagli,” raccontò un soldato in una testimonianza censurata di Soldiers’ Talk. “A volte i ragazzi sparavano alle televisioni per frustrazione”. Frustrazione per cosa? “Se non lo prendo io, lo farà qualcun altro, e quella sarà la Polizia Militare, quindi è meglio distruggerlo”.

Ulteriori documenti che costituiscono la base di questa indagine furono trovati nell’archivio della Croce Rossa a Ginevra. Israele cercò di limitare le attività dell’organizzazione ma non riuscì a rimuoverla completamente. Un osservatore che visitò le Alture del Golan a metà luglio descrisse scene di distruzione e saccheggio diffusi: biancheria da letto era stata bruciata, i contenuti sparsi nel caos, i tetti distrutti e i resti carbonizzati di mobili lasciati indietro. Il personale della Croce Rossa fece riferimento nei suoi rapporti all’incendio dei raccolti, che, secondo la Siria, era destinato a far morire di fame i residenti rimasti. Nel complesso, era chiaro che gli osservatori capivano ciò che stavano vedendo. Uno di loro scrisse che il rappresentante delle IDF cercava di inquadrare la situazione come persone che entravano in Siria per cercare i propri parenti e riportarli indietro, ma gli osservatori liquidarono ciò come improbabile; il sergente sorrise e sembrò d’accordo. A differenza del 1948, questa volta l’espulsione degli arabi fu ampiamente trattata dai media internazionali. Anche rapporti israeliani apparivano occasionalmente. Cinque mesi dopo la guerra, l’attivista e giornalista Joseph Algazy pubblicò un articolo che era stato parzialmente censurato. Secondo Algazy, che pubblicò l’articolo con le insegne della censura, centinaia di migliaia di persone furono espulse dall’inizio della guerra dalle Alture del Golan, dalla Cisgiordania e da Gaza: “In effetti, alcuni furono sradicati per ‘scelta’ […] ma il resto fu sradicato, letteralmente, dal terrore della canna Uzi e degli ordigni esplosivi”. Il colonnello Shlomo Gazit, nominato dallo Stato Maggiore per sovrintendere al governo militare nei territori occupati, sostenne nel marzo 1968 “che in nessun caso dovremmo definire espulsione la migrazione volontaria dei siriani verso il territorio siriano”. Nella corrispondenza interna, i funzionari israeliani hanno usato la parola “espulsione” senza difficoltà. Michael Comay, consigliere diplomatico del ministro degli Esteri Abba Eban, scrisse in una corrispondenza interna di metà 1968 che “l’espulsione degli arabi di Quneitra, che va avanti da diversi mesi, provoca ripetute lamentele e richieste da parte della Croce Rossa”. Suggerì una linea d’azione preferita: “Ci sembra che, se non c’è alternativa, sia meglio eliminare il problema immediatamente nel modo più umano possibile”.

La regista Netalie Braun, nel suo film Shooting, uscito lo scorso anno, presenta la testimonianza di un residente del villaggio abbandonato di Mansura, situato vicino al Kibbutz Merom Golan oggi: “La maggior parte delle persone del villaggio si è spaventata ed è fuggita verso Damasco. Solo circa un quarto degli abitanti del villaggio è rimasto. La nonna era già anziana e aveva un problema alla gamba, così siamo rimasti. Pensavamo che gli ebrei avrebbero presto lasciato le alture del Golan. Molti degli uomini che se ne andarono riuscirono a infiltrarsi di nuovo nelle loro case e a raccogliere gli animali sparsi, ma era pericoloso perché l’esercito israeliano sparava a chiunque tentasse di tornare. Da coloro che fuggirono, presero tutto; li abbiamo visti caricare cose sui trattori. Mi vergogno a dire che non abbiamo visto e fatto nulla per paura. E ricordo i pensieri che mi attraversavano la testa: cosa resterà di tutto ciò che conoscevo? Dov’è la mia casa?”. Israele non permise a nessuno di tornare e dichiarò un governo militare. Nel giro di pochi mesi, i coloni ebrei iniziarono a costruire le loro case nel territorio appena conquistato.


Adam Raz è un ricercatore e storico per i diritti umani. Raz lavora presso l’Akevot Institute for Israeli-Palestinian Conflict Research ed è autore di Loot: How Israel Stole Palestinian Property, e di reportage per “Haaretz”.

Ulteriori immagini che accompagnano l’articolo originale sono visibili a questo indirizzo:
israelpalestinenews.org/we-wer…

L’articolo viene da un post di Stefano Morselli su fb
#1967Nakba #AdamRaz #AkevotInstituteForIsraeliPalestinianConflictResearch #dirittiUmani #LootHowIsraelStolePalestinianProperty #Nakba1967 #StefanoMorselli

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dall’8 giugno si aprono i bandi aamod


Tutti i dettagli sui bandi e le modalità di partecipazione saranno disponibili dall’8 giugno sui siti ufficiali:

premiozavattini.it/

unarchive.it/unarchive-suoni-e…
#AAMOD #bandi #doc #documentario #filmVideo #riusoDelleImmagini #Unarchive

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6-7 june, rome, fondazione atonal: asemic writing


Fondazione Atonal
Sabato 6 e domenica 7 giugno, nel pomeriggio
Terrazze e cortili aperti a Torpignattara
c/o Arcaluce, via Ugo Niutta 20
#asemic #asemicWriting #FabioLapiana #FondazioneAtonal #scritturaAsemica

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Kevin Warsh, un “uomo di Wall Street”alla testa della Federal Reserve


Di solito il cambio alla guida di una banca centrale interessa soprattutto economisti, analisti e mercati finanziari. Nel caso della Federal Reserve, però, il discorso è diverso. Chi guida la Fed non influenza soltanto l’economia americana. Influenza il costo del denaro mondiale, il dollaro, le borse e, indirettamente, anche l’economia europea e svizzera.

A metà maggio Jerome Powell ha lasciato la presidenza della Fed. Al suo posto Donald Trump ha scelto Kevin Warsh, ex governatore della Federal Reserve ed ex banchiere di Morgan Stanley. Un cambio importante sia dal punto di vista economico sia politico.

Molti si aspettavano che Trump, dopo anni di attacchi contro Powell e contro i tassi elevati, avrebbe scelto un presidente molto accomodante. Un uomo pronto a tagliare i tassi in fretta e a sostenere i mercati. Le cose, però, sono andate in modo un po’ diverso.

Warsh è considerato relativamente rigoroso sul fronte dell’inflazione. Negli ultimi anni ha criticato le politiche ultra-espansive del periodo post-Covid e la crescita enorme del bilancio della banca centrale americana. In altre parole, ha contestato l’idea di una Fed sempre pronta a intervenire, comprare titoli e rassicurare i mercati. Il segnale è stato colto subito. Fino a pochi mesi fa molti investitori scommettevano su tagli dei tassi di interesse nel corso del 2026. Ora il quadro è meno chiaro. Qualcuno arriva persino a ipotizzare il rischio di nuovi rialzi, se l’inflazione dovesse restare troppo alta.

Anche sul tema dell’indipendenza della banca centrale i primi segnali sono stati meno prevedibili del previsto. Durante le audizioni al Senato, Warsh ha insistito molto sulla propria autonomia. Tanto che lo stesso Trump ha dichiarato che la Fed deve rimanere totalmente indipendente. Una frase non banale, se ricordiamo quanto siano stati difficili i rapporti tra Trump e Powell.

Sul piano della politica monetaria, diversi analisti si aspettano una Fed più sobria. Meno quantitative easing, cioè meno acquisti massicci di titoli finanziari. Meno interventi permanenti sui mercati. Più attenzione allo strumento classico dei tassi di interesse.

Detto in modo semplice: una banca centrale meno disposta a fare da pompiere universale ogni volta che i mercati prendono paura. Per l’Europa e per la Svizzera non è un dettaglio. Una Fed più rigida può rafforzare il dollaro, influenzare i flussi di capitale e complicare le scelte delle altre banche centrali.

Sul piano politico, infine, questa nomina manda anche un messaggio preciso. Trump non ha scelto un outsider radicale. Ha scelto un “uomo di Wall Street”, dell’establishment finanziario repubblicano e integrato nei circuiti economici tradizionali americani. È un segnale che suggerisce prudenza e continuità almeno sul terreno monetario. Per questo, probabilmente, almeno per il momento, la reazione dei mercati è stata relativamente calma.

L’Osservatore, 30 maggio 2026
#BancaCentrale #FED #trump #USA #warsh

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Iliad 5G Box Casa: internet veloce anche senza fibra, la soluzione per navigare ovunque


Grazie alla rete 5G, la nuova offerta consente di navigare ad alta velocità senza interventi complessi o installazioni invasive
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iliad ha lanciato 5G BOX CASA, per portare Internet veloce e di qualità anche nelle aree non ancora raggiunte dalla fibra ottica (FTTH) iliad. L’offerta consente di navigare da casa con un router 5G di ultima generazione che sfrutta la connessione FWA (Fixed Wireless Access) e offre una connessione stabile e performante anche in assenza di fibra. Può essere attivata in modo semplice e veloce, l’installazione è facile e immediata, senza necessità di intervento tecnico, così che l’utente possa gestire tutto in autonomia e iniziare a navigare in pochi passaggi.

Compleanno Iliad: due offerte iconiche per festeggiare 8 anni in Italia
Iliad festeggia 8 anni in Italia, e lancia due offerte iconiche dedicate agli utenti mobile che confermano la strategia basata su trasparenza e convenienza
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Dettagli dell'offerta 5G Box Casa


  • l’offerta è disponibile con un prezzo chiaro e trasparente che non subirà aumenti nel tempo. Chi è utente mobile iliad con offerta voce e dati da 9,99 euro al mese o superiore e metodo di pagamento automatico può usufruire di un vantaggio sul prezzo mensile dell’offerta e attivare 5G BOX CASA a 22,99 euro al mese; altrimenti l’offerta ha un prezzo di 26,99€ mensili bloccato per sempre;
  • può essere attivata da nuovi o già utenti iliad esclusivamente su indirizzi che non sono ancora raggiunti dalla fibra FTTH e che hanno un’ottima copertura della rete 5G;
  • include un router 5G di nuova generazione che supporta fino a 64 dispositivi contemporaneamente, fornito in comodato d’uso gratuito che consente di attivare la connessione in pochi semplici passaggi. Inoltre, il router è dotato di tecnologia easy mesh, che permette di collegare eventuali ripetitori Wi-Fi compatibili in un’unica rete, così il segnale può essere esteso in più ambienti della casa
  • prevede un’attivazione è semplice e veloce, in completa autonomia e senza necessità di intervento tecnico. Per iniziare a navigare bastano pochi passaggi: collegare il router, inserire la SIM dati fornita da iliad e completare l’attivazione dalla propria Area Personale. L’attivazione del servizio di linea fissa 5G BOX CASA prevede un costo una tantum pari a 39,99 euro;
  • non prevede nessun vincolo di permanenza, nessuna rateizzazione e nessun costo nascosto: l’offerta resta semplice e trasparente anche in caso di recesso.


Vantaggi Extra


Per chi è già utente mobile con un’offerta a 9,99 euro o superiore, insieme all’offerta 5G BOX CASA è possibile aderire all’iniziativa iliadclub, invitare fino a 4 SIM nel proprio gruppo e ottenere più GIGA per la propria offerta mobile.


Compleanno Iliad: l'operatore festeggia i suoi 8 anni con due offerte iconiche


Fin dal suo arrivo in Italia, iliad festeggia il suo compleanno come un’occasione per riaffermare i suoi valori identitari. Quest’anno, in particolare, l’operatore mette a disposizione per tutti le offerte TOP 250 PLUS e TOP 300 PLUS, con tantissimi giga per navigare in Italia e in Europa e la promessa di un prezzo che, una volta sottoscritto, non subirà variazioni nel tempo.

“Parlano i fatti”, il secondo spot con Megan Gale


Poche cose sono per sempre: “parlano i fatti”. Il nuovo spot vede ancora protagonista l'attrice e modella Megan Gale, questa volta catturata durante una scena di backstage e uno scambio di battute semplice e diretto. Megan, chiacchierando racconta di aver scelto iliad “per sempre”. Alla domanda su come possa esserne così sicura, risponde che “parlano i fatti”. Ed è proprio dai fatti che si ripercorre il successo di iliad, sottolinea il brand: una rete proprietaria che copre il 99% della popolazione italiana, un customer care che risponde dall’Italia e la certezza di sapere sempre quanto si spende.
youtube.com/embed/2-pKp8e62PE?…

Due offerte top


Per celebrare il suo ottavo compleanno, iliad mette a disposizione degli utenti le sue due offerte TOP PLUS più popolari, attivabili fino al 30 giugno alle ore 15:00. Più in dettaglio:

  • TOP 250 PLUS è l’offerta a 9,99 euro al mese che include 250 GB per navigare in Italia con 5G e VoLTE, minuti e SMS illimitati e 25 GB extra dedicati alla navigazione in Europa;
  • TOP 300 PLUS è l’offerta a 11,99 euro al mese che include 300 GB in Italia con 5G e VoLTE inclusi, minuti e SMS illimitati, oltre a 30 GB extra dedicati alla navigazione in Europa.

Entrambe le offerte possono essere attivate da nuovi utenti, o già utenti iliad in upgrade, e danno la possibilità di accedere al vantaggio mobile + fibra per cui è possibile usufruire di uno sconto sull’attivazione delle offerte fibra iliad.

Inoltre, attivando le offerte TOP 250 PLUS o TOP 300 PLUS e con un’utenza fibra iliad attiva è possibile aderire all’iniziativa iliadclub, invitare fino a 4 SIM nel proprio gruppo e ottenere più GIGA per la propria offerta.


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Per non perderla di vista, costruiamo l’Agorà costituzionale


Mentre è in corso a Napoli la seconda iniziativa post referendum di rilancio delle tematiche sulla Giustizia, tracciamo un bilancio condiviso sulla prima, quella tenutasi il 20 maggio scorso a Roma, con le prime proposte operative per "non perderla di vista"
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L’iniziativa del 20 maggio, “Non perdiamola di vista”, ha rappresentato un momento importante di verifica e rilancio del vasto movimento costituzionale emerso attorno alla vittoria referendaria del 23 marzo.

L’incontro ha registrato una partecipazione ampia e qualificata, confermando l’esistenza di un’esigenza diffusa: evitare che l’esperienza referendaria si esaurisca in una parentesi e costruire invece uno spazio stabile di confronto, coordinamento e iniziativa tra associazioni, comitati, giuriste, giuristi e realtà della società civile impegnate nella difesa e nell’attuazione della Costituzione.

Da più interventi è emersa la consapevolezza che, dopo il referendum, il dibattito politico sia rapidamente tornato a concentrarsi quasi esclusivamente sulle dinamiche elettorali e di coalizione, lasciando sullo sfondo le grandi questioni costituzionali e democratiche che avevano animato la mobilitazione popolare. Proprio per questo è stata sottolineata la necessità di mantenere viva un’Agorà costituzionale permanente, capace non soltanto di reagire ai singoli tentativi di alterazione degli equilibri costituzionali, ma anche di sviluppare proposte, elaborazione culturale e capacità di intervento tempestivo.

Si è quindi registrata un’ampia la convergenza delle realtà presenti ‒ dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale all’ANPI, da Salviamo la Costituzione a Libertà e Giustizia, dai Giuristi Democratici al Comitato dei 15 per il NO, dal Tavolo NO AD (Autonomia Differenziata) a numerose altre associazioni e comitati ‒ attorno all’idea di rafforzare il collegamento stabile tra i diversi soggetti dell’impegno costituzionale, valorizzandone differenze, competenze e sensibilità.

Nel corso del dibattito sono stati affrontati numerosi temi: il rafforzamento della democrazia diretta e della partecipazione, la necessità di contrastare il lavoro povero e difendere i diritti sociali, la tutela del Servizio Sanitario Nazionale, il rischio di nuove torsioni in senso maggioritario o personalistico dell’assetto istituzionale, il tema dell’autonomia differenziata e, più in generale, gli effetti ancora avvertiti delle precedenti modifiche costituzionali, a partire dalla riforma del Titolo V della Carta. Più interventi hanno inoltre insistito sull’esigenza di recuperare il rapporto con le giovani generazioni e di costruire strumenti di comunicazione più efficaci, moderni e condivisi.

Particolarmente apprezzata è stata l’idea di dare vita ad una struttura non verticistica. Una rete orizzontale ed aperta, fondata sulla collaborazione tra soggetti diversi, sul confronto e sulla capacità di dare spazio alle diverse voci. In questa prospettiva si è iniziato a discutere anche della creazione di una piattaforma/rivista condivisa destinata a raccogliere materiali, analisi e proposte delle realtà aderenti. Una prima proposta per il nome è “La Carta” ‒ Giornale della società civile per i diritti e la Costituzione.

Interesse ha destato anche l’esperienza recente dei Giuristi Democratici, che hanno raccolto in un volume (“Oltre il Potere”) le loro proposte di riforma su un ampio spettro di temi.

Le conclusioni hanno delineato una serie di tappe per le prossime settimane, con il coinvolgimento in primis delle persone impegnate nella comunicazione e negli uffici stampa delle diverse associazioni, al fine di dare continuità concreta al percorso avviato il 20 maggio.

Ovviamente serve impegno, per costruire uno spazio permanente di confronto costituzionale nella società civile italiana. La speranza è che l’incontro abbia segnato un primo passo significativo verso la costruzione dell’Agorà costituzionale.

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Amor scortese


La sofferenza d’amore, che incatena gli innamorati in una prigione più o meno dorata, è stata, è e sarà molto probabilmente rappresentata, cantata e dipinta nell’arte di ogni tempo. Un vagabondaggio musicale e temporale, partendo dal XII secolo fino alla New Wave del secolo scorso, alla ricerca di musiche che sostengano questa tesi. Due musicisti che, partendo dal prog come base musicale degli anni più giovani, hanno poi effettuato un lungo e fruttuoso percorso nella musica […]
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La sofferenza d’amore, che incatena gli innamorati in una prigione più o meno dorata, è stata, è e sarà molto probabilmente rappresentata, cantata e dipinta nell’arte di ogni tempo.

Un vagabondaggio musicale e temporale, partendo dal XII secolo fino alla New Wave del secolo scorso, alla ricerca di musiche che sostengano questa tesi.

Due musicisti che, partendo dal prog come base musicale degli anni più giovani, hanno poi effettuato un lungo e fruttuoso percorso nella musica medievale.

Elisabetta de Mircovich voce, vielle, symphonia, violoncello barocco

Matteo Zenatti voce, arpe, tamburello

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in reply to Matteo Zenatti

La sofferenza d’amore, che incatena gli innamorati in una prigione più o meno dorata, è stata, è e sarà molto probabilmente rappresentata, cantata e dipinta nell’arte di ogni tempo. Un vagabondaggio musicale e temporale, partendo dal XII secolo fino alla New Wave del secolo scorso, alla ricerca di musiche che sostengano questa tesi. Due musicisti che, partendo dal prog come base musicale degli anni più giovani, hanno poi effettuato un lungo e fruttuoso percorso nella musica […]

Sensitive content

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Kaspersky lancia l’allarme: aumentano le truffe online contro i tifosi dei Mondiali 2026


Tra falsi biglietti, offerte di viaggio fraudolente e tentativi di phishing, cresce il rischio di truffe online legate all'evento sportivo più atteso dell'anno.
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Saranno migliaia di tifosi che parteciperanno alla fase finale degli ormai prossimi Mondiali FIFA 2026. Molti hanno già organizzato il viaggio, acquistato biglietti aerei, prenotato l’alloggio e altrettanti, lo stanno facendo in questi ultimi giorni che precedono il fischio d'inizio della competizione sportiva. Con l’aumentare dell’interesse, cresce anche il numero di truffe che approfittano del fatto che i tifosi si stanno attivamente preparando per il loro prossimo viaggio.

DJI Osmo Pocket 4P: la nuova camera compatta per creator e videomaker
DJI Osmo Pocket 4P debutta come nuova soluzione compatta per creator e videomaker, puntando su qualità video premium, stabilizzazione avanzata e design tascabile
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Premio fantasma


Alla fine di aprile 2026, gli esperti di Kaspersky hanno individuato una campagna che sfruttava il brand di una nota app di trasporti, rivolta agli utenti in Messico. L’interfaccia di un sito web falso in lingua spagnola, che si presentava come uno dei servizi in questione, invitava gli utenti a inserire il proprio numero di telefono e la password per “ritirare i premi”. In realtà, gli autori dell’attacco stavano imitando un brand affidabile e tentavano di sottrarre le credenziali degli utenti attirati dalla promessa di un premio.
Fonte Kaspersky: esempio di sito web fraudolento che si spaccia per un servizio molto conosciutoFonte Kaspersky: esempio di sito web fraudolento che si spaccia per un servizio molto conosciuto

Biglietto senza destinazione


Alcuni criminali informatici si spingono “ancora oltre” e pubblicano le loro offerte sul dark web. Gli esperti di Digital Footprint Intelligence hanno scoperto un thread che pubblicizzava tali servizi, pubblicato su un forum clandestino nel marzo 2026. Gli annunci includevano offerte per biglietti aerei scontati, prenotazioni alberghiere e biglietti per eventi sportivi, presumibilmente con uno sconto del 20% sul prezzo originale. Queste offerte sono progettate per attirare gli utenti e possono essere altamente pericolose, portando le vittime a perdere sia il proprio denaro che i servizi che si aspettavano di ricevere.
Fonte Kaspersky: esempio di annuncio pubblicitario di servizi sul darknet che sfrutta i MondialiFonte Kaspersky: esempio di annuncio pubblicitario di servizi sul darknet che sfrutta i Mondiali

Imprenditori e proprietari immobiliari nel mirino


I criminali informatici stanno prendendo di mira anche le aziende e gli imprenditori che operano nel settore dei viaggi, anch’esso coinvolto nell’evento. Data l’elevata domanda di affitti a breve termine durante il torneo, i proprietari di immobili sono diventati un bersaglio appetibile per le truffe. Ad esempio, è stato scoperto un sito web fasullo che richiedeva le credenziali di accesso a una nota piattaforma. In questo modo, i truffatori tentano di accedere agli account dei proprietari di immobili, con il rischio di prelievi non autorizzati e perdite finanziarie.
Fonte Kaspersky: esempio di sito web fraudolento che si spaccia per un servizio molto conosciutoFonte Kaspersky: esempio di sito web fraudolento che si spaccia per un servizio molto conosciuto
Un altro stratagemma comune consiste nel tentativo da parte dei truffatori di estorcere denaro alle organizzazioni fingendosi rappresentanti di compagnie aeree rinomate e proponendo partnership commerciali fittizie. In queste e-mail, affermano di voler lanciare nuovi progetti o iniziative di espansione aziendale e dichiarano di essere attivamente alla ricerca di fornitori o appaltatori. Se un rappresentante dell’azienda risponde a tale offerta, i truffatori in genere intensificano l’inganno in una fase successiva. Per aumentare la credibilità, inviano documenti falsificati da compilare e firmare, inclusi moduli di registrazione dei fornitori e accordi di non divulgazione.
Fonte Kaspersky: esempio di un'e-mail falsa bloccata inviata da truffatoriFonte Kaspersky: esempio di un'e-mail falsa bloccata inviata da truffatori
L'obiettivo finale dei truffatori in questo schema è quello di indurre l’azienda a versare un cosiddetto “deposito”, apparentemente necessario per assicurarsi una posizione prioritaria in un elenco di selezione dei partner. Secondo quanto affermato nelle comunicazioni fraudolente, tale pagamento verrebbe successivamente rimborsato per intero una volta stabilita formalmente la partnership. In realtà, questa promessa è del tutto ingannevole. I malintenzionati si appropriano semplicemente dei fondi e all'organizzazione vittima non viene mai effettuato alcun rimborso.

“Il settore dei viaggi, in particolare quando è legato a grandi eventi, è costantemente bersaglio di una vasta gamma di truffe e schemi fraudolenti. Per gli utenti finali, spesso è difficile distinguere a prima vista tra un sito web legittimo e uno contraffatto, oppure tra comunicazioni di marketing autentiche provenienti da un servizio affidabile e e-mail false. Consigliamo quindi di prestare la massima attenzione alle offerte eccessivamente allettanti, al fine di proteggere i propri dati personali e le proprie risorse finanziarie”, ha dichiarato Anna Lazaricheva di Kaspersky.


I consigli degli esperti


Per proteggersi dalle truffe online legate ai Mondiali 2026, gli esperti consigliano innanzitutto di verificare sempre l'autenticità dei siti web prima di inserire dati personali o informazioni di pagamento. È importante controllare con attenzione l'URL, l'ortografia del nome dell'azienda e la qualità generale del sito, poiché errori evidenti, domini sospetti o anomalie grafiche possono rappresentare segnali di una possibile frode.

Particolare attenzione va riservata all'acquisto di biglietti e alla prenotazione di viaggi, privilegiando esclusivamente piattaforme ufficiali e affidabili. Anche nel caso di siti dedicati a trasporti, alloggi o servizi turistici, è fondamentale verificare che l'indirizzo web sia corretto e che non vi siano elementi che possano far pensare a tentativi di phishing o impersonificazione.

Intelligenza artificiale: quasi metà degli italiani non usa ancora l’AI
Un’analisi che evidenzia il gap tra disponibilità della tecnologia, percezione pubblica e integrazione concreta nella vita quotidiana
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Un ulteriore livello di sicurezza può essere garantito dall'attivazione dell'autenticazione a più fattori (2FA) sugli account personali e sui servizi finanziari. Gli specialisti invitano inoltre a monitorare regolarmente estratti conto e movimenti bancari, così da individuare tempestivamente eventuali operazioni sospette o non autorizzate. Sul fronte della sicurezza informatica, Kaspersky raccomanda l'utilizzo di soluzioni di protezione in grado di rilevare allegati dannosi, individuare siti fraudolenti e bloccare i link di phishing. L'azienda sottolinea inoltre come le proprie soluzioni per i consumatori integrino sistemi di rilevamento basati sull'intelligenza artificiale per contrastare minacce sempre più sofisticate.


DJI Osmo Pocket 4P: la nuova camera compatta pensata per content creator e videomaker


DJI ha presentato alla recente edizione di Cannes Osmo Pocket 4P, un dispositivo che segna una tappa fondamentale nell’evoluzione delle soluzioni cinematografiche portatili del brand. Da quando ha introdotto la categoria delle fotocamere con gimbal nel 2015 e lanciato una delle prime fotocamere tascabili con stabilizzatore al mondo nel 2018, DJI ha continuato a ridefinire il modo in cui i creator catturano il movimento e raccontano storie. Oggi, con Osmo Pocket 4P, l'azienda inaugura una nuova era di eccellenza nei sistemi gimbal portatili, dove capacità di filmmaking di livello professionale incontrano una reale portabilità tascabile.

Alert di prezzo, cashback e offerte: come gli italiani combattono il caro vita
Il caro vita spinge sempre più italiani a cercare sconti e promozioni online. Tra alert di prezzo, cashback e comparatori, cambia il modo di risparmiare nel 2026
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Presentando la Osmo Pocket 4P su uno dei palcoscenici più prestigiosi del cinema mondiale, DJI segna un’evoluzione audace della serie Pocket, trasformandola da semplice strumento per creator a vero dispositivo di imaging cinematografico capace di storytelling di livello professionale.

Tecnologia e portabilità


La Osmo Pocket 4P rappresenta la convergenza tra tecnologia cinematografica di fascia alta e portabilità estrema. Dotata di un sistema di imaging di nuova generazione, la DJI Osmo Pocket 4P offre una gamma dinamica di livello cinematografico per una ricca profondità tonale, insieme a prestazioni colore 10-bit D-Log2 che consentono workflow professionali di color grading. Combinata con l’avanzata esperienza dell'azienda nella stabilizzazione, il dispositivo porta capacità cinematografiche professionali in un formato realmente tascabile.

La sua forma compatta, unita alle prestazioni di imaging cinematografico, rende la Osmo Pocket 4P una compagna ideale per i filmmaker indipendenti e un potente strumento narrativo per il documentario. Il debutto a Cannes rafforza l’idea che lo storytelling cinematografico non sia più confinato a grandi attrezzature, ma possa ora vivere in un dispositivo abbastanza piccolo da essere portato ovunque.

Fine della wellness obsession: bed rot, burnout e batteria sociale tra Gen Z
Dal fenomeno del bed rot alla “batteria sociale”, cresce tra Gen Z e Millennials il rifiuto della produttività tossica e della wellness obsession. Un cambiamento culturale che sta ridefinendo benessere, socialità e rapporto con la performance
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Risponde alle esigenze dei creator


La DJI Osmo Pocket 4P introduce importanti innovazioni progettate per rispondere alle reali esigenze dei creator. Le capacità portrait migliorate offrono tonalità della pelle naturali e profondità cinematografica, consentendo uno storytelling più coinvolgente in interviste, vlog e contenuti narrativi. Le funzionalità zoom avanzate ampliano le possibilità creative, permettendo di catturare soggetti distanti mantenendo l’integrità dell’immagine. In condizioni di scarsa illuminazione, la tecnologia avanzata del sensore e gli algoritmi di imaging ottimizzati garantiscono riprese nitide e dettagliate, rendendo possibile filmare con sicurezza in situazioni difficili, dai paesaggi urbani notturni alle scene indoor. Queste innovazioni posizionano la Osmo Pocket 4P come un vero dispositivo di imaging professionale consumer, colmando il divario tra accessibilità e qualità cinematografica.
La Osmo Pocket 4P si inserisce in un movimento crescente in cui le fotocamere compatte stanno ridefinendo il modo in cui le storie vengono create e condiviseLa Osmo Pocket 4P si inserisce in un movimento crescente in cui le fotocamere compatte stanno ridefinendo il modo in cui le storie vengono create e condivise
Il debutto a Cannes della Osmo Pocket 4P evidenzia il suo potenziale di influenzare il futuro del cinematic vlogging, ispirare una nuova generazione di filmmaker mobile-first e guidare le tendenze globali dello storytelling visivo orientato al portrait. La DJI Osmo Pocket 4P sarà disponibile attraverso i canali ufficiali dell'azienda e presso i retail autorizzati. Maggiori dettagli arriveranno con l'ufficializzazione della data di lancio.


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useful links on the genocide and the genocidal state


In an exclusive interview with Analyst News, the International Criminal Court’s Chief Prosecutor Karim Khan details the threats and sanctions against him, his family and the court for his arrest warrants against Israeli leaders for war crimes.
facebook.com/share/v/1aLo7EVnU…

a maggio 2026 record di palestinesi uccisi da israele
facebook.com/share/17eSCkrkWR/

Palestine won overwhelming support at the International Labour Organization, defeating an Israeli-backed effort to revoke its expanded status
differx.noblogs.org/2026/06/05…

children in israeli prisons, a clip from Stone Cold Justice, John Lyons’ investigation for Four Corners (ABC, 2014). It exposed Israel’s industrialised cruelty way before Oct 7th. It includes a mention to a UNICEF report about the harsh conditions of children’s life in detention
facebook.com/reel/206077385487…

bambini colpiti in testa e al cuore. un’indagine su 114 casi provati che ha vinto il Premio della Stampa Europea (il giornale è olandese: de Volkskrant) facebook.com/share/198fVeU6U3/ e facebook.com/share/17kWTpMk1e/ e facebook.com/share/p/18ZvjL7Ac…

fosforo bianco su Libano e Gaza
facebook.com/share/1CPCEo2iHy/

on the effects of knowing
facebook.com/share/p/1H7GYa5iA…

channel 14: israelis bragging about the rape dogs
instagram.com/reel/DYmK2nPlbRH

1+2+3 = 6 million people displaced by the israeli (and the united states’) criminal regime, also known as the Epstein coalition
instagram.com/reel/DWjlN1bkqiL… (Chis Hedges explains those are the numbers)

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Laudarium


La tradizione della lauda francescana tra Centro Italia e Veneto. Laudi di ispirazione francescana lungo tutto il medioevo, dalle laude cortonesi fino alle polifonie di un inedito codice veneziano quattrocentesco. Nell’Ottocentenario della morte di S.Francesco. LaReverdie Claudia Caffagni voce, liuto Livia Caffagni voce, viella, flauti Elisabetta de Mircovich voce, viella, symphonia, campane Teodora Tommasi voce, arpa, flauti Matteo Zenatti voce, arpa, tamburello All'interno […]
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La tradizione della lauda francescana tra Centro Italia e Veneto.

Laudi di ispirazione francescana lungo tutto il medioevo, dalle laude cortonesi fino alle polifonie di un inedito codice veneziano quattrocentesco.

Nell’Ottocentenario della morte di S.Francesco.


LaReverdie

Claudia Caffagni voce, liuto
Livia Caffagni voce, viella, flauti
Elisabetta de Mircovich voce, viella, symphonia, campane
Teodora Tommasi voce, arpa, flauti
Matteo Zenatti voce, arpa, tamburello


All’interno della rassegna Fede ed eresia.

Per maggiori info clicca qui.

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in reply to Matteo Zenatti

La tradizione della lauda francescana tra Centro Italia e Veneto. Laudi di ispirazione francescana lungo tutto il medioevo, dalle laude cortonesi fino alle polifonie di un inedito codice veneziano quattrocentesco. Nell’Ottocentenario della morte di S.Francesco. LaReverdie Claudia Caffagni voce, liuto Livia Caffagni voce, viella, flauti Elisabetta de Mircovich voce, viella, symphonia, campane Teodora Tommasi voce, arpa, flauti Matteo Zenatti voce, arpa, tamburello All'interno […]

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“social art”, di tom marioni, a ‘la finestra di antonio syxty’


https://www.spreaker.com/episode/social-art-l-arte-e-morta-ancora-una-volta-di-tom-marioni–72171519?utm_medium=app&utm_campaign=radio_share_link&utm_source=radioios

https://www.spreaker.com/episode/social-art-l-arte-e-morta-ancora-una-volta-di-tom-marioni–72171519

Social Art, di Tom Marioni, approda a ‘La Finestra di Antonio Syxty’.
Le riflessioni su arte e vita, espresse nel libro come un flusso di memorie, sono restituite da un gruppo di attori di teatro, introdotti da una speciale (e inedita) lettura eseguita da Marioni.
Le voci sono quelle di: Tommaso De Rienzo, Susanna Russo, Claudio Orlandini, Antonio Syxty, Giuseppe Lanino, Marco Balbi e Gaetano Callegaro.
L’arte di Tom Marioni e il suo empirismo concettuale (e relazionale) diventano così materia di una interpretazione teatrale, e non solo, come accade normalmente, di una interpretazione curatoriale.
Grazie a Antonio Syxty, a MTM – Manifatture teatrali milanesi, e a chi ha partecipato alla lettura” (Pasquale Polidori)

Il libro: Tom Marioni, Social Art (a cura di P. Polidori, ed. Cambiaunavirgola, 2026) spazioetico.it/attivita/cambia…
#AntonioSyxty #art #arte #arteEVita #attori #ClaudioOrlandini #empirismoConcettuale #empirismoRelazionale #flussoDiMemorie #GaetanoCallegaro #GiuseppeLanino #LaFinestraDiAntonioSyxty #lettura #ManifattureTeatraliMilanesi #MarcoBalbi #MTM #MTMManifattureTeatraliMilanesi #PasqualePolidori #SocialArt #SusannaRusso #teatro #TomMarioni #TommasoDeRienzo

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Raimbaut, vida et cansos


Concerto recitato, in lingua provenzale con traduzioni proiettate: la vita e le sette canzoni di Raimbaut raccontate e cantate da Matteo Zenatti, da solo in scena con la sua arpa salterio, nel suo castello immaginario di ricordi della vita in Monferrato accanto al marchese Bonifacio e la sorella di lui Beatrice - un lungo viaggio, dal paese di origine, al Monferrato, a Costantinopoli, narrato da lui stesso nella sua bella lingua. in scena Matteo Zenatti, canto, recitazione, arpa […]
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Concerto recitato, in lingua provenzale con traduzioni proiettate: la vita e le sette canzoni di Raimbaut raccontate e cantate da Matteo Zenatti, da solo in scena con la sua arpa salterio, nel suo castello immaginario di ricordi della vita in Monferrato accanto al marchese Bonifacio e la sorella di lui Beatrice - un lungo viaggio, dal paese di origine, al Monferrato, a Costantinopoli, narrato da lui stesso nella sua bella lingua. in scena Matteo Zenatti, canto, recitazione, arpa […]

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Concerto recitato, in lingua provenzale con traduzioni proiettate: la vita e le sette canzoni di Raimbaut raccontate e cantate da Matteo Zenatti, da solo in scena con la sua arpa salterio, nel suo castello immaginario di ricordi della vita in Monferrato accanto al marchese Bonifacio e la sorella di lui Beatrice - un lungo viaggio, dal paese di origine, al Monferrato, a Costantinopoli, narrato da lui stesso nella sua bella lingua. in scena Matteo Zenatti, canto, recitazione, arpa […]

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Concerto recitato, in lingua provenzale con traduzioni proiettate: la vita e le sette canzoni di Raimbaut raccontate e cantate da Matteo Zenatti, da solo in scena con la sua arpa salterio, nel suo castello immaginario di ricordi della vita in Monferrato accanto al marchese Bonifacio e la sorella di lui Beatrice - un lungo viaggio, dal paese di origine, al Monferrato, a Costantinopoli, narrato da lui stesso nella sua bella lingua. in scena Matteo Zenatti, canto, recitazione, arpa […]

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“oggetti, sculture e tessiture” (g. garrera): in mostra al mattatoio fino al 2 agosto le opere di federica luzzi e naoya takahara


mattatoioroma.it/mostra/federi…
#art #arte #FedericaLuzzi #GiuseppeGarrera #Mattatoio #NaoyaTakahara

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“israel could solve its p.r. problem by simply ceasing to be evil”, a must-read by caitlin johnstone


Caitlin Johnstone

Israel’s +972 Magazine reports that the Israeli military establishment has launched a training program designed to “influence public consciousness” around the world, with courses aimed at training hundreds of operatives per year in strategies for “actively disrupting or manipulating the beliefs, attitudes, and behaviors of target audiences.” …

[em][mark]read the full article here: [/mark][/em]
caitlinjohnst.one/p/israel-cou…
#972Magazine #AI #bot #bots #chatGPT #genocide #hasbara #Israel #Palestine #propaganda #troll #trolls

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oggi, 6 giugno, a roma: presentazione di “patrizia vicinelli. poesia arte azione”, di jonida prifti


6 giugno_ presentazione 'patrizia vicinelli', di jonida prifti
cliccare per ingrandire

Patrizia Vicinelli. Poesia arte azione, di Jonida Prifti
Sabato 6 giugno, h. 17:00 / 18:00

Jonida Prifti in dialogo con Giuliana Benassi
Bar VOLO (Via Francesco Laparelli, 65 – Roma)

Presentazione del nuovo libro di Jonida Prifti edito da
Metilene Edizioni

Il volume ripercorre il lavoro e la vita di una figura poliedrica e forse unica nel quadro della letteratura e dell’arte italiana del secondo Novecento. Poeta, performer e artista visiva, Patrizia Vicinelli ha fatto della presenza viva e della voce il centro della propria ricerca, muovendosi tra pagina e scena in una poesia insieme sonora, grafica e corporea.

metilene-edizioni.it/prodotto/…
dalle 18:00 alle 21:00 a seguire
dj set di Cupa cupa + Jonida Prifti
#arte #azione #BarVolo #CupaCupa #JonidaPrifti #MetileneEdizioni #PatriziaVicinelli #poesia #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca

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Kagi Translate non è più gratuito per i non abbonati


Kagi ha disattivato l'accesso libero al suo servizio di traduzione: ora funziona solo per gli abbonati a pagamento. Nessuna data per il ripristino.
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Kagi Translate, il servizio di traduzione privato e senza pubblicità lanciato a fine 2024 con accesso libero per tutti, è ora riservato agli abbonati paganti. Chi prova ad usarlo senza un account attivo trova il servizio offline o non disponibile.

La spiegazione arriva direttamente dal blog di Kagi: il servizio si è rivelato molto più popolare del previsto, e i costi di gestione sono diventati insostenibili per una piccola azienda che lo offriva gratuitamente. Piuttosto che degradare la qualità per tutti, hanno preferito sospendere l’accesso aperto e mantenere il servizio funzionante per chi paga.

In sé, la logica è comprensibile. Meno comprensibile è che al lancio Kagi avesse presentato la gratuità come un tratto distintivo del servizio, quasi una scelta filosofica, in linea con la sua visione di un web privato e accessibile. Poi i conti non hanno quadrato, e quella scelta è stata ritirata senza un preavviso né una tempistica chiara per il ripristino.

Cosa cambia e per chi


Gli abbonati ai piani Kagi non notano differenze: il servizio continua a funzionare normalmente su translate.kagi.com e nelle app mobile. Per tutti gli altri, l’unica opzione al momento è sottoscrivere un abbonamento oppure aspettare.

Kagi non ha fornito una data per il ritorno dell’accesso libero. Nel post si parla genericamente di possibili soluzioni future: limiti per l’uso gratuito, accesso basato su account, modifiche ai piani o un modello di prezzo diverso. Non si escludono neppure aggiustamenti ai limiti per gli utenti paganti.

Una cosa che Kagi tiene a precisare: le garanzie sulla privacy restano invariate. Le traduzioni non vengono usate per pubblicità e non vengono costruiti profili sugli utenti. Su questo, assicurano, non cambierà niente.

Chi vuole essere avvisato quando l’accesso libero dovesse riaprire può iscriversi a una lista di notifica tramite il modulo indicato nel post ufficiale.

SOURCE:// blog.kagi.com

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Le avvocate e gli avvocati dei GD aderiscono all’astensione dalle udienze proclamata dall’UCPI per i giorni da lunedì 8 a venerdì 12 giugno


Gli attacchi al diritto costituzionale alla difesa e più in generale allo stato di diritto in Italia meritano la risposta più incisiva possibile. Qui il comunicato di adesione.
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Gli episodi di captazione dei colloqui di numerosi difensori con i propri assistiti reclusi presso la Casa Circondariale “Capanne” di Perugia, in assenza del benché minimo titolo autorizzativo, costituiscono una macroscopica violazione del segreto professionale che non può passare inosservata, ma merita anzi la risposta più incisiva possibile.

Segnali come questo, così come quello che viene da Napoli, con un difensore fotografato, osservato, o per meglio dire spiato in tutti i suoi atteggiamenti (finanche mentre si trovava con i familiari, con tanto ‒ a quanto consta a Colleghe e Colleghi di quel foro ‒ di commenti irridenti) perché sospettato di aver contribuito all’instaurarsi di un clima di “inquinamento probatorio”, ci parlano di una intollerabile menomazione di fatto del diritto costituzionale alla difesa e più in generale della scarsa salute di cui gode lo stato di diritto in Italia.

Nella nostra storia siamo più volte intervenuti, come osservatori internazionali, a sostegno di quei difensori perseguitati in quanto assimilati ai propri assistiti ovunque ve ne fosse necessità, da Israele alla Turchia ai Paesi esteuropei. Da ultimo, abbiamo dovuto ribadire l’intangibilità della funzione difensiva a fronte di attacchi diretti al nostro Fausto Gianelli, sovente partecipante proprio alle missioni di osservazione. Attacchi ignobili, subiti solo per aver svolto con rettitudine e la consueta professionalità il proprio ministero di difensore, provenienti guarda caso da quella stampa reazionaria ‒ e solo fintamente garantista ‒ che tanto si è battuta per la riforma costituzionale della magistratura, sonoramente bocciata dal popolo italiano.

Le avvocate e gli avvocati dei Giuristi Democratici aderiscono pertanto convintamente all’astensione dalle udienze proclamata dall’Unione delle Camere Penali per i giorni da lunedì 8 a venerdì 12 giugno 2026.

5 giugno 2026

ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI

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gillo dorfles e l’ipertrofia di segni significanti / luigi di cicco. 2026


Verso la fine degli anni Settanta, Gillo Dorfles in più di un’occasione parla dell’esigenza di porre un arresto all’ipertrofia di segni significanti, della necessità di una pausa, di stabilire un intervallo al flusso ininterrotto di sollecitazioni sensoriali. In un articolo sul Corriere della Sera, nel giugno del 1977, scrive: “La nostalgia del vuoto […] ci incalza: se in tempi remoti l’orrore del vuoto spinse l’uomo a colmare di segni (di impronte) le pareti delle caverne, le superfici delle anfore, oggi l’orrore del pieno lo dovrebbe spingere a cercare delle ‘aree di parcheggio’ dove sostare nel vuoto, nell’assenza di segni, nell’asemanticità più assoluta”.

Gabriel Hibert > pour - rien - c’est - dire (2026)
Gabriel Hibert, “pour – rien – c’est – dire” (2026)

E ancora: “Ricreare l’intervallo: la pausa, il momento vuoto in un mondo troppo pieno, troppo gremito, troppo affollato, dove l’eccesso di pienezza preclude la vista e la conoscenza dei singoli momenti, oggetti, eventi […] Malauguratamente solo pochissimi intendono questa necessità ‘fisiologica’ del vuoto e della pausa. La maggior parte degli uomini […] è ancora profondamente ancorata all’errore del pieno e non all’orrore dello stesso”.
Sempre nel 1977, in dicembre, dopo aver assistito all’esecuzione di Empty words di John Cage, Roberto Calasso sulle pagine di Panorama commenta: “una delle malattie più gravi di cui soffriamo è quella del Pieno: la malattia di chi vive in un continuo mentale occupato da un vorticare di parole smozzicate, di immagini stolidamente ricorrenti, di inutili e infondate certezze, di timori formulati in sentenze prima che emozioni. Tutto questo produce molti disastri – ma soprattutto uno, da cui discendono gli altri: la mancanza, l’incapacità di attenzione”.
Negli stessi mesi Dorfles parlava di “nostalgia del vuoto”, Calasso di “piacere del vuoto”.
Dorfles suggeriva due soluzioni, due vie di fuga: la pagina bianca, vuota, o la nascita di nuovi segni, “segni vergini”, del tutto privi di codice.
#asemanticità #asemia #asemic #asemicWriting #CorriereDellaSera #EmptyWords #GilloDorfles #intervallo #JohnCage #lIntervalloPerduto #LuigiDiCicco #Panorama #RobertoCalasso #scritturaAsemantica #scritturaAsemica

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Treno Regionale con ALe642.047 + ALe642.026* in arrivo a Campiglia Marittima – 2017


*Il numero unità potrebbe non essere al 100% accurato----------------------------------------------------------------------------👍 Se il video ti è piaciuto lascia un bel mi piace!➕ Iscriviti per seguirmi e ricevere notizie sugli ultimi video!Grazie mille! 😄✅ Unisciti al canale telegram, in cui si potranno trovare foto e piccoli extra che non sono sul canale youtube! ➡️ […]
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*Il numero unità potrebbe non essere al 100% accurato
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👍 Se il video ti è piaciuto lascia un bel mi piace!
➕ Iscriviti per seguirmi e ricevere notizie sugli ultimi video!
Grazie mille! 😄
✅ Unisciti al canale telegram, in cui si potranno trovare foto e piccoli extra che non sono sul canale youtube! ➡️ treni.creeperiano99.it/u/teleg…
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👥 Gruppi telegram dedicati alle stazioni con anche le notizie della mobilità ferroviaria Toscana
✅ Castagneto Carducci-Donoratico Stazione FS: treni.creeperiano99.it/u/casta…
✅ Cecina Stazione FS: treni.creeperiano99.it/u/cecin…
✅ Empoli Stazione FS: treni.creeperiano99.it/u/empol…
✅ Campiglia Marittima Stazione FS: treni.creeperiano99.it/u/campi…
✅ Livorno Centrale Stazione FS: treni.creeperiano99.it/u/livor…
✅ Firenze Santa Maria Novella Stazione FS: treni.creeperiano99.it/u/firen…
💰🎁 Donazioni
Se vuoi supportarmi, potrai farlo tramite il seguente link. Grazie! ❤️
treni.creeperiano99.it/u/donaz…
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treni.creeperiano99.it/2026/06…

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@ghost espande i social da collegare alla propria pubblicazione #Ghost #socialmedia #blog
ghost.org/changelog/expanding-…
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Penpot introduce il rendering WebGL in beta per i file più complessi


Con la 2.16 Penpot rende più fluida l'area di lavoro sui file pesanti grazie a un nuovo sistema di rendering, e semplifica l'uso dei design token nel pannello principale.
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Il canvas di Penpot ora può contare su un secondo motore di rendering, più veloce sui file pesanti. È la novità di punta della versione 2.16 “Alegria Geral”, che accanto a questo affina la gestione dei design token e raccoglie una lunga serie di rifiniture nate in buona parte dalla community.

Un nuovo motore di rendering in beta


Finora Penpot disegnava il contenuto dell’area di lavoro appoggiandosi all’SVG del browser, una scelta che regge bene sui progetti ordinari ma che si impantana quando il file si riempie di pagine, componenti ed effetti. La 2.16 affianca a quel sistema un motore basato su WebGL, pensato proprio per i casi più gravosi: design system corposi, documenti multi-pagina, board affollate. Il risultato che promette è un’interazione più scorrevole e un editing che resta stabile anche quando il progetto diventa ingombrante.

Il nuovo motore resta disattivato di default e si attiva dalle impostazioni dell’account o direttamente dall’area di lavoro. Gli sviluppatori lo rilasciano dichiaratamente come beta e lo descrivono come la base su cui costruiranno i prossimi miglioramenti del canvas, invitando chi lo prova a segnalare eventuali comportamenti anomali con la funzione di feedback integrata. Il consiglio è di metterlo alla prova sul file più pesante che si ha sottomano.

I design token nel pannello Design


L’altra novità di peso riguarda chi lavora con i design token, i valori condivisi che tengono insieme un sistema di design: colori, spaziature, tipografia e simili. Penpot li aveva introdotti con la 2.6, ma per applicarli o controllarli bisognava spostarsi ogni volta nel pannello dedicato. Con la 2.16 i campi numerici della barra laterale Design li accettano in modo diretto: dimensioni e posizione, raggio degli angoli, rotazione, spaziature e padding dei layout flex, interlinea e spaziatura tra lettere, spessore del tratto, parametri delle ombre. Si possono applicare, ispezionare e usare anche nelle operazioni matematiche senza saltare da una scheda all’altra.

È un tassello atteso da tempo, perché il lavoro sui token smette di essere un’isola a parte e si integra con i controlli che si toccano tutto il giorno. Tra le aggiunte collegate ci sono l’importazione dei set di token da una libreria già collegata, la possibilità di rinominare e duplicare i gruppi di token e di copiarne il nome dal menu contestuale.

Un ciclo trainato dalla community


Il resto della release è fatto di interventi minori ma numerosi, con un apporto della community insolitamente ampio in questo ciclo: una cinquantina di miglioramenti e una settantina di correzioni. Tra le cose che si notano subito nell’uso quotidiano: una funzione di cerca e sostituisci per i contenuti testuali e i nomi dei livelli, il trascinamento per modificare i valori nei campi numerici senza digitarli, una barra di ricerca nella palette dei colori, i link cliccabili nei commenti, il supporto WOFF2 per i font caricati dagli utenti e la scorciatoia “incolla per sostituire” sugli oggetti selezionati.

Come riporta l’annuncio ufficiale, il nucleo del team resta concentrato su architettura, prestazioni e fondamenta più delicate, mentre i contributi esterni intervengono soprattutto sugli attriti di tutti i giorni. L’elenco completo, voce per voce, è nelle dev diaries del progetto.

Più che una release di sole funzioni, la 2.16 è anche un’operazione di consolidamento: le due novità di punta cambiano il modo in cui si muove il canvas e in cui i token si incastrano nel flusso di lavoro, mentre la lunga coda di correzioni toglie di mezzo attriti di cui ci si accorge solo quando spariscono.

SOURCE:// community.penpot.app

SOURCE:// penpot.app

SOURCE:// community.penpot.app

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Huawei Watch Fit 5 recensione: tutto quello che devi sapere prima di acquistarlo


Il dispositivo si presenta come uno degli smartwatch più interessanti della sua fascia di prezzo, grazie a un design curato, un display AMOLED luminoso, funzioni avanzate per il monitoraggio della salute e un'autonomia superiore alla media
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Con la serie HUAWEI WATCH FIT 5, Huawei alza l'asticella nel segmento degli smartwatch di fascia media e lo fa su due fronti che raramente viaggiano insieme: tecnologia avanzata e leggerezza estrema. Il risultato è quello di due wearable che al polso quasi non si sentono, ma che sotto la scocca nascondono molto più di quanto il profilo sottile lasci immaginare. Il Fit 5 in particolare, oggetto di questa review, si presenta con un display AMOLED da 1,82 pollici, un'interfaccia ricca di personalizzazioni e un sistema di posizionamento che promette una precisione GPS superiore nella localizzazione. Il suo peso quasi impercettibile di soli 27g, abbinato a un profilo di 9,5 mm che scompare sotto il polsino di una camicia senza lasciare traccia fanno la differenza tra un dispositivo che si dimentica di indossare e uno che si nota ad ogni movimento. Nella review che segue cercheremo di esplorare più in dettaglio le caratteristiche del nuovo, sorprendente, smartwatch di Huawei che il brand propone a 199 euro (con coupon di sconto pari a 40 euro fino al 30 giugno) e la garanzia Care Protezione Schermo per 12 Mesi gratuita.

Configurazione e utilizzo


Sul piano software, il Watch Fit 5 gira su HarmonyOS 6.1 — il sistema operativo proprietario di Huawei — e si connette allo smartphone tramite Bluetooth 6.0. Il primo passo per l'attivazione è l'installazione dell'app Huawei Health, hub centrale per la gestione del dispositivo e l'analisi di tutti i dati raccolti. L'App, per i noti motivi dell'embargo non è disponibile sul Google Play Store, e gli utenti Android dovranno scaricarla tramite il codice QR incluso nella confezione oppure ricorrere a store alternativi come Huawei AppGallery, Galaxy Store di Samsung o App Mall di Xiaomi. Chi è nel mondo Apple non ha questo problema: Huawei Health è regolarmente disponibile sull'App Store.



Screenshot dell'App Huawei (versione Android). Molte funzioni sono gestibili direttamente dallo smartphone attraverso questa interfaccia

Una volta configurato, l'orologio si abbina rapidamente tramite l'app o mediante il codice QR sul quadrante. L'esperienza, però, non è identica su tutte le piattaforme. Su iOS le limitazioni si fanno sentire: le notifiche sono meno personalizzabili, rispondere ai messaggi dal polso non è possibile e l'app di navigazione Petal Maps — non installabile su iPhone per l'assenza dell'AppGallery — rende di fatto inutilizzabile la navigazione turn-by-turn sull'orologio. Gli utenti Android non hanno questi problemi, ma anche qui vale una considerazione onesta: l'ecosistema AppGallery resta contenuto rispetto a Google Play, e questo si traduce in un'esperienza app complessivamente meno ricca rispetto ai principali concorrenti con Wear OS o WatchOS. Tuttavia, come vedremo in seguito, questo wearable Huawei ha tutto ciò che serve ad uno smartwatch moderno per configurarsi come un ottimo alleato per il monitoraggio delle attività quotidiane e come supporto al rilevamento dei alcuni parametri fondamentali per la nostra salute.



I profili del Watch Fit 5 sono realizzato con cura maniacale. La corona (a destra) può essere premuta o ruotata e consente di accedere ad una serie di funzioni

Design e Display


Lo spessore davvero limitato del Watch Fit 5 è la prima cosa che si nota mettendo lo smartwatch al polso. Infatti, con i suoi 9,5 mm di spessore (esclusa l'area del sensore) e 27 grammi circa (senza cinturino) il Watch Fit 5 stabilisce un nuovo punto di riferimento per la categoria, soprattutto in considerazione delle sue funzionalità da sportwatch evoluto. La costruzione, solida e sorprendentemente premium, vanta una scocca in lega di alluminio e retro in composito di fibra polimerica. Al centro c'è il display OLED da 1,82 pollici, quasi privo di cornici, con risoluzione 480×408 pixel, che da solo vale buona parte dell'upgrade rispetto alla generazione precedente. La luminosità di picco dichiarata dal brand rimane sui 2.500 nit: questo valore rende generalmente efficace la lettura di dati sportivi o notifiche anche sotto il sole diretto. Ciononostante, quando le info visualizzate includono solo testo la difficoltà di visione aumenta; per leggere i contenuti più facilmente, è bastato ruotare leggermente il polso e cambiare angolazione dello schermo rispetto ai raggi solari. Un ruolo fondamentale in questo contesto è rappresentato dal favorevole rapporto schermo-corpo del 79%, il quale si traduce in bordi spessi da 1,8 mm a 2 mm che vanno a migliorare la visibilità e l'efficienza del display. La protezione dello schermo è affidata alla resistenza della vetroceramica e l'assemblaggio con la scocca crea un unico corpo solido, sapientemente smussato.



Lo schermo è assemblato alla cassa senza soluzione di continuità, una soluzione stilistica pratica ed elegante

L'interazione fisica con il dispositivo avviene principalmente tramite il touchscreen capacitivo, reattivo e preciso. Sul lato della cassa è presente una corona rotante che risponde anche alla pressione per la navigazione nei menu — un elemento che aggiunge fisicità all'esperienza d'uso e risulta particolarmente utile durante l'attività sportiva, quando le mani sudate rendono il touch meno affidabile.

Caratteristiche e principali funzioni


Sotto la scocca sottile del Watch Fit 5 si celano una serie di novità tecnologiche utili da sapere, soprattutto per chi valuta il passaggio dalla precedente serie 4. In primis il sistema TruSense, rivisitato rispetto alla generazione precedente, è la piattaforma su cui poggia l'intera esperienza di monitoraggio. Nella fattispecie, oltre ad accelerometro, giroscopio, barometro, magnetometro e sensore di luminosità ambientale, troviamo il sensore di temperatura cutanea e un modulo cardiaco potenziato con 6 LED e 6 fotodetettori. Quest'ultimo dettaglio non è secondario, perchè la maggiore densità ottica si traduce in letture di frequenza cardiaca e saturazione dell'ossigeno (SpO₂) più stabili e affidabili, sia a riposo sia sotto sforzo. Durante i miei test i valori sono risultati coerenti e plausibili, senza impennate anomale, un fenomeno che ho visto affliggere alcuni modelli concorrenti.



Da sinistra verso destra: al termine della sessione di allenamento, Watch Fit 5 propone un breve periodo di recupero ed esercizi di stretching

Peccato che manchi l'ECG, una funzione che Huawei ha riservato alla variante Pro della serie. Nel Fit 5 è invece presente l'analisi delle aritmie tramite onda di polso certificata, attivabile in modalità continua o al presentarsi della necessità, una caratteristica che fino a poco tempo fa era appannaggio di dispositivi medici dedicati.



I dati forniti durante l'allenamento sono ben leggibili l'intensità è caratterizzata da specifici colori

Sul fronte sportivo, i numeri parlano chiaro: oltre 100 modalità supportate, con un livello di dettaglio che va ben oltre il semplice conteggio dei passi. Oltre al rilevamento automatico dell'attività, molto veloce nel mio caso, per il trail running il dispositivo dispone anche di navigazione attiva con mappa zoomabile, profilo altimetrico e velocità corretta per la pendenza. Per il ciclismo, altra novità, il sistema calcola potenza virtuale, cadenza virtuale e inclinazione in tempo reale, ed offre la piena compatibilità con i dispositivi di altre marche. In particolare:

  • pendenza in tempo reale: il dispositivo non si limita a mostrare l'inclinazione istantanea del tratto che si sta percorrendo, ma calcola anche la pendenza media e il range complessivo del percorso. Il dato più interessante è però la velocità e distanza 3D, ottenuta incrociando i dati di pendenza con quelli di movimento: un calcolo che restituisce valori molto più accurati rispetto alla semplice misurazione orizzontale;
  • potenza virtuale è forse la funzione più sofisticata del pacchetto ciclismo: in assenza di un misuratore di potenza fisico — accessorio che sui pedali o sulla pedivella può costare diverse centinaia di euro — il Fit 5 stima la potenza erogata in tempo reale combinando un numero sorprendente di variabili: dati antropometrici dell'utente, parametri della bicicletta, frequenza cardiaca, velocità, variazioni di quota e persino condizioni ambientali come temperatura e velocità del vento. Il risultato offre un riferimento concreto e continuo per chi vuole allenarsi con criterio senza investire in hardware aggiuntivo;
  • cadenza virtuale: attraverso l'analisi dei micro-movimenti del polso durante la pedalata, il sistema ricostruisce algoritmicamente il ritmo di pedalata in tempo reale. Anche in questo caso, si tratta di una stima, ma nella pratica fornisce un dato sufficientemente affidabile per mantenere la cadenza ottimale durante gli allenamenti, senza sensori aggiuntivi da montare sulla bici.


I mini-allenamenti guidati. Trenta esercizi brevi, avviabili in qualsiasi momento senza attrezzatura, accompagnati dall'animazione di un pandaI mini-allenamenti guidati. Trenta esercizi brevi, avviabili in qualsiasi momento senza attrezzatura, accompagnati dall'animazione di un panda
Un capitolo a parte merita la funzione mini-allenamento: 30 esercizi brevi guidati da un simpatico panda animato. Potrebbe sembrare un vezzo, ma nella pratica quotidiana la funzione si rivela uno strumento genuinamente utile, consequenze di stretching e mobilizzazione per spalle, collo, polsi e caviglie eseguibili ovunque, ed uno schermo che reagisce anche ai periodi di inattività prolungata. Nella periodo durante il quale ho sottoporto il Watch Fit 5 al test i mini-allenamenti sono stati quelli che hanno fatto la differenza nei momenti meno prevedibili come durante un lungo viaggio in treno, una pausa tra due riunioni, un pomeriggio seduti alla scrivania. L'animazione è simpatica, forse troppo giocosa per certi contesti, ma la funzione ha un suo perchè che condivido pienamente.



Screenshot del monitoraggio del sonno: l'App fornisce un report completo e chiaro da interpretare

Il monitoraggio del sonno aggiunge un livello di dettaglio in più rispetto al già ottimo FIT 4 Pro. Le fasi classiche — leggero, profondo, REM — vengono rilevate con continuità, integrate da frequenza cardiaca, SpO₂ e frequenza respiratoria. La novità più utile, per periodi di sonno inferiori a 3 ore, è il rilevamento autonomo dei sonnellini diurni: i riposi brevi vengono registrati e analizzati separatamente, con un riepilogo dedicato. Per chi pratica il pisolino pomeridiano con regolarità, è un'aggiunta genuinamente pratica. La funzione di Rilevamento di respiro nel sonno, attiva in background, monitora i pattern respiratori notturni segnalando possibili episodi di apnea. I risultati non sostituiscono una diagnosi medica, ma rappresentano un primo indicatore utile da portare, se necessario, ad un professionista.



Tanti i parametri per il monitoraggio della salute contrassegnati da gadget che rendono immediata la lettura

Il monitoraggio della salute


Se c'è un ambito in cui Huawei ha costruito nel tempo un vantaggio competitivo reale, è il monitoraggio della salute. Non si tratta di una singola funzione di punta, ma di un ecosistema di rilevazioni che nel Fit 5 raggiunge una maturità difficile da trovare in questa fascia di prezzo. Tra queste: il monitoraggio continuo dello stress, il tracciamento del sonno avanzato, il conteggio dei passi, la stima delle calorie ed il rilevamento automatico dell'umore. Quest'ultima funzione, insieme alla funzione che rileva il sonnellino, rappresenta uno dei segnali più chiari di come Huawei stia spostando l'attenzione dal semplice dato fisico verso una lettura più olistica del benessere quotidiano. Chiude il quadro il monitoraggio dell'attività quotidiana: passi, distanza, minuti di attività e stima delle calorie bruciate vengono registrati in modo continuo e visualizzati in modo chiaro nell'app Huawei Health. Funzioni ormai standard, certo, ma eseguite con la cura e la coerenza che ormai contraddistinguono l'intera piattaforma salute di Huawei.
La gamma di colori disponibile per il Watch Fit 5La gamma di colori disponibile per il Watch Fit 5

Batteria


L'autonomia è spesso il tallone d'Achille degli smartwatch più evoluti. Il Watch Fit 5 prova a cambiare questa narrativa e nelle mie due settimane di test, con monitoraggio continuo della frequenza cardiaca attivato, utilizzo del GPS durante gli allenamenti, AOD sempre attivo e display alla massima luminosità, lo smartwatch ha raggiunto egregiamente i sette giorni di autonomia, in linea con le dichiarazioni ufficiali per l'utilizzo tipico. Un'autonomia mostra un valore solido difficile da trovare in questa fascia di prezzo, e permette di partire senza l'ansia del caricabatterie nello zaino. La ricarica avviene tramite aggancio magnetico wireless — nessun connettore da infilare, nessuna orientamento da indovinare. Il sistema funziona con la semplicità pragmatica che caratterizza l'ecosistema Huawei: circa 60 minuti per una carica completa, sufficienti a ricaricare completamente il dispositivo.
Watch Fit 5 dispone dell'App Curve Pay, che consente i pagamenti contactless direttamente dal polso
Sul fronte dei pagamenti, il modulo NFC è finalmente operativo anche sulla serie Fit 5, una novità attesa da molti utenti. Il servizio utilizzato è Curve, che funziona in modo affidabile nella maggior parte delle transazioni quotidiane, anche se i tempi di elaborazione sono leggermente più lunghi rispetto a quanto si registra su Google Pay o Apple Pay. Il tasto inferiore apre di default il menu degli allenamenti, ma è completamente personalizzabile: supporta pressione singola e doppia, permettendo — ad esempio — di avviare un pagamento con Curve con un solo gesto, senza toccare lo schermo.

Conclusioni


Con la nuova serie Watch Fit5, Huawei è partita da una base già molto solida — quella del Watch Fit 4 Pro, che aveva già convinto su autonomia, GPS e monitoraggio della salute. I nuovi wearable, tuttavia, sono stati oggetti di interventi mirati tra i quali un display più luminoso e quasi privo di bordi, una ricarica più rapida, sensori potenziati, metriche sportive più dettagliate e, finalmente, i pagamenti NFC tramite Curve. Il risultato è uno smartwatch più maturo, più completo e più piacevole da usare ogni giorno. Detto questo, è giusto evidenziare che la Watch Fit 5 rappresenta un'efficace evoluzione della release precedente, e non di una vera a propria trasformazione. Chi viene dai Watch Fit 4 troverà miglioramenti reali, ma difficilmente si sentirà costretto a cambiare orologio nell'immediato, a meno che tra i e le novità non ci siano elementi che si aspettava da tempo. Per chi invece si avvicina alla serie Fit per la prima volta, il discorso cambia radicalmente. In questo caso, infatti, il watch Fit 5 si candida con convinzione tra i migliori smartwatch fitness compatti attualmente disponibili sul mercato; la qualità costruttiva è eccellente e l'autonomia supera tranquillamente quella della maggior parte dei concorrenti diretti. L'ecosistema salute di Huawei continua a distinguersi per la profondità delle analisi offerte: dati e insight che reggono il confronto con dispositivi venduti a prezzi significativamente più alti. Ed è così che a 199 euro, questo smartwatch rappresenta uno dei rapporti qualità-prezzo più convincenti della categoria. Non è perfetto: l'ecosistema app rimane il punto debole strutturale, e le limitazioni su iOS sono un limite reale per una fetta di utenti — ma su quasi tutti gli altri fronti Huawei dimostra ancora una volta di saper costruire smartwatch belli da indossare, affidabili nell'uso sportivo e nel monitoraggio della salute.

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Houston International Film Festival, documentario sul restauro della Villa Dong Yunyao conquista l’oro.


Il documentario dedicato al restauro architettonico Dove fare ritorno? – Cronaca del recupero della Villa Dong Yunyao, diretto dal regista Luo Xiaowen, ha conquistato recentemente la Medaglia d’Oro nella categoria “Storia e Archeologia” della sezione documentari della 59ª edizione dell’Houston International Film Festival. Il riconoscimento porta nuovamente all’attenzione internazionale il patrimonio culturale locale di Taiwan e le tematiche legate alla conservazione degli edifici […]
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Il documentario dedicato al restauro architettonico Dove fare ritorno? – Cronaca del recupero della Villa Dong Yunyao, diretto dal regista Luo Xiaowen, ha conquistato recentemente la Medaglia d’Oro nella categoria “Storia e Archeologia” della sezione documentari della 59ª edizione dell’Houston International Film Festival. Il riconoscimento porta nuovamente all’attenzione internazionale il patrimonio culturale locale di Taiwan e le tematiche legate alla conservazione degli edifici storici.

L’opera racconta il complesso percorso di restauro della storica villa occidentale della famiglia Dong, situata nell’arcipelago di Kinmen. Attraverso una raffinata narrazione visiva, il documentario restituisce non solo la rinascita dell’edificio, ma anche le memorie familiari, la storia dell’emigrazione oltremare e il profondo legame con il territorio che esso custodisce.

Da anni impegnato nell’esplorazione dei temi legati alla memoria collettiva, alle comunità locali e all’identità culturale, Luo Xiaowen si distingue per uno stile documentaristico realistico e al tempo stesso profondamente umano. Dopo essere stato finalista alla 58ª edizione del festival di Houston con Cronaca del restauro dell’antica dimora Cangxing, il regista ottiene ora il massimo riconoscimento con Dove fare ritorno?, confermando il suo costante impegno nella valorizzazione del patrimonio culturale.

tipica borsa degli emigranti
tipica borsa degli emigranti

Al centro del documentario vi è la Villa Dong Yunyao, edificio costruito nel 1933 e simbolo della storia della diaspora cinese di Kinmen. Il film segue il percorso che ha trasformato una dimora segnata dal tempo in un bene culturale restituito alla collettività. Attraverso il racconto delle tecniche di restauro e delle vicende della famiglia Dong, emerge il quadro storico degli emigranti che lasciarono la propria terra per cercare fortuna nel Sud-est asiatico.

Più di un secolo fa, Dong Yunyao abbandonò la sua città natale per inseguire i propri sogni nelle regioni del Nanyang, l’antica denominazione cinese del Sud-est asiatico. Dopo aver raggiunto il successo economico, tornò a Kinmen nel 1921 e si dedicò allo sviluppo della comunità locale, sostenendo l’istruzione e contribuendo alla fondazione di una scuola insieme ad altri notabili del luogo.

La villa che porta il suo nome non fu mai soltanto una residenza privata. Nel corso dei decenni divenne un importante spazio condiviso dalla comunità. A distanza di cento anni, i discendenti di Dong hanno mantenuto vivo lo stesso spirito di servizio verso la propria terra, donando l’edificio al Governo della Contea di Kinmen. Dopo un lungo intervento di recupero, completato nel 2025, la storica dimora è tornata al suo antico splendore.

Grazie a un lavoro di riprese durato anni, Luo Xiaowen documenta con grande attenzione le tecniche degli artigiani restauratori, i dettagli dell’intervento conservativo e il forte legame emotivo che unisce gli abitanti al proprio patrimonio culturale. La vicenda della famiglia Dong diventa così il riflesso di una storia più ampia, che coinvolge Kinmen e l’intera cultura delle comunità emigranti del Fujian, segnata da partenze, sacrifici e dal desiderio di fare ritorno alle proprie radici.

Il documentario mostra come l’architettura possa diventare uno strumento privilegiato per comprendere l’evoluzione della cultura del Minnan e delle comunità d’oltremare. L’interazione tra spazio costruito e memoria collettiva evidenzia il ruolo fondamentale del cinema documentario nella tutela e nella trasmissione del patrimonio culturale.

Il premio ottenuto a Houston rappresenta non solo un importante riconoscimento internazionale per il regista, ma anche una conferma della crescente attenzione verso il lavoro svolto a Taiwan nel campo della conservazione dei beni culturali e della valorizzazione delle storie locali.

La formazione di Luo Xiaowen, laureato presso la National Tainan University of the Arts e la Chung Yuan Christian University, unisce competenze narrative e sensibilità per l’estetica dello spazio. Le sue opere si caratterizzano per una forte attenzione al territorio e alle persone che lo abitano. Tra i suoi lavori più noti figura anche Tessere Jianshi, premiato con la Medaglia d’Argento nella categoria “Etnie e Culture” alla 58ª edizione dell’Houston International Film Festival.

Negli ultimi anni molti documentaristi taiwanesi hanno rivolto il proprio sguardo alle trasformazioni sociali, ai paesaggi culturali e all’architettura storica. Luo Xiaowen, tuttavia, propone una riflessione ulteriore, interpretando il restauro non soltanto come recupero materiale di un edificio, ma come strumento di conservazione della memoria collettiva. «L’architettura non è soltanto uno spazio fisico: custodisce emozioni, ricordi e storia. Ogni restauro è un dialogo con il tempo e un modo per ristabilire il rapporto con la propria terra», afferma il regista.

La vittoria di Dove fare ritorno? – Cronaca del recupero della Villa Dong Yunyao consente così a un pubblico internazionale di scoprire la ricchezza culturale di Kinmen e il valore del patrimonio storico taiwanese. Grazie al linguaggio del documentario, una dimora centenaria cessa di essere un semplice monumento del passato e diventa un ponte tra generazioni, capace di collegare memoria e futuro, riaffermando ancora una volta il ruolo di Kinmen sulla scena culturale internazionale.

Fonte: Kinmen Daily