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Trump ha citato in giudizio un gruppo di giornalisti del New York Times per un’inchiesta sul suo nuovo Air Force One

Il New York Times ha scritto che nei mandati di comparizione si parla di «una presunta violazione della legge penale federale» ma che per il resto contengono pochi dettagli.

ilpost.it/2026/07/11/trump-new…

@giornalismo

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Gli americani perdono fiducia nel capitalismo e nella democrazia


Sondaggio WSJ-NORC: meno della metà pensa che il capitalismo funzioni e solo il 12% dice lo stesso della democrazia. Due terzi vedono un paese in declino nell'anno del 250° anniversario
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Gli americani stanno perdendo fiducia in due pilastri della loro società, il capitalismo e la democrazia. Meno della metà pensa che il capitalismo funzioni bene o abbastanza bene, contro il 60% di circa dieci anni fa, secondo un sondaggio realizzato dal Wall Street Journal con l'istituto di ricerca NORC. Il giudizio sul sistema di governo è ancora più severo: solo il 12% dice che la democrazia funziona molto o estremamente bene e appena il 16% ritiene che i cittadini comuni abbiano un'influenza concreta sulla politica.

Nel 2015 il 37% degli americani diceva che il capitalismo non funzionava bene o non funzionava affatto: nella nuova rilevazione gli insoddisfatti sono saliti al 51%. Solo il 35% è almeno abbastanza sicuro che il paese offra la possibilità di trovare un buon lavoro e realizzare il sogno americano. Circa tre quarti degli intervistati pensano che i miliardari e le grandi aziende abbiano troppo potere a Washington e che i lavoratori ne abbiano troppo poco, mentre una maggioranza ristretta, il 52%, ritiene che il potere delle imprese danneggi lavoratori e consumatori e che il governo dovrebbe limitarne l'influenza, arrivando anche a condividere il controllo di alcune aziende.

Il malcontento verso il sistema economico si riflette anche nel voto: nelle ultime settimane gli elettori delle primarie democratiche in Colorado e a New York hanno bocciato dirigenti centristi a favore di candidati che si definiscono socialisti-democratici o che chiedono una sanità universale finanziata tassando i più ricchi. Lo stesso Trump è arrivato al potere con un'agenda populista costruita sull'idea che il sistema economico avesse tradito la classe lavoratrice.

Sondaggio · Stati Uniti
Solo il 35% degli americani crede ancora nel sogno americano
11-18 giugno 2026 · 1.862 adulti (±3,4%) · Wall Street Journal-NORC
Focus America
50% 40 30 2012 '14 '16 '18 '20 '22 '24 '26 Crede ancora nel sogno americano 2011 44% 53 42 48 36 34 31 Giu 2026 35%
Elaborazione di Focus America su dati Wall Street Journal-NORC (giugno 2026) e PRRI (anni precedenti). Quota di intervistati secondo cui il sogno americano, l'idea che chi lavora sodo riesce ad andare avanti, è ancora valido.

I dati arrivano nell'anno in cui gli Stati Uniti festeggiano i 250 anni dall'indipendenza, un anniversario accolto da celebrazioni piuttosto sottotono. Il 4 luglio il presidente ha tenuto un discorso dedicato alla grandezza americana, ma meno del 40% degli americani si dice molto orgoglioso della storia del proprio paese. Poco più di due terzi pensano che la nazione che ha inventato l'aereo e internet e che ha guidato gli Alleati alla vittoria nella Seconda guerra mondiale sia oggi in declino e circa il 60% ritiene che i giorni migliori del paese siano ormai alle spalle. In entrambi i casi la maggioranza dei repubblicani la pensa come gran parte di democratici e indipendenti. Il 56% che giudica la democrazia mal funzionante o non funzionante è la quota più alta registrata in sondaggi simili dal 2020.

Su altri temi i due partiti restano lontani. Due terzi dei repubblicani si dicono molto orgogliosi della storia americana, il triplo dei democratici. Quasi la metà dei repubblicani crede nell'eccezionalismo americano, l'idea che gli Stati Uniti siano superiori a tutti gli altri paesi del mondo, contro appena l'8% dei democratici e il 13% degli indipendenti. I valori che un tempo univano il paese pesano sempre meno: il 35% degli intervistati considera il patriottismo molto importante nella propria vita, contro oltre il 60% in un sondaggio del 2019, e meno di un terzo dice lo stesso della religione, rispetto a circa la metà di sette anni fa. I più giovani sono molto più pessimisti degli anziani e danno meno importanza a questi valori.

"Molte persone sentono che il contratto sociale americano, il senso informale di un'America che funziona per tutti, non sta funzionando", ha detto al Wall Street Journal Henry Olsen, analista di un centro studi repubblicano di Washington, ricordando che il bicentenario del 1976 fu invece "un'orgia di patriottismo", con monete commemorative e prodotti avvolti nei simboli della ricorrenza. "Le persone non pensano che le istituzioni pubbliche stiano mantenendo la promessa nei loro confronti."

Il sondaggio registra però un sostegno solido ad alcuni principi tradizionali al centro dello scontro politico. Due terzi degli americani considerano la separazione tra Stato e Chiesa estremamente o molto importante per l'identità nazionale, mentre una commissione voluta da Trump sulla libertà religiosa ha sostenuto in un rapporto preliminare che il concetto sarebbe stato ampiamente frainteso. Il 58% sostiene lo ius soli, il principio costituzionale per cui quasi tutti i bambini nati su suolo americano sono cittadini, che la Corte Suprema ha confermato a fine giugno annullando l'ordine esecutivo del presidente. Quasi il 60% pensa che l'immigrazione aiuti il paese più di quanto lo danneggi, un altro segnale che il consenso verso gli immigrati è cresciuto da quando Trump è entrato in politica chiedendo di ridurre gli ingressi legali e illegali.

Le persone che giudicano cattive le relazioni tra le etnie superano di 14 punti quelle che le giudicano buone, un quadro molto meno negativo rispetto al 2020, quando dopo l'uccisione di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis il divario era di 45 punti. Su un punto, infine, democratici e repubblicani sono d'accordo: quasi tre quarti degli intervistati pensano che il paese sia ormai così diviso che il governo non riesce più a risolvere i problemi principali e che le divisioni continueranno a crescere.

Il sondaggio ha coinvolto 1.862 americani tra l'11 e il 18 giugno, con un margine di errore di 3,4 punti percentuali.


Quasi metà degli americani non sa cosa si celebra il 4 luglio


Solo il 53% degli americani sa che il 4 luglio si celebra l'adozione della Dichiarazione di indipendenza, il documento approvato nel 1776 con cui le colonie americane proclamarono la separazione dalla Gran Bretagna, considerato l'atto di nascita degli Stati Uniti. Il 46% degli intervistati ha risposto di non sapere quale evento storico ricordi la festa nazionale dell'Independence Day. Lo ha rilevato un sondaggio del Cato Institute, un centro studi libertario favorevole a un ruolo limitato dello Stato, pubblicato giovedì a due giorni dal 250° anniversario degli Stati Uniti, la ricorrenza celebrata sabato in tutto il paese con il nome di America 250.

La quota di chi non sa rispondere sale al 61% tra gli intervistati della Generazione Z, cioè gli adulti più giovani del campione. Le lacune non riguardano solo la data: il 58% non conosce la funzione principale della Costituzione, la legge fondamentale che regola i poteri dello Stato americano, e il 57% non ha saputo spiegare perché gli Stati Uniti dichiararono l'indipendenza dalla Gran Bretagna per dare vita a un governo dai poteri limitati, cioè vincolato da regole che ne circoscrivono l'autorità.

L'86% degli intervistati si dice comunque grato di essere americano. Il 60% ritiene però che gli Stati Uniti si siano allontanati dai loro principi fondativi.

Il 56% teme inoltre che il paese possa smettere di essere una nazione libera nei prossimi cinquant'anni. Chi esprime questo timore indica tra le cause la corruzione, la concentrazione e l'abuso del potere, oltre all'ignoranza dei principi su cui la nazione è nata.

Sondaggio · Stati Uniti
Solo il 53% sa che il 4 luglio celebra la Dichiarazione di indipendenza
25-26 giugno 2026 · 2.253 americani (±2%) · Cato Institute
Focus America

Risposta%

L'adozione della Dichiarazione di indipendenza
Risposta esatta

53%

La ratifica della Costituzione

8%

La vittoria nella guerra d'indipendenza

6%

La prima elezione presidenziale

5%

Lo sbarco dei padri pellegrini a Plymouth Rock

3%

La fondazione di Jamestown

1%

Non sa

23%

Elaborazione di Focus America su dati del Cato Institute. Domanda: quale dei seguenti eventi descrive meglio ciò che commemora il 250° anniversario dell'America? Le percentuali possono non sommare a 100 per gli arrotondamenti.

Alla richiesta di indicare le tutele a cui tengono di più, gli intervistati hanno citato la libertà di parola, il diritto di voto, l'uguaglianza davanti alla legge, la libertà religiosa e il diritto a un giusto processo, cioè la garanzia di procedure regolari davanti alla legge.

I risultati sono arrivati dopo altre rilevazioni che nelle settimane precedenti segnalavano un patriottismo in calo in alcune fasce della popolazione, mentre Washington preparava la grande festa per l'anniversario e altre celebrazioni erano in programma da una costa all'altra. Nella capitale la festa principale si è svolta sabato pomeriggio sul National Mall, il grande parco monumentale al centro della città: il programma prevedeva ore di sorvoli di aerei militari, un comizio politico del presidente Trump e uno spettacolo di fuochi d'artificio da record.

Il sondaggio è stato condotto su un campione di 2.253 americani tra il 25 e il 26 giugno, con un margine di errore di circa 2 punti percentuali.


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✨ CISA aggiunge Langflow e Joomla al catalogo KEV: una IDOR ruba le chiavi degli agenti AI, uno zero-day PHP infetta i siti in un solo POST
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/cisa-a…

@informatica


CISA aggiunge Langflow e Joomla al catalogo KEV: una IDOR ruba le chiavi degli agenti AI, uno zero-day PHP infetta i siti in un solo POST


CISA ha aggiunto in un colpo solo quattro vulnerabilità critiche al proprio catalogo Known Exploited Vulnerabilities, imponendo alle agenzie federali statunitensi una scadenza di patching fissata al 10 luglio. Dietro la lista secca di CVE si nasconde un dettaglio che merita attenzione: per la prima volta compare in modo esplicito una piattaforma di orchestrazione AI, Langflow, colpita non da un banale bug ma da una catena IDOR più RCE costruita apposta per rubare le chiavi API dei modelli linguistici e le credenziali cloud custodite dagli agenti stessi. Accanto, due zero-day su estensioni Joomla e un path traversal su Adobe ColdFusion sfruttato nel giro di poche ore dalla divulgazione completano un quadro che dice molto su dove si sta spostando la caccia alle credenziali nel 2026.

Le quattro falle in catalogo KEV


Il 7 luglio CISA ha inserito nel Known Exploited Vulnerabilities Catalog: CVE-2026-48282 (CVSS 10.0), path traversal in Adobe ColdFusion che porta a esecuzione di codice arbitrario nel contesto dell’utente corrente; CVE-2026-56290 (CVSS 10.0), controllo d’accesso improprio in Joomlack Page Builder che consente RCE tramite upload di file non autenticato; CVE-2026-55255 (CVSS 6.1), bypass di autorizzazione tramite chiave controllata dall’utente in Langflow; CVE-2026-48908 (CVSS 10.0), upload di file senza restrizioni in JoomShaper SP Page Builder che permette a utenti non autenticati di caricare ed eseguire codice PHP arbitrario. Le agenzie del ramo esecutivo civile federale (FCEB) devono applicare le correzioni entro il 10 luglio 2026.

Il caso ColdFusion mostra quanto si sia accorciata la finestra fra disclosure e sfruttamento: secondo Ryan Dewhurst, fondatore di KEVIntel, un primo tentativo di exploitation è stato registrato nel giro di ore dalla pubblicazione, da un indirizzo IP geolocalizzato in India (103.207.14[.]220).

Langflow: quando l’IDOR va a caccia di chiavi AI


Il pezzo più interessante per chi si occupa di sicurezza delle piattaforme AI è la ricostruzione fatta da Sysdig sulla campagna contro Langflow, popolare piattaforma open source per costruire agenti e flussi di orchestrazione basati su LLM. Un operatore isolato, identificato dall’indirizzo IP 45.207.216[.]55, aveva già sondato un’istanza Langflow esposta su Internet tre giorni prima di tornare, il 25 giugno, per una sessione metodica: ricognizione su applicazione e autenticazione, enumerazione dei flussi tramite l’endpoint /api/v1/flows/, sfruttamento della IDOR CVE-2026-55255 per accedere a flussi appartenenti ad altri tenant, e infine un ciclo sostenuto di exploitation della RCE non autenticata CVE-2026-33017 con tentativi di connessione in uscita.

La IDOR cross-tenant è particolarmente istruttiva: l’attaccante replicava gli ID di flusso ottenuti dall’enumerazione contro l’endpoint /responses e iniettava nei flussi dirottati il prompt “leak api keys”, nel tentativo di indurre un flusso che gira con le proprie credenziali incorporate a rivelarle spontaneamente. L’obiettivo dichiarato erano le chiavi dei provider LLM e le credenziali AWS conservate all’interno dei flussi altrui — esattamente il tipo di segreti che le piattaforme di orchestrazione AI accumulano per funzionare, e che un IDOR banale può esporre in blocco a chiunque abbia un account sulla stessa istanza condivisa.

Sul fronte RCE, lo sfruttamento di CVE-2026-33017 è stato seguito dal dispiegamento di payload pensati per recuperare un downloader di seconda fase destinato a consegnare ulteriore malware, in una catena coerente con botnet e cryptojacking; la natura esatta del payload finale resta però ignota. Sysdig valuta l’attore come opportunista e motivato finanziariamente, non uno sponsor statale — ma la tecnica, applicabile a qualunque piattaforma di orchestrazione AI mal esposta, ha evidenti implicazioni anche per attori più sofisticati. Non è la prima volta che Langflow finisce nel mirino: nell’ultimo anno si sono già accumulate CVE-2025-3248, CVE-2026-0770, CVE-2026-21445, CVE-2025-34291 e CVE-2026-5027, quest’ultima sfruttata da un agente AI autonomo in quella che Sysdig ha definito la prima campagna di “agentic ransomware” documentata, ribattezzata JADEPUFFER, in cui un operatore umano ha delegato l’intera estorsione a un agente software dall’inizio alla fine.

JoomShaper: uno zero-day da CVSS 10 con un solo POST


Sul fronte CMS, CVE-2026-48908 in SP Page Builder di JoomShaper è probabilmente la falla più semplice da sfruttare dell’intero lotto: il controller asset.uploadCustomIcon accetta un file senza richiedere login e senza alcun controllo sul tipo, permettendo a un attaccante non autenticato di caricare una web shell PHP nella web root e lanciarla immediatamente. Gli attacchi reali osservati mostrano lo schema classico: una richiesta POST verso index.php?option=com_sppagebuilder&task=asset.uploadCustomIcon che ritorna 200, seguita da una GET verso il file PHP appena piazzato, seguita a sua volta dalla comparsa di un nuovo account Super User sul sito compromesso — persistenza istantanea e completa, ottenuta con un singolo endpoint mal protetto. La versione 6.6.2, rilasciata il 14 giugno, blocca il controller dietro sessione autenticata, permessi di gestione del componente e token anti-CSRF.

Una dinamica gemella riguarda Joomlack Page Builder (CVE-2026-56290): dal 27 giugno si registrano tentativi di sfruttamento per depositare web shell, il primo dei quali confermato in /media/com_pagebuilderck/gfonts/bhup.php, un uploader innescato da un campo POST denominato _upl. Poiché la vulnerabilità consente all’attaccante di scegliere la cartella di destinazione, i file piantati possono comparire ovunque, non solo nelle directory di upload più ovvie: chi effettua threat hunting dovrebbe cercare file PHP anomali non solo sotto /media/com_pagebuilderck/ ma più in generale sotto /images, /media, /templates e /administrator.

Due righe per i difensori


Il filo conduttore di questo lotto di CVE è che tre delle quattro vulnerabilità arrivano da CMS o estensioni di terze parti raramente sottoposti a hardening dedicato, mentre la quarta apre un fronte relativamente nuovo: le piattaforme di orchestrazione AI come depositi di segreti ad alto valore, spesso esposte con la stessa disinvoltura con cui un tempo si esponevano pannelli di amministrazione. Per chi gestisce siti Joomla, la priorità immediata è verificare la presenza di account Super User non riconosciuti creati di recente e cercare shell PHP nelle directory sopra indicate. Per chi gestisce istanze Langflow o strumenti di orchestrazione AI simili, vale la stessa logica che si applica da anni ai database e alle API interne: nessuna istanza dovrebbe essere raggiungibile da Internet senza autenticazione forte, e le chiavi LLM/cloud incorporate nei flussi vanno trattate come segreti di produzione, con rotazione regolare e privilegi minimi.

Indicatori di compromissione

CVE aggiunte al catalogo CISA KEV (7 luglio 2026, scadenza patch FCEB: 10 luglio 2026):
  CVE-2026-48282  Adobe ColdFusion            path traversal -> RCE      CVSS 10.0
  CVE-2026-56290  Joomlack Page Builder       upload non autenticato -> RCE  CVSS 10.0
  CVE-2026-55255  Langflow                    IDOR cross-tenant          CVSS 6.1
  CVE-2026-48908  JoomShaper SP Page Builder  upload non autenticato -> RCE  CVSS 10.0
Correlata, non in KEV ma sfruttata insieme a CVE-2026-55255:
  CVE-2026-33017  Langflow  RCE non autenticata
IP attore campagna Langflow (opportunista, finanziariamente motivato):
  45.207.216[.]55  -- ricognizione 22/06, sessione completa 25/06/2026
IP primo tentativo exploitation ColdFusion (CVE-2026-48282):
  103.207.14[.]220  (geolocalizzato in India)
Endpoint IDOR abusato (Langflow):
  GET  /api/v1/flows/            -> enumerazione ID di flusso
  POST .../responses             -> replay ID + prompt injection "leak api keys"
Endpoint zero-day JoomShaper (CVE-2026-48908):
  POST index.php?option=com_sppagebuilder&task=asset.uploadCustomIcon
Web shell osservata (CVE-2026-56290, Joomlack Page Builder):
  /media/com_pagebuilderck/gfonts/bhup.php   (campo POST: _upl)
Percorsi da controllare per persistenza nascosta:
  /media/com_pagebuilderck/*, /images, /media, /templates, /administrator
  (JoomShaper) /media/com_sppagebuilder/assets/ -> backdoor file-manager PHP
Versioni corrette:
  SP Page Builder 6.6.2 (14/06/2026)
  Page Builder CK 3.6.0

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Trump vuole una compagnia aerea di Stato per le espulsioni degli immigrati


Il Dipartimento della Sicurezza Interna cerca un'azienda che gestisca una flotta di jet Gulfstream e Boeing 737 per i rimpatri, le emergenze e i viaggi dei funzionari, pronta a volare 24 ore su 24.

Il governo americano vuole dotarsi di una propria flotta di aerei di Stato per potenziare le espulsioni dei migranti. Il Dipartimento della Sicurezza Interna, il ministero che negli Stati Uniti si occupa di confini e immigrazione, ha avviato la ricerca di un'azienda privata a cui affidare la gestione dei velivoli, come ha rivelato Bloomberg.

La flotta comprenderebbe due jet Gulfstream G650ER e sette Boeing 737-700 o modelli simili. Secondo la richiesta inviata questa settimana alle compagnie aeree, gli aerei dovrebbero poter volare in qualunque momento, anche con brevissimo preavviso, appoggiandosi ad alcuni scali principali da cui raggiungere tutte le altre destinazioni. Il contraente metterebbe a disposizione piloti, copiloti e assistenti di volo e, quando serve, infermieri di volo e personale di sicurezza. Per ora si tratta solo di un'indagine di mercato, prima che venga bandita una gara vera e propria.

Gli aerei servirebbero per i voli di espulsione e per i rimpatri volontari, per trasportare le squadre inviate nelle emergenze, per le evacuazioni mediche e altre missioni ad alto rischio. Porterebbero anche gli alti funzionari del dipartimento nei viaggi diplomatici e nelle missioni legate alla continuità di governo, cioè i piani che devono garantire il funzionamento delle istituzioni in caso di catastrofe.

Il progetto è un altro passo nella costruzione di un apparato per l'immigrazione voluto dall'amministrazione Trump, dopo che il Congresso ha stanziato decine di miliardi di dollari per espulsioni, centri di detenzione e sicurezza delle frontiere. Invece di affidarsi soltanto ad aerei presi a noleggio, il dipartimento vuole possedere la flotta e lasciarne la gestione a un privato. I suoi funzionari hanno spiegato in passato che avere aerei propri ridurrebbe la dipendenza dai noleggiatori e, sul lungo periodo, abbatterebbe i costi.

Oggi la maggior parte dei voli di espulsione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione e le dogane, viene effettuata con aerei privati presi a noleggio. Trump ha fatto delle espulsioni un punto centrale del suo programma e ha dato un ruolo chiave al consigliere Stephen Miller nel disegnare la stretta sull'immigrazione. Il ritmo però resta molto sotto il suo obiettivo di un milione di espulsioni all'anno: tra il gennaio del 2025 e lo scorso aprile l'ICE ne ha eseguite più di 550.000, l'ultimo dato disponibile. L'amministrazione ha ripetutamente spinto l'agenzia ad aumentare gli arresti, ampliare i centri di detenzione e velocizzare i rimpatri.

L'iniziativa era partita con l'ex segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem e comprendeva anche un Boeing Business Jet, pubblicizzato online con diciassette posti, una cucina completa e due camere da letto. Non è chiaro se quell'aereo rientrerà nel contratto. Gli acquisti avevano provocato le critiche dei parlamentari democratici e delle associazioni che vigilano sulla spesa pubblica, che si erano chiesti perché il dipartimento avesse bisogno di una flotta di Stato con un aereo in versione di lusso, per giunta dipinto con una livrea simile a quella del nuovo Air Force One del presidente.

Noem è stata costretta a lasciare a marzo anche per le domande sulle spese della sua gestione, tra cui una campagna pubblicitaria da 220 milioni di dollari in cui compariva lei stessa a elogiare il lavoro dell'agenzia e a invitare i migranti a lasciare il paese. I parlamentari avevano messo in discussione anche il suo rapporto con Corey Lewandowski, alleato di lunga data di Trump diventato una presenza fissa nel dipartimento pur senza ricoprire alcun incarico ufficiale.

A gennaio Bloomberg aveva raccontato che la Daedalus Aviation Corp., società della Virginia, aveva messo insieme diversi Boeing 737 per l'ICE dopo aver rilevato aerei prima usati dalla compagnia low cost Avelo Airlines. Il Washington Post ha poi riferito che il governo ha speso circa 140 milioni di dollari per acquistare sei Boeing. I registri dell'agenzia federale per l'aviazione ora indicano diversi ex aerei di Avelo come proprietà del dipartimento. Allo stesso dipartimento risultano intestati anche due Gulfstream G650, anche se come indirizzo di registrazione compare ancora la Daedalus.

Da quando a marzo ha preso il posto di Noem, il nuovo segretario alla Sicurezza Interna Markwayne Mullin ha segnalato un cambio di strategia, riducendo i blitz più clamorosi nelle città che avevano acceso le tensioni, come Chicago, Minneapolis e Los Angeles. Ha anche abbandonato un altro progetto simbolo di Noem, quello di trasformare magazzini di proprietà pubblica in grandi centri di detenzione per i migranti. La richiesta di questa settimana mostra però che il dipartimento va avanti sulla flotta aerea. L'avviso non indica il valore previsto del contratto, che potrebbe partire già dal 28 luglio 2027 e durare fino al 27 luglio 2032.


Negli Stati Uniti arrestate più di 10.000 persone in cinque giorni per accelerare le espulsioni


Le autorità federali per l'immigrazione hanno arrestato più di 10.000 persone in cinque giorni, quasi il doppio del ritmo abituale. Dietro l'ondata di fermi c'è una spinta interna all'agenzia a moltiplicare gli arresti in vista delle espulsioni.

Nei giorni scorsi i vertici hanno ordinato ai dirigenti dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione (Immigration and Customs Enforcement), di concentrare gli agenti sulla cattura degli immigrati da espellere, secondo documenti ottenuti dal New York Times e colloqui con funzionari federali. Gli arresti avvengono durante i colloqui periodici con le autorità dell'immigrazione, ai controlli stradali e per strada. Il ritmo è passato dai circa mille fermi al giorno di inizio anno a quasi il doppio.

Alla Casa Bianca è stato chiesto un aumento degli arresti e ai responsabili dell'ICE è stato detto che 2.000 fermi al giorno sono il nuovo standard. Uno dei funzionari ha spiegato che non è chiaro per quanto tempo si potrà mantenere questo ritmo.

Sabato si è toccato il picco, con oltre 2.400 persone fermate in un solo giorno. La popolazione nelle strutture detentive dell'ICE è cresciuta di quasi 4.000 unità, superando i 63.000 detenuti martedì.

Ai dirigenti è stato chiesto di far lavorare il maggior numero possibile di agenti sette giorni su sette e di destinare l'80 per cento degli uomini alle operazioni di arresto. In una email al personale, Marcos Charles, capo del settore espulsioni dell'ICE, ha ringraziato gli agenti per gli "straordinari sforzi" del fine settimana, sostenendo che avevano raggiunto "risultati operativi notevoli".

La spinta è arrivata senza il clamore delle operazioni dell'anno scorso, quando le autorità annunciavano in anticipo le città bersaglio, tra cui Chicago e Los Angeles, e riversavano gli agenti nelle strade. Markwayne Mullin, il segretario alla Sicurezza interna, aveva promesso una campagna più silenziosa dopo il caos di un'operazione durata un mese in Minnesota, dove agenti federali uccisero due cittadini statunitensi.

L'aumento dei fermi conferma la determinazione del presidente Trump a mantenere la promessa di espulsioni di massa, un obiettivo popolare tra i suoi sostenitori conservatori ma che ha alimentato una reazione politica per la durezza dei metodi. L'anno scorso Stephen Miller, vice capo di gabinetto di Trump, aveva fissato un obiettivo di 3.000 arresti al giorno che l'agenzia non era riuscita a raggiungere. Da allora l'ICE ha assunto migliaia di nuovi agenti e ha visto crescere di miliardi di dollari il proprio bilancio, grazie ai fondi di una legge approvata circa un anno fa.

La Corte Suprema ha da poco ampliato il potere del presidente di dettare la politica sull'immigrazione, ma pochi giorni prima aveva bocciato il suo tentativo di cancellare la cittadinanza per nascita, il cosiddetto ius soli, che garantisce la cittadinanza a chi nasce sul suolo americano anche se i genitori vivono nel Paese illegalmente. Dopo la sconfitta Trump ha chiesto al Congresso di intervenire per abolire questo principio.

La notizia dell'aumento degli arresti ha diffuso paura tra gli immigrati, già allarmati dopo che la Corte Suprema ha stabilito che l'amministrazione può porre fine alle protezioni dall'espulsione per le persone provenienti da Paesi colpiti da disastri o guerre, previste dallo status di protezione temporanea.

Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha difeso l'operazione. "Il nostro messaggio è chiaro: se venite nel nostro Paese illegalmente, vi troveremo, vi arresteremo e vi espelleremo", ha dichiarato Lauren Bis, portavoce del dipartimento, aggiungendo che quasi il 70 per cento degli arresti riguarda persone accusate o condannate per un reato negli Stati Uniti.


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Le aziende americane dovranno licenziare centinaia di migliaia di lavoratori immigrati


Dopo la sentenza della Corte Suprema scadono i permessi di lavoro di haitiani, siriani e cittadini di altri cinque paesi protetti dal TPS. Le scadenze che cambiano di continuo confondono le imprese

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha comunicato venerdì ai datori di lavoro che nelle prossime settimane dovranno licenziare centinaia di migliaia di lavoratori stranieri protetti dal Temporary Protected Status (TPS), il programma umanitario che l'Amministrazione Trump intende smantellare. I permessi di lavoro degli haitiani scadranno il 24 luglio, quelli dei cittadini di Etiopia, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Siria e Yemen il 17 luglio, secondo gli avvisi pubblicati dallo United States Citizenship and Immigration Services (USCIS), l'agenzia federale che gestisce l'immigrazione legale.

Il TPS esiste dal 1990 e permette ai cittadini di paesi colpiti da guerre, disastri naturali o disordini di vivere e lavorare legalmente negli Stati Uniti per periodi rinnovabili da sei a diciotto mesi, senza però offrire un percorso verso la cittadinanza. Oltre 330.000 haitiani e circa 6.100 siriani vivono nel paese grazie al programma, mentre gli altri cinque paesi contano insieme circa 20.000 beneficiari. In totale il destino di quasi 1,3 milioni di immigrati è legato alla protezione temporanea.

Immigrazione · Stati Uniti
Dopo il via libera della Corte Suprema, in due settimane oltre 350mila immigrati perderanno il diritto di lavorare

Il governo ha avvisato i datori di lavoro che dovranno licenziare i beneficiari del Temporary Protected Status di sette Paesi: i permessi scadono il 17 luglio, quelli degli haitiani il 24. In gioco c’è il destino di quasi 1,3 milioni di persone.

Grafica di FocusAmerica 11 luglio 2026

Chi è coinvolto dallo smantellamento del TPS

Permessi in scadenza a luglio
0mila+

Vite legate al programma
1,3 mln

Cittadini di Haiti, Siria e altri cinque Paesi, secondo gli avvisi dell’USCIS ai datori di lavoro
Il totale dei beneficiari all’inizio del mandato di Trump, El Salvador e Venezuela compresi

Chi perde la protezione rischia l’espulsione verso Paesi che lo stesso Dipartimento di Stato considera troppo pericolosi: per Haiti e Siria è in vigore il livello massimo di allerta per criminalità, terrorismo e rapimenti.

Il calendario
Dalla sentenza ai licenziamenti in meno di un mese

Tocca ogni tappa per i dettagli.

25 giugno La Corte Suprema decide 6 a 3+

I giudici stabiliscono che la decisione del Segretario alla Sicurezza interna di concedere, estendere o revocare la protezione per un Paese non può essere riesaminata dai tribunali. Il caso riguardava le revoche per Haiti e Siria decise dall’ex segretaria Kristi Noem.

1 – 10 luglio Le scadenze slittano due volte+

L’USCIS fissa la fine dei permessi al 1° luglio, la sposta al 10 e venerdì la rinvia di nuovo. Nella confusione alcune aziende hanno già licenziato i dipendenti prima che fosse necessario, per paura di sanzioni.

17 luglio Scadono i permessi di sei Paesi+

Perdono il permesso di lavoro i cittadini di Etiopia, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Siria e Yemen: circa 26mila persone in tutto.

24 luglio Tocca agli haitiani, la comunità più numerosa+

Oltre 330mila persone. Migliaia lavorano nella sanità e nell’assistenza agli anziani, altre nella manifattura, nell’edilizia e nei trasporti.

Inizio settembre Atteso il mancato rinnovo per El Salvador+

La protezione copre circa 200mila salvadoregni. Il governo ha invece prorogato di recente quella per il Libano.

I numeri per Paese
Haiti da sola pesa più di tutti gli altri Paesi colpiti

Beneficiari del TPS per nazionalità: le revoche già annunciate e quella attesa per El Salvador.

Haiti330.000

Permessi in scadenza il 24 luglio.

El Salvador200.000

Il mancato rinnovo è atteso per inizio settembre.

Etiopia, Myanmar, Somalia, Sud Sudan e Yemen20.000

Stima complessiva per i cinque Paesi. Permessi in scadenza il 17 luglio.

Siria6.100

Permessi in scadenza il 17 luglio.

Revoca già annunciata Revoca attesa
I venezuelani, oltre 600mila, hanno già perso lo status dopo una precedente decisione della Corte Suprema: alcuni conservano il permesso di lavoro fino al 2 ottobre.

Il peso economico
I beneficiari valgono 29 miliardi di dollari l’anno

Il contributo dei titolari di TPS all’economia americana e i legami familiari che le espulsioni spezzerebbero.

29 mld $
Contributo annuo all’economia americana, secondo FWD.us

7,8 mld $
Tasse pagate ogni anno dai titolari di TPS

85%
Haitiani con TPS che vivono con coniugi o figli cittadini americani o residenti permanenti

830mila
Titolari di TPS nella forza lavoro, tra sanità, edilizia, commercio e trasporti

Cosa succede ora
Perdere il TPS non significa un’espulsione immediata

La sentenza non ha chiuso subito il programma: i tribunali distrettuali devono ancora emettere gli ordini di attuazione.

1
Si torna allo status precedente

Chi perde la protezione non è espellibile subito: torna alla condizione in cui si trovava prima del TPS, ma resta senza permesso di lavoro.

2
L’asilo è uno spiraglio stretto

Chi ha una domanda pendente può restare in attesa della risposta, ma deve dimostrare una persecuzione personale: non basta provenire da un Paese in crisi.

3
I tribunali sono già al collasso

Ogni nuova domanda finisce in una coda che si allunga da anni e che rende i tempi di attesa imprevedibili.

L’imbuto della giustizia

Anche per chi ha diritto a un’udienza, i tempi si misurano in anni: l’arretrato dei tribunali dell’immigrazione ha raggiunto dimensioni record.

3,2 mln
Casi arretrati nei tribunali dell’immigrazione

Fonte Elaborazione FocusAmerica su avvisi USCIS/DHS e dati FWD.us, Center for Migration Studies, New York Times e PBS News. Sentenza della Corte Suprema del 25 giugno 2026.

Gli avvisi arrivano dopo la sentenza con cui la Corte Suprema ha stabilito il mese scorso, con 6 voti a 3, che la decisione del Segretario alla Sicurezza interna di concedere, estendere o revocare la protezione per un paese non può essere riesaminata dai tribunali. Il caso riguardava la revoca del TPS per Haiti e Siria decisa dall'ex segretaria Kristi Noem. Quando le revoche entreranno in vigore, i beneficiari rischieranno l'espulsione verso Paesi che lo stesso Dipartimento di Stato considera troppo pericolosi: per Haiti e Siria è in vigore il livello massimo di allerta, che sconsiglia agli americani di viaggiare per il rischio di criminalità, terrorismo e rapimenti.

Le scadenze continuano intanto a cambiare e stanno confondendo le imprese. L'USCIS aveva fissato la fine dei permessi al 1° luglio, l'aveva poi spostata al 10 luglio e venerdì l'ha rinviata di nuovo. Alcune aziende avevano già licenziato i dipendenti prima di essere informate della proroga, mentre altre li hanno tenuti in organico contando sul fatto che la sentenza non sarebbe diventata operativa per circa trenta giorni. Jacob Monty, consulente legale della American Business Immigration Coalition, un'organizzazione di imprese che si occupa di immigrazione, ha detto al New York Times che molti datori di lavoro temevano sanzioni per l'impiego di persone non più autorizzate a lavorare e che l'incertezza li ha "portati a licenziare i lavoratori in anticipo senza che fosse necessario".

Migliaia di beneficiari haitiani lavorano nella sanità e nell'assistenza agli anziani, altri nella manifattura, nell'edilizia e nei trasporti. Secondo un rapporto di FWD.us, un'organizzazione che si batte per i diritti degli immigrati, i titolari di TPS contribuiscono all'economia americana con circa 29 miliardi di dollari l'anno e pagano circa 7,8 miliardi di tasse. Secondo il Center for Migration Studies, l'85 per cento degli haitiani con la protezione vive in famiglie con status misto, cioè con coniugi o figli che sono cittadini americani o residenti permanenti. Elora Mukherjee, direttrice della clinica legale per i diritti degli immigrati della Columbia Law School, ha detto a PBS News che molti beneficiari saranno a rischio quasi immediato di "arresto, detenzione ed espulsione" e che la fine del programma avrà un "effetto devastante" sull'economia americana.

La sentenza non ha però chiuso subito il programma. La Corte ha rinviato i casi ai tribunali distrettuali, che dovranno emettere gli ordini di attuazione, mentre gli avvisi del governo ai datori di lavoro prevedono che i giudici federali si "allineeranno" alla decisione. Chi perde il TPS non è espellibile subito: torna allo status che aveva prima della protezione e chi ha una domanda di asilo pendente può restare nel paese in attesa della risposta. L'asilo richiede però di dimostrare una persecuzione personale e non basta provenire da un paese in crisi. I tribunali dell'immigrazione hanno inoltre un arretrato di 3,2 milioni di casi.

Il mancato rinnovo del TPS per El Salvador, che copre circa 200.000 persone, è atteso per inizio settembre. I venezuelani hanno già perso lo status dopo una precedente decisione della Corte Suprema, anche se alcuni conservano il permesso di lavoro fino al 2 ottobre, mentre il governo ha prorogato di recente la protezione per il Libano. Le associazioni per i diritti degli immigrati ricordano che le condizioni in molti dei Paesi interessati restano instabili: Sud Sudan, Somalia e Yemen sono alle prese con conflitti armati, infrastrutture fatiscenti e tagli agli aiuti internazionali.

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Sono passati 31 anni dal genocidio di Srebrenica, dove oltre 8.000 bosgnacchi, musulmani bosniaci, furono uccisi.

Da Srebrenica alla Palestina, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo orientale, la lezione è la stessa: quando vediamo il male, abbiamo il dovere di fermarlo, senza distinguere tra vittime degne e vittime indegne.

Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

#Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #StopGenocidio #GiustiziaGlobale #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Air Force One, mandati di comparizione per quattro reporter del New York Times


Dovranno testimoniare davanti a un gran giurì dopo le rivelazioni sulle falle di sicurezza dell’aereo donato dal Qatar. Il quotidiano newyorkese: “Un tentativo sfacciato di intimidire i giornalisti”.

L’Amministrazione Trump ha notificato ieri mandati di comparizione a quattro giornalisti del New York Times, pochi giorni dopo che il quotidiano aveva rivelato gravi carenze nei sistemi di sicurezza del nuovo Air Force One, l’aereo presidenziale donato dal Qatar. I reporter dovranno presentarsi mercoledì davanti a un gran giurì federale a Manhattan. In alcuni casi, i mandati sono stati consegnati personalmente da agenti federali, che si sono presentati alla porta delle abitazioni dei cronisti.

“La comparsa di agenti federali sulla soglia di casa dei giornalisti dovrebbe scuotere la coscienza di ogni americano che crede nella Costituzione e nella libertà di stampa che essa protegge”, ha dichiarato ieri sera David McCraw, principale consulente legale della redazione del New York Times.

“Questo atto sfacciato è soltanto un tentativo di impedire ai cittadini di sapere che cosa accade nel proprio Paese, intimidendo i giornalisti”.


Le rivelazioni sull’aereo donato dal Qatar


I mandati di comparizione emessi forniscono pochissimi dettagli e si limitano a chiedere ai reporter di testimoniare “in relazione a una presunta violazione della legge penale federale”. A firmarli è stato Jay Clayton, procuratore federale di Manhattan recentemente nominato da Trump come prossimo direttore dell’intelligence nazionale. Né la Casa Bianca né l’ufficio del procuratore hanno risposto alle richieste di commento.

I giornalisti convocati sono Julian E. Barnes, Eric Lipton, Tyler Pager ed Eric Schmitt. Mercoledì avevano rivelato che Trump era ripartito dalla Turchia a bordo del vecchio Air Force One, per precauzione e su indicazione del Secret Service. Il giorno successivo, il quotidiano aveva riferito che il nuovo velivolo, un Boeing 747-8 donato dal Qatar, era privo di alcune delle dotazioni di sicurezza avanzate installate sul suo predecessore, tra cui i sistemi di difesa antimissile. Entrambi gli articoli si basavano anche sulle testimonianze di fonti anonime.

Prima della pubblicazione del primo articolo, un alto funzionario dell’FBI aveva già contattato il giornale chiedendo che la notizia non venisse diffusa per ragioni di sicurezza nazionale, senza tuttavia fornire ulteriori spiegazioni. Il portavoce del New York Times, Charlie Stadtlander, ha confermato l’accaduto.

L’offensiva contro la stampa


Non è la prima volta che, durante il secondo mandato di Trump, il Dipartimento di Giustizia tenta di costringere dei giornalisti a rivelare informazioni sulle proprie fonti. Nel corso dell’anno aveva già convocato reporter del Wall Street Journal e del Washington Post, salvo poi ritirare i mandati di comparizione dopo i ricorsi presentati dalle due testate.

A gennaio 2026, inoltre, agenti dell’FBI avevano perquisito l’abitazione di Hannah Natanson, un giornalista del Washington Post, sequestrando un telefono, due computer e uno smartwatch nell’ambito di un’indagine sulla gestione di materiale classificato.

Lo scontro tra Trump e il New York Times si estende ormai da tempo anche alle aule di tribunale. Lo scorso anno il presidente ha intentato contro il quotidiano una causa per diffamazione, mentre il quotidiano newyorkese ha a sua volta citato in giudizio il Pentagono per le restrizioni imposte ai cronisti che seguono le Forze Armate.

A maggio, la Commissione Federale per le Pari Opportunità sul lavoro ha quindi denunciato il New York Times per discriminazione. Proprio ieri, prima della nuova escalation di questa guerra strisciante tra i media e l’Amministrazione Trump, il quotidiano newyorkese aveva risposto con una controdenuncia, sostenendo che l’iniziativa fosse una ritorsione per la sua copertura giornalistica della presidenza Trump.

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The Belgian presidency has drafted yet another tweaked #chatcontrol proposal. In summary, the proposal remains completely unacceptable.

TLDR: All the problems pointed our in our earlier open letters are still there
nce.mpi-sp.org/index.php/s/eqj…
docs.google.com/document/d/13A…

a) the risk of abuse of the solution for other applications (including political purposes)
b) the huge number of false positives (no waiting for 2 alerts does not work)
c) the fact that the real targets will use other technologies (e.g. sharing links to encrypted files).
d) chilling effect on teenagers.

Summary of latest proposal:
1) Detection of known CSAM and of new CSAM using AI (2 hits before you are reported) remain fully unacceptable because it just does not work for technical reasons pointed out earlier.
2) Grooming detection in text and audio is abandoned; information is pseudonymized before it is reported (presumably identity of the user is known)
3) User has to give consent before the client side scanning; details are not known but it is unclear what happens if consent is not given – is the message not sent? Why do policy makes believe that popups solve problems (cookies anyone)?

Source (in German):
netzpolitik.org/2024/internes-…

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Adobe controlla gran parte degli strumenti usati per creare contenuti digitali: grafica, impaginazione, video, PDF, web design e molto altro ma esiste un ecosistema di software libero che tutela la tua libertà, rispetta i tuoi dati e permette a chiunque di creare, condividere e collaborare senza essere rinchiuso in un monopolio.

Ecco alcune delle migliori alternative open source alle applicazioni Adobe. 😎👇️

Trovi tutte le infografiche e le news dedicate all'Open Source nel gruppo: @opensource@diggita.com

This entry was edited (8 hours ago)
in reply to Open Source Italia

@devol io sto traducendo in italiano questo, per i testi - quillforall.org - poi sul sito webappsmagazine ne pubblicano sempre un sacco. Per non parlare di "lealternative", AlternativeTo, poi per carità dipende moltissimo dalle esigenze che hai; non sempre rispondono a tutte le necessità professionali, e spesso non per colpa loro ma perché i software chiusi si fissano sui dettagli. E le aziende/università spesso, vogliono quelli.

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La Nato abbraccia Palantir per sorvegliare la Russia

Al quartier generale della #Nato è operativo il Maven Smart System, la piattaforma di intelligenza artificiale sviluppata da #Palantir per monitorare il fianco orientale dell'alleanza. Ma la società americana continua a dividere gli alleati e ad alimentare polemiche.

(Immaginiamo che tutti i sovranisti che vogliono riarmare l'Europa per renderla militarmente indipendente, saranno estremamente indignati. 🤣🤣🤣)

startmag.it/spazio-e-difesa/na…

@aitech

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11. Julija 1995 je bilo v in okoli Srebrenice umorjenih več kot 8.000 bošnjaških dečkov in moških. Ta tragedija ostaja eden najtemnejših trenutkov sodobne evropske zgodovine.

Spomin ni le poklon žrtvam in njihovim družinam. Je tudi opomin, da mir, človekove pravice in demokracija niso samoumevni. Ko dopuščamo sovražni govor, zanikanje zgodovine ali delitve med ljudmi, odpiramo prostor za ponavljanje preteklih napak.

Nikoli več.
#Srebrenica #NeverAgain #Mir #ČlovekovePravice #Evropa

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Il 16 aprile 1993 l’ONU dichiarò Srebrenica “zona sicura”. L’11 luglio 1995 le forze serbo-bosniache di Ratko Mladić conquistarono l’enclave, e in pochi giorni oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi, mentre il contingente ONU non riuscì a proteggere la popolazione.

Il Tribunale per l’ex Jugoslavia e la Corte internazionale di giustizia hanno riconosciuto quei fatti come genocidio.

Trentuno anni dopo, i vertici della Republika Srpska continuano a negarlo. E gli stessi meccanismi riemergono altrove: zone sicure bombardate a Gaza; una campagna genocidaria contro le comunità non arabe di El Fasher; massacri settari contro alawiti e drusi in Siria; la deportazione illegale di bambini ucraini, per cui la Corte penale internazionale ha emesso un mandato contro Vladimir Putin.

Ricordare Srebrenica senza guardare a questi conflitti significa tradirne la memoria.

Per questo Volt lotta per l’Europa che ancora manca: un’Europa unita, democratica e capace di agire, che prevenga questi orrori e li fermi prima che accadano.

Non un’Europa che arriva dopo, quando resta soltanto da contare i morti.

#Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #GiustiziaInternazionale #Memoria #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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The data is clear: Europe is warming twice as fast as the global average. While some use lies to distract us, the reality is that the next climate refugees will be us: families in Spain, Portugal, or Italy forced to flee because it is simply too hot. Climate change is a cross-border crisis that demands a genuinely European solution. As the only real pan-European party, Volt is fighting for collective action.

(1/2)

#EUpol #ClimateAction #Volt #Climate #ClimateChange #ClimateCrisis

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Putin prepara un'escalation in Ucraina


Tre fonti vicine al Cremlino dicono alla Reuters che gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno rafforzato Putin, deciso a prendere tutto il Donbas mentre Trump parla di pace vicina

Vladimir Putin continua a respingere le richieste di negoziare la pace con Kyiv e con ogni probabilità intensificherà la guerra nei prossimi mesi, hanno detto in esclusiva alla Reuters tre fonti vicine al Cremlino. Una di loro, che incontra regolarmente il presidente russo, parla di una "alta probabilità" di escalation nei prossimi mesi. I recenti attacchi ucraini con i droni contro raffinerie e porti russi hanno rafforzato la sua determinazione a continuare a combattere una guerra entrata ormai nel quinto anno.

Lunedì il presidente statunitense Donald Trump aveva detto che Putin voleva la fine della guerra e che una soluzione era "più vicina di quanto la gente creda". La settimana scorsa ha tenuto telefonate separate con Putin e con Volodymyr Zelensky, che ha poi incontrato mercoledì al vertice NATO, dove il presidente ucraino ha detto che i due hanno discusso "idee per avvicinare la pace".

Ma secondo una delle fonti, Putin "si è impuntato" sull'obiettivo di conquistare la parte del Donbass, la regione orientale dell'Ucraina, ancora parzialmente in mano a Kyiv, dove l'avanzata russa ha rallentato quest'anno. Di recente ha rimproverato un gruppo di consiglieri che gli suggeriva un compromesso basato su un cessate il fuoco lungo le attuali linee del fronte e a giugno ha respinto pubblicamente la proposta di Zelensky di un incontro per arrivare ad una tregua. Interpellato dalla Reuters, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha risposto che la Russia "è pronta a una soluzione pacifica ma ha capacità sufficienti per agire in modo indipendente e continuare l'operazione militare speciale", il nome con cui Mosca chiama l'invasione russa dell'Ucraina.

Un alto funzionario ucraino ha confermato questa sensazione affermando che anche i rapporti dell'intelligence di Kyiv degli ultimi mesi indicano che Putin si sta preparando a nuovi passi nella guerra, comprese nuove operazioni in Ucraina o un possibile attacco militare a un altro Paese europeo. Esperti militari russi ormai discutono sempre più apertamente di un'escalation, compresa la possibilità di colpire obiettivi europei come le basi NATO nei Paesi baltici, un passo che porterebbe l'Europa ad un passo da una guerra su larga scala con uno scontro militare diretto tra le Forze Armate russe e quelle dell'Alleanza Atlantica, mettendo alla prova il principio per cui un attacco a un Paese membro è un attacco a tutti.

Jack Watling, del Royal United Services Institute, un centro studi britannico che si occupa di difesa e sicurezza, ha detto che la Russia potrebbe cercare di creare tensioni dentro la NATO con attacchi isolati, come il recente attacco di un drone russo contro un palazzo in Romania: "I russi non punterebbero a una guerra con la NATO, ma potrebbe servire a dividerla su come rispondere". Le tensioni con l'Alleanza Atlantica, ha aggiunto, darebbero a Putin anche una giustificazione politica interna per introdurre la mobilitazione generale, una mossa impopolare che il presidente russo evita dall'inizio della guerra ma che secondo alcuni analisti militari occidentali sarebbe necessaria per conquistare il Donbass.

Gli attacchi ucraini contro raffinerie, porti e depositi in Russia e nei territori occupati hanno causato intanto gravi carenze di carburante nel territorio russo, portando per la prima volta gli effetti della guerra nella vita di milioni di russi. Il gradimento di Putin resta ancora elevato ma ha toccato il punto più basso dall'inizio dell'invasione nel 2022, secondo un sondaggio di un istituto di sondaggi statale. Gli alleati dell'Ucraina parlano di un cambio di slancio nel conflitto e alcuni chiedono nuove sanzioni economiche per costringere Mosca a trattare. I successi ucraini hanno però reso Putin più arrabbiato e determinato a dare una risposta dura, secondo la fonte che lo incontra regolarmente.

Nell'ultima settimana le forze russe hanno lanciato due grandi attacchi con droni e missili contro l'Ucraina, compresa Kyiv, uccidendo decine di civili. Parlando ai generali in commenti televisivi, Putin ha detto che gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche spingeranno la Russia a prendere altro territorio lungo il confine, oltre il Donbass, come "zona di sicurezza". Andrei Ilnitsky, ex funzionario del Ministero della Difesa russo, ha scritto sul quotidiano Kommersant che l'escalation potrebbe cominciare con la distruzione di 30 grandi siti industriali in Ucraina, tra cui un'acciaieria e il porto di Odesa, per poi passare ad attacchi contro le basi NATO nei paesi baltici e in Romania e contro gli impianti dell'Unione Europea che producono droni e missili a lungo raggio per Kyiv. Peskov ha risposto che la Russia non può "chiudere gli occhi" davanti al riarmo dell'Europa.

Sul campo l'avanzata russa procede però lentamente e conquistare il Donbass richiederebbe tempo e perdite considerevoli. Secondo una stima recente del Center for Strategic and International Studies, un centro studi americano, complessivamente circa due milioni di soldati sono stati uccisi, feriti o risultano dispersi dall'inizio dell'invasione su larga scala nel 2022, 1,4 milioni dei quali russi. Le truppe di Mosca faticano ad avanzare lungo i 1.200 km del fronte, dove i droni ucraini compensano spesso la superiorità numerica russa.

Nelle ultime settimane i russi stanno però continuando ad avanzare verso Kostiantynivka, una delle città della "cintura di fortezze" che difende la regione di Donetsk: il 3 luglio Putin ha detto che le sue forze l'avevano conquistato, ma l'Ucraina lo ha negato. Il giorno dopo, in una telefonata con Trump, Putin ha cercato di convincerlo che la Russia conquisterà il quinto della regione ancora controllato da Kyiv. Per la fonte che lo incontra regolarmente, il controllo del Donbass è per lui ormai una questione di principio: il presidente russo "ha bisogno di una qualche vittoria" da vendere al suo Paese prima di porre fine alla guerra.


Ai confini con la Russia l'Europa si arma da sola nel timore che Washington non intervenga


Lungo il confine orientale della NATO, dalle foreste della Finlandia alla frontiera della Lituania, i paesi più vicini alla Russia stanno costruendo fortificazioni, ampliando le riserve e comprando carri armati e droni. Si preparano all'ipotesi che, in caso di attacco russo, i primi giorni di guerra tocchino a loro combatterli in gran parte da soli. È il quadro che emerge da un ampio reportage di Politico, realizzato lungo tre tratti esposti della frontiera: il confine finlandese, quello polacco con Kaliningrad e la Bielorussia e il fianco lituano vicino al cosiddetto corridoio di Suwałki.

La spinta a rafforzare i confini nasce dall'incertezza sul ruolo degli Stati Uniti. Da quando è tornato alla Casa Bianca il presidente Donald Trump ha più volte messo in dubbio l'impegno di Washington verso l'Articolo 5 della NATO, la clausola secondo cui un attacco a un membro dell'alleanza è considerato un attacco a tutti. L'Amministrazione ha anche fatto capire di voler ridurre la presenza militare americana in Europa. Nel frattempo alcune immagini satellitari mostrano che la Russia ha aumentato le sue forze lungo il confine con la Finlandia e altri paesi dell'Unione Europea, con nuove caserme e mezzi militari. Proprio nei giorni scorsi Washington ha avvertito Varsavia che Mosca potrebbe tentare una provocazione armata per mettere alla prova l'alleanza.

La Finlandia, che condivide con la Russia il confine più lungo dell'alleanza, 1.343 chilometri, ha impostato da decenni la propria difesa sull'idea che Mosca potesse un giorno tornare. Mentre gran parte dell'Europa dopo la Guerra Fredda tagliava gli eserciti, Helsinki ha mantenuto la coscrizione obbligatoria e vaste riserve. Il paese può mobilitare quasi 870.000 riservisti su una popolazione di 5,6 milioni di abitanti, una cifra destinata a raggiungere il milione entro il 2031.

"La Russia è una superpotenza e noi siamo un piccolo paese", ha detto il colonnello Matti Pitkäniitty, comandante del distretto di guardia di frontiera della Carelia settentrionale. La Finlandia non ha mai dimenticato la lezione della Guerra d'inverno, quando nel 1939 fermò un attacco sovietico ma perse circa un decimo del proprio territorio. Il paese è entrato nella NATO solo nel 2023, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, ma continua a considerare l'alleanza un rafforzamento della propria difesa, non un sostituto.

"Siamo felici di far parte di un'alleanza, ma sappiamo che incasseremo il primo colpo da soli, prima che scatti l'Articolo 5", ha detto Jukka Kopra, parlamentare finlandese che ha presieduto la commissione difesa. La Finlandia spende quasi il 3 per cento del proprio Pil in difesa e punta a salire al 5 per cento entro il 2035. La sua aeronautica riceverà nei prossimi mesi i caccia F-35 di fabbricazione americana e sulla terraferma dispone di uno dei più grandi arsenali di artiglieria d'Europa.

Uno dei principali punti di forza militari della Finlandia è il territorio stesso: un esercito che invadesse da est dovrebbe attraversare un paese con poche strade, foreste fitte, neve profonda e temperature gelide. A maggio due esercitazioni multinazionali nel sud-est del paese hanno mostrato a truppe di Francia e Regno Unito come muoversi in quell'ambiente. Una delle lezioni emerse è che i mezzi corazzati e i droni commerciali sono poco adatti alle foreste finlandesi, dove le foglie rendono difficile individuare i soldati senza una telecamera termica, secondo il colonnello Ari Määttä, che ha comandato una delle esercitazioni.

Insieme alla Polonia e ai tre paesi baltici, la Finlandia si è ritirata l'anno scorso dalla Convenzione di Ottawa, il trattato internazionale che vieta le mine antiuomo, sostenendo che la Russia non vi ha mai aderito e le sta già usando in Ucraina. Diversi ufficiali finlandesi hanno riferito che le forze armate del paese intendono acquistare mine antiuomo nei prossimi mesi, senza schierarle in tempo di pace ma tenendole pronte se la minaccia di un'invasione russa diventasse più concreta.

Contro le armi nucleari la geografia e la coscrizione offrono poca protezione. Solo da quando è entrata nella NATO tre anni fa la Finlandia ha dovuto includere la deterrenza nucleare nei propri calcoli. A giugno i parlamentari finlandesi hanno tolto le restrizioni sul trasporto e lo stoccaggio di armi nucleari sul territorio nazionale, un'eredità della lunga storia del paese fuori dall'alleanza. La Finlandia è meglio posizionata di altri per difendere il proprio territorio senza forze di terra americane, ma non è più in grado degli altri paesi europei di rimpiazzare l'ombrello nucleare di Washington.

Il ministro della Difesa finlandese Antti Häkkänen ha riconosciuto di aver discusso con Parigi la proposta del presidente francese Emmanuel Macron di estendere la deterrenza nucleare francese ad altri paesi europei. Macron ha lasciato volutamente ambiguo cosa intenda: Parigi ha ipotizzato esercitazioni congiunte e dispiegamenti temporanei di caccia francesi a capacità nucleare, ma non una garanzia nucleare europea formale.

Se la risposta della Finlandia all'incertezza è la prontezza nazionale, quella della Polonia sono barriere di cemento, sensori, droni e uno degli eserciti in più rapida crescita d'Europa. Varsavia è il maggiore paese sul fianco orientale della NATO e il primo per spesa militare in rapporto al Pil: quest'anno arriverà a spendere il 4,8 per cento del prodotto interno lordo in difesa. Il suo esercito è il terzo dell'alleanza, dopo quelli di Stati Uniti e Turchia.

All'inizio dell'invasione russa la Polonia ha inviato più di 300 carri armati all'Ucraina, poi ha sostituito e ampliato il proprio arsenale con mezzi comprati da Stati Uniti e Corea del Sud. La sua importanza per la NATO non dipende solo dalla spesa: per dimensioni e posizione è lo Stato di prima linea in un eventuale scontro con Mosca, un ruolo simile a quello che ebbe la Germania Ovest durante la Guerra Fredda. Anche Trump, che rimprovera gli altri paesi europei sulla difesa, ha spesso elogiato la Polonia, dove gli Stati Uniti mantengono migliaia di soldati.

Il progetto polacco si chiama Scudo Orientale ed è pensato per rafforzare gli 800 chilometri di confine con la Bielorussia, stretta alleata di Mosca, e con Kaliningrad, il territorio russo fortemente militarizzato incastrato tra Polonia, Lituania e mar Baltico. È una rete di ostacoli, trincee anticarro, barriere di cemento, bunker, droni e telecamere termiche, pensata per rallentare un attacco e dare tempo alla NATO di reagire. Una volta completato, dovrebbe costare circa 10 miliardi di euro. Il viceministro della Difesa Cezary Tomczyk lo ha definito il più grande sforzo di fortificazione in Europa dalla Seconda guerra mondiale.

Lungo alcuni tratti, però, lo Scudo Orientale è ancora più promessa che realtà. Grandi sezioni del confine non sono visibilmente fortificate e un deposito militare vicino al villaggio di Dąbrówka conserva grandi quantità di barriere anticarro mai collocate lungo la frontiera. Il ministero della Difesa polacco ha assicurato che i reparti del genio potrebbero erigere le fortificazioni lungo tutto il confine in sette-quattordici giorni, ma un esperto di logistica con incarichi militari di alto livello ha detto che alcuni elementi non si spostano così in fretta e che posare un solo chilometro di barriere di cemento può richiedere settimane o mesi.

Poco più a est si trova il cosiddetto corridoio di Suwałki, un breve tratto di territorio polacco e lituano che separa Kaliningrad dalla Bielorussia. Ben Hodges, generale in pensione ed ex comandante dell'esercito americano in Europa, lo ha definito il tallone d'Achille della NATO: un attacco russo potrebbe cercare di chiudere il corridoio da entrambi i lati, tagliando fuori i paesi baltici dal resto dell'alleanza. Più a est, il confine polacco con la Bielorussia è protetto in gran parte solo da una recinzione alta quattro metri, costruita nel 2022 per fermare i migranti, che offrirebbe poca protezione contro i carri armati.

I carri armati non sono l'unica minaccia. Dopo che l'anno scorso 19 droni russi sono entrati nello spazio aereo polacco, costringendo la NATO ad abbatterli con missili sparati da caccia F-16 e F-35, una risposta costata milioni di euro contro droni che ne valgono una frazione, la Polonia sta sviluppando un sistema anti-drone chiamato SAN. Descritto a volte come un "muro di droni", potrebbe costare fino a 4 miliardi di euro, circa il 40 per cento dell'intero Scudo Orientale. Secondo Tomczyk sarà il più grande e avanzato sistema anti-drone d'Europa e la costruzione, iniziata a inizio anno, dovrebbe concludersi entro la fine del 2027.

I paesi baltici non hanno il lusso di potersi difendere da soli. Lituania, Lettonia ed Estonia sono troppo piccoli, troppo esposti e troppo vicini a Russia e Bielorussia per scambiare territorio con il tempo. La loro difesa si regge su un calcolo più stretto: assicurarsi che la NATO arrivi in loro soccorso. Questo li rende i più vulnerabili all'imprevedibilità dell'Amministrazione Trump.

Raimundas Vaikšnoras, capo di stato maggiore della difesa lituana, non ritiene probabile un attacco russo a sorpresa, perché i sistemi di allerta della NATO rendono difficile nascondere grandi movimenti di truppe. In Lituania ci sono già circa 3.000 soldati di altri paesi della NATO, ma il dispiegamento a rotazione di più di mille militari americani è finito senza che sia arrivata una forza sostitutiva, mentre Washington rivede la propria presenza in Europa. L'aggiunta più importante è la brigata tedesca, che sarà stanziata in modo permanente in Lituania entro la fine del 2027 con circa 5.000 uomini.

Le fortificazioni fanno parte della Linea di difesa baltica, un progetto congiunto di Estonia, Lettonia e Lituania: fossati anticarro, bunker, ostacoli difensivi e campi minati. Come la Finlandia, anche i paesi baltici hanno deciso di uscire dalla Convenzione di Ottawa. L'obiettivo è rallentare i russi, incanalare le forze nemiche su direttrici prevedibili e guadagnare tempo per una reazione. La difesa dei baltici dipende da quanto a lungo possono resistere e, soprattutto, da quanto in fretta la NATO può rinforzarli.

Un'esercitazione strategica condotta alla fine dello scorso anno dal quotidiano tedesco Welt insieme al centro di wargaming dell'università delle forze armate tedesche di Amburgo ha simulato la reazione della Germania se la Russia usasse un cessate il fuoco in Ucraina per minacciare la Lituania e se Washington rinunciasse al suo ruolo tradizionale di guida della NATO. Il risultato è stato poco rassicurante: mentre la squadra che rappresentava la Russia si muoveva rapidamente verso un'invasione limitata, quella tedesca si concentrava su riunioni di crisi e sulla ricerca di alleati, invece di impedire a Mosca di raggiungere i suoi obiettivi militari.

Hodges ha avvertito che, nel caso peggiore, se la NATO fosse colta di sorpresa i paesi baltici potrebbero dover combattere fino a due settimane senza rinforzi dagli alleati più lontani. È la finestra di tempo entro cui questi dovrebbero reagire. Funzionari tedeschi e lituani respingono l'idea che un simile scenario possa arrivare a sorpresa: un attacco russo, sostengono, sarebbe preceduto da preparativi militari visibili.

"Quello a cui stiamo assistendo è la dissoluzione della NATO", ha detto Anders Fogh Rasmussen, ex segretario generale dell'alleanza, secondo cui l'Europa deve ripensare i propri piani di difesa e costruire le capacità per agire senza aspettare Washington. La Finlandia si rende più difficile da invadere, la Polonia costruisce eserciti, fortificazioni e difese anti-drone e i paesi baltici lavorano per non essere lasciati soli. L'Europa non è ancora pronta a difendersi da sola, ma sulla sua frontiera orientale si sta già preparando al giorno in cui potrebbe doverlo fare.


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Che cosa fare e che cosa non fare contro #Chatcontrol - in italiano e senza tracciamenti.

stopchatcontrol.it/

Aggiungo un paio di suggerimenti:

  1. Librewolf, già nativamente de-googlizzato, invece di Firefox: itsfoss.com/librewolf-vs-firef…
  2. se la vostra organizzazione vi obbliga a usare posta di sorveglianza, adottate come client Thunderbird - software libero - e imparate a cifrare la posta: mail.avvocloud.net/blog/tecnol…

Sappiamo bene che già i metadati bastano per ucciderci, ma non è un buon motivo per regalare anche i dati.

in reply to Vincenzo Tibullo

@enzotib

Che dire?

Forse conviene evitare di state nello stesso gruppo Whatsapp con loro
972mag.com/lavender-ai-israeli…

Da noi pare funzionare la strategia del dissenso attivo: "Io non uso Whatsapp. Se volete comunicare con me, venite su..." e quella del richiamo alla coerenza: "Indignarsi per le stragi a Gaza e usare Whatsapp è come andare a una manifestazione per la pace su un carro armato." Però, perché un simile argomento sia efficace occorre, preliminarmente, essere capaci di indignarsi.

Giacomo Tesio reshared this.

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L'Amministrazione Trump apre gli habitat delle specie a rischio a trivelle e miniere


I Dipartimenti dell’Interno e del Commercio hanno ridefinito la parola "danno" nella legge del 1973 sulle specie a rischio: la distruzione dell'habitat non conta più. Gli ambientalisti annunciano ricorso

L'Amministrazione Trump ha cancellato venerdì una delle regole ambientali più importanti degli Stati Uniti, aprendo gli habitat delle specie a rischio di estinzione a trivellazioni, miniere, agricoltura, disboscamento e progetti immobiliari. Il cambiamento riguarda l'Endangered Species Act, la legge del 1973 che protegge le specie minacciate e a cui si attribuisce, tra l'altro, la sopravvivenza dell'aquila calva, simbolo del paese.

La misura è stata decisa dal Dipartimento degli Interni, che negli Stati Uniti gestisce le terre federali, e dal Dipartimento del Commercio. Le due amministrazioni hanno ridefinito che cosa significa "nuocere" a una specie protetta. Per oltre cinquant'anni la legge aveva vietato la "modifica o il degrado" degli habitat, perché la distruzione dei luoghi dove gli animali vivono, si riproducono e cercano cibo può ferirli o ucciderli. Ora quella parte della definizione viene eliminata.

La Corte Suprema aveva confermato questa interpretazione ampia nel 1995, in una sentenza che dava ragione alle protezioni delle foreste secolari da cui dipende il gufo maculato. Se i ricorsi degli ambientalisti dovessero arrivare di nuovo davanti alla Corte, però, si troverebbero di fronte un tribunale molto più conservatore rispetto ad allora.

L'amministrazione presenta la modifica come un ritorno all'intento originario della legge e la fine di quelli che considera decenni di eccessi da parte dello Stato federale. "Per anni le agenzie federali hanno abusato dell'ESA per ostacolare l'uso legittimo delle terre e gravare sulle famiglie e sulle imprese americane", ha dichiarato il segretario agli Interni Doug Burgum. Secondo lui l'approccio precedente aveva "trasformato attività ordinarie in una trappola normativa, fatto salire i costi che pesano sulla vita delle persone ed esteso l'autorità federale oltre quanto voluto dal Congresso".

Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha aggiunto che la nuova regola aiuterà i pescatori penalizzati da "regolamenti eccessivi e onerosi" e ha parlato di un ritorno della legge alla sua "finalità fondamentale", per garantire gli obiettivi di conservazione senza sacrificare la crescita economica.

Un funzionario del Dipartimento degli Interni ha spiegato che la regola sarà pubblicata sul Federal Register, il registro ufficiale degli atti del governo, all'inizio della prossima settimana. La misura era stata proposta per la prima volta nell'aprile del 2025.

Non è l'unico intervento previsto. L'amministrazione sta preparando altre modifiche: vuole cancellare la regola che garantisce alle specie classificate come minacciate le stesse tutele di quelle a rischio di estinzione e riscrivere un'altra norma per obbligare a considerare anche le ragioni economiche quando si decide quali aree designare come habitat critici.

Le organizzazioni ambientaliste hanno criticato duramente la decisione e annunciato ricorsi in tribunale. "Per la prima volta un'amministrazione presidenziale sostiene che le specie protette dall'Endangered Species Act non debbano essere al sicuro da modifiche dell'habitat che distruggono i luoghi dove vivono, allevano i piccoli o cercano cibo", ha dichiarato Kristen Boyles, avvocata dell'associazione ambientalista Earthjustice. "Non c'è alcun sostegno alla regola dell'amministrazione Trump: nessun sostegno scientifico, nessun sostegno legale, nessun sostegno pubblico."

Anche i procuratori generali di sedici Stati hanno definito il ragionamento dell'amministrazione "arbitrario, capriccioso, un abuso di discrezionalità e contrario alla legge".

La distruzione dell'habitat è considerata la prima causa della scomparsa delle specie. In cinquant'anni la legge ha salvaguardato più di 1.700 specie e i loro habitat, evitando l'estinzione al 99% di quelle inserite negli elenchi, dall'aquila calva in giù. Un sondaggio del 2023 aveva mostrato che l'80% degli elettori registrati era favorevole al pieno finanziamento della legge e che il 73% considerava la biodiversità importante nella vita di tutti i giorni. Contro la modifica erano state presentate centinaia di migliaia di osservazioni pubbliche.

"La perdita di habitat è la causa numero uno dell'estinzione", ha detto Gib Brogan, dell'organizzazione ambientalista Oceana. "Quando si eliminano le protezioni dell'habitat, si toglie una delle salvaguardie più importanti della legge." Stephanie Kurose, del Center for Biological Diversity, aveva definito il piano "una condanna a morte per ghiottoni, farfalle monarca, lamantini della Florida e tante altre specie animali e vegetali che hanno un disperato bisogno del nostro aiuto".

La revisione fa parte di un più ampio sforzo di deregolamentazione che il presidente porta avanti fin dal primo mandato per favorire l'estrazione di energia e l'accesso industriale ai territori più sensibili. All'inizio di quest'anno alcuni alti funzionari, tra cui Burgum, avevano votato per cancellare le tutele dell'ESA nel Golfo del Messico per la balena di Rice, specie gravemente minacciata, esentando dalla legge tutte le trivellazioni di petrolio e gas. L'anno scorso i due dipartimenti avevano proposto di reintrodurre regole del primo mandato di Trump che riducevano le protezioni per piante e animali, ma parte di quei cambiamenti è stata di recente bocciata da un tribunale federale.

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È online il progetto italiano di protesta civica digitale stopchatcontrol.it - documentazione ufficiale e percezione del pericolo per informare, informarsi come cittadino e votare consapevolmente quando servirà.

Seguiamo tutte le tappe perché l’attività non è terminata con queste proroga “ordinaria” c’è ancora tanto da combattere e la partita è ancora lunga anche per il ChatControl2.0.

Nella sezione Partecipa, ho messo a disposizione anche un forum per eventuali discussioni


Oggi al parlamento europeo si è votato!

⛔️ 314 hanno votato contro #ChatControl
✅ 276 hanno votato a favore

Sembra semplice, ma ha vinto comunque il voto della minoranza.

Attenzione alle chat che utilizzate!

#StopChatControl

dariofadda.it/blog/post.php?sl…


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Graham Platner si ritira definitivamente dalla corsa al Senato in Maine


L’esponente democratico del Maine ha formalizzato il suo ritiro dopo le dichiarazioni di violenza da parte di una sua ex compagna, che respinge come “categoricamente false”. Il partito dovrà ora scegliere chi sfiderà la repubblicana Susan Collins.

Graham Platner ha abbandonato definitivamente la corsa al Senato nel Maine. Venerdì l’ex candidato democratico ha depositato i documenti necessari a ritirare il proprio nome dalla scheda elettorale, mettendo così fine a una campagna iniziata con grande slancio e travolta alla fine dalle polemiche.

A determinare il suo ritiro è stata l’accusa formulata da una sua ex compagna, Jenny Racicot, che ha raccontato a Politico e alla CNN di essere stata costretta da Platner, nel 2021, ad avere un rapporto sessuale contro la propria volontà. Il candidato ha definito la ricostruzione “categoricamente falsa”, ma nel giro di pochi giorni ha perso il sostegno di gran parte del partito.

Tra i primi a chiedergli di farsi da parte sono stati il senatore progressista Bernie Sanders, fino ad allora suo alleato, e il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer. Il comitato elettorale dei democratici al Senato aveva inoltre avvertito che, senza il suo ritiro, non avrebbe investito nella competizione in Maine.

Sulla campagna di Platner pesavano già altre controversie: un tatuaggio sul petto riconducibile alla simbologia nazista, che il candidato ha dichiarato di aver coperto dopo averne scoperto il significato, e alcuni vecchi post pubblicati su Reddit. Platner aveva annunciato mercoledì l’intenzione di ritirarsi con un video di 11 minuti diffuso sui social, senza però presentare subito la documentazione necessaria. Il deposito di venerdì ha fugato i timori dei democratici, che temevano un ripensamento dell’ultimo minuto.

Un seggio decisivo per il controllo del Senato


La posta in gioco è particolarmente alta. Il seggio del Maine è considerato cruciale per gli equilibri del Senato: ai democratici servono 4 seggi in più per conquistare la maggioranza e quello occupato da Susan Collins è l’unico, tra quelli in palio, detenuto da una senatrice repubblicana in uno Stato a tendenza democratica. Collins, in carica dal 1997, punta a ottenere un sesto mandato.

Nella lettera inviata al Segretario di Stato del Maine e pubblicata su X, Platner ha rivendicato il consenso ottenuto durante le primarie. “Il 9 giugno, 156.084 cittadini del Maine hanno votato per un nuovo tipo di politica: una politica che rappresenta la gente comune, non i miliardari, gli oligarchi o l’establishment”, ha scritto, ricordando la vittoria conquistata con circa il 72% dei voti. “Con questa lettera voglio portare avanti il movimento che abbiamo costruito insieme e il futuro in cui crediamo”, ha aggiunto, prima di concludere con tre slogan: “F*ck ICE. Palestina libera. Up the Hearts”.

pic.twitter.com/gQzOXBJHJz
— Graham Platner for Senate (@grahamformaine) July 10, 2026


La scelta del nuovo candidato divide il partito


Prima di uscire di scena, Platner ha cercato senza successo di influenzare il processo di selezione del suo successore. Nel video pubblicato mercoledì aveva chiesto che la decisione “non venga presa nelle stanze chiuse, ma affidata alla volontà del popolo”. Un concetto ribadito anche nella lettera: “Il mio nome era sulla scheda elettorale, ma quella casella appartiene al popolo del Maine”.

Il Partito Democratico statale ha deciso di convocare una convention per scegliere il nuovo candidato che dovrà sostituirlo. All’assemblea dovrebbero partecipare circa 600 delegati: 500 designati dalle organizzazioni di contea e 100 appartenenti al comitato statale. Diversi aspiranti hanno già manifestato il proprio interesse, ma il metodo di selezione divide il partito.

L’ala progressista teme infatti che, così facendo, la scelta venga controllata dagli apparati del partito, mentre alcuni moderati paventano il rischio opposto: un’influenza eccessiva degli attivisti più a sinistra che rappresentano la base elettorale più fedele. In base alla legge statale, i democratici del Maine avranno tempo fino al 27 luglio per indicare chi sfiderà Collins alle elezioni di novembre.

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La legge sulla casa entra in vigore senza la firma di Trump


Il presidente si è rifiutato di firmarla per protesta contro il mancato voto sulla stretta elettorale che chiede da mesi. Il testo punta ad aumentare l'offerta di case e frena i grandi fondi

Una delle leggi più importanti degli ultimi decenni sulla casa è entrata in vigore negli Stati Uniti senza la firma del presidente Donald Trump. Il 21st Century Road to Housing Act, il provvedimento bipartisan pensato per rendere le abitazioni più accessibili, è diventato legge sabato 11 luglio dopo che il presidente si è rifiutato di firmarlo per protesta.

Trump aveva dieci giorni di tempo per firmare il testo, opporre il veto o lasciarlo entrare in vigore senza il suo nome. La Costituzione americana prevede che una legge approvata dal Congresso diventi effettiva anche senza la firma del presidente, se questi non la respinge entro dieci giorni. Il termine scadeva alle 23:59 di venerdì sulla costa orientale (le 5:59 del mattino di sabato in Italia) e allo scadere il provvedimento è diventato legge in automatico.

"Non firmerò la legge sulla casa, che è stata approvata dal Congresso e inviata alla Casa Bianca, per protesta contro il fatto che il Senato degli Stati Uniti non è capace di approvare il SAVE America Act", ha scritto il presidente sul suo social Truth Social venerdì. Il SAVE America Act è una proposta di legge che imporrebbe la prova di cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali e un documento con foto per votare. Il testo è fermo al Senato, dove non ha i sessanta voti necessari ad avanzare. Da mesi il presidente insiste per una stretta sulle regole del voto, un obiettivo che persegue anche per altre strade.

Nelle settimane precedenti Trump aveva più volte sminuito il provvedimento. Lo aveva definito "un grande sbadiglio" e di "minore importanza" rispetto alla legge elettorale. Il 24 giugno, poche ore prima di una cerimonia di firma già organizzata al Congresso, aveva annunciato a sorpresa che non avrebbe approvato la legge sulla casa finché i parlamentari non avessero prima approvato quella sul voto.

Il rifiuto mette in imbarazzo lo stesso partito del presidente in un anno di elezioni di metà mandato. La legge era passata con un sostegno larghissimo di entrambi gli schieramenti, 85 voti a 5 al Senato e 358 a 32 alla Camera. Rappresenta una delle poche vittorie legislative su cui i repubblicani contavano prima del voto di novembre. Invece di rivendicarla, si sono ritrovati a rincorrere le mosse del presidente.

"Le sue priorità non potrebbero essere più chiare: costi più alti per le famiglie e più potere per sé", ha scritto su X il leader dei democratici al Senato, Chuck Schumer. Il presidente della Camera, il repubblicano Mike Johnson, aveva provato a spingere Trump alla firma, ricordando ai giornalisti che la legge sarebbe comunque entrata in vigore e che l'avrebbero festeggiata lo stesso.

La legge affronta il problema soprattutto dal lato dell'offerta, cioè aumentando il numero di case disponibili. Raccoglie 47 proposte diverse, presentate sia dai repubblicani sia dai democratici. Questo spiega perché ha ottenuto un consenso così ampio. Tra le misure ci sono incentivi alle case prefabbricate, costruite in fabbrica e più economiche di quelle tirate su sul posto, la trasformazione di uffici in appartamenti e fondi federali in più ai comuni che costruiscono di più.

Per le case prefabbricate la legge elimina l'obbligo di avere un telaio d'acciaio permanente, quello che le rende trasportabili. Secondo gli esperti di politiche abitative il cambiamento può far risparmiare tra i 5.000 e i 10.000 dollari a casa e rendere più facili progetti più elaborati, come un secondo piano.

Per la prima volta il provvedimento limita anche il ruolo di Wall Street nel mercato immobiliare. Vieta ai grandi investitori che possiedono almeno 350 case unifamiliari di comprarne altre. L'obiettivo è rendere il mercato più accessibile alle famiglie, che spesso non riescono a competere con chi può pagare l'intera casa in contanti. La norma però non obbliga chi già supera quella soglia a vendere nulla. A livello nazionale, del resto, questi grandi investitori possiedono soltanto il 3% circa del mercato degli affitti unifamiliari, anche se in alcune città e quartieri la loro presenza è molto maggiore.

Le decisioni che contano di più sul mercato immobiliare si prendono nei governi locali o negli uffici dei costruttori, non a Washington. Le regole urbanistiche locali, che possono rallentare o bloccare le nuove costruzioni, restano intatte, perché a fissarle sono i comuni. Anche i tassi sui mutui, altro fattore decisivo, non dipendono dal Congresso: quello per un mutuo a trent'anni si aggira oggi intorno al 6,5%, molto più alto rispetto agli anni della pandemia.

A tenere ferme le case sul mercato contribuisce anche un altro meccanismo. Milioni di proprietari che avevano bloccato mutui a tassi bassissimi prima del 2022 non vogliono vendere, perché farlo significherebbe accendere un mutuo molto più caro. Nemmeno questo nodo viene toccato dalla legge.

L'Urban Institute, un centro studi di Washington, ha contato 35 tra programmi, regolamenti e studi che il Dipartimento per l'edilizia e lo sviluppo urbano, il ministero americano competente sulla casa, dovrà mettere in pratica, proprio mentre è a corto di personale dopo i tagli decisi dall'amministrazione Trump. "È una legge che cambia regole e regolamenti. Sbloccherà fondi, ma gran parte delle sue norme valgono quanto la loro attuazione", ha detto alla CNN Shaun Donovan, ex segretario del dipartimento sotto Barack Obama.

A giugno il prezzo mediano di una casa già esistente ha toccato i 440.600 dollari, il valore più alto da quando esistono questi dati, nel 1999. Una famiglia con un reddito di 75.000 dollari l'anno può oggi permettersi meno di un quarto delle case in vendita. Gli economisti della Casa Bianca hanno stimato all'inizio dell'anno una carenza di 10 milioni di abitazioni. Il nuovo provvedimento potrebbe colmarne solo una parte. Chi lo sostiene lo presenta comunque come un primo passo, il più ampio tentativo federale da decenni per rendere la casa più accessibile agli americani.


Trump usa le agenzie federali per cambiare le regole del voto, ma i tribunali lo fermano


Il presidente Donald Trump da mesi porta avanti una campagna aggressiva per cambiare il modo in cui i singoli Stati organizzano le elezioni, usando le agenzie federali come nessuno dei suoi predecessori aveva mai fatto.

Ha chiesto al Dipartimento per la Sicurezza interna, il ministero che si occupa di confini e immigrazione, di compilare una lista dei cittadini di ogni Stato per stabilire chi ha diritto di voto. Vuole affidare al servizio postale un ruolo nel decidere chi può ricevere le schede per il voto per posta. Ha minacciato di togliere i fondi federali agli Stati che non eliminano le macchine per il voto elettronico. E fa pressione sui parlamentari repubblicani perché riscrivano le leggi elettorali, sostenendo senza prove che le elezioni siano truccate.

La Costituzione americana affida agli Stati, e non al governo federale, il controllo su come si vota e lascia al Congresso il potere di approvare le leggi in materia. Il presidente può agire solo attraverso norme federali già esistenti, ha ricordato Rick Hasen, professore di diritto all'Università della California a Los Angeles. Per questo molti tribunali hanno bloccato o annullato i suoi tentativi di intervenire sull'organizzazione del voto.

Al centro dell'offensiva c'è il SAVE America Act, una proposta di legge che obbligherebbe gli elettori a dimostrare la cittadinanza al momento dell'iscrizione alle liste, a mostrare un documento d'identità per votare e imporrebbe agli Stati di trasmettere i dati degli elettori al Dipartimento per la Sicurezza interna. Trump considera la questione una "emergenza nazionale" e ha fatto saltare una legge sulla casa sostenuta da entrambi i partiti, minacciando di non firmare alcun provvedimento finché la misura sul voto non sarà approvata. I leader repubblicani del Senato però ritengono che non ci siano voti sufficienti per farla passare.

La Camera ha già approvato il testo. Lo speaker Mike Johnson ha spiegato la posta in gioco davanti a una platea di conservatori religiosi riuniti dalla Faith & Freedom Coalition: se i democratici riconquisteranno la Camera, ha avvertito, andranno "a colpire la famiglia del presidente, il gabinetto, i suoi donatori, gli amici" e i sostenitori. "Io gestisco il programma di protezione", ha detto. "Mi prenderò cura di voi".

Nell'ultimo mese l'offensiva ha incassato una serie di sconfitte in tribunale. Una giudice federale nominata da Joe Biden, Sparkle Sooknanan, ha stabilito che la banca dati sull'immigrazione costruita dal Dipartimento per la Sicurezza interna per verificare chi avesse diritto di voto violava le leggi sulla privacy e che il suo uso aveva già portato alcuni Stati a cancellare cittadini americani dalle liste elettorali sulla base di informazioni sbagliate. Il governo federale, ha scritto, "ha calpestato consapevolmente i diritti alla riservatezza dei cittadini americani in un modo che minaccia il sacro diritto di voto".

Anche la maggioranza conservatrice della Corte Suprema ha dato un colpo ai repubblicani, confermando le leggi statali che permettono di contare le schede spedite entro il giorno del voto ma arrivate in ritardo. Trump ha definito la decisione "un po' sorprendente" e ha sostenuto, di nuovo senza prove, che darà alle persone "più tempo per votare illegalmente".

Il presidente punta a limitare anche il voto per posta. A marzo ha firmato un ordine esecutivo che restringe la platea di chi può ricevere le schede via posta: secondo la norma proposta, il servizio postale non consegnerebbe le schede negli Stati che si rifiutano di trasmettere al governo federale i dati sensibili degli elettori. Una giudice federale nominata da Barack Obama, Indira Talwani, ha bloccato il piano. "La Costituzione non conferisce al presidente alcun potere specifico sulle elezioni", ha scritto, aggiungendo che il servizio postale non ha l'autorità di stabilire chi può votare per posta. La Casa Bianca resta convinta che l'ordine sarà in vigore entro le elezioni di novembre.

Trump continua a sostenere che i democratici stiano cercando di truccare il voto. Il mese scorso ha affermato, senza portare prove, che avrebbero imbrogliato per vincere le primarie in California e ha rivendicato l'esistenza di un'indagine dei procuratori federali di Los Angeles. Le accuse hanno provocato reazioni critiche anche dentro il suo partito. "Trovo ironico che controlliamo la Camera, il Senato, la Corte Suprema e la Casa Bianca e stiamo gridando ai brogli. Voglio dire, abbiamo vinto tutte queste maledette elezioni", ha detto ai giornalisti il deputato repubblicano Thomas Massie.

I democratici al Senato hanno annunciato che manderanno osservatori ai seggi in risposta alle iniziative del presidente. "Non aspettiamo che arrivi il caos", ha detto il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer. "Ci stiamo preparando ora".


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Grazie a Rasmus Svaneborg, giornalista dell’agenzia di stampa danese Ritzau, per aver detto ad alta voce a Mark Rutte quello che pensiamo tutti.

#MarkRutte #DonaldTrump #NATO #Groenlandia #PoliticaEuropea #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Gli Stati Uniti vogliono che oggi riapra lo Stretto di Hormuz


Washington chiede a Teheran di impegnarsi pubblicamente a non sparare più alle navi, dopo una settimana di attacchi incrociati. Trump considera finito il cessate il fuoco, ma i negoziati continuano

Gli Stati Uniti hanno chiesto all'Iran di dichiarare pubblicamente che tutti i canali dello Stretto di Hormuz sono aperti alla navigazione e di impegnarsi a non attaccare più le navi civili in transito. La richiesta, comunicata a Teheran direttamente e attraverso i mediatori regionali, ha una scadenza: secondo alcuni funzionari americani l'annuncio deve arrivare entro sabato, altrimenti ci saranno conseguenze. È l'ultimo sviluppo di una settimana di attacchi incrociati che ha spinto il presidente Trump a dichiarare finito il cessate il fuoco con l'Iran, pur confermando che i negoziati continueranno.

L'escalation è cominciata all'inizio della settimana, quando l'Iran ha attaccato tre navi commerciali nello stretto, tra cui una petroliera saudita e una nave qatariota carica di gas naturale liquefatto. Gli Stati Uniti hanno risposto con due notti di bombardamenti, colpendo più di 170 obiettivi militari iraniani tra martedì e mercoledì: sistemi di difesa aerea, depositi di missili e droni, motovedette lungo la costa meridionale e anche un ponte ferroviario nel nord-est del paese, a più di 1.100 chilometri dallo stretto. Secondo il ministero della Salute iraniano gli attacchi hanno ucciso almeno 14 persone e ne hanno ferite 78. L'Iran ha reagito lanciando missili e droni contro le basi americane in Qatar, Bahrein e Kuwait, senza provocare danni rilevanti: Giordania, Kuwait e Bahrein hanno intercettato decine di colpi e droni.

La guerra tra Stati Uniti e Iran, cominciata a febbraio con gli attacchi americani e israeliani in cui è stata uccisa anche l'allora guida suprema Ali Khamenei, ruota sempre più intorno al controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transitava il 20 per cento del petrolio e del gas mondiali. L'Iran ha bloccato il traffico all'inizio del conflitto e da allora Washington cerca di ripristinarlo. Il memorandum d'intesa firmato a giugno dai due paesi, che si aggiunge al cessate il fuoco di aprile e ha avviato 60 giorni di negoziati, prevede che Teheran ristabilisca il passaggio delle navi in cambio di un ampio alleggerimento delle sanzioni. I falchi del regime lo interpretano però come una conferma del controllo iraniano sullo stretto e hanno sparato contro le navi che non seguivano le rotte indicate da Teheran, che vorrebbe anche introdurre pedaggi per il transito.

Venerdì Trump ha scritto su Truth Social che gli Stati Uniti hanno accettato di continuare i colloqui, ma hanno comunicato al regime "in termini inequivocabili" che il cessate il fuoco è finito. Nei giorni scorsi la sua amministrazione ha reintrodotto le sanzioni sulla vendita di petrolio iraniano revocando la deroga concessa con il memorandum. Venerdì ne ha aggiunte di nuove contro l'uomo d'affari iraniano Ali Ansari e le società a lui collegate.

Sabato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi incontrerà a Mascate il suo omologo dell'Oman, il paese che nelle scorse settimane ha aperto un canale di transito meridionale vicino alle proprie coste, indebolendo la posizione negoziale di Teheran, mentre il Qatar guida la mediazione tra i due governi. I funzionari americani si aspettano che dopo l'incontro l'Iran pubblichi una dichiarazione in cui promette di non sparare più alle navi e riconosce che ogni canale dello stretto sarà aperto e senza pedaggi. Alcuni funzionari hanno raccontato ad Axios che dopo i primi due giorni di scontri gli iraniani hanno contattato l'amministrazione ammettendo di aver sbagliato e chiedendo di continuare a trattare, attribuendo gli attacchi alle navi a elementi fuori controllo dei Guardiani della rivoluzione, il principale corpo militare del regime. Secondo gli stessi funzionari, all'interno del regime è in corso una lotta di potere sull'attuazione dell'intesa. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha negato che Teheran abbia chiesto nuovi negoziati.

Sulla possibilità di arrivare a un accordo sul nucleare, l'obiettivo per cui Trump dice di aver iniziato la guerra, l'amministrazione è sempre più pessimista. Alti funzionari hanno ammesso venerdì che un'intesa è sempre meno probabile: se l'Iran non riesce a rispettare un impegno semplice come la riapertura dello stretto, hanno spiegato, ci sono poche speranze di chiudere un accordo molto più complesso per smaltire il materiale nucleare iraniano e imporre limiti di lungo periodo al programma. Nessuna intesa finale sarà firmata finché Teheran non consegnerà agli Stati Uniti l'uranio arricchito, che secondo Washington si trova negli impianti sotterranei già colpiti dalle forze americane.

Secondo la NBC, dentro l'amministrazione il dibattito su un ritorno alla guerra su larga scala è aperto. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth spinge per "finire il lavoro" colpendo ciò che resta dell'apparato militare iraniano, mentre il vicepresidente JD Vance chiede un approccio più cauto. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, molto scettico sui negoziati, ha detto a Fox News che "con o senza accordo, finché sarò primo ministro, l'Iran non avrà un'arma nucleare". Un alleato repubblicano ha detto a Trump che riprendendo le operazioni potrebbe raggiungere gli obiettivi militari in pochi giorni, ma la stessa NBC aveva riferito a maggio che i bersagli rimasti sono molto più difficili da individuare: l'Iran sposta di continuo i suoi missili e nasconde centinaia di piccole imbarcazioni d'attacco nelle grotte lungo la costa dello stretto. Lo stesso Trump ha riconosciuto a giugno che l'Iran conserva più del 20 per cento del suo arsenale di missili balistici. Gli alleati americani del Golfo preferiscono una soluzione diplomatica, mentre secondo un alto funzionario dell'amministrazione il presidente per ora mantiene un atteggiamento attendista.

Venerdì sera Trump ha anche minacciato di lanciare migliaia di missili sull'Iran se il regime provasse ad assassinarlo. Nei giorni scorsi Israele aveva avvertito gli Stati Uniti di un nuovo piano iraniano per uccidere il presidente, ma Trump ha minimizzato dicendo al New York Post che "Israele non ha trovato nulla" e ricordando di essere un bersaglio dell'Iran da più di sei anni.

Ali Vaez, direttore del programma Iran dell'International Crisis Group, un centro studi che si occupa di prevenzione dei conflitti, ha detto a NOTUS che la situazione "potrebbe peggiorare prima di migliorare", ma non vede un rischio concreto che l'escalation sfugga di mano. Sulle prospettive di un'intesa più ampia basata sul memorandum è però scettico: "La probabilità non è mai stata alta e ora le possibilità sono ancora più basse".


Trump dichiara finito il cessate il fuoco con l’Iran dopo i nuovi raid americani


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di fatto concluso il cessate il fuoco con l’Iran e ha definito ogni ulteriore trattativa con Teheran come “una perdita di tempo”. Queste dichiarazioni sono state rilasciate al margine del vertice NATO di Ankara, in Turchia, poche ore dopo una nuova ondata di raid americani contro obiettivi militari iraniani.

“Per come la vedo io, penso che sia finita”, ha risposto Trump a chi gli chiedeva se il memorandum di intesa sottoscritto con Teheran fosse ormai lettera morta. Gli attacchi della notte, condotti dal Pentagono, sono stati presentati come una risposta ai nuovi raid iraniani contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz.

L’intesa era stata firmata 3 settimane prima e Trump l’aveva descritta come una “resa incondizionata” dell’Iran. Da allora, però, la tregua era rimasta estremamente fragile: le due parti erano tornate più volte a attaccarsi, seppure in modo limitato, mentre formalmente continuavano a sostenere di voler evitare una nuova escalation.

Il presidente statunitense ha detto che lascerà comunque proseguire i colloqui guidati dal vicepresidente J.D. Vance con i rappresentanti iraniani, ma ha lasciato intendere di non attribuire più alcun valore al negoziato. “Per quanto mi riguarda, è solo una perdita di tempo avere a che fare con loro”, ha detto.

Trump ha poi accusato Teheran di mentire sistematicamente. “Sottoscrivono un accordo, poi loro escono, parlano con la stampa e dicono che non ne abbiamo mai nemmeno discusso”, ha dichiarato. A farlo infuriare, in particolare, sarebbe stato il fatto che l’Amministrazione americana avesse consentito lo svolgimento senza incidenti dei funerali dell’ayatollah Ali Khamenei proprio mentre le forze iraniane colpivano navi mercantili.

Khamenei, all’epoca Guida Suprema dell’Iran, era stato ucciso il 28 febbraio nei raid che avevano aperto la guerra; le esequie si sono tenute solo in questi giorni. “Sono feccia, sono persone malate, guidate da gente malata, violente e spietate”, ha aggiunto Trump parlando della leadership iraniana.

Petrolio in rialzo e sostegno della NATO


I mercati hanno reagito immediatamente. Dopo le parole del presidente, il prezzo del petrolio è salito con forza: il Brent, riferimento globale del greggio, ha guadagnato il 6%, avvicinandosi ai 79 dollari al barile nelle contrattazioni del mattino. Il petrolio è così tornato sopra i livelli precedenti all’inizio della guerra.

Sempre in risposta agli attacchi nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno revocato anche la licenza che consentiva la vendita di petrolio iraniano, aumentando ulteriormente l’incertezza sulle forniture globali e alimentando nuovi timori sui mercati energetici.

Al fianco di Trump, il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha sostenuto l’azione americana. “Penso che quello che avete fatto la scorsa notte fosse assolutamente necessario. È stata una risposta molto forte”, ha detto.

Trump accusa da tempo gli alleati della NATO di non contribuire abbastanza allo sforzo bellico contro l’Iran, ma Rutte ha respinto la critica: gli aerei da guerra e le aerocisterne statunitensi, ha ricordato, hanno compiuto 5.000 missioni dalle basi europee nelle fasi più intense del conflitto.

Rutte ha poi minimizzato le divisioni interne all’Alleanza Atlantica, definendo “casi isolati” le decisioni di alcuni Paesi membri, tra cui Italia e Spagna, di non concedere le proprie basi per le operazioni militari contro l’Iran.

Lo scontro con la Spagna


Proprio la Spagna di Pedro Sánchez è finita al centro di un secondo affondo del presidente americano. Poco prima dell’incontro con gli altri leader dell’Alleanza Atlantica, Trump ha annunciato di voler interrompere ogni rapporto commerciale con Madrid a causa della sua spesa militare, giudicata insufficiente da Washington.

“Non ho parlato con la Spagna. La Spagna è una causa persa. Non vogliamo più fare affari con la Spagna”, ha detto ai giornalisti. Poi, rivolgendosi a quello che sembrava essere il Segretario al Tesoro Scott Bessent, ha aggiunto: “A proposito, vorrei che li tagliassi fuori”.

Lo scontro con Madrid risale già al vertice NATO dello scorso anno, quando la Spagna era stata l’unico Paese alleato a rifiutare il nuovo obiettivo di portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035. Una scelta che aveva irritato profondamente Washington e spinto Trump a minacciare più volte una risposta commerciale attraverso i dazi.

La frattura si è poi aggravata con la guerra contro l’Iran. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha criticato la decisione americana di entrare nel conflitto e ha negato l’uso delle basi militari spagnole per la campagna contro Teheran. “La Spagna è un pessimo partner nella NATO. Non partecipano, non pagano nulla”, ha attaccato Trump.

Resta però da capire come un annuncio del genere possa tradursi in pratica. La Spagna è infatti parte integrante dell’Unione Europea e la politica commerciale è una competenza di Bruxelles, non dei singoli Stati membri. Un eventuale stop deciso unilateralmente da Washington finirebbe quindi per scontrarsi con il quadro giuridico e commerciale dell’UE.


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☕ CYBERBRIEFING — Sabato 11 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
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#newsletter #cybersecurity
@informatica

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Ucciso da un agente dell'ICE a Houston, ma non era lui l'obiettivo dell'operazione


Lorenzo Salgado Araujo, messicano residente negli Stati Uniti da 35 anni, è stato colpito durante un fermo stradale. Gli agenti cercavano altri due uomini, che però non si trovavano sul furgone.

Un agente dell'immigrazione statunitense ha ucciso a Houston un uomo che non era l'obiettivo dell'operazione. Lorenzo Salgado Araujo, cittadino messicano di 52 anni che viveva da 35 anni negli Stati Uniti, è stato colpito all'addome durante un fermo stradale, martedì mattina, ed è morto poche ore dopo in ospedale. Gli agenti stavano cercando in realtà altri 2 uomini, uno dei quali guatemalteco, che ritenevano viaggiassero a bordo di un furgone bianco.

Al volante del mezzo c'era però Araujo, che era diretto al lavoro insieme ad altri tre operai, mentre i due ricercati non erano a bordo. La circostanza è stata confermata da una portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, citata dal New York Times. Secondo la ricostruzione ufficiale del Dipartimento, alcune settimane prima gli agenti avevano sorvegliato un indirizzo collegato a uno dei ricercati, notando due furgoni bianchi. Tornati sul posto martedì, avrebbero individuato "un furgone bianco con una persona che somigliava all'obiettivo" e avviato il fermo. Nessuno degli agenti indossava una body camera in quel momento.

Le autorità sostengono ora che Araujo abbia usato il veicolo come un'arma, tentando di investire un agente, che avrebbe quindi sparato per legittima difesa. Al momento, tuttavia, non sono stati resi pubblici video o altri elementi indipendenti in grado di confermare questa versione. Araujo lascia 3 figli, tutti cittadini statunitensi in quanto nati su territorio americano.

Stati Uniti · Immigrazione
Gli agenti cercavano altri due uomini. A Houston l’ICE ha ucciso la persona sbagliata

Lorenzo Salgado Araujo, 52 anni, è stato colpito all’addome durante un fermo stradale mentre andava al lavoro con la sua squadra di operai. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha confermato che non era l’obiettivo dell’operazione. Nessuno degli agenti indossava una body camera.

Grafica di FocusAmerica 11 luglio 2026

Il caso in quattro numeri

0
Anni al momento della morte

0
Anni vissuti negli Stati Uniti

0
Figli, tutti cittadini americani

0
Body camera sugli agenti

Gli agenti stavano cercando due uomini che ritenevano a bordo di un furgone bianco. Una portavoce del Dipartimento ha confermato al New York Times che nessuno dei due era sul mezzo guidato da Araujo.

Le due versioni
Le autorità parlano di legittima difesa, i testimoni la smentiscono

La ricostruzione del Dipartimento per la Sicurezza Interna a confronto con quella dei tre operai che viaggiavano con Araujo.

La versione delle autorità
Dipartimento per la Sicurezza Interna
Settimane prima, durante la sorveglianza di un indirizzo collegato a uno dei ricercati, gli agenti notano due furgoni bianchi.
Martedì mattina individuano «un furgone bianco con una persona che somigliava all’obiettivo» e avviano il fermo.
Araujo avrebbe usato il veicolo come un’arma, tentando di investire un agente, che avrebbe sparato per legittima difesa.
Nessun video o elemento indipendente è stato reso pubblico a sostegno di questa ricostruzione.

La versione dei testimoni
I tre passeggeri, tramite l’avvocato Hugo Balderas Ibarra
Verso le 6.30 il gruppo è diretto a un cantiere edile, dopo una sosta per comprare ghiaccio e acqua.
Quando si accorge di essere seguito da un veicolo senza contrassegni, Araujo cerca di allontanarsi; l’auto degli agenti gli taglia la strada e sperona il furgone che procede a passo d’uomo.
Un agente scende e apre il fuoco dal lato del passeggero, colpendo Araujo in maniera letale.
«Non c’è mai stato un agente davanti al veicolo, né alcun agente si è mai trovato in pericolo»

Ciò che manca per stabilire la verità

0
Body camera indossate dagli agenti

0
Telecamere installate sui veicoli

0
Video diffusi dalle autorità federali

L’assenza di body camera e dashcam è stata confermata alla deputata Sylvia Garcia dal direttore facente funzione dell’ICE, David Venturella.

Le indagini
Tre inchieste aperte, con tre prospettive diverse

Sul caso lavorano due autorità federali e la procura locale, che teme di non ricevere le prove chiave.

1
Ispettorato generale del Dipartimento per la Sicurezza InternaFederale

Guida l’indagine interna sull’operazione e sulla condotta degli agenti coinvolti.

2
FBI, ufficio di HoustonFederale

Indaga sull’episodio, ma al momento lo tratta come un’aggressione ai danni di un agente federale.

3
Procura della contea di HarrisLocale

Il procuratore Sean Teare ha aperto un’indagine autonoma, ma teme che le autorità federali non condividano le prove raccolte.

Il precedente pesa: a Minneapolis i funzionari federali avevano parlato di legittima difesa per le uccisioni di Alex Pretti e Renee Good, due cittadini statunitensi che protestavano contro le operazioni dell’ICE. Testimoni e video hanno poi smentito quella ricostruzione.

Il contesto
La campagna di espulsioni in quattro cifre

Il caso di Houston si inserisce nella stretta sull’immigrazione voluta dall’Amministrazione Trump dal gennaio 2025.

0
Arresti al giorno: l’obiettivo fissato per l’ICE dalla Casa Bianca
Amministrazione Trump

0+
Persone contro cui gli agenti hanno aperto il fuoco da settembre 2025, quasi tutte a bordo del proprio veicolo
Ricostruzioni di stampa

0
Persone uccise da agenti dell’immigrazione dal ritorno di Trump alla Casa Bianca
Conteggio del Guardian (dato minimo)

0
Morti nei centri di detenzione federali del Texas nello stesso periodo
Analisi del Texas Tribune (dato minimo)

La reazione del Messico
Città del Messico passa alle vie legali

La presidente Claudia Sheinbaum ha annunciato iniziative che vanno oltre le consuete note diplomatiche.

Le mosse annunciate

Il Ministero degli Esteri presenterà denunce alla procura e al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e avvierà azioni legali contro le società che gestiscono i centri di detenzione, ritenute responsabili delle condizioni in cui sono morti 14 cittadini messicani.

«Non possiamo permettere più questi maltrattamenti»

Claudia Sheinbaum, presidente del Messico

Fonte: New York Times, Washington Post, The Guardian, Texas Tribune; dichiarazioni del Dipartimento per la Sicurezza Interna e dell’avvocato dei testimoni.
Nota: Ricostruzioni aggiornate all’11 luglio 2026. Le due versioni dei fatti restano al vaglio delle indagini in corso.

I testimoni: "Nessun agente era in pericolo"


I 3 uomini che viaggiavano con Araujo hanno fornito una ricostruzione diversa da quella riportata dalle autorità. Attraverso il loro avvocato, Hugo Balderas Ibarra, hanno raccontato che il gruppo era diretto a un cantiere edile dopo essersi fermato, intorno alle 6.30 del mattino ora locale, per acquistare ghiaccio e acqua. Quando si sarebbe accorto di essere seguito da un veicolo senza contrassegni, Araujo avrebbe cercato di allontanarsi.

Secondo il racconto riferito dall'avvocato al Washington Post, l'auto degli agenti avrebbe tagliato la strada al furgone e lo avrebbe speronato mentre questo procedeva a passo d'uomo. Un agente sarebbe quindi sceso dal veicolo e avrebbe aperto il fuoco dal lato del passeggero, colpendo Araujo in maniera letale. In una dichiarazione scritta a mano, uno dei passeggeri ha definito falsa la versione fornita dalle autorità.

"Non c'è mai stato un agente davanti al veicolo, né alcun agente si è mai trovato in pericolo", ha dichiarato Balderas Ibarra. "Questa ricostruzione è semplicemente falsa e sono convinto che i miei assistiti stiano dicendo la verità". Tra i passeggeri c'era anche Victor Hugo Salgado Araujo, fratello minore della vittima, successivamente trasferito in un centro di detenzione per migranti a Conroe, in Texas.

Sul caso ora indagano sia l'ispettorato generale del Dipartimento per la Sicurezza Interna che l'ufficio dell'FBI di Houston, che al momento tratta però l'episodio come un'aggressione ai danni di un agente federale. Anche il procuratore della contea di Harris, Sean Teare, ha aperto un'indagine, pur temendo che il lavoro degli investigatori locali possa essere ostacolato dalla mancata condivisione delle prove da parte delle autorità federali.

La deputata democratica Sylvia Garcia ha riferito che il direttore facente funzione dell'ICE, David Venturella, le ha confermato l'assenza sia delle body camera sia delle telecamere installate sui veicoli. Venturella avrebbe inoltre ammesso che né Araujo né suo fratello erano gli obiettivi dell'operazione. "Non sono pronta a dire che sia tutto falso, ma le cose sembrano andare in quella direzione", ha dichiarato Garcia.

Le altre sparatorie e la reazione del Messico


Il caso si inserisce nella campagna di espulsioni di migranti intensificata dall'Amministrazione Trump a partire dal ritorno dell'attuale presidente alla Casa Bianca, che ha fissato per l'ICE l'obiettivo di 2.000 arresti al giorno. Da settembre 2025 gli agenti dell'immigrazione hanno aperto il fuoco contro più di 20 persone, quasi tutte mentre si trovavano all'interno dei propri veicoli, provocando in alcuni casi la loro morte.

Il Guardian ha contato almeno 10 persone uccise da agenti dell'immigrazione dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, nel gennaio 2025. Il Texas Tribune riporta almeno 14 morti nei centri federali di detenzione del Texas nello stesso periodo.

In diversi episodi simili a questo, i filmati emersi successivamente hanno contraddetto le prime ricostruzioni delle autorità. È accaduto anche a Minneapolis, dove due cittadini statunitensi, Alex Pretti e Renee Good, sono stati uccisi mentre protestavano contro le operazioni dell'ICE. I funzionari federali avevano parlato inizialmente di legittima difesa e l'allora responsabile del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, aveva definito Pretti come un "terrorista interno", sostenendo che avesse impugnato un'arma. Testimoni e registrazioni video hanno in seguito smentito questa ricostruzione.

Anche il governo messicano ha reagito duramente alla morte di Araujo. La presidente Claudia Sheinbaum ha annunciato iniziative che andranno oltre le consuete note diplomatiche: il Ministero degli Esteri presenterà denunce alla procura e al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e intende avviare azioni legali contro le società che gestiscono i centri di detenzione, considerate responsabili delle condizioni in cui sono morti 14 cittadini messicani. "Non possiamo permettere più questi maltrattamenti", ha dichiarato Sheinbaum.

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Wisst ihr gerade auch nicht, wo ihr anfangen sollt, euch aufzuregen?

Damit die schwarz-rote „Flood the Zone“-Strategie nicht aufgeht, tun wir das, was wir am Besten können: Themen aufbereiten und den Finger in die Wunde legen.

Der Wochenrückblick von @markusreuter:

netzpolitik.org/2026/kw-28-die…

in reply to netzpolitik.org

Es könnte so einfach sein – Gesetzespakete ("Omnibusse"), die auch nur eine fragliche Änderung enthalten, dürfen einfach nicht mehr akzeptiert werden. Effizienz darf niemals zu Lasten von Richtigkeit gehen!

Bonus Idee: In jeden Omnibus ein Gesetz schmuggeln (oder in manche mehrere), das das Einbringen fachfremder Gesetze in einen Themen-Omnibus mit Haftstrafe belegt.

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La rassegna stampa di sabato 11 luglio 2026


Gli Stati Uniti intensificano i raid sull'Iran e fissano una scadenza sullo Stretto di Hormuz, mentre Trump denuncia un piano per ucciderlo. Entra in vigore senza firma la legge sulla casa, un uomo ucciso per errore dall'immigrazione a Houston e Apple fa causa a OpenAI

Questa è la rassegna stampa di sabato 11 luglio 2026

Gli Stati Uniti intensificano i raid sull'Iran e chiedono a Teheran di dichiarare aperto lo Stretto di Hormuz


Le forze statunitensi hanno colpito oltre 170 obiettivi in Iran mentre l'Amministrazione chiede a Teheran una dichiarazione pubblica che riapra lo Stretto di Hormuz a tutto il traffico navale e assicuri lo stop agli attacchi contro le navi mercantili. Washington ha fissato per sabato una scadenza, accusando l'Iran di aver violato il memorandum d'intesa firmato tre settimane fa. Il presidente Trump ha dichiarato "finito" il cessate il fuoco, ma ha detto che i negoziati, anche sul nucleare, proseguiranno.

Fonti: Axios, The New York Times, Bloomberg

Trump vola sul vecchio Air Force One dopo l'allarme israeliano su un piano iraniano per ucciderlo


Il presidente Trump è rientrato dalla Turchia a bordo del vecchio Air Force One dopo che l'intelligence israeliana ha segnalato un possibile complotto iraniano contro la sua vita e che il nuovo aereo donato dal Qatar risultava privo di adeguate capacità difensive. Trump ha promesso di "decimare e distruggere completamente" tutte le aree dell'Iran se il piano venisse attuato, sostenendo di aver lasciato istruzioni per un bombardamento senza precedenti nel caso in cui venisse ucciso.

Fonti: The Wall Street Journal, Bloomberg, The Hill

La legge sulla casa diventa realtà senza la firma di Trump


Un'ampia riforma bipartisan sull'edilizia abitativa, pensata per rispondere ai timori degli elettori sul carovita, è entrata in vigore sabato dopo che il presidente Trump ha lasciato scadere i dieci giorni utili senza firmarla né porvi il veto. La scelta di non apporre la firma riflette una frattura crescente tra Trump e i senatori repubblicani su una delle rare intese raggiunte tra i due partiti.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal

Un uomo ucciso per errore dagli agenti dell'immigrazione a Houston, aperta un'inchiesta


Lorenzo Salgado Araujo, cittadino messicano di 52 anni, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco da un agente federale durante un controllo a Houston mentre accompagnava al lavoro la sua squadra edile; il Dipartimento della Sicurezza interna ha ammesso che non era l'obiettivo dell'operazione. La città di Houston ha aperto un'indagine e il caso ha riacceso le polemiche sulla stretta dell'Amministrazione contro l'immigrazione, con richieste di un'indagine indipendente.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, BBC

Apple fa causa a OpenAI accusandola di furto di segreti industriali


Apple ha citato in giudizio OpenAI davanti a un tribunale federale della California, sostenendo che la società di intelligenza artificiale abbia sollecitato e sottratto in modo sistematico informazioni riservate tramite dipendenti ed ex dipendenti del gruppo di Cupertino. La causa segna la rottura tra due dei principali nomi della Silicon Valley, un tempo partner, proprio mentre OpenAI si prepara a lanciare il suo primo dispositivo hardware.

Fonti: Axios, Financial Times, Semafor

L'Amministrazione Trump cancella una storica tutela per le specie a rischio


L'Amministrazione Trump ha finalizzato una norma che modifica il modo in cui le agenzie federali applicano l'Endangered Species Act, eliminando una salvaguardia sull'habitat rimasta in vigore per cinquant'anni. Secondo gli ambientalisti il cambiamento potrebbe accelerare il declino di numerose specie animali in pericolo.

Fonti: The New York Times, ABC News, The Hill

Il candidato democratico Platner si ritira dalla corsa al Senato nel Maine


Il democratico Graham Platner ha depositato i documenti per ritirare ufficialmente la propria candidatura al Senato nel Maine, chiudendo una campagna travolta dalle accuse di molestie sessuali. Il partito dovrà scegliere un sostituto entro il 27 luglio in una corsa considerata cruciale per conquistare la maggioranza al Senato a novembre, con la repubblicana Susan Collins che resta favorita.

Fonti: Axios, NPR, Bloomberg

Il Dipartimento di giustizia convoca i giornalisti del New York Times, cresce la pressione sui media


Il Dipartimento di giustizia ha notificato mandati di comparizione ad alcuni giornalisti del New York Times per costringerli a testimoniare sulle fonti degli articoli riguardanti il nuovo Air Force One. Il quotidiano ha definito la mossa un "atto sfacciato", leggendola come un ulteriore inasprimento delle pressioni dell'Amministrazione sulla stampa.

Fonti: The New York Times

Stati Uniti e Canada trovano l'intesa per aprire il nuovo ponte tra Detroit e Windsor


Washington e Ottawa hanno raggiunto un accordo per inaugurare il 27 luglio il nuovo ponte internazionale Gordie Howe, che collegherà Detroit a Windsor, dopo che l'Amministrazione Trump ne aveva bloccato l'apertura. Il Canada ha accettato di cedere agli Stati Uniti una quota dei proventi netti dei pedaggi per allentare la congestione nel più trafficato corridoio commerciale tra i due Paesi.

Fonti: The New York Times, Bloomberg

Il debutto a Wall Street di SK Hynix vola sulla spinta della domanda di chip per l'intelligenza artificiale


Le azioni del produttore sudcoreano di memorie SK Hynix sono balzate di circa il 13% nel giorno del debutto al Nasdaq, sostenute dalla forte domanda di chip legata all'intelligenza artificiale. L'amministratore delegato ha avvertito che la carenza di memoria è destinata a durare, segnale delle tensioni sull'offerta che attraversano l'intero settore dei semiconduttori.

Fonti: Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Gravissimo: per colpire le fake news di Russia Today, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea vieta a tutti i cittadini di diffondere i contenuti dal proprio blog

@Politica interna, europea e internazionale

Una recentissima e importante sentenza emessa dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea (causa C-67/25), pubblicata proprio nei primi giorni di luglio 2026 affronta l'applicazione e l'estensione delle sanzioni europee contro i media statali russi nel contesto del conflitto in Ucraina, in particolare la rete Russia Today (RT).

Il caso d'origine


- Il procedimento nasce da una vicenda avvenuta in Germania, dove tre individui erano stati accusati penalmente per aver caricato e diffuso ripetutamente e gratuitamente video provenienti dal canale sanzionato RT Germany su un sito internet ad accesso libero, finanziato solo da donazioni.

Il fulcro legale (chi sono gli "operatori"?)


- I difensori sostenevano che il divieto europeo di diffusione si applicasse solo ai grandi operatori commerciali o televisivi, e non a privati cittadini senza scopo di lucro. Il giudice tedesco ha quindi chiesto il parere vincolante della Corte UE.

La decisione della Corte di Giustizia


- La Corte ha stabilito che il divieto è totale e si applica a chiunque. Il termine "operatore" comprende qualsiasi persona (fisica o giuridica) che metta a disposizione i contenuti vietati, indipendentemente dal fatto che lo faccia gratis, a pagamento, per hobby o in modo amatoriale.

La motivazione strategica


- La Corte ha praticamente blindato le sanzioni per evitare "scappatoie". Se si fosse consentito ai singoli siti gratuiti di ridistribuire la propaganda russa, l'efficacia delle sanzioni dell'Unione Europea volte a tutelare l'ordine pubblico e la sicurezza nazionale sarebbe stata completamente vanificata.

Le ricadute sugli utenti dei social


- Estendendo la definizione di "operatore" a chiunque metta a disposizione i contenuti sanzionati, la Corte ha di fatto cancellato la distinzione tra grandi media e utenti privati.

Responsabilità penale o amministrativa individuale


- Fino ad oggi, molti utenti pensavano che il divieto di trasmettere i canali di Stato russi (come Russia Today o Sputnik) riguardasse solo le compagnie televisive, i provider Internet (ISP) o le grandi piattaforme. Con questa sentenza, se un privato cittadino scarica un video di RT e lo ricarica sul proprio profilo Facebook, su X, su un canale Telegram o su un blog amatoriale, commette un illecito. A seconda delle leggi del proprio Stato membro (come il caso della Germania che ha dato origine alla sentenza), l'utente rischia procedimenti penali o pesanti sanzioni amministrative.

Fine dell'esimente del "No-Profit" o del "Piccolo Canale"


- La Corte ha esplicitamente chiarito non sono fattori esimenti né l'assenza di lucro (non importa se il video viene condiviso gratuitamente, per hobby o senza monetizzazione), né la portata della diffusione (si è perseguibili anche se il video viene visto da poche decine di persone e non si è un "influencer") né la durata) anche una condivisione temporanea o di breve durata rientra nella violazione)

La fine della libertà di espressione


- La libertà di condivisione sui social incontra un limite legale rigidissimo. Per l'utente comune diventa tassativo evitare tassativamente di ripubblicare, caricare o redistribuire materiali video, audio o articoli provenienti direttamente dalle emittenti governative russe colpite dalle sanzioni UE

curia.europa.eu/site/upload/do…

in reply to The Pirate Post

Beh, il concetto è lo stesso di quello riguardante la diffusione di materiale protetto da copyright. Che esso sia diffuso mediante una grande piattaforma web oppure un forum di un gruppetto di amici, comunque accessibile, non fa differenza. L'unica scappatoia potrebbe essere quella di contestualizzare il contenuto (ad es. mostrandolo come esempio di propaganda filorussa) come potrebbe fare una testata giornalistica, coi limiti del caso (es. riproduzione parziale).
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Ecco perché sono contento che l'Europa abbia approvato #Chatcontrol

Ieri non poteva andare peggio, ma domani sì. Eppure stavolta, nel momento più buio, riesco a vedere una luce nuova

informapirata.it/2026/07/10/ec…

@privacypride

in reply to informapirata ⁂

Grazie veramente.
Con il progetto @LINKioni abbiamo cominciato a parlarne qualche mese fa, sia in audiovisivo, sia nella newsletter.

Sinceramente non mi sono preoccupato per la paternità di chi ha iniziato a informarci, ero più preoccupato di parlarne nel modo più chiaro che ci riusciva.

Ripeto grazie e comprendo la stanchezza, ma la tua iniziativa ha portato qualcuno a informare noi e noi, LINKioni, a informare la nostra cerchia.

La tua iniziativa è stata utile: ha funzionato

informapirata ⁂ reshared this.

in reply to Artematiko

@artematiko grazie per il tuo riscontro! 🙏

Il vero punto di svolta sarebbe quello di far capire alle persone che l'informazione mainstream ha gettato una cappa di silenzio sulla questione chatcontrol ed è difficile farlo capire alle persone, quando l'informazione mainstream tace e, se possibile, nasconde.

Vediamo se almeno questo blitz parlamentare servirà a scuotere le coscienze

@LINKioni

in reply to Mattiz6276

@mattiz6276 sì, naturalmente stiamo parlando di chat control 1.0, quello che era già entrato in vigore "transitoriamente" per cinque anni fino al marzo 2026 quando l'europarlamento non aveva rinnovato la proroga (Anche se le società statunitensi continuavano ad applicarlo lo stesso 🤬).

Si tratta di scansione indiscriminata dei messaggi sulle comunicazioni non crittografate da parte di quei fornitori di servizio che volontariamente scelgono di farlo

in reply to Mattiz6276

@mattiz6276 WhatsApp Comunque è escluso perché si tratta di una app di messaggistica crittografata (p.es i msg Instagram non sono più crittografata da qualche mese e oggi sono sottoposti a scansione di chatcontrol 1.0

ChatControl 2.0 sarà invece il provvedimento che potrebbe colpire proprio le app di messaggistica crittografata come WhatsApp e come lo stesso Signal. Se passa la legge, WA sarà monitorato e Signal probabilmente lascerà la EU

@privacypride

in reply to Mattiz6276

@mattiz6276 chiaro, ma non è dignitoso fuggire su per le montagne per non farsi prendere. I Partigiani in montagna non ci andavano solo per scappare e magari creare delle tane sotto terra in cui vivere tranquilli qualche mese in più, ma lo facevano soprattutto per riorganizzarsi e sparare sulle truppe tedesche, in modo da farle andare via...

@privacypride

in reply to Vic

@vic462 discorso molto complesso.

PD e Forza Italia sono sempre stati d'accordo. Renzini e democristi vari pure. Lega e FdI sono stati d'accordo fino a un anno fa, ma il governo italiano è stato altalenante e in questa votazione gli eurodeputati hanno votato contro (inclusi i vannacciani). AVS è contraria, ma più per influenza dei Verdi europei, legati ai Pirati Europei. La sinistra invece è tiepidamente contraria, ma senza spunti particolari

@mattiz6276 @privacypride

in reply to Mattiz6276

@mattiz6276 il problema come diceva informapirata è che con col CC2.0 si andrebbe a colpire ogni tipo di app di messaggistica. Senza esclusioni.
Non basta dire: "lascio Whatsapp o i social maggiori." Per esistere bisogna sottoporsi a tale legislazione.
Il risultato sarà la perdita di alcuni dei servizi europei oppure l'inizio di molteplici battaglie legali (come dichiarato già da Tuta!)

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in reply to nextredblog

@nextredblog (vedi risposta a informapirata mastodon.uno/@mattiz6276/11690…)


E se Signal lascia il mercato UE, sono pronto a cambiare ancora. Session, SimpleX, Meshtastic… ne esistono così tanti di servizi che nemmeno chiedono dati personali per essere usati, e mettono la privacy e la crittografia prima di tutto.

in reply to nextredblog

@evilworld @mattiz6276
👇Le dichiarazioni di tuta👇
mastodon.social/@Tutanota/1168…


At Tuta, if Chat Control 2.0 is passed we have two options: to move out of the EU or sue and fight it. As our CEO, Matthias Pfau has stated, we would sue and fight for people's privacy. Because for us, undermining end-to-end encryption is not an option.

We will continue to say no to #ChatControl and fight for everyone's right to privacy. ✊🏻❤️🔒

Find out more about Voluntary Chat Control 👉 tuta.com/blog/voluntary-scanni…


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Per gli storici Trump ha cambiato la democrazia americana in modo duraturo


Un sondaggio di Politico tra undici storici e scrittori per i 250 anni degli Stati Uniti: i voti alla democrazia sono per lo più mediocri, ma sette restano ottimisti sul futuro

Nove storici su undici interpellati dal settimanale Politico ritengono che l'amministrazione Trump abbia cambiato la democrazia americana in modi destinati a durare oltre la fine del suo mandato. È uno dei risultati di un sondaggio condotto per i 250 anni della Dichiarazione d'Indipendenza, in cui a undici tra storici e scrittori è stato chiesto di dare un voto allo stato di salute della democrazia americana e di riflettere sul futuro del Paese.

I voti assegnati sono per lo più mediocri. Nel sistema scolastico statunitense le valutazioni vanno dalla A, il massimo, alla F, la bocciatura, con la C nella media e la D appena sopra l'insufficienza. La maggioranza degli intervistati si ferma su una C, mentre due storici, Colin Woodard e Woody Holton, danno una D e parlano di una democrazia vicina al fallimento. Uno solo, Tevi Troy, arriva a una B+, definendo il sistema imperfetto ma "migliore di tutte le alternative", con un richiamo a una celebre frase di Winston Churchill.

Il tagliando dei 250 anni
La democrazia americana prende appena la sufficienza dai suoi storici

Per i 250 anni della Dichiarazione d'Indipendenza, Politico ha chiesto a undici tra storici e scrittori un voto sullo stato di salute della democrazia americana. Il voto più diffuso è una C — e nove su undici ritengono che i cambiamenti dell'era Trump siano destinati a durare.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

La pagella · I voti assegnati dagli undici storici, dalla A (massimo) alla F (bocciatura)

C
Il voto più diffuso:
lo assegnano 8 storici su 11

0

A

1

B+

8

C

2

D

0

F

Nessuno assegna una A e nessuno boccia con una F. Il voto migliore è un B+, il peggiore una D: per Colin Woodard e Woody Holton la democrazia americana è vicina al fallimento.

Quattro capitoli del sondaggio
01L'effetto Trump 02I punti deboli 03L'identità 04Il futuro

Un'impronta destinata a restare
Quasi tutti gli intervistati ritengono che l'amministrazione Trump abbia cambiato la democrazia americana in modi destinati a durare oltre la fine del mandato.

9 su 11

Su undici interpellati, nove pensano che le trasformazioni di questi anni non si esauriranno con la fine del mandato.

Rottura o continuità? Gli intervistati si dividono a metà

5
5

Rottura duraturaQuesto momento segna una frattura con il passato del Paese
ContinuitàÈ la prosecuzione di tendenze già presenti nella storia americana

0
Nessuno pensa che l'amministrazione Trump sia una parentesi destinata a chiudersi senza lasciare traccia

2
Soltanto in due la vedono come un'anomalia che rientrerà quando il presidente lascerà la Casa Bianca

I mali che pesano sui voti
Le ragioni più citate dietro i giudizi negativi sullo stato di salute della democrazia.

01

Il peso del denaro in politica
Per Woody Holton le elezioni sono decise sempre più dai miliardari e dal dark money, i finanziamenti di provenienza anonima.

02

Il gerrymandering
Sheryll Cashin punta il dito contro il ridisegno dei collegi elettorali per favorire un partito, incoraggiato a suo giudizio dalla Corte Suprema: così gli eletti si scelgono gli elettori.

03

La sfiducia nelle istituzioni
L'erosione della fiducia riguarda soprattutto le generazioni più giovani.

04

L'accesso al voto
Pesano la scarsa partecipazione alle urne e i tentativi di rendere più difficile votare.

Che cosa rende americano qualcuno nel 2026
Per Colin Woodard è una disputa aperta fin dal primo giorno di storia del Paese, tra due idee opposte di nazione.

La prima idea
Nazione civica
Una nazione fondata sull'adesione agli ideali della Dichiarazione d'Indipendenza. La cittadinanza non dipende dall'etnia o dalla religione: per Woodard è stata questa la vera forza americana degli ultimi 150 anni.

La seconda idea
Nazione etnica
Una nazione definita da sangue, religione e origini comuni. È l'idea dietro l'espressione «heritage Americans», rilanciata dal vicepresidente JD Vance e dal senatore Eric Schmitt: i discendenti, in gran parte bianchi e protestanti, di chi combatté nella guerra civile e partecipò alla conquista delle terre dei nativi.

La minaccia più concreta
Per lo storico Alan Taylor sono i tentativi di restringere la cittadinanza e di rendere il voto più difficile a mettere a rischio le istituzioni nate con i padri fondatori.

Un ottimismo prudente
Nonostante i voti mediocri, la maggioranza degli intervistati guarda al futuro del Paese con fiducia.

Si dicono ottimisti sul futuro degli Stati Uniti
7 su 11

Considerano gli Stati Uniti una forza positiva nel mondo
8 su 11

La domanda finale · Gli Stati Uniti dureranno altri 250 anni?

4
6
1

· 4
Incerti · 6
No · 1

«La repubblica è ancora in piedi»Todd Bennett, storico

Fonte Politico Magazine, sondaggio tra undici storici e scrittori per i 250 anni della Dichiarazione d'Indipendenza, luglio 2026.
Nota Alla domanda su rottura o continuità hanno risposto dieci intervistati su undici.

Tra le ragioni dei giudizi negativi ci sono il peso del denaro nella politica e la manipolazione dei collegi elettorali. Per Holton le elezioni sono decise sempre più dai miliardari e dal "dark money", cioè i finanziamenti di provenienza anonima. Sheryll Cashin punta invece il dito contro il "gerrymandering", il ridisegno dei confini dei collegi elettorali per favorire un partito, incoraggiato a suo dire dalla Corte Suprema, che consente agli eletti di scegliersi gli elettori. Altri citano l'erosione della fiducia nelle istituzioni, soprattutto tra i più giovani, la scarsa partecipazione al voto e i tentativi di rendere più difficile votare.

Sette storici su undici si dicono comunque ottimisti sul futuro e otto su undici considerano gli Stati Uniti una forza positiva nel mondo. Todd Bennett ricorda che "la repubblica è ancora in piedi" e alla domanda se il Paese durerà altri 250 anni quattro rispondono di sì, uno di no e sei restano incerti.

Alla domanda su cosa renda americano qualcuno nel 2026, Colin Woodard descrive una disputa aperta fin dal primo giorno di storia del Paese: se gli Stati Uniti siano una nazione etnonazionalista, definita da sangue, religione e origini comuni, oppure una nazione civica, fondata sull'adesione agli ideali della Dichiarazione d'Indipendenza. Woodard cita l'espressione "heritage Americans", gli americani di ceppo, rilanciata dal vicepresidente JD Vance e dal senatore repubblicano Eric Schmitt del Missouri: indicherebbe i discendenti, in gran parte bianchi e protestanti, di chi combatté nella guerra civile e partecipò alla conquista delle terre dei nativi. Per lui la vera forza americana degli ultimi 150 anni è stata invece che la cittadinanza non dipende dall'appartenenza a una determinata etnia o religione.

La minaccia più concreta, per lo storico Alan Taylor, sono i tentativi di restringere la cittadinanza e di rendere il voto più difficile, un tema che si intreccia con l'allarme più ampio sulla tenuta delle istituzioni nate con i padri fondatori. Sul significato di questo momento gli intervistati si dividono a metà: cinque su dieci lo considerano una rottura duratura con il passato, gli altri cinque la continuazione di tendenze già presenti nella storia americana. Nessuno pensa che l'amministrazione Trump sia una parentesi destinata a chiudersi senza lasciare traccia e solo due la vedono come un'anomalia che rientrerà quando il presidente lascerà la Casa Bianca.


La Corte Suprema riscrive le regole della campagna elettorale per favorire i repubblicani


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha cancellato i limiti esistenti alla spesa che i partiti politici potevano stanziare per i propri candidati. La decisione, approvata con 6 voti contro 3, cambia profondamente il finanziamento delle campagne elettorali americane: d'ora in poi, infatti, i comitati nazionali di partito potranno usare senza restrizioni i propri fondi per sostenere direttamente i propri candidati, concordando con loro strategia, messaggi e acquisti di spazi pubblicitari.

L'effetto politico di questa decisione potrebbe essere immediato. A pochi mesi dalle elezioni di midterm del 2026, la sentenza rappresenta un indubbio vantaggio per il Partito Repubblicano, che dispone oggi di una liquidità molto superiore alla sua controparte democratica. A giugno il Republican National Committee aveva infatti 125,5 milioni di dollari in cassa, mentre il Democratic National Committee aveva più debiti che liquidità a disposizione.

Anche per questo motivo il verdetto della Corte Suprema è già considerato come uno dei cambiamenti più importanti nel sistema di finanziamento elettorale americano dopo la sentenza Citizens United, la decisione del 2010 che ha eliminato i limiti alla spesa politica da parte di aziende e gruppi esterni a favore di candidati politici.

Perché i repubblicani ne traggono vantaggio


La causa da cui è dipesa la sentenza, National Republican Senatorial Committee vs Federal Election Commission, era nata nel 2022, pochi giorni prima delle elezioni di midterm. In quel ciclo elettorale molti candidati democratici al Senato stavano spendendo molto più dei rivali repubblicani, compreso JD Vance, allora candidato in Ohio e oggi attuale vicepresidente. Ryan Dollar, all'epoca responsabile dell'ufficio legale del comitato repubblicano per il Senato, presentò il suo ricorso con un obiettivo preciso. "Avevamo puntato gli occhi sulla Corte Suprema fin dal primo giorno", ha raccontato.

Prima della nuova sentenza, ai partiti politici era consentito aiutare i propri candidati solo entro limiti molto rigidi. Tutto questo obbligava a creare barriere interne limitanti l'efficacia di questo coordinamento: ad esempio chi produceva gli spot del partito non poteva parlare direttamente con gli staff elettorali che proprio quegli spot dovevano sostenere. Il sistema precedente, dunque, finiva spesso per premiare soprattutto i candidati capaci di raccogliere molte piccole donazioni online, un terreno su cui i democratici sono stati tradizionalmente più forti. Quel denaro finiva infatti nelle mani dirette dei candidati, a cui è consentito acquistare spazi televisivi a tariffe più basse rispetto ai partiti e ai super PAC.

La differenza di prezzo poteva essere enorme. Jason Thielman, che ha guidato il comitato repubblicano per il Senato nel ciclo elettorale 2024, ha spiegato che nelle sfide più competitive i repubblicani sono arrivati a pagare fino a venti volte più dei democratici per lo stesso spazio pubblicitario. Così, ad esempio, nel 2022, in Nevada, uno spot di trenta secondi trasmesso durante una partita di football è costato 150 mila dollari a un gruppo repubblicano, contro i 21 mila dollari pagati dal candidato democratico.

Il nuovo equilibrio del denaro


Nell'opinione sottoscritta per conto della maggioranza della Corte, il giudice conservatore Brett Kavanaugh ha sostenuto che per quasi due secoli dopo la ratifica del Primo Emendamento i partiti hanno potuto spendere liberamente per sostenere i propri candidati, anche in modo coordinato con loro. La sentenza, secondo questa lettura, ristabilisce una tradizione storica di libertà politica.

La giudice liberal Elena Kagan, che ha espresso il proprio dissenso, ha invece lanciato un avvertimento opposto. Le donazioni dirette ai candidati restano limitate per legge a 7 mila dollari, mentre quelle ai partiti possono arrivare fino a mezzo milione. Secondo Kagan, permettere ai partiti di spendere senza limiti in coordinamento con i propri candidati riapre così la strada al rischio di corruzione e di scambi di favori tra grandi finanziatori e politici.

Le conseguenze pratiche si vedono già in North Carolina, dove si terrà una delle sfide decisive per il controllo del Senato. L'ex governatore democratico Roy Cooper è arrivato ad aprile con 18,5 milioni di dollari in cassa, mentre il repubblicano Michael Whatley, ex presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, aveva meno di 2 milioni al netto dei debiti. Prima della sentenza della Corte, un super PAC repubblicano avrebbe dovuto spendere tra 50 e 100 milioni di dollari per comprare lo stesso spazio pubblicitario che Cooper poteva acquistare con i suoi fondi. Ora i comitati di partito potranno accedere alle tariffe scontate riservate ai due candidati, riducendo drasticamente il divario.

Anche tra i democratici, però, il messaggio è arrivato chiaro. Tim Persico, che ha diretto il comitato elettorale democratico alla Camera nel 2022, ha ammesso al New York Times che le elezioni di midterm sono diventate "improvvisamente più difficili" per il suo partito a seguito di questa sentenza.

"I democratici hanno imparato a sfruttare il sostegno della propria base per competere contro miliardari e aziende. Questo è un altro esempio di una Corte Suprema che mette sempre di più da parte la voce dei tanti per dare spazio a quella dei milionari, dei miliardari e delle aziende".


I repubblicani celebrano invece la decisione della Corte come una vittoria della libertà di espressione politica. Il deputato Richard Hudson della North Carolina e il senatore Tim Scott della South Carolina, presidenti dei due comitati elettorali repubblicani del Congresso, hanno così diffuso una nota congiunta in cui definiscono la sentenza un modo per "ripristinare la libertà di parola politica" e permettere ai partiti di competere "su un piano di parità".


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#Chatcontrol: l'epifania dell'Unione europea.
Epifania significa "manifestazione" - in questo caso non della natura divina di Gesù ma della natura profana, e autoritaria, della suddetta unione.

Però qui sotto si può vedere anche la fotografia della Befana che a Mark Zuckerberg porta doni e a tutti gli altri porta via diritti costituzionalmente protetti.


Ecco perché sono contento che l’Europa abbia approvato Chatcontrol

Ieri non poteva andare peggio, ma domani sì. Eppure stavolta, nel momento più buio, riesco a vedere una luce nuova
informapirata.it/2026/07/10/ec…


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Ecco perché sono contento che l’Europa abbia approvato Chatcontrol

Ieri non poteva andare peggio, ma domani sì. Eppure stavolta, nel momento più buio, riesco a vedere una luce nuova
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ICE wants to scare you out of sharing the news


Dear Friend of Press Freedom:

When federal agents show up over a social media post about the news, press freedom is everyone’s problem. Plus, a New Jersey judge just doubled down on a stunningly unconstitutional gag order. Read on for these stories and more.

ICE wants to scare you out of sharing the news


The government is investigating Americans for sharing the news.

Syracuse.com reported last month that Immigrations and Customs Enforcement agents confronted Paigelynne Gonyea at a polling place where she worked and demanded she sign a form letter stating she could be criminally prosecuted.

The visit appears to have been over a post in which Gonyea shared a picture of ICE agent Jonathan Ross that The Minnesota Star Tribune used in its news report first identifying him as Renee Good’s killer, and repeated his name.

As Freedom of the Press Foundation (FPF) Senior Advocacy Adviser Caitlin Vogus wrote, “This tactic allows the government to kill two birds with one stone: censoring individual critics and limiting the reach of the press.”


New Jersey court doubles down on terrible censorship order


A New Jersey court partially upheld a prior restraint prohibiting community newspaper New Brunswick Today from publishing a video showing a security incident at a local high school, and vastly extended it to apply to all members of the “press,” in a troubling new order issued on July 9.

“Forcing news outlets to delete or withhold information and to submit their work for government approval before they can publish is censorship, full stop,” said FPF’s Vogus. “Even in cases that don’t involve core First Amendment concerns, judges aren’t kings — they have no authority to issue orders binding unidentified journalists across the country who aren’t in their courtroom or parties to any case before them.”


Lessons from The Intercept’s Signal tipline username breach


Someone has been masquerading as The Intercept using the Signal username previously listed on its tip page, placing potential sources at risk.

We don’t know precisely how long the username was commandeered or what led to it being compromised. But there’s a very short list of things that could have gone wrong, and our digital security team has tips on how similar breaches can be prevented.


Disciplinary office ignores complaints against prosecutor behind journalist raid


In February, we filed a disciplinary complaint against Gordon Kromberg, the assistant U.S. attorney who signed the warrant application authorizing the FBI’s raid on the home of Washington Post reporter Hannah Natanson. Our complaint was straightforward: Kromberg violated prosecutors’ duty of candor by failing to mention the Privacy Protection Act of 1980, a federal law that limits searches of journalists’ files and devices, in his warrant application.

The Virginia State Bar, however, declined to investigate, reasoning that it was up to the judge to decide whether Kromberg misled the court. Since then, two judges have scolded Kromberg for the omission of the PPA. But the bar won’t substantively respond to our supplemental complaint or our repeated requests to reopen the investigation.

A disciplinary system that manufactures reasons not to look at uncomfortable cases — and then ghosts complainants when it runs out of excuses — protects the powerful, not the public.


Hate censorship? Read this book


Over the past decade, activists and journalists of all political stripes have found their bank accounts closed for exercising their First Amendment rights. FPF Executive Director Trevor Timm discussed a new book by board President Rainey Reitman, “Transaction Denied: Big Finance’s Power to Punish Speech,” which tells the stories behind these incidents and proposes some solutions. The book also reveals how FPF got its start, and half the proceeds from its sale go to support our work.


America @ 250: A Journalism Reckoning


Join FPF Chief of Advocacy Seth Stern on Thursday, July 16, from 6-9 p.m. CT at Impact House in Chicago for an event hosted by the Field Foundation of Illinois about journalism’s history and future.


What we’re reading


Supreme Court declines to halt $800-a-day fine for ex-Fox News reporter refusing to divulge sources

The Associated Press
The Supreme Court couldn’t be bothered to correct litigants who think filing a lawsuit gives them permission to force journalists to burn sources. Fewer whistleblowers will come forward as a result.


Is press freedom dying in America? Journalists on the front lines speak out

Know Your Rights Camp
Protecting acts of journalism is the key to protecting press freedom, FPF’s Deputy Chief of Advocacy Adam Rose explained.


‘Anyone whose beliefs are inconvenient becomes a terrorist’

Fairness & Accuracy In Reporting
“You can’t introduce somebody’s reading habits, or their library, their bookshelf, as evidence of a specific crime in court,” FPF’s Stern said regarding Daniel Sanchez Estrada’s 30-year sentence for transporting zines.


If privacy matters to you, you’ll want to check out WhatsApp’s latest update ASAP

HuffPost
WhatsApp users should consider switching to usernames because someone who hijacks your phone number could also likely recover other accounts, FPF Deputy Director of Digital Security Martin Shelton explained.


‘How dare you?’ Furious army of ‘The View’ fans flood Trump admin with public backlash

Raw Story
“Carr may be a lost cause — he clearly made a bet that sacrificing his integrity as a regulator and attorney to hitch his wagon to Trump’s political movement would further his career,” we wrote in our comments to the Federal Communications Commission.


10th Circuit revives Utah journalist lawsuit over denied statehouse credentials

Courthouse News Service
Good that this legal challenge can move forward, but Utah lawmakers could restore statehouse access for all journalists by ending this unconstitutional policy now.


freedom.press/issues/ice-wants…

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Gavin Newsom inizia la campagna per le elezioni di metà mandato pensando al 2028


Il governatore della California parte giovedì dal Nevada, meta fissa dei possibili candidati alla Casa Bianca, e toccherà anche il Sud. Ha già raccolto oltre 5,2 milioni di dollari per i democratici

Gavin Newsom, il governatore democratico della California, inizia giovedì un viaggio di tre giorni in Nevada, la prima tappa di una lunga campagna in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera, un terzo del Senato e molti governatori. Secondo Politico, l'itinerario serve anche a preparare il terreno per una possibile candidatura alle presidenziali del 2028: le tappe toccano gli stati con le corse più combattute di quest'anno, ma anche gli elettorati che contano di più nella scelta del prossimo candidato democratico alla Casa Bianca.

In Nevada Newsom parteciperà a Las Vegas al lancio della campagna porta a porta del partito statale e raccoglierà fondi per Aaron Ford, il procuratore generale democratico dello stato candidato in una delle corse per governatore più incerte del paese. Sono previsti anche incontri con i dirigenti democratici locali, tra cui il deputato Steven Horsford.

Il Nevada è diventato una meta obbligata per chi pensa alla Casa Bianca: almeno 18 potenziali candidati di entrambi i partiti sono passati dallo stato da marzo 2025, compresa Kamala Harris, l'ex vicepresidente californiana e rivale politica di Newsom, secondo un conteggio del Nevada Independent, un giornale locale. Per Newsom è la terza visita, un numero che lo rende il più assiduo dopo il deputato democratico Ro Khanna.

Il tour proseguirà nel profondo Sud, con un'attenzione particolare ai collegi dove la rappresentanza degli elettori neri è a rischio dopo la recente sentenza con cui la Corte Suprema ha svuotato il Voting Rights Act, la legge che tutela il diritto di voto delle minoranze. Non è ancora chiaro quali stati visiterà, ma la regione non è nuova per lui: dal 2023 è già stato in South Carolina, Alabama, Mississippi, Arkansas e Tennessee. I viaggi in zone con quote consistenti di elettori neri e latini gli permettono di coltivare gruppi decisivi in una primaria presidenziale democratica, cioè il voto con cui gli elettori del partito sceglieranno il candidato per il 2028.

In California Newsom farà apparizioni e raccolte fondi per cinque corse alla Camera diventate più favorevoli ai democratici dopo il referendum sul ridisegno dei collegi elettorali che lui stesso ha promosso l'anno scorso. La sua macchina di raccolta fondi si appoggia a una vasta lista di piccoli donatori: una recente email inviata a quella lista a favore di tre candidati democratici che potrebbero strappare seggi ai repubblicani, Richard Pan, Randy Villegas e Marni von Wilpert, ha raccolto più di 120.000 dollari in un solo giorno, secondo il suo team politico. In totale, in questo ciclo elettorale Newsom ha raccolto più di 5,2 milioni di dollari per candidati e cause democratiche.

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I Dem sono arrabbiati con Bernie Sanders dopo Platner


Il ritiro di Graham Platner nel Maine è l'ultimo caso: metà dei candidati sostenuti dal senatore ha vinto le primarie, ma diversi hanno perso in modo imbarazzante

Bernie Sanders trasforma candidati sconosciuti in stelle delle primarie, poi passa alla battaglia successiva e lascia agli altri il compito di raccogliere i cocci quando qualcosa va storto, scrive la giornalista Rachael Bade nella sua newsletter "The Inner Circle with Rachael Bade". Da anni i democratici moderati lo criticano in privato e questa settimana la loro insofferenza è salita nei circoli del partito a Washington, dopo il caso di Graham Platner nel Maine, l'ultimo di una serie di candidati sostenuti dal senatore del Vermont e finiti male.

Platner era un allevatore di ostriche senza alcuna esperienza politica. Sanders lo aveva portato sul palco di un suo comizio a Portland e ne aveva fatto il favorito per la nomination democratica al Senato, in uno Stato che il partito deve assolutamente conquistare per sperare nella maggioranza. Qualcuno lo immaginava perfino come futuro candidato alla presidenza. Poi tutto è franato: un tatuaggio nazista, vecchi post su Reddit, i racconti di più donne sui suoi comportamenti e infine un'accusa di stupro lo hanno costretto a ritirarsi, lasciando i democratici del Maine nel caos a cercare un sostituto.

Il metodo Sanders

Sanders lancia i candidati, il partito raccoglie i cocci


Il senatore del Vermont ha trasformato sconosciuti in favoriti delle primarie democratiche 2026. Circa la metà dei suoi candidati alla Camera ha vinto; l’altra metà è finita male — e alcuni nel modo peggiore possibile, dal Maine allo Utah.

Grafica di FocusAmerica 10 luglio 2026

Endorsement alla Camera
15+

Sconfitti alle primarie
1 su 2

candidati appoggiati da Sanders nel ciclo 2026, da New York al Montana

circa la metà ha perso, e spesso in modo pesante

≈ metà vince le primarie ≈ metà perde — o si ritira

L’ultimo caso è Graham Platner: favorito per il Senato nel Maine, si è ritirato l’8 luglio dopo un’accusa di stupro, lasciando il partito senza candidato in uno Stato decisivo.

Esplora i dati
01Le sconfitteSconfitte 02I casi implosiScandali 03Il test del MichiganMichigan

Quanto pesano le sconfitte


Il distacco dal vincitore nelle primarie per la Camera perse dai candidati appoggiati da Sanders. Non solo sconfitte di misura: in Utah il divario ha superato i 35 punti.

Utah — 1º distrettoNate Blouin

−36 punti24% contro il 60% di Ben McAdams

Illinois — 8º distrettoJunaid Ahmed

−5 punticirca 3.300 voti di distacco

North Carolina — 4º distrettoNida Allam

−1 puntobattuta dalla deputata Valerie Foushee

Il caso a parte — Illinois, 2º distretto
12% Robert Peters è arrivato terzo in un collegio sicuro per i democratici. La nomination è andata a Donna Miller.

Quando falliscono, falliscono nel modo peggiore


I casi finiti male nell’orbita del senatore: candidati mai verificati, con scheletri nell’armadio che nessuno si è preso la briga di cercare.

Graham PlatnerSenato · Maine

Tatuaggio d’ispirazione nazista, vecchi post su Reddit, i racconti di più donne e infine un’accusa di stupro.

Endorsement direttoRitirato l’8 luglio

Nate BlouinCamera · Utah, 1º distretto

Vecchi post su Reddit con battute a sfondo sessuale e attacchi ai mormoni. Si è scusato, è rimasto in corsa ed è stato travolto.

Endorsement direttoSconfitto 24–60

Peter ChatzkyCamera · New York, 17º distretto

Vecchi post volgari su Facebook portati alla luce dal New York Times, in uno dei collegi decisivi per il controllo della Camera.

Fight AgencyCampagna implosa

Nathan SageSenato · Iowa

Raccolta fondi insufficiente: si è ritirato prima ancora di arrivare al voto.

Fight AgencyRitirato

Tom SteyerGovernatore · California

Il miliardario ha investito oltre 215 milioni di dollari di tasca propria: terzo posto ed esclusione dal ballottaggio. Poi ha appoggiato Xavier Becerra.

Our Revolution3º posto

Michigan, la prossima prova del metodo


La primaria democratica per il seggio lasciato dal senatore uscente Gary Peters mette di fronte l’ala progressista e l’establishment del partito.

Primaria · 4 agosto

Il candidato di Sanders
Abdul El-Sayed
progressista, ex responsabile della sanità in Michigan

Chi lo sostiene
Bernie Sanders
Sindacato dei lavoratori dell’auto (UAW)
In vantaggio nei sondaggi

VS

La candidata dell’establishment
Haley Stevens
deputata centrista

Chi la sostiene
Chuck Schumer
Fondi dell’AIPAC, la principale lobby filoisraeliana
Favorita dal ritiro di Mallory McMorrow

La posta in gioco

Per i democratici moderati, una vittoria di El-Sayed rischierebbe di consegnare ai repubblicani il seggio del Michigan — e con esso ogni speranza di riconquistare la maggioranza al Senato.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su «The Inner Circle with Rachael Bade» e risultati delle primarie democratiche 2026. Il bilancio degli endorsement si riferisce ai candidati alla Camera appoggiati da Sanders in questo ciclo elettorale.

In questo ciclo elettorale Sanders ha appoggiato più di 15 candidati alla Camera e circa la metà ha vinto le primarie, in Stati come New York, New Jersey e California e persino in Stati conservatori come il Montana. Ma i democratici moderati fanno notare che l'altra metà racconta una storia diversa: diversi candidati sostenuti dal senatore non hanno soltanto perso, hanno perso in modo imbarazzante, trascinando con sé la sua credibilità.

In Illinois Sanders aveva puntato su Robert Peters in un collegio sicuro per i democratici, il secondo distretto: Peters è arrivato terzo con appena il 12% dei voti, mentre la nomination è andata a Donna Miller. Nell'ottavo distretto dello stesso Stato l'imprenditore tecnologico Junaid Ahmed, anche lui sostenuto dal senatore, ha perso per circa 3.300 voti e cinque punti. In North Carolina la progressista Nida Allam si è fermata a un solo punto dalla deputata Valerie Foushee nel quarto distretto, prima di ammettere la sconfitta.

Lo Utah è il caso che i democratici accostano più spesso a quello di Platner. Sanders aveva appoggiato il senatore statale Nate Blouin, che aveva definito "un combattente", nella primaria per il nuovo primo distretto dello Stato. Poco dopo sono emersi vecchi post pubblicati da Blouin su Reddit e su altre piattaforme: battute sessuali che coinvolgevano minorenni, insulti ripetuti e attacchi ai mormoni. Il sindaco di Salt Lake City gli aveva chiesto di ritirarsi. Blouin si è scusato, è rimasto in corsa ed è stato travolto lo stesso: Ben McAdams ha vinto con il 60% contro il suo 24%.

Sanders ha costruito la sua carriera denunciando i miliardari che "comprano" le elezioni, ma il gruppo a lui vicino Our Revolution ne ha sostenuto uno: Tom Steyer, nella corsa per il governatore della California. Steyer ha investito più di 215 milioni di dollari di tasca propria e si è comunque fermato al terzo posto nella primaria dello Stato, che mette tutti i candidati sulla stessa scheda a prescindere dal partito e manda al ballottaggio solo i primi due. Escluso dalla sfida finale, ha ammesso la sconfitta e ha appoggiato Xavier Becerra.

I democratici puntano il dito anche contro Fight Agency, una società di consulenza legata all'orbita del senatore e impegnata a promuovere candidati progressisti anti-establishment. In Iowa il suo assistito Nathan Sage si è ritirato dalla corsa al Senato per le difficoltà nella raccolta fondi, prima ancora di arrivare al voto. Nel diciassettesimo distretto di New York, uno dei collegi decisivi nella battaglia per il controllo della Camera, il suo candidato Peter Chatzky è imploso dopo che il New York Times aveva portato alla luce vecchi post volgari su Facebook, con battute sul pagare Melania Trump per fare sesso e sui rapporti con ipotetiche stagiste.

Non tutti i candidati sostenuti da Sanders o dal suo entourage hanno fallito. Ma quando uno di loro è finito male, lo ha fatto nel modo peggiore possibile, alimentando i dubbi sulla capacità del senatore di valutare le persone che sceglie. Per i suoi critici non è più questione di sfortuna, ma di un metodo che porta a promuovere candidati mai verificati, con scheletri nell'armadio che nessuno si è preso la briga di cercare.

La prossima prova è la primaria per il Senato in Michigan, in programma il 4 agosto. Sanders ha appoggiato il progressista Abdul El-Sayed contro la deputata centrista Haley Stevens, sostenuta da Chuck Schumer e dai fondi dell'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana degli Stati Uniti. El-Sayed è in vantaggio nei sondaggi e ha ottenuto l'appoggio del sindacato dei lavoratori dell'auto, mentre il recente ritiro di un'altra candidata, Mallory McMorrow, dovrebbe favorire Stevens. Se El-Sayed vincesse la primaria, i democratici moderati temono di consegnare ai repubblicani il seggio del Michigan lasciato dal senatore uscente Gary Peters e con esso ogni speranza di riconquistare la maggioranza al Senato nel 2028.


Graham Platner si ritira dalla corsa al Senato nel Maine


Graham Platner ha ritirato la propria candidatura al Senato per il Maine nella serata di mercoledì (la notte in Italia), con un video di 11 minuti pubblicato sui social. La decisione arriva due giorni dopo che una donna che aveva frequentato in passato lo ha accusato pubblicamente di violenza sessuale, un'accusa che lui definisce falsa. Il Partito Democratico del Maine ha ora tempo fino al 27 luglio per scegliere il candidato che a novembre sfiderà la senatrice repubblicana Susan Collins in una delle corse decisive per il controllo del Senato.

"Crediamo che perché il movimento continui non possa essere io e per questo sospendiamo le attività della campagna", ha detto Platner nel video, in cui ha definito le accuse parte di una strategia dell'establishment per "esercitare una pressione strutturale su di noi" e ha ripetuto che il ritiro "non è assolutamente un'ammissione di colpa". Ha spiegato che, se fosse rimasto in corsa, avrebbe perso la possibilità di raccogliere fondi e di accedere ai dati sugli elettori, dopo che i vertici democratici al Senato avevano minacciato di tagliargli le risorse. Secondo il Washington Post, la forma dell'annuncio era una condizione posta dallo stesso Platner: aveva detto ai collaboratori più fedeli che avrebbe sospeso la campagna solo se avesse potuto dire tutto ciò che voleva.

My name might be on the ballot right now, but that ballot line belongs to the people of Maine. pic.twitter.com/RKVyLU76tm
— Graham Platner for Senate (@grahamformaine) July 9, 2026


La crisi è precipitata lunedì, quando Jenny Racicot, una donna che ha raccontato di aver frequentato Platner in modo discontinuo per due anni, lo ha accusato di essere entrato in casa sua senza invito e ubriaco una notte alla fine del 2021 e di averla costretta a un rapporto mentre lei gli diceva di fermarsi. Platner ha negato, ma nel giro di 48 ore i suoi principali sostenitori gli hanno chiesto di ritirarsi. "Alla luce di queste accuse molto serie, gli ho raccomandato di farsi da parte", ha detto martedì il senatore Bernie Sanders, il suo sponsor più influente. Lo stesso giorno una seconda ex fidanzata ha raccontato al Washington Post che Platner rimuoveva ripetutamente il preservativo durante i rapporti senza il suo consenso.

Era l'ultimo capitolo di una serie di scandali iniziata a ottobre: un tatuaggio simile a un simbolo nazista, poi coperto, vecchi post su Reddit in cui minimizzava le violenze sessuali, messaggi sessualmente espliciti inviati ad altre donne dopo il matrimonio e accuse di comportamenti violenti da parte di alcune ex fidanzate. Platner, un allevatore di ostriche di 41 anni ed ex Marine, aveva attribuito quei comportamenti a problemi di salute mentale e allo stress post-traumatico legato al servizio militare e fino a questa settimana aveva conservato il sostegno di gran parte della sinistra del partito, compresi Sanders ed Elizabeth Warren.

Stati Uniti · La corsa al Senato nel Maine
La caduta di Graham Platner, accusa dopo accusa

Per undici mesi il candidato democratico del Maine era sopravvissuto a un tatuaggio simile a un simbolo nazista, ai vecchi post su Reddit e alle rivelazioni delle ex fidanzate. Un'accusa di stupro lo ha travolto in due giorni. Ora il partito ha meno di tre settimane per scegliere chi sfiderà Susan Collins.
Grafica di FocusAmerica

Giorni di campagna
323

Giorni per il crollo
2

dal lancio del 19 agosto 2025 al video con cui ha sospeso la campagna
dall'accusa pubblica di Jenny Racicot all'annuncio del ritiro

Nel giro di 48 ore dall'accusa i suoi principali sostenitori, Bernie Sanders compreso, gli avevano già chiesto di farsi da parte.

La ricostruzione in quattro capitoli
1Gli scandali2Le 48 ore3E ora?4La posta

Undici mesi sul filo
Cinque momenti che avrebbero affondato qualsiasi campagna. La sua era sopravvissuta a tutti, fino a luglio.
Tocca una tappa per il dettaglio

19 ago 2025
Il lancio della campagna

L'allevatore di ostriche ed ex Marine, 41 anni, si candida contro Susan Collins da outsider anti-establishment: nei primi nove giorni raccoglie oltre un milione di dollari.

16 ott 2025
Riemergono i vecchi post su Reddit

La CNN riporta alla luce anni di commenti poi cancellati, compresi post in cui Platner minimizzava le violenze sessuali. Nel giro di dieci giorni si dimettono la direttrice politica e il responsabile della campagna.

20 ott 2025
Il tatuaggio simile a un simbolo nazista

In un podcast Platner rivela di avere sul petto un teschio simile al Totenkopf delle SS. Dice di non averne mai conosciuto il significato e lo fa coprire il giorno dopo.

mag–giu 2026
Le rivelazioni delle ex fidanzate

Wall Street Journal e New York Times raccontano i messaggi sessualmente espliciti inviati ad altre donne dopo il matrimonio e le relazioni segnate da comportamenti instabili e aggressivi.

9 giu 2026
La vittoria alle primarie

Nonostante gli scandali, Platner vince la nomination democratica conservando il sostegno della sinistra del partito, da Bernie Sanders a Elizabeth Warren.

Il crollo, giorno per giorno
Dall'accusa di Jenny Racicot al video del ritiro sono bastate 48 ore perché il partito gli voltasse le spalle.

lunedìlun
6
luglio

L'accusa di violenza sessuale
Politico pubblica il racconto di Jenny Racicot: una notte alla fine del 2021 Platner sarebbe entrato in casa sua senza invito e ubriaco e l'avrebbe costretta a un rapporto mentre lei gli diceva di fermarsi. Lui nega e annulla alcuni eventi elettorali.

martedìmar
7
luglio

Il partito lo scarica
Schumer, Warren e infine Sanders gli chiedono di farsi da parte, mentre i vertici minacciano di tagliare fondi e accesso ai dati sugli elettori. Una seconda ex racconta al Washington Post altri rapporti non consensuali.

mercoledìmer
8
luglio

Il video del ritiro
In un video di 11 minuti Platner sospende la campagna e definisce le accuse una strategia dell'establishment. Meno di un'ora dopo Troy Jackson lancia la propria candidatura.

«Alla luce di queste accuse molto serie, gli ho raccomandato di farsi da parte»Bernie Sanders · martedì 7 luglio
Gli hanno chiesto di ritirarsi
Chuck SchumerKirsten GillibrandBernie SandersElizabeth WarrenRo KhannaZohran Mamdaniil Partito Dem. del Maine

Due scadenze per salvare la corsa
Il ritiro formale va depositato entro il 13 luglio; poi i delegati democratici avranno due settimane per scegliere il successore.

8 lug
annuncio del ritiro

13 lug
ritiro formale

27 lug
convention dem

3 nov
voto di midterm

Ritiro formale
13 luglio

Il termine di legge entro cui Platner deve depositare il ritiro perché il partito possa sostituirlo sulla scheda elettorale.

La convention
27 luglio

Entro le 17 (le 23 in Italia) un'assemblea di delegati democratici sceglierà il nuovo candidato.

Già in corsa per la successione

Troy Jackson
Ex presidente del Senato statale, vicino alle posizioni di Platner

Jordan Wood
Ex capo di gabinetto della deputata Katie Porter

Dan Kleban
Cofondatore del birrificio Maine Beer Company

David Costello
Terzo alle primarie di giugno, rientrato in corsa

Valutano la candidatura

Nirav Shah
Ex numero due dei CDC, l'agenzia federale per la sanità pubblica

Shenna Bellows
Segretaria di Stato del Maine, sovrintende alle elezioni

Perché il Maine è decisivo per il Senato
I democratici devono strappare quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno. Il Maine è tra le occasioni migliori.

51 · maggioranza

Il Senato oggi

47
53

Se i democratici strappano 4 seggi

47

49

democraticiseggi da strapparerepubblicani
Con quattro seggi in più i democratici arriverebbero a 51, la soglia della maggioranza. Il Maine è tra i pochi stati dove il seggio repubblicano è considerato contendibile.

L'obiettivo
4
i seggi che i democratici devono strappare ai repubblicani a novembre per riconquistare il Senato, senza perderne nessuno

L'avversaria

il mandato consecutivo che Susan Collins cerca il 3 novembre: finora ha respinto ogni tentativo democratico di toglierle il seggio

Il precedente
+7
i punti di vantaggio con cui Kamala Harris ha vinto il Maine alle presidenziali del 2024

Fonte: Politico, Washington Post, CNN, Portland Press Herald · Dati aggiornati al 9 luglio 2026

Platner ha detto che depositerà il ritiro formale, richiesto per legge entro il 13 luglio perché il partito possa sostituirlo sulla scheda, solo dopo aver ricevuto garanzie che il processo di selezione sarà "aperto, trasparente e democratico". Il Partito Democratico del Maine, che nei giorni scorsi lo aveva accusato di provare a condizionare la scelta del successore, ha votato per tenere una convenzione, cioè un'assemblea di delegati che sceglierà il nuovo candidato entro la scadenza delle 17 del 27 luglio (le 23 in Italia). Nel frattempo il comitato nazionale che finanzia le campagne democratiche per il Senato ha aperto un fondo per raccogliere donazioni da trasferire al futuro candidato.

Meno di un'ora dopo l'annuncio, Troy Jackson, ex presidente del Senato statale del Maine e boscaiolo della contea rurale di Aroostook, ha lanciato la sua candidatura. È considerato il più vicino alle posizioni di Platner e il deputato progressista californiano Ro Khanna si è già schierato con lui, ma Jackson ha detto alla NBC che non vorrebbe il sostegno dell'ex candidato: "Quando si è arrivati a un'accusa credibile di violenza sessuale, quella è stata la linea rossa". Si sono candidati anche Jordan Wood, ex capo di gabinetto della deputata Katie Porter, e Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, mentre David Costello, terzo nella primaria vinta da Platner a giugno, ha annunciato il suo rientro in corsa. Valutano la candidatura anche Nirav Shah, ex numero due dei Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale per la sanità pubblica, e Shenna Bellows, la segretaria di Stato del Maine, la carica che sovrintende alle elezioni. L'attore Patrick Dempsey, il cui nome era circolato tra i possibili sostituti, ha escluso una candidatura.

Per i democratici il Maine è un tassello essenziale nel tentativo di riconquistare il Senato: a novembre devono strappare quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno dei propri. Collins cerca il sesto mandato in uno stato che Kamala Harris ha vinto con 7 punti di vantaggio nel 2024 e finora ha sempre respinto i tentativi democratici di toglierle il seggio.


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Rubio chiama a raccolta più di 60 paesi contro l'antifa, ma gli alleati si sfilano


Rubio ha invitato i ministri di oltre 60 paesi a una riunione sul terrorismo di estrema sinistra. Diplomatici ed esperti la considerano una minaccia gonfiata a fini politici.

Il segretario di Stato Marco Rubio, il capo della diplomazia americana, ha invitato i ministri di più di 60 paesi a una riunione a Washington la prossima settimana per discutere quella che l'amministrazione Trump considera un grave pericolo: il risorgere del terrorismo transnazionale di estrema sinistra. Lo ha rivelato il Washington Post, sulla base di documenti che ha potuto visionare. L'iniziativa ha lasciato freddi molti alleati e allarmato una parte degli stessi funzionari americani.

La riunione ha suscitato preoccupazione tra i funzionari statunitensi, di carriera e di nomina politica, tra alcuni alleati europei e tra analisti indipendenti che non vedono la minaccia negli stessi termini. Diversi funzionari temono che l'iniziativa faccia parte di un tentativo di usare i potenti strumenti dell'antiterrorismo contro attivisti americani considerati estremisti di sinistra. Alcuni hanno deciso di non presentarsi all'incontro, in programma il 16 luglio al Dipartimento di Stato.

Con "antifa", abbreviazione di "anti-fascista", si indica un movimento decentralizzato senza una struttura di comando né un leader, che raccoglie posizioni per lo più di sinistra, dall'anarchismo al comunismo. A differenza dei gruppi radicali degli anni Sessanta e Settanta, non pubblica manifesti né rivendica le proprie azioni. L'autunno scorso il presidente Donald Trump lo ha bollato come "organizzazione terroristica domestica" con un ordine esecutivo, un'etichetta che secondo gli esperti non ha alcun valore legale. Trump firmò l'ordine dopo l'uccisione dell'attivista conservatore Charlie Kirk, la cui capacità di mobilitare il voto giovanile lo aveva aiutato a tornare alla Casa Bianca.

Il responsabile dell'antiterrorismo dell'amministrazione, Sebastian Gorka, ha discusso con i colleghi la possibilità di applicare all'antifa le etichette usate per il terrorismo straniero, così da poter agire contro gli americani legati al movimento. Un collegamento con gruppi terroristici stranieri, ha spiegato un funzionario, può sbloccare strumenti investigativi come la sorveglianza. Ottenere quella classificazione sarebbe però difficile, perché la legge americana richiede che un gruppo sia straniero per finire nella lista delle organizzazioni terroristiche. "Se ha una presenza interna significativa, non può essere designato", ha detto Jason Blazakis, che ha guidato per dieci anni il processo di designazione del Dipartimento di Stato prima di lasciarlo nel 2018.

Il mese scorso diversi membri di quella che i procuratori hanno chiamato una "cellula antifa" hanno ricevuto lunghe pene per una protesta dell'estate precedente davanti a una struttura dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, in Texas, durante la quale era stato ferito un agente di polizia. Uno degli imputati, riconosciuto colpevole di tentato omicidio, è stato condannato a 100 anni; gli altri hanno avuto pene tra i 30 e i 70 anni.

Alcuni funzionari della stessa amministrazione temono che una futura presidenza democratica possa un giorno rivolgere la stessa tattica contro gli attivisti conservatori, citando come esempio il governatore della California Gavin Newsom, dato tra i favoriti per la Casa Bianca nel 2028.

La Casa Bianca respinge questa lettura. Un suo funzionario ha detto che le preoccupazioni interne non rappresentano il sentimento prevalente e ha accusato i democratici di avere già usato come arma gli strumenti della sicurezza nazionale contro gli avversari conservatori, richiamando la strategia antiterrorismo di maggio, in cui il governo promette di non piegare quei poteri a scopi di parte. Tra i sostenitori della linea dura c'è il vice capo di gabinetto Stephen Miller, che l'autunno scorso si era detto favorevole a classificare l'antifa come organizzazione terroristica straniera, sostenendo che "ci sono estesi legami stranieri".

Diversi esperti di terrorismo ritengono che questa impostazione gonfi la minaccia della sinistra radicale e trascuri il quadro più ampio. "Questa è la politicizzazione dell'intelligence, ed è pericolosa, perché stanno facendo politica di parte con l'antiterrorismo guardando solo a una fetta della minaccia complessiva", ha detto al Washington Post Colin Clarke, direttore esecutivo del Soufan Center, un centro di ricerca sulla sicurezza. Bruce Hoffman, esperto di antiterrorismo del Council on Foreign Relations, il principale centro studi di politica estera americano, ha ricordato che finora la violenza estremista di sinistra è stata in genere meno letale di altre forme di terrorismo e che le minacce vanno individuate in modo obiettivo, "non politicamente selettivo". Il disagio dentro le agenzie è tale che alcuni analisti si sono rifiutati di tenere briefing sull'antifa, non considerandola una seria minaccia.

All'estero l'accoglienza è ancora più fredda. Diversi diplomatici stranieri hanno mostrato sconcerto per l'invito di Rubio, per i suoi obiettivi vaghi e per il brevissimo preavviso. Molti ministri degli Esteri o dell'Interno difficilmente si presenteranno. Alcuni governi non capiscono nemmeno perché siano stati coinvolti, visto che nei loro paesi un fenomeno come l'antifa non esiste.

Non è il primo tentativo andato a vuoto. A fine maggio una riunione all'Aia con funzionari soprattutto europei si era chiusa con un nulla di fatto, dopo che i Paesi Bassi avevano rifiutato di co-ospitarla. A metà giugno il Dipartimento di Stato aveva scritto a più di venti ambasciate americane, dall'Argentina all'Italia, per chiedere informazioni sui gruppi di estrema sinistra, ma nessuna aveva condiviso la valutazione dell'amministrazione.

A novembre il Dipartimento di Stato aveva già inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere quattro gruppi europei, tra cui una formazione tedesca che si fa chiamare Antifa Ost, due gruppi in Grecia e uno in Italia. Gli esperti avevano accolto la decisione con scetticismo. "Sono casi molto particolari. Quei gruppi hanno commesso atti di vandalismo, hanno fatto del male a delle persone, ma non hanno una sola vittima a loro carico", ha detto Blazakis, oggi docente al Middlebury Institute. Anche le autorità tedesche avevano ridimensionato il pericolo. La maggior parte dei governi europei ha rifiutato di etichettare l'antifa come organizzazione terroristica: nei Paesi Bassi il governo di centro-destra ha respinto una mozione in questo senso, perché non c'erano prove che si trattasse di un'organizzazione e non di un movimento privo di forma.

La strategia antiterrorismo dell'amministrazione, diffusa a maggio, chiede di identificare e neutralizzare i gruppi politici la cui ideologia viene definita anti-americana, radicalmente favorevole alle persone transgender e anarchica. Non nomina più, invece, i gruppi neonazisti con posizioni anti-occidentali che la strategia del primo mandato di Trump, nel 2018, includeva. Lo stesso presidente in passato aveva già attribuito all'antifa le proteste contro di lui, comprese quelle del 2020 dopo l'uccisione di George Floyd; più tardi ha graziato Enrique Tarrio, l'ex leader della milizia di estrema destra dei Proud Boys, condannato per cospirazione sediziosa per il suo ruolo nell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Molti funzionari americani temono che la nuova iniziativa serva soprattutto a colpire il dissenso interno, proprio mentre il presidente rilancia la minaccia della sinistra radicale in vista delle elezioni di metà mandato.

"Se dovessi mettere in ordine le priorità, i terroristi di sinistra non sarebbero tra i primi tre", ha detto Clarke.


Trump agita la "minaccia comunista" perché non ha più carte da giocare


Trump è tornato ad accusare i democratici di comunismo perché non ha più argomenti da spendere in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. È la tesi di Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti e professore emerito di politiche pubbliche all'Università della California a Berkeley, in un articolo pubblicato sul Guardian.

Secondo Reich, il presidente non può puntare sull'economia, perché i prezzi continuano a crescere più in fretta dei salari e la maggior parte degli americani si sta impoverendo. Non può puntare sulla politica estera, perché per l'autore la guerra in Iran è stata una debacle, i dazi un fallimento e la promessa di chiudere la guerra in Ucraina "il primo giorno" non è stata mantenuta. Non può puntare nemmeno sull'immigrazione, perché le retate e le espulsioni di massa sono diventate impopolari. Rimasto senza altri temi, scrive Reich, Trump ricorre al più vecchio dei luoghi comuni della destra americana: accusare i democratici, soprattutto la nuova generazione di giovani politici in ascesa, di essere comunisti.

Midterm 2026 — un’arma vecchia di ottant’anni
La nuova caccia ai «rossi» non spaventa più l’America

Rimasto senza argomenti su economia, politica estera e immigrazione, Trump accusa di comunismo la nuova generazione di democratici. Ma l’etichetta ha perso la sua forza: nella Gen Z il socialismo è visto con più favore del capitalismo.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Gen Z (18–29 anni) — quota di giudizi favorevoli

Socialismo
53%

vs

Capitalismo
45%

L’etichetta che Trump usa contro i nuovi democratici
Il sistema che, per Reich, ha deluso i più giovani

Sondaggio Cato Institute / Morning Consult, giugno 2026

Nella stessa fascia d’età perfino il «comunismo» divide quasi a metà: 38% favorevole contro il 36% contrario.

Quattro chiavi di lettura
1Perché solo ora 2Il precedente 3Le etichette della Gen Z 4La vera paura

Una strategia per esclusione
Per Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti, Trump agita lo spettro comunista perché gli altri temi della campagna si sono esauriti.

×

EconomiaFronte chiuso
I prezzi crescono più in fretta dei salari e la maggior parte degli americani si sta impoverendo.

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Politica esteraFronte chiuso
La guerra in Iran si è rivelata una debacle, i dazi un fallimento e la promessa di chiudere la guerra in Ucraina «il primo giorno» non è stata mantenuta.

×

ImmigrazioneFronte chiuso
Le retate e le espulsioni di massa sono diventate impopolari.

Resta un solo argomento ↓

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L’accusa di comunismoUnica carta
Rivolta ai democratici emergenti come Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, popolari perché sfidano le grandi aziende e la corruzione della politica.

«Puoi essere un comunista o puoi essere un patriota. Non puoi essere entrambe le cose.»Donald Trump — Mount Rushmore, 3 luglio 2026

Dal maccartismo a Trump, il filo di Roy Cohn
L’accusa di comunismo fu l’arma repubblicana contro il New Deal. Tocca le tappe per esplorare la parabola: dal trionfo del 1946 al crollo del 1954, fino a oggi.

1946
Le midterm presentate come «battaglia tra repubblicanesimo e comunismo»

I repubblicani conquistano entrambe le camere del Congresso. Il Wisconsin manda Joe McCarthy al Senato e la California elegge alla Camera un giovane Richard Nixon.

1950
McCarthy lancia la caccia alle streghe

Il senatore del Wisconsin costringe i cittadini a «fare i nomi» di presunti sovversivi: le accuse rovinano migliaia di carriere.

1953
Giustiziati i coniugi Rosenberg, condannati per spionaggio

L’accusa è costruita dall’avvocato Roy Cohn, poi principale consulente legale di McCarthy e, decenni dopo, mentore di Donald Trump.

1954
«Non ha nemmeno un senso di decenza?»

Nelle udienze televisive contro l’esercito, la domanda dell’avvocato Joseph Welch fa crollare la popolarità di McCarthy: censurato dal Senato, morirà di alcolismo a 48 anni.

2026
Trump rilancia l’allarme comunista al Mount Rushmore

Aprendo le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti, il presidente avverte di una «recrudescenza della minaccia comunista» e prende di mira i nuovi democratici.

Per la Gen Z il socialismo batte il capitalismo
Quota di giudizi favorevoli per ciascuna etichetta: tra i 18–29enni il socialismo supera il capitalismo, e perfino il comunismo non è più un tabù.

Gen Z (18–29 anni) Tutti gli adulti

Socialismo
Gen Z53%
Tutti37%

Capitalismo
Gen Z45%
Tutti52%

Comunismo
Gen Z38%
Tutti21%

Cato Institute / Morning Consult, 25–26 giugno 2026 — 2.253 adulti statunitensi

Anche nei campus il vento è cambiato
Tra gli studenti universitari il 67% associa alla parola «socialismo» un giudizio positivo o neutro; per «capitalismo» la quota si ferma al 40%.
Socialismo67%
Capitalismo40%
Axios – Generation Lab, ottobre 2025 — 1.574 studenti universitari

La paura vera non è il comunismo
Quando pensano al futuro del paese, gli americani temono soprattutto la corruzione e gli abusi di potere ai vertici del governo.

56%
degli americani teme che gli Stati Uniti possano smettere di essere un paese libero entro i prossimi 50 anni.

0100%

Una paura bipartisan
Democratici65%
Repubblicani54%

«Trump non si cura né del capitalismo né del comunismo: la sua unica convinzione salda è nell’antica ideologia chiamata narcisismo.»Robert Reich — The Guardian

FonteRobert Reich, The Guardian; Cato Institute / Morning Consult (25–26 giugno 2026, 2.253 adulti); Axios – Generation Lab (ottobre 2025, 1.574 studenti universitari).
NotaI giudizi «favorevoli» indicano la quota di intervistati con un’opinione positiva dell’etichetta; nel sondaggio Axios la quota comprende anche i giudizi neutri.

Venerdì il presidente ha aperto le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso al Mount Rushmore in cui ha avvertito di una "recrudescenza della minaccia comunista nella nostra terra, anche da parte di nuovi arrivati nel nostro paese che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita". "Puoi essere un comunista o puoi essere un patriota. Non puoi essere entrambe le cose", ha detto Trump.

Da anni, ricorda Reich, il presidente prova a spaventare gli americani parlando dei democratici che propongono l'assistenza sanitaria pubblica per tutti, gli asili universali, l'università pubblica gratuita e tasse più alte sui super ricchi per finanziarle. Senza successo, secondo l'autore, perché la maggioranza degli americani sostiene queste proposte.

L'accusa di comunismo, ricostruisce Reich, fu l'arma usata dopo le due guerre mondiali per colpire la sinistra americana, con cacce alle streghe che rovinarono molte carriere. Negli anni Cinquanta rese famoso il senatore del Wisconsin Joe McCarthy, che costringeva i cittadini a "fare i nomi" di presunti sovversivi. Il maccartismo, scrive l'autore, fu un sottoprodotto del tentativo repubblicano di smantellare il New Deal, il programma di riforme economiche e sociali degli anni Trenta: il partito presentò le elezioni di metà mandato del 1946 come una "battaglia tra repubblicanesimo e comunismo" e il presidente del comitato nazionale repubblicano disse che la burocrazia federale era piena di "burattini rosa".

Anche i democratici segregazionisti del Sud parteciparono alla campagna. Il senatore del Mississippi Theodore Bilbo, membro del Ku Klux Klan, definì opera di "comunisti del Nord" l'impegno dei sindacati multirazziali per i diritti civili, mentre il deputato John Elliott Rankin, tra i fondatori della commissione della Camera sulle attività antiamericane, chiamò "un complotto comunista" la campagna di sindacalizzazione nel Sud, temendo che avrebbe esteso il diritto di voto ai neri. La tattica funzionò: nel 1946 i democratici persero il controllo di entrambe le camere del Congresso, il Wisconsin mandò McCarthy al Senato e la California elesse alla Camera un giovane avvocato repubblicano che aveva già imparato a usare la paura dei "rossi", Richard Nixon.

La parabola di McCarthy si chiuse nel 1954, durante le udienze televisive sulle sue accuse di scarsa sicurezza contro l'esercito americano. Quando il senatore sostenne che un giovane avvocato dello studio di Joseph Welch, il legale dell'esercito, era comunista, Welch lo interruppe chiedendogli: "Non ha nemmeno un senso di decenza?". La popolarità di McCarthy crollò quasi da un giorno all'altro: censurato dai colleghi del Senato ed emarginato dal suo partito, morì di alcolismo a 48 anni. Il suo principale consulente legale in quelle udienze era Roy Cohn, l'avvocato che aveva fatto condannare per spionaggio i coniugi Julius ed Ethel Rosenberg, giustiziati nel 1953. Anni dopo Cohn sarebbe diventato il mentore di Trump e per Reich è questo il filo che lega il maccartismo al presidente, che di quell'epoca conserva probabilmente i primi ricordi politici.

Il problema, per Reich, è che i democratici emergenti che Trump vuole screditare non hanno nulla a che fare con il comunismo e poco anche con il socialismo. Zohran Mamdani, Alexandria Ocasio-Cortez, Katie Wilson a Seattle, Melat Kiros in Colorado e decine di altri, scrive l'autore, sono popolari perché sfidano le grandi aziende, attaccano la corruzione della politica da parte dei grandi finanziatori e si occupano dei problemi concreti degli americani comuni.

Le etichette, aggiunge Reich, spaventano comunque sempre meno. In un sondaggio di Axios e Generation Lab tra i giovani americani, il 67% associa alla parola "socialismo" un giudizio positivo o neutro, contro il 40% per "capitalismo". Un sondaggio del Cato Institute, un centro studi americano, rileva che nella generazione Z il socialismo (53%) è visto con più favore del capitalismo (45%). Reich lo spiega con le condizioni materiali dei più giovani, che non possono permettersi una casa, faticano a pagare l'assicurazione sanitaria, affrontano un mercato del lavoro difficile e rinviano la creazione di una famiglia: per l'autore il capitalismo americano li ha delusi. La stessa indagine del Cato Institute rileva che il 56% degli americani teme che gli Stati Uniti possano smettere di essere un paese libero entro i prossimi 50 anni a causa della corruzione e degli abusi di potere ai vertici del governo.

Per queste ragioni Reich dubita che la nuova caccia ai "rossi" aiuterà i repubblicani alle elezioni di metà mandato. Quando pensano al sistema americano nel suo complesso, scrive, gli americani sembrano più preoccupati dal "neofascismo" di Trump che dal socialismo o dal comunismo. Il presidente, conclude l'autore, non ha una vera ideologia e non si cura né del capitalismo né del comunismo: la sua unica convinzione salda è "nell'antica ideologia chiamata narcisismo".


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Bundesnachrichtendienst und Verfassungsschutz sollen „echte“ Geheimdienste werden, sagt Innenminister Dobrindt. Jetzt zeigt der Entwurf für die Komplettreform, was das heißt: Zurückhacken, Abschnorcheln, Kameras anzapfen – und das mit weniger öffentlicher Kontrolle als zuvor.

netzpolitik.org/2026/geheimdie…

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Gli Stati Uniti vogliono riunificare la Libia


Il consigliere di Trump Massad Boulos ha visitato la Libia per far avanzare il piano che unirebbe i governi rivali di est e ovest in cambio di investimenti petroliferi, tra le proteste di Misurata

Massad Boulos, il consigliere del presidente Donald Trump per gli affari arabi e africani, ha passato due giorni in Libia, martedì 7 e mercoledì 8 luglio, per far avanzare il piano americano che punta a riunificare il paese, diviso di fatto in due da oltre un decennio. A Tripoli ha incontrato il primo ministro Abdel Hamid Dbeibah, che guida il governo di unità nazionale riconosciuto dall'ONU, mentre a est ha visto il maresciallo Khalifa Haftar, l'uomo forte della regione. Ha parlato anche con i notabili di Misurata, con il governatore della Banca centrale libica e con i vertici della compagnia petrolifera nazionale.

La Libia è spaccata tra due amministrazioni rivali dalla guerra civile scoppiata dopo la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011, avvenuta con il sostegno di un intervento della NATO. A ovest governa l'esecutivo di Dbeibah, riconosciuto dalla comunità internazionale ma privo di controllo su gran parte del territorio. L'est è nelle mani dell'Esercito nazionale libico, la forza armata guidata dalla famiglia Haftar che ha ricevuto negli anni il sostegno di Russia ed Emirati Arabi Uniti. La Banca centrale, che finanzia entrambi i governi, ha avvertito che la situazione non è più sostenibile.

Il contenuto dettagliato del piano, chiamato "iniziativa Boulos", resta segreto. Boulos ha detto al Financial Times che l'obiettivo è "avere un governo unificato e unificare tutte le istituzioni". Secondo le ricostruzioni del giornale britannico, l'accordo lascerebbe Dbeibah alla guida del governo e affiderebbe il consiglio presidenziale, il principale organo esecutivo del paese, a Saddam Haftar, figlio del maresciallo e vicecomandante dell'Esercito nazionale libico. Il clan Haftar otterrebbe così la legittimazione internazionale che cerca dal 2014, mentre Dbeibah conserverebbe il potere nonostante la sua impopolarità crescente. Una sintesi del piano vista da Reuters prevede una fase di transizione di 36 mesi.

Washington lavora all'iniziativa dal settembre 2025, quando Boulos, un imprenditore libanese-americano il cui figlio Michael è sposato con Tiffany, la figlia più giovane del presidente, organizzò a Roma i primi colloqui tra le due famiglie. Da allora il risultato più concreto è stato l'approvazione ad aprile del primo bilancio statale unificato da oltre un decennio. Le forze armate delle due parti hanno inoltre partecipato a esercitazioni militari congiunte guidate dagli Stati Uniti e il 29 giugno il segretario di Stato Marco Rubio ha ricevuto Saddam Haftar a Washington. Boulos ha detto che, in caso di intesa, le parti sarebbero invitate a firmare l'accordo alla Casa Bianca alla presenza di Trump.

Dietro l'attivismo americano ci sono interessi economici e strategici. La Libia ha le più grandi riserve petrolifere accertate dell'Africa e diverse compagnie americane, tra cui ConocoPhillips, Chevron ed ExxonMobil, si sono mosse per entrare nel mercato. Boulos sostiene che la produzione, che nel 2025 ha toccato il record degli ultimi dodici anni con 1,37 milioni di barili al giorno, potrebbe raddoppiare a 3 milioni entro la fine del decennio. Il petrolio libico è diventato ancora più prezioso da quando la guerra tra Stati Uniti e Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, costringendo l'Europa a cercare rotte alternative: le petroliere cariche di greggio libico raggiungono l'Italia in due giorni. Washington vuole anche contrastare l'alleanza tra Haftar e la Russia di Vladimir Putin e ridurre la migrazione irregolare verso l'Europa, che passa in gran parte dalla Libia.

Nella notte tra lunedì e martedì decine di manifestanti si sono radunati davanti all'aeroporto di Misurata per opporsi all'arrivo di Boulos. La città portuale, che ospita alcuni dei gruppi armati più potenti dell'ovest libico ed è storicamente ostile al clan Haftar, ha inviato in parallelo un convoglio di soldati per rafforzare le proprie posizioni a Tripoli. Il consiglio militare che riunisce i gruppi armati locali ha fatto sapere di sostenere una soluzione pacifica, purché escluda i criminali e le persone citate dal comitato di esperti dell'ONU. Ha chiesto anche un referendum costituzionale ed elezioni.

Molti analisti temono che l'accordo consolidi il potere delle due famiglie che già controllano il paese, senza alcun passaggio elettorale. Tarek Megerisi, ricercatore del centro studi European Council on Foreign Relations, ha dichiarato ad Al Jazeera che un'intesa simile "porrebbe fine alle speranze libiche di elezioni" e chiuderebbe la transizione iniziata nel 2011 "formalizzando un nuovo sistema autoritario e dispotico". Boulos sostiene che la sua iniziativa è complementare al percorso dell'ONU verso il voto, ma per ora nulla garantisce che l'accordo preveda le elezioni, un obiettivo riaffermato da una risoluzione del Consiglio di sicurezza a fine ottobre 2025.


Gli Stati Uniti bombardano l'Iran per la seconda notte, Teheran attacca le basi nel Golfo


Gli Stati Uniti hanno colpito l'Iran per la seconda notte consecutiva, bombardando circa 90 obiettivi militari vicino allo Stretto di Hormuz, poche ore dopo che il presidente Donald Trump aveva dichiarato finita la tregua raggiunta a giugno. Teheran ha risposto lanciando missili e droni contro le basi americane in Kuwait e Bahrein, i due Paesi del Golfo che ospitano le forze statunitensi.

Il Comando Centrale americano (CENTCOM), che dirige le operazioni militari nella regione, ha spiegato di aver preso di mira sistemi di difesa aerea, radar costieri, capacità navali e infrastrutture logistiche, così da indebolire la capacità iraniana di minacciare le navi commerciali. Gli attacchi hanno riguardato anche alcuni ponti che, secondo un alto funzionario americano, l'esercito iraniano usava per trasportare missili, droni e altro materiale bellico.

I raid della notte precedente avevano colpito più di 80 obiettivi, poche ore dopo che l'Amministrazione Trump aveva revocato la deroga che aveva permesso a Teheran di vendere petrolio sui mercati internazionali, cancellando il principale beneficio economico che la tregua aveva finora garantito all'Iran.

I Guardiani della Rivoluzione, il corpo militare d'élite del regime islamico, hanno detto di aver preso di mira 85 siti militari americani in Bahrein e Kuwait e di aver abbattuto un drone da ricognizione statunitense. Il governo del Kuwait ha riferito di aver intercettato 2 missili balistici e 13 droni, senza vittime, mentre il Bahrein ha fatto scattare le sirene antiaeree.

Parlando ad Ankara, a margine del vertice della NATO, il presidente ha definito i leader iraniani "feccia", "bugiardi" e "gente violenta". Ha poi minacciato di reimporre un blocco navale e di colpire in futuro le infrastrutture civili del Paese. Ha aggiunto che si tratta di "gente malata" e che negoziare con loro è "una perdita di tempo", pur lasciando lavorare i suoi negoziatori.

Trump ha anche detto di valutare di nuovo la conquista dell'isola di Kharg, cuore dell'industria petrolifera iraniana, e ha ipotizzato attacchi contro le centrali elettriche e gli impianti di desalinizzazione, che secondo diversi esperti potrebbero configurare un crimine di guerra. Allo stesso tempo ha ridimensionato le proprie minacce, dicendo di non aspettarsi un ritorno alla guerra su vasta scala.

Lo Stretto di Hormuz al centro dello scontro


Lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra l'Iran e l'Oman attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è il cuore dello scontro tra i due Paesi. L'Iran sostiene che l'intesa di giugno gli riconosca il controllo della navigazione e pretende che le navi seguano la rotta indicata da Teheran, vicino alle proprie coste. All'inizio della settimana 3 navi commerciali che attraversavano lo stretto, tra cui una petroliera saudita e una metaniera del Qatar, erano state colpite in attacchi attribuiti all'Iran, che però non li ha rivendicati.

"Lo Stretto di Hormuz si aprirà solo con modalità iraniane, non con le minacce americane", ha scritto sui social il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, accusando Washington di tradire le promesse. "L'era del bullismo e dell'estorsione è finita. Non ci piegheremo", ha aggiunto.

Il prezzo del petrolio è di conseguenza tornato a salire. Il Brent, il riferimento internazionale del greggio, è cresciuto di oltre il 5%, fino a circa 78 dollari al barile, ben sopra i 72 dollari del periodo precedente alla guerra. L'Organizzazione Marittima Internazionale, l'agenzia delle Nazioni Unite per la sicurezza della navigazione, ha invitato gli armatori a non attraversare lo stretto per non esporre gli equipaggi a pericoli inutili. Prima del conflitto passavano di lì più di 130 navi al giorno.

Cosa prevedeva l’intesa ora abbandonata


La tregua era stata firmata a giugno con un memorandum d'intesa che prevedeva una pausa dei combattimenti di 60 giorni e la riapertura dello Stretto, rimandando a un secondo momento i nodi più difficili, a partire dal programma nucleare iraniano. È saltata a meno della metà del percorso.

Secondo un'analisi pubblicata sul New York Times, il presidente sta pagando la fretta con cui quell'intesa di 14 paragrafi era stata messa insieme e si trova davanti a 3 opzioni tutte sgradevoli: sopportare una serie di scontri a bassa intensità nel Golfo, rilanciare la guerra su larga scala o accettare un ulteriore compromesso. Il Pentagono ha già chiesto al Congresso circa 70 miliardi di dollari per le prime operazioni contro l'Iran, una spesa che cresce ogni settimana.

Lo stesso presidente ha detto che il materiale nucleare iraniano resta sepolto troppo in profondità per essere recuperato, un'affermazione che indebolisce la ragione con cui a febbraio aveva giustificato la guerra, quando parlava di una minaccia "imminente". Nei mesi scorsi aveva perfino elogiato la nuova leadership di Teheran, guidata da Mojtaba Khamenei, figlio dell'ayatollah ucciso, definendola più ragionevole della precedente.

La tregua ha intanto diviso anche la leadership iraniana. Il presidente Masoud Pezeshkian, favorevole al negoziato, ha accusato Washington di fare il prepotente e di imbrogliare, mentre una minoranza di oltranzisti contesta la linea del dialogo. Durante i funerali dell'ayatollah Ali Khamenei, ucciso nei primi raid americani e israeliani di fine febbraio, lo stesso Pezeshkian è stato aggredito da un gruppo di manifestanti radicali e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi è stato colpito con un sasso.

Negli Stati Uniti la ripresa dei raid aerei ha spaccato il Congresso: i democratici l'hanno condannata, mentre i repubblicani sono rimasti in silenzio. A giugno Camera e Senato avevano approvato una risoluzione per impedire al presidente di riprendere le operazioni militari senza il loro via libera, un testo che la Casa Bianca considera privo di valore legale.

Ripartendo dalla Turchia il presidente ha usato il vecchio Air Force One al posto del nuovo aereo donato dal Qatar, per una precauzione di sicurezza legata alla ripresa delle ostilità. Ha ripetuto di essere "il bersaglio numero uno" di Teheran e, in volo verso Washington, ha sostenuto che l'Iran lo avesse chiamato perché vuole disperatamente un accordo. Il governo iraniano non ha confermato alcun nuovo colloquio.


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Come annunciato nel nostro comunicato dell’Epifania, la ricerca italiana ha ora ricevuto, dopo il primo, un secondo dono: l’abolizione della Abilitazione scientifica nazionale. I concorsi tornano locali, sotto il giudizio di commissioni con un membro interno e una maggioranza di esterni sorteggiati da liste di docenti che hanno fatto domanda per servire come commissari.

Gli “specifici requisiti di produttività e di qualificazione scientifica” verranno stabiliti amministrativamente con un “decreto del Ministro, su proposta dell’ANVUR, sentito il CUN”. Finisce l’ASN, ma sopravvive la valutazione amministrativa, centralizzata e quantitativa, i cui parametri saranno determinati, secondo fonti del diritto inferiori alla legge, dall’ANVUR, agenzia per la valutazione di stato resa ancor più dipendente dal governo. Qualunque sia la sua scelta, che cosa è scienza e che cosa no continuerà a essere stabilito dal potere esecutivo. Non vale la pena preoccuparsi per il ritorno del “cretino locale”: questa volta il “cretino” sarà sicuramente governativo, e molto probabilmente bibliometrico.

Si potrebbero proporre, in alternativa, requisiti formali per dare pubblicità ai concorsi pubblici, quali l’adesione alle pratiche della scienza aperta. Così, però, verrebbero urtati gli interessi di chi, a vario titolo, vive delle rendite assicurate da pubblicazioni variamente privatizzate: ciò, prevedibilmente, favorirà la conservazione della bibliometria di stato, con tutto quello che porta con sè.
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ANDU, FLC-CGIL, Roars, nonché la Rete delle Società Scientifiche, hanno espresso allarme o almeno preoccupazione per i doni che lo stato si appresta a regalare alla ricerca italiana. Questi doni, che rafforzeranno i poteri, già non poco oppressivi, del ministero dell’università e della ricerca, dell’Anvur che gli è sottomesso e delle gerarchie accademiche locali, consistono:
  1. in una riforma del reclutamento, già approvata in senato, che rende i concorsi interamente locali, ma sotto il controllo dell’Anvur sia in ingresso sia in uscita;
  2. in una riforma dell’Anvur, per via regolamentare e non legislativa, volta ad accentuarne ulteriormente la subordinazione al ministero;
  3. in una riforma dell’amministrazione delle università, per via legislativa, che accentuerebbe il dispotismo locale dei rettori e la loro sudditanza al governo nazionale.

La scienza italiana, che nell’età moderna si fondò e perseguì la libertà dell’uso pubblico della ragione e l’emancipazione dal segreto, si trova ora a misurarsi con tre poteri che hanno solo accidentalmente a che vedere con la ricerca della verità: quello, locale, di colleghi e rettori, quello, centralizzato, dell’agenzia sedicente indipendente per la valutazione di stato, la quale attribuisce la quota cosiddetta “premiale” del finanziamento ordinario, e quello del governo a cui essa stessa è sottoposta fin dalla sua istituzione.

Promuovendo la scienza aperta come scienza libera e non come costoso adempimento burocratico, abbiamo sostenuto che la valutazione amministrativa della ricerca, in Italia centralizzata in forma di valutazione di stato, è intrinsecamente dispotica e retrograda: dispotica perché sostituisce alla libera discussione entro le comunità scientifiche una statuizione di un’autorità esterna e non scientifica, in quanto derivante da una gerarchia amministrativa; retrograda perché impone indicatori costruiti sul passato che disconoscono non solo la riflessività dell’azione sociale,1 ma anche la natura aperta della ricerca.

A questo dispositivo, che Mario Ricciardi descrisse precocemente come un “apparato burocratico di tipo sovietico”, i professori italiani si sono – sostanzialmente – piegati. Fra gli effetti della sottomissione c’è stato il blocco di un’evoluzione verso una scienza aperta nel senso di libera da oligopoli editoriali privati e liste di riviste “scientifiche” ed “eccellenti” di composizione amministrativa. Accettarla, ai più, è parsa una scelta prudente: si tratta però di capire se è stata anche una scelta sapiente.

1. La metamorfosi del “cretino locale”


Pietro Rossi, in un fortunato articolo, criticò i concorsi introdotti nel 1998, in cogestione fra “facoltà e corporazione disciplinare”. Secondo Rossi, in un sistema in cui la sede che fa il favore di bandire una valutazione comparativa può barattare la vittoria del proprio candidato interno con le idoneità di candidati esterni supplementari che trovano cattedra a casa loro, l’ascesa del “cretino locale”, entro comunità di disciplina sempre più frammentate e chiuse, non può che essere irresistibile.

Il disegno di legge approvato in senato abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale a favore di concorsi esclusivamente locali con vincitori unici, accessibili tramite un’autocertificazione della soddisfazione di criteri stabiliti con decreto ministeriale su proposta dell’Anvur, sentito il CUN, i quali comprenderanno “indicatori minimi di quantità, continuità e distribuzione temporale dei prodotti della ricerca”. I commissari dovranno godere dei medesimi requisiti. Dopo tre anni i vincitori verranno valutati dall’Anvur, con eventuali conseguenze sanzionatorie in termini di finanziamento istituzionale.

Si tornerà dunque al “cretino locale”, o, come scrive più gentilmente Roberta Calvano, a un sistema in cui “il nepotismo e gli abusi sono stati per anni alla radice di un diffuso malcostume accademico”? No: in virtù dell’Anvur e del ministero, questa volta il “cretino”, selezionato tramite valutazione amministrativa in ingresso e in uscita e giudicato da commissari simili a lui, sarà probabilmente bibliometrico, sicuramente governativo, e giocoforza sottomesso ai colleghi disposti a usare il loro potere di ricatto – qualità, queste, che con la scienza libera hanno ben poco a che vedere.

2. L’autoaffermazione dell’università italiana


“Noi vogliamo noi stessi” proclamava un rettore a Friburgo, perorando l’autoaffermazione dell’università. Correva l’anno 1933: Martin Heidegger diceva “noi”, ma era entrato in carica su pressione del governo nazista, dopo che il suo predecessore, riluttante a licenziare gli ebrei, era stato indotto alle dimissioni. Tra poco, forse, anche i rettori italiani, pur più sottilmente e con qualche sbavatura normativa, potranno dire “noi” al modo di Heidegger:

  1. la composizione, legalmente determinata, del consiglio di amministrazione consentirà loro di contare su una maggioranza certa purché ubbidiscano al governo. Eliminato il rappresentante del personale tecnico-amministrativo, degli 11 membri del consiglio uno sarà il rettore stesso, quattro saranno nominati direttamente da lui (due docenti e due componenti esterni); a questi si aggiungerà uno studente eletto, come residuo vestigiale di democrazia, due docenti indicati dal senato, il candidato rettore soccombente e un membro nominato dal governo. Al rettore basterà restare agli ordini di quest’ultimo – esercizio che, probabilmente, non gli sarà difficile – per avere una maggioranza garantita;2
  2. il mandato del rettore sarà prolungato da sei a otto anni, con un eventuale plebiscito di conferma dopo quattro anni, qualora proposto dai 3/5 del senato accademico. A proposito del mandato, dall’ipotetico testo di riforma cadono le parole “non rinnovabile”;
  3. nella programmazione triennale il rettore dovrà tener conto anche di “linee generali di indirizzo stabilite dal Ministro”.

I rettori preferiranno continuare a regnare all’inferno o proveranno a servire in paradiso? Non si sa: ma certamente con “rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro e da cui dipenderanno a catena tutte le cariche interne agli atenei (i cui mandati vengono allineati alla durata di quello dei rettori)” l’esercizio della libertà della ricerca, sia in senso negativo sia in senso positivo, sarà ancor più difficile, e rischioso.

3. L’epifania dell’Anvur


Come ha osservato Roberto Caso, l’Anvur, istituita nel 2006 sotto il governo Prodi II, è nata così dipendente da aver ricevuto critiche perfino da una sostenitrice della valutazione amministrativa come Fiorella Kostoris. Il regolamento di riforma – che viola, secondo il Consiglio di Stato, la gerarchia delle fonti3 – renderebbe più intenso un controllo del governo sulla ricerca già in atto, al quale i più, a dispetto del primo comma dell’articolo 33 della costituzione italiana, hanno ritenuto opportuno sottomettersi.

  1. L’Anvur sarà ancor più ministeriale e dipendente: rispetto al regime attuale, il presidente dell’Anvur diverrebbe di nomina ministeriale diretta, così come i comitati di selezione delle rose dei candidati fra i quali il ministro sceglierà i quattro membri del consiglio direttivo, non più costituiti su indicazione di enti esterni.
  2. L’Anvur diverrà la valutatrice generale di stato: l’agenzia, che attualmente valuta solo università ed enti di ricerca vigilati dal MUR (quali CNR, INAF, INDIRE, INFN, INGV, INVALSI), allungherà il suo occhio agli altri enti di ricerca pubblici (ASI, CREA, ENEA, ISPRA, ISS, ISTAT) in base ad accordi con i ministeri vigilanti, alle Accademie e all’Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM) a enti privati ma finanziati pubblicamente (IIT di Genova, HT di Milano e Fondazione Biotecnopolo di Siena) e simili, nonché, per chi mai volesse richiederlo, in ambito internazionale. E non si occuperà solo di arte, musica e ricerca bensì anche delle cosiddette “competenze trasversali e disciplinari” acquisite dagli studenti e degli “sbocchi occupazionali dei laureati”. Tutto ciò, chiarisce la relazione di accompagnamento, nel “rispetto dell’indirizzo politico dato dal Ministero dell’università e della ricerca, quale Ministero vigilante”.

Il modello dell’università-azienda – si è detto – è neoliberale; quello nei disegni del governo è autoritario. Qui però il “liberale” che segue al “neo-” non ha nulla a che vedere con Benedetto Croce: l’azienda è una struttura non democratica, bensì autoritaria e chi la impone come modello sostiene un’ideologia altrettanto autoritaria, se non totalitaria. In questo senso, il disegno di “riforma” dell’Anvur non è una metamorfosi, bensì un’epifania.

Non esiste una valutazione amministrativa buona o cattiva, così come non esiste un dispotismo cattivo o buono a seconda che sul trono sieda Commodo oppure Marco Aurelio. Se si accetta che la valutazione della ricerca non sia scientifica – e parte della ricerca stessa – bensì amministrativa e a essa esterna, si accetta anche che chi amministra ne fissi e ne muti i criteri e abbia titolo a controllare i suoi eventuali agenti in modo più o meno stretto. Il vizio della valutazione di stato non sta nel modo in cui valuta, come suggerito elusivamente dell’Unione Europea, ma nel fatto che Caesar sia supra grammaticos, non importa se come Marco Aurelio o come Commodo. Non è, questa, un’idea radicale, né sul piano della storia, né su quello della cronaca: lo scorso aprile, in Francia, l’assemblea nazionale ha votato a favore dell’abolizione dell’agenzia di valutazione di stato HCERES.

In questa prospettiva non ha senso limitarsi a chiedere un guinzaglio appena un po’ più lungo, o a sollevare il problema dei finanziamenti alla ricerca senza toccare quello della sua libertà, vale a dire della possibilità stessa di fare scienza – libertà, questa, che non si promuove difendendo l’Anvur attuale4 come se fosse indipendente, bensì considerandone l’abolizione.

Contro il disegno di intensificare il controllo politico di “un’università più piccola, gerarchica e precaria”, FLC-CGIL5 si è appellata alle “forze libere e pensanti dell’accademia e della comunità universitaria”. In effetti, se, dopo lustri di valutazione di stato, esistessero ancora “forze libere e pensanti”, non sarebbe loro difficile promuovere una campagna di ubbidienza civile alla costituzione, a partire dagli articoli 21 e 33. In un momento in cui dovremmo invece parlare, davanti agli stati armati per la guerra, delle condizioni della pace pubblica, continuare a compilare moduli e a supplicare favori ministeriali ci salverà, forse, come impiegati, ma certamente non come studiosi.


  1. Questa riflessività è nota a chi si occupa di valutazione come legge di Goodhart: i soggetti valutati non si limitano a farsi valutare, ma adeguano riflessivamente le loro prestazioni al criterio di valutazione. Così chi viene premiato per il numero di pubblicazioni inflazionerà i testi, mentre chi viene premiato per le citazioni scriverà solo per farsi citare. Le conseguenze sono tristemente note. ↩︎
  2. Per un aggiornamento sugli orientamenti ministeriali si veda però quanto riferito dall’ANDU qui. [nota aggiunta il 7/01/2026]↩︎
  3. Il Consiglio di Stato, nel parere formulato nell’adunanza del 23 settembre 2025, ha ricordato che, proprio in virtù della gerarchia delle fonti del diritto, un regolamento, perfino se riguarda la valutazione di stato, non può cambiare la legge che l’ha istituita. ↩︎
  4. L’agenzia, peraltro, si è mostrata incapace di onorare gli impegni di riforma della valutazione che aveva sottoscritto aderendo alla coalizione europea COARA. ↩︎
  5. ANVUR: un’Agenzia che diventa governativa, con l’intenzione di valutare e quindi disciplinare anche saperi e conoscenze (2025) merita di essere letto per la sua analisi dettagliata della bozza di DPR qui solo sommariamente esposta. ↩︎

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