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Armored Likho: la APT che spia governi ed energia con il Python stealer BusySnake


Kaspersky svela Armored Likho, gruppo APT collegato a Eagle Werewolf, che colpisce enti governativi e il settore elettrico in Russia, Brasile e Kazakistan con BusySnake, un infostealer Python offuscato con PyArmor e payload generati con l'assistenza dell'AI.
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Un attore APT mai documentato prima, battezzato Armored Likho, sta colpendo agenzie governative e il settore elettrico in Russia, Brasile e Kazakistan con un nuovo infostealer Python chiamato BusySnake. Kaspersky, che ha pubblicato l’analisi tecnica il 3 luglio, descrive un toolkit modulare, offuscato con PyArmor Pro e in parte generato con l’assistenza di strumenti di intelligenza artificiale: un caso di scuola di come lo spionaggio informatico stia adottando l’AI-assisted malware development anche nelle campagne di fascia media.

Chi è Armored Likho


Armored Likho non è un gruppo esordiente: secondo Kaspersky, il suo profilo operativo mescola campagne a sfondo finanziario contro privati con operazioni di cyberspionaggio mirate contro organizzazioni pubbliche e infrastrutture critiche. È proprio questa doppia natura — cybercrime opportunistico e intelligence gathering mirato — a rendere l’attribuzione complessa e la minaccia particolarmente insidiosa: la stessa toolchain può colpire un privato cittadino per rubare credenziali bancarie o un ministero per sottrarre documenti riservati.

I ricercatori segnalano possibili sovrapposizioni con un cluster tracciato da BI.ZONE con il nome Eagle Werewolf, attivo almeno dal maggio 2023 e storicamente focalizzato su enti governativi e della difesa, in particolare organizzazioni coinvolte nello sviluppo e nella produzione di droni (UAV). Nel febbraio 2026 Eagle Werewolf era già stato osservato compromettere un canale Telegram dedicato al mondo dei droni per distribuire il RAT AquilaRAT tramite un dropper Rust travestito da checklist per l’attivazione di dispositivi Starlink. Le sovrapposizioni tecniche tra AquilaRAT e BusySnake — stessi schemi di ricezione dei task dal C2, stessa modalità di persistenza tramite scheduled task, endpoint di comunicazione simili — rafforzano l’ipotesi che si tratti dello stesso ecosistema di sviluppo, se non dello stesso gruppo.

La catena d’attacco


Il vettore d’ingresso resta il più classico: email di spear-phishing con esche legate a comunicazioni governative ufficiali o programmi sociali, che distribuiscono un archivio RAR contenente eseguibili droppati da un repository GitHub. Il dropper crea due file VBScript, uno dei quali cancella le tracce dell’esecuzione iniziale mentre l’altro registra un’attività pianificata (scheduled task) per lanciare lo stealer ogni cinque minuti, mascherata da un innocuo processo di sistema chiamato WindowsHelper — la stessa convenzione di naming usata da AquilaRAT con MicrosoftOfficeUpdate.

Una catena alternativa sfrutta invece file di collegamento Windows (LNK) che abusano di CVE-2025-9491 (nota anche come ZDI-CAN-25373), la vulnerabilità nella gestione degli shortcut corretta da Microsoft nel Patch Tuesday di novembre 2025 ma già sfruttata in passato da una dozzina di gruppi APT dal 2017. In questo scenario, il file LNK innesca un comando PowerShell offuscato che avvia un loader: quest’ultimo mostra un documento esca alla vittima mentre in background prepara l’ambiente per l’esecuzione del vero payload, scaricando un interprete Python 3.12 portatile, lo script get-pip.py per installare le dipendenze e un archivio contenente il payload finale module.pyw.

BusySnake Stealer: un infostealer Python pensato per l’evasione


Il cuore della campagna è BusySnake, un infostealer scritto in Python e mai documentato prima. Il codice è offuscato e cifrato con PyArmor Pro 9.2.0: il malware decripta il proprio bytecode solo nell’istante esatto in cui una funzione viene invocata, per poi ricifrarlo immediatamente dopo l’esecuzione, complicando enormemente l’analisi statica e dinamica. L’estensione .pyw gli permette inoltre di girare in background senza mai aprire una finestra di console visibile.

Dopo l’inizializzazione, che legge da un file di configurazione l’indirizzo del C2, i percorsi delle directory, gli intervalli per gli screenshot e uno user-agent dedicato, BusySnake si mette in ascolto di comandi tramite una funzione poll_task che interroga costantemente il server. Tra le capacità operative documentate da Kaspersky:

  • Furto di dati dagli appunti di sistema (clipboard)
  • Enumerazione dei file sul disco con logging dei metadati in un database locale
  • Ricerca di chiavi esadecimali a 64 caratteri nei file — un pattern tipico dei wallet di criptovalute — e relativa esfiltrazione
  • Cattura periodica di screenshot, archiviazione e invio al C2
  • Keylogging con invio ed eliminazione periodica del log
  • Furto di cookie e password da browser Chromium e Firefox, tramite lettura diretta dei file Cookies/cookies.sqlite e della master key in Login State
  • Furto di sessioni e credenziali Telegram dalla cartella tdata, previa terminazione forzata del processo telegram.exe
  • Apertura di un tunnel SSH inverso riutilizzando una chiave privata fornita dal C2 (funzionalità ereditata dal tool standalone Go2Tunnel, ora integrata nativamente nello stealer)
  • Installazione o riavvio di RustDesk per ottenere il controllo remoto, con cattura dello screenshot delle credenziali inserite dalla vittima al momento del login

Kaspersky ha inoltre individuato una versione più recente dello stealer che introduce un vero e proprio framework di gestione dei task: ogni comando ricevuto dal C2 viene assegnato a un identificativo univoco e transita attraverso quattro stati operativi — SCHEDULED, IN_PROGRESS, SUCCEEDED, FAILED — per un reporting più granulare verso l’infrastruttura d’attacco. Un dettaglio che segnala una maturazione ingegneristica non banale per un tool di questa fascia.

L’ombra dell’AI nel malware development


Un elemento che merita attenzione da parte degli analisti: secondo Kaspersky, i payload di primo stadio (loader e stager) mostrano segni di essere stati generati, almeno in parte, con l’assistenza di strumenti di intelligenza artificiale, a giudicare dalla presenza di commenti ridondanti e blocchi di codice ripetitivi tipici dell’output di modelli linguistici. Non è un caso isolato nel panorama 2026, ma conferma una tendenza: gruppi di livello medio stanno abbassando i tempi di sviluppo del malware affidandosi a copiloti AI, con tutte le implicazioni che questo comporta in termini di volume e velocità di iterazione delle campagne.

Due righe per i difensori


Per i team di detection, il caso Armored Likho offre alcuni punti di leva concreti. Il monitoraggio di scheduled task con nomi che imitano processi Microsoft legittimi (WindowsHelper, ma anche varianti simili) dovrebbe essere prioritario in ambienti governativi e OT/ICS del settore energetico. Vale la pena bloccare o ispezionare il download di interpreti Python portatili e script get-pip.py da endpoint non di sviluppo, un comportamento anomalo per la maggior parte delle postazioni impiegatizie. È inoltre opportuno verificare che la patch per CVE-2025-9491 sia stata applicata su tutta la flotta Windows, dato che il bug LNK continua a essere riciclato da attori eterogenei quasi un decennio dopo la sua prima comparsa. Infine, il traffico verso servizi di tunneling SSH inverso avviato da processi non amministrativi è un segnale da allarme immediato, così come i tentativi di reinstallazione o riavvio non richiesti di RustDesk.

Kaspersky segnala di continuare a monitorare attivamente l’evoluzione della campagna e dell’infrastruttura di rete associata: è ragionevole aspettarsi nuove varianti di BusySnake nei prossimi mesi, considerato il ritmo di sviluppo osservato finora.

Indicatori di compromissione (IoC)

# Hash MD5 (selezione)
5D5C3E483C5E544260CE98FC29FBF192  - PS1 stager
0041FD1B2358CD08DBCBC28EA8FC3D20  - EXE dropper
894332174F536C2E1EFEDA05CBA79F8B  - DLL loader
CF74AC018D158EA2C2CFA1B1D71D95BC  - LNK malevolo
C7622A1EFFA27BBFEE6D6E03D6474343  - BusySnake Stealer (PYW)
80B7700053E115D65365CE7330383320  - BusySnake Stealer (nuova versione, PYW)
6B45DDB39A6E86229348DCBBA3857E7C  - Archivio RAR con BusySnake
006887732CA4A4A46A97989CF4DEEEF6  - Archivio RAR con BusySnake
732C31ACF971A81C7E51B2A3DAE82020  - Archivio RAR con BusySnake
# Domini C2
winupdate[.]live
arvax[.]xyz
varenie[.]live
lvl99[.]store
onetoken[.]ink
winupdate[.]ink
# CVE sfruttata
CVE-2025-9491 (ZDI-CAN-25373) - Windows LNK RCE, patchata Nov 2025
# Scheduled task sospetto
WindowsHelper (persistenza BusySnake)
MicrosoftOfficeUpdate (persistenza AquilaRAT)

Fonti: Kaspersky/Securelist, The Hacker News, BI.ZONE Threat Intelligence.

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JADEPUFFER: il primo ransomware condotto interamente da un agente AI, dalla violazione al wipe del database


Il Threat Research Team di Sysdig documenta JADEPUFFER, il primo caso noto di estorsione digitale gestita end-to-end da un agente basato su LLM: dalla violazione di un server Langflow esposto alla cifratura e distruzione di un database Nacos, con correzioni autonome degli errori in 31 secondi.
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Il ransomware ha sempre avuto un umano dietro la tastiera, o quantomeno dietro lo script. Il Threat Research Team di Sysdig sostiene di aver documentato per la prima volta il contrario: un’estorsione digitale condotta interamente, dalla ricognizione iniziale alla distruzione dei dati, da un modello linguistico di grandi dimensioni senza intervento umano diretto. L’hanno battezzata JADEPUFFER, e i log che ha lasciato dietro di sé si leggono come il diario di bordo — auto-narrato, letteralmente — di un operatore che ragiona, sbaglia, si corregge e ripiega su un piano B in 31 secondi.

Il punto d’ingresso: un server Langflow esposto


JADEPUFFER ha ottenuto l’accesso iniziale sfruttando CVE-2025-3248, una falla di mancata autenticazione nell’endpoint di validazione del codice di Langflow, popolare framework open source per costruire applicazioni e workflow di agenti basati su LLM. Il difetto permette a chiunque raggiunga il servizio di eseguire codice Python arbitrario senza credenziali. Langflow resta un bersaglio ricorrente proprio perché le sue istanze, spesso esposte in fretta e senza controlli di rete, custodiscono tipicamente chiavi API di provider AI e credenziali cloud nell’ambiente circostante — un aperitivo perfetto per chi cerca un punto d’appoggio.

Tutti i payload sono stati consegnati come Python codificato in Base64 attraverso l’endpoint RCE, e da lì l’agente ha iniziato a muoversi da solo.

Fase 1: ricognizione e razzia sull’host compromesso


Subito dopo l’esecuzione, l’LLM ha enumerato l’host (id, uname -a, hostname, interfacce di rete, processi attivi) e ha setacciato in parallelo l’ambiente per categorie di segreti: chiavi API di provider AI (OpenAI, Anthropic, DeepSeek, Gemini e altri), credenziali cloud — con una copertura esplicita dei provider cinesi (Alibaba, Aliyun, Tencent, Huawei) oltre ad AWS, GCP e Azure — wallet di criptovalute e seed phrase, credenziali e file di configurazione di database.

Ha poi scaricato il database Postgres di backend dello stesso Langflow, sondato lo spazio di indirizzi interno alla ricerca di servizi raggiungibili e, trovato un endpoint MinIO (l’archivio oggetti compatibile S3 usato per dati applicativi, backup e modelli ML) protetto solo dalle credenziali di default minioadmin:minioadmin, ha eseguito l’intero playbook di enumerazione: elenco dei bucket — incluso uno dedicato allo stato Terraform — e recupero mirato di file .env e credentials.json. Quando un tentativo iniziale con ?format=json ha restituito XML invece del JSON atteso, l’agente ha adattato all’istante il proprio parser allo schema di risposta S3 e ha rilanciato la richiesta: un dettaglio piccolo ma rivelatore, perché è esattamente il tipo di correzione che un toolkit fisso non farebbe mai da solo.

Prima di spostarsi sul bersaglio vero, ha installato una persistenza banale ma efficace: un cron job che ogni 30 minuti invia un beacon all’infrastruttura d’attacco.

Fase 2: il vero obiettivo — un server Nacos/MySQL di produzione


Gli artefatti catturati mostrano che il bersaglio reale dell’operazione non era Langflow, ma un server di produzione separato che eseguiva MySQL e Alibaba Nacos, la piattaforma di service discovery e configurazione dinamica molto diffusa nelle architetture a microservizi. Nacos porta con sé una storia documentata di bypass di autenticazione (CVE-2021-29441 e varianti correlate) e una chiave di firma JWT di default nota pubblicamente dal 2020, che in molte installazioni non viene mai cambiata, rendendo banale la falsificazione dei token.

Con accesso root al database — le cui credenziali non risultano raccolte nell’ambiente della vittima, e la cui origine resta ignota — l’agente ha inserito direttamente un amministratore backdoor nel database di Nacos. Ed è qui che emerge la sequenza più interessante dell’intera analisi Sysdig: il primo tentativo di login con l’account appena creato fallisce; 12 secondi dopo l’LLM prova contemporaneamente le credenziali di default nacos:nacos e genera un nuovo hash per una password più semplice; 19 secondi più tardi emette un payload correttivo che passa da una chiamata subprocess a un import diretto della libreria bcrypt, cancella la riga corrotta e la ricrea con l’hash generato correttamente. Il login riesce. Dal fallimento alla correzione funzionante: 31 secondi, quindici righe di codice coordinato — cancellare, diagnosticare, ricostruire, reinserire.

Segue una fase di ricognizione per un possibile container escape — scritture di test su file MySQL, tentativi di lettura di docker.sock e /proc/1/cgroup, verifica dei permessi su /proc/1/mountinfo — condotta con precisione chirurgica in circa otto minuti e chiusa da un marcatore di completamento esplicito scritto su disco. Non è il comportamento di uno script fisso: è un agente strutturato che segnala da solo di essere pronto per la fase successiva.

Cifratura, estorsione e distruzione — con un colpo di scena


L’agente ha cifrato 1.342 elementi di configurazione del servizio Nacos usando la funzione AES_ENCRYPT() di MySQL, eliminato le tabelle originali config_info e la relativa cronologia, e creato una tabella di estorsione, README_RANSOM, con la richiesta di riscatto, un indirizzo Bitcoin e un contatto ProtonMail. La nota rivendica AES-256, ma AES_ENCRYPT() di default usa AES-128-ECB salvo riconfigurazione: un dettaglio che forse esagera l’algoritmo ma non cambia l’impatto pratico.

Il colpo di scena è nella chiave: generata come base64(uuid4().bytes + uuid4().bytes), quindi sostanzialmente casuale, stampata una sola volta a schermo e mai salvata né trasmessa altrove. Anche pagando, la vittima non potrebbe recuperare nulla — l’estorsione, in questo caso, è tecnicamente impossibile da onorare. Nella fase finale, l’agente è passato dalla cancellazione di singole righe all’eliminazione di schemi di database interi, commentando nel proprio stesso codice la logica di scelta dei bersagli (“database ad alto ROI da eliminare”) come farebbe un operatore che spiega a sé stesso perché sta agendo così.

Come si fa a dire che è stata davvero un’IA


Sysdig basa la propria valutazione su quattro elementi: codice auto-narrante saturo di commenti in linguaggio naturale che spiegano il “perché” di ogni azione; diagnosi e correzione degli errori a velocità di macchina, con timestamp che mostrano una finestra di 31 secondi tra un fallimento e una correzione multi-step accurata; comprensione dimostrata di testo libero incontrato durante l’operazione, non un semplice pattern-matching; e oltre 600 payload distinti ed efficaci eseguiti in una finestra temporale compressa. Anche l’indirizzo Bitcoin usato nella nota di riscatto è curioso: è l’esempio canonico di formato Pay-to-Script-Hash che compare in tutta la documentazione per sviluppatori Bitcoin — un caso da manuale di possibile “allucinazione” di un modello che ha semplicemente riprodotto un esempio della sua base di addestramento, oppure, alternativamente, un wallet reale scelto deliberatamente dall’operatore. Sysdig non è in grado di distinguere le due ipotesi senza visibilità sul system prompt dell’agente.

Cosa cambia per chi difende


Nessuna delle tecniche usate da JADEPUFFER è nuova: è la loro concatenazione autonoma, end-to-end, contro infrastrutture esposte e trascurate, a segnare un punto di svolta. La soglia di competenza per condurre un’estorsione digitale completa si sta abbassando a quanto costa far girare un agente — e se quell’agente gira su credenziali cloud rubate (LLMjacking), il costo per l’attaccante si avvicina allo zero.

  • Applicare la patch per CVE-2025-3248 su ogni istanza Langflow e non esporre mai endpoint di validazione/esecuzione codice a Internet
  • Non fare girare server di orchestrazione AI con chiavi API di provider o credenziali cloud nell’ambiente: isolarle in un secret manager lontano da processi raggiungibili dal web
  • Cambiare la chiave di firma token di default in Nacos, non esporlo mai a Internet e impedirgli di connettersi al database di backend come root
  • Non esporre mai account amministrativi di database su Internet; applicare credenziali forti e restrizioni per IP sorgente sulle porte di gestione
  • Applicare controlli di egress così che un host applicativo compromesso non possa contattare liberamente destinazioni esterne o database di staging
  • Monitorare cron job che invocano chiamate di rete in uscita e anomalie nello User-Agent, oltre agli IoC indicati sotto

Sysdig prevede che il volume e la varietà di queste campagne aumenteranno man mano che il tooling agentico matura. Il consiglio è trattare server applicativi esposti, config store non irrobustiti e account admin di database raggiungibili da Internet come le prime superfici che verranno colpite — non più da un operatore umano con uno script, ma da un agente che scrive da solo il proprio piano d’attacco, verificandolo passo dopo passo.

Indicatori di compromissione

Nome campagna: JADEPUFFER (agentic threat actor)
Vulnerabilità d'ingresso: CVE-2025-3248 (Langflow, RCE non autenticato)
C2 / accesso iniziale: 45.131.66[.]106
Beacon di persistenza: hxxp://45.131.66[.]106:4444/beacon (cron ogni 30 minuti)
Server di staging/exfil dichiarato: 64.20.53[.]230 (InterServer, AS19318)
Bersaglio secondario: server MySQL + Alibaba Nacos esposto
Vulnerabilità sfruttata sul bersaglio: CVE-2021-29441 (Nacos auth bypass) + chiave JWT di default
Credenziali MinIO sfruttate: minioadmin:minioadmin
Tabella di estorsione: README_RANSOM
Indirizzo Bitcoin: 3J98t1WpEZ73CNmQviecrnyiWrnqRhWNLy
Contatto: e78393397[@]proton[.]me
Dati distrutti: 1.342 elementi di configurazione Nacos + tabelle config_info/his_config_info
Chiave di cifratura: generata casualmente, mai salvata né trasmessa (dati non recuperabili)

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Old Midi Instruments Don’t Like Modern Midi. What’s To Be Done?


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In theory, MIDI is an electrical and protocol standard that allows any such equipped instrument or computer to talk to any other. But as the wonderfully named [Knob Monster] will tell you, when the computer is new, and the instrument is old, it ain’t that simple.

They specialise in using the Web MIDI interface to allow browser control of an instrument. This might typically be done with a USB to MIDI interface, but in this lies a problem. The 8-bit microprocessor on a 1983 synth has problems keeping up with the rapid-fire data that spews relentlessly from the supercomputer-grade machine controlling it, and bad things happen as a result.

Expensive MIDI interfaces have a buffer built in, but a better solution lies in the Web MIDI code itself. They detail how to use the Web MIDI API’s built-in packet scheduler to slow things down a little and let your Yamaha DX7 chill a bit.

Meanwhile, if you need a USB to MIDI interface, we’ve covered one in the past.


hackaday.com/2026/07/05/old-mi…

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1983, quando ancora c'erano tutte le speranze per un mondo migliore e nessuna paura per il fard arancione e l'ombretto celeste.
E Cyndi Lauper, come tutte noi, voleva divertirsi 🤟

#YSMR - track 007
One track. One Sunday. One spin.

🔗 open.substack.com/pub/youspinm…

#ysmr
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⚠️ Poor interface design keeps creating avoidable cyber incidents

The article argues that security failures increasingly stem from confusing user experiences, where better UI and UX decisions can reduce phishing, misconfigurations and human error.

🔗 read more: undercodetesting.com/ui-ux-is-the...

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Homelab Gets Linksys Themed Aesthetic


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If you’re building a homelab rig, you could just use off-the-shelf hardware in standard cases and slap it all in a rack like the normies do. Or, you could follow the example of [Justin Garrison] and build a more oddball setup.

This particular homelab is, at its heart, built from familiar components. There are two Raspberry Pi 5s, two Raspberry Pi 4s, a GMKtec NucBox M6 Mini with an ASUS GeForce RT 2060 GPU, a LattePanda IOTA, an NVidia DGX Spark, and an HP Z4 G4 mini PC. These machines are all laced together with a TP-Link LS108GB PoE switch. [Justin] has the mini PC running the control plane components, with the rig as a whole running Talos and Kubernetes workloads. What makes this build particularly appealing, though, is the aesthetics of the rig. [Justin] documents how he hacked this hardware to fit into a bunch of old Linksys router cases, which provides a pleasant early 2000s look to the build. This included a bit of hackery to get status LEDs flickering as they should be. [Justin] also took the time to make the power buttons accessible.

If you want to stunt on your friends with a rad homelab, you either have to go for maximum power, or maximum style. This build would be the latter. Video after the break.

youtube.com/embed/QcRyje_gGYM?…


hackaday.com/2026/07/05/homela…

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RHC Conference 2026 - Intervista a Patricio Xavier Zambrano Rodríguez

📍Guarda il video: youtube.com/watch?v=OtQrmRdKTP…

#redhotcyber #rhcconference #conferenza #informationsecurity #ethicalhacking #dataprotection

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Sony ha già pensato a un nuovo utilizzo del proprio stabilimento dove producono i dischi PlayStation

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/sony-ha-g…

A cura di Luigi Zullo

#redhotcyber #news #sony #dischiottici #giochi #produzione #digitale #copiefisiche #disco

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Il CEO di Palantir critica il modello a token di OpenAI e Anthropic e incentiva le AI Open Weight

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/il-ceo-di…

A cura di Carolina Vivianti

#redhotcyber #news #intelligenzaartificiale #criticamodelлотoken #aistatunitensi #ingestibile

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361 – I Mondiali di calcio sono finti AI-powered! camisanicalzolari.it/361-i-mon…

La sfida dei data center spaziali


@Informatica (Italy e non Italy)
La Cina ha già lanciato i primi satelliti per elaborare dati in orbita. Gli Stati Uniti, tra Pentagono, Google e SpaceX, stanno facendo lo stesso. Nasce una nuova infrastruttura digitale globale?

#GuerreDiRete è la newsletter curata da @Carola Frediani

Make a DIY E-ink Faceplate For Valve’s Steam Machine


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Valve has always designed hacker-friendly hardware, and in that spirit, [NaKyle Wright] released Inkterface, a design for an E-ink faceplate to fit the recently released Steam Machine. As far as projects go, this one is meticulously documented, so give it a peek.

The system uses a selection of components that include a 5.83″ E-ink panel and driver board, a small lithium-polymer battery, and an ESP32-based controller board. A cleverly-designed 3D printed frame and bezel hold everything just so, creating a snug assembly with minimal wiring hassles.
A small service can be easily configured to control how the display updates.
The faceplate is wireless and self-contained, attaching with the help of four magnets. On the software side, the host machine communicates over Bluetooth, and a service takes care of pushing updates. An app for configuring and talking to the display will be available on Steam eventually, but in the meantime one can install that part manually.

[NaKyle]’s bill of materials calls for specific components, but the underlying design is very modular. Should one wish to make hardware or component changes, alterations to the 3D printed parts might be needed as well. Fortunately, [NaKyle] includes the .step files alongside the .stl models. We love to see that, because it makes tweaking or customizing so much more accessible. A homebrewed version of this E-ink panel might be just the thing to complement a homebrewed Steam machine.

Be sure to also check out the repository of Steam hardware, which contains drawings and 3D models of the Steam Deck and Steam Controller, useful for designing holders or custom brackets or whatever else one may need.


hackaday.com/2026/07/04/make-a…

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Security Affairs #newsletter Round 584 by Pierluigi Paganini – INTERNATIONAL EDITION
securityaffairs.com/194772/sec…
#securityaffairs #hacking

The Persistent Display We Never Got


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We all know the e-ink persistent displays, as they’re cheap and plentiful enough to have become ubiquitous in applications such as supermarket price labels. But we don’t often see some of the other technologies that almost did the same thing. The BBC Archive has a report from 1986 showing one of them, a prototype display from STC.

E-ink relies on flipping the arrangement of black and white particles in its pixels, while this one has a fluid in which the molecules are aligned to let light through, or dispersed randomly, at which point they block light. Frustratingly, we aren’t told what the liquid is, but we are given what might be the reason that we’ve never seen one. The activation voltage is rather high at 200 volts. It’s still a fascinating glimpse of something we might have had, with some tasty early-PC-era portables along the way.

The BBC archive has served up quite a bit of retro goodness over time, and we’ve certainly featured one or two of them over time. A recent one was this demonstration of email via a flight to Amsterdam, from the same year as today’s display.

youtube.com/embed/fM7BpmJlRIs?…


hackaday.com/2026/07/04/the-pe…

Using Flatpak to Run a 1996 Version of the GIMP on Modern Linux


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Although there’s probably no good reason to want to run image editing software from 1996 other than for nostalgia’s sake, if you ever wanted to run the GIMP version 0.54 from back when Windows 98 was still called Windows 97, you can do so now from the comfort of a modern-day Linux desktop. What enables this is a Flatpak version of a beta release, assembled by [balooii] for everyone’s enjoyment.

It wasn’t a simple matter of compiling the old software’s code and packaging it up, with the repository for the project containing a series of patches that were required to make this possible. Also of note is that this is the first version of GIMP with full surviving source code. Back then, GIMP used the Motif widget toolkit. Later on, it switched to the GIMP Toolkit (GTK).

Bundled with this Flatpak release are a lot of plugins and tutorials that were created at the time, making it a veritable time capsule of a more innocent era. As noted by [balooii], this version of GIMP was very much Beta software, with all of the UI quirks you’d expect. It also features the multiple unconnected windows (not MDI) approach to its UI – dropped in more recent GIMP releases — that has enraged proponents of the single window approach, as used by all commercial competitors, including Paint Shop Pro and Photoshop.


hackaday.com/2026/07/04/using-…

Disk Polishing Goes Open Source


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Optical media is great — it’s pretty high density, relatively durable, and decently long-lasting if
a selection of before-and-after shots“That’ll buff out” is very often true when it comes to disks.
well cared for. If not well cared for, well, it’s only relatively durable, and we’ve probably all picked up a second-hand disk that’s too scratched to use. The X-Box 360 is notorious for causing circular damage, and while decent disk cleaners were easy to get in the 90s, we’re not sure how far we trust what’s on offer at retailers today. Hence [Dennis], aka [RetroGameRevival]’s RGR ezBuff polishing machine, which does exactly what it says on the tin: buffs disks to a polish, easily.

We’d say the whole thing is 3D printed, but of course you still need a motor and controller — if you had to turn a crank, that would just be a Buff polishing machine, no ez — and we’ve yet to see a printer poop out polishing compound. If you build it, keep in mind that you’re taking the top layer of material off the disk to polish scratches away, so don’t overdo it. It’s entirely possible to ruin a disk beyond repair with too-aggressive buffing; it’s also possible for disks to be scratched too deeply to save. Polishing can’t save genuine disk rot, though in our experience you’re more likely to find scratched disks than rotten ones. Still, [Dennis]’s birthday gift to the community — it was apparently released on his birthday — should keep more than a few disks out of the trash.

With Sony getting out of the disk game, physical media is becoming more precious than ever, so it’s good to see what looks like a quality polishing option for those of us who either never had a polisher or didn’t save theirs. If you really want your disks to last, maybe we should bring back CD caddies.

Thanks to [Dean] for the tip, via timeExtension.com.


hackaday.com/2026/07/04/disk-p…

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Se aiuti Anna's Archive a derubare i ladri di libri, la tua parte del bottino saranno 200.000 e la gratitudine dei pirati di tutto il mondo... 🤣

Google Libri contiene molti libri scansionati, ma vengono resi pubblici solo tramite ricerca, dove vengono visualizzati come piccoli frammenti attorno ai risultati di ricerca.
Se hai trovato un metodo che ritieni possa essere ampliato, contattaci tempestivamente con il tuo prototipo e potremmo essere in grado di aiutarti ad ampliarlo.
Se lavori in Google e hai accesso a questi dati, allora ci rendiamo conto che 200.000 dollari significano poco per te, ma saresti considerato un archivista leggendario se riuscissi a rubare di nascosto questi dati.
Questa ricompensa si applica anche ad altre collezioni di dimensioni simili, ad esempio raccolti dalle aziende di intelligenza artificiale, soprattutto se la collezione comprende in modo significativo libri rari.

software.annas-archive.gl/Anna…

@Pirati Europei

Time Never Moves Slowly With This Clock


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A clock is by its very nature a device for measuring time, and thus it moves forward at a constant rate. But how about in a theatrical setting, where time runs at the whim of the director? For the stage, a clock with more flexibility is required. To this endeavor [Playful Technology] has you covered, with a larger than life stage clock whose hands are independently controllable by DMX.

Behind the clock is a very unusual part, not the modified clock mechanism one might expect, but a dual stepper motor with a concentric shaft. This is driven by an Arduino with a stepper driver shield more familiar from the world of 3D printers, and an RS485 interface for DMX interfacing. The hands are built in OpenSCAD, and 3D printed to be an interference fit on the shafts. The DMX controller software has a handy rotating knob style interface, allowing easy hand manipulation.

You can see the results in the video below, complete with an exhaustive dissection of the Arduino code. Meanwhile DMX is itself a fascinating subject, and in the past we’ve taken a deep dive into RS485.

youtube.com/embed/aNzjVnKY678?…


hackaday.com/2026/07/04/time-n…

THE TRAIN NATO

@Informatica (Italy e non Italy)

Quando il problema erano i missili che russi e americani piazzavano nei territori amici – o fratelli, come si chiamavano tra loro gli stati del blocco sovietico – i paesi Nato festeggiarono il segretario di stato George Schultz - convinto artefice di accordi di riduzione degli arsenali – regalandogli, nell’ultima seduta del Consiglio cui partecipò, un trenino in miniatura

Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

U.S. Government Agency Paid $1M to Data Extortion Group #Kairos
securityaffairs.com/194750/sec…
#securityaffairs #hacking
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Il costo del phishing continua ad aumentare, quindi le aziende hanno deciso di spendere di meno (WTF)

Il phishing è attualmente il metodo principale per infiltrarsi in un'azienda.
Non a caso, le aziende colpite hanno ridotto la spesa prevista per la sicurezza dal 63% al 49%.

Il post di @signorina37

blog.baited.io/2026/cost-of-ph…

@informatica

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Fable 5 hackerato di nuovo dopo 48 ore: riscoppia l’allarme sicurezza nazionale?

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/fable-5-h…

A cura di Massimiliano Brolli

#redhotcyber #news #cybersecurity #hacking #malware #sicurezzainformatica #fable5

Yesterday’s Technology, Re-engineered Today


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Watching [sprite_tm]’s build of a handheld 486-based gaming computer, we got to thinking about retro computers and the eternal questions of how much of the computer needs to be actually “old” for it it be retro. Where is the soul of a retro computer? The CPU? The old yellowing plastic case? Maybe it depends on what you’re trying to get out of the hobby.

There is of course a spectrum of people playing around with old computers. For some people, let’s call them “vintage computer enthusiasts”, half of the fun is in keeping the actual old hardware running. This group tends to know what teletype lubricant smells like, and how to tell which capacitors need replacing.

For others, “team retro”, the joy is in using the machine itself, whether that be teaching the old dogs new tricks, or simply loading up nostalgic video games. Team retro is more content with emulations or emulations that are wrapped up neatly in hardware workalikes. They know which registers need POKEing, and whether or not Commander Keen is running at the right framerate.

I think [sprite_tm]’s project falls in with yet another camp, the retro-reengineers. Here, the idea is to step through the engineering lessons of the past by re-designing something from a bygone era. So when [sprite_tm] went with a period 486 CPU backed up by a modern FPGA, perhaps ironically borrowing code from the modern MiSTer project, it makes sense for his goals. Retro-reengineers know the bus architecture and the memory timings, and they are reinventing the wheel as a learning experience. Or in the case of [Voja Antonic]’s imaginary four-bit machine, it’s a teaching experience.

How you work often reflects what you’d like to get out of the project, and at Hackaday, of course, we love all of the above! We’ve identified at least three broad schools of fooling around with old computers. Are we missing any?

This article is part of the Hackaday.com newsletter, delivered every seven days for each of the last 200+ weeks. It also includes our favorite articles from the last seven days that you can see on the web version of the newsletter. Want this type of article to hit your inbox every Friday morning? You should sign up!


hackaday.com/2026/07/04/yester…

DK 10x38 - È arrivato il fenomeno


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Non c'è corte, per quanto folle o corrotta, che non abbia i suoi cantori.


dk.dataknightmare.eu/dk10x38-e…


DK10x38 - È arrivato il fenomeno


Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Ho letto con una certa fatica una breve intervista sul Sole24Ore a firma di Roberto Manzocco, segnalatami dall'implacabile Daniele.

Inizialmente avevo desistito, non tanto perché avevo 32 gradi in casa, ma per l'incipit:

I dati personali sono il nuovo petrolio.


Che è sempre stata una stronzata sesquipedale, ma nella mia ingenuità pensavo che dopo dopo dieci anni che ne parliamo e che tutti vedono con i loro occhi che interessi serve, pensavo fosse almeno passata silenziosamente nel dimenticatoio degli AI bro.

E invece no, perché arriva il fenomeno che si mette a fare discorsi come se fossimo a Dicembre 2022, avessero lanciato chatGPT ieri, e non ci avessero già strinato i cabbasisi a suon di puttanate.

Parliamo del prof. Stefan Lorenz Sorgner, filosofo transumanista che insegna alla John Cabot University a Roma.

Come già Cesare ragazzi, anche Sorgner ha avuto un'idea meravigliosa: i problemi dell'Europa derivano dal fatto che non fa come gli USA e la Cina.

Ascoltate:

“Per addestrare un’IA affidabile, abbiamo bisogno di raccolte strutturate ed esaurienti di dati digitali reali e personalizzati. Se le persone possono scegliere di non partecipare, il bacino di dati diventa frammentato e distorto, rendendolo inutile per ottenere informazioni cruciali".


Io direi che qualcuno deve prima dimostrare che addestrare un'IA affidabile, qualsiasi cosa ciò significhi, sia un obiettivo necessario o almeno desiderabile. Abbiamo detto mille volte che Intelligenza Artificiale è un termine di marketing che vuol dire tutto e niente.

E occhio, non lo dico io. John McCarthy, che il termine lo ha inventato, ha detto di averlo scelto proprio perché lo considerava ideale per attrarre fondi di ricerca.

Seconda cosa, le caratteristiche della raccolta dei dati dipendono dall'obiettivo che si ha.
"Raccogliamo tutti i dati, poi vediamo quali ci servono" non è solo lo slogan degli AI bro, ma anche quello dei loro eterni finanziatori nell'intelligence e nella Difesa statunitensi.

Ipotizzare a priori una raccolta universale di dati addirittura biometrici, per di più obbligatoria, significa non avere idea della pericolosità intrinseca di qualsiasi raccolta di dati, soprattutto quando non ha vincoli precisi.

E naturalmente, se arriva un altro fenomeno a dire "eh no, ma si dice prima a cosa serve la raccolta e poi li si usa olo per quello", complimenti genio, hai citato il GDPR.

Ma andiamo avanti con l'intervista di Manzocco, che sintetizza:

I dati digitali guidano il progresso del XXI secolo in tre aree fondamentali: la ricerca scientifica, l’elaborazione di politiche basate su dati concreti e l’ingegneria, in particolare l’IA medica. Per addestrare l’IA a individuare anche le patologie più rare, un set di dati completo è imprescindibile.” (Manzocco, 2026)


Di nuovo, siamo di fronte a ipotesi, di moda finché volete ma tutte da dimostrare; come è da dimostrare che queste ipotesi richiedano necessariamente la raccolta universale e obbligatoria di cui parlava Sorgner poco fa. Perché il passaggio logico mi manca tanto quanto la fondatezza delle ipotesi.

Riguardo alla ricerca scientifica, per dirne una, il vaccino per il COVID lo hanno fatto a Cambridge e in Germania, non negli USA. E lo hanno realizzato facendo ricerca, non tritando dati personali.

Fin qui è tutta fuffa Andiamo avanti.

Se l’Ue - continua Sorgner - vuole rimanere competitiva, dobbiamo abbandonare il GDPR…


Eccolo là, il famoso GDPR che limita le imprese e frena lo sviluppo, l'argomento preferito degli algopirla e di quelli che non sanno di cosa parlano. È molto divertente, perché è un argomento mutante. Ogni volta che chiedi spiegazioni ti fanno un esempio generico, tu lo smonti, e loro, "no, ma anche".

E il registro dei trattamenti non va bene. Ma anche le informative non vanno bene. Ma anche la necessità del consenso non va bene. Ma anche la minimizzazione non va bene. Ma anche le misure di sicurezza non vanno bene.

Abbiate il coraggio di dirlo chiaramente: vi rompe il cazzo dover fare qualsiasi cosa che non sia cercare il vostro profitto individuale. Abbiate il coraggio di ammetterlo, il vostro ideale di industria è quella dell'Ottocento, sessanta ore la settimana e operai di dodici anni.

Andiamo avanti.

Nel XXI secolo, i dati digitali personalizzati e, in particolare i dati biometrici, sono la nuova moneta del benessere pubblico


Sai che novità, è uno slogan del 2006, ed è una stupidata in qualsiasi modo lo giri, funziona solo come messaggio di marketing. Da un professore mi aspetterei di più.

Ma di nuovo Sorgner:

«La mia proposta è un Contratto Sociale sui Dati: i cittadini forniscono i propri dati biometrici a un sistema centralizzato e governato democraticamente. In cambio, lo Stato garantisce “libertà positive”, come un sistema sanitario universale e iper-personalizzato, l’accesso a tecnologie mediche all’avanguardia e una maggiore durata della vita in buona salute. La condivisione dei dati biometrici deve diventare un dovere civico».


Fatemi capire, lo Stato incamera i dati di tutti, a ciclo continuo, e tutti vivranno felici e contenti? Cosa ci impedisce di vivere felici e contenti finanziando lo stato sociale senza questo nuovo Contratto Sociale sui Dati: le ipotesi non dimostrate di cui abbiamo parlato prima?

Che meraviglioso ragionamento circolare.

Questa idea meravigliosa Sorgner la chiama Euro-transumanesimo. Che è diverso dal transumanesimo perché dovrebbe avere luogo in Europa. È una differenza sostanziale.

Chi mi segue ormai sa che quando uno arriva e ti dice che i dati sono il nuovo petrolio lo stronzatometro ha un picco. Ma Sorgner non si limita a questo, che sarebbe solo uno slogan vecchio di vent'anni e dimostrato falso un'infinità di volte. No, lui, in quanto filosofo, fa un ragionamento. Sto usando questa parola nell'accezione più ampia possibil, perché state sentendo, di che calibro è il ragionamento.

Dice Sorgner, adesso noi cediamo i dati personali a Google in cambio di una mail gratuita, sai che roba. Invece, cito

in un quadro democratico, la raccolta dei dati sarebbe obbligatoria, ma in cambio i cittadini otterrebbero una trasparenza assoluta…


Non so in quale armadio abbia vissuto il professore negli ultimi otto anni, ma la trasparenza sull'utilizzo dei propri dati personali è garantita proprio da quel GDPR che lui vorrebbe abbandonare.

Se c'è qualcosa del GDPR che lascia a desiderare, è la sua applicazione da parte delle autorità Garanti, che operano a macchia di leopardo, si lasciano trascinare per anni e alla fine applicano ai giganti del digitale sanzioni del tutto inefficaci.

Ecco, questo è qualcosa che potremmo abbandonare, non certo i principi del GDPR, che vengono copiati in tutto il mondo (meno negli USA, ma perché lì i diritti umani si limitano al diritto del consumatore, e poi ora sono troppo occupati a diventare una plutocrazia fascistoide).

Andiamo avanti. Sintetizza Manzocco:

Trattando i dati come una tassa pubblica elaborata da algoritmi incorruttibili piuttosto che da attori umani facilmente compromettibili, ci assicureremmo che l'IA sia addestrata sul mondo reale di tutti i cittadini.


Di nuovo, su quale pianeta vive il professor Sorgner?
Ah già, insegna a Roma, e allora cosa si fuma, e soprattutto, perché non la passa?

Battute a parte, "algoritmi incorruttibili" è un'idiozia che vive nell'Olimpo delle idiozie, a fianco delle blockchain, dei "contratti software" e del nostro futuro nel Metaverso.

Non so, vogliamo parlare dell'incorruttibilità dell'algoritmo che l'altr'anno fece le graduatorie dei precari della scuola?

L'incorruttibilità degli algoritmi non appartiene a questo mondo, ma sono sicuro che qualsiasi venditore di algoritmi mi darebbe volentieri torto.

L'articolo di Manzocco si chiude in gloria:

“Secondo Sorgner dal punto di vista digitale, l’Ue non ha nemmeno raggiunto il Medioevo”… “Poiché la prosperità economica e scientifica dipende ora principalmente dai Big Data, il GDPR ha di fatto danneggiato il vantaggio competitivo dell’Europa.”


Mi dispiace vedere una simile quantità di stronzate pubblicata sul Sole, sarà che ci ha lavorato Quintarelli. Quest'ultimo barrage di stronzate non vale nemmeno il fiato per chiamarle per nome. Ma purtroppo, come tutte le stronzate che girano attorno all'Intelligenza Artificiale, fanno un sacco bene alla carriera.

Giusto una cosa per chiudere. Il transumanesimo, come l'accelerazionismo, come l'Altruismo Efficace, sono apologetica per plutocrati; gli fornisce scuse acchiappapolli come l'Intelligenza Artificiale Generale e la Singolarità, per ignorare i propri obblighi civici e dedicarsi al proprio tossico interesse personale: come dice Cory Doctorow, non c'è modo di realizzare miliardi senza far male alle persone.

E il male alle persone va inteso in senso letterale, perché grattando il transumanesimo scopri l'eugenetica, scopri la scienza della razza, e tutto un armamentario di sterco intellettuale che Sorgner, da tedesco, dovrebbe conoscere bene, e che pensavano fosse possibile consegnare per sempre alle fogne della storia e che invece viene riportato in auge da inutili riccastri ghigliottinabili.

Ma c'è sempre quello che, vedendo un inutile riccastro, pensa che suonandogli il mandolino si finisce per cenare in villa.


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🔎 AI growth could turn security into business bottleneck

The AI-driven economy is projected to surpass $20 trillion by 2030, making identity, data governance and model security critical to sustaining enterprise growth.

🔗 read more: undercodetesting.com/from-paper-t...

#ransomNews #cybersecurity

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Five Solar Air Heating Methods Tested


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For as good as solar panels are at converting sunlight directly into usable electricity, especially for how cheap they’re becoming, they can still only gather around 20-30% of the energy that hits them. That’s fine if you have a large roof or a huge tract of land, but if you have limited space and need to do something like heat a home, there are better options available to capture more of that energy. [Greenhill Forge] has built five solar air heating panels to test this concept, and do it much more inexpensively than commercial options.

These solar heaters use sunlight to heat a fluid, in this case air, and move that heated fluid to another space. Each panel is about two square meters, insulated on all sides except the top, and configured in a way that air can flow past something that the sun has heated. The first panel, a control, does not use a glazing to help trap this heat, but the rest all have a polycarbonate window to increase the greenhouse effect of the panels. The four remaining all experiment with the way air flows around a black corrugated steel sheet to gather more of the heat, with the fifth panel using a set of black screen instead.

With the panels all set out in the sun, [Greenhill Forge] is using a set of thermocouples from a previous project to measure the efficiency of each panel. Surprisingly, he found that the panel using the layers of screen was the best at gathering energy, although he notes several times that these types of panels are extremely sensitive to changes in physical configuration, so this is not the most definitive test possible. However, at only around $100 per panel it’s quite a deal if the goal is a usable space heater that doesn’t use any fuel or grid electricity.

youtube.com/embed/8cPuVZjnbi4?…


hackaday.com/2026/07/04/five-s…

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L’hacker 19enne Peter Stokes di Scattered Spider estradato negli Stati Uniti

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/lhacker-1…

A cura di Chiara Nardini

#redhotcyber #news #hacking #cybersecurity #pirateriainformatica #frodeinformatica

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RHC Conference 2026 - Intervista a Guido Scorza

📍Guarda il video: youtube.com/watch?v=hQgDnQ0qCd…

#redhotcyber #rhcconference #conferenza #informationsecurity #ethicalhacking

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Google e FBI fermano NetNut, la gigantesca rete di proxy residenziali. Milioni di dispositivi coinvolti

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/google-e-…

A cura di Luigi Zullo

#redhotcyber #news #cybersecurity #hacking #malware #ransomware #sicurezzainformatica

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Fail2ban su Linux: la configurazione giusta per proteggere davvero il server dal brute-force
#tech
spcnet.it/fail2ban-su-linux-la…
@informatica


Fail2ban su Linux: la configurazione giusta per proteggere davvero il server dal brute-force


Il rumore di fondo di internet


Basta esporre un server Linux con SSH o un pannello di login web e, nel giro di poche ore, i log di autenticazione iniziano a riempirsi di tentativi falliti: scanner automatici che provano credenziali comuni su SSH, bot che martellano i form di login di WordPress, richieste che cercano endpoint vulnerabili. Non è un attacco mirato: è rumore costante e automatizzato a cui ogni IP pubblico è esposto, ventiquattr’ore su ventiquattro.

Fail2ban resta la risposta più pragmatica a questo problema da oltre quindici anni. Osserva i file di log (o il journal di systemd), riconosce pattern di autenticazione fallita e, superata una soglia configurabile, banna l’IP a livello di firewall. È leggero, flessibile e presente nei repository di ogni distribuzione. In questo articolo vediamo come installarlo, configurarlo correttamente — evitando l’errore più comune, cioè modificare il file sbagliato — e alcune tecniche di tuning che fanno la differenza tra una protezione reale e un servizio che gira senza incidere davvero.

Come funziona, in tre concetti


Fail2ban si basa su tre elementi che vale la pena avere chiari prima di toccare la configurazione:

  • Filter: un insieme di pattern regex che riconoscono le righe di log corrispondenti a un fallimento di autenticazione.
  • Jail: combina un filtro con un percorso di log, le soglie di attivazione e l’azione da eseguire.
  • Action: cosa succede al superamento della soglia — tipicamente un ban a livello di firewall, ma può includere anche una notifica email.

Fail2ban include già filtri e jail pronti per decine di servizi: SSH, Apache, Nginx, Postfix, Dovecot e altri. Nella maggior parte dei casi basta abilitare le jail che servono e regolare pochi parametri numerici.

Installazione

# Debian / Ubuntu
sudo apt update
sudo apt install fail2ban

# Fedora / RHEL 9+ / Rocky / AlmaLinux
sudo dnf install fail2ban

# Arch Linux
sudo pacman -S fail2ban

Abilitazione e avvio del servizio:
sudo systemctl enable --now fail2ban
sudo systemctl status fail2ban

Se lo stato non riporta active (running), i log spiegano quasi sempre il motivo:
sudo journalctl -u fail2ban -n 50

Il modo corretto di configurare Fail2ban


Il primo errore, molto comune tra chi lo usa per la prima volta, è modificare direttamente /etc/fail2ban/jail.conf. Quel file viene sovrascritto ad ogni aggiornamento del pacchetto, e tutte le modifiche vanno perse silenziosamente al primo upgrade.

L’approccio corretto è creare un file separato nella directory jail.d:

sudo nano /etc/fail2ban/jail.d/custom.conf

In alternativa, si può copiare il file di default e modificare la copia:
sudo cp /etc/fail2ban/jail.conf /etc/fail2ban/jail.local

Le impostazioni nei file sotto jail.d/ e in jail.local sovrascrivono quelle di default in jail.conf. Usate sempre uno di questi due metodi, mai il file originale.

La sezione [DEFAULT]: i parametri che contano

[DEFAULT]
bantime  = 1h
findtime = 10m
maxretry = 5
ignoreip = 127.0.0.1/8 ::1

Vale la pena capire bene ciascun valore:
  • bantime: durata del ban. Il default di molte distribuzioni è 10 minuti, decisamente troppo poco. Un’ora è un minimo ragionevole; per attaccanti persistenti si può salire a 24 ore o anche una settimana.
  • findtime: la finestra temporale in cui vengono contati i fallimenti. Con i valori di esempio, 5 fallimenti in 10 minuti fanno scattare il ban.
  • maxretry: numero di fallimenti prima del ban. 5 è ragionevole per SSH; si può scendere a 3 per una protezione più aggressiva.
  • ignoreip: IP che non verranno mai bannati. Aggiungete sempre il vostro IP qui prima di abilitare qualsiasi jail — restare bloccati fuori dal proprio server è un problema fastidioso da risolvere da remoto.

Se il server ha anche un indirizzo IPv6 pubblico, includetelo in ignoreip: Fail2ban supporta IPv6, ma alcuni filtri più datati riconoscono solo pattern IPv4, quindi vale la pena verificare che le jail intercettino entrambi i protocolli.

ignoreip = 127.0.0.1/8 ::1 VOSTRO.IP.PUBBLICO

Nota: bantime accetta anche il valore -1 per un ban permanente. Da usare con cautela, perché un errore di configurazione può bloccare IP legittimi in modo definitivo.

Jail SSH, Apache e Nginx


La jail SSH è quella più importante per la maggior parte dei server, anche se in alcune distribuzioni va abilitata esplicitamente:

[sshd]
enabled  = true
port     = ssh
logpath  = %(sshd_log)s
backend  = %(sshd_backend)s
maxretry = 3
bantime  = 1h

Se SSH è stato spostato su una porta non standard (buona pratica), aggiornate la riga port:
port = 2222

Sui sistemi basati su systemd, la variabile %(sshd_log)s punta automaticamente al journal. Sui sistemi più datati che scrivono su /var/log/auth.log o /var/log/secure, Fail2ban gestisce la differenza tramite il parametro backend.

Per i server web, Apache e Nginx attirano un tipo di abuso diverso: scanner di endpoint 404, bruteforcer di login, bot che generano richieste inutili.

# Apache
[apache-auth]
enabled  = true
logpath  = %(apache_error_log)s
maxretry = 5

[apache-badbots]
enabled  = true
logpath  = %(apache_access_log)s
maxretry = 2

# Nginx
[nginx-http-auth]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 3

[nginx-limit-req]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 10

La jail nginx-limit-req intercetta i client che superano i limiti impostati con limit_req nella configurazione Nginx: una combinazione utile se avete già lavorato sul tuning delle performance del web server. Se Fail2ban segnala che un percorso di log non esiste, impostatelo esplicitamente, ad esempio logpath = /var/log/nginx/error.log.

Dopo ogni modifica, ricaricate la configurazione:

sudo fail2ban-client reload

Verificare lo stato delle jail e i ban attivi

sudo fail2ban-client status
Status
|- Number of jail:      3
`- Jail list:   nginx-http-auth, sshd, apache-badbots

Per il dettaglio di una singola jail:
sudo fail2ban-client status sshd
Status for the jail: sshd
|- Filter
|  |- Currently failed: 2
|  |- Total failed:     143
|  `- File list:        /var/log/auth.log
`- Actions
   |- Currently banned: 5
   |- Total banned:     38
   `- Banned IP list:   203.0.113.7 198.51.100.22 ...

Centoquaranta tentativi falliti in pochi giorni non sono un’anomalia: su un server esposto a internet è la norma, ed è proprio per questo che Fail2ban è utile.

Ban e unban manuali sono comandi da tenere a portata di mano:

sudo fail2ban-client set sshd banip 203.0.113.99
sudo fail2ban-client set sshd unbanip 203.0.113.99

La jail recidive: bloccare chi torna


Una delle funzionalità meno usate ma più efficaci è la jail recidive, che osserva il log di Fail2ban stesso e banna in modo più severo gli IP che, dopo un ban scaduto, ricominciano subito.

[recidive]
enabled  = true
logpath  = /var/log/fail2ban.log
action   = %(action_mwl)s
bantime  = 1w
findtime = 1d
maxretry = 5

Con questa configurazione, un IP bannato 5 volte in un giorno riceve un ban di una settimana. È quanto di più vicino a una blocklist persistente di attaccanti si possa ottenere senza ricorrere a feed di threat intelligence esterni. Se il sistema non scrive su /var/log/fail2ban.log (setup solo journal), impostate backend = systemd nella jail recidive.

Testare i filtri prima di fidarsi


Prima di abilitare una jail, conviene verificare che il filtro corrisponda davvero alle righe di log presenti sul sistema:

sudo fail2ban-regex /var/log/auth.log /etc/fail2ban/filter.d/sshd.conf

L’output mostra quante righe sono state riconosciute e quali IP sono stati estratti. Un filtro che non intercetta nulla non protegge nulla — vale soprattutto quando si scrivono filtri personalizzati per applicazioni custom, che vivono in /etc/fail2ban/filter.d/:
# /etc/fail2ban/filter.d/miaapp-auth.conf
[Definition]
failregex = ^ .* "POST /login" 401
ignoreregex =

Il tag <HOST> è obbligatorio in un filtro reale: Fail2ban lo sostituisce con una regex che cattura l’indirizzo IP da bannare. Senza, il filtro non estrae nulla di utile. Tenete la regex il più specifica possibile: un pattern troppo largo rischia di bannare traffico legittimo.

nftables e firewalld: adattare il backend


Su Debian 12+ e Ubuntu 22.04+, nftables è il backend firewall predefinito. L’azione di default di Fail2ban usa ancora iptables, che sui sistemi moderni funziona tramite il layer di compatibilità iptables-nft. Su installazioni nftables “pure”, senza quel layer, va impostata esplicitamente l’azione corretta:

[DEFAULT]
banaction = nftables-multiport
banaction_allports = nftables-allports

Su RHEL, Fedora e Rocky, dove il firewall è gestito da firewalld, serve analogamente:
[DEFAULT]
banaction = firewallcmd-rich-rules
banaction_allports = firewallcmd-allports

Verificare quale sia effettivamente attivo evita ban silenziosamente inefficaci: sudo nft list ruleset per nftables, sudo systemctl status firewalld per firewalld.

Ban persistenti e notifiche email


Per default i ban vivono in memoria e un riavvio del server li cancella tutti. Per renderli persistenti:

[DEFAULT]
dbfile     = /var/lib/fail2ban/fail2ban.sqlite3
dbpurgeage = 7d

Su Debian 12+, Ubuntu 22.04+ e Fedora 38+ il database SQLite è già abilitato per default. Questo stesso database alimenta anche la jail recidive, quindi il parametro conta doppio se la usate.

Per ricevere una notifica email ad ogni ban (richiede un setup di invio funzionante, ad esempio postfix o msmtp):

# Solo ban:
action = %(action_)s
# Ban + notifica email:
action = %(action_mw)s
# Ban + email con le righe di log rilevanti:
action = %(action_mwl)s
[DEFAULT]
destemail = voi@vostrodominio.it
sender    = fail2ban@vostroserver.it

Una configurazione di partenza completa

[DEFAULT]
bantime    = 2h
findtime   = 10m
maxretry   = 5
ignoreip   = 127.0.0.1/8 ::1
dbfile     = /var/lib/fail2ban/fail2ban.sqlite3
dbpurgeage = 7d

[sshd]
enabled  = true
port     = ssh
logpath  = %(sshd_log)s
backend  = %(sshd_backend)s
maxretry = 3
bantime  = 6h

[nginx-http-auth]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 4

[nginx-limit-req]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 10

[recidive]
enabled  = true
logpath  = /var/log/fail2ban.log
bantime  = 1w
findtime = 1d
maxretry = 5
sudo fail2ban-client reload
sudo fail2ban-client status

Cosa Fail2ban non risolve


Fail2ban è reattivo, non preventivo: banna dopo che l’attacco è già in corso. Non copre attacchi brute-force distribuiti su migliaia di IP diversi (con uno o due tentativi ciascuno), exploit zero-day che non generano righe di log, o attacchi a livello applicativo che non falliscono l’autenticazione in modo riconoscibile.

Per una protezione a più livelli, Fail2ban va affiancato ad autenticazione SSH tramite chiave (disabilitando del tutto l’autenticazione a password), un firewall configurato correttamente e revisioni periodiche dei log. Vale anche la pena controllare i limiti di sistema (file descriptor) se il volume di ban è elevato, per evitare che sia Fail2ban stesso a saturare le risorse.

Riferimento rapido

sudo fail2ban-client status                          # elenco jail
sudo fail2ban-client status sshd                      # stato di una jail
sudo fail2ban-client set sshd banip 1.2.3.4           # ban manuale
sudo fail2ban-client set sshd unbanip 1.2.3.4         # unban
sudo fail2ban-client reload                           # ricarica config
sudo fail2ban-regex /var/log/auth.log /etc/fail2ban/filter.d/sshd.conf  # test filtro
sudo tail -f /var/log/fail2ban.log                    # ban in tempo reale

Conclusione


Fail2ban è uno di quegli strumenti che si guadagnano un posto fisso su ogni server Linux esposto a internet: l’installazione richiede pochi minuti e, anche con un tuning minimo, elimina una quantità enorme di rumore da scanner SSH e probe web. La differenza pratica maggiore la fanno tre accorgimenti: impostare un bantime sensato (i 10 minuti di default sono quasi inutili), aggiungere sempre il proprio IP a ignoreip prima di abilitare le jail, e attivare la jail recidive. Da soli, questi tre passaggi migliorano drasticamente l’efficacia di Fail2ban rispetto a un’installazione lasciata ai valori di default.

Fonte originale: LinuxBlog.io – Fail2ban on Linux: Protect Your Server from Brute-Force Attacks


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Agenti AI invisibili in Microsoft Entra: come rilevarli e prevenirli prima che diventino un rischio
#tech
spcnet.it/agenti-ai-invisibili…
@informatica


Agenti AI invisibili in Microsoft Entra: come rilevarli e prevenirli prima che diventino un rischio


Il punto cieco della governance AI: gli agenti che Entra non vede


Negli ultimi mesi ogni organizzazione con un tenant Microsoft 365 è passata da “come possiamo sfruttare l’AI” a “come possiamo controllarla”. Microsoft ha risposto irrobustendo l’integrazione degli agenti con Entra Agent ID e Copilot Studio, e anche fornitori terzi come Anthropic si stanno muovendo nella stessa direzione con connettori applicativi per M365. Il problema è che molti agenti AI sono già entrati nel tenant prima che questi meccanismi esistessero, e alcuni percorsi permettono tuttora a un’AI “non autorizzata” di operare senza lasciare traccia evidente.

Il rischio più concreto non sono gli agenti registrati e visibili in Entra, ma quelli che operano nascosti dietro identità utente legittime e dispositivi considerati attendibili. Prima di investire in controlli specifici per l’AI, vale la pena sistemare l’igiene dell’identità e la visibilità sugli endpoint. Vediamo tre scenari concreti in cui un agente AI può sfuggire al controllo, come rilevarli e come prevenirli.

Scenario 1 — Il consenso utente come porta d’accesso più semplice


Microsoft ha investito molto nell’irrobustire il flusso di consenso, imponendo il consenso amministrativo per i permessi più pericolosi. Di default esiste una deny list che copre principalmente gli scope di lettura-scrittura più sensibili, ma gli utenti possono ancora acconsentire autonomamente a scope in sola lettura come User.Read, openid, profile ed email.

Lo scope consentibile dall’utente più pericoloso per un agente AI è offline_access: consegna all’agente un refresh token, ovvero accesso persistente in background, anche quando l’utente non è più connesso.

Il punto a favore dei difensori è che questo percorso registra comunque un service principal individuabile e un record di consenso: c’è quindi una traccia da controllare.

Come rilevarlo


  • Rivedi periodicamente l’application consent history del tenant
  • Analizza gli end-user consent log per individuare consensi anomali o non richiesti dall’IT


Come prevenirlo


La mitigazione è semplice quanto efficace: disabilita completamente il consenso utente e instrada ogni richiesta di permesso attraverso l’admin consent workflow. In Entra questo si configura da Enterprise Applications > Consent and permissions > User consent settings, impostando “Do not allow user consent”.

Scenario 2 — Token senza alcuna impronta in Entra


Il secondo percorso è ancora più insidioso: un flusso guidato dall’utente che produce direttamente un token, senza passare da un vero consenso applicativo. In pratica, l’utente fornisce all’agente username e password (o un flusso equivalente), e l’agente si maschera dietro un’applicazione Microsoft first-party già fidata. In questo caso non viene creato alcun service principal né alcun record di consenso: Entra registra semplicemente un normale login utente.

Esistono diverse varianti di questo pattern, ognuna con la propria contromisura:

  • OAuth 2.0 Resource Owner Password Credentials (ROPC): un flusso legacy a singolo fattore. La difesa è imporre MFA sempre, su tutto, senza eccezioni.
  • Device Code Flow: si blocca con una semplice policy di Conditional Access dedicata.
  • Family of Client IDs (FOCI): un token emesso per un’applicazione della “famiglia” è riutilizzabile su tutte le altre applicazioni della stessa famiglia, e non esiste un interruttore per disabilitare questo comportamento. Il Conditional Access per singola app viene quindi aggirato banalmente: la mitigazione si sposta sul rilevamento, revocando i token in caso di sospetto abuso e affidandosi alla Continuous Access Evaluation, pur sapendo che la sua copertura non è universale.


Scenario 3 — Dispositivi attendibili: dove i controlli identity smettono di aiutare


Lo scenario più complesso è quello di una postazione dedicata all’AI: il classico Mac Mini nuovo di zecca comparso in una nota spese. Il dipendente lo unisce al tenant tramite hybrid join o come dispositivo conforme, e una volta effettuato il join ottiene un Primary Refresh Token (PRT) legato al TPM. L’agente gira come quell’utente e richiede silenziosamente token al Web Account Manager (WAM) broker, ottenendo una connessione persistente e sempre attiva.

Questo è il caso più difficile da chiudere: l’agente supera ogni verifica di Conditional Access perché, di fatto, è l’utente, su un dispositivo fidato. Il Token Protection lega i token al dispositivo, ma non riesce a distinguere “l’utente” da “un processo agente che gira come l’utente” sulla stessa macchina.

Prevenzione e rilevamento


La prevenzione parte dal non permettere agli utenti di unire autonomamente i propri dispositivi al tenant, supportata da policy di Conditional Access rigorose sulla compliance. Il rilevamento deve invece spostarsi sull’endpoint:

  • Advanced hunting in Microsoft Defender for Endpoint su DeviceProcessEvents (flag per browser headless, processi figli inattesi)
  • Analisi di DeviceNetworkEvents (un processo locale che contatta una API AI esterna)
  • Blocco delle app non autorizzate tramite Defender for Cloud Apps


Le fondamenta contano più dei controlli AI-specifici


Il messaggio centrale è che l’igiene dell’identità, per quanto “vecchia” come disciplina, chiude già la maggior parte di questi scenari:

  • Impostare il consenso utente su Do not allow user consent
  • Abilitare l’admin consent workflow
  • Imporre MFA ovunque, sempre, tramite Conditional Access
  • Bloccare il device-code flow con una policy dedicata
  • Limitare la possibilità per gli utenti di unire dispositivi a Entra
  • Imporre la compliance dei dispositivi via Conditional Access

La configurazione di base, però, non copre tutto: ciò che non può essere mitigato deve essere rilevato, il che significa spostare parte dell’attenzione dal piano identità a quello del dispositivo. E il Purview Data Security Posture Management (DSPM) for AI? È uno strumento genuinamente utile, ma va inquadrato correttamente: offre visibilità, non enforcement. DLP e Insider Risk vanno comunque configurati manualmente, il monitoraggio delle AI di terze parti si appoggia agli stessi endpoint ed estensioni browser già citati, le funzionalità più ricche richiedono licenze premium, e la protezione basata su etichette è cieca sui dati non etichettati. Va trattato come una rete di sicurezza aggiuntiva, non come la prima linea di difesa.

Conclusione


Se la strategia di sicurezza di un’organizzazione si basa sull’identificare gli agenti registrati in Entra, ha già perso di vista la categoria di rischio più insidiosa: quella degli agenti che operano mascherati da utenti normali. La lezione pratica per chi amministra un tenant Microsoft 365 è partire dalle basi già note — consenso, MFA, Conditional Access, compliance dei dispositivi — prima di rincorrere soluzioni AI-specifiche, e progettare i controlli assumendo che alcuni agenti stiano già operando sotto mentite spoglie di un utente reale.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – The Agents Entra Can’t See: Detecting and Preventing Rogue AI


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Researcher Chains a Guardrail Bypass With a Path Traversal Flaw to Access System Files in ChatGPT
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New ARToken Phishing Kit Abuses Microsoft’s OAuth Device Code Flow to Hijack Microsoft 365 Accounts
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Ousaban Banking Trojan Resurfaces With Steganographic PDF Lures Targeting Spain and Portugal
#CyberSecurity
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#BuonePratiche
Anche questo HPx2 detachable è passato finalmente da Win10 a Linux

Adesso sfoggia una robusta
Emmabuntüs Debian Edition 6 in italiano 😃

Un grosso grazie ad Ale che mi ha guidato in questa operazione 🙏

Emmabuntüs DE 6 è disponibile in due versioni: una più leggera (Core) e l'altra più completa (Full)

Qui l'elenco dei software presenti: emmabuntus.org/emmabuntus-de6-…

Un grand merci à @Emmabuntus
emmabuntus.org/

#GnuLinux #Emmabuntüs #Debian #SoftwareLibero #RicondizionamentoComputer #Framasoft

@scuola
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Researchers Chain DLL Sideloading and an RPC Flaw to Gain Root Access Inside Claude Cowork’s Sandbox
#CyberSecurity
securebulletin.com/researchers…

Warp Point: a Web Ring for Gaming Sites Built for 2026


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At one point in time web rings were one of the best ways to find content on the World Wide Web — involving not just a directory of participating sites, but also each site linking to each other in a ring-like fashion. With search results these days becoming increasingly less useful, having such a focused resource sounds better and better, with the Warp Point directory and web ring now doing just that for video game websites. Topics range from reviews to retro gaming and game development, so there’s probably something for everyone here.

For the reasoning behind this effort take a look at this article by [Wes Fenlon] and [Matt Sayer]. The inspiration was part nostalgia and part longing for the return of a simple system that Just Works™ without algorithms, advertising, ‘AI’ and corporate overlords involved at any point in time. Everything is just focused on helping you find the content and community you were looking for as quickly as possible, though spending a few hours just clicking through the ring is also perfectly fine.

Everyone is free to submit their own awesome site to Warp Point, after which it’ll be manually reviewed. Even if not strictly curated, it would seem to be a refreshing return to a more simpler time, using an approach that should still hold up just as well as it did in 1999.

Although the big commercial web directories like those on Yahoo! quickly became unwieldy and unusable, there’s a lot to be said for having these small, focused web directories and rings to regain that sense of community and humanity that’s become so scarce on the WWW in 2026.


hackaday.com/2026/07/04/warp-p…

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#FBI: #TeamPCP Compromised Dev Tools to Steal Cloud Credentials
securityaffairs.com/194741/unc…
#securityaffairs #hacking