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Musk riattiva America PAC per aumentare l'affluenza repubblicana alle midterm


Il miliardario rimette in campo il super PAC con cui spese oltre 260 milioni di dollari nel 2024: porta a porta e pubblicità per mobilitare la base conservatrice alle elezioni del 3 novembre

Elon Musk tornerà a spendere per i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, quando gli americani rinnoveranno per intero la Camera e un terzo del Senato. Il miliardario riattiverà America PAC, il super PAC rimasto fermo dopo le presidenziali, con un grande investimento per aumentare l'affluenza degli elettori conservatori, ha rivelato Axios.

I super PAC sono comitati politici che possono raccogliere e spendere somme illimitate a sostegno dei candidati, purché non coordinino le spese direttamente con le campagne elettorali. Il Comitato punterà su porta a porta, pubblicità digitale e posta diretta per mobilitare la base conservatrice, compresi gli elettori che tendono a restare a casa quando non c'è un presidente da eleggere. I rappresentanti di Musk non hanno precisato quanto spenderà, ma la cifra dovrebbe essere alta viste le donazioni del passato.

Nel 2024 America PAC spese più di 260 milioni di dollari per l'elezione del presidente Donald Trump: quei versamenti resero Musk il più grande donatore politico individuale in un singolo ciclo elettorale nella storia degli Stati Uniti. Il denaro di Musk allargherà un vantaggio già ampio. I super PAC e i comitati repubblicani hanno oltre 300 milioni di dollari in più rispetto alle controparti democratiche. A questi si aggiungono i 400 milioni custoditi da MAGA Inc., il super PAC del presidente.

Midterm 2026 · Chi paga la mobilitazione

I repubblicani hanno già più soldi dei democratici. E ora torna Musk


Elon Musk riaccende America PAC, il comitato che nel 2024 spese più di 260 milioni di dollari per eleggere Donald Trump. Non ha detto quanto verserà stavolta, ma i repubblicani arrivano al voto di novembre con oltre 300 milioni in più dei democratici. Quei soldi non pagheranno gli spot: serviranno a portare alle urne gli elettori conservatori che, senza un presidente da eleggere, tendono a restare a casa.

Grafica di FocusAmerica30 luglio 2026

Presidenziali 2024

0
milioni
di dollari

Tanto spese America PAC per eleggere Trump. Quei versamenti fecero di Musk il maggior donatore individuale di un singolo ciclo elettorale nella storia degli Stati Uniti.

Midterm 2026

?
cifra non
comunicata

Il comitato era rimasto fermo dopo le presidenziali. Musk lo riaccende per il voto del 3 novembre, ma i suoi rappresentanti non hanno detto quanto spenderà.

L'arsenale

Il campo repubblicano arriva al voto con la cassa più piena


Tre cifre danno l'ordine di grandezza del divario. La quarta è l'incognita che Musk non ha ancora sciolto.

Ogni tacca vale 20 milioni di dollari

Le voci non sono omogenee — riserve in cassa, differenziali fra i due campi e spese già effettuate — ma sono riportate sulla stessa scala per rendere leggibile il rapporto fra le grandezze.

La macchina

I soldi di Musk non comprano spot, comprano chi bussa alle porte


Lasciando ad altri gruppi repubblicani il compito di pagare la televisione, America PAC si concentra sul lavoro di terra: convincere a votare chi normalmente resta a casa quando non c'è un presidente da eleggere.

0
porte bussate nel 2024 in oltre sei stati in bilico, secondo i dati del comitato

Ogni porta vale 100.000 porte bussate
Rivedi la sequenza
Porta a porta Pubblicità digitale Posta diretta

La parabola

Dalla guida del DOGE alla rottura, fino al ritorno

2025 · primi mesi
Musk guida il DOGE

Quattro mesi alla testa del dipartimento per l'efficienza governativa voluto da Trump.

2025
La rottura

Furioso per la spesa prevista dalla «big, beautiful bill», arriva a ipotizzare un terzo partito in funzione anti-repubblicana.

Fine 2025
Torna a donare

I rapporti con Trump si ricuciono in parte e il miliardario riprende a versare soldi al partito.

Gennaio 2026
Dieci milioni in Kentucky

Vanno a Nate Morris, candidato repubblicano al Senato, che poi lascia la corsa per un incarico nell'amministrazione.

29 luglio 2026
Riaccende America PAC

Il comitato torna operativo per i midterm. A guidarlo sarà Chris Young, principale consigliere politico di Musk.

Il contrappeso

I soldi non comprano il clima politico


Il gradimento di Trump resta basso, trascinato soprattutto dall'economia e dalla guerra con l'Iran. Il controllo repubblicano della Camera è a rischio, e forse anche quello del Senato: è la ragione per cui il partito spera che le risorse compensino un clima che oggi favorisce i democratici.

96
giorni al 3 novembre, quando gli americani rinnovano l'intera Camera e un terzo del Senato

Fonte Axios, 29 luglio 2026, su dati e dichiarazioni di America PAC e dei comitati repubblicani. Grafica aggiornata al 30 luglio 2026.


Le cifre in sintesi. MAGA Inc., il super PAC di Trump: 400 milioni di dollari in cassa. Vantaggio dei comitati repubblicani su quelli democratici: oltre 300 milioni. America PAC nelle presidenziali del 2024: più di 260 milioni spesi e oltre 10 milioni di porte bussate. America PAC per i midterm del 2026: cifra non comunicata.

I repubblicani sperano che le risorse compensino un clima politico che favorisce i democratici. Il basso gradimento di Trump, legato soprattutto all'economia e alla guerra con l'Iran, mette a rischio il controllo repubblicano della Camera e forse anche del Senato.

America PAC coordinerà il proprio lavoro con gli altri gruppi dell'ecosistema repubblicano e Musk ha discusso con la squadra del presidente su come contribuire alla campagna. Nel 2024, secondo i suoi dati, il comitato bussò a più di 10 milioni di porte in oltre sei stati in bilico. Concentrandosi sulla mobilitazione degli elettori, permetterà agli altri gruppi repubblicani di dedicare i fondi agli spot televisivi, mentre la guida dell'operazione andrà a Chris Young, il principale consigliere politico del miliardario.

Musk aveva rotto con Trump dopo i quattro mesi passati alla guida del DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa. Furioso per l'entità della spesa prevista dalla grande legge di bilancio voluta dal presidente (la "big, beautiful bill"), era arrivato a ipotizzare la creazione di un terzo partito in funzione anti-repubblicana. Nell'ultimo anno però i rapporti si sono in parte ricuciti e alla fine del 2025 Musk era tornato a donare al partito. A gennaio aveva versato 10 milioni di dollari a Nate Morris, candidato repubblicano al Senato in Kentucky, che poi si è ritirato dalla corsa per accettare un incarico nell'amministrazione Trump.

"America PAC è stato un partner essenziale della nostra storica operazione di mobilitazione degli elettori nel 2024 e il suo ritorno per il 2026 è una spinta enorme per i repubblicani di tutto il Paese", ha detto ad Axios James Blair, il principale consigliere politico del presidente. Per Andrew Romeo, portavoce di America PAC, la squadra politica di Trump e il resto dell'apparato repubblicano hanno costruito "un'operazione di primo livello che metterà i repubblicani in una posizione di forza per sfidare la storia e mantenere il controllo del Congresso" in autunno.


Un Repubblicano su cinque potrebbe decidere di non votare a novembre


Circa un elettore su cinque tra i repubblicani più fedeli rischia di restare a casa a novembre o di votare per i democratici. È quanto emerge da un’analisi di Americans for Prosperity Action, il super PAC conservatore legato al miliardario Charles Koch, citata dal Washington Post a poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Il dato preoccupa perché arriva in un ciclo elettorale già difficile per il partito. Il gradimento di Donald Trump resta basso e, storicamente, la forza politica che controlla Washington tende a perdere seggi alle elezioni di metà mandato. La novità è che la smobilitazione riguarda ora anche gli elettori più assidui: persone che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Gli elettori a rischio si concentrano in Iowa, Ohio, North Carolina, Montana, New Hampshire e Michigan. Alcuni affermano che potrebbero rinunciare al voto, altri valutano di sostenere i democratici, soprattutto a causa dell’inflazione e dell’andamento dell’economia. L’analisi combina i risultati dei sondaggi con le indicazioni raccolte durante le campagne porta a porta.

“Si tratta di una fetta ampia”, ha dichiarato al Washington Post Nathan Nascimento, direttore esecutivo di AFP Action. “È un numero che fa paura”. Quel 20% non comprende, peraltro, gli elettori conservatori già a bassa propensione al voto, ovvero quelli che si presentano solo quando Trump è sulla scheda ma disertano le altre consultazioni. Mobilitarli rappresenta un problema diverso e altrettanto serio.

Midterm 2026

La base repubblicana si raffredda


Un'analisi di AFP Action, il super PAC della rete Koch, stima che circa un elettore repubblicano su cinque tra i più assidui rischi di restare a casa a novembre — o di votare per i democratici.

Grafica di FocusAmericaLuglio 2026

Gli elettori più fedeli del partito

1 su 5 rischia di non votare alle elezioni di metà mandato o di passare ai democratici

La stima riguarda i fedelissimi: elettori che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Il divario

I democratici sono molto più motivati


Vantaggio democratico tra gli elettori «certi di votare», oggi e alla vigilia dell'ondata blu del 2018.

2018

+0 pt
2026

+0 pt
Nel 2018, con un divario di appena 2 punti, i democratici riconquistarono la Camera guadagnando 40 seggi.

Voto generico per il Congresso — elettori registrati

DEM

0%

REP

0%

Tra i soli elettori «assolutamente certi» di votare il vantaggio democratico sale a 8 punti: 53% contro 45%.

37%

Approvazione di Trump al 37% tra gli adulti americani. Storicamente, il partito che controlla la Casa Bianca perde seggi alle elezioni di metà mandato.

La mappa del rischio

Sei Stati sotto osservazione


Dove si concentrano gli elettori fedeli a rischio smobilitazione, secondo il porta a porta di AFP Action.

IA
Iowa
2 corse aperte

OH
Ohio

NC
North Carolina

MT
Montana

NH
New Hampshire

MI
Michigan

In Iowa, Stato ormai considerato solidamente repubblicano, sia la corsa per il governatorato sia quella per il Senato restano aperte e competitive. Il gruppo più a rischio: uomini sotto i 40 anni, preoccupati per economia e prezzi.

Le cause

Perché la base è fredda


Tocca ogni voce per il dettaglio.

1Inflazione ed economia+
È il motivo più citato nel porta a porta, insieme alla guerra in Iran. Dopo la proroga dei tagli fiscali del 2025, il Congresso non ha approvato altre misure significative contro l'aumento del costo della vita.

2Il SAVE America Act bloccato+
La legge simbolo sull'obbligo di documento per votare è passata alla Camera a febbraio, ma al Senato mancano i 60 voti per superare il filibuster democratico.
SÌ218 NO213

3Un tesoretto da 400 milioni fermo+
Il comitato MAGA Inc. ha raccolto 400 milioni di dollari, ma il fondo resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore. I senatori chiedono a Trump di usarlo per mobilitare gli elettori meno assidui.

Il tentativo di rilancio: la convention di metà mandato del partito, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas.

Fonte: Washington Post; sondaggio Washington Post-Ipsos, 8–13 luglio 2026; AFP Action
Dati a luglio 2026

Il divario nell’entusiasmo


Un sondaggio del Washington Post e di Ipsos mostra che la quota di democratici certi di votare a novembre supera ormai di dieci punti quella dei repubblicani. Nel voto generico per il Congresso, invece, il vantaggio democratico si ferma a tre punti, 48% contro 45%, mentre l’approvazione di Trump resta al 37%. Se il divario nella propensione al voto non si ridurrà, potrebbe risultare decisivo.

Mitchell Brown, sondaggista repubblicano dello studio Cygnal, colloca l’entusiasmo democratico sui livelli del 2018, quando il partito riconquistò la Camera dei Rappresentanti. I repubblicani, al contrario, appaiono molto meno motivati rispetto ad allora. “Non è che i democratici stiano superando le attese: sono i repubblicani che stanno andando peggio del previsto”, ha spiegato.

Secondo Brown, il gruppo più a rischio è quello degli uomini sotto i quarant’anni, preoccupati soprattutto per l’economia e per l’aumento dei prezzi. È lo stesso segmento che contribuì in modo decisivo alla vittoria di Trump nel 2024, anche in alcuni degli Stati in bilico che torneranno al voto quest’anno.

La tensione è particolarmente evidente in Iowa, dove sia la corsa per il governatorato sia quella per un seggio al Senato sono aperte e competitive, nonostante lo Stato sia ormai considerato solidamente repubblicano. Durante una sessione porta a porta di AFP Action a Urbandale, sobborgo di Des Moines, diversi elettori hanno criticato la guerra in Iran e l’inflazione; alcuni hanno persino dichiarato di essere pronti a votare democratico in autunno.

Gli strateghi repubblicani ritengono che il quadro possa cambiare quando la campagna entrerà nel vivo. Contano inoltre sul ridisegno dei collegi promosso da Trump, senza precedenti per ampiezza, che dovrebbe limitare le perdite garantendo al partito un vantaggio strutturale. “I repubblicani sono uniti, all’attacco e dispongono del più grande tesoro elettorale nella storia del partito”, ha dichiarato Natalie Baldassarre, portavoce del Republican National Committee, secondo cui gli elettori hanno ben chiara la posta in gioco a novembre.

Il nodo della mobilitazione


A Washington, però, il partito resta paralizzato dalle divisioni interne, che gli hanno impedito di approvare alcuni dei suoi provvedimenti simbolo. Tra questi c’è il SAVE America Act, la proposta di legge che prevede l’obbligo di esibizione di un documento d’identità per votare e di una prova della cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali.

La Camera dei Rappresentanti lo ha approvato a febbraio con 218 voti contro 213, ma al Senato i repubblicani non dispongono dei 60 voti necessari per superare l’ostruzionismo (“filibuster”) dei democratici. Trump ha quindi attaccato pubblicamente i vertici del partito per il ritardo. Dopo la legge del 2025 che ha prorogato i tagli fiscali, inoltre, il Congresso non ha più approvato misure significative contro l’aumento del costo della vita.

“Dobbiamo fare qualcosa per rimotivare la nostra base”, ha ammesso Ron Johnson, senatore repubblicano del Wisconsin, che tornerà davanti agli elettori soltanto nel 2028. A suo giudizio, molti sostenitori fedeli ritengono che i parlamentari del partito non si siano impegnati abbastanza. Abigail Jackson, portavoce di Trump, ha definito la legge elettorale una priorità assoluta e ha assicurato che l’amministrazione continua ad attuare l’agenda del presidente sui prezzi, dal costo dei farmaci a quello della benzina.

Altri senatori chiedono a Trump di sfruttare la propria piattaforma e i 400 milioni di dollari raccolti dal comitato MAGA Inc. per mobilitare gli elettori meno assidui, considerato che il presidente ottiene risultati migliori quando compare personalmente sulla scheda. Kevin Cramer, senatore del North Dakota, ha raccontato di aver affrontato il tema con Trump nello Studio Ovale la settimana scorsa. “Lo faranno, se approvate il SAVE America Act”, avrebbe risposto il presidente. Il fondo, intanto, resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore per il mancato impiego delle risorse.

La Casa Bianca punta anche sulla convention di metà mandato, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas, per rilanciare l’entusiasmo. Thom Tillis, senatore del North Carolina che ha rinunciato a ricandidarsi, ritiene che alla fine la base tradizionale andrà comunque alle urne. Teme però che l’economia e l’inflazione abbiano compromesso l’immagine del partito tra i moderati e che la guerra in Iran stia diventando un ulteriore peso elettorale. “La domanda è se la coalizione che appartiene soltanto al presidente potrà essere mobilitata per votare anche per gli altri”, ha concluso.


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✨ Operation Double Barrel: quando lo spionaggio di stato nordcoreano condivide l’infrastruttura con il ransomware Gunra
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/operat…

@informatica


Operation Double Barrel: quando lo spionaggio di stato nordcoreano condivide l’infrastruttura con il ransomware Gunra


Un’advisory congiunta pubblicata il 30 luglio 2026 da National Intelligence Service, National Police Agency, KISA e Financial Security Institute sudcoreani, basata sull’analisi di AhnLab ASEC, ricostruisce oltre un anno di attività di un gruppo state-sponsored contro cittadini e aziende della Corea del Sud. Il dato più interessante non è la campagna di spionaggio in sé, ma la sua sovrapposizione tecnica con episodi attribuiti al ransomware Gunra: stessa vulnerabilità sfruttata, stesse impronte SSH, stessa infrastruttura di rete. Gli analisti l’hanno battezzata Operation Double Barrel.

Un anno e mezzo di infiltrazione silenziosa


Secondo ASEC, tra il 2025 e la prima metà del 2026 un attore state-sponsored ha sfruttato in modo continuativo vulnerabilità in software di sicurezza finanziaria diffuso in Corea del Sud — la categoria di plugin e moduli di autenticazione che le banche e i portali pubblici sudcoreani impongono spesso agli utenti per operazioni online, un ecosistema già colpito in passato da gruppi legati alla Corea del Nord proprio per la sua ubiquità e per i privilegi elevati con cui questi moduli girano sui sistemi degli utenti.

Il vettore di accesso iniziale ha seguito due binari paralleli: watering hole su siti legittimi sudcoreani nei settori media, istruzione, sanità e manifatturiero, e spear-phishing con link malevoli inviati direttamente ai bersagli. In entrambi i casi l’obiettivo era far raggiungere alla vittima una pagina che sfruttasse la vulnerabilità nel software finanziario per installare un backdoor.

Gli impianti: Struggle e Brandoor


ASEC identifica due famiglie di backdoor principali nella campagna: Struggle, tracciato anche come SIGNBT 3.0, e Brandoor, alias COPPERHEDGE. Non sono nomi nuovi per chi segue le operazioni nordcoreane: SIGNBT è una famiglia storicamente associata al cluster Andariel dell’ombrello Lazarus, mentre COPPERHEDGE è un impianto documentato da anni negli advisory CISA/US-CERT sotto l’etichetta HIDDEN COBRA, usato in particolare contro exchange di criptovalute e istituzioni finanziarie. La loro presenza in questa campagna rafforza l’attribuzione a un attore nordcoreano, anche se il report ASEC, in linea con la prassi delle agenzie sudcoreane, evita l’attribuzione esplicita in favore della dicitura “gruppo state-sponsored”.

Oltre ai due backdoor principali, l’advisory cita strumenti aggiuntivi per l’escalation di privilegi e la consegna di payload successivi, elemento che suggerisce un kit modulare adattato caso per caso a seconda del bersaglio e dei privilegi ottenuti nella fase di accesso iniziale.

Il secondo barile: Gunra ransomware


Gunra è un gruppo ransomware relativamente giovane, emerso sui data leak site nel 2025 con un locker dual-platform per Windows e Linux; la variante Linux, analizzata a fondo da ASEC in report precedenti, si è rivelata tecnicamente fragile a causa di un generatore di numeri casuali difettoso nell’implementazione della cifratura, un dettaglio che in alcuni casi ha permesso il recupero dei file senza pagare il riscatto.

Ciò che rende rilevante Operation Double Barrel è che alcuni incidenti attribuiti a Gunra hanno riutilizzato le stesse vulnerabilità nel software finanziario coreano sfruttate dal gruppo state-sponsored, e mostrano sovrapposizioni in malware, impronte delle chiavi SSH e infrastruttura di rete, inclusi indirizzi usati per il download di payload e per il reverse tunneling. ASEC non si spinge a dichiarare che si tratti dello stesso gruppo, ma ipotizza tecniche, strumenti o infrastruttura condivisi, oppure una collaborazione limitata tra i due attori.

Lo scenario non è inedito: negli ultimi anni diversi ricercatori hanno documentato episodi in cui operatori legati alla Corea del Nord hanno sperimentato il ransomware come ulteriore fonte di finanziamento, affiancandolo alle tradizionali operazioni di furto di criptovalute e spionaggio economico. Se confermata, una relazione anche solo infrastrutturale tra un cluster di spionaggio statale e una gang ransomware indipendente solleva interrogativi non banali su come Pyongyang stia monetizzando l’accesso ottenuto per scopi di intelligence, eventualmente “affittandolo” o rivendendolo a operatori criminali con obiettivi finanziari.

Timeline


  • 2025 — inizio dello sfruttamento delle vulnerabilità nel software di sicurezza finanziaria coreano; primi impianti Struggle/SIGNBT 3.0 e Brandoor/COPPERHEDGE osservati in campagne watering hole e spear-phishing.
  • 2025 – H1 2026 — incidenti paralleli attribuiti al ransomware Gunra riutilizzano le stesse vulnerabilità e mostrano sovrapposizioni infrastrutturali.
  • 30 luglio 2026 — NIS, NPA, KISA e FSI pubblicano l’advisory congiunta “Operation Double Barrel”; AhnLab ASEC rilascia i report tecnici in coreano e inglese con IoC completi.


Due righe per i difensori


Per i team di difesa, anche fuori dalla Corea del Sud, il caso offre due lezioni. La prima: i moduli di sicurezza aggiuntivi imposti da settori regolamentati (banking security software, plugin di autenticazione, agent antifrode) restano un bersaglio ad alto ritorno per gli attaccanti, proprio perché godono di privilegi elevati e fiducia implicita da parte dell’utente. La seconda: il monitoraggio delle infrastrutture ransomware non può più prescindere dalla correlazione con il tracking degli APT, perché la separazione tra “cybercrime a scopo di lucro” e “operazioni di intelligence statale” nel caso nordcoreano è sempre più sfumata. Chi gestisce threat intelligence dovrebbe incrociare sistematicamente IoC di gruppi ransomware emergenti con quelli degli intrusion set nordcoreani noti, cercando sovrapposizioni di infrastruttura anche quando l’attribuzione formale resta incerta.

Indicatori di compromissione

Nome operazione: Operation Double Barrel
Enti coinvolti nell'advisory: NIS, NPA, KISA, FSI (Corea del Sud)
Fonte tecnica: AhnLab ASEC
Backdoor identificati: Struggle (alias SIGNBT 3.0), Brandoor (alias COPPERHEDGE)
Gruppo ransomware collegato: Gunra
Vettori di accesso iniziale: watering hole su siti legittimi coreani (media, istruzione,
  sanità, manifatturiero), spear-phishing con link malevoli
Vulnerabilità sfruttate: falle in software di sicurezza finanziaria coreano
Indicatori tecnici condivisi tra le due campagne: impronte di chiavi SSH, indirizzi IP
  di download e reverse tunneling, credenziali riutilizzate
Report completi: [AhnLab] Operation Double Barrel (KOR/ENG) (2026.07.30)
MITRE ATT&CK: T1189 Drive-by Compromise, T1566.002 Spearphishing Link,
  T1190 Exploit Public-Facing Application, T1105 Ingress Tool Transfer,
  T1059 Command and Scripting Interpreter, T1003 OS Credential Dumping,
  T1021.004 Remote Services: SSH, T1071.001 Application Layer Protocol: Web Protocols,
  T1078 Valid Accounts

Fonte: AhnLab ASEC, advisory congiunta NIS/NPA/KISA/FSI.

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✨ RedRelay: la società fantasma cinese che nasconde le operazioni cyber del PLA dietro un brevetto per spiare Telegram
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/redrel…

@informatica


RedRelay: la società fantasma cinese che nasconde le operazioni cyber del PLA dietro un brevetto per spiare Telegram


Non ha un sito web, non ha un catalogo prodotti pubblico, non ha nemmeno un’insegna. Eppure Guangdong Chanming Technology, una società con sede nel Guangdong praticamente invisibile su internet, avrebbe costruito e gestito per anni una delle infrastrutture di offuscamento più utilizzate dagli APT cinesi legati all’Esercito Popolare di Liberazione: la rete RedRelay, nota nella letteratura di threat intelligence occidentale anche come ORBWEAVER. A smascherarla è stato il collettivo di ricercatori indipendenti Intrusion Truth, che da oltre otto anni applica tecniche di OSINT per identificare le persone e le società dietro le operazioni di cyberspionaggio di Pechino.

Cos’è una ORB network e perché fa paura ai difensori


Le “Operational Relay Box” network, o ORB network, sono infrastrutture di proxy multi-hop costruite aggregando router domestici compromessi, VPS commerciali e dispositivi IoT, con l’obiettivo di far rimbalzare il traffico degli attaccanti attraverso molteplici salti prima di raggiungere il bersaglio finale. Google Mandiant e Microsoft le descrivono da anni come uno degli sviluppi più insidiosi nel tradecraft delle APT cinesi: a differenza di una singola VPN o di un bulletproof hosting, un ORB network cambia continuamente topologia, mescola traffico legittimo e malevolo sugli stessi nodi e rende quasi inutile il blocco per indirizzo IP, perché l’infrastruttura di oggi non è quella di domani. Gruppi come Volt Typhoon hanno già dimostrato quanto queste reti complichino l’attribuzione e la difesa perimetrale nelle infrastrutture critiche occidentali.

Da Free Connect a RedRelay: la genesi del progetto


Secondo la ricostruzione di Intrusion Truth, RedRelay nasce come evoluzione di Free Connect (FCN), un tool VPN sviluppato in origine come progetto personale da Wang Huiping, oggi co-fondatore di Guangdong Chanming. Il codice, un tempo ospitato su GitHub sotto lo pseudonimo “boywhp”, è stato progressivamente trasformato in un prodotto commerciale a duplice uso: da un lato uno strumento di anonimizzazione generico, dall’altro un’infrastruttura su misura per operazioni offensive. I ricercatori sono risaliti a Wang incrociando un numero di telefono registrato su documenti societari con un indirizzo email legato al progetto FCN, un classico errore operativo che il collettivo sfrutta sistematicamente per deanonimizzare gli sviluppatori di tool “dual use” cinesi.

Sul piano tecnico, campioni VirusTotal riconducibili al dominio associato a FCN includono file identificati come stn.exe, mentre le versioni Linux del tool utilizzano un comando distintivo che ha condotto gli analisti a “bulbature”, un artefatto già associato in passato alla famiglia di malware WHIPWEAVE, anch’essa collegata all’ecosistema RedRelay/ORBWEAVER.

I brevetti che tradiscono lo scopo reale


La parte più interessante dell’indagine riguarda i brevetti e i copyright software depositati da Guangdong Chanming presso gli uffici cinesi competenti. Almeno due brevetti descrivono esplicitamente flussi di traffico anonimizzati e multi-hop coerenti con il comportamento osservato di RedRelay. Ma l’elenco dei prodotti registrati va ben oltre l’anonimizzazione: tra i titoli figurano un “Internet Security Access System”, un “Multi-functional Security Proxy”, un “Anti-traceability Network”, un sistema di “Network Vulnerability Testing”, un “Android Secret Extraction System” e, particolarmente rilevante, un “Telegram Data Collection System”. Si tratta di capacità che, cumulate, disegnano il profilo di un fornitore di strumenti di sorveglianza ed estrazione dati su misura per operazioni statali, non di un’azienda di cybersecurity difensiva come vorrebbe far credere l’assenza quasi totale di presenza pubblica.

Il cliente: non solo intelligence, ma anche polizia


Gli elementi più sensibili emersi dall’indagine riguardano i clienti. Documenti di procurement riconducibili a canali dell’Esercito Popolare di Liberazione citano la fornitura da parte di Guangdong Chanming di un “Anonymous Network System” a un’unità di stanza nel distretto di Haidian, a Pechino, area storicamente associata alla PLA Cyberspace Force. Le analisi open source collegano inoltre l’uso di RedRelay a diversi cluster di cyberspionaggio cinese tracciati da anni dall’industria della threat intelligence sotto etichette come APT15, Ke3chang, Vixen Panda, Red Vulture, Playful Dragon e Nylon Typhoon, gruppi storicamente attivi contro ministeri degli esteri, ambasciate e contractor della difesa in Europa e Asia. Secondo Intrusion Truth, a queste attribuzioni si aggiungerebbero designazioni interne cinesi come l’Unità 61046 e l’VIII Ufficio del CSF (Cyberspace Force), sebbene questo livello di attribuzione resti – come sempre in questi casi – basato su indizi convergenti più che su prove dirette e verificabili da terzi.

Non meno significativo è che tra i clienti indicati compaia anche il Ministero della Pubblica Sicurezza, l’apparato che gestisce le forze di polizia cinesi: un dettaglio che conferma quanto il confine tra sorveglianza interna e cyberspionaggio esterno, nel modello cinese dei contractor privati “dual use”, sia ormai strutturalmente sfumato – lo stesso schema documentato in passato per fornitori come i900 e la galassia legata a APT41 e Silk Typhoon.

Due righe per i difensori


Per i team di detection, la lezione principale è che il blocklisting basato su indirizzi IP o su singoli domini è una difesa in costante ritardo contro le ORB network: RedRelay, come le altre infrastrutture simili, ruota continuamente nodi residenziali e commerciali compromessi. È più efficace investire in detection comportamentale (pattern di traffico anomali verso servizi di collaborazione, orari di attività non coerenti con l’utenza reale, fingerprint TLS associati a tool come FCN/stn), condivisione di intelligence tra organizzazioni sullo stesso settore e monitoraggio delle infrastrutture note collegate a WHIPWEAVE. Per le organizzazioni che gestiscono comunicazioni sensibili su Telegram o piattaforme simili, la conferma dell’esistenza di un “Telegram Data Collection System” commerciale cinese è un promemoria che l’app di messaggistica, da sola, non garantisce alcuna protezione dall’intelligence statale se l’endpoint o l’account è nel mirino.

Indicatori e riferimenti noti

Società identificata: Guangdong Chanming Technology Co., Ltd.
Persona chiave: Wang Huiping (co-fondatore, ex sviluppatore progetto "Free Connect / FCN", GitHub handle "boywhp")
Infrastruttura: RedRelay (alias ORBWEAVER), ORB network multi-hop
Artefatti noti: stn.exe (Windows), comando distintivo Linux collegato a "bulbature"
Famiglia malware collegata: WHIPWEAVE
Prodotti brevettati/registrati: Internet Security Access System, Multi-functional Security Proxy,
  Anti-traceability Network, Network Vulnerability Testing System, Android Secret Extraction System,
  Telegram Data Collection System, File Transfer Network
Clienti riportati: unità PLA Cyberspace Force (distretto di Haidian, Pechino), Ministero della Pubblica Sicurezza
Gruppi APT collegati: APT15 / Ke3chang / Vixen Panda / Red Vulture / Playful Dragon / Nylon Typhoon
Designazioni interne citate: Unità 61046, VIII Ufficio CSF

L’indagine di Intrusion Truth, pubblicata il 27 luglio 2026 e ripresa nei giorni successivi da Risky Business, GBHackers e altre testate di settore, si inserisce in un filone di ricerca ormai consolidato: dal caso i-Soon del 2024 alle rivelazioni su altri fornitori “fantasma” del ministero della Sicurezza di Stato, l’ecosistema dei contractor privati cinesi continua a produrre errori operativi sufficienti a far emergere, poco alla volta, l’architettura reale dietro le campagne di cyberspionaggio più persistenti contro obiettivi occidentali.

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I socialisti americani spaventano il Partito Democratico


I Democratic Socialists of America superano i 120.000 iscritti e battono i deputati in carica nelle primarie: i moderati temono un effetto Tea Party alle elezioni di metà mandato di novembre

I Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione della sinistra radicale statunitense, hanno superato i 120.000 iscritti e stanno vincendo una serie di primarie contro parlamentari democratici in carica. Martedì la sfida si ripete nelle primarie per il Congresso in Missouri e Michigan, con le corse più attese a Detroit e St. Louis. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, l'avanzata del movimento provoca preoccupazione e in alcuni casi panico tra i democratici moderati. Il timore è di rivivere quello che accadde ai repubblicani con il Tea Party, la frangia radicale che conquistò il partito danneggiandone l'immagine. E succede proprio mentre il partito cerca di attrarre gli elettori indecisi per riprendersi il Congresso alle elezioni di metà mandato di novembre.

Il movimento è nato nel 1982 dalla fusione di due organizzazioni socialiste e per decenni è rimasto marginale, con appena 6.000 membri all'inizio. La prima svolta è arrivata con la campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016, la seconda con la guerra a Gaza. Circa la metà degli iscritti attuali è entrata dopo la fine del 2024, quando le proteste contro l'offensiva israeliana nei campus universitari hanno avvicinato al movimento decine di migliaia di giovani. Oggi i DSA contano 250 sezioni locali, si finanziano soprattutto con le quote degli iscritti (in genere 15 dollari al mese) e hanno in Zohran Mamdani, il sindaco socialista di New York, il loro volto più noto.

I vertici dell'organizzazione vedono il Partito Democratico meno come un alleato che come un obiettivo da conquistare: la strategia dichiarata è sfidare i parlamentari in carica nelle primarie fino a prenderne il controllo.

A giugno tre candidati al Congresso sostenuti da Mamdani e dai DSA hanno vinto le primarie democratiche a New York, eliminando due parlamentari di lungo corso. Uno dei vincitori era stato arrestato l'anno scorso mentre protestava contro gli aiuti militari a Israele davanti all'ufficio di Chuck Schumer, il leader dei democratici al Senato. Darializa Avila Chevalier, tra gli organizzatori delle proteste alla Columbia University, ha battuto alla sua prima candidatura un deputato al quinto mandato in un collegio tra Manhattan e il Bronx. Altre vittorie sono arrivate in Pennsylvania e Colorado, dove l'avvocata Melat Kiros ha sconfitto nella zona di Denver un parlamentare in carica da 15 mandati.

Dopo i successi di giugno, fino a 16 candidati sostenuti dai DSA potrebbero entrare l'anno prossimo nel parlamento dello Stato di New York.

Il bilancio annuale dell'organizzazione è di appena 9,3 milioni di dollari. È meno di quanto un solo super PAC democratico, cioè uno dei comitati che possono raccogliere fondi elettorali senza limiti, ha già impegnato per la corsa al Senato in New Hampshire.

Quando fanno campagna porta a porta, i volontari del movimento non puntano a bussare una volta a ogni porta del quartiere, ma a farlo quattro volte. Candidati come Mamdani hanno dato voce alla rabbia dei più giovani per l'aumento del costo della vita, dalla casa alla sanità, presentandosi come gli unici disposti a opporsi all'amministrazione del presidente Donald Trump.

Le primarie vinte finora si sono giocate quasi tutte in collegi saldamente democratici. I gruppi del partito hanno scelto di non spendere per difendere i parlamentari in carica, convinti che i soldi servano di più nei seggi che a novembre decideranno la maggioranza.

La piattaforma pubblicata questo mese, intitolata "Workers deserve more" (i lavoratori meritano di più), immagina un mondo senza capitalismo. Prevede la settimana lavorativa di 32 ore, l'istruzione gratuita, la sanità universale, il controllo degli affitti e l'abolizione della polizia, delle carceri e dell'ICE, l'agenzia federale che esegue le espulsioni dei migranti, oltre allo stop agli aiuti economici e militari a Israele. Il documento chiede anche di abolire il Senato e di sostituire il presidente e la Corte Suprema con rappresentanti "scelti dal Congresso e a esso subordinati". Per finanziare le proposte il movimento indica tagli profondi alle spese per difesa e polizia, oltre ad aumenti delle tasse su società ed eredità.

Jamie Metzl, che con l'amministrazione Clinton lavorò nel Consiglio per la sicurezza nazionale e al Dipartimento di Stato, ha detto al Wall Street Journal che i DSA rappresentano "una minaccia fondamentale per il Partito Democratico e per la nazione nel suo complesso". Il deputato centrista Tom Suozzi ha avvertito che molti democratici sottovalutano un gruppo capace di organizzarsi e catturare l'attenzione con la stessa efficacia del movimento MAGA del presidente Trump. Van Jones, commentatore vicino ai democratici, ha detto in un video che il movimento mescola buone idee progressiste, come la sanità universale, con proposte "completamente folli" come l'abolizione delle carceri.

Kamala Harris, candidata democratica alla presidenza nel 2024, ha chiamato Mamdani dopo le vittorie di giugno, un gesto letto come un tentativo di accreditarsi presso la sinistra del partito mentre valuta una nuova corsa alla Casa Bianca nel 2028. Anche la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, tra i volti più noti del socialismo americano, sta considerando una candidatura presidenziale.

A giugno il 58% degli elettori democratici riteneva gli Stati Uniti troppo favorevoli a Israele, in crescita dal 45% di gennaio 2024, secondo un sondaggio AP-NORC. I DSA rivendicano di aver contribuito a spostare la posizione del partito sulla guerra a Gaza e di aver reso tossica per molti democratici l'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, che in passato godeva di un sostegno bipartisan.

Il movimento tiene insieme anime molto diverse. Ci sono i pragmatici concentrati sul governo locale, come il Mamdani che ad aprile trasformò in un evento mediatico la riparazione di una buca stradale a Staten Island. E ci sono marxisti e comunisti dichiarati, presenti anche nel comitato politico nazionale.

Megan Romer, co-presidente nazionale dei DSA, appartiene a una corrente che dichiara di voler "abolire il capitalismo e, in ultima analisi, raggiungere il comunismo", ma respinge l'immagine della rivoluzionaria. "Non sto costruendo una ghigliottina nel mio giardino", ha detto al giornale.

Il suo obiettivo per l'anno prossimo è avere alla Camera dieci deputati vicini al movimento, meglio ancora trenta o sessanta. Saranno comunque pochi, ma con una maggioranza risicata ogni voto conta. Un blocco socialista, da solo o alleato con gli altri progressisti, potrebbe dettare condizioni alla leadership del partito.


Michigan, Wisconsin e Minnesota sono i prossimi test per la sinistra americana


I candidati progressisti hanno vinto una serie di primarie democratiche quest'estate, battendo parlamentari in carica e lanciando nuove figure della sinistra in territori sicuri come New York e il Colorado. Nelle prossime settimane si sposteranno su un terreno più difficile: le primarie in Michigan, Wisconsin e Minnesota diranno se gli elettori democratici degli stati più contesi vogliono mandare candidati di sinistra a elezioni generali dall'esito incerto.

La sinistra del partito ritiene che, con la frustrazione diffusa per le disuguaglianze e il costo della vita, i candidati anti-establishment possano vincere le primarie, portare gli elettori alle urne in autunno e segnalare al partito che deve tornare alle sue radici populiste. "Dobbiamo essere disposti a riconoscere gli errori che ci hanno portato in questa situazione, perché non è solo che Donald Trump ha vinto, è che i democratici hanno perso", ha detto domenica la deputata Alexandria Ocasio-Cortez a un comizio per Abdul El-Sayed, il candidato progressista che sostiene alle primarie per il Senato in Michigan.

L'ascesa di questi candidati preoccupa i democratici moderati, convinti che la base militante del partito rischi di nominare figure destinate a perdere elezioni vincibili. "Rischiamo di perdere corse che potremmo altrimenti vincere se andiamo troppo a sinistra in stati come il Michigan, che ha votato per Donald Trump un anno e mezzo fa", ha detto al New York Times Matt Bennett, cofondatore di Third Way, un think tank democratico centrista.

In Michigan la primaria per il Senato del 4 agosto oppone El-Sayed, ex responsabile della sanità della contea di Wayne sostenuto anche dal senatore Bernie Sanders, alla deputata Haley Stevens, eletta nei sobborghi a nord di Detroit. El-Sayed critica duramente il governo israeliano, propone il "Medicare for all", un sistema di sanità pubblica universale, e sembra avere un leggero vantaggio nei sondaggi. Nella corsa stanno girando decine di milioni di dollari.

Stevens, una moderata filoisraeliana appoggiata dal leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, può però contare su un netto vantaggio pubblicitario: la sua campagna ha ricevuto quasi 30 milioni di dollari legati all'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la più influente lobby filoisraeliana americana, più altri 20 milioni da super PAC, comitati elettorali che possono raccogliere fondi senza limiti, con donatori non dichiarati. I sondaggi indicano che gli elettori neri preferiscono Stevens, mentre El-Sayed punta sui giovani e sull'elettorato più progressista dello stato: l'esito dipenderà da quanto quella massa di denaro sposterà voti e da chi andrà davvero a votare.

In Wisconsin la deputata statale Francesca Hong, 37 anni, socialista-democratica, sta salendo nel campo affollato della primaria per il governatore dell'11 agosto e sostiene che le sue posizioni possano attrarre operai e agricoltori in uno degli stati più contesi del paese. La sua ascesa preoccupa i democratici convinti che un candidato associato al socialismo non possa vincere un governatorato nel cuore del paese, che il partito considera un presidio per le sue ambizioni nazionali.

La vicegovernatrice Sara Rodriguez, considerata da una parte del partito l'alternativa moderata più credibile, si è ritirata dopo le rivelazioni sulla cattiva gestione dei fondi della sua campagna. Il suo ritiro ha spinto David Crowley, capo dell'esecutivo della contea di Milwaukee che aveva già abbandonato la corsa, a rientrare e a incassare subito l'appoggio del governatore uscente Tony Evers. Tutto questo caos potrebbe favorire Hong.

Il Minnesota non è uno stato in bilico: ha due senatori democratici, un governatore democratico e non vota un repubblicano per la presidenza dai tempi di Nixon. La primaria dell'11 agosto per il seggio della senatrice uscente Tina Smith è comunque interessante: la deputata Angie Craig, che dal 2018 difende un distretto del sud dello stato strappato ai repubblicani, sfida la vicegovernatrice Peggy Flanagan, sostenuta da Sanders e dalla senatrice Elizabeth Warren. Craig si presenta come una scelta pragmatica, pronta a sfidare il suo stesso partito; Flanagan l'ha definita una "corporate Democrat", una democratica vicina alle aziende, e dice di essere lei quella disposta alle battaglie più dure. Il governatore Tim Walz resta neutrale.

Le sfide progressiste non riguardano solo le corse statali. A St. Louis l'ex deputata Cori Bush, membro della "Squad", il gruppo delle parlamentari più a sinistra del partito, ci riprova contro il deputato Wesley Bell, che l'aveva battuta nel 2024 con l'aiuto delle forti spese dei gruppi filoisraeliani. In Michigan il deputato Shri Thanedar deve difendersi dalla sfida del deputato statale Donavan McKinney, 34 anni, sostenuto da Sanders e dalla deputata Rashida Tlaib.


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Il PIL americano rallenta all'1,5% nel Q2: a frenarlo sono benzina e chip importati per l'IA


L'economia statunitense è cresciuta dell'1,5% annualizzato nel secondo trimestre, sotto l'1,8% atteso dagli analisti. Consumi e investimenti delle imprese restano solidi, ma le importazioni dei chip per i data center IA e il caro carburante pesano sul dato.

L'economia americana è cresciuta a un ritmo annualizzato dell'1,5% nel secondo trimestre, cioè al passo che si otterrebbe se l'andamento di quei tre mesi si ripetesse per un anno intero. Il risultato è inferiore all'1,8% previsto dagli economisti interpellati dal Wall Street Journal e segna un rallentamento rispetto al 2,1% annualizzato registrato tra gennaio e marzo. Negli ultimi tre mesi del 2025 la crescita si era invece fermata allo 0,5%. Il dato, diffuso oggi dal Dipartimento del Commercio, riguarda un trimestre segnato dalla guerra in Medio Oriente e dal rincaro dell'energia.

A pesare sul risultato sono state soprattutto le importazioni, che nel calcolo del PIL entrano con il segno meno perché riguardano beni prodotti all'estero. Il saldo commerciale ha sottratto circa un punto percentuale alla crescita complessiva; anche la riduzione delle scorte delle imprese e il calo della spesa pubblica hanno frenato l'economia. Una parte consistente degli acquisti dall'estero è però legata proprio alla corsa all'intelligenza artificiale: le aziende che costruiscono data center importano semiconduttori e apparecchiature, contribuendo così ad ampliare una voce che, nella contabilità nazionale, riduce il PIL.

Economia americana

Il PIL americano rallenta, ma sotto la superficie l’economia accelera


Nel secondo trimestre del 2026 la crescita si ferma all’1,5% annualizzato, frenata dalle importazioni legate alla corsa all’intelligenza artificiale. La domanda interna, però, aumenta al ritmo più alto da tre anni.

Grafica di FocusAmerica 30 luglio 2026

Le due velocità dell’economia · T2 2026, tassi annualizzati

Crescita del PIL

+0,0%

Il dato ufficiale: sotto le attese degli economisti (+1,8%) e in frenata dal +2,1% del primo trimestre.

Domanda interna privata

+0,0%

Le vendite finali agli acquirenti privati interni, l’indicatore che esclude commercio estero, scorte e spesa pubblica.

Depurata dalle componenti più volatili, la domanda interna cresce a un ritmo più che doppio rispetto a quello del PIL ufficiale: è l’aumento più rapido dall’inizio del 2023.

La serie

Un anno e mezzo di crescita a strappi


Variazione del PIL reale rispetto al trimestre precedente, tasso annualizzato e destagionalizzato.

Il paradosso

L’intelligenza artificiale dà e toglie


Il contributo della corsa all’AI alla crescita del secondo trimestre, in punti percentuali di PIL.

Quanto ha dato: computer, data center e software

oltre la metà della crescita

La barra intera rappresenta il +1,5% del trimestre: più della metà arriva dalla spesa informatica, secondo i calcoli di Ernie Tedeschi (Stripe).

Quanto ha tolto: il commercio estero (import di chip e macchinari)

−1 punto percentuale

Barre in scala tra loro: un punto sottratto contro un punto e mezzo di crescita complessiva.

Le aziende che costruiscono data center comprano semiconduttori e apparecchiature dall’estero: la stessa corsa all’AI che spinge gli investimenti gonfia le importazioni, che nel calcolo del PIL entrano con il segno meno.

I motori

Consumi e investimenti spingono, la benzina frena


Le tre variabili che raccontano il trimestre, tra tagli fiscali e guerra con l’Iran.

Consumi delle famiglie
+3,2%
Dal +0,5% di inizio anno: il dato migliore dal terzo trimestre 2025, sostenuto dai tagli fiscali.

Investimenti delle imprese
+8,4%
Trainati da macchinari, server e software destinati all’intelligenza artificiale.

Benzina, media del trimestre
4,22 $
Al gallone: era sotto i 3 dollari prima dell’attacco all’Iran di fine febbraio. Il picco di maggio ha superato i 4,50 $.

La Fed

Tassi fermi, ma i falchi alzano la voce


La Federal Reserve ha lasciato i tassi tra il 3,5% e il 3,75%. Il voto, però, non è stato unanime.

9 hanno votato per lasciare i tassi invariati
3 hanno chiesto un rialzo immediato di un quarto di punto
Tre dissensi nella stessa direzione non si registravano dal settembre 2016. A chiedere il rialzo: Hammack (Cleveland), Kashkari (Minneapolis) e Logan (Dallas).

Fonte: Bureau of Economic Analysis; AAA; Federal Reserve; calcoli di Ernie Tedeschi (Stripe) citati dal Wall Street Journal · Luglio 2026. Tassi di variazione reali, annualizzati e corretti per la stagionalità.

La domanda interna cresce al ritmo più alto da tre anni


Al di là del dato principale, l'economia ha invece accelerato. Le vendite finali agli acquirenti privati interni, l'indicatore seguito dagli economisti perché esclude le componenti più volatili come commercio estero, scorte e spesa pubblica, sono aumentate a un ritmo annualizzato del 3,9%, contro l'1,7% del trimestre precedente. È l'incremento più rapido dal primo trimestre del 2023.

I consumi delle famiglie, che rappresentano circa due terzi dell'attività economica americana, sono cresciuti del 3,2%, dopo lo 0,5% dei primi tre mesi dell'anno: il risultato migliore dal terzo trimestre del 2025. Sostenute dai tagli fiscali approvati lo scorso anno dal Congresso, le famiglie hanno aumentato la spesa sia per i beni sia per i servizi. Gli investimenti delle imprese sono saliti dell'8,4% annualizzato, trainati dai macchinari e dalla proprietà intellettuale, le due categorie che comprendono server, computer e software destinati all'intelligenza artificiale.

"Più della metà della crescita reale del PIL nel solo secondo trimestre è attribuibile a computer, data center o a qualcosa di collegato alle apparecchiature e ai software per l'elaborazione delle informazioni", ha spiegato al Wall Street Journal Ernie Tedeschi, capo economista della società di pagamenti Stripe, che ha calcolato il contributo complessivo della spesa informatica.

L'Amministrazione Trump considera queste importazioni un segnale positivo. Intervenendo la settimana scorsa davanti alla Commissione Finanze del Senato, il Rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio, Jamieson Greer, ha detto di accogliere con favore l'aumento degli acquisti dall'estero del "tipo di beni che ci aiutano a produrre ancora di più qui". "Abbiamo spostato il grosso delle nostre importazioni dai beni di consumo e dalle automobili verso ciò che serve a sostenere la reindustrializzazione, come macchine utensili, macchinari per lo stampaggio a iniezione e chip per l'intelligenza artificiale", ha aggiunto.

Il caro benzina erode i salari e rafforza i falchi della Fed


La guerra con l'Iran ha invece colpito direttamente i bilanci delle famiglie, facendo aumentare il costo dei carburanti e riaccendendo l'inflazione, che erode il potere d'acquisto dei salari. Nel secondo trimestre la benzina è costata in media 4,22 dollari al gallone, secondo i dati dell'AAA, l'Associazione automobilistica americana, contro meno di 3 dollari prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l'Iran alla fine di febbraio. Questo mese i prezzi hanno nuovamente superato i 4,10 dollari, pur rimanendo al di sotto del picco di oltre 4,50 dollari raggiunto a maggio. Gli economisti indicano in un nuovo shock energetico il rischio principale per la seconda metà dell'anno: un'ulteriore ripresa dell'inflazione potrebbe spingere la Federal Reserve a rendere ancora più restrittiva la politica monetaria.

La Banca Centrale ha lasciato i tassi invariati tra il 3,5% e il 3,75%, ma la decisione è stata approvata con 9 voti contro 3. I presidenti delle Federal Reserve regionali di Cleveland, Minneapolis e Dallas, Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan, hanno chiesto un aumento immediato di un quarto di punto. Tre dissensi nella stessa direzione non si registravano dal settembre 2016. Il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, alla sua seconda riunione di politica monetaria, ha comunque descritto positivamente lo stato dell'economia: "L'economia sta mostrando una capacità di tenuta impressionante, anche di fronte agli shock recenti", ha detto, indicando negli investimenti aziendali legati all'intelligenza artificiale l'elemento più sorprendente del quadro.

Dall'inflazione è arrivato a giugno un segnale di raffreddamento. L'indice PCE, la misura dei prezzi preferita dalla Fed, è diminuito dello 0,1% rispetto a maggio grazie al calo del petrolio, ma è rimasto del 3,7% superiore rispetto a un anno prima. La componente core, che esclude le categorie più volatili come alimentari ed energia, è aumentata dello 0,1% sul mese e del 3,3% su base annua.

Il trimestre restituisce dunque un dato di crescita debole, dietro il quale si muove però un'economia molto più dinamica: la domanda interna aumenta al ritmo più sostenuto da tre anni, mentre il boom degli investimenti alimenta le importazioni e sottrae nell'immediato punti al PIL, pur ponendo le basi per una maggiore capacità produttiva. È proprio questa combinazione, un'economia ancora solida e un'inflazione persistente, a rafforzare le ragioni di chi, dentro la Fed, vuole mantenere restrittiva la politica monetaria.

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In einer Urabstimmung fordert die überwältigende Mehrheit der Grünen in Baden-Württemberg, den Palantir-Vertrag sofort zu kündigen. Doch die Landesregierung hält an ihrem Kurs fest. Dabei verlangen die Mitglieder alles andere als eine grundlegende Wende.
netzpolitik.org/2026/baden-wue…
in reply to netzpolitik.org

Erschreckend ist, dass Meldungen über Entscheidungen der "grünen Basis" die Basis und die grünen Wähler:innen zusammenhalten, selbst wenn die grünen Fraktionen das Gegenteil betreiben. Ob die Grünen in Verantwortung gegen den Volksentscheid für mehr Klimaschutz in Hamburg oder für das unkontrollierbare Überwachungssystem amerikanischer Faschisten in Baden-Württemberg stimmen, stolz verteidigen die Parteisoldaten ihre Prinzipien und absorbieren so den sich regenden Widerstand.
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È venuto a trovarmi Francesco Cancellato, direttore di Fanpage. Siamo partiti dal caso Paragon, lo spionaggio che lui ha subito tramite lo spyware Graphite, una vicenda che (pur avendo una gravità accertata diversa), mi ha ricordato quella che ho vissuto io quando mi è arrivata notizia di essere spiato dai servizi segreti italiani.

Abbiamo anche parlato di molto altro. Qui il video: video.marcocappato.it/w/8B6LXN…


Chi controlla l'informazione in Italia? Spionaggio e potere con Francesco Cancellato


Ho incontrato Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it, e insieme abbiamo parlato della trasformazione del sistema dei media, del suo impatto sulla libertà di informazione e sulla tenuta delle istituzioni democratiche.

Siamo partiti dal caso Paragon, lo spionaggio che Cancellato ha subito tramite lo spyware Graphite, una vicenda che – pur avendo una gravità accertata diversa – mi ha ricordato quella che ho vissuto io, quando mi è arrivata notizia di essere spiato dai servizi segreti italiani (youtu.be/KpPrKNUExeE).

Da lì abbiamo parlato della vulnerabilità dei cittadini e dei giornalisti di fronte all'uso incontrollato di strumenti di sorveglianza militare, toccando poi altri argomenti: il ruolo degli editori indipendenti all'interno di un mercato dominato dalle piattaforme Big Tech, i rischi legati alla disinformazione generata dall'intelligenza artificiale e le trasformazioni della partecipazione politica di fronte alle grandi crisi globali, prima fra tutte la lotta al cambiamento climatico.

✍️ Iscriviti alla mia newsletter: marcocappato.substack.com/subs…
È il canale in cui cercherò di stare dietro alle notizie e commentare quello che succede.

Se vuoi inviarmi domande o riflessioni, scrivimi a marcocappato@substack.com


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🔬Associazione Luca Coscioni: associazionelucacoscioni.it/
🇪🇺 Eumans: eumans.eu/

Con il supporto dell'Associazione Luca Coscioni
🐐 Powered by Biquette: instagram.com/biquette.it/

00:00 - Intro
01:15 - Il caso dello spyware Paragon
07:17 - Sorveglianza digitale e tutela della privacy
13:37 - Indipendenza editoriale, grandi piattaforme e qualità dell'informazione
18:58 - L'impatto dell'Intelligenza Artificiale sui media e sulla democrazia
23:47 - Il ruolo della regolamentazione e il valore dei dati pubblici
30:28 - La crisi della democrazia rappresentativa
39:01 - Crisi globali e politica nazionale
46:51 - Economia, beni comuni e costo sociale delle emissioni
53:58 - È la fine del populismo?
1:02:24 - Domanda trappola


in reply to Marco Cappato

intervista bellissima con argomenti sempre validi tanto è che con @ufficiozero e @BoostMediaAPS abbiamo più volte spinto sulla campagna #fightchatcontrol nel nostro paese e utilizziamo strumenti liberi che fanno della privacy uno standard su Ufficio Zero Linux OS 💪

Grazie Marco per queste interviste dove si sollevano problemi seri.

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Le elezioni suppletive dicono quando cambia il vento politico americano


L’analisi di quasi 10 anni di votazioni mostra che bastano cinque consultazioni per individuare un cambiamento nel clima politico. Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, però, l’orientamento dell’elettorato è rimasto sostanzialmente stabile, in media 14 punti sopra le presidenziali per i dem.

Negli Stati Uniti le elezioni suppletive, organizzate durante tutto l’anno per riassegnare i seggi rimasti vacanti al Congresso e nelle assemblee statali, sono diventate uno degli indicatori più affidabili del clima politico. Un’analisi dell’analista indipendente Marsha Kessler, pubblicata dal Downballot, il sito che da quasi un decennio raccoglie i risultati di queste consultazioni, mostra che con gli strumenti statistici adeguati è possibile individuare quasi in tempo reale i cambiamenti nell’orientamento dell’elettorato. Possono bastare appena cinque elezioni.

Dal 2017 il Downballot confronta il margine ottenuto dai candidati nelle suppletive per la Camera dei Rappresentanti e per le assemblee statali con quello registrato nell’ultima elezione presidenziale negli stessi distretti. Se il candidato democratico migliora quel risultato, si parla di "sovra performance". L’analisi prende in considerazione soltanto le consultazioni nelle quali democratici e repubblicani raccolgono insieme più del 90% dei voti: 438 elezioni in quasi dieci anni.

Dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, i democratici hanno ottenuto in media risultati migliori di 14 punti rispetto alle presidenziali negli stessi distretti. A marzo, per esempio, in Pennsylvania si è votato per un seggio statale in un distretto che nel 2024 Trump aveva conquistato con 33 punti di vantaggio. La repubblicana Andrea Verbosh ha battuto il democratico Caleb McCoy di appena 12 punti: una sovra performance democratica di 21 punti.

Scarti di queste dimensioni, tuttavia, non sono eccezionali. Durante le presidenze Trump è accaduto 77 volte che i democratici superassero di almeno 20 punti il risultato presidenziale di riferimento. Per rientrare nel 5% dei risultati più estremi serve invece una sovra performance di almeno 34 punti. È quanto avvenuto a febbraio in Louisiana, dove la democratica Chasity Martinez ha difeso un seggio della Camera statale ottenendo il 56% contro il 43% in un distretto conservatore nel quale Trump aveva raccolto il 62%: uno scarto di 37 punti rispetto alla base presidenziale.

Elezioni suppletive

Bastano cinque elezioni per capire dove va l’America


Dieci anni di suppletive per la Camera e le assemblee statali, sette fasi statistiche: così una svolta dell’elettorato si vede in poche settimane, mesi prima dei sondaggi.

Grafica di FocusAmerica

Sovra performance democratica media
+14punti

nelle suppletive dall’inizio del secondo mandato di Trump, rispetto alle presidenziali negli stessi distretti. E il clima è fermo lì da un anno e mezzo.

2017–2026

Dieci anni, sette fasi


Vantaggio medio dei democratici sulla loro base presidenziale, in punti. Seleziona una fase per i dettagli.


  • 1. Gen 2017 – fine 2017+12
  • 2. MeToo, fine 2017 – mar 2018+25
  • 3. Mar 2018 – gen 2021+4
  • 4. Presidenza Biden, 2021 – mag 2022−9
  • 5. Sentenza Dobbs, mag 2022 – nov 2023+7
  • 6. Nov 2023 – mar 2024≈0
  • 7. Ritorno di Trump, gen 2025 – oggi+14


Due casi recenti

Quando lo scarto diventa notizia


Cosa significa, in pratica, una sovra performance.

Pennsylvania · Seggio statale, marzo
+21
punti di sovra performance dem
Presidenziali 2024Trump +33
SuppletivaRepubblicani +12

Spostamento verso i dem

Non è un caso isolato: durante le presidenze Trump i democratici hanno superato la base di almeno 20 punti 77 volte.

Louisiana · Seggio statale, febbraio
+37
punti di sovra performance dem
Presidenziali 2024Trump al 62%
SuppletivaDem 56% – Rep 43%

Spostamento verso i dem

Tra i risultati più estremi del decennio: il seggio resta democratico in un distretto profondamente conservatore.

Il metodo in tre numeri

438
elezioni suppletive analizzate dal 2017

≈40
consultazioni in media ogni anno, in tutto il Paese

5
elezioni possono bastare per rilevare una svolta del clima politico

Sovra performance: differenza tra il margine democratico nella suppletiva e quello dell’ultima presidenziale nello stesso distretto. Sette fasi individuate con il controllo statistico dei processi (confidenza di almeno il 99%), su gare in cui democratici e repubblicani superano insieme il 90% dei voti.

Fonte: Marsha Kessler, The Downballot (2017–2026)

Da MeToo alla sentenza sull’aborto


Un singolo risultato, per quanto clamoroso, non basta però a dimostrare che l’intero clima politico stia cambiando. Per distinguere gli episodi isolati dalle tendenze reali, Kessler ha applicato alle elezioni le tecniche del controllo statistico dei processi, nate nell’industria manifatturiera per individuare rapidamente quando una produzione si allontana dai parametri abituali.

Il metodo divide gli ultimi dieci anni di suppletive in sette fasi distinte, ognuna identificata con un livello di confidenza statistica di almeno il 99%. Il primo mandato di Trump si apre con i democratici in vantaggio di quasi 12 punti rispetto alle loro basi presidenziali. Verso la fine del 2017 lo scarto balza improvvisamente a 25 punti, inaugurando una fase durata appena quattro mesi e 27 elezioni, coincisa con l’esplosione del movimento MeToo. Dalla fine di marzo 2018 il vantaggio democratico scende invece a 4 punti e rimane sostanzialmente invariato fino al termine del mandato, attraversando anche le elezioni di metà mandato del novembre 2018.

Con l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca il quadro si capovolge. Pochi mesi dopo il suo insediamento, i democratici scivolano in media 9 punti sotto i risultati presidenziali di riferimento: l’unica fase negativa individuata dall’analisi. A invertire la tendenza è la sentenza Dobbs, con cui il 24 giugno 2022 la Corte Suprema cancella il diritto federale all’aborto riconosciuto quasi mezzo secolo prima dalla Roe v. Wade. Lo spostamento comincia in realtà già all’inizio di maggio, quando la bozza della decisione viene pubblicata dalla stampa.

Dopo la sentenza, i democratici tornano sopra la base presidenziale di 7 punti in media. Durante quell’estate il partito ottiene cinque risultati consecutivi particolarmente positivi nelle corse per il Congresso, compresa la conquista di un seggio nell’Alaska profondamente repubblicana. Le elezioni di metà mandato di novembre, che si annunciavano molto difficili per i democratici, si concludono così quasi in parità.

Da un anno e mezzo non cambia nulla


L’effetto della sentenza Dobbs, tuttavia, si esaurisce gradualmente. Alla fine del 2023 le sovra performance democratiche quasi scompaiono, per poi tornare a crescere dalla fine di marzo 2024, sette mesi prima delle presidenziali. Il metodo avrebbe individuato entrambi i movimenti nel giro di poche settimane: il calo cominciato alla fine di novembre 2023 sarebbe diventato statisticamente riconoscibile entro il 9 gennaio 2024; il rimbalzo iniziato il 26 marzo sarebbe stato rilevato entro il 30 aprile, dopo appena cinque settimane e cinque consultazioni.

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha aperto la settima fase, tuttora in corso, nella quale i democratici superano in media di 14 punti i loro risultati presidenziali di riferimento. Nonostante le turbolenze del secondo mandato, dal gennaio 2025 il metodo non ha rilevato alcun nuovo punto di svolta. Il clima politico appare dunque stabile da un anno e mezzo e potrebbe rimanere tale fino alle elezioni di metà mandato di novembre, o anche oltre.

Queste indicazioni sono particolarmente importanti per le campagne elettorali e per i donatori, perché possono anticipare di mesi le tendenze che emergeranno nei sondaggi. Inoltre, non dipendono soltanto dal partito che controlla la Casa Bianca. Come dimostrano il movimento Me Too e la battaglia sull’aborto, uno shock improvviso o un tema capace di imporsi al centro del dibattito può modificare rapidamente il comportamento degli elettori. Con una quarantina di consultazioni all’anno in tutto il Paese, le elezioni suppletive costituiscono il flusso di dati elettorali più continuo per accorgersene.


Per gli elettori Dem l'aborto non è più una priorità


Diana DeGette, tra le più note sostenitrici del diritto all'aborto al Congresso americano, ha perso all'inizio del mese la primaria democratica per il suo seggio alla Camera in Colorado contro Melat Kiros, dell'ala socialista-democratica del partito. In Maine, a giugno, Matt Dunlap ha vinto la primaria democratica nel secondo distretto nonostante gli avversari avessero costruito gran parte della campagna sul suo passato antiabortista. Sono gli esempi più recenti di quanto l'aborto sia arretrato come tema elettorale nel 2026, dopo essere stato al centro delle campagne democratiche del 2022 e del 2024.

Da gennaio a metà luglio del 2024 negli Stati Uniti sono andati in onda più del triplo di spot elettorali legati all'aborto rispetto allo stesso periodo del 2026, con una spesa quasi doppia, secondo un'analisi del sito di giornalismo politico NOTUS su dati di AdImpact, una società che traccia la pubblicità elettorale. I sondaggi di questo ciclo mostrano che gli elettori si preoccupano soprattutto di economia e costo della vita, mentre l'aborto è sceso nella lista delle priorità.

Nel 2022 i democratici avevano evitato l'ondata repubblicana alle elezioni di metà mandato concentrando la campagna sulla decisione della Corte Suprema di cancellare la Roe v. Wade, la sentenza del 1973 che garantiva l'accesso all'aborto in tutto il Paese. Nel 2024 la stessa strategia non ha funzionato: i repubblicani hanno neutralizzato gli attacchi e Donald Trump, oggi presidente, ha dichiarato formalmente che il partito non sosteneva un divieto federale di aborto.

L'aborto "è importante come prima, ma nel 2022, con la decisione della Corte Suprema, le persone ne sentivano gli effetti immediati, mentre ora sentono l'aumento del costo della vita, dall'affitto alla spesa", ha detto a NOTUS la deputata democratica della California Nanette Barragán. Susie Lee, deputata del Nevada, uno dei tre Stati dove a novembre si voterà anche una misura per inserire la tutela dell'aborto nella costituzione statale, si aspetta che il tema pesi nella sua corsa, "ma penso che nella vita di tutti i giorni l'economia sia una questione molto più grande per le persone".

Un deputato democratico eletto in un distretto in bilico ha detto a NOTUS che l'abbandono del tema è un bene per il partito: se a novembre dell'anno scorso si fosse chiesto agli americani quali questioni contassero di più, avrebbero risposto costo della vita, immigrazione, tasse, criminalità e sanità; alla domanda su cosa spingessero i democratici, avrebbero risposto diritto all'aborto e diritti LGBTQ. "Perdevamo per questo, perché non parlavamo delle cose di cui parlava la gente", ha detto.

Le organizzazioni per il diritto all'aborto, al contrario, investono più che mai e consigliano ai candidati di legare il tema al costo della vita. Reproductive Freedom for All, una delle principali associazioni del settore, ha annunciato una campagna da 23,5 milioni di dollari, la cifra più alta mai spesa dal gruppo per delle elezioni di metà mandato. Planned Parenthood, la più grande rete americana di cliniche per la salute riproduttiva, ne spenderà oltre 47 per battere i repubblicani che hanno votato per toglierle i fondi federali con la One Big Beautiful Bill, la grande legge di bilancio voluta dal presidente. Angela Vasquez-Giroux, vicepresidente per la comunicazione del braccio elettorale dell'organizzazione, ha detto che gli elettori "hanno preoccupazioni che riguardano sì la spesa, sì la benzina, sì la sanità, sì l'aborto" e che nessuna può essere messa da parte.

Le sconfitte di DeGette e Baldacci si spiegano anche con l'ondata di sfidanti progressisti, alimentata dalla rabbia contro l'establishment, che attraversa le primarie democratiche di quest'anno. "L'elettorato è pieno di rabbia", ha detto a NOTUS la deputata del Vermont Becca Balint, che ha promosso alcune delle principali proposte di legge sul diritto all'aborto: "Chiunque sia in carica può esserne colpito, perché le persone sono disperate, non riescono a permettersi la casa e le cure". Uno stratega democratico ha spiegato che un solido curriculum sul tema non basta più a difendere gli uscenti, perché sostenere l'accesso all'aborto è ormai un principio scontato nel partito: sia Kiros sia DeGette vogliono trasformarlo in legge federale, così gli elettori hanno cercato "qualcuno che sia percepito più come un combattente che come un tattico legislativo".

DeGette ha detto a NOTUS che l'aborto "non è stato davvero un tema nella mia corsa" e che gli elettori pensano soprattutto al costo della vita e all'opposizione a Trump, ma resta una discriminante verso i repubblicani, "una porta d'ingresso per decidere se sostenere qualcuno oppure no". Ayanna Pressley, che con DeGette presiede il gruppo dei parlamentari democratici per il diritto all'aborto, ha attribuito la sconfitta della collega alla voglia di cambiamento dentro il partito e ha respinto l'idea che il tema abbia perso peso: "È una questione economica. Quando si dice che le persone tengono al costo della vita e ai problemi concreti, al centro di tutto c'è l'autonomia sul proprio corpo".

In Maine l'aborto era stato al centro degli attacchi di Joe Baldacci contro Dunlap. Sostenuto da Reproductive Freedom for All, Baldacci lo aveva attaccato con uno spot per un voto del 2003 su una proposta che avrebbe obbligato i medici a informare le pazienti, almeno 24 ore prima dell'intervento, sui rischi e sulle alternative; la proposta non diventò mai legge. Dunlap ha risposto con uno spot in cui si definiva favorevole al diritto di scelta e liquidava Baldacci come un "burattino bugiardo di proprietà dei capi aziendali di Washington". La presidente di Reproductive Freedom for All, Mini Timmaraju, ha detto a NOTUS che l'attacco era legittimo e convincente, "ma è stato il tema principale a decidere quell'elezione? No".

Il tema potrebbe pesare di più nella corsa per il Senato del Maine dopo il ritiro del candidato democratico Graham Platner. Troy Jackson, ex presidente del Senato statale che punta a prenderne il posto, deve già rispondere del suo passato sostegno a proposte antiabortiste e, se otterrà la nomina, sfiderà la repubblicana Susan Collins, che ha una lunga storia di voti a favore del diritto all'aborto; in uno spot recente Jackson ha detto che "l'aborto è assistenza sanitaria" e che lo difenderà "ogni giorno della settimana". Brad Schneider, deputato dell'Illinois, continua comunque a citare il tema in ogni discorso elettorale anche se non è più in cima ai pensieri degli elettori: "Nessuno me lo chiede. Si aspettano solo che io ci sia".


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In Montana un indipendente può vincere il seggio al Senato, ma solo se la Dem si ritira


Un sondaggio dà l'indipendente Seth Bodnar avanti 50-44 sul repubblicano, mentre la democratica perde in ogni scenario. Se lei si ritira, le probabilità di strappare il seggio salgono dal 3% al 71%

In Montana il seggio del Senato oggi in mano repubblicana potrebbe cambiare colore alle elezioni di metà mandato (midterm) di novembre, ma solo a una condizione: che la candidata democratica si ritiri. Un sondaggio dell'istituto GQR pubblicato in esclusiva da Strength In Numbers, la newsletter dell'analista G. Elliott Morris, mostra che in un testa a testa l'indipendente Seth Bodnar batterebbe il repubblicano Kurt Alme 50 a 44, mentre la democratica Alani Bankhead perderebbe 44 a 52. Nella corsa a quattro che gli elettori troveranno davvero sulla scheda, con in campo anche un candidato libertario, vincerebbe invece Alme con il 41%.

Il sondaggio, condotto tra i probabili elettori dello stato e pagato dall'organizzazione non profit Contours, ha testato cinque versioni della corsa, variando quali candidati non repubblicani restano in lista. Bodnar batte Alme ogni volta che Bankhead non è sulla scheda, mentre Bankhead perde in tutte quelle in cui è presente. Non è la prima rilevazione a mostrare questo schema. Secondo Morris, il voto contrario ad Alme in Montana è abbastanza grande da conquistare lo stato, ma solo se la democratica e l'indipendente non se lo dividono.

Sondaggio · Montana

Il repubblicano Alme perde solo contro l’indipendente

23-26 luglio 2026 · 500 elettori probabili (±4,4%) · GQR per Contours

Sondaggio Grafica di Focus America 28 luglio 2026

Le intenzioni di voto

Cinque schede diverse, due esiti opposti


Le barre sono in scala assoluta: la traccia grigia vale 100 per cento. Le quote non arrivano a 100 perché gli indecisi non sono mostrati.

Alme Repubblicano Bodnar Indipendente Bankhead Democratica Austin Libertario

Scheda attuale, quattro candidati Alme +14

Alme
41%

Bodnar
27%

Bankhead
22%

Austin
6%

Senza l’indipendente Alme +4

Alme
44%

Bankhead
40%

Austin
13%

Alme contro Bankhead Alme +8

Alme
52%

Bankhead
44%

Senza la democratica Bodnar +4

Bodnar
44%

Alme
40%

Austin
11%

Alme contro Bodnar Bodnar +6

Bodnar
50%

Alme
44%

Attenzione. Solo la prima scheda è quella che gli elettori del Montana troveranno davvero a novembre. Le altre quattro sono ipotesi testate dal sondaggio, che ogni volta toglie uno dei candidati non repubblicani.

Le probabilità

Quanto è probabile che il seggio cambi partito


Stime di G. Elliott Morris: applica alle quote del sondaggio l’errore medio di 7,2 punti di quasi 600 rilevazioni sulle corse al Senato dal 2014. La linea tratteggiata segna il 50 per cento.

Scheda attuale, quattro candidati
3%

Alme contro Bankhead
13%

Senza l’indipendente
29%

Senza la democratica
71%

Alme contro Bodnar
80%

Fonte Sondaggio GQR per Contours, Inc., 23-26 luglio 2026, su 500 elettori probabili del Montana (margine di errore ±4,4 punti), pubblicato da Strength In Numbers. Le probabilità di sconfitta del repubblicano sono stime di G. Elliott Morris. Le quote di voto non arrivano a 100 perché gli indecisi non sono mostrati.

Morris ha poi tradotto i numeri in probabilità di vittoria partendo dai precedenti storici: quasi 600 sondaggi sulle corse per il Senato condotti dal 2014 in poi tra i 60 e i 120 giorni dal voto, in 93 elezioni, con un errore medio sul margine di 7,2 punti.

Applicando quell'errore ai numeri di oggi, la probabilità che Alme perda il seggio è del 3% con tutti e quattro i candidati in corsa e sale al 13% in un testa a testa con Bankhead, al 29% se si ritira Bodnar e resta il libertario, al 71% nel caso opposto, con Bodnar e il libertario ma senza Bankhead, fino all'80% in una sfida a due tra Alme e Bodnar. Anche nella lettura più favorevole alla democratica, Bodnar ha 42 punti di probabilità in più di battere il repubblicano.

Per Morris i democratici del Montana non stanno perdendo il seggio perché hanno scelto la candidata sbagliata o il messaggio sbagliato, ma perché il partito è visto troppo negativamente per vincere negli stati profondamente repubblicani. Il danno, scrive l'analista, non dipende dalle posizioni o dal profilo di chi corre ma dall'associazione stessa con il marchio del partito. L'ex senatore Jon Tester, che aveva esattamente il profilo del democratico adatto a uno stato conservatore, perse in Montana nel 2024 più o meno con lo stesso margine con cui Bankhead è indietro oggi.

I democratici e i loro alleati controllano 47 seggi su 100 e a novembre devono guadagnarne quattro netti per prendere il controllo del Senato, perché nelle situazioni di parità il voto decisivo spetta al vicepresidente (il repubblicano JD Vance). Se però Bodnar strappasse il seggio del Montana ai repubblicani e a gennaio non si schierasse con nessuno dei due partiti nel voto che assegna il controllo della camera, i senatori schierati con uno dei due partiti scenderebbero a 99: un numero dispari, che esclude i pareggi e con cui ai democratici basterebbero 50 seggi per organizzare il Senato.

Rinunciando alla propria candidata in Montana, il partito aumenterebbe quindi le probabilità di conquistare il Senato a livello nazionale.

Il ragionamento vale anche per l'indipendente Dan Osborn in Nebraska, dove la strategia è già quasi riuscita: nel 2024 Osborn arrivò a 7 punti dalla senatrice repubblicana Deb Fischer, in carica dal 2013, con il 46,5% dei voti e nessun democratico sulla scheda. Nello stato un democratico non supera il 42% a un'elezione presidenziale dal 1964, non vince una corsa per il Senato dal 2006 e una per governatore dal 1994. Osborn superò così di cinque punti il tetto moderno del partito, nello stesso anno in cui Kamala Harris perse di 20.

Quest'anno Osborn si ricandida e tutti i sondaggi pubblici danno la corsa in sostanziale parità, con l'ultimo che lo mette avanti di 5 punti. I democratici del Nebraska lo hanno appoggiato già nell'agosto 2025 e il candidato democratico che aveva comunque vinto le primarie si è ritirato dalla corsa il 17 luglio.

Accordi del genere sono la norma in molte altre democrazie, dove i partiti negoziano patti di desistenza per dare ai candidati più affini una possibilità migliore di battere il rivale comune. Nel Regno Unito nel 2019 Nigel Farage ritirò i candidati del suo Brexit Party da 317 collegi controllati dai conservatori per non dividere il voto favorevole alla Brexit. In Francia, alle legislative del 2024, più di 200 candidati del Nuovo Fronte Popolare di sinistra e del centro di Emmanuel Macron si ritirarono dai ballottaggi a tre per impedire la maggioranza all'estrema destra del Rassemblement National.

Il partito, conclude Morris, deve decidere qual è il suo obiettivo. Se è presentare un proprio candidato in tutti i cinquanta stati, Bankhead è l'unica scelta possibile. Se è togliere seggi ai repubblicani, lasciare il campo libero a indipendenti come Bodnar è la strada più efficace, in Montana come negli altri stati più conservatori.


La guerra in Iran ribalta l'America First: ora lo slogan se lo intestano i Democratici


Un numero crescente di Democratici sta rivendicando per sé lo slogan "America First", in risposta alla guerra che Donald Trump sta conducendo da fine febbraio contro l'Iran insieme a Israele. Così la formula che il presidente si era intestato per due lunghe campagne elettorali, ora divide sempre di più la destra e viene usata dai suoi avversari, compresi alcuni dei possibili aspiranti alla Casa Bianca nel 2028.

Abdul El-Sayed, candidato progressista che il 4 agosto affronterà la moderata Haley Stevens nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, è il più esplicito. Il fine settimana scorso ha fatto campagna con Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Ad Axios ha detto: "Sono il candidato più America First del Paese, e lo dico con orgoglio". La sua definizione ribalta quella del presidente e la sposta sulla spesa pubblica: "Quando tieni qui i nostri soldi invece di mandarli alla macchina da guerra di qualche altro Paese, questo è il vero America First".

Politica USA · 2026

«America First» cambia bandiera


Dalla guerra contro l’Iran alle primarie del Michigan: sempre più democratici rivendicano lo slogan di Trump — o ne adottano gli argomenti senza pronunciarlo.

Grafica di FocusAmerica

AMERICA FIRST AMERICA FIRST
2026 · i democratici 2016 · Donald Trump

Trascina lo strappo: il manifesto democratico copre quello di Trump.

La cronologia

Sei mesi di appropriazione, dalla guerra alle urne



I protagonisti

Due modi di dire la stessa cosa

Oltre il 2028

Il mandato di Trump finisce a gennaio 2029. Lo slogan gli sopravvive.

Proteggere l’industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche, subordinare gli impegni internazionali all’interesse del Paese: la svolta che ha portato Trump alla Casa Bianca è ormai bipartisan. Cambieranno toni e strumenti, non la direzione.
Fonte: Axios, Congress.gov, dichiarazioni pubbliche dei candidati · luglio 2026

Dalla benzina a Israele, lo slogan cambia bersaglio


Ro Khanna, deputato della California che sta valutando anche lui una corsa alla Casa Bianca, ha adottato la stessa etichetta. Ad aprile ha ripresentato il Gasoline Export Ban Act, un progetto di legge che vieta l'esportazione di benzina all'estero quando il prezzo medio alla pompa resta sopra i 3,12 dollari al gallone per 7 giorni consecutivi, e in quell'occasione ha detto di voler mettere l'America al primo posto. A febbraio, dall'aula della Camera, aveva sostenuto che "un'altra guerra in Medio Oriente non è America First".

Dan Osborn, il sindacalista che in Nebraska corre per il Senato da indipendente contro il senatore repubblicano uscente Pete Ricketts, è andato oltre e venerdì ha usato la stessa formula contro Israele: "dobbiamo mettere al primo posto l'America, non Israele". Non si può "minare l'indipendenza dell'esercito americano per nessun alleato", ha aggiunto Osborn, "men che meno per uno inaffidabile che ci ha già costretto a buttare soldi in un'inutile guerra senza fine all'estero".

Anche una parte dei Repubblicani ritiene che la guerra contro l'Iran abbia tradito l'impegno a mettere gli americani al primo posto e che proprio questo abbia aperto uno spazio politico ai Democratici. Tucker Carlson, che nel 2024 ha presentato Trump alla convention repubblicana, aveva spinto il presidente a non attaccare l'Iran e da allora si è scusato per aver "fuorviato la gente" sul suo conto, precisando che non era stato un errore intenzionale.

Da parte sua, El-Sayed si è detto d'accordo con i critici di destra: "la versione MAGA dell'America First è fare spettacolo con l'America First, per poi svenderti al primo acquirente". Chi la pratica, ha aggiunto, resterà sempre ostaggio di "una lobby di interessi stranieri come AIPAC", la principale lobby di pressione filoisraeliano negli Stati Uniti, e del complesso militare-industriale, cioè di "quelli che vincono ogni volta che mandiamo le nostre armi all'estero". I sondaggi indicano che gli elettori sono stanchi di decenni di guerre in Medio Oriente, soprattutto quando non vedono di buon occhio la propria situazione economica in casa.

I big democratici evocano il tema senza usare lo slogan


La maggior parte dei Democratici di primo piano evita ancora di pronunciare lo slogan di Trump, ma ne riprende sempre più spesso gli argomenti. Il 17 luglio a Memphis, in un comizio a sostegno del candidato al Congresso Justin Pearson, Alexandria Ocasio-Cortez ha detto che "tutti quei soldi che stiamo spendendo in bombe all'estero potrebbero essere spesi in scuole qui da noi". La deputata di New York sta attualmente valutando una candidatura alla presidenza o al Senato nel 2028.

Il 25 aprile, parlando dinanzi ad una platea del Partito Democratico dell'Arkansas nel suo primo discorso da protagonista dopo la sconfitta del 2024, l'ex vicepresidente Kamala Harris aveva detto che "per innescare una rinascita americana dobbiamo partire da un'agenda ambiziosa, in cui i nostri soldi pubblici vadano a case, sanità e asili accessibili, non a guerre sconsiderate in terre straniere che nessuno vuole", un riferimento palese allo slogan elettorale di Trump nel 2024 sulle "stupide guerre straniere".

Molti Democratici hanno abbracciato anche le politiche industriali propugnate da Trump in questi anni per far ripartire la manifattura americana. Il 15 giugno i senatori Mark Kelly dell'Arizona e Cory Booker del New Jersey, anche loro entrambi possibili candidati alla presidenza, sono stati tra i firmatari del Make More in America Act, il disegno di legge presentato dal leader democratico al Senato Chuck Schumer che allarga il mandato della Export-Import Bank per finanziare la costruzione di semiconduttori, l'estrazione di minerali critici e lo sviluppo dell'intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

Kelly ha persino sostenuto che la legge servirebbe a "costruire più cose qui da noi e creare posti di lavoro ben pagati, riducendo allo stesso tempo la nostra dipendenza dagli avversari stranieri". Insomma, il mandato di Trump finirà nel gennaio 2029, ma la svolta che lo ha portato a vincere grazie allo slogan "America First" appare ormai bipartisan e destinata a sopravvivergli. Anche tra i democratici si sta sempre di più consolidando l'idea che gli Stati Uniti debbano proteggere l'industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche e subordinare maggiormente gli impegni internazionali agli interessi economici e di sicurezza del Paese. Ciò significa che potranno sicuramente cambiare i toni e gli strumenti, ma difficilmente Washington tornerà all'impostazione globalista che aveva preceduto l'ascesa di Donald Trump alla presidenza.


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Rifondazione Comunista piange la scomparsa di Mirko Lombardi, compagno appassionato con cui abbiamo condiviso tanti anni di impegno e lotta home.rifondazione.eu/2026/07/3… #ComunicatiStampa

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🍹 Log Out @ Roma

🕒 04 agosto, 18:30 - 04 agosto, 21:30

📍 568 Public House, Rome, Lazio

🔗 mobilizon.it/events/54910614-2…


🍹 Log Out @ Roma
Inizia: Martedì Agosto 04, 2026 @ 6:30 PM GMT+02:00 (Europe/Rome)
Finisce: Martedì Agosto 04, 2026 @ 9:30 PM GMT+02:00 (Europe/Rome)

Martedì 4 agosto torniamo con il Logout di TWC Roma, il ritrovo per tech workers che vogliono incontrarsi dopo lavoro: un'occasione per socializzare, conoscersi, parlare del nostro lavoro e come organizzarci nei prossimi mesi!

Ci vediamo martedì 4 agosto, alle 18.30, da 568 Public House a Garbatella!

Unisciti al Gruppo telegram!


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📖 dict.cc dränge User:innen, mit nur einem Klick dem Online-Tracking von 1741 Partnerunternehmen zuzustimmen 🍪 "Es ist lächerlich anzunehmen, dass man auf dieser Grundlage eine informierte Entscheidung treffen könnte."

derstandard.at/story/300000033…

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in reply to noyb.eu

Toll, dass ihr euch wieder stark macht. Das ist gut, wichtig und erforderlich.

Kann mir mal einer helfen, folgendes zu verstehen:
Warum wird immer akzeptiert, dass der TCString überhaupt in der Lage ist, einen DSGVO-Consent zu kommunizieren?

Dazu ist er (von IAB-Europe?) weder konzipiert, noch ist er technisch dazu geeignet oder in der Lage. Allein, das irgendwelche CMP-Tools das so suggerieren, oder Provider sich so verhalten, ändert nichts an der technischen Unfähigkeit des TCStrings, eine informierte Einwilligung im Sinne der DSGVO abzubilden.

Ich habe noch kein einziges CMP-Banner gesehen, dass die Version der IAB-Europe GVL angibt, gegen die "erklärt" werden soll.

Das ganze "Weiterleiten" findet schon immer ohne Rechtsgrundlage statt. Man muss nur endlich aufhören, den TCString als "Werkzeug der Einwilligung" zu antizipieren.

Ist er nicht, kann er nicht, wird er auch nie können. Die Non-IAB-Vendoren (z.B. >6000 Adressen der Google-ATP Liste) mal gar nicht mit betrachtet.

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🤑 @EUCommission wants to spend billions to build new climate-busting AI data centres while the continent is suffering sweltering heatwaves and drought.

The heatwave in June killed thousands in Europe and fuelled unprecedented wildfires, while fresh water in key rivers and waterways is drying up.

❌ Investing an unprecedented amount of public funds into data centres for the so-called “AI race”, even as money for social services and climate resilience dries up is a disastrous policy choice.


The AI Gigafactories call is now open.

Today, we launched a call for tenders to establish up to 7 AI Gigafactories across Europe, boosting Europe’s computing capacity and unlocking more than €30 billion in investment.

I am pleased to see Member States, industry, and the Commission coming together to build these facilities, which are key to strengthening our technological sovereignty.

This is a milestone for Europe in becoming an AI Continent.

link.europa.eu/qGDhv3


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Rifondazione “si realizza in Italia Minority Report” home.rifondazione.eu/2026/07/3… #Istituzioni-Giustizia

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I Dem vogliono fare campagna elettorale sui guadagni miliardari di Trump da presidente


Le dichiarazioni analizzate dal New York Times mostrano guadagni quasi quadruplicati rispetto al primo anno del primo mandato. Per due terzi degli americani ha esagerato con gli affari privati.

Nel 2025, il primo anno del suo secondo mandato, il presidente Donald Trump ha incassato più di 2,2 miliardi di dollari. La cifra emerge dalle dichiarazioni patrimoniali che i presidenti americani sono tenuti a depositare ogni anno e che il New York Times ha analizzato nelle scorse settimane. I ricavi delle aziende della famiglia sono quasi quadruplicati durante il secondo mandato, trainati dalle criptovalute.

I democratici vogliono fare di questi numeri uno dei temi centrali delle elezioni di metà mandato (le midterm) del 3 novembre, quando si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e un terzo del Senato. In palio c'è il controllo del Congresso negli ultimi due anni della presidenza. L'accusa è che Trump usi la carica per arricchirsi in modo corrotto, mentre i prezzi al consumo salgono e le disuguaglianze si allargano. L'aumento del costo della vita preoccupa anche i repubblicani in vista del voto.

Quasi due terzi degli americani ritengono che Trump sia andato troppo in là nel perseguire i propri interessi economici da presidente, secondo un sondaggio della CNN pubblicato mercoledì 29 luglio.

Trump scommette che l'attacco non farà presa. In un'intervista di gennaio al New York Times si è lamentato di non aver ricevuto alcun riconoscimento per la decisione della sua famiglia di rinunciare a nuovi affari all'estero durante il primo mandato: da quell'esperienza ha tratto la convinzione che il tema non sposti voti.

Al netto dell'inflazione, nel primo anno pieno del primo mandato Trump aveva guadagnato 594 milioni di dollari, poco più di un quarto di quanto dichiarato per il 2025.


Crypto, cause milionarie e petrolio venezuelano: gli affari d’oro del secondo mandato di Trump


I ricavi delle aziende di Donald Trump sono quasi quadruplicati tra il primo e il secondo mandato, passando dai 594 milioni di dollari del 2017 ai 2,24 miliardi del 2025, in termini reali. È quanto emerge da un’analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, documenti che non consentono di ricostruirne con esattezza il patrimonio netto, ma offrono anche un quadro dettagliato delle entrate annuali. La trasformazione è radicale: nel 2017 quasi il 90% dei ricavi proveniva dal golf e dalle attività immobiliari negli Stati Uniti, il nucleo storico dell’impresa di famiglia, mentre oggi quel comparto rappresenta appena un quarto del totale.

A trainare la crescita sono soprattutto le criptovalute, un settore dal quale Trump non ricavava nulla nel 2017 e sul quale, oggi nuovamente da presidente, esercita un’enorme influenza politica e normativa. Le operazioni nel comparto in oggetto hanno generato 1,44 miliardi di dollari: 799 milioni da World Liberty Financial, la società controllata dalla famiglia, e 636 milioni dal memecoin $TRUMP.

Conflitti di interesse
Da 594 milioni a 2,24 miliardi: come Trump si arricchisce da presidente
Ricavi annuali delle aziende della famiglia Trump, in dollari reali, nel primo anno di ciascun mandato. Nel 2017 quasi il 90% veniva da golf e immobili negli Stati Uniti; nel 2025 quasi due terzi vengono dalle criptovalute, un settore che il presidente oggi regola.
Grafica di FocusAmerica

Ogni cella vale 10 milioni di dollari di ricavi

0 mln $
ricavi 2017

2017

0 mld $
ricavi 2025 · ×3,8 sul 2017

2025

Tocca una voce per isolarla nel grafico e leggere il dettaglio


Ricavi 2017: 594 milioni di dollari (528 mln da golf e immobili USA). Ricavi 2025: 2,24 miliardi, di cui 1,44 mld dalle criptovalute, 549 mln da golf e immobili USA, 125 mln dall’estero, 117 mln da transazioni giudiziarie, 17 mln dal merchandising. Valori reali.

Fonte: analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, luglio 2026. Valori in dollari reali, al netto dell’inflazione. Le celle sono arrotondate a 10 milioni di dollari.

Accordi all’estero, risarcimenti e merchandising


Al secondo posto figurano i progetti immobiliari e golfistici all’estero, che hanno prodotto 125 milioni di dollari, più del doppio rispetto al 2017. Durante il primo mandato Trump aveva vietato alla propria azienda di concludere nuovi accordi internazionali, ma quella restrizione è stata ora abbandonata e la società di famiglia continua anche a incassare dai progetti avviati nel periodo trascorso fuori dalla Casa Bianca.

Fino a 117 milioni di dollari sono arrivati invece da transazioni giudiziarie, in gran parte concluse a favore di Trump con gruppi tecnologici e dell’informazione come Meta e CBS. Una quota dei proventi è stata destinata alla futura biblioteca presidenziale e a una fondazione impegnata nella tutela del National Mall. Ma anche il merchandising ha assunto un peso significativo: la vendita di orologi, prodotti con il marchio Trump e una Bibbia in edizione speciale ha generato 17 milioni di dollari, quasi diciotto volte il dato del 2017.

Intervistato dal New York Times, Trump ha rivendicato la decisione di non imporre più limiti agli affari di famiglia. Durante il primo mandato, ha sostenuto, "non ho ricevuto alcun riconoscimento" per le restrizioni adottate volontariamente. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha dichiarato al quotidiano newyorkese che Trump "era un uomo d’affari di enorme successo prima di diventare presidente ed è per questo che è stato eletto". La Casa Bianca continua a negare l’esistenza di qualsiasi conflitto di interessi.

I 13 miliardi scomparsi del petrolio venezuelano


Se gli affari della famiglia Trump sono almeno parzialmente ricostruibili attraverso le dichiarazioni ufficiali, un altro ingente flusso di denaro sta passando da Washington con una trasparenza assai minore. Secondo i calcoli del Financial Times, dall’inizio dell’anno l’Amministrazione statunitense ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio venezuelano, le cui esportazioni sono passate sotto il controllo americano dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio e l’insediamento della vicepresidente Delcy Rodríguez alla guida del Paese.

Il quotidiano britannico ha ricostruito la cifra incrociando i dati sulle spedizioni di greggio forniti dalla piattaforma Kpler con le stime di prezzo dell’agenzia Argus Media. Della destinazione di quei fondi, tuttavia, si sa pochissimo: il sito creato da Caracas per tracciarli riporta una sola operazione, un trasferimento da 300 milioni di dollari effettuato a marzo.

Le ricostruzioni ufficiali sono contraddittorie. L’ordine esecutivo firmato a gennaio attribuisce agli Stati Uniti un ruolo di "custode" e stabilisce che i fondi restino di proprietà del governo venezuelano. A giugno Trump ha invece affermato che Washington avrebbe recuperato una somma pari a "28 volte" il costo dell’operazione militare e che gli Stati Uniti starebbero "guadagnando molto" dalla vendita di questo petrolio. In precedenza, ad aprile, il funzionario del Dipartimento di Stato Michael Kozak aveva parlato di circa 3 miliardi di dollari trasferiti a Caracas, assicurando che i conti sarebbero stati sottoposti a revisione da KPMG e che sarebbero stati pubblicati rapporti trimestrali.

Secondo i democratici della Commissione Esteri, però, quei rapporti non sono mai stati pubblicati. La scorsa settimana lo stesso Kozak ha riassunto così il meccanismo davanti al Congresso: "Sono soldi loro, ma devono avere il nostro permesso per usarli".

L’economia venezuelana, intanto, non riparte. Il petrolio rappresenta circa un quarto del PIL e la sospensione parziale delle sanzioni aveva alimentato le attese di un forte rimbalzo. La crescita ufficiale nel primo trimestre si è invece fermata al 2,5%, il livello più basso da quasi cinque anni. Secondo l’economista venezuelano Francisco Rodríguez, del Center for Economic and Policy Research, una possibile spiegazione è che gli Stati Uniti non abbiano trasferito a Caracas l’intero ammontare dei ricavi ottenuti dalla vendita di petrolio. José Guerra, economista ed ex parlamentare dell’opposizione, è ancora più netto:

"Dove sono finiti i soldi? Non c’è trasparenza e il governo americano non ci informa".


La questione è diventata ancora più urgente dopo i due terremoti del 24 giugno, che secondo le Nazioni Unite hanno provocato danni a edifici e infrastrutture per circa 37 miliardi di dollari. Washington ha stanziato 386 milioni di dollari in aiuti e inviato centinaia di militari. L’incaricato d’affari statunitense a Caracas, John Barrett, ha assicurato che una parte dei proventi petroliferi sarà destinata alla ricostruzione, senza però precisare l’importo.

Così la pressione politica cresce in entrambi i partiti. Il deputato democratico Joaquin Castro ha denunciato al Financial Times un’operazione fatta "di petrolio, potere e corruzione", con il Congresso "tenuto all’oscuro". La deputata repubblicana della Florida María Elvira Salazar ha chiesto invece la pubblicazione di rapporti dettagliati sui fondi ricevuti dalla vendita del petrolio venezuelano. Se a novembre i democratici dovessero conquistare almeno una delle due Camere, ha osservato l’ex consigliere della Casa Bianca Benjamin Gedan, la destinazione del denaro venezuelano diventerebbe un obiettivo naturale per indagini del Congresso, mandati di comparizione, audizioni e richieste formali di documenti.


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Il 30 luglio 2026 l'umanità esaurisce il bilancio ecologico che la Terra è in grado di produrre in dodici mesi.
Da oggi ogni risorsa che consumiamo non viene più rigenerata: la stiamo sottraendo agli anni a venire. Il Global Footprint Network calcola che stiamo prelevando dal pianeta il 73% in più di quanto riesca a rigenerare, l'equivalente di 1,73 pianeti Terra: è il livello di sovrasfruttamento più alto mai registrato nella storia di questo indicatore.

L’Earth Overshoot Day è la misura concreta di un modello economico che consuma suolo, energia e materie prime più velocemente di quanto gli ecosistemi possano ricostituirli.

Non basta chiedere alle persone di cambiare le proprie abitudini mentre continuiamo a finanziare i combustibili fossili, ad alimentare gli sprechi e a produrre beni destinati a durare sempre meno.

Serve una risposta politica europea: energie pulite, trasporto pubblico accessibile, edifici efficienti, economia circolare, tutela della biodiversità e una fiscalità capace di disincentivare lo spreco di risorse.

Il pianeta non aspetta i tempi della politica: siamo noi a dover cambiare sistema, prima che i danni agli ecosistemi diventino irreversibili.

#EarthOvershootDay #CrisiClimatica #TransizioneEcologica #GiustiziaClimatica #DebitoEcologico #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Stop Killing the Internet!


For decades, the Internet has empowered people to communicate, organise, learn, create businesses, share culture and participate in democracy across borders. Its openness has been one of its greatest strengths. Today, however, that openness is increasingly under threat.

Across the world, governments are responding to concerns about online harms with proposals that risk undermining fundamental rights. Mandatory age verification, device scanning, digital identity requirements: broad surveillance measures and restrictions on access are often presented as simple solutions to complex problems. Yet these approaches frequently come at the expense of privacy, freedom of expression and the open nature of the Internet itself.

As Pirates, we reject the false choice between safety and fundamental rights. We believe it is possible to protect people online without creating systems of mass surveillance or limiting access to information and communication.

The European Pirates is proud to support the Stop Killing the Internet campaign, which brings together organisations, activists, creators and citizens who share our vision of a free and open Internet.

Rather than accepting increasingly intrusive measures as inevitable, the campaign advocates for evidence-based, proportionate and rights-respecting approaches to tackling online harms. It promotes transparency, democratic accountability, better platform governance and policies that address the root causes of problems instead of restricting the rights of everyone.

This aligns closely with the principles the European Pirates has defended for many years. We have consistently opposed indiscriminate surveillance, mandatory upload filters, mass data retention, client-side scanning and other proposals that weaken digital rights in the name of security or safety. We believe that a free society depends on a free Internet.

The challenges facing the Internet are international, and so must be the response. By joining forces with organisations from across the world, we can better defend an Internet that remains secure, open, interoperable and accessible for everyone.

If you share this vision, we encourage you to learn more about the campaign by visiting Stop Killing the Internet. You can also stay informed about new developments and opportunities to get involved by subscribing to the campaign’s newsletter. Together, we can help ensure that the future of the Internet is built on freedom, privacy and democratic values—not surveillance and exclusion.


europeanpirates.eu/stop-killin…


Stop Killing the Internet!


For decades, the Internet has empowered people to communicate, organise, learn, create businesses, share culture and participate in democracy across borders. Its openness has been one of its greatest strengths. Today, however, that openness is increasingly under threat.

Across the world, governments are responding to concerns about online harms with proposals that risk undermining fundamental rights. Mandatory age verification, device scanning, digital identity requirements: broad surveillance measures and restrictions on access are often presented as simple solutions to complex problems. Yet these approaches frequently come at the expense of privacy, freedom of expression and the open nature of the Internet itself.

As Pirates, we reject the false choice between safety and fundamental rights. We believe it is possible to protect people online without creating systems of mass surveillance or limiting access to information and communication.

The European Pirates is proud to support the Stop Killing the Internet campaign, which brings together organisations, activists, creators and citizens who share our vision of a free and open Internet.

Rather than accepting increasingly intrusive measures as inevitable, the campaign advocates for evidence-based, proportionate and rights-respecting approaches to tackling online harms. It promotes transparency, democratic accountability, better platform governance and policies that address the root causes of problems instead of restricting the rights of everyone.

This aligns closely with the principles the European Pirates has defended for many years. We have consistently opposed indiscriminate surveillance, mandatory upload filters, mass data retention, client-side scanning and other proposals that weaken digital rights in the name of security or safety. We believe that a free society depends on a free Internet.

The challenges facing the Internet are international, and so must be the response. By joining forces with organisations from across the world, we can better defend an Internet that remains secure, open, interoperable and accessible for everyone.

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Il Dem Roy Cooper è in vantaggio di 9 punti in North Carolina


L'ex governatore democratico è al 53% contro il 44% del repubblicano Michael Whatley: pesano l'entusiasmo degli elettori democratici, il voto degli indipendenti e l'impopolarità di Trump nello Stato

A poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato, con cui a novembre gli americani rinnoveranno il Congresso, il democratico Roy Cooper è in vantaggio di 9 punti nella corsa per il seggio del Senato in North Carolina: secondo un sondaggio di Fox News, raccoglie il 53% delle preferenze contro il 44% del repubblicano Michael Whatley. Cooper è stato governatore dello Stato dal 2017 al 2025, mentre Whatley ha presieduto il Republican National Committee, il comitato nazionale del Partito Repubblicano. I due si contendono il seggio lasciato libero dal senatore repubblicano Thom Tillis, che ha deciso di non ricandidarsi.

Tra gli elettori democratici dello Stato il 51% si dice estremamente interessato alle elezioni, contro il 42% dei repubblicani. Il divario si ripete sulla motivazione: il 58% dei democratici si dice estremamente motivato ad andare a votare, contro il 50% dei repubblicani. A livello nazionale, del resto, un elettore su cinque della base repubblicana più fedele potrebbe restare a casa o votare per i democratici. Questo entusiasmo allarga il margine di Cooper: tra chi si dice estremamente interessato al voto è avanti di 15 punti (57% contro 42%), tra chi si dice estremamente motivato di 13 (55% contro 42%), mentre tra gli elettori certi di votare il risultato non cambia rispetto al dato complessivo (53% contro 44%).

Midterm 2026 · North Carolina

Cooper avanti di nove punti nella corsa al Senato


Il sondaggio Fox News sul seggio lasciato libero da Thom Tillis. Il vantaggio del democratico si allarga tra gli elettori più interessati e più motivati ad andare a votare.

Grafica di FocusAmerica 30 luglio 2026

Roy Cooper
Democratico
Governatore 2017-2025
0%
+0 Punti di
vantaggio

Michael Whatley
Repubblicano
Ex presidente del comitato repubblicano
0%

Cooper 53% Whatley 44% Altri o indecisi 3%

Il margine cresce con l’entusiasmo


Tra chi segue le elezioni con più attenzione il distacco arriva a 15 punti.

Tra chi si dice certo di votare il quadro non cambia rispetto al totale: Cooper 53%, Whatley 44%. Il vantaggio di Cooper si allarga con l’intensità dell’interesse, non con la semplice certezza di andare a votare.

Fonte Sondaggio Fox News condotto da Beacon Research e Shaw & Company Research tra il 23 e il 27 luglio 2026 su un campione di 1.005 elettori registrati del North Carolina. Margine di errore: ±3 punti percentuali. Ritratti: Wikimedia Commons.

Cooper ottiene i consensi più alti tra i moderati, gli elettori con meno di 30 anni, gli indipendenti, i laureati e le donne. Raccoglie anche circa un elettore su cinque tra i repubblicani e i conservatori che non si riconoscono nel movimento MAGA, la base più fedele al presidente Donald Trump. Whatley va meglio tra gli elettori molto conservatori, i cristiani evangelici bianchi, i bianchi senza laurea e gli abitanti delle zone rurali.

L'84% dei sostenitori di Cooper dice di votare per lui e solo il 13% soprattutto contro Whatley. Tra gli elettori del repubblicano il quadro è diverso: il 52% vota per il proprio candidato, mentre il 46% vota soprattutto contro Cooper. Le scelte sono in gran parte definitive: l'81% degli elettori di Cooper e il 77% di quelli di Whatley si dicono certi della propria preferenza, mentre nel complesso un elettore su cinque potrebbe ancora cambiare idea.

La popolarità di Trump, che a livello nazionale è tornata vicino ai minimi del mandato, complica la corsa di Whatley. In North Carolina il 40% degli elettori giudica favorevolmente il presidente e il 58% sfavorevolmente, un saldo negativo di 18 punti; due anni fa era negativo di appena 6 punti (47% contro 53%). I legami di Whatley con Trump preoccupano il 48% degli elettori: più della metà dei moderati, oltre 4 indipendenti su 10 e circa 3 repubblicani non MAGA su 10. La preoccupazione per i legami di Cooper con l'establishment democratico riguarda invece il 42% degli elettori ed è molto più di parte: la esprimono 7 repubblicani su 10, ma solo 3 indipendenti e moderati su 10.

"I dati recenti indicano un vantaggio repubblicano medio di circa 3 punti nelle elezioni statali in North Carolina", ha detto il sondaggista repubblicano Daron Shaw, che conduce la rilevazione insieme al democratico Chris Anderson. "Il vantaggio di Cooper si basa su un sostegno democratico quasi unanime e su numeri molto solidi tra gli indipendenti. Per vincere, Whatley deve fermare l'emorragia tra i repubblicani non MAGA e migliorare la sua posizione tra gli elettori meno di parte e delusi."

Il 54% degli elettori giudica favorevolmente Cooper, contro il 40% che dice lo stesso di Whatley. L'ex governatore è anche più popolare del Partito Democratico di 12 punti, mentre Whatley è 4 punti sotto il Partito Repubblicano. Il candidato repubblicano è inoltre meno conosciuto: il 14% degli elettori non sa valutarlo o non ne ha mai sentito parlare, compreso circa un repubblicano su dieci.

I due partiti sono ugualmente impopolari nello Stato: il Partito Repubblicano è giudicato positivamente dal 44% degli elettori e negativamente dal 54%, il Partito Democratico dal 42% contro il 56%. L'avversione per il campo opposto pesa più dell'attaccamento al proprio: il 94% dei democratici ha un'opinione negativa del Partito Repubblicano, una quota superiore all'83% che giudica positivamente il proprio partito. Lo stesso vale tra i repubblicani, con il 92% contro l'85%. Nel piccolo gruppo di elettori che giudica male entrambi i partiti, Cooper doppia Whatley: 64% contro 32%.

L'inflazione è il tema più importante per la scelta del candidato al Senato: la indica il 36% degli elettori, davanti alle divisioni politiche del Paese (14%), alla sanità e all'immigrazione (13% ciascuna). La metà degli elettori descrive la propria situazione economica come stabile, il 12% dice di stare migliorando e il 38% di stare arretrando, 6 punti in meno rispetto a due anni fa.

Il North Carolina sceglie da anni governatori democratici e presidenti repubblicani. I democratici hanno vinto 8 delle ultime 10 elezioni per la carica di governatore: lo stesso Cooper è stato rieletto nel 2020 con quasi 5 punti di vantaggio, mentre l'ultimo repubblicano a vincere è stato Pat McCrory nel 2012, con circa 11 punti. Nelle elezioni presidenziali vale l'opposto: i repubblicani hanno conquistato lo Stato in 11 delle ultime 12 corse alla Casa Bianca. L'ultimo democratico a vincere è stato Barack Obama nel 2008, per appena lo 0,3%. Nel 2024 Trump ha vinto in North Carolina con 3 punti di margine.

Il sondaggio è stato condotto tra il 23 e il 27 luglio dalla società democratica Beacon Research e da quella repubblicana Shaw & Company Research, che realizzano insieme le rilevazioni di Fox News, su un campione di 1.005 elettori registrati del North Carolina, con un margine di errore di 3 punti percentuali.


Un Repubblicano su cinque potrebbe decidere di non votare a novembre


Circa un elettore su cinque tra i repubblicani più fedeli rischia di restare a casa a novembre o di votare per i democratici. È quanto emerge da un’analisi di Americans for Prosperity Action, il super PAC conservatore legato al miliardario Charles Koch, citata dal Washington Post a poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Il dato preoccupa perché arriva in un ciclo elettorale già difficile per il partito. Il gradimento di Donald Trump resta basso e, storicamente, la forza politica che controlla Washington tende a perdere seggi alle elezioni di metà mandato. La novità è che la smobilitazione riguarda ora anche gli elettori più assidui: persone che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Gli elettori a rischio si concentrano in Iowa, Ohio, North Carolina, Montana, New Hampshire e Michigan. Alcuni affermano che potrebbero rinunciare al voto, altri valutano di sostenere i democratici, soprattutto a causa dell’inflazione e dell’andamento dell’economia. L’analisi combina i risultati dei sondaggi con le indicazioni raccolte durante le campagne porta a porta.

“Si tratta di una fetta ampia”, ha dichiarato al Washington Post Nathan Nascimento, direttore esecutivo di AFP Action. “È un numero che fa paura”. Quel 20% non comprende, peraltro, gli elettori conservatori già a bassa propensione al voto, ovvero quelli che si presentano solo quando Trump è sulla scheda ma disertano le altre consultazioni. Mobilitarli rappresenta un problema diverso e altrettanto serio.

Midterm 2026

La base repubblicana si raffredda


Un'analisi di AFP Action, il super PAC della rete Koch, stima che circa un elettore repubblicano su cinque tra i più assidui rischi di restare a casa a novembre — o di votare per i democratici.

Grafica di FocusAmericaLuglio 2026

Gli elettori più fedeli del partito

1 su 5 rischia di non votare alle elezioni di metà mandato o di passare ai democratici

La stima riguarda i fedelissimi: elettori che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Il divario

I democratici sono molto più motivati


Vantaggio democratico tra gli elettori «certi di votare», oggi e alla vigilia dell'ondata blu del 2018.

2018

+0 pt
2026

+0 pt
Nel 2018, con un divario di appena 2 punti, i democratici riconquistarono la Camera guadagnando 40 seggi.

Voto generico per il Congresso — elettori registrati

DEM

0%

REP

0%

Tra i soli elettori «assolutamente certi» di votare il vantaggio democratico sale a 8 punti: 53% contro 45%.

37%

Approvazione di Trump al 37% tra gli adulti americani. Storicamente, il partito che controlla la Casa Bianca perde seggi alle elezioni di metà mandato.

La mappa del rischio

Sei Stati sotto osservazione


Dove si concentrano gli elettori fedeli a rischio smobilitazione, secondo il porta a porta di AFP Action.

IA
Iowa
2 corse aperte

OH
Ohio

NC
North Carolina

MT
Montana

NH
New Hampshire

MI
Michigan

In Iowa, Stato ormai considerato solidamente repubblicano, sia la corsa per il governatorato sia quella per il Senato restano aperte e competitive. Il gruppo più a rischio: uomini sotto i 40 anni, preoccupati per economia e prezzi.

Le cause

Perché la base è fredda


Tocca ogni voce per il dettaglio.

1Inflazione ed economia+
È il motivo più citato nel porta a porta, insieme alla guerra in Iran. Dopo la proroga dei tagli fiscali del 2025, il Congresso non ha approvato altre misure significative contro l'aumento del costo della vita.

2Il SAVE America Act bloccato+
La legge simbolo sull'obbligo di documento per votare è passata alla Camera a febbraio, ma al Senato mancano i 60 voti per superare il filibuster democratico.
SÌ218 NO213

3Un tesoretto da 400 milioni fermo+
Il comitato MAGA Inc. ha raccolto 400 milioni di dollari, ma il fondo resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore. I senatori chiedono a Trump di usarlo per mobilitare gli elettori meno assidui.

Il tentativo di rilancio: la convention di metà mandato del partito, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas.

Fonte: Washington Post; sondaggio Washington Post-Ipsos, 8–13 luglio 2026; AFP Action
Dati a luglio 2026

Il divario nell’entusiasmo


Un sondaggio del Washington Post e di Ipsos mostra che la quota di democratici certi di votare a novembre supera ormai di dieci punti quella dei repubblicani. Nel voto generico per il Congresso, invece, il vantaggio democratico si ferma a tre punti, 48% contro 45%, mentre l’approvazione di Trump resta al 37%. Se il divario nella propensione al voto non si ridurrà, potrebbe risultare decisivo.

Mitchell Brown, sondaggista repubblicano dello studio Cygnal, colloca l’entusiasmo democratico sui livelli del 2018, quando il partito riconquistò la Camera dei Rappresentanti. I repubblicani, al contrario, appaiono molto meno motivati rispetto ad allora. “Non è che i democratici stiano superando le attese: sono i repubblicani che stanno andando peggio del previsto”, ha spiegato.

Secondo Brown, il gruppo più a rischio è quello degli uomini sotto i quarant’anni, preoccupati soprattutto per l’economia e per l’aumento dei prezzi. È lo stesso segmento che contribuì in modo decisivo alla vittoria di Trump nel 2024, anche in alcuni degli Stati in bilico che torneranno al voto quest’anno.

La tensione è particolarmente evidente in Iowa, dove sia la corsa per il governatorato sia quella per un seggio al Senato sono aperte e competitive, nonostante lo Stato sia ormai considerato solidamente repubblicano. Durante una sessione porta a porta di AFP Action a Urbandale, sobborgo di Des Moines, diversi elettori hanno criticato la guerra in Iran e l’inflazione; alcuni hanno persino dichiarato di essere pronti a votare democratico in autunno.

Gli strateghi repubblicani ritengono che il quadro possa cambiare quando la campagna entrerà nel vivo. Contano inoltre sul ridisegno dei collegi promosso da Trump, senza precedenti per ampiezza, che dovrebbe limitare le perdite garantendo al partito un vantaggio strutturale. “I repubblicani sono uniti, all’attacco e dispongono del più grande tesoro elettorale nella storia del partito”, ha dichiarato Natalie Baldassarre, portavoce del Republican National Committee, secondo cui gli elettori hanno ben chiara la posta in gioco a novembre.

Il nodo della mobilitazione


A Washington, però, il partito resta paralizzato dalle divisioni interne, che gli hanno impedito di approvare alcuni dei suoi provvedimenti simbolo. Tra questi c’è il SAVE America Act, la proposta di legge che prevede l’obbligo di esibizione di un documento d’identità per votare e di una prova della cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali.

La Camera dei Rappresentanti lo ha approvato a febbraio con 218 voti contro 213, ma al Senato i repubblicani non dispongono dei 60 voti necessari per superare l’ostruzionismo (“filibuster”) dei democratici. Trump ha quindi attaccato pubblicamente i vertici del partito per il ritardo. Dopo la legge del 2025 che ha prorogato i tagli fiscali, inoltre, il Congresso non ha più approvato misure significative contro l’aumento del costo della vita.

“Dobbiamo fare qualcosa per rimotivare la nostra base”, ha ammesso Ron Johnson, senatore repubblicano del Wisconsin, che tornerà davanti agli elettori soltanto nel 2028. A suo giudizio, molti sostenitori fedeli ritengono che i parlamentari del partito non si siano impegnati abbastanza. Abigail Jackson, portavoce di Trump, ha definito la legge elettorale una priorità assoluta e ha assicurato che l’amministrazione continua ad attuare l’agenda del presidente sui prezzi, dal costo dei farmaci a quello della benzina.

Altri senatori chiedono a Trump di sfruttare la propria piattaforma e i 400 milioni di dollari raccolti dal comitato MAGA Inc. per mobilitare gli elettori meno assidui, considerato che il presidente ottiene risultati migliori quando compare personalmente sulla scheda. Kevin Cramer, senatore del North Dakota, ha raccontato di aver affrontato il tema con Trump nello Studio Ovale la settimana scorsa. “Lo faranno, se approvate il SAVE America Act”, avrebbe risposto il presidente. Il fondo, intanto, resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore per il mancato impiego delle risorse.

La Casa Bianca punta anche sulla convention di metà mandato, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas, per rilanciare l’entusiasmo. Thom Tillis, senatore del North Carolina che ha rinunciato a ricandidarsi, ritiene che alla fine la base tradizionale andrà comunque alle urne. Teme però che l’economia e l’inflazione abbiano compromesso l’immagine del partito tra i moderati e che la guerra in Iran stia diventando un ulteriore peso elettorale. “La domanda è se la coalizione che appartiene soltanto al presidente potrà essere mobilitata per votare anche per gli altri”, ha concluso.


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FBI Warns Russian State Hackers Are Tricking Signal Users Into Handing Over Backup Keys
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Researchers Show How a Hidden Prompt Can Turn Word Copilot Into a Self-Spreading AI Worm
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Podman: l’alternativa a Docker che ogni sysadmin Linux dovrebbe conoscere
#tech
spcnet.it/podman-lalternativa-…
@informatica


Podman: l’alternativa a Docker che ogni sysadmin Linux dovrebbe conoscere


Per anni Docker è stato il default indiscusso quando si parlava di container su Linux. Ma l’architettura basata su un daemon centrale che gira come root ha sempre lasciato sul tavolo un problema di superficie d’attacco: se qualcuno compromette dockerd, ha di fatto accesso root all’intero host. Podman nasce proprio per chiudere questo gap, offrendo un motore container daemonless, compatibile con le immagini OCI e con la CLI Docker, che si integra in modo molto più nativo con systemd e con il modello di permessi di Linux.

Vediamo come installarlo, come si differenzia realmente da Docker oltre gli slogan, e come portarlo in produzione con systemd e le Quadlet, che sono probabilmente la ragione migliore per prenderlo sul serio.

Cos’è Podman, in pratica


Podman (da Pod Manager) è un motore container open source senza demone centrale. Ogni container gira come processo figlio dell’utente che lo ha avviato, non come figlio di un servizio di sistema con privilegi elevati. Questo significa che è possibile eseguire container completamente rootless, senza mai invocare sudo, riducendo drasticamente cosa un container compromesso può effettivamente toccare sull’host.

Sotto il cofano Podman usa gli stessi runtime OCI di Docker e parla lo stesso formato immagine, quindi la stragrande maggioranza dei comandi Docker funziona invariata sostituendo semplicemente il nome del binario (o creando un alias docker=podman, oppure installando il pacchetto podman-docker che fa da shim trasparente).

Un concetto che Docker non ha nativamente è quello di pod: gruppi di uno o più container che condividono rete e storage, concettualmente vicini ai pod di Kubernetes. Comodo quando si vogliono far girare insieme più container che devono comunicare come se fossero sulla stessa macchina.

Installazione

# Debian/Ubuntu (Debian 11+, Ubuntu 20.10+)
sudo apt-get update
sudo apt-get -y install podman

# Fedora/CentOS/RHEL 8+
sudo dnf -y install podman

# openSUSE
sudo zypper install podman

# Arch/Manjaro
sudo pacman -S podman

Verifica dell’installazione:
podman --version
podman info
podman run hello-world

Se l’ultimo comando restituisce il messaggio di benvenuto di Podman, l’installazione è a posto.

Uso quotidiano: i comandi non cambiano quasi nulla


Shell interattiva dentro un container Ubuntu:

podman run -it ubuntu bash

Servizio in background, con Nginx esposto sulla porta 8080 dell’host:
podman run -d --name web -p 8080:80 nginx
podman ps

Il resto della CLI ricalca Docker praticamente 1:1: podman pull, podman images, podman stop/start, podman rm/rmi. Dietro le quinte, podman build è in realtà un wrapper attorno a Buildah, mentre lo spostamento di immagini tra registry passa per Skopeo: strumenti separati che Podman orchestra per te, senza che serva conoscerli nel dettaglio per l’uso base.

Dove Docker e Podman divergono davvero


La compatibilità è alta ma non totale, e i problemi emergono quasi sempre dal modello rootless. Il caso più comune sono i bind mount: poiché i container rootless usano user namespace e mapping subuid/subgid, una directory montata dall’host non sempre ha la proprietà che il container si aspetta. Su sistemi con SELinux attivo serve anche il suffisso :z o :Z per far ri-etichettare correttamente i file:

podman run -v /host/path:/container/path:Z myimage

:z minuscolo condivide il volume tra più container, :Z maiuscolo lo rende privato per un singolo container. Se serve far coincidere esattamente la proprietà con quella dell’host, l’opzione --uidmap permette un controllo fine, oppure si può far girare il container in modalità rootful per replicare il comportamento di Docker.

Altri attriti da conoscere prima di migrare: l’accesso GPU da container rootless è limitato (NVIDIA richiede nvidia-container-toolkit e setup CDI, con i container da ricreare a ogni aggiornamento driver), e i Docker secrets insieme ad alcune configurazioni di rete non hanno una corrispondenza 1:1. Niente di bloccante, ma va testato prima di assumere che la migrazione sia un semplice “find and replace”.

Container come servizi systemd: le Quadlet


Questo è probabilmente il motivo migliore per scegliere Podman in un contesto server. Invece di lasciare un demone in background a gestire lo stato dei container, si delega tutto a systemd, che diventa responsabile di avvio, riavvio e supervisione, esattamente come per qualsiasi altro servizio di sistema.

Il meccanismo si chiama Quadlet: un file dichiarativo con estensione .container che Podman traduce automaticamente in una unit systemd. Per un servizio utente rootless, il file va in ~/.config/containers/systemd/. Esempio minimo per Nginx:

[Container]
ContainerName=web
Image=docker.io/library/nginx:latest
PublishPort=8080:80

[Install]
WantedBy=default.target

Attivazione:
systemctl --user daemon-reload
systemctl --user start web

Da questo momento il container è gestito da systemd come un servizio qualsiasi: si riavvia in caso di crash, si integra con i log di journald, si può abilitare al boot. Aggiungendo l’etichetta AutoUpdate=registry a un container, inoltre, podman auto-update può controllare periodicamente nuove versioni dell’immagine e riavviare il servizio in automatico, senza bisogno di Watchtower o strumenti equivalenti.

Migrare da Docker Compose


Chi ha un’infrastruttura basata su Compose ha due strade percorribili. La prima è continuare a usare Compose così com’è: il binario standalone docker compose può puntare al socket di Podman senza toccare i file docker-compose.yml esistenti:

systemctl --user enable --now podman.socket

La seconda è convertire i file Compose in Quadlet, così che sia systemd a gestire tutto nativamente. Scrivere le unit a mano è tedioso, quindi conviene usare podlet, un tool che legge un docker-compose.yml e genera i file Quadlet corrispondenti. C’è una curva di apprendimento, ma è comunque più veloce che partire da zero.

Docker resta rilevante


Nonostante i vantaggi di Podman, Docker non sta scomparendo. L’ecosistema attorno a Docker (Compose, Swarm, e tutta la tooling che si integra con esso, inclusi molti sistemi CI/CD già configurati per il socket Docker) resta enorme, e non tutte le piattaforme gestiscono bene le peculiarità rootless di Podman. Se un team è già standardizzato su Docker, spesso ha più senso restare sull’esistente piuttosto che affrontare una migrazione per un guadagno marginale.

Dove Podman convince davvero è quando si parte da zero: setup più sicuro per default, nessun demone da tenere sotto controllo, integrazione diretta con systemd per la gestione del ciclo di vita dei servizi.

Conclusione


Podman è un motore container completo, compatibile con Docker, che funziona senza demone e senza bisogno di privilegi root. Per l’uso quotidiano è quasi un drop-in replacement: si installa dal repository della distribuzione, si usano gli stessi comandi (o si crea l’alias docker=podman), e si ottengono benefici di sicurezza concreti senza dover reimparare nulla. I limiti di compatibilità, soprattutto su bind mount, GPU e secrets, vanno conosciuti e testati prima di una migrazione in produzione, ma per chi sta impostando nuovi ambienti containerizzati su Linux, specialmente se pensa di gestirli con systemd e Quadlet, vale decisamente la pena valutarlo.

Fonte originale: Hayden James, “Docker Alternative: Podman on Linux”, LinuxBlog.io.


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Fake CAPTCHA Pages Are Now Tricking Mac Users Into Installing Password-Stealing Malware
#CyberSecurity
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C# 15 introduce le union: basta OneOf e Results per modellare i tipi (.NET 11 Preview 6)
#tech
spcnet.it/c-15-introduce-le-un…
@informatica


C# 15 introduce le union: basta OneOf e Results per modellare i tipi (.NET 11 Preview 6)


Da anni gli sviluppatori C# aspettano un modo nativo per dire “questo valore è esattamente uno tra questi tipi, e nient’altro”, con il compilatore in grado di garantirlo. In assenza di un supporto di linguaggio, la community si è arrangiata con pattern come Results<T> di ASP.NET Core Minimal API o con librerie come OneOf. Funzionano, ma con un limite strutturale: se aggiungi un quarto caso possibile a una funzione che prima ne restituiva tre, nessuno ti avvisa che uno switch a valle non gestisce il nuovo tipo. Manca l’esaustività, che è poi il punto centrale delle discriminated union.

Con .NET 11 Preview 6 (rilasciata il 14 luglio 2026) e C# 15, questa lacuna si chiude: arriva la parola chiave union, insieme a un intero pacchetto di funzionalità correlate (conversioni implicite, pattern matching esaustivo, gestione della nullabilità) che rendono i union type un cittadino di prima classe del linguaggio.

La sintassi: dichiarare un union type


La forma più semplice è la union declaration, una sintassi compatta che genera automaticamente uno struct:

public union Pet(Cat, Dog, Bird);

Questa singola riga dice al compilatore che un Pet è esattamente un Cat, un Dog o un Bird, e nient’altro. Sotto il cofano, il compilatore genera uno struct che implementa l’interfaccia System.Runtime.CompilerServices.IUnion e conserva il valore effettivo in una proprietà Value di tipo object?.

I union generici sono immediatamente utili per modellare risultati di operazioni che possono fallire, un caso d’uso ricorrentissimo in codice di produzione:

public union Result<TSuccess, TError>(TSuccess, TError);

Result<User, Error> Register(string username)
{
    if (string.IsNullOrEmpty(username))
        return new Error("Username cannot be empty");

    return new User(username);
}

Da notare l’ultima riga: nessun wrapping esplicito, nessuna chiamata a un factory method. Il valore User o Error viene convertito implicitamente in Result<User, Error> grazie alle union conversion generate automaticamente per ogni case type.

Pattern matching esaustivo, finalmente


Il vero salto di qualità è nel matching. Se dimentichi un caso in uno switch su un union type, il compilatore te lo dice:

string Describe(Pet pet) => pet switch
{
    Dog d => d.Name,
    Cat c => c.Name,
    // CS8509: switch expression does not handle all
    // possible values of its input type (Bird)
};

Aggiungendo il caso mancante, l’avviso scompare, e non serve più il classico _ => throw new InvalidOperationException("unreachable") per zittire il compilatore:
string Describe(Pet pet) => pet switch
{
    Dog d => d.Name,
    Cat c => c.Name,
    Bird b => b.Name,
};

Il punto interessante è che questa esaustività è dinamica: se in futuro aggiungi un nuovo case type al union (per esempio un quarto animale), ogni switch esistente che non lo gestisce si illumina di un warning. Per chi ha inseguito bug di produzione causati da un case dimenticato in un evento di dominio, è un cambiamento non da poco.

I pattern si applicano direttamente al union, senza bisogno di accedere manualmente a .Value: il compilatore effettua l’unwrapping in automatico, anche negli if pattern classici:

if (pet is Dog d)
{
    Console.WriteLine(d.Name);
}

Gestione del null


Il valore di default di un union type ha Value == null, ed è possibile intercettarlo esplicitamente con il pattern null:

string Describe(Pet pet) => pet switch
{
    null => "nessun animale",
    Dog d => d.Name,
    Cat c => c.Name,
    Bird b => b.Name,
};

La necessità o meno del ramo null dipende dal fatto che il parametro o il campo union-typed sia nullable: l’analisi di nullabilità del compilatore guida correttamente questi casi, in coerenza con le annotazioni #nullable enable già in uso nella maggior parte delle codebase moderne.

Un caso pratico: modellare eventi di dominio


I union type diventano davvero interessanti quando li si combina con i record per il domain modeling, per esempio in un sistema di elaborazione ordini con eventi distinti:

public record OrderPlaced(Guid OrderId, decimal Total);
public record OrderShipped(Guid OrderId, string TrackingNumber);
public record OrderCancelled(Guid OrderId, string Reason);
public union OrderEvent(OrderPlaced, OrderShipped, OrderCancelled);

string Summarize(OrderEvent evt) => evt switch
{
    OrderPlaced p    => $"Ordine {p.OrderId} piazzato per {p.Total:C}",
    OrderShipped s   => $"Ordine {s.OrderId} spedito, tracking: {s.TrackingNumber}",
    OrderCancelled c => $"Ordine {c.OrderId} annullato: {c.Reason}",
};

Quando tra tre mesi qualcuno aggiungerà OrderRefunded al union, ogni handler che non lo gestisce lancerà un warning in fase di compilazione, invece di fallire silenziosamente in produzione. È il compilatore che fa da revisore di esaustività al posto tuo.

I union possono anche esporre metodi e proprietà calcolate (ma non campi d’istanza), utile per incapsulare logica di conversione:

public union Length(Meters, Feet)
{
    public double TotalMeters => this switch
    {
        Meters m => m.Value,
        Feet f   => f.Value * 0.3048,
        _        => throw new InvalidOperationException(),
    };
}

Union personalizzati con l’attributo [Union]


La parola chiave union genera sempre uno struct. Se per motivi di identità, ereditarietà o layout di memoria serve un tipo reference, è possibile costruire un union personalizzato applicando direttamente l’attributo System.Runtime.CompilerServices.UnionAttribute e implementando l’interfaccia IUnion:

[System.Runtime.CompilerServices.Union]
public class Shape : System.Runtime.CompilerServices.IUnion
{
    private readonly object? _value;
    public Shape(Circle value)    { _value = value; }
    public Shape(Rectangle value) { _value = value; }
    public object? Value => _value;
}

Nella grande maggioranza dei casi, però, la sintassi union compatta copre già ogni esigenza pratica: l’approccio con attributo è pensato per scenari con requisiti specifici che lo struct generato non può soddisfare.

Come provarlo oggi


I union type sono attualmente in preview. Per sperimentarli serve l’SDK .NET 11 Preview e questa configurazione nel file di progetto:

<PropertyGroup>
    <LangVersion>preview</LangVersion>
    <TargetFramework>net11.0</TargetFramework>
</PropertyGroup>

Vale la pena ricordare che si tratta di una feature specification ancora in evoluzione: alcuni dettagli di comportamento (per esempio le regole esatte su nullabilità di default o sulle conversioni sollevate/”lifted”) sono ancora oggetto di discussione nel repository dotnet/csharplang, quindi è normale osservare piccoli cambiamenti tra una preview e l’altra prima del rilascio finale.

Conclusioni


F# ha le discriminated union fin dalle origini, e la richiesta di un equivalente in C# (csharplang issue #113) è aperta da anni. Con l’arrivo dei union type, non ogni problema di modellazione richiede più una gerarchia di classi: per rappresentare “uno tra un insieme chiuso di tipi”, ora esiste un costrutto di linguaggio dedicato, con conversioni implicite, pattern matching esaustivo e un’ottima integrazione con i record esistenti. Per chi lavora ogni giorno con API che possono restituire risultati eterogenei, o con event sourcing e domain modeling, è una delle novità più concrete della prossima versione di C#.

Fonte: .NET Blog, C# language reference proposal: Unions e Maarten Balliauw.


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Critical Ruby on Rails Flaw Lets Attackers Steal Server Secrets Through Image Uploads
#CyberSecurity
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Stop Killing the Internet!


For decades, the Internet has empowered people to communicate, organise, learn, create businesses, share culture and participate in democracy across borders. Its openness has been one of its greatest strengths. Today, however, that openness is increasingly under threat. Across the world, governments are responding to concerns about online harms with proposals that risk undermining fundamental rights. Mandatory age verification, device scanning, digital identity requirements: broad […]

For decades, the Internet has empowered people to communicate, organise, learn, create businesses, share culture and participate in democracy across borders. Its openness has been one of its greatest strengths. Today, however, that openness is increasingly under threat.

Across the world, governments are responding to concerns about online harms with proposals that risk undermining fundamental rights. Mandatory age verification, device scanning, digital identity requirements: broad surveillance measures and restrictions on access are often presented as simple solutions to complex problems. Yet these approaches frequently come at the expense of privacy, freedom of expression and the open nature of the Internet itself.

As Pirates, we reject the false choice between safety and fundamental rights. We believe it is possible to protect people online without creating systems of mass surveillance or limiting access to information and communication.

The European Pirates is proud to support the Stop Killing the Internet campaign, which brings together organisations, activists, creators and citizens who share our vision of a free and open Internet.

Rather than accepting increasingly intrusive measures as inevitable, the campaign advocates for evidence-based, proportionate and rights-respecting approaches to tackling online harms. It promotes transparency, democratic accountability, better platform governance and policies that address the root causes of problems instead of restricting the rights of everyone.

This aligns closely with the principles the European Pirates has defended for many years. We have consistently opposed indiscriminate surveillance, mandatory upload filters, mass data retention, client-side scanning and other proposals that weaken digital rights in the name of security or safety. We believe that a free society depends on a free Internet.

The challenges facing the Internet are international, and so must be the response. By joining forces with organisations from across the world, we can better defend an Internet that remains secure, open, interoperable and accessible for everyone.

If you share this vision, we encourage you to learn more about the campaign by visiting Stop Killing the Internet. You can also stay informed about new developments and opportunities to get involved by subscribing to the campaign’s newsletter. Together, we can help ensure that the future of the Internet is built on freedom, privacy and democratic values—not surveillance and exclusion.


Between Agency and Determinism, Who Holds the Wheel in Digital Society?


Every morning, before most people have spoken a word out loud, a sequence of decisions has already been made on their behalf, what news surfaces, what products to buy, what version of the world gets presented as the relevant one. It arrives as a feed, a recommendation, a notification. Frictionless. Invisible. User well-being does not enter into the calculation, it is the emotional amplification that is rewarded and it is how engagement incentives can dangerously influence public discourse.

  • Digital agency is self-determination applied to the online environment. It means your choices online are genuinely yours, shaped by your values, your curiosity, your judgment.
  • Determinism is the condition in which the erosion of agency becomes structural. It describes an environment so thoroughly engineered toward specific behavioral outcomes that genuine choice becomes constrained; Not through force, but through machines making certain thoughts, emotions, and decisions far more likely than others.
  • Digital agency is not the same as digital literacy, though literacy helps. It is not the same as having access to technology, it is closer to what political theorists call effective freedom. Not just the theoretical right to act, but the actual practical capacity to do it, with consequences that are visible and legible.

Users technically have the right to opt out of data collection. To read the privacy policy. To choose a different platform. But if opting out means losing access to your professional network, if the alternative has no users, and if the privacy policy runs to forty-seven pages of legal language designed to exhaust rather than inform, then your theoretical right is not worth very much. It is freedom in name, performance in practice.

The reason this matters politically is straightforward: democracy runs on it. If citizens cannot understand the systems that allocate resources, shape information environments, and mediate their relationship with institutions, then the quality of democratic participation degrades. You cannot meaningfully consent to what you cannot see. Digital agency is, in this sense, the infrastructure of democracy in a digital society. Without it, everything else – elections, courts, parliament – floats on a substrate where somebody else controls the outcome.

In May 2026, Meta quietly discontinued end-to-end encryption for Instagram private messages. The announcement was buried in a product update. The framing was about improving “safety features” and content moderation capabilities.

What changed: Meta can now read your private Instagram messages.

No law required this; it was a business decision made by a private company about the privacy of hundreds of millions of people, most of whom do not know it happened. The ones who do know, have no practical alternative if their social and professional lives are embedded in Meta’s network.

Everyone has the ability to disagree with the privacy policy, but it runs to nearly 20,000 words. Reading the privacy policies for a typical person would take hours, that is before you open any of Meta’s other services, each governed by its own separate terms. This is what the loss of digital agency looks like from the inside: invisible, incremental, and explained in the passive voice.

What can you do?
The hard thing about claiming digital agency is that it requires sustained attention to things that are deliberately made boring, complex, and remote. It requires engaging with legislation that does not trend, understanding technology that resists simplification, and insisting on accountability from institutions that have become expert at deflecting it.

Conclusion


The platforms you use daily were not designed around you.

They were designed around attention, which is a different thing entirely. The feed scrolled through is not a window onto the real world, it is a curated environment, shaped by systems that have spent years learning exactly which emotional frequencies keep the masses present the longest.

Technology is a set of decisions. Decisions have authors that can be held accountable, but only if people understand what it is built upon, insist on transparency about how it operates, and refuse to accept that this is simply how things are.

The European Pirates have been arguing, not against technology, but for better technology. Made for the public, governed democratically, and answerable to the people it was supposedly built to serve. Democratic self-governance starts by citizens informing themselves independently, forming political judgments around accurate information, invoking their rights, and drawn from multiple and deliberately varied sources rather than a single curated feed.

None of this requires becoming a technologist. It requires becoming a slightly more deliberate inhabitant of a digital world that has been carefully designed to reward passivity. Recognising the architecture is the first act of resistance against it.


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

🚨 Complaint filed: the online dictionary dict.cc tries to nudge users into consenting to online tracking by 1,741 (!) “partners” with a single click.

👉 This makes it impossible for users to know exactly who has access to their data and how it is actually used. However, the GDPR requires that consent is freely given, informed, specific and unambiguous.

noyb.eu/en/1741-informed-conse…

in reply to noyb.eu

and again nobody knows how TCF integration with consent platform works.

I'm going to hazard that 1,741 is just the latest total number of partners on the TCF list.

When you "switch on" TCF integration and you forget (more often, don't know it even exists as a thing) to list the actual partners, you end up passing an empty array which is interpreted, rather stupidly as "all of the known partners".

Caso chat di Delmastro rinviato in giunta delle autorizzazioni della Camera


@Politica interna, europea e internazionale
L’autorizzazione ad acquisire le chat dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro e Mauro Caroccia è rinviato nella giunta per le autorizzazioni della Camera che si riunirà quanto prima. Questa la comunicazione che, a quanto appreso dall’Ansa dalle

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

☕ CYBERBRIEFING — Giovedì 30 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
@informatica

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Identificazione biometrica: per il #Garanteprivacy, il dlgs sull’uso della #IntelligenzaArtificiale per l’attività di polizia "necessita di alcune integrazioni volte a rafforzare le garanzie rispetto al trattamento dei dati personali"

Il parere riguarda il decreto legislativo volto ad adeguare la normativa interna alle disposizioni del regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 giugno 2024 (infra: “regolamento IA”)

gpdp.it/web/guest/home/docweb/…

@aitech

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Fauci si rifiuta di rispondere al Senato sulle origini del Covid


L'ex volto della risposta alla pandemia ha ripetuto più di cento volte la formula per non autoincriminarsi nell'audizione voluta da Rand Paul, che ora vuole farlo accusare di oltraggio al Congresso

Anthony Fauci, l'immunologo che per decenni è stato il massimo esperto di malattie infettive del governo americano e poi il volto della risposta alla pandemia di Covid-19, si è rifiutato mercoledì di rispondere alle domande di una commissione del Senato. Per quasi tre ore ha ripetuto più di cento volte la stessa formula: "Su consiglio dei miei avvocati, rifiuto rispettosamente di rispondere sulla base dei miei diritti garantiti dal Quinto emendamento della Costituzione", la norma che tutela chiunque dal rischio di autoincriminarsi.

Alla fine dell'audizione il presidente della commissione, il senatore repubblicano del Kentucky Rand Paul, ha annunciato un voto per accusare Fauci di oltraggio al Congresso, il reato di chi ostacola i lavori parlamentari.

Fauci, 85 anni, è andato in pensione alla fine del 2022 dopo 54 anni nel governo federale e si è presentato solo perché raggiunto da un mandato di comparizione. La commissione per la Sicurezza interna e gli affari governativi, l'organo del Senato che vigila sull'amministrazione federale, è presieduta dal 2025 proprio da Paul, il suo avversario più tenace.

Il senatore accusa Fauci da anni di aver finanziato esperimenti pericolosi sui virus a Wuhan, la città cinese dove la pandemia è cominciata, e di aver poi mentito al Congresso su quei fondi. Ne ha chiesto più volte l'arresto e nel 2023 ha pubblicato un libro sul "grande insabbiamento del Covid" con la foto dell'immunologo in copertina.

Fauci ha sempre respinto ogni addebito. I due si scontrano nelle aule del Congresso dall'inizio della pandemia. Nel 2021, quando il senatore gli disse che stava mentendo, Fauci rispose: "Se qui c'è qualcuno che sta mentendo, senatore, è lei".

Nella dichiarazione iniziale, l'unico momento in cui ha parlato, Fauci ha ricordato di aver testimoniato più di duecento volte davanti al Congresso nei 38 anni in cui ha diretto il National Institute of Allergy and Infectious Diseases, l'istituto federale per le allergie e le malattie infettive. Poi ha spiegato il suo silenzio accusando Paul di avergli preparato una trappola. L'unico scopo della convocazione, ha detto, è "farmi dire qualcosa, qualsiasi cosa" che possa dare ragione alle promesse pubbliche del senatore di vederlo finire "dietro le sbarre".

Invocare il Quinto emendamento, ha aggiunto, "mi addolora" dopo una vita passata a collaborare con il Congresso.

Paul ha avvertito Fauci che ci sarebbero state "ripercussioni" per il suo rifiuto di rispondere. Quando l'avvocato dell'immunologo, David Schertler, ha chiesto di poter leggere una breve dichiarazione, il senatore ha chiamato la sicurezza per farlo allontanare dall'aula.

Josh Hawley, del Missouri, ha chiesto a Fauci che giorno della settimana fosse e di che colore fosse la sua cravatta, ricevendo sempre la stessa risposta. Lo ha poi definito "un narcisista, un megalomane e un bugiardo" e lo ha accusato di essersi arricchito facendo domanda per premi in denaro durante la pandemia (nel 2021 una fondazione israeliana gli assegnò un milione di dollari per la "difesa della scienza").

Bernie Moreno, dell'Ohio, lo ha coperto di volgarità e ha chiesto al pubblico in aula di alzarsi se si riteneva danneggiato dall'obbligo di mascherina o dalla chiusura delle scuole. Più di una decina di persone si sono alzate e il senatore ha invitato Fauci a voltarsi a guardarle. Alla fine della seduta l'ex funzionario ha lasciato l'aula impassibile, scortato dagli agenti di polizia.

Al centro dell'inchiesta c'è la ricerca cosiddetta gain-of-function, gli esperimenti che modificano il patrimonio genetico dei virus per capire come evolvono e prevenire future pandemie. L'istituto guidato da Fauci finanziò studi sui coronavirus all'Istituto di virologia di Wuhan, ma i National Institutes of Health, l'agenzia federale per la ricerca biomedica da cui l'istituto dipendeva, hanno sempre sostenuto che i virus studiati con i fondi americani erano diversi da quello che ha causato il Covid-19.

Sull'origine della pandemia non esiste un consenso scientifico. Non è chiaro se il virus sia passato all'uomo da un animale o se sia fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan, l'ipotesi che il presidente Trump e gran parte dei repubblicani danno per accertata. Martedì l'amministrazione ha annunciato nuove restrizioni proprio su questo tipo di esperimenti.

Pochi giorni prima dell'audizione Paul aveva diffuso più di 1.100 pagine del diario personale che Fauci tenne durante la pandemia, consegnate al senatore dal segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., uno dei critici più accaniti dell'immunologo. Per Paul quelle pagine dimostrano che Fauci diceva "una cosa in pubblico e un'altra in privato"; Fauci ha replicato che la pubblicazione era "mirata a mettermi in imbarazzo e intimidirmi".

Negli appunti Fauci si stupiva della propria fama e dei rapporti con una lista crescente di celebrità, mentre Trump veniva descritto come "sconclusionato". Mercoledì mattina, poche ore prima dell'audizione, il presidente ha attaccato di nuovo Fauci sui suoi social scrivendo che l'ex presidente Joe Biden gli aveva dato "un vasto potere distruttivo".

Il nodo giuridico è la grazia preventiva che Biden concesse a Fauci il 19 gennaio 2025, nell'ultimo giorno della sua presidenza, per proteggerlo da possibili procedimenti vendicativi dell'amministrazione entrante. I repubblicani sostengono che, essendo coperto dalla grazia, Fauci non possa temere un'incriminazione e quindi non abbia diritto ad appellarsi al Quinto emendamento. La protezione però vale solo per i reati federali commessi fino a quella data e lascia Fauci esposto a eventuali procedimenti statali o locali, oltre che a un'accusa federale di falsa testimonianza per qualsiasi dichiarazione resa dopo.

Paul ha convocato per il 5 agosto il voto della commissione sull'oltraggio al Congresso, riconoscendo che la questione potrebbe finire nei tribunali. James Lankford, dell'Oklahoma, l'unico repubblicano che ha usato toni concilianti, ha ricordato il precedente di Lois Lerner, la funzionaria dell'agenzia delle entrate americana che nel 2013 invocò il Quinto emendamento davanti alla Camera dopo aver letto una dichiarazione iniziale, proprio come ha fatto Fauci. I deputati stabilirono che così facendo Lerner aveva rinunciato alla protezione e la dichiararono in oltraggio.

I democratici della commissione non hanno fatto domande e hanno usato il loro tempo per difendere Fauci. Gary Peters, il più alto in grado, ha detto che "le indagini unilaterali costruite per convalidare conclusioni predeterminate non servono gli americani", mentre Maggie Hassan, del New Hampshire, ha ringraziato Fauci per "più di cinquant'anni di servizio al paese".

Alla vigilia dell'audizione più di 150 medici e scienziati avevano firmato una lettera aperta in sua difesa, scrivendo che nessuna prova credibile sostiene le accuse e che le teorie del complotto hanno esposto Fauci a cinque anni di molestie e minacce.

John Fetterman, della Pennsylvania, ha detto di non volerlo né attaccare né difendere. Il senatore si è rammaricato che l'ipotesi della fuga dal laboratorio sia stata a lungo liquidata come una teoria del complotto di destra, impedendo a persone come lui di prenderla sul serio.

Fuori dall'aula, la battaglia dell'opinione pubblica sembrano vincerla Paul e i suoi alleati. In un sondaggio Economist/YouGov del maggio 2025 il 57% degli americani riteneva probabilmente o sicuramente vero che il coronavirus fosse nato in un laboratorio cinese, contro il 17% di parere opposto (un altro 25% non sapeva rispondere).

La fiducia in Fauci ha seguito il percorso inverso. Nell'aprile 2020 otto americani su dieci si fidavano delle sue informazioni sulla pandemia (con percentuali simili tra repubblicani e democratici), ma nel giro di due anni la quota è scesa a circa la metà e tra i repubblicani a uno su quattro. A febbraio, comunque, il 54% degli americani considerava ancora affidabili le informazioni mediche fornite da Fauci, contro il 38% che diceva lo stesso del segretario Kennedy.

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Gli Stati Uniti sono tornati a bombardare l'Iran dopo l'attacco alle basi americane in Giordania


Colpite decine di obiettivi nella notte. Il conflitto si allarga con l'ingresso dell'Arabia Saudita e un drone su una nave americana in Egitto, mentre l'amministrazione è divisa sulla strategia

Gli Stati Uniti sono tornati a bombardare l'Iran nella notte tra mercoledì e giovedì. Il Comando centrale americano (CENTCOM), che dirige le operazioni militari in Medio Oriente, ha parlato di una "pesante ondata" di attacchi contro decine di obiettivi e l'ha definita una "risposta potente" all'attacco missilistico tentato dall'Iran contro le basi americane in Giordania. I raid sono iniziati alle 20 di mercoledì, ora di Washington (le 2 di giovedì in Italia) e si sono conclusi quando in Iran erano circa le 5:30 del mattino. Secondo un funzionario americano l'operazione, pur più ampia delle precedenti, non ha segnato un ritorno alle operazioni di combattimento su larga scala.

I bombardamenti hanno colpito centri di comando militari, impianti per missili e droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e mezzi navali. Secondo i media di stato iraniani gli attacchi hanno interessato le province meridionali di Hormozgan e Khuzestan, il cuore delle riserve e delle raffinerie di petrolio del paese, con esplosioni ad Abadan, Bushehr e sulle isole di Qeshm e Kish. La televisione di stato ha riferito che uno degli attacchi ha centrato una casa sull'isola di Qeshm, dove i soccorritori cercano due persone rimaste intrappolate sotto le macerie.

La rappresaglia era attesa da quando, nella notte tra martedì e mercoledì, l'Iran aveva lanciato a sorpresa cinque missili balistici contro le basi in Giordania usate dalle truppe americane, il primo attacco diretto dopo giorni di calma relativa. Tutti i colpi sono stati intercettati dai sistemi di difesa antiaerea Patriot. Mercoledì il presidente Donald Trump aveva promesso una reazione dura: "Li colpiremo molto duramente, perché è il nostro turno di colpirli", ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale. In mattinata aveva dichiarato a Fox News che gli iraniani "prenderanno una batosta". A bombardamenti conclusi, l'esercito giordano ha fatto sapere di avere abbattuto giovedì mattina altri cinque colpi lanciati dall'Iran, senza vittime.

L'attacco iraniano ha fatto saltare la tregua di fatto in vigore da venerdì, quando le due parti avevano sospeso i raid per dare spazio ai negoziati mediati dall'Oman su un meccanismo per il passaggio delle navi nello stretto di Hormuz, da cui transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale. I colloqui sono falliti martedì, quando l'Iran ha respinto la proposta di una gestione condivisa dello stretto per rivendicarne un controllo maggiore. Poche ore dopo la fine delle discussioni sono partiti i missili verso la Giordania.

La guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele in cui è stato ucciso l'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran per quasi 37 anni, è entrata nel sesto mese. Al vertice del regime è salito il figlio Mojtaba, considerato più intransigente del padre e, secondo le valutazioni dell'intelligence americana, più propenso a dotarsi di un'arma nucleare. Ad aprile Washington e Teheran avevano concordato un cessate il fuoco temporaneo e a giugno il presidente aveva firmato a Versailles un memorandum d'intesa, un primo accordo per porre fine alle ostilità che secondo la Casa Bianca l'Iran ha poi violato. All'inizio di luglio il presidente aveva dichiarato conclusa la tregua promettendo un "attacco massiccio".

Nella stessa notte dell'attacco alla Giordania l'Arabia Saudita è entrata direttamente in guerra: i suoi caccia hanno bombardato insieme a quelli americani le milizie filo-iraniane in Iraq, la prima partecipazione ai combattimenti riconosciuta pubblicamente da Riad. L'operazione è stata la risposta a più di 30 attacchi con droni lanciati in tre giorni contro le forze americane e le infrastrutture petrolifere saudite, condotti secondo Washington sotto la direzione dei Guardiani della rivoluzione, il principale corpo militare del regime iraniano. Le Forze di mobilitazione popolare, l'organizzazione che riunisce le milizie sciite irachene formalmente integrate nelle forze di sicurezza di Baghdad, hanno detto che almeno 20 dei loro combattenti sono stati uccisi; secondo un funzionario americano tra le vittime ci sono circa 20 consiglieri militari iraniani. Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi ha definito i raid "un'aggressione inaccettabile" e ha annullato un incontro previsto con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, mentre le milizie hanno promesso una risposta "inevitabile".

Per la prima volta è stato colpito anche l'Egitto: secondo le società di sicurezza marittima un drone ha centrato la Energos Winter, una nave americana per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto ormeggiata nel porto mediterraneo di Damietta, provocando un incendio che si è esteso a una seconda nave senza causare feriti. Nel Mar Rosso i ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall'Iran, dal 20 luglio impongono un blocco alle navi legate all'Arabia Saudita e hanno rivendicato un nuovo attacco a una petroliera saudita.

Il petrolio è tornato a salire: il Brent, il riferimento globale, è aumentato di quasi l'8 per cento sfiorando i 91 dollari al barile, dopo avere superato quota 100 meno di una settimana fa e avere poi ripiegato durante la pausa dei combattimenti. Dall'inizio della guerra il greggio è salito di oltre il 20 per cento, il traffico nello stretto di Hormuz resta sotto un decimo dei livelli precedenti al conflitto e la benzina negli Stati Uniti costa in media 4,09 dollari al gallone (circa 3,8 litri), il 37 per cento in più rispetto a fine febbraio.

"Dopo tutto questo tempo, non c'è unità": così un funzionario americano ha descritto alla NBC News le discussioni dentro l'amministrazione sulla strategia da seguire. Secondo l'emittente il presidente, descritto come "esasperato" da un alleato che ne ha parlato con lui nelle ultime settimane, la settimana scorsa ha perso la calma durante una riunione con alcuni dei suoi principali responsabili della sicurezza nazionale, arrivando a urlare parolacce; la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha smentito la ricostruzione. L'amministrazione non concorda nemmeno sull'obiettivo della guerra, cioè se sia impedire all'Iran di ottenere un'arma nucleare, tenere aperto lo stretto di Hormuz o eliminare il programma iraniano di missili e droni. Questa incertezza ha reso molto difficile pianificare una via d'uscita. "Abbiamo avuto una serie di vittorie tattiche, ma stiamo affrontando una sconfitta strategica senza una chiara linea politica o una decisione su dove tutto questo stia andando", ha detto il funzionario.

Dentro il gabinetto il capo del Pentagono Pete Hegseth resta il più convinto sostenitore dell'uso della forza per costringere Teheran a trattare, mentre il vicepresidente JD Vance ha spinto in privato per la via diplomatica e il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, ha avvertito che una ripresa dei combattimenti su larga scala ridurrebbe pericolosamente le scorte americane di missili intercettori. Questa settimana al presidente dovrebbero essere presentate opzioni militari ampliate, che comprendono attacchi ai gruppi armati alleati dell'Iran nella regione. Venerdì è in programma una riunione di gabinetto a Camp David.

Martedì il presidente aveva ricevuto alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nel loro primo incontro di persona dall'inizio della guerra. Secondo quanto riferito ad Axios da un alto funzionario israeliano, i due hanno esaminato per 90 minuti tre opzioni: un accordo negoziato con Teheran, su cui Netanyahu si è detto scettico; la prosecuzione del blocco navale accompagnata da una maggiore pressione economica; la ripresa e l'intensificazione dei bombardamenti. Netanyahu non ha indicato una preferenza e ha detto al presidente che la decisione spetta a lui. Il presidente ha espresso preoccupazione per l'impatto della guerra sui mercati dell'energia e sull'economia globale, mentre il funzionario israeliano ha descritto un'economia iraniana in grave difficoltà, con carenza di carburante, code ai distributori e piccole proteste che preoccupano il regime. Su Mojtaba Khamenei il funzionario ha detto: "È vivo, ma nessuno può testimoniare di averlo davvero visto".

I sondaggi più recenti di CNN e dell'università Quinnipiac registrano quote record di americani contrari alla guerra o critici verso la gestione del presidente. Molti repubblicani temono che il rincaro della benzina costi caro al partito alle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato. Dal 28 febbraio sono stati uccisi 18 militari americani e più di 600 sono rimasti feriti. Il presidente insiste che i negoziati con Teheran proseguono, mentre il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha detto questa settimana che non ci sono "negoziati con la parte americana".


Trump sospende gli attacchi sull'Iran perché mancano le munizioni


Gli Stati Uniti hanno fermato i bombardamenti sull'Iran dopo tredici notti consecutive di raid. Il presidente Donald Trump ha ordinato ai militari di non colpire venerdì e sabato le operazioni erano "in sospeso", secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa. La decisione è arrivata al termine di una riunione alla Casa Bianca in cui il presidente si era confrontato con i vertici militari e i membri del gabinetto per decidere se allargare la guerra.

Il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, hanno espresso dubbi sull'escalation durante quella riunione: lo ha rivelato la CNN. Caine ha detto a Trump che le opzioni militari sul tavolo si potevano eseguire con successo, poi ha messo in guardia sulle conseguenze possibili.

Il generale ha insistito soprattutto sulle scorte di munizioni americane, che si stanno assottigliando. Le riserve di intercettori antimissile Patriot (il sistema che protegge le basi americane della regione dai missili iraniani) sono il vincolo principale.

Le discussioni riservate si sono concentrate sull'inventario in calo delle difese aeree americane in Medio Oriente, secondo il New York Times. Caine ha avvertito in privato che riprendere le grandi operazioni di combattimento era fattibile ma avrebbe ridotto in modo pericoloso gli intercettori a disposizione del Central Command (il comando militare americano responsabile del Medio Oriente). Lo stesso giornale aveva riferito in aprile che il Pentagono aveva già usato più di 1.200 intercettori Patriot, ciascuno da oltre 4 milioni di dollari. I militari dicono che da allora la situazione è peggiorata.

Sulla decisione pesano anche il timore di una guerra che si allarga a tutto il Medio Oriente, l'allontanamento degli alleati del Golfo esposti agli attacchi iraniani, una nuova stretta sull'economia mondiale e le crisi energetica e migratoria in crescita.

Tre soldati americani sono stati uccisi in Giordania venerdì della settimana scorsa, quando un missile balistico ha superato le difese aeree impegnate a respingere un'ondata di missili e droni iraniani. In quindici giorni gli attacchi iraniani contro obiettivi americani in Medio Oriente hanno ucciso quattro militari.

Le basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti sono sotto tiro pesante. Un attacco americano di grandi dimensioni avrebbe con ogni probabilità provocato una rappresaglia più dura, caricando ancora le difese aeree.

Il missile che l'Iran usa di più è il Kheibar Shekan, un'arma economica e mobile con una gittata di almeno 1.450 chilometri. In alcune versioni la testata si stacca nella fase finale del volo e un piccolo motore le permette di correggere la direzione mentre si avvicina al bersaglio a quasi 10.000 chilometri orari, un comportamento che rende più difficile individuarla e abbatterla.

Gli americani e i loro partner hanno abbattuto la maggior parte di questi missili, ma alcuni colpi sono passati. Un intercettore americano o israeliano costa tra 2 e 15 milioni di dollari a seconda del sistema, molto più dell'arma che deve fermare. "Gli iraniani hanno capito durante la guerra che i Kheibar Shekan sono ottimi perché costano poco, sono flessibili nei sistemi di lancio e sono piuttosto efficaci", ha detto al Wall Street Journal Nicole Grajewski, esperta di strategia iraniana a Sciences Po.

Da quando la tregua è saltata, Teheran ha colpito ripetutamente gli alloggi dei militari americani nelle basi della regione e i radar che reggono le difese aeree.

"Il presidente Trump è sempre stato coerente nel dire che preferisce una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere tutte le opzioni se l'Iran prosegue le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati", ha dichiarato il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung. Tra le sanzioni che hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e i tredici giorni di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, "sarebbe saggio che l'Iran lavorasse a un accordo negoziato".

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha detto che le forze armate americane hanno "tutto quello che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".

Pochi nella cerchia ristretta del presidente e dentro il Pentagono ritenevano che l'escalation avrebbe prodotto i risultati sperati. Un alto funzionario americano ha detto di dubitare che riprendere le grandi operazioni di combattimento avrebbe riportato l'Iran al tavolo delle trattative, perché i raid ottengono l'effetto opposto: tengono compatto il paese e permettono ai suoi leader di spostare l'attenzione su una minaccia esterna.

Molti consiglieri, tra cui il genero del presidente Jared Kushner, indicano una strada meno rischiosa fatta di negoziati e pressione economica prolungata.

In pubblico Trump ha tenuto aperte entrambe le possibilità. "Siamo pronti a fare fuoco", ha detto ai giornalisti venerdì pomeriggio. "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di svolta, forse no." Giovedì aveva detto ad Axios di stare valutando "un attacco massiccio" e "più grande che mai".

Venerdì ha ricevuto dai militari un piano di attacco come quelli che aveva approvato ogni pomeriggio per due settimane, ma non ha dato il via libera: lo ha rivelato Axios. Poco dopo ha detto che la strategia "più intelligente" è "fare un accordo".

L'ordine di sospendere i raid è arrivato alcune ore dopo l'arrivo a Teheran di una delegazione dell'Oman, che sta discutendo una nuova intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel negoziato ci sono stati progressi e un accordo tra Oman e Iran potrebbe arrivare nel fine settimana, dopodiché toccherebbe a Trump decidere se accettarlo.

Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, venerdì sera, il presidente ha detto di non credere che l'Iran sia pronto a un accordo in questo momento, "ma sono disposto ad ascoltare".

Il gabinetto di sicurezza israeliano e le forze armate si aspettavano un nuovo round di attacchi americani venerdì e si erano preparati a un'offensiva di grandi dimensioni che avrebbe potuto provocare una rappresaglia iraniana contro Israele. Gli israeliani sono stati informati solo venerdì sera che Trump non aveva approvato altri raid.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu arriva negli Stati Uniti lunedì e incontrerà il presidente martedì. È la prima visita da quando a febbraio ha sostenuto l'offensiva congiunta contro l'Iran, cominciata poche settimane dopo.

Il Pentagono ha continuato a spostare mezzi e rifornimenti in Medio Oriente. Sono arrivati caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, che si aggiungono a decine di aerei e droni d'attacco già schierati nelle basi a terra e su due portaerei.

I bombardieri B-2 e B-52 negli Stati Uniti sono in stato di allerta e questa settimana un B-1B partito dalla Gran Bretagna ha colpito obiettivi dei Guardiani della rivoluzione. Quasi venti navi da guerra sono in posizione nel Mar Arabico o nelle acque vicine e circa 50.000 militari americani nella regione e in Europa sono assegnati alla missione.

In quindici giorni il Central Command ha colpito più di mille obiettivi, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni cominciata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. I raid hanno preso di mira radar costieri, lanciatori di missili antinave e la flotta di piccole imbarcazioni d'assalto iraniane, oltre a un numero crescente di ponti ferroviari che servono ai civili ma permettono anche di rifornire la costa meridionale vicino allo stretto.

Il blocco navale sulle navi dirette ai porti iraniani o in partenza da quelli ha dato risultati parziali. Dal 14 luglio il Central Command ha dirottato dodici navi commerciali, ne ha messe fuori uso due e ne ha ispezionate altre due.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto martedì che la Cina ha ridotto di circa il 40% gli acquisti di greggio iraniano negli ultimi mesi. Venerdì il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato nove aziende e quattro persone legate al finanziere iraniano Babak Zanjani.

Stati Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello sulla creazione di una coalizione internazionale per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, a cui dovrebbero partecipare il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Caine. Washington vuole che gli alleati mandino nella regione mezzi antimine, navi militari e droni. La riapertura dello stretto alle navi commerciali è il passaggio decisivo di qualsiasi via d'uscita americana dalla guerra.

Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile venerdì, con il Brent salito di oltre il 7% fino a 100,95 dollari prima di scendere intorno a 98.

L'Ucraina ha colpito nel Mar Caspio una nave cargo che trasportava forniture militari tra Iran e Russia uccidendo un membro dell'equipaggio. Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, hanno rivendicato attacchi contro due impianti energetici sauditi sul Mar Rosso in risposta ai raid sauditi sulle zone che controllano in Yemen.

Non è chiaro se la pausa continuerà. Le forze armate americane stanno ancora preparando i piani per un eventuale ritorno alle grandi operazioni di combattimento, ma il presidente non ha dato ordini in quella direzione e in caso di ripresa dei raid i militari possono muoversi con un preavviso breve. La guerra dura da quasi cinque mesi.


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La rassegna stampa di giovedì 30 luglio 2026


Gli Stati Uniti tornano a colpire l'Iran dopo l'attacco alla base in Giordania e l'Arabia Saudita entra nel conflitto; la Federal Reserve lascia i tassi fermi e Wall Street crolla, mentre si arena la nomina di Blanche alla Giustizia e Fauci invoca il Quinto emendamento sul Covid

Questa è la rassegna stampa di giovedì 30 luglio 2026

Gli Stati Uniti colpiscono di nuovo l'Iran dopo l'attacco alla base in Giordania


Il Comando centrale americano ha condotto mercoledì sera una pesante ondata di raid contro decine di obiettivi dei Guardiani della rivoluzione in Iran, la prima dopo la pausa dichiarata da Donald Trump venerdì scorso. L'azione è la rappresaglia per i missili balistici lanciati martedì da Teheran contro una base statunitense in Giordania, intercettati secondo i militari americani. Il presidente aveva anticipato in giornata che gli Stati Uniti avrebbero colpito «molto duramente», definendola una guerra ormai allargata contro un avversario più determinato del previsto.

Fonti: Axios, New York Times, The Hill

L'Arabia Saudita entra nel conflitto tra Washington e Teheran


Riad ha partecipato insieme al Comando centrale americano ai raid contro le milizie filoiraniane in Iraq, segnando il suo ingresso diretto nella guerra tra Stati Uniti e Iran. Il ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, ha incontrato alla Casa Bianca il vicepresidente J.D. Vance per riferire che il regno, pur pronto a difendersi, resta favorevole a una de-escalation, in contrasto con la linea più aggressiva del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo Semafor, il principe ha anche sollecitato la fornitura di caccia F-35 americani.

Fonti: ABC News, Axios, Semafor

Due senatori repubblicani bloccano la nomina di Blanche a ministro della Giustizia


La commissione Giustizia del Senato ha cancellato all'ultimo momento il voto per far avanzare la nomina di Todd Blanche, procuratore generale ad interim scelto da Trump per guidare il dipartimento. A frenare sono i senatori repubblicani John Cornyn e Thom Tillis, che chiedono la cancellazione formale del cosiddetto «fondo anti-persecuzione» e modifiche all'accordo che l'Amministrazione ha stretto con il fisco per chiudere una causa del presidente. La Casa Bianca ha tentato una mediazione dell'ultimo minuto per convincere i dissidenti.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, The Hill

Fauci si avvale del Quinto emendamento sull'origine del Covid


Durante un'audizione al Senato guidata dal senatore repubblicano Rand Paul, l'ex consigliere sanitario Anthony Fauci si è avvalso più di cento volte del Quinto emendamento, rifiutando di rispondere alle domande sull'origine del coronavirus. Paul ha annunciato che la sua commissione voterà la prossima settimana se incriminarlo per oltraggio al Congresso, mentre il procuratore generale della Florida ha aperto un'indagine a suo carico. Trump ha commentato di rispettare la grazia concessa a Fauci dall'ex presidente Joe Biden.

Fonti: New York Times, ABC News, NPR

La Federal Reserve lascia i tassi fermi e Wall Street crolla


La Federal Reserve ha deciso di mantenere invariati i tassi di interesse nonostante le persistenti pressioni inflazionistiche, in una riunione segnata da dissensi interni. La notizia ha fatto sprofondare l'indice Dow Jones di 1.153 punti, pari al 2,19 per cento, il peggior calo dall'aprile 2025. Secondo il Financial Times, i costi del debito americano hanno toccato il massimo da diciannove anni, mentre gli investitori temono che la guerra con l'Iran alimenti una nuova ondata di rincari.

Fonti: The Hill, Financial Times, Semafor

Elon Musk rilancia il suo super PAC per le elezioni di metà mandato


Il miliardario Elon Musk si prepara a un massiccio investimento nelle elezioni di midterm, riattivando il super PAC America PAC che nel 2024 spese oltre 260 milioni di dollari per sostenere Trump. Il gruppo si concentrerà sul porta a porta, sulla pubblicità digitale e sull'invio di materiale per mobilitare l'elettorato conservatore in vista del voto del 3 novembre. L'iniziativa amplia il già consistente vantaggio finanziario dei repubblicani sui democratici in una tornata che appare favorevole all'opposizione.

Fonti: Axios

L'indice di gradimento di Trump scende al 32 per cento


Un sondaggio Quinnipiac colloca l'approvazione complessiva di Donald Trump al 32 per cento, con il presidente che perde consensi anche all'interno del Partito repubblicano. Il calo è trainato dai giudizi negativi sull'economia e sulla guerra con l'Iran, in un quadro che rende più incerta la tenuta del controllo repubblicano su Camera e Senato. Il dato arriva a quattordici settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Fonti: The Hill

Trump ha incassato 2,2 miliardi di dollari durante il mandato


Secondo il New York Times, lo scorso anno il presidente ha accumulato 2,2 miliardi di dollari mentre era in carica, una cifra senza precedenti alimentata soprattutto dalle attività personali. I democratici puntano a trasformare l'arricchimento presidenziale in un tema centrale della campagna per le elezioni di metà mandato. Resta da capire se la questione avrà un peso politico sul partito del presidente.

Fonti: New York Times

L'aggressore di Salman Rushdie condannato per terrorismo


Una giuria federale ha riconosciuto Hadi Matar, ventottenne del New Jersey, colpevole di aver sostenuto un'organizzazione terroristica straniera in relazione all'accoltellamento dello scrittore Salman Rushdie, avvenuto nel 2022 durante una conferenza letteraria nello Stato di New York. Il dipartimento di Giustizia lo aveva accusato di aver tentato di fornire sostegno a Hezbollah. L'uomo rischia ora di trascorrere il resto della vita in carcere.

Fonti: New York Times, The Hill, ABC News

Le grandi aziende tecnologiche accelerano sull'intelligenza artificiale tra dubbi e cautele


Microsoft ha annunciato contratti di locazione per data center dal valore di 130 miliardi di dollari per far fronte alla domanda legata all'intelligenza artificiale, con i ricavi del segmento cloud in crescita del 32 per cento, mentre le azioni di Meta sono scese dopo che Mark Zuckerberg ha faticato a convincere gli investitori sulla sua strategia basata sugli agenti digitali. Sul fronte politico, il fondatore di OpenAI Sam Altman ha detto a Capitol Hill di sostenere una regolamentazione del settore. Intanto un sondaggio Bentley-Gallup indica che il 39 per cento degli americani ritiene che l'intelligenza artificiale faccia più male che bene.

Fonti: Financial Times, Semafor, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Attendiamo il login con SPID!
Poi si riempiono la bocca con la privacy protetta dal GDPR


I governi dell'UE hanno voluto il ritorno di Chat Control 1.0 – Breyer: “I veri perdenti sono i nostri figli”

#ChatControl 1.0 è tornato: i governi UE (tranne 🇭🇺+🇧🇪) hanno prorogato la scansione indiscriminata dei messaggi privati da parte dei servizi USA fino al 2028, aggirando il Parlamento europeo. Cosa cambia ora e i prossimi passi

pirati.io/2026/07/i-governi-de…

@privacypride


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L'economia americana si regge sempre di più sul boom dell'intelligenza artificiale


La Borsa americana vale 75.000 miliardi di dollari, due volte e mezzo il Pil, e metà della crescita dell'S&P 500 arriva dai titoli legati all'IA. Se la bolla scoppia, il rischio è una recessione

Nel mondo della finanza si ripete da decenni che la Borsa non è l'economia: i prezzi delle azioni possono crollare senza che occupazione e consumi ne risentano. Secondo un'analisi del New York Times, negli Stati Uniti questa distinzione vale sempre meno, perché il mercato azionario e l'economia reale dipendono ormai dalla stessa scommessa sull'intelligenza artificiale.

Il valore complessivo della Borsa americana ha superato i 75.000 miliardi di dollari, più del doppio rispetto a dieci anni fa e circa due volte e mezzo il prodotto interno lordo degli Stati Uniti, un rapporto mai raggiunto prima. A trainare i listini sono soprattutto i titoli legati all'intelligenza artificiale: secondo Adam Turnquist, capo stratega tecnico della società di consulenza finanziaria LPL Financial, valgono circa metà della crescita registrata quest'anno dall'S&P 500, il principale indice della Borsa americana. "Sta diventando un'unica grande scommessa sull'intelligenza artificiale", ha detto al New York Times.

Il boom non gonfia solo i prezzi delle azioni. Le aziende stanno investendo migliaia di miliardi di dollari in fabbriche di semiconduttori, data center, centrali elettriche e reti di trasmissione. La ricchezza creata dai rialzi di Borsa spinge poi i consumi, soprattutto quelli degli americani più ricchi, più disposti a spendere in vacanze, elettronica e ristoranti costosi quando i loro portafogli azionari si rivalutano. Questi investimenti e questi consumi hanno aiutato l'economia americana ad attraversare anni di inflazione, dazi e tensioni geopolitiche.

La dipendenza da un solo settore è però anche una vulnerabilità. Il sondaggio mensile di luglio di Bank of America tra i gestori di fondi di tutto il mondo indica lo scoppio della bolla dell'intelligenza artificiale come il principale rischio per i mercati finanziari. "La cosa che ha tenuto in piedi tutto è la storia dell'intelligenza artificiale", ha detto Torsten Slok, capo economista della società di investimento Apollo Global Management.

In passato nemmeno i crolli più violenti hanno avuto grandi conseguenze sull'economia reale. Nel "lunedì nero" del 1987 l'indice Dow Jones perse più del 20 per cento in un giorno, il record di sempre, ma disoccupazione e prodotto interno lordo quasi non si mossero. Oggi potrebbe andare diversamente per le dimensioni raggiunte dal mercato. La ricerca economica ha calcolato che per ogni 100 dollari guadagnati in Borsa gli investitori spendono circa 3 dollari in più in beni e servizi, un fenomeno noto come "effetto ricchezza". L'effetto funziona anche al contrario: ai valori attuali, un calo del 30 per cento delle azioni potrebbe togliere quasi 700 miliardi di dollari ai consumi, abbastanza da provocare una recessione o da avvicinarla molto. Gabriel Chodorow-Reich, economista di Harvard che studia il fenomeno, ha detto che è proprio quando il mercato sembra ai massimi che l'effetto ricchezza può fare più male.

L'altra anomalia è la concentrazione. Le cosiddette "Magnifiche Sette", cioè Meta, Alphabet, Amazon, Apple, Tesla, Nvidia e Microsoft, valgono da sole circa un quarto di tutte le società quotate negli Stati Uniti. Un inciampo di una di queste aziende avrebbe quindi ripercussioni ben oltre la finanza. Gli economisti descrivono lo scenario così: se gli investimenti nell'intelligenza artificiale rendessero meno del previsto, le aziende taglierebbero la spesa, i laboratori di IA e i loro fornitori ridurrebbero le previsioni di crescita e i mercati venderebbero. A quel punto raccogliere capitali diventerebbe più difficile e più caro, i progetti di data center e centrali elettriche verrebbero rinviati o cancellati, con licenziamenti nell'edilizia, mentre i consumatori più ricchi taglierebbero le spese. Il risultato sarebbe una recessione.

Un esito del genere non è inevitabile. Molte delle grandi aziende del settore hanno già raccolto enormi capitali e potrebbero continuare a investire anche se i finanziamenti si prosciugassero. Le imprese poi non smetterebbero di pagare per gli strumenti di intelligenza artificiale solo perché l'entusiasmo dei mercati si raffredda. Quando la bolla delle dot-com si sgonfiò, all'inizio degli anni Duemila, gli investitori spostarono i capitali verso l'immobiliare e altri settori. La recessione del 2001 fu breve e relativamente lieve. Allora però la Federal Reserve, la banca centrale americana, tagliò i tassi di interesse in modo aggressivo e contenne la crisi dentro il settore tecnologico. Oggi, dopo cinque anni di inflazione elevata, avrebbe meno margine per farlo.

Prevedere quando una bolla scoppia è quasi impossibile. Alan Greenspan, l'allora presidente della Federal Reserve, parlò di "esuberanza irrazionale" dei mercati nel 1996 e la bolla delle dot-com resse per altri tre anni. Per molti economisti però il rischio di una recessione innescata dai mercati è reale e sta crescendo, perché gli investitori scommettono su una crescita così spettacolare che basterebbe una delusione modesta, una trimestrale sotto le attese o un progetto che tarda a ripagarsi, per far cambiare loro idea. "Se agli investitori viene detto che invece di cinque-sette anni ci vorranno 15-20 anni per ripagare gli investimenti, è una differenza molto grande", ha detto Ryan Cummings, capo dello staff dello Stanford Institute for Economic Policy Research, il centro di ricerca di politica economica dell'università di Stanford. Per ora, ha aggiunto, l'onere della prova è sugli scettici, ma un lento gocciolio di notizie deludenti potrebbe spostarlo sugli ottimisti.

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Perché ai Dem non basta l'estetica operaia per riconquistare la classe lavoratrice


Il caso Platner riapre il dibattito su come riconquistare la classe lavoratrice. Nel podcast GD Politics la studiosa Joan C. Williams spiega perché contano i valori, non lo stile
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La candidatura di Graham Platner al Senato per il Maine, naufragata dopo una serie di accuse, ha aperto nel Partito Democratico una discussione su come riconquistare gli elettori della classe lavoratrice.

Platner, allevatore di ostriche ed ex militare, era stato reclutato nell'estate del 2025 da due attivisti dell'area socialista-democratica, Daniel Moraff e Leanne Fan, in cerca di un candidato per sfidare la senatrice repubblicana Susan Collins. Come lo stesso Platner ha raccontato a Jon Stewart, alcune persone che da mesi lavoravano nel Maine con l'AFL-CIO (la principale confederazione sindacale americana) si presentarono a casa sua a fine luglio. Cercavano "una persona della classe lavoratrice" da candidare su "politiche economiche da classe lavoratrice".

Nel giro di poche settimane lo convinsero a correre promettendogli l'appoggio del senatore Bernie Sanders. Platner annunciò la candidatura a metà agosto e ottenne quell'appoggio entro il Labor Day, la festa del lavoro americana di inizio settembre. Moraff ha poi ammesso al Wall Street Journal che nessuno aveva fatto una verifica approfondita sul passato del candidato.

Il giornalista Galen Druke ha dedicato alla vicenda una puntata del suo podcast GD Politics. La sua ospite era Joan C. Williams, docente di diritto alla University of California Law San Francisco, autrice di Outclassed: How the Left Lost the Working Class and How to Win Them Back e tra le più note studiose del rapporto tra classe sociale e politica negli Stati Uniti.

Williams sostiene che i democratici continuino a confondere l'estetica della classe lavoratrice con i suoi valori. Reclutare candidati che sembrano operai serve a poco, se il partito non rispetta il modo in cui quegli elettori vedono il mondo.

La classe lavoratrice, nella definizione di Williams, non coincide con i poveri, cioè con il 30% più basso delle famiglie per reddito. È il 50% centrale, senza laurea. Sono persone con lavori di routine, ancora stabili economicamente ma spaventate dall'idea di scivolare fuori dalla classe media.

Nel 2016 l'etichetta usata nelle analisi del voto, "elettori senza laurea", fece pensare ai più poveri. Il consenso del presidente Donald Trump, spiega la studiosa, viene invece da questo ceto intermedio.

"Indossare un costume non è un buon modo per conquistare nessun elettore, tanto meno quelli della classe lavoratrice", ha detto Williams nel podcast. Queste persone riconoscono subito chi finge. Cercare candidati di origine operaia resta però una buona idea, visto che un tempo al Congresso ce n'erano molti e oggi sono quasi scomparsi.

Il rischio, per Williams, è che il partito finisca per selezionare "una caricatura da classe medio-alta" dell'americano operaio.

Il Center for Working Class Politics, un centro di ricerca specializzato in questi temi, ha rilevato che i candidati di origine operaia piacciono davvero di più agli elettori della classe lavoratrice. In un suo rapporto il profilo più apprezzato era però l'insegnante di scuola media, seguito da magazziniere, medico, piccolo imprenditore e infermiere. L'operaio edile veniva solo dopo.

La mascolinità ruvida e spavalda che Williams chiama "bad but bold" (cattiva ma audace) accomuna Platner al senatore John Fetterman. A volte funziona, Platner era popolarissimo prima di autodistruggersi, ma quel modello porta con sé uno spirito di opposizione permanente che lo rende rischioso.

Un sondaggio del New York Times sulla corsa in Maine, ricordato da Druke nel podcast, dava Platner sotto di 21 punti rispetto a Collins tra gli elettori senza laurea. Un democratico generico, nella stessa rilevazione, perdeva di 9 punti contro un repubblicano generico. Il candidato scelto per incarnare la classe lavoratrice andava quindi molto peggio di un democratico qualsiasi proprio tra quegli elettori.

Secondo un'analisi citata nel podcast, Platner piaceva soprattutto agli abitanti del Maine in ascesa sociale, attratti da un'estetica operaia idealizzata.

Williams riassume in cinque punti i valori di queste famiglie e il primo è la sicurezza economica e personale. "Le élite si preoccupano della fine del mondo, noi della fine del mese", diceva un cartello dei gilet gialli francesi citato dalla studiosa.

La stabilità economica non è un dato di fatto per chi ha visto la quota del PIL destinata ai lavoratori americani scendere dal 70% al 54% circa in pochi decenni. E la sicurezza fisica, scontata nei quartieri benestanti, per queste famiglie è una priorità: per questo la criminalità e il disordine al confine sono temi tanto sensibili.

Gli altri quattro valori sono l'autodisciplina al posto della realizzazione personale (i loro impieghi chiedono puntualità e concretezza, non offrono percorsi di crescita individuale), il radicamento e il patriottismo al posto del cosmopolitismo, il parlare semplice al posto della sofisticatezza e il tradizionalismo, fondato su fede e famiglia.

Sul radicamento Williams ha raccontato un aneddoto personale. L'epigrafe del suo libro è in spagnolo e lei si rifiutò di tradurla, salvo accorgersi mesi dopo che quella scelta era il suo modo da élite di esibire cosmopolitismo. "Se sei un venditore di pneumatici sposato con una contabile in Indiana, sei orgoglioso di essere americano", ha detto.

Il governatore del Kentucky Andy Beshear è, per Williams, l'esempio di come ci si connette a questi valori senza travestimenti. Parla spesso del sogno americano e ha portato nello stato il più grande investimento privato della sua storia.

Beshear usa poi l'anti-elitismo. Chiama la legge di bilancio "the big ugly bill" (la grande legge brutta) e la collega ai tagli fiscali per i milionari e ai tagli a Medicaid, il programma sanitario pubblico per i redditi bassi. Cita quanti lavoratori saranno licenziati e quanti ospedali rurali chiuderanno. E quanti abitanti del Kentucky perderanno l'assistenza sanitaria.

Il governatore ribalta anche l'accusa di condiscendenza che i repubblicani rivolgono da anni ai democratici. Ricorda che è Trump a mancare di rispetto ai militari, mentre il vicepresidente JD Vance guarda dall'alto in basso l'America rurale. E ripete che un politico deve "parlare come un essere umano normale". Quando spiega perché fa politica cita la famiglia, la fede e la regola d'oro, un'etica del servizio.

Williams contrappone a Beshear un video del governatore della California Gavin Newsom, che nei primi cinque minuti citava due libri da intellettuali e parlava di sviluppo personale, l'etica dell'autorealizzazione tipica delle élite. Meglio, secondo la studiosa, lo stile della governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, che ripete di non essere "più intelligente o più importante di nessun altro".

Il partito teme anche di perdere gli uomini. Prima dei suoi guai Williams definiva John Fetterman "il maestro della mascolinità", oggi assegna il titolo al senatore della Georgia John Ossoff, un ex documentarista.

Nell'audizione di conferma di Jay Clayton, scelto da Trump per un incarico di governo, Ossoff lo ha incalzato più volte chiedendogli chi avesse vinto le elezioni del 2020. Non è la spavalderia operaia di Platner, dice Williams, ma è comunque assertività maschile.

Uno studio citato da Williams stima che metà dei voti persi dai democratici tra gli elettori senza laurea negli ultimi decenni dipenda da uno spostamento di attenzione: dal garantire una vita stabile alle persone comuni alla redistribuzione verso i più poveri. I programmi sociali con soglie di reddito che escludono chi sta nel mezzo, dice la studiosa, mettono chi ha poco contro chi non ha niente.

Druke ha aggiunto che il partito parla ormai molto di poveri e marginalizzati e poco delle persone con una vita ordinaria, che negli Stati Uniti sono la maggioranza.

"New York non è il Kansas", ha risposto Williams a chi vede nel sindaco di New York Zohran Mamdani il modello da esportare. Lo considera un talento generazionale, ma anche Mamdani ha attratto più laureati che non laureati, con l'eccezione rilevante degli asiatici americani senza laurea.

La sua formula, che la studiosa chiama "la coalizione economica di Mamdani", unisce la rabbia dei lavoratori che scivolano fuori dalla classe media a quella dei giovani laureati, che non riescono a comprare casa e faticano perfino a pagare l'asilo o le cure mediche. Il mercato del lavoro per loro è già pessimo e l'intelligenza artificiale lo peggiorerà.

Il collante è l'economia, come nella vecchia formula "è l'economia, stupido" coniata decenni fa dallo stratega democratico James Carville. Entrambi i gruppi vedono bloccato l'accesso alla propria versione del sogno americano.

Sui temi culturali Williams sconsiglia sia la resa sia lo scontro frontale. I repubblicani, ha raccontato, hanno cercato il tema LGBTQ capace di danneggiare di più i democratici e hanno puntato sulla partecipazione delle ragazze trans allo sport femminile. I democratici hanno accettato il confronto su un terreno sfavorevole, visto che, come ha ricordato Druke, solo il 20% degli elettori della classe lavoratrice è favorevole alla loro presenza nelle squadre femminili.

Per Williams la risposta non è tacere sui diritti ma trovare i passi avanti che non scatenino una reazione di massa. Si può continuare a lavorare contro il razzismo nella polizia, dice, anche dopo aver abbandonato lo slogan "defund the police" (togliere i fondi alla polizia), che molti nel partito considerano ormai un errore. E ha citato una formula che attribuisce a Ossoff o a Beshear: "passerò l'80% del mio tempo sui temi che riguardano il 100% degli elettori".

Nel 2024 Trump aveva guadagnato terreno tra le famiglie con meno di 50.000 dollari di reddito, tra i neri, i latini e gli asiatici senza laurea e tra i giovani. Oggi, dice Williams, i giovani e gli elettori neri e latini senza laurea si stanno allontanando da lui. Più di recente lo stanno facendo anche i bianchi senza laurea.

Il problema è che i democratici restano ancora meno popolari del presidente e per rimontare, ha scherzato la studiosa, basterà fare un po' meno danni.

Williams si dice comunque più ottimista di quando cominciò a scrivere il libro, un anno prima della rielezione di Trump, convinta che sarebbe finita male. Nel partito, dice, c'è ormai consenso sulla necessità di riconnettersi con la classe lavoratrice. A bloccare i progressi resta il dibattito permanente tra spostarsi più a sinistra o verso il centro, per lei "categorie sbagliate".

La sua ricetta unisce un populismo economico anti-elitario al rispetto per i valori di chi non è laureato, senza "dare per scontato che le altre persone siano progetti che Dio vi ha messo sulla terra per illuminare".


I democratici del Maine scelgono Troy Jackson per sfidare Susan Collins


I democratici del Maine hanno scelto questa mattina Troy Jackson, ex presidente del Senato statale, come candidato contro la senatrice repubblicana Susan Collins. La convention straordinaria riunita a Bangor lo ha nominato con 566 voti su 571 delegati, dopo il ritiro di Graham Platner. L’unica altra candidata rimasta in corsa, la dirigente del settore biofarmaceutico Saundra Pelletier, ha ottenuto cinque voti.

Jackson aveva di fatto conquistato la nomination già il fine settimana precedente, quando i democratici dello Stato avevano approvato a larghissima maggioranza la lista di delegati da lui indicata. “Siamo sulla buona strada per ottenere il governo che ci meritiamo”, aveva dichiarato allora in un video rivolto ai sostenitori. Platner aveva abbandonato la corsa il 10 luglio, travolto da un’accusa di violenza sessuale che ha sempre respinto.

Convention democratica · Maine
I democratici del Maine scelgono Troy Jackson contro Susan Collins
Convention straordinaria di Bangor — voto dei 571 delegati
Focus America

CandidatoVoti%

Troy Jackson
Ex presidente del Senato statale

566
99,1%

Saundra Pelletier
Dirigente del settore biofarmaceutico

5
0,9%

571delegati
Voto concluso

Graham Platner si è ritirato dalla corsa prima del voto. Elaborazione di Focus America.

La scommessa progressista per conquistare il Senato


La scelta di Jackson rafforza l’ala sinistra del partito, che punta ancora una volta su un candidato progressista per sottrarre ai repubblicani uno dei seggi decisivi nella battaglia per la maggioranza al Senato. Collins è l’unica senatrice repubblicana chiamata a difendere il proprio seggio in uno Stato vinto da Kamala Harris nel 2024. Per conquistare il controllo del Senato a novembre, i democratici devono ottenere 4 seggi in più.

La campagna presenta Jackson come un taglialegna di quinta generazione e un “combattente di lungo corso per i diritti dei lavoratori”. A giugno si era classificato terzo alle primarie democratiche per la carica di governatore, sostenuto dal senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders. Il suo programma prevede il Medicare for All, la fine dei finanziamenti pubblici all’esercito israeliano, l’abolizione dell’Immigration and Customs Enforcement e una tutela federale del diritto all’aborto.

I repubblicani si preparano da settimane ad attaccare il candidato che avrebbe sostituito Platner, qualunque fosse stato il suo nome. Il giorno stesso della nomination, il Senate Leadership Fund, il comitato legato alla leadership repubblicana del Senato, ha annunciato un investimento da 42 milioni di dollari contro Jackson. Al candidato democratico restano ora 101 giorni per ridurre il vantaggio di Collins e provare a conquistare, nelle elezioni del 3 novembre, uno dei seggi da cui potrebbe dipendere il controllo del Senato.


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Intervista di Maurizio Acerbo a il Manifesto home.rifondazione.eu/2026/07/2… #Approfondimenti

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Come si può salvare il Partito Democratico americano


L'ex capo dei democratici del Wisconsin spiega a Politico perché il partito deve puntare su parlamenti e corti supreme statali e perché l'anno da temere non è il 2026 ma il 2030

Il futuro del Partito Democratico americano non si decide a Washington ma negli stati, nelle assemblee legislative locali e nelle corse per governatore. È la tesi di Ben Wikler, ex presidente del partito in Wisconsin, che l'ha spiegata in una lunga intervista pubblicata sabato da Politico, firmata dal suo principale editorialista politico Jonathan Martin.

L'occasione è il suo nuovo libro, This Is the Plan: How to End America's Meltdown and Save Democracy ("Questo è il piano: come fermare il tracollo dell'America e salvare la democrazia"), in parte autobiografia e in parte manuale. Wikler, che dopo la sconfitta del 2024 si è candidato senza successo alla guida del Comitato nazionale democratico, l'organo che dirige il partito, chiede ai democratici di dedicare alle proprie debolezze strutturali almeno la stessa attenzione che riservano all'ultima uscita del presidente Donald Trump.

Per anni, racconta, il dibattito nazionale del suo partito ha ignorato che le regole di base della politica americana si scrivono negli stati. Le controlla chi conquista una trifecta, termine preso in prestito dall'ippica. Significa tenere insieme la carica di governatore e le due camere del parlamento statale, cioè il potere pieno di approvare e cambiare le leggi. Chi firma una legge, ricorda Wikler, non è la stessa persona che la approva.

Il tracollo americano, sostiene, non è iniziato con la discesa in campo di Trump ma nel 2010, quando l'operazione repubblicana REDMAP strappò seggi nei parlamenti statali di tutto il paese. Quelle vittorie permisero al partito di ridisegnare i collegi elettorali a proprio favore e plasmarono il decennio successivo. Wikler si è formato politicamente in quella stagione, mentre il governatore repubblicano del Wisconsin Scott Walker azzerava il potere dei sindacati pubblici.

La maggioranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti guidata dal suo presidente, lo speaker Mike Johnson, esiste secondo Wikler grazie a una vittoria per 401 voti in una corsa per la corte suprema del North Carolina. In Georgia molti elettori delle primarie democratiche per governatore hanno votato per Keisha Lance Bottoms ma hanno lasciato in bianco le caselle della corte suprema statale. I democratici hanno perso una di quelle corse per 2,2 punti percentuali. Con una vittoria, dice, si sarebbe aperta la strada verso una maggioranza democratica in quella corte entro il 2028.

Quest'autunno in North Carolina si vota di nuovo per la corte suprema statale ed è l'unica occasione per costruire una maggioranza in quel tribunale. Basterebbe che poche centinaia o poche migliaia di persone convincessero amici e vicini a votare in queste elezioni, dice Wikler, per cambiare gli equilibri delle corti e dei parlamenti, con effetti destinati a durare decenni.

Sara Gideon, sconfitta in Maine sei anni fa, ha più fondi in cassa di quanti David Jolly ne abbia raccolti nell'intera prima metà dell'anno per la corsa a governatore della Florida. Messo davanti a questo confronto, Wikler ha risposto che il solo pensiero gli fa venire la nausea. In un mondo guidato dagli algoritmi i donatori inseguono la corsa più appariscente del momento, mentre "le corse che decidono chi scrive le regole per il paese sono proprio lì".

I grandi donatori repubblicani, spiega, sono nel gergo del settore donatori "transazionali". Calcolano quanto investire per ottenere in cambio ancora più denaro, tra tagli fiscali e regole riscritte su misura, quindi finanziano chi ha il potere di approvare i loro progetti. Il denaro democratico, concorda con l'intervistatore, si disperde invece tra mille cause diverse, mentre ogni candidato urla che la sua è l'elezione più importante di sempre.

Nel 2024, negli stati in bilico, i candidati democratici ai parlamenti statali hanno raccolto più voti di quanti ne abbia presi il partito nella corsa presidenziale. Uno scarto del genere va quasi sempre nella direzione opposta, perché molti elettori scelgono il presidente e lasciano incompleto il resto della scheda. Per Wikler è la prova di un progresso reale nelle corse minori, arrivato quasi senza copertura mediatica, da accelerare "con entrambi i piedi sull'acceleratore".

L'elenco delle riforme federali che propone parte dal filibuster, la regola che al Senato impone di fatto 60 voti su 100 per approvare la maggior parte delle leggi. Nessuno dei due partiti arriverà presto a quota 60, quindi il primo passo è abolirlo o modificarlo, cosa che richiede solo la maggioranza semplice dell'aula. Poi vorrebbe allargare la Camera e cambiare il modo di eleggere i deputati, con sistemi come la rappresentanza proporzionale o il voto con preferenze ordinate (ranked-choice voting). Propone di trasformare Washington D.C. in uno stato e di lasciare che Puerto Rico decida se diventarlo. Chiede anche una legge nazionale contro il gerrymandering, il ridisegno dei collegi elettorali a vantaggio del partito che li disegna.

Sulla Corte Suprema propone mandati di 18 anni al posto dell'attuale nomina a vita, con ogni presidente che sceglie un giudice nel primo e nel terzo anno del proprio mandato. La corte, accusa, è diventata "un'arma di parte per la destra" e "non è solo conservatrice: è attivamente repubblicana".

Vorrebbe infine superare il collegio elettorale, il meccanismo che assegna la presidenza attraverso i grandi elettori dei singoli stati anziché con il conteggio nazionale dei voti. Nessun altro paese, ricorda, ha adottato questo sistema. Gli stati potrebbero aggirarlo aderendo al National Popular Vote Interstate Compact, l'accordo che impegna i firmatari ad assegnare i propri grandi elettori al vincitore del voto popolare nazionale. Le strategie del libro, precisa, non richiedono emendamenti costituzionali e si realizzano vincendo prima le trifecta statali e poi il Congresso.

In campagna elettorale, però, Wikler consiglia di non parlare di nulla di tutto questo. Gli elettori che decidono le corse più combattute non si interessano alle procedure. Vogliono sapere se possono permettersi la medicina che il medico gli ha appena prescritto o lo zaino nuovo per il figlio.

Nel libro racconta di Pamela Gantz, che ha conquistato un seggio nel consiglio comunale di De Pere, in Wisconsin, battendo uno dei "falsi elettori" coinvolti nel piano per ribaltare l'elezione del 2020. Ha vinto parlando soprattutto di cantieri stradali locali. Mettere in sicurezza le regole del gioco, dice Wikler, "è il premio", non lo strumento con cui si vincono le elezioni.

"Se vuoi salvare la democrazia, parla di strade", riassume.

La questione delle prossime due tornate elettorali, per Wikler, è se il voto resterà libero e corretto. Trump sta cercando di condizionare le elezioni di metà mandato di novembre, accusa, con i tentativi di incarcerare funzionari elettorali e di sequestrare schede. La priorità è quindi eleggere alla gestione del voto persone che credono nella democrazia.

La preoccupazione più grande riguarda però il 2030, l'anno in cui, dopo il censimento, tutti i collegi del paese verranno ridisegnati.

Se i democratici vinceranno un paio di cicli, come nel 2006 e nel 2008, il pendolo politico rischierà di girare dall'altra parte proprio in quel momento. Chi vincerà allora, se leggi e tribunali lo permetteranno, potrà truccare le mappe e blindare il proprio controllo. Per spiegare cosa dovrebbero fare i democratici Wikler usa un'immagine dal Signore degli Anelli, "portare l'anello in cima al Monte Fato e gettarlo nel fuoco". Vincere quell'anno e poi togliere a tutti, per sempre, la possibilità di manipolare i collegi. L'ironia, ammette, è che per arrivarci oggi servono anche i gerrymander di ritorsione degli stati democratici, dentro una guerra delle mappe iniziata dal Texas dalla quale nessuna delle due parti può ritirarsi.

Il Wisconsin, che ha votato per Barack Obama, poi per Trump, poi per Joe Biden e poi di nuovo per Trump, per Wikler è lo specchio più fedele di un paese spaccato a metà. Quest'anno le due camere del suo parlamento statale sono contendibili per la prima volta grazie alle nuove mappe eque. Chi vincerà le primarie democratiche a cinque candidati per la carica di governatore sfiderà il repubblicano Tom Tiffany, che provò a ribaltare il risultato del 2020.

Scrivendo il libro, racconta, Wikler ha scoperto che non c'era mai stato nella storia americana un periodo con così tanti cambi di maggioranza consecutivi tra Congresso e Casa Bianca. Le persone, dice, "stanno cercando di ottenere qualcosa che non stanno ottenendo".


I tentativi di Trump di condizionare il voto di novembre sono quasi tutti falliti


Il presidente Donald Trump ha usato un raro discorso in prima serata, la notte in Italia, per rilanciare le sue accuse di brogli elettorali, ma non ha portato alcuna prova a sostegno dell'affermazione, che ripete da anni, secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state rubate. Per un'analisi di David A. Graham pubblicata sull'Atlantic quel discorso è "un segno di disperazione". Quasi tutti i tentativi del presidente di condizionare davvero le elezioni di metà mandato di novembre, il voto che rinnova il Congresso a metà del mandato presidenziale, sono falliti e gli restano pochi strumenti oltre a "seminare caos e dubbi tra gli americani".

La Casa Bianca ha diffuso quattro blocchi di documenti a sostegno del discorso, ma per l'Atlantic le affermazioni del presidente sono "un guazzabuglio di informazioni riciclate, travisamenti delle prove e affermazioni tendenziose", costruite su materiali troppo oscurati per essere interpretati. Le principali reti televisive hanno rinunciato a trasmettere l'intervento in diretta perché temevano che il presidente ingannasse il pubblico. Secondo Graham il discorso serviva anche a distrarre dalla guerra con l'Iran e dai suoi effetti sull'economia.

Sul ridisegno dei collegi elettorali il presidente ha invece ottenuto risultati concreti. Diversi stati governati dai repubblicani hanno ritracciato i confini dei collegi per aggiungere seggi favorevoli al partito, una pratica chiamata gerrymandering, la sentenza della Corte Suprema di aprile nel caso Louisiana contro Callais ha permesso ad altri stati di procedere con le proprie mappe e un tribunale della Virginia ha respinto il ridisegno con cui i democratici volevano rispondere. Nel complesso i repubblicani hanno guadagnato diversi seggi probabili.

Il SAVE America Act, la riforma elettorale voluta dal presidente che tra le altre cose imporrebbe agli elettori di dimostrare la cittadinanza, è invece fermo. La settimana scorsa Trump si è rifiutato di firmare una legge bipartisan sulla casa "per protesta contro il fatto che il Senato degli Stati Uniti non è capace di approvare il SAVE America Act", un gesto che l'analisi definisce "bizzarro e inefficace" perché quella legge è entrata comunque in vigore. Il senatore repubblicano Thom Tillis, che lascerà il seggio del North Carolina, ha promesso di bloccare la riforma se dovesse tornare in aula e ha ricordato che ormai sarebbe troppo tardi per applicarla al voto di novembre.

Il presidente non ha il controllo delle elezioni, un potere che spetta agli stati o al Congresso, e quasi tutte le sue mosse per via amministrativa sono state bloccate dai tribunali oppure ignorate dai funzionari statali e locali. I giudici federali hanno fermato parti di un ordine esecutivo che vietava agli stati di accettare le schede spedite per posta e arrivate dopo il giorno del voto e che imponeva la prova della cittadinanza. Hanno bocciato anche un secondo provvedimento, che avrebbe creato un archivio federale dei cittadini in età di voto per poi costringere gli stati a filtrare gli elettori con quell'elenco, impedendo al servizio postale di recapitare le schede a chi non ci fosse dentro. Per l'Atlantic si trattava di un tentativo "arcano" e forse impraticabile di risolvere un problema, il voto dei non cittadini su larga scala, "che semplicemente non esiste".

Alcuni stati hanno consegnato spontaneamente al governo federale i registri degli elettori, molti altri hanno impugnato quelle richieste e hanno vinto. Le pressioni del Dipartimento di Giustizia irritano ormai anche gli alleati repubblicani. Il governo dell'Idaho, che pure aveva segnalato a Washington presunti casi di voto di non cittadini, si è visto minacciare un procedimento penale nel caso in cui dei non cittadini fossero ammessi alle urne e i dirigenti repubblicani dello stato hanno reagito con durezza.

All'inizio di luglio il presidente ha rimosso due membri della Election Assistance Commission, l'agenzia federale che aiuta gli stati a organizzare il voto, e un terzo si è dimesso, lasciando l'organismo senza vertici. La commissione ha soprattutto funzioni consultive e privarla dei suoi responsabili complicherà il lavoro dei funzionari locali, ma per Graham la mossa somiglia anche a "un'ammissione di sconfitta". Trump aveva provato a usarla per revocare la certificazione di tutte le macchine per il voto in uso e per imporre l'obbligo di dimostrare la cittadinanza. Adesso sembra rinunciarci, proprio mentre quell'agenzia servirebbe ad aiutare i funzionari locali a correggere alcune delle debolezze di sicurezza citate nel discorso, come i sistemi informatici che gestiscono le operazioni di voto, anche se nessun elemento indica che le schede o i conteggi siano vulnerabili.

La ricerca di prove di brogli nel 2020 resta senza risultati e nel discorso il presidente non ha nemmeno provato ad argomentarla. Si è concentrato soprattutto sulla Georgia, ma questo mese un giudice federale nominato da lui stesso ha bloccato le citazioni con cui il Dipartimento di Giustizia voleva convocare chi aveva lavorato a quel voto nella contea di Fulton. Due agenti dell'FBI incaricati di setacciare le vecchie prove sono stati licenziati perché si erano rifiutati di farlo, come ha rivelato l'emittente MS NOW.

Per costruire il racconto dei brogli il presidente si appoggia a Bill Pulte, direttore facente funzioni della National Intelligence, l'ufficio che coordina le agenzie di intelligence americane, e a John Solomon, descritto dall'analisi come "un commentatore di destra con una lunga storia di diffusione di affermazioni false" e chiamato dalla Casa Bianca a costruire racconti come quelli esposti nel discorso. Pulte non ha alcun ruolo previsto dalla legge in materia elettorale né esperienza nell'organizzazione o nella sicurezza del voto. La seconda strada rimasta al presidente, scrive Graham, è schierare i militari o le forze di polizia federali nei giorni intorno al voto.

Le due opzioni sono rischiose e hanno meno probabilità di riuscire, ed è per questo che non erano le prime scelte del presidente. Funzionari elettorali, esperti e organizzazioni non profit seguono la minaccia da mesi e sono molto più preparati ad affrontare qualsiasi mossa dell'Amministrazione, come ha scritto Garrett Epps sul Washington Monthly.

La difesa più efficace contro la sovversione, per Graham, è che gli americani vadano a votare, perché "un'elezione in bilico è più facile da rubare di una netta". I fallimenti politici del presidente hanno prodotto sondaggi che indicano un voto largamente contrario ai repubblicani in autunno. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha detto questa settimana che lamentarsi di brogli elettorali è una scelta strana quando il proprio partito controlla la Casa Bianca, la Camera e il Senato. Discorsi in prima serata pieni di lamentele e di falsità evidenti rischiano di allontanare ancora di più gli elettori dal partito e, conclude l'analisi, "per un'ironia della sorte" quell'intervento potrebbe davvero contribuire a proteggere l'integrità delle elezioni del 2026.


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Cinque seggi su settecentoventi: con questi numeri, in un Parlamento europeo dominato da popolari e socialisti, Volt non dovrebbe pesare quasi nulla.

Eppure una nostra eurodeputata, Nela Riehl, presiede la commissione per la cultura e l’istruzione, e il MEP Influence Index 2026 di EUmatrix la colloca al primo posto tra chi orienta le politiche europee su istruzione, gioventù, sport e cultura, davanti a Bogdan Zdrojewski e a Laurence Farreng di Renew Europe.

È la misura di quanto riusciamo a incidere dove si prendono le decisioni: guidando il lavoro su Erasmus+, cooperazione tra università, accesso alla cultura, politiche giovanili e sport. Dossier che creano opportunità concrete per milioni di persone.

Volt non ha (ancora) i numeri delle grandi famiglie politiche europee: eppure abbiamo già dimostrato che competenza, credibilità e capacità di costruire maggioranze possono trasformare una piccola delegazione in una forza capace di orientare le scelte.

È questo il senso di Volt: non essere presenti nelle istituzioni, ma usarle per rendere l’Europa più unita e più vicina alle persone.

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