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PHP-FPM: perché ‘pm static’ batte ‘dynamic’ e ‘ondemand’ sui server ad alto traffico
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PHP-FPM: perché ‘pm static’ batte ‘dynamic’ e ‘ondemand’ sui server ad alto traffico


Il problema: PHP-FPM e l’overhead della gestione dei processi


Chi gestisce server PHP ad alto traffico (WordPress incluso, come questo stesso blog) conosce bene il dilemma: come configurare il process manager di PHP-FPM per ottenere throughput elevato, latenza bassa e un uso stabile di CPU e memoria? La configurazione di default nella maggior parte delle installazioni è pm = dynamic, con il consiglio ricorrente di passare a ondemand quando la memoria disponibile scarseggia. Ma su server che ricevono traffico costante, entrambe le opzioni introducono un overhead di gestione dei processi che una configurazione static ben dimensionata elimina quasi del tutto.

I tre modelli di process manager


PHP-FPM offre tre strategie per gestire i processi figli (worker), definite dalla direttiva pm in php-fpm.conf:

  • pm = dynamic — il numero di processi figli varia dinamicamente in base a pm.max_children, pm.start_servers, pm.min_spare_servers e pm.max_spare_servers.
  • pm = ondemand — i processi vengono creati solo quando arriva una richiesta, invece di essere avviati insieme al servizio come accade con dynamic.
  • pm = static — il numero di processi figli è fisso, determinato unicamente da pm.max_children.

La lista completa delle direttive è documentata nel file php-fpm.conf di riferimento su php.net.

Un’analogia utile: il governor della CPU


Il trade-off tra questi modelli ricorda da vicino quello dei governor CPUFreq su Linux: ondemand scala la frequenza in base al carico corrente, salendo subito al massimo e riducendo gradualmente nei periodi di inattività; conservative fa lo stesso ma in modo più graduale; performance mantiene sempre la CPU alla frequenza massima. Impostare PHP-FPM su static equivale concettualmente a impostare il governor su performance: si rinuncia al risparmio di risorse in idle in cambio di una risposta immediata, senza il tempo di “spin-up” necessario a creare nuovi worker.

Quando e come usare pm static


La bontà di pm static dipende interamente dalla memoria disponibile sul server. Se la RAM è limitata, ondemand o dynamic restano scelte più sicure. Se invece la memoria c’è, conviene eliminare l’overhead del process manager impostando pm.max_children al massimo che il server può sostenere senza saturare memoria o CPU.

La regola pratica: non indovinare il valore di pm.max_children, ma misurarlo. Prima si calcola la dimensione media (RSS) di un worker PHP-FPM sotto carico reale:

ps --no-headers -o rss -C php-fpm | awk '{ sum += $1; n++ } END { print sum/n/1024 " MB" }'

Poi si divide la memoria che si intende dedicare a PHP-FPM per questo valore medio. Se un worker occupa in media 60 MB e si vogliono destinare 6 GB a PHP-FPM, il calcolo è 6144 / 60 ≈ pm.max_children = 100. È fondamentale lasciare margine per sistema operativo, web server e database, evitando di assegnare a PHP-FPM tutta la RAM fisica disponibile.

Una configurazione tipica su un server con 32 GB di RAM potrebbe essere:

pm = static
pm.max_children = 100
pm.max_requests = 1000

Con questi valori, anche con circa 200 utenti attivi simultanei (dato realistico osservato con Google Analytics), circa il 70% dei worker resta inattivo ma pronto: non deve essere creato al volo quando arriva un picco di traffico, e non viene distrutto dopo il timeout di pm.process_idle_timeout come accadrebbe con dynamic. Il valore di pm.max_requests va tenuto alto (o a 0, se non si hanno memory leak noti negli script) proprio per evitare che il process manager ricicli continuamente i worker, vanificando il vantaggio di static.

Per verificare lo stato dei processi in tempo reale è sufficiente:

top -bn1 | grep php-fpm

Quando invece conviene ondemand o dynamic


Con pm = dynamic capita spesso di incontrare un warning simile a questo:

WARNING: [pool xxxx] seems busy (you may need to increase pm.start_servers, or pm.min/max_spare_servers), spawning 32 children, there are 4 idle, and 59 total children

Il consiglio classico è aumentare i valori minimi, ma su traffico molto variabile il tuning di dynamic resta complesso. Passare a ondemand aiuta a risparmiare memoria, ma su un server costantemente sotto carico introduce l’effetto opposto: i worker vengono azzerati appena il traffico cala, per poi dover essere ricreati non appena il traffico torna, spostando il costo dalla memoria alla latenza di avvio.

dynamic e soprattutto ondemand restano invece la scelta giusta in scenari multi-tenant, ad esempio server con decine o centinaia di pool PHP-FPM distinti (hosting condiviso, molteplici account cPanel). In questi casi, dove la maggior parte dei siti riceve poco o nessun traffico, ondemand spegne i worker inattivi risparmiando enormi quantità di memoria complessiva — motivo per cui cPanel lo ha reso il default al posto di dynamic.

Conclusione


Su un server che serve traffico consistente, dynamic e ondemand aggiungono un overhead di gestione dei processi che una configurazione static correttamente dimensionata elimina. La chiave non è scegliere una configurazione “alla cieca”, ma misurare il consumo reale di memoria dei worker, calcolare pm.max_children di conseguenza, lasciare margine per il resto dello stack e poi validare sotto carico reale (ad esempio con benchmark ab) osservando CPU, memoria e tempi di risposta. Con pm static, poiché i worker restano residenti in memoria, i picchi di traffico si traducono in variazioni di carico molto più contenute, con tempi di risposta più stabili nel tempo.

Fonte originale: LinuxBlog.io – PHP-FPM tuning: Using ‘pm static’ for max performance


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Infrastrutture AI esposte: come gli attaccanti dirottano gateway come LiteLLM per alimentare agenti autonomi
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Infrastrutture AI esposte: come gli attaccanti dirottano gateway come LiteLLM per alimentare agenti autonomi


Il problema: gateway AI esposti diventano armi in mano agli attaccanti


Un report dei ricercatori di Zenity, ripreso da Petri IT Knowledgebase, descrive uno scenario che molti reparti IT non hanno ancora messo in conto: non serve violare la rete aziendale se l’infrastruttura AI è già esposta pubblicamente e priva di protezioni adeguate. Gli attaccanti puntano direttamente gateway di inferenza, endpoint AI e piattaforme di agenti raggiungibili da Internet, configurando i propri agenti per usarli come “model provider” — sfruttando cioè la capacità di calcolo e le credenziali dell’azienda vittima per condurre operazioni offensive, ricognizione e furto di risorse, senza aver mai compromesso un singolo endpoint interno.

Come funziona l’attacco


Secondo Zenity, gli attaccanti indirizzano tool di penetration testing autonomi come Strix e HexStrike AI, oltre a workflow basati su OpenAI Codex, verso infrastrutture esposte pubblicamente. In diversi casi osservati, gli agenti venivano istruiti per operare in modo aggressivo e occultare la propria identità durante la ricognizione e i test contro bersagli esterni. I ricercatori hanno inoltre trovato ambienti di sviluppo, cronologie Git, script di ricognizione e altri dettagli operativi esposti involontariamente proprio attraverso questi stessi workflow AI mal configurati.

Un bersaglio ricorrente in questi attacchi è LiteLLM, il gateway open source usato per unificare l’accesso a decine di provider LLM (OpenAI, Anthropic, Azure OpenAI e altri) e adottato da framework molto diffusi come CrewAI, DSPy e Microsoft GraphRAG, con circa 97 milioni di installazioni mensili da PyPI. Proprio questa diffusione lo rende un bersaglio ad alto ritorno per chi cerca infrastrutture da dirottare.

Le vulnerabilità sfruttate


Da marzo 2026 LiteLLM ha accumulato sei CVE distinte e un incidente di supply chain, con la catena più grave che raggiunge un CVSS di 10.0 e consente RCE non autenticata su qualunque proxy esposto. Le più rilevanti:

  • CVE-2026-42271 — command injection (CVSS 8.7): gli endpoint POST /mcp-rest/test/connection e POST /mcp-rest/test/tools/list, pensati per testare un server MCP prima di salvarlo, accettano una configurazione completa nel body della richiesta. Con una configurazione di tipo stdio, il proxy tenta la connessione eseguendo il comando fornito come sottoprocesso direttamente sull’host.
  • CVE-2026-47101 / CVE-2026-47102 — escalation di privilegi (CVSS 9.9): un utente a basso privilegio può ottenere diritti di amministratore ed eseguire codice arbitrario sul server LiteLLM.
  • CVE-2026-40217 — sandbox escape: gli endpoint di guardrail riservati agli admin accettano codice Python fornito dall’utente e lo compilano con exec(); omettendo la chiave __builtins__ dal dizionario globals ci si aspetterebbe un ambiente ristretto, ma Python inietta automaticamente l’intero modulo builtins quando quella chiave manca, aprendo di fatto l’accesso alla shell.
  • SSRF su /chat/completions — un api_base controllato dall’attaccante permette di dirottare le richieste verso un dominio arbitrario, esponendo potenzialmente la chiave API nell’header Authorization.
  • Supply chain attack — nel marzo 2026 le versioni compromesse litellm==1.82.7 e litellm==1.82.8 sono rimaste pubblicate su PyPI per circa 40 minuti prima di essere messe in quarantena.

Il fattore comune che rende possibile lo sfruttamento su larga scala è banale: LITELLM_MASTER_KEY non ha un valore di default e, seguendo la guida rapida ufficiale, è facile finire in produzione con un gateway completamente privo di autenticazione posizionato davanti alle chiavi API più costose dell’organizzazione.

Come mettere in sicurezza la propria infrastruttura AI


Le raccomandazioni di Zenity e della documentazione ufficiale di LiteLLM si possono tradurre in una checklist operativa per chi gestisce questo tipo di infrastruttura:

  • Non esporre mai il gateway direttamente su Internet. Endpoint di inferenza e piattaforme agent vanno trattati come qualunque altro sistema internet-facing: dietro reverse proxy con autenticazione forte, VPN o segmentazione di rete dedicata.
  • Impostare sempre LITELLM_MASTER_KEY prima di qualunque deployment, anche di test, e non affidarsi mai alla configurazione di default della quickstart in ambienti raggiungibili dall’esterno.
  • Aggiornare tempestivamente. Gli attaccanti hanno iniziato a sfruttare le vulnerabilità di LiteLLM a ridosso della pubblicazione delle patch: la versione consigliata è la 1.83.14 o successiva, insieme all’aggiornamento di Starlette alla 1.0.1+.
  • Gestire i segreti fuori dall’ambiente locale. Le variabili d’ambiente sono comode in sviluppo ma restano un anti-pattern in produzione perché facilmente leggibili e spesso finiscono nei log delle pipeline CI/CD: meglio un vault dedicato (HashiCorp Vault, Azure Key Vault, AWS Secrets Manager).
  • Isolare il filesystem dei container. In Kubernetes, readOnlyRootFilesystem: true è pienamente supportato da LiteLLM e riduce la superficie di attacco in caso di RCE.
  • Applicare policy granulari con OPA (Open Policy Agent) per definire in modo esterno e verificabile chi può accedere a quali risorse del gateway.
  • Monitorare l’utilizzo. Picchi anomali nel consumo dei modelli, pattern di richieste insoliti o attività fuori orario sono spesso il primo segnale di un uso non autorizzato delle risorse AI aziendali.
  • Ruotare tutte le credenziali — chiavi dei provider LLM, password del database, master key, chiavi SSH e credenziali cloud — non appena si sospetta una compromissione, dato che un proxy AI compromesso ha tipicamente accesso a tutto questo.


Conclusione


Il messaggio di fondo del report è semplice: l’infrastruttura AI aziendale merita la stessa attenzione di sicurezza riservata a qualunque altro sistema esposto su Internet, né più né meno. I gateway come LiteLLM stanno diventando componenti critici tanto quanto un database o un server web, ma la velocità con cui sono stati adottati ha spesso lasciato indietro le pratiche di hardening di base — a partire da una master key non configurata. Per chi gestisce questi sistemi, la checklist sopra rappresenta il minimo indispensabile prima di collegare un gateway AI a Internet.

Fonti: Petri IT Knowledgebase – Attackers Exploit Exposed Enterprise AI Infrastructure to Power Autonomous Agents; Obsidian Security – Breaking LiteLLM; The Hacker News – LiteLLM Flaw CVE-2026-42271 Exploited in the Wild.


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✨ Xiamen Empress Information Technology: come Pechino ha affittato account LINE per spiare giornalisti e attivisti a Taiwan
#CyberSecurity
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✨ Il Canada svela le sue cyber-armi: la CSE rivendica l’hackeraggio di una gang ransomware-as-a-service
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/il-can…

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Il Canada svela le sue cyber-armi: la CSE rivendica l’hackeraggio di una gang ransomware-as-a-service


Le agenzie di intelligence raramente raccontano cosa fanno con le proprie capacità offensive. Per questo la relazione annuale 2025-2026 pubblicata dal Communications Security Establishment (CSE), l’agenzia di signals intelligence canadese, è una lettura rara: Ottawa ammette esplicitamente di aver condotto operazioni cyber attive contro trafficanti di precursori del fentanyl, un gruppo estremista e — punto che interessa più da vicino chi si occupa di ransomware — una gang di ransomware-as-a-service che aveva colpito sanità, trasporti e aziende canadesi.

Cosa ha rivelato il rapporto CSE


Il CSE è l’omologo canadese della NSA americana e del GCHQ britannico, parte dell’alleanza Five Eyes, con il mandato di raccogliere intelligence estera, difendere le reti del governo federale e — quando autorizzato — condurre “operazioni cyber attive” contro minacce alla sicurezza nazionale. Nel rapporto pubblicato la scorsa settimana, l’agenzia rivela di aver condotto tre operazioni offensive di questo tipo nell’anno fiscale coperto dal documento, oltre a una operazione difensiva.

La prima ha preso di mira broker internazionali di sostanze chimiche usate per produrre fentanil sintetico: il CSE ha raccolto intelligence sulla rete di distribuzione e ha poi condotto un’operazione che, secondo il rapporto, ne ha “compromesso e ridotto la capacità operativa”. La seconda ha riguardato un gruppo estremista attivo anche nel reclutamento in territorio canadese: l’agenzia ha analizzato struttura, portata e vulnerabilità del gruppo per un’operazione che ha “minato la credibilità del gruppo e limitato la sua capacità di radicalizzare e reclutare nuovi membri”. Formulazioni volutamente vaghe — tipiche di questo genere di disclosure — che comunque confermano l’uso di capacità cyber offensive contro obiettivi non statali con finalità di disruption, non solo di raccolta informativa.

L’operazione contro la gang ransomware


La terza operazione è quella di maggiore interesse per il pubblico di questo blog. Il CSE descrive un gruppo che gestiva un’infrastruttura ransomware-as-a-service, affittando l’accesso ad affiliati per condurre attacchi di extortion distruttivi. L’unità di signals intelligence dell’agenzia ha ricostruito le modalità con cui il gruppo colpiva i settori sanitario, dei trasporti e delle imprese in territorio canadese, per un totale — secondo fonti collegate al caso — di oltre 25 incidenti attribuiti al gruppo contro organizzazioni canadesi. L’operazione cyber attiva che ne è seguita ha reso “inoperabile” l’infrastruttura della gang e ha cancellato gran parte dei dati presenti sui suoi server.

Il rapporto precisa inoltre che, in parallelo, il CSE ha condotto “disruption tecniche” concorrenti contro altre 10 tra le gang ransomware più significative che prendono di mira il Canada, rendendo inutilizzabili parti della loro infrastruttura. Non vengono forniti dettagli su localizzazione geografica degli attori, nomi dei gruppi coinvolti o tecniche specifiche impiegate — una riservatezza operativa comprensibile, dato che rivelare metodi e strumenti comprometterebbe operazioni future contro bersagli simili.

Il contesto: Five Eyes e hunt forward


Questa disclosure si inserisce in una tendenza più ampia tra le agenzie di intelligence occidentali: rendere pubbliche, sia pure in forma sommaria, operazioni offensive contro il cybercrime organizzato. Lo US Cyber Command, con base a Fort Meade, conduce da anni le cosiddette “hunt forward operations”, inviando team cyber presso nazioni alleate per proteggerne le reti e disgregare operazioni offensive di attori avversari; il numero di queste missioni è passato da poche unità nel 2018 a oltre due dozzine nel solo 2025. Anche il rapporto CSE segnala una quarta operazione, di natura difensiva, condotta contro una campagna di phishing diretta contro istituzioni del governo federale canadese, con l’obiettivo dichiarato di degradarne l’infrastruttura e la capacità di colpire cittadini canadesi.

Il quadro che emerge conferma una dinamica osservata anche in altre giurisdizioni: le gang ransomware-as-a-service non sono più contrastate solo con arresti, sanzioni e sequestri di infrastruttura via law enforcement (il modello Europol/FBI applicato ad esempio a LockBit o Hive), ma sempre più spesso con operazioni cyber offensive condotte direttamente dalle agenzie di intelligence, che intervengono prima o parallelamente all’azione giudiziaria per limitare il danno operativo in tempo reale.

Perché conta per i difensori


Per i team di threat intelligence, disclosure di questo tipo — per quanto scarne di dettagli tecnici — sono comunque un segnale operativo utile: confermano che alcune infrastrutture ransomware-as-a-service possono sparire improvvisamente non per un errore operativo del gruppo o per un takedown di polizia annunciato, ma per un’azione statale silenziosa. Questo significa che un affiliato che perde improvvisamente l’accesso al pannello del proprio operatore RaaS, o una gang che smette di rispondere alle vittime in negoziazione, potrebbe non essere vittima di un dissidio interno ma di una disruption di intelligence non rivendicata pubblicamente dal gruppo colpito. Per le organizzazioni canadesi dei settori sanità, trasporti e impresa colpite in passato dal gruppo in questione, vale la pena mantenere alta l’attenzione: un’infrastruttura “resa inoperabile” non equivale a un’attribuzione penale, e nulla impedisce agli operatori di riorganizzarsi sotto un nuovo brand, come già visto ripetutamente nell’ecosistema ransomware.

  • Tre operazioni cyber offensive rivendicate dal CSE nell’anno fiscale 2025-2026: broker di precursori del fentanyl, gruppo estremista, gang ransomware-as-a-service
  • Infrastruttura della gang ransomware resa inoperabile, dati sui server cancellati
  • Disruption tecniche parallele contro altre 10 gang ransomware attive contro il Canada
  • Un’operazione difensiva contro una campagna di phishing verso il governo federale canadese
  • Nessun dettaglio pubblico su nomi dei gruppi, geolocalizzazione o TTP impiegate


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Trump agita la "minaccia comunista" perché non ha più carte da giocare


L'ex segretario al Lavoro scrive sul Guardian che il presidente, in difficoltà su economia, politica estera e immigrazione, ricorre alla vecchia tattica del maccartismo in vista del voto di novembre

Trump è tornato ad accusare i democratici di comunismo perché non ha più argomenti da spendere in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. È la tesi di Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti e professore emerito di politiche pubbliche all'Università della California a Berkeley, in un articolo pubblicato sul Guardian.

Secondo Reich, il presidente non può puntare sull'economia, perché i prezzi continuano a crescere più in fretta dei salari e la maggior parte degli americani si sta impoverendo. Non può puntare sulla politica estera, perché per l'autore la guerra in Iran è stata una debacle, i dazi un fallimento e la promessa di chiudere la guerra in Ucraina "il primo giorno" non è stata mantenuta. Non può puntare nemmeno sull'immigrazione, perché le retate e le espulsioni di massa sono diventate impopolari. Rimasto senza altri temi, scrive Reich, Trump ricorre al più vecchio dei luoghi comuni della destra americana: accusare i democratici, soprattutto la nuova generazione di giovani politici in ascesa, di essere comunisti.

Midterm 2026 — un’arma vecchia di ottant’anni
La nuova caccia ai «rossi» non spaventa più l’America

Rimasto senza argomenti su economia, politica estera e immigrazione, Trump accusa di comunismo la nuova generazione di democratici. Ma l’etichetta ha perso la sua forza: nella Gen Z il socialismo è visto con più favore del capitalismo.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Gen Z (18–29 anni) — quota di giudizi favorevoli

Socialismo
53%

vs

Capitalismo
45%

L’etichetta che Trump usa contro i nuovi democratici
Il sistema che, per Reich, ha deluso i più giovani

Sondaggio Cato Institute / Morning Consult, giugno 2026

Nella stessa fascia d’età perfino il «comunismo» divide quasi a metà: 38% favorevole contro il 36% contrario.

Quattro chiavi di lettura
1Perché solo ora 2Il precedente 3Le etichette della Gen Z 4La vera paura

Una strategia per esclusione
Per Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti, Trump agita lo spettro comunista perché gli altri temi della campagna si sono esauriti.

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EconomiaFronte chiuso
I prezzi crescono più in fretta dei salari e la maggior parte degli americani si sta impoverendo.

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Politica esteraFronte chiuso
La guerra in Iran si è rivelata una debacle, i dazi un fallimento e la promessa di chiudere la guerra in Ucraina «il primo giorno» non è stata mantenuta.

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ImmigrazioneFronte chiuso
Le retate e le espulsioni di massa sono diventate impopolari.

Resta un solo argomento ↓

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L’accusa di comunismoUnica carta
Rivolta ai democratici emergenti come Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, popolari perché sfidano le grandi aziende e la corruzione della politica.

«Puoi essere un comunista o puoi essere un patriota. Non puoi essere entrambe le cose.»Donald Trump — Mount Rushmore, 3 luglio 2026

Dal maccartismo a Trump, il filo di Roy Cohn
L’accusa di comunismo fu l’arma repubblicana contro il New Deal. Tocca le tappe per esplorare la parabola: dal trionfo del 1946 al crollo del 1954, fino a oggi.

1946
Le midterm presentate come «battaglia tra repubblicanesimo e comunismo»

I repubblicani conquistano entrambe le camere del Congresso. Il Wisconsin manda Joe McCarthy al Senato e la California elegge alla Camera un giovane Richard Nixon.

1950
McCarthy lancia la caccia alle streghe

Il senatore del Wisconsin costringe i cittadini a «fare i nomi» di presunti sovversivi: le accuse rovinano migliaia di carriere.

1953
Giustiziati i coniugi Rosenberg, condannati per spionaggio

L’accusa è costruita dall’avvocato Roy Cohn, poi principale consulente legale di McCarthy e, decenni dopo, mentore di Donald Trump.

1954
«Non ha nemmeno un senso di decenza?»

Nelle udienze televisive contro l’esercito, la domanda dell’avvocato Joseph Welch fa crollare la popolarità di McCarthy: censurato dal Senato, morirà di alcolismo a 48 anni.

2026
Trump rilancia l’allarme comunista al Mount Rushmore

Aprendo le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti, il presidente avverte di una «recrudescenza della minaccia comunista» e prende di mira i nuovi democratici.

Per la Gen Z il socialismo batte il capitalismo
Quota di giudizi favorevoli per ciascuna etichetta: tra i 18–29enni il socialismo supera il capitalismo, e perfino il comunismo non è più un tabù.

Gen Z (18–29 anni) Tutti gli adulti

Socialismo
Gen Z53%
Tutti37%

Capitalismo
Gen Z45%
Tutti52%

Comunismo
Gen Z38%
Tutti21%

Cato Institute / Morning Consult, 25–26 giugno 2026 — 2.253 adulti statunitensi

Anche nei campus il vento è cambiato
Tra gli studenti universitari il 67% associa alla parola «socialismo» un giudizio positivo o neutro; per «capitalismo» la quota si ferma al 40%.
Socialismo67%
Capitalismo40%
Axios – Generation Lab, ottobre 2025 — 1.574 studenti universitari

La paura vera non è il comunismo
Quando pensano al futuro del paese, gli americani temono soprattutto la corruzione e gli abusi di potere ai vertici del governo.

56%
degli americani teme che gli Stati Uniti possano smettere di essere un paese libero entro i prossimi 50 anni.

0100%

Una paura bipartisan
Democratici65%
Repubblicani54%

«Trump non si cura né del capitalismo né del comunismo: la sua unica convinzione salda è nell’antica ideologia chiamata narcisismo.»Robert Reich — The Guardian

FonteRobert Reich, The Guardian; Cato Institute / Morning Consult (25–26 giugno 2026, 2.253 adulti); Axios – Generation Lab (ottobre 2025, 1.574 studenti universitari).
NotaI giudizi «favorevoli» indicano la quota di intervistati con un’opinione positiva dell’etichetta; nel sondaggio Axios la quota comprende anche i giudizi neutri.

Venerdì il presidente ha aperto le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso al Mount Rushmore in cui ha avvertito di una "recrudescenza della minaccia comunista nella nostra terra, anche da parte di nuovi arrivati nel nostro paese che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita". "Puoi essere un comunista o puoi essere un patriota. Non puoi essere entrambe le cose", ha detto Trump.

Da anni, ricorda Reich, il presidente prova a spaventare gli americani parlando dei democratici che propongono l'assistenza sanitaria pubblica per tutti, gli asili universali, l'università pubblica gratuita e tasse più alte sui super ricchi per finanziarle. Senza successo, secondo l'autore, perché la maggioranza degli americani sostiene queste proposte.

L'accusa di comunismo, ricostruisce Reich, fu l'arma usata dopo le due guerre mondiali per colpire la sinistra americana, con cacce alle streghe che rovinarono molte carriere. Negli anni Cinquanta rese famoso il senatore del Wisconsin Joe McCarthy, che costringeva i cittadini a "fare i nomi" di presunti sovversivi. Il maccartismo, scrive l'autore, fu un sottoprodotto del tentativo repubblicano di smantellare il New Deal, il programma di riforme economiche e sociali degli anni Trenta: il partito presentò le elezioni di metà mandato del 1946 come una "battaglia tra repubblicanesimo e comunismo" e il presidente del comitato nazionale repubblicano disse che la burocrazia federale era piena di "burattini rosa".

Anche i democratici segregazionisti del Sud parteciparono alla campagna. Il senatore del Mississippi Theodore Bilbo, membro del Ku Klux Klan, definì opera di "comunisti del Nord" l'impegno dei sindacati multirazziali per i diritti civili, mentre il deputato John Elliott Rankin, tra i fondatori della commissione della Camera sulle attività antiamericane, chiamò "un complotto comunista" la campagna di sindacalizzazione nel Sud, temendo che avrebbe esteso il diritto di voto ai neri. La tattica funzionò: nel 1946 i democratici persero il controllo di entrambe le camere del Congresso, il Wisconsin mandò McCarthy al Senato e la California elesse alla Camera un giovane avvocato repubblicano che aveva già imparato a usare la paura dei "rossi", Richard Nixon.

La parabola di McCarthy si chiuse nel 1954, durante le udienze televisive sulle sue accuse di scarsa sicurezza contro l'esercito americano. Quando il senatore sostenne che un giovane avvocato dello studio di Joseph Welch, il legale dell'esercito, era comunista, Welch lo interruppe chiedendogli: "Non ha nemmeno un senso di decenza?". La popolarità di McCarthy crollò quasi da un giorno all'altro: censurato dai colleghi del Senato ed emarginato dal suo partito, morì di alcolismo a 48 anni. Il suo principale consulente legale in quelle udienze era Roy Cohn, l'avvocato che aveva fatto condannare per spionaggio i coniugi Julius ed Ethel Rosenberg, giustiziati nel 1953. Anni dopo Cohn sarebbe diventato il mentore di Trump e per Reich è questo il filo che lega il maccartismo al presidente, che di quell'epoca conserva probabilmente i primi ricordi politici.

Il problema, per Reich, è che i democratici emergenti che Trump vuole screditare non hanno nulla a che fare con il comunismo e poco anche con il socialismo. Zohran Mamdani, Alexandria Ocasio-Cortez, Katie Wilson a Seattle, Melat Kiros in Colorado e decine di altri, scrive l'autore, sono popolari perché sfidano le grandi aziende, attaccano la corruzione della politica da parte dei grandi finanziatori e si occupano dei problemi concreti degli americani comuni.

Le etichette, aggiunge Reich, spaventano comunque sempre meno. In un sondaggio di Axios e Generation Lab tra i giovani americani, il 67% associa alla parola "socialismo" un giudizio positivo o neutro, contro il 40% per "capitalismo". Un sondaggio del Cato Institute, un centro studi americano, rileva che nella generazione Z il socialismo (53%) è visto con più favore del capitalismo (45%). Reich lo spiega con le condizioni materiali dei più giovani, che non possono permettersi una casa, faticano a pagare l'assicurazione sanitaria, affrontano un mercato del lavoro difficile e rinviano la creazione di una famiglia: per l'autore il capitalismo americano li ha delusi. La stessa indagine del Cato Institute rileva che il 56% degli americani teme che gli Stati Uniti possano smettere di essere un paese libero entro i prossimi 50 anni a causa della corruzione e degli abusi di potere ai vertici del governo.

Per queste ragioni Reich dubita che la nuova caccia ai "rossi" aiuterà i repubblicani alle elezioni di metà mandato. Quando pensano al sistema americano nel suo complesso, scrive, gli americani sembrano più preoccupati dal "neofascismo" di Trump che dal socialismo o dal comunismo. Il presidente, conclude l'autore, non ha una vera ideologia e non si cura né del capitalismo né del comunismo: la sua unica convinzione salda è "nell'antica ideologia chiamata narcisismo".


Trump esalta l'eccezionalismo americano al Mount Rushmore per i 250 anni degli Stati Uniti


Donald Trump ha celebrato la vigilia dei 250 anni dell'indipendenza degli Stati Uniti con un discorso a Mount Rushmore, il monumento nazionale del South Dakota dove sono scolpiti nel granito i volti di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln. Il presidente ha descritto gli Stati Uniti come la nazione di maggior successo mai esistita nella storia e allo stesso tempo ha definito i suoi avversari politici comunisti "senza Dio" e "malvagi". Il discorso è durato circa mezz'ora ed è iniziato poco dopo le 23 di venerdì sulla costa est degli Stati Uniti (le 5 del mattino di sabato in Italia), prima dei fuochi d'artificio sopra il monumento.

Trump ha definito il comunismo "la più grande minaccia per il nostro paese, incluse la Prima guerra mondiale, la Seconda guerra mondiale, Pearl Harbor o persino l'11 settembre" e "l'esatto opposto della vita, della libertà e della ricerca della felicità: è morte, tirannia e ricerca del male". Ha avvertito che nel paese c'è "una recrudescenza della minaccia comunista", alimentata anche da "nuovi arrivati nel nostro paese che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita e al nostro grande successo". Poi ha posto un'alternativa secca: "Potete essere fedeli a Karl Marx o potete essere fedeli all'America. Potete essere comunisti o potete essere patrioti. Non potete essere entrambe le cose". In chiusura ha detto che "il Partito Comunista è fatto di immigrati irregolari, criminali e di tutti quelli che non vogliono lavorare" e ha promesso che "l'America non sarà mai un paese comunista".

Fireworks 🤝 Mount Rushmore

A tradition returns.

Happy 250th Birthday, America. 🇺🇸 pic.twitter.com/vc880RUXD6
— US Department of the Interior (@Interior) July 3, 2026


Da settimane Trump usa l'etichetta di comunista contro diversi candidati democratici in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui i repubblicani partono sfavoriti almeno alla Camera. L'attacco punta soprattutto all'ala socialista-democratica del Partito Democratico, che sta crescendo nelle primarie e trova ascolto tra gli elettori progressisti. Sulle elezioni Trump ha detto: "Possiamo perdere le elezioni di metà mandato solo se ci permettiamo di perderle, se siamo sciocchi, stupidi e imprudenti". Ha chiesto al Congresso di approvare il SAVE America Act, la legge da lui voluta che imporrebbe regole più severe di identificazione degli elettori rendendo più difficile votare, e di abolire il filibuster, la regola che al Senato richiede una maggioranza di 60 voti su 100 per approvare la maggior parte delle leggi. Se il Congresso farà queste due cose, ha detto, "non perderemo un'elezione per 100 anni".

"L'identità di una nazione è il destino di una nazione", ha detto Trump nella prima parte del discorso, quella dedicata all'eccezionalismo americano: gli Stati Uniti sono "la repubblica più antica della terra", con "il popolo più libero della terra" e la Costituzione "più giusta e duratura". Secondo il presidente negli ultimi anni c'è stato "un tentativo innegabile" di cambiare il carattere del paese, di "alienarci dalla nostra storia" e di "rendere impossibile persino rispondere alla domanda: cosa significa essere americano". Sull'appartenenza alla nazione ha detto: "Non dovete essere nati qui, ma dovete amare ciò che abbiamo costruito, dovete amare il nostro paese".

Trump aveva già parlato a Mount Rushmore esattamente sei anni prima, il 3 luglio 2020, alla fine del suo primo mandato, mentre il paese era attraversato dalla pandemia e dalle proteste seguite alla morte di George Floyd. Allora aveva messo in guardia da un "nuovo fascismo di estrema sinistra". Sei anni dopo, dallo stesso palco, il nemico ideologico è cambiato.

Una tempesta con fulmini e grandine grande come palline da ping pong ha colpito il monumento poche ore prima del discorso, costringendo gli spettatori a ripararsi e fermando il programma per oltre due ore. Prima di atterrare Trump ha sorvolato due volte Mount Rushmore con il nuovo Air Force One, il Boeing 747 regalato dal governo del Qatar e valutato circa 400 milioni di dollari. I fuochi d'artificio erano i primi al monumento da sei anni: sul terreno federale sono in gran parte sospesi dal 2009 per il rischio di incendi e Trump li aveva già riportati, tra le critiche, nel 2020. L'evento è stato organizzato da Freedom 250, l'organizzazione creata dall'amministrazione per le celebrazioni dell'anniversario.

Alla vigilia della visita la Casa Bianca ha rilanciato l'idea di aggiungere il volto di Trump al monumento. "Non ci sarebbe aggiunta migliore all'iconico Mount Rushmore del 45° e 47° presidente degli Stati Uniti, Donald Trump", ha detto al Washington Post la portavoce Taylor Rogers. Cinque settimane fa il presidente ha pubblicato sul suo social Truth Social fotomontaggi del proprio volto accanto ai quattro presidenti. I responsabili del monumento sostengono però da anni che sulla montagna non c'è più roccia scolpibile e nel discorso Trump non ha toccato l'argomento.

Sabato il presidente parlerà di nuovo a Washington, sul National Mall, prima di uno spettacolo pirotecnico da record con più di 850.000 fuochi d'artificio. In chiusura del discorso a Mount Rushmore ha guardato proprio alle celebrazioni del 4 luglio: "Questo non è una fine, è solo l'inizio dell'età dell'oro dell'America".


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Faremo una grande manifestazione a Roma con Eumans per difendere la Corte Penale Internazionale.

Ci ritroviamo esattamente dove è nata 28 anni fa, con la promessa che nessuno sarebbe stato al di sopra della legge, nemmeno i potenti. C'è chi oggi vuole ostacolare il suo lavoro e addirittura cancellarla, e noi saremo in piazza per ricordare che quella promessa vale ancora.

📍 giovedì 16 luglio, alle 18:00 in Piazzale Ugo La Malfa.

Vi aspetto.

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Chat Control Revival


Today, the 9th of Juli 2026, ‘Chat Control 1.0’ is again in force.

What changes with the return of Chat Control 1.0—and what remains the same:


  • What’s coming back: US tech companies are once again permitted to scan private messages without a warrant or prior suspicion. This affects direct messages on platforms like Instagram, Discord, Snapchat, Skype, and Xbox, as well as emails via Google’s Gmail and Apple’s iCloud.
  • What stays the same: Public social media posts and files stored in cloud storage could already be scanned without this law. Moreover, private messages can always be reported by users, or monitored by authorities using targeted, court-ordered wiretapping.
  • What’s still NOT being scanned: End-to-end encrypted chats, such as those on WhatsApp, have always been exempt from these scans. Additionally, European providers of messaging and email services have never implemented chat control measures.

Patrick Breyer sums up the problem

As long as EU governments can use procedural loopholes to continually extend their comfortable status quo of voluntary, indiscriminate mass scanning, they have zero incentive to engage with the Parliament’s targeted, legally sound, and far more effective child protection strategy.

A motion that was submitted to parliament to reject (amended) Regulation (EU) 2021/1232 did not make it, and the weakening of the ePrivacy Directive is again a fact.

Read more here:

EU Parliament greenlights Chat Control 1.0 – Breyer: “Our children lose out”


patrick-breyer.de/en/eu-parlia…


europeanpirates.eu/chat-contro…

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Disciplinary office ignores complaints over journalist raid


Back in February, we filed a disciplinary complaint against Gordon Kromberg, the assistant U.S. attorney who signed the warrant application authorizing the FBI’s raid on the home of Washington Post reporter Hannah Natanson.

Our complaint was straightforward: Kromberg’s application never mentioned the Privacy Protection Act of 1980, a federal law that limits searches of journalists’ files and devices. Omitting adverse authority violates a prosecutor’s duty of candor, especially in warrant application proceedings with no one present to speak up for the rights of the warrant’s subject.

The Virginia State Bar, however, declined to investigate. It reasoned that it was up to the judge, not the bar, to decide whether Kromberg misled the court by omitting the PPA from his warrant application. That struck us as a strange conclusion — why do the rules the bar is charged with enforcing include a duty of candor, then?

But we don’t have to argue the point in the abstract anymore, because the judiciary has since spoken clearly and repeatedly, scolding Kromberg for the omission. But that hasn’t caused the Virginia Bar to revisit the case — or if it has, it won’t tell us.

We resubmitted the complaint and explained to the Virginia Bar that its justification for declining to investigate no longer holds water, and asked it to reopen the investigation. But first it ignored our calls and emails for months, then told us it is sworn to secrecy about disciplinary complaints to such an extent it can’t even tell us — the people who filed the complaint — whether it received it, or inform us of whether our new complaint has also been dismissed. Odd, because it did the first time.

At least the Virginia Bar’s consistent — it shouldn’t be surprising that an entity so nontransparent would be hesitant to discipline attorneys for lack of candor. But if it wants to build trust in the legal profession — its supposed raison d’être — it needs to explain itself, and if it’s run out of excuses, then it needs to actually investigate. Otherwise, it functions more as a protection racket than a disciplinary office.

Soon after our initial complaint was rejected, Magistrate Judge William Porter asked Kromberg and his fellow prosecutors, “Did you not tell me intentionally or did you not know,” in reference to their failure to alert him to a highly relevant federal law like the PPA. Then, in a 22-page opinion, Porter went further, writing that the government’s omission “has seriously undermined the Court’s confidence in the government’s disclosures in this proceeding.”

He also made clear that had the government disclosed the law, he might well have rejected the warrant application outright, or at least asked harder questions before signing off. That might have stopped the government from seizing terabytes of data from Natanson — which it has since characterized as “contraband” to retain — and stopping her reporting in its tracks.

Then in May, U.S. District Judge Anthony J. Trenga seconded Porter’s assessment, noting “the harassing and chilling effects such a seizure could have on a reporter,” and scolding prosecutors for their failure to mention the PPA in the warrant application.

This is precisely the judicial confirmation the bar said it was waiting for. There’s no longer any plausible argument that the bar needs to defer to a judicial process that hasn’t run its course.

And yet … crickets, in response to our supplemental complaint, our follow-up emails, and our numerous phone calls and voicemails to Clerk of the Disciplinary System Joanne Fronfelter and Bar Counsel Renu Brennan.

We finally got a response on Tuesday from Acting Executive Director Janet Van Cuyk, who told us she can’t tell us anything, per the Rules of the Supreme Court of Virginia. We’ll only know if the resubmitted complaint ever hit the bar association’s inbox if it decides to initiate a public hearing.

Van Cuyk suggested we email the general intake email address to which we submitted the complaint. It’s unclear why — if she’s bound to silence, so are they — but we’ve done that repeatedly since February, and we’ve heard nothing.

The whole justification for self-regulation is that the bar will hold its own accountable to build public trust. A disciplinary system that manufactures reasons not to look at uncomfortable cases — and then ghosts complainants when it runs out of excuses — isn’t protecting the public. Instead, it’s protecting the lawyers it’s supposed to protect the public from.

Particularly when it comes to complaints against attorneys who are public officials at the center of national news, if you think the rules don’t allow for transparency, then change the damn rules.


freedom.press/issues/disciplin…

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#chatcontrol Sembra che si sia fatto l'impossibile per permettere a grandi aziende statunitensi di continuare a scansionare i messaggi privati sulle loro piattaforme. pirati.io/2026/07/il-parlament…
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Il nuovo libro di JD Vance racconta soprattutto la sua devozione a Trump


In "Communion" il vicepresidente racconta la sua conversione al cattolicesimo. Per Rolling Stone il libro rivela il contrasto tra la fede che professa e la lealtà assoluta al presidente

JD Vance ha pubblicato "Communion", il suo secondo libro di memorie, dedicato alla conversione al cattolicesimo. Secondo un'analisi di Stephen Rodrick pubblicata su Rolling Stone, il libro rivela soprattutto la contraddizione centrale del vicepresidente americano: professa una fede che mette Dio sopra ogni cosa, ma la sua carriera politica è costruita sulla lealtà assoluta al presidente.

Vance, ex ateo, è cattolico da sette anni e nel libro presenta la sua religione come un cristianesimo riflessivo, plasmato da Agostino e Tommaso d'Aquino. Da Agostino, il santo che ha scelto come patrono e che cita nove volte, riprende l'idea dell'ordo amoris, il corretto ordine degli amori: politica, ambizione e nazione sono ambiti legittimi, ma nessuno deve mai prendere il posto di Dio. Per Rodrick il trumpismo premia l'esatto contrario: la lealtà al capo, il rancore al posto della misericordia e la vittoria totale al posto della virtù.

La storia di Vance è nota: padre assente, madre tossicodipendente, un'infanzia difficile a Middletown, in Ohio, riscattata grazie alla nonna e raccontata nel 2016 in "Hillbilly Elegy", diventato un testo di riferimento per i conservatori. Poi i Marines, la facoltà di legge di Yale e la carriera nel venture capital accanto al miliardario Peter Thiel, che ha finanziato con 15 milioni di dollari la sua campagna per il Senato. A 40 anni è il vicepresidente più giovane dai tempi di Richard Nixon, che lo diventò a 37. All'epoca del primo libro era però un oppositore di Trump: definì la sua campagna del 2016 "eroina culturale" per la classe operaia bianca e scrisse su Twitter di trovarlo "riprovevole" perché spaventava immigrati e musulmani a cui teneva, aggiungendo che "Dio vuole di meglio da noi".

Meno di dieci anni dopo, durante la campagna del 2024, Vance ha accusato la comunità haitiana di Springfield, in Ohio, di rapire e mangiare gli animali domestici, una storia falsa: gli haitiani erano nel paese legalmente grazie a un programma di protezione temporanea. Alla CNN che lo incalzava sulle sue affermazioni rispose: "Stiamo creando una storia". Da vicepresidente ha definito "estremista di sinistra squilibrata" Renee Good, la donna uccisa il 9 gennaio a Minneapolis dagli agenti dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, mentre aggirava in auto un agente a bassissima velocità, e ha detto che la sua morte era "una tragedia di cui è lei stessa responsabile". Entrambe le affermazioni erano false.

In sette anni da cattolico Vance ha attaccato due papi e ha detto ai fedeli americani di non guardare al Vaticano per indicazioni politiche. Nel libro rifiuta anche la dottrina della Chiesa secondo cui le cattive azioni possono portare all'inferno, sostenendo che il destino eterno sia predeterminato da Dio. Quando, dopo l'inizio della guerra con l'Iran, papa Leone ha scritto che Dio "non è mai dalla parte di chi ha brandito la spada", Vance ha invitato il pontefice "a stare attento quando parla di questioni di teologia" e a un evento di Turning Point USA, l'organizzazione giovanile conservatrice, ha invocato la tradizione agostiniana della guerra giusta. Il National Catholic Reporter ha ricordato che Leone, prima di diventare vescovo, guidava l'ordine agostiniano nel mondo e ha scritto la sua tesi di dottorato proprio su Agostino.

Sull'Ucraina, un caso da manuale di guerra giusta secondo la dottrina agostiniana, Vance disse a Steve Bannon, mentre i soldati russi si ammassavano al confine, che non gli importava "davvero cosa succede all'Ucraina". Da senatore si oppose al pacchetto di aiuti da 60 miliardi di dollari del 2024 con un articolo sul New York Times. Nell'aprile 2025, nello Studio Ovale, accusò Volodymyr Zelensky di ingratitudine verso gli aiuti americani e gli consigliò di "dire grazie", mentre il presidente gli ripeteva che "non hai le carte". Sedici mesi dopo, scrive Rodrick, Putin non mostra alcun interesse per un negoziato e l'Ucraina ha colpito la Russia con attacchi di droni che l'hanno messa in una posizione più forte di allora.

Nel 2021 Vance aveva definito "sataniche" alcune componenti dell'istruzione americana, aveva invitato i conservatori ad "attaccare le università" e aveva indicato come modello la campagna di Viktor Orbán per portare gli atenei ungheresi sotto il controllo del governo. Lo scorso aprile è volato a Budapest a fare campagna per Orbán cinque giorni prima delle elezioni, definendolo "uno dei grandi difensori della civiltà occidentale": Orbán ha perso nettamente. Poche settimane prima aveva fatto visita a papa Francesco, dopo averne criticato nel libro le posizioni sull'immigrazione: il pontefice è morto il giorno seguente. Sull'Iran, dopo aver firmato in Svizzera il memorandum d'intesa che ha chiuso la guerra, ha detto a un podcaster conservatore che l'indicazione del presidente era usare l'accordo per "riempire di nuovo l'economia mondiale del petrolio" e poi vedere come rispondeva Teheran.

Vance ha anche ammesso che la frase del 2021 sulle "gattare senza figli, infelici delle proprie vite" fu "una delle cose più stupide che abbia mai detto": tra le donne americane il suo gradimento è al 35%, contro il 55% di giudizi negativi. Sostiene che volesse solo dire che la cultura americana scoraggia i figli insegnando che il successo professionale conta di più, un argomento curioso, nota Rodrick, per un uomo la cui carriera gli ha fruttato un patrimonio stimato da Forbes in circa 12 milioni di dollari.

Nel libro Vance scrive di essere "costantemente terrorizzato all'idea che le cose si sgretolino" e che la sua vita "somiglia molto spesso a una favola" destinata presto a finire. Per Rodrick è questo bisogno di un'ancora a spiegare la trasformazione politica: dopo le critiche a "Hillbilly Elegy", accusato di colpevolizzare i poveri, Vance ha cercato la salvezza in Trump, di cui oggi molti lo considerano il possibile erede. Il mese scorso, alla fondazione dedicata a Nixon, ha detto che se il Watergate accadesse oggi "sarebbe una storia da 12 ore circa" e si è paragonato all'ex presidente: "Giovane senatore, vicepresidente, scrive libri di successo, è odiato dai media. Suona un po' come JD Vance". La conclusione di Rodrick è che Dio può anche essere nel cuore di Vance, ma sul trono siede Donald Trump.


L’Iran seppellisce Khamenei: il regime esce dalla guerra più forte e più radicale


L’Iran sta celebrando il funerale di Stato dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema uccisa il 28 febbraio nei raid con cui Stati Uniti e Israele hanno dato il via alla guerra. A quattro mesi di distanza, però, le esequie non certificano il collasso del regime auspicato inizialmente da Washington e Tel Aviv, ma al contrario la sua sopravvivenza e il consolidamento di una nuova generazione di leader più giovane, più intransigente e ormai saldamente al potere.

Ieri decine di migliaia di persone si sono radunate nel complesso di preghiera Grand Mosalla, a Teheran, dove la bara avvolta nella bandiera iraniana è stata esposta accanto a quelle dei familiari uccisi nello stesso attacco. Tra la folla sventolavano bandiere rosse, simbolo della vendetta nell’islam sciita, mentre alcuni manifestanti portavano i ritratti del nuovo Leader Supremo, Mojtaba Khamenei, figlio ed erede dell’ayatollah, rimasto finora lontano dalla scena pubblica.

Una leadership più giovane, dura e organizzata


Dopo mesi di attacchi sferrati da due tra gli eserciti più potenti del mondo, la Repubblica Islamica appare indebolita sul piano economico e militare, ma politicamente parlando è più compatta e più aggressiva. Secondo funzionari ed esperti citati dal Washington Post, il regime avrebbe anche avviato una nuova campagna di esecuzioni contro oppositori e critici interni. Allo stesso tempo continua a colpire a intervalli regolari nel Golfo Persico e mantiene una forte capacità di pressione sullo Stretto di Hormuz.

“L’Iran forse è più debole quanto a situazione economica, industrie e alcune capacità strategiche, ma il punto è che ci troviamo di fronte a un Iran nuovo, più audace e sicuro di sé”, ha dichiarato al quotidiano americano Raz Zimmt, responsabile della ricerca sull’Iran all’Institute for National Security Studies israeliano.

La nuova gerarchia controlla meglio le leve dello Stato, ha imparato la lezione dalle guerre americane in Iraq e Afghanistan e ha dimostrato finora di saper usare con maggiore efficacia diplomazia, deterrenza e propaganda online. Al suo vertice c’è Mojtaba Khamenei, ferito nello stesso raid che ha ucciso il padre e da allora protetto in bunker e luoghi sicuri per timore di un attentato.

Secondo gli esperti, è lui a prendere le decisioni strategiche, affiancato da un “collettivo” di dirigenti rappresentanti la linea dura del regime:

  • Mohammad Bagher Zolghadr, nuovo segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ed ex comandante delle Guardie rivoluzionarie;
  • Ahmad Vahidi, oggi alla guida dello stesso corpo;
  • Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema.

Le figure di estrazione civile, come il presidente Masoud Pezeshkian e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sarebbero state invece progressivamente marginalizzate.

La smentita al racconto di Trump


Il rapido consolidamento del nuovo potere smentisce le affermazioni del presidente Donald Trump, secondo cui la guerra avrebbe prodotto un “cambio di regime” e favorito l’ascesa di pragmatici disposti ad accettare le richieste americane. Al vertice del G7 in Francia, il mese scorso, Trump aveva descritto i nuovi dirigenti iraniani come “intelligenti” e “molto meno radicalizzati” dei precedenti.

Secondo funzionari ed esperti, però, le sue minacce di annientare la civiltà iraniana, in un Paese di oltre 90 milioni di abitanti, hanno ottenuto l’effetto opposto: hanno rafforzato i falchi e indebolito i moderati che un decennio fa erano stati decisivi nei negoziati sul nucleare con l’Amministrazione Obama.

La nuova leadership ha giocato con freddezza le sue carte. Bloccando il traffico delle petroliere nello Stretto di Hormuz e colpendo senza scrupolo gli alleati di Washington nel Golfo, Teheran ha conquistato una leva economica decisiva per ottenere concessioni dagli Stati Uniti.

Con il Memorandum d’Intesa preliminare firmato il 17 giugno a Versailles, l’Amministrazione Trump ha così accettato di sbloccare fino a 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, a condizione che Teheran rispetti gli impegni assunti. Pur avendo espresso riserve sull’accordo, Mojtaba Khamenei lo ha lasciato passare e ne ha approfittato per colpire l’avversario: l’Iran, ha detto, ha firmato “per compassione e buona volontà”, mentre Trump lo ha fatto “per disperazione”.

“Sono pieni di sicurezza”, ha commentato un funzionario europeo in contatto regolare con Teheran. “Hanno capito che il controllo dello Stretto di Hormuz è una leva enorme e credono davvero di poter dettare le condizioni”. Il funerale resta comunque una prova delicata per il nuovo Leader Supremo. È il primo grande raduno pubblico dall’inizio della guerra e su Mojtaba Khamenei, fotografato pochissime volte in vita sua, grava la pressione di mostrarsi.

“La sua assenza al funerale del padre sarebbe interpretata da molti, dentro e fuori l’Iran, come prova di debolezza personale, incapacità fisica o addirittura di morte”, ha spiegato al Washington Post Norman Roule, ex funzionario della CIA ed esperto del Paese. Un diplomatico iraniano, che ha parlato in forma anonima, ha però giudicato improbabile una sua apparizione, per il timore che Stati Uniti o Israele tentino di ucciderlo o scoprire dove si sta nascondendo.


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È possibile essere più fascisti di Vannacci? Popolari e parte dei socialisti europei ci sono riusciti. La democrazia dell'Unione europea è, peraltro, una democrazia finta, con un parlamento che si chiama parlamento ma non ha potere di iniziativa legislativa.


Il dettaglio italiano della votazione odierna sulla Proposta di rifiuto di Chat Control.

Dovremo ricordarci sempre di tutte le persone che ci rappresentano a favore di questa porcheria (quindi contrarie al rifiuto)

dariofadda.it/chat-control/202…

#stopchatcontrol


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Per Silvia Sardone, mentre milioni di persone affrontano salari bassi, liste d’attesa e scuole in difficoltà, il vero problema sarebbe il presepe.

È la solita politica del nemico comune: si costruisce un’emergenza identitaria per distrarre dai problemi reali e non offrire alcuna soluzione concreta ai cittadini.

E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

#SilviaSardone #PoliticaItaliana #Salari #SanitàPubblica #PropagandaPolitica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Während sich Datenschutzbehörden in Europa gerade erst in Stellung bringen gegen die Überwachungsbrillen, entwickelt Meta offenbar schon an einer Brille, die dauerhaft aufzeichnet. Doch es regt sich immer mehr Protest gegen die übergriffige Technologie.

netzpolitik.org/2026/smart-gla…

È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale


@Politica interna, europea e internazionale
È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Il magazine, disponibile già da ora nella versione digitale sulla nostra App, e da domani, venerdì 10 luglio, in tutte le edicole, propone ogni due settimane inchieste e approfondimenti sugli affari e il potere

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Oggi al parlamento europeo si è votato!

⛔️ 314 hanno votato contro #ChatControl
✅ 276 hanno votato a favore

Sembra semplice, ma ha vinto comunque il voto della minoranza.

Attenzione alle chat che utilizzate!

#StopChatControl

dariofadda.it/blog/post.php?sl…

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La Danimarca è pronta a difendere ogni centimetro della Groenlandia


Ad Ankara il presidente ha ribadito che l'isola dovrebbe passare sotto controllo americano. La premier Mette Frederiksen risponde che non è in vendita e che i groenlandesi decidono da soli

Il presidente statunitense Donald Trump è tornato a chiedere che la Groenlandia passi sotto il controllo degli Stati Uniti. La Danimarca ha risposto che l'isola non è in vendita e che difenderà ogni centimetro del proprio territorio.

Trump ha parlato al suo arrivo al vertice della NATO, l'Alleanza atlantica, ad Ankara, in Turchia. Martedì 7 luglio ha detto che la Groenlandia dovrebbe essere sotto la tutela degli Stati Uniti e ha accusato la Danimarca di non investire abbastanza in quel territorio, che è autonomo ma fa parte del regno danese. Il giorno dopo ha ripetuto lo stesso concetto: "La Groenlandia è un grosso problema per noi. Ci serve per la protezione del mondo, non solo degli Stati Uniti, ed è molto importante. Non aiuta la Danimarca".

La prima ministra danese Mette Frederiksen ha replicato ai giornalisti a margine del vertice. Ha detto che la Groenlandia non è in vendita e che i suoi abitanti hanno il diritto di decidere da soli il proprio futuro. Alla domanda su come reagirebbe se l'isola venisse attaccata ha risposto che difenderà il regno di Danimarca e che il paese è pronto a difendere ogni centimetro della NATO, compreso il proprio territorio.

"Siamo uno Stato sovrano e abbiamo bisogno che tutti rispettino la nostra integrità territoriale e la nostra sovranità", ha detto Frederiksen, che ha definito l'articolo 5 "la nostra assicurazione". Si tratta della clausola di difesa collettiva della NATO, per cui un attacco armato contro un membro dell'Alleanza è considerato un attacco contro tutti.

A gennaio Trump aveva evocato la possibilità di usare la forza militare per prendere il controllo dell'isola. In risposta la Danimarca aveva preparato piani per far saltare in aria le piste degli aeroporti groenlandesi in caso di invasione statunitense, come aveva rivelato nei mesi scorsi il New York Times. La stessa Frederiksen si era chiesta apertamente per quanto tempo ancora gli Stati Uniti sarebbero rimasti un alleato.

A marzo il vicepresidente statunitense JD Vance aveva visitato la base spaziale di Pituffik, l'installazione militare degli Stati Uniti in Groenlandia. Durante quella visita aveva accusato la Danimarca di investire poco nella sicurezza dell'isola e aveva descritto il territorio come strategico di fronte alla crescente attività militare di Russia e Cina nella regione artica.

Negli ultimi mesi Trump ha ridimensionato le minacce più dure e Washington ha puntato sul negoziato per aumentare la propria influenza. Gli Stati Uniti hanno chiesto l'accesso ad altre tre basi militari sull'isola, un potere di veto di fatto sui principali accordi di investimento e l'apertura di un consolato più grande a Nuuk, la capitale groenlandese.

L'Unione europea ha appoggiato pubblicamente la Danimarca e la Groenlandia. Olof Gill, portavoce della Commissione europea, il braccio esecutivo dell'Unione, ha detto che le decisioni sul futuro dell'isola spettano ai groenlandesi e ai danesi. Ha aggiunto che l'integrità territoriale, la sovranità nazionale e l'inviolabilità dei confini sono principi fondamentali del diritto internazionale.

In un'intervista Frederiksen ha collegato la vicenda al tema dell'autonomia strategica europea, l'idea che l'Europa debba essere in grado di difendersi da sola senza dipendere dagli Stati Uniti. Ha detto di condividere il segnale arrivato da Washington: gli europei devono farsi carico di una quota maggiore della spesa per la difesa comune. Per lei il riarmo del continente è indispensabile.

La crisi sulla Groenlandia ha avvicinato la Danimarca alla Francia. Frederiksen ha descritto la cooperazione franco-danese come sempre più stretta sul piano politico e militare e ha citato l'acquisto del sistema di difesa aerea SAMP/T, prodotto da Francia e Italia, come uno dei maggiori investimenti mai fatti dalla Danimarca. Con il presidente francese Emmanuel Macron, ha aggiunto, condivide l'obiettivo di approfondire l'integrazione europea di fronte alla guerra della Russia contro l'Ucraina.

Nonostante le tensioni la Danimarca continua a comprare armamenti americani, compresi i caccia F-35. Frederiksen ha raccontato di aver detto ai propri esperti e ai militari "Comprate, comprate, comprate!", per il timore che nei prossimi anni possa succedere qualcosa contro un paese della NATO. Allo stesso tempo vuole aiutare l'Europa a costruire una base industriale della difesa più solida.

La Danimarca ha adottato anche un modello che consiste nel finanziare direttamente linee di produzione di armi in Ucraina, avviato nel 2024. Ora prevede di ospitare parte di quella produzione sul proprio territorio e ad Ankara ha firmato con Kiev un nuovo accordo di difesa, in particolare sui droni. Frederiksen ha detto di ritenere che l'Europa non sia in grado di difendersi senza l'Ucraina.

La posizione danese resta ferma su due punti: la Groenlandia non è in vendita e la sua sovranità non si tocca. Allo stesso tempo la crisi con Washington ha spinto la Danimarca ad accelerare sul rafforzamento della difesa europea e sul legame con la Francia.


Trump rilancia sulla Groenlandia e minaccia di ritirare le truppe dall'Europa


Il presidente Donald Trump ha rilanciato al vertice della NATO la richiesta che la Groenlandia passi sotto il controllo degli Stati Uniti e ha minacciato di ritirare tutti i soldati americani dall'Europa se gli alleati continueranno a opporsi. Lo ha detto martedì ad Ankara, in Turchia, dove è arrivato per l'incontro annuale dell'alleanza atlantica.

La Groenlandia "dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca", ha detto Trump ai giornalisti durante un incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Il rifiuto europeo di assecondare le sue mire, ha aggiunto, è quello che ha danneggiato il suo rapporto con la NATO. La Danimarca, di cui la Groenlandia fa parte, non spende abbastanza per l'isola, ha sostenuto, mentre per Washington è importante perché "circondata da navi cinesi e russe", un'affermazione che gli esperti hanno smentito.

Trump ha minacciato di ritirare l'intero contingente americano dall'Europa, dove gli Stati Uniti tengono circa 68.000 militari. A maggio l'amministrazione aveva già annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, dopo le critiche del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla guerra americana in Iran. Pochi giorni fa la Casa Bianca aveva bloccato un piano del Pentagono, il ministero della difesa americano, per ridurre ancora le forze nel continente.

Gli europei devono stare attenti a immigrazione ed energia, ha avvertito Trump parlando in generale del continente, altrimenti "non avrete più un'Europa". L'Europa, ha detto, "è un posto molto diverso da com'era vent'anni fa". Poi ha concluso la parte dell'incontro aperta ai giornalisti.

La richiesta sulla Groenlandia aveva già fatto sprofondare la NATO in una crisi a gennaio, quando Trump aveva preteso il controllo dell'isola per motivi di sicurezza nazionale e non aveva escluso l'uso della forza militare per annetterla. La tensione era rientrata a fine mese, dopo che il presidente e il segretario generale della NATO Mark Rutte avevano annunciato l'intesa su un "quadro per un accordo futuro" e ritirato la minaccia di dazi contro gli alleati europei. Da allora un gruppo di lavoro con rappresentanti di Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia discute come procedere e il governo di Copenaghen conta di trovare una soluzione entro fine anno.

La prima ministra danese Mette Frederiksen ha ribadito, poche ore dopo le parole di Trump, che la Groenlandia non è in vendita e che gli alleati devono rispettare la sovranità del regno danese. Il ministro degli esteri groenlandese Múte Egede ha detto che il futuro dell'isola deve deciderlo il suo popolo. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha risposto a CNBC che l'alleanza conta già sette paesi artici se in gioco c'è la sicurezza dell'Artico e ha ricordato che la Finlandia ha addestrato un milione di soldati in condizioni artiche.

Trump ha criticato di nuovo gli alleati europei per non averlo sostenuto nella guerra contro l'Iran. Italia, Germania e Francia hanno rifiutato di aiutare, ha detto Trump, che si è chiesto perché gli Stati Uniti spendano "centinaia di miliardi di dollari" per paesi che non ricambiano. Alla vigilia del vertice aveva già rimproverato agli europei la mancanza di lealtà, mentre Washington e Teheran restano in un fragile cessate il fuoco.

Il rilancio sulla Groenlandia riporta al centro dello scontro tra Washington e l'Europa un'isola artica vasta e quasi disabitata, che la Danimarca amministra e che gli Stati Uniti considerano cruciale per la propria sicurezza.


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Nonostante ci fosse una maggioranza di europarlamentari che ha votato contro, oggi è stata emendata la proposta per Chat Control.

Internet è sempre meno sicuro.

In Italia ci sono molti che non ne hanno capito la sostanza

dariofadda.it/blog/post.php?sl…

#StopChatcontrol
@politica

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"Das Innenministerium will Behörden erlauben, automatisierte Systeme mit Daten aus Asyl- und Aufenthaltsverfahren zu trainieren. Dabei geht es nicht nur um das BAMF oder Ausländerbehörden, sondern auch um die Polizei."

@netzpolitik_feed hat den Gesetzentwurf veröffentlicht.

netzpolitik.org/2026/gesetzent…

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Il Parlamento europeo ha votato su una questione delicata per la privacy digitale. Non un via libera pieno, ma nemmeno un secco no: l’Aula ha emendato la proposta, restringendo la deroga ePrivacy ed escludendo le comunicazioni protette dalla crittografia da un capo all’altro.

A marzo la proroga era stata respinta; poi il PPE, di cui fa parte Forza Italia, ha spinto per riaprire il fascicolo con una procedura d’urgenza contestata.

Oggi 314 eurodeputati, compresi quelli di Volt, hanno votato per respingere il testo, contro 276. Ma in seconda lettura servivano 360 voti. Gli emendamenti hanno impedito che la posizione del Consiglio diventasse legge così com’era.

Ora il testo torna al Consiglio: se accetterà le modifiche, sarà adottato; altrimenti si aprirà la conciliazione.

È un risultato importante, ma provvisorio. Il voto riguardava Chat Control 1.0; la partita decisiva resta Chat Control 2.0.

Proteggere i minori è un dovere, ma la sorveglianza generalizzata non è la soluzione.

#ChatControl #PrivacyDigitale #Crittografia #DirittiDigitali #SorveglianzaDiMassa #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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in reply to Volt Italia

Sì, certo, strumento ottimo, ma come ce li portiamo là sopra?
Per spiegare il concetto e la situazione ho parlato con le persone una per una e a tutte ho chiesto -e le ho torturate- per fargli spedire le email... ma come arrivo a un pubblico più ampio? Come possiamo arrivare a dibattiti pubblici per smuovere chi di solito non si muove?

Serve un'azione tipo referendum sulla Costituzione i cui gruppi hanno portato a votare chi non voterà i partiti.

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Weil ich schnell den Überblick verliere, wenn es um Ländergesetze geht, habe ich abgefragt, welche Länder absehbar ihr #PsychKG ändern wollen. Das Ergebnis: ziemlich viele und in einigen sind die Änderungen schon in Arbeit.

Mich interessiert vor allem, ob es potenziell neue Datenaustauschregeln gibt. Aber vielleicht ist die Übersicht auch für Leute spannend, die sich mit Zwang in der #Psychiatrie, #SpDI und anderem beschäftigen.

netzpolitik.org/2026/datenaust…

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Il dettaglio italiano della votazione odierna sulla Proposta di rifiuto di Chat Control.

Dovremo ricordarci sempre di tutte le persone che ci rappresentano a favore di questa porcheria (quindi contrarie al rifiuto)

dariofadda.it/chat-control/202…

#stopchatcontrol

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Rifondazione: l’omicida di Satnam Singh è stato condannato, ma non basta home.rifondazione.eu/2026/07/0… #Immigrazione #Agricoltura

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Trump chiederà alla Corte Suprema di riesaminare la sentenza sullo ius soli


Il presidente parla di cartelli che vendono la cittadinanza al confine con il Messico. Ma la Corte non riesamina un caso già deciso dal 1965 e ha ribaltato una sua sentenza una sola volta, nel 1956

Il presidente Trump ha annunciato mercoledì che chiederà alla Corte Suprema di riesaminare la sentenza con cui i giudici hanno bocciato il suo ordine esecutivo contro lo ius soli, il principio per cui chi nasce negli Stati Uniti è automaticamente cittadino americano. È una richiesta quasi certamente destinata a fallire: la Corte non accetta di riesaminare un caso già discusso e deciso dal 1965.

Il 30 giugno la Corte aveva stabilito, con sei voti a favore e tre contrari, che la cittadinanza per quasi tutti i bambini nati su suolo americano è garantita dal Quattordicesimo emendamento della Costituzione. La decisione ha respinto l'ordine esecutivo firmato da Trump il 20 gennaio 2025, il giorno del suo insediamento, che negava i documenti di cittadinanza ai figli di immigrati irregolari o privi di documenti. "La cittadinanza, allora come oggi, era il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica", ha scritto nella sentenza il presidente della Corte John Roberts.

In un post sul suo social network Truth Social, Trump ha scritto che lungo il confine meridionale e in Messico starebbero comparendo cartelli e cartelloni pubblicitari che promuovono lo ius soli con "consegne a partire da 4.000 dollari" e che "miliardi di dollari verranno guadagnati illegalmente con questa truffa, con la cittadinanza concessa a chiunque sia disposto a pagare". "La cittadinanza americana non è in vendita", ha aggiunto, annunciando che chiederà "immediatamente" un riesame perché i giudici "distruggeranno l'America se non cambiano la loro decisione assolutamente folle". Fino a mercoledì sera i legali dell'amministrazione non avevano però depositato alcuna richiesta alla Corte.

Il presidente sembrava riferirsi a un servizio di Fox News su un ospedale del Texas che aveva pubblicizzato con cartelloni in Messico dei "pacchetti parto" nel sud dello Stato. Il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha ordinato un'indagine sulla struttura, che ha fatto sapere di aver ritirato quei materiali pubblicitari.

Le regole della Corte Suprema permettono alle parti di chiedere un nuovo esame di un caso già deciso nel merito, ma i giudici accolgono queste richieste molto di rado. L'ultima volta è successo nel 1965 e in tutta la sua storia la Corte ha ribaltato una propria decisione dopo un riesame una sola volta, nel 1956, in un caso sulla giurisdizione dei tribunali militari sui coniugi civili dei soldati, secondo Stephen Vladeck, professore di diritto alla Georgetown University.

La sentenza sullo ius soli ha chiuso una battaglia che Trump portava avanti da più di dieci anni e che ha usato a lungo come strumento politico. Il presidente, che aveva assistito di persona alle udienze del caso, ha continuato ad attaccare la Corte per la decisione e subito dopo il verdetto ha chiesto al Congresso di intervenire con una legge, sostenendo a torto che non serva una modifica della Costituzione.

Nei giorni scorsi il tema era tornato al centro dell'attenzione per una vicenda legata al Mondiale di calcio: Trump aveva telefonato al presidente della FIFA, Gianni Infantino, per protestare contro il cartellino rosso dato a Folarin Balogun, attaccante della nazionale americana nato negli Stati Uniti mentre i genitori, nati in Nigeria e residenti a Londra, erano in viaggio nel paese. La FIFA aveva annullato la squalifica, ma lunedì gli Stati Uniti hanno perso comunque la partita contro il Belgio.

Questa settimana Trump ha chiesto alla Corte Suprema anche di riconsiderare il rifiuto, deciso il 29 giugno, di esaminare il suo ricorso contro il verdetto che lo ha giudicato civilmente responsabile di abusi sessuali e diffamazione nei confronti della scrittrice E. Jean Carroll. Mercoledì un giudice federale di Manhattan ha ordinato che i 5 milioni di dollari depositati da Trump nel 2023 a garanzia del risarcimento, più circa 800.000 dollari di interessi, vengano versati a Carroll nonostante la richiesta pendente.


La Corte Suprema boccia Trump sullo ius soli, mentre approva i divieti per le atlete transgender


La Corte Suprema ha respinto oggi l'ordine esecutivo con cui Donald Trump voleva cancellare la cittadinanza di nascita per i figli degli immigrati irregolari, riaffermando il principio secondo cui quasi chiunque nasca sul territorio degli Stati Uniti è cittadino americano. La decisione, presa con 5 voti contro 4, rappresenta una sconfitta pesante per una delle politiche simbolo del secondo mandato del presidente. A dissentire sono stati tre giudici conservatori, Clarence Thomas, Neil Gorsuch e Samuel Alito. Un quarto giudice conservatore, Brett Kavanaugh, si è unito alla maggioranza per bloccare l'ordine, ma fondando la propria posizione su una legge federale più che sulla Costituzione.

La cittadinanza per nascita è garantita dal Quattordicesimo Emendamento, approvato nel 1868 dopo la Guerra civile per assicurare la cittadinanza agli ex schiavi. Il testo stabilisce che "tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione" sono cittadine americane. Lo scontro legale si è concentrato proprio su quella formula, "soggette alla giurisdizione", che l'amministrazione Trump voleva interpretare in senso restrittivo. Il presidente della Corte, John Roberts, ha scritto per conto della maggioranza che i bambini nati negli Stati Uniti da genitori irregolari o presenti temporaneamente nel Paese sono cittadini fin dalla nascita. "La cittadinanza, allora come oggi, era il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica", ha scritto Roberts, aggiungendo: "Manteniamo quella promessa oggi".

Corte Suprema · Fine mandato 2026

La cittadinanza di nascita resta nella Costituzione

Con 6 voti contro 3, i giudici hanno respinto l'ordine esecutivo di Donald Trump che voleva negare la cittadinanza ai figli degli immigrati irregolari. Confermato un principio in vigore dal 1868.

Grafica di FocusAmerica Caso Trump v. Barbara


0
anni di principio

1868
Il Quattordicesimo Emendamento entra in Costituzione dopo la Guerra civile

2026
La Corte ribadisce: chi nasce sul suolo americano è cittadino americano

Dopo oltre un secolo e mezzo il principio regge: l'ordine di Trump non è mai entrato in vigore

Esplora la decisione
1Il verdetto 2La posta in gioco 3L'altra giornata

Come si è spaccata la Corte


6 giudici hanno bloccato l'ordine, 3 hanno dissentito. 5 hanno motivato il proprio no sulla Costituzione; Brett Kavanaugh si è unito alla maggioranza, ma basandosi su una legge federale.

6–3
Maggioranza contro l'ordine.
Opinione scritta dal presidente John Roberts.

Maggioranza
6 giudici

Roberts
Sotomayor
Kagan
Barrett
Jackson
Kavanaugh

Dissenso
3 giudici

Thomas
Alito
Gorsuch

Il voto sfumato di Kavanaugh. Il giudice conservatore ha votato per bloccare l'ordine, ma ha precisato che a suo avviso viola una legge federale del 1940, non direttamente la Costituzione.


La cittadinanza era il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica. Manteniamo quella promessa oggi.

John Roberts · Presidente della Corte Suprema

Cosa sarebbe successo senza la sentenza


Secondo un documento depositato da decine di docenti, l'ordine esecutivo di Trump avrebbe escluso dalla cittadinanza centinaia di migliaia di bambini ogni anno, fino a una massa di milioni entro metà secolo.

250.000/anno
Bambini che ogni anno avrebbero perso la cittadinanza alla nascita

1898
L'anno del precedente Wong Kim Ark, confermato dalla sentenza

5milioni
Persone nate negli USA ma escluse dalla comunità politica entro il 2045, secondo le stime depositate — molte delle quali sarebbero rimaste apolidi

2026Proiezione: 5 milioni entro il 2045

Gli studiosi avevano avvertito che la misura avrebbe creato una casta permanente di persone nate e cresciute negli Stati Uniti ma stabilmente prive di diritti, con il rischio di espulsioni di massa.

Le altre due decisioni dello stesso giorno


L'ultima giornata del mandato annuale ha prodotto altri due verdetti di peso, su sport e finanziamenti elettorali.

6–3

Sport
Via libera ai divieti per le atlete transgender
La Corte dà ragione agli Stati che vietano alle atlete trans di gareggiare nelle squadre femminili. La decisione rafforza le restrizioni già in vigore in 27 Stati.

6–3

Elezioni
Eliminati i tetti alla spesa dei partiti
Partiti e candidati potranno acquistare insieme spazi pubblicitari senza limiti. Nel breve periodo l'effetto avvantaggerà i repubblicani.

6 su 13
È la sesta sconfitta in tredici mesi per chi difende i diritti delle persone transgender davanti alla Corte Suprema

Fonte: sentenze Trump v. Barbara, West Virginia v. B.P.J. e NRSC v. FEC, Corte Suprema degli Stati Uniti; documento dei docenti depositato in giudizio; ricostruzione FocusAmerica. Tutte e tre le decisioni sono state prese con 6 voti contro 3. Sulla cittadinanza, cinque giudici hanno motivato il no su basi costituzionali, Kavanaugh su una legge federale.

L'ordine di Trump e il rischio di una generazione senza cittadinanza


Trump aveva firmato l'ordine esecutivo nel gennaio 2025, nel primo giorno del suo secondo mandato. Il provvedimento, intitolato "Proteggere il significato e il valore della cittadinanza americana", puntava a negare la cittadinanza automatica ai bambini nati da genitori entrati illegalmente negli Stati Uniti o presenti con un visto temporaneo, come quelli per studio, lavoro o turismo. L'ordine non è mai entrato in vigore, perché diversi tribunali federali lo avevano bloccato giudicandolo incompatibile con la Costituzione.

La sentenza conferma anche il precedente storico del 1898, quando la Corte ha riconosciuto la cittadinanza americana a Wong Kim Ark, nato a San Francisco da immigrati cinesi. Da allora il principio della cittadinanza per nascita è rimasto saldo, con poche eccezioni, come i figli dei diplomatici stranieri. L'Smministrazione Trump sosteneva invece che il Quattordicesimo emendamento fosse stato frainteso per oltre un secolo e che i suoi autori non avessero mai voluto estendere la cittadinanza ai figli di persone prive di una residenza stabile negli Stati Uniti.

Il governo invocava anche la necessità di fermare il cosiddetto "turismo della nascita", cioè l'ingresso nel Paese di donne straniere intenzionate a partorire sul suolo americano per garantire la cittadinanza ai figli. Il rappresentante dell'amministrazione davanti alla Corte aveva avvertito: "Siamo in un mondo nuovo, dove 8 miliardi di persone sono a un volo di distanza dall'avere un figlio cittadino americano".

Secondo un documento presentato alla Corte e firmato da decine di docenti, l'ordine avrebbe privato della cittadinanza circa 250.000 bambini ogni anno, fino a raggiungere 5 milioni di persone entro il 2045. Molti sarebbero rimasti apolidi, perché i genitori non avrebbero potuto trasmettere loro la propria cittadinanza. Gli studiosi avevano avvertito che la misura avrebbe creato una sorta di casta permanente, composta da persone nate e cresciute negli Stati Uniti ma escluse stabilmente dalla comunità politica, con il rischio di costose espulsioni di massa.

Trump aveva seguito la vicenda da vicino: ad aprile si era presentato personalmente all'udienza, diventando il primo presidente in carica ad assistere a una discussione davanti alla Corte Suprema, e nelle settimane successive aveva attaccato ripetutamente i giudici. A maggio aveva scritto che una "decisione negativa sulla cittadinanza di nascita" sarebbe stata "economicamente insostenibile" per il Paese.


Sentenza Trump vs Barbara
Il testo completo della sentenza della Corte sulla cittadinanza per nascita

25-365_4hdj.pdf
880 KB

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Atlete transgender e finanziamenti elettorali: le altre decisioni della Corte


Nello stesso giorno, l'ultimo del mandato annuale, la Corte ha dato ragione agli Stati che vietano alle atlete transgender di gareggiare nelle squadre sportive femminili. La decisione riguarda due leggi dell'Idaho e del West Virginia, ma rafforza la posizione dei 27 Stati che hanno introdotto restrizioni simili. A scrivere la sentenza è stato ancora Kavanaugh: "La Costituzione non impone alle scuole di stabilire l'idoneità per gli sport femminili sulla base dell'identità di genere anziché del sesso biologico". I giudici hanno stabilito che né la Costituzione né il Title IX, la legge federale del 1972 che vieta le discriminazioni di sesso nelle scuole, obbligano gli Stati ad ammettere le atlete trans nelle competizioni femminili.

Le due cause erano state promosse da Becky Pepper-Jackson, studentessa delle superiori del West Virginia, e da Lindsay Hecox, iscritta all'università in Idaho. Entrambe sostenevano che i divieti le discriminassero in base al sesso. Pepper-Jackson aveva fatto causa nel 2021, quando aveva 11 anni, per poter entrare nella squadra di atletica della scuola media; i tribunali le avevano dato ragione e nel frattempo ha vinto un titolo statale nel getto del peso. Dopo la sentenza di oggi, non potrà più gareggiare nella squadra femminile.

I tre giudici progressisti hanno condiviso con la maggioranza l'idea che queste leggi non violino il Title IX, ma hanno criticato i colleghi per aver chiuso troppo rapidamente la causa, senza lasciare ai tribunali inferiori il tempo di accertare i fatti. Sonia Sotomayor ha scritto che la maggioranza "infligge un sacrificio a chi sfavorisce" senza concedere l'esame completo richiesto dalla Costituzione. È la sesta sconfitta in tredici mesi per chi difende i diritti delle persone transgender davanti alla Corte Suprema. Negli ultimi mesi i giudici avevano già autorizzato il divieto di arruolamento per i militari trans, confermato il divieto di alcune terapie mediche per i minori e dato ragione all'amministrazione in altri casi riguardanti questa comunità.

Trump ha salutato con entusiasmo la sentenza della Corte Suprema sugli atleti transgender, scrivendo su Truth Social:

“GRANDE VITTORIA: La Corte Suprema degli Stati Uniti ha appena DECISO CONTRO LA PARTECIPAZIONE DEGLI UOMINI AGLI SPORT FEMMINILI. Wow! Questo mette fine a quella situazione ridicola!!! Il presidente DONALD J. TRUMP”


Nello stesso giorno, la Corte ha anche eliminato i limiti alla spesa che i partiti possono sostenere in coordinamento con i propri candidati. La decisione rende più semplice per partiti e candidati acquistare insieme spazi pubblicitari e, nel breve periodo, avvantaggia i repubblicani, che hanno accumulato oltre 100 milioni di dollari in più rispetto ai democratici in vista delle elezioni di metà mandato.

Trump ha pubblicato un post su Truth Social anche per elogiare la sentenza della Corte Suprema sui limiti alla spesa elettorale, definendola una grande vittoria per il Partito Repubblicano. "La Corte Suprema ha appena abolito le restrizioni alla spesa politica!" ha scritto Trump. "UNA GRANDE VITTORIA PER I REPUBBLICANI e, cosa ancora più importante, per il Primo Emendamento!".

Le tre sentenze chiudono un mandato annuale segnato da decisioni molto diverse tra loro: nei giorni scorsi la Corte aveva ampliato il potere di Trump sulle agenzie indipendenti, proteggendo però l'autonomia della Federal Reserve, e in precedenza aveva già bocciato gran parte dei suoi dazi.


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Eigentlich hat das EU-Parlament wiederholt die anlasslose Überwachung im Internet abgelehnt. Mit einem außergewöhnlichen Manöver gelang es der konservativen Parlamentspräsidentin Metsola, eine umstrittene Ausnahmeregelung dennoch durchzuboxen. netzpolitik.org/2026/eu-parlam…
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Le Parlement vient d'adopter définitivement le projet de loi « SURE ». Ce texte élargit le fichage et autorise la police à exploiter la généalogie génétique issus de tests ADN récréatifs. Relisez notre article sur le sujet pour en savoir plus : laquadrature.net/2026/05/20/pr…

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Chat Control 1.0 has passed, a shameful affair, literally every scientist or expert can explain why this is a bad idea. The next step is clear , everybody should move to E2EE applications where possible. Also check if the provider uses opensource, is transparant.
#chatcontrol #eu #privacy
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Il Parlamento europeo dà il via libera a Chat Control 1.0 – Breyer: “I nostri figli ne risentiranno”


Oggi il Parlamento europeo ha approvato la scansione di massa senza sospetto delle comunicazioni private (“Chat Control 1.0”), una misura che aveva respinto due volte a marzo. Sebbene la maggioranza dei deputati europei votanti si fosse effettivamente opposta al regolamento ( 314 contrari, 276 favorevoli, 17 astensioni ), la mozione di rigetto non ha ottenuto la maggioranza assoluta di 361 voti…

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#Alterskontrollen sind ja nur eine von 56 Empfehlungen der Expert*innen für digitalen Kinder- und Jugendschutz. Vieles geht um Hilfe vor Ort, und die ist teuer. Können die Kommunen mit den Empfehlungen etwas anfangen? Der Medienzirkus ist längst weitergezogen – ich habe mich umgehört.

netzpolitik.org/2026/junge-men…

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56 Empfehlungen haben Fachleute für Kinder- und Jugendschutz im Netz vorgelegt. Sie fordern ein Sofortprogramm. Die Kommunen loben die Ideen, aber fragen sich, wer das bezahlen soll. Das Familienministerium will noch nicht über Geld sprechen.

netzpolitik.org/2026/junge-men…

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Trump e Meloni si ignorano al vertice NATO di Ankara


Il presidente ha evitato la premier prima della foto di gruppo ad Ankara, dopo settimane di attacchi. Lei dice di non rimpiangere nulla e difende la scelta di non concedere le basi contro l'Iran

Al vertice NATO di Ankara, in Turchia, mercoledì 8 luglio Donald Trump è passato accanto a Giorgia Meloni senza salutarla, poco prima della foto di gruppo dei leader, mentre la presidente del Consiglio guardava altrove. Il gesto arriva al culmine di settimane di attacchi del presidente contro la premier italiana, nati dal rifiuto di Roma di concedere le basi militari italiane agli Stati Uniti durante la guerra con l'Iran.

Meloni era considerata una delle alleate più strette di Trump in Europa ed era stata l'unica tra i capi di governo europei a partecipare al suo insediamento nel gennaio 2025. I rapporti si sono rovinati a partire da marzo, quando l'Italia ha negato agli aerei militari americani diretti in Medio Oriente il permesso di atterrare nella base di Sigonella, in Sicilia. Ad aprile è arrivata la prima critica pubblica di Trump, dopo che Meloni lo aveva rimproverato per i suoi attacchi a papa Leone, che aveva condannato la guerra in Iran.

Il mese scorso, al G7 in Francia, Trump ha sostenuto che Meloni lo avesse implorato per un selfie, un'accusa che la premier ha definito "completamente inventata" dicendosi "sconvolta" e rispondendo che "l'Italia e io non imploriamo mai". Domenica il presidente ha pubblicato sul suo social Truth un'immagine falsa in cui Meloni lo guarda sorridente dal basso, con la scritta "serve un ordine restrittivo".

Martedì Trump aveva abbassato i toni. Interrogato da un giornalista su quel post ha risposto "non so", per poi aggiungere: "in realtà è una persona per bene". Il presidente ha spiegato che il rapporto si è "un po' rovinato" dopo che Meloni si è "rifiutata" di aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo Stretto di Hormuz e a contrastare la minaccia nucleare iraniana, concludendo: "mi piace, penso che sia davvero una persona per bene, ma credo che abbia fatto un errore".

Nella conferenza stampa al termine del vertice, Meloni ha detto di non avere ripensamenti sul capitale politico investito nel rapporto con Trump: "non rimpiango assolutamente nulla di ciò che ho fatto". La premier ha spiegato di aver fatto "questo investimento politico" per la sua "convinzione nell'unità dell'Occidente" e ha aggiunto che non si tratta di "una strategia adottata con l'arrivo di Trump", ma dell'approccio che tiene con tutti i suoi interlocutori. Meloni ha ricordato che con il presidente restano punti in comune, dall'immigrazione all'opposizione a quella che ha definito "cultura woke". "Le cose vanno come si è visto, ma non cambio idea", ha concluso.

Sulla questione delle basi, all'origine dello scontro tra Roma e Washington, Meloni ha ribadito la posizione italiana: "rispettiamo i nostri impegni, come fanno le nazioni serie, ma avevamo detto che non avremmo partecipato ad attacchi contro l'Iran e non abbiamo partecipato ad attacchi contro l'Iran". La premier ha anche criticato l'azione militare congiunta di Stati Uniti e Israele, i cui raid contro l'Iran sono ripresi in questi giorni, e ha chiesto più negoziati di pace con Teheran: "credo che l'opzione militare non abbia prodotto risultati particolarmente concreti".


Trump chiede agli alleati NATO più lealtà


Il presidente Donald Trump arriva al vertice della NATO che si apre martedì e mercoledì ad Ankara, in Turchia, con una richiesta che nessun grafico può soddisfare: non più soldi dagli alleati, ma lealtà. La questione della spesa militare, che per anni lo ha visto attaccare gli europei, è stata risolta al summit dell'anno scorso, quando i paesi dell'alleanza si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del prodotto interno lordo entro il 2035. Ora il presidente rimprovera ad alcuni alleati di non averlo sostenuto nella guerra contro l'Iran, che ha lanciato insieme a Israele senza consultarli.

"Non abbiamo bisogno dei loro soldi, non abbiamo bisogno di niente", ha detto Trump. "Voglio solo lealtà". Pochi giorni prima del vertice il presidente ha definito "ridicolo" e "unilaterale" il rapporto tra gli Stati Uniti e la NATO, scrivendo sul suo social Truth Social che gli alleati "non c'erano quando serviva a noi". Ha ripetuto di poter provare a far uscire gli Stati Uniti dall'alleanza, un passo che però richiederebbe l'approvazione del Congresso.

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha passato gran parte dei suoi quasi due anni alla guida dell'alleanza cercando di tenere ancorati gli Stati Uniti, l'alleato senza il quale l'organizzazione non può funzionare. La sua arma principale è stata l'adulazione. Il mese scorso alla Casa Bianca ha mostrato un grafico intitolato in lettere dorate "The Trump Trillion", con cui attribuiva al presidente i 1.200 miliardi di dollari spesi dagli alleati europei e dal Canada dal 2017. Ha ricordato anche le decine di migliaia di posti di lavoro creati negli Stati Uniti e i 300 miliardi di dollari di ordini europei di materiale militare, tutti meriti del "leader del mondo libero".

Trump è rimasto impassibile. Aveva già minacciato di lasciare la NATO, valutato il ritiro delle truppe americane dall'Europa e promesso di prendersi la Groenlandia, territorio semiautonomo della Danimarca, un paese alleato. Ha detto che avrebbe saltato il vertice se non fosse stato ospitato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, uno dei pochi leader stranieri che sembra stimare.

Il vero problema dell'alleanza non è più il denaro ma la capacità di trasformarlo in forze militari, proprio mentre i paesi europei temono un possibile attacco della Russia. Il mese scorso il Pentagono, il ministero della Difesa americano, ha sorpreso gli alleati annunciando che avrebbe ridotto il numero di soldati, navi da guerra, aerei e droni da mettere a disposizione in caso di attacco a uno di loro. Trump ha inviato messaggi contraddittori sul fatto che le truppe americane vengano aumentate o ridotte, mentre la Russia sonda le difese europee con voli di droni vicino alle basi militari di più paesi.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha alzato i toni con gli alleati. In un incontro dei ministri della Difesa a Bruxelles ha definito la NATO poco più di una "tigre di carta" che vive di una "malsana dipendenza" dalle forze americane e ha annunciato una revisione della presenza militare statunitense in Europa. Voleva annunciare al vertice altri ritiri di soldati, ma il piano è stato bloccato dopo il passaggio alla Casa Bianca. Hegseth ha rimproverato agli alleati di non aver aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran, anche se non erano stati informati in anticipo né era stato chiesto loro un sostegno, se non quando Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale.

Secondo un editoriale del Financial Times, la NATO è oggi allo stesso tempo più forte e più debole rispetto a diciotto mesi fa. È più forte perché, grazie soprattutto alla pressione di Trump, i membri non americani hanno speso nel 2025 139 miliardi di dollari in più rispetto al 2024 e stanno investendo nel riarmo. È più debole perché è crollata la fiducia nel fatto che l'Amministrazione americana difenderebbe gli alleati in caso di attacco. In teoria resta possibile un grande accordo transatlantico, in cui gli europei si prendono la responsabilità della difesa convenzionale del continente e gli Stati Uniti mantengono l'ombrello nucleare. Ma pochi credono che Trump metterebbe a rischio la sua residenza di Mar-a-Lago per salvare Varsavia. Germania, paesi nordici e baltici spendono molto, mentre Francia e Regno Unito restano indietro.

Il vertice segna anche l'ascesa della Turchia dentro l'alleanza. Per anni molti alleati hanno guardato Ankara con diffidenza per l'acquisto di un sistema di difesa aerea russo e per lo stallo imposto all'ingresso della Svezia nella NATO. Ora Trump dice di partecipare al summit solo per Erdogan, che ha chiamato "un amico" e "un leader coi fiocchi". La Turchia ha il secondo esercito più grande dell'alleanza e il controllo dello stretto del Bosforo, mentre la sua industria delle armi è diventata preziosa via via che l'Europa si riarma di fronte al disimpegno americano. Trump ha lasciato intendere un'apertura sulla vendita dei caccia F-35, finora negati ad Ankara proprio per l'acquisto del sistema russo S-400.

La nuova vicinanza ha spinto i leader europei a tacere sull'arretramento democratico in Turchia, dove le autorità hanno fermato più di 200 persone per motivi di sicurezza prima del vertice e dove il principale rivale di Erdogan, il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, è in carcere dal 2025 con accuse di corruzione che respinge. "Gli europei non vogliono più tensioni con la Turchia, non vogliono avere quella conversazione", ha dichiarato al Washington Post Asli Aydintasbas, ricercatrice della Brookings Institution.

Rutte vuole trasformare il summit in una vetrina di accordi commerciali, con un forum dell'industria della difesa e annunci di intese da miliardi di dollari, nella speranza che Trump veda l'alleanza come qualcosa di positivo. I diplomatici europei puntano a un incontro breve, con molta cerimonia e poche dichiarazioni congiunte che possano mettere in evidenza le divisioni. Ma la richiesta di lealtà avanzata dal presidente resta difficile da mettere su un grafico.


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In queste ore non stiamo vivendo un bel momento per i diritti civili, Internet e le libertà digitali.

Spero di sbagliarmi

#StopChatControl

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🇩🇪EU-Parlament lässt #Chatkontrolle 1.0 trotz Mehrheits‑Nein (314:276) passieren – Massenscans privater Chats bis 2028 erlaubt. Betroffene warnen. Meine Einordnung und warum das der falsche Weg ist 👇
patrick-breyer.de/eu-parlament…
#Demokratiefail
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❗ Sul mio sito ho esposto una dashboard che evidenzia i risultati della votazione del 7 luglio 2026 in parlamento europeo sul tema #ChatControl.

Un tema che tocca profondamente le libertà digitali e distorce il senso di esistenza di Internet, per tante ragioni e nessuna di queste serve per combattere la pedo-pornografia.

Ecco come è andata per i partiti italiani sul tema Chat Control

Qui la dashboard completa:

dariofadda.it/chat-control/202…

#StopChatControl

in reply to alephoto85

@alephoto85 Perchè il sito fightchatcontrol.eu/ non fa una estrazione dei dati da ogni votazione, esprime solo l'intenzione del singolo.

Quest'analisi riprende invece i dati della votazione del 7 luglio e l'intenzione e di ripeterla anche per quella che avverrà oggi

Oblomov reshared this.

in reply to Oblomov

puoi vedere tutto sia sul sito di @nuke che sul sito fightchatcontrol.eu/ (qui trovi anche i dati degli altri paesi, non solo italianз).
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La Groenlandia non deve finire nelle mani di Trump 🇬🇱

Come già in passato, l’Europa deve essere pronta ad agire con fermezza. Qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di occupare o annettere la Groenlandia deve avere costi politici, economici e strategici superiori a ogni possibile vantaggio.

Il ritorno di questa minaccia dimostra quanto sia urgente un’Europa autonoma, capace di difendere i propri interessi e il diritto del popolo groenlandese a scegliere liberamente il proprio futuro!

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Un giudice ordina che Trump paghi 5,8 milioni di dollari a E. Jean Carroll


La somma era depositata in tribunale dal 2023, quando una giuria giudicò Trump responsabile di abusi sessuali e diffamazione. Respinto anche il suo ultimo tentativo di bloccare il pagamento

Un giudice federale di Manhattan ha ordinato mercoledì 8 luglio di versare alla scrittrice E. Jean Carroll i circa 5,8 milioni di dollari che Donald Trump aveva depositato in tribunale dopo la condanna civile per abusi sessuali e diffamazione. Il presidente ha presentato subito appello, ma in serata la corte d'appello federale ha respinto la sua richiesta di bloccare il trasferimento del denaro.

La vicenda nasce dal verdetto del maggio 2023, quando una giuria di Manhattan ha stabilito che Trump aggredì sessualmente Carroll nel 1996 nel camerino di un grande magazzino di lusso di New York e la diffamò dopo che lei raccontò l'episodio pubblicamente. Il verdetto lo condannava a pagare 2 milioni di dollari per l'aggressione e 3 milioni per le dichiarazioni diffamatorie. Carroll, oggi 82enne, ex giornalista e autrice di una rubrica di consigli sulla rivista Elle, aveva reso pubbliche le accuse in un libro di memorie uscito nel 2019, durante il primo mandato di Trump. Il presidente ha sempre negato tutto, sostenendo di non averla mai conosciuta e dicendo in un'intervista che "non è il mio tipo".

Carroll ha potuto fare causa grazie a una legge dello stato di New York che ha riaperto per un periodo la possibilità di agire in giudizio per abusi sessuali avvenuti molti anni prima. Circa sei settimane dopo il verdetto Trump ha depositato la somma in un conto controllato dal tribunale, in attesa dell'esito degli appelli. Da allora i tribunali hanno respinto tutti i suoi ricorsi e il 29 giugno la Corte Suprema, di cui fanno parte tre giudici nominati dallo stesso Trump, ha rifiutato senza voti contrari di esaminare il caso, rendendo definitiva la condanna. Con gli interessi accumulati, i 5 milioni iniziali sono diventati circa 5,8.

Il 6 luglio Trump ha chiesto alla Corte Suprema di riconsiderare il rifiuto, una richiesta che viene accolta molto raramente, e martedì i suoi avvocati hanno domandato al giudice Lewis Kaplan di non ordinare il pagamento finché quella petizione resta pendente. Secondo i legali, l'esborso causerebbe al presidente un danno irreparabile, perché Carroll ha detto più volte di voler donare tutto il denaro che otterrà da lui e, una volta distribuiti ad altri, quei fondi sarebbero difficilmente recuperabili.

Kaplan ha respinto questi argomenti. Nel documento che accompagna la decisione ha scritto che "l'imputato rinvia questa causa da anni" ed è ora che "paghi quanto stabilito dalla sentenza". Il giudice ha aggiunto che, nell'improbabile caso in cui la Corte Suprema cambiasse idea e ribaltasse la condanna, Trump potrebbe fare causa per recuperare i fondi versati per errore.

Entro un'ora dall'ordine i legali di Trump hanno fatto ricorso alla corte d'appello del Secondo Circuito, il tribunale federale di secondo grado di New York, chiedendo di sospendere il trasferimento del denaro. In serata la giudice Eunice Lee ha respinto la richiesta: la corte esaminerà comunque il merito dell'appello e in teoria potrebbe ordinare a Carroll di restituire la somma. Un portavoce del team legale di Trump ha parlato di "caccia alle streghe" e di una "farsa finanziata dai democratici", annunciando nuovi ricorsi.

I legali di Carroll hanno scritto alla corte d'appello che la loro assistita "ha aspettato più di tre anni perché il verdetto di una giuria fosse pagato" e che "non dovrebbe aspettare oltre". L'avvocata che guida il team, Roberta Kaplan, non è parente del giudice.

Per Trump resta aperto un secondo fronte con la scrittrice: nel gennaio 2024 un'altra giuria di Manhattan lo ha condannato a pagarle 83,3 milioni di dollari per averla diffamata mentre era presidente. Quella condanna è stata confermata in appello, ma la sua esecuzione è sospesa in attesa che la Corte Suprema decida se occuparsene. Nella nuova petizione i suoi avvocati sostengono che chiederanno alla Corte di riconoscergli l'immunità presidenziale in quel caso e che, se venisse concessa, potrebbe indebolire anche il verdetto da 5 milioni.

Intanto Carroll è finita a sua volta sotto indagine: a fine maggio CNN e New York Times hanno rivelato che il dipartimento di Giustizia, il ministero della Giustizia americano, ha aperto un'inchiesta penale per accertare se la scrittrice abbia mentito sotto giuramento nelle deposizioni contro Trump.

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