da Radio Popolare, Marco Schiaffino: "Trump punta sull’intelligenza artificiale per garantirsi la supremazia globale"


La linea della Casa Bianca sull’intelligenza artificiale è sempre più chiara: per Donald Trump e la sua amministrazione, l’AI è il campo di battaglia su cui gli Stati Uniti devono puntare per garantirsi la supremazia globale nel prossimo futuro. Non importa se l’opinione pubblica mostra sempre maggiore inquietudine per una tecnologia il cui sviluppo si sta dimostrando rapido quanto imprevedibile, se le stesse aziende che la stanno sviluppando segnalano periodicamente la necessità di adottare una certa cautela e nemmeno se il Papa Cattolico Leone XIV ha fatto proprio dell’AI l’oggetto della sua prima enciclica.

Per Trump l’intelligenza artificiale è una priorità, soprattutto perché la considera uno strumento in grado di garantire agli Stati Uniti quella supremazia militare che considera indispensabile per imporre le sue ormai evidenti velleità di espansionismo. Dopo il durissimo scontro con Anthropic, che ha osato contestare il diritto del Pentagono di utilizzare il suo modello Claude per scopi militari senza alcun tipo di vincolo, The Donald ha deciso di mettere le cose in chiaro a colpi di ordini esecutivi e memorandum.

Il primo lo ha firmato lo scorso due giugno. Si tratta di un provvedimento che prevede l’adesione volontaria da parte delle aziende specializzate in intelligenza artificiale a collaborare con il governo, consentendo all’amministrazione di testare i nuovi modelli di AI 30 giorni prima del rilascio pubblico. La decisione arriva dopo il clamore che ha seguito il rilascio di Claude Mythos, un modello di AI generativa specializzato nella ricerca di vulnerabilità cyber che è stato considerato “troppo potente per essere rilasciato pubblicamente” e al quale, al momento, ha accesso solo un gruppo selezionato di aziende statunitensi.

Come riporta Politico, Trump ha le idee piuttosto chiare sugli obiettivi. Nell’ordine esecutivo si legge infatti che il provvedimento ha l’obiettivo di “guidare un’iniziativa di cybersicurezza incentrata sull’America First, che rafforza sia la nostra sicurezza nazionale sia il nostro predominio globale nell’intelligenza artificiale”. Non a caso, la procedura sarà supervisionata dalla National Security Agency, i servizi segreti statunitensi, in coordinamento con la Casa Bianca, la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency e il Pentagono.

Il fatto che l’adesione al progetto sia volontaria è la classica foglia di fico per nascondere l’obiettivo di militarizzare l’intelligenza artificiale. Negli ultimi 18 mesi, Trump ha infatti chiarito senza alcun margine di dubbio quali possano essere le conseguenze di uno sgarbo indirizzato alla sua amministrazione. Chiunque dovesse chiamarsi fuori dal progetto, sa benissimo cosa lo aspetta. A stretto giro, il tycoon ha poi pubblicato un memorandum indirizzato principalmente alle agenzie federali e al Pentagono stesso, ordinando un’accelerazione nell’implementazione dei sistemi di intelligenza artificiale a livello militare.

Non solo: nello stesso memorandum si legge che “nessun fornitore commerciale può disattivare, degradare o modificare un sistema di intelligenza artificiale da cui dipendono i militari statunitensi senza la preventiva approvazione del governo”. Insomma, chi lavora con il Pentagono viene praticamente arruolato nei ranghi della U.S. Army. A completare il quadro ci sono le indiscrezioni di CNBC, che parlano di un possibile ingresso dell’amministrazione statunitense in OpenAI attraverso un acquisto di quote azionarie della società che ha creato ChatGPT.

Insomma: da un lato abbiamo tecnici, scienziati, filosofi e sociologi che si affannano a ragionare su un percorso che porti allo sviluppo di un’intelligenza artificiale etica. Dall’altra, un Presidente degli Stati Uniti che sta lavorando alacremente nella direzione di quella che sembra portarci dritti verso una delle peggiori distopie cinematografiche.

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da ascoltare anche:
radiopopolare.it/puntata/popol…

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Radio Popolare: "Kimmel, Colbert e gli altri. L’attacco della destra di Trump alla libertà di parola negli Usa"


(articolo di Roberto Festa, Radio Popolare, 18 set. 2025
radiopopolare.it/kimmel-colber…)

“Sospensione” a tempo indeterminato per lo show di Jimmy Kimmel. Lo annuncia ABC, che di fatto “silura” uno dei suoi volti più popolari, star dell’intrattenimento della tarda serata TV. Kimmel, in trasmissione, aveva detto: “Abbiamo toccato nuovi minimi nel fine settimana, con la banda MAGA che cerca disperatamente di caratterizzare questo ragazzo che ha assassinato Charlie Kirk come qualcosa di diverso da uno di loro, e fa tutto il possibile per ottenerne vantaggi politici”. La sospensione dello show di Jimmy Kimmel è stata chiesta direttamente da Brendan Carr, avvocato, vicino a Donald Trump, chairman della Federal Communication Commission, l’agenzia responsabile di controlli e regolamentazioni del mondo dell’audiovisivo. Carr ha minacciato ABC – quindi la sua proprietà, Disney – di ritiro della licenza, nel caso non fossero stati presi provvedimenti contro Kimmel – che non è peraltro l’unica vittima della nuova, difficile fase nei rapporti tra media e governo americano. CBS ha chiuso il programma di Stephen Colbert, altro ospite della tarda serata americana, altro critico feroce di Trump. Il presidente ha appena chiesto al New York Times 15 miliardi di danni per averne messo in discussione la “reputazione personale e professionale”. Sempre ABC e CBS, nei mesi scorsi, si erano piegati a pagare 16 milioni di dollari al presidente in cause piuttosto pretestuose. L’omicidio di Charlie Kirk ha ulteriormente rafforzato la stretta repressiva. Il Washington Post ha licenziato una sua opinionista, Karen Attiah, che ha accusato la destra di “doppio standard razziale” nella morte di Kirk. MSNBC ha allontanato un suo analista, Matthew Dowd, che ha chiamato Kirk divisivo. Sono vicende che arrivano nel momento in cui le grandi corporation hanno bisogno del via libera dell’amministrazione per le loro strategie. Dalla fusione di Paramount Skydance e Warner Bros sta per nascere il più grande conglomerato americano della comunicazione – da CNN al cinema a MTV a TikTok – controllato da Larry Ellison, magnate e finanziatore della destra americana, intimo di Benjamin Netanyahu. Tra affari, cause, licenziamenti, la vittima è soprattutto una. La libertà di pensiero e parola negli Stati Uniti.

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(cfr. anche radiopopolare.substack.com/)