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Redmi 17 5G certificato in vista del lancio globale: batteria monstre da 7.500 mAh


Il nuovo Redmi 17 5G, prossimo smartphone di fascia media del marchio cinese, ha superato le certificazioni SIRIM in Malesia e NCC a Taiwan, un passaggio che di solito anticipa il lancio globale. Le certificazioni hanno anche svelato alcune specifiche chiave del dispositivo, a partire dalla capacità della batteria. Le specifiche emerse dalle certificazioni Il modello certificato porta il numero '26062RN92G' e sarà disponibile in diverse configurazioni di memoria: 4GB+64GB, 4GB+128GB, […]
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Il nuovo Redmi 17 5G, prossimo smartphone di fascia media del marchio cinese, ha superato le certificazioni SIRIM in Malesia e NCC a Taiwan, un passaggio che di solito anticipa il lancio globale. Le certificazioni hanno anche svelato alcune specifiche chiave del dispositivo, a partire dalla capacità della batteria.

Le specifiche emerse dalle certificazioni


Il modello certificato porta il numero ‘26062RN92G’ e sarà disponibile in diverse configurazioni di memoria: 4GB+64GB, 4GB+128GB, 4GB+256GB e 8GB+256GB. Sul fronte della connettività, Redmi 17 5G supporterà la rete 5G, il Wi-Fi dual-band, il Bluetooth, l’NFC e il GPS, coprendo quindi tutte le funzioni di connessione più richieste nell’uso quotidiano. La scocca dovrebbe inoltre offrire una certificazione IP64 contro polvere e schizzi d’acqua.

Batteria da 7.500 mAh e ricarica rapida a 45W


Il dato più interessante riguarda la batteria: Redmi 17 5G monterebbe un’unità da 7.500 mAh, un valore decisamente sopra la media per la fascia media, abbinata alla ricarica rapida da 45W. Una scelta che sembra puntare con decisione sull’autonomia, uno degli aspetti più richiesti dagli utenti di smartphone economici.

Un lancio anticipato rispetto al passato?


Il predecessore, Redmi 15 5G, era stato lanciato lo scorso agosto, ma per Redmi 17 5G si ipotizza un debutto anticipato. In Cina, la serie Redmi Note 17 dovrebbe infatti arrivare già a luglio, e questo potrebbe accelerare anche i tempi per la versione globale del nuovo modello. Le certificazioni indicano peraltro che il dispositivo sarà commercializzato anche a livello internazionale, alimentando l’attesa attorno alle strategie di distribuzione regionale di Xiaomi.

Con una batteria generosa e configurazioni di memoria diversificate, Redmi 17 5G punta a farsi notare nella fascia media ed entry-level, un segmento sempre più competitivo per il marchio cinese.

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Galaxy Z Fold 8 Ultra, spunta il prezzo europeo: si parte da oltre 2.000 euro


I prezzi europei dei nuovi smartphone pieghevoli Samsung, attesi in presentazione questo mese, sarebbero trapelati in rete. Secondo le indiscrezioni, la gamma Galaxy Z Fold 8 e Galaxy Z Flip 8 subirà un deciso rincaro rispetto alla generazione precedente, e lo stesso varrebbe anche per gli smartwatch Galaxy Watch. Galaxy Z Fold 8 Ultra: fino a 280 euro di aumento Il modello di punta, Galaxy Z Fold 8 Ultra, avrebbe i seguenti prezzi in Europa: 256GB: 2.199 euro (circa 407.000 yen)512GB: […]
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I prezzi europei dei nuovi smartphone pieghevoli Samsung, attesi in presentazione questo mese, sarebbero trapelati in rete. Secondo le indiscrezioni, la gamma Galaxy Z Fold 8 e Galaxy Z Flip 8 subirà un deciso rincaro rispetto alla generazione precedente, e lo stesso varrebbe anche per gli smartwatch Galaxy Watch.

Galaxy Z Fold 8 Ultra: fino a 280 euro di aumento


Il modello di punta, Galaxy Z Fold 8 Ultra, avrebbe i seguenti prezzi in Europa:

  • 256GB: 2.199 euro (circa 407.000 yen)
  • 512GB: 2.399 euro (circa 444.000 yen)
  • 1TB: 2.799 euro (circa 518.000 yen)

Rispetto alla generazione precedente, si parla di un aumento di 100 euro per il taglio da 256GB, 180 euro per quello da 512GB e ben 280 euro per la versione da 1TB.

Arriva anche un nuovo Galaxy Z Fold 8 ‘Wide’


Accanto alla variante Ultra, debutterebbe anche un modello inedito chiamato semplicemente Galaxy Z Fold 8, con un formato più largo rispetto al passato. I prezzi previsti sono:

  • 256GB: 1.999 euro (circa 370.000 yen)
  • 512GB: 2.199 euro (circa 407.000 yen)
  • 1TB: 2.599 euro (circa 481.000 yen)

Per quanto riguarda Galaxy Z Flip 8, i prezzi indicati sono 1.299 euro per il taglio da 256GB e 1.499 euro per quello da 512GB, anche in questo caso con un incremento di 100 e 180 euro rispetto ai modelli precedenti.

Rincari in vista anche per i Galaxy Watch


Le indiscrezioni non riguardano solo gli smartphone pieghevoli: anche la linea di smartwatch Galaxy Watch sarebbe interessata da un aumento dei prezzi. Il Galaxy Watch 9 partirebbe da 409 euro per la versione da 41mm, 459 euro per quella da 44mm e 489 euro per il modello LTE, mentre il Galaxy Watch Ultra 2 costerebbe 749 euro, con un rincaro di 50 euro rispetto al modello precedente.

Trattandosi di indiscrezioni, i prezzi definitivi potrebbero ancora subire variazioni fino alla presentazione ufficiale, attesa nelle prossime settimane.

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Sony Xperia 1 VIII, bug della fotocamera in teleobiettivo: l’app si blocca anche dopo l’aggiornamento


Il nuovo flagship Sony Xperia 1 VIII sta facendo parlare di sé per un problema software che si ripete da segnalazioni in Giappone e all'estero: l'app fotocamera si blocca quando si utilizza lo zoom al massimo livello o la modalità teleobiettivo, con la fotocamera che in alcuni casi si chiude completamente senza salvare lo scatto. Le segnalazioni degli utenti giapponesi Su X (ex Twitter), diversi utenti giapponesi hanno descritto sintomi molto simili tra loro: l'app si blocca quando si […]
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Il nuovo flagship Sony Xperia 1 VIII sta facendo parlare di sé per un problema software che si ripete da segnalazioni in Giappone e all’estero: l’app fotocamera si blocca quando si utilizza lo zoom al massimo livello o la modalità teleobiettivo, con la fotocamera che in alcuni casi si chiude completamente senza salvare lo scatto.

Le segnalazioni degli utenti giapponesi


Su X (ex Twitter), diversi utenti giapponesi hanno descritto sintomi molto simili tra loro:

  • l’app si blocca quando si prova a mettere a fuoco al massimo livello di zoom
  • l’applicazione si congela nell’istante in cui si scatta con zoom massimo
  • talvolta l’otturatore causa un crash dell’app, con la foto che non viene salvata
  • il problema persiste anche dopo un ripristino completo del dispositivo

Il dato più preoccupante è che la maggior parte di queste segnalazioni arriva da utenti che avevano già installato il primo aggiornamento software distribuito da Sony subito dopo il lancio, pensato proprio per migliorare le prestazioni della fotocamera. Questo suggerisce che il bug del blocco in teleobiettivo sia un problema più profondo, non risolto dalla prima patch correttiva.

Il problema segnalato anche da media e utenti internazionali


Non si tratta di un caso isolato al mercato giapponese: anche testate internazionali e community estere hanno riscontrato lo stesso comportamento anomalo. Il sito Trusted Reviews, nella sua recensione di Xperia 1 VIII, ha indicato esplicitamente il bug della fotocamera come uno dei difetti del telefono, descrivendo un blocco dell’anteprima quando si passa tra le diverse focali (0.7x, 1x, 2x). Discussioni simili sono emerse anche sulla community Sony Xperia di Reddit, dove alcuni utenti riportano forti rallentamenti o congelamenti dopo aver ridotto a icona l’app fotocamera in modalità teleobiettivo e averla poi riaperta.

Una nuova patch potrebbe già aver risolto il problema


Nonostante le eccellenti caratteristiche hardware di Xperia 1 VIII, a partire dal nuovo sensore teleobiettivo da 50MP, questa instabilità software rischia di rovinare l’esperienza d’uso. Una buona notizia arriva però dalle community internazionali, dove alcuni utenti segnalano che l’ultimo aggiornamento software distribuito (versione 73.0.A.2.38) avrebbe già migliorato in modo significativo i ritardi e i blocchi in modalità teleobiettivo. Resta ora da vedere se e quando questa correzione arriverà anche sul modello giapponese, per il quale si attende un intervento mirato nelle prossime settimane.

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Claude Desktop arriva ufficialmente su Linux con una versione desktop dedicata


Claude Desktop arriva ufficialmente su Linux in beta con repository APT dedicato per Ubuntu e Debian, aggiornamenti automatici e interfaccia desktop completa.
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Xiaomi aggiorna la lista EOL: stop agli aggiornamenti per Xiaomi 12, alcuni POCO e Redmi


Xiaomi ha aggiornato la propria lista End of Life (EOL), il documento ufficiale che segnala quali smartphone e tablet hanno raggiunto il termine del ciclo di supporto software. Nell'ultimo aggiornamento sono stati inseriti diversi modelli dei marchi Xiaomi, POCO e Redmi, che da ora in avanti non riceveranno più aggiornamenti di Android, di HyperOS, patch di sicurezza o correzioni di bug. I modelli coinvolti nell'aggiornamento EOL Tra i dispositivi appena entrati in EOL figurano diversi […]
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Xiaomi ha aggiornato la propria lista End of Life (EOL), il documento ufficiale che segnala quali smartphone e tablet hanno raggiunto il termine del ciclo di supporto software. Nell’ultimo aggiornamento sono stati inseriti diversi modelli dei marchi Xiaomi, POCO e Redmi, che da ora in avanti non riceveranno più aggiornamenti di Android, di HyperOS, patch di sicurezza o correzioni di bug.

I modelli coinvolti nell’aggiornamento EOL


Tra i dispositivi appena entrati in EOL figurano diversi nomi noti, alcuni dei quali venduti anche in Europa. Ecco l’elenco completo dei modelli interessati:

  • Xiaomi 12 (versione Global e varianti regionali)
  • Xiaomi 12 Pro (versione Global e varianti regionali)
  • Xiaomi 12S Ultra (versione Cina)
  • Xiaomi Pad 6 (versione Cina)
  • Xiaomi Pad 6 Pro (versione Cina)
  • POCO X5 5G (versione Turchia)
  • POCO X5 Pro 5G (versione Indonesia)
  • Redmi Note 12T Pro (versione Cina)
  • Redmi K60E (versione Cina)
  • Redmi 10 5G (versione EEA)

Da segnalare che, nel caso di Xiaomi 12 e Xiaomi 12 Pro, il provvedimento riguarda non solo le versioni Global ma anche diverse varianti locali distribuite in altri mercati.

Cosa cambia per chi possiede questi dispositivi


L’inserimento nella lista EOL non significa che i telefoni smetteranno di funzionare da un giorno all’altro: continueranno a essere utilizzabili normalmente. Tuttavia, Xiaomi non fornirà più aggiornamenti del sistema operativo, né tantomeno patch di sicurezza, correzioni di bug o nuove funzionalità. Per la maggior parte dei modelli elencati, il periodo di supporto promesso al lancio era comunque già stato rispettato, quindi si tratta di una scadenza attesa più che di una sorpresa.

Meglio valutare un cambio di smartphone


Chi utilizza ancora quotidianamente uno di questi dispositivi per operazioni sensibili, come home banking, pagamenti digitali o gestione di dati personali, dovrebbe iniziare a considerare il passaggio a un modello più recente. Senza aggiornamenti di sicurezza, infatti, eventuali vulnerabilità scoperte in futuro non verranno più corrette, aumentando gradualmente i rischi legati all’uso del telefono.

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Xiaomi 18 sarà il primo smartphone con Snapdragon 8 Elite Gen 6: il Pro Max punta su doppia fotocamera da 200MP


Il nuovo chip di punta di Qualcomm, lo Snapdragon 8 Elite Gen 6, farebbe il suo debutto a bordo della prossima serie Xiaomi 18. Secondo le ultime indiscrezioni, Xiaomi sarebbe pronta ad anticipare la concorrenza presentando i nuovi smartphone in contemporanea con lo Snapdragon Summit di Qualcomm, in programma dal 22 al 24 settembre. Xiaomi 18 in tre varianti, Pro Max con doppia fotocamera da 200MP Secondo i leak, la gamma Xiaomi 18 sarà composta da tre modelli: Xiaomi 18, Xiaomi 18 Pro e […]
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Il nuovo chip di punta di Qualcomm, lo Snapdragon 8 Elite Gen 6, farebbe il suo debutto a bordo della prossima serie Xiaomi 18. Secondo le ultime indiscrezioni, Xiaomi sarebbe pronta ad anticipare la concorrenza presentando i nuovi smartphone in contemporanea con lo Snapdragon Summit di Qualcomm, in programma dal 22 al 24 settembre.

Xiaomi 18 in tre varianti, Pro Max con doppia fotocamera da 200MP


Secondo i leak, la gamma Xiaomi 18 sarà composta da tre modelli: Xiaomi 18, Xiaomi 18 Pro e Xiaomi 18 Pro Max. Quest’ultimo dovrebbe puntare tutto sulla fotografia, con due sensori principali da 200 megapixel e un sensore LOFIC da 1/1,28 pollici per la fotocamera principale. Il modello Pro, invece, punterebbe su un display secondario posteriore e su una funzione di privacy dedicata allo schermo, mentre la versione standard crescerebbe leggermente nelle dimensioni, con un display da circa 6,4 pollici e una batteria da 7.200 mAh.

Snapdragon 8 Elite Gen 6: processo a 2nm e nuove GPU


Il vero protagonista della nuova generazione resta però il chip. Sia lo Snapdragon 8 Elite Gen 6 sia la variante Pro dovrebbero essere realizzati con processo produttivo a 2nm, anche se non è ancora chiaro se la produzione sarà affidata a TSMC o Samsung. La CPU adotterà i nuovi core Oryon con configurazione 2+3+3, mentre sul fronte grafico la versione standard monterà una GPU Adreno 845 (12MB di memoria grafica e 6MB di cache L3), contro l’Adreno 850 (18MB e 8MB di cache) riservata alla variante Pro.

Un chip Pro costoso: non tutti i modelli lo avranno


Il costo elevato del chip Pro, stimato attorno ai 300 dollari, spiegherebbe perché non tutta la gamma Xiaomi 18 lo monterà: solo il Pro Max dovrebbe infatti beneficiare della versione più potente, mentre Xiaomi 18 e 18 Pro si accontenteranno dello Snapdragon 8 Elite Gen 6 standard.

Lancio scaglionato tra settembre e ottobre


Sul fronte del lancio, Xiaomi 18 Pro e 18 Pro Max dovrebbero arrivare già a settembre, rivendicando il titolo di primi smartphone al mondo con il nuovo Snapdragon 8 Elite Gen 6, mentre il modello standard slitterebbe a ottobre. Non è la prima volta che Xiaomi gioca d’anticipo: anche la serie Xiaomi 17 era stata la prima ad adottare lo Snapdragon 8 Elite Gen 5, confermando la stretta collaborazione tra il produttore cinese e Qualcomm.

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Brave 1.92 porta i Container nativi su Linux


E' disponibile per il download Brave 1.92, versione che introduce i Container nativi per gestire più account in tab isolati.
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Sidemark l’app Linux che unisce annotazioni PDF e note Markdown


Sidemark è un annotatore PDF open source per Linux con note Markdown sincronizzate, supporto PowerPoint, annotazioni avanzate e modalità presentazione.
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Redmi al lavoro su un top di gamma con Snapdragon 8 Elite Gen 6 a 2nm: arrivo nella prima metà del 2027


Redmi starebbe già testando un nuovo smartphone di fascia alta equipaggiato con lo Snapdragon 8 Elite Gen 6, il prossimo chip top di gamma di Qualcomm prodotto con processo a 2 nanometri. A rivelarlo è il noto leaker cinese Digital Chat Station, secondo cui il dispositivo si troverebbe già in fase di valutazione ingegneristica interna, con debutto sul mercato previsto per la prima metà del 2027. Tra i primi ad adottare il nuovo processo produttivo a 2nm Secondo le indiscrezioni, il […]
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Redmi starebbe già testando un nuovo smartphone di fascia alta equipaggiato con lo Snapdragon 8 Elite Gen 6, il prossimo chip top di gamma di Qualcomm prodotto con processo a 2 nanometri. A rivelarlo è il noto leaker cinese Digital Chat Station, secondo cui il dispositivo si troverebbe già in fase di valutazione ingegneristica interna, con debutto sul mercato previsto per la prima metà del 2027.

Tra i primi ad adottare il nuovo processo produttivo a 2nm


Secondo le indiscrezioni, il marchio del gruppo Xiaomi starebbe sviluppando un modello ancora senza nome ufficiale, attualmente impegnato in test di integrazione hardware, gestione termica, efficienza della batteria e ottimizzazione software. Se le informazioni verranno confermate, si tratterebbe di uno dei telefoni Redmi più potenti mai realizzati dal brand.

Cosa sappiamo finora


  • Il dispositivo monterà lo Snapdragon 8 Elite Gen 6
  • Il chip sarà realizzato con processo produttivo a 2 nanometri
  • È attualmente in corso una fase di test ingegneristici interni
  • Il lancio commerciale è previsto per la prima metà del 2027

Non sono ancora trapelati dettagli su display, comparto fotografico, capacità della batteria o velocità di ricarica: al momento l’attenzione è tutta concentrata sul nuovo processore.

Presentazione ufficiale allo Snapdragon Summit 2026


Qualcomm dovrebbe annunciare ufficialmente lo Snapdragon 8 Elite Gen 6 in occasione dello Snapdragon Summit, in programma dal 22 al 24 settembre 2026. Il passaggio al nodo produttivo a 2nm promette miglioramenti significativi in termini di consumi energetici, stabilità delle prestazioni sotto carico prolungato e capacità di elaborazione per l’intelligenza artificiale rispetto alla generazione precedente.

Redmi ha una lunga tradizione nel portare i chip più recenti e performanti di Qualcomm su dispositivi con un rapporto qualità-prezzo aggressivo. Un’adozione anticipata dello Snapdragon 8 Elite Gen 6 rafforzerebbe ulteriormente questa strategia, permettendo al brand di offrire prestazioni di punta a un prezzo più accessibile rispetto ai diretti concorrenti.

Va comunque ricordato che si tratta per ora di indiscrezioni: nome del prodotto, tempistiche di lancio e specifiche finali potrebbero cambiare da qui alla presentazione ufficiale. Nei prossimi mesi sono attesi ulteriori dettagli, sia sul fronte Qualcomm che su quello Xiaomi/Redmi.

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Cosa manca ai Google Pixel? Un sondaggio tra gli utenti rivela le funzioni più richieste


I Google Pixel sono apprezzati per un'interfaccia pulita ed essenziale, ma proprio questa semplicità lascia scoperte alcune funzioni che su altri Android, e su iPhone, sono ormai date per scontate. Un sondaggio condotto dal sito 9to5Google tra i propri lettori ha messo in fila le richieste più ricorrenti da parte della community Pixel, offrendo un quadro chiaro di cosa Google dovrebbe migliorare nelle prossime versioni del suo sistema. Il trasferimento dati resta il tallone d'Achille La […]
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I Google Pixel sono apprezzati per un’interfaccia pulita ed essenziale, ma proprio questa semplicità lascia scoperte alcune funzioni che su altri Android, e su iPhone, sono ormai date per scontate. Un sondaggio condotto dal sito 9to5Google tra i propri lettori ha messo in fila le richieste più ricorrenti da parte della community Pixel, offrendo un quadro chiaro di cosa Google dovrebbe migliorare nelle prossime versioni del suo sistema.

Il trasferimento dati resta il tallone d’Achille


La lamentela più diffusa riguarda il passaggio dei dati verso un nuovo dispositivo. Negli ultimi anni Android ha compiuto passi avanti importanti sul backup e la migrazione, e Android 17 ha ulteriormente potenziato il trasferimento da iPhone. Il confronto con l’ecosistema Apple, però, resta impietoso: passando da un iPhone a un altro si conservano posizione delle icone, login delle app e dati salvati quasi senza sforzo, mentre su Pixel il risultato dipende molto dal supporto offerto dai singoli sviluppatori, con alcune app che richiedono una riconfigurazione completa. Anche la disposizione della schermata home non viene sempre replicata quando si arriva da un altro Android, un dettaglio che gli utenti vorrebbero vedere risolto.

Home e schermata di blocco: si chiede più libertà


Anche il Pixel Launcher raccoglie diverse critiche. Tra le richieste più frequenti figurano:

  • La possibilità di spostare più app contemporaneamente in una cartella
  • Il supporto alle icon pack di terze parti
  • Lo spostamento di intere pagine della home in un colpo solo

Molti utenti sottolineano come, pur privilegiando la semplicità, il launcher dei Pixel offra oggi meno margini di personalizzazione rispetto a interfacce come quella di Samsung. Discorso simile per la schermata di blocco, dove si chiedono il salvataggio di più layout, widget più completi e maggiore libertà nella scelta delle scorciatoie: al momento sono disponibili solo due scorciatoie nella parte inferiore, oltre al doppio clic del tasto laterale per aprire fotocamera o Wallet, un’offerta ancora limitata se paragonata a iPhone e Galaxy.

La funzione “Regole” dovrebbe fare un salto di qualità


Introdotta con Android 10, la funzione Regole permette oggi di cambiare la modalità di suoneria in base a condizioni semplici, come la connessione a una rete Wi-Fi specifica o l’arrivo in un determinato luogo. Gli utenti vorrebbero un sistema di automazione molto più avanzato, capace di gestire condizioni multiple e combinate, sul modello di Modes di Samsung o delle Shortcuts di Apple.

Altre richieste: doppio tocco, ricarica e gestione termica


Tra le altre funzioni citate dal sondaggio compaiono il blocco dello schermo con doppio tocco, un controllo più preciso del limite di ricarica della batteria e nuove personalizzazioni per orologio e font di sistema. Sul fronte hardware, resta forte la richiesta di migliorare la gestione del calore sui Pixel con chip Tensor, un problema segnalato da tempo soprattutto nei climi più caldi.

Google continua a investire molto sull’intelligenza artificiale con Android 17, ma il sondaggio dimostra che una fetta consistente della community Pixel chiede soprattutto miglioramenti concreti nell’uso quotidiano, più che nuove funzioni basate sull’AI.

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OPPO Find X10 Ultra, il teleobiettivo principale potrebbe salire a 200 megapixel


Nuove indiscrezioni fanno luce sul comparto fotografico del prossimo OPPO Find X10 Ultra, il futuro top di gamma del produttore cinese atteso ufficialmente nel 2027. Sebbene manchi ancora più di un anno alla presentazione, alcune informazioni sulle fotocamere iniziano già a circolare, e riguardano soprattutto un netto salto in avanti sul fronte del teleobiettivo. Sensore periscopico da 200 megapixel in fase di test Secondo le fonti, OPPO starebbe valutando un teleobiettivo periscopico da […]
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Nuove indiscrezioni fanno luce sul comparto fotografico del prossimo OPPO Find X10 Ultra, il futuro top di gamma del produttore cinese atteso ufficialmente nel 2027. Sebbene manchi ancora più di un anno alla presentazione, alcune informazioni sulle fotocamere iniziano già a circolare, e riguardano soprattutto un netto salto in avanti sul fronte del teleobiettivo.

Sensore periscopico da 200 megapixel in fase di test


Secondo le fonti, OPPO starebbe valutando un teleobiettivo periscopico da 200 megapixel basato su un ampio sensore da 1/1,3 pollici. Pur non essendo indicato esplicitamente il modello di destinazione, tutto lascia pensare che questa componente sia sviluppata proprio per il Find X10 Ultra. Le indiscrezioni parlano anche di una seconda variante in valutazione, con sensore ancora più grande da 1/1,12 pollici, sempre da 200 megapixel: la configurazione definitiva non sarebbe stata ancora fissata. Tra le opzioni al vaglio ci sarebbe anche il nuovo sensore Samsung “HPC” di ultima generazione.

Confermato il doppio teleobiettivo periscopico


Le stesse fonti indicano che il secondo teleobiettivo periscopico dovrebbe rimanere affidato a un sensore Samsung GNB da 50 megapixel e 1/1,95 pollici, una configurazione già segnalata in precedenza dalla medesima fonte. Questo suggerisce che OPPO intenda confermare, anche sul Find X10 Ultra, la struttura a doppio teleobiettivo periscopico che ha già contraddistinto la serie.

Un ulteriore salto di qualità rispetto al Find X9 Ultra


Per fare un confronto, l’attuale Find X9 Ultra monta un teleobiettivo principale da 200 megapixel con sensore da 1/1,28 pollici, affiancato da un secondo teleobiettivo da 50 megapixel con zoom ottico 10x e sensore da 1/2,75 pollici. Se le indiscrezioni sul Find X10 Ultra si confermeranno, il sensore del teleobiettivo principale crescerà ulteriormente, con benefici attesi sulla qualità delle foto a lunga distanza e sulle prestazioni in condizioni di scarsa illuminazione.

  • Teleobiettivo principale da 200 MP, sensore da 1/1,3″ o 1/1,12″ (in valutazione)
  • Secondo teleobiettivo periscopico da 50 MP, sensore Samsung GNB 1/1,95″
  • Possibile impiego del nuovo sensore Samsung HPC
  • Presentazione attesa nel primo trimestre del 2027


Lancio previsto nel primo trimestre 2027


Il debutto di OPPO Find X10 Ultra è attualmente collocato nel primo trimestre del 2027. Trattandosi ancora di una fase di sviluppo, le specifiche riportate potrebbero cambiare prima della presentazione definitiva. Nel frattempo, queste indiscrezioni confermano l’intenzione di OPPO di puntare ancora una volta con decisione sul comparto tele, un terreno su cui il produttore si gioca gran parte del confronto con gli altri top di gamma Android.

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SelfPrivacy rende il self-hosting semplice e accessibile


SelfPrivacy semplifica la creazione e la gestione di servizi self-hosted come e-mail, Nextcloud, Forgejo, Bitwarden, DeltaChat e Jitsi Meet
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Fedora sospende le Community Initiatives dopo il dibattito sull’AI Developer Desktop


Fedora sospende il processo Community Initiatives dopo il dibattito sull'AI Developer Desktop e valuta un nuovo modello più aperto per i progetti futuri.
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Deblinux 6.2 “Fast Edition”: la distribuzione GNU/Linux che velocizza e ottimizza Debian 13 Trixie


Deblinux è una distribuzione GNU/Linux italiana basata su Debian Stable, progettata per offrire un’esperienza utente immediata, semplice e altamente affidabile. Nata dall’impegno di Andrea Linux, appassionato sviluppatore e promotore del software libero, questa distribuzione si distingue per...

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GeoPulse il software open che organizza la cronologia GPS con mappe, statistiche e integrazione Immich


GeoPulse organizza i dati GPS in una cronologia intelligente con analisi, mappe, integrazione Immich e controllo completo della privacy.
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Il kernel Linux in testa alle classifiche CVE del 2026: secondo Greg Kroah-Hartman è un segno di trasparenza e maturità


Nel primo semestre del 2026 il kernel Linux ha guidato le classifiche delle CVE (Common Vulnerabilities and Exposures, ossia Vulnerabilità ed Esposizioni Comuni, un sistema standardizzato per identificare e catalogare le vulnerabilità di sicurezza)....

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Fail2ban su Linux: la configurazione giusta per proteggere davvero il server dal brute-force


Guida pratica a Fail2ban: installazione, configurazione corretta con jail.d, jail SSH/Apache/Nginx, jail recidive e tuning per nftables e firewalld.
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Il rumore di fondo di internet


Basta esporre un server Linux con SSH o un pannello di login web e, nel giro di poche ore, i log di autenticazione iniziano a riempirsi di tentativi falliti: scanner automatici che provano credenziali comuni su SSH, bot che martellano i form di login di WordPress, richieste che cercano endpoint vulnerabili. Non è un attacco mirato: è rumore costante e automatizzato a cui ogni IP pubblico è esposto, ventiquattr’ore su ventiquattro.

Fail2ban resta la risposta più pragmatica a questo problema da oltre quindici anni. Osserva i file di log (o il journal di systemd), riconosce pattern di autenticazione fallita e, superata una soglia configurabile, banna l’IP a livello di firewall. È leggero, flessibile e presente nei repository di ogni distribuzione. In questo articolo vediamo come installarlo, configurarlo correttamente — evitando l’errore più comune, cioè modificare il file sbagliato — e alcune tecniche di tuning che fanno la differenza tra una protezione reale e un servizio che gira senza incidere davvero.

Come funziona, in tre concetti


Fail2ban si basa su tre elementi che vale la pena avere chiari prima di toccare la configurazione:

  • Filter: un insieme di pattern regex che riconoscono le righe di log corrispondenti a un fallimento di autenticazione.
  • Jail: combina un filtro con un percorso di log, le soglie di attivazione e l’azione da eseguire.
  • Action: cosa succede al superamento della soglia — tipicamente un ban a livello di firewall, ma può includere anche una notifica email.

Fail2ban include già filtri e jail pronti per decine di servizi: SSH, Apache, Nginx, Postfix, Dovecot e altri. Nella maggior parte dei casi basta abilitare le jail che servono e regolare pochi parametri numerici.

Installazione

# Debian / Ubuntu
sudo apt update
sudo apt install fail2ban

# Fedora / RHEL 9+ / Rocky / AlmaLinux
sudo dnf install fail2ban

# Arch Linux
sudo pacman -S fail2ban

Abilitazione e avvio del servizio:
sudo systemctl enable --now fail2ban
sudo systemctl status fail2ban

Se lo stato non riporta active (running), i log spiegano quasi sempre il motivo:
sudo journalctl -u fail2ban -n 50

Il modo corretto di configurare Fail2ban


Il primo errore, molto comune tra chi lo usa per la prima volta, è modificare direttamente /etc/fail2ban/jail.conf. Quel file viene sovrascritto ad ogni aggiornamento del pacchetto, e tutte le modifiche vanno perse silenziosamente al primo upgrade.

L’approccio corretto è creare un file separato nella directory jail.d:

sudo nano /etc/fail2ban/jail.d/custom.conf

In alternativa, si può copiare il file di default e modificare la copia:
sudo cp /etc/fail2ban/jail.conf /etc/fail2ban/jail.local

Le impostazioni nei file sotto jail.d/ e in jail.local sovrascrivono quelle di default in jail.conf. Usate sempre uno di questi due metodi, mai il file originale.

La sezione [DEFAULT]: i parametri che contano

[DEFAULT]
bantime  = 1h
findtime = 10m
maxretry = 5
ignoreip = 127.0.0.1/8 ::1

Vale la pena capire bene ciascun valore:
  • bantime: durata del ban. Il default di molte distribuzioni è 10 minuti, decisamente troppo poco. Un’ora è un minimo ragionevole; per attaccanti persistenti si può salire a 24 ore o anche una settimana.
  • findtime: la finestra temporale in cui vengono contati i fallimenti. Con i valori di esempio, 5 fallimenti in 10 minuti fanno scattare il ban.
  • maxretry: numero di fallimenti prima del ban. 5 è ragionevole per SSH; si può scendere a 3 per una protezione più aggressiva.
  • ignoreip: IP che non verranno mai bannati. Aggiungete sempre il vostro IP qui prima di abilitare qualsiasi jail — restare bloccati fuori dal proprio server è un problema fastidioso da risolvere da remoto.

Se il server ha anche un indirizzo IPv6 pubblico, includetelo in ignoreip: Fail2ban supporta IPv6, ma alcuni filtri più datati riconoscono solo pattern IPv4, quindi vale la pena verificare che le jail intercettino entrambi i protocolli.

ignoreip = 127.0.0.1/8 ::1 VOSTRO.IP.PUBBLICO

Nota: bantime accetta anche il valore -1 per un ban permanente. Da usare con cautela, perché un errore di configurazione può bloccare IP legittimi in modo definitivo.

Jail SSH, Apache e Nginx


La jail SSH è quella più importante per la maggior parte dei server, anche se in alcune distribuzioni va abilitata esplicitamente:

[sshd]
enabled  = true
port     = ssh
logpath  = %(sshd_log)s
backend  = %(sshd_backend)s
maxretry = 3
bantime  = 1h

Se SSH è stato spostato su una porta non standard (buona pratica), aggiornate la riga port:
port = 2222

Sui sistemi basati su systemd, la variabile %(sshd_log)s punta automaticamente al journal. Sui sistemi più datati che scrivono su /var/log/auth.log o /var/log/secure, Fail2ban gestisce la differenza tramite il parametro backend.

Per i server web, Apache e Nginx attirano un tipo di abuso diverso: scanner di endpoint 404, bruteforcer di login, bot che generano richieste inutili.

# Apache
[apache-auth]
enabled  = true
logpath  = %(apache_error_log)s
maxretry = 5

[apache-badbots]
enabled  = true
logpath  = %(apache_access_log)s
maxretry = 2

# Nginx
[nginx-http-auth]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 3

[nginx-limit-req]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 10

La jail nginx-limit-req intercetta i client che superano i limiti impostati con limit_req nella configurazione Nginx: una combinazione utile se avete già lavorato sul tuning delle performance del web server. Se Fail2ban segnala che un percorso di log non esiste, impostatelo esplicitamente, ad esempio logpath = /var/log/nginx/error.log.

Dopo ogni modifica, ricaricate la configurazione:

sudo fail2ban-client reload

Verificare lo stato delle jail e i ban attivi

sudo fail2ban-client status
Status
|- Number of jail:      3
`- Jail list:   nginx-http-auth, sshd, apache-badbots

Per il dettaglio di una singola jail:
sudo fail2ban-client status sshd
Status for the jail: sshd
|- Filter
|  |- Currently failed: 2
|  |- Total failed:     143
|  `- File list:        /var/log/auth.log
`- Actions
   |- Currently banned: 5
   |- Total banned:     38
   `- Banned IP list:   203.0.113.7 198.51.100.22 ...

Centoquaranta tentativi falliti in pochi giorni non sono un’anomalia: su un server esposto a internet è la norma, ed è proprio per questo che Fail2ban è utile.

Ban e unban manuali sono comandi da tenere a portata di mano:

sudo fail2ban-client set sshd banip 203.0.113.99
sudo fail2ban-client set sshd unbanip 203.0.113.99

La jail recidive: bloccare chi torna


Una delle funzionalità meno usate ma più efficaci è la jail recidive, che osserva il log di Fail2ban stesso e banna in modo più severo gli IP che, dopo un ban scaduto, ricominciano subito.

[recidive]
enabled  = true
logpath  = /var/log/fail2ban.log
action   = %(action_mwl)s
bantime  = 1w
findtime = 1d
maxretry = 5

Con questa configurazione, un IP bannato 5 volte in un giorno riceve un ban di una settimana. È quanto di più vicino a una blocklist persistente di attaccanti si possa ottenere senza ricorrere a feed di threat intelligence esterni. Se il sistema non scrive su /var/log/fail2ban.log (setup solo journal), impostate backend = systemd nella jail recidive.

Testare i filtri prima di fidarsi


Prima di abilitare una jail, conviene verificare che il filtro corrisponda davvero alle righe di log presenti sul sistema:

sudo fail2ban-regex /var/log/auth.log /etc/fail2ban/filter.d/sshd.conf

L’output mostra quante righe sono state riconosciute e quali IP sono stati estratti. Un filtro che non intercetta nulla non protegge nulla — vale soprattutto quando si scrivono filtri personalizzati per applicazioni custom, che vivono in /etc/fail2ban/filter.d/:
# /etc/fail2ban/filter.d/miaapp-auth.conf
[Definition]
failregex = ^ .* "POST /login" 401
ignoreregex =

Il tag <HOST> è obbligatorio in un filtro reale: Fail2ban lo sostituisce con una regex che cattura l’indirizzo IP da bannare. Senza, il filtro non estrae nulla di utile. Tenete la regex il più specifica possibile: un pattern troppo largo rischia di bannare traffico legittimo.

nftables e firewalld: adattare il backend


Su Debian 12+ e Ubuntu 22.04+, nftables è il backend firewall predefinito. L’azione di default di Fail2ban usa ancora iptables, che sui sistemi moderni funziona tramite il layer di compatibilità iptables-nft. Su installazioni nftables “pure”, senza quel layer, va impostata esplicitamente l’azione corretta:

[DEFAULT]
banaction = nftables-multiport
banaction_allports = nftables-allports

Su RHEL, Fedora e Rocky, dove il firewall è gestito da firewalld, serve analogamente:
[DEFAULT]
banaction = firewallcmd-rich-rules
banaction_allports = firewallcmd-allports

Verificare quale sia effettivamente attivo evita ban silenziosamente inefficaci: sudo nft list ruleset per nftables, sudo systemctl status firewalld per firewalld.

Ban persistenti e notifiche email


Per default i ban vivono in memoria e un riavvio del server li cancella tutti. Per renderli persistenti:

[DEFAULT]
dbfile     = /var/lib/fail2ban/fail2ban.sqlite3
dbpurgeage = 7d

Su Debian 12+, Ubuntu 22.04+ e Fedora 38+ il database SQLite è già abilitato per default. Questo stesso database alimenta anche la jail recidive, quindi il parametro conta doppio se la usate.

Per ricevere una notifica email ad ogni ban (richiede un setup di invio funzionante, ad esempio postfix o msmtp):

# Solo ban:
action = %(action_)s
# Ban + notifica email:
action = %(action_mw)s
# Ban + email con le righe di log rilevanti:
action = %(action_mwl)s
[DEFAULT]
destemail = voi@vostrodominio.it
sender    = fail2ban@vostroserver.it

Una configurazione di partenza completa

[DEFAULT]
bantime    = 2h
findtime   = 10m
maxretry   = 5
ignoreip   = 127.0.0.1/8 ::1
dbfile     = /var/lib/fail2ban/fail2ban.sqlite3
dbpurgeage = 7d

[sshd]
enabled  = true
port     = ssh
logpath  = %(sshd_log)s
backend  = %(sshd_backend)s
maxretry = 3
bantime  = 6h

[nginx-http-auth]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 4

[nginx-limit-req]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 10

[recidive]
enabled  = true
logpath  = /var/log/fail2ban.log
bantime  = 1w
findtime = 1d
maxretry = 5
sudo fail2ban-client reload
sudo fail2ban-client status

Cosa Fail2ban non risolve


Fail2ban è reattivo, non preventivo: banna dopo che l’attacco è già in corso. Non copre attacchi brute-force distribuiti su migliaia di IP diversi (con uno o due tentativi ciascuno), exploit zero-day che non generano righe di log, o attacchi a livello applicativo che non falliscono l’autenticazione in modo riconoscibile.

Per una protezione a più livelli, Fail2ban va affiancato ad autenticazione SSH tramite chiave (disabilitando del tutto l’autenticazione a password), un firewall configurato correttamente e revisioni periodiche dei log. Vale anche la pena controllare i limiti di sistema (file descriptor) se il volume di ban è elevato, per evitare che sia Fail2ban stesso a saturare le risorse.

Riferimento rapido

sudo fail2ban-client status                          # elenco jail
sudo fail2ban-client status sshd                      # stato di una jail
sudo fail2ban-client set sshd banip 1.2.3.4           # ban manuale
sudo fail2ban-client set sshd unbanip 1.2.3.4         # unban
sudo fail2ban-client reload                           # ricarica config
sudo fail2ban-regex /var/log/auth.log /etc/fail2ban/filter.d/sshd.conf  # test filtro
sudo tail -f /var/log/fail2ban.log                    # ban in tempo reale

Conclusione


Fail2ban è uno di quegli strumenti che si guadagnano un posto fisso su ogni server Linux esposto a internet: l’installazione richiede pochi minuti e, anche con un tuning minimo, elimina una quantità enorme di rumore da scanner SSH e probe web. La differenza pratica maggiore la fanno tre accorgimenti: impostare un bantime sensato (i 10 minuti di default sono quasi inutili), aggiungere sempre il proprio IP a ignoreip prima di abilitare le jail, e attivare la jail recidive. Da soli, questi tre passaggi migliorano drasticamente l’efficacia di Fail2ban rispetto a un’installazione lasciata ai valori di default.

Fonte originale: LinuxBlog.io – Fail2ban on Linux: Protect Your Server from Brute-Force Attacks

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Agenti AI invisibili in Microsoft Entra: come rilevarli e prevenirli prima che diventino un rischio


I rischi maggiori non arrivano dagli agenti AI registrati in Entra, ma da quelli che operano dietro identità utente legittime e dispositivi fidati. Ecco tre scenari concreti e come difendersi.
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Il punto cieco della governance AI: gli agenti che Entra non vede


Negli ultimi mesi ogni organizzazione con un tenant Microsoft 365 è passata da “come possiamo sfruttare l’AI” a “come possiamo controllarla”. Microsoft ha risposto irrobustendo l’integrazione degli agenti con Entra Agent ID e Copilot Studio, e anche fornitori terzi come Anthropic si stanno muovendo nella stessa direzione con connettori applicativi per M365. Il problema è che molti agenti AI sono già entrati nel tenant prima che questi meccanismi esistessero, e alcuni percorsi permettono tuttora a un’AI “non autorizzata” di operare senza lasciare traccia evidente.

Il rischio più concreto non sono gli agenti registrati e visibili in Entra, ma quelli che operano nascosti dietro identità utente legittime e dispositivi considerati attendibili. Prima di investire in controlli specifici per l’AI, vale la pena sistemare l’igiene dell’identità e la visibilità sugli endpoint. Vediamo tre scenari concreti in cui un agente AI può sfuggire al controllo, come rilevarli e come prevenirli.

Scenario 1 — Il consenso utente come porta d’accesso più semplice


Microsoft ha investito molto nell’irrobustire il flusso di consenso, imponendo il consenso amministrativo per i permessi più pericolosi. Di default esiste una deny list che copre principalmente gli scope di lettura-scrittura più sensibili, ma gli utenti possono ancora acconsentire autonomamente a scope in sola lettura come User.Read, openid, profile ed email.

Lo scope consentibile dall’utente più pericoloso per un agente AI è offline_access: consegna all’agente un refresh token, ovvero accesso persistente in background, anche quando l’utente non è più connesso.

Il punto a favore dei difensori è che questo percorso registra comunque un service principal individuabile e un record di consenso: c’è quindi una traccia da controllare.

Come rilevarlo


  • Rivedi periodicamente l’application consent history del tenant
  • Analizza gli end-user consent log per individuare consensi anomali o non richiesti dall’IT


Come prevenirlo


La mitigazione è semplice quanto efficace: disabilita completamente il consenso utente e instrada ogni richiesta di permesso attraverso l’admin consent workflow. In Entra questo si configura da Enterprise Applications > Consent and permissions > User consent settings, impostando “Do not allow user consent”.

Scenario 2 — Token senza alcuna impronta in Entra


Il secondo percorso è ancora più insidioso: un flusso guidato dall’utente che produce direttamente un token, senza passare da un vero consenso applicativo. In pratica, l’utente fornisce all’agente username e password (o un flusso equivalente), e l’agente si maschera dietro un’applicazione Microsoft first-party già fidata. In questo caso non viene creato alcun service principal né alcun record di consenso: Entra registra semplicemente un normale login utente.

Esistono diverse varianti di questo pattern, ognuna con la propria contromisura:

  • OAuth 2.0 Resource Owner Password Credentials (ROPC): un flusso legacy a singolo fattore. La difesa è imporre MFA sempre, su tutto, senza eccezioni.
  • Device Code Flow: si blocca con una semplice policy di Conditional Access dedicata.
  • Family of Client IDs (FOCI): un token emesso per un’applicazione della “famiglia” è riutilizzabile su tutte le altre applicazioni della stessa famiglia, e non esiste un interruttore per disabilitare questo comportamento. Il Conditional Access per singola app viene quindi aggirato banalmente: la mitigazione si sposta sul rilevamento, revocando i token in caso di sospetto abuso e affidandosi alla Continuous Access Evaluation, pur sapendo che la sua copertura non è universale.


Scenario 3 — Dispositivi attendibili: dove i controlli identity smettono di aiutare


Lo scenario più complesso è quello di una postazione dedicata all’AI: il classico Mac Mini nuovo di zecca comparso in una nota spese. Il dipendente lo unisce al tenant tramite hybrid join o come dispositivo conforme, e una volta effettuato il join ottiene un Primary Refresh Token (PRT) legato al TPM. L’agente gira come quell’utente e richiede silenziosamente token al Web Account Manager (WAM) broker, ottenendo una connessione persistente e sempre attiva.

Questo è il caso più difficile da chiudere: l’agente supera ogni verifica di Conditional Access perché, di fatto, è l’utente, su un dispositivo fidato. Il Token Protection lega i token al dispositivo, ma non riesce a distinguere “l’utente” da “un processo agente che gira come l’utente” sulla stessa macchina.

Prevenzione e rilevamento


La prevenzione parte dal non permettere agli utenti di unire autonomamente i propri dispositivi al tenant, supportata da policy di Conditional Access rigorose sulla compliance. Il rilevamento deve invece spostarsi sull’endpoint:

  • Advanced hunting in Microsoft Defender for Endpoint su DeviceProcessEvents (flag per browser headless, processi figli inattesi)
  • Analisi di DeviceNetworkEvents (un processo locale che contatta una API AI esterna)
  • Blocco delle app non autorizzate tramite Defender for Cloud Apps


Le fondamenta contano più dei controlli AI-specifici


Il messaggio centrale è che l’igiene dell’identità, per quanto “vecchia” come disciplina, chiude già la maggior parte di questi scenari:

  • Impostare il consenso utente su Do not allow user consent
  • Abilitare l’admin consent workflow
  • Imporre MFA ovunque, sempre, tramite Conditional Access
  • Bloccare il device-code flow con una policy dedicata
  • Limitare la possibilità per gli utenti di unire dispositivi a Entra
  • Imporre la compliance dei dispositivi via Conditional Access

La configurazione di base, però, non copre tutto: ciò che non può essere mitigato deve essere rilevato, il che significa spostare parte dell’attenzione dal piano identità a quello del dispositivo. E il Purview Data Security Posture Management (DSPM) for AI? È uno strumento genuinamente utile, ma va inquadrato correttamente: offre visibilità, non enforcement. DLP e Insider Risk vanno comunque configurati manualmente, il monitoraggio delle AI di terze parti si appoggia agli stessi endpoint ed estensioni browser già citati, le funzionalità più ricche richiedono licenze premium, e la protezione basata su etichette è cieca sui dati non etichettati. Va trattato come una rete di sicurezza aggiuntiva, non come la prima linea di difesa.

Conclusione


Se la strategia di sicurezza di un’organizzazione si basa sull’identificare gli agenti registrati in Entra, ha già perso di vista la categoria di rischio più insidiosa: quella degli agenti che operano mascherati da utenti normali. La lezione pratica per chi amministra un tenant Microsoft 365 è partire dalle basi già note — consenso, MFA, Conditional Access, compliance dei dispositivi — prima di rincorrere soluzioni AI-specifiche, e progettare i controlli assumendo che alcuni agenti stiano già operando sotto mentite spoglie di un utente reale.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – The Agents Entra Can’t See: Detecting and Preventing Rogue AI

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GitHub Copilot CLI: selezione automatica del modello AI con HyDRA per task routing intelligente


GitHub Copilot CLI introduce la selezione automatica del modello AI tramite HyDRA: il sistema analizza complessità del task, esigenze di ragionamento e orchestrazione dei tool per scegliere il modello ottimale, con uno sconto del 10% sugli AI credit in modalità Auto.
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GitHub ha aggiornato il Copilot Command Line Interface (CLI) introducendo una nuova funzionalità di selezione automatica del modello AI: a partire dal 1° luglio 2026, Copilot CLI può scegliere autonomamente il modello più adatto per ogni richiesta grazie a un sistema interno chiamato HyDRA (Hybrid Dynamic Routing Architecture). Vediamo nel dettaglio come funziona e cosa cambia per sviluppatori e amministratori di sistema.

Come funziona la selezione automatica del modello


Il cuore della novità è il routing intelligente. Quando si usa la modalità Auto in Copilot CLI, HyDRA analizza ogni richiesta lungo più dimensioni prima di scegliere il modello:

  • Profondità di ragionamento richiesta: un semplice completamento di codice non ha bisogno dello stesso modello di una diagnosi complessa di bug.
  • Complessità di generazione del codice: snippet elementari vs. architetture multi-file.
  • Difficoltà di debugging: analisi di stack trace o errori runtime con molte variabili contestuali.
  • Necessità di orchestrazione di tool: quanti tool call sono necessari e quanto complessa è la loro concatenazione.

Oltre all’analisi del task, HyDRA considera in tempo reale la disponibilità e la salute dei modelli (latenza, tasso di errore, saturazione) per garantire un’esperienza affidabile anche sotto carico elevato.

Token efficiency e cache hit rate


Uno degli obiettivi principali di HyDRA è ridurre lo spreco di token. Il sistema rispetta i confini naturali della cache: anziché spezzare il contesto in modo arbitrario, le richieste vengono strutturate per massimizzare il tasso di cache hit del prompt, riducendo la latenza complessiva e i costi.

Nei test interni di GitHub, questo approccio ha prodotto guadagni significativi di token efficiency senza regressione qualitativa: non tutti i task richiedono un modello ad alta densità di ragionamento, e selezionare il modello “giusto” per compiti semplici libera capacità per quelli complessi.

Impatto economico: sconto del 10% sugli AI credit


Per i piani a pagamento, l’uso della modalità Auto porta un beneficio economico diretto:

  • Sconto del 10% sul costo in AI credit rispetto all’uso diretto dello stesso modello.
  • Per i piani annuali legacy (Copilot Pro e Pro+) ancora su billing a premium request: lo sconto si applica al model multiplier. Ad esempio, un modello con moltiplicatore 1x consuma 0,9 premium request invece di 1.

Questo significa che scegliere Auto non è solo conveniente in termini di qualità, ma anche economicamente vantaggioso rispetto alla selezione manuale.

Deferred tool loading: meno overhead per ogni prompt


La stessa release introduce il caricamento differito dei tool (deferred tool loading). Tradizionalmente, ogni prompt includeva gli schema completi di tutti i tool disponibili, anche se la maggior parte non veniva utilizzata. Con il nuovo approccio, le definizioni dei tool vengono recuperate on demand, riducendo il numero di token inviati per ogni richiesta e accelerando l’elaborazione.

Controllo dell’utente e policy di amministrazione


La modalità automatica non significa perdita di controllo:

  • Override manuale: in qualsiasi momento è possibile usare il comando /model per selezionare esplicitamente un modello specifico o un provider diverso.
  • Policy aziendali: gli amministratori possono imporre l’uso della selezione automatica tramite policy organizzative, garantendo uniformità e rispetto dei requisiti di costo o sicurezza.
  • Accesso multi-modello: Auto sfrutta modelli da più famiglie (OpenAI, Anthropic, Mistral, ecc.) a seconda del tipo di abbonamento e delle policy configurate.


Come iniziare


Non è richiesta alcuna configurazione: basta aggiornare Copilot CLI all’ultima versione e selezionare la modalità Auto. GitHub prevede che i modelli disponibili in Auto cambieranno nel tempo, man mano che nuovi modelli saranno integrati nella piattaforma.

# Aggiorna Copilot CLI (se installato via npm)
npm update -g @github/copilot-cli

# Oppure verifica la versione corrente
gh copilot --version

# Nel CLI, seleziona la modalità Auto con il comando /model
# e poi inizia a lavorare normalmente
gh copilot suggest "come creo un Dockerfile multi-stage per .NET 8?"

Considerazioni per team e organizzazioni


Per i team che usano Copilot CLI in contesti enterprise, la funzionalità porta vantaggi concreti:

  • Prevedibilità dei costi: la combinazione di routing intelligente e sconto del 10% rende più prevedibile il consumo di AI credit per team numerosi.
  • Centralizzazione delle policy: gli admin possono gestire il comportamento del routing da un unico punto di controllo, senza che ogni sviluppatore debba configurare nulla localmente.
  • Conformità: le policy di model selection possono essere usate per rispettare requisiti di compliance (es. usare solo modelli ospitati in certi data center o appartenenti a certi vendor).


Conclusione


La selezione automatica del modello in Copilot CLI rappresenta un passo avanti significativo verso un’esperienza AI developer veramente adattiva. HyDRA non si limita a scegliere il modello “migliore” in astratto, ma lo sceglie in base al contesto reale della richiesta, ottimizzando contemporaneamente qualità, latenza e costo. Per chi usa Copilot CLI come parte del workflow quotidiano, la modalità Auto è ora la scelta di default più sensata.


Fonte: GitHub Changelog – Copilot CLI auto model selection routes based on task

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)

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Pegasus spia chi indaga su Pegasus: il caso Kouloglou scuote il Parlamento Europeo


Il Citizen Lab conferma: l'eurodeputato greco Stelios Kouloglou, membro della commissione PEGA incaricata di indagare sugli abusi di spyware, è stato colpito da Pegasus nel 2022 e nel 2023 con un exploit zero-click che ha sfruttato una falla in HomeKit. È il primo caso pubblico di un membro della commissione stessa preso di mira.
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C’è un dettaglio che rende il caso di Stelios Kouloglou diverso da tutti gli altri scandali Pegasus degli ultimi anni: l’eurodeputato greco non era una vittima qualsiasi, ma il membro di una commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo istituita proprio per indagare sugli abusi dello spyware commerciale. Secondo un report pubblicato il 3 luglio 2026 dal Citizen Lab dell’Università di Toronto, il telefono di Kouloglou è stato infettato con Pegasus nell’ottobre 2022 e almeno altre due volte nel marzo 2023, proprio nei momenti cruciali della stesura del rapporto finale della commissione PEGA. È la prima volta che un membro della commissione viene pubblicamente identificato come bersaglio dello stesso strumento che era chiamato a indagare.

La commissione PEGA e il suo bersaglio interno


La commissione d’inchiesta PEGA (Pegasus and Surveillance Spyware) è stata istituita dal Parlamento Europeo nel marzo 2022, dopo che un consorzio internazionale di giornalisti aveva rivelato l’uso diffuso dello spyware Pegasus di NSO Group contro giornalisti, avvocati, attivisti e politici in diversi Stati membri, tra cui Ungheria, Polonia, Spagna e Grecia. Kouloglou, giornalista ed ex parlamentare di SYRIZA, sedeva nella commissione mentre questa raccoglieva testimonianze e redigeva le prime bozze del suo rapporto, concentrate in particolare sugli abusi documentati a Cipro, Grecia, Ungheria, Polonia e Spagna.

Il fatto che proprio lui sia finito nel mirino, mentre la commissione lavorava a conclusioni che avrebbero potuto imbarazzare governi europei, ha immediatamente sollevato interrogativi sulla natura dell’attacco. Un eurodeputato in carica ha definito l’episodio “un attacco diretto allo stato di diritto”, chiedendo alla Commissione Europea di imporre limiti stringenti all’uso dello spyware nei 27 Stati membri. La Commissione, contattata dai giornalisti, non ha risposto.

Timeline degli attacchi: due finestre, due momenti chiave


Il Citizen Lab ha ricostruito con precisione forense due finestre di compromissione, entrambe coincidenti con fasi decisive del lavoro della commissione:

  • 21 ottobre 2022 — Prima infezione confermata, nel pieno delle discussioni via email e messaggistica di ottobre-novembre 2022, in vista della consegna della prima bozza del rapporto sugli abusi in Cipro, Grecia, Ungheria, Polonia e Spagna. Il momento coincide inoltre con un ricovero ospedaliero di Kouloglou per un intervento chirurgico programmato, circostanza che potrebbe aver permesso agli operatori dello spyware di intercettare anche conversazioni ambientali relative alla sua salute o scambi con i visitatori.
  • 6-7 marzo 2023 — Due ulteriori infezioni, mentre Kouloglou viaggiava da Atene a Bruxelles per le audizioni della commissione, mesi prima dell’adozione finale del rapporto scritto.

Kouloglou ha raccontato ai giornalisti di TechCrunch la rabbia provata nello scoprire la compromissione: “Ti rendi conto che tutti i tuoi dati personali sono stati presi — non solo gli scambi professionali o i messaggi con i ministri, ma anche le cose molto private, i momenti felici e quelli tristi”. L’eurodeputato ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio NSO Group.

PWNYOURHOME: l’exploit zero-click che passa da HomeKit


Dal punto di vista tecnico, l’infezione del 2022 sfrutta una catena di exploit già documentata dal Citizen Lab in precedenti ricerche e nota con il nome in codice PWNYOURHOME, attiva contro iOS 15 e iOS 16 a partire da ottobre 2022. Si tratta di un exploit zero-click in due fasi che colpisce due processi distinti del sistema operativo iPhone: il primo stadio prende di mira il framework HomeKit — il sistema Apple per la gestione della smart home — mentre il secondo stadio sfrutta iMessage per ottenere l’esecuzione di codice e l’installazione dello spyware.

La vulnerabilità sfruttata riguarda un problema di deserializzazione in NSKeyedUnarchiver, una classe già abusata in precedenti catene di exploit zero-click contro iMessage. Poiché non richiede alcuna interazione da parte della vittima, il bersaglio non riceve notifiche, non deve cliccare link né aprire allegati: lo spyware si installa silenziosamente, consentendo l’accesso a messaggi, cronologia delle chiamate, dati di geolocalizzazione, foto e — nel caso dei modelli più recenti — anche all’attivazione da remoto di microfono e fotocamera.

Apple ha corretto le falle sfruttate da PWNYOURHOME con il rilascio di iOS 16.3.1, introducendo tra l’altro un nuovo controllo che rifiuta di decodificare determinati messaggi HomeKit a meno che non provengano da una fonte plausibile. Il problema, come spesso accade con gli attacchi Pegasus, è che l’aggiornamento correttivo non era ancora installato sul dispositivo di Kouloglou al momento dell’attacco dell’ottobre 2022 — una finestra di esposizione che gli operatori dello spyware hanno sfruttato attivamente.

Un cliente governativo con licenza multi-paese


Il Citizen Lab non ha attribuito pubblicamente l’attacco a un governo specifico, ma un dettaglio tecnico rende il quadro più inquietante: l’indirizzo email utilizzato come vettore d’infezione da chi ha colpito Kouloglou è lo stesso già osservato in una precedente campagna che aveva infettato i telefoni di giornalisti in diversi paesi europei. Il riutilizzo dello stesso indirizzo — e quindi, presumibilmente, della stessa infrastruttura di comando e controllo — suggerisce che il cliente governativo di NSO Group disponesse di un’autorizzazione per operare lo spyware Pegasus contro bersagli in più Stati membri dell’Unione Europea, non in uno soltanto.

Questo elemento è cruciale per il dibattito politico che ne è seguito: se la licenza NSO copre operazioni cross-border all’interno dello spazio europeo, i meccanismi di controllo nazionale sull’export e sull’uso dello spyware — già ritenuti insufficienti dallo stesso rapporto PEGA — risultano ancora più permeabili di quanto documentato finora.

NSO Group tra sanzioni USA e tentativi di riabilitazione


NSO Group resta in gran parte bandita dall’uso governativo negli Stati Uniti, a seguito di un ordine esecutivo dell’amministrazione Biden che vieta l’impiego federale di spyware commerciale capace di violare i diritti umani. Nel 2025 l’azienda israeliana ha confermato che un gruppo di investitori statunitensi non identificato ha versato decine di milioni di dollari nella società, in quella che gli osservatori hanno letto come un tentativo di riabilitare il marchio NSO in vista di un possibile ingresso nel mercato americano — un percorso già criticato per la scarsa trasparenza degli impegni dichiarati dall’azienda.

Il caso Kouloglou arriva quindi in un momento delicato: mentre NSO cerca legittimazione commerciale, un membro della stessa commissione UE nata per indagarla diventa l’ennesima prova pubblica che gli abusi non si sono fermati.

Implicazioni e due righe per i difensori


Per chi opera in ruoli ad alto rischio — parlamentari, giornalisti, avvocati per i diritti umani, ricercatori di sicurezza, dissidenti — il caso conferma alcune priorità difensive ormai consolidate ma spesso disattese:

  • Aggiornamenti tempestivi: gli exploit zero-click di Pegasus sfruttano quasi sempre vulnerabilità già note ma non ancora patchate sul dispositivo bersaglio. Applicare gli aggiornamenti iOS entro 24-48 ore dalla pubblicazione riduce drasticamente la finestra di esposizione.
  • Lockdown Mode: la modalità di isolamento introdotta da Apple su iOS disabilita molte delle superfici di attacco usate dagli exploit zero-click (inclusi determinati messaggi HomeKit e allegati iMessage complessi), ed è fortemente consigliata per soggetti ad alto rischio.
  • Verifica forense periodica: strumenti open source come Mobile Verification Toolkit (MVT), sviluppato da Amnesty International, permettono di analizzare backup iOS/Android alla ricerca di indicatori di compromissione noti legati a Pegasus e spyware simili.
  • Riavvii regolari del dispositivo: molte varianti di Pegasus non sopravvivono a un riavvio senza reinfezione, complicando la persistenza per gli attaccanti — una contromisura semplice ma efficace in assenza di altre difese.
  • Segnalazione a Citizen Lab o Access Now: chi sospetta di essere bersaglio di spyware commerciale può richiedere supporto tecnico gratuito attraverso l’Access Now Digital Security Helpline.

Il caso Kouloglou dimostra ancora una volta che lo spyware di livello statale non conosce eccezioni istituzionali: nemmeno chi indaga sugli abusi è al riparo dal diventarne bersaglio. Per il Parlamento Europeo, la domanda che resta aperta è se le raccomandazioni della stessa commissione PEGA — largamente rimaste lettera morta — troveranno finalmente attuazione concreta.

Indicatori tecnici e riferimenti

Spyware: NSO Group Pegasus
Catena di exploit: PWNYOURHOME (zero-click, iOS 15/16)
Vettori sfruttati: HomeKit (stage 1) + iMessage/NSKeyedUnarchiver (stage 2)
Patch correttiva: iOS 16.3.1

Date di compromissione confermate (dispositivo Kouloglou):
- 21 ottobre 2022
- 6 marzo 2023
- 7 marzo 2023

Strumenti di verifica consigliati:
- Mobile Verification Toolkit (MVT) - github.com/mvt-project/mvt
- Access Now Digital Security Helpline

Fonte primaria: Citizen Lab, University of Toronto
"Member of Committee Investigating Spyware Hacked With Pegasus" (3 luglio 2026)
Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)

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Mariner il file manager per GNOME che amplia le funzionalità di Nautilus


Mariner è un file manager per GNOME con doppio pannello, ricerca full-text, Quick Look, command palette e tante funzioni richieste dagli utenti.
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Arch Install Manager il gestore software che rende Arch Linux più semplice da usare


Arch Install Manager semplifica la gestione del software su Arch Linux con un'interfaccia grafica per installazione, aggiornamenti, backup e manutenzione.
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Galaxy S27 Pro e Ultra, la fotocamera anteriore cambia dopo 4 anni: in arrivo un sensore da 16MP


Dopo quattro anni con la stessa configurazione, la fotocamera frontale dei top di gamma Samsung potrebbe finalmente rinnovarsi. Secondo le ultime indiscrezioni, i futuri Galaxy S27 Pro e Galaxy S27 Ultra monterebbero un nuovo sensore selfie da 16 megapixel, in sostituzione dell'unità da 12MP utilizzata ininterrottamente dai tempi del Galaxy S23. Solo per Pro e Ultra, per ora Stando alle informazioni trapelate, l'upgrade riguarderebbe esclusivamente i modelli Pro e Ultra della gamma S27. […]
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Dopo quattro anni con la stessa configurazione, la fotocamera frontale dei top di gamma Samsung potrebbe finalmente rinnovarsi. Secondo le ultime indiscrezioni, i futuri Galaxy S27 Pro e Galaxy S27 Ultra monterebbero un nuovo sensore selfie da 16 megapixel, in sostituzione dell’unità da 12MP utilizzata ininterrottamente dai tempi del Galaxy S23.

Solo per Pro e Ultra, per ora


Stando alle informazioni trapelate, l’upgrade riguarderebbe esclusivamente i modelli Pro e Ultra della gamma S27. Non è ancora chiaro se il nuovo sensore da 16MP verrà esteso anche ai modelli Galaxy S27 e Galaxy S27+ standard, che potrebbero quindi mantenere l’attuale configurazione. Negli ultimi anni Samsung ha concentrato gli sforzi di innovazione soprattutto sul comparto fotografico posteriore, lasciando la fotocamera anteriore sostanzialmente invariata dal 2023: se confermata, questa sarebbe quindi la prima vera evoluzione dopo un’attesa piuttosto lunga.

Un sensore quadrato per inquadrature più flessibili


Un altro dettaglio interessante riguarda la possibile adozione di un sensore di forma quadrata. Questa soluzione permetterebbe di ottenere ritagli ottimali sia in orientamento verticale che orizzontale, senza compromettere la qualità dell’immagine. Partendo da un sensore quadrato da 16 megapixel, sarebbe infatti possibile estrapolare l’inquadratura più adatta indipendentemente da come viene impugnato lo smartphone al momento dello scatto, un vantaggio non da poco per selfie e videochiamate.

Va ricordato che si tratta ancora di indiscrezioni non confermate ufficialmente da Samsung. Se le informazioni dovessero rivelarsi accurate, il Galaxy S27 rappresenterebbe comunque un’occasione importante per rilanciare un componente rimasto fermo troppo a lungo, in un mercato dove la qualità della fotocamera frontale è sempre più centrale per gli utenti.

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Android 17 causa cali di frame rate sui Pixel: anche i giochi più leggeri ne risentono


Diversi utenti Pixel segnalano un problema di performance dopo l'aggiornamento ad Android 17: il gaming, anche con titoli poco esigenti, risulterebbe penalizzato da cali di frame rate, rallentamenti improvvisi e persino freeze temporanei. Un fenomeno che appare in netto contrasto con le novità introdotte proprio dall'ultima versione del sistema operativo di Google. Da Pixel 8 a Pixel 10: un problema trasversale Le segnalazioni non riguarderebbero un singolo modello, ma un'ampia gamma di […]
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Diversi utenti Pixel segnalano un problema di performance dopo l’aggiornamento ad Android 17: il gaming, anche con titoli poco esigenti, risulterebbe penalizzato da cali di frame rate, rallentamenti improvvisi e persino freeze temporanei. Un fenomeno che appare in netto contrasto con le novità introdotte proprio dall’ultima versione del sistema operativo di Google.

Da Pixel 8 a Pixel 10: un problema trasversale


Le segnalazioni non riguarderebbero un singolo modello, ma un’ampia gamma di dispositivi che va dal Pixel 8 fino all’attuale Pixel 10. Tra i giochi coinvolti figurano titoli relativamente leggeri come Clash Royale, Hill Climb Racing 2 e Brawl Stars, applicazioni che in teoria non dovrebbero mettere in difficoltà i chip Tensor montati su questi smartphone.

  • Frame rate instabile anche in giochi poco esigenti
  • Blocchi temporanei dello schermo durante l’utilizzo
  • Disconnessioni Wi-Fi ricorrenti segnalate da alcuni utenti


L’ironia di DeliQueue


Con Android 17, Google ha introdotto una nuova tecnologia di rendering chiamata DeliQueue, pensata proprio per ridurre i cali di frame durante il rendering in tempo reale e ottimizzare la gestione della memoria. Il problema è che i sintomi riportati dagli utenti vanno esattamente nella direzione opposta rispetto agli obiettivi dichiarati da questa funzione.

Soluzioni temporanee in attesa di una patch


Google non ha ancora fornito una dichiarazione ufficiale sulle cause del problema né una tempistica per una possibile correzione. Nel frattempo, alcuni utenti hanno condiviso soluzioni temporanee che sembrano attenuare i sintomi, come la cancellazione della cache dei servizi Google Play seguita da un riavvio del dispositivo. Altri riportano miglioramenti modificando, dalle opzioni sviluppatore, l’impostazione del driver grafico su quello di sistema, oppure attivando le “ANGLE Preferences” per le app interessate. Si tratta comunque di rimedi non garantiti, che non risolvono il problema alla radice.

Non è la prima volta che un grande aggiornamento Android porta con sé effetti collaterali imprevisti: resta ora da vedere se Google interverrà rapidamente con una patch correttiva per i possessori dei Pixel coinvolti.

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Nothing Phone (4b) RCB Edition è ufficiale: design in rosso acceso ma solo un giorno di vendita


Nothing ha svelato ufficialmente il design del suo nuovo modello speciale, il Nothing Phone (4b) RCB Edition, realizzato in collaborazione con la squadra di cricket indiana Royal Challengers Bengaluru (RCB). Dopo le prime indiscrezioni circolate il giorno precedente, l'azienda ha ora pubblicato un video promozionale ufficiale che mostra nel dettaglio l'estetica del dispositivo. Una scocca rosso acceso con il logo RCB Nothing India ha condiviso sul proprio account X ufficiale un video […]
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Nothing ha svelato ufficialmente il design del suo nuovo modello speciale, il Nothing Phone (4b) RCB Edition, realizzato in collaborazione con la squadra di cricket indiana Royal Challengers Bengaluru (RCB). Dopo le prime indiscrezioni circolate il giorno precedente, l’azienda ha ora pubblicato un video promozionale ufficiale che mostra nel dettaglio l’estetica del dispositivo.

Una scocca rosso acceso con il logo RCB


Nothing India ha condiviso sul proprio account X ufficiale un video promozionale di 39 secondi per presentare il design del nuovo Phone (4b) RCB Edition. Il retro del dispositivo sfoggia una finitura opaca in un intenso rosso, colore distintivo della squadra RCB, con il logo ufficiale posizionato al centro della scocca. Nonostante la colorazione decisamente diversa dal modello standard, Nothing mantiene intatto il proprio linguaggio di design trasparente che contraddistingue la serie Phone (4b), mentre i pulsanti laterali, incluso l’Essential Key, sono rifiniti in nero per creare un contrasto netto con il rosso della scocca.

Un tributo alla vittoria in IPL


Nothing è sponsor ufficiale del titolo della RCB, una delle squadre più popolari del campionato indiano di cricket IPL. La RCB Edition celebra il secondo titolo IPL conquistato dalla squadra, richiamandone i colori e l’identità visiva nel design dello smartphone. Dal punto di vista hardware, il modello dovrebbe condividere le stesse specifiche del Nothing Phone (4b) standard, trattandosi essenzialmente di un’edizione speciale incentrata sull’estetica piuttosto che su nuovi componenti.

Vendita limitata al 7 luglio


Il Nothing Phone (4b) RCB Edition sarà messo in vendita a partire dalle 16:00 (ora indiana) del 7 luglio 2026, esclusivamente presso il negozio fisico Nothing Store di Bengaluru, in India. Non sono previste vendite online: si tratterà quindi di un’edizione limitata e disponibile solo fino a esaurimento scorte. Non è escluso che il pacchetto software includa contenuti a tema RCB, come sfondi dedicati, icone personalizzate o suonerie speciali, anche se per ora Nothing non ha confermato ulteriori dettagli in tal senso.

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Perché Sony continua a scegliere Snapdragon per Xperia invece di MediaTek


Da anni gli smartphone Xperia di Sony montano processori Qualcomm Snapdragon, nonostante MediaTek abbia fatto passi da gigante in termini di prestazioni ed efficienza. Una discussione nata all'interno di una community di appassionati Sony ha provato a spiegare le ragioni dietro questa scelta, alimentando il dibattito tra gli utenti Android. La fiducia del pubblico verso il marchio Snapdragon Il primo elemento citato riguarda la percezione del pubblico. Pur avendo compiuto enormi progressi […]
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Da anni gli smartphone Xperia di Sony montano processori Qualcomm Snapdragon, nonostante MediaTek abbia fatto passi da gigante in termini di prestazioni ed efficienza. Una discussione nata all’interno di una community di appassionati Sony ha provato a spiegare le ragioni dietro questa scelta, alimentando il dibattito tra gli utenti Android.

La fiducia del pubblico verso il marchio Snapdragon


Il primo elemento citato riguarda la percezione del pubblico. Pur avendo compiuto enormi progressi in termini di prestazioni ed efficienza, MediaTek continua a godere di minore fiducia rispetto a Snapdragon agli occhi del consumatore medio. Questo aspetto pesa particolarmente nei mercati principali di Xperia, come Giappone, Taiwan ed Europa, dove i consumatori tendono ad avere un approccio più conservativo, privilegiando marchi consolidati rispetto a soluzioni più recenti, anche a parità di prestazioni tecniche.

Volumi di vendita e struttura dei costi


Un secondo fattore riguarda la scala produttiva. Nel mercato degli smartphone, i produttori con volumi di vendita più elevati riescono a negoziare condizioni migliori sui componenti, riducendo sensibilmente i costi complessivi. La divisione mobile di Sony, con numeri di vendita molto più contenuti rispetto ai grandi player del settore, non può sfruttare le stesse economie di scala, il che rende meno vantaggioso puntare semplicemente sul chip più economico disponibile sul mercato.

Ottimizzazione tecnica e compatibilità con l’ecosistema


Secondo quanto ipotizzato, Snapdragon offrirebbe anche una migliore compatibilità con le tecnologie fotografiche proprietarie di Sony e con le ottimizzazioni di connettività, oltre a un’integrazione più solida con le infrastrutture di rete nei vari paesi. Si tratta comunque di considerazioni non confermate ufficialmente da Sony, ma che aiutano a comprendere perché il marchio giapponese preferisca continuare su questa strada anziché abbracciare MediaTek, come fatto invece da altri produttori Android negli ultimi anni.

Che si tratti di un mix di percezione del brand, costi di produzione e ottimizzazione tecnica, la strategia di Sony su Xperia sembra destinata a proseguire lungo questa direzione anche nelle prossime generazioni.

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Pixel, in arrivo un salto di prestazioni grazie al nuovo kernel Linux con Android 17 QPR2


Google starebbe preparando un aggiornamento del kernel Linux per l'intera gamma Pixel attualmente supportata. Un intervento che non porterebbe nuove funzionalità visibili, ma che promette di migliorare prestazioni, stabilità e sicurezza dei dispositivi coinvolti. Quali Pixel sono coinvolti Secondo il leaker Mystic Leaks, Google starebbe lavorando alla migrazione verso una nuova versione del kernel Linux per i modelli attualmente in commercio. Pixel 7 (serie completa)Pixel 8 (serie […]
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Google starebbe preparando un aggiornamento del kernel Linux per l’intera gamma Pixel attualmente supportata. Un intervento che non porterebbe nuove funzionalità visibili, ma che promette di migliorare prestazioni, stabilità e sicurezza dei dispositivi coinvolti.

Quali Pixel sono coinvolti


Secondo il leaker Mystic Leaks, Google starebbe lavorando alla migrazione verso una nuova versione del kernel Linux per i modelli attualmente in commercio.

  • Pixel 7 (serie completa)
  • Pixel 8 (serie completa)
  • Pixel 9 (serie completa)
  • Pixel 10 (serie completa)

I Pixel dalla serie 7 alla 9 passerebbero dall’attuale “Linux 6.1-android14” a “Linux 6.12-android16”, mentre la serie Pixel 10 verrebbe aggiornata dalla versione “Linux 6.6-android15” alla stessa “Linux 6.12-android16”. Il Pixel 6, il cui supporto software terminerà nell’ottobre 2026, resterebbe invece escluso da questo aggiornamento.

Cosa cambia con il Linux 6.12


Il kernel Linux 6.12 introduce miglioramenti significativi nella gestione della CPU, della memoria, dello storage e del file system. Concretamente, gli utenti potrebbero notare benefici su più fronti: velocità di installazione delle app, tempi di avvio più rapidi, maggiore fluidità generale del sistema e una migliore efficienza energetica con conseguente riduzione del surriscaldamento. Alcuni osservatori ipotizzano che l’aggiornamento potrebbe anche affrontare le criticità legate alle prestazioni GPU segnalate su alcuni Pixel 10.

Un aggiornamento atteso con Android 17 QPR2


L’ultima volta che Google ha effettuato un aggiornamento così importante del kernel su Pixel risale ad Android 15 QPR2, distribuito nel 2024. Se le informazioni trapelate saranno confermate, il nuovo kernel dovrebbe arrivare insieme ad Android 17 QPR2 nella seconda metà del 2026, anche se restano possibili variazioni sui tempi in base all’esito dei test interni. A differenza di molti produttori Android, che raramente aggiornano il kernel Linux dopo il lancio di un dispositivo, Google mantiene questa pratica su base regolare, garantendo ai Pixel un supporto più lungo e coerente nel tempo.

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Galaxy Z Fold 8 Ultra, spuntano le colorazioni: nero confermato e verde in esclusiva online


Con la presentazione ormai vicina, emergono nuovi dettagli sulle colorazioni del Galaxy Z Fold 8 Ultra, il pieghevole di punta della prossima generazione Samsung. Secondo un noto leaker, oltre alle tonalità standard sarà disponibile anche una variante esclusiva per lo store online di Samsung. Nero, bianco e viola le colorazioni principali Secondo le informazioni più recenti, il Galaxy Z Fold 8 Ultra sarà disponibile in tre colorazioni principali. NeroBiancoViola A queste si […]
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Con la presentazione ormai vicina, emergono nuovi dettagli sulle colorazioni del Galaxy Z Fold 8 Ultra, il pieghevole di punta della prossima generazione Samsung. Secondo un noto leaker, oltre alle tonalità standard sarà disponibile anche una variante esclusiva per lo store online di Samsung.

Nero, bianco e viola le colorazioni principali


Secondo le informazioni più recenti, il Galaxy Z Fold 8 Ultra sarà disponibile in tre colorazioni principali.

  • Nero
  • Bianco
  • Viola

A queste si aggiungerebbe una colorazione verde, riservata come esclusiva per lo store ufficiale online di Samsung. Negli ultimi anni l’azienda coreana ha aumentato il ricorso a colorazioni esclusive per il canale online, e questa strategia sembra confermarsi anche per il nuovo pieghevole di punta.

Smentite le voci sull’addio al nero


In precedenza erano circolate voci secondo cui la colorazione nera sarebbe stata eliminata dalla gamma del Galaxy Z Fold 8 Ultra. Il nuovo leak sembra però smentire questa ipotesi, confermando che il nero, da sempre la tonalità più richiesta, resterà disponibile al lancio. Il viola dovrebbe invece proporsi in una tonalità più tenue, sulla falsariga di quanto già visto sul Galaxy S26 Ultra, mentre il verde in esclusiva online potrebbe risultare più deciso rispetto alla delicata tonalità menta vista sul precedente Galaxy Z Fold 7.

Il vertice della gamma Z Fold 8


Il Galaxy Z Fold 8 Ultra dovrebbe debuttare questo mese insieme ai modelli Galaxy Z Fold 8 e Galaxy Z Flip 8, ponendosi come variante di punta della gamma pieghevole Samsung. Secondo i leak circolati finora, l’Ultra offrirebbe un comparto fotografico e una batteria superiori rispetto al modello standard, ponendosi di fatto come vero erede del Galaxy Z Fold 7. Anche il design sarebbe stato rivisto, con una forma più ampia rispetto al passato. Con l’evento di presentazione ormai imminente, non dovrebbe passare molto prima che vengano svelati anche prezzo e specifiche complete del dispositivo.

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Redmi Note 17 in arrivo a luglio: la serie festeggia 500 milioni di unità vendute nel mondo


Redmi ha confermato ufficialmente che la nuova serie Redmi Note 17 verrà presentata entro luglio 2026. Le voci su un lancio cinese nello stesso mese circolavano già da tempo, ma ora è la stessa azienda a certificare i tempi dell'annuncio, coincidendo con un traguardo di vendite decisamente significativo. Mezzo miliardo di Redmi Note venduti L'annuncio è arrivato tramite l'account ufficiale Weibo di Redmi, che ha celebrato il superamento dei 500 milioni di unità vendute nel mondo dalla […]
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Redmi ha confermato ufficialmente che la nuova serie Redmi Note 17 verrà presentata entro luglio 2026. Le voci su un lancio cinese nello stesso mese circolavano già da tempo, ma ora è la stessa azienda a certificare i tempi dell’annuncio, coincidendo con un traguardo di vendite decisamente significativo.

Mezzo miliardo di Redmi Note venduti


L’annuncio è arrivato tramite l’account ufficiale Weibo di Redmi, che ha celebrato il superamento dei 500 milioni di unità vendute nel mondo dalla serie Redmi Note, nata circa 12 anni fa. Un risultato che conferma la popolarità duratura della linea di smartphone di fascia media dell’azienda cinese, e che fa da cornice al lancio dei nuovi modelli.

Prestazioni, display e batteria in forte crescita


Secondo quanto dichiarato da Redmi, la serie Note 17 introdurrà miglioramenti su più fronti rispetto alla precedente serie Note 15: prestazioni, qualità del display e autonomia della batteria. Le specifiche ufficiali non sono ancora state comunicate, ma alcune indiscrezioni permettono di farsi un’idea delle possibili configurazioni.

  • Redmi Note 17 (ipotesi): Snapdragon 6 Gen 5, display piatto 1,5K, fotocamera principale da circa 50MP, batteria da 9.000 mAh
  • Redmi Note 17 Pro (ipotesi): MediaTek Dimensity 7500, fotocamera principale da circa 200MP, batteria da 10.000 mAh

Se questi dati venissero confermati, la capacità della batteria – compresa tra 9.000 e 10.000 mAh – rappresenterebbe un valore particolarmente elevato per una gamma di fascia media, in linea con la tendenza recente dei produttori cinesi a puntare su un’autonomia sempre più generosa.

Presentazione imminente


Redmi non ha ancora reso nota la data esatta della presentazione, ma il lancio “entro luglio” è ormai certo. Considerato il traguardo dei 500 milioni di unità vendute raggiunto dalla serie Note, l’attesa per scoprire come si evolverà la nuova generazione è particolarmente alta: nelle prossime settimane si attendono ulteriori dettagli su data ufficiale, prezzi e gamma completa dei modelli.

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Moto G77 Power in arrivo l’8 luglio con batteria monstre da 7.000 mAh


Motorola si prepara a lanciare il nuovo Moto G77 Power l'8 luglio. Ad anticipare data e caratteristiche principali è stato il colosso indiano dell'e-commerce Flipkart, che ha pubblicato una pagina dedicata al nuovo dispositivo, variante della gamma Moto G77 incentrata soprattutto sull'autonomia. Una batteria da 7.000 mAh La caratteristica di punta del Moto G77 Power è senza dubbio la batteria, che raggiunge una capacità di ben 7.000 mAh. Si tratta di un incremento di circa il 35% […]
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Motorola si prepara a lanciare il nuovo Moto G77 Power l’8 luglio. Ad anticipare data e caratteristiche principali è stato il colosso indiano dell’e-commerce Flipkart, che ha pubblicato una pagina dedicata al nuovo dispositivo, variante della gamma Moto G77 incentrata soprattutto sull’autonomia.

Una batteria da 7.000 mAh


La caratteristica di punta del Moto G77 Power è senza dubbio la batteria, che raggiunge una capacità di ben 7.000 mAh. Si tratta di un incremento di circa il 35% rispetto ai 5.200 mAh del Moto G77 standard, lanciato lo scorso gennaio. Al momento non sono ancora state rese note informazioni sulla velocità di ricarica supportata dal dispositivo.

Sul fronte display, il Moto G77 Power monterà un pannello LCD da 6,72 pollici con risoluzione Full HD+ e refresh rate a 120Hz, protetto da un vetro Corning Gorilla Glass 7i per una maggiore resistenza agli urti e ai graffi.

Android 16 di serie, aggiornamento ad Android 17 garantito


Sul fronte software, il dispositivo arriverà con Android 16 preinstallato. Motorola ha già confermato che il device riceverà l’aggiornamento ad Android 17, garantendo così un ciclo di supporto software più lungo. Il processore non è stato ancora svelato ufficialmente. Per quanto riguarda l’estetica, il nuovo Moto G77 Power sarà disponibile in tre colorazioni curate da Pantone, con una finitura in ecopelle sul retro.

Fotocamera da 50MP con sensore Sony


Sul comparto fotografico, il Moto G77 Power dovrebbe montare una fotocamera principale da 50 megapixel basata su un sensore Sony. Con questa combinazione di autonomia elevata, display fluido e un comparto fotografico solido per la fascia di prezzo, Motorola punta a rendere il nuovo Moto G77 Power una scelta interessante per chi cerca uno smartphone Android capace di durare tutto il giorno senza pensieri. Maggiori dettagli, incluso il prezzo, sono attesi in occasione della presentazione ufficiale dell’8 luglio.

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iPhone 18 Pro Max punterebbe a superare la batteria di Xperia 1 VIII: ecco i numeri del confronto


Un nuovo leak riguardante il futuro iPhone 18 Pro Max riaccende il confronto tra Apple e Android sul fronte dell'autonomia. Secondo le indiscrezioni, il modello statunitense del prossimo top di gamma Apple potrebbe montare una batteria da 5.425 mAh, superando così la capacità di 5.000 mAh dello Xperia 1 VIII di Sony. Capacità differenti tra Europa e Stati Uniti Le indiscrezioni indicano che la capacità della batteria varierebbe a seconda del mercato di riferimento. iPhone 18 Pro […]
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Un nuovo leak riguardante il futuro iPhone 18 Pro Max riaccende il confronto tra Apple e Android sul fronte dell’autonomia. Secondo le indiscrezioni, il modello statunitense del prossimo top di gamma Apple potrebbe montare una batteria da 5.425 mAh, superando così la capacità di 5.000 mAh dello Xperia 1 VIII di Sony.

Capacità differenti tra Europa e Stati Uniti


Le indiscrezioni indicano che la capacità della batteria varierebbe a seconda del mercato di riferimento.

  • iPhone 18 Pro (Europa): 4.056 mAh
  • iPhone 18 Pro (USA): 4.288 mAh
  • iPhone 18 Pro Max (Europa): 5.235 mAh
  • iPhone 18 Pro Max (USA): 5.425 mAh

Il modello Pro Max registrerebbe un incremento di circa il 6% rispetto alla generazione precedente. La differenza tra le versioni europea e statunitense sarebbe legata all’adozione dell’eSIM esclusiva nel mercato americano, che liberando spazio interno permetterebbe di installare una cella più capiente.

Xperia 1, cinque generazioni ferme a 5.000 mAh


L’aspetto più interessante del confronto riguarda la strategia opposta seguita da Sony. Mentre Apple ha progressivamente aumentato la capacità delle proprie batterie di anno in anno, la serie Xperia 1 di Sony mantiene una batteria da 5.000 mAh sin dallo Xperia 1 IV, restando invariata per ben cinque generazioni consecutive, fino all’attuale Xperia 1 VIII.

Va comunque ricordato che l’autonomia reale di uno smartphone non dipende solo dalla capacità nominale della batteria, ma anche dall’efficienza del processore, dal display e dall’ottimizzazione software. Non a caso, nonostante la capacità invariata, lo Xperia 1 VIII avrebbe migliorato la propria autonomia complessiva rispetto ai predecessori grazie proprio a una gestione energetica più efficiente. Resta quindi da vedere se il maggior taglio della batteria dell’iPhone 18 Pro Max si tradurrà effettivamente in un vantaggio concreto sull’utilizzo quotidiano rispetto ai rivali Android.

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Galaxy A18, addio Exynos: Samsung passerebbe a Snapdragon e MediaTek


Il futuro Galaxy A18 di Samsung potrebbe segnare un cambiamento importante nella strategia dei chipset per la fascia entry-level dell'azienda coreana. Secondo alcuni media sudcoreani, la nuova serie rinuncerebbe ai processori Exynos proprietari, affidandosi invece a soluzioni Qualcomm Snapdragon e MediaTek. MediaTek per il 4G, Snapdragon per il 5G Secondo le indiscrezioni, Samsung differenzierebbe il chipset in base alla variante di connettività del dispositivo. Galaxy A18 4G: chipset […]
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Il futuro Galaxy A18 di Samsung potrebbe segnare un cambiamento importante nella strategia dei chipset per la fascia entry-level dell’azienda coreana. Secondo alcuni media sudcoreani, la nuova serie rinuncerebbe ai processori Exynos proprietari, affidandosi invece a soluzioni Qualcomm Snapdragon e MediaTek.

MediaTek per il 4G, Snapdragon per il 5G


Secondo le indiscrezioni, Samsung differenzierebbe il chipset in base alla variante di connettività del dispositivo.

  • Galaxy A18 4G: chipset MediaTek
  • Galaxy A18 5G: chipset Qualcomm Snapdragon

Attualmente, la serie Galaxy A17 adotta già configurazioni differenti tra le versioni 4G e 5G, ma il modello Galaxy A17 5G monta un Exynos 1330 di produzione Samsung. Con il Galaxy A18, invece, anche la variante 5G passerebbe a un chip Snapdragon, anche se il modello specifico non è stato ancora rivelato.

Il rincaro dei componenti dietro la scelta


Secondo quanto riportato, la decisione di abbandonare Exynos sarebbe legata all’aumento generalizzato dei prezzi dei componenti a livello globale. Samsung starebbe quindi valutando l’adozione di chip Qualcomm e MediaTek per motivi legati a costi e disponibilità, piuttosto che scegliere di continuare a produrre internamente i propri processori anche per la fascia più economica del catalogo.

Va notato che, storicamente, Samsung ha sempre differenziato la strategia dei chipset sui top di gamma, alternando versioni Snapdragon ed Exynos a seconda del mercato di vendita. Sulla serie Galaxy A1x, invece, l’utilizzo di Snapdragon è sempre stato piuttosto raro: un eventuale cambiamento rappresenterebbe quindi un’inversione di rotta significativa per questa fascia di prodotto.

Accoglienza positiva tra gli utenti


Non sono mancate reazioni positive da parte degli utenti, in particolare in relazione alle prestazioni non sempre convincenti dell’Exynos 1330 montato sul Galaxy A17 5G, soprattutto nei carichi di lavoro più intensi. Il passaggio a Snapdragon potrebbe quindi tradursi in un miglioramento concreto delle prestazioni per i futuri modelli entry-level di Samsung, anche se resta da vedere quale variante specifica del chip Qualcomm verrà effettivamente adottata.

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