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Trump minaccia il ritiro delle truppe dalla Germania, il Pentagono colto alla sprovvista


Il presidente ha annunciato sui social media la possibile riduzione della presenza militare americana in Germania. I funzionari del Pentagono non erano stati informati in anticipo e l'annuncio contrasta con una recente review della presenza globale delle Forze Armate statunitensi.

Il presidente Donald Trump ha annunciato mercoledì sui social media l’intenzione di ridurre la presenza militare statunitense in Germania, cogliendo di sorpresa i vertici del Pentagono. Secondo fonti interne, per molti dirigenti del Dipartimento della Difesa l’annuncio si è trattato del primo segnale concreto di una possibile rimozione di centinaia, se non migliaia, di soldati americani dal territorio tedesco.

La mossa arriva però a sorpresa: è infatti in netto contrasto con le conclusioni della review, durata mesi e conclusa di recente, della presenza militare globale degli Stati Uniti. Il risultato di quel lavoro non prevedeva riduzioni significative di truppe stanziate in Europa. “Il Pentagono non se lo aspettava e non ha pianificato alcun tipo di riduzione”, ha dichiarato senza mezzi termini un funzionario del Congresso a conoscenza della situazione.

La stessa fonte ha però aggiunto che le parole di Trump vanno prese sul serio, “perché era serio su questo punto anche durante la sua prima Amministrazione”, quando nel luglio 2020 ordinò il ritiro di 12.000 soldati dalla Germania, poi mai attuato.

La reazione tedesca e le tensioni con l’Europa


Sebbene le precedenti minacce del presidente non si siano concretizzate, nel corso del secondo mandato Trump ha intensificato la retorica contro l’Europa. Ha minacciato persino il ritiro dalla NATO per il rifiuto dei Paesi alleati di unirsi alla sua guerra in Iran e ha avvertito che potrebbe prendere il controllo della Groenlandia con la forza.

L’ultima minaccia all’Alleanza transatlantica arriva pochi giorni dopo che il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che gli Stati Uniti stavano venendo “umiliati” dall’Iran al tavolo dei negoziati. In risposta, Trump ha attaccato il leader tedesco, invitandolo a “dedicare più tempo” a porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina e ad affrontare i problemi energetici e migratori dell’Europa, “e meno a interferire con chi sta eliminando la minaccia nucleare iraniana”.

L’annuncio del possibile ritiro è arrivato poche ore dopo una telefonata tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin, che da tempo punta a ridurre la presenza militare della NATO in Europa.

Ma la nuova dichiarazione di Trump è giunta anche mentre il capo di Stato Maggiore tedesco, il generale Carsten Breuer, concludeva a Washington una giornata di incontri con funzionari americani dedicati alla nuova strategia di difesa di Berlino. “In qualità di maggiore economia europea, la Germania ambisce ad assumere un ruolo di leadership più forte all’interno della NATO”, ha detto Breuer ai giornalisti al termine degli incontri. “È chiaro che la Germania deve assumersi maggiori responsabilità” per la propria difesa.

Fino alla settimana scorsa, funzionari del Pentagono avevano elogiato gli sforzi di Berlino per rafforzare la propria difesa, compresi i piani per aumentare la spesa militare al 3,7% del PIL entro il 2030. La Germania ospiterà anche i primi impianti europei per la produzione dei sistemi di difesa aerea Patriot e punta ad aumentare la produzione di missili Stinger e di munizioni d’artiglieria da 155 millimetri.

Perché il ritiro sarebbe complicato


Un ritiro delle forze statunitensi potrebbe indebolire un importante deterrente militare contro una Russia impegnata a riarmarsi e che, secondo funzionari europei, si starebbe preparando ad attaccare il territorio della NATO nei prossimi anni.

Anche per questo le nuove minacce di Trump hanno alimentato ulteriore preoccupazione tra i funzionari europei, già impegnati a pianificare la riapertura dello Stretto di Hormuz senza il sostegno del presidente americano. E in Europa cresce il timore che Washington stia usando la propria presenza militare come strumento di pressione sugli alleati.

Anche una riduzione limitata delle truppe americane in Germania potrebbe così finire per aggravare le tensioni nell’Alleanza Atlantica, dopo che diversi Paesi membri della NATO hanno negato al Pentagono l’accesso alle loro basi per la guerra in Iran.

“La politica di Trump basata su minacce grossolane ha raggiunto i suoi limiti”, ha dichiarato un funzionario tedesco. “Ritirare le truppe americane dalla Germania indebolirebbe gravemente gli stessi Stati Uniti, e ci chiediamo quando gli adulti a Washington intendano tornare sotto i riflettori”.

Un ritiro improvviso delle forze americane dalla Germania sarebbe inoltre un atto molto complesso per un Pentagono già impegnato nella guerra in Iran. La Germania ospita, infatti, tra 35.000 e 40.000 soldati statunitensi, mette a disposizione gratuitamente terreni per le basi e fornisce una forza lavoro locale a supporto delle truppe americane.

Dal territorio tedesco il Pentagono gestisce anche due dei suoi principali comandi militari, il Comando europeo e il Comando africano degli Stati Uniti, oltre al più grande ospedale militare americano fuori dal territorio nazionale. Spostare tutte quelle truppe, le loro famiglie e il relativo equipaggiamento negli Stati Uniti sarebbe inoltre costoso, anche perché con ogni probabilità non vi sarebbero alloggi sufficienti per accoglierli.

Le basi aeree statunitensi in Germania consentono, inoltre, il transito di truppe verso il Medio Oriente e l’Africa, ospitano strutture sanitarie militari e comprendono vasti campi di addestramento usati per esercitazioni delle forze americane e della NATO.

La muta reazione repubblicana


Le precedenti minacce di ritirare le forze dall’Europa avevano suscitato critiche tra i repubblicani al Congresso. Questa volta, però, i principali legislatori del partito sono rimasti cauti di fronte alle ultime dichiarazioni di Trump. “Dobbiamo saperne di più sulla strategia dietro questa decisione”, ha detto il senatore Kevin Cramer, repubblicano del North Dakota. “Ramstein è una base strategicamente importante, quindi dovrei capire meglio cosa significhi ritirare truppe da lì. Forse dobbiamo solo ridistribuire parte del personale”.

La legge di finanziamento del Dipartimento della Difesa entrata in vigore a dicembre vieta, comunque, al Pentagono di ridurre il numero complessivo di truppe statunitensi in Europa sotto quota 76.000, finché non avrà valutato i rischi e certificato che una riduzione sarebbe nell’interesse della sicurezza nazionale americana.

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Trump cancella i dazi sul whisky scozzese dopo la visita di re Carlo III


Il presidente americano ha annunciato la rimozione delle tariffe del 10% sugli alcolici britannici al termine della visita di Stato dei reali, ma restano dubbi sulla portata effettiva del provvedimento.

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato giovedì 30 aprile la rimozione dei dazi sul whisky scozzese, motivando la decisione come un omaggio alla visita di Stato di re Carlo III e della regina Camilla alla Casa Bianca. L'annuncio chiude una controversia commerciale che durava da oltre un anno e che aveva pesantemente danneggiato uno dei settori di esportazione più importanti del Regno Unito.

"In onore del re e della regina del Regno Unito, che hanno appena lasciato la Casa Bianca e presto faranno ritorno nel loro meraviglioso Paese, rimuoverò i dazi e le restrizioni sul whisky relative alla capacità della Scozia di lavorare con il Commonwealth del Kentucky su whisky e bourbon", ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social. Il presidente ha aggiunto che i sovrani britannici "mi hanno fatto fare qualcosa che nessun altro era riuscito a ottenere, senza nemmeno chiedermelo".

Il messaggio del presidente lascia però aperti alcuni interrogativi. Non è chiaro se la rimozione delle tariffe riguardi le bottiglie di whisky importate negli Stati Uniti o soltanto le materie prime usate per la produzione di alcolici nei due Paesi, in particolare le botti di rovere. La Casa Bianca, come riferito da Associated Press, non ha risposto alle richieste di chiarimento. Il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha precisato in un comunicato che Washington concederà "un accesso tariffario preferenziale al whisky prodotto nel Regno Unito", senza specificare se ciò significhi un'eliminazione totale o una semplice riduzione dei dazi.

Il governo britannico, secondo quanto riferito da BBC, ha confermato che la misura si applica a tutti i dazi sul whisky, incluso quello irlandese. Interpellato dai giornalisti nello Studio Ovale, Trump ha spiegato che la rimozione punta a rilanciare il commercio di botti tra la Scozia e il Kentucky, Stato che produce quasi tutto il bourbon mondiale. Le botti, dopo essere state usate per invecchiare il bourbon, vengono rivendute ai distillatori scozzesi per maturare il loro whisky. "Ho semplicemente tolto tutte le restrizioni perché Scozia e Kentucky possano ricominciare a commerciare", ha detto il presidente, precisando di "non essere un grande bevitore". Come ricordato da Politico, la legge americana impone che il bourbon del Kentucky sia invecchiato in botti nuove di rovere tostato, che vengono poi rivendute ai produttori scozzesi.

L'amministrazione Trump aveva raggiunto nel 2025 un accordo commerciale quadro con il Regno Unito che imponeva un dazio del 10% sulla maggior parte delle merci importate dalla Gran Bretagna. Secondo la Scotch Whisky Association, dopo l'introduzione delle tariffe il volume delle esportazioni di whisky scozzese verso gli Stati Uniti era crollato del 15%. Politico riporta inoltre che le esportazioni americane di whisky sono diminuite del 19% nel 2025, secondo i dati del Distilled Spirits Council, anche se il calo è dovuto soprattutto alla perdita del mercato canadese.

Il primo ministro scozzese John Swinney ha interpretato l'annuncio come una rimozione completa dei dazi sul whisky scozzese, definendola un "successo straordinario" per il suo Paese. "Erano in gioco posti di lavoro. Milioni di sterline venivano perdute ogni mese dall'economia scozzese", ha dichiarato Swinney, che si era recato personalmente alla Casa Bianca nel settembre 2025 per chiedere l'abolizione delle tariffe. Anche un portavoce di Buckingham Palace, citato da BBC, ha trasmesso "la sincera gratitudine" del re a Trump, aggiungendo che il sovrano "alzerà un bicchiere alla premura del presidente".

Graeme Littlejohn, direttore strategico della Scotch Whisky Association, ha dichiarato a BBC Scotland News che il settore stava perdendo circa 4 milioni di sterline a settimana di esportazioni verso gli Stati Uniti, per un totale di 150 milioni di sterline nell'ultimo anno. Mark Kent, amministratore delegato della stessa associazione, ha definito a Politico l'accordo "una spinta significativa per l'industria del whisky scozzese nel nostro mercato di esportazione più importante". Chris Swonger, presidente del Distilled Spirits Council statunitense, ha interpretato anch'egli il messaggio di Trump come una cancellazione integrale del dazio del 10%, parlando in un comunicato di un "modello collaudato di scambi commerciali equi e reciproci, basato sul principio dello zero per zero".

Trump ha utilizzato più volte il settore degli alcolici come leva nelle sue minacce tariffarie. L'anno scorso aveva ipotizzato un dazio del 200% sul vino europeo, che avrebbe colpito duramente i vigneti francesi e italiani, ma la misura non è stata attuata. Diversi Paesi avevano risposto minacciando ritorsioni sul bourbon e su altri prodotti americani. Alla fine, l'amministrazione ha esentato il sughero dai dazi, un sollievo per il Portogallo, principale fornitore mondiale del materiale usato per tappare le bottiglie di vino. Secondo Politico, i rapporti tra Stati Uniti e Regno Unito si erano raffreddati dall'inizio della guerra con l'Iran, e l'annuncio sul whisky arriva come segnale di disgelo all'interno del più ampio Economic Prosperity Deal tra i due Paesi, che prevede un accesso preferenziale anche per carne bovina, prodotti farmaceutici ed etanolo.

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Il debito pubblico americano supera il 100% del PIL per la prima volta dal dopoguerra


Il rapporto debito/PIL ha toccato il 100,2% a fine marzo. Il deficit annuale viaggia al 6% del Pil e il Congressional Budget Office prevede di superare il livello record del rapporto debito/PIL raggiunto nel 1946 entro il 2030.

Il debito pubblico degli Stati Uniti ha superato il 100% del prodotto interno lordo, una soglia simbolica che avvicina Washington ai livelli raggiunti all’indomani della Seconda guerra mondiale. Al 31 marzo il debito detenuto dal pubblico era pari a 31.265 miliardi di dollari, contro un PIL dei dodici mesi precedenti di 31.216 miliardi. Il rapporto debito/PIL è salito così al 100,2%, dal 99,5% registrato a fine settembre, secondo questi dati.

La cifra è destinata a crescere ancora. Il governo federale continua infatti a registrare deficit storicamente elevati, vicini al 6% del PIL, che si sommano al debito già accumulato. Oggi Washington spende mediamente 1,33 dollari per ogni dollaro di entrate. Il disavanzo previsto per quest’anno è di 1.900 miliardi di dollari, sostanzialmente invariato rispetto all’anno fiscale 2025, anche perché i tagli fiscali approvati dai repubblicani sono entrati in vigore prima dei tagli alla spesa. Il dato finale dipenderà dalle spese per la guerra con l’Iran, dai rimborsi sui dazi e dall’andamento dell’economia.
Il debito Usa supera il 100% del Pil

Conti pubblici
Il debito Usa supera il 100% del PIL per la prima volta dal dopoguerra
Una soglia simbolica e i numeri che la circondano

Oggi Storia Proiezioni Confronto

100,2%
Rapporto debito/PIL al 31 marzo 2026
+0,7 punti dal 30 settembre

I numeri che contano

31.265
Miliardi di dollari di debito detenuto dal pubblico

A fronte di un PIL dei dodici mesi precedenti pari a 31.216 miliardi. Per la prima volta dal 1946 il debito eccede il prodotto interno lordo annuale.

~6%
Deficit annuale in rapporto al PIL

Disavanzo previsto per il 2026 pari a 1.900 miliardi di dollari, sostanzialmente invariato rispetto al 2025: i tagli fiscali repubblicani entrano in vigore prima dei tagli di spesa.

1,33 $
Spesi per ogni dollaro di entrate

Lo Stato federale spende oggi 33 centesimi in più di quanto incassa per ogni dollaro raccolto in tasse. La differenza si traduce in nuovo debito.

1 su 7
Dollari della spesa federale destinati agli interessi

Più cresce il debito, più Washington diventa sensibile ai tassi. Un rialzo di appena 0,1 punti costerebbe 379 miliardi in dieci anni, secondo il CBO.

Debito detenuto dal pubblico in % del Pil
Stati Uniti, 1939 — marzo 2026

mar 2026
100,2%

Tutto 1939–1950 1980–2008 2008–2026
Fonte: Office of Management and Budget, Bureau of Economic Analysis (FRED, serie FYPUGDA188S, aggiornata marzo 2026)

Trascina sul grafico per esplorare anno per anno
Le tre svolte

106,3%
Picco storico nel 1946, alla fine della Seconda guerra mondiale

Dopo la guerra il rapporto scese rapidamente grazie alla crescita economica del dopoguerra e all'inflazione, che gonfiava il PIL nominale. Per quasi ottant'anni quel record è rimasto imbattuto.

2020
Pandemia: il rapporto sfiora il 100%, poi rientra

Durante la pandemia di Covid-19 il PIL si è contratto drasticamente e il governo ha preso in prestito massicciamente. Il rapporto debito/PIL è rientrato sotto quota 100% con la ripresa post pandemia, l'aumento dell'inflazione e la fine degli stimoli straordinari.

2026
Il debito supera in modo strutturale il 100% del PIL

A differenza del 2020, i fattori che alimentano il deficit oggi sono strutturali, non temporanei. I tassi di interesse sono più alti e il CBO prevede che il record del 1946 verrà superato già nel 2029, quando il rapporto raggiungerà il 107% del Pil.

Confronta gli scenari fino al 2055
CBO Casa Bianca

Proiezione CBO
Politiche fiscali attualmente in vigore

2026
100,2%

Fonte: Congressional Budget Office (CBO), Casa Bianca

Trascina sul grafico per esplorare gli anni

Per stabilizzare il rapporto attorno al 100% servirebbero 10.000 miliardi tra tagli e nuove tasse nel prossimo decennio, di fronte a disavanzi cumulati attesi di 24.000 miliardi di dollari.

Debito pubblico lordo, % del PIL

Giappone ~230%

Grecia ~147%

Italia ~137%

Stati Uniti ~125%

Francia ~115%

Regno Unito ~96%

Germania ~64%

Dati Imf, stima 2025 — debito pubblico lordo, metrica diversa dal "publicly held debt" (~100%) usato negli Stati Uniti. Il margine di manovra americano resta più ampio perché il dollaro è ancora la valuta di riserva mondiale e i Treasury restano un rifugio per gli investitori.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Dipartimento del Tesoro, Congressional Budget Office, Bureau of Economic Analysis, Fondo Monetario Internazionale

Il superamento della quota del 100% non rappresenta, di per sé, un punto di rottura, ma segnala l’accumularsi di pressioni fiscali maturate nel corso di decenni. Senza interventi, gli Stati Uniti si stanno pericolosamente avvicinando ai livelli di indebitamento elevati già raggiunti da Francia, Italia, Grecia e Giappone, Paesi che hanno conosciuto vari gradi di stress economico. Washington dispone ancora di un margine più ampio, perché controlla la principale valuta di riserva mondiale e perché i Treasury restano un bene rifugio per gli investitori. Ma quel margine non è illimitato neppure per gli Stati Uniti.

Il rapporto debito/PIL è la misura più usata dagli economisti per valutare il peso dell’indebitamento pubblico sull’economia. Più il debito aumenta, più lo Stato diventa vulnerabile all'aumento dei tassi di interesse. Già oggi un dollaro su sette della spesa federale serve a pagare gli interessi sul debito pubblico. Un rialzo dei tassi di appena 0,1 punti percentuali costerebbe 379 miliardi di dollari in dieci anni, secondo le stime del Congressional Budget Office. Nel lungo periodo, avvertono gli economisti, un debito federale più alto tenderà a spingere verso l’alto anche i tassi su mutui, prestiti auto e carte di credito, sottraendo così risorse agli investimenti privati.

Il debito americano aveva già superato brevemente il 100% del PIL durante la pandemia di Covid nel 2020, quando l’economia si era contratta e il governo aveva preso in prestito somme ingenti per sostenere famiglie e imprese. Il valore era poi sceso con la fine degli stimoli economici, la ripresa della crescita e l’aumento dell’inflazione, che aveva gonfiato il PIL nominale. Questa volta, però, il quadro è diverso: i fattori che alimentano il deficit sono strutturali, non temporanei, e i tassi di interesse restano più alti di allora. Il Congressional Budget Office prevede così che il rapporto possa raggiungere il 100,6% alla chiusura dell’anno fiscale, il 30 settembre, e superare entro il 2029 il record storico del 106,3%, toccato nel 1946.

Le proiezioni di lungo periodo sono ancora più nette. Il Congressional Budget Office stima che il debito salirà al 120% del Pil entro il 2036 e al 156% entro il 2055. L’Amministrazione Trump è invece più ottimista e prevede una discesa fino all’88% entro il 2034, sulla base di entrate significative dovute ai dazi, così come agli effetti dei tagli alla spesa e una crescita molto più rapida del previsto. Sta di fatto che, a oggi, per stabilizzare il rapporto attorno al 100% servirebbe un mix di tagli alla spesa e aumenti delle tasse per circa 10.000 miliardi di dollari nel prossimo decennio, a fronte di disavanzi cumulati previsti per 24.000 miliardi.

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Maine, Janet Mills si ritira dalle primarie democratiche per il Senato


La governatrice abbandona la corsa al Senato a cinque settimane dal voto delle primarie. Resta in campo il candidato progressista Graham Platner, che sfiderà la senatrice uscente repubblicana Susan Collins.

La governatrice del Maine Janet Mills ha sospeso la campagna per il Senato degli Stati Uniti. Non aveva più i soldi per andare avanti, ha ammesso lei stessa. "Molto semplicemente, non ho più l’unica cosa che oggi le campagne politiche purtroppo richiedono: le risorse finanziarie", ha dichiarato in una nota, definendo la scelta come "incredibilmente difficile". Il ritiro di Mills arriva a cinque settimane dalle primarie democratiche del 9 giugno e ridisegna la corsa per il seggio della repubblicana Susan Collins, senatrice da cinque mandati.

A uscirne più indebolito di tutti è Chuck Schumer. Il leader della minoranza democratica al Senato aveva, infatti, lavorato a lungo per convincere Mills a candidarsi, una scelta che dentro il Partito era stata accolta con molte riserve. Un senatore l’aveva definita pubblicamente un "grande errore". Mills è stata poi superata sia nella raccolta fondi sia nei sondaggi da Graham Platner, progressista emerso quasi dal nulla e diventato ben presto il favorito degli elettori democratici alle primarie.

L’uscita di Mills pone fine ad una scommessa che aveva diviso il campo democratico. Schumer aveva puntato sulla popolarità della governatrice per cercare di riconquistare il seggio chiave nel Nord-Est, ma gli elettori democratici hanno evidentemente scelto un’altra strada. Ora la sfida a Collins passa interamente da Platner, che però è un candidato più radicale e più esposto agli attacchi repubblicani di quanto sarebbe stata Mills.

Platner è infatti sopravvissuto a una serie controversie che avrebbero potuto affondarlo: vecchie dichiarazioni sulle donne e sugli elettori del Maine, oltre a una polemica su un tatuaggio di origine nazista. Sono temi inevitabilmente destinati a tornare al centro della campagna d’autunno, quando Collins e i super PAC repubblicani avranno mesi per martellarlo negli spot televisivi.

Dall’estate scorsa, super PAC e organizzazioni non profit legate ai vertici di entrambi i partiti stanno riversando pesanti risorse nello Stato, che rappresenta uno dei seggi più appetibili per i democratici da conquistare alle elezioni di novembre. Il Senate Majority PAC, super PAC vicino a Schumer, ha già prenotato 24 milioni di dollari in spazi televisivi per spot elettorali in autunno.

Da parte sua, Collins ha reagito con misura al ritiro di Mills. "Sono certa che sia stata una decisione molto difficile per la governatrice Mills. Le auguro ogni bene", ha detto la senatrice uscente repubblicana alla CNN, evitando di commentare l’impatto del ritiro sulla propria campagna. Più duro Tim Scott, presidente del Comitato dei Senatori Repubblicani: "Chuck Schumer e i democratici del Senato hanno appena incoronato un impostore estremista in Maine".

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Trump minaccia il ritiro delle truppe americane dall'Italia


Il presidente apre alla possibilità di ridurre il contingente militare in Italia e Spagna dopo la mossa annunciata in Germania. Crosetto: «Non capirei le ragioni di un ritiro». In Italia ci sono 12.662 soldati Usa

Il presidente americano Donald Trump ha aperto alla possibilità di ritirare parte delle truppe statunitensi dall'Italia e dalla Spagna, accusando i due Paesi di non aver collaborato a sufficienza durante la guerra contro l'Iran. La dichiarazione, arrivata giovedì sera nello Studio Ovale durante una conferenza stampa di cinquanta minuti, segue di un giorno l'annuncio di una possibile riduzione del contingente militare americano in Germania. Si tratta di un'apertura che riguarda direttamente la sicurezza italiana e gli equilibri della NATO.

Alla domanda di una giornalista sulla possibilità di estendere all'Italia e alla Spagna la riduzione prospettata per la Germania, Trump ha risposto: «Sì, probabilmente, perché non dovrei? L'Italia non è stata d'alcun aiuto. E la Spagna è stata orribile, assolutamente orribile». Il presidente ha aggiunto un riferimento polemico all'Alleanza Atlantica: «Sapete, è la NATO».

Nella stessa occasione ha criticato il sostegno europeo all'Ucraina, sostenendo che gli Stati Uniti hanno aiutato gli alleati mentre questi non si sono mostrati disponibili durante l'operazione militare contro Teheran. «Avevamo battuto l'Iran fin dal primo giorno», ha detto, definendo il conflitto «un'operazione militare» e non una guerra.

I numeri del contingente americano in Europa danno la misura della posta in gioco. Secondo i dati del Defense Manpower Data Center aggiornati al dicembre 2025, in Italia sono presenti 12.662 militari statunitensi in servizio attivo, mentre in Spagna sono 3.814. Il contingente più consistente resta quello tedesco, con 36.436 soldati. Complessivamente, gli Stati Uniti dispongono di poco più di 68.000 militari in servizio attivo nelle basi europee.

La replica del governo italiano è arrivata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha dichiarato all'agenzia ANSA: «Non capirei le ragioni di un ritiro. Come è evidente a chiunque, non abbiamo usato Hormuz. E ci siamo anche resi disponibili ad una missione per proteggere la navigazione. Cosa che peraltro è stata molto apprezzata dai militari americani». Crosetto ha quindi sottolineato che la disponibilità italiana sarebbe stata accolta positivamente dai vertici militari statunitensi, in contrasto con la lettura politica della Casa Bianca.

Le tensioni tra Washington e gli alleati europei nascono dalla guerra contro l'Iran iniziata il 28 febbraio, lanciata dagli Stati Uniti insieme a Israele senza informare in anticipo la maggior parte dei membri della NATO. I Paesi europei hanno rifiutato un coinvolgimento diretto, privilegiando la via diplomatica. Trump ha reagito minacciando di riconsiderare l'appartenenza degli Stati Uniti all'Alleanza, che ha definito una «tigre di carta».

Una mail interna del Pentagono, ottenuta da Reuters, ipotizzava persino la sospensione della Spagna dalla NATO come misura punitiva. Il mese scorso il presidente aveva minacciato un embargo commerciale totale contro Madrid dopo il rifiuto spagnolo di concedere l'uso delle proprie basi per missioni collegate agli attacchi all'Iran.

L'attacco a Roma non è una novità. Trump aveva già sostenuto, in un'intervista al Corriere della Sera nelle scorse settimane, che alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni mancava «coraggio» sul dossier iraniano, una critica diretta a un'alleata politicamente vicina. A marzo, secondo quanto riportato dal Military Times, l'Italia aveva negato a un velivolo militare americano diretto in Medio Oriente lo scalo previsto in Sicilia.

La pressione americana sugli alleati si inserisce in un quadro di crescente tensione operativa. Secondo Axios, l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, e il capo di stato maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno informato Trump per quarantacinque minuti su nuovi piani operativi per possibili attacchi contro l'Iran.

Il Centcom avrebbe predisposto una serie di raid «brevi e intensi» per costringere Teheran a tornare al tavolo negoziale. L'ex generale americano Mark Kimmitt si è mostrato scettico sulla strategia, affermando: «Credo che se ci aspettiamo che una breve serie di attacchi contro di loro li costringa a tornare ai negoziati alle nostre condizioni, dobbiamo ripensarci».

Sul piano dei costi, secondo fonti citate dalla CNN, la guerra contro l'Iran sarebbe già costata agli Stati Uniti tra i 40 e i 50 miliardi di dollari, una cifra superiore ai 25 miliardi indicati al Congresso dal Sottosegretario all'Esercito Jules Hurst. La differenza dipenderebbe dalle spese di ricostruzione delle installazioni militari danneggiate dagli attacchi iraniani in Bahrein, Kuwait, Iraq, Emirati Arabi Uniti e Qatar.

L'ambasciatore italiano Giampiero Massolo ha letto in chiave geopolitica le parole di Trump verso gli alleati europei, definendoli nel suo commento «codardi da sanzionare, con sprezzo e ignoranza dei loro vincoli costituzionali e di bilancio».

Massolo ha aggiunto un interrogativo rivolto ai governi del continente: «E gli europei per quanto tempo ancora pensano di potersi estraniare da un conflitto che coinvolge la loro stabilità economica, energetica e sociale?». La domanda riassume il dilemma che la minaccia di Trump pone ora a Roma e alle altre capitali europee.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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La rassegna stampa di venerdì 1 maggio 2026


Trump sfida il Congresso sulla guerra in Iran mentre la Camera approva i fondi per l'Homeland Security. I repubblicani spingono per ridisegnare le mappe elettorali dopo la decisione della Corte Suprema sui diritti di voto

Questa è la rassegna stampa di venerdì 1 maggio 2026

La Camera approva il finanziamento dell'Homeland Security ponendo fine al shutdown


La Camera dei rappresentanti ha approvato una misura per finanziare la maggior parte del Dipartimento della Sicurezza Interna, ponendo fine a uno shutdown durato 76 giorni. I repubblicani hanno dovuto ricorrere a manovre speciali per aggirare l'opposizione interna al partito, facendo affidamento sulla cooperazione democratica per far passare il provvedimento.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, BBC News

Trump pronto a sfidare il Congresso sull'autorizzazione della guerra in Iran


Il presidente Trump si prepara a sfidare il Congresso sulla scadenza di 60 giorni per l'autorizzazione della guerra in Iran. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto che il cessate il fuoco con l'Iran ha "fermato l'orologio" sulla scadenza prevista per venerdì, sollevando interrogativi costituzionali sul potere presidenziale in tempo di guerra.

Fonti: The Wall Street Journal, The New York Times, The Hill

I repubblicani accelerano il ridisegno delle mappe elettorali dopo la decisione della Corte Suprema


I leader repubblicani stanno spingendo gli stati del Sud a ridisegnare le mappe congressuali prima delle elezioni di metà mandato, dopo che la Corte Suprema ha drasticamente limitato l'uso della razza nella definizione dei distretti elettorali. La Louisiana ha sospeso le primarie congressuali di maggio per consentire la creazione di una nuova mappa.

Fonti: The Wall Street Journal, ABC News, The Hill

Hegseth sotto pressione al Senato per il budget della Difesa da mille e 500 miliardi


Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha affrontato critiche bipartisan durante le audizioni al Senato, difendendo la richiesta di budget da 1,5 mila miliardi di dollari dell'amministrazione Trump. I democratici hanno messo in discussione le morti civili nella guerra in Iran e le affermazioni controverse di Hegseth sui costi di produzione delle armi.

Fonti: The Hill, The New York Times, The New York Times

I democratici si uniscono attorno a Platner dopo il ritiro di Mills dalla corsa al Senato del Maine


I democratici stanno convergendo sul candidato progressista Graham Platner per sfidare la senatrice repubblicana Susan Collins nel Maine, dopo che la governatrice Janet Mills ha ritirato la sua candidatura in difficoltà. Il ritiro di Mills rappresenta una battuta d'arresto per i piani del leader democratico Chuck Schumer di reclutare candidati moderati per le elezioni di metà mandato.

Fonti: The Hill, The New York Times, The New York Times

Un nuovo sistema di sorveglianza federale traccia i cittadini americani


Una nuova rete di sorveglianza utilizzata per combattere l'immigrazione illegale sta raccogliendo dati personali e movimenti quotidiani dei cittadini americani. La tecnologia avanzata utilizzata dall'ICE permette agli agenti federali di accedere a comunicazioni e spostamenti di milioni di americani, sollevando preoccupazioni sulla privacy e sui diritti civili.

Fonti: The Wall Street Journal

Trump revoca i dazi sui whisky scozzesi in onore di Re Carlo


Il presidente Trump ha annunciato la revoca dei dazi del 10% sui whisky scozzesi "in onore" della visita di Re Carlo III negli Stati Uniti. La decisione, che dovrebbe stimolare gli scambi commerciali tra USA e Regno Unito, è stata accolta favorevolmente dall'industria dei distillati che aveva criticato le tariffe come dannose per entrambi i mercati.

Fonti: Financial Times, The New York Times

L'indagine su Comey mostra il messaggio del Dipartimento di Giustizia dopo il licenziamento di Bondi


L'incriminazione dell'ex direttore dell'FBI James Comey dimostra che il Dipartimento di Giustizia ha recepito il messaggio dal licenziamento dell'ex procuratore generale Pam Bondi. Nominando solo un successore ad interim, il presidente Trump ha creato maggiori incentivi per eseguire le sue richieste più estreme, secondo funzionari attuali e passati.

Fonti: The New York Times, The Hill

La FEMA reintegra i dipendenti che avevano criticato i tagli di Trump


Quattordici dipendenti della FEMA sono tornati al lavoro questa settimana dopo aver trascorso otto mesi in congedo amministrativo per aver firmato una lettera pubblica che criticava l'amministrazione Trump. La cosiddetta "dichiarazione Katrina" avvertiva che i tagli ai finanziamenti rendevano gli Stati Uniti pericolosamente impreparati per i disastri naturali.

Fonti: The Guardian, ABC News, The New York Times

Un Oscar scompare dopo che la TSA impedisce a un regista di portarlo in volo


La statuetta dell'Oscar appartenente a Pavel Talankin, co-regista del documentario vincitore "Mr Nobody Against Putin", è scomparsa dopo che i funzionari dell'aeroporto JFK di New York l'hanno confiscata sostenendo che poteva essere usata come arma. Talankin aveva trasportato la statuetta su diversi voli senza problemi in precedenza.

Fonti: The Guardian, BBC News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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L'amministrazione Trump cancella decine di regole sulle armi


Il dipartimento di Giustizia ha annunciato 34 modifiche al sistema di controllo, tra cui la fine dell'obbligo di verifica sui compratori alle fiere. Critiche dalle associazioni per la sicurezza.

Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato il più ampio smantellamento di norme sul controllo delle armi degli ultimi quindici anni, a soli quattro giorni dall'attentato contro il presidente Donald Trump alla cena dell'Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca. Le modifiche, presentate mercoledì in una conferenza stampa dal procuratore generale facente funzioni Todd Blanche, sono trentaquattro e segnano una svolta nella politica sulle armi voluta dalla base elettorale del presidente, da sempre vicina ai sostenitori del Secondo Emendamento.

Blanche ha definito il pacchetto la più completa riforma regolatoria nella storia del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives, l'agenzia federale incaricata di far rispettare le leggi sulle armi. Secondo il procuratore, il numero di nuove norme proposte equivale a quante l'agenzia ne ha emesse negli ultimi quindici anni messi insieme. Blanche ha sostenuto che le modifiche allineano la normativa ai precedenti della Corte Suprema e riducono gli oneri burocratici per venditori e proprietari legittimi di armi. Ha aggiunto che nessuna delle decisioni indebolisce le forze dell'ordine e ha annunciato che seguiranno ulteriori cambiamenti.

Tra le misure più rilevanti c'è la cancellazione di una norma del 2024 voluta dall'amministrazione Biden, che mirava a chiudere la cosiddetta scappatoia delle fiere delle armi. La regola obbligava migliaia di venditori non autorizzati a effettuare controlli sui precedenti degli acquirenti nelle vendite al di fuori dei negozi tradizionali, in particolare alle fiere. L'obiettivo era impedire che persone legalmente non autorizzate potessero acquistare armi senza alcuna verifica. La norma era già stata contestata in tribunale da gruppi pro armi e Stati a guida repubblicana, che la consideravano una violazione del Secondo Emendamento e un eccesso di potere da parte del precedente governo.

Il dipartimento di Giustizia ha inoltre deciso di annullare formalmente una norma del 2023 che limitava l'uso dei pistol brace, accessori che permettono di impugnare una pistola appoggiandola alla spalla, come si farebbe con un fucile. L'amministrazione Biden riteneva che questo accessorio trasformasse di fatto la pistola in un fucile a canna corta, soggetto a regolamentazioni più severe. Una corte federale aveva già bocciato la regola.

Interpellato dalla CNN, Blanche ha confermato che il dipartimento intende interrompere gli sforzi per togliere il diritto di possedere armi a chi è stato condannato per reati non violenti, comprese le condanne per uso di marijuana o altre droghe. Ha riconosciuto però che non sarà possibile annullare tutto in un giorno solo, pur rassicurando che il processo non sarà lento.

Le decisioni si inseriscono in una linea politica avviata già nelle prime settimane del secondo mandato di Trump. Nel febbraio 2025 il presidente ha firmato un ordine esecutivo che imponeva al dipartimento di Giustizia di esaminare ogni regolamento dell'amministrazione Biden sulle armi e di eliminare ogni violazione dei diritti garantiti dal Secondo Emendamento. Nello stesso ordine, Trump accusava il governo precedente di aver colpito i venditori autorizzati, citando un aumento di quasi sei volte delle azioni di applicazione contro di loro, dovute alla politica di tolleranza zero di Biden verso chi non rispettava gli obblighi di controllo. A dicembre il dipartimento ha istituito una sezione della divisione diritti civili dedicata ai diritti sulle armi.

L'annuncio è arrivato pochi giorni dopo l'attentato a Trump. Sabato un uomo, identificato come Cole Tomas Allen, ha forzato la sicurezza alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca a Washington armato di pistole e coltelli. Secondo gli investigatori, il suo obiettivo era uccidere il presidente con armi possedute legalmente. Allen avrebbe inviato alla famiglia un messaggio con sentimenti contrari a Trump intorno al momento dell'attacco.

La tempistica delle decisioni ha provocato la reazione delle associazioni per il controllo delle armi. John Feinblatt, presidente di Everytown for Gun Safety, ha attaccato duramente il governo in una dichiarazione, sostenendo che a quattro giorni dagli spari alla cena dei corrispondenti la risposta dell'amministrazione Trump è quella di smantellare leggi di buon senso sulla sicurezza e sabotare l'unica agenzia federale dedicata a tenere le armi lontano dai criminali.

Le nuove norme sono state firmate poco dopo la conferma da parte del Senato di Robert Cekada come direttore dell'agenzia. Cekada, in servizio dal 2005, ha guidato le operazioni quotidiane dell'agenzia nell'ultimo anno come vicedirettore. È solo la terza persona a ottenere la conferma del Senato da quando, nel 2006, l'incarico è diventato soggetto ad approvazione parlamentare. La gran parte dei direttori, sia sotto governi repubblicani sia democratici, ha guidato l'agenzia con incarichi temporanei a causa della difficoltà politica del processo di conferma. Durante la conferenza stampa, dietro a Blanche erano presenti diversi rappresentanti dell'industria delle armi.

L'agenzia è da tempo nel mirino dei conservatori per il suo ruolo nella regolamentazione, ma il dipartimento di Giustizia di Trump ne ha rivendicato il contributo nel sequestro di armi illegali e nella lotta alla criminalità violenta. Blanche ha definito Cekada la persona giusta per guidare l'agenzia in questo momento e ha ribadito che il Secondo Emendamento non sarà mai trattato come un diritto di seconda classe dall'amministrazione Trump.

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Sei americani su dieci evitano le notizie su Trump, lo dice un sondaggio


Il 31% dei cittadini statunitensi salta spesso gli articoli sul presidente, il 32% lo fa qualche volta. Anche tra i repubblicani, solo una minoranza segue costantemente le notizie sulla Casa Bianca.

Sei americani su dieci evitano, almeno qualche volta, le notizie su Donald Trump. Lo rileva un nuovo sondaggio del Media Insight Project diffuso mercoledì secondo cui il 31% degli intervistati salta spesso gli articoli sul presidente, mentre un altro 32% lo fa di tanto in tanto. Solo il 17%dichiara di non evitarli mai, mentre il 18% lo fa raramente.

Il dato rientra in una più ampia disaffezione dei cittadini americani verso la politica: il 57% degli intervistati afferma, infatti, di evitare le notizie sulla politica nazionale nel suo complesso.

Le differenze tra gli elettorati esistono, ma sono meno nette di quanto si potrebbe immaginare. I repubblicani restano i lettori più assidui di notizie riguardo alla Casa Bianca: il 24% non evita mai le notizie su Trump e il 25% le salta raramente. Anche tra i sostenitori del presidente, però, il 33% ammette ormai di evitarle almeno qualche volta e il 17% spesso.

Invece, tra democratici e indipendenti l’atteggiamento è quasi sovrapponibile. In entrambi i gruppi, il 38% evita spesso le notizie su Trump e circa un terzo lo fa qualche volta.

David Sterrett, ricercatore principale dell’Associated Press-NORC Center for Public Affairs Research, uno dei partner del sondaggio, ha spiegato all’Associated Press che i democratici "vorrebbero evitare le notizie su Trump, ma probabilmente non ci riescono, perché gran parte dell’informazione sulla politica nazionale è in qualche modo collegata al presidente".

Gli elettori dei due principali partiti restano comunque più costanti nell’informarsi rispetto agli indipendenti: 8 democratici e 8 repubblicani su 10 seguono regolarmente diversi argomenti di attualità, contro una media di 7 indipendenti su 10.

Il sondaggio è stato condotto tra il 5 e l’8 febbraio su un campione di 1.092 adulti americani, con un margine di errore di 4,1 punti percentuali.

Sondaggio AP-NORC / Media Insight Project — Evitamento notizie su Trump
Sondaggio AP-NORC / Media Insight Project
Sei americani su dieci evitano almeno qualche volta le notizie su Donald Trump

Con che frequenza eviti le notizie su Donald Trump?

Tutti gli adulti
% sul totale del campione

Qualche volta

32%

Spesso

31%

Raramente

18%

Mai

17%


Elettori repubblicani
% tra gli elettori repubblicani

Qualche volta

33%

Raramente

25%

Mai

24%

Spesso

17%


Elettori democratici
% tra gli elettori democratici

Spesso

38%

Qualche volta

~33%


Elettori indipendenti
% tra gli elettori indipendenti

Spesso

38%

Qualche volta

~33%

Eviti le notizie sulla politica nazionale nel suo complesso?

Tutti gli adulti
% che dichiara di evitarle, almeno qualche volta

Sì, le evita

57%

Quanto spesso segui regolarmente le notizie di attualità?

Quota che segue regolarmente diversi argomenti di attualità
% per gruppo politico

Democratici

80%

Repubblicani

80%

Indipendenti

70%

Metodologia: 5–8 febbraio 2026 | Campione: 1.092 adulti | Margine di errore: ±4,1 punti percentuali | Metodo: sondaggio online e telefonico condotto dall'AP-NORC Center for Public Affairs Research nell'ambito del Media Insight Project | Fonte: Media Insight Project (American Press Institute / AP-NORC).

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I Dem in vantaggio in Texas al Senato


Due rilevazioni indipendenti danno il deputato democratico avanti su Cornyn e Paxton, ma sotto il 50%. Nessun democratico vince una corsa statale in Texas dal 1994.

Il deputato democratico James Talarico è in vantaggio sui due possibili sfidanti repubblicani nella corsa al Senato federale per il Texas, secondo due nuovi sondaggi pubblicati questa settimana. Talarico ha già conquistato la nomination del suo partito vincendo le primarie democratiche all'inizio di marzo, dove ha battuto la deputata Jasmine Crockett. Sul fronte repubblicano la partita è invece ancora aperta. Il senatore in carica John Cornyn e il procuratore generale del Texas Ken Paxton si affronteranno in un ballottaggio il 26 maggio, perché nelle primarie repubblicane nessuno dei due ha raggiunto la soglia necessaria per la nomination diretta. Solo dopo quel voto i repubblicani avranno il loro candidato ufficiale da opporre a Talarico nelle elezioni generali di novembre. Il democratico resta comunque sotto la soglia del 50% in entrambe le rilevazioni, segno che la sfida finale rimane aperta.

Il primo sondaggio, condotto da Texas Public Opinion Research tra il 17 e il 20 aprile, attribuisce a Talarico un vantaggio di tre punti percentuali su Cornyn, 44% contro 41%. Su Paxton il margine sale a cinque punti, 46% contro 41%. Entrambi i risultati rientrano nel margine di errore del più o meno 3,3%. La rilevazione ha coinvolto 1.018 elettori probabili. Texas Public Opinion Research si presenta come un gruppo non partitico di ricerca sull'opinione pubblica, ma è diretta dallo stratega democratico Luke Warford, come ricostruito dal Texas Tribune.

Il secondo sondaggio, realizzato dal Texas Politics Project dell'Università del Texas ad Austin tra il 10 e il 20 aprile su 1.200 elettori registrati, dà Talarico avanti su Cornyn di sette punti, 40% contro 33%, e su Paxton di otto punti, 42% contro 34%. In entrambi i confronti, il 19% degli elettori si è detto ancora indeciso. Il margine di errore è di ±2,83 punti percentuali.
Sondaggi Texas — Corsa al Senato 2026
Sondaggi Texas Public Opinion Research e Texas Politics Project — Corsa al Senato federale 2026
Il democratico James Talarico in vantaggio sui due possibili sfidanti repubblicani Cornyn e Paxton
Texas Public Opinion Research UT Austin / Texas Politics Project

Senato federale — Talarico (D) contro Cornyn (R)

Tutti gli elettori probabili
% tra gli elettori probabili

James Talarico (D)

44%

John Cornyn (R)

41%

Indecisi / Altro

15%


Elettori indipendenti
% tra gli elettori indipendenti

James Talarico (D)

51%

John Cornyn (R)

29%

Indecisi / Altro

20%

Senato federale — Talarico (D) contro Paxton (R)

Tutti gli elettori probabili
% tra gli elettori probabili

James Talarico (D)

46%

Ken Paxton (R)

41%

Indecisi / Altro

13%


Elettori indipendenti
% tra gli elettori indipendenti

James Talarico (D)

53%

Ken Paxton (R)

28%

Indecisi / Altro

19%

Ballottaggio primarie repubblicane (sondaggio 6–7 aprile)

Elettori delle primarie repubblicane
% tra gli elettori repubblicani

Ken Paxton

48%

John Cornyn

40%

Indecisi / Altro

12%

Gradimento personale dei candidati

James Talarico (D)
% tra tutti gli elettori

Favorevole

41%

Sfavorevole

34%


Saldo netto di gradimento
favorevoli meno sfavorevoli (punti percentuali)

James Talarico (D)

+7

Ken Paxton (R)

−10

John Cornyn (R)

−15

Corsa per il governatore del Texas

Tutti gli elettori probabili
% tra gli elettori probabili

Greg Abbott (R)

48%

Gina Hinojosa (D)

43%

Indecisi / Altro

9%

Senato federale — Talarico (D) contro Cornyn (R)

Tutti gli elettori registrati
% tra gli elettori registrati

James Talarico (D)

40%

John Cornyn (R)

33%

Indecisi

19%

Senato federale — Talarico (D) contro Paxton (R)

Tutti gli elettori registrati
% tra gli elettori registrati

James Talarico (D)

42%

Ken Paxton (R)

34%

Indecisi

19%

Consolidamento del voto nel proprio partito

Talarico tra gli elettori democratici
% di consenso democratico raccolto da Talarico

Contro Paxton

82%

Contro Cornyn

80%


Repubblicani tra gli elettori repubblicani
% di consenso repubblicano raccolto contro Talarico

Ken Paxton

63%

John Cornyn

60%

Corsa per il governatore del Texas

Tutti gli elettori registrati
% tra gli elettori registrati

Greg Abbott (R)

44%

Gina Hinojosa (D)

38%

Altro candidato

5%

Senza opinione

13%

Corsa per il vicegovernatore

Tutti gli elettori registrati
% tra gli elettori registrati

Dan Patrick (R)

35%

Vikki Goodwin (D)

31%

Altro candidato

7%

Senza opinione

27%

Principale problema che il Texas si trova ad affrontare

Tutti gli elettori registrati
% tra gli elettori registrati — risposta principale indicata

Inflazione / Prezzi

15%

Corruzione / Leadership politica

10%

Economia

9%

Immigrazione

8%

Sicurezza del confine

4%

Metodologia: 17–20 aprile 2026 | Campione: 1.018 elettori probabili | Margine di errore: ±3,3 punti percentuali | Metodo: rilevazione su elettori probabili in Texas | Fonte: Texas Public Opinion Research (dir. Luke Warford). Dati ballottaggio repubblicano: rilevazione TPOR 6–7 aprile 2026.

Il vantaggio di Talarico, secondo gli analisti del Texas Politics Project citati dallo Houston Chronicle, è almeno in parte legato alla dura battaglia interna che oppone Cornyn e Paxton in vista del ballottaggio del 26 maggio. I due si stanno combattendo in una campagna definita logorante e negativa, che starebbe ampliando le divisioni nell'elettorato repubblicano. Mentre i democratici si sono già compattati intorno al loro candidato, i repubblicani devono ancora completare il processo di selezione interna. Il sondaggio del Texas Politics Project segnala che Talarico raccoglie circa l'80% del consenso democratico in entrambi gli scenari, mentre Cornyn ottiene solo il 60% dei voti repubblicani contro il democratico e Paxton il 63%, segno che parte dell'elettorato di destra non si è ancora ricompattato. Anche un sondaggio di Texas Public Opinion Research del 6 e 7 aprile sul ballottaggio repubblicano dava Paxton avanti di otto punti, 48% contro 40%, mentre una rilevazione di co/efficient dell'11-14 aprile, citata dal New York Times, vedeva Cornyn avanti di un solo punto, 44% contro 43%.

Il consenso di Talarico si concentra tra elettori non bianchi, laureati e indipendenti. Tra gli elettori afroamericani il distacco è di 51 punti su Cornyn e 56 su Paxton, secondo Texas Public Opinion Research. Tra gli elettori latinos il vantaggio è di 32 punti su Cornyn e 27 su Paxton. Tra gli indipendenti, il democratico è davanti 51% a 29% contro Cornyn e 53% a 28% contro Paxton. Anche il Texas Politics Project conferma il vantaggio del candidato democratico tra indipendenti, donne, laureati ed elettori sotto i 65 anni.

I dati sul gradimento personale aiutano a capire la dinamica. Texas Public Opinion Research segnala che il 41% degli elettori ha un'opinione favorevole di Talarico contro il 34% di sfavorevoli. Cornyn e Paxton hanno invece saldi negativi, rispettivamente di 15 e 10 punti, i peggiori tra tutti i candidati testati. Il Texas Politics Project conferma il quadro, con Talarico a +10 punti di gradimento netto e i due repubblicani in territorio negativo.

Il quadro storico invita comunque alla cautela. Nessun democratico ha vinto una corsa statale in Texas dal 1994, e nei cicli recenti i sondaggi hanno spesso restituito previsioni favorevoli al partito di minoranza poi smentite alle urne. L'ultima volta che il Texas ha eletto un senatore democratico è stato nel 1992, come ricordato da Newsweek. Nel 2018 Beto O'Rourke chiuse a tre punti dal repubblicano Ted Cruz, ma non era mai stato in vantaggio nei sondaggi dell'Università del Texas, ricorda lo Houston Chronicle.

I democratici sperano in uno scenario simile a quello del 2018, alimentato dal calo dei consensi del presidente Donald Trump e dal malcontento degli elettori latinos sull'economia e sulle politiche migratorie della Casa Bianca. Il Cook Political Report classifica il seggio come "probabile repubblicano". Anche Sabato's Crystal Ball mantiene la stessa valutazione, ma gli analisti Kyle Kondik e J. Miles Coleman, in un aggiornamento del 4 marzo citato da Newsweek, hanno scritto che sposterebbero molto probabilmente il Texas a "tendente repubblicano" se Paxton vincesse il ballottaggio. Hanno anche osservato che Cornyn, senatore da quattro mandati ed ex procuratore generale, ha ottenuto poco più del 40% nelle primarie del suo stesso partito, un risultato che non è un segnale di forza.

La corsa per il Senato è già la primaria più costosa di sempre in Texas, con la maggior parte della spesa concentrata sul fronte repubblicano a sostegno di Cornyn. I sostenitori del senatore in carica argomentano che sarebbe un candidato più solido di Paxton in un ciclo elettorale che si annuncia complicato per i repubblicani. I sondaggi di questa settimana mostrano però che le prestazioni dei due aspiranti contro Talarico sono molto simili.

Cornyn rappresenta il Texas al Senato dal 2002 ed è considerato un repubblicano tradizionale. Ha attirato critiche dalla base del partito per il sostegno a una legge bipartisan sulla sicurezza delle armi nel 2022 e per dichiarazioni passate su Trump. Nel 2023, in dichiarazioni riportate dallo Houston Chronicle e citate da Newsweek, aveva detto che il tempo del presidente Trump era passato. Paxton si presenta invece con il sostegno della parte più conservatrice e trumpiana del partito, ma porta con sé il fardello dell'impeachment del 2023 da parte della Camera del Texas, con accuse di corruzione e abuso di pubblica fiducia, da cui è stato poi assolto dal Senato statale. Trump non si è ancora schierato tra i due, e in un messaggio del 4 marzo su X ha annunciato che farà presto la sua scelta, chiedendo al candidato non sostenuto di ritirarsi.

Talarico, deputato dell'assemblea del Texas dal 2018, è stato insegnante e direttore di una organizzazione no profit prima di entrare in politica. Nel 2025 era tra i democratici texani che lasciarono lo stato per impedire il numero legale e bloccare la ridefinizione dei collegi voluta dai repubblicani. In una intervista a Newsweek nel settembre 2025 ha dichiarato di non vedere la politica come scontro tra destra e sinistra, ma tra alto e basso, criticando i miliardari che a suo dire dividono gli elettori attraverso algoritmi e reti televisive.

Oltre alla corsa al Senato, entrambi i sondaggi mostrano i repubblicani in testa nelle altre sfide statali. Il governatore Greg Abbott guida sulla candidata democratica Gina Hinojosa di cinque punti secondo Texas Public Opinion Research, 48% contro 43%, e di sei punti secondo il Texas Politics Project. Nella corsa per il vicegovernatore, il repubblicano Dan Patrick è avanti di soli quattro punti sulla deputata democratica Vikki Goodwin, 35% contro 31%, con quasi un terzo degli elettori senza opinione.

Tra le preoccupazioni degli elettori texani, l'inflazione e l'aumento dei prezzi restano in cima, segnalate dal 15% degli intervistati nel sondaggio del Texas Politics Project. Seguono corruzione politica, economia, immigrazione e sicurezza del confine.

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Trump valuta nuove operazioni militari contro l'Iran: sul tavolo attacchi mirati


Il comandante del CENTCOM presenterà oggi al presidente i piani per rompere lo stallo negoziale, mentre il New York Times denuncia i limiti strutturali delle Forze Armate statunitensi emersi nella guerra.

Donald Trump riceverà oggi un briefing sulle opzioni per una nuova possibile azione militare contro l’Iran. Lo rivela Axios, citando due fonti a conoscenza del dossier. A presentare i piani sarà l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM: un segnale che il presidente sta valutando seriamente la possibilità di riprendere le operazioni di combattimento, per sbloccare i negoziati o assestare un colpo finale prima di chiudere il conflitto.

Secondo tre fonti sentite da Axios, il CENTCOM ha preparato piani per una nuova ondata di attacchi definita “breve e potente”, probabilmente diretta contro obiettivi infrastrutturali, per spingere Teheran a tornare al tavolo negoziale con maggiore flessibilità sul dossier nucleare. Un secondo piano prevede il controllo di una porzione dello Stretto di Hormuz e la sua riapertura al traffico commerciale: un’operazione che, secondo una fonte, potrebbe coinvolgere anche forze di terra e quindi essere molto più rischiosa. Una terza opzione, già discussa in passato, consiste in un ambizioso raid delle forze speciali per mettere in sicurezza le scorte iraniane di uranio altamente arricchito.

Trump ha dichiarato ieri ad Axios di considerare il blocco navale contro l’Iran “in qualche modo più efficace dei bombardamenti”. Due fonti riferiscono che il presidente considera oggi il blocco come la principale leva negoziale, pur restando pronto ad agire militarmente se Teheran non dovesse cedere. Al Pentagono si sta valutando anche il rischio di una rappresaglia iraniana contro le forze americane nella regione.

Cooper aveva già tenuto un briefing analogo con Trump il 26 febbraio, due giorni prima che Stati Uniti e Israele lanciassero la guerra contro l’Iran. Una fonte vicina al presidente ha riferito ad Axios che proprio quell’incontro contribuì alla decisione di entrare in guerra.
Le opzioni militari di Trump contro l'Iran

Scenari di guerra
Le nuove opzioni militari di Trump contro l'Iran
Il briefing del CENTCOM e i limiti emersi nel conflitto · 30 aprile 2026

Opzioni Paradosso Limiti Cronologia

"Il blocco navale è in qualche modo più efficace dei bombardamenti."
— Donald Trump ad Axios, ieri

Tre nuovi piani sul tavolo del presidente

1

Ondata di attacchi mirati
"Breve e potente"

Attacchi mirati contro obiettivi infrastrutturali per spingere Teheran a tornare al tavolo negoziale con maggiore flessibilità sul nucleare. Lo riferiscono ad Axios tre fonti a conoscenza dei piani preparati dal CENTCOM.

2

Controllo dello Stretto di Hormuz
Possibile uso di forze di terra

Prendere il controllo di una porzione dello Stretto e riaprirlo al traffico commerciale. L'operazione potrebbe coinvolgere anche forze di terra.

3

Raid sulle strutture nucleari
Forze Speciali

Ambiziosa operazione delle Forze Speciali per mettere in sicurezza le scorte iraniane di uranio altamente arricchito ancora in possesso dell'Iran. Opzione già discussa in passato all'interno dell'Amministrazione.

Chi presenterà i piani?

Amm. B. Cooper
Comandante CENTCOM, conduce il briefing

Gen. D. Caine
Capo Stato Maggiore delle Forze Armate, partecipante

Precedente
Cooper aveva tenuto un briefing analogo a Trump il 26 febbraio. Due giorni dopo, Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra contro l'Iran.

La sproporzione sulla carta


Stati Uniti
~1.000 mld
$ spesa difesa annua


Iran
~10 mld
$ stima difesa annua

Il bilancio operativo

13.000+
Obiettivi colpiti dagli Stati Uniti nelle prime 6 settimane di guerra

13
Militari statunitensi uccisi, oltre 300 i feriti

100x
Il rapporto tra le spese militari di Stati Uniti e Iran

Hormuz chiuso
Lo Stretto è ancora sotto controllo iraniano

Sei settimane dopo l'inizio della guerra, la nazione più debole si trova nella posizione negoziale più forte.
Board editoriale, New York Times

Le quattro priorità di riforma indicate dal New York Times

Tecnologie anti-drone
Sul modello Ucraina-Russia. A causa della loro mancanza, la Marina stanunitense non è riuscita a impedire la chiusura di Hormuz.

Armi economiche prodotte in serie
Droni d'attacco e navi senza equipaggio, mentre il Pentagono punta in futuro su sistemi più complessi.

Ampliare capacità industriale
Diversificare i fornitori oltre i Big Five attuali e puntare maggiormente su aziende tecnologiche.

Alleanze internazionali da ricostruire
Trump ha chiesto aiuto per riaprire Hormuz ai Paesi alleati che aveva emarginato all'inizio della guerra.

Il collo di bottiglia

1
Fabbrica produceva fino a poco fa tutti i missili Tomahawk

5
Grandi fornitori dominano il settore militar industriale statunitense

Punti di tensione interna
Conflitto aperto tra il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Segretario dell'Esercito Daniel Driscoll. Proposta di bilancio da 1.500 miliardi di dollari giudicata dal New York Times come capace di amplificare le debolezze invece di correggerle.

Tocca un evento per i dettagli

26 Feb 2026
Primo briefing dell'Ammiraglio Cooper a Trump

Una fonte vicina al presidente ha riferito ad Axios che proprio quel briefing contribuì alla decisione di entrare in guerra.

28 Feb 2026
Stati Uniti e Israele lanciano la guerra contro l'Iran

Inizio della campagna militare. Nelle prime 6 settimane gli Usa colpiscono oltre 13.000 obiettivi militari e industriali.

Mar 2026
L'Iran prende il controllo dello Stretto di Hormuz

Missili e droni iraniani continuano a minacciare gli alleati di Washington. Lo scontro appare meno sbilanciato del previsto, nonostante l'enorme differenza di mezzi a disposizione.

Mer (questa settimana)
Trump ad Axios: "Blocco navale più efficace dei bombardamenti"

Due fonti riferiscono che il presidente considera oggi il blocco come la principale leva negoziale, ma resta lo stesso pronto ad agire militarmente.

Gio (oggi)
Cooper presenta a Trump 3 nuove opzioni militari

Al briefing parteciperà anche il generale Dan Caine, capo di Stato maggiore delle Forze Armate statunitensi. Al Pentagono si valuta anche l'ipotesi di rappresaglia iraniana contro le forze Usa nella regione.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Axios, New York Times (editorial board) · 30 aprile 2026

Il New York Times: la superiorità americana non basta


Le nuove opzioni sul tavolo di Trump arrivano mentre il board editoriale del New York Times ha pubblicato un’analisi che mette in discussione la tenuta strategica di Washington. Sulla carta, scrive il giornale, la guerra non avrebbe dovuto essere un confronto alla pari: gli Stati Uniti spendono circa 1.000 miliardi di dollari l’anno per la difesa, oltre cento volte la cifra iraniana, e nelle prime 6 settimane hanno colpito più di 13.000 obiettivi militari e industriali, subendo perdite contenute, 13 militari uccisi e oltre 300 feriti. Eppure lo scontro appare oggi meno sbilanciato.

L’Iran ha preso il controllo di fatto dello Stretto di Hormuz, missili e droni continuano a minacciare gli alleati regionali di Washington e, mentre Trump intende a tutti i costi trovare una via d'uscita che gli salvi la faccia, la leadership iraniana resiste. Insomma, paradossalmente, la nazione più debole si trova nella posizione negoziale più forte.

Per il New York Times, la spiegazione sta nei limiti strutturali del modello militare statunitense. Gli Stati Uniti hanno speso centinaia di miliardi in navi e aerei progettati per battere flotte avversarie, ma poco efficaci contro armi economiche prodotte in serie come i droni iraniani. Anche l’industria della difesa, concentrata in cinque grandi appaltatori, fatica a rispondere alla domanda: una sola fabbrica produceva fino a poco tempo fa tutti i missili cruise Tomahawk, mentre anche gli intercettori Patriot scarseggiano cronicamente.

Da qui le quattro priorità di riforma indicate dall’editoriale. La prima è dotarsi di tecnologie anti-drone economiche e producibili su larga scala, sul modello sviluppato dall’Ucraina contro la Russia: una carenza che la Marina statunitense ha pagato non riuscendo a impedire la chiusura di Hormuz. La seconda è avviare la produzione di massa di armi economiche e sacrificabili, come droni d’attacco e navi senza equipaggio, mentre il Pentagono continua a puntare su sistemi molto più complessi. La terza è ampliare la capacità industriale, diversificando i fornitori e coinvolgendo aziende tecnologiche più dinamiche. La quarta, infine, è riprendere la collaborazione con le democrazie industrializzate: le richieste di aiuto rivolte da Trump, per riaprire lo Stretto di Hormuz, agli stessi alleati emarginati all’inizio della guerra dimostrano, scrive il giornale, che Washington non può agire da sola.

Le riforme mancate e il rischio strategico


Il quadro non è però del tutto negativo. Il New York Times riconosce all’Amministrazione alcuni passi positivi, come la pressione sui grandi fornitori delle Forze Armate per aumentare la produzione di missili e le azioni del Segretario dell’Esercito Daniel Driscoll per cancellare programmi ormai obsoleti. Ma il bilancio resta segnato da scelte controverse: la commessa per la costruzione di una nuova flotta di corazzate “classe Trump”, giudicate vulnerabili agli attacchi aerei; i licenziamenti voluti dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth, oggi in aperto conflitto con lo stesso Driscoll; e una proposta di budget monstre da 1.500 miliardi di dollari che, secondo il quotidiano newyorkese, rischia di amplificare le debolezze invece di correggerle.

La guerra in Iran, avverte l’editoriale, rischia così di trasformarsi in una mappa operativa per Paesi come Russia e Corea del Nord, interessati a capire come resistere alla forza militare di Washington. Per la Cina, invece, conferma la validità della scommessa su droni, cyber e capacità spaziali come nuovi terreni decisivi dello scontro.

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Usa, l'economia rallenta nel primo trimestre del 2026: il PIL cresce del 2%, sotto le attese


Gli investimenti delle imprese trainano l'attività, ma i consumi frenano sotto il peso dell'inflazione e del caro-benzina.

L’economia statunitense è cresciuta del 2% annualizzato nel primo trimestre del 2026, secondo i dati diffusi dal Dipartimento del Commercio. Il dato segna un’accelerazione rispetto alla fine del 2025, quando lo shutdown governativo più lungo della storia americana aveva frenato l’attività, ma resta sotto le attese degli analisti di Wall Street, ferme al 2,2%, e al di sotto della crescita potenziale stimata dal Congressional Budget Office.

A sostenere il prodotto interno lordo sono stati soprattutto gli investimenti fissi non residenziali, aumentati del 10,4%. La spesa in proprietà intellettuale e attrezzature è stata particolarmente robusta, segnale che le aziende continuano a puntare con decisione sull’intelligenza artificiale. I consumi, principale motore dell’economia americana, hanno invece rallentato all’1,6%, dall’1,9% del quarto trimestre 2025. Anche il mercato del lavoro ha recuperato solo in parte: dopo le perdite degli ultimi tre mesi del 2025, tra gennaio e marzo l’economia ha creato in media 68.000 posti di lavoro al mese.
Pil Usa Q1 2026 — La crescita rallenta sotto il peso della guerra

Economia · Stati Uniti
Pil USA, la crescita rallenta sotto il peso della guerra con l'Iran
Primo trimestre 2026 · Dati Bureau of Economic Analysis, Dipartimento del Commercio

PIL Motori Prezzi Fed

Crescita annualizzata · Q1 2026
+2,0%
Sotto le attese di Wall Street, ferme al 2,2%, e più bassa della stima di crescita potenziale del Congressional Budget Office

Variazione del Pil reale
sul trimestre precedente
Tocca le barre

Q1 2026
+2,0%
Trimestre attuale: la crescita rallenta dopo l'inizio della guerra con l'Iran

Fonte: Bureau of Economic Analysis (BEA). Dati destagionalizzati e annualizzati.

Cosa spinge e cosa frena la crescita

▲ Spinge

+10,4%
Investimenti fissi non residenziali, soprattutto in proprietà intellettuale e attrezzature legate all'AI

Utili
Vendite e utili delle grandi aziende nelle ultime trimestrali

Rimborsi
Rimborsi fiscali più generosi nella stagione delle dichiarazioni

▼ Frena

+1,6%
Consumi in rallentamento, dall'1,9% del Q4 2025

68.000
Buste paga aggiunte in media al mese tra gennaio e marzo, dopo i posti persi a fine 2025

Al minimo
Indice di fiducia consumatori dell'Università del Michigan ad aprile, livello più basso mai registrato

Inflazione e shock energetico

+4,5%
Indice PCE annuo, l'indice di inflazione preferito dalla Fed

28 feb
Inizio degli attacchi Usa-Israele all'Iran

Prezzo medio benzina, dollari al gallone

Dall'attacco a oggi
+44%

Prima
(fine feb)

~2,85 $

Aprile

4,10 $

Il dato sul PIL non considera i rincari di aprile. La benzina è il canale principale attraverso cui la guerra è entrata nei conti delle famiglie americane.

La risposta della Federal Reserve

Decisione del FOMC
Tassi fermi, prudenza confermata
Il Federal Open Market Committee ha votato per lasciare invariato il costo del denaro, citando come motivi l'inflazione elevata e la debolezza dell'occupazione.

Probabilità che la Fed lasci i tassi fermi fino a dicembre

Inizio 2026 Bassa

I mercati scontavano due tagli nel corso dell'anno

Oggi > 80%

Stima dei futures sui Fed funds, dati CME Group

2
Tagli attesi a inizio anno e ora rinviati

Medio Oriente
Fonte di "alto livello di incertezza" citata nel comunicato FOMC

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Bureau of Economic Analysis, Dipartimento del Commercio, CME Group, Università del Michigan · Aprile 2026

Sul fronte dei prezzi, l’inflazione misurata dall’indice Pce, il parametro osservato con maggiore attenzione dalla Federal Reserve, è salita a un ritmo annuo del 4,5%. A pesare è anche la guerra con l’Iran: Stati Uniti e Israele hanno attaccato Teheran l’ultimo giorno di febbraio e da allora il prezzo medio della benzina è aumentato di circa il 44%. Il rapporto sul Pil non tiene conto dei rincari di aprile, quando la benzina ha viaggiato in media a 4,10 dollari al gallone. Sempre ad aprile, l’indice di fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan è sceso al livello più basso mai registrato, schiacciato dalle preoccupazioni per il conflitto e per il caro prezzi.

In questo quadro, la Federal Reserve ha scelto la prudenza. Mercoledì il Federal Open Market Committee ha votato per lasciare invariati i tassi di interesse, citando l’inflazione elevata e la debolezza dell’occupazione. «Gli sviluppi in Medio Oriente stanno contribuendo a un alto livello di incertezza sulle prospettive economiche», si legge nel comunicato del Fomc. Gli investitori, che a inizio anno scontavano due tagli dei tassi nel 2026, ora assegnano una probabilità superiore all’80% a uno scenario in cui la banca centrale lasci il costo del denaro invariato fino a dicembre, secondo i dati del Cme Group.

I conti delle grandi aziende restano intanto solidi, con vendite e utili resilienti nelle trimestrali pubblicate nelle ultime settimane. I consumatori beneficiano di rimborsi fiscali più generosi in questa stagione delle dichiarazioni e di un tasso di disoccupazione ancora basso. Diverse imprese, però, segnalano una clientela sempre più nervosa, stretta tra la guerra e il prezzo della benzina.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)

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Tucker Carlson attacca Trump sulla guerra all'Iran: "Hai fallito"


Il commentatore conservatore, ex volto di Fox News, accusa il presidente di disprezzare gli americani comuni e definisce un fallimento il tentativo di rovesciare il governo iraniano avviato a febbraio.

Tucker Carlson ha rotto in modo netto con Donald Trump, accusando il presidente di aver tradito gli elettori comuni e di aver fallito nella gestione del Paese. Nella puntata di mercoledì del suo programma The Tucker Carlson Show, il commentatore conservatore ha pronunciato un atto d'accusa diretto: "Hai fallito".

L'attacco si è sviluppato a partire da una critica all'ex collega di Fox News Mark Levin, uno dei sostenitori più convinti della guerra contro l'Iran lanciata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio. Nelle settimane precedenti la decisione di Trump di bombardare il Paese, sia Levin sia Carlson erano stati ricevuti separatamente alla Casa Bianca per fare pressioni sul presidente, il primo a favore del conflitto, il secondo contro. Carlson ha accusato Levin di voler mettere a tacere gli americani che criticano la guerra e il ruolo del governo israeliano nel convincere Trump a lanciarla.

Dal bersaglio Levin, Carlson è passato senza soluzione di continuità a parlare del presidente, senza mai nominarlo ma rendendo evidente l'identità del destinatario. Ha sostenuto che Trump abbia abbandonato gli americani comuni e provi addirittura disprezzo per loro. "Tu odi quel tipo di persone", ha detto Carlson rivolgendosi idealmente al presidente. "Le odi anche perché ti ricordano quanto hai fallito. Non hai fatto un buon lavoro nel governare questo Paese. Non ti interessa nemmeno provarci. Preferiresti governare il mondo o l'impero. Non vuoi migliorare Baltimora. Non ti importa di Gary, in Indiana. L'America rurale ti fa schifo".

Carlson ha poi aggiunto che un leader normale si chiederebbe perché i cittadini siano arrabbiati e cosa li renda insoddisfatti, cercando di capire come aiutarli. Il commentatore ha quindi spostato il discorso sulla guerra all'Iran, definendola la cosa più importante intrapresa dall'amministrazione e bocciandola come un fallimento. "Non hanno mai guardato dentro sé stessi una volta in dieci anni", ha proseguito, passando alla terza persona plurale. "E ora hanno raggiunto il punto di massima frustrazione, perché la cosa più grande che abbiano mai fatto, cioè cambiare il regime iraniano, non ha funzionato. Avevano puntato tutto su quello".

Secondo Carlson, di fronte al fallimento dell'operazione i fautori della guerra non rivolgeranno la rabbia verso sé stessi ma verso i cittadini che non apprezzano la scelta o che osano parlarne, accusandoli di essere ancorati ad aspettative superate su come dovrebbe essere la vita nel Paese.

Le parole di mercoledì arrivano dopo una presa di posizione già netta della scorsa settimana, quando Carlson aveva chiesto pubblicamente scusa per aver appoggiato Trump in campagna elettorale. Durante un'intervista al fratello Buckley Carlson, anche lui sostenitore del presidente, il commentatore aveva detto che quella scelta li avrebbe tormentati a lungo e si era detto dispiaciuto per aver tratto in inganno chi lo seguiva, precisando che non era stato intenzionale.

La rottura ha un peso politico rilevante perché Carlson è stato uno dei volti più influenti dell'area conservatrice vicina al presidente e perché lo scontro si concentra su due nodi sensibili: la guerra all'Iran, su cui parte della base trumpiana ha mostrato perplessità sin dall'inizio, e la percezione che l'amministrazione abbia trascurato le aree interne e rurali del Paese a favore di un'agenda di politica estera.

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Trump dice che avrebbe potuto fare l'astronauta


Il presidente ha accolto alla Casa Bianca l'equipaggio della missione che ha sfiorato la Luna, scherzando sulla possibilità di partecipare lui stesso a un volo spaziale.

Il presidente Donald Trump ha ricevuto mercoledì 29 aprile nello Studio Ovale i quattro astronauti della missione Artemis II, di ritorno dal loro storico viaggio attorno alla Luna, e ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno "buone possibilità" di riportare un essere umano sulla superficie lunare entro la fine del suo secondo mandato, nel gennaio 2029.

Gli astronauti, in giacca blu, erano schierati alle spalle del presidente, seduto al Resolute Desk su cui era stato collocato un modello dorato della Luna. Si tratta del comandante della NASA Reid Wiseman, del pilota Victor Glover, della specialista di missione Christina Koch e dell'astronauta dell'Agenzia Spaziale Canadese Jeremy Hansen. Accanto a loro c'era anche Jared Isaacman, amministratore della NASA. Sulla scrivania erano visibili una Luna dorata donata alla Casa Bianca da Isaacman e un modello del razzo Space Reactor-1 Freedom prestato dalla NASA, secondo quanto riferito dal portavoce dell'agenzia George Alderman.

La missione Artemis II, conclusa il 10 aprile con l'ammaraggio della capsula Orion, ribattezzata Integrity, al largo di San Diego dopo dieci giorni di viaggio, ha portato l'equipaggio a 252.756 miglia dalla Terra, superando di oltre 4.000 miglia il record stabilito dall'Apollo 13 nel 1970. È stato anche il primo volo umano attorno alla Luna in oltre cinquant'anni e ha permesso a tre americani e a un canadese di osservare a occhio nudo porzioni del lato nascosto del satellite.

"Non so come facciano. Io non vorrei farlo, ma servono persone così per rendere grande il nostro Paese", ha detto Trump all'inizio dell'incontro. Interrogato sulla possibilità che gli Stati Uniti tornino a far camminare un uomo sulla Luna durante il suo mandato, il presidente è stato cauto: "Abbiamo buone possibilità. Non ci piace dire definitivamente, perché poi si dice: oh, abbiamo fallito. Quindi abbiamo buone possibilità. L'abbiamo autorizzato". Isaacman ha confermato che l'obiettivo è un allunaggio nel 2028, preceduto dalla missione Artemis III nel 2027, e ha aggiunto che la sede centrale della NASA resterà a Washington, definendo un "vantaggio" la presenza nella capitale, posizione condivisa da Trump.

Come riportato da France 24, alcuni esperti del settore hanno espresso scetticismo sulla possibilità che i lander lunari sviluppati da SpaceX e Blue Origin, le aziende di Elon Musk e Jeff Bezos, siano pronti in tempo per la finestra del 2028. La Cina punta intanto al 2030 per portare propri astronauti sulla superficie lunare, una concorrenza che fa da sfondo all'intero programma Artemis. Isaacman, parlando direttamente al presidente, ha assicurato: "Abbiamo un piano realizzabile per tornare sulla Luna".

Uno dei momenti più curiosi dell'incontro è arrivato quando Trump ha scherzato chiedendo: "Un presidente è autorizzato a partecipare a una di queste missioni?". Isaacman gli ha risposto sullo stesso tono: "Possiamo iniziare a lavorarci, signor presidente". Poco prima il presidente aveva ribadito la sua autovalutazione fisica: "Per entrarci dentro bisogna essere molto intelligenti, fare molte cose dal punto di vista fisico. Quindi io non avrei avuto problemi a farcela, sono fisicamente molto, molto in forma. Forse un piccolo problema. Dovremo provare". Trump ha rivendicato anche la creazione della Space Force durante il primo mandato, presentandola come uno dei pilastri delle sue politiche spaziali.

Pur congratulandosi pubblicamente con l'equipaggio, all'inizio del mese il presidente ha annunciato l'intenzione di tagliare il bilancio della NASA del 23 per cento, con una riduzione del 46 per cento per le iniziative di scienza spaziale. La promessa di un allunaggio entro il 2028 e di una successiva missione su Marte si inserisce dunque in un quadro di forti contrazioni di risorse per l'agenzia.

CBS News ha ricostruito anche la telefonata di circa dodici minuti che Trump aveva avuto con l'equipaggio il 10 aprile, mentre la capsula si trovava ancora a oltre 250.000 miglia dalla Terra. In quella conversazione, segnata da un ritardo di alcuni secondi tra le voci e da una breve interruzione, il presidente aveva definito gli astronauti "pionieri dei tempi moderni" e aveva richiamato la tradizione delle telefonate presidenziali nello spazio, inaugurata da Richard Nixon con Neil Armstrong e Buzz Aldrin durante la missione Apollo 11. "Oggi avete fatto la storia e avete reso orgogliosa tutta l'America", aveva detto Trump. "Gli esseri umani non hanno mai visto davvero nulla di simile a ciò che state facendo in una navicella con equipaggio. È davvero speciale".

Durante quella telefonata il comandante Wiseman aveva raccontato di aver osservato un'eclissi solare e di aver scorto Marte in lontananza, dicendosi "entusiasta" all'idea di vedere "questa nazione e questo pianeta diventare una specie a due pianeti". La specialista Koch aveva descritto come momento più intenso il primo riapparire della Terra dopo il blackout delle comunicazioni dietro la Luna, definendola "un posto speciale" e sottolineando l'importanza per gli Stati Uniti di "guidare e non seguire" nell'esplorazione dello spazio profondo. Il pilota Glover aveva detto di aver recitato "una piccola preghiera" durante il passaggio sul lato nascosto, mentre Hansen aveva trasmesso l'orgoglio canadese di prendere parte al programma.

Mercoledì, al termine dell'incontro nello Studio Ovale, Trump ha guardato avanti: "Lo rifaremo, e poi, prossimo passo, Marte". Gli astronauti sono rimasti accanto a lui con espressioni misurate, mentre il presidente prometteva di chiedere loro un autografo, gesto che, come aveva già anticipato durante la telefonata, ha detto di non concedersi spesso.

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Perché le aziende di intelligenza artificiale vogliono che tu abbia paura di loro

Fermatevi se l'avete già sentita: un'azienda tecnologica afferma di aver creato una nuova intelligenza artificiale talmente potente da fare paura. A quanto pare, è troppo pericolosa per essere rilasciata nel mondo: le conseguenze sarebbero catastrofiche. Per fortuna, per ora la tengono sotto chiave. Volevano solo che lo sapeste.

bbc.com/future/article/2026042…

@aitech

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Iran, il petrolio sfonda i 120 dollari al barile mentre Trump valuta di prolungare il blocco navale


Il Brent è salito ai massimi dall'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 dopo il fallimento dei negoziati. Al distributore il prezzo della benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,23 dollari di media, con picchi oltre gli 8 dollari al gallone in California.

Il prezzo del petrolio ha toccato questa mattina i 123 dollari al barile, toccando il livello più alto dal 2022, mentre Donald Trump sta valutando se prolungare ancora il blocco navale dei porti iraniani. Il Brent, riferimento globale del mercato del petrolio, è salito di oltre il 12% nelle prime ore della giornata. Il WTI americano ha guadagnato più del 3% e ha oltrepassato i 110 dollari al barile.

A spingere i prezzi verso l'alto è il fallimento dei negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran, che ha di fatto paralizzato lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il trasporto di petrolio e gas. L’Agenzia internazionale dell’energia ha definito la crisi come la più grande interruzione di approvvigionamento mai registrata: dall’inizio della guerra, a fine febbraio, i transiti giornalieri si sono ridotti quasi a zero.

L’effetto si vede già alla pompa di benzina. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina ha raggiunto i 4,23 dollari al gallone, il massimo degli ultimi quattro anni secondo i dati di AAA. In California, alla stazione Chevron di Los Angeles, i listini superano gli 8 dollari al gallone. Dall’inizio del conflitto, i prezzi dell’energia sono aumentati di oltre il 27%.

Brent e benzina dall'inizio della guerra

Mercati dell'energia · Live
Caricamento…

Brent e benzina dall'inizio della guerra
L'andamento dei prezzi dal 27 febbraio 2026, con gli eventi che li hanno mossi.

Brent Benzina USA

Brent · ultimo prezzo
$—,—
USD per barile
Massimo di oggi $126,10

Da inizio guerra

27 feb 2026
$72,00

Andamento giornaliero

Tocca un punto sul grafico per leggere cosa è successo.

Numeri chiave

+55%
Aumento massimo del Brent dall'inizio del conflitto

+51%
Salto a marzo: tra i maggiori mensili mai registrati

~14,5 mln
Barili al giorno persi dalla produzione globale (Goldman Sachs)

172 mln
Barili rilasciati dalle riserve strategiche statunitensi

Benzina USA · media nazionale
$—,—
USD per gallone (AAA)

Da inizio guerra

27 feb 2026
$2,98

Prezzo medio alla pompa

Tocca un punto sul grafico per leggere cosa è successo.

Picchi statali · 22 apr 2026

Fonti dati: Focus America, CNBC, Al Jazeera, CBS News, AAA, Center for American Progress · Aggiornato al 30 aprile 2026

La scommessa di Trump sul collasso del regime


In una riunione con i suoi consiglieri, Trump ha lasciato intendere di voler prolungare il blocco navale. Il suo staff ha già iniziato a preparare il terreno per un’estensione che includa una chiusura più lunga dello Stretto di Hormuz, riferiscono alla CNN fonti vicine ai colloqui. "Il blocco è geniale, ok? La loro economia è un vero disastro. È un’economia moribonda", ha detto il presidente ieri.

La strategia di Trump poggia su una premessa semplice: soffocare le esportazioni di petrolio iraniane e le importazioni essenziali fino a provocare un collasso sociale nel Paese, costringendo così il regime a rinunciare in modo permanente al programma nucleare. Funzionari statunitensi citati dalla CNN parlano di rapporti d’intelligence secondo cui l’economia iraniana potrebbe reggere solo poche settimane, se non pochi giorni.

Ed in effetti, a Teheran le condizioni si stanno effettivamente deteriorando. Il Wall Street Journal ha riferito mercoledì che il conflitto ha già prodotto un milione di disoccupati, fatto impennare i prezzi alimentari e spento Internet, paralizzando l’economia online. L’inflazione è sempre più diffusa e beni di prima necessità come la carne rossa in molte parti del Paese sono diventati inaccessibili. In questo contesto, il Ministro del Petrolio Mohsen Paknejad ha chiesto pubblicamente ai cittadini di ridurre i consumi energetici, mentre gli uffici governativi devono tagliare l’uso di elettricità del 70% dopo le 13.

I limiti della pressione americana


Sull’efficacia della strategia gli analisti, però, restano cauti. Alex Vatanka, senior fellow del Middle East Institute, ha detto alla CNN che il blocco potrebbe generare nuove e più forti proteste di piazza contro il regime, ma che servirebbero mesi: "E' uno scenario mai visto sinora. È un blocco che l’Iran non ha mai sperimentato, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq". Trita Parsi, vicepresidente esecutivo del Quincy Institute for Responsible Statecraft, ha invece criticato l’approccio dell’Amministrazione: "Quasi ogni volta che gli Stati Uniti percorrono questa strada, finiscono per restare delusi".

A pesare sulla scommessa di Trump c’è anche il calendario politico interno. I suoi indici di gradimento sono ai minimi storici e i repubblicani temono di perdere la Camera dei Rappresentanti e di affrontare una battaglia in salita per mantenere la maggioranza al Senato a novembre, con gli elettori sempre più irritati per via dell'alto costo della vita. I sondaggi mostrano che più la guerra si trascina, più benzina sopra i 4 dollari al gallone e inflazione rischiano di erodere il consenso del presidente e dei repubblicani.

C’è infine anche un precedente che pesa sulla strategia. Il bombardamento americano-israeliano e l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nel primo giorno di guerra, il 28 febbraio 2026, non hanno piegato la resistenza iraniana, anzi hanno ottenuto l'effetto opposto. Il fatto è che il regime iraniano ha già resistito a decenni di sanzioni occidentali e a 8 anni di guerra contro l’Iraq, con circa un milione di vittime stimate e non è mai davvero vacillato. La sua intera identità, nei 47 anni dalla Rivoluzione islamica, si è costruita sulla resistenza al Grande Satana americano. Per questo potrebbe scegliere di affrontare il probabile collasso sociale venturo, piuttosto che cedere sul nucleare, e scommettere di restare comunque al potere.

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Trump minaccia il ritiro delle truppe americane dalla Germania


Il presidente ha annunciato di valutare una riduzione dei militari di stanza nel Paese alleato dopo che il cancelliere Merz ha accusato Washington di essere "umiliata" dalla leadership iraniana.

Il presidente Donald Trump ha aperto un nuovo fronte di tensione con la Germania, annunciando di valutare una riduzione delle truppe americane stazionate sul territorio tedesco. L'annuncio, arrivato mercoledì 29 aprile attraverso un messaggio sulla piattaforma Truth Social, segna un'ulteriore escalation nello scontro con il cancelliere Friedrich Merz sulla guerra in corso tra Stati Uniti e Iran. "Gli Stati Uniti stanno studiando ed esaminando la possibile riduzione delle truppe in Germania, con una decisione che sarà presa nel breve periodo", ha scritto il presidente.

La presenza militare statunitense in Germania è la più consistente in Europa. Secondo i dati del Defense Manpower Data Center, a dicembre 2025 nel Paese erano stanziati oltre 36.000 militari americani in servizio attivo, ai quali si aggiungono circa 1.500 riservisti e 11.500 civili, secondo le cifre del Dipartimento della Difesa riportate dalla CBS. I media tedeschi, citati da Le Monde, stimano una presenza complessiva vicina alle 50.000 unità. Il Giappone è l'unico Paese estero con un contingente americano più numeroso. La Germania ospita inoltre il quartier generale dello U.S. European Command e dello U.S. Africa Command, la base aerea di Ramstein e il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare americano fuori dagli Stati Uniti.

La frattura tra Trump e Merz ha radici nelle posizioni espresse dal cancelliere tedesco sulla guerra contro l'Iran, iniziata il 28 febbraio. In un intervento davanti a un gruppo di studenti a Marsberg, nella Germania occidentale, Merz ha criticato apertamente la strategia di Washington. "Gli americani evidentemente non hanno una strategia, e il problema con questi conflitti è sempre che non basta entrarci, bisogna anche uscirne. L'abbiamo visto in modo molto doloroso in Afghanistan per vent'anni. L'abbiamo visto in Iraq", ha dichiarato il cancelliere. Merz ha aggiunto di non vedere quale uscita strategica gli americani stessero scegliendo e ha sostenuto che Teheran stesse "umiliando" la prima potenza mondiale.

La reazione di Trump è stata immediata e dura. Martedì il presidente ha attaccato il cancelliere su Truth Social sostenendo che pensasse fosse accettabile per l'Iran possedere un'arma nucleare. "Non sa di cosa sta parlando", ha scritto, aggiungendo che "non c'è da stupirsi che la Germania stia andando così male, sia economicamente che sotto altri aspetti". Il presidente ha anche ribadito le sue critiche all'Alleanza atlantica, accusandola di essere una "tigre di carta" per il rifiuto di partecipare al conflitto contro l'Iran, che dura ormai da due mesi. Trump non può ritirarsi formalmente dalla NATO senza l'approvazione del Congresso, in base a una legge del 2023.

Il cancelliere ha tentato di stemperare le tensioni mercoledì, affermando che le sue relazioni personali con Trump rimangono "buone come sempre", pur ribadendo di aver avuto "dubbi fin dall'inizio su quanto è stato avviato con la guerra in Iran". Merz ha sottolineato che la Germania e l'Europa stanno subendo conseguenze considerevoli dalla chiusura dello stretto di Hormuz, attraverso il quale prima del conflitto transitava circa il 20% della fornitura mondiale di petrolio. Lo stretto è di fatto chiuso dall'inizio delle ostilità.

Mercoledì il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul. Secondo il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott, i due hanno discusso della questione iraniana e dell'importanza di garantire la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz.

La minaccia di ridurre il contingente in Germania non è inedita. Durante il primo mandato, nel giugno 2020, Trump aveva annunciato il ritiro di circa 9.500 militari sui 34.500 allora presenti nel Paese, accusando Berlino di spendere troppo poco per la difesa. Il piano non è mai stato avviato e fu formalmente bloccato dal presidente democratico Joe Biden poco dopo il suo insediamento nel 2021. Lo scorso autunno, secondo fonti del Pentagono citate dalla CBS, circa 700 militari schierati tra Germania, Romania e Polonia sono stati richiamati in patria nell'ambito di quello che lo U.S. Army Europe and Africa ha definito un "processo deliberato per garantire una postura militare equilibrata".

L'analisi di David E. Sanger sul New York Times sottolinea che i comandanti militari, già sotto pressione, hanno espresso chiaramente i rischi di un taglio alle truppe nelle principali basi europee. Le basi in Germania, Italia, dove sono presenti 12.000 militari americani, e Regno Unito, con circa 10.000 unità, hanno svolto un ruolo di transito cruciale per le forze e gli aerei diretti in Medio Oriente nell'ambito dell'operazione Epic Fury, l'attacco lanciato congiuntamente da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Sanger osserva che la decisione del presidente potrebbe dipendere più dai suoi sentimenti personali verso Merz che da considerazioni strategiche, e ricorda che Trump talvolta passa ad altre questioni senza dare seguito alle minacce. Il presidente non ha specificato chi stia conducendo la revisione né l'entità della possibile riduzione.

La settimana scorsa alcuni media americani avevano riferito, secondo quanto riportato da Le Monde, che Washington stava valutando di sospendere la Spagna dalla NATO e di rivedere la propria posizione sulle isole Falkland in risposta al mancato sostegno britannico alla guerra contro l'Iran. Successivamente l'amministrazione ha riaffermato la propria neutralità sulla sovranità contesa dell'arcipelago tra Argentina e Regno Unito.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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La rassegna stampa di giovedì 30 aprile 2026


La Camera approva il budget per l'immigrazione e il rinnovo dei poteri di sorveglianza, mentre la Corte Suprema limita il Voting Rights Act. Il Pentagono stima 25 miliardi il costo della guerra in Iran

Questa è la rassegna stampa di giovedì 30 aprile 2026

La Camera approva il budget per sbloccare 70 miliardi per l'immigrazione


La Camera dei Rappresentanti ha approvato con 215 voti contro 211 un quadro di bilancio che permetterà di finanziare le agenzie di controllo dell'immigrazione ICE e CBP con 70 miliardi di dollari. La misura pone fine al blocco record di 74 giorni del Dipartimento di Homeland Security e permetterà ai repubblicani di procedere con un disegno di legge non soggetto a filibuster.

Fonti: New York Times, Bloomberg, The Hill

La Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act con decisione 6-3


La Corte Suprema ha bocciato la mappa elettorale della Louisiana, eliminando di fatto una sezione chiave del Voting Rights Act del 1965. La decisione permette ai legislatori di disegnare distretti che riducono l'influenza degli elettori di minoranza e potrebbe accelerare il ridisegnamento delle mappe elettorali prima delle elezioni di midterm.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, The Guardian

Il Pentagono stima a 25 miliardi il costo della guerra in Iran


Durante la prima audizione pubblica del segretario alla Difesa Pete Hegseth dall'inizio della guerra in Iran, il Pentagono ha rivelato che il conflitto è costato finora 25 miliardi di dollari. Hegseth ha difeso energicamente la gestione della guerra e ha respinto le critiche sui recenti licenziamenti di alti ufficiali militari.

Fonti: New York Times, Bloomberg, The Hill

I prezzi del petrolio salgono mentre Trump rifiuta la proposta di pace iraniana


Il prezzo del petrolio Brent ha superato i 125 dollari al barile dopo che il presidente Trump ha respinto la proposta dell'Iran di riaprire lo Stretto di Hormuz e ha difeso il blocco navale americano. L'escalation del conflitto sta causando preoccupazioni per l'impatto sull'economia globale e sui prezzi dell'energia.

Fonti: Financial Times, New York Times, Semafor

La Camera approva il rinnovo dei poteri di sorveglianza senza mandato


La Camera ha approvato con 235 voti contro 191 il rinnovo della Sezione 702 del FISA, che consente la sorveglianza senza mandato per tre anni. Il disegno di legge deve ancora passare al Senato prima della scadenza di venerdì, dove potrebbe affrontare resistenze significative.

Fonti: New York Times, The Hill

Powell rimane alla Fed mentre Warsh si prepara a sostituirlo


Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha annunciato che rimarrà come governatore anche dopo che Kevin Warsh lo sostituirà come presidente. La Fed ha mantenuto i tassi di interesse invariati, mentre cresce la pressione dell'amministrazione Trump per tagli più aggressivi dei tassi.

Fonti: Financial Times, New York Times, Bloomberg

Gli Usa accusano il governatore del Sinaloa di traffico di droga


Il governo americano ha incriminato Rubén Rocha Moya, governatore dello stato messicano di Sinaloa, e altri nove funzionari per traffico di droga e reati legati alle armi. L'accusa sostiene che Rocha ha cospirato con i leader del Cartello di Sinaloa per contrabbandare narcotici negli Stati Uniti, intensificando la pressione sul Messico nella lotta ai cartelli.

Fonti: New York Times, ABC News

Trump minaccia di ritirare le truppe dalla Germania


Il presidente Trump ha minacciato di rivedere i livelli delle truppe americane in Germania dopo che il cancelliere tedesco ha affermato che l'Iran ha "umiliato" gli Stati Uniti. Trump ha dichiarato che gli Usa stanno valutando la presenza militare in Germania e decideranno presto se ridurre il numero di soldati, escalando le tensioni con un alleato chiave della NATO.

Fonti: New York Times, Bloomberg

Le Big Tech superano le aspettative sui ricavi con investimenti record nell'IA


Google, Amazon, Microsoft e Meta hanno riportato spese in conto capitale superiori a 130 miliardi di dollari nel trimestre per costruire data center per l'intelligenza artificiale. Le azioni di Meta sono scese del 6,5% nonostante i ricavi in crescita, mentre gli investitori valutano la sostenibilità degli enormi investimenti nell'IA.

Fonti: Financial Times, New York Times, BBC

Re Carlo III conclude la visita di stato negli Usa


Re Carlo III e la Regina Camilla hanno concluso la loro visita di stato negli Stati Uniti con tappe a New York, inclusa la deposizione di fiori al memoriale dell'11 settembre e incontri con leader aziendali. La visita mira a rafforzare i legami tra Stati Uniti e Regno Unito in un momento di tensioni geopolitiche globali.

Fonti: New York Times, BBC, Bloomberg

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Vance resta il favorito per la nomination repubblicana per il 2028


Il vicepresidente ha ridotto la sua presenza sui social, raccolto 60 milioni di dollari in fondi e costruito alleanze trasversali nel partito, mentre nessun rivale credibile si è ancora mosso.

JD Vance resta il candidato più probabile alla nomination repubblicana per le presidenziali del 2028, nonostante un calo nelle quotazioni e un anno difficile per l'amministrazione Trump. Lo sostiene un'analisi firmata da Ben Smith, cofondatore e direttore di Semafor, basata su una serie di conversazioni recenti con persone vicine al vicepresidente e ai suoi possibili rivali.

Un anno fa Vance era considerato il candidato presunto del partito. Oggi la percezione a Washington è cambiata: Polymarket lo dà sotto il 40% di probabilità di ottenere la nomination, contro il 60% di novembre. L'ex collaboratore di Barack Obama, Dan Pfeiffer, ha scritto sabato scorso che la sua fiducia in una candidatura di Vance è "diminuita". Negli ambienti della capitale circola l'idea che molti vedrebbero con favore una presidenza più convenzionale, come quella che potrebbe garantire il segretario di Stato Marco Rubio.

Lo stesso Vance sembra aver preso le distanze dalla scena pubblica. Il suo ultimo tweet polemico risale al 3 febbraio, l'ultima serie di retweet controversi alla settimana di gennaio in cui rilanciò gli attacchi contro Alex Pretti, ucciso poco prima. Due persone vicine al vicepresidente hanno spiegato a Smith che Vance ha cancellato l'applicazione X dal telefono per la Quaresima, iniziata il 18 febbraio. Non è chiaro se l'abbia poi reinstallata. Nel frattempo il presidente Donald Trump ha annunciato pubblicamente che il vicepresidente era contrario alla guerra contro l'Iran, assegnandogli di fatto il dossier sulla chiusura del conflitto.

Smith sostiene però che le quotazioni in calo non riflettono la realtà politica. Vance, scrive, è stato un autore di bestseller, ha vinto un seggio al Senato e ha prevalso nel dibattito televisivo contro Tim Walz. Ha gestito la coalizione repubblicana con maggiore abilità di quanto i critici riconoscano: è rimasto leale a Trump, vicino a Donald Trump Jr. e al tempo stesso ha mantenuto canali aperti con le componenti del partito che guardano con freddezza al presidente. Ha consolidato i rapporti con la nuova classe imprenditoriale repubblicana californiana, ha rafforzato i legami con Wall Street e ha tenuto buoni rapporti con la destra dura grazie alla sua opposizione alla guerra.

Sul piano della raccolta fondi, nessun altro potenziale candidato per il 2028 si avvicina al suo livello. Il New York Times ha documentato due dozzine di eventi che hanno fruttato 60 milioni di dollari. Il 3 marzo, una cena organizzata a casa del consigliere Arthur Schwartz e ospitata da Vance e Trump Jr. ha raccolto 6 milioni di dollari, cifra che secondo una fonte repubblicana costituisce un record per un vicepresidente in carica. Vance sta inoltre facendo campagna in Iowa per il deputato Zach Nunn, in un distrito che il Cook Political Report ha spostato da "tendenza repubblicana" a "incerto", e ha sostenuto candidati in Wisconsin e North Carolina.

Le criticità non mancano. Vance guida i sondaggi delle primarie ma resta impopolare a livello nazionale: attiva l'ostilità verso Trump senza ereditarne il legame con la base. Se i numeri di Trump dovessero peggiorare, potrebbero trascinare verso il basso anche il vicepresidente e Rubio. Inoltre Trump, definito da Smith un "elettrone libero", potrebbe scegliere un altro nome o ritorcersi contro Vance. Il 16 giugno il vicepresidente rilancerà la sua immagine pubblica con un libro sulla propria fede personale, il cui anticipo, secondo dirigenti editoriali citati nell'analisi, sarebbe a sette cifre.

Smith paragona Vance a Barack Obama, non per la biografia ma per la capacità di irritare al tempo stesso il proprio partito e gli avversari. Come Obama, sostiene, Vance funziona come uno "schermo bianco" su cui elettori diversi proiettano le proprie convinzioni, riuscendo a parlare a populisti del movimento MAGA, capitalisti e moderati di periferia.

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Trump prolunga il blocco navale sull'Iran, ma la guerra è costata già 25 miliardi e la benzina sale ancora


Il presidente respinge l'ultima offerta di Teheran sullo stretto di Hormuz e mantiene la stretta economica come unica leva negoziale. Il greggio sale oltre i 109 dollari al barile, il prezzo della benzina negli Stati Uniti a livello record dall'inizio del conflitto.

Donald Trump intende mantenere il blocco navale sull’Iran finché il regime non accetterà un accordo sul programma nucleare. In un’intervista ad Axios, il presidente ha respinto la proposta iraniana di riaprire subito lo stretto di Hormuz e rinviare il negoziato sul programma nucleare a una fase successiva. Il blocco, ha spiegato il presidente, è “in qualche modo più efficace dei bombardamenti” e sta soffocando l’economia di Teheran.

La decisione segna una svolta nell’operazione Epic Fury, la campagna militare avviata otto settimane fa e ridimensionata nella sua fase più intensa con il cessate il fuoco del 7 aprile. Trump ha ordinato ai suoi collaboratori di prepararsi a un blocco prolungato, con l’obiettivo di colpire le casse del regime e ottenere in questo modo la capitolazione sul programma nucleare che Teheran ha sempre rifiutato. Lunedì, durante una riunione nella Situation Room, ha esaminato le alternative, riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto, e le ha giudicate più rischiose dello status quo.

Operazione Epic Fury · Fine Aprile 2026
Il prezzo dello stallo
Trump intende mantenere il blocco navale finché Teheran non cede sul nucleare. Ma la pressione economica si scarica sui mercati globali dell'energia — e sui consumatori americani.

Mercati Consumatori Posizioni Cronologia

Brent Greggio · ultimi 4 mesi Benzina USA Distributori · ultimi 6 anni

Brent · contratti future
Quanto costa il barile sui mercati?

$109
+82% da gennaio

Future Brent (luglio). La banda rossa segna l'avvio della guerra. Fonte: FactSet.

~20%
del greggio mondiale transitava dallo Stretto di Hormuz prima della guerra: i transiti sono ai minimi dall'inizio del conflitto. L'Iran ha proposto di riaprirlo in cambio della fine del blocco navale, ma Trump ha rifiutato.

Distributori USA · media nazionale

Benzina
dollari al gallone · fonte AAA

$4,23
+42%

Diesel
dollari al gallone · fonte AAA

$5,64
+50%

Brent
riferimento internazionale · al barile

$109
+51%

WTI
riferimento USA · al barile

$105
+5% in 24h

Spesa famiglie · marzo su febbraio
L'aumento medio mensile della spesa per carburante delle famiglie americane secondo Bank of America. La pressione si concentra sui redditi più bassi.

+16,5%

Tocca una posizione per i dettagli

Stati Uniti

Sospensione ventennale dell'arricchimento dell'uranio prima di allentare il blocco navale.

Trump non intende derogare dalla richiesta minima: vent'anni di stop all'arricchimento, poi restrizioni durature al programma nucleare. Per ottenere queste concessioni, la Casa Bianca considera il blocco navale "in qualche modo più efficace dei bombardamenti".

Nessun terreno comune

Iran

Riapertura dello Stretto di Hormuz e fine del blocco prima di qualsiasi negoziato sul nucleare.

Una fonte della sicurezza iraniana citata da Press TV avverte che il blocco navale "incontrerà presto un'azione pratica e senza precedenti". Lunedì Teheran ha chiesto alcuni giorni per consultare la Guida suprema su una proposta negoziale modificata.

Le tre opzioni di Trump

Ripresa attacchi
Piano CENTCOM pronto. Giudicata rischiosa

Blocco navale prolungato
Massima leva diplomatica

Ritiro
Giudicata la più rischiosa

Costo e durata del conflitto

Costo dichiarato
$25mld
Stima del Pentagono, in larga parte per munizioni. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth al Congresso non risponde su quanto si spenderà ancora.

Durata
8settimane
Operazione Epic Fury, pur se attenuata dal cessate il fuoco del 7 aprile. Il blocco navale resta per ora attivo a tempo indeterminato.

Tappe principali

~8 settimane fa
Inizia l'operazione Epic Fury contro l'Iran.

7 Aprile
Cessate il fuoco. La fase più intensa dei bombardamenti si ferma.

Lunedì
Trump valuta nella Situation Room le alternative al blocco navale, ma per il momento le scarta tutte.

Martedì
Su Truth Social pubblica un meme con pistola: "No more Mr. Nice Guy".

Mercoledì · Oggi
Conferma ad Axios: il blocco navale resta in piedi. Il Brent tocca i 109 dollari.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Axios, Wall Street Journal, AAA, Bank of America, FactSet, audizione Pentagono · 29 aprile 2026

L’opzione militare resta sul tavolo


L’offerta iraniana prevedeva tre passaggi: riapertura dello Stretto di Hormuz, allentamento del blocco navale e, solo nell’ultima fase, negoziato nucleare. Per la Casa Bianca avrebbe però significato rinunciare alla principale leva di pressione. Trump non intende, invece, derogare dalla sua richiesta minima: una sospensione ventennale dell’arricchimento dell’uranio, seguita da restrizioni durature al programma nucleare.

La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha dichiarato che gli obiettivi militari di Epic Fury sono stati già raggiunti e che il blocco navale garantisce a Washington “la massima leva” nei negoziati. L’opzione militare, però, resta sul tavolo. Il Comando Centrale americano, CENTCOM, ha pronto un piano per una nuova ondata di attacchi “breve e potente” contro le infrastrutture iraniane, da utilizzare per sbloccare lo stallo. Tre fonti a conoscenza del dossier hanno riferito ad Axios che Trump non ha ancora autorizzato alcuna nuova azione. Tuttavia, oggi il presidente ha pubblicato su Truth Social un meme generato con intelligenza artificiale in cui impugna una pistola, accompagnato dalla scritta “NO MORE MR. NICE GUY”.

Il costo della guerra


Intanto, dinanzi alla Commissione Forze armate della Camera, il funzionario del Pentagono Jules Hurst ha fornito la prima stima ufficiale del costo della guerra: 25 miliardi di dollari, in gran parte spesi in munizioni. All’audizione erano presenti anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il capo di Stato Maggiore, il generale Dan Caine. Hegseth ha evitato di rispondere quando gli è stato chiesto quanto l'Amministrazione intenda ancora spendere.

Nel frattempo da Teheran è arrivato un nuovo avvertimento. Una fonte di sicurezza citata dall’emittente di Stato in lingua inglese Press TV ha detto che il blocco navale “incontrerà presto un’azione pratica e senza precedenti”. Le Forze Armate iraniane, ha aggiunto, hanno finora dato prova di moderazione per lasciare spazio alla diplomazia. Ma “la pazienza ha dei limiti” e, se nulla cambierà, una “risposta punitiva” diventerà inevitabile.

Il prezzo che pagano le famiglie americane


I costi della linea dura si vedono già sui mercati. Lo Stretto di Hormuz, da cui in tempi normali transitava fino a un quinto del petrolio mondiale, registra il numero più basso di passaggi dall’inizio del conflitto. Il Brent, indice di riferimento internazionale per il greggio, è salito mercoledì di oltre il 5% e ha toccato i 109 dollari al barile per le consegne di luglio. Due settimane fa era intorno ai 90 dollari, mentre alla vigilia della guerra costava 72 dollari. Il West Texas Intermediate, riferimento del mercato americano del greggio, ha superato i 105 dollari.

Il rincaro è già arrivato anche ai distributori. Il prezzo della benzina ha raggiunto mercoledì una media a livello federale di 4,23 dollari al gallone, nuovo record dall’inizio della guerra, con un aumento del 42% secondo l’associazione automobilistica AAA. Il diesel è salito ancora più rapidamente, fino a 5,64 dollari, in rialzo del 50%. Gli analisti di Bank of America scrivono che il caro carburante sta mettendo sotto pressione i bilanci familiari, soprattutto tra le famiglie con redditi più bassi. A marzo gli americani hanno speso il 16,5% in più rispetto al mese precedente solo per fare il pieno.

La combinazione di benzina sempre più cara e conflitto in corso danneggia i sondaggi sulla popolarità del presidente e oscura sempre di più le prospettive repubblicane per le elezioni di midterm di novembre. Ciò nonostante, Wall Street regge grazie ai conti solidi delle grandi aziende quotate, con l’S&P 500 vicino ai massimi storici nonostante un lieve calo. Lo Stoxx 600 europeo, invece, ha perso circa l’1%.

Una trattativa bloccata da entrambe le parti


Suzanne Maloney, esperta di Iran e vicepresidente del programma di politica estera della Brookings Institution, ha dichiarato al Wall Street Journal che Teheran “sta calcolando che la propria capacità di resistere e aggirare il blocco superi l’interesse degli Stati Uniti a evitare una crisi energetica più ampia e potenzialmente una recessione globale”. Un regime che nel gennaio scorso ha represso nel sangue le proteste interne, ha aggiunto, “è pienamente pronto a imporre nuove difficoltà economiche ai propri cittadini”.

A complicare il quadro c’è anche la lotta interna al regime iraniano. Il Segretario di Stato Marco Rubio l’ha indicata come uno dei principali ostacoli alla trattativa in un’intervista a Fox News andata in onda lunedì. “I falchi, con una visione apocalittica del futuro, hanno il potere ultimo in quel Paese”, ha detto Rubio. I negoziatori americani, secondo il segretario di Stato, si confrontano con interlocutori che devono a loro volta negoziare all’interno del regime per definire posizioni e margini di manovra.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)

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La Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act e annulla la mappa elettorale della Louisiana


Decisione 6 a 3 firmata da Alito restringe la sezione 2 della legge del 1965. A rischio una dozzina di seggi a maggioranza nera o ispanica nel Sud, con vantaggio per i repubblicani.

La Corte Suprema americana ha annullato mercoledì la mappa elettorale della Louisiana che prevedeva due distretti a maggioranza nera, indebolendo in modo significativo il Voting Rights Act, la legge del 1965 considerata uno dei pilastri dell'era dei diritti civili. La decisione, presa con sei voti contro tre, restringe l'applicazione dello strumento principale che minoranze etniche e gruppi per i diritti di voto hanno usato per decenni per contestare le mappe elettorali ritenute discriminatorie.

L'opinione di maggioranza è stata scritta dal giudice Samuel Alito. Hanno scritto un'opinione dissenziente le tre giudici progressiste Elena Kagan, Sonia Sotomayor e Ketanji Brown Jackson. Kagan ha letto un riassunto del suo dissenso dal banco, una mossa rara che segnala un forte disaccordo con la decisione presa dai colleghi conservatori.
Louisiana v. Callais: la Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act

Corte Suprema · Diritto al Voto

La Corte Suprema svuota di significato il Voting Rights Act


Louisiana v. Callais — sentenza del 29 aprile 2026

6–3
La maggioranza conservatrice annulla la mappa elettorale della Louisiana con due distretti a maggioranza afroamericana e alza l'asticella per ogni futura causa contro la sezione 2 della legge sul diritto al voto del 1965.

Sentenza Erosione Effetti Reazioni

Composizione del verdetto

Maggioranza
6
Alito (autore), Roberts, Thomas, Gorsuch, Kavanaugh, Barrett

Contrari
3
Kagan, Sotomayor, Jackson


Gli Stati violano la sezione 2 solo quando le prove sostengono una forte intento di discriminazione fondata sull'etnia.
MaggioranzaSamuel Alito


La maggioranza ha eviscerato la sezione 2, riducendo la legge a lettera morta.
DissensoElena Kagan

Il caso Louisiana

D1
Bianca

D2
Afroam.

D3
Bianca

D4
Bianca

D5
Bianca

D6
Afroam.

Maggioranza afroamericana
Maggioranza bianca

La mappa del 2024, ora annullata. Gli afroamericani rappresentano circa un terzo del totale dei residenti dello Stato.

Sessant'anni di Voting Rights Act

1965
Approvazione

Il Congresso vieta la discriminazione elettorale delle minoranze etniche
Sotto Lyndon Johnson cadono i test di alfabetizzazione e le tasse sul voto. La sezione 2 vieta mappe che diluiscono il peso del voto delle minoranze.

A pieno regime

2013
Shelby County

Cade la Sezione 5
La Corte Suprema annulla l'obbligo per gli Stati che hanno avuto una storia di discriminazione contro le minoranze di sottoporre i cambiamenti alla legge elettorale dinanzi al governo federale o a un giudice.

Indebolita

2023
Allen v. Milligan

L'ultima conferma
A sorpresa la Corte Suprema conferma la sezione 2 e blocca una mappa elettorale dell'Alabama. Kavanaugh, però, scrive che il ricorso a "ridisegnamenti di distretti elettorali basati sull'etnia" non può durare "all'infinito".

Sotto pressione

2026
Louisiana v. Callais

La Sezione 2 perde mordente
La Corte non dichiara incostituzionale la Sezione 2, ma richiede la prova di un'intenzione discriminatoria esplicita. Il vantaggio politico di partito basta così a salvare la mappa.

Svuotata di significato

L'impatto futuro sul Congresso

Fino a 19
Seggi che potrebbero essere ridisegnati a favore dei repubblicani.Stima Brookings

218–213
L'attuale, fragile maggioranza repubblicana alla Camera, con 4 seggi vacanti.Gennaio 2026

Stati pronti a ridisegnare le proprie mappe

1
Louisiana

Sentenza

Lo Stato che ha intentato la causa. Le primarie sono fissate per il 16 maggio, con il voto anticipato già aperto. Il distretto del deputato afroamericano Cleo Fields è ora a rischio.

2
Florida

+4 seggi

La Camera statale ha approvato oggi il nuovo piano proposto dal governatore Ron DeSantis con 83 voti contro 28. Il governatore punta a smantellare i distretti a maggioranza democratica nel sud dello Stato.

3
Mississippi

Sessione speciale

Il governatore Tate Reeves ha già annunciato una sessione del parlamento statale 21 giorni dopo la sentenza, per riscrivere la mappa che era stata già giudicata in violazione della Sezione 2.

4
South Carolina

Pronto

Il partito repubblicano statale ipotizza di modificare le mappe per eliminare il distretto del deputato democratico Jim Clyburn, unico afroamericano alla Camera eletto in South Carolina.

5
Tennessee

Possibile

Tra gli Stati a controllo repubblicano che sono teoricamente ancora in tempo per ridisegnare le mappe prima del voto di novembre.

6
Missouri

Possibile

Già protagonista del primo round di ridisegno delle mappe nel 2025. Una nuova mappa potrebbe ulteriormente consolidare la maggioranza repubblicana.

La cornice politica

6
Stati che hanno già ridisegnato le mappe nel 2025-26: Texas, Ohio, Missouri, North Carolina, California e Virginia.

Nov 2026
Le elezioni di midterm, dove si deciderà il controllo della Camera per i prossimi due anni.

Le reazioni sulla sentenza

Approvazione Casa Bianca
Amministrazione Trump
Una vittoria completa e totale.

Approvazione Stato della Louisiana
Liz Murrill, Procuratrice Generale
Una decisione sismica che riafferma l'eguale protezione della legge.

Critica Diritti civili
Derrick Johnson, presidente NAACP
Un colpo devastante. Una licenza per i politici corrotti che vogliono manipolare il sistema mettendo a tacere intere comunità.

Critica Diritto elettorale
Richard Hasen, UCLA
È difficile sopravvalutare quanto questa decisione indebolisca il Voting Rights Act, riducendolo a uno strumento potenzialmente senza mordente.

Critica Congresso
Troy Carter, deputato democratico (Lousiana)
Un colpo devastante alla promessa di rappresentanza paritaria nella nostra democrazia.

Elaborazione FocusAmerica su fonti:Corte Suprema USA, New York Times, ABC News, NBC News, Brookings, Issue One · 29 aprile 2026

Per capire la portata della sentenza occorre partire dal Voting Rights Act, approvato dal Congresso nel 1965 sotto l'amministrazione Lyndon Johnson. La legge vietò pratiche elettorali discriminatorie come i test di alfabetizzazione e le tasse sul voto, usate per decenni nel Sud per escludere gli elettori afroamericani. La sezione 2 vieta agli stati di redigere mappe elettorali che diluiscono il peso del voto delle minoranze. In pratica, ha spinto molti stati a creare distretti dove afroamericani, ispanici o asiatici costituiscono la maggioranza degli elettori, così da garantire che possano scegliere candidati di loro gradimento.

La sentenza non ha dichiarato la sezione 2 incostituzionale, come temevano molti attivisti. Ha però alzato in misura sostanziale l'asticella per chi voglia contestare una mappa. Secondo il nuovo criterio, gli stati violano la legge solo se hanno disegnato i distretti con l'intenzione esplicita di ridurre il potere elettorale delle minoranze in base all'etnia. Se la motivazione invocata è il vantaggio politico di partito, anche se l'effetto è quello di diluire il voto delle minoranze, la mappa resta legittima. "La sezione 2 impone responsabilità solo quando le prove sostengono una forte deduzione che lo stato abbia intenzionalmente disegnato i propri distretti per offrire agli elettori delle minoranze meno opportunità a causa della loro etnia", ha scritto Alito.

Kagan ha replicato nel suo dissenso che la maggioranza ha "eviscerato" la sezione 2, riducendo la legge a "lettera morta". "Secondo la nuova interpretazione della Corte, uno stato può, senza conseguenze legali, diluire sistematicamente il potere di voto dei cittadini appartenenti alle minoranze", ha scritto Kagan.
L'attuale mappa dei distretti della Louisiana
Il caso, noto come Louisiana v. Callais, ha origine nel 2022. Dopo il censimento del 2020 il parlamento della Louisiana, controllato dai repubblicani, ha approvato una mappa con cinque distretti a maggioranza bianca e uno a maggioranza nera, su sei totali. La popolazione afroamericana costituisce circa un terzo dei residenti dello stato. Un gruppo di elettori neri ha fatto causa sostenendo che la mappa violava la sezione 2. Un giudice federale ha dato loro ragione e ha ordinato il disegno di un secondo distretto a maggioranza nera. Nel 2024 la legislatura ha approvato una nuova mappa, modellata anche per proteggere i seggi di pesi massimi repubblicani come lo speaker della Camera Mike Johnson, il leader della maggioranza Steve Scalise e la deputata Julia Letlow, membro della commissione Bilancio. Nel nuovo distretto è stato eletto il deputato democratico nero Cleo Fields.

La mappa è stata però impugnata da dodici elettori secondo i quali si trattava di un gerrymandering etnico incostituzionale, ovvero di un disegno dei collegi pensato per favorire una specifica componente etnica. Un panel di tre giudici federali ha dato loro ragione e la causa è approdata alla Corte Suprema. Nel giugno dell'anno scorso i giudici hanno rinviato la decisione e chiesto alle parti di affrontare la questione più ampia se l'uso dell'etnia nel ridisegnare i distretti sia compatibile con la Costituzione, in particolare con il quattordicesimo e il quindicesimo emendamento.

L'effetto pratico della sentenza si farà sentire ben oltre la Louisiana. Secondo un'analisi del New York Times, fino a una dozzina di distretti a maggioranza nera o ispanica nel Sud potrebbero essere riconvertiti in seggi a maggioranza bianca dai parlamenti statali a controllo repubblicano. Tutti questi seggi sono attualmente in mano a deputati democratici.

L'impatto immediato sulle elezioni di metà mandato di novembre 2026 resta incerto. In molti stati i termini per ridisegnare le mappe sono già scaduti. La Louisiana terrà le primarie il 16 maggio con il voto anticipato che inizia sabato. La Florida ha approvato mercoledì alla Camera statale, con 83 voti contro 28, un nuovo piano che potrebbe garantire ai repubblicani fino a quattro seggi aggiuntivi al Congresso. Stati come South Carolina, Tennessee e Missouri potrebbero teoricamente ridisegnare le proprie mappe prima del voto. Il governatore del Mississippi Tate Reeves ha annunciato una sessione speciale del parlamento statale ventuno giorni dopo la sentenza per riscrivere la mappa della Corte Suprema dello stato, che era stata trovata in violazione della sezione 2.

La pronuncia si inserisce in una serie di decisioni con cui la maggioranza conservatrice ha progressivamente eroso il Voting Rights Act. Nel 2013, nella sentenza Shelby County, la Corte aveva annullato la sezione 5, che obbligava gli stati con una storia di discriminazione a sottoporre i cambiamenti elettorali al governo federale o a un giudice. Solo due anni fa, nel caso Allen v. Milligan, la stessa Corte aveva confermato a sorpresa la legge bloccando una mappa dell'Alabama che diluiva il voto degli elettori neri. Già allora, però, il giudice Brett Kavanaugh aveva scritto in un'opinione concorrente che il ricorso a "ridisegnamenti basati sull'etnia" non poteva continuare "indefinitamente nel futuro".

Il presidente Donald Trump aveva spinto la scorsa estate gli stati a guida repubblicana a ridisegnare le proprie mappe in vista delle elezioni di metà mandato, nel timore di perdere la fragile maggioranza alla Camera. Texas, Ohio, Missouri e North Carolina hanno già adottato nuove mappe favorevoli al partito. La California ha risposto con un piano che dovrebbe garantire ai democratici fino a cinque seggi in più e in Virginia gli elettori hanno approvato un'analoga riforma.

Richard Hasen, esperto di diritto elettorale dell'Università della California a Los Angeles, ha scritto sul proprio blog che è "difficile sopravvalutare quanto questa decisione indebolisca il Voting Rights Act", riducendo la legge a uno strumento "potenzialmente senza denti". Il presidente della NAACP, la storica organizzazione per i diritti civili afroamericani, Derrick Johnson, ha definito in una nota la sentenza "un colpo devastante" e "una licenza per i politici corrotti che vogliono manipolare il sistema mettendo a tacere intere comunità". L'attorney general della Louisiana Liz Murrill ha parlato in un comunicato di "decisione sismica che riafferma l'eguale protezione" della legge. La Casa Bianca ha celebrato il verdetto come "una vittoria completa e totale".

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)

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Tucker Carlson vuole candidarsi a presidente del 2028?


L'ex volto di Fox News ha detto di essere "tormentato" per aver sostenuto Trump in passato. Analisti e mercati di previsione lo vedono come possibile candidato repubblicano alla Casa Bianca.

Tucker Carlson, ex stella di Fox News e oggi figura di riferimento della destra mediatica statunitense, sta lanciando segnali che molti analisti interpretano come i preparativi per una candidatura alle presidenziali del 2028. In un recente episodio del suo podcast, Carlson ha dichiarato di essere "tormentato" per il suo passato sostegno a Donald Trump e ha chiesto scusa "per aver fuorviato le persone". A dialogare con lui c'era il fratello Buckley, ex autore dei discorsi di Trump, con cui ha condiviso la delusione verso il presidente. Quel momento, ha detto Carlson, serviva "a fare i conti con la nostra coscienza".

L'apertura pubblica contro Trump segna una svolta significativa. Carlson ha sostenuto il presidente per un decennio, animandone i comizi e promuovendone l'agenda. In privato la pensava diversamente, come emerso dai messaggi resi pubblici durante la causa del 2023 tra Fox News e Dominion Voting Systems, dove ammetteva di odiare Trump. Durante il secondo mandato presidenziale il suo sostegno si è progressivamente affievolito, soprattutto a causa delle sue critiche a Israele e alla guerra con l'Iran. La presa di distanza esplicita rappresenta però un cambio di passo rispetto al passato.

Carlson resta una figura di peso nel panorama mediatico americano. Prima dell'uscita improvvisa da Fox News nel 2023, conduceva il programma con gli ascolti più alti della rete. Dopo aver fondato una propria società di media, ha costruito un seguito ampio anche online: il suo canale YouTube supera i cinque milioni di iscritti.

A ipotizzare un suo ingresso in politica sono diversi osservatori, oltre ai mercati di previsione. Jason Zengerle, autore di una nuova biografia di Carlson per il New Yorker, ha dichiarato a Poynter di non considerarlo più una figura mediatica ma un "leader di movimento". Secondo Zengerle, la guerra con l'Iran posiziona bene Carlson per una corsa nel 2028, soprattutto se il conflitto andrà male. L'analista sostiene che Carlson potrà attribuire la responsabilità del conflitto al vicepresidente JD Vance e al segretario di Stato Marco Rubio, presentandosi come "il vero erede del Maga" e ricordando di essere stato contrario alla guerra fin dall'inizio.

Sulla stessa linea Scott Galloway, co-conduttore del podcast Pivot. Galloway ha affermato in un episodio recente di sapere con certezza cosa stia accadendo: secondo lui Carlson si sta candidando alla presidenza ed è in questo momento il candidato repubblicano più probabile per il 2028. Galloway ritiene che, messo a confronto sul palco con Rubio e Vance, Carlson li surclasserebbe.

Lo stesso Carlson è stato evasivo sulle proprie ambizioni. In un'intervista all'Economist del mese scorso ha respinto l'idea di voler diventare il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Più o meno nello stesso periodo ha detto a Piers Morgan di non essere sicuro di essere interessato alla presidenza, perché considera la politica "disgustosa" e perché la "costruzione di coalizioni" non gli viene naturale.

Il quadro politico in cui si muove rende plausibile l'ipotesi di una sua discesa in campo. Il marchio Trump sta diventando tossico e, in vista delle prossime elezioni, anche Vance e Rubio rischiano di arrivare logori. Vance sta cercando con cautela di prendere le distanze dalla guerra con l'Iran, ma senza una rapida soluzione il conflitto peserà sempre di più sulla sua candidatura. A complicare lo scenario ci saranno anche gli effetti del cosiddetto "big beautiful bill" voluto da Trump, le cui misure più contestate scatteranno nel 2027 con tagli fiscali per i ricchi e riduzione dei servizi essenziali per gli americani a basso reddito. In un paese sempre più preoccupato per il costo della vita, secondo l'autrice dell'articolo del Guardian Arwa Mahdawi, Carlson avrebbe lo spazio ideale per smarcarsi dal movimento Maga e proporre la propria versione di populismo di destra.

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ChatGPT non se la passa benissimo


Il direttore finanziario Sarah Friar e il consiglio di amministrazione mettono in discussione le spese miliardarie per i data center volute dall'amministratore delegato Sam Altman in un contesto di crescita rallentata.

OpenAI ha mancato i propri obiettivi interni di crescita degli utenti e dei ricavi, alimentando dubbi sulla sostenibilità degli enormi investimenti nei data center proprio mentre la società si prepara a una possibile quotazione in borsa entro la fine del 2026. Lo scrive il Wall Street Journal secondo cui le difficoltà finanziarie hanno aperto una frattura tra il vertice esecutivo e l'amministratore delegato Sam Altman.

Il direttore finanziario Sarah Friar ha confidato ad altri dirigenti il timore che la società possa non riuscire a onorare i futuri contratti di calcolo se i ricavi non cresceranno abbastanza rapidamente. Secondo le fonti citate dal quotidiano, anche i membri del consiglio di amministrazione hanno esaminato con maggiore attenzione gli accordi sui data center negli ultimi mesi e hanno messo in discussione gli sforzi di Altman per ottenere ulteriore potenza di calcolo nonostante il rallentamento del business.

La maggiore prudenza sulle spese sta limitando le ambizioni di Altman in vista della possibile offerta pubblica iniziale. Friar e altri dirigenti stanno cercando di contenere i costi e di introdurre maggiore disciplina finanziaria, entrando talvolta in conflitto con l'amministratore delegato. In una dichiarazione congiunta diffusa lunedì sera, Altman e Friar hanno respinto la ricostruzione: "Siamo totalmente allineati nell'acquistare quanta più capacità di calcolo possibile e lavoriamo duramente insieme ogni giorno". I due hanno definito "ridicola" qualsiasi ipotesi di divisione interna o di freno sull'acquisizione di nuove risorse di calcolo. In un comunicato successivo, l'azienda ha aggiunto che non c'è "alcuna verità" nell'idea di uno scontro tra Friar e Altman, sostenendo che il business sta andando a pieno regime e che il clima interno è positivo.

L'inchiesta del Wall Street Journal ha avuto un impatto immediato sui mercati. L'indice Nasdaq composite è sceso di oltre l'1% martedì, con cali per Nvidia, Oracle e altri partner stretti di OpenAI.

Per anni Altman ha cercato di assicurarsi quanta più capacità di data center possibile, sostenendo che la carenza di potenza di calcolo fosse il principale ostacolo alla crescita di OpenAI. Lo scorso anno ha avviato una serie di accordi che hanno impegnato la società in spese future per circa 600 miliardi di dollari, legando gran parte del successo del settore tecnologico ai destini di OpenAI. Questa strategia di acquisto totale era sostenuta dal successo apparentemente inarrestabile di ChatGPT e aveva inizialmente l'appoggio sia di Friar sia del consiglio. La crescita del chatbot ha però rallentato verso la fine dello scorso anno, riaccendendo i dubbi.

I numeri raccontano la portata del problema. OpenAI ha mancato l'obiettivo interno di raggiungere un miliardo di utenti settimanali attivi su ChatGPT entro la fine dello scorso anno, traguardo non ancora annunciato pubblicamente, circostanza che ha innervosito alcuni investitori. È stato mancato anche l'obiettivo annuale di ricavi per ChatGPT, dopo che Gemini di Google ha registrato una crescita massiccia a fine anno erodendo quote di mercato. La società deve inoltre fare i conti con tassi di abbandono significativi tra gli abbonati. All'inizio di quest'anno OpenAI ha mancato diversi obiettivi mensili di ricavi, perdendo terreno rispetto ad Anthropic nei mercati della programmazione e delle imprese.

Sul fronte della liquidità, OpenAI ha recentemente raccolto 122 miliardi di dollari nel più grande round di finanziamento nella storia della Silicon Valley, rafforzando la propria posizione finanziaria. La società si è però impegnata su una tale quantità di potenza di calcolo da prevedere di esaurire quella somma nei prossimi tre anni, ammesso che gli ambiziosi obiettivi di ricavi vengano raggiunti. Parte dei finanziamenti è inoltre condizionata a specifici accordi con i partner.

Tra i segnali positivi, lo strumento di programmazione Codex sta guadagnando rapidamente popolarità, e l'azienda sta tagliando altri progetti come l'applicazione di generazione video Sora per ridurre i costi. OpenAI ha inoltre rilasciato di recente GPT-5.5, un modello che ha superato diversi parametri di riferimento del settore.

Diverse aziende di intelligenza artificiale, tra cui Anthropic, hanno affrontato nelle ultime settimane una crisi di capacità di calcolo, con conseguenti aumenti dei prezzi per l'accesso ai processori, blackout e razionamenti. In un memorandum interno destinato agli investitori e visionato dal Wall Street Journal, OpenAI ha sostenuto di essere riuscita ad assicurarsi più capacità di calcolo rispetto ad Anthropic, ottenendo così un vantaggio nel raggiungere gli utenti. Il documento risponde anche alle critiche velate dell'amministratore delegato di Anthropic Dario Amodei, che durante una recente conferenza aveva detto che alcune aziende avevano spostato "la leva del rischio troppo in là" sulle spese per i data center. "Con il senno di poi, quella prudenza somiglia meno a disciplina e più a una sottovalutazione di quanto velocemente sarebbe arrivata la domanda", si legge nel memorandum di OpenAI.

Negli ultimi mesi Friar ha espresso riserve anche sui piani di quotazione entro fine anno. Ha sottolineato a dirigenti e consiglieri la necessità di migliorare i controlli interni, avvertendo che la società non è ancora pronta a soddisfare i rigorosi standard di rendicontazione richiesti a una società quotata. Altman è invece favorevole a tempi più rapidi per l'offerta pubblica iniziale.

OpenAI deve affrontare anche altri problemi prima della quotazione. La società sta vivendo un vuoto di leadership dopo che la numero due, Fidji Simo, ha preso inaspettatamente un congedo per motivi di salute all'inizio di questo mese. Sono inoltre iniziate questa settimana le udienze nella causa intentata da Elon Musk, che chiede la rimozione di Altman e l'annullamento della trasformazione di OpenAI in società a scopo di lucro.

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Per il 55% degli americani la situazione finanziaria sta peggiorando: è il dato peggiore da 25 anni


Sondaggio Gallup: la guerra con l’Iran e il rincaro della benzina stanno aumentando la pressione sulle famiglie. Il costo della vita resta il problema principale, quello dell’energia sale al secondo posto.

Mai prima d'ora negli ultimi 25 anni così tanti americani avevano detto, intervistati da un sondaggio, che le proprie finanze stanno peggiorando. Lo rileva un nuovo sondaggio Gallup pubblicato martedì: il 55% degli intervistati afferma che la propria situazione finanziaria sta diventando più difficile. È il dato peggiore degli ultimi 25 anni, superiore anche a quelli registrati durante la recessione seguita alla pandemia e durante la crisi finanziaria del 2008. Lo scorso anno la percentuale era al 53%, nel 2024 al 47%.

Il sondaggio, condotto tra il 1° e il 15 aprile, fotografa così un Paese sempre più preoccupato per il proprio potere d’acquisto. Per il quinto anno consecutivo, gli americani che vedono peggiorare le proprie finanze superano quelli che le vedono migliorare. Una sequenza pessimistica che ha un solo precedente: la Grande Recessione del 1929.

Sondaggio Gallup · Aprile 2026
L'America delle finanze in difficoltà
Per il quinto anno consecutivo i pessimisti superano gli ottimisti. Una sequenza che ha un solo precedente: la Grande Recessione del 1929.

0%
degli americani ritiene che la propria situazione finanziaria stia peggiorando
Il dato peggiore degli ultimi 25 anni

Trend Benzina Priorità Ansie

25 anni di percezione
Il sorpasso dei pessimisti
Quota di americani che vede la propria situazione finanziaria in peggioramento contro quelli che la vede in miglioramento. Dati Gallup, 2001-2026.

In peggioramento
In miglioramento

5
Anni consecutivi di prevalenza dei pessimisti

+8 pt
Salto in due anni: dal 47% del 2024 al 55%

L'innesco congiunturale
L'aumento della benzina dopo la guerra con l'Iran
Costo medio di un gallone di benzina negli Stati Uniti, secondo i dati AAA.

Pre-guerra
<$3
Prima del 28 febbraio 2026

Oggi
$4,11
Prezzo medio nazionale

Aumento

+37%
I costi dell'energia come prima preoccupazione finanziaria balzano al 13%: 10 punti in più rispetto al 2025, il livello più alto dal 2008.

Le preoccupazioni di spesa
Il problema finanziario numero uno
Risposte alla domanda Gallup sul principale problema finanziario per la propria famiglia. L'energia balza al secondo posto, in pareggio con i costi abitativi.

1

Il problema #1
Costo della vita e inflazione

31%

Le altre preoccupazioni in classifica

2
Costi energetici +10 pt dal 2025
13%

2
Costi abitativi
13%

4
Spese sanitarie
8%

I costi energetici raggiungono il livello più alto dal 2008 e pareggiano i costi abitativi come seconda preoccupazione del Paese.

5 anni di pressione
Come crescono le paure quotidiane
Quota di americani molto o mediamente preoccupati per ciascuno scenario, oggi rispetto al 2021 (era pre-inflazione).

Non poter pagare il minimo della carta di credito
+11 pt

17%28%

Non poter mantenere il proprio tenore di vita
+9 pt

45%54%

Non poter pagare le bollette mensili
+9 pt

32%41%

Non poter pagare il college dei figli
+6 pt

34%40%

Non avere abbastanza soldi per la pensione
+4 pt

58%62%

2021
2026

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Gallup, sondaggio condotto tra il 1° e il 15 aprile 2026 · Dati prezzo benzina: AAA

Gli effetti dell'alto costo dell'energia


Il dato arriva in un momento particolarmente delicato per il presidente Donald Trump e per i repubblicani, che si avvicinano alle elezioni di midterm con un elettorato sempre più sotto pressione. A pesare sono soprattutto gli effetti dell’inflazione accumulata negli anni precedenti e non ancora smaltita, oltre al recente aumento del prezzo della benzina legato alla guerra con l’Iran. Secondo i dati AAA più aggiornati, un gallone di benzina costa oggi in media 4,11 dollari, contro meno di 3 dollari prima dell’inizio del conflitto, il 28 febbraio 2026. Molti americani attribuiscono la responsabilità di questo aumento alle decisioni di Trump.

Alla domanda su quale sia il principale problema finanziario per la propria famiglia, il 31% degli intervistati ha indicato il costo della vita. Il dato è inferiore al picco del 41% del 2024, ma resta tra i più alti dell’intera serie storica ventennale di Gallup. A crescere con più forza sono però i costi dell'energia, citati come principale preoccupazione dal 13% degli americani: 10 punti percentuali in più rispetto allo scorso anno e il livello più alto dal 2008. L’energia raggiunge così i costi abitativi come seconda preoccupazione, mentre i costi sanitari restano al quarto posto con l’8%.

L'inflazione pesa sui bilanci familiari


In questi anni l'inflazione è diminuita rispetto al picco del 9,1% del giugno 2022 e dall’inizio del 2025 è rimasta sotto il 3% per la maggior parte dei mesi. Non è però tornata stabilmente sotto quella soglia, come accadeva nel decennio precedente al 2021, e i consumatori continuano a percepire la differenza sulle proprie finanze personali.

Le valutazioni degli americani intervistati sulla situazione economica attuale confermano questo quadro. Solo il 46% giudica le proprie finanze come “ottime” o “buone”, mentre il 35% le definisce “solo discrete” e il 19% “scarse”. Sono livelli simili a quelli del periodo 2008-2015, ma lontani dal 2016-2021, quando almeno la metà degli intervistati esprimeva un giudizio positivo.

Le ansie più diffuse riguardano il futuro e gli imprevisti: il 62% teme di non avere abbastanza soldi per la pensione, il 60% di non poter coprire le spese mediche in caso di malattia o incidente grave. Colpisce soprattutto la crescita delle preoccupazioni quotidiane. Rispetto al 2021, sono aumentati di 11 punti gli americani in ansia per il pagamento minimo della carta di credito e di 9 punti quelli preoccupati per il tenore di vita e per le bollette mensili. La preoccupazione per le spese scolastiche dei figli, rimasta per anni intorno a un terzo del campione, è ora salita al 40%.

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Nicole Minetti rompe il silenzio: “Adozione regolare, mio figlio è stato curato a Boston”


@Politica interna, europea e internazionale
Mentre il caso relativo alla grazia concessa a Nicole Minetti imperversa, l’ex consigliera regionale lombarda rompe il silenzio per smentire le accuse a lei rivolte. “Smentisco categoricamente di aver mai intrapreso contenziosi con i genitori biologici di mio figlio,

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La FCC mette sotto revisione le licenze ABC dopo lo scontro tra Trump e Jimmy Kimmel


L'ente che regola le telecomunicazioni ordina un riesame straordinario delle licenze del network. La decisione arriva il giorno dopo le richieste di Trump e Melania di licenziare il conduttore.

La Federal Communications Commission, l'autorità federale che regola le telecomunicazioni negli Stati Uniti, ha ordinato martedì 28 aprile una revisione di tutte le licenze delle stazioni televisive di proprietà di ABC, una mossa senza precedenti che colpisce un network il cui palinsesto ha più volte irritato il presidente Donald Trump. L'azione arriva nel pieno dello scontro tra la Casa Bianca e Jimmy Kimmel, conduttore del talk show notturno trasmesso dalla rete, dopo una battuta su Melania Trump che ha spinto il presidente e la first lady a chiederne il licenziamento.

L'agenzia ha motivato il provvedimento con un'indagine sulle politiche di diversità e inclusione di ABC, ma la tempistica coincide con la polemica innescata da un monologo del conduttore. Si tratta del primo passo concreto verso la possibile revoca delle licenze di una grande rete televisiva, una misura mai adottata prima nei confronti di un network nazionale. ABC possiede otto delle oltre 200 stazioni locali che trasmettono i suoi programmi negli Stati Uniti, comprese quelle di New York, Los Angeles e Philadelphia.

La revisione rappresenta un'escalation della pressione dell'amministrazione Trump sui media. Il presidente ha già fatto causa personalmente a diverse testate, mentre il Pentagono ha ridotto in modo netto l'accesso della stampa. Il presidente della FCC Brendan Carr, nominato da Trump, aveva ripetutamente minacciato azioni contro le emittenti, inclusa la revoca delle licenze.

The Walt Disney Company, casa madre di ABC, ha dichiarato di aver sempre rispettato le regole della FCC e di essere fiduciosa che la propria storia dimostri le qualifiche necessarie a mantenere le licenze ai sensi del Communications Act e del Primo Emendamento. Le licenze, che hanno durata di otto anni, non sarebbero scadute prima del 2028, con alcune in vigore fino al 2030 e al 2031. Una norma poco utilizzata consente però alla FCC di imporre alle stazioni di richiedere il rinnovo in qualsiasi momento. Disney ha ora 30 giorni per presentare la domanda. Se l'agenzia decidesse di negarla, l'azienda potrebbe difendersi in un'audizione, presumibilmente davanti a un giudice amministrativo o davanti agli stessi commissari, due repubblicani e una democratica, che sarebbe sufficiente una maggioranza semplice per decidere.

Gli esperti di diritto dei media giudicano la strada impervia. Andrew Jay Schwartzman, avvocato di lungo corso nel settore della regolamentazione mediatica, ha definito il caso tutto fumo e ha ricordato al New York Times quanto sia difficile per il governo togliere le licenze a una stazione, sottolineando che lo standard legale per negare un rinnovo è quasi insormontabile. Gigi Sohn, ex dirigente della FCC durante l'amministrazione Obama, ha dichiarato sempre al New York Times che si tratta di una delle azioni più estreme mai viste contro un'emittente per ragioni così pretestuose, leggendola come un messaggio agli altri network. Jameel Jaffer, direttore esecutivo del Knight First Amendment Institute della Columbia University, in una nota ha avvertito che se Trump ottenesse ciò che vuole resterebbero solo organizzazioni mediatiche allineate al governo, un esito a suo dire devastante per la democrazia e per il Primo Emendamento.

Il caso nasce da un monologo andato in onda giovedì scorso a Jimmy Kimmel Live!. Immaginando di presentare la cena dei corrispondenti della Casa Bianca, Kimmel si è rivolto a Melania Trump dicendo che aveva il "bagliore" di una "vedova in attesa". L'evento è stato poi cancellato sabato dopo che un uomo di 31 anni armato ha violato la sicurezza all'esterno della sala dell'hotel ed è stato accusato di tentato omicidio del presidente. Lunedì mattina Melania Trump ha criticato il conduttore sostenendo che non dovrebbe avere la possibilità di entrare ogni sera nelle case americane per diffondere odio. Poche ore dopo Trump, sui social, ne ha chiesto il licenziamento immediato. Lunedì sera Kimmel non si è scusato e ha definito la frase una battuta leggera sulla differenza d'età tra i coniugi presidenziali, negando ogni allusione a un attentato.

Non è il primo episodio. L'anno scorso ABC aveva sospeso temporaneamente Jimmy Kimmel Live! dopo che Carr aveva minacciato azioni contro la rete per una battuta sull'uomo accusato dell'omicidio dell'attivista ultraconservatore Charlie Kirk. La sospensione era diventata un caso sulla libertà di espressione e il programma era tornato in onda dopo sei giorni. Il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz, a settembre, aveva definito le minacce di Carr di revocare le licenze Disney pericolose da matti, paragonando il presidente della FCC a un mafioso. A novembre Mark Fowler, ex presidente repubblicano della FCC sotto Ronald Reagan, insieme ad altri ex vertici dell'agenzia, aveva chiesto di eliminare la cosiddetta "news distortion policy", definita uno strumento che soffoca la libertà di parola. Carr ha respinto la petizione e martedì i firmatari si sono rivolti alla Corte d'appello per il Distretto di Columbia perché ne imponga la votazione.

La FCC ha avviato anche un'indagine sul programma ABC The View per le regole sulla parità di trattamento applicate alle apparizioni dei candidati politici. Il quotidiano francese Le Monde, che riprende un dispaccio dell'AFP, riporta inoltre il precedente di luglio 2025, quando il gruppo Skydance Media accettò modifiche editoriali alla rete CBS richieste dalla FCC per ottenere il via libera all'acquisizione di Paramount Global. Pochi giorni prima CBS aveva cancellato The Late Show di Stephen Colbert, che aveva definito una bella mazzetta i 16 milioni di dollari versati da Paramount Global per chiudere una causa intentata da Trump. Nel dicembre 2024 anche ABC aveva pagato 15 milioni di dollari per chiudere un altro contenzioso con il presidente.

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Sigfrido Ranucci: “Nordio in Uruguay nel ranch di Cipriani e Minetti”. Il ministro della Giustizia smentisce | VIDEO


@Politica interna, europea e internazionale
Nel caso della grazia concessa a Nicole Minetti spunta la rivelazione di Sigfrido Ranucci, prontamente smentita dal ministro della Giustizia, secondo la quale Carlo Nordio sarebbe stato in Uruguay nel ranch di Giuseppe Cipriani e

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Il volto di Trump sui passaporti americani per i 250 anni degli Stati Uniti


Il Dipartimento di Stato ha annunciato un'edizione limitata di documenti celebrativi con il ritratto del presidente, primo capo di Stato in carica a comparire su un passaporto statunitense. Saranno tra 25.000 e 30.000 esemplari.

Il presidente Donald Trump sarà il primo capo di Stato in carica a comparire su un passaporto americano. Lo ha annunciato martedì il Dipartimento di Stato, che si prepara a distribuire un'edizione limitata di documenti celebrativi per i 250 anni dell'indipendenza degli Stati Uniti, in occasione del 4 luglio.

Il progetto era allo studio da mesi ed è stato approvato definitivamente lunedì sera. Saranno prodotti tra 25.000 e 30.000 passaporti commemorativi, disponibili presso l'ufficio passaporti di Washington poco prima del 4 luglio. Il documento mostrerà il ritratto del presidente sovrapposto a un'immagine della Dichiarazione d'Indipendenza, con la firma di Trump in oro su una pagina interna. La copertina invertirà l'ordine consueto, con la scritta United States of America in oro in alto e Passport in basso. Sul retro comparirà una piccola bandiera americana laminata in oro con il numero 250 circondato da stelle.

Il passaporto commemorativo sarà il documento standard per chi presenta domanda di persona presso l'ufficio di Washington. Chi preferisce la versione tradizionale potrà richiederla online o in altre sedi del Paese. Non è previsto alcun costo aggiuntivo.

Patriot passport unlocked. 🦅

Limited edition. Stamped for America 250. 🇺🇸 pic.twitter.com/86uxPS1FEk
— The White House (@WhiteHouse) April 28, 2026


«Mentre gli Stati Uniti celebrano il 250esimo anniversario dell'America a luglio, il Dipartimento di Stato si sta preparando a rilasciare un numero limitato di passaporti progettati appositamente per commemorare questa occasione storica», ha dichiarato il portavoce del Dipartimento Tommy Pigott. Il funzionario ha aggiunto che i nuovi documenti manterranno «le stesse caratteristiche di sicurezza che rendono il passaporto statunitense uno dei documenti più sicuri al mondo».

Attualmente i passaporti americani mostrano una doppia pagina con il monte Rushmore, in South Dakota, dove sono raffigurati George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln. Compaiono anche la Statua della Libertà, la Liberty Bell e l'Independence Hall di Filadelfia, oltre a paesaggi delle Grandi Pianure, di montagne e di isole. I documenti contengono inoltre citazioni di Martin Luther King Jr. e dei presidenti Washington, Jefferson, Roosevelt, John F. Kennedy e Dwight Eisenhower.

L'iniziativa rientra in una più ampia strategia dell'amministrazione Trump per accrescere la visibilità del presidente su edifici, documenti e simboli federali. Il Dipartimento del Tesoro ha annunciato a marzo che la firma di Trump comparirà sulle nuove banconote in dollari, prima volta per un presidente in carica. La Commissione delle Belle Arti ha approvato il mese scorso una moneta commemorativa d'oro con l'effigie del presidente per il 250esimo anniversario. Il Dipartimento dell'Interno ha presentato a gennaio nuovi pass per i parchi nazionali, tra cui un abbonamento annuale America the Beautiful da 80 dollari che ritrae Trump accanto a Washington.

L'amministrazione ha inoltre rinominato il Kennedy Center in Trump-Kennedy Center e l'Institute of Peace in Donald J. Trump Institute of Peace. A febbraio uno striscione con il volto del presidente è stato esposto fuori dal quartier generale del Dipartimento di Giustizia. Diversi programmi federali portano il suo nome, tra cui i Trump Accounts, piano di risparmio per i bambini, la Trump Gold Card per i visti e TrumpRx per gli sconti sui farmaci. Sono in cantiere una nuova sala da ballo alla Casa Bianca e un grande arco a uno degli ingressi di Washington dalla Virginia.

Edward Kolla, professore associato di storia alla Georgetown University ed esperto di passaporti statunitensi, ha definito la scelta «strampalata» in un'intervista a The Bulwark. Lo studioso ha sottolineato che nessun passaporto moderno americano ha mai mostrato un presidente in carica e che nessun documento di viaggio straniero raffigura «il capo di Stato di alcun Paese».

Il deputato democratico della California Mike Levin ha contestato su X la scelta di sovrapporre la firma del presidente alla Dichiarazione d'Indipendenza, definendola un atto di vanità più che di patriottismo. Il governatore della California Gavin Newsom e il cofondatore del Lincoln Project Rick Wilson hanno diffuso versioni manipolate del documento con il volto di Jeffrey Epstein. Tim Miller, giornalista di The Bulwark, ha ironizzato sulla possibilità che entro il 2028 il presidente possa rinominare la capitale in Trump D.C. Mary Trump, nipote del presidente, ha scritto su X di essere sollevata per aver già rinnovato il proprio passaporto.

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Il discorso di Re Carlo III al Congresso americano tra alleanza e critica velata


Il monarca britannico ha parlato al Congresso degli Stati Uniti per la prima volta in 35 anni. Tra battute e riferimenti storici, ha lanciato messaggi indiretti sulla guerra in Iran, la NATO e l'ambiente.

Re Carlo III è diventato il secondo monarca britannico nella storia a rivolgersi a una sessione congiunta del Congresso degli Stati Uniti, dopo la madre Elisabetta II nel 1991. Il discorso del 28 aprile, pronunciato durante la visita di Stato a Washington in occasione del 250° anniversario dell'indipendenza americana, ha celebrato l'alleanza tra Regno Unito e Stati Uniti ma ha anche contenuto rimproveri sottili al presidente Donald Trump su diversi dossier che hanno incrinato i rapporti tra i due Paesi.

La visita arriva in un momento delicato. Trump ha attaccato ripetutamente il primo ministro britannico Keir Starmer per il rifiuto di Londra di partecipare alla guerra contro l'Iran, definendolo un codardo e arrivando a paragonarlo a Winston Churchill in modo sfavorevole. Il presidente ha anche deriso le navi britanniche definendole toys, giocattoli, sostenendo che le portaerei della Royal Navy non funzionano. La diplomazia britannica spera che il fascino della monarchia possa ammorbidire i toni della Casa Bianca, dato il dichiarato affetto di Trump per la famiglia reale.

Nel suo intervento, Carlo ha aperto con una battuta di Oscar Wilde, secondo cui Stati Uniti e Inghilterra hanno tutto in comune, eccetto naturalmente la lingua. Ha poi affrontato i temi politicamente sensibili con tocco leggero ma riconoscibile. Ha rivendicato il proprio servizio nella Royal Navy, in cui ha prestato servizio per cinque anni seguendo il padre Filippo, il nonno Giorgio VI e altri antenati, una risposta implicita agli attacchi di Trump alla marina britannica. Ha ricordato che dopo l'11 settembre la NATO invocò per la prima volta l'articolo 5 e che britannici e americani hanno combattuto fianco a fianco in due guerre mondiali, nella Guerra fredda e in Afghanistan, sostenendo che la stessa risolutezza serve oggi per difendere l'Ucraina.
JD Vance
Il passaggio che ha generato la reazione più rumorosa ha riguardato i contrappesi al potere esecutivo. Carlo ha citato la Magna Carta, ricordando che secondo la U.S. Supreme Court Historical Society il documento del 1215 è stato citato in almeno 160 sentenze della Corte Suprema dal 1789, anche come fondamento del principio per cui il potere esecutivo è soggetto a controlli e contrappesi. Secondo le ricostruzioni dei media, l'applauso è partito dai banchi democratici prima di estendersi al resto dell'aula. I critici di Trump hanno spesso accusato il presidente di abusare dei propri poteri, e nei mesi scorsi le manifestazioni No Kings hanno richiamato centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese.

Sul fronte ambientale, il re ha parlato della responsabilità condivisa di proteggere la natura, citando Theodore Roosevelt e definendo gli ecosistemi naturali la base della prosperità e della sicurezza nazionale. Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima. Carlo ha anche fatto un riferimento obliquo al caso Jeffrey Epstein, parlando della necessità di sostenere le vittime di alcuni dei mali che esistono in entrambe le società. Il re non ha incontrato le vittime di Epstein durante il viaggio, nonostante la richiesta del deputato democratico Ro Khanna. I legali del sovrano hanno motivato il diniego con le indagini di polizia in corso. La famiglia di Virginia Giuffre, vittima di Epstein morta lo scorso anno, ha definito una occasione mancata l'assenza di un incontro pubblico. Il fratello del re, Andrew Mountbatten-Windsor, è stato privato dei titoli reali per i suoi legami con Epstein ed è stato arrestato quest'anno con l'accusa di condotta inappropriata in carica pubblica, accusa che ha respinto.

Il corrispondente della BBC Anthony Zurcher ha scritto che il discorso ha unito momenti di umorismo e messaggi politici sostanziali, mentre il New York Times ha descritto i passaggi più pungenti come una replica indiretta alle posizioni di Trump. Secondo Politico, dietro la cortesia del linguaggio diplomatico si leggevano messaggi precisi, dall'invito a non tornare indietro sull'articolo 5 della NATO alla difesa della Royal Navy, fino al richiamo a non lasciarsi tentare dall'isolazionismo dell'America First.

In serata, alla cena di Stato alla Casa Bianca, prima cena formale in white tie dal 2007, il re ha mantenuto un registro più leggero ma ha ribadito i suoi punti. Ha richiamato la visita della madre nel 1957, pensata per ricucire i rapporti dopo la crisi di Suez, aggiungendo che oggi è difficile immaginare qualcosa di simile, una battuta accolta da risate. Ha scherzato sulle modifiche all'East Wing, dove Trump sta facendo costruire una sala da ballo con la demolizione dell'ala est, ricordando che anche i britannici provarono una piccola riqualificazione immobiliare della Casa Bianca nel 1814, riferimento all'incendio appiccato dalle truppe inglesi. Ha donato a Trump la campana originale dell'HMS Trump, sottomarino britannico varato nel 1944 e attivo nel Pacifico durante la seconda guerra mondiale, accompagnando il regalo con la battuta che se gli Stati Uniti dovessero aver bisogno del Regno Unito, basta dare un colpo di telefono.

Trump da parte sua ha elogiato il rapporto tra i due Paesi parlando di un legame eterno e di una storia di straordinario eroismo. Ha però introdotto un momento imbarazzante quando, parlando della guerra in Iran, ha sostenuto che Carlo è d'accordo con lui anche più di lui stesso sul fatto che Teheran non debba ottenere armi nucleari. L'analista Max Foster di CNN ha sottolineato che il re, in quanto monarca costituzionale, deve restare al di sopra delle questioni politiche e che attribuirgli pubblicamente posizioni su un dossier di politica estera lo mette in una posizione delicata. Trump aveva già diffuso in passato contenuti di conversazioni private con Carlo e con la regina Elisabetta.

Sullo sfondo della visita, il Financial Times ha pubblicato una registrazione di febbraio in cui l'ambasciatore britannico a Washington Christian Turner ha messo in dubbio quanto il Regno Unito possa ancora contare sugli Stati Uniti, sostenendo che l'unico Paese ad avere oggi una relazione davvero speciale con Washington è probabilmente Israele. Il governo britannico ha precisato che si trattava di commenti privati informali a un gruppo di studenti delle scuole superiori e non riflettono la posizione ufficiale.

La lista degli invitati alla cena ha riflesso l'universo politico e mediatico vicino a Trump, con i sei giudici conservatori della Corte Suprema, dirigenti tecnologici come Jeff Bezos, Tim Cook, Jensen Huang e Marc Benioff, dirigenti di Fox News e Newsmax, il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth. La Casa Bianca ha pubblicato sui social una foto del presidente e del re con la didascalia TWO KINGS, in apparente sfottò ai manifestanti delle proteste No Kings.

Secondo i sondaggi citati dal New York Times, l'opinione pubblica britannica si è mostrata fredda verso la visita, con più contrari che favorevoli, e alcuni politici di Westminster avevano chiesto di annullarla. Lo storico Ed Owens ha dichiarato al New York Times che la diplomazia reale resta uno strumento utile perché i sovrani mettono da parte i propri gusti personali per servire il Paese. Philippe Dickinson, vicedirettore del programma sulla sicurezza transatlantica dell'Atlantic Council, ha dichiarato sempre al quotidiano americano che la famiglia reale è una carta diplomatica preziosa per il governo britannico, non una bacchetta magica ma un aiuto. La coppia reale proseguirà il viaggio a New York e in Virginia, con tappe al memoriale dell'11 settembre e al cimitero nazionale di Arlington.

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La rassegna stampa di mercoledì 29 aprile 2026


Il re Carlo III esorta gli USA a mantenere la leadership globale mentre l'Amministrazione Trump affronta sfide interne tra costi crescenti e divisioni repubblicane

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 29 aprile 2026

Il re Carlo III si rivolge al Congresso per difendere l'alleanza USA-Regno Unito


Il re Carlo III ha tenuto un discorso storico davanti al Congresso americano, diventando il secondo monarca britannico a farlo dopo sua madre nel 1991. Il sovrano ha esortato gli Stati Uniti a respingere l'isolazionismo e a mantenere la leadership mondiale, sottolineando l'importanza della cooperazione internazionale e dei valori condivisi tra le due nazioni in un momento di tensioni crescenti.

Fonti: NYT > Top Stories, Bloomberg Politics, BBC News

La Casa Bianca ospita una cena di stato con il re Carlo III e la regina Camilla


Il presidente Trump e la first lady Melania hanno ospitato una cena di stato alla Casa Bianca per il re Carlo III e la regina Camilla. Tra gli invitati figuravano sei giudici della Corte Suprema, membri del governo, miliardari e leader repubblicani. L'evento si è svolto in un clima di tensioni diplomatiche tra Stati Uniti e Regno Unito.

Fonti: WSJ.com: Politics, NYT > Top Stories, The Hill News

Il Dipartimento di Giustizia incrimina l'ex direttore FBI James Comey per minacce a Trump


James Comey è stato formalmente accusato di aver minacciato la vita del presidente Trump attraverso un post su Instagram che mostrava conchiglie disposte per formare "86 47". Il Dipartimento di Giustizia ha interpretato il messaggio come una minaccia, considerando che "86" può significare "eliminare" e Trump è il 47° presidente. Comey ha risposto definendo l'accusa "non quello che siamo come Paese".

Fonti: NYT > Top Stories, BBC News, The Hill News

L'indice di gradimento di Trump scende al minimo del secondo mandato


Un nuovo sondaggio Reuters/Ipsos mostra che l'approvazione del presidente Trump è scesa al 34%, il livello più basso del suo secondo mandato. Il calo è attribuito principalmente alle preoccupazioni degli americani per l'aumento del costo della vita causato dal conflitto con l'Iran, con i prezzi della benzina che hanno raggiunto i massimi degli ultimi quattro anni.

Fonti: The Hill News, Semafor

La Camera dei Rappresentanti bloccata dalle divisioni repubblicane su programmi chiave


Le forti divisioni tra i repubblicani su programmi di spionaggio controversi, il Farm Bill e i finanziamenti per il Dipartimento per la Sicurezza Interna hanno paralizzato l'attività legislativa della Camera. La Casa Bianca ha esortato il Congresso ad approvare rapidamente i finanziamenti per il DHS, rappresentando una critica implicita al presidente della Camera Mike Johnson.

Fonti: WSJ.com: Politics, NYT > Top Stories, The Hill News

La proposta di difesa da 1.500 miliardi di dollari di Trump incontra resistenze repubblicane


I repubblicani del Congresso stanno mostrando una rara opposizione alla richiesta di Trump di aumentare del 44% il budget del Pentagono. Questa resistenza segnala un indebolimento della presa del presidente su Washington mentre si avvicinano le elezioni di midterm e si approssima la seconda metà del suo secondo mandato.

Fonti: Bloomberg Politics, The Hill News

Un giudice blocca il tentativo dell'Amministrazione Trump di accedere ai registri elettorali dell'Arizona


Un tribunale federale ha respinto la causa intentata dal Dipartimento di Giustizia per ottenere accesso ai dettagli degli elettori registrati in Arizona. Si tratta dell'ultima battuta d'arresto legale negli sforzi senza precedenti dell'Amministrazione per raccogliere informazioni sensibili su decine di milioni di americani prima delle elezioni di midterm.

Fonti: US news | The Guardian

Elon Musk testimonia nel processo contro OpenAI accusando Sam Altman di tradimento


Nel primo giorno del processo, Elon Musk ha accusato il co-fondatore di OpenAI Sam Altman di aver allontanato l'azienda di intelligenza artificiale dalle sue radici no-profit per avidità. Musk ha dichiarato che Altman ha "rubato un'organizzazione benefica" e che è "pericoloso" avere qualcuno di non affidabile al comando dell'IA. OpenAI respinge le accuse definendole assurde.

Fonti: NYT > Top Stories, US

Gli Emirati Arabi Uniti lasciano l'OPEC mentre crescono le tensioni regionali


La decisione degli Emirati Arabi Uniti di lasciare l'OPEC ha scosso la regione, sottolineando come il Paese, in contrasto con l'Arabia Saudita, stia tracciando sempre più una rotta indipendente. Questo sviluppo è direttamente collegato agli Stati Uniti perché potrebbe influenzare i prezzi del petrolio e la strategia energetica americana durante il conflitto con l'Iran.

Fonti: NYT > Top Stories, Bloomberg Politics

La Cina blocca l'acquisizione di Manus da parte di Meta per 2 miliardi di dollari


Le autorità di Pechino hanno ordinato a Meta di annullare l'acquisizione da 2 miliardi di dollari della startup di IA cinese Manus. Questa decisione potrebbe influenzare il summit pianificato tra Trump e Xi Jinping il mese prossimo e rappresenta un monito per gli imprenditori cinesi sui rischi di collaborazioni con aziende tecnologiche americane.

Fonti: Bloomberg Politics, Semafor

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Gli agricoltori americani sono i più danneggiati da Trump


Il settore agricolo statunitense paga il prezzo più alto dei dazi e del conflitto con l'Iran, con bancarotte in aumento del 46% nel 2025, ma il consenso al presidente nelle aree rurali resta saldo.

L'agricoltura americana sta attraversando una delle peggiori crisi degli ultimi decenni a causa della guerra commerciale lanciata dal presidente Donald Trump e del conflitto in corso con l'Iran. Lo racconta l'Economist in un reportage dalla Georgia e dall'Iowa, dove i coltivatori si trovano stretti tra costi alle stelle, mercati esteri chiusi e prezzi dei raccolti fermi al palo. Eppure, paradossalmente, proprio le campagne restano la roccaforte più solida del consenso a Trump.

Il quadro era già fragile prima dell'arrivo del presidente alla Casa Bianca. In soli cinque anni, secondo i dati riportati da Economist, il prezzo dei terreni è salito del 6%, quello delle sementi del 18%, il costo del lavoro del 50% e gli oneri sugli interessi addirittura del 73%. Su questo terreno già instabile si sono abbattuti i dazi annunciati nel cosiddetto Liberation Day dello scorso anno, che hanno fatto schizzare i prezzi di acciaio e alluminio e, di conseguenza, quelli dei macchinari agricoli. John Deere, il più grande produttore mondiale di attrezzature per l'agricoltura, ha comunicato in una conference call di febbraio di aver assorbito 600 milioni di dollari di costi legati ai dazi nel 2025 e di prevederne il raddoppio quest'anno.

La reazione dei Paesi colpiti dalle misure americane è stata dura. La Cina ha inferto il colpo più pesante azzerando gli acquisti di semi di soia statunitensi: nei dodici mesi fino a ottobre, le esportazioni verso Pechino sono crollate da 5,9 milioni di tonnellate a zero. Pechino ha anche ridotto drasticamente l'import di cotone americano. Secondo l'analisi dell'Economist, l'agricoltura è il settore più penalizzato dalle ritorsioni tariffarie tra tutti i comparti produttivi americani. I dazi sulle esportazioni rendono i prodotti meno competitivi sui mercati esteri: a metà 2025 i prezzi dell'elettronica e dei prodotti chimici erano cresciuti del 2-3%, mentre quelli agricoli risultavano in aumento di circa il 10%.

A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la guerra con l'Iran, scoppiata in piena stagione di semina primaverile. A differenza di altri settori industriali, che possono contare sul gas naturale e sull'elettricità a basso costo prodotti negli Stati Uniti, gli agricoltori dipendono dal gasolio. Il prezzo del diesel è cresciuto del 40% dalla fine di febbraio, arrivando intorno ai 5,40 dollari al gallone. Per chi coltiva su grandi estensioni e brucia decine di migliaia di galloni l'anno, l'aumento erode i già esili margini. Ma il colpo più duro arriva dal blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un terzo della fornitura mondiale di fertilizzanti. La chiusura ha fatto impennare i prezzi quanto quelli del carburante.

A monte dei rincari sui costi di produzione, i prezzi dei raccolti restano fermi. Sam Watson, agricoltore della Georgia meridionale e senatore repubblicano dello Stato, prevede di vendere a luglio una cassa di zucca gialla allo stesso prezzo di dieci anni fa. Dave Peters, coltivatore di mais semi in pensione vicino a Harlan, in Iowa, stima che oggi servano quattro volte gli ettari di un tempo per ottenere lo stesso profitto. I numeri raccontano un settore al collasso: nel 2025 le bancarotte agricole sono aumentate del 46%. Lynn Paulson, banchiere di Fargo, in North Dakota, ha dichiarato all'Economist che la maggior parte dei suoi clienti agricoltori chiuderà la stagione in perdita, aggiungendo che andare in pareggio sarebbe già un risultato eccezionale. Le tensioni si traducono talvolta in tragedie personali: il proprietario di Kerr Auction, una casa d'aste di macchinari usati dell'Illinois, riferisce che negli anni difficili aumentano i trattori messi in vendita dalle famiglie di agricoltori che si sono tolti la vita.

L'impatto della crisi va ben oltre i campi. Solo il 6% circa degli americani delle aree rurali lavora effettivamente in agricoltura, ma in gran parte del Sud e del Midwest gli agricoltori sostengono una rete di attività locali che comprende impianti di etanolo, macelli, banche, studi legali e concessionarie di automobili. Quando l'agricoltura soffre, ne risente l'intera economia delle piccole città, secondo Bridgette Readel, della società di consulenza AgMafia, intervistata dall'Economist. Un sondaggio Economist/YouGov rivela che il 27% degli intervistati nelle aree rurali considera impossibile far fronte a una spesa imprevista di 1.000 dollari.

Il dato politico più sorprendente è proprio la tenuta del consenso al presidente. Sarebbe facile attribuire a Trump la responsabilità della recessione rurale, dato che in campagna elettorale aveva promesso di abbassare i prezzi e rilanciare l'America profonda. Ma l'America rurale non lo fa. L'indice di gradimento del presidente è più alto tra gli elettori delle campagne che in qualsiasi altro gruppo del sondaggio Economist/YouGov, e la maggioranza ritiene ancora che stia facendo un buon lavoro. Nelle interviste raccolte da Economist, gli agricoltori dichiarano di avere fiducia nell'amministrazione, pur chiedendo aiuti per recuperare le perdite causate dalla sua politica estera. L'American Farm Bureau Federation, associazione di categoria, sta facendo pressione sul governo federale per allentare le regole sui carburanti più economici e approvare un nuovo pacchetto di stimoli. Questa settimana la Camera dei deputati dovrebbe votare il Farm Bill, che secondo gli analisti porterebbe quasi a raddoppiare i sussidi in contanti agli agricoltori entro il 2027, fino a 41 miliardi di dollari.

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Comey incriminato di nuovo dal dipartimento di Giustizia di Trump


L'ex direttore dell'FBI affronta una seconda incriminazione dopo che a novembre un giudice federale aveva annullato la prima per la nomina irregolare della procuratrice. La notizia è uno scoop della CNN.

L'ex direttore dell'FBI James Comey è stato incriminato per la seconda volta dal dipartimento di giustizia dell'amministrazione Trump. La notizia è stata anticipata dalla CNN, che cita due fonti a conoscenza della vicenda. I capi d'accusa specifici non sono stati immediatamente resi noti. Gli avvocati di Comey, contattati dall'emittente, hanno rifiutato di commentare.

La nuova mossa arriva a pochi mesi dal fallimento del primo tentativo. Nel settembre del 2025 il dipartimento di giustizia aveva accusato Comey di aver mentito al Congresso in merito a presunte fughe di notizie alla stampa. Quel caso è stato però archiviato il 24 novembre da un giudice federale, che ha stabilito come la procuratrice federale ad interim per il Eastern District of Virginia, Lindsey Halligan, fosse stata nominata in modo irregolare aggirando il via libera del Senato. Halligan, descritta come una fedelissima del presidente priva di esperienza nella pubblica accusa, era stata installata da Trump dopo la rimozione del precedente procuratore Erik Siebert, che si era opposto a procedere contro Comey.

Secondo la ricostruzione della CNN, l'iniziativa sembra essere stata rilanciata dall'attorney general ad interim Todd Blanche, che ha accelerato sui casi spinti pubblicamente dal presidente da quando ha assunto l'incarico. Trump ha più volte chiesto che i suoi avversari politici venissero perseguiti, considerando l'ex direttore dell'FBI un protagonista chiave nel presunto tentativo di trasformare in arma il sistema giudiziario contro di lui.

La prima incriminazione di settembre era stata costruita sulla testimonianza resa da Comey il 30 settembre 2020 davanti alla commissione giustizia del Senato, in un'audizione sull'inchiesta dell'FBI sui legami tra Russia e campagna Trump del 2016. Le accuse erano due, una per false dichiarazioni al Congresso e una per ostruzione di un procedimento congressuale, ed erano state formalizzate pochi giorni prima che scattasse la prescrizione di cinque anni. Comey si era dichiarato non colpevole. Il suo collegio difensivo, che comprende Patrick Fitzgerald e Michael Dreeben, aveva sostenuto che le domande poste all'epoca dal senatore Ted Cruz erano fondamentalmente ambigue, che le risposte di Comey erano letteralmente vere e che il capo d'imputazione per ostruzione non specificava alcuna dichiarazione falsa. La difesa aveva inoltre denunciato irregolarità davanti al gran giurì, sostenendo che Halligan avesse trattenuto i giurati oltre l'orario, firmato due diverse incriminazioni e permesso testimonianze improprie. Il Washington Post ha riferito che lo stesso dipartimento di giustizia ha riconosciuto come il gran giurì al completo non avesse mai visto la versione finale dell'atto d'accusa.

I rapporti tra Comey e Trump sono compromessi da quasi un decennio. L'ex direttore era caduto in disgrazia presso il presidente già prima della sua prima elezione, quando l'FBI indagava sulla campagna Trump e sui suoi legami con la Russia. Comey, nominato da Barack Obama nel 2013 per un mandato di dieci anni, è stato licenziato il 9 maggio 2017, pochi mesi dopo l'insediamento di Trump. La Casa Bianca aveva inizialmente attribuito la decisione alla gestione dell'inchiesta sulle email di Hillary Clinton, ma lo stesso Trump aveva poi dichiarato a Lester Holt della NBC News che si trattava di una sua scelta personale, legata alla cosiddetta "cosa russa". In una successiva conversazione nello Studio Ovale con il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov e l'ambasciatore Sergey Kislyak, riportata dal New York Times, il presidente aveva definito Comey "un pazzo, un vero squilibrato" e aveva sostenuto che il licenziamento avesse alleggerito la pressione legata al caso Russia.

Dopo l'allontanamento, Comey è diventato uno dei critici più attivi del presidente. Ha pubblicato il memoir A Higher Loyalty, ha scritto editoriali sul New York Times e sul Washington Post e ha sostenuto i candidati democratici, da Joe Biden nel 2020 fino a Kamala Harris nel 2024. La sua testimonianza al Senato del giugno 2017, accompagnata dai memo redatti dopo gli incontri con Trump, è stata interpretata da diversi osservatori come un elemento centrale nelle valutazioni sull'ostruzione della giustizia poi confluite nell'inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller.

Sul fronte giudiziario, i giudici federali hanno criticato duramente la conduzione del primo procedimento. Hanno ordinato la diffusione di materiale del gran giurì e contestato quella che un magistrato ha definito una tattica di "incriminare prima e indagare dopo". Il caso era stato archiviato senza pregiudizio dalla giudice Cameron McGowan Currie, lasciando aperta la strada a una nuova azione, strada che ora il dipartimento di giustizia ha imboccato. Restano da chiarire i capi d'accusa della seconda incriminazione e quale procuratore l'abbia firmata, dopo che il primo tentativo era naufragato proprio sulla legittimità della nomina di chi rappresentava l'accusa.

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Trump: "i leader iraniani capiscono solo il linguaggio delle bombe"


Il conflitto è congelato tra blocco navale, sanzioni e rischio di nuovi raid americani. Trump valuta se colpire ancora o puntare sulla “massima pressione”. La chiusura dello Stretto di Hormuz intanto pesa sempre di più sui prezzi dell’energia e prolunga la presenza militare americana nella regione.

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran è entrato ormai in una fase di stallo simile a una guerra fredda. Non c’è uno scontro aperto, ma neppure un accordo in vista: al centro ci sono invece inasprimento delle sanzioni finanziarie, blocchi navali e trattative ancora ferme prima della possibilità di avviare nuovi colloqui.

In questo contesto, secondo funzionari statunitensi citati da Axios, l’Amministrazione Trump teme sempre di più che Washington possa restare intrappolata in un conflitto congelato, senza una via d’uscita immediata. Gli Stati Uniti rischierebbero così di mantenere per molti altri mesi le proprie forze nella regione. Lo Stretto di Hormuz, intanto, resterebbe chiuso, il blocco navale americano andrebbe avanti e le due parti resterebbero in attesa che sia l’altra a cedere per prima.

Le conseguenze di questo stallo rischiano di essere soprattutto economiche e strategiche. I prezzi dell’energia potrebbero restare molti elevati per mesi, mentre il rischio di una guerra aperta potrebbe riaccendersi in qualsiasi momento. Con le elezioni di midterm di novembre ormai a soli sei mesi di distanza, una fonte vicina al presidente ha definito un conflitto congelato “la cosa peggiore per Trump dal punto di vista politico ed economico”.

Il presidente oscilla, quindi, tra l’ipotesi di nuovi attacchi militari e la scelta di attendere gli effetti della strategia di “massima pressione”. L’obiettivo delle sanzioni finanziarie è spingere Teheran a negoziare sul suo programma nucleare, che secondo Washington potrebbe portare a capacità militari. “Tutto quello che capiscono sono le bombe”, avrebbe però detto di recente Trump a un consigliere, che ha riferito la frase ad Axios. Lo stesso consigliere ha descritto il presidente come “frustrato ma realistico”: non vorrebbe usare la forza, ma non avrebbe intenzione di fare marcia indietro.

Dentro la Casa Bianca, alcuni alti consiglieri spingono per mantenere per ora il blocco dello Stretto di Hormuz e aumentare la pressione economica sul regime iraniano, prima di tornare eventualmente ai bombardamenti. Il Segretario di Stato Marco Rubio, che è anche Consigliere per la Sicurezza Nazionale, ha detto a Fox News che il livello di sanzioni contro l’Iran e la pressione esercitata sul Paese sono “straordinari”, aggiungendo, però, che si potrebbe ancora fare di più. Rubio ha auspicato che il resto del mondo si unisca agli Stati Uniti nelle sanzioni “paralizzanti” e in altre misure per costringere il regime a concessioni che per ora non intende fare.

Trump sta però consultando anche esponenti della linea dura esterni all’Amministrazione. Tra loro ci sono il commentatore del Washington Post Marc Thiessen, il generale in pensione Jack Keane e il senatore repubblicano Lindsey Graham. Tutti gli stanno consigliando una qualche forma di azione militare per rompere lo stallo.

Graham, in particolare, in un post su X pubblicato lunedì, ha invitato il presidente a non arretrare e a respingere l’ultima proposta iraniana. L’Iran aveva offerto di negoziare un accordo parallelo per riaprire lo Stretto di Hormuz in cambio della fine del blocco statunitense sulle navi dirette verso l’Iran o in uscita dal Paese.

Secondo Axios, alla fine non è stata presa ancora alcuna decisione. Una fonte ha riferito che Trump non sarebbe incline ad accettare la proposta iraniana, perché rinvierebbe il negoziato sul programma nucleare iraniano, il cui stop è stato indicato dal presidente come la principale ragione per attaccare l’Iran.

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"Stefano" è il secondo caso di aiuto medico alla morte volontaria in Liguria.
Purtroppo, ha dovuto aspettare ben 10 mesi. Dieci mesi di attesa e sofferenza, durante i quali è stato necessario ricorrere a due diffide legali tramite l’Associazione Luca Coscioni. Solo dopo lunghi ritardi e continui solleciti ha finalmente ottenuto il via libera. Una sofferenza che si poteva evitare.

Nessuno dovrebbe subire un’attesa simile per vedere rispettata la propria dignità.

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Ocasio-Cortez evita la stampa nazionale mentre pensa a candidarsi a presidente


La deputata progressista di New York concede pochissime interviste ai media tradizionali, preferendo i social e i giornalisti ideologicamente vicini, in vista di una possibile candidatura nel 2028

La deputata democratica di New York Alexandria Ocasio-Cortez ha rilasciato soltanto tre interviste ai media nazionali dall'inizio del 2026, un numero nettamente inferiore rispetto agli altri potenziali candidati alla presidenza per il 2028. Lo scrive Axios che descrive la strategia comunicativa della deputata progressista come deliberatamente improntata alla cautela e al sospetto verso la stampa tradizionale.

Le tre interviste rilasciate nel 2026 sono state un'intervista podcast di circa venti minuti con l'ex anchor della CNN Don Lemon, un'intervista scritta con Kellen Browning del New York Times per chiarire alcune risposte incerte sulla politica estera fornite alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco a febbraio e un'intervista televisiva con Jake Tapper della CNN, andata in onda dopo l'uccisione di un cittadino statunitense a Minneapolis da parte di agenti per l'immigrazione dell'amministrazione del presidente Trump. Nei primi mesi del 2025 Ocasio-Cortez aveva concesso diverse interviste, tra cui una a NPR e una al programma di Jon Stewart The Weekly Show, per poi diradare drasticamente le apparizioni nella seconda metà dell'anno.

Secondo Axios, la strategia riflette tre elementi. In primo luogo, la deputata ritiene di non aver bisogno delle interviste tradizionali per ottenere visibilità, grazie alla copertura mediatica costante di cui gode e a un seguito enorme sui social, con 9,6 milioni di follower solo su Instagram. In secondo luogo, persone che hanno lavorato con lei descrivono un atteggiamento naturalmente prudente nella gestione della scena nazionale. In terzo luogo, Ocasio-Cortez e il suo staff condividerebbero in parte la diffidenza verso i media mainstream, definiti corporate, che si è diffusa nella sinistra americana negli ultimi anni come reazione a quella che viene percepita come una copertura ingiusta delle campagne presidenziali di Bernie Sanders e della guerra a Gaza. Alcuni democratici che hanno collaborato con il suo entourage hanno riferito ad Axios di essere rimasti sorpresi dall'ostilità privata mostrata da alcuni collaboratori della deputata verso la stampa nazionale.

Il capo di gabinetto di Ocasio-Cortez, Mike Casca, ha replicato ad Axios respingendo l'idea di una chiusura verso i giornalisti. Casca ha sostenuto che la deputata risponde più volte al giorno alle domande della stampa e che chiunque sia accreditato può trovarla a Capitol Hill e porle domande. Ha aggiunto di trovare strana la quantità di disprezzo che i corrispondenti politici nazionali mostrerebbero nei confronti dei colleghi che seguono il Congresso. La deputata ha rifiutato di essere intervistata per l'articolo di Axios.

In effetti Ocasio-Cortez continua a partecipare alle brevi domande e risposte nei corridoi del Congresso, ma anche in quel contesto tende a privilegiare giornalisti progressisti come Pablo Manríquez di MeidasTouch. Il suo staff sta inoltre dicendo da mesi che Mark Leibovich di The Atlantic ha avuto accesso alla deputata per un lungo profilo, che però non è ancora stato pubblicato. Interpellato sul ritratto, Leibovich ha risposto con un'emoji di spalle alzate.

Alcuni operatori democratici ritengono che questa linea offra benefici nel breve periodo ma possa rivelarsi un errore nel lungo termine, anche nel caso in cui Ocasio-Cortez decida di candidarsi al Senato nel 2028 invece che alla presidenza. Sostengono che meno un candidato si confronta con i giornalisti, meno è allenato e maggiore diventa il livello di scrutinio quando accetta di sedersi per un'intervista. Citano come esempio le risposte esitanti fornite a Monaco come dimostrazione dei rischi connessi all'evitamento di domande imprevedibili.

L'approccio di Ocasio-Cortez si discosta dal consenso emerso tra molti democratici dopo la sconfitta del 2024, secondo cui Kamala Harris e Joe Biden sarebbero stati troppo cauti sia con la stampa tradizionale sia con i nuovi formati come i podcast di lungo formato. La maggior parte dei potenziali candidati alle primarie del 2028 ha adottato negli ultimi sedici mesi un approccio del tutto opposto, accettando interviste con podcaster, conduttori dei talk show notturni, giornalisti generalisti e influencer dei social media. Alcuni, come il governatore della California Gavin Newsom e l'ex segretario ai Trasporti Pete Buttigieg, hanno scelto di confrontarsi anche con commentatori conservatori o con voci eterodosse.

La strategia della deputata si differenzia inoltre da quella di un suo mentore, il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders, storico critico di quelli che lui stesso definisce i corporate media. Sanders si è confrontato regolarmente con la stampa durante le sue campagne presidenziali e continua a farlo. Si discosta anche dalla linea del sindaco di New York Zohran Mamdani, alleato stretto di Ocasio-Cortez, che parla con i media nazionali con frequenza molto maggiore.

Diversi operatori che hanno lavorato in passato con Sanders sono ora nello staff di Ocasio-Cortez, mentre altri si sono uniti al deputato della California Ro Khanna, anche lui impegnato a costruire uno spazio nell'area progressista in vista di una possibile corsa alla Casa Bianca. Khanna è tra i potenziali contendenti del 2028 più attivi e ha attraversato il paese per partecipare a un'ampia gamma di programmi sui media tradizionali e nuovi.

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Trump estende il controllo del governo sulle elezioni in otto stati


Un'inchiesta di Reuters rivela un piano della Casa Bianca per intervenire sulla gestione del voto attraverso indagini, perquisizioni e richieste di accesso ai sistemi elettorali, in un ambito storicamente riservato agli stati.

L'amministrazione del presidente Donald Trump sta cercando di estendere il controllo federale sulle elezioni statunitensi in almeno otto stati, un'attività più ampia di quanto finora noto. La rivelazione arriva da un'inchiesta di Reuters che ha individuato un sistema coordinato di indagini, richieste di documenti riservati e tentativi di accesso alle macchine per il voto. Negli Stati Uniti, dalla fondazione della repubblica nel 1789, le elezioni sono gestite dagli stati e dalle amministrazioni locali, anche quando riguardano cariche federali come la presidenza.

Il caso più documentato riguarda la contea di Franklin, in Ohio, che comprende Columbus ed è una roccaforte democratica. A gennaio un agente del Department of Homeland Security ha contattato il Board of Elections locale chiedendo accesso immediato ai registri degli elettori. Nelle settimane successive le richieste sono aumentate, fino a includere moduli di registrazione e cronologie di voto di decine di cittadini, con dati riservati come i numeri della patente. L'agente ha definito l'attività un'indagine urgente, senza spiegarne le ragioni. Reuters ha esaminato le email tra il funzionario federale e gli uffici della contea attraverso una richiesta di accesso agli atti pubblici. Il direttore delle elezioni della contea, Antone White, ha dichiarato a Reuters di aver collaborato pur non conoscendo lo scopo dell'inchiesta. Il Department of Homeland Security ha rifiutato di commentare l'operazione, limitandosi a dichiarare che i suoi agenti stanno indagando attivamente sulle frodi elettorali.

L'inchiesta di Reuters ha individuato episodi simili in altri sette stati. In Ohio gli investigatori federali hanno raccolto dati elettorali in almeno sei contee, due fortemente democratiche e le altre politicamente contese. In Nevada il Federal Bureau of Investigation ha chiesto informazioni all'ufficio del segretario di stato nell'ambito di un'indagine del Department of Justice sulle elezioni del 2020. In Colorado un alto funzionario della cybersicurezza dell'amministrazione Trump ha contattato un cancelliere di contea per ottenere accesso alle macchine per il voto. In Georgia, a gennaio, le forze federali hanno perquisito gli uffici elettorali della contea di Fulton sequestrando schede e registri elettorali. In Michigan, il 14 aprile, il Department of Justice ha chiesto alla contea di Wayne di consegnare i registri delle elezioni del 2024, ma le autorità statali hanno rifiutato annunciando un ricorso giudiziario. Anche in Arizona, Missouri e Connecticut sono state registrate iniziative federali analoghe.

Il presidente Trump ha apertamente sostenuto la necessità di nazionalizzare il voto, invitando il suo partito a prenderne il controllo in almeno quindici occasioni quest'anno. Attraverso ordini esecutivi e proposte di legge, l'amministrazione ha cercato di imporre la prova di cittadinanza per votare, di consentire alle agenzie federali di compilare liste elettorali e di rendere obbligatorio l'uso di un database del Department of Homeland Security per verificare l'eleggibilità. La portavoce della Casa Bianca Abigail Jackson ha dichiarato che il presidente è impegnato a garantire registri elettorali accurati e privi di non cittadini registrati illegalmente. Il Department of Justice non ha risposto alle richieste di commento di Reuters.

Un sondaggio Reuters-Ipsos della scorsa settimana ha rilevato che il 63 per cento dei repubblicani crede che il voto del 2020 sia stato rubato e che la maggioranza degli americani sostiene l'obbligo di un documento di identità per votare. I tribunali e gli studiosi di diritto elettorale hanno ripetutamente smentito le accuse di brogli. Reuters ha individuato almeno venti funzionari, attuali o passati, dell'amministrazione Trump che avevano sostenuto i tentativi di ribaltare il risultato del 2020 e che ora partecipano alla nuova spinta federale.

In Colorado un lobbista vicino all'amministrazione, Jeff Small, ha contattato cancellieri repubblicani la scorsa estate. Steve Schleiker, cancelliere repubblicano della contea di El Paso, ha riferito a Reuters di aver ricevuto in seguito una telefonata da una persona che si presentava come funzionario della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, il quale chiedeva accesso alle macchine per il voto della Dominion Voting Systems. Schleiker ha rifiutato, spiegando che la richiesta avrebbe violato la legge del Colorado. Il Department of Homeland Security ha dichiarato che Small non ha alcun ruolo ufficiale nel dipartimento.

In Nevada il segretario di stato democratico Cisco Aguilar ha dichiarato a Reuters che la richiesta dell'Federal Bureau of Investigation aveva avuto un effetto intimidatorio sui dipendenti, pur essendo poi stata archiviata senza incriminazioni. In Missouri Andrew Warner, ex funzionario della Civil Rights Division del Department of Justice, ha contattato almeno due cancellieri di contea per ottenere accesso alle apparecchiature Dominion. Uno non possedeva più i macchinari, l'altro ha rifiutato. Il segretario di stato repubblicano Denny Hoskins ha condiviso con le autorità federali i dati pubblici dei registri elettorali per un controllo sulla cittadinanza, ma i cancellieri delle contee più grandi, fra cui St. Louis e St. Charles, hanno riferito che la maggior parte delle persone segnalate erano cittadini statunitensi, spesso naturalizzati.

L'amministrazione ha intentato cause contro trenta stati, fra cui nove a guida repubblicana, che hanno rifiutato di consegnare i dati dei registri elettorali. Il segretario di stato del West Virginia Kris Warner, repubblicano e sostenitore di Trump, ha dichiarato a Reuters di non aver mai immaginato di doversi opporre al suo ex datore di lavoro in nome dei diritti degli stati. Richard Hasen, professore di diritto elettorale all'Università della California a Los Angeles, ha detto a Reuters che se l'esito del voto dipendesse da poche giurisdizioni con risultati contesi, sarebbe più probabile assistere a tentativi di sovversione.

All'interno del Department of Homeland Security l'amministrazione ha smantellato funzioni chiave della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, riducendone budget e personale. È stato creato un nuovo ufficio per l'integrità elettorale, affidato a Heather Honey, ex investigatrice aziendale senza esperienza nell'amministrazione del voto e nota per aver promosso accuse di frode già smentite. A. Scott Brown, per oltre vent'anni dirigente dell'Homeland Security Investigations, ha dichiarato a Reuters che l'unità avrebbe dovuto occuparsi di crimini transnazionali come il riciclaggio, il traffico di esseri umani e il terrorismo, e che le nuove priorità sottraggono risorse a indagini su sfruttamento minorile e traffico di fentanyl.

Le pressioni federali stanno modificando il modo in cui gli amministratori elettorali si preparano al voto di novembre, quando sarà in gioco il controllo del Congresso. In Colorado almeno 63 cancellieri di contea si stanno consultando con la loro associazione statale sulle modalità di risposta a possibili mandati federali. In South Carolina funzionari di oltre quaranta contee parteciperanno a un seminario di un'intera giornata a luglio. Carly Koppes, presidente della Colorado Clerks Association, ha addestrato il proprio personale a riconoscere le credenziali dell'Federal Bureau of Investigation e ha installato strumenti per rompere i vetri in tutte le finestre dell'ufficio della contea di Weld, in caso di necessità di evacuazione immediata.

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Caso Minetti, la procura di Milano: “Fatti gravissimi, verifiche con l’Interpol. Potremmo modificare il parere: noi diligenti ma non perspicaci”


@Politica interna, europea e internazionale
La procura di Milano ha annunciato nuove indagini sul caso Minetti e sulla vicenda che ha portato alla concessione della grazia per l’ex consigliera regionale lombarda. “Di concerto con il procuratore generale

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Violenza antigovernativa negli Stati Uniti ai massimi da trent'anni


Secondo i dati del Center for Strategic and International Studies analizzati dal Wall Street Journal, nel 2025 si sono registrati 20 attacchi o piani contro il governo americano, con la sinistra radicale davanti alla destra per la prima volta in vent'anni.

Gli attacchi e i piani contro il governo degli Stati Uniti hanno raggiunto nel 2025 il livello più alto almeno dal 1994. Lo rivelano i dati del Center for Strategic and International Studies analizzati dal Wall Street Journal. Per la prima volta in vent'anni, la maggioranza degli episodi è attribuibile a estremisti di sinistra anziché di destra. Sui 20 attacchi e piani censiti nel 2025, il centro studi ne ha classificati 10 come provenienti dall'estrema sinistra e 8 dall'estrema destra.
Attacchi al governo Usa: il picco del 2025

Estremismo politico · Stati Uniti
Violenza di stampo politico: il picco del 2025
Trent'anni di terrorismo domestico, in numeri

Trend Orientamento Armi Casi

20
Casi di violenza politica nel 2025
Il livello più alto dal 1994, primo anno della serie storica analizzata dal Wall Street Journal sui dati del Center for Strategic and International Studies.

Episodi di violenza per anno · 1994–2025

N. di episodi

1994 2000 2005 2010 2015 2020 2025

Il 2025 registra circa il triplo della media dell'ultimo decennio. Tocca un anno per vederne il valore.

Orientamento politico dei responsabili

Sinistra
Destra

10 5 0 5 10

Il dato del 2025
Per la prima volta in vent'anni la maggioranza degli episodi di violenza politica è di matrice di estrema sinistra: 10 casi su 20, contro gli 8 di estrema destra. Metà ha colpito agenti o strutture che si occupano di lotta all'immigrazione.

7+
Episodi di violenza con uso di molotov: l'arma simbolo del 2025, storicamente legata alla politica rivoluzionaria di estrema sinistra.

Armi usate negli attacchi del 2025

Le armi da fuoco sono in crescita strutturale, ma il 2025 è stato dominato da episodi di violenza con uso di esplosivi e ordigni incendiari: oltre la metà degli episodi censiti.

Tocca un caso per i dettagli

Apr 2024 Estero / Indeterminato
Incendiata la residenza del governatore Shapiro (Pennsylvania)

Secondo le autorità, l'attacco sarebbe stato motivato da eventi accaduti all'estero. Tra le armi utilizzate, la molotov.

Giu 2024 Estrema destra
Uccisa una deputata democratica statale e suo marito (Minnesota)

Episodio classificato dal Center for Strategic and International Studies tra gli attacchi di matrice di estrema destra.

Ago 2024 Estrema destra
500 colpi davanti alla sede dei CDC, ucciso un agente

L'aggressore, critico verso il vaccino contro il Covid-19, ha aperto il fuoco davanti al quartier generale dei Centers for Disease Control and Prevention.

Gen 2025 Estrema sinistra
Rotte a martellate le finestre dell'abitazione di Vance

Un uomo ha colpito con un martello le finestre della residenza del vicepresidente JD Vance.

Mar 2025 Estrema sinistra
Tentato attacco vicino alla residenza del sindaco Mamdani (New York)

Il Dipartimento di Giustizia ha incriminato due uomini per il tentato attacco vicino all'abitazione del sindaco di New York Zohran Mamdani.

2025 Estrema sinistra
Tentato attacco alla sede del GOP della contea di Dickinson (Michigan)

Bersaglio il quartier generale del partito repubblicano della contea, in un anno in cui metà degli episodi di estrema sinistra ha colpito strutture politiche o legate alla lotta contro l'immigrazione.

Apr 2026 Da definire
Attacco alla Cena dei Correspondenti della Casa Bianca

Un trentunenne laureato al Caltech, armato di fucile, pistola e coltelli, si è avventato contro la security all'evento in cui erano presenti Trump, Vance e Patel. Incriminato per tentato omicidio del presidente.

Elaborazione FocusAmerica su fonte: dati del Center for Strategic and International Studies (1994–2025) · Aggiornato al 28 aprile 2026

Il tema è tornato al centro del dibattito dopo l'episodio di sabato, quando un uomo armato si è avventato contro un posto di blocco di sicurezza alla cena annuale della White House Correspondents' Association. All'evento erano presenti il presidente Donald Trump, il vicepresidente JD Vance, il direttore dell'FBI Kash Patel e diversi membri del governo, tutti rapidamente messi in salvo dagli agenti del Secret Service. Secondo la polizia di Washington, l'aggressore era armato di un fucile, una pistola e diversi coltelli. L'uomo, un trentunenne laureato al Caltech, è stato incriminato per tentato omicidio del presidente e due capi d'imputazione legati alle armi da fuoco.

Non si tratta di un caso isolato. A gennaio un uomo aveva rotto le finestre dell'abitazione del vicepresidente Vance con un martello. A marzo il dipartimento di Giustizia ha incriminato due uomini per aver tentato un attacco vicino alla residenza del sindaco di New York Zohran Mamdani. Ad aprile dell'anno scorso la residenza del governatore democratico della Pennsylvania Josh Shapiro è stata data alle fiamme, in un episodio che secondo le autorità sarebbe stato motivato da eventi accaduti all'estero.

Metà degli episodi attribuiti all'estrema sinistra nel 2025 sembra aver avuto come bersaglio agenti o strutture dell'immigrazione, in risposta alla stretta voluta dall'amministrazione Trump sui rimpatri. Tra i casi rientra anche un tentato attacco al quartier generale del comitato repubblicano della contea di Dickinson, in Michigan. Non manca però la violenza di matrice opposta. A giugno dell'anno scorso una deputata democratica statale e suo marito sono stati uccisi in Minnesota. Ad agosto un agente di polizia è stato ucciso dopo che un uomo, critico verso il vaccino contro il Covid-19, ha sparato 500 colpi davanti alla sede dei Centers for Disease Control and Prevention. Complessivamente, lo scorso anno tre persone sono morte in attacchi classificati come di estrema destra e una in un attacco classificato come di estrema sinistra.

Il classificare gli attacchi estremisti resta un'operazione delicata. I dati del centro studi dividono gli episodi sulla base degli orientamenti politici dei responsabili, quando questi sono ricostruibili dai documenti giudiziari e dalla cronaca. Le etichette di destra e sinistra non corrispondono ai partiti americani. Nell'estrema destra rientrano motivazioni come la supremazia razziale o etnica, mentre nell'estrema sinistra ricade ad esempio l'opposizione al capitalismo. Le persone responsabili degli attacchi spesso non si lasciano ricondurre a categorie nette.

Sul fronte degli strumenti utilizzati, le armi da fuoco sono sempre più ricorrenti nei piani e negli attacchi. Tuttavia, l'arma simbolo del 2025 è stata la molotov, ordigno incendiario rudimentale storicamente associato alla politica rivoluzionaria. È comparsa in almeno sette attacchi o piani, compreso quello contro la residenza del governatore Shapiro e due tentativi di colpire agenti dell'immigrazione. A gennaio dell'anno scorso una donna del Massachusetts ha riferito alla polizia del Campidoglio di voler lanciare molotov ai piedi di Scott Bessent, allora candidato segretario al Tesoro. In un altro episodio un uomo ha appiccato il fuoco a un ufficio postale in California con l'intenzione di lanciare un messaggio al governo degli Stati Uniti.

L'analisi del Wall Street Journal ha preso in considerazione gli incidenti di terrorismo negli Stati Uniti raccolti dal centro studi tra il 1994 e il 2025. Il Center for Strategic and International Studies conteggia solo episodi premeditati che comportano un tentativo o una minaccia di uccidere o ferire, con l'obiettivo di raggiungere un più ampio pubblico politico. Sono stati inclusi gli attacchi a persone e luoghi del governo federale, compresi i politici e gli edifici pubblici, mentre sono esclusi quelli rivolti a militari e imprese.

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La deriva autoritaria di Trump è colpa dei Repubblicani


Sull'Atlantic, l'ex consulente legale dei repubblicani al Senato sostiene che la deriva autoritaria della seconda amministrazione Trump nasce da decenni di teorie giuridiche conservatrici che hanno rafforzato il potere presidenziale.

La seconda amministrazione Trump ha portato alla luce quello che alcuni studiosi di diritto definiscono un "esecutivo senza vincoli", con un presidente che governa per ordini esecutivi, decreti d'emergenza e transazioni di tipo estorsivo, premiando gli alleati e punendo gli avversari. È la tesi al centro di un saggio pubblicato sull'Atlantic da Gregg Nunziata, direttore esecutivo della Society for the Rule of Law ed ex consulente dei senatori repubblicani sulle nomine giudiziarie. Secondo l'autore, gli Stati Uniti stanno vivendo una fase di "cesarismo americano" e i conservatori legali, di cui lui stesso fa parte, hanno una responsabilità diretta nella costruzione del sistema che oggi mette in crisi la repubblica.

Nunziata paragona l'attuale presidente a Giulio Cesare, che si presentava come servitore della repubblica pur ignorando leggi e consuetudini. La repubblica romana, ricorda, non sopravvisse a quel modello. Allo stesso modo, l'attuale amministrazione non avrebbe una vera agenda legislativa, ma procederebbe attraverso atti unilaterali del presidente, avventure militari all'estero decise per impulso personale e l'uso delle forze armate come strumento politico interno. Il Congresso risulta marginalizzato e i tribunali appaiono riluttanti a frenare gli eccessi del presidente.

Per giustificare questo approccio, scrive Nunziata, i sostenitori più convinti di Trump usano argomenti che ricordano quelli di Cesare. L'autore cita il vicecapo dello staff della Casa Bianca Stephen Miller, secondo cui "l'intera volontà della democrazia è incarnata nel presidente eletto". Molti repubblicani difendono le scelte del presidente in nome del suo "mandato" elettorale e attaccano i giudici "non eletti" che osano pronunciarsi contro di lui.

Per Nunziata si tratta di una visione incompatibile con la Costituzione americana, fondata sull'idea che la libertà richieda autorità divise. Cita James Madison, secondo cui l'accumulo di potere in un solo ramo dello Stato è "la definizione stessa della tirannia". Le conseguenze sarebbero già visibili: poiché ordini esecutivi e dichiarazioni d'emergenza non hanno la stabilità delle leggi approvate dal Congresso, le politiche cambiano radicalmente da un'amministrazione all'altra, rendendo difficile pianificare per famiglie e imprese e penalizzando investimenti e crescita.

Il cuore dell'articolo è la ricostruzione storica di come il movimento giuridico conservatore, di cui l'autore fa parte da tutta la carriera, abbia contribuito a questa deriva. Per gran parte della storia americana, i conservatori sono stati i più scettici verso il potere esecutivo. Negli anni Settanta, però, l'attenzione si spostò sul presunto attivismo dei tribunali. La sentenza Roe v. Wade divenne il simbolo di una Corte Suprema che, secondo la destra, sostituiva il legislatore. Da lì nacque la battaglia contro chi "legifera dal banco del giudice", attraverso ricerca accademica, advocacy e lavoro organizzativo.

Quella concentrazione sul potere giudiziario, unita al contesto politico, fece però trascurare gli altri due rami dello Stato. Molti leader del movimento, ricorda Nunziata, avevano servito nelle amministrazioni repubblicane di Nixon e Ford, tra cui i futuri giuristi William Rehnquist, Robert Bork e Antonin Scalia. Vivendo in un'epoca di controllo democratico quasi ininterrotto del Congresso, e dopo aver visto la presidenza umiliata dallo scandalo Watergate, finirono per considerare l'esecutivo come l'unico strumento praticabile di azione politica.

Col tempo, la simpatia per l'autorità presidenziale si trasformò in teoria. Il movimento, un tempo legato all'interpretazione "stretta" della Costituzione, scoprì un'inattesa elasticità nel testo. Alcuni iniziarono a sostenere che l'Articolo II conferisse al presidente ogni potere non esplicitamente limitato dalla Costituzione. Il dovere di "vigilare sulla fedele esecuzione delle leggi" venne riletto come licenza a reinterpretarle. Soprattutto, molti conservatori arrivarono a credere che il ruolo di comandante in capo conferisse al presidente un'autorità unilaterale ampia in materia di sicurezza nazionale, una posizione di grande peso in un paese costantemente in stato di guerra, anche contro attori non statali.

Durante l'amministrazione Reagan, i giuristi conservatori abbracciarono anche la cosiddetta unitary executive theory, secondo cui il presidente ha il controllo esclusivo del ramo esecutivo. Negli ultimi anni questa teoria ha guadagnato terreno nei tribunali. Nunziata segnala che la Corte Suprema sembra orientata ad accettare la rimozione, decisa da Trump, di un membro della Federal Trade Commission, una decisione che potrebbe aprire la strada a pronunce ben più radicali. Le interpretazioni più estreme consentirebbero al presidente di licenziare qualsiasi dipendente federale, ignorare le tutele del pubblico impiego ed eliminare l'indipendenza della Federal Reserve.

Mentre i giuristi elaboravano queste teorie, i loro alleati politici conquistavano per la prima volta da decenni la maggioranza al Congresso. La nuova maggioranza repubblicana, sfiduciata verso un'istituzione a lungo dominata dai democratici, varò "riforme" che indebolirono il Congresso stesso: tagli al personale, in particolare a quello tecnico e non partitico, indebolimento delle commissioni, limiti di mandato per i loro presidenti. Tutti elementi che riducevano la capacità di controllo sull'esecutivo.

Anche i tribunali cambiarono. La nuova generazione di giudici conservatori, per frenare il potere giudiziario, finì per rafforzare quello presidenziale. Vennero adottate dottrine che imponevano ai giudici di rimettersi all'interpretazione che le agenzie davano della propria autorità e che riducevano il controllo giudiziario sull'esecutivo. La cosiddetta "presunzione di regolarità", ad esempio, presume che il presidente e i suoi agenti agiscano in buona fede.

Il punto più alto di questa tendenza, secondo l'autore, fu la sentenza Trump v. United States del 2024, sulla possibile responsabilità penale di Trump per il ruolo nell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio. La maggioranza della Corte, invece di preoccuparsi di un presidente che aveva tentato un golpe, si impegnò a proteggere il paese dal pericolo ipotetico di una presidenza paralizzata da accuse infondate, costruendo dal nulla, scrive Nunziata, una vasta immunità presidenziale.

Negli anni recenti la Corte ha mostrato qualche apertura nel limitare lo stato amministrativo, ma resta meno disposta a contestare gli abusi dell'esecutivo in materia di sicurezza nazionale. Lo scorso anno una corte d'appello ha annullato il ricorso di Trump a poteri di guerra per accelerare il rimpatrio di cittadini venezuelani, osservando che il Venezuela non stava in realtà invadendo gli Stati Uniti. Un giudice conservatore dissenziente ha sostenuto che la dichiarazione presidenziale di un'invasione è "conclusiva, definitiva e completamente al di fuori del potere di sindacato dei giudici federali non eletti". Per Nunziata si tratta ormai di un'abdicazione giudiziaria.

Anche la recente sentenza che ha bocciato i dazi imposti da Trump si è limitata a stabilire che la specifica norma d'emergenza invocata non autorizzava i dazi, senza affrontare il nodo più ampio dei poteri d'emergenza. Tre giudici conservatori hanno comunque dissentito. Il giudice Clarence Thomas ha scritto a parte sostenendo che il Congresso può delegare al presidente qualunque suo potere, purché non si tratti di "poteri legislativi fondamentali".

Nunziata indica alcune direzioni di marcia. I tribunali dovrebbero leggere in modo restrittivo i poteri esecutivi non ancorati al testo costituzionale e respingere le dichiarazioni d'emergenza palesemente pretestuose. Cita la proposta dello studioso conservatore Yuval Levin di una dottrina che, in caso di dubbio, sciolga le questioni a favore del governo repubblicano, restituendo le scelte politiche al legislatore. Andrebbe inoltre rivisto l'uso del cosiddetto shadow docket, il binario d'urgenza con cui la Corte Suprema ha spesso sospeso, anche solo in via temporanea, sentenze sfavorevoli all'amministrazione, causando danni in alcuni casi irreparabili.

I tribunali da soli, però, non bastano. Il Congresso deve riscoprire il proprio ruolo, sostiene l'autore, anche aumentando le risorse dedicate al ramo legislativo e riformandone le procedure. Una proposta concreta è la creazione di un ufficio legale del Congresso analogo all'Office of Legal Counsel del Dipartimento di Giustizia, così da non lasciare solo agli avvocati dell'esecutivo il compito di definire i confini del potere presidenziale. Servirebbero poi leggi per rafforzare le citazioni del Congresso, proteggere dalle persecuzioni politiche, limitare i poteri d'emergenza e impedire al presidente di trarre profitto dalla carica. L'autore arriva a indicare la grazia presidenziale, definita un residuo monarchico e fonte di scandali, come possibile bersaglio di un emendamento costituzionale.

La conclusione è un appello al mondo conservatore: se davvero crede nella libertà ordinata, nei limiti costituzionali e nello stato di diritto, deve contribuire a frenare Cesare, non per il bene di un partito, ma della repubblica.

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Le teorie del complotto sulla sparatoria dilagano sui social


Dopo l'attacco al Washington Hilton, accuse di messa in scena rimbalzano da destra a sinistra. Influencer e politici alimentano il sospetto che Trump abbia orchestrato l'episodio per ottenere consensi.

A poche ore dalla sparatoria avvenuta sabato sera durante la cena dei corrispondenti alla Casa Bianca, i social network si sono riempiti di teorie del complotto secondo cui l'attacco sarebbe stato orchestrato dall'amministrazione Trump. Il sospetto, privo di fondamento, è circolato sia tra account di destra sia tra account di sinistra, alimentato da influencer e da alcuni politici. Le forze dell'ordine stanno ancora indagando, ma nessun elemento finora emerso suggerisce che la sparatoria fosse parte di un complotto.

L'episodio si è verificato poco dopo le 20:30 al Washington Hilton, quando un uomo ha forzato un controllo di sicurezza nel tentativo apparente di raggiungere la sala in cui era in corso la cena, alla quale partecipava per la prima volta da presidente Donald Trump. Il sospettato, identificato come Cole Tomas Allen, 31 anni, residente a Torrance in California, è stato fermato dalla polizia. Un alto funzionario dell'amministrazione ha riferito che il fratello del sospettato avrebbe consegnato agli inquirenti scritti in cui Allen esprimeva sentimenti ostili a Trump. Il procuratore generale facente funzioni Todd Blanche ha dichiarato a Meet the Press della NBC che gli inquirenti ritengono che il sospettato agisse da solo e mirasse a colpire funzionari dell'Amministrazione.
WHCD 2026: i fatti e il rumore

Il ruolo della disinformazione negli Stati Uniti
Il complotto in poche ore: la sparatoria alla Cena dei Corrispondenti
Cosa è successo davvero al Washington Hilton e come la rete ha provato a riscrivere i fatti

Fatti Cronologia Complotto Esperti

2.600
Persone presenti al gala. Nessun invitato ferito gravemente. Solo un agente del Secret Service colpito al petto, salvato dal giubbotto antiproiettile.

L'attacco in numeri

20:40
L'ora (locale) dello sparo, avvenuto al piano superiore rispetto alla sala da ballo

Allen forza il metal detector con un fucile a pompa. Un agente del Secret Service viene colpito al torace, salvato dal giubbotto anti proiettile. Trump e Vance vengono evacuati.

31
Gli anni del sospettato Cole Tomas Allen, da Torrance

Insegnante part-time e ingegnere meccanico (laureato alla Caltech nel 2017), con master in informatica nel 2025. Si è firmato "Friendly Federal Assassin" nel suo manifesto.

3
Capi d'imputazione federale

Tentato assassinio del presidente, trasporto interstatale di armi a fini criminosi, uso di arma da fuoco durante un crimine violento.

2
Le armi sequestrate ad Allen

Un fucile a pompa calibro 12 acquistato in California ad agosto 2025. Una pistola semi-automatica calibro 38 acquistata nell'ottobre 2023.

Lupo solitario
La conclusione preliminare degli inquirenti, confermata dallo stesso Trump

Allen ha viaggiato in treno da Los Angeles a Chicago e poi da lì a Washington DC. Il fratello ha avvertito la polizia dopo aver ricevuto i suoi scritti, contenenti dichiarazioni ostili all'Amministrazione.

Le 18 ore in cui i fatti si sono trasformati in complotto

Sab · 20:40 EDT
Allen forza il checkpoint. Spari al Washington Hilton

Il sospettato attraversa il metal detector con un fucile a pompa. Un agente del Secret Service viene colpito al torace ma è protetto dal giubbotto anti proiettile. Allen è subito immobilizzato.

Sab · pochi minuti dopo
Sui social parte la parola "staged"

La speculazione sulla "messa in scena" inizia entro pochi minuti dopo le prime notizie, mentre i giornalisti presenti stanno ancora documentando quanto avvenuto in diretta.

Dom · 02:51 EDT
Una deputata democratica solleva l'ipotesi della messa in scena

Jasmine Crockett pubblica su Threads: "C'è mai stato un presidente con così tanti presunti tentativi sulla vita?". È una delle prime voci pubbliche a insinuare il dubbio.

Dom · mattina
Trump rilancia il tema della sala da ballo

In conferenza stampa e su Truth Social, sostiene che il tentato attacco non sarebbe avvenuto se la nuova sala da ballo della Casa Bianca da 400 milioni di dollari fosse già stata completata. Influencer MAGA come Posobiec e Raichik lo seguono.

Dom · metà giornata
Oltre 300.000 post sui social con la parola "staged"

Il termine si diffonde su X. Su Bluesky molti utenti ripetono semplicemente questa parola, replicando lo schema osservato già in passato dopo l'attentato a Trump del 2024 a Butler.

Lun · mattina
1,2 milioni di visualizzazioni per i post sulla teoria complottista dei viaggi nel tempo

Un singolo post su X che ipotizza il coinvolgimento di viaggiatori nel tempo supera le 1,2 milioni di visualizzazioni. Circolano anche video deepfake di Tucker Carlson e propaganda filo-iraniana generata con IA.

Lun · 27 Apr
Allen incriminato per tentato assassinio

Prima udienza in un tribunale federale. Tre capi d'imputazione. Il Procuratore Generale ad interim Todd Blanche conferma a NBC News che l'azione è quella di un lupo solitario.

Il pattern è ricorrente: i fatti accertati e le narrazioni alternative corrono in parallelo, ma le seconde si moltiplicano molto più rapidamente.

I fatti

  • Allen ha viaggiato 5 giorni in treno da LA a DC
  • Aveva prenotato l'hotel da 3 settimane
  • Ha mandato il suo manifesto alla famiglia 10 minuti prima dell'attacco
  • Ha attraversato di corsa il metal detector e ha aperto il fuoco
  • Un agente colpito, protetto da giubbotto anti proiettile


Il complotto

  • Tutto orchestrato per costruire la nuova sala da ballo
  • Distrazione dalla guerra contro l'Iran
  • Coinvolgimento di "viaggiatori nel tempo"
  • Karoline Leavitt sapeva tutto in anticipo
  • Coinvolgimento di servizi segreti israeliani


Dichiarazioni

Sinistra Jasmine Crockett, deputata democratica del Texas
"C'è mai stato un presidente con così tanti presunti tentativi sulla vita? Forse sono leggi lassiste sulle armi, forse è la mancanza di fondi sulla salute mentale, forse è tutto finto…"
Threads · domenica ore 02:51 EDT

Destra Sostenitori MAGA · Posobiec, Raichik, Fitton
"L'attacco non sarebbe avvenuto se la nuova sala da ballo della Casa Bianca fosse stata già completata"
Tesi rilanciata anche da Trump su Truth Social e usata dal Dipartimento di Giustizia per chiedere l'archiviazione di una causa legale intentata contro il progetto

Destra Davis Ingle, portavoce Casa Bianca
"Sono completi imbecilli quanti credono che Trump abbia inscenato i propri attentati"
Risposta ufficiale alla richiesta di commenti del Washington Post

L'amplificazione virale

Post con "staged" su X 300.000+

Visualizzazioni post "viaggiatori nel tempo" 1,2 mln

Influencer/politici che hanno usato linguaggio cospirazionista ~20%

Cosa dicono gli studiosi

"La costruzione collettiva di un significato è una delle prime reazioni davanti a una crisi. La frammentazione dell'informazione produce ricostruzioni distorte."
Whitney Phillips — Università dell'Oregon · al Washington Post

"Le teorie del complotto sono particolarmente persistenti e tendono a riportare gli utenti sugli stessi contenuti."
Joan Donovan — Boston University · al Washington Post

"Gli utenti non cercano informazioni affidabili: cercano conferme alle proprie convinzioni."
Cliff Lampe — Università del Michigan · al New York Times

"La sfiducia nelle istituzioni e l'incapacità di distinguere il vero dal falso creano la ricetta perfetta per queste narrazioni."
Jen Golbeck — Università del Maryland · a PBS News

"La presenza di figure di alto profilo, incluso il presidente, che si dichiarano cospirazioniste contribuisce a legittimare questo tipo di pensiero."
Michael Barkun — Syracuse University · a NBC News

"La diffidenza generalizzata rende più difficile il funzionamento delle istituzioni democratiche."
Mark Fenster — Università della Florida · a NBC News

Elaborazione FocusAmerica su fonti: New York Times, Washington Post, NBC News, CBS News, CNN, PBS News, Dipartimento di Giustizia · 28 aprile 2026

Secondo un'analisi del Washington Post, circa un quinto degli influencer e dei politici di sinistra che hanno commentato l'episodio ha utilizzato un linguaggio cospirazionista. Una delle prime voci è arrivata dalla deputata democratica del Texas Jasmine Crockett, che alle 2:51 di domenica ha pubblicato su Threads un messaggio in cui ipotizzava che l'attacco potesse essere falso, citando il numero elevato di presunti attentati a Trump. Su X il termine staged, ovvero messo in scena, è stato usato in oltre 300.000 post entro la metà di domenica, secondo dati della società di analisi TweetBinder citati dal New York Times. Sulla piattaforma Bluesky, di orientamento prevalentemente progressista, molti utenti hanno semplicemente ripetuto la parola staged, riproducendo lo schema già visto dopo il tentato omicidio di Trump a Butler, in Pennsylvania, nel 2024.

Una delle ipotesi più diffuse collega l'episodio alla volontà di Trump di costruire una nuova sala da ballo da 400 milioni di dollari nell'ala est della Casa Bianca, un progetto contestato perché aggira l'approvazione del Congresso. In una conferenza stampa subito dopo l'attacco, Trump ha affermato che la sala è necessaria e in un successivo post su Truth Social ha sostenuto che l'incidente non sarebbe avvenuto se la nuova struttura fosse già stata completata. Numerosi sostenitori del presidente, tra cui il podcaster Jack Posobiec, la creatrice di Libs of TikTok Chaya Raichik e l'attivista Tom Fitton, hanno rilanciato lo stesso messaggio nelle ore successive. Il Dipartimento di Giustizia ha inoltre richiamato l'episodio per sollecitare l'archiviazione di una causa intentata da gruppi di tutela del patrimonio contro il progetto.

L'ex influencer di destra Ashley St. Clair, oggi critica verso Trump, ha sostenuto in un video pubblicato su TikTok che il messaggio sulla sala da ballo sarebbe stato coordinato in anticipo all'interno di chat di gruppo tra influencer, pratica di cui ha detto di avere esperienza diretta. In una dichiarazione successiva al Washington Post, St. Clair ha aggiunto che l'opacità dell'amministrazione, dalla questione della sala da ballo a quella dei file su Epstein, contribuisce ad alimentare le teorie del complotto. La portavoce della Casa Bianca ha respinto le accuse: il portavoce Davis Ingle ha definito completi imbecilli quanti ritengono che Trump abbia inscenato i propri attentati.

Altre teorie hanno riguardato un servizio di Fox News, in cui la corrispondente Aishah Hasnie è stata interrotta durante una telefonata in diretta. Alcuni utenti hanno interpretato il fatto come un tentativo dell'emittente di insabbiare elementi compromettenti. Hasnie ha chiarito su X che la copertura telefonica nella sala era praticamente assente e che il marito della portavoce Karoline Leavitt, citato nella conversazione, le aveva semplicemente raccomandato prudenza. Anche una frase pronunciata da Leavitt prima della cena, in cui anticipava battute pungenti del discorso del presidente parlando di shots fired, è stata estrapolata dal contesto e usata come presunta prova di una conoscenza preventiva dell'attacco.

A diffondere ulteriore disinformazione hanno contribuito immagini false del sospettato, video di sicurezza ritoccati con strumenti di intelligenza artificiale e un filmato apparentemente generato con IA che mostrava il commentatore Tucker Carlson rilanciare la teoria della messa in scena. Un post su X che ipotizzava il coinvolgimento di viaggi nel tempo ha superato 1,2 milioni di visualizzazioni entro lunedì mattina, secondo NBC News. Il canale russo RT ha amplificato su X alcune affermazioni che attribuivano responsabilità a interessi israeliani, accuse non sostenute da prove e considerate dal New York Times un classico topos antisemita. Anche un video di propaganda filo-iraniana generato con IA ha sfruttato l'episodio.

Gli esperti interpellati dai principali quotidiani americani descrivono un meccanismo ricorrente. Whitney Phillips, docente all'Università dell'Oregon, ha spiegato al Washington Post che la costruzione collettiva di un significato è una delle prime reazioni davanti a una crisi e che l'attuale frammentazione dell'informazione produce ricostruzioni distorte. Joan Donovan, della Boston University, ha aggiunto sempre al Washington Post che le teorie del complotto sono particolarmente persistenti e tendono a riportare gli utenti sugli stessi contenuti. Cliff Lampe, professore all'Università del Michigan, ha dichiarato al New York Times che gli utenti non cercano informazioni affidabili ma conferme alle proprie convinzioni. Jen Golbeck, dell'Università del Maryland, ha detto a PBS News che la sfiducia nelle istituzioni e l'incapacità di distinguere il vero dal falso creano la ricetta perfetta per la diffusione di queste narrazioni. Michael Barkun, professore emerito di scienza politica alla Syracuse University, ha osservato a NBC News che la presenza di figure di alto profilo, incluso il presidente, che si dichiarano cospirazioniste contribuisce a legittimare questo tipo di pensiero. Mark Fenster, dell'Università della Florida, ha avvertito sempre NBC News che la diffidenza generalizzata rende più difficile il funzionamento delle istituzioni democratiche.

Lo stesso Trump, in un'intervista a 60 Minutes della CBS, ha commentato la rapidità con cui le teorie del complotto si sono diffuse, osservando che di solito occorrono mesi prima che simili narrazioni emergano. In questo caso sono bastate poche ore.

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Re Carlo a Washington per ricucire il rapporto tra Londra e la Casa Bianca


Il monarca britannico inizia una visita di Stato di quattro giorni nel 250esimo anniversario dell'indipendenza americana, in un momento di tensione tra Trump e il premier Starmer sulla guerra in Iran.

Re Carlo III e la regina Camilla sono arrivati lunedì 27 aprile a Washington per una visita di Stato di quattro giorni, la prima di un monarca britannico negli Stati Uniti dal viaggio di Elisabetta II nel 2007. La missione, ufficialmente dedicata a celebrare il 250esimo anniversario dell'indipendenza americana, ha assunto un significato diplomatico più ampio: provare a ricucire il rapporto tra Londra e Washington, attualmente ai minimi storici dai tempi della crisi di Suez negli anni Cinquanta.

I sovrani sono atterrati alla base militare di Joint Base Andrews, nel Maryland, dove sono stati accolti dal capo del protocollo statunitense Monica Crowley e dall'ambasciatore britannico negli Stati Uniti Christian Turner. Una banda militare ha eseguito gli inni nazionali dei due Paesi prima del trasferimento alla Casa Bianca, dove il presidente Donald Trump e la first lady Melania Trump hanno ricevuto la coppia reale al South Portico. Dopo un tè nella Green Room, i quattro hanno visitato un nuovo alveare a forma di Casa Bianca installato nei giardini, omaggio alla passione di Carlo per l'apicoltura, che il sovrano coltiva anche nella sua residenza privata in Inghilterra.

Il contesto della visita è segnato da forti tensioni politiche. Trump ha più volte attaccato il primo ministro britannico Keir Starmer per il rifiuto di partecipare militarmente alla guerra contro l'Iran, definendolo un perdente e paragonandolo a Neville Chamberlain, il leader britannico che cercò di placare Hitler. Il presidente americano ha anche detto che il Regno Unito non è più la Rolls-Royce degli alleati e ha definito le portaerei della Royal Navy dei giocattoli. Alla domanda della BBC sullo stato della relazione speciale, Trump ha risposto: not good, not good at all. La frizione si inserisce in un più ampio scontro con gli alleati Nato, che il presidente ha definito codardi e inutili per non aver sostenuto l'attacco contro Teheran. Una mail trapelata dal Pentagono, riportata da Associated Press, suggerisce inoltre che gli Stati Uniti potrebbero rivedere il sostegno alla sovranità britannica sulle isole Falkland.

La sicurezza dell'evento è stata rafforzata dopo la sparatoria avvenuta sabato sera al dinner della White House Correspondents' Association, a cui partecipava il presidente. Buckingham Palace ha confermato che il programma procederà come previsto, con alcune lievi modifiche operative. Carlo e Camilla, ha riferito una fonte alla NBC, hanno contattato privatamente Trump e Melania per esprimere vicinanza dopo l'attacco.

Il momento centrale della visita sarà il discorso di Carlo davanti alle due camere del Congresso. Si tratta solo della seconda volta che un monarca britannico si rivolge ai parlamentari statunitensi, dopo il discorso di Elisabetta II nel 1991. Secondo fonti reali citate dalla BBC, il sovrano esprimerà solidarietà per l'attentato e ricorderà che, nonostante i disaccordi attuali, i due Paesi hanno sempre trovato il modo di stare insieme. Il discorso chiederà una riconciliazione e un rinnovamento della partnership tra Stati Uniti e Regno Unito, basata su tolleranza, libertà e uguaglianza, e sosterrà la difesa della Nato e dell'Ucraina. Alla cerimonia parteciperà anche il vicepresidente JD Vance, che siederà sul podio accanto allo speaker della Camera Mike Johnson.

Peter Westmacott, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti, ha dichiarato alla CNN che il re non potrà avere lo stesso tipo di conversazione che avrebbe un primo ministro, ma è estremamente informato e la visita offre l'occasione per colloqui privati su questioni rilevanti. Max Bergmann, direttore del programma Europa, Russia ed Eurasia del Center for Strategic and International Studies, ha detto alla CBS di attendersi un discorso di alto livello, che riconosca l'origine rivoluzionaria degli Stati Uniti contro la corona britannica e il successivo superamento di quel conflitto. Bergmann si chiede se il sovrano farà riferimento ai diritti umani e alle libertà sostenute insieme dai due Paesi dopo la Seconda guerra mondiale, in un modo che possa essere letto come critico verso l'attuale amministrazione. Liana Fix, senior fellow per l'Europa al Council on Foreign Relations, ha aggiunto alla CBS che la relazione tra Stati Uniti e Regno Unito si è notevolmente deteriorata rispetto ai primi tempi, quando Starmer era considerato un Trump whisperer.

Lunedì pomeriggio Carlo e Camilla hanno partecipato a un garden party con oltre 600 ospiti alla residenza dell'ambasciatore britannico, evento ospitato per la prima volta nel 1939 in onore di re Giorgio VI. Tra i presenti, riporta la BBC, c'erano l'ex speaker della Camera Nancy Pelosi, i senatori Ted Cruz e Marsha Blackburn, il segretario al Tesoro Scott Bessent, il vice capo di gabinetto della Casa Bianca Stephen Miller e la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper. I sandwich di manzo serviti contenevano carne proveniente dal primo lotto di carne bovina britannica importata senza dazi grazie a un accordo recentemente negoziato. Camilla indossava una spilla che combina le bandiere britannica e americana, donata a Elisabetta II dal sindaco di New York durante la visita di Stato del 1957, viaggio che servì a ricostruire i rapporti dopo la crisi di Suez.

Sul fronte politico interno britannico, la visita non gode di ampio consenso. Un sondaggio YouGov di fine marzo, citato dalla CBS, ha rilevato che il 49 per cento dei britannici riteneva che il viaggio andasse cancellato, contro il 33 per cento favorevole. Ed Davey, leader dei Liberal Democratici, ha definito Trump un gangster pericoloso e corrotto e ha chiesto alla Camera dei Comuni di annullare la visita. Starmer ha difeso l'iniziativa, sostenendo che la monarchia, attraverso i legami che costruisce, riesce spesso ad attraversare i decenni e a rafforzare relazioni importanti.

Sulla visita pesa anche il caso di Andrew Mountbatten-Windsor, fratello minore del re, arrestato a febbraio con l'accusa di cattiva condotta in carica pubblica per i suoi legami con il pedofilo Jeffrey Epstein. Andrew, già privato dei titoli reali, ha sempre negato ogni accusa. Alcune vittime di Epstein hanno chiesto un incontro con il sovrano, ma è considerato improbabile per non interferire con i procedimenti giudiziari in corso. Carlo e Camilla incontreranno comunque rappresentanti di organizzazioni che assistono le sopravvissute alla violenza domestica, una causa cara alla regina.

Nei giorni successivi i sovrani si sposteranno a New York, dove visiteranno il memoriale dell'11 settembre, incontreranno i primi soccorritori e parteciperanno a un'iniziativa comunitaria ad Harlem. Tappa successiva sarà la Virginia, con un block party per il 250esimo anniversario e un incontro con leader delle comunità indigene sul tema della conservazione ambientale e dei diritti sulla terra, argomento che secondo la CNN potrebbe creare imbarazzo all'amministrazione Trump. Il viaggio si concluderà con una tappa alle Bermuda prima del rientro nel Regno Unito.

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