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Come la politica teneva sotto controllo la Corte Suprema americana


Calendario, sede, stipendi, bilancio, deontologia: per quasi due secoli il legislatore americano ha esercitato pressioni sui giudici. Oggi quei meccanismi sono caduti in disuso.

Per gran parte della storia americana il Congresso degli Stati Uniti ha disposto di una serie di leve concrete per condizionare la Corte Suprema, indurla alla cautela e talvolta minacciarla apertamente. Lo ricostruisce un'analisi pubblicata nella newsletter One First dal giurista Steve Vladeck, secondo cui l'attuale assenza di responsabilità della Corte verso il potere legislativo è uno dei motivi principali della deriva istituzionale degli ultimi anni. Il giudice Samuel Alito ha sostenuto nel 2023 che nessuna disposizione costituzionale conferisce al Congresso il potere di regolare la Corte Suprema, ma l'analisi mostra che questa affermazione contrasta con due secoli di prassi.

La prima leva è il calendario stesso della Corte. Quando i giudici si riuniscono dipende dal Congresso e l'attuale data del primo lunedì di ottobre è fissata per legge dal 1916. Nel 1802 il Congresso a maggioranza jeffersoniana spostò la sessione annuale da dicembre a febbraio, decidendolo ad aprile, con l'obiettivo dichiarato di impedire alla Corte di riunirsi quell'anno. Tra i casi che i giudici avrebbero dovuto esaminare c'era una contestazione sulla costituzionalità della soppressione dei seggi giudiziari creati dai federalisti uscenti nel 1801. Cancellando la sessione, il Congresso costrinse i giudici a tornare a percorrere i circuiti giudiziari prima di potersi riunire in formazione plenaria.

La seconda leva è la sede fisica. Per oltre un secolo la Corte non ebbe edifici propri: il Congresso le assegnò spazi permanenti soltanto nel 1810, e in modo non casuale li collocò nel seminterrato del Campidoglio. I giudici si spostarono nella vecchia aula del Senato nel 1860 e continuarono a sedere all'interno del Campidoglio fino al 1935. L'opposizione al finanziamento dell'attuale palazzo della Corte Suprema, voluto con insistenza dal presidente della Corte Taft fin dal 1908, si fondava proprio sull'idea che dare ai giudici una sede autonoma avrebbe accresciuto eccessivamente il loro potere e la loro distanza dai rami eletti del governo. Il giudice Louis Brandeis, che non avrebbe mai utilizzato il suo ufficio nel nuovo edificio, definì la struttura un palazzo di marmo destinato a gonfiare l'ego dei giudici.

Una terza leva, oggi scomparsa, era l'obbligo del circuit-riding. I giudici della Corte Suprema dovevano spostarsi fisicamente per il paese e sedere come giudici federali almeno una volta l'anno in ciascun distretto della propria area geografica. Allora deputato, James Buchanan affermò in un dibattito del 1826 che la Corte Suprema sarebbe diventata un tribunale politico solo nel momento in cui i giudici si fossero stabiliti a Washington, lontani dal popolo e sotto l'influenza diretta dell'esecutivo. L'obbligo, faticoso in un'epoca di viaggi disagevoli, fu attenuato e infine eliminato solo alla fine dell'Ottocento, quando il carico di lavoro della Corte divenne incompatibile con questa doppia funzione.

La quarta leva, e probabilmente la più incisiva, riguardava il controllo del ruolo della Corte. Fino al 1891 il Congresso disciplinava ogni aspetto del carico processuale: non esisteva la giurisdizione discrezionale del certiorari e l'esame dei ricorsi era obbligatorio. Il certiorari fu introdotto in via sperimentale nel 1891, ampliato nel 1914 e nel 1916, ridisegnato in modo significativo con il Judges' Bill del 1925, scritto e promosso direttamente dai giudici. Soltanto nel 1988 il Congresso ha rinunciato quasi del tutto al proprio controllo, lasciando alla Corte ampia discrezionalità tranne che per gli appelli dai tribunali distrettuali a tre giudici, che riguardano in media un caso a sessione.

La quinta leva è il bilancio. Il Congresso non può ridurre lo stipendio dei giudici, ma lo stipendio rappresenta circa il due per cento del bilancio complessivo della Corte. Il resto è discrezionale. Nel marzo 2001 una sottocommissione della Camera convocò il giudice Anthony Kennedy per interrogarlo sulla sentenza Bush contro Gore proprio nell'ambito dell'esame del bilancio annuale: l'idea che i giudici debbano difendere pubblicamente le proprie decisioni più controverse per ottenere lo stanziamento appare oggi remota, ma era prassi appena un quarto di secolo fa.

La sesta leva sono stipendi e pensioni. Nel 1964, quando il Congresso concesse aumenti retributivi ai dipendenti federali, i nove giudici della Corte Suprema furono quelli che ricevettero meno, in segno di disappunto per le sentenze sul ridisegno dei collegi elettorali. Fino al 1937 il Congresso utilizzava inoltre leggi pensionistiche dedicate al singolo giudice per spingerlo a lasciare l'incarico. Quel potere fu in larga parte dismesso con l'introduzione di un meccanismo permanente di pensionamento.

La settima leva è la deontologia. Il Congresso non ha mai creato un meccanismo formale di vigilanza etica sui giudici, ma non ne aveva bisogno. Nel maggio 1969 il giudice Abe Fortas si dimise dalla Corte Suprema dopo che il presidente della Corte Earl Warren gli aveva detto che doveva farsi da parte per il bene dell'istituzione. Warren temeva che, se Fortas non si fosse dimesso, il Congresso avrebbe aperto inchieste e procedure di impeachment. Da quel giorno non si è più verificata una situazione in cui la maggioranza dei giudici fosse stata nominata da presidenti democratici.

L'ottava leva, infine, è la possibilità di rovesciare per via legislativa le interpretazioni della Corte sulle leggi ordinarie. Uno studio del 2014 di Matthew Christiansen e del professor Bill Eskridge ha individuato oltre cento leggi approvate tra il 1980 e il 2000 che hanno annullato in tutto o in parte interpretazioni della Corte Suprema. Negli ultimi anni quel numero è sceso a poche unità, e l'ultimo caso di rilievo risale al 2009, quando il 111° Congresso intervenne sulla sentenza Ledbetter del 2007. Un Congresso ancora attivo su questo terreno avrebbe presumibilmente reagito a sentenze come Shelby County, che richiedeva un aggiornamento della formula di copertura del Voting Rights Act, ma nessuna risposta è arrivata.

L'analisi distingue questi otto strumenti da due proposte oggi rilanciate dai riformatori più radicali: la sottrazione di giurisdizione e l'allargamento della Corte. Sul primo punto, il Congresso non è mai riuscito a privare la Corte della possibilità di interpretare una specifica disposizione costituzionale, e l'unico precedente significativo riguarda i casi della Reconstruction. Sull'allargamento, la dimensione della Corte è cambiata sette volte tra il 1789 e il 1869, ma quasi sempre per ragioni legate al numero dei circuiti o per impedire o consentire nomine presidenziali, non per spostarne l'orientamento ideologico. La proposta del presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1937 fu controversa proprio perché avrebbe innescato una corsa al rilancio: ogni partito con la maggioranza in Congresso e alla Casa Bianca avrebbe potuto ampliare la Corte per consolidare il proprio orientamento.

Il quadro complessivo che emerge dall'analisi è quello di una Corte che per gran parte della sua storia ha operato non solo all'ombra del Congresso, ma in risposta a esso, dal capolavoro politico di John Marshall in Marbury alla sentenza di Owen Roberts del 1937 nota come switch in time fino alle dimissioni di Fortas. La progressiva rinuncia del Congresso a usare queste leve, unita alla scomparsa di figure interne alla Corte come Stewart, Powell, O'Connor e Kennedy, ha prodotto un'istituzione priva di controlli esterni e interni.

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Trump perde i giovani, ma i Dem non li conquistano


Un sondaggio Harvard/IOP mostra che solo il 28% dei maschi tra 18 e 29 anni approva il presidente, contro il 49% che lo votò nel 2024. Il 38% non sa per chi votare alle elezioni di metà mandato

Il consenso maschile giovanile, uno dei pilastri della vittoria di Donald Trump nel 2024, sta evaporando. Lo rivela un sondaggio di Harvard/IOP ripreso dall'Economist: solo il 28% degli uomini tra 18 e 29 anni approva oggi l'operato del presidente, contro il 49% che lo aveva votato. Il calo apre uno spazio elettorale che però i democratici non riescono a occupare, perché molti giovani uomini si sentono respinti anche da loro.

Trump ha costruito gran parte della sua identità politica su un'immagine di mascolinità ostentata. Ha fatto ingressi trionfali negli stadi della cage fighting sulle note di Kid Rock, ha minimizzato un terzo tentativo di assassinio dicendo che solo i presidenti più incisivi attirano gli attentatori, ha riempito i social media di immagini in cui appare dominante e vittorioso. L'amministrazione ha persino mescolato filmati reali della guerra in Iran con immagini tratte dai videogiochi. In tutte e tre le sue corse alla presidenza Trump ha vinto il voto maschile e ha sempre prevalso quando lo sfidava una donna. Uno studio di Dan Cassino della Fairleigh Dickinson University ha rilevato che, dopo aver votato per Trump nel 2024, gli uomini hanno dichiarato di sentirsi più mascolini.

Gli americani considerano da tempo i repubblicani il partito paterno, forte sulla difesa e severo sulla criminalità, e i democratici quello materno, attento ai bisognosi e alle parole offensive. Alla domanda su quale sia il partito degli uomini, gli americani rispondono "repubblicani" con una frequenza quasi sette volte superiore a "democratici".

I dati del sondaggio Harvard/IOP raccontano però un'erosione rapida. I giovani uomini sono diventati elettori in bilico: il 33% dichiara che voterà democratico a novembre, il 25% repubblicano, mentre un consistente 38% non sa cosa farà o non andrà a votare. Il motivo principale è economico. Trump aveva promesso di rendere di nuovo accessibile l'America fermando l'inflazione e facendo addirittura scendere i prezzi, ma i suoi dazi e la guerra in Iran hanno prodotto l'effetto opposto.

Sondaggio Harvard/IOP
Il consenso di Trump tra i giovani uomini si è quasi dimezzato in un anno
Percentuale di americani maschi tra 18 e 29 anni che ha votato Trump alle presidenziali 2024 e che oggi approva il suo operato

49%

Voto a Trump
Presidenziali 2024

28%

Approva oggi
Aprile 2026

−21 punti percentuali
Tra i giovani elettori maschi che andranno alle urne a novembre per le elezioni di metà mandato, il 38% non sa per chi votare o non andrà a votare, il 33% sceglierà i democratici e il 25% i repubblicani.

Fonte: Harvard Kennedy School Institute of Politics, 52° Harvard Youth Poll · Sondaggio condotto dal 26 marzo al 3 aprile 2026 su 2.018 americani tra 18 e 29 anni

Le preoccupazioni dei giovani uomini sono concrete: trovare un lavoro, comprare casa, conoscere una compagna, formare una famiglia. In un sondaggio NBC i giovani uomini che avevano votato Trump hanno indicato "avere figli" come il loro principale obiettivo di vita. Le giovani donne che avevano votato per Kamala Harris lo hanno collocato al penultimo posto su tredici opzioni.

Il problema è che case e famiglie costano. Richard Reeves, dell'organizzazione non governativa American Institute for Boys and Men, ha spiegato che nessuno dei due partiti riesce a parlare a questi elettori. I repubblicani si rivolgono a loro come se esistesse una sola via di vita valida: trovare un lavoro, sposarsi, avere figli. I democratici talvolta liquidano i giovani uomini che aspirano a questi traguardi tradizionali come reazionari. "Non vedo prove che sia così", ha detto Reeves all'Economist. "La maggior parte dei giovani uomini non vuole tornare agli anni Cinquanta. Non si aspettano di essere patriarchi. Ma riconoscono che la paternità dà loro uno scopo e vogliono sentirsi necessari".

Josh Thomas, deputato democratico dello stato della Virginia, ha riconosciuto che per anni il messaggio del partito ai giovani uomini è suonato come "ehi, il futuro non siete voi". I democratici, ha aggiunto, sembrano disposti a parlare dei problemi causati dagli uomini ma non di quelli che gli uomini affrontano. Un sondaggio Economist/YouGov rileva che il 54% degli americani considera il pregiudizio contro gli uomini un problema all'interno del Partito democratico. Un altro sondaggio mostra che i democratici sono cinque volte più propensi dei repubblicani ad ammettere di avere una visione sfavorevole degli uomini in generale (26% contro 5%).

Diversi esponenti democratici, alcuni con ambizioni presidenziali, stanno cercando di colmare il distacco. Wes Moore, governatore del Maryland, ha dichiarato che la società ha chiaramente ignorato i giovani uomini e i ragazzi. Moore, veterano dell'Afghanistan, ha raccontato la propria infanzia difficile, da figlio di una madre immigrata sola e con un arresto a undici anni per aver imbrattato muri con bombolette spray. Ha sostenuto la necessità di modelli maschili e ha avviato l'assunzione di più insegnanti uomini, oggi troppo pochi nelle scuole. A dicembre ha lanciato un piano per aiutare i ragazzi a migliorare i risultati scolastici. Lo scorso anno il governatore della California Gavin Newsom ha avviato un programma sui problemi dei giovani uomini in ambito scolastico, di salute mentale e di ricerca del lavoro. A ottobre la Virginia ha presentato il progetto di una commissione per ragazzi e uomini, voluta dallo stesso Thomas.

Rahm Emanuel, ex sindaco di Chicago, ha collegato lo scoraggiamento maschile al costo elevato delle case. Una ricerca di Gabrielle Penrose del Boston College fornisce dati a sostegno di questa lettura. La scarsità di abitazioni alza il prezzo dell'indipendenza e spinge molti giovani uomini, e un numero minore di giovani donne, a vivere con i genitori invece che dove ci sono opportunità di lavoro. Penrose ha calcolato che un aumento del 10% degli affitti locali fa salire di circa 1,1 punti percentuali la probabilità che gli uomini senza laurea vivano con i genitori e si associa a un calo dello 0,5% nella partecipazione alla forza lavoro. Secondo la sua stima, l'aumento dei costi abitativi potrebbe spiegare un terzo del calo dell'occupazione tra gli uomini senza laurea dal 2000 a oggi.

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Trump ha cambiato di continuo le scadenze sulla fine della guerra con l'Iran


Dal 28 febbraio a oggi il presidente ha promesso più volte la fine del conflitto entro tempi sempre diversi, alternando aperture diplomatiche e minacce di attacco spesso persino nello stesso giorno.

Donald Trump ha annunciato almeno 5 volte, da fine febbraio a oggi, la fine imminente della guerra con l'Iran. Ogni volta, però, ha indicato una scadenza diversa. A ricostruirlo questa tempistica incoerente è il Washington Post, in un'analisi firmata da Júlia Ledur, che raccoglie le dichiarazioni pubbliche del presidente tra il 28 febbraio e gli ultimi giorni di aprile.
Le scadenze mobili di Trump sull'Iran — FocusAmerica

I cambiamenti di rotta di Trump

Le scadenze mobili di Trump:
tutte le volte che ha detto che la guerra stava per finire


Da fine febbraio Trump ha annunciato almeno 5 volte la fine imminente della guerra con l'Iran. Ogni volta con una scadenza diversa. La ricostruzione del Washington Post mette in fila promesse, minacce e retromarce in 9 settimane di dichiarazioni contraddittorie.

Júlia Ledur · The Washington Post Periodo analizzato: 28 febbraio – 5 maggio 2026

Scadenze annunciate
5
Le volte in cui Trump ha indicato una data per la fine della guerra

vs

Scadenze rispettate
0
Cessate il fuoco esteso a tempo indeterminato il 21 aprile

A seconda dei casi le previsioni si sono accorciate da 5 settimane a 3 giorni

Esplora le contraddizioni
1 Scadenze 2 Hormuz 3 Regime 4 Esperti

La timeline delle promesse

5 date diverse per la fine della stessa guerra


Ogni barra mostra l'arco temporale promesso da Trump: dal giorno della dichiarazione (cerchio chiaro) alla data prevista per la fine del conflitto. La realtà è il cessate il fuoco esteso a tempo determinato il 21 aprile.

1 mar 15 mar 1 apr 15 apr 1 mag

2 marzo Casa Bianca
"Lo avevamo previsto fin dall'inizio, durerà 4 o 5 settimane"

~7 marzo Conferenza stampa
"Andremo via molto presto, entro 2 settimane, forse 3"

1 aprile, mattina Briefing
"La guerra sarà finita entro 3 giorni"

1 aprile, sera Discorso TV · attacchi mai arrivati
Colpiremo l'Iran "molto duramente" nelle prossime 2-3 settimane

15 aprile Fox Business
"La guerra è vicina alla fine. La vedo molto vicina"

21 apr · Cessate il fuoco

Data della dichiarazione
Fine guerra promessa

2 marzo Casa Bianca
"Lo avevamo previsto fin dall'inizio, la guerra durerà 4 o 5 settimane"

1 mar5 mag

~7 marzo Conferenza stampa
"Andremo via molto presto, entro 2 settimane, forse 3"

1 mar5 mag

1 aprile · mattina Briefing
"La guerra sarà finita entro 3 giorni"

1 mar5 mag

1 aprile · sera Discorso TV
Colpiremo l'Iran "molto duramente" nelle 2-3 settimane successive. Gli attacchi non sono mai arrivati.

1 mar5 mag

15 aprile Fox Business
"La guerra è vicina alla fine. La vedo molto vicina"

1 mar5 mag

La realtà

Il 21 aprile Trump ha esteso a tempo indeterminato il fragile cessate il fuoco. Nessuna delle scadenze annunciate nelle 9 settimane precedenti è stata rispettata.

Lo Stretto di Hormuz

Quattro cambiamenti di posizione su una rotta cruciale per il greggio mondiale


In 6 settimane Trump è passato dal minacciare la distruzione delle centrali iraniane allo scortare in sicurezza le navi per poi fare retromarcia ogni volta. Ogni dichiarazione ha generato reazioni opposte sui mercati energetici globali.

Minimizza
l'importanza dello Stretto
Minaccia
azioni se resta chiuso

21 marzo
Minaccia di "colpire e annientare" le centrali elettriche iraniane se Teheran non riapre lo Stretto entro 48 ore.
Truth Social

31 marzo
I Paesi che dipendono da quel petrolio "dovranno arrangiarsi" da soli. Gli Stati Uniti "non hanno nulla a che fare" con lo Stretto.
Conferenza stampa Casa Bianca

12 aprile
Annuncia un blocco navale americano contro tutte le navi dirette verso lo Stretto o in uscita.
Truth Social

3 maggio
Annuncia che la Marina americana "scorterà in sicurezza" le navi iraniane fuori dalle acque contese. In meno di 48 ore fa retromarcia anche su questo.
Truth Social

Minaccia
21 marzo
Minaccia di "colpire e annientare" le centrali elettriche iraniane se Teheran non riapre lo Stretto entro 48 ore.
Truth Social

Minimizza
31 marzo
I Paesi che dipendono da quel petrolio "dovranno arrangiarsi" da soli. Gli Stati Uniti "non hanno nulla a che fare" con lo Stretto.
Conferenza stampa Casa Bianca

Minaccia
12 aprile
Annuncia un blocco navale americano contro tutte le navi dirette verso lo Stretto o in uscita.
Truth Social

Minimizza
3 maggio
Annuncia che la Marina americana "scorterà in sicurezza" le navi iraniane fuori dalle acque contese. In meno di 48 ore fa retromarcia anche su questo.
Truth Social

Il dato di fondo

Per Suzanne Maloney della Brookings Institution, gli Stati Uniti di Trump hanno sottovalutato la capacità iraniana di danneggiare l'economia globale: contavano su un crollo rapido del regime e ricadute economiche minime, ma ciò non è avvenuto.

L'obiettivo della guerra

Il cambio di regime era o non era nei piani?


In poco più di un mese Trump ha indicato il cambio di regime come obiettivo, poi ha negato di averlo mai detto, e infine ha rivendicato che "è avvenuto" lo stesso. Le sue dichiarazioni messe a confronto.

Cambio di regime
come obiettivo

28 FEBBRAIO
Eliminare le minacce poste dal regime iraniano è lo "scopo centrale" dell'operazione.
Primo discorso alla nazione

23 MARZO
"Ci sarà una forma molto seria di cambio di regime"
Dichiarazione ai giornalisti

Cambio di regime
non era l'obiettivo

31 MARZO
Il cambio di regime "non era tra gli obiettivi" che Trump si era prefissato.
Conferenza stampa Casa Bianca

1 APRILE
"Non abbiamo mai detto cambio di regime, ma il cambio di regime è avvenuto lo stesso"
Discorso televisivo serale

32 giorni tra l'obiettivo iniziale e la sua negazione

Il giudizio degli esperti

Una comunicazione "unica nel suo genere" che mina la credibilità americana al tavolo dei negoziati


Per gli analisti consultati dal Washington Post le contraddizioni stanno erodendo la fiducia verso l'Amministrazione presso la controparte iraniana e complicando ogni via d'uscita negoziale.

Leon Panetta Ex Segretario alla Difesa, ex direttore CIA, ex capo di gabinetto Casa Bianca

Storicamente e politicamente, non credo di aver mai visto qualcuno in un ruolo di leadership politica adottare una giustificazione così costante e mutevole per le azioni che intraprende.

5+
Scadenze diverse annunciate sulla fine della guerra

4
Capovolgimenti sulla strategia per Hormuz

Suzanne Maloney Vicepresidente Brookings Institution, direttrice politica estera

Non mi è chiaro se esista una soluzione militare praticabile in tempi tali da evitare ricadute catastrofiche per l'economia globale. L'esito finale dovrà essere diplomatico.

75
Gli anni di politica americana nella regione che un ritiro delle forze Usa contraddirebbe

~20%
Quota di greggio mondiale che transitava da Hormuz prima della guerra

Panetta · L'effetto sul negoziato

"L'Iran ha probabilmente deciso da tempo che la parola del presidente non vale molto. C'è poca fiducia al tavolo".

Fonte Júlia Ledur, The Washington Post, maggio 2026. Periodo analizzato: 28 febbraio – 5 maggio 2026. Dichiarazioni pubbliche del presidente in conferenze stampa, discorsi alla nazione, post Truth Social e interviste televisive.

Il 21 aprile Trump ha esteso a tempo indeterminato il fragile cessate il fuoco che continua ancora oggi. Nelle settimane precedenti aveva ripetuto più volte che il conflitto era vicino alla conclusione, ma le previsioni sono cambiate di continuo. Il 2 marzo, parlando alla Casa Bianca, aveva detto: "Lo avevamo previsto fin dall'inizio, questa operazione durerà 4 o 5 settimane". Pochi giorni dopo, però, in conferenza stampa, la stima era già diventata diversa: "Andremo via molto presto, direi entro 2 settimane, forse 3".

Non è finita qui: il 1° aprile, in mattinata, aveva detto ai giornalisti presenti alla Casa Bianca che la guerra sarebbe finita "entro 3 giorni". La sera stessa, in un discorso televisivo, aveva promesso di colpire l'Iran "molto duramente" nelle 2 o 3 settimane successive. Quegli attacchi però non si sono mai verificati.

Minacce e marce indietro sullo Stretto di Hormuz


I segnali contraddittori si sono moltiplicati anche sullo Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra passava una quota rilevante del greggio mondiale. Il 21 marzo, su Truth Social, Trump ha minacciato di "colpire e annientare" le centrali elettriche iraniane se Teheran non avesse riaperto lo Stretto entro 48 ore. Dieci giorni dopo ha completamente cambiato registro: i Paesi che dipendono da quel petrolio, ha detto, "dovranno arrangiarsi" da soli.

Il 12 aprile ha quindi annunciato il blocco navale americano contro tutte le navi dirette verso lo Stretto o in uscita. Il 3 maggio è arrivato un nuovo cambio di rotta: la Marina americana, ha scritto, avrebbe “scortato in sicurezza” le navi iraniane fuori dalle acque contese. Poi, meno di 48 ore dopo, l'ennesima retromarcia.

Anche sugli obiettivi della guerra il messaggio è rimasto oscillante. Il 28 febbraio, nel primo discorso alla nazione dopo l'inizio degli attacchi americani e israeliani, Trump aveva indicato come scopo centrale dell’operazione l’eliminazione delle minacce poste dal regime iraniano. Il 23 marzo aveva parlato di “una forma molto seria di cambio di regime”. Il 31 marzo aveva sostenuto che il cambio di regime “non era tra gli obiettivi” che si era prefissato. Il giorno dopo, in un discorso televisivo serale, aveva aggiunto: “Non abbiamo mai detto di volere cambio di regime, ma il cambio di regime è avvenuto lo stesso”.

Panetta: "C'è poca fiducia al tavolo"


Leon Panetta, ex Segretario alla Difesa, ex direttore della Central Intelligence Agency ed ex capo di staff della Casa Bianca con presidenti democratici, ha definito la comunicazione di Trump come “unica nel suo genere”. “Sul piano storico e politico, non credo di aver mai visto qualcuno in una posizione di leadership adottare una giustificazione così costantemente mutevole per le azioni che intraprende”, ha dichiarato al Washington Post.

Secondo Suzanne Maloney, vicepresidente e direttrice del programma di politica estera della Brookings Institution, una possibile spiegazione è che gli Stati Uniti abbiano sottovalutato la capacità iraniana di danneggiare l'economia globale. I funzionari americani, ha spiegato Maloney al Washington Post, contavano su un rapido crollo del regime e su un conflitto breve, con ricadute economiche minime. "Quella presunzione si è rivelata sbagliata", ha detto. Ora, secondo Maloney, l'Amministrazione cerca di valorizzare risultati militari più limitati, in particolare il danneggiamento delle capacità belliche iraniane.

Maloney, che studia da tempo l’Iran e i mercati energetici del Golfo Persico, ritiene che una soluzione esclusivamente militare non sia mai stata realistica. “Non mi è chiaro che esista una soluzione militare praticabile in tempi tali da evitare ricadute davvero catastrofiche per l’economia globale”, ha affermato. La via d’uscita, secondo lei, dovrà essere diplomatica. Un ritiro senza accordo, però, finirebbe per contraddire 75 anni di politica americana nella regione e sarebbe “profondamente umiliante”.

Tali contraddizioni, avverte Panetta, stanno però già erodendo la credibilità dell’Amministrazione al tavolo negoziale. “L’Iran ha probabilmente concluso da tempo che la parola del presidente vale poco”, ha detto. “Al tavolo c’è poca fiducia”.

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Mosca celebra il Giorno della Vittoria in versione ridotta


La parata sulla Piazza Rossa per gli 81 anni dalla sconfitta della Germania nazista si è svolta in formato ridotto sotto stretta sorveglianza, mentre entrava in vigore una tregua di tre giorni con l'Ucraina.
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Per la prima volta in quasi vent'anni la parata militare del 9 maggio sulla Piazza Rossa di Mosca si è svolta senza carri armati, missili e mezzi pesanti. Solo il tradizionale sorvolo dei caccia da combattimento e le truppe a piedi hanno sfilato davanti al presidente Vladimir Putin, in una versione fortemente ridimensionata della cerimonia che commemora la vittoria sovietica sulla Germania nazista nella Seconda guerra mondiale.

La parata si è tenuta nel giorno in cui è entrata in vigore una tregua di tre giorni tra Russia e Ucraina, dal 9 all'11 maggio, annunciata venerdì dal presidente americano Donald Trump. L'accordo prevede anche uno scambio di prigionieri nel formato 1.000 contro 1.000, confermato sia dal Cremlino sia dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Trump ha detto ai giornalisti a Washington che vorrebbe vedere "una grande estensione" del cessate il fuoco, definendo il conflitto "la cosa peggiore dalla Seconda guerra mondiale in termini di vite umane" e parlando di 25.000 giovani soldati morti ogni mese. Nelle ore successive alla parata non sono stati segnalati violazioni della tregua da parte di Mosca o Kiev, anche se in seguito il ministero della Difesa russo ha accusato l'Ucraina di averla infranta, senza fornire dettagli.
Cremlino
Le autorità russe hanno motivato il drastico cambio di formato con la "situazione operativa attuale" e con la necessità di rafforzare la sicurezza di fronte alla minaccia di attacchi ucraini. I commentatori della televisione di Stato hanno spiegato che gli armamenti pesanti servono di più sul fronte. Il deputato russo Yevgeny Popov ha dichiarato alla BBC che "i nostri carri armati sono occupati in questo momento, stanno combattendo, ne abbiamo bisogno più sul campo di battaglia che sulla Piazza Rossa". Al posto delle armi reali, su grandi schermi sulla Piazza Rossa e in televisione sono stati trasmessi video preregistrati che mostravano il missile balistico intercontinentale Yars, il nuovo sottomarino nucleare Arkhangelsk, l'arma laser Peresvet, il caccia Sukhoi Su-57, il sistema antiaereo S-500 e una serie di droni e pezzi di artiglieria.

Per la prima volta hanno preso parte alla parata anche soldati nordcoreani, in riconoscimento dell'invio di truppe da parte di Pyongyang per respingere l'incursione ucraina nella regione russa di Kursk. Più di mille militari che hanno servito in Ucraina hanno sfilato sulla piazza. Accanto a Putin sedevano un veterano della Seconda guerra mondiale, Svet Turunov, e Leonid Ryzhov, partecipante all'operazione militare speciale e insignito nel 2022 del titolo di Eroe della Russia.

Nel suo discorso di otto minuti Putin ha promesso la vittoria nel conflitto e ha rilanciato la narrazione che lega l'attuale guerra alla memoria della Grande guerra patriottica. "Affrontano una forza aggressiva armata e sostenuta dall'intero blocco della NATO", ha detto riferendosi ai soldati russi impegnati in Ucraina, "e nonostante questo i nostri eroi avanzano". Il leader russo ha aggiunto che "la vittoria è sempre stata e sarà nostra", citando "forza morale, coraggio, unità e capacità di sopportare ogni sfida".

La presenza di leader stranieri è stata nettamente inferiore rispetto all'80° anniversario dell'anno scorso, quando avevano partecipato 27 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente cinese Xi Jinping e il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Quest'anno hanno assistito alla cerimonia il leader bielorusso Alexander Lukashenko con il figlio Nikolai, il re della Malesia Sultan Ibrahim Iskandar, il presidente del Laos Thongloun Sisoulith e i presidenti di Kazakistan e Uzbekistan, Kassym-Jomart Tokayev e Shavkat Mirziyoyev. Il primo ministro slovacco Robert Fico, unico rappresentante di un paese dell'Unione europea, ha incontrato Putin al Cremlino e ha deposto fiori alla Tomba del Milite Ignoto, ma non ha partecipato alla parata. Fico ha lamentato le sanzioni europee contro Mosca e ha sottolineato l'importanza delle forniture energetiche russe per la Slovacchia.
Cremlino
Le misure di sicurezza nella capitale sono state senza precedenti. Il ministero dello Sviluppo digitale ha disposto la sospensione di tutti i servizi di internet mobile e degli sms a Mosca per garantire la pubblica sicurezza. Strade chiuse, soldati armati a bordo di pickup e controlli capillari hanno caratterizzato la giornata in una città che con la regione circostante conta 22 milioni di abitanti. Diversi reporter internazionali accreditati alla parata si sono visti revocare l'accesso giovedì, con la spiegazione che solo le emittenti ospitanti avrebbero coperto l'evento a causa del formato ridotto. Parate più piccole nelle altre città sono state ridimensionate o cancellate, mentre alcuni eventi virtuali rischiavano di essere disturbati dalle interruzioni di internet.

Le autorità russe avevano avvertito che qualsiasi tentativo ucraino di disturbare la cerimonia avrebbe provocato un attacco missilistico massiccio sul centro di Kiev. Il ministero degli Esteri aveva consigliato alle ambasciate straniere e alle organizzazioni internazionali in Ucraina di evacuare il personale, e il ministero della Difesa aveva esteso l'invito ai civili. L'Unione europea ha fatto sapere che i suoi diplomatici non avrebbero lasciato la capitale ucraina nonostante le minacce. Zelensky aveva risposto con un decreto ironico che "autorizzava" Mosca a tenere la parata, dichiarando la Piazza Rossa temporaneamente fuori dalla lista degli obiettivi ucraini. "La Piazza Rossa per noi conta meno della vita dei prigionieri di guerra ucraini che possono tornare a casa", aveva scritto su Telegram. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha liquidato il decreto come "una battuta sciocca", aggiungendo che "non abbiamo bisogno del permesso di nessuno per essere orgogliosi del nostro Giorno della Vittoria".

Il ridimensionamento della parata si inserisce in un quadro di crescente difficoltà per Mosca. L'esercito russo, più numeroso e meglio equipaggiato, avanza lentamente lungo un fronte di oltre mille chilometri, ma l'Ucraina ha sviluppato droni capaci di colpire bersagli a oltre mille chilometri all'interno del territorio russo, prendendo di mira raffinerie, impianti manifatturieri e depositi militari. Negli ultimi mesi gli attacchi ucraini hanno colpito la regione di Yaroslavl, a oltre 700 chilometri dal confine, e una raffineria nella regione di Perm, a più di 1.500 chilometri. Un drone ha colpito l'edificio amministrativo della navigazione aerea della Russia meridionale a Rostov sul Don, costringendo 13 aeroporti del sud del paese a sospendere le operazioni. Secondo il ministero della Difesa russo, dopo la mezzanotte di venerdì le difese aeree hanno abbattuto 390 droni ucraini e sei missili Neptune.

Alexander Baunov del Carnegie Russia Eurasia Center, think tank con sede a Berlino, ha scritto in un'analisi pubblicata questa settimana che "una parata militare è pensata come dimostrazione di forza e coraggio, ma se si tiene di nascosto e con internet bloccato per ridurre le possibilità che un drone d'attacco ucraino possa raggiungere il sito, non dimostra altro che paura e debolezza". L'economia russa, da 3.000 miliardi di dollari, è sotto pressione e i rapporti con l'Europa sono ai minimi dalla Guerra fredda. Igor Girkin, nazionalista russo filo-bellicista oggi in carcere e critico della conduzione della guerra da parte del Cremlino, ha scritto su Telegram che "la crisi si sta ancora approfondendo gradualmente, ma qualsiasi movimento brusco può mandare l'economia, e non solo l'economia, in caduta libera", paragonando i leader russi a ufficiali più preoccupati di essere espulsi dalle loro cabine che del naufragio della nave.

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Trump nega di aver ammorbidito le politiche anti immigrazione


Il nuovo segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha cambiato approccio dopo le proteste in Minnesota, ma una parte della base repubblicana giudica troppo lenti i ritmi dei rimpatri in vista delle elezioni di metà mandato.

L'amministrazione Trump è finita sotto il fuoco incrociato della propria base conservatrice, che accusa la Casa Bianca di aver ammorbidito la linea sulle espulsioni di immigrati irregolari. Lo scrive il New York Times secondo cui il nuovo segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha avviato una svolta nella comunicazione e nelle tattiche operative del dipartimento, suscitando la frustrazione degli elettori più intransigenti.

Mullin ha assunto l'incarico con l'obiettivo dichiarato di tenere il dipartimento lontano dai titoli dei giornali, dopo l'anno turbolento della sua predecessora Kristi Noem. Ha sospeso i piani per convertire capannoni industriali in centri di detenzione per immigrati. Ha imposto agli agenti dell'immigrazione di non entrare più nelle abitazioni private senza un mandato giudiziario. Ha persino tentato, su sollecitazione del presidente, di rinominare gli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement come agenti NICE, un'operazione di immagine pensata per stemperare la percezione aggressiva delle forze federali.

Il cambio di rotta nasce da un calcolo politico interno al partito repubblicano. La paura è che la stretta sull'immigrazione possa costare voti alle elezioni di metà mandato di quest'anno. Ma proprio questo riposizionamento ha provocato il malumore dei sostenitori più convinti del presidente, che chiedono un drastico aumento degli arresti e un ampliamento del raggio d'azione oltre i soli immigrati con precedenti penali.

Mike Howell, presidente dell'Oversight Project, una costola della fondazione conservatrice Heritage Foundation, ha espresso al New York Times tutto il suo scetticismo. "Non so come si possa fare un programma di espulsioni di massa in silenzio", ha dichiarato. "Il presidente ha fatto campagna elettorale su questo tema a voce alta. Non è qualcosa da cui ritirarsi". Howell guida anche un gruppo di nuova formazione, la Mass Deportation Coalition, e sostiene che il metro di giudizio non possa essere la retorica ma i numeri concreti, che a suo dire non mostrano ancora una traiettoria coerente con l'obiettivo annunciato.

La Casa Bianca respinge categoricamente le accuse di un cedimento. Tom Homan, lo zar dei confini, ha usato toni duri durante il Border Security Expo di Phoenix questa settimana. "Per quelli là fuori che dicono che il presidente Trump si sta ammorbidendo sulle espulsioni di massa, non sapete di cosa diavolo state parlando", ha affermato. Homan ha promesso che le espulsioni di massa stanno arrivando e ha minacciato l'invio di numerosi agenti dell'immigrazione a New York qualora i legislatori statali approvassero misure che limitino la cooperazione tra autorità locali e ICE.

Mullin ha sostenuto le posizioni di Homan dichiarando che il dipartimento non sta rallentando, anche se i dati dell'ICE mostrano un recente calo degli arresti. In un'intervista rilasciata giovedì a Fox Business, il segretario ha tenuto a precisare la nuova filosofia operativa. "Non andremo a New York come è successo a Minneapolis", ha detto. "Andremo a prendere i criminali con condanne gravi". Il riferimento è all'operazione del Minnesota, che aveva scatenato proteste diffuse dopo che due cittadini americani erano stati uccisi dagli agenti dell'immigrazione durante le manifestazioni.

I numeri raccontano una storia complessa. Secondo gli ultimi dati pubblici dell'ICE aggiornati ai primi di aprile, la media giornaliera degli arresti è scesa a circa mille, contro un picco di circa millecinquecento a gennaio durante la stretta in Minnesota. Anche con questo calo, la cifra resta circa quattro volte superiore a quella dell'ultimo anno dell'amministrazione Biden, quando l'ICE deteneva circa duecentocinquanta persone al giorno.

Un'analisi del New York Times sui dati federali mostra che durante il primo anno della seconda amministrazione Trump il governo ha espulso circa 230.000 persone arrestate all'interno del paese e altre 270.000 al confine. Il solo numero delle espulsioni derivanti da arresti interni ha superato il totale dell'intera presidenza Biden nei suoi quattro anni.

Sul fronte dell'opinione pubblica i sondaggi restituiscono un quadro contrastato. La maggioranza degli americani continua a giudicare eccessivi gli sforzi del governo federale per espellere milioni di immigrati irregolari. Ma una quota crescente di repubblicani ritiene ora che l'amministrazione stia facendo troppo poco, secondo un sondaggio del Pew Research Center diffuso lunedì.

I conservatori spingono perché l'amministrazione intensifichi i controlli sui luoghi di lavoro, considerati uno strumento decisivo per individuare un numero più ampio di immigrati senza documenti. Mark Krikorian, direttore esecutivo del Center for Immigration Studies, un centro studi favorevole a tassi di immigrazione più bassi, ha spiegato al New York Times che la maggior parte delle persone che vivono nel paese senza autorizzazione non viene arrestata per omicidi o altri reati gravi. Per questo, secondo Krikorian, sarebbe più efficace concentrarsi sui posti di lavoro per scovare numeri consistenti di irregolari. "Quello che cerco non è solo un'attività intensificata nel prendere in carico i sospetti già arrestati dagli sceriffi locali", ha detto. "La chiave è se intensificheranno l'applicazione delle norme sul lavoro".

Lo stesso Krikorian si dice però scettico che l'amministrazione vada in questa direzione, perché Trump in più occasioni ha fatto marcia indietro su politiche migratorie quando entravano in conflitto con la sua agenda economica. "L'ostacolo qui è il presidente", ha aggiunto. "Non vuole disturbare gli imprenditori".

Non tutti i conservatori sono critici. Kenneth T. Cuccinelli II, vicesegretario ad interim alla Sicurezza interna durante la prima amministrazione Trump, ha difeso la nuova linea operativa più discreta. Annunciare in anticipo la presenza degli agenti in una determinata regione, ha sostenuto, riduce l'efficienza delle operazioni e aumenta i pericoli per gli agenti, gli ufficiali e la popolazione.

Le portavoce dell'amministrazione hanno ribadito la linea ufficiale. Abigail Jackson, portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato che nessuno sta cambiando l'agenda dell'amministrazione sull'applicazione delle norme migratorie e che la priorità del presidente è sempre stata l'espulsione degli stranieri irregolari con precedenti penali che mettono in pericolo le comunità americane. Lauren Bis, portavoce del dipartimento, ha sottolineato che l'ICE non sta rallentando.

Il quadro che emerge è quello di un'amministrazione costretta a un equilibrio difficile tra l'esigenza di mantenere la promessa elettorale delle espulsioni di massa e il timore di un contraccolpo elettorale alle urne di novembre. Mullin tenta una strategia a due velocità: messaggi rassicuranti per l'elettorato moderato, con il focus sui criminali con condanne più gravi, e rassicurazioni continue alla base più dura sul fatto che nessun immigrato irregolare sarà al sicuro. Una linea che per ora non basta a placare né i critici a sinistra né gli alleati delusi a destra.

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Trump e il rischio della decadenza imperiale


Un articolo dell'Economist analizza la "marcia della follia" nella politica internazionale contemporanea, dalla guerra in Ucraina al Medio Oriente fino alle scelte del presidente americano.

Il mondo attraversa una fase di errori politici sistemici da parte di leader che ignorano il buon senso e gli interessi a lungo termine dei propri popoli. È la tesi di un articolo pubblicato dall'Economist che passa in rassegna i principali conflitti e le decisioni autodistruttive degli ultimi anni, fino ad arrivare alle scelte del presidente Donald Trump.

L'analisi parte da una constatazione: dopo ottant'anni senza un conflitto diretto tra grandi potenze, un numero allarmante di governanti sembra cercare lo scontro a prescindere dagli interessi nazionali. Il primo esempio citato è la guerra di Vladimir Putin contro l'Ucraina, definita un conflitto pretestuoso che i generali russi avevano promesso si sarebbe concluso in pochi giorni e che invece è entrato nel quinto anno. Segue il caso di Gaza, con la scommessa crudele compiuta dai leader di Hamas il 7 ottobre 2023, convinti che atti di violenza coordinata avrebbero spinto Israele a una reazione sproporzionata. Secondo l'Economist, i dirigenti di Hamas non si sono curati del fatto che i palestinesi avrebbero pagato il prezzo più alto. Il governo di Binyamin Netanyahu ha risposto inseguendo un obiettivo bellico irraggiungibile, ovvero la pacificazione totale di Gaza attraverso assedio e uso spietato della forza armata. Il risultato, secondo l'analisi, è che Gaza non è in pace e la reputazione internazionale di Israele è crollata.

Anche il regime iraniano è inserito nella lista degli errori strategici. I sopravvissuti della teocrazia di Teheran, scrive l'Economist, hanno imparato che assemblare quasi tutti gli elementi necessari per una bomba nucleare senza costruire effettivamente l'ordigno non era la strategia infallibile che immaginavano per evitare un attacco.

A questo elenco si aggiunge il presidente Donald Trump. Le minacce di annettere la Groenlandia e l'allontanamento di alleati utili in America, Asia ed Europa gli hanno già garantito un posto nella storia degli atti autolesionisti. Ora ha lanciato una guerra nel Golfo. Se gli scettici avessero ragione, e se gli Stati Uniti e Israele non riuscissero a piegare l'Iran ma innescassero invece una corsa agli armamenti generalizzata in Medio Oriente, gli errori di Trump meriterebbero un capitolo a parte.

Per inquadrare il fenomeno, la colonna ricorre al lavoro della storica Barbara Tuchman, autrice del libro "The March of Folly: From Troy to Vietnam" pubblicato nel 1984, che analizza decisioni autodistruttive dall'antichità all'era di Nixon. Tuchman distingue tra catastrofi imputabili a singoli individui e disastri prodotti da intere classi dirigenti. Tra i primi colloca l'imperatore azteco Montezuma, che nel sedicesimo secolo si arrese passivamente a poche centinaia di soldati spagnoli pur disponendo di eserciti potenti e di una città di 300.000 abitanti, anche dopo che consiglieri e familiari avevano capito che gli invasori erano semplici uomini avidi d'oro e non divinità vendicatrici.

La perdita delle colonie americane da parte della Gran Bretagna nel diciottesimo secolo è invece un esempio di responsabilità collettiva. Re Giorgio III e i suoi ministri, secondo Tuchman, "trasformarono in ribelli" gli americani attraverso anni di rapporti deteriorati. Le cause furono lo snobismo, l'arroganza e l'ignoranza delle realtà del nuovo mondo. Già all'epoca i politici dell'opposizione britannica avvertivano che l'America valeva molto più di qualsiasi tassa potesse essere riscossa lì e che una guerra sarebbe stata rovinosa. I duchi e i conti che governavano Londra paragonarono però i sudditi coloniali a bambini che dovevano essere obbedienti. Il conte di Sandwich rassicurò la Camera dei Lord sostenendo che gli americani non avrebbero combattuto perché erano "uomini grezzi, indisciplinati e codardi".

Secondo Tuchman, gli storici imparano poco dai singoli governanti sciocchi, perché i loro errori sono troppo frequenti e troppo influenzati dalle personalità individuali. L'interesse vero sta negli atti autolesionisti compiuti da una classe dirigente e che persistono oltre la vita politica di un singolo leader. I singoli incapaci possono fare molti danni, ma per produrre catastrofi epocali serve la persistenza nell'errore. L'inettitudine dei governi britannici del Settecento era una "follia del sistema" e la guerra americana in Vietnam coinvolse tre presidenti consecutivi.

Applicando questa griglia al presente, l'Economist osserva che molto dipende dal fatto che le visioni politiche di Putin, Netanyahu e della nuova guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei siano più ampie dei singoli leader e possano quindi sopravvivere alla loro uscita di scena. Lo stesso vale per Trump. Se le sue stranezze fossero solo sue, la sua influenza svanirebbe alla fine del mandato. Le sue scelte però sono rese possibili da un gruppo molto più ampio di repubblicani eletti e di elettori. La domanda è se i suoi errori siano sistemici.

Su questo punto Tuchman non offre conforto, perché individua una categoria specifica di malgoverno: l'incompetenza tipica degli imperi che scivolano nella decadenza. I padri fondatori americani riflettevano sul declino della repubblica romana verso un impero corrotto e brutale. Temevano imperatori tirannici come Caligola, che ribattezzò templi in suo onore, fece erigere statue d'oro di sé stesso e si dilettava a umiliare le antiche élite romane, compresi i senatori codardi che gli avevano consegnato poteri assoluti. Molti romani comuni amavano Caligola come uno showman che costruiva monumenti di marmo, organizzava parate militari e si godeva i combattimenti dei gladiatori, tanto più sanguinosi tanto meglio. Per mostrare il suo disprezzo verso le classi dirigenti, Caligola minacciò di nominare console il suo cavallo.

Trump, appassionato di statue dorate, monumenti di marmo e combattimenti in gabbia, non ha ancora nominato un cavallo nel suo gabinetto. Ha però scelto cortigiani senza qualifiche per posizioni di alto rango, dove gareggiano nel mostrare la loro lealtà mentre litigano per privilegi marginali della carica. La speranza, conclude l'Economist, è che queste follie siano specifiche dell'era Trump e reversibili con una o due elezioni. Una decadenza istituzionalizzata sarebbe un errore molto più difficile da correggere.

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La CIA smentisce Trump: "L'Iran può resistere al blocco navale per almeno altri 3 o 4 mesi"


Un'analisi riservata dell'intelligence americana stima anche che Teheran conserva ancora il 70% dei missili e il 75% dei lanciarazzi mobili. Intanto la benzina negli Usa non tornerà ai livelli pre-guerra prima del 2027 anche se si trovasse un accordo ora.

L'Iran può sopravvivere al blocco navale americano per almeno tre o quattro mesi prima di scivolare in un collasso economico più grave. È la conclusione di un'analisi riservata della Central Intelligence Agency, consegnata questa settimana ai vertici dell'Amministrazione Trump, secondo quanto riporta il Washington Post citando quattro fonti che hanno avuto accesso al documento. Una stima che smentisce in pieno l'ottimismo mostrato in pubblico dal presidente sulla fine imminente della guerra.

Il rapporto contiene anche un secondo elemento che ridimensiona la narrazione della Casa Bianca. Teheran conserverebbe, infatti, circa il 70% delle scorte missilistiche pre-belliche e circa il 75% dei lancia missile mobili. Un funzionario americano ha aggiunto che il regime ha riaperto quasi tutti i depositi sotterranei, riparato i missili danneggiati e ne ha assemblati di nuovi a partire da unità quasi complete già all'inizio del conflitto.

L'intelligence statunitense, osserva il Washington Post, ha spesso prodotto valutazioni più caute rispetto alle dichiarazioni della Casa Bianca. Stavolta però i numeri però contrastano troppo con quanto affermato mercoledì da Trump nello Studio Ovale. Il presidente aveva infatti detto che i missili iraniani sono "in gran parte decimati" e che ne resta "il 18%, 19%".
Il rapporto CIA sull'Iran — FocusAmerica

Il rapporto riservato CIA sull'Iran

L'Iran resisterà per mesi al blocco navale,
i numeri della CIA smentiscono Trump


Un rapporto riservato consegnato all'Amministrazione stima la tenuta del regime di Teheran in 3-4 mesi prima del collasso economico. Le scorte missilistiche residue sono molto più alte di quanto dichiarato dalla Casa Bianca.

Fonte: Washington Post — 4 fonti con accesso al documento Aggiornato a maggio 2026

La stima dell'intelligence americana

3-4
mesi

È il tempo che Teheran può sostenere il blocco navale americano prima di scivolare in un collasso economico più grave.
Analisi riservata · Central Intelligence Agency

Esplora i dati
1 Resistenza 2 Missili 3 Benzina USA 4 Cronologia

Quanto può durare il regime

3 o 4 mesi prima del collasso, secondo Langley


Il blocco navale è in vigore dal 14 aprile, dopo il fallimento dei colloqui di pace in Pakistan. Si applica a tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani.

Margine di tenuta economica iraniana sotto blocco navale

Casa Bianca: collasso imminente

Stima CIA: 3-4 mesi

01m2m3m4mal collasso

Trump: "fine imminente" del conflitto
CIA: finestra 3-4 mesi prima del collasso

500 mln $
Perdite giornaliere stimate dalla Casa Bianca per Teheran

Saturazione
Principale terminal petrolifero iraniano, secondo Bessent

La leadership iraniana sarebbe diventata più radicale, determinata e sempre più convinta di poter superare la volontà politica americana. Anche un blocco prolungato per mesi non costringerebbe il regime a piegarsi.
Fonte Washington Post · D. Citrinowicz, INSS Tel Aviv

L'arsenale residuo

Trump afferma 18-19%, l'intelligence stima 70-75%


Il rapporto CIA assegna a Teheran scorte e capacità di lancio molto superiori a quanto dichiarato pubblicamente dal presidente nello Studio Ovale.

Scorte missilistiche
Residuo rispetto al pre-conflitto

Stima CIA
~70%

Trump
~19%

Lancia missili mobili
Residuo rispetto al pre-conflitto

Stima CIA
~75%

Casa Bianca
n.d.

Depositi sotterranei
Stato operativo dopo i raid

Intelligence USA
Quasi tutti riaperti

Linea ufficiale
"Decimati"

Cosa significa

Per controllare lo Stretto di Hormuz contano sempre meno i missili a medio raggio: basta un piccolo drone per colpire una nave e far saltare le coperture assicurative sulle petroliere.

L'effetto sul mercato americano

Il prezzo della benzina USA non tornerà ai livelli pre-bellici prima del 2027


Anche se l'accordo con Teheran arrivasse oggi e Hormuz riaprisse subito, gli analisti convergono su un orizzonte di mesi per il pieno recupero.

Pre-guerra
~3,00$
Per gallone

Oggi
4,54$
Media nazionale (AAA)

Aumento di oltre 1,50 dollari al gallone rispetto a prima del conflitto
Il rientro del rincaro per fasi, secondo GasBuddy

1

1-3 mesi dalla riapertura
Rientra il primo terzo dell'aumento


Recupero

2

3-6 mesi successivi
Rientra il secondo terzo


Recupero

3

Inizio 2027
Solo allora si tornerebbe ai prezzi pre-bellici

100%
Recupero

L'Iran però ha dimostrato di poter chiudere lo Stretto di Hormuz e può minacciare di farlo di nuovo in modo credibile: basterebbe poco per dissuadere gli armatori dal riprendere i traffici senza un via libera da Teheran, e far salire di nuovo i prezzi del petrolio.
G. Brew · Eurasia Group, su Foreign Affairs

Le tappe del conflitto

Dal cessate il fuoco al nuovo rapporto CIA


Tocca un evento per i dettagli.

7 aprile 2026
Annunciato il cessate il fuoco

L'Amministrazione Trump comunica la sospensione delle ostilità in attesa dei colloqui in Pakistan.

14 aprile 2026
Falliscono i colloqui di pace, parte il blocco navale

Una settimana dopo il cessate il fuoco, fallisce la trattativa in Pakistan. Trump impone il blocco navale, applicato a tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani.

Maggio 2026
La CIA consegna l'analisi riservata

Il rapporto, citato dal Washington Post, stima in 3-4 mesi la tenuta economica iraniana e indica l'esistenza di scorte missilistiche residue molto superiori a quelle pubblicamente dichiarate dalla Casa Bianca.

Stessa settimana
Trump: "I missili iraniani sono in gran parte decimati"

Nello Studio Ovale il presidente sostiene che ne resti "il 18%, 19%". Ma i dati dell'intelligence raccontano una realtà molto diversa.

Prossimi mesi
Teheran prova a resistere: spedizioni di petrolio via ferrovia?

L'Iran accumula il greggio sulle petroliere rimaste senza carico, riduce i flussi nei giacimenti per mantenere attivi i pozzi e valuta il trasporto ferroviario attraverso l'Asia centrale.

Inizio 2027
Solo a questo punto la benzina USA potrà tornare ai livelli pre-bellici

Lo confermano S&P Global Energy, Rystad Energy e GasBuddy: anche con una fine duratura del conflitto, serviranno mesi prima che il traffico nello Stretto torni ai volumi precedenti e la situazione dei prezzi torni alla normalità.

Fonti Washington Post (rapporto CIA, 4 fonti) · Axios · AAA · GasBuddy · S&P Global Energy · Rystad Energy · D. Citrinowicz, Institute for National Security Studies (Tel Aviv) · G. Brew, Eurasia Group / Foreign Affairs.

Il blocco navale e la resistenza di Teheran


Trump ha imposto il blocco una settimana dopo il cessate il fuoco annunciato il 7 aprile, dopo il fallimento dei colloqui di pace in Pakistan. Il provvedimento si applica a tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato che, a causa del blocco navale, il principale terminal petrolifero iraniano sta per saturarsi, con "danni permanenti alle infrastrutture" iraniane. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha quantificato in 500 milioni di dollari al giorno le perdite per Teheran.

Una delle fonti del Washington Post ritiene però che la capacità iraniana di resistere sia perfino superiore alla stima della Cia. La leadership sarebbe diventata "più radicale, determinata e sempre più convinta di poter superare la volontà politica americana". Sul piano operativo, Teheran sta stoccando il petrolio sulle navi cisterna rimaste vuote a causa del blocco, ha ridotto i flussi nei giacimenti per mantenere operativi i pozzi e sta valutando il trasporto via ferrovia del petrolio attraverso l'Asia centrale.

Dal punto di vista militare, gli analisti segnalano che ormai per controllare lo Stretto di Hormuz contano meno i missili a medio raggio e più i droni a basso costo, costruibili in piccoli capannoni. Danny Citrinowicz, ricercatore dell'Institute for National Security Studies di Tel Aviv ed ex capo del settore Iran dell'intelligence militare israeliana, ha dichiarato al Washington Post che basta un piccolo drone per colpire una nave e far saltare le coperture assicurative sulle petroliere. Anche un blocco prolungato per mesi, ha aggiunto, non costringerebbe il regime a piegarsi alle richieste di Washington.

La guerra rischia, insomma, di lasciare l'Iran più forte di prima, con un alleggerimento delle sanzioni, capacità missilistiche e il sostegno ai proxy ancora intatti e l'arricchimento dell'uranio che resta sul proprio territorio.

La benzina resterà cara negli Usa almeno fino al 2027


L'effetto del conflitto si misura anche dentro i confini americani. Secondo un'analisi pubblicata da Axios, anche se l'accordo con Teheran arrivasse adesso e lo Stretto di Hormuz riaprisse subito, i prezzi della benzina resterebbero sopra i livelli pre-guerra almeno fino alle elezioni di midterm. Il prezzo medio negli Stati Uniti è oggi di 4,54 dollari al gallone, contro i poco meno di 3 dollari di prima del conflitto, secondo i dati Aaa.

Patrick De Haan, capo dell'analisi petrolifera di GasBuddy, ha spiegato ad Axios che dopo la riapertura un primo terzo del rincaro rientrerebbe in 1-3 mesi, un secondo terzo nei 3-6 mesi successivi, mentre i prezzi pre-guerra non tornerebbero prima dell'inizio del 2027. S&P Global Energy e la società di consulenza Rystad Energy convergono sullo stesso orizzonte: anche con una fine duratura del conflitto, serviranno mesi prima che il traffico nello Stretto torni ai volumi precedenti.

L'incognita strategica è però più profonda. Gregory Brew, di Eurasia Group, ha scritto su Foreign Affairs che l'Iran ha ormai dimostrato di poter chiudere lo Stretto di Hormuz e può minacciare di farlo di nuovo in modo credibile. Le sue capacità militari sono state degradate, ma non distrutte, e basterebbe poco per dissuadere gli armatori dal riprendere i traffici senza via libera da parte di Teheran.

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Il Pentagono pubblica i file sugli UFO: luci misteriose dalla Luna agli oceani


Pubblicati documenti, foto e video declassificati che documentano avvistamenti dagli anni Quaranta a oggi, inclusi resoconti degli astronauti delle missioni Apollo 12 e 17.

Il Pentagono ha cominciato a rendere pubblico un primo blocco di documenti, fotografie e video declassificati relativi ai cosiddetti fenomeni anomali non identificati, la definizione tecnica con cui il Dipartimento della Difesa indica gli oggetti volanti non identificati. La pubblicazione, avvenuta venerdì 8 maggio, risponde a una direttiva del presidente Donald Trump che chiede maggiore trasparenza su decenni di segnalazioni rimaste senza spiegazione. I file sono stati raccolti su un nuovo sito governativo e altri materiali saranno diffusi a scaglioni nelle prossime settimane.

Il Pentagono ha precisato che i casi inclusi nella prima tranche sono quelli giudicati irrisolti, ovvero episodi che per varie ragioni non sono stati spiegati con certezza. Alcuni dei materiali erano già stati pubblicati in passato, ma nelle nuove versioni le omissioni sono ridotte. Il Dipartimento della Difesa ha aggiunto che decine di milioni di pagine sono in fase di esame e verranno rese disponibili gradualmente.

Tra i documenti più suggestivi ci sono le trascrizioni delle missioni lunari Apollo 12 del 1969 e Apollo 17 del 1972. Durante l'Apollo 12, la seconda missione con sbarco umano sulla Luna, l'astronauta Alan L. Bean riferì al controllo missione di vedere lampi di luce che sembravano allontanarsi nello spazio. Nella trascrizione l'astronauta racconta che le luci pulsavano ogni secondo e che alcuni di quegli oggetti sembravano sfuggire dalla Luna per dirigersi verso le stelle. Il controllo missione ipotizzò che si trattasse di interferenze elettromagnetiche, di origine naturale o artificiale. Tre anni più tardi, durante l'Apollo 17, due astronauti descrissero particelle luminose paragonandole ai fuochi del Quattro di Luglio, la festa nazionale americana. Il pilota del modulo lunare Harrison Schmitt parlò di frammenti angolari che ruotavano nello spazio. Un altro membro dell'equipaggio raccontò di una luce così intensa da impedirgli di dormire, simile al faro di un treno in arrivo. Gli astronauti ipotizzarono che potesse trattarsi di frammenti di ghiaccio.

Anche Buzz Aldrin compare nei documenti: in un debriefing dell'Apollo 11 del 1969 l'astronauta riferì di avere osservato una sorgente di luce piuttosto brillante e un oggetto di dimensioni rilevanti vicino alla Luna, che l'equipaggio ipotizzò potesse essere un raggio laser. Una fotografia della missione Apollo 17 mostra tre punti luminosi disposti a triangolo: il Pentagono, in una didascalia, scrive che non c'è un consenso sulla natura dell'anomalia, ma una nuova analisi preliminare suggerisce che possa trattarsi di un oggetto fisico.

Il rilascio comprende oltre venti file video di oggetti non identificati registrati da sensori militari in luoghi che vanno dalla Siria al Giappone fino al Nord America. Si vedono punti veloci ripresi a distanza e un oggetto a forma di pallone da football americano avvistato sul Mar Cinese Orientale nel 2022. Il filmato più recente risale al primo gennaio di quest'anno e mostra due luci circolari in volo su uno sfondo nero in Nord America. Diversi video provengono da operazioni militari recenti in Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti, dove le truppe statunitensi sono presenti nel quadro delle attività contro lo Stato Islamico.

I rapporti scritti contengono descrizioni dettagliate. Un cablogramma del Dipartimento di Stato del 1994, partito dall'ambasciata americana in Tagikistan, racconta come un pilota tagiko e tre americani, mentre sorvolavano il Kazakistan, avessero visto un oggetto luminoso compiere virate di novanta gradi, movimenti a cavatappi e cerchi a velocità elevata. Un rapporto militare relativo al Mar Egeo del 2023 cita un fenomeno volato a pochi metri dalla superficie dell'oceano, capace di virate di novanta gradi a circa 130 chilometri orari. Un funzionario dell'intelligence statunitense, durante una ricognizione in elicottero, ha riferito di avere incontrato una sfera surriscaldata sospesa sul terreno, che si sarebbe spostata per circa trentadue chilometri prima che ne apparissero altre quattro o cinque, in grado di accendersi e spegnersi. In Siria, nel 2023, un militare ha descritto un oggetto a forma di palla rimbalzante che ha viaggiato a velocità costante di quasi 780 chilometri orari per almeno sette minuti, salvo poi essere classificato come innocuo. Un rapporto del 1948 raccolse testimonianze di aviatori americani e svedesi nei Paesi Bassi su ricorrenti avvistamenti di dischi volanti che, secondo gli osservatori, non sembravano provenire da alcuna cultura terrestre conosciuta.

Gli esperti invitano alla cautela. Sean Kirkpatrick, ex direttore dell'ufficio del Pentagono incaricato di indagare sui fenomeni anomali, ha dichiarato all'Associated Press che molti video vengono spesso interpretati male da chi non conosce la tecnologia militare. Ha citato come esempio un filmato del 2013 girato in Medio Oriente, che mostra un velivolo a forma di stella a otto punte: secondo Kirkpatrick si tratta probabilmente di un motore a reazione caldo che produce un effetto di diffrazione nella telecamera. Senza un'analisi rigorosa, ha aggiunto, la pubblicazione rischia di alimentare speculazioni e teorie cospirative. Un rapporto del Pentagono del 2024 aveva già smentito le affermazioni secondo cui il governo americano avrebbe recuperato tecnologia aliena o confermato l'esistenza di vita extraterrestre.

Trump ha presentato l'iniziativa come il mantenimento di una promessa, scrivendo su Truth Social che le precedenti amministrazioni non sono state trasparenti e che ora i cittadini possono decidere da soli cosa stia accadendo. Il Congresso aveva creato nel 2022 un ufficio dedicato alla declassificazione di questi materiali, e il rapporto pubblicato nel 2024 da quell'ufficio aveva rivelato centinaia di nuovi episodi senza però trovare prove di tecnologie aliene. L'amministratore della NASA Jared Isaacman ha elogiato l'iniziativa su X, scrivendo che l'agenzia resterà chiara su ciò che sa, su ciò che non comprende ancora e su ciò che resta da scoprire.

Una parte del Partito Repubblicano spinge per ulteriore trasparenza. La deputata Anna Paulina Luna, della Florida, in una lettera di marzo aveva chiesto la diffusione di 46 video segnalati da informatori interni: il Pentagono ha fatto sapere che saranno pubblicati più avanti. Il deputato Tim Burchett, del Tennessee, ha ringraziato Trump per avere mantenuto la parola, ma ha avvertito che la trasparenza richiederà tempo. La Sol Foundation, gruppo di ricerca che si occupa di fenomeni anomali, ha sollecitato l'approvazione di una legge che imponga una revisione approfondita dei documenti riservati per fare piena luce su programmi e tecnologie ritenute non di origine umana. Il direttore esecutivo Peter Skafish e il contrammiraglio in pensione Tim Gallaudet, ex amministratore facente funzioni della National Oceanic and Atmospheric Agency, hanno definito il passo positivo ma insufficiente rispetto a decenni di segretezza.

Il sito del Pentagono che ospita i documenti contiene un avvertimento: il linguaggio usato nei rapporti militari riflette l'interpretazione soggettiva di chi li ha redatti e non va considerato una conclusione definitiva su quanto realmente avvenuto.

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La rassegna stampa di sabato 9 maggio 2026


Trump spinge per il ridisegno dei collegi elettorali mentre l'Amministrazione affronta tensioni con l'Iran e pianifica licenziamenti nell'FDA

Questa è la rassegna stampa di sabato 9 maggio 2026

La Corte Suprema della Virginia boccia la nuova mappa elettorale democratica


La Corte Suprema della Virginia ha bloccato con una decisione 4-3 la nuova mappa dei collegi congressuali approvata dai democratici, che avrebbe potuto garantire al partito fino a quattro seggi aggiuntivi alla Camera. I democratici hanno chiesto una sospensiva e pianificano di ricorrere alla Corte Suprema federale.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill, The Guardian

L'Amministrazione Trump intensifica la pressione per il ridisegno dei distretti elettorali


Il presidente Trump e i suoi collaboratori stanno spingendo i leader repubblicani della Carolina del Sud e di altri stati del Sud per perseguire piani di ridisegno dei collegi elettorali a metà decennio. L'Alabama ha chiesto alla Corte Suprema di permettere l'uso di una nuova mappa elettorale favorevole ai repubblicani.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill

Trump annuncia un cessate il fuoco temporaneo di tre giorni tra Russia e Ucraina


Il presidente Trump ha confermato che Russia e Ucraina hanno accettato la sua richiesta di un cessate il fuoco di tre giorni e uno scambio di prigionieri. Trump ha espresso la speranza che la tregua possa essere estesa significativamente oltre il weekend.

Fonti: NPR, The Hill

Trump pianifica il licenziamento del commissario FDA Marty Makary


Il presidente Trump ha deciso di licenziare il commissario della Food and Drug Administration Marty Makary, secondo fonti informate. Makary, sostenitore del movimento "Make America Healthy Again", ha avuto scontri con l'amministrazione su politiche riguardanti il vaping, la pillola abortiva e l'approvazione di nuovi farmaci.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, Financial Times

Gli Stati Uniti impongono nuove sanzioni a compagnie cinesi per aver aiutato l'Iran


Il Dipartimento di Stato ha imposto sanzioni a compagnie cinesi accusate di aver fornito immagini satellitari che hanno permesso all'Iran di colpire le forze americane in Medio Oriente. Le misure si concentrano su aziende che supportano il programma di missili e droni iraniano.

Fonti: Financial Times, New York Times

L'esercito americano uccide due persone in un attacco contro imbarcazione nel Pacifico


L'esercito statunitense ha condotto il terzo attacco in cinque giorni contro una presunta imbarcazione per il traffico di droga nel Pacifico orientale, uccidendo due persone e lasciando un sopravvissuto. Il bilancio totale degli attacchi contro tali imbarcazioni dall'settembre scorso supera ora le 190 vittime.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

L'Amministrazione Trump vuole revocare la cittadinanza a 12 immigrati


L'Amministrazione Trump ha avviato procedimenti per revocare la cittadinanza americana a 12 persone accusate di comportamenti che potrebbero qualificarle per perdere la cittadinanza. La denaturalizzazione è stata raramente invocata in passato nella storia americana.

Fonti: New York Times

Il Pentagono rilascia nuovi documenti su avvistamenti UFO


Il Pentagono ha pubblicato online file "nuovi, mai visti prima" risalenti a decenni fa, relativi a oggetti volanti non identificati. I documenti includono trascrizioni, clip video e registrazioni audio su fenomeni anomali non identificati che il governo non è riuscito a determinare in modo definitivo.

Fonti: New York Times, BBC

General Motors paga 12,75 milioni di dollari per aver venduto dati di localizzazione dei conducenti


General Motors ha accettato di pagare 12,75 milioni di dollari per risolvere le accuse di aver venduto illegalmente i dati di localizzazione e di guida di centinaia di migliaia di californiani a due intermediari di dati. La casa automobilistica aveva precedentemente assicurato ai conducenti che non lo avrebbe fatto.

Fonti: The Guardian

Un giudice dichiara incostituzionali i tagli ai finanziamenti umanistici del Doge


Un giudice federale ha stabilito che la cancellazione di centinaia di sovvenzioni umanistiche per oltre 100 milioni di dollari da parte del "dipartimento di efficienza governativa" di Elon Musk è stata incostituzionale e ha comportato discriminazioni "palesi". I fondi erano stati stanziati dal Congresso per studiosi, scrittori e istituzioni di ricerca.

Fonti: The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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"Il più grande disastro nella storia della privacy dei dati degli studenti": l'attacco hacker a Canvas mostra il pericolo della tecnologia educativa centralizzata.


Giovedì pomeriggio, milioni di studenti di migliaia di università e scuole primarie e secondarie si sono visti bloccare l'accesso a Canvas, un software didattico onnicomprensivo che è diventato di fatto il fulcro di molti corsi. ShinyHunters, un gruppo di hacker specializzato in ransomware, ha violato i sistemi informatici della società madre di Canvas e, a quanto pare, ha rubato "miliardi" di messaggi e avuto accesso ai dati di oltre 275 milioni di persone . Il gruppo ha inoltre bloccato l'accesso a Canvas per gli studenti.

404media.co/the-biggest-studen…

@informatica

@scuola


'The Biggest Student Data Privacy Disaster in History': Canvas Hack Shows the Danger of Centralized EdTech


Thursday afternoon, millions of students at thousands of universities and K-12 schools were locked out of Canvas, a piece of catch-all education technology software that has become the de facto core of many classes. ShinyHunters, a ransomware group, hacked Canvas’s parent company and apparently stole “billions” of messages and accessed more than 275 million individuals’ data, according to the hacking group. The group also locked students out of Canvas.

Later Thursday, Instructure, which makes Canvas, was able to mostly put Canvas back online; it is not clear if the company paid a ransom or not. The breach demonstrates the danger in centralizing the educational and personal data of millions of students in a single service. Canvas is essentially a portal where teachers post assignments and lectures, have discussion boards, and students can message with each other and their teachers and connect with other pieces of education tech software.

Instructure noted on an incident update page that the stolen data includes “certain personal information of users at affected organizations. That includes names, email addresses, student ID numbers, and messages among Canvas users.” Instructure also noted that it was breached twice—once on April 29 and again on Thursday.

Soon after the hack, I called up Ian Linkletter, a digital librarian specializing in emerging education tech, to talk about the implications of the breach. Linkletter has worked in education tech for 20 years and over the last few years has become known for exposing privacy concerns in Proctorio, a remote test proctoring software that rose to prominence during the early days of the COVID-19 pandemic. Linkletter was sued by Proctorio but eventually the case was dropped.

Linkletter told me the Canvas hack is “the biggest student data privacy disaster in history” in part because of its scale and the sensitive nature of what was stolen. This is my conversation with Linkletter, which has been lightly condensed.

404 Media: What do we know about the hack so far?
Linkletter:
At about 1:20 PM [Pacific, Thursday], people started posting screenshots to Reddit of this breach message that they got. Some institutions were cautioning people to change their passwords if they were logged in, right now it just seems like people are in panic mode, some senior administration at schools are in meetings talking about whether they need to cancel finals next week. It’s just the implications are on everything because schools are reliant on this learning management system for everything—communications, grading, finals, everything.

In your email to me, you said you've worked in EdTech for 20 years and you said this is the biggest student data privacy disaster in history. I'm curious what sort of made you frame it that way.
I supported Blackboard [a similar piece of tech] way back in the day and I supported Canvas from about 2017 to 2022 when I worked at the University of British Columbia. And what I was there for when we switched to Canvas in 2017 was the shift from like these scrappy little self-hosted learning management system apps that would be on Canadian servers to this centralized, all eggs-in-one basket faith in a U.S. tech company. This idea that our data would be just as safe with them as it was when we had it. And because this move to the cloud happened so suddenly about 10 years ago, all of a sudden data got centralized. The only way that I can think of that this type of hack where everything went down, where so much was stolen would be if Instructure had access to everybody's data, which doesn't seem necessary. For it to be just so widespread across every customer is something that, like, [we’ve] never seen before.

Because the contents of messages got leaked, it’s really easy for phishing attacks to get customized. Like, Canvas got hacked [...] and continuing our conversation type of thing, you can get some really personal information from people. And that's also new.

I can also imagine messages between students and teachers to be pretty sensitive.
I supported instructors that used Canvas. And so I would hear these stories like, and they're on like the professor’s subreddit and stuff too, like students are telling you that people died [to explain absences]. There's personal circumstances, medical circumstances, accessibility accommodations, disputes, sexual assault allegations, like all sorts of stuff would be getting reported to the instructor using Canvas. If that information is out across hundreds of millions of people, there's a lot of harm that's going to happen.

What will you be kind of monitoring as this plays out?
My biggest concern right now is monitoring the institutional response. I feel very strongly that students should have been warned about this like days ago. And it just took this second hack where students got something in their face notifying them that really made schools respond. So I believe that students need to be warned or else they're going to get harmed. And the longer schools wait to tell students about what’s going on, even the little that they know, the more stress and chaos and potential risk to student privacy and safety is at stake.


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Trump rivela che Melania "odia" quando balla sulle note di Y.M.C.A.


Il presidente racconta che la first lady gli ha chiesto di smettere durante la campagna elettorale del 2024. La canzone disco del 1978, associata alla cultura gay, è diventata il simbolo delle manifestazioni politiche di Trump dal 2016.

Il presidente Donald Trump ha raccontato venerdì che la First Lady Melania Trump "odia" quando lui balla sulle note di Y.M.C.A., il brano disco del 1978 dei Village People che lei ha definito "l'inno nazionale gay". Durante un evento in Florida, Trump ha rivelato che la moglie gli avrebbe chiesto più volte di smettere di esibirsi sulle note della canzone durante la campagna elettorale del 2024.

Da tempo associata alla cultura gay e all’estetica camp, Y.M.C.A. è diventata una delle colonne sonore più riconoscibili del brand politico di Trump fin dal 2016. Il brano viene suonato regolarmente alla fine dei suoi comizi e ha conosciuto una nuova popolarità durante l’ultima campagna presidenziale, anche grazie alla coreografia personale con cui Trump lo accompagna sul palco.

Le parole di Melania


La rivelazione è arrivata durante un evento elettorale in una comunità di pensionati conservatori della Florida che, curiosamente, si chiama The Villages. Rivolgendosi al pubblico, Trump ha scherzato sul disagio della moglie per la sua passione per il brano. "Odia anche quando ballo alla fine", ha detto il presidente. "Odia quando ballo su quella che a volte viene chiamato l’inno nazionale gay. Lo sapete? Lo odia".

Trump si è poi attribuito il merito di avere riportato la canzone in cima alle classifiche. "Quella canzone era al quinto posto 32 anni fa, ed è arrivata al numero uno 32 anni dopo. Non è mai successo niente del genere. Non aveva mai raggiunto il primo posto. Era al quinto posto 32 anni fa, ed è arrivata al numero uno per mesi durante gli ultimi mesi della campagna", ha affermato. "Noi amiamo quella canzone", ha aggiunto, riferendosi al movimento MAGA.

Il presidente ha quindi imitato le parole della moglie: "Lei mi dice: 'Caro, per favore...' sapete che è una donna molto elegante. Mi dice: 'Caro, per favore non ballare. Non è presidenziale'. E io le ho risposto: 'Potrebbe non essere presidenziale, ma sono in testa di 20 punti nei sondaggi o qualcosa del genere'".

La classifica e il ritorno sul palco


Contrariamente a quanto affermato da Trump, al momento dell’uscita nel 1978 Y.M.C.A. raggiunse il secondo posto nella Billboard Hot 100 negli Stati Uniti. Solo 46 anni dopo, nel 2024, è arrivata al primo posto nella classifica Billboard Dance/Electronic Digital Song Sales, dove è rimasta per sei settimane.

La First Lady non è stata l’unica a contestare l’uso del brano da parte di Trump. Victor Willis, frontman dei Village People, aveva inizialmente approvato l’utilizzo della canzone, ma nel 2023 aveva inviato una lettera di diffida. In seguito, però, ha cambiato posizione e ha concesso al presidente la sua benedizione. Sta di fatto che, in perfetto stile trumpiano, alla fine del discorso in Florida, forse con discreto disappunto di Melania, Trump ha lasciato il palco proprio sulle note di Y.M.C.A., eseguendo tutti i suoi iconici passi di danza.

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Come i Dem possono riformare la Corte Suprema


Un'analisi del giornalista Jonathan Bernstein esamina le tre strade percorribili in caso di vittoria democratica alle elezioni presidenziali e congressuali, dall'aumento dei giudici alla limitazione delle competenze.

Se nel 2028 i democratici conquistassero la Casa Bianca insieme a maggioranze solide alla Camera e al Senato, si troverebbero davanti a una scelta cruciale sul futuro della Corte Suprema. Il giornalista politico Jonathan Bernstein, sulla sua newsletter Good Politics/Bad Politics, sostiene che l'attuale composizione del massimo organo giudiziario lascerebbe pochi margini di manovra al partito.

L'opzione considerata più semplice è quella nota come court-packing, ovvero l'ampliamento del numero dei giudici. La Costituzione americana non fissa quanti debbano essere i membri della Corte Suprema, e il numero di nove è il risultato di una legge ordinaria approvata dal Congresso. Per cambiarlo basterebbe quindi una nuova legge firmata dal presidente. Una volta nominati e confermati i nuovi giudici, la maggioranza repubblicana attualmente presente nella Corte verrebbe meno.

Il principale ostacolo è procedurale. Al Senato la legge potrebbe essere bloccata dal filibuster, lo strumento che permette alla minoranza di impedire il voto se non si raggiungono 60 senatori favorevoli. Bernstein ritiene che con almeno 53 senatori democratici si potrebbe creare una nuova eccezione al filibuster con la maggioranza semplice, come già accaduto in passato per altre materie. Lo svantaggio di questa strada è evidente, perché aprirebbe una corsa agli armamenti istituzionale, con i repubblicani pronti a fare lo stesso non appena tornati al potere. La Corte diventerebbe sempre più ampia e perderebbe credibilità, trasformandosi apertamente in una sorta di seconda assemblea legislativa di parte.

La seconda opzione consiste in riforme strutturali pensate per ridurre la polarizzazione della Corte. Tra le proposte circolate negli Stati Uniti c'è quella di sostituire l'incarico a vita con mandati di 18 anni a rotazione. Questo sistema garantirebbe a ogni presidente due nomine, eliminerebbe i ritiri strategici dei giudici e ridurrebbe la corsa a candidare giuristi molto giovani per massimizzare la durata del loro incarico. Una rotazione regolare abbasserebbe inoltre la posta in gioco di ogni singola nomina, riducendo l'incentivo a cercare profili fortemente ideologici.

Bernstein considera però improbabile che i democratici percorrano questa via. Le riforme strutturali richiederebbero in molti casi un emendamento costituzionale e quindi un consenso bipartisan, che secondo l'analisi non sarebbe ottenibile. I repubblicani, scrive, non accetterebbero compromessi neanche di fronte alla prospettiva di una Corte futura sfavorevole, perché qualunque parlamentare repubblicano disposto a votare un accordo perderebbe ogni possibilità di candidatura interna al partito.

La terza opzione è il jurisdiction-stripping, cioè la limitazione per legge delle materie su cui la Corte Suprema può pronunciarsi. Come ha spiegato il politologo Norm Ornstein, la Costituzione consente al Congresso di sottrarre determinate competenze al massimo organo giudiziario. I repubblicani hanno proposto questo strumento in passato senza mai utilizzarlo. Bernstein osserva che, qualora si decidesse per l'aumento dei giudici, aggiungere anche il jurisdiction-stripping sarebbe ridondante e ugualmente reversibile in caso di ritorno al potere repubblicano. Resta però una soluzione utile per convincere senatori democratici più cauti, contrari all'aumento del numero dei giudici ma disposti a sostenere misure meno drastiche.
Il dilemma democratico sulla Corte Suprema — FocusAmerica

Corte Suprema · Scenari per il 2029

Le tre strade dei democratici per cambiare la Corte Suprema


Se nel 2028 conquistassero Casa Bianca, Camera e Senato, i democratici avrebbero tre opzioni concrete. Ma solo una sarebbe davvero praticabile, scrive Jonathan Bernstein.

Analisi di Jonathan Bernstein · Good Politics/Bad Politics Una maggioranza repubblicana da oltre 50 anni

La Corte oggi · 9 giudici

R
R
R
R
R
R
D
D
D

Nominati GOP
6
Maggioranza conservatrice consolidata

Nominati DEM
3
Minoranza liberal

Il numero 9 non è fissato dalla Costituzione, ma da una legge ordinaria

Esplora l'analisi
1 Le opzioni 2 Il Senato 3 Le Corti 4 La posta

Tre strade, un solo obiettivo

Cambiare la Corte: cosa potrebbe fare davvero il Congresso


Bernstein analizza tre strumenti a disposizione di una futura maggioranza democratica. Tocca una scheda per scoprire dettagli, vantaggi e limiti di ciascuna opzione.

1

Ampliare la Corte — court-packing
Aggiungere giudici per ribaltare la maggioranza

Più semplice

Bastrebbe una legge ordinaria firmata dal presidente. Il numero dei giudici non è fissato dalla Costituzione: una volta nominati e confermati i nuovi membri, la maggioranza conservarice attuale verrebbe meno.

Vantaggi
Strada giuridicamente lineare. Effetto immediato sulla composizione della Corte.

Rischi
Potrebbe innescare una corsa agli armamenti istituzionale ed erodere la credibilità della Corte, trasformandola in una seconda assemblea legislativa di parte.

2

Mandati di 18 anni — riforma strutturale
Rotazione regolare, due nomine per ogni presidente

Improbabile

Sostituire l’incarico a vita con mandati a rotazione ridurrebbe il peso politico di ogni nomina. Eliminerebbe i ritiri strategici e la corsa a candidare giudici sempre più giovani per prolungarne al massimo la permanenza alla Corte.

Vantaggi
Riduce la polarizzazione. Soluzione bipartisan e duratura, preferita dallo stesso Bernstein.

Rischi
Richiederebbe un emendamento costituzionale, e quindi un ampio consenso bipartisan che secondo Bernstein non è ottenibile.

3

Limitare le materie — jurisdiction-stripping
Sottrarre per legge competenze alla Corte Suprema

Complementare

La Costituzione consente al Congresso di sottrarre alcune materie alla Corte. I repubblicani lo hanno proposto in passato, senza mai usarlo. Per Bernstein può servire a convincere i senatori democratici più cauti, contrari ad aumentare il numero dei giudici.

Vantaggi
Misura meno drastica del court-packing. Politicamente più sostenibile per i moderati.

Rischi
Ridondante se affiancata all'ampliamento. Reversibile in caso di ritorno al potere repubblicano.

L'ostacolo procedurale

Senza 53 senatori, ogni riforma resta bloccata

Il filibuster consente alla minoranza di bloccare il voto al Senato se non ci sono 60 senatori favorevoli a chiudere il dibattito. Con almeno 53 democratici, però, si potrebbe approvare a maggioranza semplice una nuova eccezione alla regola.

Soglie chiave al Senato (su 100)

53 dem

Soglia 60 · filibuster

0255075100

53
Minimo di senatori democratici necessari per creare una nuova eccezione al filibuster

60
Senatori richiesti per superare il filibuster con le regole attuali

Il calcolo politico

Secondo Bernstein, i repubblicani non accetterebbero compromessi nemmeno davanti al rischio di una futura Corte sfavorevole: qualunque esponente repubblicano disposto a trattare perderebbe ogni possibilità di ricandidarsi nel partito.

Il dossier parallelo

Le Corti inferiori, bloccate da 36 anni


Per decenni il Congresso ha aumentato il numero dei giudici federali per stare al passo con la crescita della popolazione. Negli ultimi 36 anni, però, quella pratica si è interrotta.

8
Riforme dei giudici di circoscrizione fra 1954 e 1990

36
Anni di stop dopo l'ultimo intervento del 1990

Cronologia degli aumenti

1954
Primo intervento del dopoguerra sui tribunali distrettuali

1961
Espansione dei giudici federali in più circuiti

1966
Nuovo aumento delle posizioni giudiziarie

1968
Aggiornamento per la crescita demografica

1978
L'intervento più ampio del periodo Carter

1980
Ulteriore allargamento dei tribunali federali

1984
Espansione sotto l'Amministrazione Reagan

1990
Ultimo aumento approvato dal Congresso

Anni '90 — 2000
Filibuster usato sempre più spesso, le riforme dei tribunali si fermano

2010
Solo il 2,8% delle leggi presentate al Senato diventa legge: minimo storico

Oggi
Bernstein invita i democratici a sbloccare la situazione

Cinquant’anni di squilibrio

Perché ogni giudice conta allo stesso modo, anche se è stato nominato trent’anni dopo

Da oltre cinquant’anni la Corte Suprema ha una maggioranza nominata da presidenti repubblicani, nonostante nello stesso periodo democratici e repubblicani abbiano vinto un numero simile di elezioni presidenziali.

Lo stesso peso, due ere diverse

Nominato GOP
Clarence Thomas
George H.W. Bush · 1991

=

Nominata DEM
Ketanji Brown Jackson
Joe Biden · 2022

La conclusione di Bernstein

Qualunque riforma approvata dai democratici nel 2029 potrebbe essere annullata dall’attuale maggioranza della Corte, anche con solide motivazioni costituzionali.

Per questo, scrive Bernstein, se gli elettori daranno loro i numeri necessari, i democratici avranno poche alternative a intervenire sulla composizione della Corte Suprema.

Fonte Jonathan Bernstein, Good Politics/Bad Politics. Riferimenti citati: Norm Ornstein · Elaborazione FocusAmerica.

L'analisi affronta anche la questione delle corti inferiori, considerata altrettanto urgente. Per decenni il Congresso ha aumentato i giudici di circoscrizione per stare al passo con la crescita della popolazione, con interventi nel 1954, 1961, 1966, 1968, 1978, 1980, 1984 e 1990. Negli ultimi 36 anni questa pratica si è interrotta. La causa è il filibuster, che fino agli anni Novanta era usato solo per le leggi più importanti. Si è poi esteso prima alle leggi rilevanti e dal 2009 a qualunque provvedimento. Bernstein invita i democratici a sbloccare la situazione aumentando i giudici dei tribunali distrettuali e d'appello, eventualmente distribuendo l'aumento su più anni.

Il giornalista riconosce di non apprezzare nessuna di queste soluzioni e di preferire riforme bipartisan come i mandati di 18 anni. Ricorda però che si è di fronte a una serie ininterrotta di Corti Supreme a maggioranza repubblicana che dura da oltre cinquant'anni, nonostante democratici e repubblicani abbiano vinto più o meno lo stesso numero di elezioni in quel periodo. Cita come esempio il fatto che il giudice Clarence Thomas, nominato da George H.W. Bush, ha lo stesso peso sulla Corte attuale della giudice Ketanji Brown Jackson, nominata da Joe Biden.

La conclusione di Bernstein è che qualunque provvedimento approvato dai democratici nel 2029 rischia di essere annullato dall'attuale maggioranza della Corte, indipendentemente dalla solidità delle motivazioni costituzionali. Per questo motivo, se gli elettori daranno loro i numeri necessari, non avranno molte alternative all'intervento sulla composizione del massimo organo giudiziario.

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I Dem americani voltano le spalle ai boomer


Janet Mills, 78 anni, si ritira dalla corsa al Senato in Maine lasciando campo libero a un pescatore di ostriche di 41 anni: un ricambio generazionale che attraversa il partito dopo il caso Biden.

I democratici americani stanno cambiando volto e l'età dei loro candidati lo dimostra in modo netto. Janet Mills, governatrice del Maine di 78 anni, ha annunciato il ritiro dalla corsa per le primarie democratiche al Senato, lasciando di fatto la nomination al suo unico avversario. È l'ultimo segnale di una tendenza che attraversa tutto il partito: l'elettorato democratico si sta allontanando dai candidati anziani e legati all'establishment, probabilmente avendo imparato la lezione dal caso di Joe Biden.

Mills ha sospeso la sua campagna dopo essersi trovata indietro di circa trenta punti rispetto al suo avversario nei sondaggi recenti, senza mostrare segnali di recupero. Il candidato che raccoglierà quasi certamente la nomination è Graham Platner, un pescatore di ostriche di 41 anni proveniente dalla piccola cittadina di Sullivan, noto per le sue posizioni progressiste e per alcune scelte discutibili in fatto di tatuaggi. Platner non aveva mai ricoperto cariche elettive prima di questa candidatura. Sebbene la rinuncia non sarà registrata ufficialmente come una sconfitta, l'analisi di Nate Silver sul suo Silver Bulletin sostiene che si tratta sostanzialmente di una mossa per salvare la faccia: la governatrice si è ritirata perché era convinta di non poter vincere. Silver paragona questa decisione a quella di Biden e sostiene che, per coerenza, anche un ritiro motivato dalla previsione di una sconfitta dovrebbe contare come tentativo fallito. Mills risultava in svantaggio anche nei sondaggi che proiettavano lo scontro di novembre contro la senatrice repubblicana uscente Susan Collins, che notoriamente nel 2020 ottenne risultati migliori di quelli previsti dai sondaggi.

Se avesse battuto sia Platner sia Collins, Mills sarebbe diventata la senatrice più anziana mai eletta al primo mandato, una circostanza significativa nello Stato con la popolazione più vecchia degli Stati Uniti. Il dato più interessante emerge però dal confronto generazionale complessivo. Silver ha analizzato l'età dei candidati democratici nelle corse al Senato considerate competitive dagli analisti, mettendola a confronto con quella dei candidati che si presentarono alle elezioni di metà mandato del 2018, anch'esse svoltesi durante una presidenza Trump. L'età mediana dei candidati democratici nelle corse competitive è scesa da 63 a 45,5 anni. Anche escludendo i parlamentari uscenti, l'età media dei candidati democratici è calata da 57 a 48 anni.

Pretty striking contrast in the ages of Democratic candidates for U.S. Senate this year vs. their last midterm against Trump in 2018. pic.twitter.com/IEAZLRAm8b
— Nate Silver (@NateSilver538) April 30, 2026


Una parte di questo cambiamento si spiega con il fatto che nel 2018 molti più democratici uscenti dovettero affrontare corse difficili, soprattutto rappresentanti di Stati a maggioranza repubblicana come Joe Manchin, eredi di un'epoca politica meno polarizzata. Quest'anno l'unico senatore democratico uscente impegnato in una corsa difficile è Jon Ossoff in Georgia, e potrebbe non rivelarsi nemmeno troppo complicata. Esistono altre poltrone democratiche potenzialmente contendibili in Michigan, New Hampshire e forse Minnesota, ma in tutti questi casi i parlamentari uscenti si stanno ritirando.

Separare l'età dall'appartenenza all'establishment risulta difficile, perché le due caratteristiche tendono ad andare di pari passo. A New York City la vittoria di Zohran Mamdani nelle primarie democratiche è stata un altro segnale di ricambio generazionale: avere letteralmente la metà degli anni del suo avversario Andrew Cuomo ha contribuito ad accentuare il contrasto tra i due candidati.

L'elettorato democratico mantiene comunque una vena pragmatica. L'ex governatore Roy Cooper, 68 anni, ha ottenuto la nomination democratica in North Carolina senza sostanziale opposizione. Sherrod Brown, ex senatore di 73 anni, è praticamente certo di essere il candidato democratico in Ohio. Si tratta però in entrambi i casi di figure di primo piano, probabilmente i candidati più forti che i democratici potessero schierare in quegli Stati.

Resta da capire se Mills o Platner avrebbero avuto maggiori possibilità di battere Collins a novembre. Gli scritti passati di Platner contengono molti elementi che potrebbero urtare sia conservatori sia progressisti, e Collins ha dimostrato in passato di saper superare le aspettative dei sondaggi. La tendenza generale, secondo Silver, dovrebbe comunque essere considerata un segnale favorevole per i candidati democratici in vista delle presidenziali del 2028: nomi come Alexandria Ocasio-Cortez, 36 anni, lo stesso Ossoff, 39, Pete Buttigieg, 44, e Ruben Gallego, 46. Chiunque appartenga alla generazione dei boomer o vi si avvicini viene invece guardato con crescente diffidenza dall'elettorato democratico.

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La Florida tratta con Trump per chiudere "Alligator Alcatraz", il centro per migranti nelle paludi


Il New York Times rivela che il Dipartimento della Sicurezza Interna giudica troppo costoso e inefficace il centro voluto dal governatore DeSantis. Lo Stato della Florida spende oltre un milione di dollari al giorno.

La Florida sta trattando con l'Amministrazione Trump la chiusura di "Alligator Alcatraz", il centro di detenzione per migranti aperto la scorsa estate nelle Everglades. Lo riporta il New York Times, che cita 3 fonti anonime: un funzionario federale, un ex funzionario dell'Immigration and Customs Enforcement, nonchè una persona vicina all'amministrazione dell'attuale governatore della Florida, Ron DeSantis.

Le trattative sono ancora preliminari, ma il Dipartimento della Sicurezza Interna avrebbe già concluso che mantenere aperta la struttura costa troppo ed è poco efficace. L'amministrazione statale spende oltre un milione di dollari al giorno per gestire il centro, costruito in un'area paludosa e isolata tra Miami e Naples. Alcuni fornitori privati incaricati dallo Stato della Florida faticano ad anticipare i costi, secondo la persona vicina al governatore citata dal quotidiano.

DeSantis ha più volte difeso il centro come un successo. Ha sostenuto che la struttura ha aiutato l'Amministrazione Trump ad aumentare i posti letto per i detenuti federali e ha ribadito che era stata pensata fin dall'inizio come temporanea. Una sua chiusura sarebbe invece accolta come una vittoria dai legali per l'immigrazione, attivisti, detenuti e familiari, che da mesi denunciano condizioni degradanti e insalubri all'interno di questo centro di detenzione. I funzionari della Florida hanno sempre respinto queste accuse.

Costi altissimi, rimborsi bloccati e accuse di abusi


Il mese scorso il centro ospitava quasi 1.400 detenuti, tutti uomini, secondo i dati resi noti dall'ICE. L'agenzia federale, che definisce ufficialmente la struttura Florida Soft-Sided Facility South, classifica circa due terzi dei detenuti lì presenti come non criminali. DeSantis ha sempre sostenuto che il governo federale avrebbe rimborsato la Florida per la gestione del centro, ma lo Stato non ha finora ancora ricevuto i 608 milioni di dollari richiesti per circa un anno di operatività. Il pagamento è stato bloccato in parte dallo shutdown parziale del Dipartimento della Sicurezza Interna, terminato giovedì scorso. Non è chiaro perché il rimborso continui a essere ritardato.

"Alligator Alcatraz" è diventato a luglio il primo centro statale degli Stati Uniti destinato a ospitare detenuti federali, nel momento in cui la Florida spingeva al massimo l'applicazione della stretta migratoria voluta da Trump. La posizione remota, nel cuore delle Everglades, e il nome provocatorio gli hanno dato notorietà internazionale ancora prima dell'arrivo dei primi detenuti. A inaugurarlo furono Trump, l'allora Segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, il governatore Ron DeSantis e il Procuratore Generale della Florida James Uthmeier. In seguito altri Stati hanno aperto strutture simili, ma il centro delle Everglades resta il più estremo: è composto essenzialmente da tende.

Uthmeier, repubblicano ed ex capo di staff di DeSantis, aveva spinto per costruire il centro sul sito di un vecchio aeroporto di addestramento, nonostante l'assenza di infrastrutture. Lui e DeSantis hanno difeso la scelta della posizione remota sostenendo che le condizioni inospitali avrebbero spinto i migranti irregolari a riconsiderare la propria permanenza negli Stati Uniti. Quella stessa posizione ha però fatto lievitare i costi di costruzione e gestione: i fornitori hanno dovuto trasportare in camion tende, generatori di corrente e roulotte per il personale, oltre a rimuovere costantemente liquami e altri rifiuti.

Una pista di atterraggio vicina consente voli da e per il centro, anche se non è chiaro con quale frequenza i detenuti vengano trasferiti. Almeno alcuni di loro sono stati portati in aereo in strutture federali più grandi in Louisiana e Texas, spesso come ultima tappa prima dell'espulsione.

Lo scontro giudiziario


Il mese scorso un legale di due detenuti ha sostenuto, in un atto depositato in tribunale federale, che le guardie avrebbero picchiato e spruzzato spray al peperoncino sui suoi assistiti dopo una protesta per l'interruzione dell'accesso al telefono interno. Nella dichiarazione giurata, l'avvocato ha allegato la foto di uno dei detenuti con un occhio nero.

Sempre il mese scorso, una Corte d'Appello federale ha confermato il blocco di un'ordinanza di primo grado che imponeva lo smantellamento del centro. Il tribunale aveva motivato l'ordine con la mancata valutazione di impatto ambientale prevista dalla legge federale. Un collegio dell'11° Circuito ha però stabilito che la struttura non è sotto controllo federale e quindi non è soggetta a quella valutazione.

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La Corte Suprema della Virginia annulla il referendum dei Dem sulla mappa elettorale


I giudici hanno dichiarato nullo il voto di aprile che avrebbe ridisegnato la mappa congressuale dello Stato, facendo guadagnare ai democratici fino a quattro seggi alla Camera.

La Corte Suprema della Virginia ha annullato venerdì il referendum sulla ridefinizione dei collegi elettorali approvato dagli elettori in un'elezione speciale ad aprile. Con una decisione di 46 pagine, i giudici hanno stabilito che i deputati democratici hanno violato le regole procedurali quando hanno portato l'emendamento costituzionale alla consultazione popolare per creare la nuova mappa congressuale dello Stato.

La nuova mappa avrebbe dato ai democratici fino a quattro seggi aggiuntivi alla Camera dei Rappresentanti, trasformando l'attuale equilibrio di sei democratici e cinque repubblicani in un assetto vicino al dieci a uno. Con la sentenza, la mappa attualmente in vigore, basata sui collegi disegnati nel 2021, resterà valida per le elezioni di novembre.
L'effetto domino di Richmond — FocusAmerica

Midterm 2026 · La battaglia di redistricting

L'effetto domino della decisione di Richmond:
la Corte Suprema statale cambia gli equilibri nazionali


Con 4 voti a 3, la Corte Suprema della Virginia annulla il referendum del 21 aprile e cancella i 4 seggi che i democratici puntavano a sottrarre al GOP. Il vantaggio strutturale della battaglia per il redistricting torna così a pendere nettamente verso i repubblicani.

Fonti: NPR, CNN, NBC News, Virginia Mercury 8 maggio 2026

Prima della sentenza
10–9
Vantaggio dem nei seggi ridisegnati a livello nazionale

Dopo la sentenza
~13–6
Il GOP riconquista il vantaggio strutturale sulle mappe

In una sola giornata i democratici perdono 4 seggi potenziali

Esplora l'analisi
1 Il bilancioBilancio 2 Gli StatiStati 3 La sentenzaSentenza 4 L'impattoImpatto

Il riequilibrio nazionale

Il GOP torna in vantaggio nella battaglia delle mappe, prima ancora del voto


Il redistricting di metà decennio spinto da Trump nell'estate 2025 aveva aperto due fronti contrapposti. La Virginia, con 4 seggi potenzialmente contendibili, era il tassello che riportava quasi in equilibrio il confronto. Senza quei seggi, il quadro torna a essere nettamente asimmetrico a favore dei repubblicani.

Stati repubblicani — fronte Trump
Seggi potenziali guadagnati

Texas+5
Ohio+2
Florida+2-5
Missouri+1
North Carolina+1
Tennessee+1

Totale stimato 12-15

Stati democratici — la risposta
Seggi potenzialmente in più

California+5
Virginia+4
Utah (tramite sentenza tribunale)+1
Maryland (Bloccata dal Senato)+1
New York (Bloccata dalla Corte Suprema)+1

Totale stimato ~6

Scarto netto · GOP da +6 a +9

Ai democratici servono 3 seggi netti per riconquistare la maggioranza alla Camera. Il vantaggio strutturale dei repubblicani nel redistricting non decide da solo le elezioni, perché molto dipenderà dall'affluenza di novembre. Ma rende più stretta la strada e alza la soglia di tutto ciò che i democratici dovranno ottenere alle urne.

Mappa per mappa

Dove si gioca la battaglia delle mappe per i midterm


Sei Stati hanno ridisegnato i propri distretti elettorali dopo la pressione esercitata da Trump nell'estate 2025. A questi si aggiungono lo Utah, dove una nuova mappa è stata imposta da un tribunale, e la California, che ha risposto con un referendum a novembre. Maryland, New York e Virginia rappresentano invece i tentativi democratici falliti.

Vantaggio Repubblicani
Vantaggio Democratici

Texas
Mappa approvata · Avallata dalla Corte Suprema USA

+5
seggi GOP

California
Referendum approvato · Risposta diretta al Texas

+5
seggi Dem

Virginia
Annullata oggi 4-3 · Mappa 2021 ripristinata

+4
cancellati

Florida
Sessione speciale aperta da DeSantis il 28 aprile

+2-5
Stima

Ohio
Accordo bipartisan · Risultato sotto le attese dei repubblicani

+2
seggi GOP

Missouri
Distretto Kansas City rimodellato

+1
seggio GOP

North Carolina
Mappa approvata in ottobre

+1
seggio GOP

Tennessee
Approvata dopo la sentenza Voting Rights Act

+1
seggio GOP

Utah
Imposta dal tribunale · Salt Lake City riunita

+1
seggio Dem

Maryland
Camera approva · Senato blocca · 3 febbraio

+1
cancellati

New York
Corte Suprema USA blocca il ridisegno · 2 marzo

+1
cancellati

GOP guadagna
12-15
seggi potenziali

DEM guadagna
~6
seggi potenziali

Cosa ha deciso la Corte Suprema statale

Una decisione di stretta misura su una norma procedurale del 1902


I giudici si sono divisi sull'interpretazione del requisito costituzionale statale dell'intervening election, previsto tra le due approvazioni legislative dell'emendamento. La maggioranza ha esteso il concetto di "elezione" anche al periodo del voto anticipato.

4–3
La maggioranza Annullato il referendum del 21 aprile

Maggioranza
4 giudici
Opinione redatta dal giudice D. Arthur Kelsey

Lo Stato ha sottoposto agli elettori un emendamento costituzionale in un modo senza precedenti, che viola il requisito dell'elezione intermedia. La violazione compromette in modo irreparabile l'integrità del referendum.

Dissenso
3 giudici
Capofila la presidente Cleo Powell

Estendere la nozione di elezione al voto anticipato è in conflitto diretto con il modo in cui la legge della Virginia e quella federale definiscono un'elezione. Il mandato federale impone una giornata unica.

La sequenza

Estate 2025
Trump preme su Texas e altri stati a maggioranza repubblicana per ridisegnare le mappe a metà decennio

27 ott 2025
Sessione speciale dell'Assemblea generale della Virginia: parte l'iter dell'emendamento

16 gen 2026
Seconda approvazione legislativa, come richiesto dalla Costituzione statale

27 gen 2026
Un giudice di Tazewell County dichiara illegittimo l'emendamento per vizi procedurali

21 apr 2026
Gli elettori approvano il referendum con il 52% a favore contro il 48%

8 mag 2026
La Corte Suprema della Virginia annulla il risultato del voto con una sentenza 4 a 3

Cosa cambia a novembre

Per i democratici la strada si fa più stretta, ma l'esito resta aperto

Margine attuale del GOP alla Camera
+7
Ai democratici servono 3 seggi netti per riconquistare la maggioranza, ma il GOP parte ora con un vantaggio più netto nelle mappe ridisegnate

4 conseguenze immediate

1

Ripristino della mappa 2021
La Virginia voterà a novembre con i confini disegnati dalla Corte Suprema statale dopo il censimento 2020. Resta l'attuale ripartizione 6 seggi a favore dei democratici e 5 dei repubblicani.

2

Salta lo scenario 10-1
Il piano democratico prevedeva di ridurre la rappresentanza repubblicana a un solo distretto. Sulla base delle linee attuali la candidata governatore Spanberger aveva vinto 8 dei 11 distretti.

3

Si apre il fronte sud
Dopo la sentenza della Corte Suprema USA che ha indebolito il Voting Rights Act, Alabama, Louisiana, South Carolina e Tennessee possono ridisegnare le proprie mappe. Il GOP può potenzialmente guadagnare ancora seggi.

4

Nei sondaggi resta il vento contrario al partito al potere
Nelle ultime 5 elezioni di midterm il partito del presidente in carica ha sempre perso seggi. La popolarità di Trump resta in territorio negativo: il redistricting alza l'asticella per i democratici, ma non mette l'esito al sicuro per il GOP.

La reazione

"Non è una buona notizia. È una battuta d'arresto importante nel nostro tentativo di riconquistare la Camera, anche se possiamo ancora vincere. Ma la salita è diventata più ripida."

Funzionario democratico anonimo · citato da CNN

Fonti CNN, NBC News, NPR, PBS NewsHour, Virginia Mercury, Cook Political Report, Ballotpedia, Democracy Docket. Le stime sui seggi sono valutazioni di scenario e dipendono dall'esito del voto del 3 novembre 2026. Sentenza del 8 maggio 2026.

Il giudice D. Arthur Kelsey, autore dell'opinione di maggioranza, ha scritto che lo Stato ha sottoposto agli elettori una proposta di emendamento costituzionale con modalità senza precedenti, in violazione del requisito dell'elezione intermedia previsto dalla legge statale. Secondo Kelsey, questa violazione compromette in modo irreparabile l'integrità del voto referendario e lo rende nullo. Tre giudici hanno espresso opinione dissenziente.

La procedura prevista dalla Costituzione della Virginia per i referendum costituzionali richiede che la proposta passi attraverso il parlamento statale, sia seguita da un'elezione intermedia e poi venga riapprovata dai legislatori prima di arrivare alla scheda elettorale. I democratici avevano accelerato i tempi convocando una sessione straordinaria, e proprio questa accelerazione è stata al centro del ricorso repubblicano. Cayce Myers, docente del Virginia Tech, ha spiegato che la questione legale non riguardava l'equità dei nuovi collegi, ma esclusivamente aspetti procedurali e definitori sul modo in cui si era arrivati al voto.

Il referendum era stato approvato il 21 aprile con circa il 51,5 per cento dei voti favorevoli, un margine ristretto nonostante la massiccia campagna finanziata dai gruppi democratici, tra cui il principale super PAC nazionale impegnato nella battaglia per la maggioranza alla Camera. I democratici avevano investito decine di milioni di dollari, una cifra molto superiore a quella raccolta dai repubblicani.

La sentenza rappresenta un duro colpo per le ambizioni del Partito Democratico in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. I democratici contavano sulla nuova mappa della Virginia per consolidare il proprio vantaggio e compensare le ridefinizioni dei collegi a favore dei repubblicani in altri Stati, volute dal presidente Donald Trump.

Il procuratore generale dello Stato Jay Jones ha criticato duramente la sentenza, affermando che la Corte Suprema della Virginia ha anteposto la politica allo Stato di diritto e che la decisione mette a tacere le voci di milioni di elettori. Il leader della minoranza alla Camera della Virginia, il repubblicano Terry Kilgore, ha replicato sostenendo che la sentenza ribadisce che la Costituzione dello Stato vale quello che dice. Il deputato Richard Hudson della North Carolina, presidente dell'organismo elettorale dei repubblicani alla Camera, ha interpretato la decisione come un ulteriore segnale dello slancio del partito in vista di novembre.

La vicenda della Virginia si inserisce in una più ampia corsa al ridisegno dei collegi che ha attraversato gli Stati Uniti negli ultimi mesi. Trump ha spinto diversi Stati a guida repubblicana a ridisegnare le mappe a metà decennio per rafforzare la maggioranza alla Camera contro i venti contrari tipici delle elezioni di metà mandato. Il Texas ha risposto con nuove mappe che potrebbero produrre cinque seggi repubblicani aggiuntivi, e il Missouri ha seguito la stessa strada. La California ha fatto altrettanto in chiave democratica, mentre l'Indiana, a guida repubblicana, ha rinunciato a partecipare. La recente sentenza della Corte Suprema federale, che ha reso più difficile contestare in tribunale i ridisegni di parte, ha ulteriormente accelerato questa dinamica, con la Florida che ha già adottato una nuova mappa più favorevole ai repubblicani.

Il dibattito sulla questione tocca anche un nodo strutturale del sistema americano. Quando i collegi vengono disegnati per garantire l'esito, le elezioni generali perdono di significato e l'unica competizione reale diventa quella delle primarie, che attira la fascia più ideologizzata e partigiana dell'elettorato. Il risultato è un Congresso sempre più distante dal Paese che dovrebbe rappresentare. Alcuni Stati, tra cui Arizona, Michigan e Iowa, hanno adottato commissioni indipendenti per la ridefinizione dei collegi, sottraendo questo potere al partito di maggioranza. Sono sistemi imperfetti, ma poggiano sul principio che siano gli elettori a scegliere i propri rappresentanti, e non il contrario.

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Potevo essere arrestato per aver scaricato Blade Runner. Era 22 anni fa, un'azione di disobbedienza civile.

Vi voglio raccontare questa storia, perché se ne può trarre qualche insegnamento utile anche oggi, soprattutto in relazione con l'IA — pur con le dovute differenze (forse, ancora più preoccupanti).

Trovate tutto nella mia newsletter: substack.com/@marcocappato

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Il mercato del lavoro Usa tiene ad aprile: 115mila posti creati, oltre il doppio delle attese


Disoccupazione ferma al 4,3%. Crescono sanità, commercio e logistica, arretrano manifattura e finanza. Restano ancora da valutare gli effetti del conflitto con l'Iran sui prezzi del petrolio e le spese dei consumatori.

L'economia americana ha creato 115mila posti di lavoro ad aprile, oltre il doppio dei 55mila previsti dagli economisti interpellati dal Wall Street Journal. Il dato, diffuso venerdì mattina dal Dipartimento del Lavoro, mostra un mercato occupazionale ancora resistente nonostante il rincaro dei carburanti, i dazi e le restrizioni sull'immigrazione.

Il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 4,3%, un livello ancora storicamente contenuto. A marzo, l'economia statunitense aveva creato 185mila posti: il rallentamento è quindi evidente, ma non segnala per ora una rottura del mercato del lavoro.

Mercato del lavoro USA · Aprile 2026

L'economia USA tiene:
115 mila nuovi posti ad aprile


Più del doppio dei 55 mila previsti dagli economisti del Wall Street Journal. La disoccupazione resta al 4,3 per cento, ma il rallentamento dai 185 mila di marzo è netto.

Fonte: U.S. Bureau of Labor Statistics Employment Situation, 8 maggio 2026

Posti creati ad aprile
+115mila
Oltre il doppio della stima di consenso (55 mila), pur in netto rallentamento dai 185 mila di marzo

Disoccupazione
4,3%
Invariata, livello storicamente contenuto

Salari (a/a)
+3,6%
37,41 dollari l'ora, +6 cent sul mese

Esplora i dati
1 La serie 2 I settori 3 Il contesto

Variazione mensile · Apr 2025 – Apr 2026

Un anno di assunzioni in altalena


La serie mostra il rallentamento estivo, lo shock di febbraio (sciopero in sanità) e il rimbalzo di marzo. Aprile conferma un mercato in fase di consolidamento.

+200k +100k 0 −100k −200k +177 +139 +147 +72 −4 +119 n.d. +56 +50 +160 −156 +185 +115 Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott* Nov Dic Gen Feb Mar Apr 2025 2026
Crescita Calo Aprile 2026 (ultimo dato) Dato non raccolto

*Dati di ottobre 2025 non raccolti per lo shutdown federale. La serie riflette il benchmark annuale di gennaio 2026, che ha tagliato la crescita 2025 di 403 mila posti rispetto alla pubblicazione originale.

La media degli ultimi tre mesi è di circa 48 mila posti al mese, sotto la soglia che assorbe la crescita demografica. Tolti gli effetti dello sciopero in sanità di febbraio e del rimbalzo di marzo, il quadro è di un mercato in consolidamento, non in rottura.

Anatomia delle assunzioni

Crescita concentrata in pochi settori


Sanità, trasporti e commercio guidano. Manifattura, servizi informatici e governo federale continuano a perdere posti.

Sanità

+37k

Trasporti e magazzinaggio

+30k

Commercio al dettaglio

+22k

Assistenza sociale

+17k

Manifattura

−2k

Governo federale

−9k

Servizi informatici

−13k

Variazione netta dipendenti per settore selezionato, aprile 2026. Dati destagionalizzati.

Il governo federale ha perso 348 mila posti dal picco di ottobre 2024 (−11,5%). I servizi informatici sono in calo da novembre 2022: il settore ha bruciato 342 mila posti in tre anni e mezzo, in parte attribuiti dalle aziende all'intelligenza artificiale.

Le incognite

Un quadro che regge, ma sotto pressione


Dazi, restrizioni sull'immigrazione e il rincaro del petrolio dopo il conflitto con l'Iran ancora non si vedono nei numeri di aprile.

+115k
Posti creati ad aprile, oltre il doppio dei 55 mila previsti

7,4 mln
Persone disoccupate, sostanzialmente invariato

61,8%
Tasso di partecipazione al lavoro, in lieve calo a/a

−348k
Posti persi dal governo federale dal picco di ottobre 2024

Cosa pesa sulle assunzioni

Politica commerciale. Le aziende rallentano le assunzioni in attesa di chiarezza sui dazi di Trump e sulle catene di fornitura.

Intelligenza artificiale. Alcune imprese attribuiscono i tagli all'IA, altre la usano per aumentare la produttività dei dipendenti già in organico.

Petrolio e Iran. Il rincaro del greggio americano dopo il conflitto può frenare consumi, viaggi e turismo nei prossimi mesi. Le compagnie aeree sono tra i settori più esposti.

Tenuta dei consumi. Le assunzioni rallentano ma anche i licenziamenti restano limitati. Borse vicine ai massimi storici sostengono la fiducia delle imprese.

Fonte U.S. Bureau of Labor Statistics, Employment Situation – April 2026 (USDL-26-0687, 8 maggio 2026). I dati di febbraio 2026 sono stati rivisti due volte, da −92 mila a −156 mila. La serie storica riflette il benchmark annuale di gennaio 2026.

Assunzioni concentrate in pochi settori


La crescita si è concentrata in poche aree dell'economia. Le assunzioni sono aumentate soprattutto nella sanità, nel commercio al dettaglio, nel tempo libero e nell'ospitalità, nei trasporti e nel magazzinaggio. Hanno invece perso posti il settore della manifattura, i servizi informatici e le attività finanziarie.

Le aziende si muovono con cautela davanti ai cambiamenti delle politiche commerciali, migratorie e fiscali. Alcune attribuiscono i tagli al ricorso all'intelligenza artificiale, altre sostengono che l'IA stia soprattutto aumentando la produttività dei dipendenti già in organico. A sostenere il quadro resta la tenuta dei consumi: le assunzioni rallentano, ma anche i licenziamenti restano limitati, nonostante gli annunci di tagli da parte di alcune grandi imprese.

I dati diffusi nei giorni scorsi dal Dipartimento del Lavoro e da ADP indicano un mercato in fase di consolidamento, mentre le Borse vicine ai massimi storici continuano a rafforzare la fiducia dei vertici aziendali.

L'incognita petrolio dopo il conflitto con l'Iran


Resta però da misurare l'impatto del conflitto con l'Iran. Il rincaro del petrolio americano, già pesante per le famiglie a basso reddito, potrebbe ridurre gradualmente la spesa per viaggi e servizi, frenando le assunzioni nel commercio, nel turismo e nel tempo libero. Le compagnie aeree sono tra i settori più esposti.

Nel rapporto mensile, però, questi effetti non si vedono ancora. Le imprese pianificano le assunzioni con mesi di anticipo e i cambiamenti nella domanda arrivano sul mercato del lavoro con ritardo. Per questo i dati di aprile fotografano un'economia in rallentamento, ma ancora capace di reggere.

Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)

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Gli Stati Uniti vendono missili da 17 miliardi a tre Paesi del Golfo


L'amministrazione Trump ha autorizzato l'esportazione di migliaia di intercettori antiaerei a Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein nonostante l'allarme del Pentagono sulle riserve americane prosciugate dalla guerra contro l'Iran.

L'amministrazione Trump ha approvato la vendita di migliaia di missili intercettori per la difesa aerea e servizi correlati per un valore di 17 miliardi di dollari a Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Lo ha rivelato il New York Times sulla base di informazioni ottenute da funzionari del Dipartimento di Stato e fonti del Congresso. La cifra si aggiunge agli 8,6 miliardi di vendite di armi annunciate ufficialmente venerdì scorso, portando il totale autorizzato in un solo giorno a circa 25,7 miliardi di dollari.

La parte più consistente dell'operazione, quella da 17 miliardi, non è stata comunicata pubblicamente con un comunicato stampa, a differenza degli altri contratti firmati nello stesso giorno. Secondo il Dipartimento di Stato si tratta dell'espansione di tre vendite già approvate in passato dal Congresso, una nel 2019 per il Bahrein e due nel 2024 per Kuwait ed Emirati, e per questo motivo non sono stati emessi annunci ufficiali. Una fonte del Congresso ha precisato la suddivisione: 9,3 miliardi al Kuwait, 6,25 miliardi agli Emirati Arabi Uniti e 1,625 miliardi al Bahrein.

I tre ordini riguardano due tipi di missili intercettori Patriot e ammontano complessivamente a circa 4.250 unità, calcolando un costo medio di quattro milioni di dollari a missile. A questi si aggiunge un quarto contratto reso noto venerdì, quello con il Qatar per quattro miliardi di dollari, equivalente a circa mille missili. Le varianti richieste dai Paesi del Golfo sono il Patriot Guidance Enhanced Missile-T e il Patriot Advanced Capability-3 Missile Segment Enhancement. Il sistema antiaereo Patriot è prodotto da Raytheon, mentre i missili sono fabbricati da Raytheon e Lockheed Martin.

Il problema è la disponibilità reale di queste armi. Dall'inizio del nuovo conflitto contro l'Iran, scoppiato il 28 febbraio dopo l'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele, l'esercito americano ha utilizzato oltre 1.300 missili intercettori Patriot, secondo stime interne del Dipartimento della Difesa. I Paesi arabi del Golfo ne hanno lanciati altri 600 circa per difendersi da missili e droni iraniani. Le aziende americane producono poco più di 600 intercettori Patriot all'anno: significa che in pochi mesi di guerra sono stati consumati l'equivalente di tre anni di produzione. L'amministrazione ha annunciato un piano per portare la capacità produttiva a duemila unità annue, ma il passaggio richiederà tempo. Solo gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato che i propri sistemi di difesa aerea hanno ingaggiato oltre 2.200 droni iraniani dall'inizio del conflitto, oltre a centinaia di missili balistici.

Per accelerare le forniture, il segretario di Stato Marco Rubio ha firmato il primo maggio una dichiarazione di emergenza che elimina i tempi di revisione del Congresso, fissati in quindici giorni per Israele e trenta giorni per gli altri Paesi destinatari. Anche con questa procedura accelerata, però, i tempi di consegna restano lunghi. Elaine McCusker, ex funzionaria del Pentagono ora all'American Enterprise Institute, ha dichiarato a Bloomberg che gli unici tempi inferiori ai due o tre anni sono possibili solo attingendo alle scorte già disponibili, e che comunque le nuove forniture non arriveranno in tempo per il conflitto in corso.

È proprio sulle scorte che si concentrano le preoccupazioni dei vertici militari americani. Alcuni funzionari del Pentagono temono che la prontezza operativa delle forze armate sia compromessa dalle riserve ridotte. Munizioni destinate ai comandi statunitensi in Asia ed Europa sono state dirottate in Medio Oriente, nonostante a Washington prevalga la valutazione che la Cina, con l'esercito in più rapida crescita al mondo, rappresenti la principale sfida alla sicurezza americana. Quando Raytheon e Lockheed Martin consegnano missili ai circa dodici clienti stranieri sotto contratto, il numero di munizioni disponibili per gli Stati Uniti diminuisce. I sistemi Patriot e i relativi intercettori sono tra le armi più richieste al mondo: l'Ucraina ne chiede da tempo per la difesa contro la Russia.

L'amministrazione Trump ha invocato la procedura di emergenza per aggirare l'approvazione standard del Congresso tre volte da gennaio. Parlamentari democratici e alcuni repubblicani stanno chiedendo conto al governo delle conseguenze sulla capacità militare globale degli Stati Uniti. Il deputato democratico Gregory W. Meeks, capogruppo della minoranza alla Commissione Affari Esteri della Camera, ha dichiarato al New York Times che mettere ripetutamente da parte il Congresso sulle vendite di armi è diventata una caratteristica strutturale di questa amministrazione. Meeks ha aggiunto che il ricorso ai poteri di emergenza per oltre 25 miliardi di dollari di trasferimenti di armi mostra il fallimento nella gestione di una guerra di scelta, sostenendo che l'amministrazione non ha fatto i compiti necessari prima di entrare in conflitto e ora corre a rifornire i partner del Golfo aggirando il Congresso.

La differenza tra gli 8,64 miliardi annunciati pubblicamente e i 25 miliardi citati da Meeks ha spinto il New York Times a chiedere chiarimenti al Dipartimento di Stato, che ha confermato le ulteriori vendite di intercettori. Secondo la spiegazione fornita a Bloomberg da un portavoce, la discrepanza si deve a un cavillo regolamentare: l'amministrazione considera i contratti da 17 miliardi modifiche di approvazioni precedenti e non vendite nuove. La cifra completa sarà pubblicata sul Congressional Record alla ripresa dei lavori parlamentari.

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Vance in Iowa, tra l'ombra della guerra in Iran e la corsa al 2028


La prima visita da vicepresidente nello Stato che apre le primarie repubblicane. Il conflitto è impopolare quanto il Vietnam negli anni Settanta e mette Vance in una posizione difficile.

Il vicepresidente JD Vance ha fatto la sua prima visita in Iowa dall'inizio del mandato, lo Stato che aprirà il processo di nomina presidenziale del 2028. Il viaggio è stato presentato ufficialmente come un sostegno al deputato repubblicano Zach Nunn, considerato vulnerabile in vista delle elezioni di metà mandato, ma è servito anche a Vance per coltivare i rapporti con figure influenti del partito a livello locale. Lo racconta il New York Times.

Sul palco, Vance ha raccontato di aver incontrato all'aeroporto di Des Moines due famiglie che hanno perso un figlio in guerra, una delle quali nel conflitto in Iran. I genitori gli avevano detto che proprio quel giorno sarebbe stato il compleanno del figlio caduto. Il vicepresidente, ex marine che ha servito in Iraq, ha poi descritto il pensiero che gli era venuto guardando suo figlio di sei anni: l'orgoglio di un eventuale futuro in divisa mescolato al terrore di vedersi recapitare la stessa notizia. Il riferimento alla guerra non è stato casuale. Vance era stato inizialmente scettico sull'intervento e oggi si trova in una posizione politicamente complicata, sospeso tra la lealtà al presidente Trump e l'impopolarità del conflitto.

I dati di un sondaggio del Washington Post, ABC News e Ipsos mostrano che la guerra in Iran è oggi impopolare quanto lo era il Vietnam negli anni Settanta o l'Iraq nel 2006. Solo il 19 per cento degli adulti intervistati ritiene che l'uso della forza militare abbia avuto successo finora. Tra i repubblicani la quota sale al 46 per cento, ma una percentuale identica risponde che è troppo presto per giudicare. Lo stesso sondaggio assegna a Vance un indice di gradimento del 35 per cento, contro un 48 per cento di giudizi negativi.

Nonostante questi numeri, Vance resta ampiamente in testa nei sondaggi sulla nomination repubblicana per il 2028, soprattutto grazie al suo ruolo di vice di Trump. Il suo entourage ritiene che la sua sorte politica sia legata in modo indissolubile a quella del presidente. Questo lo costringe però a difendere scelte su cui aveva mostrato dubbi, dopo essersi presentato in campagna elettorale come un avversario delle guerre senza fine all'estero. Trump stesso ha riconosciuto che il suo vice era stato meno entusiasta dell'idea di intervenire in Iran, ma una volta presa la decisione Vance si è schierato pubblicamente al fianco del presidente.

Dietro le quinte, in Iowa il vicepresidente ha avuto una serie di brevi incontri privati con personalità chiave del partito locale, tra cui il presidente storico del partito repubblicano statale Jeff Kaufmann, il leader evangelico Bob Vander Plaats e il conduttore radiofonico conservatore Steve Deace. Kaufmann, citato dal New York Times, ha detto che il buon senso suggerisce che Vance stia guardando alla presidenza e che il suo staff lo tiene aggiornato. Vander Plaats ha collegato esplicitamente le elezioni di metà mandato alla corsa del 2028: se i repubblicani manterranno Camera, Senato e parlamenti statali, ha detto, sarà un buon segno per Vance.

Il discorso del vicepresidente non è stato impeccabile. Senza gobbo elettronico ha perso il filo degli appunti, ammettendo a un certo punto di trovarsi sulla pagina sbagliata. In altri passaggi è entrato in temi locali, come la battaglia per miscelare l'etanolo nel carburante, una questione importante per i produttori agricoli dell'Iowa.

Il principale potenziale rivale di Vance è il segretario di Stato Marco Rubio, anche lui regolarmente citato come possibile candidato. Pubblicamente Rubio ha lasciato intendere che lascerebbe la precedenza al vicepresidente, dicendosi pronto a sostenerlo. Mercoledì però ha pubblicato sulla piattaforma X un video in stile campagna elettorale per celebrare il 250esimo compleanno degli Stati Uniti, accompagnato dalla colonna sonora composta da Hans Zimmer per il film su Superman Man of Steel.

Vance per ora ha evitato di allargare la sua macchina politica, preferendo concentrarsi sul ruolo di responsabile della raccolta fondi del Comitato Nazionale Repubblicano. È una posizione che gli permette di costruire rapporti con i grandi finanziatori del partito, potenziali sostenitori di una futura corsa alla Casa Bianca. Continua a fare affidamento sul ristretto gruppo di consiglieri che lo accompagna fin dalle prime fasi della sua carriera politica, iniziata appena quattro anni fa con la vittoria nelle primarie repubblicane in Ohio per il Senato. Uno dei suoi più stretti collaboratori, Luke Thompson, lavora come consulente per Zach Lahn, un imprenditore che si è autofinanziato la candidatura a governatore dell'Iowa. Almeno uno dei sondaggi commissionati dalla campagna di Lahn include domande sull'opinione degli elettori dell'Iowa nei confronti di Vance, secondo due persone informate citate dal New York Times.

Gli ultimi mesi non sono stati facili per il vicepresidente. Aveva fatto campagna in Ungheria per il primo ministro conservatore Viktor Orban pochi giorni prima della sua sconfitta. Era andato in Pakistan per dei colloqui di pace con l'Iran ed era tornato senza un accordo. Aveva difeso gli attacchi di Trump a Papa Leone XIV mentre stava per pubblicare un libro sul suo percorso spirituale verso il cattolicesimo.

Alcuni alleati di Vance hanno reso più complicata la sua posizione mettendo in luce le sue divergenze con Trump. L'ex conduttore di Fox News Tucker Carlson si è scusato pubblicamente per aver contribuito alla rielezione del presidente, ha elogiato Vance e ha accusato l'entourage di Rubio di tradimento. Intervistato dal programma del New York Times The Interview, Carlson ha detto che Vance si trova in una posizione difficile perché ha dichiarato ripetutamente che evitare interventi come quello in Iran era esattamente l'obiettivo dell'amministrazione, e ora invece l'intervento c'è stato.

Le elezioni di metà mandato sono ancora a sei mesi di distanza, ma il calendario per costruire una candidatura nel 2028 è già stretto. Trump annunciò la sua corsa del 2024 subito dopo le elezioni di metà mandato del 2022, con quasi due anni di anticipo. Il suo staff ritiene che il principale rivale di allora, il governatore della Florida Ron DeSantis, abbia commesso un errore grave aspettando la primavera del 2023. A differenza di altri membri del governo, Vance può candidarsi senza dover rinunciare al suo incarico attuale. Tra i potenziali sfidanti, il senatore del Texas Ted Cruz è stato in Iowa la settimana scorsa, partecipando a un raduno di cristiani conservatori nello stesso Stato in cui dieci anni fa vinse il caucus battendo Trump.

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Picierno a TPI: “Fermiamo i leader incendiari. O il mondo andrà in cenere”


@Politica interna, europea e internazionale
Onorevole Picierno, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, auspica la sospensione del bando al Gnl (gas naturale liquefatto) proveniente dalla Russia. La Commissione ha subito respinto l’ipotesi. Ma, vista la crisi energetica in cui ci stiamo addentrando, possiamo

Dalla vittoria al referendum al governo il passo non è breve


@Politica interna, europea e internazionale
Giorgia Meloni ha perso il referendum e la sinistra al gran completo canta vittoria. La battaglia, non vi è dubbio, è stata vinta, ma da Schlein a Conte fino a Landini passando per Bonelli e Fratoianni, comprensibili grida di giubilo a parte, ora dovrebbe farsi strada una

in reply to Elezioni e Politica 2026

Dall'analisi del voto appare chiaro che con la vittoria del no quel gruppo che (per qualche strano motivo) viene chiamato 'centrosinistra' non ha molto a che fare. Ha votato un sacco di gente che alle politiche non vota perché non rappresentata. Una parte del piddí sosteneva addirittura il si. In francese... non hanno vinto un cazzo.
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Papa Leone XIV accusa Trump di mentire sulla posizione del Vaticano sul nucleare iraniano


Il Pontefice ha risposto alle false dichiarazioni del presidente americano che lo accusava di approvare armi atomiche per l'Iran. "Chi vuole criticarmi lo faccia con la verità", ricordando la posizione storica della Chiesa contro tutte le armi nucleari.

Papa Leone XIV ha accusato pubblicamente il presidente Donald Trump di non aver detto la verità, rispondendo così alle ripetute false dichiarazioni del presidente americano che lo aveva accusato di approvare il possesso di armi nucleari da parte dell'Iran. "Se qualcuno vuole criticarmi per aver proclamato il Vangelo, lo faccia con la verità", ha detto senza mezzi termini il Papa il 5 maggio, in un riferimento inequivocabile alle precedenti affermazioni di Trump.

Secondo una analisi di Steven Greydanus ultime settimane Trump ha falsamente sostenuto almeno in 4 separati casi che Papa Leone XIV avrebbe dichiarato che l'Iran poteva avere armi nucleari. "Il Papa ha fatto una dichiarazione. Dice che l'Iran può avere un'arma nucleare", aveva affermato per la prima volta il presidente il 16 aprile parlando con un giornalista. La frase era stata subito smentita da fonti cattoliche e dai principali media americani, che avevano verificato l'assenza di qualsiasi dichiarazione simile da parte del Pontefice.

La risposta del Pontefice


Il 5 maggio Trump ha rilanciato la sua accusa: "Il Papa preferirebbe parlare del fatto che va bene che l'Iran abbia un'arma nucleare. Non penso sia una buona cosa. Credo che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone, ma immagino che, se dipende dal Papa, va bene. Pensa che sia perfettamente accettabile che l'Iran abbia un'arma nucleare".

In un primo momento il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, aveva minimizzato la possibilità di una risposta diretta, spiegando che "il Papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, di predicare la pace". Più tardi, però, Leone XIV ha deciso di intervenire. Parlando brevemente con i giornalisti, ha richiamato la posizione storica della Chiesa contro tutte le armi nucleari:

"Ho detto la mia sin da quando sono stato eletto, e ora siamo vicini al primo anniversario. Ho detto 'La pace sia con voi'. La missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per aver proclamato il Vangelo, lo faccia con la verità. Da anni la Chiesa si esprime contro tutte le armi nucleari, quindi non c'è dubbio su questo punto. Spero semplicemente di essere ascoltato per il bene della Parola di Dio".


Una frattura sempre più evidente


La risposta del Papa segna un'escalation rispetto alle settimane precedenti, quando i media parlavano spesso di una "faida" in corso tra il Pontefice e il presidente, ma il Vaticano aveva cercato di tenere basso il tono della polemica. Trump aveva infatti già attaccato Leone XIV su Truth Social, accusandolo di essere "DEBOLE sulla criminalità", "terribile per la politica estera" e di voler "compiacere la sinistra radicale".

Fino a quel momento, però, il Papa si era limitato a condannare genericamente la guerra in generale e quella in Iran in particolare, senza replicare direttamente agli attacchi personali da parre del presidente. Non ha citato Trump per nome nemmeno questa ultima volta, ma con la sua frase ha denunciato direttamente la falsità delle accuse rivoltegli dal presidente degli Stati Uniti.

Secondo Steven Greydanus, questa vicenda rende sempre più netta la scelta davanti ai cattolici americani. Papa Leone, forte del suo inglese fluente e della sua conoscenza diretta della realtà statunitense, vuole dimostrare che il cattolicesimo americano non coincide con il sostegno a Trump. Per Greydanus, gli attacchi del presidente al Pontefice finiscono così per danneggiare più Trump e i suoi sostenitori più fedeli che chiunque altro. Allo stesso tempo, però, possono offrire conforto a molti cattolici che si sentono isolati, soprattutto nelle aree più conservatrici, dove l’appoggio a Trump viene spesso percepito quasi come una prova di appartenenza alla “vera” Chiesa.

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Stati Uniti e Iran tornano a scontrarsi a Hormuz. Trump avverte Teheran: "Firmate l'accordo o sarà peggio"


Teheran ha lanciato missili e droni contro tre cacciatorpediniere americani in transito, gli Stati Uniti hanno risposto colpendo i porti iraniani di Bandar Abbas, Qeshm e Bandar Kargan. Washington parla di risposta limitata, Teheran denuncia una violazione del cessate il fuoco.

Stati Uniti e Iran si sono attaccati ieri a vicenda nello Stretto di Hormuz, la stretta via d'acqua che collega il Golfo Persico al Mar Arabico. Teheran ha lanciato missili e droni contro 3 cacciatorpediniere americani in transito, Washington ha risposto bombardando obiettivi militari sulla costa iraniana della provincia di Hormozgan.

Un funzionario americano ha detto ad Axios che lo scontro non rappresenta una ripresa della guerra. Anche il presidente americano Donald Trump ha minimizzato la risposta di Washington, definendola "solo un colpetto d'amore" in un'intervista ad ABC News; su Truth Social, invece, ha bollato i leader iraniani come "pazzi". L'esercito iraniano ha però risposto definendo l'attacco statunitense come una violazione del cessate il fuoco e minacciato ritorsioni.

Tensione Usa-Iran · 7 maggio 2026

Nuovi scontri nello Stretto di Hormuz:
la geografia di una notte di fuoco


3 cacciatorpediniere americani in transito attaccati con missili e droni dall'Iran. La risposta del CENTCOM colpisce porti militari sulla costa dell'Hormozgan. Trump minimizza, Teheran minaccia ritorsioni.

FocusAmerica Fonti: Axios, Fox News, CNN, NBC News, ABC News

Cacciatorpediniere Usa
3
In transito attaccati con missili e droni iraniani

Bersagli colpiti
3
Porti militari e centri di comando iraniani sulla costa dell'Hormozgan

Definizione di Trump
«Tocco
d'amore»
In intervista ad ABC News, mentre su Truth Social bolla i leader iraniani come "pazzi"

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La geografia degli scontri

Lo Stretto di Hormuz e la costa dell'Hormozgan


Le navi Usa procedevano dal Golfo Persico verso il Golfo dell'Oman quando sono state attaccate. La risposta americana ha colpito 3 siti militari sulla costa iraniana. Teheran parla anche del bombardamento di due aree civili, non confermato da Washington.

IRAN Provincia di Hormozgan EMIRATI ARABI UNITI OMAN PAKISTAN Golfo Persico Golfo dell'Oman STRETTO DI HORMUZ 1 Bandar Abbas 2 Isola di Qeshm 3 Bandar Kargan, Minab 4 B. Khamir 5 Sirik USS Mason USS Rafael Peralta USS Truxtun

Bersagli colpiti dagli Stati Uniti
Cacciatorpediniere Usa attaccati
Aree civili colpite (rivendicazione iraniana)

1

Bandar Abbas
Epicentro delle operazioni navali iraniane nello Stretto. Il porto militare che ospita la flotta della Marina pasdaran.

2

Porto sull'isola di Qeshm
Base navale e di intelligence sulla più grande isola del Golfo Persico, posizione strategica per il controllo dello Stretto di Hormuz.

3

Bandar Kargan, Minab
Posto di controllo navale a est di Bandar Abbas, da cui Teheran coordina la sorveglianza delle rotte nello Stretto.

4

Bandar Khamir — rivendicazione iraniana
Area civile costiera che secondo Teheran sarebbe stata colpita dai raid americani. Washington non conferma.

5

Sirik — rivendicazione iraniana
Seconda località civile che l'esercito iraniano sostiene sia stata raggiunta dai bombardamenti, anch'essa nell'Hormozgan.

Le 24 ore

Cosa è successo, ora per ora


Lo scontro arriva mentre Stati Uniti e Iran starebbero negoziando un memorandum per chiudere una volta e per tutte le ostilità. Tocca un evento per i dettagli.

Lunedì
Teheran apre il fuoco contro la scorta navale americana

L'Iran reagisce all'operazione di scorta della Marina Usa colpendo navi militari, mercantili e obiettivi negli Emirati Arabi Uniti. Trump sospende l'operazione e allenta il blocco navale.

Martedì
Trump alleggerisce il blocco navale per i mercantili

Il presidente facilita il transito delle navi commerciali iraniane senza revocare formalmente il blocco navale, mentre Washington e Teheran negoziano un memorandum di una pagina per chiudere le ostilità.

7 Mag · Sera
Missili e droni iraniani contro 3 cacciatorpediniere Usa

Le navi USS Truxtun, USS Rafael Peralta e USS Mason in transito dal Golfo Persico verso il Golfo dell'Oman vengono attaccate. Secondo Washington i missili e i droni sono stati intercettati senza causare danni alle navi.

7 Mag · Notte
Risposta del CENTCOM: 3 porti militari iraniani colpiti

Il Comando Centrale Usa ha colpito basi di lancio, centri di comando e strutture di intelligence iraniane a Bandar Abbas, sull'isola di Qeshm e a Bandar Kargan. Trump rivendica anche l'affondamento di numerose piccole imbarcazioni iraniane.

8 Mag
Trump minimizza, l'Iran minaccia ritorsioni

Il presidente parla di "tocco d'amore" ad ABC News e bolla i leader iraniani come "pazzi" su Truth Social. L'esercito iraniano accusa gli Stati Uniti di aver violato il cessate il fuoco e promette ritorsioni.

Il dispositivo americano

I 3 cacciatorpediniere sotto attacco


Tutte unità della classe Arleigh Burke, dotate del sistema di combattimento Aegis. Procedevano in formazione dal Golfo Persico verso il Golfo dell'Oman quando sono diventate il bersaglio di missili e droni iraniani.

USS Truxtun (DDG-103)
Cacciatorpediniere classe Arleigh Burke

USS Rafael Peralta (DDG-115)
Cacciatorpediniere classe Arleigh Burke

USS Mason (DDG-87)
Cacciatorpediniere classe Arleigh Burke

3
Bersagli iraniani colpiti dal CENTCOM

Ignote
Le perdite sul territorio iraniano

0
Danni dichiarati alle navi americane

«Numerose»
Piccole imbarcazioni iraniane affondate, secondo Trump

Le voci del giorno dopo

Toni opposti su Washington e Teheran


Trump oscilla tra minimizzazione e minaccia. L'Iran promette risposta, il CENTCOM si dichiara "pronto" ma non in cerca di escalation.


Donald Trump · Stati Uniti

Proprio come li abbiamo eliminati di nuovo oggi, li elimineremo in modo molto più duro e molto più violento in futuro, se non firmeranno rapidamente un accordo.
Su Truth Social, dopo gli scontri


Comando militare iraniano

L'Iran risponderà con forza e senza la minima esitazione a qualsiasi attacco.
Replica all'avvertimento di Trump


CENTCOM · Forze Armate Usa

Non cerchiamo un'escalation, ma restiamo posizionati e pronti a proteggere le forze americane.
Comunicato ufficiale del Comando Centrale

Fonti Axios, Fox News, CNN, NBC News, ABC News, Truth Social. Cartografia: Natural Earth (10m). Le perdite sul territorio iraniano restano sconosciute. La rivendicazione iraniana sulle aree civili colpite non è confermata da Washington.

I bersagli dei raid americani


Il Comando Centrale delle forze armate statunitensi, il CENTCOM, ha colpito basi di lancio, centri di comando e strutture dell'intelligence iraniana in risposta agli attacchi definiti "non provocati" contro i cacciatorpediniere USS Truxtun, USS Rafael Peralta e USS Mason, in transito dal Golfo Persico verso il Golfo dell'Oman. Secondo Washington, missili e droni iraniani sono stati intercettati senza causare danni alle navi americane.

Alti funzionari americani citati da Fox News, CNN e NBC News hanno indicato tra i bersagli degli attacchi il porto di Bandar Abbas, epicentro delle operazioni navali iraniane nello Stretto, il porto sull'isola di Qeshm e il posto di controllo navale di Bandar Kargan, a Minab. L'esercito iraniano sostiene invece che siano state colpite anche aree civili lungo le coste di Bandar Khamir e Sirik. Le perdite sul territorio iraniano restano sconosciute. Trump ha rivendicato anche l'affondamento di "numerose piccole imbarcazioni" iraniane.

Le accuse iraniane e l'avvertimento di Trump


L'esercito iraniano sostiene che gli Stati Uniti avessero preso di mira una petroliera e un'altra nave in ingresso nello Stretto, e ha rivendicato la rappresaglia contro unità militari americane a est di Hormuz e a sud del porto di Chabahar, sulla costa del Sistan-Baluchistan. Washington sta applicando da settimane un blocco navale contro le imbarcazioni iraniane, che martedì Trump aveva alleggerito per facilitare il passaggio dei mercantili, senza però revocarlo.

Lunedì Teheran aveva già reagito all'operazione di scorta della Marina americana, poi sospesa, aprendo il fuoco contro navi militari statunitensi, mercantili e obiettivi negli Emirati Arabi Uniti. Il passo indietro di Trump è arrivato mentre Stati Uniti e Iran stanno negoziando un memorandum di una pagina per chiudere le ostilità e preparare il terreno a un accordo più ampio.

A seguito degli scontri di ieri sera, Trump ha rivolto un nuovo avvertimento diretto a Teheran su Truth Social: "Proprio come li abbiamo eliminati di nuovo oggi, li elimineremo in modo molto più duro e molto più violento in futuro, se non firmeranno rapidamente un accordo". Il comando militare iraniano ha replicato alle minacce con la stessa fermezza: "L'Iran risponderà con forza e senza la minima esitazione a qualsiasi attacco". Il CENTCOM, da parte sua, ha precisato di non cercare un'escalation, ma di restare "posizionato e pronto a proteggere le forze americane".

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Bocciati anche i nuovi dazi globali del 10 per cento di Trump


Il Tribunale di commercio internazionale ha stabilito che il presidente ha invocato in modo improprio una legge del 1974 per imporre le tariffe ai partner commerciali. La Casa Bianca farà ricorso.

I dazi globali del 10 per cento imposti dal presidente Donald Trump nel febbraio 2026 sono illegali. Lo ha stabilito il Tribunale di commercio internazionale degli Stati Uniti, con sede a New York, in una sentenza che rappresenta un nuovo duro colpo alla strategia commerciale della Casa Bianca dopo la bocciatura subita pochi mesi fa davanti alla Corte Suprema.

La decisione, presa con due voti contro uno da un collegio di tre giudici, riguarda le tariffe temporanee che l'amministrazione aveva introdotto a febbraio per sostituire i dazi più ampi cancellati dalla Corte Suprema il 28 febbraio. Secondo i giudici, il presidente ha oltrepassato i poteri commerciali che il Congresso gli aveva delegato per legge. Le tariffe sono state definite "invalide" e "non autorizzate dalla legge". Il terzo giudice del collegio ha invece ritenuto che la normativa concedesse al presidente maggiore margine di azione.

Il provvedimento contestato si fonda sulla Sezione 122 del Trade Act del 1974, una disposizione mai usata prima. Permette al presidente di imporre dazi fino al 15 per cento per un massimo di 150 giorni in risposta a "ampi e gravi deficit della bilancia dei pagamenti" e a "problemi fondamentali nei pagamenti internazionali". I giudici hanno spiegato che la norma fu approvata in un contesto storico molto specifico, quando il dollaro era ancora ancorato all'oro e le riserve auree del paese erano in via di esaurimento. Una situazione, hanno osservato, che non ha nulla a che vedere con quella attuale.

La sentenza, lunga 53 pagine, blocca direttamente la riscossione dei dazi soltanto per i tre soggetti che avevano fatto causa: lo Stato di Washington, la società di spezie Burlap & Barrel e l'azienda di giocattoli Basic Fun. Per gli altri importatori la situazione resta incerta. Jeffrey Schwab, direttore del contenzioso del Liberty Justice Center, l'organizzazione libertaria che ha rappresentato le due aziende, ha dichiarato che non è chiaro se gli altri imprenditori dovranno continuare a pagare i dazi. La normativa imponeva comunque la scadenza delle tariffe al 24 luglio.

Dave Townsend, avvocato esperto di commercio internazionale dello studio Dorsey & Whitney, ha dichiarato al New York Times che la sentenza aprirà la strada ad altre aziende per chiedere l'annullamento delle tariffe e il rimborso dei pagamenti già effettuati. Townsend ha però avvertito che il caso potrebbe arrivare anche alla Corte Suprema. Ryan Majerus, partner dello studio King & Spalding, ha previsto che il processo di rimborso, se avviato, potrebbe protrarsi fino al 2027.

L'amministrazione si era trovata costretta a introdurre questi nuovi dazi dopo la sentenza della Corte Suprema di febbraio. In quell'occasione i giudici avevano cancellato le tariffe ben più ampie che Trump aveva imposto nel 2025 invocando l'International Emergency Economic Powers Act del 1977. La Costituzione statunitense attribuisce al Congresso il potere di stabilire le tasse, comprese le tariffe doganali, anche se i parlamentari possono delegarne parte al presidente. Per quei dazi è già in corso una procedura di rimborso che riguarda circa 166 miliardi di dollari incassati.

Trump ha reagito con durezza alla sentenza, attaccando i giudici parlando con i giornalisti. Ha definito "positivo" un solo voto e ha bollato gli altri due come provenienti da "due giudici radicali di sinistra". Il presidente ha poi annunciato che la sua amministrazione aggirerà la decisione: "Riceviamo una sentenza, e lo facciamo in un modo diverso. Stiamo incassando centinaia di miliardi di dollari dai dazi, e li stiamo togliendo a paesi che ci hanno derubato per anni". La Casa Bianca dovrebbe presentare ricorso davanti alla Corte d'Appello federale del District of Columbia.

L'amministrazione sta già preparando il piano alternativo. L'Office of the U.S. Trade Representative ha avviato due indagini commerciali sotto la Sezione 301, una disposizione che consente di imporre dazi fino al 100 per cento in caso di rischio per la sicurezza nazionale o economica. La prima indagine riguarda 16 partner commerciali, tra cui Cina, Unione Europea e Giappone, accusati di sovrapproduzione e di pratiche che danneggiano i produttori americani. La seconda esamina 60 economie, dalla Nigeria alla Norvegia, che insieme rappresentano il 99 per cento delle importazioni statunitensi, per verificare se contrastino adeguatamente il commercio di prodotti realizzati con il lavoro forzato. Le audizioni si sono svolte a Washington nelle ultime due settimane.

Timothy Brightbill, avvocato dello studio Wiley Rein, ha definito la sentenza "un rifiuto netto dell'uso della Sezione 122 da parte del presidente". Ha aggiunto che la decisione sarà sicuramente impugnata, ma esiste già un "Piano C" rappresentato proprio dalle indagini Sezione 301, i cui risultati dovrebbero portare a nuovi annunci di dazi a luglio.

La sentenza arriva in un momento delicato dal punto di vista diplomatico. Trump si prepara a recarsi in Cina la prossima settimana per incontrare il leader Xi Jinping, e i dazi saranno tra i principali argomenti del vertice. La pronuncia rischia di indebolire la posizione negoziale del presidente.

Anche una ventina di Stati americani, tra cui New York, California e Pennsylvania, avevano presentato ricorso a marzo contro i dazi del 10 per cento. Il tribunale ha però stabilito che la maggior parte di loro non aveva la legittimazione attiva per contestare le tariffe. Il procuratore generale dell'Oregon, Dan Rayfield, ha dichiarato che il suo Stato continuerà a rivolgersi ai tribunali finché Trump tenterà di tassare illegalmente i cittadini.

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La rassegna stampa di venerdì 8 maggio 2026


La Cina vede un'America indebolita dal conflitto con l'Iran mentre i dazi di Trump vengono bloccati dal tribunale commerciale

Questa è la rassegna stampa di venerdì 8 maggio 2026

Un tribunale commerciale boccia i dazi globali del 10% di Trump


La Corte del Commercio Internazionale degli Stati Uniti ha dichiarato illegali i dazi globali del 10% imposti dal presidente Trump, stabilendo che le tasse sulle importazioni applicate sotto la Sezione 122 del Trade Act non sono "autorizzate dalla legge". La decisione rappresenta un duro colpo per l'agenda economica dell'amministrazione, arrivando a pochi mesi dopo che la Corte Suprema aveva già annullato precedenti imposte simili.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Hill

La Cina considera gli USA un "gigante zoppicante" indebolito dalla guerra con l'Iran


Gli analisti cinesi sostengono che la capacità americana di scoraggiare la Cina in una guerra su Taiwan è indebolita dal massiccio dispiegamento di armi nel conflitto con l'Iran, dando a Pechino maggiore influenza in vista del prossimo vertice con il presidente Trump. La percezione di un'America militarmente sovraccaricata potrebbe alterare gli equilibri geopolitici nell'Indo-Pacifico.

Fonti: New York Times

Gli Stati Uniti e l'Iran si scontrano nello stretto di Hormuz


Le forze americane hanno colpito obiettivi militari iraniani dopo che l'Iran ha attaccato tre cacciatorpediniere USA che transitavano nello stretto di Hormuz. Il presidente Trump ha definito gli attacchi americani un "colpetto d'amore", ma l'escalation minaccia il fragile cessate il fuoco e potrebbe riaccendere le ostilità nonostante i colloqui di pace in corso.

Fonti: The Hill, Bloomberg

Il Tennessee approva una nuova mappa elettorale per eliminare l'ultimo seggio democratico


Il governatore repubblicano del Tennessee Bill Lee ha firmato una nuova mappa congressuale che smantella l'unico distretto a maggioranza nera dello stato, minacciando l'unico democratico nella delegazione di nove membri. La decisione arriva dopo una sentenza della Corte Suprema che ha indebolito il Voting Rights Act del 1965, mentre la NAACP ha presentato una petizione d'emergenza per bloccare il piano.

Fonti: New York Times, The Hill, The Guardian

Trump minaccia l'UE: accordo commerciale entro il 4 luglio o dazi molto più alti


Il presidente Trump ha fissato al 4 luglio la scadenza per la ratifica dell'accordo commerciale UE-USA, minacciando dazi "molto più alti" se l'Europa non rispetterà la deadline. Trump ha dichiarato di aver parlato con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, concordando di concedere tempo fino al 250° compleanno del paese.

Fonti: Financial Times, The Guardian

Il Dipartimento di Stato revocherà i passaporti ai genitori morosi negli alimenti


A partire da venerdì, il Dipartimento di Stato inizierà a revocare i passaporti americani a migliaia di genitori che devono somme significative per gli alimenti non pagati. Le revoche inizieranno per coloro che devono 100.000 dollari o più, coinvolgendo circa 2.700 portatori di passaporto americano, per poi espandersi a quelli che devono 2.500 dollari o più.

Fonti: BBC News, The Guardian

Un cyberattacco colpisce Canvas, sistema utilizzato da migliaia di scuole


Un attacco informatico ha compromesso la piattaforma di apprendimento online Canvas, utilizzata da migliaia di istituzioni educative, proprio mentre gli studenti si preparano per gli esami finali. Un gruppo di hacker ha dichiarato di aver attaccato la società madre di Canvas ottenendo accesso ai dati di oltre 275 milioni di persone, anche se la maggior parte degli utenti ha riacquistato l'accesso al software nel tardo pomeriggio di giovedì.

Fonti: New York Times, ABC News

New York si avvicina al congelamento degli affitti promesso dal sindaco Mamdani


Il Rent Guidelines Board di New York ha votato per fissare un range dello 0-2% per gli aumenti degli affitti per circa un milione di appartamenti regolamentati, avvicinando la città al congelamento degli affitti promesso dal sindaco Zohran Mamdani. La decisione rappresenta il primo voto del comitato da quando Mamdani ha assunto la carica, approvando range che includevano zero aumenti.

Fonti: New York Times, Bloomberg

Un ex agente viene condannato per l'uccisione di Casey Goodson Jr. nell'Ohio


Jason Meade è stato dichiarato colpevole per l'uccisione mortale di Casey Goodson Jr. avvenuta nel 2020, mentre stava cercando un fuggitivo. Si tratta di un caso raro in cui un funzionario delle forze dell'ordine viene condannato per un'uccisione avvenuta durante il servizio, evidenziando i progressi nella responsabilizzazione della polizia.

Fonti: New York Times

Marco Rubio incontra Papa Leo XIV per distendere le tensioni USA-Vaticano


Il Segretario di Stato Marco Rubio ha incontrato Papa Leo XIV in un incontro a porte chiuse per discutere della "situazione in Medio Oriente e argomenti di interesse comune nell'emisfero occidentale". L'incontro segue i ripetuti attacchi del presidente Trump contro il leader della Chiesa cattolica e mira a rafforzare le relazioni tra Stati Uniti e Santa Sede.

Fonti: Semafor

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Arabia Saudita e Kuwait fanno marcia indietro: Trump pronto a riavviare l'operazione Project Freedom


I governi di Riyadh e Kuwait City ritirano le restrizioni imposte dopo il primo tentativo americano di scortare le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz. Il Pentagono prevede la ripresa di operazione Project Freedom già da questa settimana.

Arabia Saudita e Kuwait hanno revocato le restrizioni imposte all'uso americano delle proprie basi militari e del proprio spazio aereo. Cade così l'ostacolo principale al piano di Donald Trump per riaprire lo Stretto di Hormuz. Lo riferisce il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi e sauditi.

La decisione apre quindi la strada al riavvio di Project Freedom, l'operazione con cui la Marina americana punta a scortare le navi commerciali attraverso lo stretto sotto protezione aerea e navale. Le basi e i cieli sauditi e kuwaitiani sono, infatti, considerati indispensabili per il successo della missione, che richiede l'uso di una vasta flotta di aerei. Secondo funzionari del Pentagono, il riavvio dell'operazione potrebbe arrivare già questa settimana, dopo lo stop di 36 ore annunciato martedì sera.
La crisi delle 36 ore — FocusAmerica

Crisi nel Golfo · Project Freedom

La crisi durata 36 ore:
perché Trump ha frenato su Hormuz


L'Arabia Saudita e il Kuwait hanno chiuso basi e cieli all'aviazione americana, costringendo il Pentagono a sospendere l'operazione di scorta navale. Riavvio possibile già questa settimana, dopo la riapertura ora annunciata.

Fonti: Wall Street Journal · NBC News Funzionari USA, sauditi e del Pentagono

Durata della sospensione
36 ore

Il tempo in cui Project Freedom è rimasto fermo, dopo che i governo di Riyadh e Kuwait City hanno revocato l'accesso a basi e spazio aereo. La frattura più seria tra Washington e i partner del Golfo da anni.

Esplora la crisi
1 Sequenza 2 Forze in campo 3 Lo Stretto

Anatomia della crisi

Quattro mosse, una rottura, una marcia indietro


Dalla partenza di Project Freedom alla riapertura dei cieli sauditi: tocca una tappa per i dettagli.

1

Atto I · L'avvio
Inizia l'operazione Project Freedom. Le navi USA scortano i mercantili nello Stretto di Hormuz

L'operazione, annunciata a sorpresa dalla Casa Bianca, prevede l'uso di una ampia flotta aerea e navale americana per proteggere il traffico commerciale. Vengono fatte uscire dal Golfo Persico due navi battenti bandiera statunitense.

2

Atto II · La rappresaglia
L'Iran lancia 15 missili e droni: colpita Fujairah negli Emirati

Prima offensiva iraniana dal cessate il fuoco di inizio aprile. Missili cruise e droni anche contro unità navali USA e mercantili: gli americani affondano sei imbarcazioni veloci iraniane, ma alcune navi non statunitensi vengono colpite.

3

Atto III · La rottura
Riyadh e Kuwait City chiudono basi e spazi aerei. Stop di 36 ore

Dopo che il generale Caine ha definito gli attacchi iraniani "molestie di basso livello", i Paesi del Golfo temono di essere lasciati esposti. Bin Salman comunica a Trump le nuove restrizioni; il presidente prova a farlo recedere, senza riuscirci. Sui social attribuisce la pausa al Pakistan.

4

Atto IV · Lo sblocco
Seconda telefonata Trump-MBS. Cieli e basi tornano accessibili

Il riavvio di Project Freedom è atteso già questa settimana. I mercantili seguiranno un corridoio ristretto, già bonificato dalle mine, scortati da cacciatorpediniere e velivoli americani.

Lo scontro nel Golfo

Cosa è successo sul campo durante l'operazione


I numeri dei primi giorni di Project Freedom, prima e dopo la pausa imposta da Riyadh.

Stati Uniti
Project Freedom

2
Navi battenti bandiera USA fatte uscire dal Golfo Persico

6
Imbarcazioni veloci iraniane affondate dalle forze americane

Corridoio
bonificato
Rotta ristretta, libera dalle mine, scortata da cacciatorpediniere

Iran
Rappresaglia

15
Missili cruise lanciati contro gli Emirati Arabi Uniti, oltre a diversi droni

Fujairah
colpita
Unico hub di esportazione petrolifera ancora operativo della monarchia

Missili cruise + droni
Lanciati anche contro unità navali USA e mercantili: alcune navi non americane colpite

Il punto di rottura
Le offensive iraniane sono state liquidate come molestie di basso livello dal capo di Stato Maggiore USA. È quel giudizio, riferiscono i funzionari sauditi, ad aver convinto Riyadh che gli Stati Uniti non fossero pronti a proteggere il Golfo in caso di escalation.
— Funzionari sauditi citati dal Wall Street Journal

L'infrastruttura della missione

Perché senza Riyadh e Kuwait City l'operazione si ferma


Project Freedom richiede una vasta flotta aerea: senza basi e cieli del Golfo, la copertura sopra lo Stretto è impossibile.

IRAN EMIRATI ARABI UNITI OMAN GOLFO PERSICO GOLFO DI OMAN Bandar Abbas Qeshm Khasab Capo Musandam Stretto di Hormuz ~33 km nel punto più stretto Corridoio di scorta USA
Rotta delle navi sotto scorta in acque omanite

~20%
Greggio mondiale che transitava da Hormuz prima della guerra

Vasta
Flotta aerea richiesta dall'operazione Project Freedom

2
Telefonate Trump-MBS per tentare di sbloccare la crisi

Senza la copertura aerea garantita da basi e spazio aereo del Golfo, la scorta sopra lo Stretto è impossibile. È questa la leva politica che Riyadh e Kuwait hanno messo sul tavolo per costringere Washington a tenere conto dei loro timori.

Fonti Wall Street Journal, NBC News (citando funzionari USA, sauditi e del Pentagono). Stima del transito petrolifero da Hormuz: U.S. Energy Information Administration. Aggiornato al riavvio annunciato di Project Freedom.

La frattura con Riyadh


Lo scontro tra Washington e Riyadh ha aperto la più seria crisi diplomatica tra i due Paesi degli ultimi anni. Trump ha avuto una serie di telefonate ad alto livello con il principe ereditario Mohammed bin Salman e, per giorni, si è temuto che potesse saltare l'intesa di sicurezza che lega le due capitali da decenni. Secondo i funzionari sauditi citati dal quotidiano americano, i governi di Riyadh e Kuwait City avevano chiuso basi e cieli dopo che alti dirigenti dell'Amministrazione Trump avevano minimizzato gli attacchi iraniani nel Golfo Persico seguiti all'avvio dell'operazione. I Paesi del Golfo temevano, infatti, che gli Stati Uniti non fossero pronti a proteggerli in caso di escalation.

Alla fine Project Freedom è stata sospesa martedì sera, dopo un colloquio in cui bin Salman ha comunicato a Trump le proprie preoccupazioni e la decisione di imporre le restrizioni. Il presidente americano ha provato a far recedere il leader saudita, senza riuscirci. Sui social, Trump ha poi attribuito la pausa a una richiesta non meglio definita del Pakistan e di altri Paesi.

L'accesso alle basi e allo spazio aereo saudita è stato però ripristinato dopo una seconda telefonata tra i due leader, riferiscono fonti di entrambi i governi. La notizia delle restrizioni imposte da Riyad era stata anticipata da NBC News e riportata da noi già questa mattina. Alla ripresa dell'operazione, secondo funzionari del Pentagono coinvolti nella pianificazione, le navi commerciali, in coordinamento con gli Stati Uniti, seguiranno un corridoio ristretto, già bonificato dalle mine, sotto la scorta di cacciatorpediniere e velivoli americani, per attraversare indenni lo Stretto.

La retromarcia di Trump sullo Stretto di Hormuz arriva dopo lo stop dell’Arabia Saudita
NBC News rivela un retroscena: l’Arabia Saudita ha sospeso l’uso delle sue basi militari dopo l’annuncio a sorpresa di “Project Freedom”. Il presidente ha dovuto fare marcia indietro per ripristinare l’accesso allo spazio aereo saudita per i militari americani.
Focus AmericaRedazione

La reazione dell'Iran


La reazione di Teheran al primo avvio dell'operazione era stata immediata. L'Iran ha colpito gli Emirati Arabi Uniti con 15 missili e diversi droni, centrando Fujairah, l'unico hub di esportazione petrolifera ancora operativo della monarchia. Si è trattato delle prime offensive militari iraniane da quando, il mese scorso, è entrato in vigore il cessate il fuoco con gli Stati Uniti.

L'operazione americana ha permesso di far uscire dal Golfo Persico due navi battenti bandiera statunitense, ma ha anche innescato uno scontro diretto: l'Iran ha lanciato missili cruise e droni contro unità navali americane e mercantili. Le forze statunitensi hanno intercettato i lanci e affondato sei imbarcazioni veloci iraniane. Teheran è però riuscita a colpire alcune navi non americane.

L'allarme di Riyadh è cresciuto dopo che il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, il generale Dan Caine, ha definito gli attacchi iraniani "molestie di basso livello". In seguito, Trump e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno continuato a sostenere che il cessate il fuoco regge. I Paesi del Golfo temono però che, a questo punto, Teheran possa trarne una conclusione opposta: poter colpire i loro territori senza pagarne davvero il prezzo. Anche questa preoccupazione ha contribuito alla retromarcia di oggi.


La retromarcia di Trump sullo Stretto di Hormuz arriva dopo lo stop dell'Arabia Saudita


Il presidente Donald Trump ha dovuto fare marcia indietro sul piano per aiutare le navi bloccate ad attraversare lo Stretto di Hormuz, dopo che un Paese alleato chiave del Golfo – l'Arabia Saudita – ha limitato l’uso delle proprie basi e del proprio spazio aereo da parte delle forze armate statunitensi. A rivelarlo sono due funzionari americani a NBC News, secondo cui proprio questa decisione ha costretto la Casa Bianca a sospendere l’operazione.

Trump aveva sorpreso i suoi alleati del Golfo annunciando domenica pomeriggio sui social media il progetto, denominato "Project Freedom". L’annuncio avrebbe irritato, in particolare, la leadership saudita, che in risposta ha comunicato agli Stati Uniti che non avrebbe permesso più ai militari americani di far decollare aerei dalla Prince Sultan Airbase, a sud-est di Riyadh, né di sorvolare lo spazio aereo saudita per sostenere l’operazione. Una telefonata tra Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman non avrebbe risolto la questione, costringendo il presidente a sospendere Project Freedom pur di ripristinare l’accesso militare statunitense a quello spazio aereo, considerato cruciale.

Anche altri Paesi alleati del Golfo sarebbero stati colti di sorpresa. Il presidente avrebbe parlato con i leader del Qatar solo dopo l’avvio dell’operazione. Un diplomatico mediorientale ha riferito che gli Stati Uniti non si sono coordinati neppure con l’Oman su Project Freedom fino a dopo l’annuncio di Trump. Un funzionario della Casa Bianca ha però dichiarato che "gli alleati regionali sono stati informati in anticipo".
Il dietrofront di Trump su Project Freedom — FocusAmerica

Project Freedom · I retroscena dello stop

Project Freedom, le 36 ore
che hanno mostrato il vero peso di Riad


Trump annuncia domenica l’operazione per riaprire Hormuz. Trentasei ore dopo, il piano è già sospeso: l’Arabia Saudita ritira l’accesso alla Prince Sultan Airbase e al proprio spazio aereo, costringendo la Casa Bianca a fermare tutto.

Fonti: NBC News · PBS · Casa Bianca Aggiornato: 7 maggio 2026

Annuncio · Domenica
Trump lancia
Project Freedom
Si tratta di una operazione per scortare in sicurezza le navi attraverso lo Stretto di Hormuz, annunciata sui social

Stop · Martedì notte
Operazione
sospesa
La decisione arriva dopo che è stato fermato l'accesso alle Forze Armate americane alla base di Prince Sultan e allo spazio aereo del regno

Tra l'annuncio e lo stop sono passate circa 36 ore, e due sole navi sotto bandiera USA avrebbero completato il transito

Esplora la crisi
1 Cronologia 2 Le leve di Riad 3 Gli alleati 4 Negoziati

Le 36 ore di Project Freedom

Dall'annuncio sui social al dietrofront imposto da Riad


La sequenza ricostruita da NBC News mostra come l'operazione sia stata fermata dopo che l'Arabia Saudita ha vincolato la propria cooperazione militare con gli Stati Uniti al ritiro del piano.

Domenica pomeriggio
L'annuncio a sorpresa sui social
Trump comunica via social l'avvio di Project Freedom, operazione per rompere il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz. Gli alleati del Golfo non sono stati preavvisati.

Martedì mattina
Briefing al Pentagono e alla Casa Bianca
I responsabili della sicurezza nazionale illustrano l'iniziativa per buona parte della giornata. Il Comando Centrale annuncia il transito di due navi a bandiera americana, l'Iran smentisce.

Punto di rottura
Tra martedì e mercoledì
Riad blocca basi e spazio aereo
L'Arabia Saudita comunica agli Stati Uniti il divieto di far decollare i suoi aerei dalla base aerea Prince Sultan e di sorvolare il proprio territorio per sostenere l'operazione.

La telefonata
Trump-bin Salman: nessuna intesa
Una telefonata diretta tra il presidente e il principe ereditario saudita non risolve la questione. La Casa Bianca deve scegliere tra continuare l'operazione e l'accesso allo spazio aereo saudita.

~36 ore dopo l'avvio
Project Freedom viene sospesa
Trump ferma l'operazione e la presenta come "pausa breve" per finalizzare un accordo di pace. Le altre navi pronte al transito vengono fermate.

Cosa Riad ha negato a Washington

I tre asset sauditi che hanno bloccato l’operazione americana


Senza l’accesso alle basi e allo spazio aereo del regno, le forze Usa non avrebbero potuto operare lungo i confini iraniani. Secondo un funzionario americano, in alcuni casi non esistono alternative praticabili.

1

La base aerea Prince Sultan
A sud-est di Riyadh — pilastro dell'aviazione USA nel Golfo
Le Forze Armate americane vi mantengono caccia, velivoli cisterna e sistemi di difesa aerea. Riad ha autorizzato l'uso della base per sostenere la guerra in Iran, poi ha revocato temporaneamente il consenso dopo l'inizio di Project Freedom.
Accesso revocato

2

Lo spazio aereo saudita
Corridoio obbligato verso lo Stretto di Hormuz
Ai velivoli americani schierati nei Paesi vicini è stato consentito di sorvolare il territorio saudita per tutto il periodo della guerra in Iran. Riad ha bloccato anche questa autorizzazione dopo l'inizio del Project Freedom, isolando di fatto le forze USA dalla regione operativa.
Sorvolo negato

3

Il vincolo geografico
"Non esistono alternative", secondo un funzionario USA
«Per ragioni geografiche, serve la cooperazione dei partner regionali per utilizzare il loro spazio aereo lungo i confini»: così un funzionario americano a NBC News.
Fattore strutturale

Il fallimento del coordinamento

Come Trump ha sorpreso anche gli alleati del Golfo


L'operazione è stata lanciata via social senza una piena consultazione con i partner regionali. L'opposizione di Riad è il caso più clamoroso, ma non l'unico.

Arabia Saudita
Sorpresa dall'annuncio. La leadership saudita ha reagito con irritazione e ha imposto la sospensione dell'operazione come condizione per ripristinare l'accesso militare USA alle basi sul suo territorio ed al suo spazio aereo.

Veto Esito: stop al piano

Qatar
Trump avrebbe parlato con i leader del Qatar solo dopo l'avvio dell'operazione, secondo NBC News.

Avvisato dopo A operazione iniziata

Oman
Un diplomatico mediorientale riferisce che gli Stati Uniti non si sono coordinati con Muscat fino a dopo l'annuncio pubblico dell'operazione Project Freedom.

Nessuna coordinazione Solo dopo l'annuncio

La versione della Casa Bianca
Un funzionario della Casa Bianca afferma invece che "gli alleati regionali erano stati informati in anticipo": ricostruzione che però le fonti citate da NBC News contraddicono.

Il dopo Project Freedom

La pista diplomatica e la pressione in vista delle midterm

Penso che ci sia una buona possibilità che questa guerra finisca, e se non sarà così dobbiamo tornare a bombardarli a tappeto.Donald Trump · intervista a PBS

Gli attori sul tavolo

Proponente
Stati Uniti
Hanno presentato una nuova proposta. Trump punta a chiudere l'accordo con l'Iran prima del viaggio a Pechino della prossima settimana.

Mediatore
Pakistan
Teheran discuterà la nuova proposta con Islamabad, che agisce da intermediario tra le parti.

Destinatario
Iran
Sta esaminando la proposta. Ma un alto funzionario del Parlamento la liquida pubblicamente come irrealistica.

Le posizioni

Trump Ottimismo cauto, minaccia residua
"Vogliono fare un accordo. Nelle ultime 24 ore ci sono stati ottimi colloqui." Ma resta sul tavolo l'opzione di "tornare a bombardarli a tappeto".

Deputato iraniano Rifiuto pubblico
Un deputato iraniano ha definito la proposta americana come una "lista dei desideri che non diventerà mai realtà".

Giordania Lettura realista
"Gli iraniani non hanno più i mezzi economici per continuare. La loro economia sta fallendo, non possono più pagare gli stipendi."

La pressione interna
Sul presidente cresce la pressione politica in vista delle elezioni di midterm di novembre: i repubblicani devono difendere il margine ristretto alla Camera e la maggioranza al Senato. Allo stesso tempo, alcuni stretti consiglieri spingono Trump a "finire il lavoro" in Iran eliminando le residue capacità militari convenzionali del regime.

Fonti NBC News (ricostruzione di due funzionari americani e un diplomatico mediorientale), PBS (intervista a Trump), agenzia ISNA (dichiarazioni del Ministero degli Esteri iraniano), Comando Centrale USA · Aggiornato al 7 maggio 2026.

Il ruolo delle basi saudite e la protezione delle navi


Le Forze Armate americane mantengono aerei da combattimento, velivoli cisterna e sistemi di difesa aerea presso la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Riyadh aveva consentito agli Stati Uniti di far decollare aerei dalla base per sostenere la guerra in Iran, oltre a permettere agli aerei schierati nei Paesi vicini di sorvolare il territorio saudita. "A causa della geografia, è necessaria la cooperazione dei partner regionali per utilizzare il loro spazio aereo lungo i confini", ha spiegato un funzionario americano. In alcuni casi, ha aggiunto, non esistono alternative.

Trump aveva annunciato l’operazione Project Freedom nel fine settimana come uno strumento per rompere il blocco iraniano nello Stretto di Hormuz. I suoi principali responsabili della sicurezza nazionale hanno trascorso buona parte della giornata di martedì a illustrare l’iniziativa in briefing al Pentagono e alla Casa Bianca, prima che il presidente la interrompesse all’improvviso circa 36 ore dopo il suo avvio.

Secondo NBC News, le Forze armate statunitensi stavano preparando altre navi al transito attraverso lo Stretto quando l’operazione è stata fermata all’improvviso. Il Comando centrale degli Stati Uniti aveva annunciato in precedenza che due navi battenti bandiera americana erano riuscite ad attraversarlo, mentre l’Iran ha negato che il passaggio sia mai avvenuto. In un post sui social media, Trump ha cercato di ridimensionare lo stop, affermando che Project Freedom sarebbe stato invece "sospeso per un breve periodo di tempo" per verificare se un accordo per porre fine alla guerra potesse essere "finalizzato e firmato" entro quella finestra temporale.

I negoziati con l’Iran e la pressione su Trump


Intanto, l'Amministrazione Trump sta tentando di raggiungere un accordo negoziato per mettere fine alle ostilità. L’Iran sta esaminando una nuova proposta presentata dagli Stati Uniti, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri Esmail Baghaei all’agenzia semiufficiale iraniana ISNA. Baghaei ha spiegato che Teheran ne discuterà con il Pakistan, che sta agendo da mediatore. Trump non ha fornito dettagli sul piano, ma ha sostenuto che la guerra potrebbe finire se "l’Iran accetta di fare ciò che è stato concordato". "Vogliono fare un accordo", ha detto dallo Studio Ovale, aggiungendo che nelle ultime 24 ore ci sono stati "ottimi colloqui".

Ma la verità è che la pressione politica sul presidente sta aumentando sempre di più in vista delle elezioni di midterm di novembre, quando i repubblicani dovranno difendere il loro ristretto margine di vantaggio alla Camera e la maggioranza al Senato. In un’intervista con PBS, Trump ha detto di sperare che i negoziatori statunitensi possano raggiungere un’intesa con il regime iraniano prima del suo viaggio a Pechino della prossima settimana, dove incontrerà il presidente cinese Xi Jinping. "Penso che ci sia una buona possibilità che questa guerra finisca, e se non sarà così dobbiamo tornare a bombardarli a tappeto", ha dichiarato.

Secondo diversi ex funzionari americani, alcuni stretti confidenti del presidente lo avrebbero incoraggiato a "finire il lavoro" in Iran, eliminando ciò che resta delle risorse militari convenzionali del regime. Intanto, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha incontrato mercoledì proprio i leader iraniani e ha affermato che è fondamentale mettere fine alla guerra il prima possibile. In un post sui social media, un alto funzionario del Parlamento iraniano ha però definito l’ultima proposta una "lista dei desideri che non diventerà mai realtà". Un funzionario giordano ha tuttavia dichiarato a NBC News che gli sforzi diplomatici in atto sono seri: "Gli iraniani non hanno più i mezzi economici per continuare. La loro economia sta fallendo, non possono più pagare gli stipendi".


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Rubio incontra Papa Leone XIV in Vaticano dopo gli attacchi di Trump al Pontefice


Il Segretario di Stato in visita dal Papa con i rapporti tra Casa Bianca e Santa Sede ai minimi storici dopo lo scontro sulla guerra in Iran. Un funzionario vaticano: "Toni mai usati prima da un presidente americano".
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Marco Rubio ha incontrato giovedì Papa Leone XIV in Vaticano, nel momento di maggiore tensione degli ultimi anni tra la Santa Sede e la Casa Bianca. Il Segretario di Stato americano ha trovato un Pontefice che, nelle ultime settimane, si è imposto come una delle voci più critiche della guerra in Iran e dell'uso del riferimento a Dio da parte dell'Amministrazione Trump per giustificare un'azione militare costata la vita a migliaia di persone. Sulla missione pesano anche le ripetute critiche pubbliche di Donald Trump al primo Papa nato negli Stati Uniti.

Rubio è rimasto in Vaticano circa 2 ore e mezza. Oltre al Papa, ha incontrato il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano. Nella piccola delegazione americana c'era anche Sergio Gor, Ambasciatore degli Stati Uniti in India, amico personale di Rubio e esponente cattolico di peso nell'Amministrazione Trump. Secondo il portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigott, i colloqui hanno riguardato la situazione in Medio Oriente, gli aiuti umanitari nelle Americhe e la promozione della libertà religiosa.

La frattura con la Santa Sede


Il colloquio di oggi è arrivato dopo una nuova bordata di Trump lunedì contro Leone XIV che ha aperto una frattura senza precedenti tra la principale superpotenza politica mondiale e il leader della più grande confessione cristiana. Pubblicamente, entrambe le parti hanno cercato di ridimensionare lo scontro. Ma in Vaticano i messaggi del presidente americano sono stati accolti con forte irritazione. Un alto funzionario della Santa Sede, parlando al Washington Post in forma anonima, ha detto: "Non credo che siano mai stati usati toni simili da un presidente americano".

Per Rubio è il secondo incontro con il Pontefice in meno di un anno, un livello di contatto raro tra un Segretario di Stato americano e il capo della Chiesa cattolica. Rubio è anche uno dei pochi cattolici praticanti a guidare la diplomazia statunitense. L'ex Segretario di Stato John Kerry, anche lui di formazione cattolica, incontrò due volte Papa Francesco quando era nell'Amministrazione Obama. Mike Pompeo, evangelico e Segretario di Stato durante la prima Amministrazione Trump, ottenne un incontro con Papa Francesco nel 2019, ma l'anno successivo il Papa argentino gli negò un secondo colloquio, citando l'avvicinarsi delle elezioni americane.
Secretary Marco Rubio

Il peso della guerra in Iran


La guerra in Iran è diventata il punto di svolta del pontificato di Leone XIV. A un anno dall'elezione, il Papa ha smesso i panni del "Pontefice silenzioso" e ha iniziato a rispondere direttamente a Trump, denunciandone le falsità e predicando la pace in nome di quello che definisce il "vero Vangelo". Alcuni cattolici dell'area MAGA contestano però la sua lettura del Vangelo e lo accusano di essere troppo netto nel sostenere che la volontà di Dio non possa mai giustificare una guerra. Ma il Pontefice si muove in sintonia con un'opinione pubblica largamente contraria al conflitto su entrambe le sponde dell'Atlantico.

I numeri dei sondaggi confermano il problema politico per la Casa Bianca. Secondo una nuova rilevazione Washington Post-ABC News-Ipsos, il sostegno a Trump tra i cattolici americani è sceso al 38%, con un calo di 10 punti percentuali in pochi mesi. È un arretramento pesante per un presidente che nel 2024 aveva conquistato largamente questo elettorato chiave. Due terzi degli intervistati hanno reagito positivamente all'appello del Papa a contattare il Congresso per lavorare per la pace, mentre quasi il 60% ha respinto la falsa affermazione di Trump secondo cui il Pontefice avrebbe detto che "va bene che l'Iran abbia un'arma nucleare".

Padre Antonio Spadaro, sottosegretario del Dicastero vaticano per la Cultura e l'Educazione, ha detto al Washington Post che la Casa Bianca sa bene di non potersi permettere di mettere da parte la Chiesa. Con l'avvicinarsi delle elezioni di midterm, ha spiegato, cresce anche la pressione per ricucire il rapporto con gli elettori cattolici turbati dalle attuali tensioni.
Secretary Marco Rubio

La visita in Italia e le tensioni con l'Europa


Domani Rubio incontrerà i vertici italiani, tra cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a lungo considerata una delle alleate europee più vicine a Trump, ma recentemente finita anche lei nel mirino degli attacchi del presidente americano. La visita arriva in una fase di crescente tensione tra Stati Uniti ed Europa: dalla risposta del Vecchio Continente alla guerra in Iran al piano americano per ritirare parte delle truppe dalla Germania entro il prossimo anno, fino alla minaccia di nuovi dazi sulle auto europee.

Trump ha lasciato intendere la possibilità di ridurre la presenza militare americana anche in Spagna e in Italia, due Paesi che hanno negato l'uso delle proprie basi nella guerra contro l'Iran. Sempre oggi era a Roma anche il primo ministro polacco Donald Tusk, che ha incontrato il Papa e che pochi giorni fa aveva parlato di una "disgregazione in corso" dell'Alleanza occidentale.

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I missili iraniani hanno danneggiato le basi americane molto più di quanto ammesso sinora


Un'analisi del Washington Post su immagini satellitari rivela danni a 15 siti militari Usa in Medio Oriente. 228 obiettivi distrutti, oltre a 7 militari morti e 400 feriti dall'inizio della guerra il 28 febbraio.

I missili e i droni iraniani hanno danneggiato o distrutto almeno 228 strutture e attrezzature in 15 basi militari statunitensi del Medio Oriente dall'inizio della guerra, il 28 febbraio scorso. Gli attacchi iraniani hanno colpito hangar, baracche militari, depositi di carburante, aerei, radar e sistemi di difesa aerea. Si tratta di un bilancio molto più grave di quello finora ammesso dalle autorità statunitensi. Lo rivela un'analisi del Washington Post basata su immagini satellitari ad alta risoluzione, in gran parte diffuse dai media iraniani, ma verificate in modo indipendente.

I giornalisti hanno esaminato oltre cento immagini satellitari diffuse dalle agenzie di stampa iraniane e ne hanno verificate 109 confrontandole con quelle del sistema satellitare europeo Copernicus e di Planet, una delle principali società commerciali del settore. Si tratta di una delle prime ricostruzioni complete dei danni subiti dalle forze americane nella regione. Nessuna delle immagini iraniane risulta manipolata.

Oggi acquisire immagini satellitari del Medio Oriente è particolarmente difficile. Vantor e Planet, due dei maggiori fornitori commerciali, hanno accettato la richiesta del governo statunitense, loro principale cliente, di limitare o sospendere a tempo indeterminato la diffusione di immagini della regione finché il conflitto è in corso. Le restrizioni sono scattate meno di due settimane dopo l'inizio della guerra.

Secondo gli esperti consultati dal Washington Post, l'entità dei danni mostra che l'esercito americano ha pesantemente sottovalutato le capacità di mira di Teheran e non ha protetto adeguatamente alcune basi dalla moderna guerra dei droni. "Gli attacchi iraniani sono stati precisi. Non sono presenti crateri casuali che indichino mancati bersagli", ha dichiarato al Washington Post Mark Cancian, consigliere senior del Center for Strategic and International Studies ed ex colonnello dei Marines. La precisione degli attacchi è coerente con quanto lo stesso quotidiano aveva già rivelato in precedenza: la Russia avrebbe fornito a Teheran informazioni di intelligence per colpire le forze americane.
I danni alle basi USA — FocusAmerica

Guerra USA-Iran · Bilancio dei danni

Le basi Usa sotto tiro:
l’inchiesta sui danni nascosti


Il Washington Post ha analizzato 109 immagini satellitari verificate: mostrano attacchi mirati contro 15 basi americane in Medio Oriente e danni ben più estesi di quelli finora riconosciuti da Washington.

Inchiesta Washington Post · Immagini Copernicus + Planet Periodo: 28 febbraio - 8 aprile 2026

Strutture danneggiate o distrutte
228
Edifici, hangar, depositi, radar, aerei e sistemi di difesa aerea

Basi americane colpite
15
Distribuite in Bahrein, Kuwait, Qatar, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita

Oltre la metà dei danni si concentra in appena 4 basi, presenti in Stati che avevano autorizzato le forze americane ad attaccare l'Iran dal proprio territorio

Esplora il dossier
1 Le basi 2 I bersagli 3 Le difese 4 Il metodo

Il fronte più colpito

Oltre metà dei danni concentrata in 4 basi


I danni si sono concentrati nel quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein e in 3 basi militari americane in Kuwait. Da Bahrein e Kuwait erano partiti attacchi contro l’Iran, anche con sistemi HIMARS.

4
basi colpite duramente

>50%
dei danni totali

2
Paesi coinvolti

● Le 4 basi più colpite

1

QG Quinta Flotta BHR
Comando trasferito alla base di MacDill, in Florida

Estesi

Danno valutato Esteso · 10/10

2

Base aerea Ali al-Salem KWT
Hub aereo principale del Kuwait

Pesanti

Danno valutato Pesante · 9/10

3

Camp Arifjan KWT
Quartier generale regionale dell'esercito americano

Pesanti

Danno valutato Pesante · 8/10

4

Camp Buehring KWT
Centrale elettrica colpita dai missili iraniani

Pesanti

Danno valutato Pesante · 7/10

○ Altre basi colpite

5

Al-Udeid QAT
Sito di comunicazioni satellitari colpito

Selettivi

Danno valutato Selettivo · 4/10

6

Prince Sultan SAU
Aereo da comando E-3 Sentry distrutto

Mirati

Danno valutato Mirato · 3/10

7

Basi in Giordania ed Emirati JOR · UAE
Radar Thaad e depositi di carburante colpiti

Selettivi

Danno valutato Selettivo · 3/10

Due funzionari del Pentagono indicano che le forze americane potrebbero non rientrare presto in modo significativo nelle basi della regione. Se confermata, la scelta ridisegnerebbe la presenza militare Usa in Medio Oriente costruita negli ultimi 30 anni.

Cosa è stato colpito

Bersagli ad alto valore strategico, scelti con precisione chirurgica


L'Iran ha colpito infrastrutture critiche e sistemi di difesa avanzati. Secondo gli esperti, l'assenza di crateri casuali dimostra che gli attacchi non hanno mancato i bersagli.

228
Strutture totali colpite o distrutte

15
Basi militari coinvolte

1
Aereo da comando E-3 Sentry distrutto in Arabia Saudita

5
Depositi di carburante colpiti

Obiettivi strategici raggiunti

Sito comunicazioni satellitari
Base di al-Udeid, Qatar

Componenti del sistema antimissile Patriot
Bahrein e Kuwait

Radar del sistema antimissile Thaad
Giordania ed Emirati Arabi Uniti

Centrale elettrica
Camp Buehring, Kuwait

Edifici residenziali in più siti
"Per provocare vittime di massa", secondo Contested Ground

"Gli attacchi iraniani sono stati precisi. Non sono presenti crateri casuali che indichino mancati bersagli", afferma Mark Cancian, ex colonnello dei Marines e consigliere senior del CSIS.

L'erosione delle scorte

In 6 settimane consumata circa metà delle scorte di missili intercettori


Le stime del Center for Strategic and International Studies sul consumo di munizioni difensive tra il 28 febbraio e l'8 aprile rivelano un uso senza precedenti dei sistemi antimissile.

Intercettori Thaadutilizzati
53%

190 missili lanciati delle scorte pre-conflitto

Intercettori Patriotutilizzati
43%

1.060 missili lanciati delle scorte pre-conflitto

I piani per distruggere rapidamente le forze missilistiche e i droni iraniani hanno sottovalutato quanto Teheran avesse già raccolto informazioni sulle infrastrutture americane da colpire.

Kelly Grieco · Stimson Center

Come è stata condotta l'inchiesta

L'inchiesta basata sulle immagini iraniane verificate poi in modo indipendente


In assenza di immagini satellitari commerciali, i giornalisti del Washington Post hanno utilizzato le immagini diffuse dalle agenzie stampa iraniane, sottoponendole a verifica incrociata.

100+
Immagini satellitari iraniane esaminate

109
Immagini verificate in modo indipendente

I passaggi della verifica

1

Raccolta delle immagini iraniane
Oltre 100 immagini diffuse dalle agenzie di stampa di Teheran sono state esaminate dai reporter del Washington Post.

2

Confronto con le immagini Copernicus e Planet
Le immagini sono state verificate incrociandole con il sistema satellitare europeo Copernicus e con la società commerciale americana Planet.

3

Validazione finale
109 immagini risultano autentiche e non manipolate. Questo passaggio fornisce una delle prime ricostruzioni complete dei danni.

Perché immagini iraniane? Vantor e Planet, su richiesta del governo statunitense — loro principale cliente — hanno limitato o sospeso a tempo indeterminato la diffusione di immagini commerciali dal Medio Oriente. La restrizione è scattata meno di 2 settimane dopo l'inizio della guerra.

Fonte Washington Post · Verifica immagini Copernicus, Planet · Stime CSIS, Stimson Center · Periodo analizzato: 28 febbraio - 8 aprile 2026.

Le basi militari più colpite


Più della metà dei danni si concentra in 4 basi: il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein e 3 siti militari in Kuwait, vale a dire la base aerea di Ali al-Salem, Camp Arifjan e Camp Buehring. Camp Arifjan ospita anche il quartier generale regionale dell'esercito americano. Un funzionario statunitense ha riferito al Washington Post che le basi in Bahrein e in Kuwait sono state tra le più colpite probabilmente perché i due Paesi hanno autorizzato attacchi contro l'Iran dal proprio territorio, compreso l'uso dei sistemi lanciarazzo HIMARS, capaci di colpire bersagli a circa 500 km di distanza.

I missili iraniani hanno raggiunto anche obiettivi di alto valore strategico come un sito di comunicazioni satellitari nella base di al-Udeid in Qatar, parti del sistema antimissile Patriot in Bahrein e Kuwait, una centrale elettrica a Camp Buehring, 5 depositi di carburante e radar del sistema antimissile Thaad in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti. Nella base di Prince Sultan, in Arabia Saudita, è stato inoltre distrutto un aereo da comando E-3 Sentry.

William Goodhind, ricercatore del progetto Contested Ground che ha esaminato le immagini, ha dichiarato al Washington Post che "gli iraniani hanno colpito deliberatamente edifici residenziali in più siti con l'intenzione di provocare vittime di massa".

Anche il consumo di munizioni difensive è stato molto elevato. Secondo una stima del Center for Strategic and International Studies, tra il 28 febbraio e l’8 aprile l’esercito americano ha lanciato almeno 190 missili intercettori Thaad e 1.060 missili intercettori Patriot, pari rispettivamente al 53% e al 43% delle scorte disponibili prima del conflitto. Kelly Grieco, ricercatrice dello Stimson Center, sostiene che i piani per distruggere rapidamente le forze missilistiche e i droni iraniani abbiano sottovalutato quanto l’Iran avesse già raccolto informazioni sulle infrastrutture americane da colpire.

Un funzionario americano ha descritto come "estesi" i danni subiti dal quartier generale della Quinta Flotta, il cui comando è stato trasferito temporaneamente alla base aerea di MacDill, in Florida. È improbabile che militari, contractor e personale civile tornino nella base in Bahrein nel breve periodo. Altri due funzionari del Pentagono hanno aggiunto che, a causa dei danni subiti, le forze americane potrebbero non tornare a breve in numero significativo nelle basi della regione: una prospettiva che, se confermata, ridisegnerebbe la presenza militare statunitense in Medio Oriente costruita negli ultimi 30 anni.

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Roma, Cicculli (Sinistra Civica Ecologista): “Avanti con Gualtieri per una città che sappia ascoltare”


@Politica interna, europea e internazionale
A Roma si scaldano i motori in vista della campagna elettorale per le comunali del 2027. La lista Sinistra Civica Ecologista (Sce), che con i suoi due consiglieri in Campidoglio appoggia il sindaco Roberto Gualtieri, ha organizzato per

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La nuova strategia antiterrorismo di Trump prende di mira antifa, sinistra e Europa


Il documento di 16 pagine presentato dall'Amministrazione Trump ribalta l’approccio dell’era Biden, che era invece concentrato sui suprematisti bianchi, e inserisce per la prima volta gli antifa nei piani federali contro il terrorismo.

L'amministrazione Trump ha presentato mercoledì una nuova strategia nazionale antiterrorismo che mette al centro il contrasto alla violenza di sinistra, ad antifa e a quella che il documento definisce "ideologia di genere radicale". È la prima volta che un piano antiterrorismo della Casa Bianca cita esplicitamente il movimento antifa, segnando una netta discontinuità rispetto all'amministrazione Biden, che aveva invece concentrato gli sforzi federali sul suprematismo bianco e sui gruppi di estrema destra, come i Proud Boys.

Il nuovo documento, lungo 16 pagine, affronta anche la minaccia dei cartelli della droga, i rischi alla sicurezza nell'emisfero occidentale e la prevenzione dell'ingresso di armi di distruzione di massa nel territorio statunitense. Ma è il capitolo sulla violenza interna a segnare la svolta politica più evidente. "Le nostre attività di antiterrorismo daranno priorità anche alla rapida identificazione di gruppi politici secolari violenti la cui ideologia è anti-americana, radicalmente pro-transgender e anarchica", ha scritto Trump nel testo. Il presidente ha aggiunto che il governo userà "tutti gli strumenti costituzionalmente disponibili" per mappare questi gruppi, identificarne i membri e ricostruirne i legami con organizzazioni internazionali come antifa.

Sebastian Gorka, direttore per l'antiterrorismo dell'amministrazione Trump, ha parlato ai giornalisti di una "rinascita inquietante dell'ideologia violenta di sinistra" e ha collegato questa violenza all'ideologia di genere. Gorka ha citato tre casi recenti che le autorità attribuiscono alla disforia di genere: Aiden Hale, uomo transgender che nel 2023 uccise tre bambini di nove anni e tre adulti in una scuola cristiana di Nashville; Robin Westman, donna transgender che lo scorso anno uccise due bambini e ne ferì 28 in una chiesa cattolica di Minneapolis; Tyler Robinson, accusato dell'assassinio dell'attivista conservatore Charlie Kirk per la sua opposizione alle posizioni di Kirk sull'identità di genere.

I numeri sulla violenza di sinistra citati dall'amministrazione arrivano invece da uno studio del Center for Strategic and International Studies pubblicato lo scorso anno, secondo cui tale tipo di violenza è aumentata nell'ultimo decennio, soprattutto dopo la prima elezione di Trump nel 2016. Nel 2015 gli attentati e i piani terroristici di matrice di sinistra rappresentavano circa il 2% nel 2025 la quota è salita al 42%, il livello più alto mai registrato. Il 2025 è stato anche il primo anno dal 1994 in cui gli episodi di violenza politica di sinistra, 5, hanno superato quelli di destra, 1, e quelli di ispirazione jihadista, 2. Lo stesso studio, però, restituisce un quadro diverso sul lungo periodo: negli ultimi dieci anni gli estremisti di destra hanno compiuto 152 episodi di violenza negli Stati Uniti, uccidendo 112 persone, contro i 35 episodi e i 13 morti attribuiti alla sinistra. Gli attacchi jihadisti hanno causato 82 morti nello stesso arco di tempo.

È su questo squilibrio che si concentrano le critiche al piano. Matthew Levitt, esperto di terrorismo del Washington Institute, ha scritto su X che la strategia "non riconosce il terrorismo di destra come un problema" e ha definito la scelta "strampalata". Gorka ha replicato che anche i gruppi di destra non saranno immuni dall'azione federale in caso di violenza.

L'inserimento degli antifa nel piano anti terrorismo arriva dopo mesi di iniziative esecutive sullo stesso fronte. A settembre, dopo la morte di Kirk, Trump aveva firmato un ordine che designava il movimento antifa come organizzazione terroristica nazionale e incaricava il Dipartimento di Giustizia di "indagare, smantellare e disarticolare" le sue operazioni illegali. A marzo una giuria federale ha condannato per terrorismo 8 persone che l'accusa ha collegato al movimento antifa per una sparatoria avvenuta davanti a un centro per l'immigrazione in Texas: è la prima volta che l'accusa di sostegno materiale al terrorismo è stata contestata a presunti membri di antifa. La sentenza è attesa per il mese prossimo. L'azione si è estesa anche oltreconfine. Il Dipartimento di Stato ha designato come organizzazioni terroristiche quattro gruppi di sinistra europei: due in Grecia, uno in Germania e uno in Italia. Tale decisione blocca le risorse finanziarie di questi gruppi negli Stati Uniti e consente all'amministrazione di sorvegliare, indagare e perseguire i loro membri presenti sul suolo statunitense.

Il documento riserva alcune delle espressioni più dure all'Europa, definita un "incubatore di minacce terroristiche" alimentato dall'immigrazione di massa. "È chiaro a tutti che gruppi ostili ben organizzati sfruttano le frontiere aperte e gli ideali globalisti a esse associati. Più queste culture estranee crescono e più persistono le attuali politiche europee, più il terrorismo è garantito", si legge nel testo, che prosegue sostenendo che "in quanto culla della cultura e dei valori occidentali, l'Europa deve agire ora e fermare il suo declino voluto". Pur definendo le nazioni europee i partner antiterrorismo di lungo periodo più importanti per gli Stati Uniti, il rapporto afferma che il continente è insieme bersaglio del terrorismo e incubatore di minacce. La presa di posizione si colloca sulla scia della strategia di sicurezza nazionale pubblicata a dicembre 2025, che parlava di "cancellazione della civiltà" europea a causa dell'immigrazione.

Il secondo pilastro della strategia riguarda l'emisfero occidentale, espressione che nei documenti ufficiali americani comprende Nord e Sud America. La nuova dottrina prevede la neutralizzazione delle minacce emisferiche attraverso l'incapacitazione delle operazioni dei cartelli della droga. Da inizio settembre 2025 l'amministrazione conduce una campagna di attacchi militari contro imbarcazioni accusate di trasportare stupefacenti nelle acque latinoamericane, che ha causato almeno 191 morti. Il documento celebra anche la cattura, avvenuta a gennaio, dell'ex leader venezuelano Nicolas Maduro.

Il terzo asse della strategia è il contrasto al jihadismo internazionale. Sono indicati come obiettivi Al Qaeda, responsabile degli attacchi dell'11 settembre 2001, Al Qaeda nella Penisola Arabica, lo Stato Islamico dell'Iraq e della Siria, ISIS-Khorasan e i Fratelli Musulmani, descritti da Gorka come l'antenato dei moderni gruppi jihadisti. Il consigliere ha spiegato che i successi sul campo di battaglia hanno reso la minaccia più diffusa e meno centralizzata, come dimostra l'attacco con un camion a New Orleans il primo gennaio 2025. La strategia punta ora a tagliare i finanziamenti per il reclutamento. "Dobbiamo demoralizzare, degradare e delegittimare", ha detto Gorka. "Stiamo prendendo l'ideologia molto sul serio".

Un cambiamento di impostazione rispetto al passato riguarda il ruolo internazionale degli Stati Uniti. Gorka ha respinto l'idea che Washington debba difendere tutti i Paesi del mondo da ogni minaccia. "Rifiutiamo il concetto di poliziotto globale", ha dichiarato ai giornalisti. "America First non significa America da sola". Il consigliere ha annunciato che funzionari americani incontreranno gli alleati venerdì per discutere come rafforzare le rispettive strategie antiterrorismo. Tra le richieste c'è un maggiore coinvolgimento nella riapertura dello Stretto di Hormuz, dove l'Iran attacca il traffico commerciale. "Misureremo la vostra serietà come partner e alleati da quanto portate al tavolo", ha detto Gorka, aggiungendo che gli Stati Uniti si aspettano "di più" dai loro partner.

In una dichiarazione, Trump ha collegato la nuova strategia agli impegni assunti nei primi giorni del suo secondo mandato. "Come parte del mio impegno a difendere l'America da tutti i nemici, stranieri e interni, stiamo lavorando di nuovo per schiacciare la minaccia del terrorismo", ha affermato il presidente, ricordando il monito già pronunciato dopo la prima missione antiterrorismo della nuova amministrazione: "Se ferite gli americani o state pianificando di ferirli, vi troveremo e vi uccideremo".

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Trump non ha ancora capito come funziona l'Iran


L'amministrazione punta sulla pressione economica e sul blocco dello Stretto di Hormuz, ma Teheran resiste e gli analisti dubitano che la strategia funzioni nei tempi sperati dal presidente.

Il presidente Donald Trump continua a cercare la formula vincente per piegare l'Iran, ma ogni nuovo strumento di pressione si è finora rivelato insufficiente. L'analisi del New York Times firmata da Steven Erlanger, corrispondente diplomatico per l'Europa che segue l'Iran dalla rivoluzione islamica del 1978-79, ricostruisce la sequenza di tentativi che non hanno prodotto il risultato cercato e illustra perché la strategia americana rischia di restare senza esito.

Il primo tentativo è stato l'attacco aereo del giugno scorso, che secondo Trump avrebbe dovuto "obliterare" il programma nucleare iraniano. È seguita la campagna aerea condotta con Israele a febbraio, pensata per provocare un cambio di regime e una sollevazione popolare. Poi è arrivata la scommessa sul blocco navale per spezzare il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz. Adesso il presidente ha annunciato un piano, di cui si conoscono pochi dettagli, per scortare fuori dallo stretto le navi rimaste bloccate. Teheran ha risposto con missili e droni, e per ora la maggior parte delle petroliere evita di attraversare il passaggio.

Funzionari e analisti sentiti dal quotidiano newyorkese ritengono che la convinzione di Trump di poter ottenere la capitolazione iraniana sia una lettura errata della strategia, della psicologia e della capacità di adattamento della Repubblica islamica. Il governo iraniano è convinto di avere il coltello dalla parte del manico e di poter sopportare la pressione economica più a lungo di quanto Trump possa tollerare il rialzo dei prezzi dell'energia provocato dall'interruzione del traffico nello stretto.

Ali Vaez, direttore del progetto Iran dell'International Crisis Group, ha dichiarato al New York Times che ogni volta che la pressione non ha prodotto il risultato cercato, Trump ha cercato un nuovo strumento di coercizione convinto che gli avrebbe consegnato la vittoria. Secondo Vaez la pressione può funzionare nel tempo, ma senza una porta aperta diventa un esercizio inutile: senza una via d'uscita che salvi la faccia e un accordo reciprocamente vantaggioso, non si arriva a nessuna intesa.

Suzanne Maloney, esperta di Iran e direttrice del programma di politica estera della Brookings Institution, ha osservato che gli Stati Uniti possono certamente infliggere ulteriori danni all'economia iraniana, ma Teheran ha resistito a pressioni superiori a quelle sopportate da qualsiasi altra economia nella storia, senza che ciò abbia provocato il collasso del regime o posizioni più ragionevoli. L'Iran è uno Stato così autoritario che mancano i meccanismi politici interni capaci di spingere verso il compromesso, e il regime giustizia regolarmente i manifestanti. Maloney si è detta scettica sul fatto che il blocco possa avere successo nei tempi necessari all'economia globale e alle prospettive di Trump nelle elezioni di metà mandato.

Martedì Trump ha definito "straordinario" il blocco americano dello Stretto di Hormuz, sostenendo che nessuno lo sfiderà. Ha ripetuto che "l'Iran vuole un accordo", accusando però i suoi leader di "fare giochetti", parlando con lui per poi negare in televisione di averlo fatto.

Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House, ha spiegato al New York Times che il conflitto è una prova di forza tra due paesi che si conoscono poco, essendo stati raramente nella stessa stanza, e che hanno approcci culturali al negoziato molto diversi. Secondo Vakil il presidente non comprende davvero cosa spinge gli iraniani: non prendono decisioni in base al prodotto interno lordo, altrimenti avrebbero firmato un accordo anni fa.

Trump sembra aver sopravvalutato la difficoltà economica iraniana. Scommette sul fatto che la capacità di Teheran di stoccare il petrolio estratto ma non esportato si esaurirà presto, costringendo a concessioni significative. Il presidente ha sostenuto che se l'Iran non riprenderà a movimentare il greggio, l'intera infrastruttura petrolifera "esploderà", aggiungendo che secondo Teheran restano "circa tre giorni" prima che ciò accada. Si tratta di una sopravvalutazione evidente. Gli esperti sono divisi, ma alcuni ritengono che l'Iran abbia almeno diverse settimane prima di dover fermare le pompe. Ad aprile l'Iran esportava circa 1,81 milioni di barili al giorno e può ridurre la produzione continuando a stoccare petrolio in petroliere vuote o vecchie, ciascuna in grado di contenere circa due milioni di barili, spedendone una parte via strada e ferrovia verso il Pakistan. Durante il primo mandato di Trump, Teheran ridusse la produzione a circa 200 mila barili al giorno senza danni significativi alle infrastrutture.

Brett Erickson di Obsidian Risk Advisors ha dichiarato al quotidiano americano che l'Iran non è nemmeno vicino a iniziare a chiudere i pozzi. Le sanzioni e il blocco avranno qualche effetto, ma non esiste uno scenario realistico in cui producano il risultato necessario nei tempi utili al presidente, e questa è una delle ragioni per cui ora Trump sta tentando il nuovo piano per rompere il blocco iraniano. Anche se la guerra finisse oggi, ha aggiunto Erickson, ci vorrebbero diversi mesi prima del ritorno alla normalità.

In passato sanzioni americane e internazionali pesanti hanno effettivamente portato Teheran al tavolo delle trattative. Anni di colloqui condussero all'accordo nucleare del 2015, con cui l'Iran accettò limiti stringenti al programma di arricchimento per oltre un decennio in cambio della rimozione della maggior parte delle sanzioni. Teheran rispettò l'intesa, ma Trump nel 2018, durante il suo primo mandato, la abbandonò e reimpose dure sanzioni economiche nella politica della "massima pressione", per costringere a un accordo più restrittivo. Nonostante le forti difficoltà economiche e la decisione iraniana di ridurre drasticamente l'estrazione, non si arrivò a nessuna nuova intesa.

Un anno dopo, falliti i tentativi europei di aggirare le sanzioni americane, l'Iran iniziò a violare i limiti all'arricchimento. Da allora ha prodotto uranio altamente arricchito vicino al livello militare in quantità sufficiente, secondo le stime, a costruire dieci ordigni nucleari, qualora decidesse di farlo. Lo stock di circa 440 chilogrammi è ritenuto intatto, e Teheran ora afferma che non negozierà nulla sul programma nucleare finché le ostilità non cesseranno e non avrà garanzie sul fatto che non riprenderanno.

Colloqui riservati con gli americani proseguono perché il regime vede questo momento di stallo come un'occasione per risolvere il conflitto storico con gli Stati Uniti. Ma è cosa diversa dal cedere sotto coercizione. L'Iran vorrebbe un accordo, ha spiegato Vaez, ma i suoi leader sono convinti che arrendersi alla pressione inviti soltanto altra pressione futura. Per questo Teheran vuole mantenere il controllo dello stretto e imporre pedaggi per finanziare la ricostruzione, senza fidarsi della promessa di alcun presidente americano sulla rimozione delle sanzioni. Non vogliono sopravvivere a una guerra calda per congelarsi in una pace fredda.

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Anthropic userà il data center di Musk per raddoppiare i limiti di Claude


L'azienda di San Francisco userà l'intera capacità di calcolo del Colossus 1 di Memphis, raddoppiando i limiti di utilizzo per gli abbonati paganti e gli sviluppatori.

Anthropic ha annunciato mercoledì 6 maggio un accordo con SpaceX per utilizzare l'intera capacità del Colossus 1, il più grande centro dati di Elon Musk, situato a Memphis, in Tennessee. L'intesa permetterà alla rivale di OpenAI di superare la cronica carenza di potenza di calcolo che da mesi limita l'accesso al suo modello Claude, fornendo oltre 300 megawatts di nuova capacità entro la fine del mese, distribuita su più di 220.000 processori Nvidia.

L'annuncio è stato fatto da Ami Vora, direttrice dei prodotti di Anthropic, sul palco di Code with Claude, la conferenza annuale dell'azienda per gli sviluppatori. Vora ha spiegato che l'accordo consentirà di raddoppiare i limiti di utilizzo dei modelli Claude per gli abbonati ai piani Pro, Max, Team ed Enterprise, eliminando i tetti durante le ore di punta, e di aumentare in modo significativo il volume delle richieste che gli sviluppatori possono inviare al modello avanzato Claude Opus tramite l'Application Programming Interface.

We’ve agreed to a partnership with @SpaceX that will substantially increase our compute capacity.

This, along with our other recent compute deals, means that we’ve been able to increase our usage limits for Claude Code and the Claude API.
— Claude (@claudeai) May 6, 2026


Anthropic stava attraversando una fase critica. Molti abbonati professionali si lamentavano da tempo di esaurire la propria quota in meno di venti minuti con i modelli più potenti, e a marzo l'azienda era stata costretta a ridurre i limiti di utilizzo nelle ore di punta per mancanza di processori sufficienti a soddisfare tutte le richieste. Secondo i dati diffusi da Anthropic, lo sviluppatore medio passa ormai almeno venti ore alla settimana usando Claude Code, lo strumento di programmazione assistita dell'azienda.

La situazione di xAI, il laboratorio di intelligenza artificiale di Musk, è opposta. L'azienda si trova in sovraccapacità e utilizzava solo una piccola parte della potenza di Colossus. Il centro dati ospita decine di migliaia di chip Nvidia avanzati, dai modelli H100 e H200 ai più recenti GB200, ed è stato costruito in 122 giorni. La struttura è oggetto di forti critiche locali per l'inquinamento provocato dalle turbine a gas installate per alimentarla senza un permesso ambientale federale, e per il consumo massiccio di acqua. Il mese scorso manifestanti ambientalisti hanno protestato vicino a un incontro con gli investitori di SpaceX in vista della prossima quotazione in borsa.

Mercoledì pomeriggio Musk ha annunciato sul social network X che xAI sarà sciolta come società autonoma e completamente integrata in SpaceX, che l'aveva assorbita all'inizio di febbraio. La nuova entità si chiamerà SpaceXAI. Le attività di addestramento dei modelli di xAI sono state spostate sul Colossus 2, il centro dati gemello in costruzione nella stessa area.

L'accordo segna una svolta nei rapporti tra Musk e Anthropic. A febbraio il miliardario aveva accusato l'azienda di sviluppare un'intelligenza artificiale con pregiudizi razziali e sessuali, definendola misanthropic and evil e sostenendo che Anthropic odia la civiltà occidentale. Mercoledì Musk ha cambiato posizione, scrivendo su X di aver trascorso la settimana precedente con i dirigenti di Anthropic per capire come lavorano per garantire che Claude sia utile all'umanità, e di esserne rimasto colpito. Ha aggiunto che SpaceX fornirà capacità di calcolo anche ad altre aziende di intelligenza artificiale che si impegnano in modo analogo, con condizioni e prezzi equi, come già fa con i lanci satellitari per i concorrenti.

Nel comunicato che ha accompagnato l'annuncio, Anthropic ha precisato di aver espresso interesse a collaborare con SpaceX per sviluppare diversi gigawatts di potenza di calcolo orbitale, ovvero centri dati nello spazio. Si tratta di uno degli obiettivi principali di Musk e uno dei motori della prossima quotazione in borsa di SpaceX, prevista già per il mese prossimo. Ryan Mallory, amministratore delegato dell'operatore di centri dati Flexential, ha dichiarato a Reuters che il fatto che aziende serie discutano di capacità di calcolo nello spazio mostra quanto aggressivamente il mercato cerchi energia e dimensioni.

Same here.

By way of background for those who care, I spent a lot of time last week with senior members of the Anthropic team to understand what they do to ensure Claude is good for humanity and was impressed.

Everyone I met was highly competent and cared a great deal about…
— Elon Musk (@elonmusk) May 6, 2026


Per sostenere la crescita Anthropic ha rafforzato anche le partnership con i tre giganti del cloud computing. Ha rinnovato l'accordo con Amazon Web Services, suo partner storico, estendendolo a installazioni in Asia ed Europa, e ha siglato un'intesa multimiliardaria con Amazon. Secondo quanto riportato da The Information, l'azienda si è impegnata a spendere 200 miliardi di dollari per i servizi cloud e i chip TPU di Google. I contratti di Anthropic e OpenAI rappresentano ora più della metà dei 2.000 miliardi di dollari di ordini arretrati presso i principali fornitori di cloud computing come Amazon, Microsoft e Google, sempre secondo The Information. Anthropic addestra e fa funzionare Claude su una varietà di processori, dai trainium di AWS ai TPU di Google ai GPU di Nvidia.

L'azienda è impegnata in una battaglia diretta con OpenAI per fornire agenti di intelligenza artificiale alle imprese, programmi semiautonomi capaci di scrivere codice, analizzare grandi quantità di documenti o gestire pratiche mediche. Martedì Anthropic ha presentato dieci agenti pensati per banche, assicurazioni e gestori patrimoniali, in grado di redigere presentazioni commerciali, effettuare verifiche regolamentari o analizzare bilanci. Lo stesso giorno OpenAI ha annunciato una partnership con il colosso della revisione contabile PwC. Mercoledì Anthropic ha anche presentato una nuova funzione chiamata dreaming, attualmente in fase di anteprima per la ricerca, che permette ai sistemi di intelligenza artificiale di apprendere rivedendo il lavoro tra una sessione e l'altra, individuando schemi e aggiornando i file che memorizzano le preferenze degli utenti.

Anthropic, fondata nel 2021 da un gruppo di dirigenti e ricercatori usciti da OpenAI, è attualmente in trattativa con gli investitori per una raccolta di capitali che valuterebbe la società 900 miliardi di dollari, secondo quanto riportato dalla CNBC. L'azienda è anche in contenzioso con l'amministrazione Trump. A marzo il Pentagono ha dichiarato Anthropic un rischio per la catena di approvvigionamento, escludendola dai contratti con le forze armate statunitensi dopo il fallimento delle trattative sull'uso dei suoi modelli. Anthropic ha fatto causa all'amministrazione a San Francisco e Washington per ribaltare la decisione, e il procedimento è in corso. Nel frattempo il dipartimento della Difesa ha iniziato a usare il modello Grok di xAI insieme a quelli di altre aziende.

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Aggressioni antisemite negli Stati Uniti al livello più alto dal 1979


Nel 2025 l'Anti-Defamation League ha contato 203 aggressioni contro ebrei, tre vittime e un calo complessivo degli episodi del 33%. New York resta l'epicentro con 860 incidenti.

Le aggressioni fisiche contro ebrei negli Stati Uniti hanno raggiunto nel 2025 il livello più alto dal 1979. Lo ha reso noto mercoledì l'Anti-Defamation League (ADL), l'organizzazione che dal 1913 monitora l'antisemitismo nel paese, presentando il suo rapporto annuale sugli incidenti antisemiti.

Il quadro che emerge è ambivalente. Da un lato, gli episodi complessivi di antisemitismo sono diminuiti in modo significativo: l'ADL ne ha registrati 6.274 nel 2025, il 33% in meno rispetto al 2024. Si tratta comunque del terzo dato più alto mai rilevato. Dall'altro lato, la violenza fisica contro persone ebree è aumentata. Le aggressioni sono passate da 196 nel 2024 a 203 nel 2025 e quelle commesse con armi letali sono salite da 23 a 32.

Tre persone sono state uccise in attacchi antisemiti nel corso dell'anno. È la prima volta dal 2019 che negli Stati Uniti si registrano omicidi motivati da odio verso gli ebrei. Tra gli episodi più gravi ci sono una sparatoria al Capital Jewish Museum di Washington, un attacco con bottiglie molotov contro una manifestazione per gli ostaggi israeliani in Colorado e l'accoltellamento di un uomo ebreo a New York. Un ordigno incendiario ha inoltre colpito la residenza del governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, che è ebreo, mentre la sua famiglia si trovava all'interno.

La distribuzione geografica conferma la concentrazione degli episodi nelle grandi aree metropolitane. New York guida la classifica con 1.160 incidenti e 90 aggressioni, seguita dalla contea di Los Angeles con 398 episodi e dal New Jersey settentrionale. La sola New York City ha registrato 860 incidenti, di gran lunga il dato più alto a livello nazionale.

Il calo più marcato si è verificato nei campus universitari, a lungo al centro delle polemiche per le proteste legate al conflitto a Gaza. L'ADL ha contato 583 incidenti negli atenei, il 66% in meno rispetto ai 1.694 del 2024. Gli episodi collegati alle manifestazioni contro Israele sono crollati dell'83%. L'organizzazione era stata criticata in passato per aver incluso nel conteggio le proteste pro-palestinesi, ma sostiene di considerarle solo quando emergono elementi chiaramente antisemiti, come l'uso di stereotipi.

Oren Segal, vicepresidente dell'ADL responsabile del contrasto all'estremismo, ha dichiarato ad Axios che il calo non va interpretato come un segnale di progresso. L'antisemitismo, ha spiegato, resta "normalizzato" nel dibattito pubblico e sui social media e si mantiene su livelli storicamente elevati. Segal ha sottolineato che gli ebrei negli Stati Uniti continuano a essere molestati, aggrediti e presi di mira in media 17 volte al giorno.

I dati preliminari dell'FBI esaminati da Axios mostrano che i crimini d'odio contro gli ebrei sono diminuiti nel 2025, mentre il totale dei crimini d'odio è rimasto storicamente alto. Quelli contro latinos e sikh hanno toccato il livello più alto mai registrato. Brian Levin, esperto di crimini d'odio che ha elaborato i dati preliminari, ha avvertito che le cifre relative agli episodi antisemiti potrebbero crescere quando altri dipartimenti di polizia invieranno i rapporti definitivi.

Il fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti. In Europa una serie di accoltellamenti, incendi dolosi e atti vandalici contro le sinagoghe ha portato all'apertura di indagini antiterrorismo e al rafforzamento delle misure di sicurezza per le comunità ebraiche. Un'analisi citata nel rapporto ha rilevato un aumento del 34% degli episodi antisemiti nel mondo dopo l'inasprimento del conflitto in Medio Oriente.

I dati raccolti dal Center on Extremism dell'ADL non includono solo i crimini d'odio in senso stretto, definiti come atti violenti motivati da etnia, colore della pelle, orientamento sessuale, religione o nazionalità della vittima. Comprendono anche casi di molestie verbali e discorsi tenuti nei campus universitari.

Tra le iniziative che secondo l'ADL stanno contribuendo a ridurre i pregiudizi antiebraici ci sono i programmi di costruzione di alleanze tra comunità diverse. La fondazione Blue Square Alliance Against Hate del proprietario dei New England Patriots Robert Kraft sta organizzando "cene dell'unità" che mettono insieme studenti neri ed ebrei per ricucire alleanze storiche indebolite dopo il 7 ottobre. Programmi simili come la Tikkun Olam Initiative e le collaborazioni tra Hillel e lo United Negro College Fund puntano sull'impegno tra comunità e sulla costruzione di coalizioni.
Antisemitismo negli Stati Uniti — FocusAmerica

ADL · Audit annuale 2025

Antisemitismo negli Stati Uniti


Gli incidenti complessivi calano del 33%, ma le aggressioni fisiche raggiungono il livello più alto dal 1979. Per la prima volta dal 2019, tre persone sono state uccise.

1 Aggressioni 2 Incidenti totali

La violenza fisica

Aggressioni antisemite negli Stati Uniti, 2020-2025


Le aggressioni fisiche contro persone ebree sono cresciute di oltre sei volte in cinque anni, raggiungendo nel 2025 il dato più alto dal 1979.

33 2020 88 2021 111 2022 161 2023 196 2024 203 2025

Il quadro generale

Incidenti antisemiti negli Stati Uniti, 2016-2025


Il totale degli incidenti, che include molestie, atti vandalici e aggressioni, scende a 6.274 nel 2025 dopo il picco del 2024. Resta comunque il terzo dato più alto mai registrato.

1.267 '16 1.986 '17 1.879 '18 2.107 '19 2.026 '20 2.717 '21 3.698 '22 8.873 '23 9.354 '24 6.274 '25

Fonte Anti-Defamation League — Audit of Antisemitic Incidents annuale. I dati 2020-2025 delle aggressioni e i totali 2016-2025 includono incidenti di molestie, vandalismo e aggressioni fisiche segnalati e verificati dal Center on Extremism dell'ADL.

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L'FBI ha aperto un'indagine su una giornalista che ha scritto un articolo critico sul direttore Patel


L'inchiesta riguarda le fonti di un reportage di The Atlantic sulle abitudini lavorative di Patel. Si tratta di un caso insolito perché non coinvolge informazioni classificate. Il portavoce dell'FBI nega l'esistenza dell'indagine.

L'FBI ha avviato un'indagine penale sulle fughe di notizie concentrata su Sarah Fitzpatrick, giornalista di The Atlantic che il mese scorso ha firmato un articolo molto critico sulle abitudini lavorative del direttore Kash Patel. Lo hanno riferito a MS NOW due persone a conoscenza della vicenda. L'inchiesta è stata definita come "altamente insolita" perché non riguarda la divulgazione di informazioni classificate e perché appare invece focalizzata sulle fonti che hanno parlato con una reporter.

Secondo le fonti, l'indagine è condotta da agenti di un'unità specializzata con sede a Huntsville, in Alabama. Di norma, questo tipo di inchieste riguarda funzionari governativi sospettati di aver rivelato segreti di Stato o documenti classificati. I giornalisti che ricevono e pubblicano quelle informazioni sono stati tradizionalmente coinvolti solo come potenziali testimoni, non come oggetto dell'indagine.

Fitzpatrick aveva citato circa una ventina di fonti anonime in un lungo articolo in cui raccontava che il consumo di alcol e il comportamento irregolare di Patel avevano suscitato forte preoccupazione tra i funzionari dell'FBI. Secondo il reportage, Patel beveva fino a ubriacarsi e, in alcune occasioni, il suo servizio di sicurezza avrebbe avuto difficoltà a svegliarlo al mattino. Patel ha subito fatto causa a The Atlantic, sostenendo che l'articolo contenesse falsità e danneggiasse la sua reputazione. La testata e la giornalista hanno difeso il lavoro svolto, affermando di aver ricevuto ulteriori conferme dopo la pubblicazione.

Un'indagine di questo tipo potrebbe consentire agli agenti dell'FBI di ottenere i tabulati telefonici della giornalista, inserire il suo nome e le sue informazioni nei database dell'agenzia ed esaminare i suoi contatti sui social media. Non è noto quali passi investigativi siano stati compiuti finora. Le fonti che hanno parlato con MS NOW, alle quali è stato garantito l'anonimato per poter discutere liberamente di una questione delicata, hanno detto che tra alcuni agenti dell'FBI assegnati al caso c'è profonda preoccupazione per questo approccio. "Sanno che non dovrebbero farlo", ha detto una fonte. "Ma se non vanno avanti, potrebbero perdere il lavoro. Sei dannato se lo fai e dannato se non lo fai".

Il portavoce dell'FBI Ben Williamson ha però negato l'esistenza dell'indagine a MS NOW. "Questo è completamente falso. Non esiste alcuna indagine di questo tipo e la reporter che menzionate non è affatto sotto inchiesta", ha dichiarato. Ha poi aggiunto:

"Ogni volta che viene pubblicata una falsa affermazione da parte di fonti anonime che non viene contestata, i media si fanno passare per vittime tramite indagini che non esistono".


Da parte sua, in una dichiarazione a MS NOW, il direttore di The Atlantic Jeffrey Goldberg ha detto:

"Avremo ulteriori commenti da fare quando ne sapremo di più. Se fosse vero, si tratterebbe di un attacco vergognoso, illegale e pericoloso alla libertà di stampa e al Primo Emendamento. Difenderemo Sarah e tutti i nostri reporter che vengono sottoposti a molestie governative semplicemente per aver perseguito la verità".


Le regole del Dipartimento di Giustizia sui reporter


Il Dipartimento di Giustizia ha sempre applicato standard molto elevati per emettere citazioni in giudizio nei confronti dei giornalisti o per ottenere i loro tabulati telefonici nelle indagini penali. Storicamente, ha cercato testimonianze o registri di questo tipo solo nei casi di fughe di informazioni classificate e dopo che gli investigatori avevano esaurito tutti gli altri mezzi per identificare la persona, o le persone, responsabili della divulgazione illegale di materiale sensibile.

Durante le amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama, l'FBI ha ottenuto solo molto raramente i tabulati telefonici dei reporter e nell'ambito di indagini su funzionari governativi sospettati di aver divulgato informazioni classificate in violazione dell'Espionage Act.

Durante l'Amministrazione del presidente Joe Biden, il procuratore generale Merrick Garland ha rafforzato ulteriormente le protezioni per le fonti dei giornalisti. La decisione è arrivata dopo la scoperta, all'inizio del 2021, che il Dipartimento di Giustizia, durante la prima presidenza Trump, aveva ottenuto segretamente i registri di giornalisti del Washington Post, della CNN e del New York Times nell'ambito di indagini sulle fughe di segreti governativi legati all'inchiesta sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 e ad altre questioni di sicurezza nazionale.

Nel luglio 2021 Garland ha emanato una direttiva che vietava ai procuratori federali di sequestrare i registri dei giornalisti impegnati in normali attività giornalistiche, salvo circostanze straordinarie. Tra queste rientravano i casi in cui i reporter fossero sospettati di lavorare per agenti di una potenza straniera o per organizzazioni terroristiche, oppure situazioni che comportassero un rischio imminente per vite umane.

Nello stesso mese, Garland ha ordinato una revisione completa dell'uso, da parte del Dipartimento di Giustizia, di citazioni in giudizio e ordini rivolti ai fornitori di servizi telefonici e internet per ottenere testimonianze e registri dei reporter. La revisione ha portato, nell'ottobre 2022, all'adozione di una nuova e più ampia policy sui media che ha codificato le restrizioni e imposto ai procuratori federali di ottenere l'approvazione del procuratore generale per eseguire un mandato di perquisizione nella casa o nell'ufficio di un reporter, e quella del vice procuratore generale per citare in giudizio la testimonianza di un giornalista.

"Queste norme riconoscono il ruolo cruciale che una stampa libera e indipendente svolge nella nostra democrazia", ha dichiarato Garland nell'ottobre 2022. "Poiché la libertà di stampa richiede che i membri dei media abbiano la libertà di investigare e riportare le notizie, le nuove norme sono intese a fornire una protezione rafforzata ai membri dei media da certi strumenti e azioni delle forze dell'ordine che potrebbero ostacolare irragionevolmente l'attività giornalistica".

Ma la nuova Procuratrice Generale di Trump, Pam Bondi, ha abrogato la policy di Garland nell'aprile 2025, in meno di tre mesi dall'insediamento, abbassando così drasticamente gli standard richiesti ai procuratori federali per ottenere quei registri. Le modifiche introdotte da Bondi, tuttavia, hanno riconosciuto che richiedere testimonianze e registri dei reporter attraverso citazioni e mandati di perquisizione è una tecnica "da utilizzare solo come ultima risorsa".

I precedenti che coinvolgono altri giornalisti


Il mese scorso, il New York Times ha riportato che l'FBI aveva iniziato a indagare su una sua reporter per presunte violazioni delle leggi sullo stalking, dopo la pubblicazione di un articolo sul servizio di sicurezza dell'FBI assegnato alla fidanzata di Patel. L'FBI ha detto al giornale che, pur ritenendo "aggressivo" il metodo di lavoro della reporter, non stava portando avanti una indagine.

A gennaio 2026, l'FBI ha condotto una perquisizione autorizzata dal tribunale, e senza precedenti, nella casa della reporter del Washington Post Hannah Natanson, sequestrandole due computer, un registratore, un orologio Garmin, un telefono e un hard disk portatile. Natanson non era sotto indagine: l'inchiesta riguardava invece un amministratore di sistema con abilitazione di sicurezza top secret, accusato di aver ottenuto e condiviso illegalmente materiali classificati.

Due giudici federali hanno finora impedito al governo di esaminare i dispositivi della giornalista. Lunedì Natanson ha ricevuto il premio Pulitzer per il servizio pubblico per i suoi reportage sui licenziamenti di massa da parte del DOGE durante la riorganizzazione del governo federale voluta da Trump all'inizio del suo secondo mandato.

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La retromarcia di Trump sullo Stretto di Hormuz arriva dopo lo stop dell'Arabia Saudita


NBC News rivela un retroscena: l'Arabia Saudita ha sospeso l'uso delle sue basi militari dopo l'annuncio a sorpresa di "Project Freedom". Il presidente ha dovuto fare marcia indietro per ripristinare l'accesso allo spazio aereo saudita per i militari americani.

Il presidente Donald Trump ha dovuto fare marcia indietro sul piano per aiutare le navi bloccate ad attraversare lo Stretto di Hormuz, dopo che un Paese alleato chiave del Golfo – l'Arabia Saudita – ha limitato l’uso delle proprie basi e del proprio spazio aereo da parte delle forze armate statunitensi. A rivelarlo sono due funzionari americani a NBC News, secondo cui proprio questa decisione ha costretto la Casa Bianca a sospendere l’operazione.

Trump aveva sorpreso i suoi alleati del Golfo annunciando domenica pomeriggio sui social media il progetto, denominato "Project Freedom". L’annuncio avrebbe irritato, in particolare, la leadership saudita, che in risposta ha comunicato agli Stati Uniti che non avrebbe permesso più ai militari americani di far decollare aerei dalla Prince Sultan Airbase, a sud-est di Riyadh, né di sorvolare lo spazio aereo saudita per sostenere l’operazione. Una telefonata tra Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman non avrebbe risolto la questione, costringendo il presidente a sospendere Project Freedom pur di ripristinare l’accesso militare statunitense a quello spazio aereo, considerato cruciale.

Anche altri Paesi alleati del Golfo sarebbero stati colti di sorpresa. Il presidente avrebbe parlato con i leader del Qatar solo dopo l’avvio dell’operazione. Un diplomatico mediorientale ha riferito che gli Stati Uniti non si sono coordinati neppure con l’Oman su Project Freedom fino a dopo l’annuncio di Trump. Un funzionario della Casa Bianca ha però dichiarato che "gli alleati regionali sono stati informati in anticipo".
Il dietrofront di Trump su Project Freedom — FocusAmerica

Project Freedom · I retroscena dello stop

Project Freedom, le 36 ore
che hanno mostrato il vero peso di Riad


Trump annuncia domenica l’operazione per riaprire Hormuz. Trentasei ore dopo, il piano è già sospeso: l’Arabia Saudita ritira l’accesso alla Prince Sultan Airbase e al proprio spazio aereo, costringendo la Casa Bianca a fermare tutto.

Fonti: NBC News · PBS · Casa Bianca Aggiornato: 7 maggio 2026

Annuncio · Domenica
Trump lancia
Project Freedom
Si tratta di una operazione per scortare in sicurezza le navi attraverso lo Stretto di Hormuz, annunciata sui social

Stop · Martedì notte
Operazione
sospesa
La decisione arriva dopo che è stato fermato l'accesso alle Forze Armate americane alla base di Prince Sultan e allo spazio aereo del regno

Tra l'annuncio e lo stop sono passate circa 36 ore, e due sole navi sotto bandiera USA avrebbero completato il transito

Esplora la crisi
1 Cronologia 2 Le leve di Riad 3 Gli alleati 4 Negoziati

Le 36 ore di Project Freedom

Dall'annuncio sui social al dietrofront imposto da Riad


La sequenza ricostruita da NBC News mostra come l'operazione sia stata fermata dopo che l'Arabia Saudita ha vincolato la propria cooperazione militare con gli Stati Uniti al ritiro del piano.

Domenica pomeriggio
L'annuncio a sorpresa sui social
Trump comunica via social l'avvio di Project Freedom, operazione per rompere il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz. Gli alleati del Golfo non sono stati preavvisati.

Martedì mattina
Briefing al Pentagono e alla Casa Bianca
I responsabili della sicurezza nazionale illustrano l'iniziativa per buona parte della giornata. Il Comando Centrale annuncia il transito di due navi a bandiera americana, l'Iran smentisce.

Punto di rottura
Tra martedì e mercoledì
Riad blocca basi e spazio aereo
L'Arabia Saudita comunica agli Stati Uniti il divieto di far decollare i suoi aerei dalla base aerea Prince Sultan e di sorvolare il proprio territorio per sostenere l'operazione.

La telefonata
Trump-bin Salman: nessuna intesa
Una telefonata diretta tra il presidente e il principe ereditario saudita non risolve la questione. La Casa Bianca deve scegliere tra continuare l'operazione e l'accesso allo spazio aereo saudita.

~36 ore dopo l'avvio
Project Freedom viene sospesa
Trump ferma l'operazione e la presenta come "pausa breve" per finalizzare un accordo di pace. Le altre navi pronte al transito vengono fermate.

Cosa Riad ha negato a Washington

I tre asset sauditi che hanno bloccato l’operazione americana


Senza l’accesso alle basi e allo spazio aereo del regno, le forze Usa non avrebbero potuto operare lungo i confini iraniani. Secondo un funzionario americano, in alcuni casi non esistono alternative praticabili.

1

La base aerea Prince Sultan
A sud-est di Riyadh — pilastro dell'aviazione USA nel Golfo
Le Forze Armate americane vi mantengono caccia, velivoli cisterna e sistemi di difesa aerea. Riad ha autorizzato l'uso della base per sostenere la guerra in Iran, poi ha revocato temporaneamente il consenso dopo l'inizio di Project Freedom.
Accesso revocato

2

Lo spazio aereo saudita
Corridoio obbligato verso lo Stretto di Hormuz
Ai velivoli americani schierati nei Paesi vicini è stato consentito di sorvolare il territorio saudita per tutto il periodo della guerra in Iran. Riad ha bloccato anche questa autorizzazione dopo l'inizio del Project Freedom, isolando di fatto le forze USA dalla regione operativa.
Sorvolo negato

3

Il vincolo geografico
"Non esistono alternative", secondo un funzionario USA
«Per ragioni geografiche, serve la cooperazione dei partner regionali per utilizzare il loro spazio aereo lungo i confini»: così un funzionario americano a NBC News.
Fattore strutturale

Il fallimento del coordinamento

Come Trump ha sorpreso anche gli alleati del Golfo


L'operazione è stata lanciata via social senza una piena consultazione con i partner regionali. L'opposizione di Riad è il caso più clamoroso, ma non l'unico.

Arabia Saudita
Sorpresa dall'annuncio. La leadership saudita ha reagito con irritazione e ha imposto la sospensione dell'operazione come condizione per ripristinare l'accesso militare USA alle basi sul suo territorio ed al suo spazio aereo.

Veto Esito: stop al piano

Qatar
Trump avrebbe parlato con i leader del Qatar solo dopo l'avvio dell'operazione, secondo NBC News.

Avvisato dopo A operazione iniziata

Oman
Un diplomatico mediorientale riferisce che gli Stati Uniti non si sono coordinati con Muscat fino a dopo l'annuncio pubblico dell'operazione Project Freedom.

Nessuna coordinazione Solo dopo l'annuncio

La versione della Casa Bianca
Un funzionario della Casa Bianca afferma invece che "gli alleati regionali erano stati informati in anticipo": ricostruzione che però le fonti citate da NBC News contraddicono.

Il dopo Project Freedom

La pista diplomatica e la pressione in vista delle midterm

Penso che ci sia una buona possibilità che questa guerra finisca, e se non sarà così dobbiamo tornare a bombardarli a tappeto.Donald Trump · intervista a PBS

Gli attori sul tavolo

Proponente
Stati Uniti
Hanno presentato una nuova proposta. Trump punta a chiudere l'accordo con l'Iran prima del viaggio a Pechino della prossima settimana.

Mediatore
Pakistan
Teheran discuterà la nuova proposta con Islamabad, che agisce da intermediario tra le parti.

Destinatario
Iran
Sta esaminando la proposta. Ma un alto funzionario del Parlamento la liquida pubblicamente come irrealistica.

Le posizioni

Trump Ottimismo cauto, minaccia residua
"Vogliono fare un accordo. Nelle ultime 24 ore ci sono stati ottimi colloqui." Ma resta sul tavolo l'opzione di "tornare a bombardarli a tappeto".

Deputato iraniano Rifiuto pubblico
Un deputato iraniano ha definito la proposta americana come una "lista dei desideri che non diventerà mai realtà".

Giordania Lettura realista
"Gli iraniani non hanno più i mezzi economici per continuare. La loro economia sta fallendo, non possono più pagare gli stipendi."

La pressione interna
Sul presidente cresce la pressione politica in vista delle elezioni di midterm di novembre: i repubblicani devono difendere il margine ristretto alla Camera e la maggioranza al Senato. Allo stesso tempo, alcuni stretti consiglieri spingono Trump a "finire il lavoro" in Iran eliminando le residue capacità militari convenzionali del regime.

Fonti NBC News (ricostruzione di due funzionari americani e un diplomatico mediorientale), PBS (intervista a Trump), agenzia ISNA (dichiarazioni del Ministero degli Esteri iraniano), Comando Centrale USA · Aggiornato al 7 maggio 2026.

Il ruolo delle basi saudite e la protezione delle navi


Le Forze Armate americane mantengono aerei da combattimento, velivoli cisterna e sistemi di difesa aerea presso la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Riyadh aveva consentito agli Stati Uniti di far decollare aerei dalla base per sostenere la guerra in Iran, oltre a permettere agli aerei schierati nei Paesi vicini di sorvolare il territorio saudita. "A causa della geografia, è necessaria la cooperazione dei partner regionali per utilizzare il loro spazio aereo lungo i confini", ha spiegato un funzionario americano. In alcuni casi, ha aggiunto, non esistono alternative.

Trump aveva annunciato l’operazione Project Freedom nel fine settimana come uno strumento per rompere il blocco iraniano nello Stretto di Hormuz. I suoi principali responsabili della sicurezza nazionale hanno trascorso buona parte della giornata di martedì a illustrare l’iniziativa in briefing al Pentagono e alla Casa Bianca, prima che il presidente la interrompesse all’improvviso circa 36 ore dopo il suo avvio.

Secondo NBC News, le Forze armate statunitensi stavano preparando altre navi al transito attraverso lo Stretto quando l’operazione è stata fermata all’improvviso. Il Comando centrale degli Stati Uniti aveva annunciato in precedenza che due navi battenti bandiera americana erano riuscite ad attraversarlo, mentre l’Iran ha negato che il passaggio sia mai avvenuto. In un post sui social media, Trump ha cercato di ridimensionare lo stop, affermando che Project Freedom sarebbe stato invece "sospeso per un breve periodo di tempo" per verificare se un accordo per porre fine alla guerra potesse essere "finalizzato e firmato" entro quella finestra temporale.

I negoziati con l’Iran e la pressione su Trump


Intanto, l'Amministrazione Trump sta tentando di raggiungere un accordo negoziato per mettere fine alle ostilità. L’Iran sta esaminando una nuova proposta presentata dagli Stati Uniti, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri Esmail Baghaei all’agenzia semiufficiale iraniana ISNA. Baghaei ha spiegato che Teheran ne discuterà con il Pakistan, che sta agendo da mediatore. Trump non ha fornito dettagli sul piano, ma ha sostenuto che la guerra potrebbe finire se "l’Iran accetta di fare ciò che è stato concordato". "Vogliono fare un accordo", ha detto dallo Studio Ovale, aggiungendo che nelle ultime 24 ore ci sono stati "ottimi colloqui".

Ma la verità è che la pressione politica sul presidente sta aumentando sempre di più in vista delle elezioni di midterm di novembre, quando i repubblicani dovranno difendere il loro ristretto margine di vantaggio alla Camera e la maggioranza al Senato. In un’intervista con PBS, Trump ha detto di sperare che i negoziatori statunitensi possano raggiungere un’intesa con il regime iraniano prima del suo viaggio a Pechino della prossima settimana, dove incontrerà il presidente cinese Xi Jinping. "Penso che ci sia una buona possibilità che questa guerra finisca, e se non sarà così dobbiamo tornare a bombardarli a tappeto", ha dichiarato.

Secondo diversi ex funzionari americani, alcuni stretti confidenti del presidente lo avrebbero incoraggiato a "finire il lavoro" in Iran, eliminando ciò che resta delle risorse militari convenzionali del regime. Intanto, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha incontrato mercoledì proprio i leader iraniani e ha affermato che è fondamentale mettere fine alla guerra il prima possibile. In un post sui social media, un alto funzionario del Parlamento iraniano ha però definito l’ultima proposta una "lista dei desideri che non diventerà mai realtà". Un funzionario giordano ha tuttavia dichiarato a NBC News che gli sforzi diplomatici in atto sono seri: "Gli iraniani non hanno più i mezzi economici per continuare. La loro economia sta fallendo, non possono più pagare gli stipendi".

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La rassegna stampa di giovedì 7 maggio 2026


L'Iran valuta la proposta di pace degli Stati Uniti mentre Trump minaccia nuovi bombardamenti. I democratici criticano la testimonianza di Lutnick sui legami con Epstein

Questa è la rassegna stampa di giovedì 7 maggio 2026

L'Iran valuta la proposta di pace americana per porre fine alla guerra


L'Iran sta esaminando una proposta di pace americana di una pagina per porre fine al conflitto che ha chiuso lo Stretto di Hormuz da oltre due mesi. Il presidente Trump ha dichiarato che la guerra "finirà rapidamente" se l'Iran accetterà l'accordo, minacciando al contempo bombardamenti "a un livello e intensità molto più alti" in caso di rifiuto. Il Pentagono ha confermato di aver attaccato una petroliera iraniana che tentava di violare il blocco americano.

Fonti: Bloomberg Politics, BBC News, The Hill News

I democratici attaccano la testimonianza di Lutnick sui legami con Epstein


Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha testimoniato davanti al Comitato per la supervisione della Camera sui suoi legami con Jeffrey Epstein, dopo che i documenti hanno rivelato contatti continuati anche dopo la condanna dell'ex finanziere. I democratici hanno definito la sua testimonianza "disonesta" e un "insabbiamento scandaloso", con il deputato Ro Khanna che ha affermato che Trump lo licenzierebbe se vedesse il video della deposizione.

Fonti: NYT > Top Stories, The Hill News, US news | The Guardian

Un giudice rilascia la presunta nota di suicidio di Epstein


Un giudice federale ha reso pubblica per la prima volta una presunta nota di suicidio scritta a mano da Jeffrey Epstein, che il suo ex compagno di cella disse di aver trovato nascosta in un romanzo grafico. La nota è stata rilasciata nell'ambito del procedimento legale del compagno di cella di Epstein, anche se il New York Times non ha potuto autenticare che sia stata effettivamente scritta da Epstein.

Fonti: NYT > Top Stories, The Hill News, US news | The Guardian

Un giudice stabilisce che l'FBI può tenere le schede elettorali della Georgia


Un giudice federale ha stabilito che il Dipartimento di Giustizia può trattenere le schede elettorali del 2020 e altri materiali sequestrati dall'FBI dalla contea di Fulton in Georgia. La decisione è legata alle affermazioni non provate del presidente Trump secondo cui le elezioni del 2020 sarebbero state viziate da frodi che hanno portato alla sua sconfitta. La contea, a maggioranza democratica, dovrebbe fare appello.

Fonti: NYT > Top Stories, US news | The Guardian, Bloomberg Politics

L'amministrazione Trump presenta una nuova strategia antiterrorismo contro l'Europa


L'amministrazione Trump ha accusato l'Europa di essere un "incubatore" per il terrorismo alimentato dalle migrazioni di massa, in una nuova strategia antiterrorismo di 16 pagine guidata da Sebastian Gorka. La strategia si concentra anche sullo sradicare gli "estremisti violenti di sinistra" e i gruppi "radicalmente pro-transgender", intensificando gli attacchi politici dell'amministrazione conservatrice contro gli oppositori.

Fonti: US news | The Guardian, The Hill News

I repubblicani del Tennessee presentano una mappa congressuale controversa


L'Assemblea Generale del Tennessee dovrebbe approvare rapidamente una nuova mappa congressuale che divide Memphis, una città a maggioranza nera che costituisce la maggior parte dell'unico distretto democratico dello stato. La proposta ha attirato la testimonianza dell'attivista per i diritti di voto Stacey Abrams, che si è opposta al ridisegnamento dei confini considerato discriminatorio.

Fonti: NYT > Top Stories, The Hill News

I prezzi del carburante per le compagnie aeree aumentano del 56% a marzo


Il Dipartimento dei Trasporti ha riportato che i costi del carburante per le compagnie aeree sono aumentati del 56% a marzo, il primo mese completo dopo lo scoppio della guerra in Iran. L'industria aeronautica ha avvertito l'amministrazione Trump sull'impatto economico dei prezzi elevati del carburante per jet, chiedendo una rapida fine del conflitto nel Medio Oriente.

Fonti: The Hill News, WSJ.com: Politics

La vittoria di Trump in Indiana dimostra la presa sui repubblicani


Il presidente Trump ha ottenuto una netta vittoria nelle primarie repubblicane dell'Indiana, riuscendo a mobilitare i sostenitori del partito per aiutarlo a rimuovere i legislatori statali republicani che lo avevano contrariato. Il risultato invia un chiaro segnale per le elezioni di medio termine, nonostante i bassi tassi di approvazione e le divisioni MAGA, dimostrando la sua continua influenza sulla base repubblicana.

Fonti: NYT > Top Stories, The Hill News

L'ex procuratore speciale Jack Smith critica il Dipartimento di Giustizia "corrotto"


In un evento privato a Washington il mese scorso, Jack Smith, l'ex procuratore speciale, ha accusato i leader del Dipartimento di Giustizia di prendere di mira le persone per l'azione penale per compiacere e impressionare il presidente. Smith ha definito il dipartimento "corrotto" da Trump e dai suoi alleati, fornendo una rara critica pubblica dell'approccio dell'amministrazione alla giustizia.

Fonti: NYT > Top Stories

Ted Turner, magnate dei media che lanciò la CNN, muore a 87 anni


Ted Turner, il magnate dei media che rivoluzionò le notizie televisive lanciando la Cable News Network (CNN) nel 1980, è morto all'età di 87 anni. Turner fu un pioniere della moderna cultura delle notizie 24 ore su 24 e trasformò il panorama mediatico americano con la sua visione innovativa dell'informazione continua.

Fonti: BBC News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Morto Ted Turner, il fondatore della CNN


Il magnate dei media e filantropo di Atlanta ha rivoluzionato il giornalismo televisivo nel 1980 lanciando la prima rete all-news via cavo. Soffriva di demenza a corpi di Lewy.

Ted Turner, fondatore della CNN e creatore del ciclo di notizie 24 ore su 24, è morto mercoledì 6 maggio nella sua casa vicino a Tallahassee, in Florida, all'età di 87 anni. La conferma è arrivata dalla Turner Enterprises, la società che gestisce i suoi interessi imprenditoriali. Nel 2018 aveva rivelato di essere affetto da demenza a corpi di Lewy, una malattia neurologica progressiva con sintomi simili al Parkinson, e all'inizio del 2025 era stato ricoverato per una lieve polmonite prima di proseguire le cure in un centro di riabilitazione.

L'idea che lo rese famoso a livello mondiale fu quella di trasmettere notizie in tempo reale, da ogni parte del pianeta, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Il primo giugno 1980 lanciò ad Atlanta la Cable News Network, prima rete via cavo interamente dedicata all'informazione continua. All'inizio i critici la soprannominarono Chicken Noodle Network, alludendo all'amatorialità di una redazione inesperta e sottopagata e ai frequenti problemi tecnici. Nei primi due anni la rete perdeva fino a due milioni di dollari al mese e contava meno di due milioni di telespettatori, contro i cinquanta milioni di famiglie raggiunte complessivamente dai notiziari delle tre grandi reti generaliste CBS, NBC e ABC. La svolta arrivò con la Guerra del Golfo del 1991: mentre la maggior parte dei giornalisti televisivi lasciava Bagdad, la CNN restò in città e trasmise in diretta lo scoppio del conflitto, con il corrispondente Peter Arnett tra i pochi reporter occidentali sul posto. Quella copertura le valse un prestigioso premio Peabody e nello stesso anno la rivista Time scelse Turner come uomo dell'anno per aver "influenzato la dinamica degli eventi e trasformato gli spettatori di 150 paesi in testimoni istantanei della storia". L'allora presidente George H.W. Bush arrivò a dichiarare al New York Times di imparare più dalla CNN che dalla Central Intelligence Agency.

Robert Edward Turner III nacque a Cincinnati, in Ohio, il 19 novembre 1938. La famiglia si trasferì poi a Savannah, in Georgia, dove il padre Ed gestiva una società di cartelloni pubblicitari. Lo descrisse nelle interviste come un alcolista violento che lo puniva con la cinghia, ma che cercava comunque di compiacere. La sorella minore Mary Jean morì giovane di lupus, evento che Turner indicò come la causa della perdita della propria fede religiosa. Frequentò la Brown University, da cui fu espulso, e nel 1963 il padre, indebitato e in depressione, si tolse la vita con un colpo di pistola nel bagno della casa di famiglia. A 24 anni, Ted ereditò così la Turner Outdoor Advertising. Nel 1970 la ribattezzò Turner Communications Group e acquistò due piccole emittenti televisive a Atlanta e Charlotte, North Carolina. Nel 1976 trasmise via satellite il segnale della stazione di Atlanta a sistemi via cavo in tutto il paese, dando vita alla prima superstation nazionale, che sarebbe diventata TBS.

Lo stesso anno comprò gli Atlanta Braves, squadra di baseball reduce da una stagione disastrosa di 67 vittorie e 94 sconfitte. "Non voglio più vedere titoli che chiamano Atlanta la città dei perdenti, voglio vedere la città dei vincitori", disse alla conferenza stampa di presentazione. La squadra avrebbe vinto le World Series nel 1995. Nel 1977 acquistò anche la franchigia di pallacanestro degli Atlanta Hawks, in parte per impedirne il trasferimento fuori città. Trasmettere tutte le 162 partite stagionali dei Braves su WTCG riempiva ore di palinsesto a costi minimi e attirava telespettatori in tutto il paese. Nel 1985 acquistò per 1,5 miliardi di dollari la libreria di film della MGM, una mossa che lasciò la sua azienda con quasi due miliardi di dollari di debiti e che lo costrinse pochi mesi dopo a rivendere studi e terreni mantenendo solo l'archivio cinematografico. Aggiunse poi Hanna-Barbera nel 1991, Cartoon Network nel 1992 e Turner Classic Movies nel 1994. Nel 1996 fuse il suo conglomerato Turner Broadcasting System con Time Warner per circa 7,5 miliardi di dollari in azioni, accettando il ruolo di vicepresidente. Dopo l'acquisizione di Time Warner da parte di AOL nel 2001, l'operazione si rivelò il più grande fallimento di fusioni e acquisizioni della storia aziendale: nel solo 2002 il gruppo registrò una perdita record di 99 miliardi di dollari. Turner si dimise dal consiglio nel 2003 e perse gran parte del proprio patrimonio, stimato in oltre sette miliardi di dollari erosi in tre anni.

Yachtsman di livello internazionale, Turner vinse l'America's Cup nel 1977 al timone di Courageous, battendo l'Australia 4 a 0. Nel 1979 partecipò al disastroso Fastnet Race nel mare d'Irlanda, dove venti eccezionalmente violenti causarono la morte di 15 velisti e l'affondamento di numerose imbarcazioni: solo 85 dei circa 300 partenti tagliarono il traguardo, e la sua barca Tenacious vinse la regata.

Negli ultimi decenni della sua vita, Turner si dedicò soprattutto alla filantropia e all'ambientalismo. Nel 1997 promise un miliardo di dollari alle Nazioni Unite, da versare in dieci anni: completò il pagamento nel 2015, nonostante la riduzione del suo patrimonio. Fondò la United Nations Foundation, la Nuclear Threat Initiative insieme all'ex senatore Sam Nunn per ridurre il rischio di guerra nucleare, la Captain Planet Foundation e il Turner Endangered Species Fund. Divenne uno dei maggiori proprietari terrieri privati degli Stati Uniti, con circa due milioni di acri distribuiti su 28 proprietà in stati come Nebraska, Colorado, Kansas, Montana, New Mexico e South Dakota, oltre a vasti terreni in Argentina. Possedeva il più grande allevamento privato di bisonti al mondo, con circa 51.000 capi, e nel 2002 aprì la catena di ristoranti Ted's Montana Grill per creare un mercato per la carne di bisonte e contribuire alla sopravvivenza della specie. Nel 1986 lanciò i Goodwill Games, competizione sportiva internazionale concepita per allentare le tensioni della Guerra Fredda, che si svolse fino al 2000.

Turner si sposò tre volte. La terza moglie fu l'attrice Jane Fonda, premio Oscar, dal 1991 al 2001. I due si erano frequentati per la prima volta poco dopo la fine del matrimonio di lei con il politico californiano Tom Hayden. Restarono amici anche dopo la separazione. Intervistata la scorsa settimana al TCM Classic Film Festival di Hollywood dal conduttore Ben Mankiewicz, Fonda ha definito Turner "il mio ex marito preferito" e ha ricordato che fu lui a creare Turner Classic Movies, parlandogliene già durante il primo appuntamento. Lascia cinque figli, 14 nipoti e due pronipoti.

Le sue posizioni pubbliche furono spesso controverse. Si dichiarò repubblicano conservatore con legami con i cristiani evangelici e con la John Birch Society, ma strinse anche amicizia con Fidel Castro, che lo convinse persino a girare uno spot promozionale per la CNN. Definì il cristianesimo "una religione per perdenti", scatenando polemiche, e in più occasioni pronunciò battute considerate razziste o offensive per cui in seguito si scusò. Il presidente Donald Trump lo ha definito mercoledì "uno dei più grandi di sempre". Mark Thompson, presidente e amministratore delegato di CNN Worldwide, ha dichiarato che Turner "è stato e sarà sempre lo spirito guida della CNN". Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres lo ha ricordato come "un visionario la cui convinzione, generosità e spirito audace hanno lasciato un'impronta duratura". Lo stesso Turner indicò nella creazione della CNN il "più grande risultato" della propria vita.

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Il piano per abolire il sistema elettorale americano si avvicina al traguardo dopo vent'anni


Diciotto Stati democratici hanno aderito a un patto che assegnerebbe i voti elettorali al vincitore del voto popolare nazionale. Mancano 48 voti per renderlo operativo.

Un meccanismo che potrebbe trasformare radicalmente le elezioni presidenziali statunitensi è a un passo dal diventare realtà dopo vent'anni di lavoro silenzioso negli Stati a maggioranza democratica. Si chiama National Popular Vote Interstate Compact ed è un accordo tra Stati che mira a superare il Collegio elettorale senza modificare la Costituzione. Le elezioni di metà mandato del novembre 2026 potrebbero fornire i numeri mancanti per attivarlo già a partire dalle presidenziali del 2028.

Per capire la portata della proposta serve ricordare come funziona oggi il sistema americano. Il presidente non viene eletto direttamente dai cittadini ma da 538 grandi elettori distribuiti tra i 50 Stati e il Distretto di Columbia. Per vincere ne servono 270. Quasi tutti gli Stati assegnano l'intero blocco dei propri grandi elettori al candidato che ha ottenuto anche un solo voto in più nel territorio. Questo meccanismo ha portato due volte negli ultimi 25 anni a un presidente sconfitto nel voto popolare ma vincente al Collegio: George W. Bush nel 2000 contro Al Gore e Donald Trump nel 2016 contro Hillary Clinton. Il sistema concentra inoltre l'attenzione dei candidati su pochi Stati in bilico, ignorando di fatto la maggioranza del paese.

Il National Popular Vote Interstate Compact aggira l'ostacolo costituzionale con un meccanismo ingegnoso. Ogni Stato che aderisce si impegna ad assegnare i propri grandi elettori al candidato che ha vinto il voto popolare a livello nazionale, ma solo se altri Stati che insieme controllano almeno 270 grandi elettori prenderanno lo stesso impegno. Finché non si raggiunge questa soglia, l'accordo resta dormiente. Quando viene superata, scatta automaticamente: il vincitore del voto popolare nazionale ottiene i 270 grandi elettori necessari, rendendo irrilevante il risultato negli Stati che non hanno aderito.

Il patto ha già raccolto Stati che controllano 222 grandi elettori, quasi tutti a maggioranza democratica. L'ultimo ad aggiungersi è stata la Virginia il mese scorso. Mancano 48 voti elettorali per arrivare a 270, e qui entrano in gioco le elezioni del prossimo novembre. I democratici puntano a conquistare il governatorato e entrambe le camere legislative in sei Stati chiave: Wisconsin, Michigan, Arizona, Pennsylvania, Nevada e New Hampshire. Se ottengono il controllo completo in un numero sufficiente di questi Stati, possono fare aderire anche loro al patto e raggiungere la soglia in tempo per le presidenziali del 2028.
National Popular Vote Interstate Compact

Elezioni · USA
National Popular Vote Interstate Compact: gli stati aderenti
18 stati + District of Columbia · 222 voti elettorali su 270 necessari · Aggiornamento aprile 2026

Caricamento mappa…

Aderenti al Compact 222 voti elettorali

Non aderenti 316 voti elettorali

Voti raggiunti 222
Soglia attivazione 270

0 voti elettorali 538 voti elettorali

270

222
Voti elettorali aderenti

48
Voti elettorali mancanti

82,2%
Della soglia raggiunta

Elaborazione su dati di National Popular Vote Inc. e Ballotpedia · Aggiornato al 15 aprile 2026

L'origine del progetto risale al 2006. John Koza, informatico arricchitosi grazie all'invenzione dei biglietti della lotteria gratta e vinci, fondò l'organizzazione National Popular Vote Inc. dopo essersi convinto che le elezioni del 2004 avessero ridotto un'intera nazione a dipendere dal voto di un singolo Stato, l'Ohio. Koza, democratico ma attento a costruire credenziali bipartisan, applicò alla riforma elettorale lo stesso strumento giuridico usato negli anni Settanta e Ottanta per creare lotterie tra più Stati: il patto interstatale, un accordo vincolante tra governi statali. La logica del professore di legge di Yale Akhil Reed Amar, che aveva pubblicato un articolo nel 2001 con argomentazioni simili, fornì l'impalcatura teorica.

Le obiezioni alla proposta sono però significative e provengono anche dai suoi sostenitori storici. Lo stesso Amar, intervistato da Vox, ha espresso dubbi profondi paragonandosi a Edward Teller, il fisico che contribuì alla bomba a idrogeno. Il problema principale è che il patto non crea un vero voto popolare nazionale: le elezioni continueranno a essere amministrate separatamente dai 50 Stati e dal Distretto di Columbia, e il totale nazionale sarà semplicemente la somma dei risultati locali. Non esiste alcun organismo federale che possa amministrare, supervisionare o decidere su contestazioni in caso di risultato nazionale ravvicinato. Non c'è uno standard unico per i riconteggi.

Gli Stati potrebbero inoltre manipolare le proprie regole per gonfiare i totali e aumentare il peso sul risultato nazionale. La Costituzione non fissa un'età minima per votare: gli Stati democratici potrebbero abbassarla a 16 anni, mentre quelli repubblicani potrebbero rispondere consentendo ai genitori di votare per conto dei figli minori, ipotesi su cui ha riflettuto pubblicamente il vicepresidente JD Vance. Amar ha dichiarato a Vox che senza un quadro federale unitario il sistema non può funzionare davvero, ammettendo di essere stato ingenuo venticinque anni fa quando immaginava istituzioni credibili e fidate da entrambi i lati politici.

Il secondo problema è l'asimmetria politica. L'adesione al patto è quasi interamente democratica. Derek Muller, professore di legge alla Notre Dame, ha spiegato a Vox che i pochi repubblicani favorevoli sono spesso lobbisti retribuiti o figure isolate con motivazioni personali, mentre il sostegno è schiacciantemente di parte democratica. Se i democratici dovessero imporre la riforma senza un consenso bipartisan e poi vincere le presidenziali del 2028, una successiva ondata repubblicana alle elezioni di metà mandato del 2030 potrebbe innescare ritorsioni: nuove maggioranze repubblicane negli Stati in bilico potrebbero non solo uscire dal patto, ma anche stabilire un precedente per cui il partito al governo riscrive le regole elettorali a proprio vantaggio. La norma secondo cui i grandi elettori vanno al vincitore di ciascuno Stato fu utile nel 2020, quando i repubblicani al potere negli Stati in bilico vi si appellarono per certificare la vittoria di Joe Biden contro i tentativi di Trump di ribaltare il risultato.

I sostenitori della riforma rispondono con un dato: un sondaggio del Pew Research Center del 2024 ha rilevato che il 63 per cento degli adulti americani sostiene il voto popolare e solo il 35 per cento preferisce il sistema attuale. Gallup ha registrato un sostegno simile dal 2000, con una breve flessione tra i repubblicani dopo il 2016. L'opinione pubblica, secondo i riformatori, scoraggerebbe manipolazioni partigiane perché chi le tentasse pagherebbe un prezzo politico. Aggiungono che nel 2024 Trump ha dimostrato di poter vincere anche il voto popolare e che, se il Texas si trasformasse in uno Stato contendibile, lo squilibrio strutturale tra i due partiti nel Collegio elettorale verrebbe meno, aprendo la strada anche a un ripensamento repubblicano. Koza ha sostenuto che, una volta abolito il vecchio sistema, sarà difficile rimpiangerlo, citando l'analogia con i matrimoni omosessuali, su cui l'opinione pubblica americana è cambiata rapidamente.

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Nei sondaggi Trump è ormai come George W. Bush


L'analisi di Ed Kilgore su Intelligencer mostra un calo costante del consenso al presidente su tutti i temi, con gli indipendenti vicini ai democratici e i repubblicani in difficoltà verso le elezioni di metà mandato.

Donald Trump sta vivendo il momento più difficile del suo secondo mandato sul fronte del consenso. I sondaggi più recenti lo collocano in una zona di impopolarità paragonabile a quella di George W. Bush nella fase finale del suo secondo mandato o di Joe Biden nell'ultimo anno alla Casa Bianca. È quanto emerge da un'analisi di Ed Kilgore pubblicata su Intelligencer, che passa in rassegna i dati di numerosi istituti demoscopici.

Tra i rilevamenti più sfavorevoli al presidente c'è quello del Pew Research Center del 26 aprile, che assegna a Trump un gradimento del 34 per cento contro un 64 per cento di giudizi negativi. Il saldo negativo di trenta punti rappresenta un peggioramento netto rispetto ai meno 24 di gennaio e ai meno 18 dello scorso settembre. Il sondaggio ABC-Washington Post del 28 aprile conferma la tendenza, con un rapporto approvazione-disapprovazione di 37 a 62 per cento. Anche TIPP, istituto sponsorizzato dal sito conservatore Issues & Insights, registra al primo maggio un gradimento del 38 per cento contro il 54 di disapprovazione, in peggioramento rispetto ai mesi precedenti.
Trump in caduta libera nei sondaggi — FocusAmerica

Sondaggi · Secondo mandato Trump

Trump in caduta libera:
allo stesso livello di Bush 2006, Biden 2024


A meno di un anno e mezzo dall'insediamento, il presidente registra il livello di consenso più basso del suo secondo mandato. Pew lo dà al 34%, le medie nazionali oscillano tra -16 e -19 punti di popolarità netta.

Sintesi sondaggi · Aprile-Maggio 2026 Pew, ABC/WaPo, Economist/YouGov, RCP, Silver Bulletin

Il dato chiave · Pew Research, 20-26 aprile

Approvazione
34%
Il minimo del secondo mandato. Era 47% all'insediamento.

Disapprovazione
64%
Saldo netto: −30 punti. Era −24 a gennaio, −18 a settembre.

Esplora i dati
1 I sondaggi 2 I temi 3 Indipendenti 4 Midterm

Mappa dei rilevamenti

Tutti gli istituti, anche quelli filo-Trump, lo danno in territorio negativo


Il calo emerge anche nei sondaggi che in passato erano stati più favorevoli a Trump. Rasmussen, Harvard-Harris e InsiderAdvantage, tradizionalmente più generosi, lo collocano ora tutti in territorio decisamente negativo.

Pew Research Minimo
26 aprile · 5.103 cittadini adulti · ATP Wave 192

34% approva64% disapprova

−30
Saldo

ABC / Washington Post
28 aprile

37% approva62% disapprova

−25
Saldo

TIPP (Issues & Insights)
1° maggio · istituto sondaggi conservatore

38% approva54% disapprova

−16
Saldo

Rasmussen Reports Pro-Trump
"Sondaggista preferito del presidente"

40% approva55% disapprova

−15
Saldo

InsiderAdvantage
27 aprile · prima volta in negativo

42% approva47% disapprova

−5
Saldo

Media RealClearPolitics
Aggregato di tutti gli istituti

40,5% approva56,5% disapprova

−16
Saldo

Silver Bulletin
Era −12,5 due mesi prima

40% approva58% disapprova

−18,6
Saldo

Approvazione
Disapprovazione

Nello stesso momento del primo mandato, Trump era al 42% di gradimento: lo stesso livello registrato da Biden nella fase corrispondente della sua presidenza.

La pagella per dossier

Trump è in negativo su tutti i temi: l’inflazione resta il punto più critico


Saldo netto medio, cioè approvazione al netto della disapprovazione, per ciascun tema: dalle aggregazioni di Silver Bulletin ai sondaggi più recenti su Iran ed economia.

Immigrazione
−10,4

Commercio e dazi
−19,7

Economia
−24,9

Iran (Economist/YouGov)
−29

Iran (ABC/WaPo)
−33

Inflazione
−42,2

L'inflazione resta il punto più dolente. Secondo Fox News, in aprile l'unico dossier dove Trump mantiene un saldo positivo è la sicurezza dei confini (55% di approvazione).

Il problema strutturale

Gli indipendenti si sono allineati ai democratici


È l'elemento più pericoloso per la Casa Bianca. In ogni rilevazione disponibile, tra gli elettori senza affiliazione di partito Trump perde con margini di due cifre.

ABC / Washington Post

App

25%
Dis

73%

−48
Saldo

Economist / YouGov

App

26%
Dis

67%

−41
Saldo

Reuters / Ipsos

App

24%
Dis

74%

−50
Saldo

TIPP

App

30%
Dis

60%

−30
Saldo

Anche la base elettorale del presidente inizia a cedere: secondo Economist/YouGov, oggi il 17% di chi ha votato Trump nel 2024 disapprova il suo operato. Pew rileva che tra i suoi elettori under 35 l'approvazione è al 57%, contro l'87% degli over 50.

Le elezioni di midterm

Il vantaggio democratico per la Camera cresce, lento ma costante

+5,7
Vantaggio Dem
media RealClearPolitics

+5,8
Vantaggio Dem
media Silver Bulletin

Confronto con il voto reale 2024

Dem oggi (RCP)

+5,7

Dem oggi (Silver Bulletin)

+5,8

GOP nel 2024 (voto reale)

+2,6

Il precedente

Se il calo dovesse intaccare ulteriormente la base elettorale repubblicana, Trump si troverebbe nella condizione di George W. Bush nel 2006, quando i repubblicani persero nettamente il controllo del Congresso alle elezioni di metà mandato.

Fonte Pew Research Center (5.103 adulti, 20-26 aprile 2026), ABC News/Washington Post, TIPP, Rasmussen Reports, InsiderAdvantage, Economist/YouGov, Reuters/Ipsos, Harvard-Harris, RealClearPolitics, Silver Bulletin. Analisi di Ed Kilgore su Intelligencer. Aggiornamento: maggio 2026.

Il calo riguarda anche i sondaggisti che in passato avevano dato a Trump valutazioni più favorevoli. Rasmussen Reports, definito da Kilgore come il sondaggista preferito del presidente, lo colloca a meno 15 punti di saldo netto. Harvard-Harris segna per la prima volta in questo mandato un saldo negativo a doppia cifra. InsiderAdvantage, che per mesi era stato l'unico istituto pubblico a registrare valori positivi per Trump, al 27 aprile lo dà sotto la linea di galleggiamento, a meno 5 punti.

Le medie dei sondaggi confermano la tendenza. Su RealClearPolitics il saldo è di meno 16 punti, con il 40,5 per cento di approvazione contro il 56,5 di disapprovazione, appena sotto il minimo del secondo mandato. Silver Bulletin lo colloca a meno 18,6 punti, in netto peggioramento rispetto ai meno 12,5 di due mesi prima. Allo stesso punto del primo mandato Trump era al 42 per cento di gradimento, esattamente come Biden nel corrispondente momento della sua presidenza.

Le valutazioni sul presidente sono negative su quasi tutti i temi. Le medie di Silver Bulletin per singolo argomento mostrano un saldo di meno 10,4 punti sull'immigrazione, meno 19,7 sul commercio, meno 24,9 sull'economia e un risultato particolarmente pesante sull'inflazione, con meno 42,2 punti. La guerra contro l'Iran, impopolare nell'opinione pubblica, sta peggiorando ulteriormente il quadro. Il sondaggio ABC-Washington Post indica che il 33 per cento degli intervistati approva la gestione della situazione iraniana da parte del presidente, mentre il 66 per cento la disapprova. Una domanda analoga posta da Economist-YouGov il 27 aprile produce un risultato di 30 per cento di giudizi positivi contro il 59 di negativi.

Un elemento strutturale del problema è il comportamento degli elettori indipendenti, che si stanno allineando alle posizioni dei democratici molto più che a quelle dei repubblicani. Tra gli indipendenti il presidente raccoglie il 25 per cento di consensi e il 73 di disapprovazione secondo ABC-Washington Post, il 26 contro il 67 secondo Economist-YouGov, il 24 contro il 74 secondo Reuters-Ipsos e il 30 contro il 60 secondo TIPP.

Con l'avvicinarsi delle elezioni di metà mandato la bassa popolarità del presidente sta influenzando anche le prospettive del Partito Repubblicano. Le rilevazioni sulla cosiddetta intenzione di voto generica per la Camera dei Rappresentanti mostrano un vantaggio democratico in crescita lenta ma costante. Le medie di RealClearPolitics danno ai democratici un vantaggio del 5,7 per cento, Silver Bulletin del 5,8. Nel 2024 i repubblicani avevano vinto il voto popolare nazionale per la Camera con un margine del 2,6 per cento.

La preoccupazione maggiore per i repubblicani riguarda la possibilità che il calo di consensi inizi a intaccare anche la base elettorale del presidente. Al momento Economist-YouGov rileva che il 17 per cento di chi ha votato Trump nel 2024 disapprova oggi il suo operato. Se questa percentuale dovesse crescere ulteriormente, il presidente si troverebbe in una situazione paragonabile a quella di George W. Bush nel 2006, anno in cui i repubblicani persero il controllo del Congresso nelle elezioni di metà mandato.

Questa voce è stata modificata (3 giorni fa)

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