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Tra sondaggi e Congresso: così Netanyahu sta logorando il rapporto tra Israele e Usa


Il crollo nei sondaggi coinvolge tutte le fasce d'età e gruppi religiosi. Cresce il numero di deputati democratici che votano contro la vendita di armi a Israele, mentre alcuni esponenti della sinistra si oppongono ora anche ai finanziamenti per il sistema difensivo Iron Dome.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sta sempre più compromettendo l’immagine di Israele negli Stati Uniti, proprio mentre la guerra con l’Iran accelera il deterioramento dei rapporti con Washington. Il calo della popolarità di Israele nei sondaggi, particolarmente marcato tra i più giovani, si riflette ormai anche al Congresso, dove deputati un tempo schierati con decisione a fianco di Israele stanno assumendo posizioni sempre più critiche.

"Dobbiamo aprire una discussione su come normalizzare quella relazione e su quali cambiamenti siano necessari, non c’è dubbio", ha dichiarato ad esempio ad Axios il deputato democratico del Colorado Jason Crow. Ma il mutamento emerge con chiarezza anche dai numeri. Nelle votazioni più recenti in aula, tutti i senatori democratici che stanno valutando una candidatura presidenziale per il 2028 si sono espressi contro la vendita di armi a Israele. Nel complesso, 40 senatori democratici hanno sostenuto una risoluzione per bloccare le forniture militari a Israele, contro i 15 che avevano assunto la stessa posizione in una votazione simile dello scorso aprile.

Secondo il senatore democratico dell’Arizona Ruben Gallego, l'atteggiamento di Netanyahu sta "distruggendo la natura bipartisan del sostegno a Israele". Alla Camera il cambio di clima appare ancora più evidente. Alcuni democratici hanno iniziato a contestare anche il sostegno militare americano, compresi i finanziamenti all’Iron Dome, il sistema di difesa missilistica israeliano. Il deputato democratico della Florida Maxwell Frost ha spiegato ad Axios che una simile posizione "era considerata assolutamente marginale quattro anni fa". Eppure ora diversi deputati democratici che nel 2021 avevano votato a favore del finanziamento per l’Iron Dome hanno confermato ad Axios di non essere più disposti a sostenere nuovi aiuti.

Anche i dati di un sondaggio condotto di recente dal Pew Research Center delineano un quadro fortemente negativo per l'immagine di Israele negli Stati Uniti. Gli elettori repubblicani più anziani e gli evangelici bianchi sono ormai gli unici gruppi demografici in cui la maggioranza continua ad avere un’opinione favorevole del Paese. In quasi tutti gli altri segmenti della società americana, il gradimento è crollato rispetto al 2022.

Tra i democratici con più di 50 anni il calo è stato di ben 31 punti percentuali. Sia tra i repubblicani più giovani sia tra i democratici più giovani la flessione è stata di 22 punti. Ma il declino dell'immagine di Israele attraversa anche tutte le appartenenze religiose. Tra i protestanti il consenso è sceso di 14 punti percentuali, tra i cattolici di 23 punti e tra le persone senza affiliazione religiosa di 20 punti. Anche tra gli evangelici bianchi, tradizionalmente il gruppo più vicino a Israele assieme agli ebrei americani, il sostegno è diminuito: dall’80% del 2022 è ora sceso di 15 punti.

Nel complesso, i dati del sondaggio indicano che la perdita di consenso verso Israele non riguarda più soltanto una parte dell’elettorato o un singolo schieramento politico. Sta piuttosto diventando una tendenza trasversale, che attraversa generazioni, partiti e comunità religiose, e che rischia di cambiare in profondità il rapporto, finora solidissimo, tra Israele e Stati Uniti.

Sondaggio Pew Research Center
Crolla la popolarità di Israele tra gli americani
Rilevazione 23–29 marzo 2026 · 3.507 adulti intervistati

60%
Ha un'opinione sfavorevole di Israele
+7 pt vs 2025 · +18 pt vs 2022

37%
Ha un'opinione favorevole di Israele
Era il 55% nel 2022

Trend Partiti Religione Leader

Opinione degli americani su Israele — 2022/2026
Favorevole Sfavorevole

2022

55%

42%

2025

45%

53%

2026

37%

60%

10% → 28%
La quota di americani con un'opinione molto sfavorevole di Israele è quasi triplicata dal 2022, toccando nel 2026 il livello più alto mai registrato da Pew Research Center.

Opinione sfavorevole di Israele per affiliazione partitica ed età

Democratici
Totale: 80% sfavorevole

18–49 anni

84%

50+ anni

76%

Il consenso bipartisan a Israele è del tutto collassato a sinistra: nel 2022 i contrari erano il 53%, oggi l'80%. Quasi la metà dei Democratici under 50 (47%) afferma di avere un'opinione molto sfavorevole di Israele.

Repubblicani
Totale: 41% sfavorevole

18–49 anni

57%

50+ anni

24%

Tra i Repubblicani si è aperta una frattura generazionale: gli under 50 contrari a Israele erano il 50% l'anno scorso, oggi sono saliti al 57%. Gli over 50 restano largamente favorevoli.

Opinione favorevole di Israele per gruppo religioso

Protestanti evangelici bianchi

65%

Ebrei americani

64%

Protestanti bianchi non evangelici

39%

Cattolici

35%

Protestanti neri

33%

Non affiliati religiosamente

22%

Musulmani americani

4%

Cedono anche i due pilastri storici del sostegno a Israele: gli ebrei americani favorevoli scendono dal 73% al 64% (−9 pt in un anno), gli evangelici bianchi dal 72% al 65% (−7 pt).

Fiducia nei due leader al centro della crisi

BN

Benjamin Netanyahu
Primo ministro d'Israele

27%
59%

Si fida Non si fida

La sfiducia è salita di 7 punti in un anno e di quasi 20 dal 2023. Il 76% dei Democratici non ha più fiducia in lui.
+17 pt di sfiducia
dal 2023

DT

Donald Trump
Presidente degli Stati Uniti · gestione dei rapporti con Israele

44%
55%

Si fida Non si fida

Sul dossier Israele Trump regge meglio che su altri fronti di politica estera. Sull'Iran, ad esempio, la fiducia scende al 35%.
Stabile
da ago 2025

Fonte: Pew Research Center, «Negative views of Israel, Netanyahu continue to rise among Americans», 7 aprile 2026 · Sondaggio del 23–29 marzo 2026 su 3.507 adulti statunitensi · Margine d'errore ±1,9 pp

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Alito smentisce le voci: nessun ritiro imminente dalla Corte Suprema


Il giudice della Corte Suprema Samuel Alito non intende lasciare il suo incarico e anzi ha già assunto tutti e quattro i suoi assistenti legali per il prossimo anno. La notizia arriva mentre il presidente Trump si era detto pronto a nominare fino a tre nuovi giudici della Corte Suprema.

Il giudice della Corte Suprema Samuel Alito non intende lasciare il suo incarico durante l’attuale mandato e ha già completato la selezione dei quattro assistenti legali per il prossimo anno giudiziario. La notizia, riportata per prima da Fox News Digital e confermata anche da ABC News e CBS News, raffredda le speculazioni circolate nelle ultime settimane su un suo possibile ritiro.

“Non si dimetterà durante questo mandato ed è in procinto di assumere il resto dei suoi assistenti per il prossimo mandato”, ha dichiarato una fonte vicina ad Alito a Fox News. Altri due fonti hanno confermato che Alito resterà in carica almeno fino all’inizio del nuovo anno della Corte Suprema, previsto ad ottobre. I giudici della Corte Suprema scelgono in genere i propri assistenti con due o tre anni di anticipo, anche se questa prassi non rappresenta da sola un’indicazione certa sui tempi di un eventuale pensionamento.

La Corte Suprema che Trump aspetta

Giustizia
La Corte Suprema con Trump in attesa
Età, orientamento e scenari di ritiro dei giudici della Corte — aprile 2026

La Corte Scenari Segnali Cronologia

Il giudice al centro delle voci sul possibile ritiro
Samuel A. Alito Jr.
Giudice associato · nominato da George W. Bush, 2006

76
Anni di età

20
Anni in Corte

~54%
Prob. ritiro entro 2026*

I nove giudici della Corte Suprema

Conservatore
Liberal
Presidente della Corte

Probabilità stimate di ritiro entro fine 2026

Samuel Alito
76 anni · Nominato nel 2006

54%

Polymarket lo stima il giudice con maggiore probabilità di ritiro. La probabilità è salita di 4 punti percentuali tra gennaio e aprile. Fonti interne a Fox News smentiscono però un addio immediato.
Fonti: Polymarket, Fox News · aprile 2026

Clarence Thomas
77 anni · Nominato nel 1991

18%

E' il giudice più anziano e con più anni di servizio (34) nella Corte attuale. Ma CBS News e ABC News riferiscono che non intende lasciare quest'anno. Nessun indicazione sul fatto che stia cercando una uscita anticipata.
Stima basata su reporting ABC, CBS, Fox News

Sonia Sotomayor
71 anni · Nominata nel 2009

<10%

La più anziana tra i tre giudici liberal. Un suo ritiro con Senato e presidenza repubblicani ribalterebbe ulteriormente l'equilibrio a favore dei conservatori. Non ha dato alcun segnale di volersi ritirare.
Nessun segnale pubblico

Perché il timing conta

Senato repubblicano (53 seggi) fino alle midterm di novembre 2026. Un ritiro oggi garantirebbe la nomina di un successore conservatore più giovane. Restare in carica, invece, espone al rischio che in futuro a sostituirlo sia un presidente democratico.

* Stime derivate da mercati predittivi e reporting. Non indicano certezze. Alito ha già assunto tutti e quattro gli assistenti per il prossimo anno giudiziario, segnale che suggerisce permanenza nella Corte almeno nel breve termine.

Gli indizi che alimentano le speculazioni

Trump pronto
Il presidente intervistato da Maria Bartiromo: "Potrebbero essere uno, due o tre. Sono pronto".

Il libro in uscita
Biografia autorizzata di Alito attesa in autunno. Indicatore di "legacy management".

Il fattore moglie
Martha-Ann Alito attende il ritiro, secondo i commentatori giuridici.

Salute
Ricoverato per disidratazione il 20 marzo 2026 a un evento a Philadelphia.

L'incubo RBG
Alito, secondo gli analisti non vuole ripetere il "bad bet" di Ginsburg, rimpiazzata da Barrett nel 2020.

Segnali contrari
Alito ha già assunto tutti e 4 gli assistenti per il prossimo anno giudiziario.

La finestra politica
I repubblicani controllano attualmente il Senato con 53 seggi. Le midterm di novembre 2026 potrebbero assottigliare o ribaltare tale maggioranza. Per Trump, ogni ritiro prima dell'estate significa un successore confermato senza ostacoli.

Tocca un evento per i dettagli

Gen 2026
Iniziano le prime voci di ritiro di Alito

Elie Mystal sul "Nation" e il podcast "Strict Scrutiny" anticipano che Alito potrebbe lasciare la Corte prima delle midterm. Polymarket prezza l'evento sotto il 50%.

Feb 2026
Slate: "Sembra davvero prepararsi al ritiro"

Dahlia Lithwick e Mark Joseph Stern analizzano i "segnali di eredità": intervista a Politico, libro in preparazione, riferimenti a Scalia. L'ipotesi si fa mainstream.

20 Mar 2026
Alito si sente male a un evento a Philadelphia

Il giudice viene curato per disidratazione dopo aver accusato un malore a un evento della Federalist Society. L'episodio rilancia la discussione sulla sua salute.

Apr 2026
Polymarket: prob. di ritiro sale al 54%

La probabilità di ritiro prezzata dal mercato predittivo supera per la prima volta il 50%. Il balzo è attribuito a età, salute e finestra politica che si riduce pre-midterm.

16 Apr
Trump: "Pronto a nominare fino a tre giudici"

In un'intervista a Maria Bartiromo il presidente dichiara: "Potrebbero essere due, potrebbero essere tre, potrebbe essere uno. Sono pronto". Cita Alito e Thomas per nome.

17 Apr
Fonti a Fox News: "Alito non si dimette"

Tre fonti separate riferiscono che Alito non lascerà la Corte in questo mandato annuale e ha già ingaggiato tutti i collaboratori per il prossimo. Anche Thomas non prevede di ritirarsi nel 2026.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: ABC News, Fox News, Reuters, Slate, Polymarket, Supreme Court of the United States · 18 aprile 2026

Le indiscrezioni sul futuro di Alito si erano intensificate dopo alcune dichiarazioni di Donald Trump. Parlando con Maria Bartiromo di Fox Business, il presidente aveva detto di essere “preparato” a nominare fino a tre giudici della Corte Suprema nel caso in cui si aprissero dei posti vacanti. “In teoria, potrebbero essere due o tre, mi dicono. Se si guardano le statistiche, potrebbero essere due, potrebbero essere tre, potrebbe essere uno”, aveva detto Trump. “Non lo so. Sono preparato a farlo. Ma quando si parla di Alito, lui è un grande giudice”.

Trump ha anche definito Alito “in ottima salute fisica” e “uno dei grandi giudici del nostro tempo”. Tuttavia, le voci su un possibile ritiro del giudice, che ha 76 anni ed è alla Corte Suprema dal 2006 dopo la nomina da parte di George W. Bush, erano state alimentate dall’ipotesi che potesse voler favorire la conferma di un successore conservatore con un Senato a maggioranza repubblicana prima delle elezioni di midterm.

Ad accrescere le speculazioni aveva contribuito anche un episodio avvenuto il mese scorso, quando Alito era stato curato per disidratazione dopo essersi sentito male durante un evento della Federalist Society a Philadelphia. In quell’occasione, la Corte Suprema aveva fatto sapere che il giudice era stato accuratamente visitato dal suo medico ed era tornato al lavoro il lunedì successivo.

Sono meno insistenti, invece, le ipotesi di un ritiro di Clarence Thomas, che ha 77 anni ed è in servizio dal 1991. Thomas è oggi il giudice con maggiore anzianità tra quelli attualmente in carica e, da marzo 2026, il quarto più longevo nella storia della Corte Suprema.

Sul piano politico, il presidente della Commissione Giustizia del Senato Chuck Grassley ha dichiarato che, in caso di dimissioni, raccomanderebbe i senatori Ted Cruz o Mike Lee come possibili candidati alla Corte. Anche il leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune ha confermato che i repubblicani sarebbero pronti a muoversi rapidamente per una conferma. “È una contingenza per cui qui si deve sempre essere preparati. E se dovesse accadere, sì, saremmo pronti a confermare un nuovo giudice”, ha affermato Thune.

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Trump parteciperà a una maratona di lettura della Bibbia


Il presidente leggerà un passo dell'Antico Testamento caro alla destra religiosa, dopo una settimana segnata dallo scontro con papa Leone XIV e dalle accuse di blasfemia per un'immagine generata con l'intelligenza artificiale.

Il presidente Donald Trump parteciperà a una maratona di lettura integrale della Bibbia organizzata a Washington, registrando il proprio intervento dallo Studio Ovale. L'annuncio arriva al termine di una settimana difficile nei rapporti tra il presidente e i suoi sostenitori cristiani, tra lo scontro con il pontefice e le accuse di blasfemia per un'immagine diffusa sui social.

L'iniziativa si chiama America Reads the Bible e si terrà dalle 9 del mattino alle 9 di sera per un'intera settimana, a partire dalla domenica con il primo capitolo della Genesi fino al sabato sera con l'ultimo capitolo dell'Apocalisse. La maggior parte dei partecipanti leggerà i propri brani dal vivo al Museum of the Bible di Washington, mentre alcune personalità di rilievo hanno preregistrato i loro interventi. L'evento, organizzato dall'attivista conservatrice Bunni Pounds, ex candidata al Congresso in Texas, è stato descritto dalla stessa Pounds come una lettura nazionale della legge di Dio.

Trump ha registrato la sua parte martedì e la trasmissione del suo intervento è prevista per martedì tra le 18 e le 19 ora della costa orientale statunitense, nella stessa fascia oraria di Ben Carson, ex segretario alla casa e di Heidi St. John, attivista dell'educazione domestica. Il presidente ha scelto un passo del secondo libro delle Cronache, nell'Antico Testamento, diventato un riferimento per molti suoi sostenitori cristiani. Il versetto centrale del capitolo sette promette perdono e guarigione della terra al popolo che si umilia, prega e si allontana dalle vie malvagie. Molti lo interpretano come un appello al pentimento nazionale seguito da una benedizione divina.

Matthew D. Taylor, studioso in visita al Center on Faith and Justice della Georgetown University, ha dichiarato al New York Times che la citazione di questo passo è un tratto distintivo della destra religiosa. Gli studiosi della Bibbia ricordano però che il brano riguarda un'alleanza specifica tra Dio e gli antichi israeliti e si inserisce nei libri delle Cronache, che coprono secoli di storia ebraica, compresi i regni di Davide e Salomone. Negli ultimi decenni il versetto è diventato oggetto di canzoni, preghiere e sermoni che lo leggono come una promessa con implicazioni politiche dirette per gli Stati Uniti contemporanei. Durante l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, il fondatore del gruppo Cowboys for Trump recitò il passo con un megafono davanti alla folla, che rispose con il coro Fight for Trump.

La Casa Bianca ha diffuso venerdì una dichiarazione di sostegno all'iniziativa, definendola un'occasione per onorare la Sacra Scrittura, rinnovare la fede e riconsacrare gli Stati Uniti come una nazione sotto Dio. L'evento è in preparazione da oltre un anno ed è pensato anche come invito ai leader a umiliarsi davanti al popolo americano in vista del 250° anniversario della nazione. Secondo quanto riferito dal New York Times, le celebrazioni ufficiali previste dall'amministrazione Trump sembrano orientate a sottolineare le radici cristiane della fondazione del paese.

Il rapporto del presidente con la Bibbia, ricorda la testata, è complesso. Trump l'ha spesso definita il suo libro preferito, ha posato con una copia davanti a una chiesa di Washington nel 2020, dopo che le autorità avevano disperso i manifestanti, e ha messo in vendita una propria edizione al prezzo di 60 dollari. Ha però faticato a indicare un passo preferito o persino a scegliere tra Antico e Nuovo Testamento.

La lettura arriva dopo una serie di tensioni con la base cristiana del presidente. Il fine settimana precedente Trump aveva pubblicato un'immagine generata con l'intelligenza artificiale che sembrava raffigurarlo come Gesù Cristo nell'atto di compiere una guarigione miracolosa. Molti cristiani hanno reagito definendo l'immagine blasfema e il presidente ha rimosso il post il giorno successivo, spiegando di aver creduto che la raffigurazione lo mostrasse nei panni di un medico. Pochi giorni dopo Trump ha attaccato con una lunga tirata papa Leone XIV, critico della guerra americana in Iran, aprendo il suo intervento con l'accusa al pontefice di essere debole sul crimine. Le parole sono state accolte con sconcerto e fastidio da molti cattolici americani.

L'elenco dei quasi 500 lettori comprende alcuni dei sostenitori cristiani più fedeli del presidente, molti dei quali attualmente in carica nella sua amministrazione. Tra questi il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla difesa Pete Hegseth e il segretario ai trasporti Sean Duffy. L'elenco include inoltre pastori, attivisti, influencer, intrattenitori, predicatori e numerosi eletti attuali e passati, tutti repubblicani. Gli organizzatori affermano di aver invitato decine di membri democratici del Congresso senza ricevere alcuna risposta. La maggioranza schiacciante dei partecipanti appartiene al mondo evangelico.

Molti lettori hanno scelto passi collegati al proprio lavoro o all'attualità. Il governatore del Texas Greg Abbott leggerà il capitolo 43 del libro di Isaia, che contiene un versetto spesso citato dopo le mortali alluvioni dell'estate scorsa nello Stato, nel quale Dio promette di essere accanto a chi attraversa le acque e di impedire ai fiumi di sommergerlo. Susie Wiles, capo di gabinetto della Casa Bianca, leggerà il capitolo 31 dei Proverbi, con l'elenco delle qualità della donna di nobile carattere, diventato un punto di riferimento per molte donne cristiane.

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La rassegna stampa di domenica 19 aprile 2026


Trump alle prese con l'Iran mentre chiude lo stretto di Hormuz, i democratici si preparano per il 2028 e nuove tasse sui ricchi avanzano negli Stati Uniti

Questa è la rassegna stampa di domenica 19 aprile 2026

Trump in difficoltà con l'Iran dopo la chiusura dello stretto di Hormuz


Il presidente Donald Trump sta affrontando crescenti difficoltà nella gestione del conflitto con l'Iran, dopo che Teheran ha richiuso lo stretto di Hormuz nonostante le dichiarazioni presidenziali di successo. L'amministrazione mantiene il blocco navale sui porti iraniani mentre si avvicina la scadenza del cessate il fuoco, con Trump che secondo fonti interne starebbe rimuginando sui fallimenti di Jimmy Carter in Iran.

Fonti: The Guardian, Wall Street Journal, The Hill

I potenziali candidati democratici per il 2028 si mostrano in Michigan


L'ex vicepresidente Kamala Harris, il senatore Cory Booker del New Jersey e il governatore Andy Beshear del Kentucky hanno parlato a un raduno di dirigenti democratici a Detroit, alimentando le speculazioni presidenziali. Nel frattempo, il senatore della Georgia Jon Ossoff ha tenuto un discorso infuocato contro l'amministrazione Trump, criticando quella che ha definito la "mafia di Mar-a-Lago".

Fonti: New York Times, The Guardian

Trump nomina un suo ex avvocato per guidare le indagini sui suoi oppositori


L'amministrazione Trump ha installato Joseph diGenova, ex avvocato della campagna presidenziale, per dirigere il caso della "grande cospirazione" contro i nemici di Trump. DiGenova dovrebbe dividere il suo tempo tra Miami e Fort Pierce, dove opera una grande giuria supervisionata da un giudice favorevole a Trump.

Fonti: New York Times

La febbre delle tasse sui ricchi si diffonde negli stati meno abbienti


Il Maine è diventato l'ultimo stato a tentare di aumentare le entrate attraverso tasse più alte sui redditi più elevati, dimostrando che le tasse sulla ricchezza non sono più solo per stati pieni di fondatori tecnologici e miliardari degli hedge fund. A New York, una nuova proposta di tassa sulle seconde case evidenzia il crescente divario di ricchezza nella città.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times

I cubani americani disapprovano le espulsioni dell'amministrazione Trump


Un nuovo sondaggio del Miami Herald rivela che il 68% dei cubani e dei cubani americani nel sud della Florida disapprova fortemente o in parte le politiche dell'amministrazione Trump per espellere i cittadini cubani senza precedenti penali. Questo rappresenta un significativo deterioramento del sostegno in una comunità tradizionalmente repubblicana.

Fonti: The Hill

Il vicepresidente Vance ringrazia papa Leo XIV per aver evitato il dibattito pubblico con Trump


Il vicepresidente JD Vance ha ringraziato papa Leo XIV dopo che il pontefice ha cercato di minimizzare uno scontro di diversi giorni con il presidente Trump, dichiarando di non voler intraprendere un dibattito pubblico con il presidente. Il papa aveva fatto commenti durante la sua visita papale che avevano creato tensioni con l'amministrazione.

Fonti: The Hill

Obama e il sindaco Mamdani si incontrano per la prima volta leggendo ai bambini


L'ex presidente Barack Obama e il sindaco di New York Zohran Mamdani si sono incontrati per la prima volta in un asilo del Bronx, dove hanno letto ai bambini e promosso l'assistenza all'infanzia gratuita. L'incontro è avvenuto poco più di una settimana dopo che Mamdani ha segnato i suoi primi 100 giorni in carica.

Fonti: The Hill, New York Times

Gli Stati Uniti sostengono un progetto sudafricano per estrarre terre rare nonostante le tensioni diplomatiche


Un progetto sostenuto dagli Stati Uniti in Sudafrica mira a estrarre minerali di terre rare dai rifiuti industriali, come parte di una priorità dell'amministrazione Trump per ridurre la dipendenza dalla Cina. Il progetto procede nonostante le tensioni diplomatiche tra i due paesi, evidenziando l'importanza strategica di questi materiali.

Fonti: ABC News

Trump adotta un nuovo approccio più personale per scegliere i giudici


L'amministrazione Trump sta utilizzando una cerchia più ristretta e un tocco più personale per selezionare i giudici del suo secondo mandato. Molti dei nominati hanno una connessione diretta con Trump o l'amministrazione, con la Casa Bianca che dà priorità a coloro che hanno chiari precedenti conservatori su questioni sociali.

Fonti: Wall Street Journal

La Corea del Nord lancia missili balistici al largo della costa orientale


La Corea del Nord ha lanciato diversi missili balistici verso le acque al largo della sua costa orientale, secondo le autorità di Corea del Sud e Giappone. Il lancio rappresenta un'escalation delle tensioni nella regione e una sfida diretta alla politica estera americana nell'area del Pacifico, dove gli Stati Uniti mantengono significative alleanze militari.

Fonti: Bloomberg

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Trump dice che rilascerà dei documenti sugli UFO


Il presidente ha detto che il Pentagono rilascerà "molto presto" i file sui fenomeni aerei non identificati, mentre crescono le domande sulla morte e scomparsa di scienziati legati a programmi governativi.

Il presidente Donald Trump ha annunciato che i documenti relativi agli UFO e ai fenomeni aerei non identificati, noti con la sigla UAP, saranno diffusi "molto presto". L'annuncio è arrivato durante un evento di Turning Point USA a Phoenix, dove il presidente ha parlato alla folla della prossima pubblicazione dei file governativi sugli oggetti volanti e sulla vita extraterrestre. La notizia è stata riportata da NewsNation.

Trump ha riferito di aver dato disposizioni al segretario alla Difesa Pete Hegseth affinché proceda con la divulgazione delle informazioni, operazione che secondo il presidente inizierà a breve. Già a febbraio il capo della Casa Bianca aveva dichiarato di essere al lavoro con il Pentagono per rendere pubblici i documenti. "Potrete andare a vedere se quel fenomeno è reale", ha detto Trump ai presenti, aggiungendo di aver conservato l'annuncio per un pubblico interessato al tema. "Lo capirete voi. Fatemi sapere", ha proseguito il presidente, osservando che l'argomento suscita molte domande e cattura l'immaginazione.

L'annuncio è arrivato poco dopo le dichiarazioni della deputata repubblicana della Florida Anna Paulina Luna, che ha segnalato come il Pentagono abbia mancato la scadenza del 14 aprile per la consegna di 46 video di fenomeni aerei non identificati. I filmati erano stati richiesti con una lettera inviata il 31 marzo. Il Pentagono, secondo quanto riferito, ha recentemente chiarito diversi misteri legati agli UFO, ma non è ancora riuscito a identificare un UAP avvistato dai militari sopra l'Europa nel 2022.

Parallelamente alla questione dei documenti, si intensificano gli interrogativi sulla sorte di alcuni scienziati che avevano accesso ai segreti nucleari e spaziali degli Stati Uniti. Secondo le informazioni riportate, almeno dieci ricercatori legati a programmi governativi sono scomparsi o morti negli ultimi anni. Due di loro sono stati uccisi. All'inizio della settimana Trump ha detto ai giornalisti di aspettarsi novità entro una decina di giorni. La Casa Bianca ha successivamente comunicato che l'FBI sarà incaricata di indagare sulle scomparse e sui decessi.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha affermato sui social media che nessuna pista sarà trascurata nelle indagini e che l'amministrazione fornirà aggiornamenti non appena disponibili. La vicenda degli scienziati si somma così alla più ampia questione della trasparenza sui programmi governativi riservati, tema che il presidente ha rilanciato con l'annuncio di Phoenix.

La tempistica della diffusione dei documenti sugli UAP resta al momento indefinita, al di là dell'indicazione generica di un rilascio imminente. Il mancato rispetto della scadenza del 14 aprile segnalato dalla deputata Luna indica tuttavia che esistono già ritardi rispetto agli impegni presi dal Pentagono. L'attesa del pubblico per informazioni finora coperte da riservatezza si intreccia con le indagini federali aperte sui ricercatori scomparsi o deceduti, due filoni che l'amministrazione Trump sta portando avanti parallelamente.

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Trump è diventato un peso per l'estrema destra europea


Dopo il voto ungherese, la guerra in Iran e lo scontro con il pontefice, i partiti populisti temono che la vicinanza al presidente americano sia un peso elettorale.

Donald Trump è diventato così tossico in Europa che persino i suoi alleati ideologici più stretti iniziano a considerarlo un peso. Lo scrive Politico in un'analisi che ricostruisce il progressivo allontanamento dei partiti populisti europei dal presidente americano.

Il segnale più netto arriva dalla Francia. Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, ha detto ai deputati del suo partito riuniti martedì che è necessario mantenere le distanze da Washington. A riferirlo a Politico è stato un alto dirigente del partito presente all'incontro. La prudenza francese non nasce oggi: un ex esponente di un gruppo rivale di estrema destra ha spiegato al giornale che Le Pen ha cambiato atteggiamento dopo l'assalto al Campidoglio del 2021, convincendosi che avvicinarsi troppo a Trump fosse un errore.

A precipitare la situazione sono stati tre fattori concomitanti. Il primo è la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni parlamentari ungheresi di domenica, un voto in cui Trump era intervenuto più volte con appoggi pubblici e che aveva visto anche la visita del vicepresidente americano JD Vance nei giorni finali della campagna. Il secondo è la ricaduta politica della guerra in Iran, che molti cittadini europei, da Bologna a Budapest, attribuiscono al presidente americano insieme al conseguente aumento del costo dell'energia. Il terzo è lo scontro aperto tra Trump e papa Leone sulla stessa guerra.

Per la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, scrive Politico, gli attacchi del presidente americano al pontefice hanno rappresentato un punto di rottura. Schierarsi con il Santo Padre, osserva il giornale, è stato anche politicamente conveniente per Meloni, considerata la base elettorale cattolica del suo partito.

L'analisi dedica ampio spazio al caso ungherese come monito per gli altri populisti europei. Secondo il dirigente del Rassemblement National citato, la sconfitta di Orbán non si spiega solo con la stanchezza degli elettori dopo anni di governo. La vicinanza agli Stati Uniti nel contesto attuale, ha detto la fonte, non è stata gradita dagli elettori ungheresi. Il partito francese, in vista delle presidenziali del prossimo anno, cercherà di non apparire legato all'amministrazione Trump.

Una linea simile emerge in Germania, dove a settembre sono in programma importanti elezioni regionali. Torben Braga, deputato di Alternative für Deutschland e membro della commissione esteri del Bundestag, ha dichiarato a Politico che nel contesto elettorale mantenere legami con Trump non è un approccio promettente. Matthias Moosdorf, altro deputato di AfD, ha scritto su X che l'ostentata amicizia tra Budapest e l'amministrazione americana, compreso l'intervento di Vance a favore di Orbán, è pesata come una macina al collo del leader ungherese. La leader del partito Alice Weidel mantiene invece una posizione più morbida: ha detto ai giornalisti di non considerare i rapporti con Trump un peso e ha giudicato buona la campagna di Orbán.

Il quadro è più sfumato perché l'apertura verso Washington, quando conveniente, non è mancata. Politico ricorda che Louis Aliot, sindaco di Perpignano, ha rappresentato il Rassemblement National alla commemorazione del podcaster di destra Charlie Kirk, assassinato l'anno scorso. Le Pen e il presidente del partito Jordan Bardella hanno inoltre accettato l'invito dell'ambasciatore americano in Francia Charles Kushner. Un alleato di Le Pen, citato in forma anonima, ha detto al giornale che legami stretti con Washington possono diventare una zavorra ed essere male interpretati, aggiungendo che il partito apprezza gli amici americani ma non vuole ricevere ordini.

Quando Trump è tornato alla Casa Bianca lo scorso anno, osserva Politico, sembrava potesse dare una spinta decisiva ai movimenti populisti anti immigrazione europei. L'amministrazione ha anche formalizzato nella sua strategia di sicurezza nazionale lo sforzo di costruire una rete internazionale di alleati ideologici. AfD aveva inizialmente visto nel sostegno di Trump un'occasione per guadagnare legittimità e per aumentare la pressione sui conservatori del cancelliere Friedrich Merz affinché smantellassero la cosiddetta firewall, la barriera informale in vigore dalla fine della Seconda guerra mondiale che impedisce alla destra radicale di governare.

L'eredità di Orbán, conclude l'analisi, non scompare con la sua sconfitta. Il premier ungherese ha fornito il modello dell'agenda populista in Europa: atteggiamento di scontro con le istituzioni dell'Unione europea e attacchi allo stato di diritto e al sistema dei media. Molti esponenti della destra radicale attribuiscono la vittoria di Péter Magyar alla sua attenzione alla corruzione e ai temi economici quotidiani, non al rifiuto delle posizioni anti Bruxelles. Per questo, secondo l'alleato di Le Pen citato da Politico, la battaglia contro la Commissione europea non finisce qui. Serve un grande Paese che guidi la rivolta, ha detto la fonte, e se la vittoria arriverà in Francia nel 2027 altri Paesi seguiranno.

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La guerra con l'Iran sta danneggiando la posizione degli Stati Uniti nel mondo


I documenti ottenuti da Politico mostrano come Washington stia perdendo terreno in Bahrain, Indonesia e Azerbaijan, incapace di contrastare la propaganda filo-iraniana sui social media.

La guerra con l'Iran sta erodendo le alleanze di sicurezza degli Stati Uniti e deteriorando la loro reputazione nel mondo, soprattutto tra i musulmani. Lo rivela un insieme di cablogrammi del Dipartimento di Stato ottenuti in esclusiva da Politico e datati mercoledì, che descrivono le ricadute del conflitto in tre Paesi molto diversi tra loro: Bahrain, Azerbaijan e Indonesia.

I diplomatici americani nelle tre capitali tratteggiano un quadro allarmante. Gli Stati Uniti appaiono sotto assedio mediatico da parte di attori filo-iraniani che si muovono con grande agilità nello spazio digitale, mentre Washington fatica a tenere il passo. Nei tre Paesi presi in esame, la fiducia della popolazione e in prospettiva anche quella dei governi rischia di venire compromessa.

In Azerbaijan il rapporto bilaterale, che stava migliorando in modo significativo, si è arenato e mostra segnali di peggioramento. In Bahrain il governo deve rispondere ai sospetti di essere stato abbandonato dagli Stati Uniti di fronte a droni e missili iraniani. In Indonesia il presidente potrebbe subire crescenti pressioni per ridurre la cooperazione militare con Washington.

I cablogrammi contengono richieste velate affinché l'amministrazione Trump conceda alle ambasciate maggiore autonomia per contrastare le narrazioni negative online e sui media tradizionali. Secondo quanto riferito da un diplomatico americano a Politico, alle sedi diplomatiche è stato vietato produrre contenuti originali sulla guerra con l'Iran: possono soltanto ricondividere i messaggi approvati dalla Casa Bianca o dalla sede centrale del Dipartimento di Stato. L'ambasciata di Jakarta chiede espressamente la libertà di agire in modo rapido e proattivo sui social, per competere in uno spazio digitale sovraffollato.

Il semplice fatto che questi cablogrammi siano stati inviati segnala una situazione critica. Molti diplomatici, riferiscono due funzionari a Politico sotto anonimato per timore di ritorsioni, sono diventati riluttanti a esprimersi dopo che l'amministrazione Trump li ha emarginati dalle decisioni chiave di politica estera, ha licenziato numerosi membri del servizio diplomatico e ha preteso "fedeltà" da chi è rimasto in servizio. Di conseguenza, ha spiegato uno dei diplomatici, le sedi all'estero selezionano con estrema cautela gli argomenti da trattare e il modo di esprimerli.

La leadership islamista iraniana, al contrario, utilizza bot, meme e strumenti digitali su una vasta gamma di piattaforme per screditare gli Stati Uniti. I suoi diplomatici coltivano inoltre contatti in ambienti religiosi, culturali e sociali per costruire simpatia verso Teheran.

Interpellato da Politico, il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott ha difeso l'operato dell'amministrazione, sostenendo che le azioni del presidente Trump rendono gli Stati Uniti e il mondo più sicuri impedendo al regime iraniano di ottenere un'arma nucleare.

Il caso del Bahrain è particolarmente delicato. Il Paese ospita la base della Quinta Flotta della marina statunitense ed è considerato un alleato storico. Tuttavia, secondo il cablogramma inviato da Manama, si è diffusa la percezione che gli Stati Uniti abbiano abbandonato il Bahrain per concentrarsi sulla difesa di Israele. Alcuni account filo-iraniani sui social hanno sostenuto che la presenza militare americana abbia trasformato il Bahrain in un bersaglio e che le forze statunitensi dovrebbero lasciare il Paese. Un tweet molto diffuso chiedeva perché i soldati americani fossero alloggiati in hotel tra i civili. I media tradizionali del Bahrain, il cui lavoro è strettamente controllato dal governo, hanno enfatizzato l'azione dell'esercito locale nell'intercettare droni e missili iraniani, omettendo il sostegno statunitense. Anche le dichiarazioni ufficiali del governo bahreinita hanno taciuto sul contributo americano in termini di equipaggiamento e addestramento, una scelta che secondo il cablogramma potrebbe essere dettata dalla volontà di proteggere la sicurezza operativa del personale e dei materiali statunitensi. Il cablogramma osserva inoltre che l'ambasciata britannica, grazie a una presenza social molto attiva, ha creato l'impressione distorta che Londra stesse colmando il vuoto lasciato da Washington.

In Azerbaijan la guerra rischia di vanificare i progressi compiuti dopo il vertice di pace tra Baku ed Erevan promosso dal presidente Trump ad agosto. Dopo quell'incontro i media azeri, dominati da testate filogovernative, avevano adottato toni più positivi verso gli Stati Uniti. Nel primo mese successivo all'attacco congiunto statunitense e israeliano all'Iran del 28 febbraio, la copertura era rimasta sostanzialmente neutrale. Un presunto attacco con drone iraniano contro l'Azerbaijan il 5 marzo aveva persino scatenato commenti nazionalisti che accusavano Teheran di terrorismo. Ad aprile il clima è cambiato. La maggior parte delle testate locali attribuisce ora agli Stati Uniti e a Israele la responsabilità del conflitto e rimprovera loro l'assenza di una strategia chiara per chiuderlo. Alcuni giornali hanno ripreso articoli internazionali critici verso Trump e la sua famiglia, una mossa che secondo il cablogramma funziona spesso come "pallone di prova" prima che il governo adotti un linguaggio simile. Il cessate il fuoco in scadenza il 22 aprile ha in parte attenuato le tensioni, mentre cresce nella popolazione la speranza che il conflitto si concluda, anche a causa dell'aumento dei prezzi e delle difficoltà negli spostamenti regionali. Il cablogramma segnala però che l'ostilità verso gli Stati Uniti non si traduce in simpatia per Teheran, poiché gran parte della popolazione azera è laica e diffida del regime islamista iraniano.

Il caso indonesiano è forse quello di maggiore impatto strategico. L'Iran sta conducendo una vasta operazione di influenza nel Paese musulmano più popoloso del mondo. Sui media tradizionali e su piattaforme come Telegram e Facebook, Teheran punta sulla solidarietà islamica e fa leva sul sentimento anticoloniale indonesiano, dipingendo Israele e gli Stati Uniti come potenze imperialiste. Alcune iniziative sono particolarmente creative e utilizzano persino il codice Morse per veicolare messaggi filo-iraniani e stimolare l'interazione degli utenti. I post dell'ambasciata iraniana ottengono oggi migliaia di visualizzazioni in più rispetto al passato, mentre l'ambasciatore ha intensificato gli incontri con esponenti politici e religiosi indonesiani.

Secondo il cablogramma il rischio più immediato non è che la propaganda iraniana venga creduta in blocco, ma che amplifichi il sentimento antiamericano al punto da restringere lo spazio di manovra politica del presidente Prabowo Subianto sulla cooperazione regionale in materia di sicurezza. L'Indonesia ha compiuto diverse mosse per ingraziarsi il presidente Trump, tra cui l'offerta di inviare truppe a Gaza, l'adesione al Board of Peace voluto dal presidente americano e la firma, lunedì scorso, di un importante accordo di cooperazione in materia di difesa con gli Stati Uniti. Dall'inizio della guerra l'ambasciatore iraniano ha chiesto pubblicamente a Jakarta di uscire dal Board of Peace. Non ci sono segnali di una disponibilità indonesiana ad arrivare a tanto, ma il governo avrebbe sospeso i colloqui con Washington relativi a quell'organismo.

Nel complesso i cablogrammi mostrano un'amministrazione americana che perde la battaglia delle narrazioni in aree strategiche del mondo musulmano, con ambasciate che chiedono strumenti più agili per rispondere a un avversario, l'Iran, capace di muoversi molto più velocemente nello spazio informativo globale.

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La coalizione che ha riportato Trump alla Casa Bianca si sta sgretolando


Un reportage dall'Arizona racconta il malcontento degli elettori del presidente tra caro-vita, guerra in Iran e polemiche religiose. I sondaggi mostrano cali tra indipendenti, giovani e latinos.

La coalizione di elettori che ha portato Donald Trump alla sua seconda vittoria presidenziale si sta disgregando a sette mesi dalle elezioni di metà mandato. Lo sostengono le giornaliste Yvonne Wingett Sanchez ed Elaine Godfrey in un reportage pubblicato dall'Atlantic basato su interviste condotte in Arizona e su colloqui con operatori politici repubblicani in vari stati in bilico.

Le autrici descrivono un quadro in cui un numero sorprendente di sostenitori del presidente ha cambiato idea. Il malcontento tocca gruppi eterogenei, dai libertari della cosiddetta manosphere, spiazzati dalle decisioni di Trump sui file Epstein, sull'immigrazione e sull'Iran, fino ai conservatori religiosi. Questi ultimi hanno criticato il presidente dopo che ha pubblicato sui social un'immagine che lo ritrae come Gesù e dopo i suoi attacchi al papa, il primo pontefice americano, definito WEAK on Crime, ovvero "debole sul crimine".

Secondo il reportage dell'Atlantic, i segnali per il partito repubblicano sono allarmanti. L'indice di gradimento di Trump è oggi più basso rispetto allo stesso periodo che precedette le elezioni di metà mandato del 2018, quando i democratici conquistarono la Camera con un'onda blu storica. Gli indipendenti, i giovani e i latinos, gruppi decisivi per la vittoria del 2024, non sono più dalla parte del presidente. Anche gli americani bianchi senza titolo di studio universitario, un tempo lo zoccolo duro di Trump, si stanno allontanando, secondo la media dei sondaggi della CNN. Gli elettori di orientamento democratico si dichiarano "estremamente motivati" a votare a novembre con 17 punti di vantaggio sui repubblicani.

Il cuore del reportage è un viaggio nel Sesto distretto congressuale dell'Arizona, uno dei più equamente divisi del paese. Nel 2024 Trump lo vinse per meno di un punto percentuale, dopo averlo perso con un margine analogo quattro anni prima. Il distretto è rappresentato dal deputato repubblicano Juan Ciscomani, candidato alla rielezione. Le autrici raccontano di aver raccolto testimonianze a Casa Grande, tappa tra Tucson e Phoenix, e a Oro Valley, sobborgo settentrionale di Tucson dove vivono molti elettori conservatori su cui Ciscomani fa affidamento.

I motivi dello scontento, scrivono Wingett Sanchez e Godfrey, sono soprattutto economici. Il prezzo della benzina in Arizona è salito, così come quello della carne e dei generi alimentari. Ma a pesare è anche la scelta di Trump di entrare in guerra con l'Iran, dopo aver promesso di fermare i conflitti in corso. La domenica di Pasqua, ricostruisce l'articolo, il presidente ha minacciato di cancellare "un'intera civiltà" in Iran, suscitando le critiche di volti noti del mondo MAGA come Tucker Carlson, Alex Jones e Megyn Kelly. Quest'ultima ha dichiarato nel suo programma radiofonico su SiriusXM di essere stanca della situazione.

Un ulteriore fronte di tensione si è aperto con la pubblicazione dell'immagine generata con l'intelligenza artificiale che ritrae Trump vestito con tuniche fluenti mentre guarisce un uomo malato. La giornalista del Daily Wire Megan Basham l'ha definita una OUTRAGEOUS blasphemy, ovvero una blasfemia oltraggiosa. Il pastore di estrema destra Joel Webbon ha detto che Trump è "attualmente posseduto dal demonio". L'attivista anti-trans Riley Gaines, più volte presente ai comizi del presidente, ha scritto che "Dio non si lascia deridere". Trump ha cancellato il post e ha spiegato che l'immagine lo raffigurava "come un medico", ma ha anche respinto le critiche dichiarando, secondo il resoconto dell'Atlantic, di non essere un grande ammiratore di Gaines.

La visita del presidente in Arizona, prevista per il giorno successivo alla pubblicazione del reportage, durerà appena due ore, un tempo insolitamente breve rispetto ai comizi fiume del passato. Alcuni operatori repubblicani intervistati dalle giornaliste hanno spiegato di preferire che Trump trascorra il minor tempo possibile nello stato. Un consulente del partito ha detto all'Atlantic che quando Trump arriva per un comizio "domina le notizie il giorno prima, il giorno stesso e il giorno dopo" e finisce per ricordare agli elettori i motivi della loro rabbia. Nonostante questo, tutti i parlamentari repubblicani dell'Arizona tranne David Schweikert parteciperanno all'evento organizzato da Turning Point USA.

Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai, in una dichiarazione scritta trasmessa alle autrici, ha sostenuto che il presidente sottolineerà i risultati economici ottenuti in Nevada e Arizona. Desai ha parlato di "disagi temporanei" dovuti alla guerra in Iran, rivendicando però i benefici fiscali per decine di milioni di americani derivanti dai Working Families Tax Cuts, tra cui l'azzeramento della tassazione su mance, straordinari e previdenza sociale. Il portavoce di Ciscomani, Daniel Scarpinato, ha dichiarato all'Atlantic che il deputato è concentrato sui risultati per l'Arizona meridionale ed è stato classificato da una valutazione indipendente come il membro più efficace del Congresso dello stato.

Il reportage segnala anche un impatto sulla raccolta fondi del partito repubblicano. Un presidente del partito in una contea della Georgia ha detto alle giornaliste che alcuni donatori stanno versando la metà di quanto darebbero normalmente, imputando il calo all'instabilità economica. Due consulenti repubblicani di un altro stato chiave hanno raccontato che le donazioni di piccolo importo sono crollate all'inizio di marzo, pochi giorni dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. In corse che si decideranno per margini minimi, hanno osservato i consulenti, queste risorse possono fare la differenza tra spedire o meno un'ultima tornata di materiale elettorale agli elettori meno affezionati alle urne.

Nella ricostruzione dell'Atlantic non mancano i sostenitori irriducibili. Megyn Kelly ha detto di recente che voterebbe repubblicano anche se Trump "lanciasse un'atomica". Riley Gaines, dopo aver saputo di non piacere al presidente, ha scritto su X di amarlo e di voler continuare a sostenere la sua agenda America First. Le autrici concludono che molto dipenderà dall'evoluzione del conflitto con l'Iran, dai prezzi della benzina e dal costo della vita. Se la guerra si chiudesse presto, alcuni elettori potrebbero tornare a schierarsi con i repubblicani. In caso contrario, salvare la coalizione che ha rieletto Trump potrebbe rivelarsi un'impresa difficile.

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L'Iran richiude lo Stretto di Hormuz, il greggo torna a salire. Ma Trump: "L'accordo è vicino"


Teheran condiziona la riapertura dello Stretto alla fine del blocco navale americano sui porti iraniani, iniziato il 13 aprile. Il 21 aprile scade la tregua, mentre gli Stati Uniti di fronte, all'incertezza, estendono l'esenzione sulle sanzioni al petrolio russo.

L'Iran ha richiuso oggi lo Stretto di Hormuz al traffico navale, dopo averlo brevemente riaperto il giorno prima. Teheran ha fatto sapere che lo Stretto resterà "sotto stretta gestione e controllo" delle Forze Armate iraniano finché gli Stati Uniti non toglieranno il blocco ai porti iraniani, imposto dalla sera del 13 aprile. Il presidente Donald Trump ha replicato che il blocco andrà avanti fino a quando Teheran non accetterà un accordo di pace.

I mercati hanno reagito subito. Il Brent in Europa è tornato a sfiorare i 95 dollari al barile sul mercato Ice di Londra. Il giorno prima, dopo l'annuncio della riapertura iraniana, era sceso a 90 dollari. Prima della guerra, attraverso Hormuz passava un quinto del petrolio mondiale. Intanto, due navi mercantili hanno riferito di essere state colpite mentre cercavano di attraversare lo Stretto, come riporta Reuters citando tre fonti del settore marittimo.

Guerra Usa-Iran · Aprile 2026
Hormuz richiuso, petrolio a 95 dollari
Il doppio blocco navale, i negoziati e il paradosso russo

Prezzo Brent sul mercato Ice di Londra

95
dollari al barile
↑ +5 dollari in 24 ore

Dopo la breve riapertura del 17 aprile, l'Iran oggi ha chiuso di nuovo lo Stretto di Hormuz. Il prezzo era sceso a 90 dollari il giorno prima.

Hormuz Blocco Negoziati Russia

Lo Stretto nel sistema energetico globale

1/5
Del petrolio mondiale passava da Hormuz prima della guerra

Lo Stretto resta il collo di bottiglia più strategico del commercio energetico globale. La sua chiusura trasferisce il prezzo del rischio direttamente sul mercato spot.

18 apr
Teheran richiude lo stretto

Dopo la brevissima riapertura del 17 aprile, l'Iran ha dichiarato lo Stretto "sotto stretta gestione e controllo" delle sue Forze Armate fino alla revoca del blocco americano.

2
Navi mercantili colpite in transito

Secondo Reuters, che cita tre fonti del settore marittimo, due navi mercantili sono state colpite mentre tentavano di attraversare lo Stretto.

21 apr
Scadenza della tregua

Alla scadenza, senza intesa, gli Stati Uniti avranno come opzione finale l'apertura forzata dello Stretto usando convogli militari.

Il doppio blocco

Usa sui porti iraniani ⇄ Iran su Hormuz
Dal 13 aprile sono in vigore due blocchi incrociati: Washington sui porti iraniani, Teheran sullo Stretto. Nessuno dei due intende cedere per primo.

Trump ha dichiarato che il blocco americano proseguirà finché Teheran non accetterà un accordo di pace. L'Iran ha risposto legando la riapertura dello Stretto alla revoca del blocco statunitense sui propri porti.

Efficacia del blocco navale americano

Pre-guerra

100

Oggi, sotto blocco

10

Petroliere in uscita dal Golfo Persico, livello pre-guerra = 100. Dopo cinque giorni di blocco, il flusso resta dieci volte inferiore al livello pre-guerra. Secondo il Comando Centrale Usa, la flotta statunitense ha fermato o dirottato circa 20 navi legate all'Iran.

Nuove forze Usa nel Mar Arabico

10+
Cacciatorpediniere schierati contro droni e missili iraniani

Durante la tregua la Marina statunitense ha accumulato un dispositivo sovradimensionato rispetto al blocco: serve anche a coprire un possibile assalto anfibio.

Marines
Navi da sbarco pronte per un'operazione costiera

Tra le forze dispiegate, probabilmente anche mezzi specializzati per lo sminamento. Ipotesi operativa: accompagnare i convogli commerciali a superare lo Stretto con la forza se i negoziati dovessero fallire.

I quattro mediatori del Forum di Antalya

Pakistan
Mediatore principale

Islamabad ha ospitato i colloqui di pace falliti dello scorso fine settimana. È il tessitore centrale del dialogo tra Washington e Teheran, con un ruolo che riflette la sua posizione di potenza musulmana nucleare e confinante.

Turchia
Spinta dietro le quinte

Ankara ha ospitato ad Antalya il terzo vertice a quattro dall'inizio della guerra. Insieme all'Egitto, spinge i negoziati dietro le quinte per mantenere l'allineamento tra i mediatori e Riyadh.

Egitto
Spinta dietro le quinte

Il Cairo coordina insieme ad Ankara il lavoro preparatorio dei negoziati. La sua influenza serve a tenere agganciati i Paesi arabi al processo diplomatico a guida pakistana.

Arabia Saudita
Posizione ambigua

Funzionari Usa riferiti da Axios segnalano un doppio binario: in pubblico Riyadh chiede la fine della guerra per proteggere le proprie infrastrutture energetiche già danneggiate; in privato continua però a temere la fine del conflitto prima che il regime iraniano sia sufficientemente indebolito.

L'ipotesi di compromesso sul tavolo

Accordo in stile 2015, ma ventennale
Fonti di Axios ipotizzano un ritorno a un'intesa simile a quella firmata da Obama, ma con durata doppia. Trump ha già dichiarato che non gli basta.

"Se ci sono differenze, le appianerò. Non credo ci siano differenze troppo significative", ha detto Trump venerdì. Le stesse fonti segnalano però che i divari su alcuni punti chiave restano.

Il paradosso russo

Per contenere l'inflazione legata alla crisi energetica, Washington ha prorogato fino al 16 maggio l'esenzione sulle sanzioni al petrolio russo. Risultato: Mosca incasserà entrate aggiuntive che finanziano anche la guerra in Ucraina.

44,59

59

77

Pre-guerraUrals, media
Piano 2026Bilancio statale
Marzo 2026Massimo da 10/2023

Prezzo medio del petrolio russo Urals, dollari al barile

Secondo il Financial Times la Russia incassa 150 milioni di dollari al giorno in più grazie alla guerra in Medio Oriente. Nonostante il rialzo, nel primo trimestre 2026 il deficit di bilancio russo ha superato del 20% il budget annuale.

Le date chiave

11 apr
Scade la licenza precedente sull'esenzione al petrolio russo. Bessent aveva assicurato che non sarebbe stata rinnovata.

13 apr
Gli Stati Uniti avviano il blocco navale contro i porti iraniani.

17 apr
Ultimo giorno utile per i carichi russi coperti dalla precedente licenza del Tesoro. Breve riapertura di Hormuz.

18 apr
Teheran richiude lo stretto. Il Brent torna a sfiorare i 95 dollari.

21 apr
Scadenza della tregua negoziale: si decide tra accordo e operazione militare.

16 mag
Scadenza della nuova proroga Usa sulle sanzioni al petrolio russo.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Reuters, Axios, Financial Times · Dati al 18 aprile 2026

Il blocco navale americano è il cuore del cosiddetto "Piano B" dell'Amministrazione Trump. Nel corso della guerra, Washington ha colpito decine di migliaia di obiettivi in Iran senza riuscire a distruggere del tutto il programma nucleare e missilistico, né a rovesciare il regime. Da qui la scelta di cambiare strategia: uscire dalla guerra lasciando Teheran indebolita, privandola del controllo su Hormuz e quindi della leva sul mercato petrolifero globale.

I risultati dei primi 5 giorni di blocco restano però parziali. Il Comando Centrale della flotta statunitense ha fatto sapere di aver fermato o dirottato una ventina di petroliere e altre navi, limitandosi a comunicazioni radio con minacce di abbordaggio. Il numero di petroliere che ogni giorno lasciano il Golfo Persico è così rimasto quasi invariato rispetto all'avvio del blocco, ma resta dieci volte inferiore ai livelli pre-guerra.

La battaglia diplomatica e il ruolo ambiguo di Riyadh


Sul piano legale la questione resta controversa. Non esistono regole condivise per i blocchi navali del traffico civile. Il diritto internazionale consuetudinario e la Carta delle Nazioni Unite considerano il blocco in tempo di pace un atto di aggressione, salvo i casi di legittima difesa. Nel Golfo Persico, però, non è tempo di pace: la guerra tra Stati Uniti e Iran, pur non dichiarata formalmente, va avanti da più di un mese. Washington ha provato a rispettare i criteri della Dichiarazione di Londra del 1909, definendo l'area del blocco e annunciando che si sarebbe applicato a navi di qualsiasi bandiera. Né Iran né Stati Uniti hanno però ratificato la Convenzione sul diritto del mare del 1982, che considera Hormuz una zona di libera navigazione commerciale.

Sul fronte diplomatico, intanto, i Ministri degli Esteri di Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita si sono riuniti ad Antalya, al Forum Diplomatico, per coordinare gli sforzi di mediazione. È il terzo vertice a quattro dall'inizio della guerra. Finora il mediatore principale è stato il Pakistan, che ha ospitato i colloqui di pace del fine settimana scorso, mentre Egitto e Turchia hanno spinto i negoziati dietro le quinte. Una fonte a conoscenza dei colloqui ha spiegato ad Axios che le riunioni servono a tenere allineati i tre mediatori e Riyadh, il Paese più influente del Golfo e con un peso notevole sull'Amministrazione Trump.

La posizione saudita è il nodo più delicato. Funzionari americani hanno riferito ad Axios che Riyadh ha cambiato linea più volte e in pubblico dice cose diverse da quelle che sostiene in privato. Prima della guerra i sauditi si dicevano favorevoli alla via diplomatica, mentre chiedevano sottovoce a Washington un intervento militare. Anche negli ultimi giorni hanno confidato agli americani il timore di chiudere la guerra prima che il regime iraniano sia stato abbastanza indebolito. Allo stesso tempo, ai mediatori ripetono però di volere la fine immediata delle ostilità: le infrastrutture petrolifere ed energetiche saudite hanno già subito danni e rischiano di subirne altri.

Venerdì pomeriggio Trump ha detto che i colloqui con l'Iran sarebbero proseguiti anche nel fine settimana. "Se ci sono differenze, le appianerò. Non credo ci siano differenze troppo significative", ha dichiarato. Fonti sentite da Axios riferiscono però che i divari su alcuni punti chiave restano, pur in presenza di progressi significativi. Le indiscrezioni parlano di un possibile compromesso che riporterebbe le parti a un accordo simile a quello sul nucleare firmato da Teheran con l'Amministrazione di Barack Obama nel 2015, questa volta con durata ventennale. Trump ha già fatto sapere che non gli basta.

Il paradosso russo e lo scenario militare


L'Amministrazione americana ha intanto prorogato fino al 16 maggio l'esenzione sulle vendite di petrolio e prodotti petroliferi russi. La nuova licenza, annunciata dal Dipartimento del Tesoro, vale per i carichi imbarcati entro il 17 aprile. "Mentre i negoziati con l'Iran si intensificano, il Tesoro vuole garantire la disponibilità di petrolio per chi ne ha bisogno", ha dichiarato a Reuters un rappresentante del dipartimento. La licenza precedente era scaduta l'11 aprile e il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva assicurato pubblicamente che non sarebbe stata rinnovata.

Il paradosso è evidente. Per contenere i prezzi del greggio e l'inflazione interna, Washington è costretta nuovamente a sospendere le sanzioni su Mosca e garantire così al Cremlino entrate aggiuntive che finanziano anche la guerra contro l'Ucraina. Secondo il Financial Times, la Russia ha già incassato 150 milioni di dollari al giorno in più grazie alla guerra in Medio Oriente. A marzo il petrolio russo degli Urali ha toccato in media i 77 dollari al barile secondo le stime riportate da Reuters: si tratta del massimo da ottobre 2023, contro i 59 previsti dal bilancio statale e i 44,59 pre-guerra. Nonostante il rialzo, nel primo trimestre 2026 il deficit di bilancio russo ha superato del 20% il piano annuale, arrivando a quota 4.600 miliardi di rubli.

Se i negoziati dovessero fallire, comunque, agli Stati Uniti resta l'opzione militare per riaprire Hormuz. Durante la tregua la flotta americana ha continuato ad accumulare forze ingenti: oltre dieci cacciatorpediniere sono arrivate nel Mar Arabico per contrastare droni e missili iraniani, assieme a navi da sbarco con marines per una possibile operazione via terra sulla costa iraniana e probabilmente mezzi specializzati per lo sminamento. Un dispiegamento che molti considerano come sovradimensionato per un semplice blocco, ma che potrebbe essere sufficiente a ripristinare il traffico commerciale nei volumi pre-bellici tramite convogli. Si tratta però di un'operazione ad alto rischio: basterebbe un singolo attacco iraniano andato a segno contro una petroliera per convincere gli armatori internazionali a fare marcia indietro e trasformare il tentativo di chiudere la guerra in una nuova spirale di escalation.

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Dopo le accuse di Trump, Anthropic torna a trattare con la Casa Bianca


Il colloquio tra il CEO di Anthropic e lo staff del presidente segna il primo tentativo di dialogo dopo lo scontro con il Pentagono e arriva mentre cresce l'allarme sui rischi del nuovo sistema di intelligenza artificiale.

Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, è entrato venerdì alla Casa Bianca per un incontro con lo staff del presidente Donald Trump, il primo tentativo di dialogo da quando il Pentagono e l'azienda di intelligenza artificiale sono entrati in rotta di collisione sull'uso dei suoi modelli. La riunione si è svolta mentre cresce la preoccupazione per Mythos, il nuovo sistema di Anthropic che secondo gli esperti potrebbe rendere gli attacchi informatici più semplici e rapidi da realizzare.

La notizia dell'incontro è stata anticipata da Axios e confermata da Reuters, Associated Press e CNN. Secondo Reuters, al colloquio con Amodei hanno partecipato la capo di gabinetto Susie Wiles e il segretario al Tesoro Scott Bessent. La Casa Bianca ha definito il confronto "produttivo e costruttivo" e lo ha descritto come un primo contatto introduttivo. In una nota ufficiale ha spiegato di aver discusso "opportunità di collaborazione, oltre ad approcci e protocolli condivisi per affrontare le sfide legate allo sviluppo di questa tecnologia", aggiungendo che simili incontri saranno organizzati con altre aziende leader nel settore dell'intelligenza artificiale. Anthropic ha a sua volta parlato di un dialogo utile su cybersicurezza, primato americano nella corsa all'intelligenza artificiale e sicurezza dei sistemi.

Il nodo centrale è il modello Mythos, annunciato il 7 aprile e presentato da Anthropic come il più capace mai sviluppato dall'azienda per la scrittura di codice e i compiti cosiddetti agentici, ossia l'esecuzione autonoma di operazioni complesse. Proprio per queste caratteristiche, secondo gli esperti citati dalle testate americane, il sistema offre una capacità senza precedenti di individuare vulnerabilità informatiche e di costruire strumenti per sfruttarle. Il modello viene per ora distribuito solo a un gruppo ristretto di aziende nell'ambito di "Project Glasswing", un'iniziativa controllata che consente l'uso della versione preview di Claude Mythos per cercare falle di sicurezza. Tra le società coinvolte ci sono Amazon, Apple, Google, Microsoft e JPMorgan Chase.

L'amministrazione Trump, le banche centrali di vari paesi e diversi settori industriali stanno cercando di capire rapidamente le implicazioni del nuovo sistema. Particolarmente esposto appare il mondo bancario, che convive con infrastrutture tecnologiche stratificate e obsolete. Funzionari governativi di Stati Uniti, Canada e Regno Unito hanno già incontrato i vertici del settore per discutere le minacce legate a Mythos. TJ Marlin, amministratore delegato dell'azienda di sicurezza informatica Guardrail Technologies, ha spiegato a Reuters che gli istituti finanziari sono vulnerabili proprio perché combinano strumenti di ultima generazione con software vecchi di decenni, aprendo un numero potenzialmente elevato di falle.

Anche a livello internazionale l'attenzione è alta. L'AI Security Institute del Regno Unito ha valutato il nuovo modello definendolo un "passo avanti" rispetto ai precedenti, già in rapido miglioramento. Nel suo rapporto, l'istituto britannico ha avvertito che Mythos Preview è in grado di sfruttare sistemi con protezioni deboli e che con ogni probabilità seguiranno altri modelli con capacità analoghe. Il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier ha confermato che Anthropic è in dialogo anche con l'Unione europea sui suoi sistemi di intelligenza artificiale, inclusi modelli avanzati non ancora disponibili in Europa.

Lo scetticismo non manca. Parte dell'industria tecnologica ha messo in dubbio che le affermazioni di Anthropic sulla potenza dei propri sistemi siano qualcosa di più di una strategia di marketing. Eppure anche alcuni dei critici più duri dell'azienda prendono sul serio i rischi. David Sacks, ex responsabile della Casa Bianca per intelligenza artificiale e criptovalute, ha dichiarato nel podcast "All-In", che co-conduce con altri investitori tecnologici, che sul fronte cyber le preoccupazioni sono fondate. Secondo Sacks, più i modelli diventano capaci di scrivere codice, più risultano efficaci nell'individuare bug, trasformarli in vulnerabilità e combinarli in exploit. Jack Clark, cofondatore e responsabile delle politiche di Anthropic, ha spiegato alla conferenza Semafor World Economy che il sistema viene rilasciato solo a un sottoinsieme di grandi organizzazioni perché possano usarlo per trovare falle. Clark ha aggiunto che Mythos non è un modello eccezionale in senso assoluto: altri sistemi simili, secondo lui, arriveranno da altre aziende nel giro di pochi mesi e tra un anno o un anno e mezzo compariranno modelli open-weight cinesi con le stesse capacità.

L'incontro di venerdì arriva dopo mesi di forti tensioni tra Anthropic e l'amministrazione. Fino a poco tempo fa Claude, il sistema di Anthropic, era l'unico modello di intelligenza artificiale disponibile sulla rete classificata del Pentagono. Lo scontro è esploso quando l'azienda ha rifiutato di rimuovere i paletti che impediscono l'uso della sua tecnologia per armi completamente autonome e per la sorveglianza interna. Il Pentagono ha risposto applicando ad Anthropic una formale designazione di rischio per la catena di approvvigionamento, una misura finora riservata a società legate ad avversari stranieri, che limita fortemente l'uso dei suoi strumenti da parte del governo. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto che l'azienda debba consentire tutti gli usi ritenuti leciti dal Pentagono.

Trump è intervenuto duramente sulla vicenda. In un post su Truth Social a febbraio ha scritto che l'amministrazione "non farà più affari" con Anthropic, accusando l'azienda di aver commesso "un disastroso errore" tentando di forzare la mano al "Dipartimento della Guerra". Anthropic ha reagito rivolgendosi ai tribunali. A marzo la giudice federale californiana Rita Lin ha bloccato l'applicazione dell'ordine di Trump che vietava a tutte le agenzie federali l'uso dei prodotti dell'azienda. Due settimane più tardi, però, la Corte d'Appello del Distretto di Columbia ha dato ragione al governo su un altro fronte, rifiutandosi di impedire al Dipartimento della Difesa di interrompere i rapporti con Anthropic durante il contenzioso. I giudici, in una decisione unanime, hanno spiegato che intervenire in quella fase avrebbe costretto le forze armate a mantenere un fornitore indesiderato di servizi critici di intelligenza artificiale nel mezzo di un importante conflitto militare in corso.

Secondo quanto riportato dalla CNN, documenti pubblici mostrano che Anthropic ha recentemente ingaggiato lo studio di lobbying Ballard, dove Wiles ha lavorato per anni, specificamente per attività legate agli appalti del Dipartimento della Guerra. Bloomberg ha scritto che l'Office of Management and Budget ha già comunicato alle agenzie federali di prepararsi a ricevere accesso a Mythos, mentre Axios riferisce che la Casa Bianca sta trattando per ottenerlo. Anthropic non ha commentato. Interrogato a Phoenix dai cronisti sull'incontro, Trump ha risposto: "Non ne ho idea".

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FBI nel caos: il direttore Kash Patel beve, sparisce per ore senza motivo e ora teme il licenziamento


Inchiesta-bomba dell'Atlantic contro il direttore dell'FBI che minaccia querela: ubriachezze ricorrenti, scorte costrette a sfondare le porte per svegliarlo, paranoia crescente. La Casa Bianca, intanto, cerca già il suo successore.

Kash Patel beve troppo, sparisce dal lavoro e vive nel terrore di essere licenziato. È il quadro che emerge da un'inchiesta del The Atlantic firmata da Sarah Fitzpatrick, che ricostruisce il caos al vertice dell'FBI sulla base di oltre una ventina di interviste a funzionari attuali ed ex del Bureau, del Dipartimento di Giustizia, membri del Congresso ed esponenti politici. Patel ha bollato tutto come falso e ha annunciato querela. Ma, secondo il magazine americano, fonti interne all’Amministrazione Trump confermano che la sua posizione vacilla sempre di più e che alla Casa Bianca è già partita la corsa al successore.

Nell’inchiesta, il direttore viene descritto come “erratico, sospettoso e incline a trarre conclusioni affrettate”. La sua condotta personale, scrive Fitzpatrick, è ormai considerata da molti addirittura come una “vulnerabilità per la sicurezza nazionale”.

L’episodio che apre il pezzo risale al 10 aprile. Dopo non essere riuscito ad accedere a un sistema informatico interno, Patel si convince di essere stato licenziato dalla Casa Bianca. Comincia così a chiamare freneticamente collaboratori e alleati per annunciare la propria rimozione, in quello che due fonti definiscono un “freak-out”. Nel giro di poche ore la voce si diffonde, tanto che la Casa Bianca riceve telefonate dall’FBI e dal Congresso per capire chi sia davvero al comando del Bureau. In realtà, però, si trattava solo di un errore tecnico: Patel non era stato licenziato.

Inchiesta · The Atlantic
Caos al vertice dell’FBI: il dossier su Kash Patel
Alcol, sparizioni, paranoia. La Casa Bianca cerca già un successore.

KP

Kash Patel
Direttore dell’FBI · nominato da Donald Trump
A rischio licenziamento

Dossier Accuse Reazioni Cronologia

24+
Le interviste raccolte da Sarah Fitzpatrick per l’inchiesta dell’Atlantic: funzionari attuali ed ex dell’FBI, del Dipartimento di Giustizia, membri del Congresso e collaboratori politici.

L’inchiesta in cifre

2
I locali frequentati: Ned’s a Washington e Poodle Room a Las Vegas

Secondo l’Atlantic, Patel berrebbe fino a evidente stato di intossicazione in entrambi i luoghi. Al Ned’s va anche staff della Casa Bianca; a Las Vegas trascorrerebbe molti fine settimana.

10 apr
Il giorno del “freak-out”

Patel non riesce ad accedere a un sistema interno e si convince di essere stato licenziato. Inizia a chiamare freneticamente collaboratori. In realtà era solo un errore tecnico.

SWAT
Attrezzatura usata dalla scorta per sfondare la porta

In più occasioni la scorta non è riuscita a svegliare Patel. In un caso ha richiesto la “breaching equipment” per accedere alla stanza in cui era irraggiungibile.

Pomeriggio
Riunioni e briefing spostati per smaltire le serate

Nei primi mesi del mandato l’agenda mattutina sarebbe stata sistematicamente posticipata per permettergli di smaltire la sbornia, secondo le fonti citate dall’inchiesta.

Il punto critico

Vulnerabilità per la sicurezza nazionale
La definizione che Fitzpatrick dà della condotta personale del direttore

Il manuale etico del Dipartimento di Giustizia vieta ai dipendenti di “fare uso abituale di alcol o altri intossicanti in eccesso”. L’ispettore generale ha più volte avvertito che bere fuori servizio espone i funzionari al rischio di coercizione da parte di servizi stranieri.

Tocca per leggere ogni capo d’accusa

1
Consumo di alcol fino all’intossicazione

Condotta personale

Bevute ricorrenti al club privato Ned’s a Washington e al Poodle Room di Las Vegas. Più volte la scorta non è riuscita a svegliarlo: in un caso ha dovuto sfondare la porta. Riunioni e briefing spostati al pomeriggio per smaltire le serate.

2
Comportamento erratico e paranoia

Stabilità al vertice

Descritto come “erratico, sospettoso e incline a saltare alle conclusioni”. Il 10 aprile, dopo un errore di accesso a un sistema interno, si è convinto di essere stato licenziato e ha allertato decine di collaboratori. La voce è arrivata fino alla Casa Bianca e al Congresso.

3
Licenziamenti “affrettati” nel controspionaggio anti-Iran

Sicurezza nazionale

Pochi giorni prima dell’inizio della campagna militare contro Teheran, Patel ha rimosso membri di una squadra di controspionaggio dedicata in parte all’Iran. Motivazione ufficiale: violazioni etiche legate alle indagini sul presidente. Più fonti definiscono i licenziamenti “affrettati”.

4
Errori operativi: Brown University e caso Kirk

Gestione FBI

Aveva annunciato sui social l’arresto di una “persona di interesse” per la sparatoria alla Brown University di dicembre, ma il sospettato è stato poi rilasciato. Funzionari interni si chiedono se l’abuso di alcol abbia avuto un ruolo anche nelle comunicazioni inesatte seguite all’omicidio di Charlie Kirk.

Le voci dopo l’inchiesta

KP

Kash Patel
Direttore FBI · su X

Querela

E' tutto falso. Ci vediamo in tribunale.

JB

Jesse Binnall
Avvocato di Patel

Difesa

L’articolo è categoricamente falso e diffamatorio.

KL

Karoline Leavitt
Portavoce della Casa Bianca

Difesa

Sotto Trump e Patel il crimine è sceso ai livelli più bassi degli ultimi cento anni.

SF

Sarah Fitzpatrick
Autrice dell’inchiesta · MS NOW

Conferma

Confermo ogni parola di questa inchiesta.

Tocca un evento per i dettagli

Dicembre 2025
Errore sulla sparatoria alla Brown University

Patel annuncia sui social l’arresto di una “persona di interesse”. Il sospettato viene poi rilasciato e la caccia all’autore prosegue.

Febbraio 2026
Trump richiama Patel dopo l’oro olimpico di hockey

Il presidente, astemio, esprime disappunto per le immagini di Patel che tracanna birra negli spogliatoi della nazionale Usa, vincitrice dell’oro a Milano-Cortina 2026.

Pre-guerra Iran
Licenziati membri del controspionaggio anti-Iran

Pochi giorni prima dell’inizio della campagna militare contro Teheran, Patel rimuove parte del team. Le fonti dell’Atlantic definiscono la decisione “affrettata”.

10 aprile 2026
Il “freak-out”: Patel si crede licenziato

Un errore di accesso a un sistema interno scatena chiamate frenetiche a collaboratori e alleati. La voce arriva al Congresso, costringendo la Casa Bianca a chiarire chi guidi davvero l’FBI.

17 aprile 2026
L’Atlantic pubblica l’inchiesta di Sarah Fitzpatrick

Oltre una ventina di interviste raccontano episodi di abuso di alcol, sparizioni, paranoia. Patel respinge tutto e annuncia querela. La Casa Bianca però discute già del successore.

Fonte: The Atlantic (inchiesta di Sarah Fitzpatrick), MS NOW · 17 aprile 2026

Le accuse sull’alcol


La parte più esplosiva dell’inchiesta riguarda però il consumo eccessivo di alcol da parte del direttore FBI. Secondo Fitzpatrick, Patel avrebbe bevuto fino a uno stato di evidente alterazione in almeno due locali citati con precisione: il club privato Ned’s di Washington, frequentato anche da membri dello staff della Casa Bianca, e il Poodle Room di Las Vegas, dove trascorrerebbe molti fine settimana. Proprio per questo, nei primi mesi del suo mandato da direttore, riunioni e briefing sarebbero stati spostati al pomeriggio, per dargli il tempo di smaltire le conseguenze delle sue serate.

Sempre secondo il racconto di Fitzpatrick, in alcune occasioni la sua scorta non sarebbe riuscita a svegliarlo. In un caso avrebbe addirittura chiesto il cosiddetto breaching equipment, cioè l’attrezzatura usata dalle squadre Swat per forzare gli ingressi, perché Patel risultava irraggiungibile dietro una porta chiusa.

Da notare che il manuale etico del Dipartimento di Giustizia vieta esplicitamente ai suoi dipendenti di fare un uso abituale ed eccessivo di alcol o altri intossicanti. Più volte, inoltre, l’ispettore generale del Dipartimento ha avvertito che il consumo di alcol fuori servizio non compromette solo il giudizio, ma può anche esporre i funzionari al rischio di coercizione da parte di servizi stranieri.

Il timore di un attentato e il team anti-Iran


Gli Stati Uniti sono attualmente in guerra con l’Iran, Paese che Washington classifica come sponsor del terrorismo, e diversi agenti dell’FBI citati da The Atlantic temono le conseguenze di un eventuale attentato sul suolo americano. “È questo che mi tiene sveglio la notte”, ha detto per esempio un funzionario al magazine. Eppure, proprio pochi giorni prima dell’inizio della campagna militare contro Teheran, Patel ha licenziato membri di una squadra di controspionaggio che si occupava anche dell’Iran, motivando la decisione con presunte violazioni etiche legate alle indagini sull'attuale presidente presidente condotte durante l’Amministrazione Biden. Ora diverse fonti definiscono quei licenziamenti “affrettati”.

Le difficoltà di Patel emergono però anche sul piano operativo. Sui social aveva annunciato l’arresto di “una persona di interesse” per la sparatoria alla Brown University del dicembre scorso, ma il sospettato è poi stato rilasciato senza accuse mentre la caccia all’autore proseguiva. E, in privato, alcuni funzionari dell’FBI si chiedono se l’abuso di alcol possa aver inciso anche sulle comunicazioni inesatte seguite all’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk.

Trump scontento, Patel respinge tutto


In questo contesto, il rapporto tra Patel e il presidente resta ambiguo. Trump ha apprezzato la resa dei conti con gli agenti coinvolti nelle indagini sul 6 gennaio e su di lui, ma avrebbe anche mostrato più volte insofferenza per le uscite televisive giudicate deboli e per la scarsa rapidità delle inchieste che Patel sta conducendo sugli ex funzionari dell’Amministrazione Biden. Inoltre, a febbraio, Trump, che non beve alcol e collega da sempre questa scelta alla morte del fratello maggiore Fred, segnato dall’alcolismo, avrebbe chiamato Patel per rimproverarlo dopo averlo visto tracannare birra negli spogliatoi della nazionale olimpica di hockey, appena laureatasi campione a Milano-Cortina 2026.

La replica di Patel all’inchiesta bomba di The Atlantic è arrivata con un post pubblicato su X, in tono minaccioso: “È tutto falso, ci vediamo in tribunale”.

see you and your entire entourage of false reporting in court... But do keep at it with the fake news, actual malice standard is now what some would call a legal lay up. t.co/MfbHH8OtLv pic.twitter.com/kw5U3LrfMM
— FBI Director Kash Patel (@FBIDirectorKash) April 18, 2026


Anche il suo avvocato, Jesse Binnall, ha liquidato l’inchiesta come “categoricamente falsa e diffamatoria”. Intanto la Casa Bianca ha pubblicamente fatto quadrato attorno al direttore, con la portavoce Karoline Leavitt che ha rivendicato come, sotto Trump e Patel, “il crimine sia sceso ai livelli più bassi degli ultimi cento anni”. Fitzpatrick, però, non ha arretrato di un passo: intervistata da MS NOW, ha detto di confermare “ogni parola” della sua inchiesta.

Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)

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Il Garante privacy sanziona Eni per 96mila euro. Online atto di citazione con i dati personali di 12 firmatari insieme a Greenpeace


Una sanzione di 96mila euro è stata irrogata dal Garante privacy a Eni spa per aver pubblicato sul proprio sito web un atto di citazione integrale con i nominativi di dodici cittadini firmatari insieme a Greenpeace Onlus e ReCommon APS, comprensivo di data e luogo di nascita, codice fiscale e indirizzo di residenza. Un trattamento di dati dichiarato illecito dall’Autorità perché effettuato in violazione dei principi di liceità, correttezza e trasparenza del Regolamento europeo e in assenza di una valida base giuridica.

garanteprivacy.it/web/guest/ho…

@Privacy Pride

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Gli Stati Uniti restano a corto di missili dopo sei settimane di guerra in Iran


Il conflitto ha prosciugato le scorte di intercettori e munizioni di precisione, esponendo le debolezze di un apparato militare da 900 miliardi di dollari e sollevando dubbi sulla capacità di deterrenza verso la Cina.

Gli Stati Uniti stanno esaurendo i missili, gli intercettori e persino il cibo per i marinai dopo appena sei settimane di guerra con l'Iran, nonostante un bilancio per la difesa da circa 900 miliardi di dollari l'anno. La denuncia arriva da Garrett Graff, autore della newsletter Doomsday Scenario e firma di un'inchiesta pubblicata questa settimana sul New Yorker, che descrive un apparato bellico più fragile di quanto il suo budget lasci immaginare.

Il dato di partenza è imponente. La spesa militare americana rappresenta circa un terzo del totale mondiale ed è pari alla somma dei bilanci della difesa di Cina, India, Russia, Arabia Saudita, Francia, Germania, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e Brasile messi insieme. Il presidente Donald Trump ha proposto di aggiungere altri 700 miliardi, una cifra che da sola supererebbe la spesa militare di qualsiasi altro Paese. Eppure, scrive Graff, quando si combatte davvero gli Stati Uniti scoprono di non avere le armi giuste né i mezzi in quantità sufficiente.

La guerra in Iran lo ha messo in evidenza. USA Today ha rivelato che alcune navi della marina americana nella zona di guerra stanno finendo il cibo da servire ai marinai. Molte unità sono state dispiegate molto più a lungo del previsto e di quanto possano sostenere. La USS Gerald Ford, la portaerei più avanzata al mondo, è fuori servizio a causa di un incendio in lavanderia. Il problema riguarda anche i velivoli. Quando un missile iraniano ha distrutto in Arabia Saudita un aereo radar E-3 Sentry, Washington ha perso tra un quinto e un quarto della flotta operativa di questi velivoli, fondamentali per individuare missili e droni in arrivo.

La flotta di E-3 Sentry, gli aerei del sistema di allerta e controllo aereo noto come Airborne Warning and Control System, risale agli anni Settanta e oggi è composta da 16 o 17 velivoli in grado di volare, circa la metà dei quali operativi in un dato momento. Sei sono schierati in Medio Oriente a sostegno dell'operazione Epic Fury. Il generale al comando dell'Air Combat Command ha detto ai giornalisti lo scorso anno che questi aerei sono ormai in cure palliative. Il sostituto previsto, l'E-7 Wedgetail, è stato cancellato dall'amministrazione Trump.

Analogo è il caso dei cacciamine. Quando l'Iran ha minacciato di minare lo Stretto di Hormuz, si è scoperto che a gennaio la marina americana aveva rimpatriato le quattro navi di classe Avenger schierate nel Golfo Persico dagli anni Novanta. I quattro cacciamine rimasti hanno base in Giappone, mentre la marina sta trasferendo il compito alle Littoral Combat Ships, che non sono state progettate per questa missione.

Il cuore dell'inchiesta di Graff sul New Yorker riguarda però le munizioni. La crisi della produzione americana si aggrava dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina. Jon Finer, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale con Joe Biden, ha raccontato all'autore che la scarsa capacità di rifornire Kiev è stata la cosa più sconvolgente imparata durante il suo incarico. Gli Stati Uniti, ha spiegato Finer, hanno raccolto ogni munizione disponibile nei propri arsenali e in quelli degli alleati, e perfino da Paesi non amici, per inviarla in Ucraina. Consumate nel giro di pochi mesi, quando Washington ha chiesto all'industria di aumentare la produzione si è sentita rispondere che servivano dai 5 ai 7 anni.

La ragione è strutturale. Durante i vent'anni della guerra globale al terrorismo, l'industria della difesa statunitense ha smesso di produrre munizioni pesanti, concentrandosi su forze speciali e droni come i Predator e i Reaper. William LaPlante, sottosegretario alla Difesa per l'approvvigionamento, ha ammesso nel 2023 che la base industriale ha privilegiato l'efficienza sulla resilienza, lasciando spegnere le linee di produzione e uscire dal mercato molti fornitori di secondo livello. Nessuno, ha aggiunto, aveva previsto un conflitto prolungato e ad alta intensità come quello in Ucraina.

A questo si aggiunge la lentezza proverbiale degli acquisti del Pentagono. Le aerocisterne KC-135, spina dorsale delle grandi operazioni aeree come la guerra in Iran, sono entrate in servizio nel 1957, sotto la presidenza di Dwight Eisenhower. Il Pentagono cerca di sostituirle dagli anni Novanta. Il successore, il KC-46 Pegasus, è stato approvato solo nel 2022 ed Epic Fury è la sua prima grande operazione. L'Aeronautica prevede di far volare i KC-135 ancora per decenni.

C'è poi il problema dei costi. Il programma del caccia F-35 è stimato in 2.000 miliardi di dollari nel suo intero ciclo di vita, una cifra pari al prodotto interno lordo annuo di New York o del Texas per un solo tipo di aereo. Deborah Lee James, segretaria dell'Aeronautica tra il 2013 e il 2017, ha spiegato a Graff che circa metà del bilancio della difesa è destinata a personale e addestramento, mentre il resto deve coprire le esigenze di tutte le forze armate. I sistemi d'arma attuali, ha detto, sono magnifici ma molto costosi, e le munizioni passano in secondo piano quando non si è in guerra.

Le conseguenze politiche e strategiche sono ampie. I forum militari online scherzano sul fatto che il Central Command, responsabile del Medio Oriente, stia divorando risorse destinate all'Indo-Pacific Command. La maggior parte dei missili e degli intercettori usati contro l'Iran non potrà essere rimpiazzata prima della finestra temporale in cui la Cina potrebbe muoversi contro Taiwan, verso la fine del decennio. Un alto funzionario del Pentagono ha detto a Graff che il problema operativo per Pechino resta comunque molto difficile da risolvere, pur riconoscendo la coerenza con cui la Cina sta costruendo le proprie forze armate.

Il senatore Mark Warner, vicepresidente della commissione intelligence del Senato, ha offerto all'autore la lettura più sintetica. Il maggiore deterrente per Pechino potrebbe essere proprio l'andamento deludente della guerra americana contro l'Iran. Persino un Iran molto provato, ha osservato Warner, è riuscito a bloccare strategicamente gli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz. La lezione, secondo il senatore, è semplice: difendere è molto più facile che attaccare.

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Lo stretto di Hormuz resta bloccato nonostante gli annunci di Trump e Teheran


Il presidente americano ha celebrato la riapertura del passaggio marittimo come una vittoria diplomatica, ma i dati di tracciamento mostrano che pochissime navi sono riuscite a transitare e le autorità iraniane smentiscono gran parte delle sue affermazioni.

Lo stretto di Hormuz non è davvero aperto, nonostante gli annunci trionfali arrivati venerdì da Washington e Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato su X che il passaggio per tutte le navi commerciali è stato dichiarato "completamente aperto" per il periodo residuo del cessate il fuoco, ma i dati di tracciamento marittimo raccontano una storia molto diversa. Il presidente Trump ha subito celebrato la notizia sul social Truth, parlando di una giornata "grande e brillante per il mondo", mentre il blocco navale americano dei porti iraniani resta in vigore e le imbarcazioni che tentano il transito sono costrette a tornare indietro.

Lo stretto è il punto di passaggio di circa un quinto del petrolio e del gas mondiali ed è stato di fatto chiuso dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l'Iran. La notizia della riapertura ha provocato una reazione immediata sui mercati, con il prezzo del Brent, il riferimento globale per il greggio, sceso di quasi il 10 per cento sotto gli 89 dollari al barile. Ma il quadro sul campo resta confuso. Secondo MarineTraffic, venerdì sera circa venti navi hanno iniziato a muoversi verso lo stretto, per poi fermarsi o invertire la rotta poco dopo. Un filmato di Kpler, ripreso da CNBC, mostra diverse petroliere e navi cargo che hanno tentato il transito per poi tornare indietro.

Il presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf ha smentito punto per punto le dichiarazioni di Trump. In un post su X ha scritto che il presidente americano "ha fatto sette affermazioni in un'ora, tutte false" e ha avvertito che, con la continuazione del blocco statunitense, lo stretto "non resterà aperto". Ha aggiunto che il passaggio si baserà sulla "rotta designata" e richiederà "l'autorizzazione iraniana", ribadendo che le regole del transito saranno decise "sul campo, non sui social media". Il ministero degli Esteri di Teheran, citato dall'emittente statale IRIB, ha respinto le ricostruzioni americane: "Gli americani parlano troppo e creano rumore intorno alla situazione. Non lasciatevi ingannare: non c'è nessun nuovo accordo".

Trump ha sostenuto, in una serie di interviste a CBS, Reuters, Bloomberg, Axios, AFP e NewsNation, che l'Iran avrebbe "accettato tutto", inclusa la rimozione dell'uranio arricchito dal territorio nazionale e la sospensione "illimitata" del programma nucleare. Ha affermato che Stati Uniti e Iran lavoreranno insieme per recuperare il materiale, descritto dal presidente come "polvere nucleare", senza l'impiego di truppe di terra americane, e che verrà trasportato negli Stati Uniti. Ha anche escluso il rilascio di fondi iraniani congelati in cambio. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha smentito categoricamente alla TV di Stato: "Il trasferimento dell'uranio negli Stati Uniti non è stato presentato come opzione. L'uranio arricchito iraniano è sacro come il suolo iraniano e in nessun caso sarà trasferito altrove".

Un funzionario iraniano di alto livello ha dichiarato a Reuters, in forma anonima, che restano "differenze significative" tra le due parti e che "non è stato raggiunto alcun accordo sui dettagli delle questioni nucleari". Secondo quanto riportato da Axios, sul tavolo ci sarebbe un memorandum di intesa di tre pagine che fissa una finestra di 60 giorni per negoziare un'intesa duratura. Lo schema prevederebbe lo sblocco di 20 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in cambio della consegna delle scorte di uranio arricchito. Il New York Times, citando tre funzionari iraniani anonimi, riferisce che Teheran avrebbe proposto una sospensione dell'arricchimento per dieci anni, seguita da altri dieci anni di arricchimento minimo per ricerca di laboratorio, con la diluizione graduale delle scorte collegata alla rimozione delle sanzioni americane. Gli asset iraniani congelati all'estero ammonterebbero a circa 27 miliardi di dollari, detenuti principalmente in Iraq, Qatar, Giappone, Germania e Cina.

Secondo l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, a metà 2025 l'Iran possedeva oltre 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento, un passo tecnico breve dal livello necessario per un'arma nucleare, pari al 90 per cento. Il Washington Post parla di circa 940 libbre, il New York Times di 970, di materiale altamente arricchito sepolto sotto le macerie delle basi colpite dalla campagna di bombardamenti statunitense e israeliano dell'estate scorsa.

Il blocco navale americano, in vigore dal 13 aprile, coinvolge 10.000 militari, oltre una dozzina di navi della Marina e una flotta di caccia e droni, secondo l'US Central Command. Il generale Dan Caine, capo degli Stati Maggiori Riuniti, ha presentato giovedì una mappa con una "linea di blocco" che si estende nel Golfo dell'Oman, dal confine Iran-Pakistan a nord fino alla penisola di Ras al Hadd in Oman a sud. Finora 21 navi sono state respinte e costrette a tornare verso l'Iran. L'ammiraglio Brad Cooper, a capo del Comando Centrale, ha dichiarato ai giornalisti che gli Stati Uniti hanno "gli occhi su ogni porto iraniano per osservare ogni movimento".

Le compagnie di navigazione restano caute. Il colosso Maersk ha fatto sapere in una nota che "qualsiasi decisione di attraversare lo stretto si baserà su valutazioni del rischio e sul monitoraggio costante della situazione di sicurezza". Arsenio Dominguez, segretario generale dell'Organizzazione Marittima Internazionale, ha dichiarato alla BBC di aver bisogno di "ulteriori chiarimenti per l'industria del trasporto marittimo" sul fatto che la navigazione non comporti rischi e sia conforme al diritto internazionale. Ha aggiunto che esiste un arretrato di circa 1.600 navi bloccate nel Golfo Persico. Brett Erickson di Obsidian Risk Advisors ha dichiarato al Washington Post che "un singolo corridoio designato con obblighi di autorizzazione iraniana non può replicare" il volume normale di oltre 100 transiti giornalieri.

Eric Brewer della Nuclear Threat Initiative ha sottolineato, parlando con Intelligencer, che una delle grandi differenze rispetto ai negoziati passati è che l'attuale amministrazione americana e il presidente in particolare sono "narratori inaffidabili". Ali Vaez, esperto di Iran del Crisis Group, ha dichiarato al New York Times che "siamo ancora lontani miglia da un accordo complessivo". Kelsey Davenport ha espresso dubbi sul fatto che l'Iran abbia accettato una sospensione "illimitata" del programma nucleare, definendola una rinuncia che Teheran ha sempre descritto come un diritto sovrano. Danny Citrinowicz dell'INSS ha osservato che l'Iran "non entra nel prossimo round da una posizione di debolezza" e che la "carta di Hormuz può essere giocata di nuovo".

Il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron hanno annunciato una missione congiunta, multinazionale e "strettamente difensiva" per proteggere le navi mercantili nello stretto, che comprenderà anche operazioni di sminamento quando le condizioni lo consentiranno. In una conferenza stampa con Starmer, Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, Starmer ha dichiarato: "Accogliamo con favore l'annuncio fatto durante il nostro incontro, ma dobbiamo assicurarci che sia duraturo e concretamente praticabile". Un diplomatico citato dal Washington Post ha raccontato che gli alleati europei sono stati colti di sorpresa: "Stavamo tenendo una riunione sullo stretto e non avevamo idea che questo sarebbe stato annunciato nel mezzo. È stato imbarazzante".

Il quadro economico per l'Iran resta pesante. La portavoce del governo Fatemeh Mohajerani ha dichiarato che Teheran avrebbe subito almeno 270 miliardi di dollari di danni dalla guerra, secondo le prime stime. Il principale quotidiano economico iraniano, Donyaye Eghtesad, ha calcolato che la ricostruzione richiederà almeno 12 anni e che ogni mese di combattimenti equivale a un arretramento economico di cinque anni, con perdite pari al triplo del bilancio annuale del governo. Heather Exner-Pirot del Macdonald-Laurier Institute ha stimato, in un'intervista a CBC, che circa un miliardo di barili di petrolio sia rimasto bloccato dietro lo stretto e che ci vorranno anni per ricostituire le scorte perdute. Nel frattempo, il Dipartimento del Tesoro americano ha prorogato fino al 16 maggio l'esenzione dalle sanzioni sulla vendita di petrolio russo già caricato sulle navi al 17 aprile, due giorni dopo che il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva dichiarato il contrario in una conferenza alla Casa Bianca.

Un segnale concreto è arrivato dalla nave da crociera Celestyal Discovery, battente bandiera maltese, che secondo MarineTraffic è riuscita ad attraversare lo stretto dopo essere rimasta bloccata a Dubai per 47 giorni, pur viaggiando senza passeggeri a bordo e diretta a Muscat, in Oman. Ma si tratta di un caso isolato. Il bilancio della giornata è che poco o nulla è cambiato: l'Iran continua a controllare di fatto il passaggio, il blocco americano resta in piedi, i negoziati proseguono attraverso la mediazione pakistana e un nuovo round di colloqui diretti è atteso lunedì a Islamabad. Le parole di Trump, come nota il giornalista del Wall Street Journal Yaroslav Trofimov, non hanno cambiato la realtà sul campo: lo stretto resta chiuso a meno che le navi non paghino il pedaggio iraniano, il blocco statunitense continua e il calo del prezzo del petrolio riflette più le aspettative del mercato che la situazione effettiva nel Golfo.

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La rassegna stampa di sabato 18 aprile 2026


L'amministrazione Trump estende le esenzioni sulle sanzioni al petrolio russo mentre rivendica la riapertura dello stretto di Hormuz, tra tensioni con Papa Leone XIV e preoccupazioni repubblicane per le elezioni di medio termine

Questa è la rassegna stampa di sabato 18 aprile 2026

Trump estende le esenzioni sulle sanzioni al petrolio russo


L'amministrazione Trump ha fatto marcia indietro estendendo fino al 16 maggio una deroga che consente ai paesi di acquistare petrolio russo sanzionato, dopo che un alto funzionario del gabinetto aveva dichiarato che gli Stati Uniti non lo avrebbero fatto. La decisione arriva mentre persistono i prezzi elevati della benzina a causa del conflitto in Iran.

Fonti: The Hill, New York Times, Bloomberg

Trump rivendica la riapertura dello stretto di Hormuz


Il presidente Trump ha celebrato quello che ha definito l'accordo dell'Iran per riaprire lo stretto di Hormuz, definendolo "un giorno grande e brillante per il mondo". Tuttavia, dichiarazioni contrastanti da parte di funzionari iraniani sollevano dubbi sui reali successi del presidente, con il parlamento iraniano che avverte di una possibile chiusura se continua il blocco statunitense.

Fonti: The Hill, The Guardian, The Hill

La disputa di Trump con Papa Leone XIV approfondisce le divisioni a destra


Il conflitto storico tra Trump e Papa Leone XIV sta creando fratture all'interno del movimento conservatore americano. Sean Hannity ha criticato il Papa, Tucker Carlson ha attaccato Hannity, mentre Trump ha suggerito una classifica delle figure MAGA come "buone, cattive e da qualche parte nel mezzo".

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, New York Times

I repubblicani si preoccupano per le elezioni di medio termine


I funzionari repubblicani stanno lanciando l'allarme prima delle elezioni di medio termine di novembre, preoccupati che la guerra in Iran e l'entusiasmo democratico possano significare una sconfitta schiacciante. I prezzi elevati della benzina, la guerra in Iran e le recenti vittorie democratiche stanno alimentando l'ansia del partito.

Fonti: Wall Street Journal

Un giudice federale blocca temporaneamente la fusione Nexstar-Tegna


Un tribunale federale ha congelato temporaneamente la fusione tra le due compagnie televisive mentre procede una causa antitrust. Il giudice ha stabilito che le due aziende non possono combinare le operazioni, mentre Nexstar sostiene che l'accordo è già concluso.

Fonti: New York Times, NPR

La Casa Bianca e Anthropic tengono un incontro "produttivo"


Il CEO di Anthropic Dario Amodei ha incontrato alti funzionari dell'amministrazione alla Casa Bianca, sollevando nuove domande sul futuro della relazione dell'azienda di intelligenza artificiale con l'amministrazione Trump. L'incontro si è concentrato sul potente nuovo modello AI Mythos di Anthropic, che i funzionari statunitensi ritengono potrebbe essere critico per la sicurezza.

Fonti: The Hill, New York Times, Financial Times

Kennedy cambia tono sui vaccini, ma forse non i suoi piani


Il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. ha moderato la sua retorica sui vaccini, ampiamente popolari tra gli americani, ma diverse mosse suggeriscono che potrebbe far rivivere la sua campagna per mettere in discussione la sicurezza e l'efficacia dei vaccini dopo le elezioni di medio termine. Intanto, il governatore della California Newsom ha chiesto risposte a Kennedy per i suoi commenti del 2024 sui bambini neri che assumono farmaci per l'ADHD.

Fonti: New York Times, The Hill

Il Senato approva un'estensione a breve termine della legge di sorveglianza


Il Congresso statunitense ha approvato un'estensione di 10 giorni della legge di sorveglianza FISA tra le lotte intestine repubblicane. Sia i repubblicani che i democratici stanno spingendo per riformare la legge, sostenendo che consente "ricerche senza mandato" delle comunicazioni digitali degli americani.

Fonti: The Guardian, BBC

Tornado segnalati nel Midwest mentre potenti tempeste colpiscono la regione


Circa 26 milioni di persone sono sotto allerta tornado dal Wisconsin all'Oklahoma, secondo i meteorologi. Un tornado segnalato ha abbattuto alberi e danneggiato auto a Lena, nell'Illinois, mentre il Servizio Meteorologico Nazionale avverte di forti temporali dal nord-ovest dell'Oklahoma attraverso il Missouri occidentale.

Fonti: New York Times, The Guardian

Trump annuncia il rilascio di documenti UFO e partecipa a una lettura della Bibbia


Durante un evento di Turning Point USA in Arizona, il presidente Trump ha annunciato che dirigerà il segretario alla Difesa Pete Hegseth a rilasciare i file governativi su UFO e fenomeni aerei non spiegati. Separatamente, Trump parteciperà a una maratona di lettura della Bibbia, leggendo un passaggio dell'Antico Testamento che i suoi sostenitori cristiani citano come una chiamata al pentimento nazionale e alla benedizione divina.

Fonti: The Hill, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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L'Europa non dovrebbe "muoversi in fretta e rompere gli schemi" in materia di diritti fondamentali.

@Privacy Pride

Le proposte del Digital Omnibus, presentate come "semplificazione", rischiano di indebolire le garanzie essenziali del GDPR, della Direttiva ePrivacy e dell'AI Act. Riducendo le tutele e posticipando gli obblighi per i sistemi ad alto rischio, introducono una logica che ricorda l'approccio "muoviti velocemente e rompi le cose" tipico dell'industria tecnologica. Nelle infrastrutture digitali basate sull'elaborazione di grandi quantità di dati e su processi decisionali automatizzati, tuttavia, gli errori non scompaiono semplicemente. Diventano parte integrante del sistema. Per questo motivo, la regolamentazione è fondamentale per tutelare i diritti delle persone.

Il post di @EDRi

edri.org/our-work/europe-shoul…

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Trump valuta Vance e Rubio in vista del 2028


Il presidente segue da vicino il lavoro del suo vice nelle trattative di pace, chiedendo a consiglieri e amici come giudichino la sua performance rispetto al segretario di Stato, possibile rivale per la nomination repubblicana del 2028.

Il presidente Donald Trump sta osservando con attenzione il ruolo del vicepresidente JD Vance nei negoziati per porre fine alla guerra con l'Iran e ha chiesto a diversi amici e consiglieri come valutino la sua prestazione rispetto a quella del segretario di Stato Marco Rubio. Lo riferisce la CNN, citando tre persone a conoscenza delle conversazioni.

Rubio è considerato un potenziale rivale di Vance per la nomination repubblicana alla presidenza nel 2028, e il confronto tra i due uomini più in vista dell'amministrazione sta diventando un tema ricorrente nelle riflessioni del presidente. Vance, che in passato si era detto scettico sull'ingresso in una guerra con l'Iran, è ora incaricato di negoziare un accordo per chiuderla, insieme a Steve Witkoff e Jared Kushner.

Secondo le fonti citate dalla CNN, nella prima tornata di colloqui a Islamabad il presidente ha parlato al telefono con Vance fino a una dozzina di volte. Il vicepresidente è pronto a tornare in Pakistan per riprendere le trattative con Teheran qualora si intraveda la possibilità di un'intesa. Durante un pranzo pasquale, Trump ha detto in tono semiserio che, se l'accordo non dovesse concretizzarsi, la colpa sarebbe di Vance, mentre in caso di successo il merito sarebbe tutto suo.

La Casa Bianca ha espresso pieno sostegno al lavoro del vicepresidente. Il direttore della comunicazione Steven Cheung, che ha accompagnato Vance in Pakistan, ha dichiarato che la capacità del vicepresidente di affrontare le sfide più complesse ne fa un elemento prezioso dell'amministrazione.

Il ruolo di Vance è delicato. Pur essendo un fedelissimo di Trump, ha difeso pubblicamente una guerra a cui si era opposto in privato e ha appoggiato le critiche del presidente a Papa Leone XIV, nonostante le reazioni negative di molti cattolici, fede a cui lo stesso vicepresidente appartiene. In entrambi i casi, però, ha espresso posizioni che, senza contraddire il presidente, hanno lasciato intravedere qualche differenza di sfumatura.

A un evento di Turning Point USA in Georgia, Vance ha affrontato le proteste di alcuni contestatori contro la politica mediorientale dell'amministrazione, scaricando le responsabilità sulla precedente amministrazione Biden. Ha però riconosciuto che la guerra con l'Iran non è popolare, ammettendo che gli elettori giovani non apprezzano la linea adottata in Medio Oriente.

Nella stessa occasione, interrogato sullo scontro tra Trump e il pontefice, Vance ha detto di nutrire rispetto e ammirazione per il Papa, pur aggiungendo un avvertimento: a suo giudizio, il pontefice dovrebbe essere cauto quando parla di teologia. Una posizione che ha sollevato perplessità anche tra i repubblicani. Il leader della maggioranza al Senato John Thune, parlando il giorno dopo, si è detto perplesso, osservando che parlare di teologia è esattamente il compito del Papa. Thune ha invitato l'amministrazione a lasciar perdere la polemica con il pontefice, che rischia di irritare i cattolici repubblicani, e a concentrarsi sulle questioni economiche e sul costo della vita, temi che secondo lui interessano maggiormente gli americani.

Proprio l'economia avrebbe dovuto essere il fulcro dell'azione della Casa Bianca in vista delle elezioni di metà mandato. La guerra con l'Iran e il conseguente aumento dei prezzi della benzina hanno invece aggravato le preoccupazioni degli elettori, rendendo più difficile il tentativo di riportare l'attenzione sui temi interni.

Nell'arco di una settimana Vance ha compiuto due viaggi all'estero con risultati deludenti. Dopo un volo notturno, una giornata di riunioni e un comizio a sostegno del primo ministro ungherese Viktor Orbán, il vicepresidente ha lavorato fino a tarda notte a Budapest per chiudere un cessate il fuoco di due settimane con l'Iran. La tregua ha scongiurato la minaccia di Trump di cancellare l'intera civiltà iraniana, ma il successivo viaggio di 52 ore in Pakistan non ha prodotto un accordo definitivo per porre fine al conflitto.

Nel frattempo, mentre tornava a casa, è diventato chiaro che il suo intervento nella campagna elettorale ungherese non aveva dato i frutti sperati. In un'intervista a Fox News, Vance ha inquadrato la netta sconfitta di Orbán come un esito prevedibile, spiegando che il viaggio era stato comunque utile perché si trattava di sostenere una persona che aveva a lungo appoggiato l'amministrazione. La decisione di inserirsi in modo diretto in una campagna estera destinata alla sconfitta, tuttavia, alimenta le domande sulla capacità di Vance, e di riflesso di Trump, di influenzare gli elettori, in Ungheria come negli Stati Uniti.

Entrambi si trovano ora ai minimi storici di approvazione e, secondo persone informate, considerano la fine della guerra con l'Iran una priorità per risollevare le prospettive repubblicane alle elezioni di metà mandato. A Vance, nei mesi precedenti, non erano state affidate molte missioni di politica estera di alto profilo, e gli esiti delle ultime due trasferte complicano il quadro.

Sul palco in Georgia, il vicepresidente non è entrato nel dettaglio delle sue riserve sulla guerra né della sua lunga contrarietà ai conflitti all'estero. Ha invece invitato i giovani sostenitori delusi a non disimpegnarsi per un singolo disaccordo con l'amministrazione, ma a farsi sentire di più, indicando in questa partecipazione la via per riprendersi il Paese.

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Come la famiglia Trump sta trasformando la presidenza in un business miliardario


La Trump Organization ha chiuso otto accordi all'estero nel secondo mandato dopo averne fatti zero nel primo. Criptovalute, droni armati, contratti col Pentagono: i conflitti di interesse si moltiplicano

La famiglia Trump sta accumulando ricchezze a un ritmo senza precedenti per un presidente americano in carica. Forbes stima che il patrimonio netto di Donald Trump sia ora di 6,3 miliardi di dollari, in crescita del 60% rispetto a prima del suo ritorno alla Casa Bianca, mentre i figli Eric e Donald Jr. guidano un'espansione globale del business di famiglia che solleva interrogativi profondi sui conflitti di interesse al vertice del potere americano.

Per decenni, i presidenti degli Stati Uniti hanno evitato anche solo l'apparenza di trarre profitto dalla carica. Harry Truman rifiutò di associare il proprio nome a qualsiasi attività commerciale, anche dopo la fine del mandato. Richard Nixon fece intercettare il telefono del fratello per il timore che potesse sfruttare i legami familiari. George W. Bush liquidò i suoi investimenti azionari prima di entrare in carica. Trump ha scelto una strada opposta.

Nel primo mandato, la Trump Organization non aveva concluso nessun accordo in paesi stranieri. In poco più di un anno di secondo mandato ne ha chiusi otto, rispettando almeno formalmente la regola autoimposta di non fare affari direttamente con governi stranieri. Ma nei paesi autoritari e a partito unico, i governi raramente restano alla finestra, soprattutto quando gli affari riguardano la famiglia di un presidente in carica. In Qatar un progetto per un golf club e ville Trump è sviluppato in parte da una società controllata dal governo. In Vietnam, come riportato dal New York Times, il governo ha spostato contadini dalle loro terre per fare spazio a un resort Trump, e il vice primo ministro ha firmato l'accordo in una cerimonia ufficiale. In Arabia Saudita, un resort "Trump Plaza" sul Mar Rosso è costruito da un imprenditore immobiliare vicino alla famiglia reale. Questi paesi hanno ottenuto ciò che volevano: accesso alla tecnologia avanzata americana per il Qatar, riduzione dei dazi per il Vietnam, caccia militari per l'Arabia Saudita. La Trump Organization ha incassato decine di milioni in commissioni.

Il fronte delle criptovalute è ancora più complesso. Pochi giorni prima dell'insediamento di Trump, la famiglia ha venduto quasi la metà della sua società crypto World Liberty Financial a un'azienda legata al governo degli Emirati Arabi Uniti per 500 milioni di dollari. Poco dopo, l'amministrazione Trump ha revocato una restrizione dell'era Biden e concesso agli Emirati l'accesso a chip americani avanzati. Il fondatore di Binance, Changpeng Zhao, ha ricevuto la grazia presidenziale nonostante si fosse dichiarato colpevole di non aver impedito ai criminali di usare la sua piattaforma per movimentare denaro legato ad abusi sessuali su minori, traffico di droga e terrorismo. Un avvocato di Zhao ha negato qualsiasi connessione tra gli affari di Binance con la famiglia Trump e la grazia. La Casa Bianca ha giustificato il provvedimento sostenendo che le autorità federali avevano punito ingiustamente Zhao in quella che ha definito "la guerra dell'amministrazione Biden contro le criptovalute".

World Liberty ha generato 2 miliardi di dollari dalla vendita di "governance token", che si traducono in centinaia di milioni per i Trump. Tra i grandi investitori c'è Justin Sun, un miliardario delle criptovalute che, in quanto cittadino straniero, non potrebbe per legge fare donazioni politiche a politici americani. Tra l'elezione e l'insediamento di Trump, Sun ha speso 75 milioni di dollari in token. A febbraio dell'anno scorso, una causa federale che lo accusava di aver ingannato gli investitori è stata sospesa e poi chiusa il mese scorso con una multa di 10 milioni di dollari.

Ci sono poi le "meme coin" con il volto di Trump, messe in vendita pochi giorni prima del giuramento. In quattro mesi hanno generato 320 milioni di dollari, in gran parte finiti a entità legate a Trump, secondo la società di analisi blockchain Chainalysis. È più del doppio di quanto incassato in quattro anni gestendo il suo hotel a Washington nel primo mandato. A differenza dei lobbisti o dei donatori, chi compra queste monete può farlo in modo anonimo. Sun ha speso 200 milioni in meme coin e ha ottenuto l'accesso diretto a Trump a una cena esclusiva per i maggiori acquirenti. Un'altra società crypto della famiglia, American Bitcoin, è stata quotata in borsa a settembre, dando a Donald Jr. ed Eric circa un miliardo di dollari in valore azionario. Mesi prima, il padre aveva annunciato una riserva nazionale di bitcoin, facendo schizzare il prezzo della criptovaluta a livelli record. Da allora, sia il titolo di American Bitcoin sia il valore delle meme coin sono crollati del 90% dai massimi.

Sul piano interno, i figli del presidente hanno acquisito partecipazioni in aziende che puntano a fare affari con il governo federale guidato dal padre. Il mese scorso hanno ottenuto quote in un produttore di droni armati che cerca contratti con il Pentagono e con Stati del Golfo sotto attacco dall'Iran. Altre aziende in cui uno o entrambi i fratelli detengono partecipazioni, tra cui un produttore di motori per razzi, un fornitore di chip per l'intelligenza artificiale e una società di analisi dati, stanno ricevendo decine di milioni di dollari di denaro pubblico. Una nuova società di investimento in cui i fratelli sono entrati come consulenti ha raccolto 345 milioni attraverso un'offerta pubblica iniziale per acquisire quote in aziende americane allineate con la politica industriale del padre. Dopo che l'Associated Press ha chiesto conto al legale di Trump di un documento che indicava come obiettivo aziende in cerca di sovvenzioni e contratti federali, il documento è stato modificato eliminando quel riferimento.

Donald Jr. ha aperto un club privato nel quartiere di Georgetown a Washington con quote di iscrizione fino a 500mila dollari per i membri fondatori. Il club, situato nel seminterrato di un edificio, non offre resort o piste da sci come lo Yellowstone Club in Montana, che ha tariffe comparabili. Offre qualcos'altro: la vicinanza al potere. Si chiama "Executive Branch", il ramo esecutivo del governo.

La Casa Bianca e la Trump Organization negano qualsiasi problema etico. "Non ci sono conflitti di interesse", ha dichiarato la portavoce Anna Kelly. La Trump Organization ha affermato di essere "pienamente conforme a tutte le leggi applicabili in materia di etica e conflitti di interesse". Trump stesso ha detto al New York Times a gennaio: "Ho scoperto che alla gente non importa, e che mi è consentito", riferendosi all'esenzione che il presidente ha dalla legge federale che vieta ai funzionari pubblici di detenere interessi finanziari in aziende influenzate dalle politiche che contribuiscono a definire.

I sondaggi suggeriscono però un cambio di percezione. Secondo un'indagine del Pew Research Center di gennaio, solo il 42% degli elettori repubblicani si dice fiducioso che Trump agisca in modo etico, in calo rispetto al 55% di un anno prima. Julian Zelizer, storico della presidenza alla Princeton University, ha dichiarato all'Associated Press: "Non credo ci sia più alcun confine tra le decisioni politiche, i calcoli elettorali e gli interessi della famiglia Trump". Timothy Naftali, storico della Columbia University, ha posto la domanda centrale: "Volete che i futuri presidenti siano a disposizione del miglior offerente?".

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La progressista Analilia Mejía vince le elezioni speciali della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti nel New Jersey, regalando ai democratici un'altra vittoria

La democratica Analilia #Mejía ha vinto le elezioni speciali del New Jersey per gli Stati Uniti. Giovedì alla Camera, sconfiggendo il repubblicano Joe Hathaway con il messaggio di opporsi al presidente Donald Trump e difendere le politiche progressiste.

Mejía, 48 anni, ex capo della Working Families Alliance che aveva il sostegno del Vermont, Stati Uniti. Il senatore Bernie Sanders occuperà il seggio precedentemente occupato dal governatore democratico Mikie Sherrill e resterà in carica fino a gennaio.

La sua vittoria è una vittoria per i progressisti e significa che i democratici mantengono il seggio dell’11° distretto alla Camera, dove i repubblicani detengono una maggioranza risicata. Si aggiunge anche a una serie di vittorie per i democratici in vista delle elezioni di medio termine di quest'anno.

L'Associated Press ha indetto la corsa per Mejía pochi minuti dopo la chiusura delle urne.

Mejía ha poi parlato a Montclair davanti a una folla entusiasta di sostenitori che hanno gridato all'unisono con lei che era un nuovo membro del Congresso “non comprato, non bossato e impertinente.”

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@Politica interna, europea e internazionale

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Vance cerca un'ideologia per il trumpismo, ma Trump non la vuole


Secondo Economist, il vicepresidente americano cerca di costruire un'ideologia per il movimento MAGA, ma le sue teorie vengono sistematicamente smentite dalle scelte di Trump, dalla guerra con l'Iran al sostegno a Orban.

Il vicepresidente statunitense J.D. Vance ama le grandi idee, o almeno l'idea di avere grandi idee. A sostenerlo è Economist in un articolo della rubrica Lexington che analizza il ruolo ambiguo del numero due della Casa Bianca. A differenza del presidente Donald Trump, Vance legge libri e ne scrive, e parla come un membro diplomato di quell'élite che entrambi ostentatamente disprezzano. Si allinea con la cosiddetta post-liberal right, una definizione talmente altisonante che risulta difficile immaginarla pronunciata da Trump.

Secondo Economist, Vance svolge la funzione di principale emissario tra la Casa Bianca e la New Right intellettuale, un aggregato di pensatori, imprenditori della Silicon Valley e podcaster con le proprie idee per salvare la civiltà occidentale. Il problema, osserva il settimanale britannico, è che Vance si è ritagliato il ruolo di ideologo capo di un movimento, il MAGA, la cui essenza è proprio non avere un'ideologia. Il MAGA risponde agli istinti, agli impulsi e alla gloria di un solo uomo. Di conseguenza le teorie di governo di Vance continuano a essere smentite dalla pratica di Trump.

Il caso più evidente riguarda la politica estera. Vance, veterano della guerra in Iraq, è stato un sostenitore dell'isolazionismo. Durante l'ultima campagna presidenziale aveva dichiarato che l'America non deve costantemente fare da poliziotto in ogni regione del mondo. Una guerra con l'Iran gli sembrava un'idea particolarmente sbagliata, non nell'interesse americano e destinata a rappresentare una grande distrazione di risorse. Un conflitto tra Israele e Iran era ai suoi occhi lo scenario più probabile e più pericoloso per l'innesco di una terza guerra mondiale.

Ma secondo Economist Trump, con il suo America first, non intendeva smettere di fare da poliziotto del mondo. Intendeva usare la forza ovunque ritenesse giusto, senza riguardo per risorse, alleati o stabilità globale, tanto meno per una grande strategia. Vance si è quindi trovato a giustificare la guerra in Medio Oriente sostenendo che questa volta ha senso perché l'America ha un presidente intelligente, mentre in passato ha avuto presidenti stupidi. Una formula, osserva il settimanale, infantile ma utile, perché lusinga Trump e allo stesso tempo gli scarica la responsabilità. Una fonte anonima ha fatto sapere al New York Times che tra tutti i consiglieri di Trump, Vance era l'unica netta eccezione contraria alla guerra. Il vicepresidente si è poi proposto come capo negoziatore, la migliore tra le opzioni cattive: se fallisce può dare la colpa all'Iran, e al tempo stesso evita che il segretario di Stato Marco Rubio, recentemente indicato da Trump come possibile successore, possa riuscirci al posto suo.

Ancora più controversa, secondo Economist, è stata la trasferta di Vance in Ungheria a sostegno del primo ministro Viktor Orban. Il 7 aprile a Budapest, accanto a Orban, Vance ha dichiarato che Ungheria e America rappresentavano nientemeno che la difesa della civiltà occidentale, fondata su una certa civiltà cristiana e su valori cristiani che animano tutto, dalla libertà di parola allo stato di diritto, dal rispetto dei diritti delle minoranze alla protezione dei più vulnerabili.

Economist individua qui un passaggio chiave della New Right: un gioco di prestigio con cui Vance attribuisce al cristianesimo le conquiste del liberalismo, saltando i decenni in cui i cristiani si uccisero tra loro per divergenze dottrinali prima che i pensatori dell'Illuminismo relegassero la religione alla sfera privata, liberando il discorso politico e l'indagine scientifica dal dogma religioso. Questo espediente, sottolinea il settimanale, consente a chi è al potere di ridefinire le protezioni liberali a proprio uso e consumo, per esempio espellendo manifestanti per il tipo sbagliato di discorso o dichiarando che alcune minoranze, come i musulmani, non appartengono alla società americana, come ha fatto di recente un deputato repubblicano.

La teoria di Vance ha però un difetto: non corrisponde alla realtà del governo della destra populista. L'idea di stato di diritto di Orban, ricorda Economist, è stata indirizzare denaro pubblico a oligarchi favoriti, riempire i tribunali di giudici compiacenti e riscrivere le leggi elettorali a proprio vantaggio. La sua idea di libertà di parola è stata mettere alleati a capo dei mezzi di informazione. Un modello, avverte il settimanale, che dovrebbe suonare familiare agli americani, e la stagnazione ungherese dovrebbe servire da monito.

Il 12 aprile, mentre Vance tornava a casa dopo una deviazione a Islamabad per trattative infruttuose con l'Iran, Trump ha rivelato che i suoi valori cristiani non erano tali da impedirgli di pubblicare un'immagine di sé stesso nei panni di Cristo, né di attaccare il papa. Lo stesso giorno, gli ungheresi hanno mostrato quanto credito dessero alle parole di Vance sulla civiltà votando in massa per l'uscita di scena di Orban.

Secondo Economist, Vance è così evidentemente intelligente eppure capace di dire tali assurdità che viene da chiedersi se rispetti l'intelligenza di chi lo ascolta. A Budapest, mentre elogiava Orban come leader profondo e modello per il continente, ha affermato di non voler dire agli ungheresi come votare e ha attaccato i burocrati di Bruxelles per la loro sfrontatezza nell'interferire nelle elezioni. D'altra parte, conclude il settimanale, Vance, ex blogger, ha sostenuto così tante teorie provocatorie, come quella secondo cui le childless cat ladies stavano impoverendo l'America, che è difficile capire quanto sia davvero legato a ciascuna di esse. Si è già rimangiato le sue posizioni su alcune delle più importanti, inclusa quella sull'opportunità che Trump diventasse presidente.

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Cuba tenta un canale segreto con Trump attraverso un imprenditore


Il nipote di Raúl Castro ha affidato una lettera a un uomo d'affari dell'Avana per consegnarla alla Casa Bianca aggirando Marco Rubio, ma un agente doganale ha bloccato il corriere all'aeroporto di Miami.

Il governo cubano ha tentato di far recapitare una lettera riservata direttamente al presidente Donald Trump, scavalcando i canali diplomatici ufficiali e, soprattutto, il segretario di Stato Marco Rubio. A rivelarlo è il Wall Street Journal che cita un funzionario statunitense in carica e un ex funzionario.

Secondo la ricostruzione del quotidiano, il mittente della missiva è Raúl Rodríguez Castro, 41 anni, nipote e principale collaboratore dell'ex presidente Raúl Castro, ancora considerato la figura politica più influente dell'isola a 94 anni. Il giovane Rodríguez Castro, noto con il soprannome di Crab perché nato con sei dita in una mano, è da anni la guardia del corpo del nonno e compare al suo fianco nelle rare apparizioni pubbliche. Negli ultimi tempi si è ritagliato un ruolo di intermediario nei contatti tra L'Avana e Washington.

La lettera era redatta in forma simile a una nota diplomatica e recava un sigillo ufficiale cubano. Il messaggio, secondo la fonte citata dal Wall Street Journal, proponeva accordi economici e di investimento, chiedeva un alleggerimento delle sanzioni e avvertiva che il regime cubano si stava preparando a una possibile incursione militare statunitense.

Per consegnare il documento, Rodríguez Castro ha scelto un amico e socio in affari, Roberto Carlos Chamizo González, 37 anni, imprenditore cubano attivo nel noleggio di auto di lusso e nel turismo di alta fascia. Secondo il profilo LinkedIn, la pagina Facebook e il sito aziendale dell'imprenditore, Chamizo gestisce anche un resort a meno di venti miglia dall'Avana, dove una notte nella villa più esclusiva costa 580 dollari. L'uomo è stato fermato da un agente della Customs and Border Protection all'aeroporto di Miami, che gli ha sequestrato la lettera e lo ha rispedito all'Avana. Le ragioni del blocco non sono state chiarite. La Casa Bianca non ha risposto alle domande sull'eventuale ricezione della missiva, limitandosi a rimandare alle recenti dichiarazioni del presidente su Cuba. Il Dipartimento di Stato ha a sua volta rinviato ogni domanda alla Casa Bianca.

L'esistenza della lettera è stata rivelata per prima da Radio y TV Martí, l'emittente in lingua spagnola finanziata dal governo statunitense che trasmette notizie verso Cuba, ed è stata poi confermata in modo indipendente dal Wall Street Journal, che però non ha potuto verificarne il contenuto esatto.

Secondo gli analisti citati dal quotidiano, l'obiettivo del tentativo era aggirare Rubio, figlio di immigrati cubani e da sempre favorevole a una linea dura verso il governo comunista dell'Avana. Peter Kornbluh, coautore del libro Back Channel to Cuba: The Hidden History of Negotiations Between Washington and Havana, ha dichiarato al Wall Street Journal che i cubani sembrano voler aggirare Rubio per rivolgersi direttamente al presidente, segno che non si fidano più del segretario di Stato come interlocutore imparziale e vogliono tentare di risolvere la crisi in rapida escalation.

Di parere opposto Ricardo Herrero, direttore esecutivo del Cuba Study Group, un centro di analisi e advocacy con sede a Washington. Herrero ha definito al quotidiano la mossa una scelta sconsiderata e destinata a fallire, aggravata dal fatto di aver scelto un emissario sconosciuto e privo di qualsiasi rapporto personale con il presidente.

Il contesto è quello di una crisi economica e umanitaria senza precedenti. Cuba è sull'orlo del collasso dopo decenni di cattiva gestione e sanzioni statunitensi. Trump ha minacciato di prendere il controllo dell'isola e ha imposto un blocco petrolifero quasi totale, fermando gran parte dell'attività economica. La situazione è peggiorata con la perdita dell'alleato venezuelano: l'esercito statunitense ha deposto Nicolás Maduro lo scorso gennaio. All'inizio di aprile Trump ha detto che Cuba sarà la prossima, definendola un Paese al collasso e promettendo l'intervento americano.

Nelle ultime settimane, riferisce il Wall Street Journal, funzionari americani hanno avviato colloqui con esponenti cubani, inclusi membri della cerchia ristretta di Raúl Castro. Il presidente in carica Miguel Díaz-Canel ha però escluso qualsiasi trattativa sul sistema politico dell'isola.

Secondo gli analisti, Trump potrebbe essere disposto a un accordo economico che lasci sostanzialmente in piedi il regime, come accaduto in Venezuela, scenario che però sarebbe inaccettabile per molti cubano-americani. In quel caso, il presidente rischierebbe la resistenza dei parlamentari e degli elettori della comunità che lo hanno sostenuto. Il deputato repubblicano della Florida Mario Díaz Balart ha affermato al Wall Street Journal che il regime cubano deve sparire.

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Trump sceglie Erica Schwartz per guidare l'agenzia sanitaria americana


La nomina della ex vice chirurga generale arriva dopo il licenziamento di Susan Monarez e punta a pacificare l'agenzia sanitaria travolta dagli scontri sui vaccini con Robert Kennedy Jr.

Il presidente Donald Trump ha annunciato giovedì la nomina di Erica Schwartz alla guida dei Centers for Disease Control and Prevention, i CDC, mettendo fine a mesi di ricerche per trovare un leader stabile all'agenzia sanitaria federale. L'annuncio è stato dato sul social Truth Social e la scelta dovrà essere confermata dal Senato.

I CDC sono la principale agenzia di sanità pubblica degli Stati Uniti, con sede ad Atlanta, e dipendono dal Department of Health and Human Services. Si occupano di prevenzione e controllo delle malattie, sorveglianza epidemiologica, gestione delle emergenze sanitarie e definizione delle raccomandazioni vaccinali a livello nazionale. Durante la pandemia di Covid-19 hanno avuto un ruolo centrale nella risposta sanitaria americana.

Schwartz è un contrammiraglio in pensione e medico specializzato in medicina preventiva. Durante il primo mandato di Trump ha ricoperto il ruolo di vice chirurga generale, incarico non politico, ed è stata tra i protagonisti della risposta americana alla pandemia di Covid-19. In precedenza ha trascorso oltre vent'anni in uniforme, arrivando a ricoprire la carica di capo medico della Guardia Costiera degli Stati Uniti. Ha una laurea in medicina alla Brown University, una laurea in legge all'Università del Maryland e un master in sanità pubblica alla Uniformed Services University.

I CDC sono senza un direttore confermato dal Senato per quasi tutto il secondo mandato di Trump. L'ultima direttrice, Susan Monarez, era rimasta in carica meno di un mese la scorsa estate prima di essere licenziata. In un'audizione al Congresso a settembre, Monarez aveva dichiarato di essere stata rimossa per aver rifiutato le richieste del segretario alla Salute Robert Kennedy Jr. di approvare raccomandazioni sui vaccini che a suo giudizio non avevano basi scientifiche. Da febbraio l'agenzia è guidata ad interim da Jay Bhattacharya, direttore dei National Institutes of Health, il cui incarico temporaneo è formalmente scaduto il mese scorso in base al Vacancies Act, la legge federale che limita a 210 giorni la permanenza di un funzionario ad interim al posto di un dirigente confermato dal Senato.

Insieme a Schwartz, Trump ha annunciato altre tre nomine ai vertici dell'agenzia. Sean Slovenski, ex dirigente di Walmart, assumerà il ruolo di vicedirettore e direttore operativo. Jennifer Shuford, attuale commissaria del Texas Department of State Health Services, sarà vicedirettrice e responsabile medico. Shuford ha guidato la risposta del Texas a una vasta epidemia di morbillo lo scorso anno, attribuendo alla vaccinazione e ai test il merito della fine dell'emergenza. Sara Brenner, attuale vice commissaria della Food and Drug Administration, diventerà consigliera senior per la sanità pubblica del segretario alla Salute.

Nel post su Truth Social, Trump ha definito la squadra capace di ripristinare quello che ha chiamato il "gold standard della scienza" ai CDC. Kennedy ha espresso sostegno alla nuova squadra durante un'audizione davanti a una sottocommissione della Camera. "Questa nuova squadra sarà davvero in grado di rivoluzionare i CDC e rimetterli in carreggiata", ha detto Kennedy ai deputati.

Secondo persone a conoscenza della vicenda citate dal Wall Street Journal, la Casa Bianca cercava un candidato che minimizzasse le controversie. Sempre secondo il Wall Street Journal, l'amministrazione avrebbe chiesto a Kennedy di non parlare pubblicamente di vaccini in vista delle elezioni di metà mandato, perché i suoi cambiamenti di politica non sono stati popolari nei sondaggi. Tra gli altri candidati valutati, come riporta lo stesso quotidiano, ci sono stati Ernie Fletcher, ex governatore del Kentucky e medico di famiglia, Joseph Marine, cardiologo alla Johns Hopkins critico della gestione della pandemia da parte dei CDC, e Daniel Edney, responsabile della sanità del Mississippi e sostenitore dei vaccini.

La nomina arriva in una fase di forte turbolenza per l'agenzia di Atlanta, alle prese con un crollo del morale, un elevato ricambio di personale e cambiamenti controversi alla politica vaccinale. Lo scorso agosto la sede dei CDC è stata bersaglio dell'attacco di un uomo armato. Il mese scorso un giudice ha bloccato il tentativo di un pannello consultivo sui vaccini di ridurre da 17 a 11 il numero di vaccinazioni pediatriche raccomandate. Secondo un sondaggio di febbraio del centro di ricerca sulle politiche sanitarie KFF, la fiducia nelle agenzie sanitarie federali è calata durante la gestione Kennedy, con un arretramento trasversale agli schieramenti politici.

La scelta di Schwartz divide il mondo vicino a Kennedy. Aaron Siri, avvocato e alleato del segretario, ha scritto su X che la nomina sarebbe "probabilmente un disastro", contestando la sua precedente promozione di quasi una dozzina di vaccini. David Mansdoerfer, consulente ed ex funzionario sanitario dell'amministrazione Trump, ha invece elogiato Schwartz su X, descrivendola come "un ponte perfetto" tra il movimento Make America Healthy Again e la comunità della sanità pubblica.

Tra gli esperti del settore le reazioni sono positive. Georges Benjamin, a capo dell'American Public Health Association, ha dichiarato alla NPR che l'amministrazione ha individuato una persona altamente qualificata, con un curriculum di competenza dimostrata come medico e come dirigente. Brett Giroir, ex vice segretario alla Salute e supervisore di Schwartz durante il primo mandato Trump nella definizione della strategia nazionale sui test Covid, ha detto sempre alla NPR che la formazione accademica e l'intelletto di Schwartz sono di altissimo livello e che si tratta di una persona di grande integrità. Paul Zukunft, ex comandante della Guardia Costiera che la scelse come capo medico del corpo nel 2015, ha elogiato alla NPR la sua preparazione scientifica e giuridica e la sua capacità di dire la verità al potere senza reticenza.

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Trump torna ad attaccare l’Italia: “Non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro”


@Politica interna, europea e internazionale
Donald Trump torna ad attaccare l’Italia. Il presidente statunitense, infatti, ha scritto sul social Truth: “L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro”. Il capo della Casa Bianca, poi, ha allegato un articolo del Guardian del 31 marzo scorso dal titolo: “L’Italia nega l’uso

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Trump minaccia di nuovo l'Italia: “Non vi difenderemo” se non cambierà la posizione sull'Iran


Il presidente americano attacca di nuovo la presidente del Consiglio italiana per il no all'invio di forze nello Stretto di Hormuz, la difesa di Papa Leone e cita l'episodio di Sigonella. Roma replica e intanto congela l'accordo di cooperazione militare con Tel Aviv.
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Donald Trump ha minacciato ieri di non difendere l'Italia, acuendo quella che rappresenta già ora la crisi più grave tra Washington e Roma da quando Giorgia Meloni è a Palazzo Chigi. “L'Italia non c'è stata per noi, noi non ci saremo per loro”, ha scritto il presidente americano su Truth Social, citando un articolo del Guardian sul no all'uso della base di Sigonella per gli aerei Usa, dopo giorni di precedenti attacchi alla presidente del Consiglio sulla guerra in Iran e sulle critiche a Papa Leone XIV.

Lo scontro è esploso martedì, con un'intervista di Trump al Corriere della Sera. Il presidente si era detto "scioccato" dal rifiuto di Meloni di inviare forze italiane a sostegno dell'operazione per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, nel conflitto che Washington stava conducendo assieme ad Israele contro l'Iran. "Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo", ha dichiarato. Poi successivamente ha alzato ulteriormente i toni, definendo "inaccettabile" la posizione della presidente del Consiglio e accusandola di non preoccuparsi del fatto che "l'Iran possa ottenere un'arma nucleare e far saltare in aria l'Italia in due minuti".

L'attacco è arrivato dopo che Meloni aveva a sua volta definito "inaccettabili" le parole di Trump contro Papa Leone XIV, che aveva condannato sia la guerra in Iran sia la situazione a Gaza. In risposta a questi attacchi il Ministro degli Esteri Antonio Tajani e il Ministro della Difesa Guido Crosetto avevano pubblicato messaggi quasi identici sui social, rivendicando l'interesse nazionale e la dignità dell'Italia come alleato. "Siamo e restiamo sostenitori convinti dell'unità occidentale e alleati fermi degli Stati Uniti, ma questa unità si costruisce sulla lealtà, il rispetto e l'onestà reciproci", ha scritto Tajani.

La sospensione del rinnovo dell'accordo con Israele


Nel pieno dello scontro con Washington, Meloni ha annunciato, a margine di una manifestazione a Verona la sospensione del rinnovo automatico dell'accordo di cooperazione militare con Israele. L'intesa, firmata nel 2003 dal governo Berlusconi e ratificata dal Parlamento italiano nel 2005, si rinnova ogni 5 anni e riguarda la collaborazione tra industrie della difesa, l'addestramento militare, la ricerca, lo sviluppo e la tecnologia informatica. Una fonte diplomatica italiana ha confermato la sospensione all'AFP: "Sarebbe stato politicamente difficile mantenerla in vita" in questo momento.

La decisione arriva dopo un rapido deterioramento dei rapporti tra Roma e Tel Aviv. L'8 aprile il governo italiano aveva convocato l'ambasciatore israeliano, accusando Israele di aver sparato colpi di avvertimento contro un convoglio di caschi blu italiani in Libano e di aver danneggiato almeno un veicolo. Israele aveva risposto convocando l'ambasciatore italiano dopo che Tajani, in visita a Beirut, aveva condannato gli "attacchi inaccettabili" contro i civili libanesi.

La fine della strategia del ponte


Fino a poche settimane fa Meloni era considerata l'alleata europea più vicina a Trump. Era stata l'unica leader europea a partecipare al suo insediamento nel gennaio 2025 ed aveva costruito la propria politica estera proprio sul ruolo di ponte tra Washington e Bruxelles. Il suo libro autobiografico Io sono Giorgia, ripubblicato in inglese nel 2025, porta una prefazione firmata dallo stesso Trump.

La rottura di questi giorni segna la fine di questa strategia. La vicinanza a Trump, presentata per mesi come una risorsa diplomatica, si è trasformata in un fattore di esposizione politica per la premier, sia in Europa sia in Italia, dove l'immagine del presidente americano è diventata fortemente impopolare visto che l'Italia dipende in larga parte dalle importazioni di gas dai paesi del Golfo e rischia di pagare un prezzo elevato in caso di chiusura dello Stretto di Hormuz. Sul piano economico, il prolungarsi della crisi in Medio Oriente potrebbe avere conseguenze pesanti su energia, crescita e inflazione.

Il costo politico, però, non è meno rilevante. La rottura con Trump indebolisce ulteriormente Giorgia Meloni, la cui posizione era già stata messa in discussione dalla recente sconfitta al referendum sulla giustizia. Anche per questo, in vista delle elezioni politiche del 2027, la presidente del Consiglio sarà ora costretta a ricalibrare la propria collocazione internazionale, senza aver ottenuto i dividendi politici che l’alleanza con la Casa Bianca sembrava promettere.


Trump attacca Meloni: "Sono scioccato, non vuole aiutarci"


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha attaccato la premier Giorgia Meloni in un'intervista telefonica esclusiva rilasciata al Corriere della Sera, accusandola di non voler collaborare con Washington nella crisi legata al programma nucleare iraniano. "Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo", ha dichiarato Trump alla corrispondente da New York Viviana Mazza, in una conversazione durata sei minuti e pubblicata il 14 aprile.

Trump ha aperto la telefonata rivolgendo lui stesso una domanda al Corriere, senza attendere quelle dei giornalisti: "Vi piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?". Il presidente americano ha poi chiarito il motivo della sua irritazione: Meloni avrebbe comunicato che l'Italia non intende essere coinvolta nella questione iraniana, nonostante dipenda dal petrolio che transita dallo stretto di Hormuz. "Pensa che l'America dovrebbe fare il lavoro per lei", ha aggiunto Trump.

Trump ha rivelato al Corriere di non parlare con Meloni "da molto tempo" e ha spiegato il motivo del silenzio: "Perché non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell'arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo". Alla domanda sul fatto che Meloni abbia definito "inaccettabili" le sue parole sul Papa, Trump ha replicato: "È lei che è inaccettabile, perché non le importa se l'Iran ha un'arma nucleare e farebbe saltare in aria l'Italia in due minuti se ne avesse la possibilità". Il presidente americano ha anche rilanciato le critiche alla Nato: quando il Corriere gli ha chiesto se avesse domandato all'Italia l'invio di dragamine, Trump ha risposto di aver chiesto "di inviare tutto quello che vogliono, ma non vogliono perché la Nato è una tigre di carta".

L'intervista contiene anche un nuovo attacco a papa Leone XIV. Trump ha respinto l'appello del pontefice per la pace sostenendo che il Papa "non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo". Ha poi aggiunto: "Non capisce che in Iran hanno ucciso 42mila manifestanti lo scorso mese".

Trump ha infine allargato il discorso all'Europa intera, tornando sul tema dell'immigrazione. "L'immigrazione sta uccidendo l'Italia e tutta l'Europa", ha dichiarato, aggiungendo che il continente sta "distruggendo se stesso dall'interno" con le politiche migratorie e quelle energetiche. Commentando la sconfitta elettorale del primo ministro ungherese Viktor Orbán, Trump lo ha definito "un brav'uomo" che "ha fatto un buon lavoro sull'immigrazione" e che "non ha lasciato che la gente venisse a rovinare il suo paese come ha fatto l'Italia".

Le dichiarazioni di Trump arrivano in una giornata in cui Meloni, intervenendo al Vinitaly di Verona, aveva già preso diverse posizioni di rilievo. La premier aveva annunciato la sospensione dell'accordo di difesa con Israele, un memorandum del 2005 che regola la cooperazione militare tra i due paesi e si rinnova automaticamente ogni cinque anni. "In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell'accordo di difesa con Israele", ha detto Meloni. La sospensione è stata formalizzata con una lettera del ministro della difesa Guido Crosetto al suo omologo israeliano Israel Katz. Il governo israeliano ha minimizzato, sostenendo che il memorandum "non ha mai avuto un contenuto concreto".

Dal Vinitaly Meloni aveva anche risposto alle critiche di chi la accusa di subalternità verso Washington, proprio a proposito delle sue parole contro gli attacchi di Trump a papa Leone XIV: "Penso di essere stata molto chiara. Non so quanti altri leader le abbiano espresse. Ecco, questo per quelli che dicono che ci sarebbe una sudditanza".

La premier ha poi chiesto la sospensione del patto di stabilità europeo, avvertendo che sarebbe "un enorme errore di valutazione" sottovalutare l'impatto della crisi. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si era però detta contraria, invitando gli Stati a non peggiorare i livelli di deficit. La situazione dei conti pubblici italiani è complicata: l'Italia è in procedura di infrazione e si è impegnata a rientrare sotto il 3% di deficit, un obiettivo che secondo i dati Istat rischia di essere mancato per un solo punto decimale. Una sospensione del patto consentirebbe ai governi di fare ulteriore debito per finanziare sussidi e aiuti all'economia, ma indebolirebbe l'impalcatura delle politiche di bilancio europee.

Meloni si è mostrata scettica anche sulla possibilità di tornare al gas russo come soluzione alla crisi energetica, sostenendo che "la pressione sulla Russia è l'arma più efficace per costruire pace". Una posizione diversa da quella del presidente dell'Eni Claudio Descalzi, favorevole a riaprire le forniture da Mosca, e del vicepremier Matteo Salvini, anch'egli presente al Vinitaly e schierato per la riapertura dei rubinetti russi.


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La progressista Analilia Mejia vince le elezioni suppletive nel New Jersey


La candidata sostenuta da Sanders e Ocasio-Cortez batte il repubblicano Joe Hathaway con circa venti punti di vantaggio nell'undicesimo distretto, riducendo la maggioranza repubblicana alla Camera a 218-214.

La democratica Analilia Mejia ha vinto le elezioni speciali per l'undicesimo distretto congressuale del New Jersey, conservando ai democratici il seggio alla Camera dei rappresentanti lasciato vacante dall'attuale governatrice Mikie Sherrill. Il risultato, proiettato dall'Associated Press subito dopo la chiusura delle urne, rappresenta una vittoria di peso per l'ala progressista del partito democratico e si inserisce nella serie di successi che i democratici stanno collezionando nelle elezioni speciali da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.

Con oltre il 90 per cento delle schede scrutinate, Mejia è davanti al repubblicano Joe Hathaway di circa venti punti percentuali. Il margine è del 60 a 40 per cento, pari a 77.620 voti contro 52.122. Il risultato supera di circa undici punti la vittoria di nove punti ottenuta nel distretto da Kamala Harris alle presidenziali del 2024, un dato coerente con le performance democratiche registrate in altre elezioni speciali nel Paese, comprese tra i tredici e i venticinque punti di sovraperformance.

Elezione suppletiva
New Jersey, 11° distretto congressuale
Elezione suppletiva per la Camera dei Rappresentanti — seggio lasciato da Mikie Sherrill

CandidatoVoti%

Analilia Mejia
Democratico

77.620
59,6%

Joe Hathaway
Repubblicano

52.122
40,0%

Alan B. Bond
Indipendente

596
0,5%

130.338voti
94% scrutinato

Confronto con i risultati precedenti nel distretto

Margine attuale
D+20

Camera 2024
D+15
Dem +5

Presidenziali 2024
D+8
Dem +12

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press · Ultimo aggiornamento: 10:45 PM ET

L'ingresso di Mejia alla Camera porterà la maggioranza repubblicana a un risicato 218 a 214. La neoeletta completerà il mandato di Sherrill, rimasto vacante dalle dimissioni di quest'ultima a novembre, e resterà in carica fino a gennaio. Secondo il New Jersey Globe, il giuramento potrebbe arrivare già lunedì 20 aprile, offrendo al leader della minoranza democratica alla Camera Hakeem Jeffries un voto aggiuntivo contro la stretta maggioranza repubblicana.

Mejia, 48 anni, non aveva mai ricoperto cariche elettive prima di questa corsa. Ha iniziato come sindacalista, è stata direttrice esecutiva del New Jersey Working Families Party, poi direttrice politica nazionale della campagna presidenziale di Bernie Sanders nel 2020 e vicedirettrice del Women's Bureau del Dipartimento del Lavoro durante l'amministrazione Biden. Nella sua corsa ha ricevuto l'appoggio di Sanders, della deputata Alexandria Ocasio-Cortez e della senatrice Elizabeth Warren.

La candidata ha costruito la sua campagna su una piattaforma decisamente progressista, che include l'abolizione dell'agenzia federale per l'immigrazione e le dogane Immigration and Customs Enforcement, l'aumento del salario minimo, il sistema sanitario universale Medicare for All, la copertura universale per l'assistenza all'infanzia e l'aumento delle tasse sui più ricchi. Ha criticato duramente Trump, contestando le grazie concesse ai condannati per i fatti del 6 gennaio e il congelamento di fondi autorizzati dal Congresso. Sulla politica estera si è mostrata critica verso il governo israeliano, sostenendo che Israele ha commesso un genocidio nella Striscia di Gaza, e ha dichiarato di stare al fianco delle comunità palestinesi nella loro ricerca di pace e dignità.

La vittoria alle primarie di febbraio è stata tutt'altro che scontata. Mejia era considerata un'outsider contro avversari più noti e meglio finanziati, tra cui l'ex deputato Tom Malinowski, l'ex vicegovernatrice Tahesha Way e il commissario della contea di Essex Brendan Gill. Un primo sondaggio commissionato da una campagna rivale le attribuiva appena il 20 per cento di notorietà tra gli elettori democratici. A pesare sull'esito è stato l'intervento dell'American Israel Public Affairs Committee, il cui super PAC affiliato, lo United Democracy Project, ha speso oltre due milioni di dollari per attaccare Malinowski, considerato inaccettabile dopo aver messo in discussione gli aiuti incondizionati al governo israeliano. L'operazione si è ritorta contro i suoi promotori: Mejia, apertamente critica verso Israele, ha prevalso con il 29 per cento contro il 28 di Malinowski, mentre Way ha ottenuto il 17 per cento e Gill il 14.

Hathaway, 38 anni, consigliere comunale ed ex sindaco di Randolph nella contea di Morris, è stato l'unico repubblicano a candidarsi seriamente. Ex giocatore di football all'Università di Yale, ha lavorato nel settore sanitario, finanziario e come collaboratore dell'ex governatore repubblicano Chris Christie. Si è presentato come repubblicano moderato, disposto a distanziarsi da Trump su dossier come il Gateway Tunnel, senza ottenere un endorsement dal presidente. Nella sua campagna ha cercato di legare Mejia al sindaco di New York Zohran Mamdani, socialista democratico eletto lo scorso autunno, rivolgendosi in particolare agli elettori ebrei moderati e sostenendo che le posizioni della sua avversaria su Israele erano pericolose per la comunità ebraica.

Mejia ha raccolto poco più di un milione di dollari entro la fine di marzo, secondo i dati sulle finanze elettorali citati da NBC News, più della metà dei quali provenienti da piccoli contributi sotto i 200 dollari. Hathaway ha raccolto 500 mila dollari nello stesso periodo. La spesa esterna è stata contenuta, con un super PAC pro-Hathaway che ha investito circa 200 mila dollari e il super PAC American Centerpoint che ha diffuso nei giorni finali un annuncio digitale per legare Mejia a Mamdani.

Nel suo discorso della vittoria a Montclair, Mejia ha dichiarato: "Non sono venuta per giocare, amici miei. Sono venuta a combattere per ciò che è giusto. Non si tratta di sinistra o destra. Si tratta di giusto o sbagliato". Hathaway ha riconosciuto la sconfitta in una dichiarazione, affermando che lavorerà per ritenerla "responsabile dei voti che esprimerà e delle politiche che sosterrà" e aggiungendo di credere ancora che l'elettorato del distretto cerchi "una leadership equilibrata e pragmatica".

L'undicesimo distretto copre parti delle contee di Essex, Morris e Passaic, nei ricchi sobborghi del nord del New Jersey, ed è stato a lungo una roccaforte repubblicana prima di spostarsi sul fronte democratico a partire dal primo mandato di Trump. Sherrill lo aveva conquistato alle elezioni di medio termine del 2018 e lo aveva riconfermato nel 2024 con un margine di circa quindici punti. Con l'elezione di Mejia, per la prima volta la maggioranza dei seggi del New Jersey alla Camera e al Senato federale sarà occupata da persone non bianche, come sottolinea il New Jersey Globe, ed è anche la prima volta che una deputata dello Stato viene sostituita da un'altra deputata. Mejia e Hathaway potrebbero incontrarsi di nuovo a novembre per il mandato pieno di due anni, dopo le primarie di giugno.

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La rassegna stampa di venerdì 17 aprile 2026


L'Amministrazione Trump affronta crescenti pressioni sul conflitto con l'Iran mentre annuncia un cessate il fuoco di 10 giorni tra Israele e Libano. Progressista Mejia vince in New Jersey, il direttore dell'ICE si dimette

Questa è la rassegna stampa di venerdì 17 aprile 2026

Cessate il fuoco di 10 giorni tra Israele e Libano


Il presidente Trump ha annunciato un cessate il fuoco di 10 giorni tra Israele e Libano, seguito da un incontro tra i leader israeliani e libanesi la prossima settimana. L'accordo mira a fare progressi verso un accordo di pace parallelo tra Stati Uniti e Iran, mentre il cessate il fuoco è entrato in vigore a mezzanotte in Libano.

Fonti: Financial Times, The Guardian, Semafor

Il direttore dell'ICE Todd Lyons si dimette


Il direttore ad interim dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) Todd Lyons lascerà l'agenzia alla fine di maggio per trasferirsi al settore privato. Lyons ha guidato l'agenzia da marzo 2025 durante un anno tumultuoso nell'attuazione dell'agenda immigratoria di Trump, supervisionando centinaia di migliaia di espulsioni.

Fonti: The Hill, The Guardian, New York Times

La progressista Analilia Mejia vince l'elezione speciale del New Jersey


La democratica Analilia Mejia ha vinto l'elezione speciale per la Camera dei Rappresentanti nel New Jersey, sconfiggendo il repubblicano Joe Hathaway. Mejia, ex responsabile della campagna presidenziale di Bernie Sanders, riempirà il seggio precedentemente occupato dall'attuale governatrice democratica Mikie Sherrill.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

Trump difende le politiche economiche nonostante l'inflazione legata al conflitto con l'Iran


Il presidente Trump ha difeso le sue politiche economiche durante un evento a Las Vegas, contestando i dati del Dipartimento del Lavoro che mostrano un aumento dell'inflazione dello 0,9% il mese scorso. L'aumento dei prezzi dell'energia deriva dal conflitto degli Stati Uniti con l'Iran, rappresentando il picco più alto dei prezzi al consumo in quasi quattro anni.

Fonti: The Hill, Bloomberg

L'Amministrazione Trump spinge i produttori petroliferi ad aumentare la produzione


I segretari dell'energia e degli interni hanno tenuto una chiamata con i dirigenti delle compagnie petrolifere per incoraggiare una maggiore produzione di petrolio. Questa spinta arriva mentre l'Amministrazione cerca di affrontare l'aumento dei prezzi energetici causato dal conflitto con l'Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Fonti: Financial Times, Bloomberg, Semafor

Il cantante D4vd arrestato per l'omicidio di una teenager


Il cantante R&B D4vd (David Anthony Burke) è stato arrestato a Los Angeles in relazione alla morte di Celeste Rivas Hernandez, 14 anni, i cui resti decomposti sono stati trovati nella sua Tesla. Il musicista 21enne è trattenuto senza cauzione mentre è sotto indagine da parte di una grande giuria della contea di LA.

Fonti: The Guardian, New York Times, Fox News

Un giudice blocca la costruzione della sala da ballo di Trump


Una decisione di un giudice federale ha nuovamente bloccato la costruzione fuori terra di una sala da ballo da 400 milioni di dollari alla Casa Bianca, scatenando una serie di post arrabbiati sui social media da parte del presidente Trump. La decisione ha oscurato gli sforzi della Casa Bianca di concentrarsi sui successi come la sua legge fiscale.

Fonti: Wall Street Journal, ABC News

Trump critica il sindaco di New York per la tassa sulle seconde case


Il presidente Trump ha affermato che il sindaco di New York Zohran Mamdani sta "distruggendo" la città con la sua proposta di tassa sulle seconde case, rappresentando forse la sua critica più diretta al leader della Grande Mela da quando si sono incontrati amichevolmente alla Casa Bianca mesi fa. La proposta mira a tassare i ricchi per finanziare l'edilizia popolare.

Fonti: The Hill, Bloomberg, Financial Times

RFK Jr. modifica il tono sui vaccini durante l'audizione al Congresso


Robert F. Kennedy Jr., che ha cercato di annullare la politica vaccinale di lunga data, ha testimoniato che il vaccino contro il morbillo è sicuro ed efficace "per la maggior parte delle persone" e ha concordato che fosse più sicuro del contrarre il morbillo. Il segretario alla Sanità ha affrontato due audizioni consecutive difendendo il suo record alla guida dell'agenzia sanitaria nazionale.

Fonti: New York Times, The Hill

Reed Hastings lascia la presidenza del consiglio di Netflix


Il co-fondatore del gigante dello streaming lascerà il consiglio di amministrazione a giugno, ha annunciato la società. Le azioni sono scese di oltre il 9% dopo che Netflix ha pubblicato previsioni di profitto deboli e il presidente ha annunciato i piani per lasciare l'incarico. Hastings ha fondato l'azienda nel 1997 quando noleggiava DVD ai clienti e li consegnava per posta.

Fonti: New York Times, Financial Times, BBC News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Robert Kennedy Jr. tagliò i genitali a un procione morto in autostrada per studiarli


Un volume in uscita firmato da Isabel Vincent ricostruisce episodi insoliti del segretario alla Salute, tra diari privati e ricordi familiari riportati dalla stampa americana.

Un nuovo libro su Robert Francis Kennedy Jr., attuale segretario del Department of Health and Human Services, riporta un episodio in cui l'attuale responsabile della sanità statunitense si fermò a bordo della strada per asportare gli organi genitali di un procione investito, con l'intenzione di studiarli in seguito. La ricostruzione è contenuta nel volume RFK Jr.: The Fall and Rise, firmato da Isabel Vincent, giornalista del New York Post, che ha consultato una serie di fonti tra cui i diari privati scritti da Kennedy quando viveva a New York, tra il 1999 e il 2001.

Secondo quanto riportato dal New York Post, in uno dei passaggi dei diari Kennedy descrive sé stesso mentre, fermo sull'autostrada I-684 davanti alla propria auto, taglia il pene di un procione morto sull'asfalto. Nello stesso brano, il settantaduenne responsabile della sanità rifletteva sui rapporti difficili con il fratello Douglas Kennedy e il cugino Bobby Shriver, mentre i figli attendevano in macchina. A People, Kennedy avrebbe poi spiegato di aver raccolto i genitali dell'animale per poterli studiare in un secondo momento.

L'episodio si aggiunge a una lunga serie di aneddoti sul rapporto del segretario con carcasse e parti di animali. In un'intervista rilasciata nel 2012 a Town & Country, la figlia Kick Kennedy raccontò che durante una vacanza di famiglia a Hyannis Port, nel Massachusetts, il padre, saputo che una carcassa di balena era stata trascinata sulla spiaggia di Squaw Island, si recò sul posto e decapitò l'animale con una motosega. Legò poi la testa sul tetto del minivan familiare con una corda elastica, con l'idea di portarla a casa per studiarla. Nel suo racconto alla rivista, la figlia descrisse il viaggio di ritorno come un'esperienza sgradevole, con i liquidi della balena che filtravano nei finestrini a ogni accelerazione, costringendo i passeggeri a coprirsi il volto con sacchetti di plastica.

Nel 2024, durante la breve campagna per la presidenza, Kennedy ammise al New Yorker di aver abbandonato, circa dieci anni prima, la carcassa di un cucciolo di orso a Central Park, dopo un tentativo fallito di scuoiarlo. In un video diffuso sui social media, apparentemente per anticipare l'uscita dell'articolo, il futuro segretario raccontò che lui e alcuni amici avevano bevuto e avevano poi deciso di disfarsi del corpo dell'animale facendo credere che fosse stato investito da una bicicletta. Kennedy sostenne di aver trovato l'orso già morto durante una gita di falconeria a Goshen, nello stato di New York.

Lo scorso anno, dopo la nomina a capo del Department of Health and Human Services da parte del presidente Donald Trump, la cugina Caroline Kennedy inviò una lettera ai parlamentari in cui riferiva che durante gli anni universitari Robert Kennedy Jr. avrebbe frullato pulcini e topi per nutrire i suoi falchi, descrivendo la stanza del dormitorio come una scena di violenza e degrado. Il contenuto della lettera è stato riportato dal Telegraph.

L'autrice del libro, Isabel Vincent, è una giornalista del New York Post. Il volume ricostruisce la parabola personale e politica di Kennedy attingendo anche a materiali inediti, in particolare ai diari privati del periodo newyorkese. Gli episodi citati si inseriscono in una ricostruzione più ampia della figura del segretario, noto per un interesse di lunga data verso il mondo animale e per una serie di vicende già emerse sulla stampa negli ultimi anni. Stando al New York Post, gli esiti degli studi annunciati da Kennedy sui resti della balena e sugli organi del procione non sono mai stati resi pubblici.

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Gli americani credono di pagare troppe tasse


Il 59% ritiene di pagare troppo e solo il 47% considera eque le proprie imposte: i livelli più negativi degli ultimi vent'anni, secondo un sondaggio Gallup

Il presidente Donald Trump ha firmato a luglio 2025 il One Big Beautiful Bill Act, una legge che ha reso permanenti gran parte dei tagli fiscali del 2017 e ha introdotto nuove esenzioni su mance e straordinari. Eppure gli americani non sembrano essersene accorti. Secondo un sondaggio Gallup condotto tra il 2 e il 18 marzo 2026, il 59% degli intervistati ritiene di pagare troppe tasse, una percentuale stabile dal 2023. Solo il 37% considera il proprio carico fiscale "più o meno giusto" e appena il 3% lo reputa troppo basso.

Il malcontento fiscale si conferma ai livelli più alti degli ultimi vent'anni. Il dato attuale è superiore alla media del 50% circa registrata nei primi anni Duemila, dopo i tagli fiscali varati da George W. Bush nel 2001, ma resta inferiore ai picchi degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, quando la percentuale di chi si lamentava superava regolarmente il 60%.

Anche la percezione di equità delle imposte è vicina ai minimi storici. Solo il 47% degli americani giudica eque le tasse che dovrà pagare quest'anno, un dato compreso nella forchetta 46-49% osservata dal 2023 e vicino al record negativo del 45% toccato nel 1999. Il 49% che considera le proprie tasse ingiuste sfiora invece il massimo storico del 51%, raggiunto nel 2023.
Come gli americani giudicano le tasse federali

Fiscalità · Stati Uniti
Il 59% degli americani pensa di pagare troppe tasse
Sondaggio Gallup 1956–2026 · "Le tasse federali sul reddito sono troppo alte, giuste o troppo basse?"

% Troppo alte 59

% Giuste 37

59%
Troppo alte (2026)

37%
Giuste (2026)

+22 pp
Divario nel 2026

Elaborazione su dati Gallup · Sondaggio "Tasse e giorno del contribuente" · Trend 1956–2026 · Aprile 2026

Il sondaggio Gallup evidenzia un contrasto netto con gli effetti che i grandi tagli fiscali del passato hanno avuto sull'opinione pubblica. Tra il 2001 e il 2003, dopo il primo taglio di Bush, la quota di chi riteneva le tasse troppo alte scese dal 65% al 47%, mentre la percezione di equità salì dal 51% al 64%. Un andamento simile si verificò dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017, approvato durante il primo mandato di Trump: la percentuale di chi si lamentava del carico fiscale toccò il minimo storico del 45% nel 2018 e nel 2019, e la percezione di equità si mantenne intorno al 60%.

L'effetto positivo di quella legge si esaurì nel 2021, quando i repubblicani tornarono a lamentarsi delle tasse dopo l'insediamento di Joe Biden. L'inflazione elevata del 2022 e 2023 peggiorò ulteriormente il quadro, con l'aumento cumulativo dei prezzi che erose il potere d'acquisto dei consumatori. Da allora il giudizio degli americani non è più migliorato, nemmeno dopo le nuove misure fiscali del 2025.

Le differenze per reddito sono minime. Circa sei adulti su dieci in tutte le fasce, che si tratti di redditi bassi (63%), medi (58%) o alti (59%), ritengono di pagare troppe tasse. Allo stesso modo, circa la metà di ciascun gruppo giudica eque le proprie imposte.

Le differenze tra elettorati politici sono più interessanti. Come accade di solito durante le presidenze repubblicane, il divario tra i partiti si riduce. Il 64% degli indipendenti, il 60% dei repubblicani e il 49% dei democratici ritiene di pagare troppo. Rispetto al 2023, la percentuale dei repubblicani insoddisfatti è scesa dal 71% al 60%, mentre quella dei democratici è salita dal 41% al 49%. I due movimenti si sono compensati, lasciando il dato complessivo sostanzialmente invariato.

Sulla questione dell'equità il quadro si ribalta rispetto all'era Biden. Il 57% dei repubblicani considera eque le proprie tasse, un dato vicino al 52% dei democratici. Gli indipendenti sono i più scontenti, con solo il 39% che esprime un giudizio positivo. Tra il 2023 e il 2025, quando le politiche fiscali erano associate a Biden, appena un terzo dei repubblicani giudicava eque le tasse, contro oltre il 60% dei democratici.

Gallup osserva che alcune misure contenute nella legge del 2025, come l'esenzione fiscale sulle mance e le deduzioni maggiorate per gli anziani, potrebbero influenzare l'opinione pubblica man mano che più contribuenti presenteranno le dichiarazioni dei redditi in aprile. Tuttavia la guerra in Iran sta spingendo al rialzo i prezzi della benzina e di altri beni di consumo, e l'erosione del potere d'acquisto potrebbe pesare sulle percezioni degli americani più di qualsiasi sgravio fiscale.

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Trump annuncia un cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e Libano


Il presidente americano ha comunicato l'intesa su Truth Social. La tregua scatta alle 17 ora di Washington e segue l'incontro tra gli ambasciatori a Washington mediato da Marco Rubio.
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Israele e Libano hanno accettato un cessate il fuoco di dieci giorni che entrerà in vigore alle 17 ora della costa orientale degli Stati Uniti. L'annuncio è arrivato dal presidente Donald Trump con un messaggio pubblicato su Truth Social, in cui ha riferito di aver parlato al telefono sia con il presidente libanese Joseph Aoun sia con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Trump ha incaricato il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e il capo degli Stati Maggiori Riuniti Dan Caine di lavorare con i due Paesi per raggiungere una pace duratura.

L'intesa arriva due giorni dopo lo storico incontro di Washington tra le delegazioni dei due Paesi, il primo contatto diretto ad alto livello da oltre tre decenni. Israele e Libano restano formalmente in stato di guerra dal 1948 e il Libano, come la maggioranza dei Paesi arabi, non ha relazioni diplomatiche ufficiali con Israele. Una legge libanese del 1955 vieta inoltre ai cittadini ogni contatto con israeliani, anche se viene applicata in modo selettivo.

Il negoziato di martedì si è svolto al Dipartimento di Stato a Washington, con gli ambasciatori dei due Paesi seduti uno di fronte all'altro mentre Rubio e altri funzionari americani occupavano i posti centrali. L'incontro era preliminare e dedicato agli aspetti logistici più che ai contenuti, e si era concluso senza alcun cessate il fuoco. "Questo è un processo, non un evento", aveva dichiarato Rubio. "Servirà tempo". L'ambasciatore israeliano Yechiel Leiter aveva parlato di una convergenza di vedute sulla rimozione dell'influenza di Hezbollah dal Libano, mentre l'ambasciatrice libanese Nada Hamadeh Moawad aveva definito l'incontro "costruttivo".

Il conflitto era ricominciato il 2 marzo, quando Hezbollah, gruppo libanese sostenuto dall'Iran, aveva aperto il fuoco contro Israele in appoggio a Teheran, due giorni dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Israele aveva risposto con un'intensa campagna di bombardamenti e un'invasione di terra. Secondo le autorità libanesi, gli attacchi israeliani hanno provocato oltre 2.124 morti, tra cui 254 donne e 168 bambini, e costretto più di un milione di persone ad abbandonare le proprie case. Israele riferisce che dodici suoi soldati e due civili sono stati uccisi dagli attacchi di Hezbollah nello stesso periodo.

Particolarmente gravi erano stati gli attacchi israeliani dell'8 aprile, quando oltre cento raid avevano colpito anche aree affollate nel cuore di Beirut. Il ministero della Salute libanese ha riferito che quegli attacchi hanno ucciso 357 persone, tra cui 71 donne e 30 bambini. Israele ha sostenuto invece che le incursioni hanno colpito oltre 250 miliziani di Hezbollah. Da quel giorno, su richiesta di Washington, l'aviazione israeliana non ha più bombardato l'area di Beirut, pur continuando a colpire il sud e l'est del Paese.

L'attuale governo libanese, salito al potere all'inizio del 2025 con un programma riformista che includeva il disarmo dei gruppi armati non statali, aveva reagito con durezza alla scelta di Hezbollah di entrare nel conflitto. Le autorità avevano criminalizzato le attività militari del gruppo, dichiarato persona non grata l'ambasciatore iraniano e messo al bando le Guardie Rivoluzionarie iraniane. Il presidente Aoun aveva offerto a Israele negoziati diretti, i primi da decenni, in cambio della fine delle ostilità, ma l'iniziativa, sostenuta anche dal presidente francese Emmanuel Macron, era inizialmente caduta nel vuoto.

La svolta è arrivata con la tregua tra Iran e Stati Uniti mediata dal Pakistan. Teheran aveva chiesto come condizione che il cessate il fuoco includesse anche il Libano, ma Israele e Washington avevano respinto questo collegamento. L'8 aprile, dopo i pesanti raid su Beirut, Netanyahu ha annunciato di aver accettato i colloqui diretti con il Libano. Mercoledì il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito per discutere una possibile tregua, mentre il governo Netanyahu si trovava sotto forte pressione da parte di Washington, secondo quanto riferito a Reuters da un alto funzionario israeliano.

Le posizioni dei due Paesi sui colloqui restano lontane. Il Libano vuole un cessate il fuoco preventivo, il ritiro delle forze israeliane dal sud del Paese, il rilascio dei prigionieri libanesi detenuti in Israele, il ritorno degli sfollati e la ricostruzione. Beirut chiede inoltre maggiori finanziamenti internazionali per le forze armate, in modo da poter dispiegare l'esercito su tutto il territorio nazionale. Israele invece ha presentato i colloqui come negoziati di pace incentrati soprattutto sul disarmo di Hezbollah e ha annunciato la creazione di una zona cuscinetto di otto-dieci chilometri all'interno del territorio libanese. Il capo di Stato Maggiore israeliano Eyal Zamir ha dichiarato, durante una visita nel sud del Libano, di aver ordinato che tutta l'area fino al fiume Litani diventi una "zona vietata" agli operatori di Hezbollah.

L'apertura del governo libanese ha provocato profonde divisioni interne. Hezbollah ha respinto con forza i negoziati. Il deputato del gruppo Hassan Fadlallah, in una conferenza stampa televisiva, ha accusato il governo di aver intrapreso "una strada sbagliata che porta solo ad aumentare la frattura" tra i libanesi, sostenendo che l'esecutivo stia offrendo "concessioni gratuite" a uno Stato nemico.

I precedenti tentativi diplomatici tra i due Paesi si sono spesso conclusi con accordi mai pienamente attuati. Nel 1949 i negoziati indiretti portarono a un patto di non aggressione rimasto in vigore fino al 1967. Nel 1983, durante la guerra civile libanese, fu firmato un accordo poi annullato dal governo di Beirut un anno dopo. Nel 1993 il Libano partecipò ai negoziati che portarono agli accordi di Oslo, ma il binario libanese non ebbe seguito. Nel 2022 i due Paesi raggiunsero un'intesa sui confini marittimi grazie alla mediazione americana. L'ultimo cessate il fuoco, firmato nel novembre 2024 dopo oltre un anno di scontri, non è mai stato pienamente rispettato.

Trump ha rivendicato l'intesa come un successo personale, scrivendo su Truth Social di aver "risolto nove guerre nel mondo" e che questa sarà la decima.

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Il Pentagono chiama le case automobilistiche per produrre armi


Funzionari della Difesa hanno avviato colloqui con i vertici di General Motors, Ford, GE Aerospace e Oshkosh per riconvertire stabilimenti civili alla produzione militare di fronte alla scarsità di munizioni.

L'amministrazione Trump vuole coinvolgere le case automobilistiche e altri grandi produttori industriali americani nella fabbricazione di armi, richiamando una pratica adottata durante la Seconda guerra mondiale. Lo rivela uno scoop del Wall Street Journal firmato da Sharon Terlep e Marcus Weisgerber, secondo cui alti funzionari del Pentagono hanno già avviato colloqui preliminari con i vertici di diverse aziende.

Tra i dirigenti contattati ci sono Mary Barra, amministratrice delegata di General Motors, e Jim Farley, numero uno di Ford Motor. Le discussioni hanno coinvolto anche GE Aerospace e Oshkosh, produttore di veicoli e macchinari industriali. L'obiettivo del dipartimento della Difesa è utilizzare il personale e la capacità produttiva di queste aziende per aumentare rapidamente la fabbricazione di munizioni e altre dotazioni militari, in un momento in cui le guerre in Ucraina e in Iran stanno esaurendo le scorte americane.

I colloqui, descritti come preliminari e ad ampio raggio, hanno riguardato la possibilità che i produttori americani facciano da sostegno alle tradizionali aziende della difesa. I funzionari hanno chiesto se le imprese contattate siano in grado di riconvertire velocemente parte della propria attività al settore militare e hanno sollecitato gli stessi dirigenti a indicare gli ostacoli, dai requisiti contrattuali alle difficoltà nelle procedure di gara.

Un portavoce del Pentagono ha dichiarato al Wall Street Journal che il dipartimento della Difesa è impegnato ad ampliare rapidamente la base industriale militare sfruttando tutte le soluzioni e le tecnologie commerciali disponibili per garantire un vantaggio decisivo alle forze armate. Le trattative rappresentano l'ultimo passo di una strategia dell'amministrazione per mettere la produzione militare su quello che il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito un assetto da tempo di guerra.

Secondo le fonti del quotidiano, i contatti sono iniziati prima del conflitto con l'Iran. La guerra ha però aggravato la pressione sulle scorte di munizioni statunitensi, rendendo ancora più urgente la ricerca di partner commerciali capaci di aumentare rapidamente la fornitura di missili, tecnologie anti-drone e altro materiale tattico.

Oshkosh, azienda con sede in Wisconsin, ha avviato un dialogo con il Pentagono a novembre, dopo l'appello di Hegseth ai produttori industriali. Logan Jones, chief growth officer della divisione trasporti del gruppo, ha spiegato al Wall Street Journal che le discussioni si sono concentrate sulle aree in cui l'azienda può mettere a disposizione capacità produttiva coerente con le proprie competenze di base. Oshkosh costruisce veicoli tattici per il trasporto truppe destinati all'esercito americano e ad alleati degli Stati Uniti, ma la maggior parte dei suoi 10,5 miliardi di dollari di ricavi proviene dal settore non militare. Jones ha aggiunto di aver ricevuto un messaggio chiaro sull'importanza di questo impegno.

Le preoccupazioni dei parlamentari e del Pentagono sulla capacità produttiva bellica statunitense sono cresciute dopo l'avvio dei trasferimenti di grandi quantità di armi all'Ucraina, iniziati da Washington e dagli alleati della North Atlantic Treaty Organization in seguito all'invasione russa su vasta scala del 2022. La recente richiesta di bilancio del Pentagono da 1.500 miliardi di dollari, che sarebbe la più alta dell'era moderna per il dipartimento, prevede investimenti rilevanti nella produzione di munizioni e droni.

L'amministrazione Trump ha già fatto ricorso all'industria automobilistica americana in passato. General Motors e Ford collaborarono con produttori di dispositivi medici per fabbricare decine di migliaia di ventilatori polmonari nelle prime fasi della pandemia. Il precedente più rilevante risale però alla Seconda guerra mondiale, quando le case automobilistiche di Detroit sospesero la produzione di vetture per costruire bombardieri, motori aeronautici e camion, trasformando gli Stati Uniti in quello che venne definito l'arsenale della democrazia.

Oggi la produzione militare americana è concentrata in un numero limitato di appaltatori. Molti grandi gruppi industriali al di fuori del settore tradizionale della difesa hanno già contratti con il Pentagono, ma di portata limitata, spesso confinati a ricerche di nicchia o a prodotti specifici. General Motors, per esempio, ha una controllata della difesa che costruisce un veicolo da fanteria leggero basato sul pick-up Chevrolet Colorado. Il programma rappresenta una fonte di ricavi in crescita, ma corrisponde solo a una piccola parte del fatturato e della capacità produttiva complessiva del gruppo. L'azienda è considerata tra i principali candidati a costruire un nuovo veicolo da fanteria più grande per l'esercito americano, destinato a sostituire l'Humvee e a servire anche come base mobile di comando e alimentazione energetica.

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Mamdani ottiene una tassa sulle seconde case di lusso per tappare il buco di bilancio


La governatrice Hochul vuole colpire gli immobili da 5 milioni di dollari in su di chi non risiede in città, raccogliendo 500 milioni l'anno. Il sindaco Mamdani ha subito sostenuto il piano.

La governatrice dello stato di New York Kathy Hochul ha proposto una tassa sulle seconde case di lusso in città, offrendo al sindaco Zohran Mamdani una via d'uscita politica sul suo piano di aumentare le imposte ai più ricchi. Lo scrive il Wall Street Journal.

Il progetto, presentato questa settimana, prevede un prelievo aggiuntivo sulle abitazioni secondarie nella città di New York con un valore di almeno 5 milioni di dollari. La misura si applicherebbe solo ai proprietari che hanno la residenza principale al di fuori della città. Secondo le stime dell'ufficio bilancio della governatrice, la nuova imposta potrebbe generare 500 milioni di dollari l'anno, risorse destinate a coprire parte del disavanzo cittadino.

Mamdani, socialista democratico, durante la campagna elettorale aveva promesso di aumentare le tasse ai milionari e alle grandi aziende della città. Solo la governatrice e il parlamento statale hanno però il potere di modificare l'imposizione fiscale. Hochul, che quest'anno si gioca la rielezione, aveva respinto il piano del sindaco ma ha probabilmente ritenuto politicamente più sostenibile colpire i super ricchi che non vivono stabilmente a New York. Mamdani ha subito aderito alla proposta con un messaggio sui social in cui ha scritto che saranno tassati gli ultraricchi e le élite globali.

I dettagli sono ancora in fase di definizione. Secondo una fonte vicina al dossier citata dal Wall Street Journal, il meccanismo prevederà aliquote differenziate in base al valore dell'immobile. La misura dovrebbe essere inserita nel bilancio statale in discussione fra la governatrice, il Senato e l'Assemblea, entrambi a guida democratica. La leader della maggioranza al Senato Andrea Stewart-Cousins, in una conferenza stampa, ha ricordato che la sua camera è sempre stata favorevole a un'imposta di questo tipo. Un portavoce del presidente dell'Assemblea Carl Heastie ha detto mercoledì che l'Assemblea è soddisfatta che la governatrice stia cercando nuove entrate per la città.

Il mondo immobiliare è stato colto di sorpresa. Il Real Estate Board of New York, la principale associazione di categoria cittadina, ha ricevuto solo poche ore di preavviso dall'ufficio della governatrice prima che la proposta venisse diffusa dai media. Il broker Jason Haber, che guida l'associazione American Real Estate Association, ha dichiarato al Wall Street Journal che la misura non era fra gli scenari previsti. Da allora il settore si sta mobilitando contro il progetto. REBNY ha avviato colloqui con il team di Hochul e con vari parlamentari ad Albany per fare pressione.

La lobby immobiliare appare però isolata. Gran parte della comunità d'affari tira un sospiro di sollievo perché la discussione si è spostata dalle imposte che l'avrebbero colpita direttamente. Il venture capitalist Bradley Tusk ha detto al quotidiano che non si impegnerà in alcuno sforzo per contrastare la misura, aggiungendo che i leader del settore immobiliare possono provare a bloccarla ma non crede che ci riusciranno.

In passato la lobby era riuscita a fermare tentativi simili, nel 2014 e nel 2019. L'industria sostiene che una tassa di questo tipo sia costosa da attuare e finisca per rendere meno del previsto. Il presidente di REBNY Jim Whelan ha detto che non raccoglierà le entrate attese. Gli agenti immobiliari avvertono inoltre che la misura farà crollare i valori residenziali e ridurrà la base imponibile cittadina. Alcuni prevedono che i clienti in cerca di una seconda casa cominceranno a cercare immobili appena sotto la soglia dei 5 milioni, vanificando in parte l'obiettivo di gettito.

Il peso politico del settore immobiliare è però diminuito rispetto all'era precedente Mamdani, mentre il disavanzo cittadino è più grave che in passato. Kathy Wylde, ex guida della Partnership for New York City, coinvolta nelle trattative sulle precedenti proposte, ha osservato che all'epoca non c'era lo stesso bisogno di risorse.

Il sindaco ha intensificato le richieste di un aumento delle tasse sui ricchi da quando si è insediato, sostenendo che servono nuove entrate per coprire un disavanzo di 5,4 miliardi di dollari previsto per il prossimo anno fiscale. La sua proposta iniziale, che puntava ad almeno 5,4 miliardi di nuove entrate fiscali, ha incontrato forti resistenze ad Albany. La governatrice, che ha il peso maggiore nelle trattative di bilancio, l'aveva respinta sostenendo che avrebbe spaventato i contribuenti ad alto reddito e le imprese. Senato e Assemblea hanno di recente proposto aumenti per alcuni redditi alti e per alcune aziende, ma di entità inferiore a quella chiesta dal sindaco.

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Il candidato Dem in Maine Graham Platner elogiò Hamas nel 2014


I commenti, rivelati da Jewish Insider, furono pubblicati sotto lo pseudonimo "P-Hustle" e definivano l'attacco "ben eseguito". Platner è in corsa per il seggio del Maine nelle primarie democratiche.
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Graham Platner, candidato democratico al Senato per il Maine, elogiò ripetutamente le tattiche usate dai terroristi di Hamas in un raid del 2014 durante il quale furono uccisi almeno cinque soldati israeliani. È quanto emerge da uno scoop pubblicato da Jewish Insider basato su post archiviati del suo profilo Reddit ora cancellato.

I commenti furono scritti sotto lo pseudonimo "P-Hustle" in risposta a un video intitolato "Helmet Footage from Hamas cross-border raid", che mostrava l'assalto a diversi militari israeliani. Il filmato originale, anch'esso ora rimosso ma ancora archiviato, fu caricato il 29 luglio 2014 da un canale YouTube chiamato Sabah, con una didascalia che descriveva l'irruzione in un insediamento da parte delle Brigate Qassam e l'uccisione di dieci soldati. Secondo Jewish Insider, la descrizione e i commenti nel thread di Reddit coincidono con un raid delle Brigate Al-Qassam di Hamas contro una base militare vicino al kibbutz Nahal Oz avvenuto il giorno precedente.

Le immagini, in base a una descrizione testuale condivisa online, contenevano le riprese delle sparatorie contro vari militari israeliani, almeno uno dei quali urlava mentre i terroristi tentavano di rapirlo.

Platner intervenne sul forum r/CombatFootage, dedicato a video e fotografie di conflitti armati passati e in corso. "Mi sembra un raid di piccola unità ben eseguito e riuscito sotto ogni aspetto", scrisse nel 2014. Rispondendo a un altro utente che aveva criticato l'"esecuzione" dei soldati israeliani e sottolineato le probabili rappresaglie a Gaza, Platner disse di non essere interessato a discutere le implicazioni geopolitiche o strategiche, ma lasciò intendere che le tattiche e le azioni di Hamas fossero ragionevoli.

"Quanto alla tua avversione per l'esecuzione, un raid di piccola unità tende a essere usato per infliggere perdite e fare prigionieri in un breve lasso di tempo", scrisse. "Da un punto di vista pragmatico, ho pochi problemi con l'uccisione di un combattente nemico che provi a catturare ma che, per qualunque motivo, non puoi catturare. Da un punto di vista strettamente professionale, questo è stato un raid di bell'aspetto e riuscito contro un avversario superiore, mi piace".

In un altro scambio, Platner riconobbe che le azioni dei terroristi erano state brutali e che avrebbero dovuto sparare a uno dei soldati invece di picchiarlo a morte. A un utente che contestava la definizione di "raid" usata per l'attacco, sostenendo che non si trattasse di resistenza ma solo di spargimento di sangue per segnare punti immaginari nella guerra, Platner rispose paragonando i terroristi di Hamas a chi attaccò le forze statunitensi in Iraq, considerando i primi preferibili.

"Era l'Iraq, e quei tizi erano in abiti civili con armi silenziate. Questo video mostra un'unità di uomini in uniforme completa che assalta personale militare in uniforme di un nemico con cui la loro organizzazione è attualmente impegnata in operazioni militari. Non c'è paragone tra i due casi", scrisse. "In genere cerchi di cogliere il nemico alla sprovvista e ucciderlo con la minima resistenza. Questo sembra un piano piuttosto audace che ha funzionato, e darò credito a chi lo merita, a prescindere da chi stiano combattendo".

Secondo Jewish Insider, Platner è già finito nel mirino della governatrice Janet Mills, sua principale avversaria nelle primarie democratiche, e dei repubblicani per altri post pubblicati in passato con lo stesso pseudonimo "P-Hustle", nei quali aveva screditato una vasta gamma di gruppi e lasciato commenti offensivi. Il candidato è stato inoltre oggetto di critiche per le sue posizioni contro Israele e per un tatuaggio sul petto raffigurante quello che appare come un simbolo nazista.

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La Virginia aderisce al patto per eleggere il presidente con il voto popolare


Il National Popular Vote Compact raggiunge 222 voti elettorali sui 270 necessari per entrare in vigore, ma restano ostacoli politici e legali

La governatrice della Virginia Abigail Spanberger ha firmato lunedì la legge che inserisce il suo Stato nel National Popular Vote Interstate Compact, l'accordo tra Stati che punta a rendere decisivo il voto popolare nelle elezioni presidenziali americane. Con questa adesione, gli Stati firmatari salgono a 18, più il Distretto di Columbia, per un totale di 222 voti elettorali. Ne servono 270 perché il patto diventi operativo.

Il meccanismo è semplice: ogni Stato aderente si impegna ad assegnare i propri grandi elettori non al candidato che vince nel proprio territorio, ma a quello che ottiene più voti a livello nazionale. In questo modo il Collegio elettorale resterebbe formalmente in piedi, ma il suo esito sarebbe determinato dal voto popolare complessivo. L'accordo però si attiverebbe solo quando gli Stati firmatari raggiungessero insieme la soglia dei 270 voti elettorali, cioè la maggioranza necessaria per eleggere un presidente.

La firma della Virginia arriva dopo le elezioni statali del 2025, che hanno consegnato ai democratici il controllo completo del governo della Virginia: governatrice, Camera dei delegati e Senato. Il deputato statale democratico Dan Helmer ha dichiarato a NPR che l'adesione è il risultato di un percorso durato almeno dieci anni. Tutti gli Stati che nel 2024 hanno votato per Kamala Harris, tranne il New Hampshire, fanno ora parte del patto. Nessuno Stato che ha votato per il presidente Trump vi ha aderito.

L'iniziativa nasce vent'anni fa da un'idea accademica. Nel 2001 il giurista Robert W. Bennett della Northwestern University e i fratelli Akhil e Vikram Amar, professori rispettivamente a Yale e alla University of California, proposero di usare la legislazione statale per aggirare il Collegio elettorale senza dover modificare la Costituzione. Nel 2006 John Koza, informatico e ex grande elettore, trasformò l'idea in un patto formale tra Stati e fondò l'organizzazione National Popular Vote Inc. per promuoverlo. Il Maryland fu il primo Stato ad aderire nel 2007. Da allora il processo è stato lento ma costante: la California, con i suoi 54 voti elettorali, è il peso massimo del gruppo.
National Popular Vote Interstate Compact

Elezioni · USA
National Popular Vote Interstate Compact: gli stati aderenti
18 stati + District of Columbia · 222 voti elettorali su 270 necessari · Aggiornamento aprile 2026

Caricamento mappa…

Aderenti al Compact 222 voti elettorali

Non aderenti 316 voti elettorali

Voti raggiunti 222
Soglia attivazione 270

0 voti elettorali 538 voti elettorali

270

222
Voti elettorali aderenti

48
Voti elettorali mancanti

82,2%
Della soglia raggiunta

Elaborazione su dati di National Popular Vote Inc. e Ballotpedia · Aggiornato al 15 aprile 2026

Il tema tocca un nervo scoperto della democrazia americana. In cinque occasioni nella storia degli Stati Uniti il vincitore della presidenza ha perso il voto popolare. Le ultime due volte è successo con candidati repubblicani: George W. Bush nel 2000 e Trump nel 2016. Questo spiega in parte la netta divisione partitica sulla questione. Secondo il Pew Research Center, il 63% degli americani preferirebbe che il presidente fosse eletto con il voto popolare, ma la differenza tra i due schieramenti è enorme: 8 democratici su 10 sono favorevoli, contro il 46% dei repubblicani. Il sondaggio è stato condotto prima delle elezioni del 2024, nelle quali il presidente Trump vinse sia il voto popolare sia il Collegio elettorale.

Patrick Rosenstiel, consulente del National Popular Vote e repubblicano dichiarato, ha respinto l'idea che il Collegio elettorale favorisca il suo partito. Il sistema attuale, ha sostenuto a NPR, costringe i candidati di entrambi i partiti a concentrarsi solo sugli Stati in bilico, ignorando la maggior parte degli elettori. Alyssa Cass, strategist democratica della stessa organizzazione, ha fatto un'osservazione simile: le elezioni presidenziali sono decise dagli elettori di pochi Stati contesi, mentre i voti di quattro americani su cinque, che vivono in Stati sicuramente democratici o repubblicani, risultano irrilevanti.

I sostenitori del patto ritengono che la Costituzione dia agli Stati piena libertà di decidere come assegnare i propri grandi elettori. L'Articolo II, Sezione 1, affida alle legislature statali il potere esclusivo di scegliere il metodo di nomina degli elettori. Il sistema attuale, in cui quasi tutti gli Stati assegnano tutti i loro voti elettorali al candidato che vince nello Stato (il cosiddetto winner-take-all), non è previsto dalla Costituzione: è una scelta legislativa dei singoli Stati, che potrebbe essere cambiata.

Non tutti i giuristi concordano. Il professor Norman R. Williams ha scritto che i padri fondatori respinsero esplicitamente l'idea di un'elezione popolare diretta del presidente, e che nessuno Stato ha mai assegnato i propri grandi elettori sulla base di voti espressi fuori dai propri confini. Patrick Valencia, attuale vice procuratore generale dello Iowa, ha sostenuto che il patto rappresenta un tentativo di sovvertire le procedure elettorali previste dalla Costituzione. Altri studiosi sottolineano che i cambiamenti alle regole elettorali, come il suffragio universale o l'abbassamento dell'età di voto, hanno storicamente richiesto emendamenti costituzionali.

Un rapporto del Congressional Research Service del 2019 ha concluso che il patto genererebbe probabilmente un ampio contenzioso legale e che la Corte Suprema finirebbe per essere coinvolta. I promotori stessi hanno dichiarato che intendono cercare l'approvazione del Congresso se un numero sufficiente di Stati aderisse. Rosenstiel ha ammesso a NPR che le cause legali sarebbero probabili al raggiungimento dei 270 voti elettorali, ma si è detto fiducioso che i tribunali confermerebbero la legittimità dell'accordo.

Il percorso verso i 270 voti elettorali resta comunque incerto. Mancano ancora 48 voti e non è chiaro quali Stati potrebbero essere i prossimi ad aderire. Proposte di legge sono in discussione in Arizona, Kansas, Pennsylvania e South Carolina, ma nessuna ha ancora superato la fase di commissione. In Wisconsin un tentativo è già fallito. Nessun governatore repubblicano ha mai firmato l'adesione al patto, e finché questa divisione partitica persiste, raggiungere la soglia resterà difficile.

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Il Pentagono prepara piani militari per una possibile operazione a Cuba


Secondo fonti riservate citate da USA Today, il dipartimento della Difesa starebbe intensificando i preparativi in vista di un eventuale ordine di intervento da parte del presidente Donald Trump sull'isola caraibica.

Il Pentagono sta accelerando la pianificazione di una possibile operazione militare a Cuba, nel caso il presidente Donald Trump decida di ordinare un intervento sull'isola. Lo scoop è stato pubblicato da USA Today, che ha raccolto la testimonianza di due fonti a conoscenza della direttiva, rimaste anonime perché non autorizzate a parlare con i media.

Le direttive rappresentano un'accelerazione delle tensioni tra Stati Uniti e Cuba, iniziate a gennaio quando l'amministrazione Trump ha ridotto le forniture di petrolio verso l'isola. La misura fa parte di una campagna più ampia volta a imporre cambiamenti politici al governo comunista dell'Avana. In una dichiarazione a USA Today, il Pentagono ha fatto sapere di pianificare una vasta gamma di scenari possibili e di restare pronto a eseguire gli ordini del presidente.

Nonostante la crescente attenzione dell'amministrazione statunitense sul conflitto con l'Iran, i rapporti con l'Avana si sono deteriorati rapidamente nelle ultime settimane. Trump ha dichiarato di attendersi presto l'onore di "prendere Cuba, in qualche forma", aggiungendo di poter fare "qualsiasi cosa" voglia con l'isola, che si tratti di liberarla o di conquistarla. Il 13 aprile, parlando alla Casa Bianca con USA Today, il presidente ha aggiunto che gli Stati Uniti potrebbero occuparsi di Cuba una volta terminate le operazioni contro Teheran.

Dall'altra parte, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha promesso resistenza in caso di attacco militare americano. In un'intervista a Newsweek, Díaz-Canel ha dichiarato che il paese combatterà e si difenderà, aggiungendo che "morire per la patria è vivere".

Il contesto regionale è già profondamente mutato dopo l'operazione statunitense che il 3 gennaio ha estratto l'ex presidente venezuelano Nicolás Maduro dal suo complesso a Caracas. Nel blitz all'alba sono rimasti uccisi 32 militari cubani che facevano parte della scorta di Maduro. L'operazione ha avuto un forte impatto sulle comunità in esilio di venezuelani e cubani nel sud della Florida, alimentando le speculazioni su Cuba come prossimo obiettivo.

A differenza di quanto accaduto prima degli interventi in Venezuela e in Iran, però, i funzionari americani non stanno costruendo un argomento pubblico su una presunta "minaccia imminente" rappresentata dall'Avana per gli Stati Uniti. Lo ha osservato Brian Fonseca, direttore del Jack D. Gordon Institute for Public Policy della Florida International University, che ha studiato a lungo le forze armate cubane. Fonseca ha dichiarato a USA Today che i preparativi potrebbero configurarsi più come una minaccia militare che come una strategia operativa vera e propria, parlando di una fase in cui prevale la "segnalazione" politica.

USA Today aveva già rivelato a marzo che i due paesi erano in trattative per un possibile accordo economico storico in grado di riavviare le relazioni bilaterali. Entrambe le parti hanno ammesso di trovarsi nelle fasi iniziali del tentativo di uscire dalla crisi, ma non è chiaro quanto ciascuna sia disposta a cedere.

L'ipotesi di un intervento militare a Cuba ricorre nel dibattito statunitense da decenni, fin da quando Fidel Castro e le sue forze ribelli entrarono all'Avana nel 1959, per poi dichiarare fedeltà all'Unione Sovietica e al comunismo. Secondo Fonseca, le condizioni attuali renderebbero un'operazione americana rapida e di successo quasi certo, vista la situazione deteriorata dell'equipaggiamento militare cubano e la scarsa propensione degli ufficiali a sostenere un regime impopolare. L'esperto ha però precisato a USA Today che la fase successiva, quella dell'instaurazione dello stato di diritto e del sostegno ai leader dell'opposizione, risulterebbe ben più complessa. "Sarà una vittoria militare molto facile", ha affermato Fonseca, "ma una vittoria politica molto più difficile".

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La guerra ha reso l'Iran più radicale. E ora Riyadh chiede a Trump di fermarsi


L'eliminazione della vecchia guardia di Teheran non ha prodotto leader moderati: ha consegnato il potere a una rete di ideologi ultraconservatori legati ai Pasdaran. Intanto Riyadh teme ora che l'Iran blocchi il Mar Rosso e metta in ginocchio la sua economia.

A un mese dall'inizio della guerra, il presidente Trump aveva definito la nuova leadership iraniana "più ragionevole". I fatti raccontano il contrario. Il 13 marzo, in piazza Enqelab, a Teheran, è apparso un enorme cartellone: ritrae Mojtaba Khamenei, nuovo Leader Supremo dell'Iran, in trincea mentre ordina ai comandanti dei Pasdaran di aprire il fuoco. Il testo lo paragona all'Imam Ali, figura venerata dell'islam sciita.

Mojtaba Khamenei è sopravvissuto al raid aereo che ha ucciso suo padre Ali e altri membri della famiglia. Da quando è stato nominato non è mai apparso in pubblico e c'è chi ipotizza che sia rimasto gravemente ferito. La sua assenza, però, non ha aperto un vuoto di potere. Ha piuttosto accelerato l'ascesa di una rete di uomini che condividono la sua stessa visione del mondo. Per gli oppositori del regime è la rappresentazione visiva del loro peggior incubo: un Iran militarizzato, guidato da una leadership ancora più intransigente di quella precedente.

L'offensiva americana e israeliana si basava su una premessa precisa: eliminare i vertici del regime avrebbe aperto la strada a una sua trasformazione, o almeno all'emergere di interlocutori più flessibili. Non è andata così. "La guerra ha cambiato il regime, e non in senso positivo", ha dichiarato al Wall Street Journal Danny Citrinowicz, ex responsabile del desk Iran nell'intelligence militare israeliana. "Abbiamo creato una realtà peggiore di quella che gli iraniani vivevano prima della guerra."

Il vuoto lasciato dalla vecchia guardia è stato, infatti, colmato da figure che non mostrano alcun interesse per la mediazione, né sul piano interno né su quello internazionale. Sono uomini formati nella guerra con l'Iraq, cresciuti nei Pasdaran, convinti che il conflitto in corso anticipi la venuta del Mahdi, il messia dell'islam sciita.

Chi comanda davvero ora


Il nuovo capo della sicurezza nazionale è Mohammad Bagher Zolghadr, ex comandante dei Pasdaran. Prima della Rivoluzione Islamica del 1979 guidava un gruppo paramilitare responsabile dell'uccisione di un ingegnere petrolifero americano. Secondo un memoriale pubblicato da lui stesso su una rivista storica iraniana, ha partecipato personalmente anche all'assassinio di due agenti di polizia. Ha co-fondato la Forza Quds, specializzata nell'addestramento di milizie straniere, così come una separata unità dedicata alla repressione violenta degli oppositori politici.

Le sue posizioni erano così estreme che uno dei suoi subordinati, il generale Qassem Soleimani, si dimise temporaneamente per protesta, secondo quanto riferito al Wall Street Journal da Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies di Washington. Neppure il suo predecessore, Ali Larijani, ucciso il mese scorso, non era un pacifista. Era però un politico capace di negoziare, con una reputazione costruita nei colloqui sul nucleare. Zolghadr, al contrario, ha fatto della sconfitta di Israele e della conquista del suo territorio il cuore dei suoi scritti.

Il nuovo comandante in capo dei Pasdaran è invece Ahmad Vahidi, accusato di aver partecipato all'attentato del 1994 contro il centro della comunità ebraica di Buenos Aires, in cui morirono 85 persone. Ha fondato a Teheran una scuola di formazione per funzionari pubblici supervisionata dai Pasdaran, che oggi sta plasmando una nuova generazione di dirigenti politici ultraconservatori iraniani.

Anche il consigliere militare di Mojtaba Khamenei, Mohsen Rezaie, è accusato di coinvolgimento nell'attentato di Buenos Aires. In una recente dichiarazione televisiva ha escluso qualsiasi compromesso: "Lo scontro continuerà finché non saranno soddisfatte diverse condizioni", tra cui la revoca delle sanzioni e un risarcimento per i danni di guerra. "La risposta iraniana non sarà più occhio per occhio. Sarà testa per occhio, mano e piede per occhio."
La guerra ha reso l'Iran più radicale

Scenari di guerra
La guerra ha reso l'Iran più radicale
L'eliminazione della vecchia guardia non ha prodotto leader moderati: ha consegnato il potere a una rete di ideologi ultraconservatori. E ora Riyadh chiede a Trump di fermarsi.

I.
Il paradosso strategico

Premessa della guerra
Una leadership iraniana più flessibile, aperta al dialogo

Risultato reale
Pasdaran al potere, dottrina mahdista, zero mediazione

«La guerra ha cambiato il regime, e non in senso positivo. Abbiamo creato una realtà peggiore di quella che gli iraniani vivevano prima della guerra.» Danny Citrinowicz — ex intelligence militare israeliana

II.
I quattro uomini che comandano

01

Mojtaba Khamenei
Leader Supremo · Formato a Qom sotto i fondatori del mahdismo

Il profeta
Sopravvissuto al raid che ha ucciso il padre Ali. Non è più apparso in pubblico. Un ex compagno di studi riferisce che si identifica con il Khorasani, figura che nell'ideologia religiosa sciita precede il Mahdi.

02

Mohammad Bagher Zolghadr
Capo della sicurezza nazionale · Ex comandante Pasdaran

Il veterano
Prima della rivoluzione guidò un gruppo paramilitare responsabile dell'omicidio di un ingegnere americano. Co-fondò la Forza Quds. Le sue posizioni erano così estreme che Qassem Soleimani si dimise temporaneamente per protesta.

03

Ahmad Vahidi
Comandante in capo dei Pasdaran

L'accusato
Accusato di coinvolgimento nell'attentato di Buenos Aires del 1994 (85 morti). Ha fondato una scuola di formazione per funzionari pubblici supervisionata dai Pasdaran, che sta plasmando la prossima generazione politica iraniana.

04

Mohsen Rezaie
Consigliere militare di Mojtaba Khamenei

L'inflessibile
Anch'egli accusato per Buenos Aires. In TV ha escluso ogni compromesso: «La risposta iraniana non sarà più occhio per occhio. Sarà testa per occhio, mano e piede per occhio.»

III.
Perché Riyadh si tira indietro

Giugno 2025 — bin Salman sostiene l'offensiva Usa-Israele Marzo 2026 — bin Salman chiede a Trump di fermarsi
Due stretti, due scenari

Gestibile
Stretto di Hormuz
1.200 km L'oleodotto interno saudita ha deviato i flussi verso il Mar Rosso, assorbendo il blocco

Rischio rosso
Bab al-Mandab
+29 giorni Navigazione aggiuntiva via Suez se gli Houthi chiudono il Mar Rosso

Houthi nel Mar Rosso, 2023–2024

190
Attacchi a navi commerciali

2+1
Navi affondate e una sequestrata

−60%
Crollo del traffico marittimo

Contrazione economica prevista 2026

Arabia Saudita

−3%

Qatar e Kuwait

−14%

L'Arabia Saudita ha dimostrato di poter reggere la chiusura di Hormuz. Non vuole scoprire se può reggere anche la chiusura del Mar Rosso.
Elaborazione FocusAmerica · Fonti: Wall Street Journal, The Telegraph · Aprile 2026

L'ideologia che guida le decisioni


Dietro le scelte della nuova leadership c'è un sistema ideologico coerente, non semplice retorica bellicosa. Mojtaba Khamenei si è formato a Qom sotto la guida dell'ayatollah Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, considerato il padre spirituale degli ultraconservatori iraniani. La dottrina che lui ha assorbito si chiama mahdismo: l'idea che costruire una società islamica autentica e distruggere i nemici dell'Iran, Israele in primo luogo, acceleri il ritorno dell'Imam Mahdi.

Questa ideologia viene insegnata nei seminari religiosi e durante l'addestramento paramilitare. Metà dei sei mesi di orientamento obbligatorio per le nuove reclute dei Pasdaran è dedicata alla formazione ideologica. "La dottrina apocalittica del mahdismo ha guidato il comportamento del regime in tempo di guerra", ha detto al Wall Street Journal Kasra Aarabi, esperto dei Pasdaran presso l'associazione United Against Nuclear Iran, "e ha fornito una giustificazione per azioni che altrimenti potrebbero sembrare irrazionali", come l'espansione del conflitto agli Stati del Golfo.

Jaber Rajabi, ex membro dei Pasdaran che aveva studiato con Khamenei a Qom prima di disertare nel 2016, ha aggiunto un dettaglio rivelatore: Khamenei gli avrebbe confidato di aver fatto sogni in cui si identifica con il Khorasani, figura profetica che nell'ideologia sciita precede la venuta del Mahdi. "Se qualcuno chiede qual è la cosa più pericolosa che potrebbe accadere all'Iran e alla regione", ha detto Rajabi in un'intervista televisiva in arabo, "la risposta è: Mojtaba Khamenei."

Riyadh si tira indietro


Mentre in Iran si consolida la nuova leadership ultraconservatrice, uno degli attori regionali che avevano sostenuto in privato l'offensiva americana ed israeliana sta lentamente riconsiderando la propria posizione. L'Arabia Saudita, riferiscono diplomatici del Golfo al Telegraph, sta, infatti, facendo pressione sugli Stati Uniti perché riducano l'intensità della guerra: il principe ereditario Mohammed bin Salman vuole che Trump revochi il blocco navale dei porti iraniani nel Golfo Persico e torni al tavolo dei negoziati.

La svolta è significativa. Dopo i raid aerei americani sulle strutture nucleari iraniane dello scorso giugno, Riyadh aveva abbandonato la sua tradizionale cautela. Il principe ereditario si era allineato con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, leggendo quel momento come un'opportunità storica per ridisegnare il Medio Oriente. Gli altri Stati del Golfo, però, non condividevano il suo ottimismo, ed a buon ragione visto come si sono evolute le cose.

Ora Riyadh teme le conseguenze di questa scelta. La preoccupazione principale riguarda Bab al-Mandab, lo Stretto che controlla l'accesso al Mar Rosso. Se l'Iran ordinasse agli Houthi yemeniti di bloccarlo, le esportazioni saudite di greggio verso l'Asia verrebbero completamente paralizzate. Quei flussi passano ora dal porto di Yanbu, sul Mar Rosso, dopo che la chiusura dello Stretto di Hormuz ha costretto Riyadh a riconvertire il traffico attraverso il suo oleodotto interno di circa 1.200 km. Reindirizzarli verso nord, attraverso il Canale di Suez, è in gran parte impraticabile: le superpetroliere non possono transitare a pieno carico e ogni rotta alternativa aggiungerebbe fino a 29 giorni di navigazione.

L'Arabia Saudita ha già dimostrato di poter assorbire il blocco di Hormuz. Le sue esportazioni sono tornate vicine ai 7 milioni di barili al giorno e la contrazione economica prevista per quest'anno, intorno al 3%, è molto più contenuta rispetto al 14% stimato per Qatar e Kuwait. Ma Bab al-Mandab è un'altra storia.

Gli Houthi hanno già dimostrato di poter colpire: tra il 2023 e lo scorso anno hanno condotto 190 attacchi contro navi commerciali nel Mar Rosso, affondandone 2 e sequestrandone una terza, provocando un crollo del traffico marittimo superiore al 60%. I raid americani, britannici e israeliani ne hanno ridotto la capacità offensiva, ma secondo alcuni analisti il gruppo filo iraniano conserva ancora i mezzi per condurre una campagna di disturbo.

Il prezzo di una strategia che vacilla


Molti Stati del Golfo avevano scommesso sul ritorno di Trump alla presidenza: avevano aumentato la produzione di petrolio e promesso investimenti miliardari negli Stati Uniti, puntando così a comprare, in cambio, protezione e stabilità. Invece, osservano sempre di più alcuni funzionari regionali, il Medio Oriente oggi è più instabile di prima.

Riyadh, ovviamente, non romperà con Washington. Il principe ereditario non ammetterà mai in pubblico di aver sbagliato. Ma sta di fatto che la sua politica verso l'Iran si sta spostando di nuovo verso la cautela. L'Arabia Saudita ha dimostrato di poter reggere la chiusura dello Stretto di Hormuz. Non vuole scoprire se è in grado di reggere anche quella potenziale del Mar Rosso.

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La rassegna stampa di giovedì 16 aprile 2026


L'Amministrazione Trump minaccia di licenziare Powell dalla Fed, i Democratici avviano l'impeachment di Hegseth per la guerra in Iran mentre crescono le tensioni con il Papa e la Cina

Questa è la rassegna stampa di giovedì 16 aprile 2026

I Democratici presentano sei articoli di impeachment contro il Segretario alla Difesa Hegseth


I Democratici della Camera hanno presentato sei articoli di impeachment contro Pete Hegseth, accusandolo di "crimini e misfatti gravi" per l'attacco all'Iran senza autorizzazione del Congresso e per gli attacchi mortali contro presunte imbarcazioni di contrabbando di droga. La mossa arriva mentre l'Amministrazione Trump affronta crescenti critiche per le recenti azioni militari, in particolare la guerra con l'Iran.

Fonti: The Guardian

Trump minaccia di licenziare il Presidente della Fed Powell se non si dimette


Il Presidente Trump ha rinnovato le sue minacce di licenziare Jerome Powell se non lascerà l'incarico di Presidente della Federal Reserve entro la scadenza del mandato a maggio. Trump ha anche intensificato l'indagine penale sui lavori di ristrutturazione della sede della Fed, mentre spinge per la conferma del suo candidato Kevin Warsh come successore.

Fonti: BBC, Semafor, The Guardian

La guerra in Iran complica i rapporti con la Cina prima della visita di Trump


La guerra in Iran e le tattiche mutevoli di Trump stanno complicando le relazioni con la Cina, settimane prima del viaggio ad alto rischio del Presidente a Pechino. La Cina ha numerosi legami economici e strategici con l'Iran, ma non ha interesse in un'escalation del conflitto che potrebbe destabilizzare l'economia globale.

Fonti: The Hill

L'avvocato John Eastman radiato dall'albo per i tentativi di ribaltare le elezioni del 2020


La Corte Suprema della California ha confermato la decisione di un tribunale inferiore di radiare John Eastman dall'albo degli avvocati per aver violato le norme di etica professionale nei suoi sforzi per ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali del 2020. Eastman aveva guidato gli sforzi legali a favore di Trump dopo la sconfitta elettorale.

Fonti: NYT, The Hill

Il Vicepresidente Vance e i funzionari Trump attaccano Papa Leo XIV


Il Vicepresidente Vance ha avvertito Papa Leo XIV di "stare attento" quando parla di teologia, mentre il responsabile del controllo delle frontiere Tom Homan gli ha detto di "lasciare stare la politica". Le critiche sono scaturite dall'opposizione del Papa al conflitto con l'Iran, intensificando le tensioni tra l'Amministrazione e il Vaticano.

Fonti: The Hill, NYT

La Giudice Sotomayor si scusa pubblicamente con Kavanaugh per le critiche sull'immigrazione


La Giudice della Corte Suprema Sonia Sotomayor ha emesso rare scuse pubbliche per le critiche rivolte al collega Brett Kavanaugh durante un evento in Kansas la scorsa settimana. Le critiche riguardavano un'opinione di Kavanaugh che sosteneva le operazioni di controllo immigrazione itineranti in California, evidenziando le divisioni interne alla Corte.

Fonti: The Guardian, WSJ, NYT

Gli Stati Uniti lanciano il quinto attacco navale in una settimana uccidendo tre persone


L'esercito americano ha condotto il quinto attacco mortale contro presunte imbarcazioni per il traffico di droga nel Pacifico orientale in una settimana, uccidendo tre persone. Il totale delle vittime negli attacchi americani contro queste imbarcazioni è salito ad almeno 177 persone, aumentando le preoccupazioni sulla strategia militare dell'Amministrazione.

Fonti: The Guardian

Live Nation dichiarata colpevole di monopolio illegale nei concerti


Una giuria ha stabilito che Live Nation, la società madre di Ticketmaster, ha illegalmente monopolizzato i mercati dei concerti e della biglietteria. Il verdetto apre la strada a oltre 30 stati per cercare misure che limiterebbero il potere dell'azienda, inclusa una possibile divisione della compagnia.

Fonti: WSJ, BBC

Il Rappresentante Eric Swalwell sospende la campagna per governatore della California


L'ex Rappresentante Eric Swalwell ha sospeso la sua campagna per governatore della California dopo che sono emerse accuse di cattiva condotta sessuale. Il suo avvocato ha definito le accuse un "colpo politico" mirato a minare la sua candidatura, creando una crisi per i Democratici che lo avevano inizialmente sostenuto.

Fonti: WSJ, The Hill

La crescita economica della Cina supera le aspettative nonostante la guerra in Iran


La Cina ha riportato una crescita economica del 5% nel primo trimestre, superando le previsioni nonostante l'impatto iniziale della guerra in Iran. La crescita è stata trainata dalla spesa in infrastrutture governative, anche se un forte calo dei prezzi immobiliari ha lasciato i consumatori meno prosperi e meno disposti a spendere. Questo dato ha rilevanza per gli USA poiché dimostra la resilienza dell'economia cinese prima dei negoziati commerciali previsti con Trump.

Fonti: NYT, ABC News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Facebook e Instagram inaspriscono le regole di censura per chi usa il termine "Antifa".

Le nuove regole di Meta consentono di bannare gli utenti o sopprimere i commenti che includono la parola "antifa" insieme a "segnali di minaccia a livello di contenuto".

theintercept.com/2026/04/14/fa…

@pirati@feddit.it

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"Siamo la Commissione UE: ogni resistenza è inutile!". La nostra regina Borg ci regala l'app per la verifica dell’età online

Per i cittadini non c'è più scampo le grandi piattaforme digitali “non ci sono più scuse”. Parola di Ursula von der Leyen, che annuncia il nuovo sistema europeo per la verifica dell’età degli utenti online

wired.it/article/app-europea-v…

@Privacy Pride

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Il passaggio del robo-cone: In Ucraina, per la prima volta nella storia, i robot hanno conquistato una postazione nemica

Zelensky annuncia un’operazione senza fanteria né perdite ma solo con l'uso di sistemi senza equipaggio e droni. È il risultato della svolta tecnologica voluta da Kyiv. E il ministro Fedorov spinge per la trasformazione dell’esercito in chiave robotica

ilfoglio.it/esteri/2026/04/14/…

@informatica

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Trump vede la religione come strumento di potere


Il presidente attacca il pontefice sui social media, poi pubblica un'immagine di sé stesso come figura cristologica. Un episodio che rivela, secondo l'Atlantic, come Trump concepisca la fede: utile quando serve, priva di obblighi quando limita

Lo scontro tra Donald Trump e papa Leone XIV si è consumato domenica sera su Truth Social. Il presidente ha definito il pontefice "debole sul crimine e terribile in politica estera", irritato dalle critiche papali all'attacco contro il Venezuela e alla guerra in Iran. Ha poi rivendicato di fare esattamente ciò per cui è stato eletto e ha accusato Leone XIV di assecondare la "sinistra radicale". Quarantasei minuti dopo, Trump ha pubblicato un'illustrazione che lo ritraeva come una figura simile a Gesù Cristo nell'atto di guarire un uomo malato, circondato da bandiere americane, aquile e aerei militari. L'immagine, che circolava da mesi, ha provocato accuse di blasfemia anche da parte di alcuni alleati abituali del presidente. Trump l'ha poi cancellata, spiegando ai giornalisti di aver creduto che lo raffigurasse come un medico.

Ma al di là della cronaca dell'ennesimo scontro, è l'analisi proposta da David A. Graham sull'Atlantic a meritare attenzione. Secondo Graham, l'episodio è rivelatore di come Trump concepisca la religione: uno strumento che può servirlo, ma che non gli impone alcun obbligo. Il presidente pretende che il papa rinunci alla politica, ma allo stesso tempo lo attacca sulle sue posizioni politiche in materia di criminalità. Rifiuta l'intromissione della Chiesa negli affari di governo, ma non ha alcun problema a mescolare religione e politica quando gli conviene, come dimostra l'immagine cristologica e la retorica aggressivamente religiosa usata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth a proposito della guerra.

La risposta di Leone XIV è arrivata in volo verso l'Algeria, parlando con i giornalisti. Il papa ha detto di non avere paura "né dell'amministrazione Trump né di parlare ad alta voce del messaggio del Vangelo". E ha aggiunto, a proposito di Truth Social, una battuta: "È ironico, il nome stesso del sito. Non aggiungo altro". Leone XIV ha difeso il diritto della Chiesa di intervenire sulle questioni sociali citando le parole di Gesù sui "costruttori di pace", separando però con chiarezza il proprio ruolo da qualsiasi coinvolgimento nella politica elettorale nel senso inteso da Trump.

Graham ricostruisce le radici della visione religiosa del presidente, individuandole nel pensiero di Norman Vincent Peale, un popolare pastore protestante della metà del Novecento. Peale, autore del libro The Power of Positive Thinking, attrasse tra i suoi fedeli la famiglia Trump con una versione del cristianesimo che enfatizzava la felicità e la ricchezza materiale, chiedendo forse meno ai propri seguaci rispetto a quanto i Vangeli effettivamente richiedano.

Da adulto, scrive Graham, Trump ha mostrato pochi segni di religiosità o di familiarità con le Scritture, anche mentre corteggiava l'elettorato cristiano nella campagna del 2016. Dopo essere sopravvissuto a un tentativo di assassinio nel 2024, il presidente ha adottato toni più apertamente religiosi e ha parlato pubblicamente delle proprie possibilità di entrare in paradiso. Ma questa retorica, osserva l'editorialista dell'Atlantic, non è stata accompagnata da alcun cambiamento visibile nel comportamento, da una ricerca di perdono per i peccati passati o da una maggiore frequentazione delle chiese.

L'episodio si inserisce in un contesto di crescente tensione tra una parte della destra legata al movimento MAGA e la Chiesa cattolica. Nell'amministrazione Trump ci sono cattolici devoti come il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente J.D. Vance, anche se alcuni di loro hanno talvolta espresso disaccordo con la Santa Sede. Il Free Press ha riportato la settimana scorsa che il Pentagono aveva convocato un funzionario vaticano, un incontro senza precedenti noti. L'incontro non sarebbe andato bene: i funzionari dell'amministrazione avrebbero evocato il papato di Avignone, il periodo nel quattordicesimo secolo in cui la corona francese dominò il ruolo pontificio. Entrambe le parti hanno ridimensionato la notizia, ma gli attacchi di Trump rendono difficile ignorare l'attrito.

Il punto centrale dell'analisi di Graham è che le questioni di pace, povertà e privilegio sono al cuore del cristianesimo, e qualsiasi leader politico che professa questa fede deve confrontarsi con esse. Trump, secondo l'editorialista, comprende bene il potere iconografico e organizzativo del cristianesimo, ma sembra rifiutare l'idea che la fede possa creare vincoli al proprio operato. Dopo essersi brevemente presentato come costruttore di pace in cerca del premio Nobel, il presidente ha abbracciato l'avventura militare, ha ignorato le turbolenze economiche e ha respinto le preoccupazioni dei leader religiosi sulla sua politica di immigrazione.

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