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FiftyPlusOne bandisce l’istituto che falsificava i sondaggi


Il sito di aggregazione FiftyPlusOne ha bandito The Public Sentiment Institute, che ha ammesso di aver spostato le preferenze di alcuni intervistati verso il candidato che li finanziava. Sospeso anche Patriot Polling.

Il sito di aggregazione dei sondaggi FiftyPlusOne ha escluso definitivamente The Public Sentiment Institute (TPSI) e sospeso a tempo indeterminato Patriot Polling dalla propria lista di istituti di sondaggiodopo aver scoperto che entrambi gli istituti avrebbero lavorato per alcune campagne elettorali senza dichiararlo. TPSI ha inoltre ammesso di aver modificato le preferenze espresse da alcuni intervistati, attribuendole al candidato che aveva pagato l'istituto. La decisione è stata presa dagli ex redattori di FiveThirtyEight che, dopo la chiusura del sito di analisi elettorale da parte di ABC News nel marzo 2025, hanno fondato il progetto FiftyPlusOne.

Quei pagamenti mai dichiarati


L'indagine è partita da una segnalazione ricevuta dalla redazione la settimana scorsa: TPSI avrebbe presentato come rilevazioni indipendenti alcuni sondaggi interni della campagna di James Fishback, gestore di un fondo speculativo e candidato alle primarie repubblicane per il governatorato della Florida. Esaminando i registri delle spese elettorali, gli autori dell'inchiesta hanno trovato un pagamento di 1.575 dollari effettuato il 9 giugno 2026 dalla campagna di Fishback a favore proprio di The Public Sentiment Institute, con la causale "sondaggio".

L'istituto ha poi pubblicato due rilevazioni sulle primarie, il 10 e il 30 giugno, senza indicarne la committenza. In una terza, diffusa il 13 agosto, ha invece dichiarato che la ricerca era stata "progettata, finanziata e condotta" dallo stesso istituto e che "nessun candidato, campagna, comitato di partito o organizzazione esterna" l'aveva commissionata o finanziata. Il 21 gennaio 2026 la stessa campagna elettorale aveva versato 1.500 dollari a Lucca Ruggieri, amministratore delegato di Patriot Polling, con la causale "sondaggi". Il 2 febbraio anche questo secondo istituto aveva pubblicato una rilevazione sulle primarie per il governatorato della Florida senza indicarne la committenza.

Il 29 luglio Patriot Polling ha inoltre diffuso un sondaggio interno per la campagna di Keith Gross nel secondo distretto congressuale della Florida, mentre una precedente rilevazione, pubblicata l'11 febbraio sulle primarie repubblicane nello stesso distretto, non indicava alcun committente. Nei registri della campagna di Gross, tuttavia, non risultano pagamenti all'istituto.

Contattati venerdì scorso e nuovamente nel corso della settimana, i due istituti non hanno risposto. Anche gli staff elettorali di Fishback e Gross hanno ignorato le richieste di commento. Secondo gli standard di FiftyPlusOne, la mancata indicazione della committenza non comporta automaticamente l'esclusione: in questi casi tutte le rilevazioni dell'istituto vengono semplicemente classificate come di parte. A rendere inutilizzabili i dati è invece il rifiuto di rispondere alle domande sulla metodologia, perché impedisce di verificare come siano stati prodotti.

L'ammissione: preferenze spostate da un candidato all'altro


L'analisi retrospettiva pubblicata da TPSI sui propri sondaggi in Florida ha però portato alla luce un problema molto più grave. Le rilevazioni avevano sovrastimato nettamente il consenso per Fishback rispetto sia agli altri sondaggi sia al risultato delle primarie del 18 agosto: il candidato si è fermato sotto l'11%, mentre la vittoria alle primarie repubblicane è andata al deputato Byron Donalds.

TPSI ha attribuito l'errore a due fattori. Il primo, una sovrastima dell'affluenza dei giovani, rientra nelle valutazioni che ogni istituto è chiamato a compiere sulla composizione dell'elettorato. Il secondo, invece, no. "Jay Collins otteneva tra il 20 e il 30% nei nostri dati. Il risultato non coincideva con la nostra lettura della corsa e abbiamo concluso che potesse riflettere un problema nella qualità dei dati raccolti attraverso il nostro campione via messaggio", si legge nel documento, in riferimento all'attuale vicegovernatore della Florida.

"Sulla base di questa conclusione, abbiamo individuato gli intervistati che avevano scelto Collins ma il cui profilo complessivo appariva più vicino alla coalizione di un altro candidato e abbiamo riassegnato le loro preferenze a James Fishback. È stato l'errore più grave dell'intero progetto e la responsabilità è soltanto nostra. Abbiamo sottratto consenso reale a un candidato sulla base di un sospetto contraddetto dai nostri stessi dati. Nessuna metodologia dovrebbe consentire di modificare la preferenza dichiarata da un intervistato soltanto perché un analista la considera poco plausibile, e la nostra non lo consentirà più."


Gli standard di FiftyPlusOne, derivati in parte dal codice deontologico dell'American Association for Public Opinion Research, vietano di adottare consapevolmente strumenti o metodi capaci di produrre conclusioni fuorvianti, così come di falsificare o fabbricare dati. Per la redazione — della quale fanno parte, tra gli altri, Mary Radcliffe, Cooper Burton e l'ex direttore editoriale di FiveThirtyEight G. Elliott Morris — modificare le preferenze dei singoli intervistati per ottenere un risultato più vicino alle proprie aspettative equivale a tutti gli effetti a falsificare i dati. Una violazione resa ancora più grave dal rapporto economico non dichiarato con la campagna beneficiata da quelle modifiche.

L'esclusione riguarderà quindi anche qualsiasi futura società fondata o diretta da Lester Tellez e Dustin Smith, i responsabili di TPSI, nonché i sondaggi commissionati da organizzazioni a loro collegate, come On Point Politics. La sospensione di Patriot Polling si estende invece a Ruggieri e Roberto Jay, ma potrà essere revocata se l'istituto risponderà alle domande sulla propria metodologia. Le rilevazioni già pubblicate resteranno sul sito, riclassificate come di parte, secondo la prassi ereditata da FiveThirtyEight di conservare i dati utilizzati per calcolare le medie del passato.

Un'altra società ha inventato sondaggi ed è poi scomparsa


Median Strategies, una società comparsa dal nulla due settimane fa, ha ammesso al Los Angeles Times di aver inventato integralmente i risultati di almeno tre rilevazioni in altrettanti Stati, dalla corsa per la carica di sindaco di Los Angeles alle primarie in Wisconsin. L'organizzazione ha definito l'operazione come un "esperimento sociale" volto a misurare quanto fosse facile convincere giornali e opinione pubblica dell'autenticità di dati falsi. Subito dopo ha chiuso il proprio sito.

Mercoledì AAPOR ha condannato l'accaduto. "È estremamente preoccupante che questa organizzazione abbia prodotto e diffuso dati inventati, minando la fiducia nella ricerca sull'opinione pubblica e nei sondaggi elettorali", ha dichiarato la presidente Mary Losch. "È importante che un'attività fraudolenta di questo tipo non venga confusa con i sondaggi elettorali legittimi."


In Florida si vota per le primarie a governatore e il candidato di Trump è il favorito


La Florida vota oggi, martedì 18 agosto, per le primarie, le elezioni interne con cui i partiti scelgono i candidati per il voto di metà mandato del 3 novembre. È la giornata più piena dell'estate elettorale americana. Si vota anche in Alaska e in Wyoming, ma le corse più importanti si concentrano nel terzo stato più popoloso del paese. La sfida principale è la scelta del candidato repubblicano per la successione del governatore Ron DeSantis, che dopo due mandati non può ricandidarsi. I seggi chiudono alle 19 locali, quando in Italia sarà l'1 di notte di mercoledì (le 2 nella parte nord-occidentale dello stato, che si trova in un altro fuso orario). Quasi due milioni di elettori hanno già votato per posta o in anticipo.

Il favorito per la nomination repubblicana a governatore è Byron Donalds, deputato al terzo mandato che ha l'appoggio del presidente Donald Trump dal febbraio 2025, da prima ancora che annunciasse la candidatura. Se vincesse anche a novembre diventerebbe il primo governatore nero nella storia della Florida. Tra comitato elettorale e PAC alleato (i comitati esterni che negli Stati Uniti raccolgono fondi per le campagne) ha messo insieme 111 milioni di dollari. Nella nostra media, Donalds è al 41%, oltre il doppio degli altri candidati con il vicegovernatore Jay Collins al 18% e l'investitore James Fishback al 17%%. L'ex presidente della Camera statale Paul Renner è al 7%.

Sondaggi · Florida

Donalds arriva al voto sopra il 40 per cento, Collins e Fishback si giocano il secondo posto

Quota di ciascun candidato nella media giornaliera dei sondaggi per la primaria repubblicana a governatore della Florida. Donalds è rimasto davanti per tutta la campagna e chiude al 41,3 per cento; alle sue spalle Collins (17,6) e Fishback (15,9) sono saliti fino a contendersi il secondo posto, con Renner al 7,1. I pallini chiari sono le singole rilevazioni.

10% 20% 30% 40% 50% 9 mesi 6 mesi 3 mesi voto Donalds 41,3 Collins 17,6 Fishback 15,9 Renner 7,1
La media si ferma all'11 agosto 2026, ultimo sondaggio disponibile. Si vota oggi, 18 agosto.

Fonte Elaborazione di Focus America su 35 sondaggi della primaria repubblicana raccolti da Wikipedia, aggiornati al 18 agosto 2026. Le medie giornaliere sono stimate con un filtro di Kalman a livello locale: ogni sondaggio pesa per la dimensione del campione e per l’effetto casa dell’istituto, e i sondaggi commissionati da una parte pesano la metà. Il lisciamento è lo stesso per le quattro linee.

Donalds
Collins
Fishback
Renner

Dei sei sondaggi realizzati da metà luglio, però, quattro danno Donalds intorno al 50% e due lo collocano poco sopra il 30%. L'ultimo, dell'istituto The Public Sentiment Institute, lo vede avanti su Fishback di appena tre punti, 31% a 28%; lo stesso istituto aveva già pubblicato in passato un sondaggio finanziato di nascosto dalla campagna di Fishback. I sondaggisti hanno del resto già sbagliato nelle recenti primarie in Michigan e Wisconsin. Sulla corsa pesa anche l'ostilità di DeSantis, che ha criticato la candidatura di Donalds senza appoggiare nessun altro candidato, nemmeno il suo vice Collins. E l'appoggio di Trump non è una garanzia. In questo ciclo elettorale quattro dei dodici candidati da lui sostenuti nelle primarie repubblicane per governatore senza un uscente hanno perso.

Fishback, 31 anni, ex fondatore di una società di investimenti cresciuto nella contea di Broward, ha costruito la sua rimonta con attacchi personali contro Donalds, che è nero, spesso a sfondo razzista. Lo ha definito uno "schiavo" delle grandi aziende e un "assunto per la diversità". Ad agosto lo ha anche accusato di essere indagato per traffico sessuale, un'affermazione che il Dipartimento di Giustizia ha definito falsa.

Fishback ha il sostegno di ambienti dell'estrema destra online, compresi quelli legati al suprematista bianco Nick Fuentes. Allo stesso tempo ha fatto breccia tra i giovani con proposte populiste: aiuti pubblici alle giovani famiglie per comprare casa, limiti ai fondi che acquistano abitazioni per affittarle, difesa dell'ambiente dal cemento e divieto totale dei data center per l'intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi ha più che raddoppiato i suoi consensi nei sondaggi, mentre Donalds lo ha liquidato come uno che "gioca per l'algoritmo".

Proprio i data center sono diventati un tema in tutto lo stato, dalla corsa a governatore alle elezioni di contea. Fishback promette di vietarli, Renner propone una moratoria e Donalds, criticato dagli avversari per i finanziamenti ricevuti dal settore, ha risposto che "non ci sarà nessun divieto". Chi vince la primaria repubblicana affronterà a novembre il probabile candidato democratico David Jolly, un ex deputato repubblicano che ha lasciato il partito durante il primo mandato di Trump. La Florida non elegge un governatore democratico da più di trent'anni, ma i sondaggi sul confronto diretto danno Donalds avanti di appena cinque punti.

Per il Senato la primaria da seguire è quella democratica, che decide chi sfiderà la senatrice repubblicana Ashley Moody in un'elezione speciale, cioè un voto fuori calendario per un seggio che Moody occupa per nomina, senza essere mai stata eletta. Il favorito è Alex Vindman, tenente colonnello dell'esercito in pensione e testimone chiave nel primo procedimento di impeachment contro Trump, nel 2019. Ha raccolto 16,3 milioni di dollari, più degli 11,3 della stessa Moody.

La sua rivale, la deputata statale Angie Nixon, progressista nata a Jacksonville, ha raccolto circa un sedicesimo di quella cifra, ma ha radici politiche locali che a Vindman mancano. L'ex militare si è trasferito in Florida solo nel 2023. A maggio Nixon ha ricevuto il primo richiamo formale in vent'anni dell'assemblea statale per una protesta con il megafono contro la nuova mappa dei collegi. L'unico sondaggio pubblico, di inizio luglio, dava Vindman avanti 34% a 24%.

Alla Camera si vota per la prima volta con la nuova mappa dei collegi che i repubblicani della Florida hanno approvato in primavera su spinta di DeSantis, un caso di gerrymandering, cioè il ridisegno dei confini elettorali a vantaggio del partito che li traccia, pensato per strappare quattro seggi ai democratici. Il democratico moderato Jared Moskowitz corre ora in un collegio che Trump avrebbe vinto di nove punti nel 2024. Prima di novembre deve superare la sfida interna di Oliver Larkin, sindacalista iscritto ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione della sinistra socialista americana. Larkin lo accusa di essere troppo moderato e troppo vicino a Israele.

Debbie Wasserman Schultz, ex presidente del Partito Democratico nazionale, si è invece candidata nel 20° distretto, un collegio a maggioranza nera dove oggi rappresenta appena il 2% degli abitanti. La scelta ha irritato molti dirigenti locali, secondo cui il seggio dovrebbe andare a un candidato nero, ma i quattro principali sfidanti rischiano di dividersi i voti. Tra loro ci sono l'attivista progressista Elijah Manley, il rapper Luther Campbell dei 2 Live Crew e l'ex deputata Sheila Cherfilus-McCormick. Quest'ultima si è dimessa ad aprile dopo che la commissione Etica della Camera l'aveva accusata di aver spostato illegalmente fondi dall'azienda di famiglia alla sua campagna.

Le candidature di Larkin, di Manley e della stessa Nixon sono il nuovo banco di prova della sinistra socialista, reduce da diverse vittorie nelle primarie democratiche di quest'estate. Il terreno però è ostile, perché Trump ha vinto lo stato di 13 punti nel 2024 e il socialismo resta una parola respinta da molte comunità di origine cubana e venezuelana del sud. Venerdì i tre hanno chiuso la campagna con un comizio comune a Fort Lauderdale insieme alla deputata Rashida Tlaib, tra le proteste di alcuni democratici locali. Una vittoria di uno qualsiasi dei tre sarebbe una grossa sorpresa.

La primaria più curiosa è quella repubblicana del 19° distretto, il collegio sicuro lasciato libero da Donalds nel sud-ovest dello stato, che il New York Times ha raccontato come una gara tra candidati arrivati da fuori. Dei dieci in lizza, sei hanno già corso per la Camera in altri stati e due sono ex deputati travolti dagli scandali. Il primo è Madison Cawthorn del North Carolina, il secondo è Chris Collins di New York, che si dimise nel 2019 prima di dichiararsi colpevole di insider trading e fu poi graziato da Trump. La favorita è Catalina Lauf, 33 anni, consigliera del dipartimento del Commercio durante la prima amministrazione Trump. Il presidente l'ha appoggiata la settimana scorsa, anche se ha già perso due corse per il Congresso in Illinois. Sulla scheda c'è pure Jim Oberweis, che la batté in una di quelle primarie nel 2020.

Nel 7° distretto, tra i sobborghi di Orlando e Daytona Beach, il deputato repubblicano Cory Mills cerca il terzo mandato nonostante i molti guai. Su di lui pesano un'indagine del Dipartimento di Giustizia sulle sue finanze, un'inchiesta della commissione Etica della Camera per presunte violenze contro una ex compagna e irregolarità nei conti elettorali, oltre a un ordine restrittivo ottenuto nel 2025 da un'ex fidanzata. Trump lo ha appoggiato a febbraio, ma da allora non lo ha più nominato. DeSantis ha detto venerdì di non sostenerlo e due deputati repubblicani dello stato si sono schierati con il principale sfidante, l'ex conduttore televisivo Ryan Elijah. Anche qui i sondaggi si contraddicono. A inizio agosto Mills era avanti 30% a 14%, mentre una rilevazione di metà agosto dava Elijah avanti 44% a 27%. I democratici sperano paradossalmente in una vittoria di Mills, che renderebbe più contendibile a novembre un collegio vinto da Trump di 12 punti.

La nuova mappa complica la vita anche ai democratici Kathy Castor, a Tampa, e Darren Soto, nell'area di Orlando. I loro collegi sono stati ridisegnati per essere molto più favorevoli ai repubblicani e le primarie per scegliere i loro sfidanti sono affollate, senza favoriti chiari.

Fuori dalla Florida, l'Alaska usa una primaria unica in cui tutti i candidati di tutti i partiti compaiono sulla stessa scheda e i primi quattro passano al voto di novembre. Per la carica di governatore ci sono 17 candidati, mentre al Senato tenta il ritorno l'ex deputata democratica Mary Peltola. In Wyoming la sezione statale del Freedom Caucus, la corrente più a destra dei repubblicani, punta ad allargare i successi ottenuti due anni fa nel parlamento locale. Si tengono infine due elezioni speciali. In Pennsylvania i democratici provano a strappare ai repubblicani un seggio conservatore della Camera statale, per rafforzare la loro maggioranza risicata. In California si sceglie invece il sostituto di Eric Swalwell, il deputato democratico dimessosi ad aprile dopo le accuse di violenza sessuale arrivate da diverse donne.


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L'esercito americano scioglie il battaglione dei droni nato dopo le lezioni della guerra in Ucraina


L'unità sperimentale tornerà alla fanteria aviotrasportata dopo pochi mesi. La decisione rientra nel nuovo corso imposto dal generale Christopher LaNeve e suscita timori sulla capacità dell'Esercito statunitense di adattarsi alla guerra moderna.

L'esercito statunitense si prepara a sciogliere il battaglione d'assalto con droni creato in Europa a gennaio per sperimentare l'impiego in combattimento di velivoli senza pilota e robot terrestri. Dopo una grande esercitazione in Germania tra agosto e settembre, l'unità presenterà le proprie conclusioni ai vertici dell'Esercito statunitense, abbandonerà il ruolo sperimentale e "tornerà a concentrarsi sui compiti fondamentali di un battaglione di fanteria aviotrasportata", ha spiegato al Wall Street Journal un funzionario dell'esercito.

La decisione rientra nel ritorno alle funzioni essenziali voluto dal generale Christopher LaNeve, capo di Stato Maggiore reggente dell'Esercito. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell lo ha definito un comandante "nel quale il Segretario Hegseth ripone piena fiducia per attuare la visione di questa Amministrazione". Il battaglione era stato uno dei progetti simbolo del suo predecessore, il generale Randy George, al quale il Segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva chiesto il 2 aprile di dimettersi e andare immediatamente in pensione, insieme ad altri due alti ufficiali dell'esercito, David M. Hodne e William Green Jr.

L'obiettivo di questo battaglione era raccogliere le lezioni della guerra in Ucraina, combattuta ai confini della NATO, e sviluppare mezzi e tattiche capaci di affrontare più efficacemente la minaccia russa. Diverse esperti militari temono che ora la chiusura possa rallentare l'adattamento dell'Esercito statunitense a un tipo di guerra che ha già trasformato i campi di battaglia in Ucraina e in Medio Oriente. "L'Ucraina ha di fatto rivoluzionato il combattimento ravvicinato", ha affermato Michael O'Hanlon, esperto di difesa della Brookings Institution. "Il generale George stava cominciando a capirlo e qualsiasi passo indietro rispetto al lavoro che stava svolgendo sarebbe profondamente deplorevole e pericoloso."

L'esercito non ha spiegato come intenda accelerare lo sviluppo di queste capacità dopo lo scioglimento dell'unità. Un portavoce si è limitato a dichiarare che l'Esercito "è impegnato ad accelerare il predominio militare americano nel settore dei droni per rispondere alle esigenze delle operazioni di combattimento su larga scala", senza fornire dettagli sui programmi futuri. Anche un portavoce di LaNeve ha rifiutato di commentare.

Mercoledì però il generale ha illustrato la propria linea in un memorandum: "Le forze dell'Esercito devono essere pronte a superare le sfide più complesse che i nostri avversari possono imporre e a padroneggiare un ambiente operativo profondamente diverso dai campi di battaglia di ieri", ha scritto nel documento, ottenuto dal Wall Street Journal. In un allegato intitolato "Army Azimuth", LaNeve ha promesso che l'esercito continuerà a trasformarsi e a creare unità dotate di tecnologie avanzate nei settori cibernetico, della guerra elettronica e dell'intelligenza artificiale.

Il nuovo corso di LaNeve


Dopo la rimozione di George, Hegseth ha puntato su LaNeve, 58 anni, che nel 2025 era stato il suo principale assistente militare prima di diventare vice capo di Stato Maggiore dell'Esercito a febbraio. Una sua eventuale nomina definitiva alla guida dell'esercito incontra tuttavia resistenze sia tra i repubblicani sia tra i democratici. La natura provvisoria dell'incarico non gli ha però impedito di imprimere la propria linea. Secondo alcuni giuristi, inoltre, può restare reggente a tempo indeterminato: il Senato lo ha già confermato come vice capo di Stato Maggiore e l'assunzione temporanea delle funzioni superiori non sarebbe soggetta ai consueti limiti di durata.

Le sue decisioni più rilevanti da lui prese sinora riguardano lo schieramento statunitense in Europa, già ridimensionato sotto Trump nel numero delle brigate da combattimento. Sotto la direzione di LaNeve, l'Esercito sta trasferendo dall'Europa alla Corea del Sud una Multi-Domain Task Force, unità specializzata nell'integrazione di capacità cibernetiche, intelligence e sistemi avanzati, finora componente importante del dispositivo militare sul continente.

Nelle stesse settimane, il III Corpo Corazzato, con sede a Fort Hood, in Texas, e finora incaricato di rafforzare le truppe statunitensi in Europa, è stato assegnato al nuovo comando per l'emisfero occidentale con un ordine firmato dal Segretario dell'Army Dan Driscoll. Il corpo comprende la 1ª Divisione corazzata, la 1ª Divisione di cavalleria e la 1ª Divisione di fanteria. Il trasferimento ha però natura soprattutto amministrativa e non comporta spostamenti di personale né conseguenze immediate sul dispositivo militare.

Driscoll, che aveva lavorato a stretto contatto con George, è da mesi ai ferri corti con Hegseth sui licenziamenti ai vertici militari e sui cambiamenti imposti all'esercito. Durante l'estate si è inoltre scontrato con LaNeve sulla revisione dei parametri di forma fisica. L'Esercito ha abbandonato le precedenti tabelle basate su altezza e peso e le misurazioni effettuate con il metro, introducendo come nuovo criterio il rapporto tra circonferenza della vita e altezza, che deve rimanere inferiore a 0,55.

La direttiva porta la firma di Driscoll, ma è stata elaborata su impulso di LaNeve. Il Segretario all'Esercito voleva mantenere un'esenzione per i soldati con punteggi elevati all'Army Fitness Test, sostenendo che il nuovo sistema avrebbe penalizzato ingiustamente i militari di corporatura robusta ma fisicamente prestanti. LaNeve però non ha ceduto e l'esenzione è stata eliminata; restano invece quelle previste per le soldatesse durante la gravidanza e nel periodo successivo al parto. Nei primi 180 giorni, comunque, nessuno potrà essere congedato per il mancato rispetto del nuovo parametro.

Più di recente, l'Esercito statunitense ha anche annullato gli interventi che alcuni alti ufficiali ucraini avrebbero dovuto tenere a Fort Benning, in Georgia, presso il centro dedicato alla guerra di manovra. "LaNeve tira dritto sugli standard, e questa è la sua forza. È inflessibile per il bene dell'esercito", ha dichiarato il tenente generale in congedo Keith Kellogg, che ha prestato servizio nella prima e nella seconda Amministrazione Trump e aveva raccomandato proprio la nomina di LaNeve a Hegseth.

Il reparto nato per imparare dall'Ucraina


L'unità sperimentale in fase di scioglimento era nata al termine di un intenso lavoro sulle lezioni della guerra russa contro l'Ucraina. A novembre George, Driscoll e il generale Chris Donahue, allora comandante delle forze statunitensi in Europa, si erano recati a Kyiv per incontrare i comandanti ucraini dei reparti di droni.

George aveva già trasformato le brigate di fanteria in forze di manovra dotate di unità con droni da ricognizione e d'attacco, ma riteneva che l'Esercito dovesse procedere su scala più ampia e con maggiore rapidità. Sia la Russia sia l'Ucraina dispongono infatti di reparti da combattimento e intere branche militari dedicate ai droni e ai sistemi robotici. A novembre l'Esercito statunitense aveva quindi deciso di creare un "battaglione di sistemi tattici senza pilota", incaricato di studiare quelle esperienze e sviluppare nuovi metodi per sostenere una brigata in combattimento, con l'obiettivo di estendere poi le innovazioni all'intero Esercito.

Il battaglione, formato da circa 600 soldati provenienti dalla 173ª Brigata aviotrasportata, è stato costituito formalmente a gennaio in Germania con il nome di 3° Battaglione del 504° Reggimento di fanteria paracadutista, che richiama la storia dell'esercito durante la Seconda guerra mondiale. Alla sua creazione non era stata fissata alcuna scadenza. Una parte del personale si è recata discretamente a Kyiv per incontrare i colleghi ucraini, mentre altri soldati hanno lavorato con operatori ucraini nelle aree di addestramento della NATO. La scorsa primavera, impersonando le forze avversarie durante un'esercitazione, proprio questi militari erano riusciti a sconfiggere una brigata statunitense schierata a rotazione in Europa.


Il piano segreto della NATO per respingere un attacco russo nei Paesi baltici: usare i droni


La NATO avrebbe messo a punto un nuovo concetto operativo per un possibile conflitto con la Russia. Si chiama Nato Land Warfighting Concept e dovrebbe orientare l'impiego delle forze terrestri alleate in caso di guerra. A rivelarlo è stata la Bild, citando fonti non identificate. Secondo il quotidiano tedesco, il maggiore statunitense Andrew Pingrey avrebbe avuto un ruolo guida nella sua elaborazione. Il documento delineerebbe tre strategie basate sullo stesso scenario iniziale: un attacco russo contro Estonia, Lettonia e Lituania condotto con missili e droni, seguito dall'avanzata dei mezzi corazzati.

Una barriera affidata ai sistemi senza equipaggio


La prima strategia punta a neutralizzare le capacità di fuoco russe: caccia, missili e droni dovrebbero mettere fuori uso i sistemi missilistici avversari e le relative basi di lancio. Uno dei bersagli principali sarebbe la regione di Kaliningrad, l'exclave russa tra Polonia e Lituania, dove Mosca ha schierato numerosi sistemi missilistici e di difesa antiaerea. Neutralizzare quelle postazioni sarebbe essenziale per consentire all'Alleanza Atlantica di operare nello spazio aereo dei Paesi baltici.

La seconda strategia riguarda i confini con Russia e Bielorussia, lungo i quali il piano prevede la creazione di "zone autonome" concepite come una barriera difensiva. Non sarebbero presidiate da soldati dell'Alleanza, ma soltanto da droni e veicoli militari senza equipaggio. Il primo contatto con le forze russe avverrebbe quindi all'interno di queste aree, dove i sistemi autonomi dovrebbero rallentarne o arrestarne l'avanzata prima dell'intervento delle truppe alleate.

Sicurezza · NATO-Russia

Come la NATO intende difendere il Baltico

Le tre strategie del Nato Land Warfighting Concept, il piano operativo descritto dalla Bild per fermare un attacco russo contro Estonia, Lettonia e Lituania.

Grafica di FocusAmerica

Lo scenario di partenza

Un attacco russo con missili e droni contro i tre Paesi baltici, seguito dall'avanzata dei mezzi corazzati.

1Colpire i missiliMissili2La barriera di droniBarriera3Attacchi in profonditàAttacchi

ESTONIALETTONIALITUANIARUSSIABIELORUSSIAFINLANDIAPOLONIAKALININGRADMar BalticoTallinnRigaVilniusPskovSan Pietroburgo

Obiettivo principale: i sistemi missilistici di Kaliningrad

Strategia 1 di 3

Neutralizzare il fuoco russo


Caccia, missili e droni alleati mettono fuori uso i sistemi missilistici russi e le loro basi di lancio. Il bersaglio principale è Kaliningrad, l'exclave dove Mosca concentra missili e difese aeree: eliminarle apre lo spazio aereo dei Paesi baltici alle forze della NATO.

Mezzi impiegati

CacciaMissiliDroni

Strategia 2 di 3

Zone autonome lungo i confini


Ai confini con Russia e Bielorussia il piano prevede “zone autonome” senza soldati alleati, presidiate soltanto da droni e veicoli senza equipaggio. Il primo contatto con le forze russe avviene qui: i sistemi autonomi devono rallentarne o fermarne l'avanzata prima dell'intervento delle truppe alleate.

Mezzi impiegati

DroniVeicoli senza equipaggio

Strategia 3 di 3

Colpire i rifornimenti in Russia


Droni e forze speciali attaccano obiettivi militari in territorio russo: aeroporti, industrie della difesa, ponti e ferrovie che muovono truppe e rifornimenti. I mezzi robotizzati arrivano in profondità per via aerea; il piano conta anche su cittadini russi ostili al governo, con azioni di sabotaggio contro i rifornimenti.

Mezzi impiegati

DroniForze specialiSabotaggi

Nessuna conquista di territorio

L'occupazione di aree russe non rientra tra gli obiettivi: il piano punta a respingere le forze di Mosca oltre il confine del Paese alleato attaccato.

Un piano che parla anche a Mosca

La NATO non conferma né smentisce. Secondo la Bild, la diffusione dei punti chiave ha anche una funzione deterrente: far sapere in anticipo al Cremlino come reagirebbe l'Alleanza.

Fonte: Bild, 17 agosto 2026. Ricostruzione basata su fonti non identificate.

Attacchi in profondità contro i rifornimenti


La terza strategia prevede attacchi contro obiettivi militari e centri di rifornimento all'interno del territorio russo, affidati a droni e forze speciali. Tra i possibili bersagli figurerebbero aeroporti militari, industrie della difesa, ponti e infrastrutture ferroviarie utilizzate per spostare le truppe di Mosca. Droni e mezzi robotizzati verrebbero trasportati per via aerea in profondità nel territorio russo. Secondo la ricostruzione della Bild, l'Alleanza Atlantica conterebbe anche sul sostegno di cittadini russi ostili al governo, le cui azioni dovrebbero interrompere i rifornimenti e ostacolare le operazioni offensive.

L'occupazione di territorio russo non rientrerebbe tra gli obiettivi: lo scopo sarebbe fermare l'avanzata e respingere le forze di Mosca oltre il confine dello Stato alleato attaccato. Le autorità russe hanno più volte negato di voler colpire un Paese della NATO. Nel dicembre del 2023 Vladimir Putin, replicando all'allora presidente statunitense Joe Biden, definì questa ipotesi "una completa sciocchezza" e disse che la Russia non aveva alcun interesse geopolitico, economico o militare a entrare in guerra con l'Alleanza Atlantica.

Dalla NATO, finora, non sono arrivate né conferme né smentite sulla ricostruzione. Ma secondo la Bild, la diffusione dei passaggi centrali del documento avrebbe anche una funzione deterrente: far sapere in anticipo a Mosca come reagirebbe l'Alleanza. Il piano servirebbe quindi come messaggio prima ancora che come guida operativa.


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Popolarità Trump, numeri in stallo come i negoziati di pace (23 agosto)


Poche novità nell’approvazione di Trump, in uno scenario attualmente scevro di sondaggi di rilievo e in attesa della ripresa dopo il periodo estivo.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana estiva non ha evidenziato grandi smottamenti: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato e in mezzo a tanti piccoli balzelli, la popolarità si è leggermente rialzata assestandosi su un livello comunque critico, tra i tanti bassi e i pochi alti registrati dall’inizio del conflitto in Iran.

Si registra un basso numero di rilevazioni, e difficilmente questo cambierà prima del prossimo mese; per ora, comunque, il tasso di approvazione rimane inferiore al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione si è assestata un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

Si tratta di una situazione al limite per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo diciannove mesi di presidenza. È di circa undici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie si muovono poco, con un modesto aggiustamento verso l’alto per RCP e una totale stagnazione per il sito di Silver e Focus America.

Come già accennato, dopo diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 579 giorni di presidenza (-20,6 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -19,3 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,9. Andando molto a ritroso, anche Harry Truman veleggiava su numeri deficitari (-19).

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri, considerando il sostanziale fallimento dei negoziati con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
11 rilevazioni di 11 istituti — 23 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 2 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 6 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,1% (-) - 58% (-). In totale un net approval arrotondato di -19,9 (-).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,5% (+0,4) - 57,2% (-1,2). In totale un net rating di -17,7 (+1,6).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-) - 57,9% (-0,1), con un net rating complessivo di -20,6 (+0,1). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

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Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

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Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (3 ore fa)

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Israele intende creare delle nuove colonie per dividere la Cisgiordania e Trump non intende fermarli


Il Ministero israeliano dell'Edilizia ha aperto i bandi per la costruzione 1.200 alloggi nella zona che separa la Cisgiordania da Gerusalemme Est. Quattordici governi protestano, l'Amministrazione Trump resta a guardare.

Il Ministero israeliano dell'Edilizia ha aperto questa settimana i bandi per costruire più di 1.200 alloggi nella zona E1 della Cisgiordania, l'area a est di Gerusalemme dove gli insediamenti israeliani sono illegali secondo il diritto internazionale. Le case, se verranno costruite, taglieranno la strada che collega la parte nord e la parte sud del territorio palestinese e lo separeranno da Gerusalemme Est. Lì vivono più di 300 mila palestinesi e lì la diplomazia internazionale ha sempre immaginato la capitale di un futuro Stato palestinese accanto a Israele.

A un funzionario americano che si occupa di politica mediorientale il sito NOTUS ha chiesto quante probabilità ci siano che l'Amministrazione blocchi il piano E1. La risposta è stata una parola sola: "zero". L'ambasciata americana a Gerusalemme, ha detto il funzionario, si muove "in perfetta sintonia" con il governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il Dipartimento di Stato (il ministero degli Esteri americano) non ha risposto alle domande di NOTUS ma ha fatto sapere ad Axios che "gli Stati Uniti non sostengono l'annessione della Cisgiordania da parte di Israele".

Le offerte delle imprese vanno presentate entro il 19 ottobre e chi si oppone spera che la pressione internazionale faccia saltare il piano prima di quella data. "Siamo a sessanta giorni dal punto di non ritorno", ha scritto questa settimana in un rapporto Terrestrial Jerusalem, un'organizzazione israeliana senza scopo di lucro che segue quello che accade a Gerusalemme. Fino a quel giorno Netanyahu può ancora annullare tutto; dopo, "costruttori, banche e istituzioni finanziarie avranno in mano contratti vincolanti".

I ministri degli Esteri di quattordici paesi, tra cui Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Canada, insieme alla Commissione europea hanno chiesto a Israele di non piantare "un cuneo" nella Cisgiordania. Nel comunicato congiunto definiscono la decisione particolarmente grave in una fase già di forte tensione e citano le violenze dei coloni israeliani contro i civili e le proprietà palestinesi, mai registrate a questi livelli. Il Regno Unito e l'Unione europea starebbero valutando sanzioni contro Israele per la politica degli insediamenti.

Chris Van Hollen, senatore democratico del Maryland che al Congresso ha guidato le verifiche sull'operato israeliano a Gaza, ha scritto in una mail a NOTUS che l'insediamento E1 "è una chiara violazione del diritto internazionale" e chiude deliberatamente la porta alle già scarse prospettive di uno Stato palestinese funzionante. Fino a oggi, ha detto, i presidenti americani di entrambi i partiti hanno lavorato per fermarlo. "Costruirlo condannerà Israele a un futuro da Stato paria e di apartheid", ha aggiunto.

Il presidente si è allineato a Netanyahu su quasi tutto il resto del rapporto tra i due paesi, dalla guerra comune contro l'Iran alla gestione a guida americana del futuro di Gaza. Su Gerusalemme e sulla Cisgiordania la sua squadra ha invece avuto un ruolo minore rispetto ai presidenti che l'hanno preceduto, di entrambi i partiti, e persino rispetto al suo primo mandato. Chi critica questa impostazione la attribuisce alla fedeltà verso la destra israeliana che sostiene gli insediamenti e prevede che l'accettazione silenziosa produrrà altro caos in Medio Oriente, oltre a un malcontento interno, mentre repubblicani e democratici diventano sempre più scettici sul ruolo americano nelle politiche israeliane più controverse.

La posizione americana su Gerusalemme ha iniziato a cambiare durante il primo mandato di Trump, quando il presidente ha riconosciuto la città come capitale di Israele senza riconoscere le rivendicazioni dei palestinesi e ha chiuso il consolato americano che si occupava di loro. Joe Biden aveva promesso di tornare indietro su entrambe le decisioni ma non lo ha fatto. In questo secondo mandato il presidente ha chiuso l'Ufficio per gli Affari palestinesi dentro l'ambasciata a Gerusalemme e ha nominato figure apertamente filoisraeliane, a partire dall'ambasciatore Mike Huckabee.

Quell'ufficio poteva preparare analisi e segnalazioni per chi decide a Washington senza bisogno del via libera dell'ambasciatore, che di solito è concentrato sul tenere stretto il rapporto con Israele, ha detto Mike Casey, ex diplomatico americano che ha lasciato il Dipartimento di Stato nel 2024 per protesta contro la guerra a Gaza dopo quasi quattro anni di servizio a Gerusalemme. Tra le attività che ha citato c'è l'invio di un funzionario musulmano alla spianata delle moschee per registrare come veniva trattato, dopo le denunce dei palestinesi sugli abusi delle guardie israeliane.

La politica americana è oggi influenzata soprattutto da David Milstein, consigliere di Huckabee accusato di promuovere le posizioni israeliane e di mettere a tacere i colleghi, ha detto lo stesso funzionario a NOTUS. Milstein è il figliastro di Mark Levin, conduttore radiofonico conservatore vicino a Netanyahu e consigliere informale del presidente. "Nessun altro se ne occupa o può ribaltare le sue decisioni sulla politica quotidiana", ha detto il funzionario.

Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano e lui stesso residente in un insediamento in Cisgiordania, il mese scorso ha guidato un gruppo di israeliani di destra dentro il complesso di Haram al-Sharif (la spianata delle moschee) per pregare. È il luogo più delicato di Gerusalemme: un accordo vecchio di decenni, il cosiddetto status quo, vieta lì la preghiera non musulmana e affida la gestione a un'autorità religiosa legata al governo della vicina Giordania. Gli ebrei lo chiamano Monte del Tempio ed è sacro anche per l'ebraismo, ma la preghiera ebraica dovrebbe restare confinata al Muro del Pianto. Lo stesso ministro ad agosto aveva chiesto di uccidere trenta o quaranta persone ogni notte a Gaza e di ricostruire gli insediamenti nella Striscia.

Il 5 agosto la Giordania ha convocato una riunione d'emergenza dei ministri dei paesi arabi e musulmani, parlando di una minaccia "imminente" a quell'accordo. Per anni i diplomatici americani hanno lavorato per tenerlo in piedi, di solito con una mediazione discreta tra Israele e Giordania, un altro alleato di Washington. Nelle discussioni su Gerusalemme gli Stati Uniti sono ormai "evaporati", ha detto Daniel Seidemann, fondatore di Terrestrial Jerusalem.

"Posso indicare probabilmente decine di volte negli ultimi trent'anni in cui Netanyahu stava per fare qualcosa di oltraggioso e io riuscivo a far intervenire gli Stati Uniti spiegando quali argomenti usare con lui. Alla fine faceva marcia indietro", ha detto Seidemann. Oggi, ha aggiunto, "lo status quo è quasi del tutto crollato e gli Stati Uniti non ci sono più". In un messaggio su X pubblicato venerdì si è comunque detto cautamente ottimista sul fatto che il piano E1 possa rivelarsi un passo troppo lungo.

I cristiani palestinesi speravano nella solidarietà di Huckabee, che è un pastore evangelico, e sono rimasti delusi. "Molti credono che questa Amministrazione finga di avere a cuore i cristiani: il risultato delle sue politiche è esattamente l'opposto", ha detto Wadie Abunassar, coordinatore del Forum dei cristiani di Terra Santa, un'organizzazione non governativa. Abunassar ha citato sputi e atti vandalici contro i cristiani e i luoghi della comunità, chiese comprese, per i quali a suo giudizio quasi nessuno paga. Huckabee ha criticato in alcuni casi gli israeliani che prendono di mira i palestinesi e questa settimana ha detto ai coloni di non appropriarsi delle terre di palestinesi con cittadinanza americana, ma i più scettici lo considerano incoerente.

Khaled Al-Qawasmi, ex ministro dell'Autorità nazionale palestinese e oggi vicesindaco di Hebron, ha fatto un paragone tra quello che sta succedendo a Gerusalemme e il controllo israeliano sulla moschea di Ibrahim, nella sua città. I palestinesi ci pregavano regolarmente, ha detto, mentre oggi devono superare almeno tre controlli in una ventina di metri prima di entrare, con la possibilità di essere fermati e rimandati indietro in qualsiasi momento. "Probabilmente faranno lo stesso alla moschea di Al-Aqsa", ha detto Qawasmi. "Stanno rendendo sempre più difficile per i palestinesi avere una vita normale".


Ben-Gvir: "A Gaza vanno uccise 30 o 40 persone ogni notte"


Il Ministro ultranazionalista israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha affermato pubblicamente che a Gaza bisognerebbe uccidere "30 o 40" persone ogni notte. Il passaggio dell'intervista è stato reso noto domenica ed è stato rapidamente rilanciato dai media palestinesi. Ben-Gvir, esponente di punta della coalizione di governo guidata da Benjamin Netanyahu, parlava nella puntata di October 8 pubblicata sabato sera. Il podcast è condotto da Rom Braslavski, un ex ostaggio tenuto prigioniero a Gaza.

I due discutevano di come Israele stia cercando di riprendersi dall'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 quando il Ministro ha criticato la recente riduzione dei raid israeliani sulla Striscia. "Non è un segreto, non sono d'accordo con il primo ministro", ha detto.

"Penso che a Gaza vadano condotti omicidi mirati, bisogna ucciderne 30 o 40 ogni notte. Non soltanto quelli che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non devono vivere. Non sono nemmeno persone."


Dichiarazioni analoghe di Ben-Gvir e di altri esponenti israeliani sono state presentate davanti alla Corte Internazionale di Giustizia come prova dell'esistenza di un intento genocida da parte israeliana e in passato hanno suscitato diffuse condanne unanimi dal punto di vista internazionale. Da parte sua, Israele nega strenuamente di aver commesso un genocidio a Gaza nel corso della recente guerra.

Israele e Gaza · Le parole di un ministro

Ben-Gvir chiede di uccidere «30 o 40» persone ogni notte a Gaza

Il ministro della Sicurezza Nazionale non comanda l'esercito e non può ordinare un attacco. Ma controlla la polizia e le carceri israeliane, chiede insediamenti in tutta la Striscia e pesa sul negoziato a dieci settimane dal voto.

Grafica di FocusAmerica17 agosto 2026

La richiesta del ministro
30o40
Le persone che, secondo Itamar Ben-Gvir, Israele dovrebbe uccidere a Gaza in omicidi mirati ogni notte.

Il ministro siede nel gabinetto di sicurezza, ma non può ordinare un attacco

«Penso che a Gaza vadano condotti omicidi mirati, bisogna ucciderne 30 o 40 ogni notte. Non soltanto quelli che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non devono vivere. Non sono nemmeno persone.»Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale
Dalla prima puntata del podcast «October 8», condotto dall'ex ostaggio Rom Braslavski e pubblicata sabato 15 agosto 2026.

Il territorio conteso

Che cosa significa «insediamenti in tutta Gaza»


Vent'anni fa Israele smantellò tutti i suoi insediamenti nella Striscia. Ben-Gvir chiede di ricostruirli, e non solo dove si trovavano. Tocca le tre fasi per vedere la differenza.

Mar MediterraneoMediterraneo Israele Egitto Città di GazaDeir al-BalahKhan YunisRafah Gush Katif
10 km

Fino al 200521 insediamenti 2005Il ritiro OggiLa richiesta

Fino al 2005
Israele occupa la Striscia e vi costruisce 21 insediamenti, in gran parte raccolti nel blocco di Gush Katif, sulla costa sud-occidentale.

365 km²
superficie

41 km
di lunghezza

6–12 km
di larghezza

2 milioni
di abitanti

Striscia di Gaza
Area con insediamenti israeliani

Il perimetro di Gush Katif è una collocazione indicativa, ricostruita sulle descrizioni del blocco: costa a ovest, Rafah a sud-ovest, Khan Yunis a est, Deir al-Balah a nord-est.

Il perimetro del potere

Che cosa controlla davvero Ben-Gvir


Dopo decenni ai margini dell'estrema destra, il ministro è oggi uno degli uomini più influenti del Paese. La sua autorità si ferma però alle porte dell'esercito.

Sotto il suo ministero

Polizia nazionale
L'intera forza di polizia del Paese risponde al suo dicastero.

Carceri e detenuti
Vi sono rinchiusi migliaia di palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Nel settembre 2025 la Corte Suprema ha stabilito che il servizio carcerario non garantiva loro il cibo necessario alla sussistenza.

Fuori dal suo ministero

Forze armate
L'esercito risponde al governo e allo Stato Maggiore. Il ministro può criticare le scelte militari, non modificarle.

Raid su Gaza
Dall'inizio di agosto ogni omicidio mirato richiede il via libera del capo di Stato Maggiore Eyal Zamir. Prima bastava l'autorizzazione dei comandi sul terreno.

Lo stallo

Due idee opposte sul futuro della Striscia


La Casa Bianca ha messo per iscritto una sequenza precisa. Ben-Gvir ne propone un'altra, che va nella direzione contraria.

Il piano della Casa Bianca
15 punti

  • Hamas consegna gradualmente le armi
  • Israele ferma i raid e comincia a ritirarsi
  • Poi arrivano le forze internazionali e la ricostruzione


Il programma di Ben-Gvir
Direzione opposta

  • Insediamenti in tutta Gaza, non solo a Gush Katif
  • Emigrazione di massa dei palestinesi
  • Nessuna riduzione dei raid: omicidi mirati ogni notte


Hamas accetta il disarmo solo dopo il ritiro israeliano e lega la consegna delle armi più pesanti alla nascita di uno Stato palestinese, ipotesi che il governo israeliano respinge.

Inizio agostoIsraele riduce i raid sulla StrisciaL'autorizzazione a colpire passa al solo capo di Stato Maggiore. È una concessione non dichiarata a Donald Trump. La destra di governo reagisce con furia. 9 agostoNetanyahu respinge la proposta del Board of PeaceIsraele non lascerà nessuna delle posizioni occupate finché Hamas non sarà completamente disarmata. Restano bloccati anche le forze internazionali e la ricostruzione. 27 ottobreGli israeliani vanno a votareI media israeliani hanno quasi ignorato le parole del ministro. Quel silenzio misura quanto posizioni un tempo marginali abbiano guadagnato terreno dopo il 7 ottobre 2023.

Il contesto in cifre

I numeri intorno a quelle parole

1.200
persone uccise in Israele nell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023

251
persone rapite e portate a Gaza quello stesso giorno

oltre1.250
palestinesi uccisi dai raid israeliani dall'entrata in vigore della tregua
Ministero della Salute di Gaza, legato ad Hamas

21
insediamenti israeliani smantellati nella Striscia nel 2005
Circa 9.000 coloni trasferiti

Dichiarazioni analoghe di esponenti israeliani sono state presentate alla Corte internazionale di giustizia come prova di un intento genocida. Israele nega di aver commesso un genocidio a Gaza.

Fonte The Times of Israel e Associated Press (dichiarazioni del ministro e catena di comando), Ministero della Salute di Gaza (vittime dei raid dopo la tregua), Corte Suprema israeliana, Britannica e Nazioni Unite (disimpegno del 2005). Mappa: Natural Earth. Agosto 2026.

Il peso politico di Ben-Gvir


I media israeliani, invece, hanno quasi ignorato quelle parole, ma paradossalmente il loro silenzio mostra quanto posizioni un tempo marginali, come quelle del Ministro, abbiano guadagnato terreno in vista delle elezioni del 27 ottobre. Dopo l'attacco del 2023, durante il quale i miliziani uccisero circa 1.200 persone e ne rapirono 251, figure come Ben-Gvir sono diventate sempre più popolari tra gli israeliani. Molti ostaggi hanno raccontato di aver subito fame prolungata, abusi fisici e psicologici e, in alcuni casi, violenze sessuali.

Il Ministro, in quanto responsabile della Sicurezza Interna, non esercita alcuna autorità sulle Forze Armate e non può ordinare attacchi contro Gaza. Dopo decenni trascorsi ai margini dell'estrema destra israeliana, è però diventato uno degli uomini più influenti del Paese. Controlla settori decisivi dell'apparato di sicurezza, dalla polizia nazionale alle carceri in cui sono detenuti migliaia di palestinesi provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania. In passato si è vantato di aver ridotto fino al limite della fame le razioni alimentari destinate ai detenuti palestinesi. Nel settembre 2025 la Corte Suprema israeliana ha stabilito che il servizio carcerario posto sotto la sua responsabilità non garantiva loro nemmeno il cibo necessario alla sussistenza.

Fino a poche settimane fa Israele attaccava Gaza quasi ogni giorno. Secondo il Ministero della Salute della Striscia di Gaza legato ad Hamas, questi attacchi hanno ucciso più di 1.250 persone dall'entrata in vigore della tregua di ottobre. L'esercito israeliano, che sostiene di aver preso di mira miliziani di Hamas, ha poi ridotto i raid in una concessione non dichiarata a Donald Trump. Nickolay Mladenov, inviato per Gaza del "Board of Peace" voluto dal presidente statunitense, aveva infatti chiesto la sospensione degli attacchi per due settimane. All'inizio di agosto i media israeliani hanno riferito che l'autorizzazione a colpire era stata riservata al solo capo di Stato Maggiore dell'IDF, Eyal Zamir. La decisione ha provocato la reazione furiosa degli esponenti della destra, tra cui proprio Ben-Gvir.

Lo scontro sul futuro di Gaza


Nella stessa intervista il Ministro ultranazionalista ha chiesto anche l'emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza, una proposta che, secondo i giuristi internazionali, potrebbe configurare una vera e propria pulizia etnica. Ben-Gvir ha inoltre invocato il ritorno degli insediamenti israeliani nella Striscia. Vent'anni fa Israele si ritirò da Gaza, smantellando un blocco di 21 insediamenti ebraici noto come "Gush Katif". "Considero tutta Gaza parte del nostro territorio", ha detto.

"Dovremmo costruire insediamenti non soltanto a Gush Katif, ma in tutta Gaza, incoraggiando quanta più emigrazione possibile e mandandoli nei loro Paesi. Per i terroristi, invece, niente emigrazione: bisogna soltanto ucciderli uno per uno."


Il piano in 15 punti della Casa Bianca prevede invece che Hamas ceda gradualmente le armi mentre le forze israeliane interrompono gli attacchi e cominciano a ritirarsi dalla Striscia. Il gruppo terrorista palestinese si è detto disposto al disarmo, ma soltanto dopo il completo ritiro israeliano, e ha subordinato la consegna delle armi più pesanti alla creazione di uno Stato palestinese indipendente, ipotesi che il governo israeliano e gran parte della classe politica del Paese respingono con decisione.

Il 9 agosto Netanyahu ha bocciato la proposta del "Board of Peace", ribadendo che Israele non abbandonerà nessuna delle posizioni occupate finché Hamas non sarà stata completamente disarmata. Finché questo nodo non sarà sciolto, resteranno bloccati anche il dispiegamento delle forze internazionali e la ricostruzione del territorio pressoché completamente distrutto durante la recente guerra. Ben-Gvir vuole superare a suo modo lo stallo, ma nella direzione opposta a quella invocata dalla Casa Bianca.


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Rifondazione “La vendetta del Viminale” home.rifondazione.eu/2026/08/2… #ComunicatiStampa #Immigrazione

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Quali sono gli sport che praticano gli americani


Un sondaggio Ipsos su 1.204 adulti mostra che il 38% ha corso nell'ultimo anno e il 14% ha giocato a basket. Metà degli americani non ha praticato nessuno degli otto sport considerati.

Il 38% degli adulti americani ha corso o fatto jogging almeno una volta negli ultimi dodici mesi. È di gran lunga lo sport più diffuso negli Stati Uniti tra quelli che si possono praticare a qualsiasi età, visto che il secondo della classifica, il basket, si ferma al 14%, meno della metà. Chiudono la classifica lo sci alpino e lo snowboard al 4% e lo sci di fondo all'1%.

Il sondaggio è stato condotto da Ipsos tra il 26 e il 28 giugno 2026 su un campione rappresentativo di 1.204 adulti, con un margine di errore di 3,1 punti percentuali. Le domande sono state ideate dal ricercatore Craig Helmstetter, che ne ha diffuso i risultati. Riguardano otto discipline: corsa, basket, golf, pickleball, calcio, tennis, sci alpino o snowboard e sci di fondo. Il pickleball, poco conosciuto in Italia, si gioca con racchette rigide e una pallina di plastica forata su un campo più piccolo di quello da tennis.

Circa la metà degli adulti americani ha praticato almeno uno di questi otto sport nell'ultimo anno. Il dato non misura però quanto si muovono gli americani, perché dall'elenco mancano il nuoto, la bicicletta, l'hockey e il softball e non sono state considerate attività come camminare, fare giardinaggio o seguire un programma di ginnastica.

Gli uomini praticano ogni singolo sport dell'elenco in percentuale maggiore delle donne. Il 56% degli uomini ha praticato almeno una delle otto discipline nell'ultimo anno, contro il 43% delle donne. Per basket, golf e calcio la quota maschile è quasi doppia rispetto a quella femminile. L'ordine di popolarità resta lo stesso per entrambi i sessi: prima la corsa, poi basket, golf e pickleball. Tra le donne golf e pickleball sono appaiati intorno all'8-9%, una differenza troppo piccola per essere significativa.

Metà degli adulti sotto i 49 anni ha corso nell'ultimo anno, contro meno di uno su tre tra i 50 e i 64 anni e circa uno su sei tra chi ha almeno 65 anni. Il basket è ancora più segnato dall'età: lo ha giocato quasi un americano su quattro tra i 18 e i 34 anni e solo uno su venti tra gli over 65. Nel complesso il 61% dei giovani adulti ha praticato almeno uno degli otto sport, contro il 32% del gruppo più anziano. Tra questi ultimi il basket perde molte posizioni e il secondo sport più diffuso diventa il golf, seguito dal pickleball.

Gli americani neri e ispanici praticano questi sport un po' più dei bianchi: ha giocato o corso almeno una volta nell'ultimo anno il 54% degli ispanici, il 51% dei neri non ispanici e il 45% dei bianchi non ispanici. Il campione permette di distinguere solo questi tre gruppi, perché gli altri non sono abbastanza numerosi per essere rappresentati da soli. Una parte della differenza dipende dall'età, dato che i bianchi sono in media più anziani degli altri due gruppi. Il basket è stato praticato da una quota di neri e ispanici più che doppia rispetto ai bianchi. Lo stesso vale per il tennis, anche se si tratta di uno sport molto meno diffuso. Il calcio ha una diffusione molto diversa a seconda del gruppo, dato che lo ha giocato il 17% degli ispanici contro il 6% dei neri e il 4% dei bianchi.

La partecipazione cresce con il titolo di studio. Due adulti su cinque con al massimo il diploma hanno praticato almeno uno di questi sport, contro quasi tre su cinque tra i laureati. Tra chi ha almeno un master il pickleball è il secondo sport più diffuso, mentre negli altri gruppi è il quarto. Anche il tennis è molto più praticato tra le persone con il titolo di studio più alto.

Nella fascia di reddito più alta sono più diffusi corsa, golf, pickleball e sci. Il basket va nella direzione opposta ed è più praticato da chi ha i redditi più bassi, mentre per il calcio non ci sono differenze tra le fasce di reddito.

Lo sci alpino e lo snowboard sono più diffusi negli Stati montuosi dell'Ovest. Il pickleball invece è più popolare nel Midwest, senza un legame evidente con il clima o il territorio. Città e periferie hanno livelli di partecipazione simili tra loro, mentre nelle zone rurali si pratica meno ogni sport dell'elenco tranne il golf e lo sci di fondo. Il campione di 1.204 persone è troppo piccolo per dire quali Stati o quali città abbiano la partecipazione più alta.

Democratici e repubblicani si comportano quasi allo stesso modo. Il 38% degli uni e degli altri ha corso nell'ultimo anno e le percentuali coincidono anche per lo sci alpino, lo snowboard e lo sci di fondo. I democratici sembrano giocare più a basket (15% contro 12%) e i repubblicani più a pickleball (12% contro 9%), ma sono differenze dentro il margine di errore. L'unico scarto che vale la pena segnalare è quello sul golf, praticato dai repubblicani cinque punti percentuali in più. Nell'analisi gli indipendenti sono stati accorpati al partito verso cui dichiarano di propendere.

Il sondaggio è stato realizzato attraverso KnowledgePanel, il panel online di Ipsos i cui componenti vengono reclutati a partire dagli indirizzi postali e non per iscrizione spontanea, un metodo che permette di ottenere campioni rappresentativi degli adulti americani. Le interviste si sono svolte in inglese e i risultati sono stati riponderati per genere ed età, etnia, titolo di studio, area del paese, tipo di comune e reddito familiare, usando come riferimento la Current Population Survey del marzo 2025, la principale rilevazione statistica sulle famiglie americane. Ipsos ha ospitato gratuitamente le domande di Helmstetter nel suo sondaggio omnibus come attività promozionale legata al congresso annuale dell'American Association for Public Opinion Research, l'associazione americana dei sondaggisti.

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Trump al posto dell’eroe di Pearl Harbor: la Marina valuta di cambiare nome a una portaerei


Secondo CNN e NBC News la portaerei CVN-81, intitolata nel 2020 al marinaio afroamericano Doris Miller, potrebbe invece essere dedicata a Donald Trump. Nessuna portaerei americana ha mai portato il nome di un presidente ancora in carica.

La Marina statunitense sta valutando di intitolare a Donald Trump la portaerei in costruzione che attualmente porta il nome di Doris Miller, il marinaio afroamericano diventato un simbolo dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor. Lo hanno riferito la CNN e NBC News, citando fonti a conoscenza delle discussioni, avviate all’inizio del 2026. Si tratterebbe, nel caso, di una scelta senza precedenti: nessuna portaerei statunitense è mai stata intitolata a un presidente ancora in carica.

La decisione prima della posa della chiglia


La nave, quarta unità della classe Ford, era stata dedicata a Doris "Dory" Miller nel gennaio 2020, durante il primo mandato di Trump, e sarebbe stata la prima portaerei statunitense intitolata a un marinaio afroamericano appartenente ai ranghi di soldato. Negli ultimi mesi, tuttavia, la Marina avrebbe di fatto smesso di chiamarla USS Doris Miller, indicandola soltanto con il numero di scafo CVN-81. La stessa denominazione compare anche in un recente ordine esecutivo della Casa Bianca sulla cantieristica navale.

Il nome dovrà essere definito prima della cerimonia di posa della chiglia, prevista entro la fine dell’anno. La consegna alla flotta, secondo USNI News, non è attesa prima del 2034: due anni più tardi rispetto al febbraio 2032 inizialmente previsto, a causa dei vincoli di spazio nei cantieri. Il potere di battezzare le navi spetta formalmente al Segretario della Marina, ma nella scelta dei nomi delle portaerei interviene attivamente anche il Segretario alla Difesa. La decisione finale spetterebbe quindi a Pete Hegseth e al Segretario ad interim della Marina, Hung Cao, osserva NBC News.

L’eroismo di Doris Miller a Pearl Harbor


Miller si era arruolato nel 1939 e prestava servizio come addetto alla mensa, senza avere ricevuto alcun addestramento nell’uso dell’artiglieria antiaerea. Durante l’attacco a Pearl Harbor azionò comunque una mitragliatrice calibro .50 e sparò contro gli aerei giapponesi, per poi contribuire all’evacuazione dei feriti. Nel 1942 l’ammiraglio Chester Nimitz gli consegnò la Navy Cross, facendo di Miller il primo afroamericano a ricevere l’onorificenza.

Morì circa un anno dopo, durante la battaglia di Makin, quando la portaerei di scorta Liscome Bay, sulla quale prestava servizio, fu affondata da un siluro giapponese. La Marina starebbe ora valutando di intitolare a Miller un’altra nave da guerra e avrebbe avviato l’iter per raccomandarne il conferimento della Medal of Honor, la più alta onorificenza militare statunitense.


La Marina pensa di ridisegnare le portaerei per assecondare i gusti estetici di Trump


La Marina americana sta valutando di ridisegnare le sue nuove portaerei per assecondare il gusto estetico del presidente Donald Trump. Lo ha rivelato il Washington Post: sette funzionari in servizio ed ex funzionari hanno riferito che la Marina sta studiando la possibilità di spostare in avanti, verso il centro dello scafo, la torre di più piani che ospita il centro di comando della nave.

Quella struttura si chiama "isola" e sulle portaerei della classe Ford, le più recenti, si trova vicino alla poppa. Il presidente ha manifestato perplessità sul "look" delle nuove navi e vorrebbe che somigliassero di più alle portaerei in servizio durante la Seconda guerra mondiale, che avevano l'isola collocata più avanti.

I tempi e la portata della valutazione non sono chiari e diversi funzionari hanno avvertito che una modifica del genere richiederebbe tempi lunghi e costi elevati. La Marina aveva già esaminato la questione durante il primo mandato di Trump: uno studio concluse che spostare l'isola sarebbe costato miliardi di dollari di riprogettazione e avrebbe ritardato in modo significativo il programma.

Bryan Clark, ex ufficiale della Marina che studia il settore per l'Hudson Institute, un centro studi di orientamento conservatore con sede a Washington, ha detto al Washington Post che spostare l'isola sarebbe "una riprogettazione sostanziale". Un intervento del genere cambierebbe il galleggiamento e la distribuzione dei pesi della nave e avrebbe un costo notevole. Il cambiamento si può fare, ha aggiunto, ma sarebbe molto dirompente.

La posizione arretrata dell'isola sulle navi più recenti è stata scelta per ragioni di efficienza e sicurezza. Lascia più spazio per parcheggiare gli aerei vicino alle catapulte e riduce così i tempi di lancio. Migliora anche la sicurezza in atterraggio perché diminuisce le turbolenze quando i velivoli rientrano a bordo.

Lo spostamento dell'isola sarebbe la seconda modifica al progetto voluta dal presidente. Giovedì Trump ha firmato un memorandum sulla sicurezza nazionale che ordina alla Marina di preparare un piano per tornare alle vecchie catapulte a vapore sulle prossime portaerei, al posto del sistema elettromagnetico installato sulla classe Ford. Le catapulte servono a lanciare i caccia dal ponte di volo. Il documento insiste sulla preferenza dell'Amministrazione per tecnologie e progetti navali "comprovati, affidabili e a costi accessibili".

Anche questa seconda modifica potrebbe costare miliardi di dollari e aggravare i ritardi cronici della cantieristica navale americana. La capoclasse USS Gerald R. Ford ha richiesto 17 anni di costruzione, in parte proprio per le tecnologie nuove introdotte nel progetto, tra cui la catapulta elettromagnetica, che la Marina ha poi giudicato molto efficace.

Le portaerei della classe Ford in vari stadi di sviluppo sono tre. La USS John F. Kennedy sta svolgendo le prove in mare e si avvicina all'entrata in servizio, mentre la USS Enterprise e la USS Doris Miller sono in costruzione. La USS Gerald R. Ford è già operativa e ha appena concluso una lunga missione di combattimento in Medio Oriente. I piani prevedono fino a 10 unità nei prossimi quarant'anni, per un costo stimato di 22 miliardi di dollari ciascuna secondo l'ultimo piano di costruzioni navali della Marina e il Congressional Budget Office, l'ufficio apartitico che analizza i conti pubblici per il Congresso. La classe Ford sostituirà progressivamente la Nimitz, che risale alla fine degli anni Sessanta.

Il Pentagono e la Marina hanno rinviato le richieste di commento alla Casa Bianca, che ha indicato il nuovo memorandum quando le è stato chiesto della volontà del presidente di spostare l'isola sulle future portaerei. Il memorandum non affronta la questione. Un altro funzionario americano ha riferito che la Marina sta prendendo sul serio entrambe le ipotesi per i ritardi e per gli sforamenti di spesa che potrebbero produrre.

L'interesse del presidente per queste modifiche segna il peso crescente della Casa Bianca sulla meccanica complessa della costruzione navale militare. Dal ritorno alla presidenza Trump ha promesso di "resuscitare" un settore in difficoltà e ha già firmato diversi ordini esecutivi sul tema.

La flotta di superficie della Marina soffre da anni di manutenzioni rinviate e di bassi livelli di prontezza operativa, in parte per la frequenza con cui le amministrazioni americane hanno impiegato le portaerei nelle crisi internazionali. Con la guerra contro l'Iran il Pentagono ha tirato ulteriormente la corda, spostando mezzi navali in Medio Oriente per condurre attacchi e per far rispettare il blocco dei porti iraniani.

La stessa USS Gerald R. Ford ha affrontato una missione prolungata, conclusa all'inizio di quest'anno, dopo che un incendio aveva reso inabitabili gli alloggi di molti membri dell'equipaggio. I responsabili hanno anche riconosciuto guasti al sistema a vuoto che serve le centinaia di servizi igienici a bordo.

Parlamentari democratici hanno chiesto questa settimana al segretario alla Difesa Pete Hegseth di indagare sulle condizioni a bordo della USS Abraham Lincoln, in Medio Oriente da novembre e in mare da 200 giorni senza uno scalo che permetta all'equipaggio di riposare. Hegseth ha definito quelle notizie "completamente travisate" parlando con i giornalisti durante un viaggio a Panama, mentre venerdì Trump ha detto a Joint Base Andrews che il tempo passato in mare dalla nave non è stato "neanche lontanamente abbastanza". La Lincoln dovrebbe essere sostituita dalla USS George Washington nelle prossime settimane.

L'anno scorso il presidente aveva presentato una nuova classe di corazzate destinata a guidare la sua "Golden Fleet", un progetto criticato da molti analisti navali e parlamentari, secondo cui quelle navi sprecherebbero la scarsa capacità produttiva dei cantieri americani per un modello di cui la Marina non ha bisogno. Il Congressional Budget Office ha calcolato che le corazzate della "Trump Class" costerebbero circa 275 miliardi di dollari in trent'anni, 18 miliardi a nave dopo la prima.


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Il 23 agosto non è una data qualunque per chi crede in un’Europa unita: il Parlamento europeo ha scelto questa data per ricordare le vittime dello stalinismo e del nazismo, nell’anniversario del patto Molotov-Ribbentrop del 1939 e dei suoi protocolli segreti, che divisero l’Europa in sfere d’influenza e aprirono la strada all’occupazione sovietica dei Paesi baltici.

Cinquant’anni dopo, nel 1989, circa due milioni di estoni, lettoni e lituani si presero per mano da Tallinn a Vilnius, per oltre 600 chilometri: una protesta pacifica e immensa per affermare davanti al mondo il diritto di Estonia, Lettonia e Lituania alla libertà, all’autodeterminazione e all’indipendenza.

Sei mesi dopo la Lituania dichiarò il ripristino dell’indipendenza; Estonia e Lettonia seguirono nel 1991. Nel 2004 tutte e tre entrarono nell’Unione europea.

Oggi, mentre la Russia continua la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina, la Via Baltica resta un promemoria: la libertà in Europa non è garantita per sempre, e l’integrazione europea deve voler dire anche trasformare solidarietà e libertà in istituzioni capaci di proteggerle.

E non ci fermeremo finché quell’integrazione non sarà completa!

#ViaBaltica #BalticWay #StoriaEuropea #Libertà #Europa #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Se conquisteranno la Camera, i dem vogliono aprire una raffica di indagini su Trump


Nel mirino gli affari della famiglia, i rapporti con Epstein, la guerra con l'Iran e i cantieri della Casa Bianca. Sull'impeachment però il partito è ancora spaccato.

I democratici stanno preparando una raffica di indagini sull'Amministrazione Trump nel caso conquistino la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti alle elezioni di novembre ed anche alla Casa Bianca si aspettano un'ondata di mandati di comparizione. Deputati e collaboratori democratici hanno indicato al Wall Street Journal quasi una decina di obiettivi già individuati: la gestione della guerra con l'Iran, gli affari del presidente e della sua famiglia, la costruzione della sala da ballo alla Casa Bianca, i legami con il finanziere Jeffrey Epstein e l'operato degli agenti federali dell'immigrazione. Un funzionario della Casa Bianca ha replicato che l'Amministrazione è sempre pronta a rispondere alle richieste di controllo, indipendentemente da chi guidi il Congresso.

Ai democratici basta guadagnare una manciata di seggi per ottenere la maggioranza. I repubblicani temono sempre più di perdere la Camera, mentre entrambe le parti considerano contendibile anche il Senato, oggi a maggioranza repubblicana. Se il ribaltone si concretizzasse, il compito di tenere unito il partito spetterebbe al deputato di New York Hakeem Jeffries, probabile candidato a prossimo Speaker della Camera. Jeffries si troverebbe stretto tra i progressisti, favorevoli a indagini a tutto campo, e i moderati, che preferirebbero invece concentrarsi su pochi obiettivi selezionati.

"Non c'è letteralmente nessuna riunione in cui noi democratici parliamo di mettere sotto accusa Donald Trump. Semplicemente non esiste", afferma Pete Aguilar, deputato della California e membro della leadership. Jamie Raskin, capogruppo democratico nella Commissione Giustizia e responsabile dell'accusa nel secondo processo di impeachment seguito all'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, la pensa diversamente e definisce un eventuale nuovo impeachment uno strumento a disposizione del Congresso. "Nessuno di noi ne ha paura", sostiene, ricordando che quasi tutti i deputati democratici hanno già votato almeno una volta per mettere Trump sotto accusa.

L'ultimo tentativo risale all'11 dicembre 2025, quando il deputato del Texas Al Green ha imposto un voto su una risoluzione che accusava Trump di avere minacciato di morte alcuni parlamentari democratici. Questi ultimi avevano pubblicato un video in cui invitavano i soldati a rifiutare eventuali ordini illegali. La Camera ha accantonato la risoluzione con 237 voti contro 140: 47 democratici, compresi i vertici del gruppo, hanno votato "presente", mentre 23 si sono schierati con i repubblicani.

Nell'aprile 2026, invece, più di 70 democratici del Congresso — tra deputati e senatori — hanno chiesto di invocare il venticinquesimo emendamento o di avviare una nuova procedura di impeachment contro il presidente. Le richieste erano arrivate dopo che, il 7 aprile, Trump aveva scritto su Truth Social che "un'intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più" se l'Iran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz entro le 20, ora della costa orientale.

Midterm 2026 · Il Congresso che verrà

Se riprendono la Camera, i democratici hanno già pronta la lista delle indagini

Quasi dieci fronti d’indagine sull’Amministrazione Trump e un potere di convocazione che scatterebbe a gennaio 2027. Ma non un terzo impeachment: quella strada, al Senato, si è già chiusa due volte.

Grafica di FocusAmerica 22 agosto 2026

Perché non sarà un terzo impeachment

67

senatori su cento servono per condannare un presidente. Nei due processi contro Trump quella soglia non è mai stata raggiunta.

67 = condanna

2020Ucraina

48

20216 gennaio

57

0100 senatori

Nel 2020 mancavano diciannove voti, nel 2021 dieci. Da qui la scelta di cambiare strumento: non un terzo processo, ma una raffica di mandati di comparizione.

La lista

Due binari, nove fronti


Gli obiettivi sono già stati indicati. Una parte del gruppo vuole puntare sulla corruzione, un’altra sulle bollette e sulla spesa. Alexandria Ocasio-Cortez propone di procedere su entrambi i binari.

1Corruzione e potere 2Costo della vita

1La guerra con l’Iran

Fra i primi obiettivi indicati al Wall Street Journal: come è stato gestito il conflitto e quali decisioni sono state prese alla Casa Bianca.

2Gli affari della famiglia Trump

Operazioni in criptovalute, affari immobiliari, contratti della difesa, presunti scambi di favori e la possibile vendita di grazie presidenziali. Trump sostiene di non partecipare alle decisioni dell’azienda, affidata ai figli.

3Il caso Epstein

I rapporti fra il presidente e il finanziere. I collaboratori di Robert Garcia, che presiederebbe la Commissione Vigilanza, ci stanno già lavorando.

4La sala da ballo della Casa Bianca

Costa 400 milioni di dollari, è finanziata con fondi privati e nasce al posto dell’ala est, demolita nel 2025 senza informare il Congresso. Il National Trust for Historic Preservation ha fatto causa, ma il presidente della Corte Suprema John Roberts ha sospeso l’ingiunzione che bloccava i lavori.

Cantiere completato 65%

Stato dei lavori al 14 agosto 2026.

5Gli agenti dell’immigrazione

L’operato delle agenzie federali che eseguono i fermi e le espulsioni.

6I data center

Le interruzioni di acqua ed elettricità nelle zone dove sorgono. È il primo dei «problemi molto concreti» indicati da Ocasio-Cortez.

7Sanità e monopoli

Il modo in cui i monopoli fanno aumentare il costo delle cure.

8I dazi

Quanto le tariffe pesano sui prezzi che gli americani pagano alla cassa.

9Il prezzo del cibo

Sono già previste audizioni sull’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell’assistenza sanitaria.

Il precedente

Il voto che ha fotografato la spaccatura


L’11 dicembre 2025 il deputato del Texas Al Green impone all’aula un voto sulla sua risoluzione, che accusa Trump di avere minacciato di morte alcuni parlamentari democratici. La Camera la accantona.

237
140

Per accantonare la risoluzione Contrari all’accantonamento

47
deputati democratici hanno votato «presente», compresi i vertici del gruppo

23
si sono schierati con i repubblicani

In tutto settanta deputati democratici non hanno votato contro l’accantonamento. Quattro mesi dopo, oltre settanta parlamentari dello stesso partito chiedevano l’opposto: l’impeachment o il venticinquesimo emendamento.

«Non c’è letteralmente nessuna riunione in cui noi democratici parliamo di mettere sotto accusa Donald Trump»
Pete Aguilar, deputato della California e membro della leadership

«Nessuno di noi ne ha paura»
Jamie Raskin, capogruppo democratico nella Commissione Giustizia

Il calendario

Come ci siamo arrivati


Dai due processi al Senato alla vigilia del voto di novembre. Da gennaio 2027, se la Camera cambia colore, cambia anche chi firma le convocazioni.

2019
Primo impeachment
Gli aiuti militari all’Ucraina subordinati a un’indagine su Joe Biden. Il Senato assolve nel febbraio 2020.

2021
Secondo impeachment
L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. Il Senato assolve di nuovo un mese dopo.

11 dicembre 2025
La risoluzione Green finisce nel cassetto
La Camera la accantona con 237 voti contro 140. Settanta deputati democratici non votano contro.

7 aprile 2026
L’ultimatum su Truth Social
Trump minaccia l’Iran se non riapre lo Stretto di Hormuz entro le 20. Nelle settimane successive oltre settanta parlamentari democratici chiedono l’impeachment o il venticinquesimo emendamento.

Da qui in avanti

Novembre 2026
Le elezioni di metà mandato
Ai democratici basta guadagnare una manciata di seggi per riprendere la Camera. Entrambi i partiti considerano contendibile anche il Senato.

Gennaio 2027
I mandati di comparizione
Con la maggioranza, Robert Garcia presiederebbe la Commissione Vigilanza e i democratici potrebbero convocare i testimoni.

La contromossa

Se la Casa Bianca farà muro, i democratici puntano sugli alleati esterni del presidente e sulle aziende che lo hanno finanziato. «Questa volta avremo l’opportunità di rivolgerci al settore privato», dice il senatore Adam Schiff.

Ma una parte del gruppo teme il contraccolpo elettorale: «Quel film lo abbiamo già visto due volte e non ha funzionato», obietta Josh Gottheimer.

Fonte Wall Street Journal; Senato degli Stati Uniti per i voti del 5 febbraio 2020 e del 13 febbraio 2021; Clerk of the House of Representatives per il voto dell’11 dicembre 2025; National Trust for Historic Preservation. I settanta di dicembre sono la somma dei 47 deputati che hanno votato «presente» e dei 23 schierati con i repubblicani; gli oltre settanta di aprile comprendono deputati e senatori.

Gli affari della famiglia e i cantieri della Casa Bianca


Robert Garcia, deputato della California e capogruppo democratico nella Commissione Vigilanza, che finirebbe per presiedere da gennaio 2027 in caso di vittoria alle prossime elezioni, ha indicato come temi prioritari "la corruzione di Trump e della famiglia Trump": dalle operazioni in criptovalute ai presunti scambi di favori, dalla possibile vendita delle grazie presidenziali agli affari immobiliari, fino ai contratti della difesa. I suoi collaboratori stanno già lavorando sui rapporti con Epstein, sugli affari della famiglia Trump e sull'operato delle agenzie per l'immigrazione.

I deputati democratici vogliono accertare se il presidente abbia tratto profitto dalla carica, anche attraverso le attività internazionali della Trump Organization. Trump sostiene di non partecipare direttamente alle decisioni dell'azienda, affidata nella gestione quotidiana ai figli, mentre i suoi collaboratori respingono le accuse di conflitto d'interessi.

Nel mirino figurano anche i contratti assegnati a stretti alleati del presidente e i progetti edilizi voluti da Trump, dalla vasca del Lincoln Memorial alla sala da ballo della Casa Bianca, già al centro di una causa. Il National Trust for Historic Preservation sostiene che il presidente non avesse l'autorità per demolire l'ala est, abbattuta nel 2025 senza informare il Congresso, e costruire al suo posto una sala da ballo da 400 milioni di dollari finanziata con fondi privati. Venerdì il presidente della Corte Suprema John Roberts ha sospeso in via amministrativa l'ingiunzione che bloccava i lavori, consentendo al cantiere di proseguire. Il 14 agosto l'opera risultava completata al 65%.

La strategia contro l'ostruzionismo della Casa Bianca


I dirigenti democratici stanno valutando come reagire se l'Amministrazione rifiutasse di rispettare i mandati di comparizione, li impugnasse in tribunale o impedisse ai funzionari di testimoniare. Secondo il Wall Street Journal, la strategia che si va delineando è quella di concentrarsi sugli alleati politici esterni del presidente e sulle aziende che hanno finanziato Trump e le iniziative a lui vicine. Secondo i suoi sostenitori, indagare sul settore privato potrebbe essere più efficace che sfidare direttamente una Casa Bianca sicuramente pronta a opporre resistenza.

"Devo presumere che alla Casa Bianca proveranno di nuovo a fare muro, ma questa volta avremo l'opportunità di rivolgerci al settore privato", ha dichiarato il senatore della California Adam Schiff, che presiedeva la Commissione Intelligence della Camera nel 2019, durante il primo processo d'impeachment. I democratici vedono un segnale dei preparativi dell'Amministrazione in una nota diffusa questo mese dal Dipartimento della Giustizia, secondo la quale il privilegio dell'esecutivo può proteggere anche "le comunicazioni presidenziali con i propri consiglieri privati", purché riguardino decisioni ufficiali.

Una parte del gruppo democratico teme però che un eccesso di indagini possa provocare un contraccolpo elettorale e oscurare il resto del programma, a partire dalla promessa di ridurre il costo della vita. Da qui l'idea di procedere su due binari, sostenuta anche da Alexandria Ocasio-Cortez, deputata di New York e possibile candidata alla presidenza nel 2028: da una parte la corruzione e i documenti relativi a Epstein, dall'altra i "problemi molto concreti" che riguardano gli americani. "Penso che servano indagini sulle interruzioni dell'acqua e dell'elettricità causate dai data center, sulla sanità e sul modo in cui i monopoli fanno aumentare il costo delle cure, sui dazi e su questioni di questo genere", ha spiegato Ocasio-Cortez. Sono previste anche audizioni sull'aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell'assistenza sanitaria.

Trump è già stato sottoposto due volte a impeachment: la prima nel 2019, con l’accusa di avere subordinato gli aiuti militari all’Ucraina all’apertura di un’indagine su Joe Biden; la seconda nel 2021, per il suo ruolo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. In entrambi i casi, il Senato lo ha assolto. Dopo la sconfitta alle elezioni del 2020, Trump ha riconquistato la Casa Bianca quattro anni più tardi. Anche per questo, una parte del Partito Democratico è contraria a un nuovo tentativo di impeachment. "Quel film lo abbiamo già visto due volte e non ha funzionato", afferma Josh Gottheimer, deputato del New Jersey, che sostiene la necessità di esercitare un controllo rigoroso sull’Amministrazione ma osserva, con una battuta, che nelle trilogie il terzo film non è quasi mai il migliore.


Update modello previsione Midterm 2026: le probabilità di vittoria


A partire da oggi, per la prima volta, il nostro modello sulle elezioni di metà mandato del 3 novembre stima anche le probabilità che ciascun partito conquisti il controllo dei due rami del Congresso. Al momento assegna ai democratici 82 possibilità su 100 di ottenere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e 56 su 100 di conquistarla al Senato, dove la sfida resta sostanzialmente alla pari.

È la novità più evidente dell’aggiornamento che abbiamo appena introdotto. Nelle ultime settimane abbiamo testato sulle elezioni passate il modello presentato a giugno, ne abbiamo ricalibrato il grado di incertezza e aggiunto una nuova fonte di informazioni per i collegi nei quali non sono disponibili sondaggi. Nel complesso, però, l’aggiornamento ha inciso solo in misura limitata sulle proiezioni: un risultato rassicurante, perché conferma la solidità della versione precedente.

Alla Camera, la proiezione è passata da 227 a 225 seggi democratici, mentre il numero dei collegi classificati come incerti è salito da 19 a 25. Il nuovo modello, in altre parole, riflette meglio l’incertezza nei casi in cui la versione precedente tendeva a mostrarsi troppo sicura, soprattutto nelle previsioni favorevoli ai repubblicani. Al Senato, invece, la sfida rimane un testa a testa: 6 seggi sono in bilico e i democratici restano lievemente in vantaggio. In questo articolo spieghiamo nel dettaglio che cosa è cambiato e perché queste modifiche rendono il modello ancora più affidabile.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino

Dalle proiezioni alle probabilità


La versione precedente pubblicata a giugno indicava quale candidato fosse in vantaggio in ciascuna gara, ma misurava l’incertezza soltanto al Senato, attraverso 10.000 simulazioni che, però, non erano mostrate ai lettori. Esse servivano a valutare se la competizione per il controllo dell’aula fosse sostanzialmente alla pari, non a calcolare e pubblicare probabilità precise. La nuova versione compie invece un passo avanti: si basa su 50.000 simulazioni dell’intera elezione, considerando insieme Camera e Senato.

In ogni simulazione, quindi, il modello genera un esito leggermente diverso: parte dalle stime relative alle singole gare e introduce i possibili errori dei sondaggi e delle altre fonti utilizzate. Al termine conta quante volte ciascun partito conquista la maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Ciò significa, per esempio, che se i democratici raggiungono almeno 218 seggi alla Camera nell’82% delle simulazioni, il modello assegna loro 82 possibilità su 100 di ottenere il controllo dell’aula.

L’ampiezza dei possibili errori non viene stabilita arbitrariamente. Per ogni sfida, il modello parte dall’incertezza associata alla media dei sondaggi, calcolata attraverso il filtro di Kalman già illustrato nella presentazione di giugno. Ricapitolando: ciascuna rilevazione viene trattata come una misurazione imperfetta di un consenso “reale” che cambia gradualmente nel tempo: il margine di incertezza si restringe quando i sondaggi sono numerosi e recenti, mentre si amplia quando sono pochi o datati. Il simulatore aggiunge poi l’incertezza dovuta al tempo che ancora ci separa dal voto, stimata sulla base dei cicli elettorali precedenti. Più è lontano il 3 novembre, maggiori sono le possibilità che lo scenario cambi e più ampio è quindi il ventaglio degli esiti plausibili.

L’aspetto più delicato, e la ragione principale per cui le simulazioni sono indispensabili, è che gli errori dei sondaggi spesso non sono indipendenti tra loro. Storicamente parlando, quando le rilevazioni hanno sbagliato, hanno teso a farlo nella stessa direzione in molte aree del Paese. È accaduto, per esempio, nel 2016 e nel 2020, quando i voti per i repubblicani sono stati chiaramente sottostimati in numerosi Stati e collegi. Per questo motivo, il nostro nuovo modello non simula quindi soltanto errori isolati nelle singole sfide, ma anche scostamenti generalizzati: negli scenari in cui i sondaggi sovrastimano i democratici, la correzione a loro sfavore si ripercuote contemporaneamente sulle elezioni per la Camera e per il Senato. Anche per questo, 82 possibilità su 100 vanno considerate come un netto vantaggio, mai come una certezza.

Tutto questo è visibile anzitutto nel nuovo widget “Quali sono le probabilità di vittoria?”, che mostra la distribuzione completa degli esiti prodotti dalle simulazioni. Muovendosi sulle mappe è invece possibile consultare la probabilità di vittoria in ciascuna sfida, espressa con formule come “vince 62 volte su 100”. L’introduzione di queste stime ci consente inoltre di confrontare più facilmente le nostre previsioni con quelle degli altri modelli pubblicati nelle ultime settimane. Il quadro che emerge è rassicurante: anche il modello di Nate Silver, per esempio, considera favoriti i democratici.

Un modello messo alla prova sul passato


Come si può valutare l’affidabilità di un modello prima del giorno delle elezioni? Il metodo più rigoroso consiste nel metterlo alla prova su consultazioni già concluse. Abbiamo quindi ricostruito, giorno per giorno, le elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022, fornendo al modello soltanto i sondaggi e le informazioni disponibili in quel momento, come se il risultato finale fosse ancora sconosciuto. L’esercizio ha prodotto oltre 20.000 previsioni per la Camera e più di 1.600 per il Senato, che abbiamo poi confrontato con i risultati effettivi.

Da questa verifica sono nate alcune delle correzioni più importanti. La media nazionale dei sondaggi reagisce ora più rapidamente alle nuove rilevazioni, perché la versione precedente tendeva a restare indietro quando il clima politico cambiava velocemente. Abbiamo inoltre ampliato sensibilmente l’incertezza stimata nelle singole sfide per il Senato: quella prevista in precedenza era circa la metà di quella riscontrata nella realtà. Un modello troppo sicuro delle proprie previsioni, infatti, rischia di risultare fuorviante.

Per la Camera dei Rappresentanti abbiamo invece ricalibrato il grado di fiducia da attribuire alle stime, sia nei collegi coperti dai sondaggi sia in quelli privi di rilevazioni. Ma è cambiata anche la correzione storica utilizzata per trasformare la media nazionale dei sondaggi in una stima del clima politico generale: non è più un valore fisso stabilito una volta per tutte, ma viene calcolata sulla base dei cicli elettorali dal 2010 in poi.

Non tutti i sondaggi, inoltre, prendono in esame lo stesso tipo di elettori. Alcuni si concentrano sui “probabili elettori”, selezionati perché ritenuti quasi certi di andare alle urne; altri utilizzano il campione più ampio degli “elettori registrati”. La distinzione è importante perché, storicamente, chi partecipa davvero alle elezioni di metà mandato tende a essere più conservatore di chi è semplicemente iscritto alle liste elettorali. In media, nelle rilevazioni passate, i campioni di probabili elettori hanno mostrato un miglioramento per i repubblicani di circa un punto rispetto a quelli degli elettori registrati.

Per tenere conto di questa differenza, il modello attribuisce ai sondaggi condotti sui probabili elettori un peso quasi doppio rispetto a quelli basati sugli elettori registrati. Questi ultimi, invece, non vengono corretti in modo uniforme: quando uno stesso istituto pubblica entrambe le versioni, il modello misura lo scarto tra i due campioni e lo utilizza per rendere confrontabili i risultati. Apparentemente, però, quest’anno quella differenza è quasi scomparsa: i sondaggi sui probabili elettori non mostrano più, infatti, la consueta inclinazione verso i repubblicani rispetto a quelli sugli elettori registrati. Questo è un possibile segnale che, almeno per ora, l’elettorato più motivato a partecipare al voto non sia quello repubblicano.

Nel modello per il Senato abbiamo, invece, introdotto anche una nuova informazione: i fondi raccolti dai candidati, ricavati dai registri della Federal Election Commission, ovvero l’autorità federale che vigila sul finanziamento delle campagne elettorali. Nelle sfide per le quali sono disponibili pochi sondaggi, la capacità di raccogliere donazioni rappresenta infatti uno dei segnali più concreti della forza di una candidatura.

Più in generale, la regola che ci siamo imposti è semplice: una modifica è stata introdotta soltanto se dimostra di migliorare le previsioni relative alle elezioni passate. Molte delle idee da noi sperimentate non hanno superato questa prova. Il caso più istruttivo ha riguardato il sistema più sofisticato tra quelli testati, capace di apprendere autonomamente, gara per gara, quanto peso attribuire a ciascuna fonte. In media produceva risultati persino leggermente migliori, ma i pesi calcolati sulla base di appena due cicli elettorali erano troppo fragili. Proprio nelle sfide decise da pochi punti, quelle che contano di più, commetteva più errori rispetto al metodo più semplice. Abbiamo quindi deciso di escluderlo, conservando però la componente che aveva dimostrato di funzionare meglio di tutte: le valutazioni degli esperti.

I giudizi degli esperti


Il cambiamento più rilevante riguarda la Camera dei Rappresentanti. Si vota in 435 collegi, ma soltanto una piccola parte di questi è coperta da sondaggi locali. Per oltre 150 collegi sono però disponibili le valutazioni degli esperti statunitensi, che da decenni classificano le competizioni secondo una scala ormai consolidata: “solid” per quelle considerate sicure, “likely” e “lean” per quelle più o meno favorevoli a un partito e “tossup” per le sfide senza un chiaro favorito.

Il modello utilizza ora anche queste valutazioni, ma non le recepisce alla lettera. Abbiamo raccolto quasi 93.000 giudizi pubblicati nei cicli elettorali del 2018, del 2022 e del 2026 e misurato il significato concreto attribuito da ciascun esperto alle diverse categorie. Abbiamo verificato, per esempio, con quale margine si concludevano in media le gare classificate come “lean R” o con quale frequenza il partito indicato come favorito in una sfida “likely D” veniva sconfitto. In questo modo, ogni valutazione è stata tradotta in una stima numerica sulla base dei risultati delle elezioni precedenti.

Queste stime affiancano ora i dati strutturali già utilizzati dal modello soltanto nei collegi esaminati dagli esperti e assumono un peso maggiore quando non sono disponibili sondaggi. I test sulle elezioni passate mostrano che, nei collegi valutati dagli esperti ma privi di rilevazioni, il loro impiego ha ridotto l’errore medio di quasi 4,5 punti percentuali. È migliorata anche la previsione del numero complessivo di seggi: l’errore si è quasi dimezzato nel 2018 ed è diminuito di quasi due terzi nel 2022.

Abbiamo sperimentato lo stesso metodo anche per il Senato, ma alla fine abbiamo deciso di non adottarlo. Tutte le competizioni decisive, come quella in Ohio tra Sherrod Brown e Jon Husted, sono infatti già coperte da numerosi sondaggi. In questi casi, le valutazioni degli esperti non forniscono informazioni aggiuntive sufficienti a migliorare sensibilmente le previsioni, come nel caso della Camera dei Rappresentanti.

Le altre novità visibili


Le novità non si limitano però al widget con le probabilità complessive di controllo delle due Camere. Come già citato in precedenza, le mappe mostrano ora anche le possibilità di vittoria in ciascuna gara: selezionando un collegio della Camera o uno Stato per il Senato, è possibile subito vedere quale candidato è in vantaggio e quante volte prevale nelle nostre simulazioni.

La mappa della Camera dei Rappresentanti è stata inoltre resa più facile da esplorare, soprattutto da mobile. È ora possibile cliccare su uno Stato ed ingrandirlo per osservare nel dettaglio la suddivisione delle assegnazioni dei collegi, e permettendo di distinguere più chiaramente i distretti negli Stati più popolosi o caratterizzati da confini particolarmente complessi. Si può così passare dal quadro nazionale alle singole competizioni e individuare rapidamente dove si concentrano le sfide decisive, quali collegi sono saldamente orientati verso un partito e quali potrebbero invece cambiare schieramento.

Abbiamo anche riscritto completamente la nota metodologica, aggiungendo una spiegazione delle simulazioni, della calibrazione dell’incertezza e delle nuove fonti introdotte. I principi fondamentali restano però gli stessi del modello pubblicato a giugno: le previsioni combinano sondaggi, dati strutturali e tendenze storiche, vengono aggiornate più volte al giorno fino al 3 novembre, e, a parità di informazioni disponibili, producono sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali o correzioni manuali dell’ultimo momento.

Resta valida, soprattutto, la distinzione chiave che esiste in statistica tra probabilità e certezza: assegnare ai democratici 82 possibilità su 100 non significa considerarne sicura la vittoria, ma piuttosto stimare che, in 100 elezioni svolte nelle stesse condizioni, i primi conquisterebbero la maggioranza della Camera 82 volte. Nei restanti 18 casi a prevalere sarebbero invece i repubblicani: si tratta di un esito meno probabile, ma tutt’altro che impossibile.


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Il candidato repubblicano che non vuole più i soldi dell'AIPAC


Il candidato repubblicano al Senato in Michigan chiede alla lobby filoisraeliana di non trasmettere spot in suo favore, nonostante i milioni già spesi contro il democratico El-Sayed, per paura che il suo sostegno rischi di costargli voti a novembre.

Gli alleati di Mike Rogers, candidato repubblicano al Senato in Michigan, hanno chiesto all'AIPAC di non trasmettere spot elettorali in suo favore, rompendo apertamente con il principale gruppo di lobby filoisraeliano degli Stati Uniti. La scorsa settimana Rogers ha avuto un colloquio a Los Angeles con il presidente dell'organizzazione, Michael Tuchin. Il giorno successivo l'AIPAC ha accantonato uno spot già realizzato contro il suo avversario democratico, Abdul El-Sayed, secondo quanto ricostruito da Axios.

Rogers è un convinto sostenitore di Israele, ma teme che l'appoggio pubblico dell'AIPAC possa danneggiarlo alle elezioni del 3 novembre. La sua richiesta mostra quanto si sia indebolita la posizione politica del gruppo, mentre cresce tra gli elettori la contrarietà alla guerra a Gaza. La decisione ha però irritato i dirigenti dell'organizzazione, che avevano speso più di 30 milioni di dollari nel tentativo di sconfiggere El-Sayed alle primarie democratiche e si preparavano a investirne altri milioni per aiutare Rogers a vincere le elezioni generali.

El-Sayed ha costruito la propria campagna proprio sull'opposizione all'AIPAC, presentando quelle spese come la prova che la sua avversaria Haley Stevens fosse condizionata dalla lobby filoisraeliana. Ha definito Israele uno "Stato canaglia", lo ha accusato di genocidio e apartheid e si è rifiutato di dire se ritenga che il paese abbia il diritto di esistere come Stato ebraico. Sconfiggerlo era così diventato una priorità per l'AIPAC, che raramente finanzia grandi campagne nelle elezioni generali. "AIPAC, se ci stai ascoltando, torna a bruciare quei soldi", aveva detto El-Sayed prima di vincere di misura le primarie del 4 agosto.Posts

L'AIPAC vuole esporsi, Rogers no


Prima delle primarie, la squadra di Rogers aveva avvertito l'organizzazione che El-Sayed avrebbe probabilmente sconfitto Stevens. L'AIPAC sperava ancora in un esito diverso e le due parti si erano lasciate con l'intesa di proseguire il confronto. Dopo la vittoria di El-Sayed, il gruppo intendeva estendere la propria offensiva pubblicitaria anti El-Sayed alla campagna per le elezioni generali. Gli alleati di Rogers ritenevano però che gli spot trasmessi durante le primarie avessero prodotto l'effetto opposto, offrendo a El-Sayed un bersaglio politico che avrebbe volentieri utilizzato di nuovo.

La squadra del repubblicano ha quindi proposto all'AIPAC di partecipare alla campagna elettorale senza mettere il proprio nome in primo piano: avrebbe potuto indirizzare i donatori verso un super PAC favorevole a Rogers o verso il comitato congiunto di raccolta fondi creato dal candidato con il Partito Repubblicano nazionale. È stata inoltre prospettata l'assunzione degli strateghi politici dell'organizzazione. Le proposte, però, non sono bastate: l'AIPAC intende infatti avere un ruolo visibile nella sconfitta di El-Sayed e sostiene che il candidato democratico collegherebbe comunque Rogers alla lobby, considerato il suo netto sostegno a Israele.

I contatti diretti si sono raffreddati e ora il Partito Repubblicano sta cercando di ricucire i rapporti, affidando la mediazione a donatori ebrei vicini a entrambe le parti. Alcuni esponenti nazionali del partito temono che il gruppo, il cui super PAC disponeva alla fine di luglio di quasi 60 milioni di dollari, possa restare completamente fuori dalla competizione. Altri ritengono invece che abbia troppo in gioco per rinunciare e che finirà per riappacificarsi con la squadra di Rogers. Interpellato da Axios, Rogers ha dichiarato di accogliere con favore qualsiasi sostegno della comunità filoisraeliana e di essere orgoglioso del suo coinvolgimento.

Le sconfitte dell'AIPAC e il peso della guerra a Gaza


Nel frattempo, l'organizzazione filo israeliana continua a subire sconfitte elettorali. L'ultima è arrivata martedì in California, dove la senatrice statale democratica Aisha Wahab ha vinto il ballottaggio nel quattordicesimo distretto congressuale, conquistando il seggio alla Camera lasciato libero da Eric Swalwell dopo le dimissioni di aprile. L'AIPAC aveva speso 4,4 milioni di dollari nel tentativo di fermarla. Wahab resterà in carica per circa 5 mesi, fino alla conclusione della legislatura.

Il Michigan ospita una delle comunità arabo-americane più numerose degli Stati Uniti. Secondo un sondaggio di Fox News, condotto tra il 6 e il 10 agosto su 1.006 elettori registrati, il 55% degli intervistati è contrario alla prosecuzione degli aiuti militari statunitensi a Israele, mentre il 44% è favorevole. La stessa rilevazione dà però Rogers in vantaggio su El-Sayed con il 51% contro il 47%.

Gli strateghi di entrambi i partiti ritengono che in Michigan, come negli altri Stati a forte vocazione manifatturiera, il voto sarà determinato più dalle condizioni economiche che dalla politica mediorientale. Gli attacchi di El-Sayed all'AIPAC potrebbero, quindi, avere meno presa nelle elezioni generali rispetto alle primarie democratiche. Rogers ha comunque preferito non correre rischi e, almeno per il momento, ha rinunciato alla campagna pubblicitaria del gruppo che voleva sostenerlo.


L'FBI ferma l'ex deputato Eric Swalwell all'aeroporto e gli sequestra i dispositivi


Agenti dell’FBI hanno fermato l’ex deputato democratico Eric Swalwell all’aeroporto internazionale di San Francisco, gli hanno notificato un mandato di perquisizione e hanno sequestrato i suoi dispositivi elettronici. L’operazione rientra in un’indagine penale federale scaturita dalle accuse di violenza sessuale e condotta impropria rivolte all’ex membro del Congresso. Il sequestro e la successiva perquisizione della sua abitazione a Washington sono stati confermati da diverse testate statunitensi, mentre il San Francisco Standard ha ottenuto i dettagli del mandato con cui sono stati autorizzati.

Il provvedimento, depositato il 13 agosto presso il Distretto settentrionale della California e assegnato al giudice Thomas S. Hixson, è stato eseguito sabato alle 20.25 locali, le 5.25 di domenica in Italia, subito dopo l’arrivo di Swalwell in California. Gli agenti hanno sequestrato un iPhone bianco con cavo e alimentatore e un MacBook Pro. Il verbale di esecuzione è stato firmato dall’agente speciale Kyle R. Biebesheimer, appartenente alla squadra Anticorruzione e diritti civili dell’ufficio FBI di San Francisco, che ha certificato sotto giuramento l’esattezza dell’inventario. Una copia del mandato è stata consegnata a Swalwell, 45 anni, che si è mostrato collaborativo. Il giorno successivo gli agenti hanno perquisito anche la sua abitazione di Washington, sequestrando altro materiale.

Le accuse e le altre indagini


Almeno 5 donne hanno accusato pubblicamente l’ex deputato di violenza sessuale o comportamenti inappropriati. Le accuse sono emerse ad aprile, dopo la pubblicazioni di inchieste della CNN e del San Francisco Chronicle. Una sua ex collaboratrice sostiene di essere stata violentata due volte mentre era troppo ubriaca per poter acconsentire. Un’altra donna afferma di essere stata drogata prima di subire un’aggressione sessuale nel 2018. Altre donne hanno riferito di aver ricevuto su Snapchat messaggi sessualmente espliciti e, in almeno un caso, una fotografia non richiesta dei genitali di Swalwell.

Swalwell, considerato in precedenza come uno dei favoriti nella corsa per diventare governatore della California, ha sospeso la sua campagna elettorale il 12 aprile. Il giorno seguente ha annunciato le dimissioni dal Congresso, diventate effettive il 14 aprile. La Commissione Etica della Camera aveva appena aperto un’indagine sulla sua condotta e su una presunta violenza ai danni di una dipendente del suo ufficio, mentre in aula si profilava un voto sulla sua espulsione. L’ex deputato ha sempre respinto tutte le accuse.

Il Dipartimento di Giustizia ha aperto la propria inchiesta ad aprile. Parallelamente procedono gli accertamenti della procura distrettuale di Manhattan, dell’ufficio dello sceriffo della contea di Los Angeles e della procura distrettuale della stessa contea. Il procuratore Nathan Hochman ha affidato il caso alla divisione specializzata nei reati sessuali. Il Dipartimento di Giustizia, l’FBI e il legale di Swalwell non hanno risposto alle richieste di chiarimento.

Lunedì la Task Force della Casa Bianca per la trasparenza ha inoltre diffuso documenti declassificati sui rapporti tra Swalwell e Christine Fang, conosciuta come “Fang Fang” e sospettata di avere legami con l’intelligence cinese. Secondo le carte, Swalwell riferì all’FBI di avere avuto con lei rapporti fisici in alcune occasioni. Gli investigatori non riscontrarono allora violazioni della legge federale da parte sua e lo rimossero dall’elenco dei soggetti dell’indagine.


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L'ex generale che può fermare Netanyahu alle elezioni


Il partito Yashar! di Gadi Eisenkot ha superato il Likud in vista del voto del 27 ottobre. L'ex capo di stato maggiore chiede una commissione d'inchiesta indipendente sul 7 ottobre.

Il partito dell'ex capo di stato maggiore dell'esercito israeliano Gadi Eisenkot ha superato il Likud di Benjamin Netanyahu in diversi sondaggi nazionali, a poco più di due mesi dalle elezioni parlamentari israeliane del 27 ottobre. Yashar!, il partito centrista che Eisenkot ha fondato l'anno scorso (il nome si può tradurre con "Onesto!"), è nato dal malcontento per come il primo ministro ha gestito l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza che ne è seguita.

La campagna di Eisenkot è passata da Karmiel, una città del nord del paese abitata soprattutto da famiglie di reddito medio-basso, che è una roccaforte del Likud. Lo racconta un reportage di Politico firmato da Jan Philipp Burgard, corrispondente da Tel Aviv dell'Axel Springer Global Reporters Network, la rete che mette in comune i giornalisti delle testate del gruppo editoriale tedesco a cui Politico appartiene. Davanti a circa trecento persone nell'auditorium comunale, l'ex generale ha detto: "La campagna contro di me è cominciata. Netanyahu attacca i suoi avversari sempre allo stesso modo, sostenendo: solo Netanyahu può garantire la sicurezza". Poi ha aggiunto: "Abbiamo visto come è andata a finire il 7 ottobre".

Eisenkot chiede una commissione d'inchiesta statale indipendente sui fallimenti dell'esercito, dei servizi di intelligence e dei vertici politici attorno all'attacco del 2023, in modo che a risponderne sia anche il primo ministro. Il governo finora si è opposto a istituirla. "Se non ci sarà una commissione d'inchiesta, resterà sospesa sulla società israeliana come una maledizione", ha detto Eisenkot, che pronuncia i suoi attacchi con tono calmo, quasi monotono.

Netanyahu risponde provando a rivoltare contro lo sfidante il suo principale punto di forza, la credibilità sulla sicurezza. "Eisenkot voleva arrendersi. Netanyahu combatte!", ha dichiarato il primo ministro in un video della campagna elettorale. In uno spot il Likud prende in giro l'inglese imperfetto dell'ex generale, cresciuto in una famiglia modesta, mentre Netanyahu si è formato negli ambienti intellettuali e nelle università d'élite americane.

Il primo episodio che ha mostrato la distanza tra i due risale al marzo 2016, quando due palestinesi armati di coltello attaccarono alcuni soldati israeliani in Cisgiordania ferendone uno. I militari aprirono il fuoco uccidendo uno degli assalitori e lasciando l'altro ferito a terra. Diversi minuti dopo un soldato di 19 anni, Elor Azaria, armò il fucile e gli sparò alla testa, dicendo poi di essersi sentito minacciato. Un tribunale militare lo condannò per omicidio colposo. Eisenkot, allora capo di stato maggiore, difese la decisione di processarlo, sostenendo che sparare a un assalitore già neutralizzato non era compatibile con i valori dell'esercito israeliano. Netanyahu si schierò con il soldato e ne chiese la grazia. Dieci anni dopo i sostenitori di Eisenkot citano quel caso come prova dei suoi standard morali, mentre gli alleati del primo ministro lo usano per descriverlo come troppo morbido e troppo spostato a sinistra.

Per buona parte degli ultimi trent'anni la politica israeliana è stata dominata dal nazionalismo di destra di Netanyahu e dalla sua linea dura sui rapporti con i palestinesi e con i paesi vicini. Il primo ministro porta il peso di un processo per corruzione ancora in corso, mentre lo sfidante è considerato un uomo di integrità non comune. Eisenkot non è un oratore brillante né una figura carismatica, ma trasmette affidabilità.

Eisenkot è nato nel 1960 a Tiberiade, figlio di ebrei immigrati dal Marocco, ed è cresciuto a Eilat, località balneare sul Mar Rosso all'estremità meridionale del paese. Nell'esercito è passato da semplice fante della brigata Golani, una delle unità di fanteria più note delle forze armate israeliane, a capo di stato maggiore, nominato proprio da Netanyahu. Se vincesse sarebbe il primo capo di governo israeliano di origini ebraico-marocchine.

Il 7 dicembre 2023 il figlio di Eisenkot, Gal Meir, di 25 anni, è morto in un'operazione per recuperare i corpi di due israeliani rapiti a Gaza il 7 ottobre e uccisi: mentre si avvicinava all'imboccatura di un tunnel è esploso un ordigno. Nella guerra a Gaza sono morti anche due suoi nipoti. Eisenkot non usa il lutto come argomento elettorale, ma quasi tutti in Israele sanno cosa ha perso la sua famiglia. Il figlio di Netanyahu, Yair, è invece rimasto in Florida mentre Israele richiamava circa 360.000 riservisti dopo l'attacco di Hamas, cosa che gli è stata rimproverata da chi era tornato dall'estero per prestare servizio. Il primo ministro lo ha difeso dicendo che negli Stati Uniti faceva volontariato e aiutava a procurare materiale per l'esercito e per i servizi di emergenza.

"Ci sono momenti nella storia in cui, dopo un leader molto carismatico e dominante, le persone scelgono deliberatamente qualcuno meno carismatico, semplicemente perché vogliono pace e tranquillità", ha detto a Politico Shai Bazak, ex diplomatico israeliano che è stato consigliere per la comunicazione di Netanyahu durante il suo primo mandato da primo ministro. "Non vogliono più tutto quel dramma". Secondo Bazak, Eisenkot "non è estremo" né "particolarmente divisivo" e questo rende più facile lo spostamento verso di lui degli elettori che tradizionalmente votano a destra.

La posizione internazionale di Israele è cambiata dopo il 7 ottobre 2023, quando Hamas uccise circa 1.200 persone e ne prese 251 in ostaggio. Secondo il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, da allora sono state uccise più di 73.000 persone tra civili e combattenti, una cifra considerata attendibile dalle agenzie delle Nazioni Unite e da esperti indipendenti. All'inizio di quest'anno i vertici militari israeliani hanno indicato di concordare su un totale intorno ai 70.000 morti. Nel 2025 l'esercito ha detto di aver ucciso più di 22.000 miliziani a Gaza e ha riconosciuto che, pur avendo cercato di ridurre le vittime civili, per ogni miliziano ucciso sono morti due o tre civili.

In Europa le critiche sono cresciute soprattutto in Spagna e in Francia per l'uso della forza militare considerato eccessivo nella risposta agli attacchi di Hamas e Hezbollah, che ha devastato larga parte di Gaza e ha portato all'occupazione di una vasta area del Libano meridionale. I rapporti con l'Unione europea si sono deteriorati al punto che il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar il 18 giugno 2026 ha interrotto ogni contatto con Kaja Kallas, l'Alta rappresentante per la politica estera dell'Unione, dopo che era emerso che durante una visita in Messico a maggio Kallas aveva paragonato il trattamento riservato ai palestinesi al sistema dell'apartheid sudafricano.

Netanyahu e il presidente Donald Trump hanno condotto insieme attacchi militari contro l'Iran per impedire al regime di Teheran di dotarsi di un'arma nucleare, ma il rapporto tra i due si è comunque incrinato. "Che cazzo stai facendo?", avrebbe chiesto il presidente al primo ministro a giugno, a proposito dell'offensiva israeliana contro Hezbollah in Libano. Trump finora non lo ha appoggiato pubblicamente per la rielezione.

Negli Stati Uniti il sostegno a Israele è calato per effetto della guerra a Gaza e del conflitto con l'Iran, soprattutto nell'ala sinistra del Partito Democratico e in una parte della coalizione MAGA che sostiene il presidente. Il dibattito su Israele è così diventato un tema politico interno per entrambi i partiti in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Molti israeliani vorrebbero affidare di nuovo il paese a una figura paterna e rassicurante come fu Yitzhak Rabin. Anche Rabin era stato capo di stato maggiore e aveva comandato l'esercito nella guerra dei Sei giorni prima di entrare in politica. Fino al suo assassinio, nel 1995, era la grande speranza di pace in Medio Oriente. Secondo un'analisi dell'Israel Democracy Institute, un centro di ricerca israeliano, circa due terzi degli ex capi di stato maggiore sono poi entrati nella politica nazionale. Quasi tutti hanno fallito. Ehud Barak diventò primo ministro, ma la sua coalizione cadde dopo venti mesi. Più di recente Benny Gantz, anche lui ex capo di stato maggiore e centrista, che era stato il principale rivale di Netanyahu, ha visto crollare i consensi del suo partito e rischia di non rientrare nella Knesset, il parlamento israeliano.

Le forze armate sono gerarchiche mentre la politica richiede compromessi e quindi una particolare capacità di trattare con le persone, competenze che l'esercito non insegna. "Nell'esercito Ehud Barak, un esempio estremo di politico fallito con un passato militare, poteva urlare ai suoi sottoposti se non gli obbedivano", ha detto a Politico Danny Orbach, storico militare all'Università Ebraica di Gerusalemme. "In politica le persone semplicemente se ne vanno".

Orbach considera Eisenkot un caso diverso: "È molto coscienzioso e profondamente patriottico. Ha buone intenzioni. Senza il fardello di Netanyahu potrebbe essere in grado di ricostruire i rapporti con l'Unione europea e con alcuni settori del Partito Democratico negli Stati Uniti". Lo storico è però critico sulla scarsa esperienza politica dell'ex generale, entrato in parlamento solo quattro anni fa, e sulle posizioni che ha preso da membro del gabinetto di guerra, l'organo ristretto che ha guidato le decisioni militari dopo il 7 ottobre. "Se fosse dipeso da Eisenkot, avrebbe ceduto alle pressioni delle famiglie degli ostaggi e avrebbe messo fine alla guerra", ha detto Orbach. "Oggi saremmo senza i risultati che abbiamo ottenuto: il 60 per cento di Gaza sotto il nostro controllo e Hamas indebolita e isolata".

Eisenkot ha replicato che si tratta di un'alternativa falsa, perché Israele avrebbe potuto chiudere un accordo per riportare a casa gli ostaggi e riprendere più tardi la campagna contro Hamas. Nei suoi comizi, intanto, dagli altoparlanti esce una vecchia canzone di pace israeliana, "Andrà tutto bene".


Kushner incalza Hamas sul disarmo, ma Netanyahu, alle prese con il voto, non cede


I dirigenti di Hamas hanno ribadito ieri il loro impegno a disarmare e a smilitarizzare Gaza durante un incontro tenutosi a El-Alamein, sulla costa egiziana, con Jared Kushner, consigliere e genero del presidente Donald Trump. A riferirlo ad Axios è una fonte a conoscenza diretta del colloquio, durato poco più di due ore e descritto come "molto produttivo" perché avrebbe permesso di definire i passi concreti che il movimento palestinese dovrà compiere. Kushner ha approfittato dell'incontro, il primo con i vertici di Hamas dall'accordo su Gaza dello scorso ottobre, per avvertirli che Israele non si fida delle loro promesse. "Li abbiamo ringraziati per l'impegno, ma vogliamo vedere sforzi reali e non soltanto parole", ha spiegato la fonte.

Oltre a Kushner, secondo Axios, al tavolo sedevano l'alto rappresentante del Board of Peace Nickolay Mladenov, l'ex primo ministro britannico Tony Blair, membro dello stesso organismo, e i consiglieri del Board, Aryeh Lightstone e Liran Tancman. Hamas invece era rappresentato dal dirigente politico Khalil al-Hayya, affiancato dal capo dell'intelligence egiziana Hassan Rashad, dal diplomatico qatarino Ali al-Thawadi e da un alto funzionario turco. Il Board of Peace è l'organismo internazionale previsto dal piano in venti punti della Casa Bianca per sovrintendere alla transizione nella Striscia.

Gaza · Il piano americano

Il disarmo di Hamas si è incagliato su chi deve muoversi per primo

A El-Alamein, in Egitto, Jared Kushner ha incontrato i dirigenti di Hamas per la prima volta dall’accordo su Gaza dello scorso ottobre. Il movimento conferma che consegnerà le armi, ma solo se Israele si muoverà per primo. Netanyahu risponde che le truppe non si ritirano finché le armi non sono deposte.

Grafica di FocusAmerica 17 agosto 2026

Il nodo della seconda fase

Israele
Nessun ritiro finché Hamas non consegna le armi
Netanyahu, dopo aver respinto la tabella di marcia

Stallo

Hamas
Nessuna consegna di armi finché Israele non si ritira
Al-Hayya a Kushner, incontro del 16 agosto

Hamas ha accettato il piano di disarmo il 30 luglio. 18 giorni dopo, la consegna delle armi non è ancora cominciata: ogni condizione aspetta che si muova prima l’altra.

Lo scambio La sequenza Il voto

Lo scambio

Quattro mosse da una parte, quattro dall’altra


A El-Alamein Kushner ha messo nero su bianco i due elenchi. Al momento nessuno dei due è partito.

Hamas si è impegnato a
1Consegnare le armi e le infrastrutture militari
2Cedere il governo della Striscia all’esecutivo tecnico palestinese
3Restare fuori dalla futura amministrazione di Gaza
4Non interferire con il lavoro del nuovo governo

In cambio Israele dovrebbe
1Lasciare entrare la forza internazionale di stabilizzazione
2Avviare la ricostruzione nell’area di Rafah
3Discutere un primo ritiro delle truppe
4Accelerare l’ingresso degli aiuti umanitari

Nel comunicato diffuso al termine dell’incontro, Hamas ha elencato le proprie condizioni — cessate il fuoco permanente, ritiro completo, aiuti, ricostruzione — ma non ha mai nominato il disarmo.

La sequenza

Dieci mesi per arrivare a un tavolo


Dall’accordo di ottobre al primo faccia a faccia tra Kushner e i vertici di Hamas.

Ottobre 2025

Cessate il fuoco

Entra in vigore l’accordo su Gaza: si ferma la guerra e parte la prima fase del piano in venti punti della Casa Bianca.

30 luglio 2026

Disarmo

Hamas accetta il piano di disarmo del Board of Peace, l’organismo internazionale che sovrintende alla transizione nella Striscia.

Agosto 2026

Ritiro

Netanyahu respinge la tabella di marcia in quindici punti: le truppe non lasceranno Gaza finché Hamas non avrà deposto le armi. I raid riprendono.

16 agosto 2026

Negoziato

A El-Alamein, in Egitto, Kushner incontra i dirigenti di Hamas: è il primo faccia a faccia dall’accordo di ottobre. Al tavolo anche Tony Blair, Nickolay Mladenov e i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia.

17 agosto 2026

Politica internaOggi

Kushner vola in Israele per discutere con Netanyahu i passi che spettano a Israele. Lo stesso giorno il Likud vota alle primarie per comporre la lista elettorale.

27 ottobre 2026

Voto

Gli israeliani eleggono la nuova Knesset. Da qui in avanti ogni mossa di Netanyahu passa dal calendario elettorale.

71 I giorni che separano l’incontro di El-Alamein dal voto israeliano. Fino ad allora Netanyahu deve giustificare davanti ai propri elettori ogni passo verso Hamas.

Il voto del 27 ottobre

Netanyahu tratta mentre perde seggi


Media dei tre sondaggi più recenti, uno per istituto (10–16 agosto). La Knesset ha 120 seggi: per governare ne servono 61.

Maggioranza: 61 seggi
Opposizione sionista 59 Partiti arabi 11 Coalizione di Netanyahu 50

I partiti arabi Hadash-Ta’al e Ra’am non sono schierati con nessuno dei due fronti: sono loro, a cavallo della linea, a decidere se qualcuno arriva a 61.

Testa a testa

Likud e Yashar sono appaiati


Kan16 agosto
Likud23
Yashar23

Maariv / Lazar14 agosto
Likud21
Yashar23

Channel 12 / Midgam10 agosto
Likud22
Yashar24

Media dei tre sondaggi10–16 agosto
Likud22
Yashar23

Quanto pesa il calo

Oggi alla Knesset
32

Media dei sondaggi
22
Seggi del Likud nella legislatura uscente

Dieci seggi in meno rispetto a oggi

Chi preferiscono come premier
Eisenkot 41%
Netanyahu 36%

Sondaggio Kan del 16 agosto. Sette giorni prima lo stesso istituto dava Netanyahu avanti con le cifre rovesciate, 41 a 36: il confronto tra i due oscilla di settimana in settimana.

140.000
Iscritti al Likud chiamati alle urne per le primarie

9 su 29
I posti della lista che Netanyahu assegna di persona

4.500
I membri del comitato centrale del Likud che gliene hanno dato il potere

Fonte Axios, Times of Israel, Al Jazeera e CBS News per l’incontro di El-Alamein del 16 agosto 2026. Seggi: media dei sondaggi Kan (16 agosto), Maariv/Lazar Research (14 agosto) e Channel 12/Midgam (10 agosto), un istituto per rilevazione. Preferenza sul premier: Kan, 16 agosto 2026.

Il nodo del disarmo di Hamas


Sul disarmo, ha spiegato la fonte, Kushner non ha lasciato margini: "Ha detto ai dirigenti di Hamas che l'asticella è alta perché Israele non crede che disarmeranno davvero. Ha chiarito che il disarmo non è negoziabile, ma che, se compiranno passi concreti, gli Stati Uniti faranno il possibile perché anche Israele faccia la sua parte". Hamas si è impegnato a consegnare il potere al governo tecnico palestinese, restare fuori dalla futura amministrazione della Striscia e cedere armi e infrastrutture militari.

In cambio, Israele dovrebbe consentire il dispiegamento della forza internazionale di stabilizzazione, avviare la ricostruzione nell'area di Rafah, discutere un primo ritiro delle truppe e accelerare l'ingresso degli aiuti umanitari. L'impegno di Hamas, tuttavia, non è incondizionato. Secondo il Times of Israel, durante lo stesso incontro i suoi dirigenti hanno chiarito che cominceranno a consegnare le armi soltanto se Benjamin Netanyahu si impegnerà pubblicamente a rispettare i termini del piano.

Il primo ministro israeliano ha però già respinto la tabella di marcia in quindici punti approvata dal Board of Peace, ribadendo che le truppe israeliane non lasceranno la Striscia finché Hamas non avrà prima deposto le armi. È questo il principale ostacolo all'avvio della seconda fase del processo di pace: Israele subordina il ritiro al disarmo di Hamas, mentre Hamas pretende che sia Israele a ritirarsi per primo.

I dirigenti di Hamas si sono inoltre lamentati della condotta di Israele a Gaza, a cominciare dalla prosecuzione dei raid militari. Kushner ha replicato ricordando che il movimento ha impiegato 4 mesi per accettare il disarmo. I suoi rappresentanti si sono comunque dichiarati pronti a cedere il governo della Striscia all'esecutivo tecnico e a non interferire con il suo operato, una volta insediato. Hanno anche ringraziato l'Amministrazione statunitense per il miglioramento della situazione umanitaria. Kushner, a sua volta, li ha ringraziati per la collaborazione nel recupero dei corpi degli ostaggi israeliani morti.

Nel comunicato diffuso al termine dell'incontro, Hamas ha ribadito la propria adesione alla tabella di marcia per la seconda fase, citando come condizioni il cessate il fuoco permanente, il completo ritiro israeliano, l'ingresso degli aiuti e l'avvio della ricostruzione. Ha poi accusato Israele di non aver rispettato la prima fase e ha chiesto ai mediatori di costringerlo a onorare gli impegni. Nel testo, tuttavia, il disarmo non è mai menzionato apertamente.

Netanyahu alla prova delle primarie


Oggi Kushner è atteso in Israele per discutere con Netanyahu proprio quei "passi corrispondenti" richiesti da Hamas. La visita coincide con le primarie del Likud: i 140 mila iscritti al partito sono chiamati alle urne dalle 10 alle 21 di oggi per scegliere i candidati della lista elettorale per la Knesset, nonostante il premier avesse cercato di annullare la consultazione e di affidare la selezione a un comitato di sua nomina.

Il mese scorso il comitato centrale del partito, composto da circa 4.500 membri, gli ha comunque concesso il potere di riservare a candidati di sua scelta 9 dei primi 29 posti in lista. La decisione ha ridotto drasticamente il numero delle posizioni contendibili, trasformando il resto della corsa in una battaglia tra i dirigenti che aspirano a un seggio. Alcuni posti sono così già stati assegnati al Ministro degli Esteri Gideon Sa'ar, al presidente del comitato centrale Haim Katz e al Ministro della Difesa Israel Katz.

Il tempismo è importante perché il margine di manovra di Netanyahu si sta sempre più restringendo. In vista delle elezioni del 27 ottobre, i sondaggi assegnano da tempo al Likud tra 22 e 24 seggi, contro i 32 attuali. Una rilevazione dell'emittente pubblica Kan attribuisce 23 seggi sia al Likud sia a Yashar, il partito dell'ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, ora considerato favorito per diventare il prossimo premier israeliano. Seguono B'Yachad con 14 seggi e Yisrael Beytenu, I Democratici e Otzma Yehudit con 10 ciascuno.

Nello stesso sondaggio Eisenkot supera Netanyahu come primo ministro preferito, con il 41% contro il 36%. Sommando gli alleati, il blocco di opposizione arriverebbe a 57 seggi, contro i 52 della coalizione uscente. A decidere gli equilibri potrebbero essere i partiti arabi Hadash-Ta'al e Ra'am, che non sono formalmente schierati con nessuno dei due fronti. Nessuno dei due blocchi, insomma, disporrebbe di una strada semplice verso la maggioranza.

Netanyahu ha invitato gli elettori a votare "per una lista vincente che impedisca a Eisenkot e a Yair Golan di formare un governo di minoranza con i partiti arabi, come hanno promesso". Finora, tuttavia, soltanto Golan, leader dei Democratici, si è dichiarato favorevole alla partecipazione del partito islamista Ra'am a un futuro governo. Eisenkot e gli altri leader dell'opposizione contraria a Netanyahu hanno invece escluso pubblicamente questa possibilità.


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Rifondazione: “Meloni si vergogni e chieda scusa agli italiani” home.rifondazione.eu/2026/08/2… #Antifascismo

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Ab heute gehört Berlin zu den Städten, die öffentlichen Raum mit Videoüberwachung kontrollieren. Und dann gibts gleich noch automatisierte Verhaltenskontrolle obendrauf. Unwidersprochen bleibt das immerhin nicht. Hier die Stimmen einer ganzen Reihe von Kritiker*innen: netzpolitik.org/2026/verhalten…
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Heute beginnt die Installation von Kameras, mit denen die Berliner Polizei die automatisierte Verhaltensanalyse einführen will. An dem Überwachungsprojekt gibt es massive Kritik aus Nachbarschaft, Wissenschaft und Politik. netzpolitik.org/2026/verhalten…
in reply to netzpolitik.org

@KRDigital Soweit mir das Projekt bekannt ist, soll hier an Kriminalitätsschwerpunkten erkannt werden, wenn Bedrohungen entstehen wie z. B. Messer oder andere Waffen ziehen oder Schubsereien. Was macht das System, wenn keine Bedrohung erkannt wird? Ich würde es begrüßen, wenn der öffentliche Raum besseren Schutz erhält. Setzt allerdings auch die Reaktion der Ordnungskräfte voraus. Kameras verhaften keine Täter. Der Artikel erscheint mir zu einseitig.
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Hegseth stringe la presa sull’Esercito e sulla stampa militare


Il segretario dell'Esercito Dan Driscoll si prepara a lasciare l’incarico, mentre il Pentagono licenzia i vertici del giornale militare indipendente per disaccordi con la leadership.

Il Segretario dell’Esercito Dan Driscoll intenderebbe lasciare l’incarico entro la fine dell’anno, se non prima, dopo mesi di tensioni con il segretario alla Difesa Pete Hegseth. Lo ha riferito il Wall Street Journal, citando persone al corrente delle discussioni. La sua uscita lascerebbe l’Esercito privo di vertici confermati dal Senato. Il 2 aprile Hegseth aveva rimosso senza spiegazioni il capo di Stato Maggiore dell'Esercito statunitense, il generale Randy George, e Trump non ha ancora indicato un successore.

L’incarico è ora ricoperto ad interim dal generale Christopher LaNeve, vicecapo di Stato Maggiore dell’Esercito dallo scorso febbraio ed ex consigliere militare dello stesso Hegseth, che da mesi spinge per affidargli definitivamente il comando. La candidatura, tuttavia, non è mai stata formalizzata: nella Commissione Forze Armate del Senato non ci sarebbero i voti repubblicani necessari per approvarla. La senatrice dell’Iowa Joni Ernst ritiene che LaNeve, promosso generale a quattro stelle appena sei mesi fa, non abbia ancora l’esperienza normalmente richiesta per guidare l’Esercito.

Driscoll ha già lasciato la grande residenza riservata al Segretario dell’Esercito a Joint Base Myer-Henderson Hall, la base militare adiacente al cimitero nazionale di Arlington dove abitano diversi alti funzionari del Dipartimento della Difesa, e si è trasferito in un appartamento più piccolo. La sua famiglia è tornata in North Carolina durante l’estate.

Amico di lunga data del vicepresidente JD Vance, Driscoll si sarebbe attirato l’ostilità di Hegseth già nei primi giorni dell’Amministrazione, quando propose di organizzare una visita di Vance e Trump alle truppe per presentare il progetto di riforma dell’Esercito. Nei suoi diciotto mesi da Segretario ha costruito uno stretto rapporto con il generale George: insieme hanno promosso l’adozione di nuove tecnologie e, nel novembre 2025, si erano recati in Ucraina con il generale Chris Donahue, allora comandante delle forze statunitensi in Europa e Africa. Durante quel viaggio Driscoll assunse di fatto il ruolo di inviato dell’Amministrazione, presentando a Volodymyr Zelensky il piano di pace in 28 punti sul quale l’Ucraina accettò di avviare negoziati.

Al ritorno, Driscoll invitò l’Esercito a seguire l’esempio delle forze ucraine nell’impiego sul campo di battaglia di tecnologie disponibili sul mercato. Sotto la sua guida, secondo i calcoli del Wall Street Journal, aziende private hanno promesso investimenti per oltre 25 miliardi di dollari destinati alla costruzione di centri dati, impianti per la raffinazione di minerali critici e mense nelle basi statunitensi. Quando i parlamentari gli hanno chiesto conto dell’improvvisa rimozione del generale George, Driscoll ha risposto di essere anche lui molto legato al generale, definendolo un leader straordinario capace di trasformare l’Esercito.

Tre licenziamenti in un giorno a Stars and Stripes


Nella stessa settimana il Dipartimento della Difesa ha licenziato l’editore e il direttore di Stars and Stripes, il giornale finanziato dal Pentagono al quale la legge garantisce l’indipendenza editoriale. A raccontarlo al Washington Post è stato il direttore uscente Erik Slavin, che ha ricevuto la lettera di licenziamento insieme alla giornalista Lara Korte, corrispondente dal Medio Oriente. Anche l’editore Max Lederer, che pochi giorni prima aveva annunciato il proprio ritiro, ha ricevuto lo stesso provvedimento.

Il Pentagono ha confermato i tre licenziamenti, contestando a Lederer e Slavin un comportamento insubordinato, e ha precisato che gli interessati dispongono di cinque giorni per presentare ricorso. All’origine dello scontro c’è un servizio della CBS trasmesso a luglio, al quale, secondo il Dipartimento, Slavin e Korte avrebbero partecipato senza autorizzazione. "Lavoro per Stars and Stripes, non per il Pentagono, per un’Amministrazione o per chi decide le politiche. Sono qui per raccontare la comunità militare", aveva dichiarato Korte.

Slavin aveva invece definito la censura del giornale una linea invalicabile, principio che ha ribadito dopo il licenziamento. Secondo due persone informate sulla vicenda, prima della rimozione di Lederer un funzionario del Pentagono, Andrew Brey, gli aveva scritto chiedendogli di licenziare entrambi i giornalisti.

La stretta sull’indipendenza del giornale


Nato durante la guerra civile e pubblicato senza interruzioni dalla Seconda guerra mondiale, Stars and Stripes opera in autonomia dal Pentagono in base a un assetto stabilito nel 1994, pur ricevendo dal Dipartimento circa il 65% del proprio bilancio. La testata è però sotto pressione da marzo, quando è stato varato un piano di "modernizzazione" che le vieta di utilizzare agenzie di stampa, contenuti in syndication e persino fumetti. Il piano impone inoltre che ogni articolo sia compatibile con il "buon ordine e la disciplina", una formula tratta dal Codice uniforme di giustizia militare.

Due membri del consiglio consultivo hanno fatto causa al governo, definendo il piano come una forma illegale di censura. Ad aprile era già stata licenziata l’ombudsman, incaricata dal Congresso di proteggere l’indipendenza della testata, che a giugno ha citato in giudizio il governo invocando il Primo Emendamento. Questo mese il Pentagono ha inoltre nominato vicedirettore editoriale il capitano di vascello in servizio attivo William Urban, senza consultare Lederer. Un gruppo di senatori democratici ha scritto a Hegseth per denunciare il rischio di un’ulteriore erosione dell’autonomia del giornale. Il presidente del consiglio degli editori, Rufus Friday, ha espresso il timore che le ultime decisioni possano comprometterne la credibilità.

In una lettera aperta pubblicata venerdì, Urban non ha commentato i licenziamenti e ha affermato di aver ricevuto dall’ufficio del Segretario alla Difesa rassicurazioni sull’indipendenza editoriale. A dimostrazione dell’autonomia della testata, Urban ha citato le recenti inchieste sulle pessime condizioni a bordo della portaerei Abraham Lincoln.

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Una bambina di quattro anni è morta di difterite a Palermo. Non era vaccinata: i genitori temevano un legame tra vaccino e autismo, una teoria smentita dalla scienza da decenni.
È la prima vittima di questa malattia in Italia da oltre trent'anni, per un vaccino che è obbligatorio per legge dal primo anno di vita.

Non è una fatalità isolata. È l'esito di anni in cui la sfiducia verso la scienza è stata legittimata anche dalla politica: durante la pandemia, chi oggi governa cavalcava la protesta contro l'obbligo vaccinale e il green pass in nome della "libertà di scelta", intercettando un elettorato che si sentiva escluso dalle misure sanitarie.

Perché le parole subdole di chi oggi guida il Paese non restano confinate ai talk show: si depositano nei quartieri più fragili, dove l'informazione corretta arriva meno e le teorie del complotto trovano terreno fertile. Il quartiere Zen di Palermo, dove viveva la piccola Anna Rosa, è uno di questi.

La giustizia stabilirà le responsabilità dei genitori.
Ma chi ha soffiato sul dubbio e sulla paura per anni, in cerca di consenso, non può chiamarsi fuori adesso che quel dubbio ha portato dei genitori a non vaccinare una bambina morta poi di difterite.

Servirebbe ribadire con fermezza che i vaccini salvano vite: senza eccezioni, senza ambiguità, senza convenienza elettorale.

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Am Freitag hatte mir eine Sprecherin der Berliner Polizei noch erzählt, der erstmalige Aufbau von Videoüberwachung in der Stadt sei noch eine Weile hin, komme womöglich erst am Jahresende. Jetzt, zwei Tage später, am Sonntagmorgen, ist es dann doch schon so weit. Arbeiter hängen die ersten Kameras an den Kotti. Sind empört, dass sie Sonntag arbeiten müssen, aber "Polizei will das so".

Die Zeitenwende beginnt.

Menschenfeindliches Detail: die ersten Kameras werden da installiert, wo sich zuvor immer die Süchtigen trafen.

netzpolitik.org/2026/verhalten…

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Am Kottbusser Tor in Berlin werden seit heute rund 30 Überwachungskameras installiert und an ein KI-System angeschlossen, das prüft, wer artig ist und wer nicht. Weitere Areale sollen folgen. Menschen, die sich regelmäßig am Kotti aufhalten, sind von dem Überwachungsprojekt überrascht.

netzpolitik.org/2026/verhalten…

in reply to netzpolitik.org

Der Bürger in den eigenen vier Wänden unterliegt strengen Regeln, sobald er eine Reinigungskraft od. Gäste filmt (Gefahr v. Straftatbeständen).

Konzerne u. Staat nutzen Grauzonen, "berechtigte Interessen" od. weichen Gesetze über Sicherheitsnovellen auf, um diese KI-Verhaltensanalyse flächendeckend zu etablieren.

Das Verbot bröckelt an allen Ecken durch wirtschaftliche Interessen u. Sicherheitsinteressen des Staates, während der Einzelne das Gefühl hat, gläsern zu werden.

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☕ CYBERBRIEFING MATTUTINO — Domenica 23 agosto 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
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#newsletter #cybersecurity
@informatica

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Wenn #KI zukünftig über Menschenleben entscheidet. Für Demokratie und Rechtsstaat scheint kein Platz mehr zu sein 😔


Ein geplantes Gesetz soll mehr Automatisierung in #BAMF, Ausländerbehörden und Co. bringen. Die Integrationsbeauftragte begrüßt den #KI-Einsatz in der Migrationsverwaltung. Doch Menschenrechtsorganisationen warnen vor Diskriminierung und Entscheidungen über Menschenleben.

netzpolitik.org/2026/ki-in-der…


#ki
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Il debito americano supera i 40mila miliardi e spaventa i mercati


Il rialzo dei rendimenti dei titoli del Tesoro mette sotto pressione Washington e minaccia la Borsa, mentre tasse e tagli alla spesa restano politicamente impraticabili.

Venerdì il rendimento dei titoli di Stato americani a trent'anni ha superato il 5,27%, in lieve rialzo rispetto al giorno precedente: un segnale che il piano del Segretario al Tesoro Scott Bessent per calmare i mercati non sta funzionando. La svendita di questa settimana ha spinto il costo del debito pubblico ai livelli più alti degli ultimi vent'anni e costretto il Dipartimento del Tesoro a un intervento straordinario. Mercoledì Bessent ha annunciato che dal 9 settembre più che raddoppierà i riacquisti di titoli, portandoli ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione.

I rendimenti sono scesi per poche ore, poi hanno ripreso a salire. Dopo decenni di spesa senza freni, Washington potrebbe così presto trovarsi di fronte a scelte a lungo rinviate e politicamente indigeste, dalle quali pochi americani uscirebbero indenni. Il problema si riassume in due cifre. La prima è il debito nazionale, che mercoledì ha superato i 40mila miliardi di dollari, appena cinque mesi dopo aver raggiunto quota 39mila miliardi. La seconda è il disavanzo annuo: le proiezioni del Congressional Budget Office, l'ufficio di bilancio indipendente del Congresso, lo indicano a 1.900 miliardi per l'anno fiscale in corso. Nei primi dieci mesi ha già raggiunto 1.800 miliardi e il Washington Post stima che possa arrivare alla cifra record di 2.100 miliardi.

Gli Stati Uniti spendono più di mille miliardi di dollari l'anno soltanto per gli interessi sul debito pubblico, più di quanto destinino a Medicare, il programma sanitario per gli anziani. Nel 2010, invece, quella voce di spesa ammontava a meno di un quinto della cifra attuale. Quando cerca acquirenti per i propri titoli, il Tesoro deve inoltre competere con altri governi e con le imprese, in particolare con i colossi tecnologici che stanno costruendo l'infrastruttura americana dell'intelligenza artificiale. Questa concorrenza per i capitali consente agli investitori di chiedere rendimenti più elevati.

"È questo che il mercato obbligazionario sta segnalando: dovremo compiere scelte che danneggeranno la crescita", ha detto al Washington Post Adam Abbas, che gestisce 4 miliardi di dollari in obbligazioni per Oakmark Funds. "Abbiamo due leve: alzare le tasse o tagliare la spesa. Nessuna delle due è popolare e non lo sarà mai, ma prima o poi il problema dovrà essere affrontato". Marc Goldwein, direttore delle politiche del Committee for a Responsible Federal Budget, teme invece l'innesco di una spirale del debito, nella quale la spesa per interessi finisce per crescere più rapidamente dell'economia che dovrebbe sostenerla.

Stati Uniti · Conti pubblici

Il debito americano ha superato i 40mila miliardi, e il conto comincia ad arrivare

In dieci anni Washington ha accumulato più debito che nei due secoli precedenti. Il mercato obbligazionario chiede ora una scelta rinviata da decenni: alzare le tasse o tagliare la spesa.

Grafica di FocusAmerica 22 agosto 2026

Debito federale lordo degli Stati Uniti
40.050
miliardi di dollari
Dato del Dipartimento del Tesoro al 18 agosto 2026

5 mesi
per passare da 39mila a 40mila miliardi. Per i primi mille miliardi servirono quasi due secoli.

5,27%
il rendimento dei titoli a trent’anni: il costo del debito è ai massimi da vent’anni.

1.900 mld
il disavanzo previsto dal Congressional Budget Office per l’anno fiscale in corso.

La velocità del debito
Per i primi 10mila miliardi servirono 219 anni. Per gli ultimi ne sono bastati quattro e mezzo

Ogni barra misura il tempo impiegato ad accumulare 10mila miliardi di dollari di debito. Le soglie sono cadute il 30 settembre 2008, nel settembre 2017, all’inizio del 2022 e il 18 agosto di quest’anno.

Primi 10mila miliardi: 219 anni, dal 1789 al 2008, circa 46 miliardi l’anno. Dai 10mila ai 20mila: 9 anni, dal 2008 al 2017, circa 1.100 miliardi l’anno. Dai 20mila ai 30mila: quattro anni e mezzo, dal 2017 al 2022, circa 2.300 miliardi l’anno. Dai 30mila ai 40mila: quattro anni e mezzo, dal 2022 al 2026, circa 2.200 miliardi l’anno.

La lunghezza delle barre è proporzionale agli anni impiegati. Le ultime tre soglie, messe insieme, valgono meno di un decimo del tempo della prima.

Rispetto ai primi due secoli di storia americana, oggi Washington si indebita quasi cinquanta volte più in fretta.

La traiettoria
Nel 2030 il debito supera il record della seconda guerra mondiale

Il debito detenuto dal pubblico vale oggi il 101% del prodotto interno lordo. Dopo la guerra il Paese lo ridusse per trent’anni; alla fine degli anni Novanta i bilanci in pareggio di Bill Clinton lo portarono a un terzo del PIL. Il CBO prevede ora il 120% nel 2036.

Debito detenuto dal pubblico in percentuale del PIL: 106% nel 1946, 33% nel 2001, 101% nel 2026, 108% nel 2030, 120% nel 2036 secondo le proiezioni del Congressional Budget Office.

Passa il dito o il mouse sul grafico per leggere i valori anno per anno. A destra della linea del 2026 i dati sono proiezioni.

Chi lo detiene
Il Tesoro dice che il totale sovrastima il problema. Ma quattro quinti sono debito verso il mercato

Bessent ricorda che una parte del debito il governo la deve a se stesso, soprattutto ai fondi della previdenza sociale. Restano comunque 32.200 miliardi in mano a investitori esterni, un terzo dei quali all’estero.

I 40mila miliardimiliardi di dollari

32.200
7.800

32.200 miliardidetenuti dal pubblico: enti locali, imprese, investitori e governi stranieri 7.800 miliardidentro il governo federale, soprattutto nei fondi della previdenza sociale

Il debito verso il mercatosu 32.200 miliardi

55%
32%
14%

55% americanisoggetti pubblici e privati degli Stati Uniti 32% straniericirca 10.300 miliardi di dollari 14% Federal Reservetitoli acquistati dalla banca centrale

Il conto
Mille miliardi l’anno di soli interessi. E dal 2032 gli assegni previdenziali calano del 22%

Gli interessi sul debito hanno superato la spesa per Medicare e per la difesa: sono la seconda voce del bilancio federale, dopo la previdenza sociale. Nel 2010 costavano meno di un quinto di oggi.

Interessi netti sul debito, 20261.000 mld

Interessi netti sul debito, 2036 (proiezione CBO)2.100 mld

La previdenza sociale esaurisce le riserve nel quarto trimestre del 2032

Da quel momento le entrate correnti coprirebbero soltanto il 78% delle prestazioni previste. Il taglio sarebbe automatico e riguarderebbe tutti i beneficiari.

78% pagato
−22%

Assegni previsti oggiDal 2032

Secondo la stima del CBO comprensiva di interessi ed effetti macroeconomici, la legge fiscale approvata l’anno scorso aggiunge 4.700 miliardi ai disavanzi del prossimo decennio.

Fonte Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (debito lordo al 18 agosto 2026); Congressional Budget Office, The Budget and Economic Outlook: 2026 to 2036 (febbraio 2026); Office of Management and Budget, Historical Tables, per la serie storica del debito in rapporto al PIL; Committee for a Responsible Federal Budget per la composizione del debito verso il mercato; Social Security Trustees Report (giugno 2026).
Nota Il rendimento dei titoli a trent’anni è quello di venerdì 21 agosto 2026. Le percentuali sulla composizione del debito verso il mercato sono arrotondate. I valori dal 2027 in poi sono proiezioni a legislazione vigente.

Un debito raddoppiato in dieci anni


Tra il 1789 e il 2016 il governo federale americano ha accumulato poco più di 19 mila miliardi di dollari di debito. Nei dieci anni successivi, durante le presidenze di Donald Trump e Joe Biden, se ne sono aggiunti altri 20 mila miliardi: in appena un decennio, il totale è quindi raddoppiato. Secondo il Congressional Budget Office (CBO), il debito detenuto dal pubblico equivale quest’anno al 101% del prodotto interno lordo e salirà al 120% entro il 2036, superando il record del 106% raggiunto all’indomani della Seconda guerra mondiale.

Alla fine degli Anni Novanta, tuttavia, Bill Clinton e un Congresso controllato dai repubblicani avevano chiuso quattro bilanci consecutivi in pareggio e il governo federale aveva cominciato a ridurre il debito. Nel 2001 il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan tenne persino un discorso per avvertire che la possibile scomparsa dei titoli del Tesoro avrebbe potuto destabilizzare i mercati finanziari. Era convinto che quel momento sarebbe davvero arrivato. Poi è arrivato l'11 settembre ed è cambiato tutto di nuovo.

Storicamente parlando, i rapidi rialzi dei rendimenti tendono a propagarsi nel sistema finanziario in modi imprevedibili. Nel 2023 la Silicon Valley Bank fallì perché l'aumento dei tassi aveva aperto una voragine nel suo bilancio. Oggi, invece, i punti deboli potrebbero trovarsi altrove. Secondo i verbali della riunione della Fed del 28 e 29 luglio, il ricorso al denaro preso in prestito per finanziare gli investimenti da parte di alcuni dei maggiori hedge fund americani è "vicino ai massimi storici". Le compagnie di assicurazione sulla vita, tradizionalmente prudenti, detengono invece attività rischiose che sarebbe difficile liquidare rapidamente durante una crisi.

Rebecca Patterson, ex responsabile delle strategie di investimento di Bridgewater Associates e oggi al Council on Foreign Relations, invita a guardare anche oltre i confini americani, perché la prossima scossa potrebbe partire dalla Francia o dal Giappone. Alla fine di marzo il debito mondiale complessivo aveva raggiunto il record di 353mila miliardi di dollari, secondo l'Institute of International Finance, con un aumento di 4.400 miliardi in appena tre mesi. Già allora l'istituto segnalava che alcuni investitori stavano spostando capitali dai titoli americani verso quelli giapponesi ed europei.

Bessent sostiene invece che non vi sia "nulla di magico" nella soglia dei 40mila miliardi e che gli Stati Uniti possano crescere abbastanza da lasciarsi il problema alle spalle. In un'intervista alla CNBC ha attribuito parte del recente aumento del debito ai rimborsi dei dazi dopo che il 20 febbraio la Corte Suprema aveva bocciato, con 6 voti contro 3, i dazi d'emergenza imposti da Trump lo scorso anno, che fino a quel momento avevano generato oltre 160 miliardi di dollari di entrate. La questione dei rimborsi è ora all'esame della Corte del Commercio Internazionale. Il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer, ha aggiunto Bessent, intende però applicare dazi di entità analoga e alla fine le entrate del 2026 dovrebbero risultare paragonabili a quelle del 2025.

Il Segretario sostiene inoltre che il debito complessivo sovrastimi la portata del problema, perché una parte è nelle mani dello stesso governo. Dei 40mila miliardi di dollari, oltre 32.200 miliardi sono detenuti dal pubblico — enti locali, imprese, investitori e governi stranieri — mentre circa 7.800 miliardi restano all'interno del governo federale, soprattutto nei fondi fiduciari come quello della previdenza sociale. Secondo il Committee for a Responsible Federal Budget, circa il 32% del debito detenuto dal pubblico appartiene a soggetti stranieri, il 55% a soggetti americani pubblici e privati e il 14% alla Federal Reserve.

Anche JD Vance assicura che una strategia esiste. "Bessent ha un piano molto discreto, sostenuto naturalmente dal presidente, per portare gli Stati Uniti al punto in cui l'economia possa crescere più rapidamente del proprio debito", ha detto il vicepresidente a Newsmax. Vance ha aggiunto che il Paese sarebbe già sulla buona strada e che la "bomba del debito" sarebbe stata ereditata dall'Amministrazione Biden.

In arrivo nuovi tagli alla spesa federale?


Il primo tentativo di ridurre la spesa pubblica, quello del Department of Government Efficiency di Elon Musk, ha però sconvolto ampi settori del governo federale senza riuscire a documentare i risparmi rivendicati. Bessent promette ora "diverse centinaia di miliardi di dollari" di nuovi risparmi grazie a una task force contro le frodi guidata dallo stesso Vance. Gli economisti di Barclays hanno però scritto ai propri clienti che, a meno di tre mesi dalle elezioni di novembre, il risanamento promesso difficilmente si concretizzerà.

In effetti, al Congresso il dibattito non va molto oltre le dichiarazioni di rito. Il senatore repubblicano dello Utah John Curtis, promotore di una proposta bipartisan per creare una Commissione incaricata di riportare il debito sotto il 100% del prodotto interno lordo entro il 2039, ha scritto su X che la spesa sconsiderata di Washington è immorale perché lascia il proprio conto a figli e nipoti. L'anno scorso, tuttavia, ha votato anche lui a favore della legge fiscale di Trump, che secondo la stima dinamica del CBO — comprensiva degli interessi e degli effetti macroeconomici — aggiungerà 4.700 miliardi di dollari ai disavanzi del prossimo decennio.

Altri parlamentari propongono una Commissione per salvare la previdenza sociale. Un rapporto pubblicato a giugno prevede che il fondo pensionistico esaurirà le proprie riserve nel quarto trimestre del 2032, un anno prima di quanto stimato in precedenza proprio per effetto della legge fiscale. Da quel momento le entrate disponibili permetterebbero di pagare soltanto il 78% delle prestazioni previste, con un taglio automatico del 22%.

Il senatore repubblicano della Louisiana Bill Cassidy, tra i promotori della proposta di legge, avverte però che nessuno dovrebbe aspettarsi da quella Commissione una soluzione per l'intero debito: prima di camminare, ha osservato, bisogna imparare a gattonare. Jason Fichtner, ex capo economista dell'agenzia previdenziale, non prevede un default né una bancarotta da parte dello Stato federale, ma un aumento del costo della vita per tutti.

Il timore che a saltare sia prima la Borsa


Il conto potrebbe però arrivare prima e da un'altra parte. In un commento pubblicato su MarketWatch, Brett Arends sostiene che gli Stati Uniti si trovino già dentro una bolla azionaria e che lo sfaldamento del mercato delle obbligazioni a lungo termine aumenti le probabilità di un suo imminente scoppio. Arends riprende i segnali elencati dall'ex governatore della Fed Bill Dudley e li riconduce a 3 elementi: valutazioni azionarie fuori scala, qualunque sia il parametro utilizzato, un boom finanziario dell'intelligenza artificiale che presenterebbe le dinamiche tipiche di uno schema Ponzi e il rialzo dei tassi a lungo termine.

Il terzo elemento è decisivo per un principio fondamentale della finanza aziendale: il rendimento dei titoli del Tesoro rappresenta, infatti, il tasso privo di rischio sul quale vengono valutate tutte le altre attività finanziarie. Se aumenta, spinge verso l'alto anche i rendimenti richiesti dagli investitori per acquistare azioni e obbligazioni societarie. Secondo Arends, il circuito finanziario dell'intelligenza artificiale è ancora più fragile. Citando una ricerca di Goldman Sachs, sostiene che oltre il 40% dell'aumento degli utili delle società dell'indice S&P 500 nel secondo trimestre sia derivato dalle plusvalenze sulle partecipazioni in aziende del settore.

I risultati trimestrali danno un'idea delle dimensioni del fenomeno. Gli utili complessivi dell'indice sono cresciuti del 52%, ma senza quelle plusvalenze l'aumento si riduce al 33%. Nel solo trimestre Amazon ha contabilizzato 53,4 miliardi di dollari di proventi non operativi prima delle imposte, dovuti in gran parte alla partecipazione in Anthropic, mentre Alphabet ha registrato 77,1 miliardi di dollari di plusvalenze non realizzate su titoli azionari.

Il rialzo delle quotazioni, in altre parole, viene contabilizzato come utile e quell'utile diventa poi un argomento per giustificare un ulteriore aumento delle quotazioni. Matt Miskin, corresponsabile delle strategie di investimento di Manulife John Hancock Investments, riassume il trimestre con un vecchio detto: gli utili sono un'opinione, mentre il flusso di cassa è un dato di fatto. Dal punto di vista della liquidità, osserva, molte delle maggiori aziende tecnologiche sono oggi in rosso perché stanno spendendo somme enormi per costruire nuovi data center. Per finanziare questi investimenti hanno dovuto emettere obbligazioni e persino nuove azioni.

Arends ricorda infine che cosa accadde l'ultima volta che gli investitori cominciarono a dubitare di poter recuperare il proprio denaro: prima Dubai, alla fine del 2009, poi Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Dai massimi del 2007, i mercati azionari di quei Paesi persero tra il 65% e l'85% in dollari, prima di toccare il fondo intorno al 2012. Nessuno conosce il giorno né l'ora di un nuovo crollo del mercato, conclude Arends. Chi avvertiva dei pericoli alla fine degli anni Novanta e a metà degli anni Duemila ebbe ragione soltanto dopo essere sembrato in errore per molto tempo.


I titoli di Stato americani stanno perdendo lo status di bene rifugio


I titoli del Tesoro statunitense stanno perdendo sempre di più il loro status di bene rifugio. La corsa dei rendimenti, che martedì ha portato quello del trentennale al 5,337%, il livello più alto da diciannove anni, non si spiega soltanto con l’inflazione persistente o con il boom del debito emesso dalle imprese per finanziare l’intelligenza artificiale. Secondo un’analisi del Wall Street Journal, invece, i titoli americani rendono ormai più di alcuni attivi comparabili considerati meno sicuri e, nei momenti di tensione, non si comportano più come un bene rifugio.

Dalla pandemia in poi gli Stati Uniti hanno inondato il mercato di nuovo debito, arrivato questa settimana a 40 mila miliardi di dollari includendo anche la quota detenuta da enti pubblici. Nulla lascia pensare che il flusso sia destinato a fermarsi. Dopo la crisi finanziaria globale era accaduto l’opposto: il debito federale era aumentato rapidamente, ma i rendimenti erano comunque scesi perché il credito privato era crollato e strumenti considerati sicuri, come i titoli garantiti da mutui con il rating più alto, si erano rivelati tutt’altro che tali.

Debito federale · Mercato dei Treasury

I Treasury hanno smesso di comportarsi da bene rifugio

Il rendimento del trentennale americano ha toccato il livello più alto da diciannove anni. Ma il punto non è solo l’inflazione: oggi gli investitori chiedono di più per assorbire il debito degli Stati Uniti, non meno per metterlo al sicuro.

Grafica di FocusAmerica 20 agosto 2026

Rendimento del Treasury a trent’anni, martedì
5,337%
È il valore più alto dall’aprile 2007: da diciannove anni gli Stati Uniti non pagavano tanto per farsi prestare denaro così a lungo.

4,00% Picco dell’aprile 2007: 5,44%

40.000 mld $
Il debito federale raggiunto questa settimana, compresa la quota in mano a enti pubblici

2.100 mld $
Il disavanzo che l’Ufficio Congressuale del Bilancio prevede per quest’anno

I quattro passaggi dell’analisi
Il segno Il premio I conti Le mosse

Il segno che si è invertito

I Treasury rendevano meno di tutti. Oggi rendono di più


Per decenni chi comprava titoli americani accettava un rendimento più basso in cambio della sicurezza. Dal 2022 quel vantaggio è sparito: nei tre confronti che gli economisti usano come metro, lo scarto ha cambiato segno.

Fino al 2021 Dal 2022

Parità
I Treasury rendono di più
I Treasury rendono di meno

Swap sui tassi d’interesse
Obbligazioni di imprese con il rating più alto
Titoli di altri Stati, coperti dal rischio di cambio

Quando le borse scendono, oggi i rendimenti dei Treasury salgono: è successo dopo l’annuncio dei dazi del «Liberation Day». Un bene rifugio dovrebbe fare l’esatto contrario.
Schema qualitativo: indica la direzione dello scarto, non la sua ampiezza. Il tratteggio segna la posizione precedente. Il confronto con le obbligazioni societarie tiene conto del rischio d’insolvenza.

La misura del cambiamento

Un terzo dell’aumento non dipende né dall’inflazione né dalla Federal Reserve


Dal 2015 i rendimenti sono saliti di 2,5 punti percentuali. L’economista del Massachusetts Institute of Technology Ricardo Caballero calcola quanta parte di quella salita dipenda da un fatto nuovo: gli investitori chiedono di essere pagati di più per assorbire il debito che il Tesoro immette sul mercato.

Aumento dei rendimenti dal 2015 2,5 punti

1,75 punti Inflazione persistente, politica monetaria e altri fattori di mercato
0,75 punti Il passaggio dal premio di sicurezza al premio di assorbimento

Dopo la crisi del 2008 gli economisti parlavano di penuria di attivi sicuri: tutti volevano titoli americani e ce n’erano pochi, così i rendimenti scendevano. Oggi vale il contrario: ce ne sono troppi, e il mercato si fa pagare per assorbirli.
Ripartizione stimata da Caballero combinando lo scarto con gli swap sui tassi e l’aumento del premio a termine.

L’obiettivo mancato

Bessent voleva dimezzare il disavanzo: quest’anno cresce ancora


Il Segretario al Tesoro aveva promesso di riportare il disavanzo al 3% del prodotto interno lordo, contenendo l’inflazione con più energia e alzando la produttività con l’intelligenza artificiale. La guerra con l’Iran e una sentenza della Corte Suprema hanno spinto i conti nella direzione opposta.

Disavanzo dell’anno fiscale 2024 1.800 mld $

Previsione dell’Ufficio Congressuale del Bilancio per quest’anno 2.100 mld $

L’obiettivo indicato da Bessent: il 3% del prodotto interno lordo circa la metà

−250 mld $
Le entrate doganali che verranno a mancare rispetto alle stime precedenti
Dopo che la Corte Suprema ha annullato i dazi imposti con i poteri d’emergenza

1.900 mld $
Le obbligazioni di alta qualità che le imprese emetteranno quest’anno, secondo Barclays
Una cifra record, in gran parte per costruire data center

Il debito pubblico e quello delle imprese si contendono gli stessi compratori: più carta arriva sul mercato, più sale il rendimento che gli investitori pretendono.

La risposta del Tesoro

Invece di agire sulle cause, Bessent interviene sul mercato


Tocca ogni passaggio per aprirlo. In poche settimane il Dipartimento del Tesoro ha spostato le emissioni sulle scadenze brevi, difeso lo yen senza vendere titoli americani e raddoppiato i riacquisti senza preavviso.


La scelta di fondo
Il disavanzo si finanzia con titoli a breve termine+

Il Tesoro copre una quota crescente del disavanzo con scadenze corte ed evita di ampliare le aste sui titoli lunghi. Ha anche lasciato intendere che alcune di quelle aste potrebbero essere ridotte. Il prezzo lo pagherà chi verrà dopo: quel debito andrà rinnovato, forse a tassi ancora più alti.


Fine luglio · Inizio agosto
Lo yen viene difeso in euro, non in dollari+

Con la valuta giapponese ai minimi da quarant’anni, Washington interviene insieme a Tokyo. Gli Stati Uniti comprano yen usando euro e non dollari, per non dover vendere titoli americani.


La richiesta alla Federal Reserve
Più dollari alle banche centrali estere, in cambio di garanzie+

Bessent chiede di ampliare la FIMA repo facility, lo strumento con cui le banche centrali straniere ottengono dollari lasciando in garanzia titoli americani. Oggi il limite è di 60 miliardi di dollari al giorno per ciascuna controparte. L’obiettivo è evitare che il Giappone venda Treasury per difendere lo yen.


Mercoledì · L’annuncio a sorpresa
I riacquisti raddoppiano: da 2 a 4 miliardi per operazione+

L’aumento riguarda i titoli con scadenza fra dieci e trent’anni e vale dal 9 settembre al 4 novembre. I rendimenti sono scesi subito, ma dagli anni Settanta le emissioni erano sempre state «regolari e prevedibili», annunciate durante i rifinanziamenti trimestrali. Blake Gwinn di RBC Capital Markets avverte che titoli meno prevedibili diventano più volatili, e chi li compra chiederà di essere pagato anche per quello.

Il punto
Finché il debito cresce e il Tesoro agisce sul mercato invece che sui conti, chi compra Treasury continuerà a chiedere di essere pagato di più.

Fonte Wall Street Journal; studi di Ricardo Caballero (MIT) e di Hanno Lustig (Stanford University) con Roberto Gómez-Cram e Howard Kung per l’Aspen Economic Strategy Group; Ufficio Congressuale del Bilancio; Barclays; Dipartimento del Tesoro. Rendimenti al 18 agosto 2026; massimo dell’aprile 2007 secondo i dati di mercato citati da The Hill.

Dal premio di sicurezza al premio di assorbimento


L’economista del Massachusetts Institute of Technology Ricardo Caballero aveva definito quella situazione una “penuria di attivi sicuri”: la forte domanda di titoli ritenuti estremamente affidabili si scontrava con un’offerta limitata, spingendone i rendimenti verso il basso. In un recente studio Caballero sostiene però che il rapporto si sia ormai rovesciato. Gli investitori, anziché accontentarsi di rendimenti modesti in cambio della sicurezza, ne chiedono invece di più elevati per assorbire l’enorme quantità di debito immessa sul mercato. Il premio di sicurezza si sarebbe così trasformato in un premio di assorbimento.

Un indizio arriva dal confronto con gli swap sui tassi d’interesse, derivati utilizzati per gestire l’esposizione alle oscillazioni dei tassi e impiegati come riferimento per il costo del credito alle imprese. Storicamente i titoli del Tesoro rendevano meno degli swap, oggi invece rendono di più. Combinando questo indicatore con l’aumento del premio a termine, Caballero calcola che il passaggio dal premio di sicurezza a quello di assorbimento spieghi circa 0,75 punti percentuali dei 2,5 punti di aumento dei rendimenti registrati dal 2015.

A conclusioni simili arriva uno studio di Hanno Lustig, della Stanford University, realizzato con Roberto Gómez-Cram e Howard Kung per l’Aspen Economic Strategy Group. In passato i titoli del Tesoro americani rendevano meno delle obbligazioni societarie con il rating più alto anche dopo aver tenuto conto del rischio d’insolvenza. Dal 2022 questo vantaggio è scomparso; lo stesso è avvenuto rispetto ai titoli di altri Stati sovrani, una volta coperto il rischio di cambio. Gli autori segnalano inoltre che, quando le borse scendono, oggi i rendimenti dei Treasury tendono a salire, come avvenne dopo l’annuncio dei dazi del “Liberation Day” da parte di Donald Trump. Anche le notizie su disavanzi di bilancio più ampi del previsto spingono i rendimenti verso l’alto.

Bessent interviene sul mercato, non sui conti


Questa dinamica era cominciata prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, ma l’attuale Amministrazione non è riuscita a invertirla. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva inizialmente indicato tra le priorità del presidente la riduzione dei rendimenti, che avrebbe contribuito ad abbassare anche i tassi sui mutui. L’obiettivo sarebbe dovuto essere raggiunto contenendo l’inflazione attraverso una maggiore produzione di energia, aumentando la produttività grazie all’intelligenza artificiale e riducendo il disavanzo, pari a 1.800 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024.

È andata in maniera del tutto diversa. La guerra con l’Iran ha spinto verso l’alto i prezzi dell’energia e l’inflazione, mentre l’Ufficio Congressuale del Bilancio (CBO) prevede per quest’anno un disavanzo di 2.100 miliardi di dollari, pari a circa il doppio dell’obiettivo del 3% del prodotto interno lordo indicato inizialmente da Bessent. Una parte significativa del peggioramento deriva dalle entrate doganali, stimate in circa 250 miliardi in meno rispetto alle precedenti previsioni dopo che la Corte Suprema ha annullato i dazi inizialmente imposti dall’Amministrazione ricorrendo ai poteri economici d’emergenza. Nel frattempo, secondo Barclays, le imprese emetteranno quest’anno la cifra record di 1.900 miliardi di dollari di obbligazioni di alta qualità, in larga parte per finanziare la costruzione di data center.

Secondo il Wall Street Journal, anziché intervenire sulle cause che sono alla base di questa situazione, Bessent ha scelto di agire direttamente sul mercato. Il Dipartimento del Tesoro sta così finanziando una quota crescente del disavanzo con titoli a breve termine, evitando di ampliare le aste sulle scadenze più lunghe, e ha lasciato intendere che alcune di queste aste potrebbero perfino essere ridotte.

I riacquisti scuotono il mercato


Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto Bessent è poi intervenuto insieme a Tokyo per sostenere lo yen, sceso ai minimi da quarant’anni. Gli Stati Uniti hanno comprato valuta giapponese utilizzando euro anziché dollari, in modo da non dover vendere titoli americani. Nello stesso contesto Bessent ha chiesto di ampliare la FIMA repo facility della Federal Reserve, vale a dire lo strumento attraverso il quale le banche centrali estere possono dare in garanzia titoli del Tesoro americani in cambio di dollari, oggi limitato a 60 miliardi al giorno per ciascuna controparte. L’obiettivo di tutto questo è evitare che il Giappone debba liquidare Treasury per difendere la propria valuta.

Dagli anni Settanta le Amministrazioni democratiche e repubblicane avevano seguito il principio di emissioni “regolari e prevedibili”, annunciate durante i rifinanziamenti trimestrali. Anche i riacquisti introdotti nel 2024 per migliorare la liquidità dei titoli meno scambiati rispettavano un calendario prestabilito. Bessent aveva ribadito questo principio proprio in un discorso a novembre. Ma mercoledì ha annunciato a sorpresa il raddoppio dei riacquisti, da 2 ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione, per i titoli con scadenze comprese tra dieci e trent’anni. L’aumento sarà applicato dal 9 settembre al 4 novembre, appena due settimane dopo l’ultimo rifinanziamento trimestrale.

La mossa ha colto gli investitori in contropiede e ha fatto scendere immediatamente i rendimenti, ma l’effetto potrebbe essere temporaneo. “Se le emissioni e i riacquisti non sono più regolari né prevedibili, i titoli rischiano di diventare diventare più volatili” e gli investitori potrebbero chiedere rendimenti più elevati per “tenere conto di questa maggiore imprevedibilità”, ha osservato Blake Gwinn, responsabile della strategia sui tassi statunitensi di RBC Capital Markets. Affidandosi maggiormente alle scadenze brevi, inoltre, il Dipartimento del Tesoro aumenta il rischio di dover rifinanziare il debito quando i tassi saranno ancora più alti: un problema che potrebbe però ricadere su un futuro Segretario al Tesoro e su una Amministrazione di colore diverso.


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Überwachung ist ein mächtiger Zensor, der uns gehorsam werden lässt. Selbst dann, wenn sie gar nicht stattfindet. Deshalb ist jetzt die Zeit für mehr Kritik und Aufmüpfigkeit, schreibt @CarlaSiepmann in ihrer Kolumne:

netzpolitik.org/2026/breakpoin…

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La rassegna stampa di domenica 23 agosto 2026


Il crollo dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Canada apre una guerra dei dazi tra i due alleati, mentre l'Amministrazione stringe la morsa economica su Teheran. Sul fronte interno un giudice blocca il divieto di visti per 75 Paesi e cresce lo scontro sul voto per posta

Questa è la rassegna stampa di domenica 23 agosto 2026

Saltano i negoziati commerciali tra Stati Uniti e Canada, scoppia la guerra dei dazi


I colloqui tra Washington e Ottawa sono naufragati venerdì sera, facendo scattare i nuovi dazi statunitensi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di prodotti canadesi. Il primo ministro Mark Carney ha annunciato dazi di ritorsione "dollaro per dollaro" a partire dall'8 settembre, accusando l'Amministrazione di aver "iniziato una guerra commerciale". Si tratta della rottura più grave nei rapporti con il secondo partner commerciale degli Stati Uniti, con scambi per 376 miliardi di dollari nel primo semestre.

Fonti: Axios, New York Times, BBC

L'Amministrazione intensifica la pressione economica sull'Iran


Il presidente Trump punta su nuove sanzioni, un blocco navale e una stretta economica sui partner commerciali di Teheran per costringere il Paese a un accordo che ponga fine al conflitto alle condizioni statunitensi. La strategia rischia però di provocare attacchi iraniani nel Golfo. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha intanto rivendicato la "vittoria" nella guerra con gli Stati Uniti, mentre a Washington cresce il dibattito su come uscire dal pantano prima delle elezioni di metà mandato.

Fonti: Bloomberg, The Hill, The Guardian

Un giudice federale blocca il divieto di visti per 75 Paesi


Un giudice federale ha dichiarato illegale la sospensione dei visti agli immigrati provenienti da 75 Paesi, decisa dall'Amministrazione con la motivazione che i loro cittadini avrebbero potuto necessitare di assistenza pubblica. Nella decisione di 61 pagine, la giudice Jeannette Vargas ha stabilito che la misura era "contraria alla legge" ed eccedeva l'autorità del segretario di Stato Marco Rubio, in quanto discriminava sulla base della nazionalità.

Fonti: NPR, The Hill

Il servizio postale stringe le regole sul voto per corrispondenza


Il servizio postale statunitense (USPS) ha finalizzato una norma che introduce nuovi requisiti di ammissibilità per le schede inviate per posta, dando seguito a un ordine esecutivo firmato dal presidente Trump a marzo e successivamente bocciato da un tribunale federale. Il documento, atteso in pubblicazione ufficiale il 26 agosto, definisce le modalità di distribuzione delle schede per le elezioni di metà mandato di novembre, nonostante gli ordini dei giudici mantengano la misura sospesa.

Fonti: The Hill, Bloomberg

La dichiarazione patrimoniale di Trump rivela oltre mille operazioni in borsa a giugno


Il presidente Trump ha effettuato più di mille compravendite di titoli nel solo mese di giugno, secondo una dichiarazione patrimoniale pubblicata sabato. Tra gli acquisti più consistenti figurano azioni di Berkshire Hathaway, Visa, Mastercard e Cintas. Il dato riporta l'attenzione sull'attività finanziaria del presidente e sui possibili conflitti di interesse.

Fonti: Bloomberg

Lo strappo tra l'AIPAC e Mike Rogers scuote la corsa al Senato in Michigan


Gli alleati di Mike Rogers, candidato repubblicano al Senato in Michigan, hanno chiesto alla potente lobby filoisraeliana AIPAC di non fare pubblicità in suo favore, temendo che il sostegno pubblico del gruppo possa rivelarsi un boomerang elettorale. La frattura riflette il calo di credibilità dell'AIPAC dopo una serie di sconfitte nelle primarie democratiche e sullo sfondo della rabbia degli elettori per la guerra a Gaza. Il rivale democratico Abdul El-Sayed ha costruito la propria campagna proprio contro l'organizzazione.

Fonti: Axios

Trump moltiplica le battaglie legali contro i mezzi di informazione


Il presidente sta cercando di bloccare i tentativi della BBC di chiamare a testimoniare i suoi figli nella causa per diffamazione da 10 milioni di dollari che ha intentato contro l'emittente britannica. Il caso si inserisce in una più ampia offensiva giudiziaria contro gruppi editoriali e dell'intrattenimento, di fronte alla quale la stampa statunitense sta iniziando a reagire, sostenendo che "l'appeasement non è una strategia".

Fonti: The Hill, Financial Times

La Marina valuta di intitolare a Trump una portaerei dedicata a un eroe di guerra afroamericano


Secondo alcune indiscrezioni, la Marina statunitense avrebbe preso in considerazione la possibilità di rinominare la portaerei USS Doris Miller, intitolata a un eroe afroamericano della Seconda guerra mondiale, sostituendone il nome con quello del presidente Trump. Il presidente della NAACP, Derrick Johnson, ha duramente criticato le presunte trattative, definendole "uno schiaffo" alla memoria del militare.

Fonti: The Hill

Kennedy promuove l'agenda MAHA ma tace sui vaccini, mentre calano le coperture


Il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. continua a promuovere l'agenda "Make America Healthy Again" nei suoi interventi pubblici e in campagna elettorale, evitando però di parlare di vaccini, dopo che il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo per ridurre le vaccinazioni infantili. Intanto i nuovi dati mostrano un calo dei tassi di vaccinazione tra i bambini della scuola dell'infanzia, con le esenzioni ai massimi storici.

Fonti: The Hill, The Guardian

Avanzano i lavori per la sala da ballo alla Casa Bianca, in arrivo una seconda nel New Jersey


Il presidente Trump ha rivendicato i progressi del cantiere per la nuova sala da ballo della Casa Bianca, definendolo "sotto budget" e "in anticipo sui tempi", il giorno dopo che la Corte Suprema ne ha temporaneamente autorizzato la prosecuzione. Emerge intanto che il presidente sta pianificando in silenzio una seconda sala da ballo, un salone di circa mille metri quadrati, in un suo circolo del New Jersey a poco meno di 300 chilometri dalla capitale.

Fonti: The Hill, Wall Street Journal

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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in reply to maraMAU

@maramau Credo che si tratti di una messa in guardia nei confronti del cosiddetto "tokenismo": quando cioè le questioni di genere, di razzismo, sessismo etc., vengono sfruttate per darsi un tono. Per esempio le aziende che mettono le bandierine arcobaleno a giugno, però poi tra i dipendenti se ce n'è uno omosessuale, usano la f-word in modo NON scherzoso; quando basta la riduzione dei finanziamenti, e tutto il sostegno per inclusione e sostenibilità ambientale, decade. Quando usi lo schwa dappertutto, fregandotene del fatto che quel tipo di grafia è scomodo da usare per le persone che si avvalgono di sintetizzatori vocali (disabilità visiva e dislessia per esempio).
Parlo per esperienza di persona non vedente: più volte mi sono ritrovata a fare i conti con questo. Gente che si dà dell'inclusiva usando quel linguaggio lì, riempiendo i testi di emoji, e questo nel mondo digitale; nel contesto fisico, mettendo per esempio un distributore automatico completamente touch screen e poi vantarsi di essere "inclusivi"... Assumere una persona con disabilità ma darle mansioni da nulla; mettere i neri nei film ma raccontando sempre e solo storie della cultura bianca; mettere personaggi LGBT nei film e serie tv ma raccontandoli in modo super stereotipato, o fuori contesto, tipo Bridgerton dove un personaggio che nel libro è Michael, l'hanno trasformato in Michaela in un contesto (Inghilterra vittoriana) dove essere omosessuale era super rischioso.
E infine, la lotta per i diritti civili in politica - non deve essere uno slogan. Ti vedi Schlein e Zan che fanno il teatrino ai pride, ma quando era in maggioranza il loro partito, anche la legge si sono fatti soffiare. Qua in Veneto, è stata una del pd a far bocciare la legge sulla morte assistita, per un solo voto. Per fare ostruzionismo a Zaia (della lega) che ha invece spinto tantissimo.
Basta coi simboli fine a sé stessi e la retorica.
in reply to Marco Cappato

nel nostro paese i diritti sono riconosciuti nell'ordinamento costitutivo, servirebbe vigilare affinché un pezzettino alla volta non vengano erosi, nel mondo del lavoro i diritti sono stati fatti a pezzi ed ora è il turno di altre condizioni essenziali che ritenevamo assolute come ad esempio la "salute", la plurarità dell'informazione, l'istruzione stiamo perdendo pezzi da ogni parte, e non so quanto ancora queste "strutture" possano resistere, ogni colpo che ricevono è mirato a
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Il debito americano supera i 40 mila miliardi


Gli interessi sul debito contano ormai più delle spese militari difesa, mentre anche i colossi dell'intelligenza artificiale ricorrono sempre più ai mercati obbligazionari per finanziarsi.

Questa settimana il debito federale degli Stati Uniti ha superato i 40 mila miliardi di dollari, dopo essere cresciuto di 3 mila miliardi nell'ultimo anno. La soglia dei 39 mila miliardi era stata raggiunta a marzo: quella successiva è arrivata appena 5 mesi dopo, con diversi mesi di anticipo sulle previsioni, anche a causa del gettito venuto meno dopo che i dazi imposti da Donald Trump sono stati dichiarati illegittimi. Nel 2016 Trump aveva promesso di azzerare in 8 anni quello che allora era un debito di circa 19 mila miliardi. Secondo un'analisi di Axios firmata da Zachary Basu, il Paese è ormai stretto tra le migliaia di miliardi che Washington deve prendere in prestito per finanziare il passato e quelle necessarie all'economia per costruire il futuro.

Circa 32 mila miliardi sono detenuti da investitori e altri soggetti esterni al governo federale. La parte restante è costituita dal debito che lo Stato deve ai propri conti, compresi la previdenza sociale e gli altri fondi fiduciari federali. Nell'anno fiscale in corso, il Tesoro deve rifinanziare 9.700 miliardi di dollari di titoli in scadenza e, contemporaneamente, coprire un disavanzo che il Congressional Budget Office, l'ufficio di bilancio del Congresso, stima ormai intorno ai 2.100 miliardi.

È un circolo vizioso che in Italia conosciamo molto bene: il debito esistente giunge a scadenza, viene sostituito con nuovi titoli sempre più costosi e l'aumento degli interessi alimenta i disavanzi degli anni successivi. Il CBO prevede deficit medi di 2.400 miliardi di dollari all'anno fino al 2036, mentre il debito detenuto dal pubblico è destinato a salire dal 101% del prodotto interno lordo di quest'anno al 120%, superando il massimo storico del 106% raggiunto nel 1946.

In questo contesto, la spesa per interessi è la voce che cresce più rapidamente. Nei primi dieci mesi dell'anno fiscale gli Stati Uniti ne hanno pagati 963 miliardi di dollari, pari a circa 3,2 miliardi al giorno e a 200 miliardi in più di quanto speso nello stesso periodo per le forze armate. Il sorpasso sulle spese militari era già avvenuto nel 2024 e, secondo le proiezioni, la spesa per interessi supererà i 2.100 miliardi entro il 2035.

Conti pubblici

Il debito americano ha superato i 40 mila miliardi, e non è più soltanto quello dello Stato


Washington deve rifinanziare 9.700 miliardi di titoli in scadenza e paga già 3,2 miliardi di interessi al giorno. Nello stesso momento le grandi aziende tecnologiche, che finora costruivano con la liquidità in cassa, entrano in massa sul mercato del debito.

Grafica di FocusAmerica Dati aggiornati al 21 agosto 2026

Debito federale totale, 18 agosto 2026
40.050
miliardi di dollari

32.000 miliardi sono in mano a investitori e mercati 8.050 miliardi sono il debito dello Stato verso i propri conti

+3.000
miliardi in dodici mesi

5
mesi dalla soglia precedente

2
anni di anticipo sulle stime del CBO

Traiettoria Interessi Silicon Valley

La promessa e i fatti

Nel 2016 Trump aveva promesso di azzerare il debito in otto anni. Da allora è raddoppiato.


Debito federale a fine anno fiscale, in migliaia di miliardi di dollari: 19,6 nel 2016; 22,7 nel 2019; 26,9 nel 2020; 30,9 nel 2022; 35,5 nel 2024; 37,6 nel 2025; 40,05 al 18 agosto 2026.

Debito federale totale a fine anno fiscale, in migliaia di miliardi di dollari. La linea tratteggiata mostra il percorso che il debito avrebbe dovuto seguire per arrivare a zero nel 2024, come promesso in campagna elettorale.

9.700i miliardi di titoli che il Tesoro deve rifinanziare nell'anno fiscale in corso, a tassi più alti di quelli con cui erano stati emessi
2.100i miliardi di disavanzo che il Congressional Budget Office stima per lo stesso periodo, da coprire con nuovo debito
2.400i miliardi di deficit medio annuo previsti da qui al 2036: il buco di ogni anno diventa il debito dell'anno successivo

Debito detenuto dal pubblico, in rapporto al PIL

Record del 1946: 106%

101%oggi 120%previsto nel 2036

La voce che cresce di più

Gli Stati Uniti spendono per gli interessi sul debito più di quanto spendano per le forze armate


Interessi maturati da quando hai aperto questa pagina
3,2 miliardi al giorno
dollari
Il Tesoro paga circa 36.700 dollari al secondo. Tra ottobre 2025 e luglio 2026 gli interessi sono costati 963 miliardi, il 14% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Primi dieci mesi dell'anno fiscale 2026: interessi sul debito 963 miliardi di dollari; forze armate circa 760 miliardi.

Oggi il conto degli interessi vale 200 miliardi in più di quello della difesa, e continua a salire: al ritmo di questi dieci mesi l'anno fiscale si chiuderà oltre i 1.100 miliardi, e il CBO prevede che entro il 2036 la cifra raddoppi fino a 2.100 miliardi l'anno.

Interessi netti sul debito e spesa per la difesa, primi dieci mesi dell'anno fiscale 2026 (ottobre 2025 - luglio 2026), in miliardi di dollari.

Anche la Silicon Valley scopre il debito

Nel 2027 più di un terzo degli investimenti nell'intelligenza artificiale sarà finanziato a debito


Emissioni obbligazionarie degli hyperscaler: 108 miliardi nel 2025, circa 250 nel 2026, 400 previsti nel 2027.

Emissioni obbligazionarie dei grandi gruppi impegnati nelle infrastrutture per l'intelligenza artificiale, in miliardi di dollari. Sotto ogni anno, la quota degli investimenti finanziata a debito. Stime Goldman Sachs.

Nove grandi gruppi tecnologici: circa 600 miliardi di investimenti dichiarati in dodici mesi, contro 3.100 miliardi di impegni che non compaiono in bilancio (1.200 di locazioni non ancora entrate in vigore e 1.900 di impegni di acquisto).

Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft, Oracle, Nvidia, Broadcom, SpaceX e AMD. Gli impegni fuori bilancio valgono oltre cinque volte gli investimenti dichiarati negli ultimi dodici mesi. Analisi del Wall Street Journal sulle note ai bilanci depositati.

Fonte: Dipartimento del Tesoro (Debt to the Penny, 18 agosto 2026); Congressional Budget Office (Budget and Economic Outlook 2026-2036 e aggiornamento di agosto 2026); Goldman Sachs; Wall Street Journal; analisi di Axios.

Anche la Silicon Valley scopre il debito


Per anni la Silicon Valley ha finanziato la costruzione dei propri impianti quasi esclusivamente con la liquidità disponibile. Ora, invece, anche le grandi aziende tecnologiche stanno diventando protagoniste dei mercati obbligazionari mondiali. Le emissioni degli hyperscaler, ovvero i colossi impegnati nella costruzione delle infrastrutture per l'intelligenza artificiale, sono passate dai 108 miliardi di dollari del 2025 ai circa 250 miliardi attesi per quest'anno. Goldman Sachs stima inoltre che nel 2027 più di un terzo di questi investimenti sarà finanziato ricorrendo al debito.

Secondo Axios, Nvidia sta lavorando con BlackRock, Goldman Sachs, KKR e altri giganti di Wall Street a un piano per mobilitare oltre 500 miliardi di dollari da destinare a queste infrastrutture. Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft, Oracle, Nvidia, Broadcom, SpaceX e AMD hanno già speso complessivamente circa 600 miliardi di dollari in investimenti nell'ultimo anno. Un'analisi del Wall Street Journal calcola però che abbiano assunto altri impegni di spesa per circa 3 mila miliardi che ancora non compaiono nei bilanci: 1.200 miliardi in contratti di locazione già firmati ma non ancora entrati in vigore, che le regole contabili non impongono di registrare tra le passività, e 1.900 miliardi in impegni di acquisto. Nel complesso, una cifra pari a cinque volte quella dichiarata ogni trimestre.

Due partiti promettono, ma nessuno taglia


Il margine di manovra di Washington si restringe proprio mentre aumentano le ambizioni della politica, osserva Axios. A sinistra guadagnano terreno il socialismo democratico e il populismo economico, che uniscono la promessa di rendere più accessibili casa, sanità e assistenza all'infanzia alla richiesta di aumentare le imposte sui più ricchi.

A destra, il Partito Repubblicano rimodellato da Trump difende politicamente la previdenza sociale e Medicare, il programma sanitario destinato soprattutto agli anziani, ma continua a promuovere tagli fiscali e maggiori spese militari. Per il 2027 il presidente ha chiesto un bilancio del Pentagono da 1.500 miliardi di dollari, oltre il 50% in più rispetto ai 901 miliardi approvati dal Congresso per quest'anno. Alla Camera, tuttavia, anche una parte dei repubblicani ha già manifestato la propria opposizione.

Chi entrerà alla Casa Bianca nel 2029 erediterà una resa dei conti preparata da decenni. Le conseguenze delle dolorose scelte che dovranno necessariamente essere prese su tasse, prestazioni sociali, credito e investimenti potrebbero pesare sulla prosperità e sulla forza degli Stati Uniti ben oltre la durata del prossimo mandato presidenziale.


I titoli di Stato americani stanno perdendo lo status di bene rifugio


I titoli del Tesoro statunitense stanno perdendo sempre di più il loro status di bene rifugio. La corsa dei rendimenti, che martedì ha portato quello del trentennale al 5,337%, il livello più alto da diciannove anni, non si spiega soltanto con l’inflazione persistente o con il boom del debito emesso dalle imprese per finanziare l’intelligenza artificiale. Secondo un’analisi del Wall Street Journal, invece, i titoli americani rendono ormai più di alcuni attivi comparabili considerati meno sicuri e, nei momenti di tensione, non si comportano più come un bene rifugio.

Dalla pandemia in poi gli Stati Uniti hanno inondato il mercato di nuovo debito, arrivato questa settimana a 40 mila miliardi di dollari includendo anche la quota detenuta da enti pubblici. Nulla lascia pensare che il flusso sia destinato a fermarsi. Dopo la crisi finanziaria globale era accaduto l’opposto: il debito federale era aumentato rapidamente, ma i rendimenti erano comunque scesi perché il credito privato era crollato e strumenti considerati sicuri, come i titoli garantiti da mutui con il rating più alto, si erano rivelati tutt’altro che tali.

Debito federale · Mercato dei Treasury

I Treasury hanno smesso di comportarsi da bene rifugio

Il rendimento del trentennale americano ha toccato il livello più alto da diciannove anni. Ma il punto non è solo l’inflazione: oggi gli investitori chiedono di più per assorbire il debito degli Stati Uniti, non meno per metterlo al sicuro.

Grafica di FocusAmerica 20 agosto 2026

Rendimento del Treasury a trent’anni, martedì
5,337%
È il valore più alto dall’aprile 2007: da diciannove anni gli Stati Uniti non pagavano tanto per farsi prestare denaro così a lungo.

4,00% Picco dell’aprile 2007: 5,44%

40.000 mld $
Il debito federale raggiunto questa settimana, compresa la quota in mano a enti pubblici

2.100 mld $
Il disavanzo che l’Ufficio Congressuale del Bilancio prevede per quest’anno

I quattro passaggi dell’analisi
Il segno Il premio I conti Le mosse

Il segno che si è invertito

I Treasury rendevano meno di tutti. Oggi rendono di più


Per decenni chi comprava titoli americani accettava un rendimento più basso in cambio della sicurezza. Dal 2022 quel vantaggio è sparito: nei tre confronti che gli economisti usano come metro, lo scarto ha cambiato segno.

Fino al 2021 Dal 2022

Parità
I Treasury rendono di più
I Treasury rendono di meno

Swap sui tassi d’interesse
Obbligazioni di imprese con il rating più alto
Titoli di altri Stati, coperti dal rischio di cambio

Quando le borse scendono, oggi i rendimenti dei Treasury salgono: è successo dopo l’annuncio dei dazi del «Liberation Day». Un bene rifugio dovrebbe fare l’esatto contrario.
Schema qualitativo: indica la direzione dello scarto, non la sua ampiezza. Il tratteggio segna la posizione precedente. Il confronto con le obbligazioni societarie tiene conto del rischio d’insolvenza.

La misura del cambiamento

Un terzo dell’aumento non dipende né dall’inflazione né dalla Federal Reserve


Dal 2015 i rendimenti sono saliti di 2,5 punti percentuali. L’economista del Massachusetts Institute of Technology Ricardo Caballero calcola quanta parte di quella salita dipenda da un fatto nuovo: gli investitori chiedono di essere pagati di più per assorbire il debito che il Tesoro immette sul mercato.

Aumento dei rendimenti dal 2015 2,5 punti

1,75 punti Inflazione persistente, politica monetaria e altri fattori di mercato
0,75 punti Il passaggio dal premio di sicurezza al premio di assorbimento

Dopo la crisi del 2008 gli economisti parlavano di penuria di attivi sicuri: tutti volevano titoli americani e ce n’erano pochi, così i rendimenti scendevano. Oggi vale il contrario: ce ne sono troppi, e il mercato si fa pagare per assorbirli.
Ripartizione stimata da Caballero combinando lo scarto con gli swap sui tassi e l’aumento del premio a termine.

L’obiettivo mancato

Bessent voleva dimezzare il disavanzo: quest’anno cresce ancora


Il Segretario al Tesoro aveva promesso di riportare il disavanzo al 3% del prodotto interno lordo, contenendo l’inflazione con più energia e alzando la produttività con l’intelligenza artificiale. La guerra con l’Iran e una sentenza della Corte Suprema hanno spinto i conti nella direzione opposta.

Disavanzo dell’anno fiscale 2024 1.800 mld $

Previsione dell’Ufficio Congressuale del Bilancio per quest’anno 2.100 mld $

L’obiettivo indicato da Bessent: il 3% del prodotto interno lordo circa la metà

−250 mld $
Le entrate doganali che verranno a mancare rispetto alle stime precedenti
Dopo che la Corte Suprema ha annullato i dazi imposti con i poteri d’emergenza

1.900 mld $
Le obbligazioni di alta qualità che le imprese emetteranno quest’anno, secondo Barclays
Una cifra record, in gran parte per costruire data center

Il debito pubblico e quello delle imprese si contendono gli stessi compratori: più carta arriva sul mercato, più sale il rendimento che gli investitori pretendono.

La risposta del Tesoro

Invece di agire sulle cause, Bessent interviene sul mercato


Tocca ogni passaggio per aprirlo. In poche settimane il Dipartimento del Tesoro ha spostato le emissioni sulle scadenze brevi, difeso lo yen senza vendere titoli americani e raddoppiato i riacquisti senza preavviso.


La scelta di fondo
Il disavanzo si finanzia con titoli a breve termine+

Il Tesoro copre una quota crescente del disavanzo con scadenze corte ed evita di ampliare le aste sui titoli lunghi. Ha anche lasciato intendere che alcune di quelle aste potrebbero essere ridotte. Il prezzo lo pagherà chi verrà dopo: quel debito andrà rinnovato, forse a tassi ancora più alti.


Fine luglio · Inizio agosto
Lo yen viene difeso in euro, non in dollari+

Con la valuta giapponese ai minimi da quarant’anni, Washington interviene insieme a Tokyo. Gli Stati Uniti comprano yen usando euro e non dollari, per non dover vendere titoli americani.


La richiesta alla Federal Reserve
Più dollari alle banche centrali estere, in cambio di garanzie+

Bessent chiede di ampliare la FIMA repo facility, lo strumento con cui le banche centrali straniere ottengono dollari lasciando in garanzia titoli americani. Oggi il limite è di 60 miliardi di dollari al giorno per ciascuna controparte. L’obiettivo è evitare che il Giappone venda Treasury per difendere lo yen.


Mercoledì · L’annuncio a sorpresa
I riacquisti raddoppiano: da 2 a 4 miliardi per operazione+

L’aumento riguarda i titoli con scadenza fra dieci e trent’anni e vale dal 9 settembre al 4 novembre. I rendimenti sono scesi subito, ma dagli anni Settanta le emissioni erano sempre state «regolari e prevedibili», annunciate durante i rifinanziamenti trimestrali. Blake Gwinn di RBC Capital Markets avverte che titoli meno prevedibili diventano più volatili, e chi li compra chiederà di essere pagato anche per quello.

Il punto
Finché il debito cresce e il Tesoro agisce sul mercato invece che sui conti, chi compra Treasury continuerà a chiedere di essere pagato di più.

Fonte Wall Street Journal; studi di Ricardo Caballero (MIT) e di Hanno Lustig (Stanford University) con Roberto Gómez-Cram e Howard Kung per l’Aspen Economic Strategy Group; Ufficio Congressuale del Bilancio; Barclays; Dipartimento del Tesoro. Rendimenti al 18 agosto 2026; massimo dell’aprile 2007 secondo i dati di mercato citati da The Hill.

Dal premio di sicurezza al premio di assorbimento


L’economista del Massachusetts Institute of Technology Ricardo Caballero aveva definito quella situazione una “penuria di attivi sicuri”: la forte domanda di titoli ritenuti estremamente affidabili si scontrava con un’offerta limitata, spingendone i rendimenti verso il basso. In un recente studio Caballero sostiene però che il rapporto si sia ormai rovesciato. Gli investitori, anziché accontentarsi di rendimenti modesti in cambio della sicurezza, ne chiedono invece di più elevati per assorbire l’enorme quantità di debito immessa sul mercato. Il premio di sicurezza si sarebbe così trasformato in un premio di assorbimento.

Un indizio arriva dal confronto con gli swap sui tassi d’interesse, derivati utilizzati per gestire l’esposizione alle oscillazioni dei tassi e impiegati come riferimento per il costo del credito alle imprese. Storicamente i titoli del Tesoro rendevano meno degli swap, oggi invece rendono di più. Combinando questo indicatore con l’aumento del premio a termine, Caballero calcola che il passaggio dal premio di sicurezza a quello di assorbimento spieghi circa 0,75 punti percentuali dei 2,5 punti di aumento dei rendimenti registrati dal 2015.

A conclusioni simili arriva uno studio di Hanno Lustig, della Stanford University, realizzato con Roberto Gómez-Cram e Howard Kung per l’Aspen Economic Strategy Group. In passato i titoli del Tesoro americani rendevano meno delle obbligazioni societarie con il rating più alto anche dopo aver tenuto conto del rischio d’insolvenza. Dal 2022 questo vantaggio è scomparso; lo stesso è avvenuto rispetto ai titoli di altri Stati sovrani, una volta coperto il rischio di cambio. Gli autori segnalano inoltre che, quando le borse scendono, oggi i rendimenti dei Treasury tendono a salire, come avvenne dopo l’annuncio dei dazi del “Liberation Day” da parte di Donald Trump. Anche le notizie su disavanzi di bilancio più ampi del previsto spingono i rendimenti verso l’alto.

Bessent interviene sul mercato, non sui conti


Questa dinamica era cominciata prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, ma l’attuale Amministrazione non è riuscita a invertirla. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva inizialmente indicato tra le priorità del presidente la riduzione dei rendimenti, che avrebbe contribuito ad abbassare anche i tassi sui mutui. L’obiettivo sarebbe dovuto essere raggiunto contenendo l’inflazione attraverso una maggiore produzione di energia, aumentando la produttività grazie all’intelligenza artificiale e riducendo il disavanzo, pari a 1.800 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024.

È andata in maniera del tutto diversa. La guerra con l’Iran ha spinto verso l’alto i prezzi dell’energia e l’inflazione, mentre l’Ufficio Congressuale del Bilancio (CBO) prevede per quest’anno un disavanzo di 2.100 miliardi di dollari, pari a circa il doppio dell’obiettivo del 3% del prodotto interno lordo indicato inizialmente da Bessent. Una parte significativa del peggioramento deriva dalle entrate doganali, stimate in circa 250 miliardi in meno rispetto alle precedenti previsioni dopo che la Corte Suprema ha annullato i dazi inizialmente imposti dall’Amministrazione ricorrendo ai poteri economici d’emergenza. Nel frattempo, secondo Barclays, le imprese emetteranno quest’anno la cifra record di 1.900 miliardi di dollari di obbligazioni di alta qualità, in larga parte per finanziare la costruzione di data center.

Secondo il Wall Street Journal, anziché intervenire sulle cause che sono alla base di questa situazione, Bessent ha scelto di agire direttamente sul mercato. Il Dipartimento del Tesoro sta così finanziando una quota crescente del disavanzo con titoli a breve termine, evitando di ampliare le aste sulle scadenze più lunghe, e ha lasciato intendere che alcune di queste aste potrebbero perfino essere ridotte.

I riacquisti scuotono il mercato


Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto Bessent è poi intervenuto insieme a Tokyo per sostenere lo yen, sceso ai minimi da quarant’anni. Gli Stati Uniti hanno comprato valuta giapponese utilizzando euro anziché dollari, in modo da non dover vendere titoli americani. Nello stesso contesto Bessent ha chiesto di ampliare la FIMA repo facility della Federal Reserve, vale a dire lo strumento attraverso il quale le banche centrali estere possono dare in garanzia titoli del Tesoro americani in cambio di dollari, oggi limitato a 60 miliardi al giorno per ciascuna controparte. L’obiettivo di tutto questo è evitare che il Giappone debba liquidare Treasury per difendere la propria valuta.

Dagli anni Settanta le Amministrazioni democratiche e repubblicane avevano seguito il principio di emissioni “regolari e prevedibili”, annunciate durante i rifinanziamenti trimestrali. Anche i riacquisti introdotti nel 2024 per migliorare la liquidità dei titoli meno scambiati rispettavano un calendario prestabilito. Bessent aveva ribadito questo principio proprio in un discorso a novembre. Ma mercoledì ha annunciato a sorpresa il raddoppio dei riacquisti, da 2 ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione, per i titoli con scadenze comprese tra dieci e trent’anni. L’aumento sarà applicato dal 9 settembre al 4 novembre, appena due settimane dopo l’ultimo rifinanziamento trimestrale.

La mossa ha colto gli investitori in contropiede e ha fatto scendere immediatamente i rendimenti, ma l’effetto potrebbe essere temporaneo. “Se le emissioni e i riacquisti non sono più regolari né prevedibili, i titoli rischiano di diventare diventare più volatili” e gli investitori potrebbero chiedere rendimenti più elevati per “tenere conto di questa maggiore imprevedibilità”, ha osservato Blake Gwinn, responsabile della strategia sui tassi statunitensi di RBC Capital Markets. Affidandosi maggiormente alle scadenze brevi, inoltre, il Dipartimento del Tesoro aumenta il rischio di dover rifinanziare il debito quando i tassi saranno ancora più alti: un problema che potrebbe però ricadere su un futuro Segretario al Tesoro e su una Amministrazione di colore diverso.


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I Dem ripensano il Medicare for All per non ripetere gli errori del 2020


Abdul El-Sayed, che ha scritto un libro sul programma, si candida al Senato con una versione che lascia in piedi le assicurazioni private. Sanders e Ocasio-Cortez lo sostengono lo stesso.

Il progressista del Michigan Abdul El-Sayed, che ha scritto un libro sul Medicare for All, si candida al Senato con una versione del programma che lascerebbe agli americani la possibilità di tenere l'assicurazione sanitaria privata. Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, i due politici più identificati con quella battaglia, lo sostengono lo stesso. È il segnale che la guerra sulla sanità che ha spaccato il Partito Democratico nel 2020 potrebbe non ripetersi.

La sanità è tornata in cima alle preoccupazioni degli americani. I costi crescono. I tagli federali al Medicaid, il programma pubblico per chi ha redditi bassi, e ai sussidi dell'Obamacare, il mercato di polizze sovvenzionate creato dalla riforma sanitaria del 2010, rischiano di lasciare senza copertura milioni di persone in più. I candidati progressisti che hanno vinto le primarie principali di questo ciclo elettorale hanno offerto il Medicare for All come risposta e l'idea raccoglie consensi ampi, anche se la maggior parte degli elettori non sa che cosa comporti in pratica.

Il Medicare for All è la proposta di estendere a tutti il Medicare, il programma pubblico che oggi assicura gli over 65. Il testo depositato da Sanders, senatore del Vermont e due volte candidato alle primarie presidenziali, iscriverebbe quasi ogni americano a un unico piano nazionale e cancellerebbe in gran parte le assicurazioni private. È il modello del pagatore unico: lo Stato raccoglie i contributi e paga le cure, senza compagnie in mezzo.

El-Sayed ha detto in una recente intervista che il metodo conta meno del risultato: "se riduce il potere delle aziende sanitarie, amplia l'accesso alle cure e lo fa con lo strumento pubblico, io sono favorevole". La sua corsa per il Senato in Michigan resta incerta nei sondaggi.

Il litigio sulla sanità dura da dieci anni dentro il Partito Democratico e ha toccato il punto più aspro nelle primarie presidenziali del 2020. Il nodo era sempre lo stesso, cioè se sostituire le assicurazioni private o costruire sopra quelle che ci sono. Kamala Harris appoggiò all'inizio il testo di Sanders, poi ritirò il sostegno quando le chiesero se fosse d'accordo con l'abolizione dei piani privati.

Gli elettori non hanno mai avuto un'idea univoca di che cosa significhi quello slogan. Un sondaggio di marzo 2026 del Searchlight Institute, un centro studi di centrosinistra, e della società progressista Impact Research ha rilevato che il 60% degli americani ritiene che il Medicare for All creerebbe un sistema a pagatore unico, mentre il 61% pensa anche che permetterebbe di tenere la propria assicurazione privata. La stessa confusione c'era nel 2019, quando più della metà degli intervistati diceva che il programma avrebbe lasciato in piedi i piani privati.

Il sostegno all'assicurazione pubblica scende quando la domanda include l'eliminazione dei piani privati e di quelli aziendali, con cui è coperta la maggior parte dei lavoratori americani, e il finanziamento tramite un aumento delle tasse federali. Lo mostra un'altra rilevazione condotta dal Searchlight Institute con la società di sondaggi democratica Tavern Research e il sito progressista Zeteo. Alla domanda diretta il 70% ha detto di preferire la copertura che ha oggi a un piano federale simile al Medicare. Nei focus group organizzati la scorsa primavera negli Stati in bilico dalla società di ricerca democratica Navigator quasi tutti i partecipanti dicevano di volere un sistema sanitario "universale" e "accessibile", ma pochi sapevano distinguere un'etichetta di riforma dall'altra.

I democratici hanno intanto messo insieme un magazzino di proposte nuove, che circolano tra i parlamentari e i possibili candidati alla presidenza del 2028. Si va dallo spezzare i monopoli della sanità e dall'allargare la produzione pubblica di farmaci alla regolazione degli ospedali e a nuove public option, cioè piani assicurativi gestiti dallo Stato che i cittadini possono comprare al posto di quelli privati.

"Le persone hanno superato la fase della comunicazione, non prendono più posizioni estreme per spostare i confini del dibattito", ha detto a Vox Neale Mahoney, economista sanitario di Stanford che sta esaminando molte delle nuove proposte e consiglia il Kitchen Table Project, uno dei gruppi che le stanno elaborando. "Siamo nella fase in cui ci si chiede che cosa potrebbe davvero funzionare".

Le compagnie assicurative hanno chiesto di alzare i premi dell'Obamacare del 15% mediano nel 2027 (metà delle richieste sta sopra questa soglia e metà sotto), dopo il rincaro di circa il 20% di quest'anno. Da gennaio milioni di iscritti al Medicaid dovranno dimostrare di lavorare per non perdere la copertura. Le due scadenze arrivano proprio mentre parte la prossima campagna presidenziale. I gruppi al lavoro sulle proposte hanno fretta perché le grandi leggi sulla sanità sono rare e la finestra buona potrebbe aprirsi presto.

Mahoney ritiene che i democratici stiano capendo di non dover scegliere tra migliorare la copertura che gli americani hanno adesso e costruire nel tempo qualcosa di meglio, come una public option robusta. Le famiglie sono strette oggi dai costi, ha detto, mentre sotto restano i problemi di fondo: un sistema assicurativo legato al posto di lavoro diventerebbe ancora più fragile se l'intelligenza artificiale provocasse ondate di licenziamenti.

Il Center for American Progress, un centro studi liberal, ha ricavato dalle proprie ricerche sugli elettori la raccomandazione di puntare su soluzioni di breve periodo che abbassino subito i costi. "Candidati ed eletti farebbero un favore a sé stessi e ai loro elettori concentrandosi sui benefici più immediati", ha detto Natasha Murphy, direttrice delle politiche sanitarie del centro, "continuando allo stesso tempo a parlare di copertura universale e di un cambiamento di scala più ampia" che potrebbe richiedere un decennio o più.

Adam Gaffney, tra i sostenitori più noti del pagatore unico ed ex presidente dei Physicians for a National Health Program, l'associazione di medici che si batte per un sistema sanitario nazionale, dice che chi si dichiara favorevole al Medicare for All nei sondaggi appoggia l'idea di un'assicurazione pubblica per tutti, ma non conosce i dettagli dei singoli disegni di legge, che quasi nessuno ha letto. Non è contrario a riforme graduali che portino al pagatore unico, però ritiene che gli elettori intendano il Medicare for All come un unico programma che copre tutti, così come sanno che il Medicare copre chi ha più di 65 anni.

Ocasio-Cortez, che valuta una candidatura alla presidenza nel 2028, sostiene apertamente il Medicare for All ed è vicina a Sanders, eppure ha appoggiato con convinzione El-Sayed e continua a fare campagna per lui. Resta da capire se correrà sul testo di Sanders o su una visione più larga come quella del candidato del Michigan e come gestirà i contrasti con i piani rivali, che nel 2020 diventarono scontri personali. Un'altra incognita è dove i Democratic Socialists of America, l'organizzazione socialista americana, fisseranno l'asticella per concedere il proprio sostegno.

Matt Yglesias, giornalista e cofondatore di Vox, ha scritto sulla sua newsletter Slow Boring che il modo in cui El-Sayed presenta il Medicare for All, più come un obiettivo che come una legge precisa, può dare il via libera a tutti i democratici di centrosinistra che vogliono candidarsi su riforme sanitarie serie. "La cosa più importante che El-Sayed può fare per conquistare il sostegno dei moderati è usare la sua credibilità a sinistra per mettere fine alle distruttive guerre sul Medicare for All che hanno paralizzato il Partito Democratico negli ultimi quindici anni", ha scritto.

Su Jacobin lo scrittore socialista che firma con lo pseudonimo Carl Beijer ha invitato la sinistra a non mollare il pagatore unico. La posizione di El-Sayed, ha scritto, è quasi identica a quella per cui nel 2020 la sinistra attaccò Pete Buttigieg ed Elizabeth Warren: allora l'ala di Sanders sosteneva che nessun piano che lasci spazio alle assicurazioni private ha il diritto di chiamarsi Medicare for All. Il rischio, secondo Beijer, è che la public option non sia un passaggio verso il pagatore unico ma una scorciatoia che consente ai più ricchi di chiamarsi fuori. Chi si chiama fuori poi non si batte per finanziare il sistema che ha lasciato. Un accordo raggiunto così facilmente, avverte, è un accordo su niente.


In Michigan un sondaggio rilancia le speranze di El-Sayed


Il democratico Abdul El-Sayed è avanti di sette punti sul repubblicano Mike Rogers nella corsa al Senato in Michigan: 46% contro 39%, secondo un sondaggio dell'istituto Susquehanna diffuso questa settimana e condotto il 17 agosto tra gli elettori probabili. Il 9% degli intervistati è ancora indeciso, mentre il 4% indica un altro candidato: complessivamente, dunque, più di un elettore su otto non si schiera con nessuno dei due principali contendenti. Resta comunque il risultato più favorevole a El-Sayed da diverse settimane e contrasta con quasi tutte le altre rilevazioni più recenti.

Un sondaggio di Fox News, condotto tra il 6 e il 10 agosto su 1.006 elettori registrati e con un margine di errore di tre punti, dava invece Rogers avanti per 51% a 47%. La rilevazione, tuttavia, prendeva in esame una popolazione diversa da quella degli elettori probabili, una delle ragioni per cui i due risultati non coincidono. Un sondaggio online realizzato questo mese da TechnoMetrica per la League of American Workers assegnava invece a El-Sayed un vantaggio di tre punti, 45% contro 42%. Alla fine di luglio, EPIC-MRA per MIRS aveva rilevato Rogers avanti di tre punti, 46% contro 43%, su un campione di 600 persone e con un margine di errore di 4 punti: una distanza, quindi, statisticamente non significativa. La stessa rilevazione aveva esaminato anche un possibile confronto tra Rogers e la deputata Haley Stevens, che risultava in vantaggio di due punti.

Due candidati poco popolari


El-Sayed, esponente dell'ala progressista del Partito Democratico, ha sconfitto Stevens alle primarie. La sua vicinanza allo streamer Hasan Piker e alcune sue dichiarazioni del passato gli hanno attirato critiche all'interno del partito e offerto argomenti agli avversari repubblicani. Rogers, sostenuto da Donald Trump, è stato invece deputato alla Camera dal 2001 al 2015. Un solo sondaggio non basta ovviamente a chiudere il dibattito sulla sua eleggibilità, anche se Susquehanna è considerato uno degli istituti con il miglior livello di accuratezza.

La scorsa settimana Harry Enten, analista elettorale della CNN, ha definito El-Sayed "storicamente impopolare" e "molto più debole degli altri democratici in corsa", sostenendo che il suo livello di impopolarità sia il peggiore mai registrato, a questo punto della campagna, da un candidato democratico al Senato dall'inizio del secolo. Nel sondaggio di Fox News, il 41% degli intervistati esprime un giudizio positivo su El-Sayed e il 54% uno negativo, per un saldo netto di -13. I candidati democratici al Senato in Iowa, Maine e Ohio registrano invece tutti un saldo positivo. Anche Rogers, però, è giudicato sfavorevolmente: il 45% ne ha un'opinione positiva e il 51% una negativa, per un saldo netto di -6.


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il Dem Rob Sand cerca di conquistare l’Iowa prendendo le distanze dal suo partito


Il democratico è avanti di cinque punti nella corsa a governatore e punta su lotta alla corruzione, primarie aperte e rifiuto delle appartenenze politiche tradizionali.

Rob Sand è avanti di cinque punti la corsa alla carica di governatore dell'Iowa: secondo l'ultimo sondaggio di Emerson College, condotto tra il 2 e il 4 agosto, raccoglie il 48% dei consensi contro il 43% del suo avversario. Eppure lo Stato non elegge un democratico a quella carica dal 2006 e gli elettori registrati come repubblicani superano di quasi 200.000 unità quelli democratici.

Il Cook Political Report, che valuta la competitività delle elezioni americane, ha riclassificato la sfida da "tendente repubblicano" a "toss-up". Per arrivare al risultato, a undici settimane dal voto di novembre, Sand deve cercare di convincere gli elettori dell'Iowa a fidarsi di lui nonostante la D che compare accanto al suo nome.

Un democratico che prende le distanze dal suo partito


Sand, 44 anni, è il revisore dei conti dello Stato, una carica elettiva con il compito di controllare come l'Iowa spende il denaro pubblico. In Iowa la sua presenza è ormai capillare: appare in spot televisivi nei quali promette il carcere per i politici corrotti, pubblica video su Instagram e tiene assemblee pubbliche in tutte le contee. Cresciuto a Decorah, vicino al confine con il Minnesota, ha studiato alla Brown University e ha lavorato per 7 anni come procuratore prima di entrare in politica.

Sand va a caccia, frequenta la chiesa ogni domenica e, durante la tradizionale traversata ciclistica dello Stato, alla quale ha partecipato insieme a migliaia di persone, è stato fermato di continuo da chi gli chiedeva un selfie. Del partito con cui si è candidato parla come del "male minore". A Elaine Godfrey, giornalista dell'Atlantic che lo ha seguito per diversi giorni, ha confessato di non riuscire neppure a immaginare di dire che gli piaccia appartenere a un partito politico. Prima di un suo intervento nella contea di Des Moines, lo staff ha chiesto di rimuovere dalle pareti i simboli democratici, in modo che lo spazio apparisse più inclusivo.

Sand non prende le distanze dal partito nazionale attaccandone l'establishment, come fanno i progressisti: mette piuttosto in discussione l'idea stessa di appartenenza partitica. Propone le primarie aperte, alle quali possano partecipare tutti gli elettori indipendentemente dal partito di registrazione, e il voto per approvazione, un sistema che consentirebbe di sostenere più candidati sulla stessa scheda. A suo giudizio, con regole simili la sostituzione affannosa di un candidato a campagna già iniziata non si trasformerebbe in una crisi, così come non lo diventerebbe la cattiva prestazione in un dibattito di un candidato molto anziano. Il sistema politico americano, ripete, è guasto perché governato da due club privati che costringono gli elettori dentro una scelta binaria.

Midterm 2026 · Corsa a governatore dell’Iowa

Rob Sand è avanti di cinque punti in uno Stato che non elegge un governatore democratico dal 2006

A meno di tre mesi dal voto il sondaggio di Emerson College lo dà davanti al repubblicano Zach Lahn. Ma le liste elettorali dell’Iowa raccontano un’altra storia.

Grafica di FocusAmerica 15 agosto 2026

Sondaggio Emerson College, 2-4 agosto 2026

Rob Sand
48%

+5
Punti

Zach Lahn
43%

Revisore dei conti dell’Iowa, unico nome sulla scheda democratica
Imprenditore, alle primarie ha battuto il candidato scelto da Trump

Restano il 7% di indecisi e un 2% orientato su altri nomi. Emerson ha interpellato 712 elettori probabili, con un margine di errore di 3,7 punti.

Lo svantaggio di partenza

Nelle liste elettorali i repubblicani hanno 183.329 iscritti in più


Ogni punto vale 5.000 elettori attivi iscritti in Iowa al 3 agosto 2026. Il secondo pulsante isola chi non si iscrive a nessun partito.

Come sono iscritti gli elettori Chi votano gli elettori senza partito

Repubblicani 712.087 Senza partito 559.741 Democratici 528.758
Sostengono Sand 58% Sostengono Lahn 32% Indecisi e altri 10%
Chi non si iscrive a nessun partito è il secondo blocco dell’Iowa e supera i democratici di 30.983 iscritti. Fra questi elettori Sand è avanti 58 a 32: è l’aritmetica su cui poggia tutta la sua campagna.

Come cambia il pronostico · Cook Political Report
Tendente repubblicana Incerta

Il cambio di giudizio è arrivato il 9 aprile. Nei mesi successivi anche Inside Elections e la Crystal Ball di Larry Sabato hanno spostato la corsa fra quelle senza favorito.

Il decennio repubblicano

Dieci anni di governo senza contrappesi lasciano un buco da 1,24 miliardi


Per l’anno fiscale 2027 l’Iowa ha autorizzato più spesa di quanta prevede di incassare. La differenza esce dalle riserve accumulate negli anni scorsi.

Spesa autorizzata per il 2027 9,64 miliardi di dollari

8,4 miliardi coperti dalle entrate 1,24 miliardi presi dalle riserve

È il secondo anno consecutivo con un disavanzo sopra il miliardo. La causa principale sono i tagli all’imposta sul reddito, scesa a un’aliquota unica del 3,8%.


L’Iowa ha la seconda incidenza di tumori del Paese: 21.700 nuove diagnosi stimate nel 2026.

6
Le settimane di gravidanza oltre le quali in Iowa l’aborto è vietato.

I due candidati

Corrono tutti e due contro il proprio partito


Sand chiede agli elettori di giudicare l’uomo e non il simbolo. Lahn ha vinto le primarie contro l’apparato e contro Trump.

Democratico
Rob Sand
44 anni, revisore dei conti dello Stato

Del suo partito parla come del male minore e prima di un comizio ha fatto togliere i simboli dalle pareti.

Propone primarie aperte a tutti gli elettori e il voto per approvazione.

Ha risposto «no» sugli atleti nati maschi nelle gare femminili e non ha chiesto di abolire l’ICE.

Sull’aborto indica come ragionevole il limite fissato dalla sentenza Roe contro Wade.

Repubblicano
Zach Lahn
Imprenditore, mai eletto a una carica pubblica

Alle primarie del 2 giugno ha battuto il deputato Randy Feenstra 37,8 a 37,0, nonostante l’appoggio di Trump all’avversario.

Ha lavorato per Americans for Prosperity, il gruppo di pressione dei fratelli Koch.

Ha l’appoggio del movimento Make America Healthy Again di Robert F. Kennedy Jr.

Chiede il divieto dei vaccini a mRNA e negli ultimi dieci anni ha vissuto soprattutto in Kansas.

La cassa elettorale

A metà luglio Sand aveva diciassette volte i soldi di Lahn


Fondi ancora disponibili al 14 luglio 2026, al netto delle spese già sostenute.

Rob Sand 17,95 milioni di dollari

Zach Lahn 1,04 milioni di dollari

Fra il 27 maggio e il 14 luglio Lahn ha raccolto 6,37 milioni, ma 5 milioni sono arrivati da un solo comitato di Washington legato ai governatori repubblicani. Sand ne ha raccolti 9,39 con 33.500 versamenti, in media 164 dollari l’uno.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su dati Emerson College Polling/Nexstar (2-4 agosto 2026), Iowa Secretary of State (iscritti attivi al 3 agosto 2026), Legislative Services Agency dell’Iowa, Iowa Ethics and Campaign Disclosure Board, Iowa Cancer Registry e Cook Political Report.

Si vota martedì 3 novembre 2026.

Una campagna fuori dagli schemi


Le sue assemblee pubbliche assomigliano poco agli usuali eventi di partito. Cominciano con un applauso rivolto ai repubblicani, agli indipendenti e ai democratici presenti in sala, seguito dal canto di "America the Beautiful". Sand poi illustra le sue priorità — lotta alla corruzione, scuola pubblica e costo della vita — e quindi risponde alle domande del pubblico, comprese le più ostili. L'incontro di Newton si è concluso con un applauso all'ipotesi che in Iowa torni un governo diviso tra i due partiti.

All'inizio della sua campagna elettorale, un conduttore radiofonico gli ha chiesto se gli atleti nati di sesso maschile dovessero poter gareggiare nelle competizioni femminili. Sand ha risposto soltanto: "No". A gennaio, dopo l'uccisione di Renee Good e Alex Pretti da parte di agenti federali a Minneapolis, non si è unito a chi chiedeva l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale responsabile dell'immigrazione. "Ha tolto dal tavolo alcuni dei temi culturali che perseguitano i democratici negli Stati rossi", ha spiegato all'Atlantic Adam Jentleson, fondatore del centro studi di centrosinistra Searchlight.

Il sondaggista Adam Carlson riassume così la sua strategia: Sand non è un progressista rumoroso, ma non ha neppure il linguaggio di un moderato vicino alle grandi aziende; "sta prendendo una terza via". La sinistra del partito lo tollera senza entusiasmo, ben sapendo che altrimenti sarebbe impossibile vincere in Iowa. Adam Green, cofondatore del Progressive Change Campaign Committee, lo definisce "un guerriero felice dell'efficienza tecnocratica, del superamento delle divisioni di partito e della lotta alla corruzione".

Il buco di bilancio e la sfida con Lahn


I repubblicani governano l'Iowa senza contrappesi da dieci anni. Hanno ridotto drasticamente l'imposta sul reddito, destinato centinaia di milioni di dollari pubblici alle scuole private e vietato l'aborto dopo la sesta settimana. Oggi però lo Stato ha un disavanzo di bilancio di 1,24 miliardi di dollari, superiore al miliardo per il secondo anno consecutivo, e registra il secondo tasso di incidenza dei tumori più alto del Paese.

L'avversario di Sand è Zach Lahn, esponente dell'apparato repubblicano privo di precedenti esperienze in cariche elettive, che ha lavorato per Americans for Prosperity, il gruppo di pressione legato ai fratelli Koch. A giugno ha sconfitto a sorpresa alle primarie il deputato uscente Randy Feenstra per meno di un punto percentuale, nonostante Donald Trump avesse appoggiato il suo avversario. Nato e cresciuto in Iowa, negli ultimi dieci anni Lahn ha vissuto soprattutto a Wichita, in Kansas, dove ha fondato una scuola privata.

Il Des Moines Register ha scritto che divide il proprio tempo tra i due Stati; lui ha assicurato agli elettori che, se diventasse governatore, rimarrebbe in Iowa "il più possibile". La sua campagna ora insiste sulla difesa delle piccole aziende agricole dall'agricoltura industriale — una posizione insolita per un repubblicano dell'Iowa —, sul divieto dei vaccini a mRNA e sulla qualità dell'acqua. Sono temi che gli hanno assicurato l'appoggio del movimento Make America Healthy Again, legato al Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr.

"È come The Truman Show", afferma Lahn in uno spot, parlando del suo rivale: "Non è un moderato". In un altro promette di sottrarre i programmi delle scuole pubbliche dell'Iowa "ai marxisti che se ne sono impadroniti". I repubblicani accusano inoltre Sand di trascorrere troppo tempo in campagna elettorale e troppo poco al lavoro, oltre a insistere sulle donazioni ricevute dalla moglie e dalla ricca famiglia di lei. Incalzato in pubblico sul limite temporale all'aborto che sarebbe disposto ad accettare, Sand ha risposto di considerare ragionevole l'equilibrio stabilito dalla sentenza Roe vs Wade. A chi gli chiedeva come potesse conciliare quella posizione con la propria fede cristiana, ha replicato che numerosi versetti della Bibbia fanno coincidere l'inizio della vita con il primo respiro, suscitando l'ira di una parte dei conservatori religiosi.

Sand ha raccolto più fondi di Lahn, ma i repubblicani stanno riversando milioni di dollari in Iowa anche per contrastare il candidato democratico al Senato Josh Turek e difendere tre seggi alla Camera divenuti più competitivi del previsto. Giovedì, alla fiera statale, alcuni attivisti di Turning Point Action hanno inseguito Sand urlandogli contro. Nonostante questo, lui continua a sostenere che sia possibile collaborare con il parlamento repubblicano, perché tra i suoi membri vi sarebbero ancora molte persone in buona fede, convinte che un giorno, alle porte del paradiso, dovranno dimostrare ciò che hanno fatto. È la scommessa sulla quale ha costruito l'intera campagna: chiedere agli elettori di giudicare l'uomo, non il partito, in uno Stato dove i democratici partono sulla carta con quasi 200.000 iscritti in meno.


In Wisconsin Crowley non farà campagna insieme ai socialisti


Il candidato democratico a governatore del Wisconsin, David Crowley, farà campagna elettorale sul costo della vita e sull'estremismo del suo avversario repubblicano, ma non salirà sul palco con alcuni dei principali sostenitori di Francesca Hong, la candidata di sinistra che ha battuto nelle primarie democratiche per il governatore del Wisconsin, il voto con cui gli elettori di un partito scelgono chi mandare alle elezioni vere e proprie. Lo ha detto giovedì a Politico in una delle prime interviste dopo la vittoria.

"Non saremo tutti d'accordo su tutto. Ma penso che siamo d'accordo sul fatto che l'obiettivo finale è assicurarci di non avere un estremista MAGA e il deputato Tom Tiffany seduto nell'ufficio del governatore", ha detto Crowley, usando l'acronimo dello slogan del presidente Donald Trump "Make America Great Again". Lo Stato del Wisconsin, ha aggiunto Crowley, "ha una grande opportunità" di mettere un freno all'agenda del presidente in una fase di crisi del costo della vita. Tiffany, che sarà il suo avversario a novembre, è attualmente un deputato repubblicano alla Camera.

Il Wisconsin è uno degli Stati più contesi del Paese e Trump lo ha vinto nel 2024 con poco meno di 30mila voti di scarto. I democratici considerano decisivo tenersi la carica di governatore, che negli Stati Uniti è il capo dell'esecutivo di uno stato, per fare da argine alla Casa Bianca. Sperano anche di conquistare il controllo pieno delle istituzioni statali, cioè la poltrona di governatore insieme alle due camere del parlamento locale, per la prima volta dal 2010.

Crowley attualmente amministra la contea di Milwaukee ed è stato scelto personalmente da Tony Evers, il governatore in carica. Nella sua intervista ha detto che vuole tenere dentro l'ala sinistra del partito ma anche rivolgersi agli indipendenti e a chi in passato ha votato repubblicano e ora "si sente rifiutato dall'attuale Partito Repubblicano".

Il candidato democratico ha aggiunto di avere già parlato con "alcuni repubblicani più interessati a sconfiggere Tom Tiffany". Nel 2018 Evers strappò la carica di governatore al repubblicano Scott Walker con una coalizione dello stesso tipo, che ha tenuto insieme le roccaforti democratiche, gli indipendenti e una parte degli elettori di area conservatrice.

I consulenti di Crowley ritengono che insistere sul costo della vita sotto l'Amministrazione Trump, mentre la guerra con l'Iran resta fortemente impopolare ed il gradimento del presidente scende sempre più in basso, sia il terreno migliore per parlare a una platea ampia di elettori, al di là dei confini del proprio partito.


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Il dilemma dei democratici: fino a che punto spingersi contro Trump


L’insinuazione di Jon Ossoff sul rapporto del presidente con Natalie Harp riapre il confronto tra chi vuole rispondere colpo su colpo e chi preferisce un tono più istituzionale in vista del 2028.

Domenica, durante un comizio ad Atlanta per la sua campagna di rielezione, il senatore democratico Jon Ossoff ha detto che Donald Trump "non vuole fare il suo lavoro" e preferisce "costruire la sua sala da ballo e viaggiare con Natalie sul suo palazzo volante apparentemente indifeso, regalato dall'emiro del Qatar". Non ha pronunciato il cognome di Natalie, né era necessario: si tratta infatti di Natalie Harp, 35 anni, l'assistente che resta quasi costantemente al fianco del presidente e decide gran parte di ciò che finisce sotto i suoi occhi. La frase è stata interpretata come un'insinuazione sull'esistenza di qualcosa di più di un rapporto professionale tra i due, ipotesi che la Casa Bianca respinge con forza. Le reazioni sono state tali da trasformare la battuta nella vera notizia del comizio.

Lunedì, nello Studio Ovale, Trump ha replicato definendo Ossoff un "sosia di Pee-wee Herman", il personaggio interpretato dal comico Paul Reubens. Il direttore della comunicazione della Casa Bianca, Steven Cheung, lo ha invece liquidato con un insulto volgare. Il commentatore conservatore Scott Jennings lo ha accusato di sessismo e definito "un vigliacco", mentre il conduttore radiofonico Hugh Hewitt lo ha descritto come "un tipo meschino che spaccia calunnie". La deputata repubblicana Anna Paulina Luna ha bollato le sue parole come sessiste e "misogine". I democratici, al contrario, si sono guardati dal criticarlo apertamente: l'unica a incalzarlo è stata Jen Psaki, ex portavoce della Casa Bianca durante la presidenza di Joe Biden, che gli ha chiesto perché avesse scelto di spingersi fino a quel punto.

Il partito si divide sul tono, non sulle idee


Ossoff e il governatore della California Gavin Newsom rappresentano l'ala più combattiva del Partito Democratico, quella intenzionata a rispondere al presidente colpo su colpo. Newsom ha trasformato i propri canali istituzionali in uno strumento di scherno, scrivendo in maiuscolo come Trump e accusandolo di raccogliere fondi a Los Angeles "mentre la sua stessa Amministrazione compra quote di aziende californiane come se fossimo nell'Unione Sovietica". Ossoff, da parte sua, colleziona discorsi virali costruiti intorno a battute taglienti, nei quali descrive il presidente come un bambino che getta "i giocattoli fuori dal passeggino" e come un uomo che "nessuno onorerà quando sarà morto".

Newsom è considerato un possibile candidato alla Casa Bianca nel 2028. Ossoff, impegnato nella corsa per la rielezione al Senato in Georgia contro il deputato repubblicano Mike Collins e avanti di circa 8 punti nella media dei sondaggi, ripete invece di avere "zero interesse" per una candidatura presidenziale. Ad accomunarli, e a distinguerli dal resto del partito, è però soprattutto il proprio temperamento, più che la posizione sui singoli temi politici.

Sul versante opposto si collocano invece il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro e quello del Kentucky Andy Beshear, anch'essi indicati come possibili candidati nel 2028, che hanno scelto un basso profilo incentrato sulla capacità di governo. "Se si tratta di urlare, strepitare e battere i pugni sul tavolo, ecco, quello non sono io", ha detto Shapiro in un'intervista rilasciata a marzo al podcast Pod Save America. Quel registro, ha aggiunto, potrebbe procurargli qualche like in più, ma non è ciò che gli chiedono gli elettori che lo hanno scelto come governatore. Beshear, durante un evento dello scorso fine settimana con la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, ha invocato una politica fondata sul "buon senso e sulla ricerca di punti d'incontro".

David Axelrod, già consigliere di Barack Obama, ha detto ad Axios che nessuno è stato più duro, eloquente o efficace di Ossoff nell'attaccare Trump e che i democratici, stanchi di subirne i colpi, hanno accolto con favore quel registro. Axelrod ritiene però che, entro il 2028, gli americani cercheranno "il rimedio, non la replica" della crudeltà del presidente. Il video di Ossoff, ha osservato, avrebbe funzionato altrettanto bene senza un'insinuazione che gli è apparsa gratuita. Quanto ai repubblicani indignati, secondo Axelrod chi non ha mai avuto nulla da dire sulla volgarità di Trump non è nella posizione di scandalizzarsi ora.

Natalie Harp, la collaboratrice che filtra ciò che legge Trump


Harp lavora a una scrivania appena fuori dallo Studio Ovale e trascorre con Trump più tempo di qualsiasi altro suo collaboratore. Durante le riunioni gli siede accanto con un computer portatile e i telefoni, pronta a recuperare un contatto o un'informazione. È una delle pochissime persone ad avere accesso diretto al suo account Truth Social, gli porta pile di bozze stampate dei post da approvare e ha imparato a riprodurne cadenza e punteggiatura, tanto che spesso pubblica dal proprio iPhone ciò che il presidente le detta.

Natalie risponde soltanto a Trump e può quindi eseguirne le indicazioni senza passare dal capo di gabinetto, dall'ufficio comunicazione o dalla squadra per la sicurezza nazionale, suscitando qualche malumore tra i colleghi. Una persona vicina alla Casa Bianca ha detto, di recente, al Wall Street Journal che il numero di cellulare di Harp vale più di quello di Trump.

Cresciuta in una famiglia cristiana conservatrice della California, circa 10 anni fa Harp si è ammalata di un tumore osseo al secondo stadio. Attribuisce la propria sopravvivenza al Right to Try Act, la legge firmata da Trump nel 2018 che permette ad alcuni pazienti affetti da malattie potenzialmente letali di accedere a farmaci sperimentali non ancora approvati. Nel 2020 è stata invitata a raccontare la propria storia alla convention repubblicana. Passò poi a One America News Network, dove ha condotto un programma serale fino al 2022, sostenendo spesso le accuse infondate di brogli nelle elezioni presidenziali ripetute da Trump.

Natalie ha lasciato la televisione proprio nel 2022, quando buona parte del Partito repubblicano considerava ormai conclusa la carriera politica di Trump, per diventarne l'assistente personale. A Mar-a-Lago lo ha seguito costantemente sul campo da golf, pronta a stampare articoli direttamente dal golf cart: un'abitudine che le è valsa il soprannome di "stampante umana".

La sua devozione ha però irritato parte dello staff di Trump. Alcuni funzionari si sono lamentati in privato perché Harp avrebbe sottoposto al presidente materiale proveniente da gruppi di estrema destra e contenente informazioni false o fuorvianti. Su indicazione di Trump, a febbraio è stata lei ad aver pubblicato un video con immagini razziste che raffiguravano Barack e Michelle Obama come scimmie e un'immagine generata con l'intelligenza artificiale nella quale il presidente appariva come una figura cristologica. La Casa Bianca ha cancellato entrambi i post dopo le critiche bipartisan ricevute.

Secondo alcuni, però, la responsabilità le sarebbe stata addossata ingiustamente. Il 18 febbraio la portavoce della Casa Bianca lo ha riconosciuto apertamente, affermando che Trump è responsabile dei propri post. Ma quel che più si nota di Natalie, è la sua vera e propria devozione verso il presidente. In alcune lettere del 2023, citate dal New York Times e ripubblicate in questi giorni, Harp scriveva a Trump: "Sei tutto ciò che conta per me". Raccontava inoltre di dimenticarsi di mangiare e dormire e si scusava per averlo messo in imbarazzo correndo dietro al suo golf cart durante un viaggio in Scozia.

Il mese scorso, dopo il vertice NATO dell'8 luglio ad Ankara, le agenzie di intelligence statunitense e turca hanno intercettato informazioni su un piano iraniano per abbattere l'Air Force One con un missile terra-aria. Trump è salito regolarmente a bordo, ma in seguito è stato trasferito di nascosto su un furgone del catering e imbarcato su un C-32A militare più piccolo insieme a pochi stretti collaboratori, tra i quali proprio Natalie Harp. Il Segretario di Stato Marco Rubio e il Segretario al Tesoro Scott Bessent sono invece rimasti sull'aereo usato come esca, insieme ai giornalisti del pool. È proprio quell'aereo che Ossoff ha evocato in Georgia durante la battuta ormai diventata virale.


Ossoff attacca Trump sui viaggi con la sua assistente


Il senatore democratico della Georgia Jon Ossoff ha attaccato il presidente Donald Trump per il rapporto con la sua assistente esecutiva Natalie Harp, 35 anni, durante un comizio tenuto domenica a Midtown, il quartiere centrale di Atlanta. Davanti a più di mille sostenitori il senatore, 39 anni, ha contrapposto i marinai della portaerei USS Abraham Lincoln, rimasta in mare da quasi nove mesi, a un presidente che secondo lui non vuole fare il proprio lavoro.

"Mentre i marinai della Lincoln combattono la sua guerra, mentre prosciuga senza risultati le nostre munizioni e le nostre riserve di petrolio, il presidente dorme durante le riunioni. Gioca a golf e compra e vende azioni. Vedete, non vuole fare il suo lavoro", ha detto Ossoff. "Vuole costruire la sua sala da ballo e viaggiare con Natalie sul loro palazzo volante apparentemente indifeso regalato dall'emiro del Qatar."

Trump ha viaggiato con Harp proprio domenica sull'aereo presidenziale donato dal Qatar, per tornare a Washington dal suo circolo di golf in New Jersey dove aveva passato il fine settimana. Nel discorso Ossoff ha accusato il presidente di trascinare una nazione in guerra con la menzogna, di trattare i cittadini come sciocchi e chi serve il paese come pedine.

Harp è diventata una presenza quasi costante accanto al presidente, che ha 80 anni. La giornalista del New York Times Maggie Haberman l'ha descritta come il suo ciuccio umano: "È una specie di ciuccio, se vogliamo dirla così, la sua coperta di Linus", ha detto domenica al giornalista Jacob Soboroff. Il fratello di Harp, Preston, ha definito "molto malsano" il legame della sorella con il presidente.

All'inizio del secondo mandato Trump aveva preso a dire al suo staff che Harp "era l'unica che lo amava quanto sua moglie e i suoi figli", si legge in "Regime Change", il libro scritto da Haberman insieme al collega del New York Times Jonathan Swan. "Voi ve ne andrete tutti a fare soldi", diceva secondo il libro, "lei non mi lascerà mai." Harp gli lasciava biglietti elogiativi negli spazi personali, in uno dei quali aveva scritto "sei tutto ciò che conta per me".

Senator Jon Ossoff slams Trump:

“He doesn’t want to do the job. He wants to build his ballroom and travel with Natalie on their apparently defenseless flying palace gifted by the Emir of Qatar.” pic.twitter.com/SS5I66WQIo
— Republicans against Trump (@RpsAgainstTrump) August 17, 2026


Nel libro Harp è soprannominata anche stampante umana, perché stampa di continuo per il presidente articoli favorevoli, post sui social e altro materiale lusinghiero. Porta sempre con sé una stampante portatile e un computer per fornirgli informazioni su richiesta.

La vicinanza tra i due è emersa anche la settimana scorsa, quando si è saputo che Harp era tra i pochi collaboratori saliti con Trump su un aereo militare per lasciare la Turchia, dopo che il presidente era uscito di nascosto dall'Air Force One dentro un camion del catering per una minaccia di assassinio iraniana al vertice NATO. Il segretario di Stato Marco Rubio e il consigliere della Casa Bianca Stephen Miller erano rimasti sull'aereo presidenziale usato come esca, mentre con il presidente erano saliti anche il vice capo di gabinetto Dan Scavino e Walt Nauta, responsabile delle operazioni dello Studio Ovale, come ha riportato il Washington Post. Alcuni membri dello staff della Casa Bianca non sapevano che Trump non fosse a bordo dell'aereo su cui erano rimasti.

Ossoff ha dedicato gran parte del comizio al costo della vita. "Costa più che mai riempire il frigorifero, alimentare la casa, farsi una tazza di caffè, comprare il materiale scolastico per i figli o un trattore per la fattoria", ha detto. "Ci era stato promesso che il lavoro duro avrebbe portato ricchezza e avanzamento, ma per troppi il tapis roulant diventa più veloce e più ripido. I georgiani lavorano di più e più a lungo, ma le bollette continuano a salire." Ha poi detto di voler togliere i soldi delle aziende dalla politica, indicando nella corruzione la ragione per cui nulla funziona per le persone comuni.

Il senatore corre per un secondo mandato contro il deputato repubblicano Mike Collins. Il voto anticipato in Georgia comincia tra otto settimane e al giorno delle elezioni mancano meno di 80 giorni. "La Georgia merita di meglio", ha detto Ossoff. "Meglio di un burattino di Trump come Mike Collins, che è a favore della guerra, dei dazi e dei tagli alla vostra sanità. E l'America merita di meglio di Donald Trump."

Ossoff ha accusato Collins di essere un razzista, di essere sotto indagine federale per l'uso illecito di denaro pubblico e di essere circondato da neonazisti e nazionalisti bianchi, oltre ad avere votato per la guerra e per tagliare la sanità. Lo ha anche descritto come un candidato che al podio trema e poi scappa, alla guida di una campagna che sta crollando.

A un evento elettorale a Savannah la settimana scorsa un uomo aveva chiesto a Collins se avrebbe sostenuto una proposta avanzata dall'amministrazione Trump a maggio, un fondo per risarcire chi è stato danneggiato ingiustamente dal governo federale. Molti democratici sostengono che quel fondo potrebbe servire a risarcire i condannati per l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Un portavoce della campagna di Collins ha respinto la ricostruzione di Ossoff, spiegando che il deputato vuole che le agenzie federali rispondano degli abusi di potere ma non sostiene un fondo senza limiti né pagamenti automatici a carico dei contribuenti per chi è stato perseguito per il 6 gennaio.

Ossoff ha detto che l'ostilità di Trump verso la contea di Fulton, che comprende Atlanta, ha la stessa origine di quella verso Filadelfia e Detroit: "È perché il fatto che gli elettori neri siano stati determinanti per la sua sconfitta lo offende ancora più della sconfitta stessa." Ha poi detto che gli americani non sono un'etnia ma un popolo unito da convinzioni condivise. Ha definito assurda la situazione in cui i grandi imprenditori tecnologici scavano bunker e avvertono che l'intelligenza artificiale che stanno addestrando potrebbe portare a disoccupazione di massa o all'estinzione dell'uomo, mentre il Congresso discute di sale da ballo e di sport giovanili.

"So che molti di voi sono qui oggi perché non sopportate quello che è stato fatto al nostro paese", aveva detto Ossoff aprendo il comizio. Il senatore ha presentato la sua corsa come un progetto che va oltre i confini di partito, rivolto a chi cerca equilibrio, competenza e servizio pubblico di qualità, "una campagna di persone perbene che amano il nostro stato e il nostro paese e si prendono cura gli uni degli altri".


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Chinese Threat Group Automates Web Server Attacks at Scale Using AI Agents, Cisco Talos Warns
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Unauthenticated File Upload Flaw in Elementor Pro Opens Door to Remote Code Execution
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New Espionage Campaign ‘SilkParasite’ Hits Central Asian Governments With Five Undocumented Malware Tools
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Da Active Directory a Entra ID: la modernizzazione ibrida dell’identità spiegata ai sistemisti
#tech
spcnet.it/da-active-directory-…
@informatica


Da Active Directory a Entra ID: la modernizzazione ibrida dell’identità spiegata ai sistemisti


Perché Active Directory da sola non basta più


Microsoft ha recentemente pubblicato un messaggio diretto ai reparti IT: Active Directory on-premises, da sola, non è più sufficiente per reggere il modello di sicurezza richiesto oggi. Non si tratta di un annuncio di fine vita per AD — che resta il fondamento dell’identità in moltissime organizzazioni — ma di un cambio di prospettiva su cosa un’infrastruttura identity debba garantire quando lavoro ibrido, SaaS, fornitori esterni e ora anche agenti AI accedono quotidianamente a dati e sistemi aziendali.

Per chi gestisce l’infrastruttura identity in produzione, la domanda non è “AD oppure Entra ID”, ma come costruire un’architettura ibrida che riduca la superficie d’attacco senza un rip-and-replace che nella maggior parte dei contesti enterprise non è realistico né necessario. Vediamo cosa cambia concretamente e quali strumenti usare per la modernizzazione incrementale.

I cinque segnali di un’infrastruttura identity da modernizzare


Il ragionamento di Microsoft si basa su cinque aree di attrito che chi amministra AD riconoscerà facilmente:

  • Onere operativo: patching dei domain controller, gestione backup, rinnovo certificati, procedure di disaster recovery. Tempo sottratto ad automazione e governance, non alla sicurezza in sé.
  • Un modello di trust superato: AD è nato per un perimetro di rete definito. Il lavoro ibrido richiede decisioni di accesso basate su rischio dell’utente, postura del dispositivo e contesto — non sulla semplice appartenenza alla rete aziendale.
  • Proliferazione SaaS: Microsoft 365, Salesforce, Workday, ServiceNow e decine di altre applicazioni cloud richiedono un piano di identità cloud-native, non solo una federazione con AD.
  • Utenti esterni: contractor, partner e fornitori richiedono provisioning e deprovisioning sistematico, difficile da gestire con i soli strumenti nativi di AD.
  • Permessi per agenti AI: applicazioni e agenti che accedono a dati ed eseguono azioni per conto degli utenti richiedono un modello di autorizzazione granulare che AD non è stato progettato per gestire.

Il punto centrale non è la sostituzione, ma la modernizzazione incrementale: spostare autenticazione e controlli di accesso verso il cloud, mantenendo AD per i carichi che ne dipendono ancora, fino a quando anche quelli non vengono modernizzati o dismessi.

Entra Connect Sync vs Cloud Sync: quale scegliere


Il primo bivio tecnico in ogni percorso di modernizzazione riguarda lo strumento di sincronizzazione tra AD on-premises e Microsoft Entra ID. Le due opzioni non sono intercambiabili e la scelta ha implicazioni architetturali concrete.

Microsoft Entra Connect Sync è il tool “storico”: richiede un server Windows dedicato (indicativamente 4 vCPU, 8 GB RAM, 100 GB disco) con un motore di sincronizzazione basato su SQL Server (LocalDB per ambienti piccoli, SQL Server completo oltre una certa scala). Esegue una sincronizzazione differenziale ogni 30 minuti — non è possibile scendere sotto questa soglia per limiti architetturali — e regge ambienti fino a 500.000+ oggetti. Supporta scenari che Cloud Sync non copre: Pass-through Authentication (PTA), Group Writeback per i gruppi Microsoft 365, e mapping avanzato di attributi personalizzati.

Microsoft Entra Cloud Sync è invece un agente leggero, gestito da Microsoft, installabile su un domain controller o su un server nelle vicinanze, senza alcuna dipendenza da SQL Server. Sincronizza circa ogni 2 minuti — molto più reattivo di Connect Sync — ma è limitato a circa 150.000 oggetti. Supporta solo Password Hash Sync (non PTA), non offre Group Writeback e ha opzioni di mapping attributi più limitate. In compenso offre alta disponibilità nativa tramite agenti multipli auto-ridondanti, contro la modalità staging attivo-passivo di Connect Sync che richiede failover manuale.

In sintesi: Connect Sync resta la scelta per organizzazioni grandi con requisiti di PTA o Group Writeback; Cloud Sync è preferibile per nuovi deployment con requisiti più semplici, dove la cadenza di sync più rapida e il minor carico operativo pesano più della scala massima supportata.

Privileged Identity Management: ridurre l’esposizione degli account con ruoli elevati


Uno dei controlli più efficaci per ridurre la superficie d’attacco descritta da Microsoft è l’eliminazione degli account con ruoli privilegiati assegnati in modo permanente (“standing access”). Microsoft Entra Privileged Identity Management (PIM) sposta il modello verso assegnazioni eligible (idonee ma non attive) che l’utente attiva solo quando necessario, per una durata limitata e con giustificazione registrata a fini di audit.

Con Microsoft Graph PowerShell, la gestione di questo flusso è completamente scriptabile. Assegnazione di un ruolo idoneo per 10 ore:

Connect-MgGraph -Scopes "RoleManagement.ReadWrite.Directory"

$params = @{
  "PrincipalId" = "d29e358a-a443-4d83-98b3-499a5405bb5b"
  "RoleDefinitionId" = "88d8e3e3-8f55-4a1e-953a-9b9898b8876b"
  "Justification" = "Aggiunta assegnazione idonea"
  "DirectoryScopeId" = "/"
  "Action" = "AdminAssign"
  "ScheduleInfo" = @{
    "StartDateTime" = Get-Date
    "Expiration" = @{
      "Type" = "AfterDuration"
      "Duration" = "PT10H"
    }
  }
}

New-MgRoleManagementDirectoryRoleEligibilityScheduleRequest -BodyParameter $params |
  Format-List Id, Status, Action, RoleDefinitionId, Justification, PrincipalId

L’utente attiva poi il ruolo solo quando serve, per un tempo limitato (qui un’ora):
$params = @{
  "PrincipalId" = "d29e358a-a443-4d83-98b3-499a5405bb5b"
  "RoleDefinitionId" = "88d8e3e3-8f55-4a1e-953a-9b9898b8876b"
  "Justification" = "Attivazione ruolo per intervento pianificato"
  "DirectoryScopeId" = "/"
  "Action" = "SelfActivate"
  "ScheduleInfo" = @{
    "StartDateTime" = Get-Date
    "Expiration" = @{
      "Type" = "AfterDuration"
      "Duration" = "PT1H"
    }
  }
}

New-MgRoleManagementDirectoryRoleAssignmentScheduleRequest -BodyParameter $params

e la disattiva esplicitamente al termine, o lascia che scada automaticamente:
$params = @{
  "PrincipalId" = "d29e358a-a443-4d83-98b3-499a5405bb5b"
  "RoleDefinitionId" = "88d8e3e3-8f55-4a1e-953a-9b9898b8876b"
  "Justification" = "Fine intervento"
  "DirectoryScopeId" = "/"
  "Action" = "SelfDeactivate"
}

New-MgRoleManagementDirectoryRoleAssignmentScheduleRequest -BodyParameter $params

Il parametro DirectoryScopeId impostato a / assegna il ruolo a livello di intero tenant; per limitare lo scope a una specifica unità amministrativa si usa un AppScopeId o lo scope dell’unità stessa. Automatizzare questi flussi via Graph PowerShell (ad esempio da una pipeline di onboarding/offboarding) è spesso più affidabile che affidarsi esclusivamente al portale, soprattutto quando serve integrare l’attivazione dei ruoli con sistemi di ticketing o approvazione esterni.

Autenticazione phishing-resistant e riduzione dei protocolli legacy


La seconda area indicata da Microsoft riguarda i metodi di autenticazione. Nella pratica, questo significa due interventi concreti su ogni tenant: primo, abilitare metodi resistenti al phishing come le chiavi di sicurezza FIDO2 o Windows Hello for Business al posto di SMS e app authenticator basate solo su OTP, che restano vulnerabili ad attacchi MFA fatigue e a proxy AiTM (adversary-in-the-middle). Secondo, disattivare progressivamente i protocolli di autenticazione legacy (Basic Auth su Exchange, POP/IMAP non moderni) che bypassano completamente la Conditional Access basata su rischio, perché non supportano la valutazione di device compliance o segnali di rischio in tempo reale.

Un percorso pragmatico per chi parte da AD puro


Per chi gestisce ancora un’infrastruttura AD-centrica, l’indicazione pratica che emerge da questo cambio di approccio è di procedere per fasi, senza inseguire una migrazione big-bang:

  1. Distribuire Entra Connect Sync o Cloud Sync (in base alla scala e ai requisiti di PTA/Group Writeback discussi sopra) per portare le identità in Entra ID mantenendo AD come source of truth.
  2. Attivare Conditional Access basata su rischio utente e postura del dispositivo per le applicazioni cloud, riducendo la dipendenza dal solo perimetro di rete.
  3. Migrare gli account con privilegi elevati a PIM, eliminando le assegnazioni permanenti dei ruoli critici.
  4. Mappare quali applicazioni legacy dipendono ancora da Kerberos/NTLM puro e pianificarne la modernizzazione o l’isolamento in un segmento di rete dedicato.
  5. Estendere la governance delle identità (lifecycle, access review periodiche) anche a utenti esterni, applicazioni registrate e, dove presenti, agenti AI con accesso a dati aziendali.

Nessuno di questi passaggi richiede di spegnere i domain controller. Il valore pratico dell’approccio ibrido è proprio questo: ridurre progressivamente la superficie d’attacco esposta dai componenti legacy, senza interrompere le applicazioni che oggi dipendono ancora da AD, fino a quando la modernizzazione di quelle stesse applicazioni non renderà possibile una dismissione più ampia.

Articolo ispirato e approfondito a partire da: Microsoft Says Active Directory Alone is No Longer Enough for Modern Identity Security, Petri IT Knowledgebase.


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Grok AI Chatbot Tricked Into Leaking Private Chats Through Encrypted Prompt Injection
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Nginx e TLS: come ridurre TTFB e latenza con le impostazioni giuste
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@informatica


Nginx e TLS: come ridurre TTFB e latenza con le impostazioni giuste


Il TTFB non dipende solo dall’applicazione: quanto costa davvero l’handshake TLS


Quando un sito HTTPS risponde lentamente, il riflesso condizionato di ogni sistemista è guardare al backend: query lente, cache assente, un’applicazione PHP o .NET che non scala. Ma prima ancora che la richiesta arrivi al codice applicativo, il client e il server devono completare un handshake TLS, negoziare un protocollo, verificare un certificato ed eventualmente riprendere una sessione precedente. Ognuno di questi passaggi ha un costo in millisecondi, e su siti ad alto traffico o con molte connessioni “fredde” (nuovi visitatori, CDN edge miss, mobile su rete instabile) quel costo si somma in modo tutt’altro che trascurabile.

La buona notizia è che gran parte di questo overhead è governato da una manciata di direttive Nginx che, se lasciate ai valori di default, non sono ottimizzate per la latenza. In questo articolo vediamo come intervenire in modo mirato su HTTP/2, HTTP/3, cache di sessione TLS, versioni del protocollo, cipher suite e OCSP stapling, con un occhio a cosa è davvero cambiato nel panorama TLS nel 2026 rispetto a configurazioni “storiche” che circolano ancora in molte guide.

HTTP/2 e HTTP/3: come attivarli correttamente


Su Nginx recente (1.25.1 e successivi) il supporto HTTP/2 non si attiva più come parametro del blocco listen, ma con una direttiva dedicata. La sintassi legacy listen 443 ssl http2; è deprecata e in alcune build genera un warning in fase di reload:

listen 443 ssl;
http2 on;

Per chi vuole spingersi oltre, HTTP/3 (basato su QUIC, quindi su UDP anziché TCP) è supportato nativamente da Nginx 1.25.0 in poi:
listen 443 ssl;
listen [::]:443 ssl;
listen 443 quic reuseport;
listen [::]:443 quic reuseport;
http2 on;
add_header Alt-Svc 'h3=":443"; ma=86400';

L’header Alt-Svc non è opzionale: senza di esso il browser non ha modo di sapere che il server parla anche HTTP/3, e continuerà a usare HTTP/2 anche se QUIC è configurato correttamente sul lato server. Va inoltre ricordato che molte reti aziendali e alcuni provider filtrano il traffico UDP sulla porta 443, quindi HTTP/3 va sempre trattato come miglioramento progressivo e non come sostituto esclusivo di HTTP/2.

Session cache e session ticket: evitare handshake completi


Ogni handshake TLS completo comporta uno scambio di chiavi asimmetrico, che è l’operazione più costosa dell’intero processo. La cache di sessione permette a un client che si riconnette di saltare questo passaggio:

ssl_session_cache shared:SSL:10m;
ssl_session_timeout 1d;
ssl_session_tickets on;

Una cache condivisa da 10 MB memorizza circa 4.000 sessioni: per un sito a traffico medio è più che sufficiente, ma su cluster con più worker o più nodi Nginx dietro un load balancer va dimensionata in base al numero di client unici attesi nella finestra di ssl_session_timeout. Un dettaglio spesso trascurato: da Nginx 1.23.2 la gestione delle chiavi dei session ticket è stata migliorata, ma se si opera un’infrastruttura con più server dietro lo stesso load balancer, le chiavi di ticket vanno sincronizzate tra i nodi (tipicamente con ssl_session_ticket_key e un file condiviso via configuration management), altrimenti il beneficio della ripresa di sessione si perde ogni volta che il client finisce su un nodo diverso da quello dell’handshake iniziale.

Versioni del protocollo: perché TLS 1.3 non è solo “più sicuro”


La direttiva sulle versioni supportate resta relativamente semplice:

ssl_protocols TLSv1.2 TLSv1.3;

Il punto tecnico interessante è che TLS 1.3 non porta solo benefici di sicurezza (rimozione di cipher obsoleti, forward secrecy obbligatoria), ma anche di performance pura: riduce l’handshake a un singolo round trip contro i due richiesti da TLS 1.2, e supporta la ripresa di sessione tramite un meccanismo (0-RTT/PSK) che rende le riconnessioni ancora più rapide. Per un client con RTT di rete di 80-100ms verso il server — scenario comune per utenti mobile o geograficamente distanti dal datacenter — il risparmio di un intero round trip si traduce direttamente in TTFB più basso.

Mantenere TLS 1.2 come fallback resta comunque prudente per compatibilità con client legacy (alcune librerie HTTP embedded, dispositivi IoT, versioni datate di Android). Limitarsi al solo TLS 1.3 va considerato solo per ambienti controllati, come API interne o servizi machine-to-machine dove si conoscono con certezza i client.

Cipher suite: meno è meglio, con TLS 1.3


Su TLS 1.2 la scelta delle cipher suite ha ancora impatto pratico:

ssl_prefer_server_ciphers off;
ssl_ciphers 'ECDHE-ECDSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-RSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-ECDSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-RSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-ECDSA-CHACHA20-POLY1305:ECDHE-RSA-CHACHA20-POLY1305';

Da notare l’impostazione ssl_prefer_server_ciphers off: con TLS 1.3 e i client moderni, lasciare che sia il client a scegliere la cipher (in base a cosa è accelerato via hardware sul suo dispositivo, ad esempio AES-NI vs ChaCha20 su mobile) è generalmente più efficiente che imporre l’ordine lato server.

Con TLS 1.3, però, le cipher suite sono fissate dal protocollo stesso: mantenere una lunga stringa ssl_ciphers personalizzata e una direttiva ssl_ecdh_curve manuale non porta quasi nessun beneficio aggiuntivo per le connessioni che negoziano TLS 1.3, e serve solo a coprire il fallback su TLS 1.2. Molte configurazioni “best practice” che circolano online sono più complesse del necessario proprio perché non tengono conto di questo aspetto.

OCSP stapling: un capitolo da riscrivere nel 2026


Fino a poco tempo fa, l’OCSP stapling era una delle ottimizzazioni TLS più raccomandate: invece di far verificare al browser lo stato di revoca del certificato con una richiesta separata al CA, il server allega (“stapla”) una risposta OCSP firmata direttamente durante l’handshake, risparmiando un round trip:

ssl_stapling on;
ssl_stapling_verify on;
ssl_trusted_certificate /path/to/full_chain.pem;
resolver 8.8.8.8 8.8.4.4 valid=300s;
resolver_timeout 5s;

Questo è un punto su cui molti sistemisti non sono ancora allineati: Let’s Encrypt ha dismesso il supporto OCSP nell’agosto 2025, passando esclusivamente a CRL (Certificate Revocation List) a corto ciclo di vita per la verifica di revoca. Se i certificati del vostro dominio provengono da Let’s Encrypt, le direttive sopra sono di fatto inerti: Nginx proverà a fare stapling ma non otterrà risposte valide, e conviene rimuoverle per tenere la configurazione pulita e i log privi di errori di risoluzione OCSP inutili. Se invece usate un CA diverso che continua a supportare OCSP, le direttive restano valide e utili.

Buffer TLS: un’ottimizzazione minore ma misurabile

ssl_buffer_size 4k;

Il valore di default di Nginx per il buffer di invio TLS è 16k, pensato per massimizzare il throughput su trasferimenti di grandi dimensioni. Per il traffico HTTP tipico — pagine HTML, chiamate API, asset di dimensioni moderate — un buffer più piccolo (4k) riduce la quantità di dati che devono essere cifrati e trasmessi prima che il client possa iniziare a processare la risposta, con un guadagno tipico nell’ordine di 30-50ms sul TTFB. È un’ottimizzazione minore rispetto a HTTP/2 o al session caching, ma essendo a costo zero (nessun trade-off di sicurezza) vale la pena applicarla su siti dove il TTFB è una metrica critica.

Configurazione completa di riferimento

server {
    listen 443 ssl;
    listen [::]:443 ssl;
    http2 on;

    ssl_certificate     /etc/nginx/ssl/fullchain.pem;
    ssl_certificate_key /etc/nginx/ssl/privkey.pem;

    ssl_protocols TLSv1.2 TLSv1.3;
    ssl_prefer_server_ciphers off;
    ssl_ciphers 'ECDHE-ECDSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-RSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-ECDSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-RSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-ECDSA-CHACHA20-POLY1305:ECDHE-RSA-CHACHA20-POLY1305';

    ssl_session_cache shared:SSL:10m;
    ssl_session_timeout 1d;
    ssl_session_tickets on;
    ssl_buffer_size 4k;

    add_header Strict-Transport-Security "max-age=63072000; includeSubdomains; preload" always;
    add_header X-Frame-Options SAMEORIGIN always;
    add_header X-Content-Type-Options nosniff always;
}

Da personalizzare rimuovendo il blocco OCSP se il certificato proviene da Let’s Encrypt, e aggiungendo i blocchi listen ... quic reuseport; e l’header Alt-Svc se si vuole abilitare anche HTTP/3.

Cosa aspettarsi (e cosa no) da questa ottimizzazione


Vale la pena essere chiari sui limiti: il tuning TLS non risolve un’applicazione lenta. Se il backend impiega 800ms per generare una risposta, risparmiare 50ms sull’handshake è un’ottimizzazione marginale rispetto al problema reale. Dove il tuning TLS fa davvero la differenza è nel ridurre l’overhead fisso presente su ogni richiesta HTTPS, in particolare per le connessioni “fredde” e per utenti con RTT di rete elevato — scenari in cui il costo dell’handshake può facilmente superare il tempo di elaborazione lato server. Caching applicativo, ottimizzazione del backend e CDN restano le leve principali per le performance complessive, ma un livello TLS ben configurato è la base su cui tutte le altre ottimizzazioni si appoggiano, ed è spesso trascurata proprio perché “funziona già” con i valori di default.

Articolo ispirato e approfondito a partire da: Nginx tuning tips: HTTPS/TLS – Turbocharge TTFB/Latency, LinuxBlog.io.


Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Rubio regge meglio di Vance nelle possibili sfide per il 2028


Il sondaggio di Emerson College sul 2028 mostra Marco Rubio più competitivo di JD Vance contro ogni avversario democratico. Buttigieg però batterebbe entrambi di 5 punti, mentre i democratici conservano 8 punti di vantaggio nel voto generico per il Congresso.

Marco Rubio ottiene risultati migliori di JD Vance in diversi ipotetici confronti presidenziali per il 2028, secondo l'ultimo sondaggio nazionale di Emerson College Polling. L'istituto ha messo alla prova i due principali papabili candidati repubblicani contro i cinque democratici meglio piazzati nei sondaggi sulle primarie: Pete Buttigieg, primo con il 19%, il governatore della California Gavin Newsom, secondo con il 17%, il senatore della Georgia Jon Ossoff, la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez e l'ex vicepresidente Kamala Harris. La rilevazione è stata condotta il 16 e il 17 agosto su mille elettori probabili e presenta un intervallo di credibilità di ±3 punti percentuali.

Buttigieg è l'unico a conservare lo stesso vantaggio contro entrambi i possibili avversari: 5 punti sia su Vance sia su Rubio. Anche Ossoff e Newsom precedono Vance di 5 punti, ma il margine si riduce rispettivamente a 3 e 2 punti contro Rubio. Harris supera Vance di 4 punti, mentre perde contro Rubio di 5. Ocasio-Cortez, invece, è indietro di 2 punti su Vance e di 5 su Rubio.

Verso il 2028 · Sondaggi

Se il candidato repubblicano è Rubio, il vantaggio dei democratici quasi sparisce

Emerson College ha messo alla prova i due favoriti repubblicani contro i cinque democratici meglio piazzati nelle primarie. Il segretario di Stato va meglio del vicepresidente in quattro confronti su cinque: solo Pete Buttigieg tiene lo stesso margine contro entrambi.

Grafica di FocusAmerica 20 agosto 2026

Il margine medio nei cinque confronti

Contro Vance
+0,0

Contro Rubio
0,0

I cinque democratici battono il vicepresidente in media di oltre tre punti
Contro il segretario di Stato lo stesso gruppo finisce in perfetta parità

Media semplice dei margini nei cinque confronti testati, elaborazione FocusAmerica. Né Vance né Rubio hanno annunciato la candidatura, e in ogni scenario gli indecisi sono almeno il 6 per cento.


Margine medio dei cinque democratici: +3,4 punti contro Vance, 0,0 contro Rubio. Confronti presidenziali 2028, margine del candidato democratico. Pete Buttigieg: +5 su Vance, +5 su Rubio. Jon Ossoff: +5 su Vance, +3 su Rubio. Gavin Newsom: +5 su Vance, +2 su Rubio. Kamala Harris: +4 su Vance, −5 su Rubio. Alexandria Ocasio-Cortez: −2 su Vance, −5 su Rubio.
Giudizio sull’operato di Trump: approva il 40%, disapprova il 56%. Uomini 48% e 48%, donne 32% e 62%. Approva l’86% dei repubblicani; disapprova il 66% degli indipendenti e il 92% dei democratici.
Voto generico per il Congresso: democratici 51%, repubblicani 43%, indecisi 6%.
Tema più importante: economia 37%, minacce alla democrazia 16%, sanità 16%, immigrazione 13%.

I confronti del 2028

Contro Rubio i margini si accorciano, tranne uno


Ogni riga mostra il margine del candidato democratico nei due scenari. A destra dello zero è avanti il democratico, a sinistra il repubblicano. Tocca o clicca una riga per leggere il dettaglio.

← Avanti il repubblicano Avanti il democratico →

Cerchio vuoto: contro Vance Cerchio pieno: contro Rubio
Avanti il democratico Avanti il repubblicano

Il valore a destra di ogni nome indica di quanti punti si riduce il margine democratico passando da Vance a Rubio.

Il contesto

Trump resta al 40 per cento, ma tra le donne i giudizi negativi superano quelli positivi di trenta punti


Come gli elettori probabili giudicano l’operato del presidente alla Casa Bianca.

Tra gli uomini approvazione e disapprovazione si equivalgono, entrambe al 48 per cento. La quota restante degli intervistati non si esprime.

Midterm 2026

Nel voto per il Congresso i democratici sono avanti di otto punti


Intenzione di voto per un generico candidato di partito alle elezioni di metà mandato.

Nel 2018, l’anno in cui i democratici riconquistarono la Camera, il loro vantaggio finale nel voto popolare fu di 8,6 punti.

I temi del voto

L’economia domina, l’immigrazione scivola al quarto posto


Il tema indicato come più importante nella scelta di voto.

L’immigrazione, finora il terreno più favorevole ai repubblicani, resta dietro all’economia, alle minacce alla democrazia e alla sanità.

Fonte Emerson College Polling / The Hill, sondaggio nazionale condotto il 16 e il 17 agosto 2026 su 1.000 elettori probabili. Intervallo di credibilità di ±3 punti percentuali.

Trump fermo al 40%


Donald Trump raccoglie intanto il 40% di giudizi positivi sul suo operato alla Casa Bianca, contro il 56% di valutazioni negative. "L'indice di gradimento del presidente Trump è rimasto relativamente stabile negli ultimi mesi: circa 2 elettori probabili su 5 approvano il suo operato, grazie anche a un sostegno costante tra i repubblicani, che raggiunge l'86%", ha spiegato Spencer Kimball, direttore esecutivo di Emerson College Polling.

La disapprovazione sale al 66% tra gli indipendenti e al 92% tra i democratici. Il divario più netto resta quello di genere: tra gli uomini approvazione e disapprovazione sono entrambe al 48%, mentre fra le donne i giudizi negativi prevalgono di trenta punti, 62% contro 32%. Nel voto generico per il Congresso, un candidato democratico ottiene il 51%, mentre quello repubblicano il 43% ed il 6% resta indeciso. L'economia è il tema prioritario per il 37% degli elettori, le minacce alla democrazia e la sanità seguono entrambe al 16%, mentre l'immigrazione (finora il tema dove i repubblicani erano più forti) si ferma solo al 13%.


Popolarità Trump, numeri sempre in bilico alla deadline dei negoziati con l’Iran (16 agosto)


Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana estiva non ha evidenziato grandi smottamenti: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato e in mezzo a tanti piccoli balzelli, la popolarità si è leggermente rialzata assestandosi su un livello comunque critico, tra i tanti bassi e i pochi alti registrati dall’inizio del conflitto in Iran.

Il periodo ferragostano non è particolarmente ricco di rilevazioni: il tasso di approvazione rimane inferiore al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione si assesta un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

Situazione al limite per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo quasi diciannove mesi di presidenza. È di circa undici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie tendono a riallinearsi, con un modesto aggiustamento verso l’alto per Focus America e una lieve diminuzione per Silver e RCP.

Come già accennato, dopo quasi diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 572 giorni di presidenza (-20,7 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -19,5 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,5.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri, considerando la scadenza di domani dei negoziati con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
5 rilevazioni di 5 istituti — 16 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 1 sondaggio
Elettori registrati al voto

A

Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 16 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,1% (-0,4) - 58% (-0,3). In totale un net approval arrotondato di -19,9 (-0,1).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,1% (-0,2) - 58,4% (-). In totale un net rating di -19,3 (-0,2).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-0,2) - 58% (-1,1), con un net rating complessivo di -20,7 (+0,9). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump


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