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Docomo annuncia l’aggiornamento ad Android 17 per 44 modelli: coinvolti Xperia, AQUOS, Galaxy e non solo


L'operatore giapponese NTT Docomo ha reso noto l'elenco dei dispositivi che riceveranno l'aggiornamento ad Android 17, per un totale di 44 modelli. Oltre ai Google Pixel, che hanno già iniziato a ricevere il nuovo sistema operativo, la lista comprende smartphone Xperia, AQUOS, Galaxy, arrows, motorola e alcuni dispositivi business a marchio Kyocera. Xperia e AQUOS: rispettivamente 4 e 7 modelli coinvolti Per la serie Xperia sono quattro i modelli interessati: Xperia 1 VI, Xperia 1 VII, […]
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L’operatore giapponese NTT Docomo ha reso noto l’elenco dei dispositivi che riceveranno l’aggiornamento ad Android 17, per un totale di 44 modelli. Oltre ai Google Pixel, che hanno già iniziato a ricevere il nuovo sistema operativo, la lista comprende smartphone Xperia, AQUOS, Galaxy, arrows, motorola e alcuni dispositivi business a marchio Kyocera.

Xperia e AQUOS: rispettivamente 4 e 7 modelli coinvolti


Per la serie Xperia sono quattro i modelli interessati: Xperia 1 VI, Xperia 1 VII, Xperia 10 VII e Xperia 1 VIII. Per AQUOS l’aggiornamento riguarda invece sette dispositivi: AQUOS R9, AQUOS sense9, AQUOS R9 pro, AQUOS R10, AQUOS wish5, AQUOS sense10 e AQUOS R11.

Galaxy, la lista più ampia: dal 2023 fino all’ultima serie S26


La serie Galaxy è quella con più modelli coinvolti, ben venti, che spaziano dai Galaxy S23 e S23 Ultra del 2023 fino agli attuali Galaxy S26, S26+ e S26 Ultra. Fanno parte dell’elenco anche i pieghevoli Z Flip5, Z Fold5, Z Flip6, Z Fold6, Z Flip7 e Z Fold7, oltre a diversi modelli della serie A. Colpisce in particolare la presenza di dispositivi lanciati già nel 2023, segno di un impegno software piuttosto lungo da parte di Samsung.

Anche arrows, motorola, Kyocera e un tablet


Completano l’elenco quattro modelli arrows di FCNT, tre smartphone motorola (razr 50d, razr 60d e moto g37), due dispositivi business Kyocera (DIGNO SX5 e DuraForce EX2) e il tablet dtab d-51F.

Google Pixel già aggiornati a 15 modelli


Per quanto riguarda i Google Pixel, l’aggiornamento è già disponibile su 15 modelli, dal Pixel Fold originale e il Pixel 7a fino agli attuali Pixel 10 Pro Fold e Pixel 10a.

Docomo precisa che l’elenco riflette la situazione al 1° settembre 2026 e che tempistiche e modelli coinvolti potrebbero ancora subire variazioni. Per ciascun dispositivo, l’operatore comunicherà i dettagli sulle nuove funzioni e sulle modalità di aggiornamento non appena il rilascio sarà pronto.

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Xiaomi Smart Band 11 ufficiale: autonomia fino a 21 giorni e display AMOLED da 2.000 nit


Xiaomi ha presentato in Cina la nuova Smart Band 11, la sua fitness tracker di fascia economica che punta su un design più sottile, funzioni per la salute ampliate e un'autonomia dichiarata fino a 21 giorni. Il dispositivo è già ordinabile in Cina, in diverse varianti che comprendono un modello standard, uno con NFC e versioni con finiture in ceramica e metallo. Display AMOLED da 1,72" con picco di 2.000 nit La Smart Band 11 monta un display AMOLED da 1,72 pollici con luminosità di […]
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Xiaomi ha presentato in Cina la nuova Smart Band 11, la sua fitness tracker di fascia economica che punta su un design più sottile, funzioni per la salute ampliate e un’autonomia dichiarata fino a 21 giorni. Il dispositivo è già ordinabile in Cina, in diverse varianti che comprendono un modello standard, uno con NFC e versioni con finiture in ceramica e metallo.

Display AMOLED da 1,72″ con picco di 2.000 nit


La Smart Band 11 monta un display AMOLED da 1,72 pollici con luminosità di picco fino a 2.000 nit, pensata per garantire una buona leggibilità anche sotto la luce diretta del sole. Le cornici sono state ridotte a circa 2mm, mentre lo spessore del corpo si ferma a soli 9,99mm, per un peso di appena 15,58 grammi nella versione più leggera. Il cinturino è intercambiabile e disponibile in diversi materiali, tra cui metallo e ceramica, e il dispositivo è certificato 5ATM per l’uso in acqua.

Monitoraggio del sonno con IA e oltre 150 modalità sportive


Sul fronte salute, Smart Band 11 monitora in continuo frequenza cardiaca, saturazione dell’ossigeno nel sangue e livelli di stress, oltre a includere funzioni dedicate alla salute femminile. Per il sonno è disponibile il monitoraggio della variabilità della frequenza cardiaca (HRV), abbinato a un’analisi basata su intelligenza artificiale. Sono inoltre supportate più di 150 modalità sportive, sia per allenamenti indoor che per attività all’aperto.

Fino a 21 giorni di autonomia, supporto NFC e HyperOS


Il punto di forza principale resta però l’autonomia, che secondo Xiaomi può raggiungere i 21 giorni grazie a una dotazione hardware più semplice rispetto a uno smartwatch vero e proprio. Il modello con NFC permette inoltre pagamenti contactless e l’uso come chiave d’accesso in alcune aree e servizi. Il software si basa su Xiaomi HyperOS 4 ed è compatibile sia con Android sia con iOS, offrendo le funzioni essenziali di un fitness tracker: notifiche, controllo musicale e un ampio catalogo di quadranti.

In Cina il prezzo di partenza è di 289 yuan (circa 6.300 yen), che sale a 339 yuan per la versione NFC e a 399 yuan per le varianti in ceramica e metallo. Al momento non sono stati annunciati data di lancio né prezzo per i mercati internazionali, Italia compresa, ma la ricchezza delle funzioni proposte rende Smart Band 11 un prodotto da tenere d’occhio anche fuori dalla Cina.

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Moto Watch Ultra ufficiale: display pOLED da 2.700 nit, LTE e Wear OS 6


Motorola ha presentato il nuovo Moto Watch Ultra, uno smartwatch premium che punta su un display pOLED particolarmente luminoso, connettività LTE e Wear OS 6, oltre a funzioni di salute e fitness sviluppate con gli algoritmi di Polar. Non si tratta quindi di un semplice orologio per notifiche e conteggio passi, ma di un prodotto pensato per un pubblico più esigente. Display curvo da 2.700 nit e cassa in acciaio Il display, da 1,5 pollici con curvatura 2.5D, offre una risoluzione di […]
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Motorola ha presentato il nuovo Moto Watch Ultra, uno smartwatch premium che punta su un display pOLED particolarmente luminoso, connettività LTE e Wear OS 6, oltre a funzioni di salute e fitness sviluppate con gli algoritmi di Polar. Non si tratta quindi di un semplice orologio per notifiche e conteggio passi, ma di un prodotto pensato per un pubblico più esigente.

Display curvo da 2.700 nit e cassa in acciaio


Il display, da 1,5 pollici con curvatura 2.5D, offre una risoluzione di 466×466 pixel e un refresh rate variabile tra 1 e 60Hz. La luminosità di picco raggiunge i 2.700 nit, garantendo una buona leggibilità anche all’aperto, con supporto alla modalità always-on e protezione Corning Gorilla Glass 3. La cassa, da 46,26mm in acciaio inossidabile, misura 12,1mm di spessore per 51 grammi di peso, con certificazione IP68 e resistenza 5ATM.

Prima volta con LTE per la linea Moto Watch


La novità più rilevante è il debutto della connettività LTE con eSIM sulla linea Moto Watch, che permette di ricevere chiamate, messaggi e notifiche anche senza avere lo smartphone nelle vicinanze. Presente anche il GPS dual-band per la geolocalizzazione e la navigazione. Il tutto è gestito dal processore Snapdragon W5+ Gen 1 abbinato a Wear OS 6, con almeno due major update software già garantiti da Motorola.

Salute firmata Polar e assistente Gemini integrato


Sul fronte salute, Moto Watch Ultra adotta gli algoritmi Polar per monitorare sonno, attività quotidiana, recupero post-allenamento e corsa, con funzioni dedicate come “Serene”, “Nightly Recharge” e “Sleep Plus Stages”. Grazie a Wear OS 6, l’orologio supporta anche il Google Play Store, con accesso ad app come Google Maps, Google Messages e YouTube Music, oltre all’assistente Google Gemini e Google Wallet. Abbinato a determinati smartphone Motorola e Lenovo, è possibile utilizzare anche Motorola Qira.

Autonomia di due giorni e ricarica rapida


La batteria garantisce fino a due giorni di autonomia con display always-on disattivato, mentre bastano appena 15 minuti di ricarica per ottenere fino a 24 ore di utilizzo, un valore utile considerando il consumo energetico di funzioni come LTE e GPS.

Moto Watch Ultra sarà commercializzato a partire da 429 euro, con cinturino da 22mm, e arriverà nelle prossime settimane in Europa, Medio Oriente, America Latina, Nord America e in alcuni mercati dell’area Asia-Pacifico.

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Xiaomi 18T Pro sarà venduto in Giappone: spunta il modello con supporto Osaifu-Keitai


I futuri Xiaomi 18T e Xiaomi 18T Pro sono comparsi nel database GSMA con diverse sigle, un segnale che lo sviluppo procede in vista di un lancio previsto per l'inizio del 2027. Tra le sigle individuate spicca in particolare quella riferita al modello Pro pensato per il Giappone, dotato di supporto FeliCa. Il modello "R" indica la variante giapponese con FeliCa Per Xiaomi 18T sono state individuate le sigle M299EA per la Cina, 27022PT99G per la versione globale e 27022PT99I per l'India, con […]
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I futuri Xiaomi 18T e Xiaomi 18T Pro sono comparsi nel database GSMA con diverse sigle, un segnale che lo sviluppo procede in vista di un lancio previsto per l’inizio del 2027. Tra le sigle individuate spicca in particolare quella riferita al modello Pro pensato per il Giappone, dotato di supporto FeliCa.

Il modello “R” indica la variante giapponese con FeliCa


Per Xiaomi 18T sono state individuate le sigle M299EA per la Cina, 27022PT99G per la versione globale e 27022PT99I per l’India, con nome in codice interno “sanjose”. Per Xiaomi 18T Pro compaiono invece 27016PT45G e, soprattutto, 27016PT45R: quest’ultima sigla, che termina con la lettera “R”, indica tradizionalmente i modelli destinati al mercato giapponese con supporto FeliCa per Osaifu-Keitai, la piattaforma di pagamento contactless molto diffusa in Giappone.

Un modello pensato per l’ecosistema locale


Xiaomi è già molto attiva sul mercato giapponese, e per i modelli locali il supporto FeliCa è un requisito quasi imprescindibile, permettendo di utilizzare lo smartphone come carta di trasporto o per pagamenti elettronici contactless. La comparsa di questa sigla dedicata suggerisce quindi che, almeno per il modello Pro, Xiaomi stia sviluppando una versione su misura per il mercato nipponico.

Le sigle suggeriscono un lancio a gennaio e febbraio 2027


Le prime quattro cifre delle sigle Xiaomi indicano solitamente il periodo di lancio previsto: “2701” per Xiaomi 18T Pro farebbe pensare a gennaio 2027, mentre “2702”, presente sia sulla versione globale sia su quella indiana di Xiaomi 18T, indicherebbe invece febbraio 2027. Non si tratta di conferme definitive, ma la serie Xiaomi T ha già mostrato negli ultimi anni una tendenza ad anticipare progressivamente il proprio lancio: la serie 15T è arrivata a settembre 2025, mentre la serie 17T è stata anticipata ad aprile-maggio 2026.

Al momento non sono noti dettagli su chip, fotocamere, display o batteria dei nuovi modelli. Ma se le indicazioni sulle sigle troveranno conferma, Xiaomi 18T Pro con supporto Osaifu-Keitai potrebbe diventare un protagonista di rilievo nel segmento Android di fascia alta in Giappone.

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GrapheneOS su Pixel 11: torna la speranza grazie al supporto hardware per l’MTE


Il progetto GrapheneOS, tra i sistemi operativi Android più attenti alla privacy e alla sicurezza, aveva recentemente messo in dubbio la possibilità di supportare i nuovi Google Pixel 11, arrivando persino a sconsigliarne l'acquisto. L'analisi dell'ultimo firmware ha però rivelato che l'hardware dei Pixel 11 include il supporto al Memory Tagging Extension (MTE), riaprendo la strada a un possibile supporto futuro. Il dubbio nato dall'assenza apparente dell'MTE Fino a pochi giorni fa, […]
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Il progetto GrapheneOS, tra i sistemi operativi Android più attenti alla privacy e alla sicurezza, aveva recentemente messo in dubbio la possibilità di supportare i nuovi Google Pixel 11, arrivando persino a sconsigliarne l’acquisto. L’analisi dell’ultimo firmware ha però rivelato che l’hardware dei Pixel 11 include il supporto al Memory Tagging Extension (MTE), riaprendo la strada a un possibile supporto futuro.

Il dubbio nato dall’assenza apparente dell’MTE


Fino a pochi giorni fa, GrapheneOS riteneva che i Pixel 11 non disponessero del supporto hardware necessario per l’MTE, una funzione di sicurezza pensata per individuare accessi illeciti alla memoria e contrastare vulnerabilità come buffer overflow e use-after-free. Per questo motivo il progetto aveva pubblicato un avviso che sconsigliava l’acquisto dei nuovi Pixel a chi cercava un dispositivo pienamente compatibile con GrapheneOS.

La svolta grazie ad Android 17 QPR2 Beta 4


La situazione è cambiata dopo l’analisi della Beta 4 di Android 17 QPR2, rilasciata da Google per i Pixel 11. Gli sviluppatori di GrapheneOS hanno individuato riferimenti che confermano la presenza dell’hardware necessario per l’MTE, suggerendo che la funzione fosse semplicemente disattivata a livello software o firmware, e non assente dal punto di vista fisico.

Restano dubbi sulle prestazioni


Il ritrovamento non equivale però a una conferma di supporto ufficiale. Secondo gli sviluppatori, l’implementazione dell’MTE sui Pixel 11 potrebbe essere solo “minima”, con dubbi in particolare sulle prestazioni: la cache della CPU dedicata all’accelerazione dell’MTE sembrerebbe infatti ridotta rispetto ad altre soluzioni, il che potrebbe comportare un impatto significativo sulle performance quando la funzione viene attivata. Questo potrebbe anche spiegare perché Google abbia scelto di non attivarla di default nel firmware standard.

I test proseguono


Gli sviluppatori stanno ora testando metodi per aggirare le limitazioni software e abilitare l’MTE, ad esempio modificando l’allocazione della memoria all’avvio e utilizzando kernel personalizzati che ignorino i vincoli imposti dal firmware ufficiale. Solo al termine di questi test sarà possibile stabilire se i Pixel 11 potranno essere ufficialmente supportati da GrapheneOS.

Al momento nulla è ancora deciso, in un senso o nell’altro. Ma rispetto a pochi giorni fa, quando l’assenza di MTE sembrava escludere del tutto i Pixel 11, la situazione è decisamente migliorata per chi spera di poter installare GrapheneOS su questi dispositivi.

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Grml 2026.09 arriva con Linux 7.1.8 e nuove funzioni per il rescue Linux


Grml 2026.09, nome in codice “Hättiwaritätti”, è la nuova versione della distribuzione Linux live basata sui pacchetti di Debian 14 “Forky”. Il progetto mantiene una caratteristica molto precisa: non vuole essere una normale distribuzione desktop, ma uno strumento portatile dedicato soprattutto ad amministratori di sistema, tecnici e utenti che devono intervenire su computer Linux. La [...

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Perché la batteria del Galaxy Z Fold 8 è più sicura? Samsung svela il nuovo silicio-carbonio


Con il Galaxy Z Fold 8, Samsung introduce per la prima volta su un proprio smartphone una batteria al silicio-carbonio, una tecnologia che promette una densità energetica superiore rispetto alle tradizionali batterie a base di grafite. Per gestire le criticità di questo materiale, l'azienda non si è limitata ad aggiungere silicio alla formula esistente, ma ha riprogettato l'intera struttura della batteria, dagli elettrodi fino a elettrolita e separatore. Il problema del silicio: più […]
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Con il Galaxy Z Fold 8, Samsung introduce per la prima volta su un proprio smartphone una batteria al silicio-carbonio, una tecnologia che promette una densità energetica superiore rispetto alle tradizionali batterie a base di grafite. Per gestire le criticità di questo materiale, l’azienda non si è limitata ad aggiungere silicio alla formula esistente, ma ha riprogettato l’intera struttura della batteria, dagli elettrodi fino a elettrolita e separatore.

Il problema del silicio: più capacità, ma anche più instabilità


Le batterie al silicio-carbonio condividono il principio di funzionamento delle comuni batterie agli ioni di litio, ma si differenziano per il materiale dell’elettrodo negativo. Il silicio permette di immagazzinare più ioni di litio rispetto alla grafite tradizionale, aumentando la capacità a parità di dimensioni. Il rovescio della medaglia è che il silicio si espande e si contrae in modo significativo durante i cicli di carica e scarica, un fenomeno che può accelerare il degrado della batteria e, nei casi peggiori, aumentare il rischio di cortocircuiti o surriscaldamento incontrollato.

Rivestimenti e doping per stabilizzare gli elettrodi


Per affrontare questo problema, Samsung ha rivestito le particelle di silicio-carbonio con uno speciale materiale a base di carbonio, riducendo la reattività del silicio e attenuando le variazioni di volume durante i cicli di ricarica. Sul lato dell’elettrodo positivo, oltre a un rivestimento dedicato, l’azienda ha applicato una tecnica di “doping”, introducendo elementi come alluminio, titanio e niobio nella struttura cristallina per renderla più stabile, limitando la formazione di microfratture e migliorando la stabilità superficiale alle alte tensioni.

Elettrolita e separatore ripensati da zero


Le modifiche non si fermano agli elettrodi: anche l’elettrolita include additivi speciali capaci di formare uno strato protettivo sulla superficie del silicio, riducendone ulteriormente la reattività. Il separatore tra i due elettrodi utilizza invece un materiale poroso pensato per garantire il passaggio degli ioni mantenendo al tempo stesso una buona stabilità termica. Molte di queste soluzioni sono state applicate soprattutto sul modello di punta Galaxy Z Fold 8 Ultra, mentre sul Galaxy Z Fold 8 standard l’ottimizzazione tiene conto degli spazi interni più ridotti tipici dei pieghevoli.

In arrivo anche su Galaxy S27 Ultra?


Secondo le indiscrezioni, questa tecnologia non resterà confinata al solo Galaxy Z Fold 8: anche la futura serie Galaxy S27 potrebbe adottare batterie al silicio-carbonio, in particolare sul modello Ultra, fermo da tempo a una capacità di 5.000mAh. Se la maggiore densità energetica venisse sfruttata senza aumentare le dimensioni del corpo, il Galaxy S27 Ultra potrebbe arrivare a circa 6.000mAh, con anche una ricarica più rapida.

Il lavoro di Samsung su elettrodi, elettrolita e separatore per il Galaxy Z Fold 8 rappresenta quindi un passo importante non solo per il modello pieghevole in sé, ma potenzialmente per l’intera gamma Galaxy dei prossimi anni, in un settore dove capacità e sicurezza devono necessariamente andare di pari passo.

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Tensor G6 divide gli utenti Pixel 11: cosa dovrà cambiare il futuro Tensor G7?


Il Tensor G6, il chip che equipaggia gli attuali Google Pixel 11, sta generando pareri contrastanti tra gli utenti. Se da un lato Google rivendica importanti miglioramenti rispetto al precedente Tensor G5 su navigazione web, apertura delle app ed elaborazione legata al machine learning, dall'altro le prestazioni pure e quelle in ambito gaming restano indietro rispetto ai chip concorrenti di fascia alta. Efficienza sì, ma non tutti sono convinti Un sondaggio condotto da Android Authority […]
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Il Tensor G6, il chip che equipaggia gli attuali Google Pixel 11, sta generando pareri contrastanti tra gli utenti. Se da un lato Google rivendica importanti miglioramenti rispetto al precedente Tensor G5 su navigazione web, apertura delle app ed elaborazione legata al machine learning, dall’altro le prestazioni pure e quelle in ambito gaming restano indietro rispetto ai chip concorrenti di fascia alta.

Efficienza sì, ma non tutti sono convinti


Un sondaggio condotto da Android Authority tra i propri lettori, con oltre 2.800 risposte, mostra un quadro diviso: il 30,5% degli utenti dichiara di preferire l’efficienza energetica rispetto alla potenza di calcolo, mentre il 34,3%, una quota leggermente superiore, vorrebbe invece prestazioni pure più elevate. Solo il 15,7% ritiene che il Tensor G6 abbia trovato un buon equilibrio tra le due esigenze.

Il dibattito tra prestazioni ed efficienza


Diversi utenti sostengono che, pur con prestazioni non al top, l’efficienza del Tensor G6 rappresenti comunque un aspetto positivo. Altri affermano di non essere infastiditi da un divario prestazionale rispetto alla concorrenza, mentre una parte dei rispondenti sottolinea come una maggiore potenza di base garantirebbe più margine nel tempo, anche senza puntare al primato assoluto nei benchmark. Circa un quinto degli intervistati preferisce attendere i risultati dei benchmark prima di esprimere un giudizio definitivo sul chip.

Per Tensor G7 il pubblico chiede più efficienza, non più potenza


Interessante anche il secondo sondaggio, dedicato alle aspettative sul futuro Tensor G7, che ha raccolto oltre 1.400 risposte: il 43% degli utenti chiede soprattutto maggiore efficienza energetica, contro il 30,3% che vorrebbe invece una CPU più veloce. Un dato che sorprende, considerando che proprio le prestazioni pure erano state la richiesta prevalente per il Tensor G6.

La strada tracciata da Google resta quella dell’IA e dell’efficienza


Il Tensor G6 conferma quindi la strategia di Google, più orientata verso funzioni di intelligenza artificiale e integrazione software che verso il primato nei benchmark puri. Una scelta che rende la valutazione dei Pixel 11 meno immediata rispetto a un semplice confronto numerico, ma che resta comunque sotto la lente di chi cerca anche prestazioni elevate in un flagship.

Resta ora da vedere come Google bilancerà queste richieste contrastanti nel prossimo Tensor G7, mantenendo la propria impronta orientata all’IA e all’efficienza, ma provando magari a colmare almeno in parte il divario di prestazioni pure segnalato da una parte consistente degli utenti Pixel.

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Xiaomi 18, in arrivo un accessorio a forma di chitarra che sfrutta il display secondario


Xiaomi potrebbe stupire ancora una volta con un accessorio a dir poco insolito per la futura serie Xiaomi 18 e per il pieghevole Xiaomi 18 Fold: un controller a forma di chitarra, ribattezzato "Pocket Guitar", pensato per interagire con il display secondario posizionato sul retro dei nuovi smartphone. Un controller ispirato a una chitarra L'accessorio, scoperto da uno sviluppatore analizzando codice interno e immagini di rendering di Xiaomi, si presenta come una sorta di cover pieghevole […]
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Xiaomi potrebbe stupire ancora una volta con un accessorio a dir poco insolito per la futura serie Xiaomi 18 e per il pieghevole Xiaomi 18 Fold: un controller a forma di chitarra, ribattezzato “Pocket Guitar”, pensato per interagire con il display secondario posizionato sul retro dei nuovi smartphone.

Un controller ispirato a una chitarra


L’accessorio, scoperto da uno sviluppatore analizzando codice interno e immagini di rendering di Xiaomi, si presenta come una sorta di cover pieghevole disponibile nei colori nero e rosso. Nella parte superiore sono presenti otto pulsanti numerati con cifre romane insieme a una croce direzionale, mentre nella parte inferiore si trovano pulsanti musicali e una serie di scanalature verticali che ricordano le corde di una chitarra.

Pensato per il display secondario posteriore


Un dettaglio particolarmente interessante è che i file di configurazione dell’accessorio sono salvati in una cartella denominata “subscreen”, segno che il Pocket Guitar non è un semplice gadget indipendente, ma è progettato per funzionare insieme al display secondario che Xiaomi integrerà sul retro dei propri smartphone di prossima generazione.

Collegamento Bluetooth e utilizzo con testi e accordi a schermo


Il Pocket Guitar si collegherebbe allo smartphone via Bluetooth, alimentato da una batteria interna. Durante l’uso, il display secondario verrebbe rivolto verso l’utente per mostrare testi e accordi dei brani, mentre i pulsanti numerati permetterebbero di selezionare gli accordi e le scanalature inferiori di simulare il movimento delle dita sulle corde. Croce direzionale e pulsanti musicali consentirebbero inoltre di cambiare traccia o navigare tra i menu senza dover toccare lo schermo dello smartphone.

Una funzione probabilmente limitata al mercato cinese


Un limite non da poco riguarda però la compatibilità software: l’accessorio sembra legato all’app di karaoke cinese Changba, necessaria sia per il collegamento sia per gli aggiornamenti firmware via OTA. Questo lascia pensare che, almeno nella sua forma attuale, il Pocket Guitar resterà un prodotto pensato principalmente per il mercato cinese, a meno di un adattamento software per un lancio internazionale.

Xiaomi non ha ancora confermato ufficialmente l’esistenza dell’accessorio, e i dettagli emersi finora derivano da codice interno e rendering non ufficiali. Se il collegamento con il display secondario della serie Xiaomi 18 e di Xiaomi 18 Fold sarà confermato, il Pocket Guitar potrebbe diventare un modo originale per sfruttare uno schermo finora destinato principalmente a notifiche rapide.

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POCO X8 Power: batteria monstre da 10.000mAh e 29 giorni di autonomia in standby


Il brand POCO di Xiaomi ha presentato POCO X8 Power, nuovo smartphone di fascia media che fa della batteria il suo punto di forza principale. Con una capacità di ben 10.000mAh, ricarica rapida da 100W e certificazione IP69K, il device non rinuncia però a un display AMOLED da 120Hz e a una fotocamera da 50 megapixel. Batteria da 10.000mAh e ricarica reverse da 27W Il cuore del prodotto è la batteria monstre da 10.000mAh, una capacità decisamente fuori dal comune per uno smartphone. Il […]
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Il brand POCO di Xiaomi ha presentato POCO X8 Power, nuovo smartphone di fascia media che fa della batteria il suo punto di forza principale. Con una capacità di ben 10.000mAh, ricarica rapida da 100W e certificazione IP69K, il device non rinuncia però a un display AMOLED da 120Hz e a una fotocamera da 50 megapixel.

Batteria da 10.000mAh e ricarica reverse da 27W


Il cuore del prodotto è la batteria monstre da 10.000mAh, una capacità decisamente fuori dal comune per uno smartphone. Il dispositivo supporta la ricarica rapida fino a 100W e può a sua volta erogare fino a 27W ad altri dispositivi, funzionando quindi anche come power bank d’emergenza. Secondo POCO, l’autonomia dichiarata arriva fino a 29 ore di streaming video, 45 ore di utilizzo di Instagram e ben 29 giorni in standby. Nonostante la batteria generosa, lo spessore si ferma a 8,65mm per un peso di 229 grammi, valori tutto sommato contenuti per la categoria.

Display AMOLED a 120Hz con picco di 3.500 nit


Il display da 6,83 pollici AMOLED supporta il refresh rate a 120Hz e raggiunge una luminosità di picco di 3.500 nit in HDR. La superficie è protetta da un vetro Corning Gorilla Glass Victus 2, mentre la certificazione IP69K assicura resistenza a polvere e acqua anche in condizioni gravose.

Snapdragon 6 Gen 5 e supporto software esteso


Sul fronte fotografico troviamo una fotocamera principale da 50 megapixel affiancata da un’ultragrandangolare da 8 megapixel, mentre anteriormente è presente un sensore selfie da 32 megapixel. A muovere il tutto è il processore Qualcomm Snapdragon 6 Gen 5, scelta adeguata per un dispositivo di fascia media. Il software parte da Android 16, con la promessa di almeno quattro major update e sei anni di aggiornamenti di sicurezza.

Prezzo in India da circa 349 dollari


POCO X8 Power debutta per il momento in India, con il modello da 8GB di RAM e 128GB di storage proposto a 32.999 rupie (circa 349 dollari), mentre la variante da 256GB sale a 35.999 rupie (circa 381 dollari). Non è ancora chiaro se e quando il dispositivo arriverà in altri mercati, Italia compresa. Con una batteria da 10.000mAh, ricarica da 100W, reverse charging e certificazione IP69K, POCO X8 Power si propone come una scelta particolarmente interessante per chi mette l’autonomia al primo posto.

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HONOR Magic 9 punta a uno zoom ottico record da 500mm grazie a un teleobiettivo esterno


La futura serie HONOR Magic 9 potrebbe introdurre un accessorio decisamente inusuale per uno smartphone: un teleobiettivo esterno equivalente a 500mm, capace di garantire uno zoom ottico di circa 20,8x. Se confermato, si tratterebbe del teleobiettivo più spinto mai proposto per uno smartphone. Vivo aveva aperto la strada con 200mm e 400mm Finora il segmento dei teleobiettivi esterni per smartphone era stato guidato da vivo, che con X200 Ultra aveva introdotto un accessorio equivalente a […]
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La futura serie HONOR Magic 9 potrebbe introdurre un accessorio decisamente inusuale per uno smartphone: un teleobiettivo esterno equivalente a 500mm, capace di garantire uno zoom ottico di circa 20,8x. Se confermato, si tratterebbe del teleobiettivo più spinto mai proposto per uno smartphone.

Vivo aveva aperto la strada con 200mm e 400mm


Finora il segmento dei teleobiettivi esterni per smartphone era stato guidato da vivo, che con X200 Ultra aveva introdotto un accessorio equivalente a 200mm, per poi arrivare a 400mm con X300 Ultra. Se le informazioni su HONOR Magic 9 fossero confermate, il nuovo accessorio supererebbe di ben 100mm il precedente record.

Fino a 41x di zoom combinando l’obiettivo con un sensore da 200MP


Secondo il leaker Digital Chat Station, che ha condiviso l’indiscrezione su Weibo, il teleobiettivo da 500mm equivalenti garantirebbe circa 20,8x di zoom ottico puro, contro il 16,6x del modello vivo da 400mm. A questo si aggiungerebbe un sensore tele da 200 megapixel: sfruttando il crop su un sensore ad alta risoluzione, lo zoom complessivo potrebbe arrivare fino a circa 1000mm equivalenti, ovvero 41,6x, seppur con qualità più vicina a uno zoom lossless che a uno zoom ottico puro. Si tratta comunque di indiscrezioni, e solo l’annuncio ufficiale potrà confermare qualità dell’immagine e ingrandimento reali.

Un accessorio ingombrante, pensato per un uso specifico


Un teleobiettivo da 500mm pone inevitabilmente sfide di dimensioni e peso: se già il modulo da 400mm di vivo X300 Ultra risultava piuttosto voluminoso, un accessorio ancora più lungo rischia di essere ingombrante da trasportare quotidianamente, con una distanza minima di messa a fuoco probabilmente di diversi metri. Più che un accessorio per la fotografia di tutti i giorni, sembra quindi destinato a un uso mirato, per riprese sportive, naturalistiche o di soggetti molto distanti, da affiancare alla fotocamera integrata per l’uso quotidiano.

Non solo fotocamere: grip, ventola e batteria da 8.000mAh


Secondo lo stesso leaker, Magic 9 potrebbe introdurre anche un’impugnatura fotografica dedicata, una fotocamera anteriore quadrata, una ventola di raffreddamento interna e una batteria da circa 8.000mAh abbinata a un piccolo display secondario. Le fotocamere principale e tele utilizzerebbero inoltre sensori da 200 megapixel sviluppati in collaborazione con il marchio cinematografico ARRI.

Se tutte queste indiscrezioni trovassero conferma, HONOR Magic 9 punterebbe a diventare uno smartphone con un comparto fotografico dedicato specificamente alle riprese a lunga distanza, ben oltre gli standard abituali del settore. Restano però da verificare dimensioni, peso, prezzo e qualità reale dell’accessorio.

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OPPO A7 Pro in arrivo l’11 settembre: batteria da 8.000mAh e certificazione IP69K


OPPO ha annunciato che presenterà in Cina l'11 settembre 2026 il nuovo A7 Pro, ultimo arrivato della serie A. In vista del lancio, l'azienda ha già diffuso alcune specifiche chiave, tra cui una batteria da ben 8.000mAh e una certificazione di resistenza IP69K. Batteria da 8.000mAh pensata per durare nel tempo Il dato più interessante riguarda proprio la capacità della batteria, che OPPO descrive come progettata per mantenere prestazioni stabili fino a sette anni di utilizzo. Una […]
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OPPO ha annunciato che presenterà in Cina l’11 settembre 2026 il nuovo A7 Pro, ultimo arrivato della serie A. In vista del lancio, l’azienda ha già diffuso alcune specifiche chiave, tra cui una batteria da ben 8.000mAh e una certificazione di resistenza IP69K.

Batteria da 8.000mAh pensata per durare nel tempo


Il dato più interessante riguarda proprio la capacità della batteria, che OPPO descrive come progettata per mantenere prestazioni stabili fino a sette anni di utilizzo. Una capacità particolarmente generosa per uno smartphone, che promette una lunga autonomia anche con un uso intensivo per gaming o streaming video.

Resistenza IP69K e struttura rinforzata


Sul fronte della robustezza, A7 Pro adotta la certificazione IP69K, pensata per resistere non solo all’immersione in acqua ma anche a condizioni ambientali più estreme. A questo si aggiunge la tecnologia proprietaria “Ultra-Damping Diamond Architecture”, che punta a migliorare la resistenza agli urti quotidiani rinforzando struttura interna e scocca. Il design posteriore presenta una texture a onde e un modulo fotocamere verticale, con uno stile che ricorda il recente vivo S2 lanciato in India.

ColorOS 16 e funzioni anti-truffa basate su IA


Il pannello, di tipo OLED ad alta definizione, punta a offrire una buona esperienza visiva per video e giochi, mentre il software si basa su ColorOS 16, con la promessa di prestazioni fluide anche dopo un uso prolungato. Non mancano funzioni di sicurezza basate su intelligenza artificiale per il rilevamento di truffe e una protezione rafforzata per i trasferimenti di denaro effettuati dallo smartphone.

Le specifiche emerse dal database TENAA


  • Display: 6,57″ AMOLED, risoluzione 2372×1080 pixel, oltre 1 miliardo di colori
  • CPU octa-core fino a 2,4GHz
  • RAM: 6 o 8GB, storage 128/256/512GB, espandibile fino a 2TB con T-Flash
  • Fotocamera posteriore da 50MP, anteriore da 8MP
  • Sblocco tramite impronta in-display e riconoscimento facciale
  • Batteria da 7.820mAh nominali (8.000mAh dichiarati), dimensioni 159,1×75,8×8,8mm, peso 205g

Il modello, identificato nel database cinese TENAA con la sigla PYE130, non è ancora stato confermato ufficialmente come A7 Pro, ma le specifiche coincidono in modo significativo. La presentazione ufficiale dell’11 settembre dovrebbe chiarire anche il chip utilizzato, la velocità di ricarica e il prezzo di vendita.

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Quick Share compatibile con AirDrop: la funzione arriva anche su Pixel 7 e Pixel 8?


La compatibilità tra Quick Share e AirDrop di Apple, finora riservata ai Pixel più recenti, potrebbe presto estendersi anche a Pixel 7 e Pixel 8. Diversi utenti di questi due modelli, usciti rispettivamente nel 2022 e nel 2023, segnalano infatti di aver ricevuto una notifica che annuncia il supporto alla nuova funzione. Una funzione nata con Pixel 10 La compatibilità tra Quick Share e AirDrop, che permette di scambiare file direttamente tra dispositivi Android e iPhone, era stata […]
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La compatibilità tra Quick Share e AirDrop di Apple, finora riservata ai Pixel più recenti, potrebbe presto estendersi anche a Pixel 7 e Pixel 8. Diversi utenti di questi due modelli, usciti rispettivamente nel 2022 e nel 2023, segnalano infatti di aver ricevuto una notifica che annuncia il supporto alla nuova funzione.

Una funzione nata con Pixel 10


La compatibilità tra Quick Share e AirDrop, che permette di scambiare file direttamente tra dispositivi Android e iPhone, era stata introdotta nell’autunno 2025 a partire dalla serie Pixel 10. Il supporto era poi stato esteso ai Pixel 8a e, più di recente, ai nuovi Pixel 11, lasciando fuori i modelli precedenti.

Le notifiche non garantiscono ancora un funzionamento perfetto


Ora, però, diversi possessori di Pixel 7 e Pixel 8 riferiscono di aver visto comparire un avviso relativo proprio al supporto AirDrop. Alcuni utenti segnalano però che, nonostante la notifica, lo scambio di file con dispositivi Apple non funziona ancora correttamente: un indizio che farebbe pensare a un rilascio ancora in fase di test piuttosto che a un’attivazione già completa, e che potrebbe richiedere uno specifico aggiornamento software per essere pienamente operativa.

Anche Pixel Tablet coinvolto nell’espansione


Nei giorni scorsi era già emerso che anche il Pixel Tablet avesse iniziato a ricevere la stessa funzionalità. Se la tendenza fosse confermata, Google starebbe quindi estendendo gradualmente il supporto AirDrop anche ai dispositivi meno recenti del proprio catalogo.

Al momento Google non ha annunciato ufficialmente l’arrivo della funzione su Pixel 7 e Pixel 8, e non è chiaro se le notifiche viste dagli utenti anticipino un rilascio imminente o riguardino solo un gruppo ristretto di persone. Resta comunque una buona notizia per chi possiede questi modelli e desidera condividere più facilmente foto e video con utenti iPhone.

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Snapdragon 8 Elite Extreme Gen 6, confermate le frequenze da record oltre i 5GHz


Nuovi dettagli sullo Snapdragon 8 Elite Extreme Gen 6, il prossimo chip di punta di Qualcomm, arrivano questa volta non da un benchmark online ma direttamente da un dispositivo di riferimento (QRD) utilizzato dall'azienda per i propri test interni. Le informazioni, diffuse da un leaker che pubblica regolarmente contenuti relativi ai QRD Qualcomm, confermano configurazione della CPU e frequenze di clock già ipotizzate nelle scorse settimane. CPU a tre cluster, punta massima a oltre […]
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Nuovi dettagli sullo Snapdragon 8 Elite Extreme Gen 6, il prossimo chip di punta di Qualcomm, arrivano questa volta non da un benchmark online ma direttamente da un dispositivo di riferimento (QRD) utilizzato dall’azienda per i propri test interni. Le informazioni, diffuse da un leaker che pubblica regolarmente contenuti relativi ai QRD Qualcomm, confermano configurazione della CPU e frequenze di clock già ipotizzate nelle scorse settimane.

CPU a tre cluster, punta massima a oltre 5GHz


Secondo gli screenshot condivisi, la CPU è composta da otto core suddivisi in tre cluster: un primo gruppo di tre core capace di arrivare fino a 3,744GHz, un secondo gruppo di tre core che tocca i 4,032GHz, e infine due core di punta che raggiungono l’eccezionale valore di 5,068GHz. Questi numeri sono in linea con quanto già emerso il mese scorso su Geekbench, dove la stessa configurazione 2+3+3 aveva fatto segnare un massimo di 5,01GHz, con uno scarto inferiore ai 60MHz probabilmente dovuto a differenze tra esemplari ancora in fase di sviluppo.

GPU Adreno 850 a 1,45GHz


Sul fronte grafico, i dati confermano l’adozione della GPU Adreno 850, coerentemente con quanto già trapelato in precedenza. Anche se questa volta la frequenza operativa della GPU non risulta tra i dati raccolti, Qualcomm ha già dichiarato che il nuovo comparto grafico opererà a 1,45GHz.

Anche il chip fisico è stato fotografato


Ad accompagnare i dati software, sono emerse anche fotografie di un dispositivo di riferimento smontato, con la scheda madre parzialmente oscurata per motivi di riservatezza ma con un componente identificabile come il chip Snapdragon 8 Elite Extreme Gen 6.

Lo Snapdragon 8 Elite Extreme Gen 6, insieme alla variante standard Snapdragon 8 Elite Gen 6, sarà presentato ufficialmente allo Snapdragon Summit di questo mese. Con la conferma della configurazione 2+3+3, delle frequenze oltre i 5GHz e dell’Adreno 850, l’attesa per i benchmark ufficiali e per i primi smartphone che monteranno il nuovo chip cresce ulteriormente.

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Galaxy S27, spuntano i primi test con lo Snapdragon ancora inedito


Mentre Samsung continua a lavorare sulla prossima serie Galaxy S27, sono emersi indizi che confermerebbero test già avviati con il futuro chip di punta di Qualcomm, ancora non annunciato ufficialmente. Alcuni screenshot trapelati da un portale interno dedicato ai progetti di sviluppo mostrano diverse sigle riconducibili proprio a Galaxy S27 abbinate al nuovo SoC, identificato con la sigla SM8975. Verifiche in corso per tre mercati diversi I progetti individuati sono tre: uno destinato […]
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Mentre Samsung continua a lavorare sulla prossima serie Galaxy S27, sono emersi indizi che confermerebbero test già avviati con il futuro chip di punta di Qualcomm, ancora non annunciato ufficialmente. Alcuni screenshot trapelati da un portale interno dedicato ai progetti di sviluppo mostrano diverse sigle riconducibili proprio a Galaxy S27 abbinate al nuovo SoC, identificato con la sigla SM8975.

Verifiche in corso per tre mercati diversi


I progetti individuati sono tre: uno destinato all’area Asia-Pacifico, uno per la Corea del Sud e uno specifico per l’operatore statunitense Verizon. In tutti i casi viene utilizzato il nome in codice interno “Snapdragon_Premium_High_2026”, che Qualcomm impiega per il proprio prossimo chip di fascia altissima. La presenza di un progetto dedicato a Verizon suggerisce che siano già in corso verifiche legate alla certificazione delle reti negli Stati Uniti.

SM8975 sarebbe lo Snapdragon 8 Elite Extreme Gen 6


Il chip SM8975 è ritenuto la sigla interna dello Snapdragon 8 Elite Extreme Gen 6, il SoC più performante della nuova generazione Qualcomm, che dovrebbe debuttare ufficialmente allo Snapdragon Summit in programma alle Hawaii dal 22 al 24 settembre, insieme alla versione standard Snapdragon 8 Elite Gen 6. Samsung non ha confermato quale chip equipaggerà i Galaxy S27, ma l’esistenza di test su hardware reale suggerisce una valutazione già avanzata del nuovo processore.

Sviluppo più avanzato del previsto


Il dettaglio più interessante è la presenza di più progetti paralleli, uno per ciascuna area geografica: solitamente questa fase segue le prime verifiche hardware di base e precede l’adattamento a reti e certificazioni locali. Se confermato, questo indicherebbe che lo sviluppo dei Galaxy S27, attesi nel primo trimestre del 2027, è già arrivato a uno stadio piuttosto concreto, anche se non è detto che l’SM8975 sia il chip definitivo scelto per il lancio commerciale.

Nei prossimi mesi potrebbero emergere ulteriori indizi, come benchmark o differenze regionali nella scelta del processore, che aiuteranno a capire meglio la direzione intrapresa da Samsung per la prossima generazione di flagship.

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Nothing OS 5.1: il tasto Essential Key diventa finalmente personalizzabile


Nothing ha svelato alcune novità sul futuro del proprio software: con Nothing OS 5.1, gli utenti potranno finalmente riassegnare le funzioni del tasto Essential Key, mentre per il 2027 è già in programma un aggiornamento più corposo, Nothing OS 6.0. L'annuncio arriva mentre l'azienda si prepara al rilascio definitivo di Nothing OS 5.0, basato su Android 17. Il tasto Essential Key sarà rimappabile Ad oggi il tasto Essential Key, presente sui modelli più recenti del produttore […]
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Nothing ha svelato alcune novità sul futuro del proprio software: con Nothing OS 5.1, gli utenti potranno finalmente riassegnare le funzioni del tasto Essential Key, mentre per il 2027 è già in programma un aggiornamento più corposo, Nothing OS 6.0. L’annuncio arriva mentre l’azienda si prepara al rilascio definitivo di Nothing OS 5.0, basato su Android 17.

Il tasto Essential Key sarà rimappabile


Ad oggi il tasto Essential Key, presente sui modelli più recenti del produttore britannico, serve principalmente per richiamare Essential Space e salvare rapidamente contenuti. Da tempo, però, parte della community chiedeva la possibilità di assegnargli funzioni diverse, come l’apertura della fotocamera o l’accensione della torcia, e in molti avevano già trovato metodi non ufficiali per farlo. Con Nothing OS 5.1 questa personalizzazione diventerà finalmente ufficiale, rendendo il tasto molto più versatile e adattabile alle abitudini di ciascun utente.

Nothing OS 6.0 atteso nel 2027


Nothing ha inoltre confermato che nel 2027 arriverà un aggiornamento più ampio, Nothing OS 6.0, del quale al momento non sono stati rivelati dettagli tecnici. L’azienda ha dichiarato di voler raccogliere il feedback della community, sia online che negli eventi dal vivo, per orientare lo sviluppo della nuova versione.

Nothing Phone 1 e Phone 2 restano esclusi


Prima di tutto, però, arriverà la versione definitiva di Nothing OS 5.0, attualmente in beta su Nothing Phone 3 e con debutto stabile previsto per metà ottobre. Il primo Nothing Phone 1 e il Nothing Phone 2 non riceveranno questo aggiornamento, e di conseguenza è improbabile che vedano anche le successive Nothing OS 5.1 e 6.0.

La possibilità di rimappare ufficialmente l’Essential Key rappresenta comunque una delle richieste più sentite dagli utenti Nothing, ed è destinata a rendere l’esperienza d’uso dei device più recenti ancora più personalizzabile.

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Motorola Moto G Play (2026) certificato in Giappone: lo smartphone entry level sbarca anche lì


Il Motorola Moto G Play (2026), già disponibile in diversi mercati internazionali come smartphone entry level della gamma moto g, ha ottenuto la certificazione dell'ente internazionale IECEE. Tra le informazioni pubblicate compare la sigla "JP", riferita al Giappone, il che rende molto probabile un lancio anche nel mercato nipponico. La certificazione indica esplicitamente il Giappone Il documento, datato 2 settembre 2026, riporta la categoria di prodotto "telefono cellulare mobile" e […]
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Il Motorola Moto G Play (2026), già disponibile in diversi mercati internazionali come smartphone entry level della gamma moto g, ha ottenuto la certificazione dell’ente internazionale IECEE. Tra le informazioni pubblicate compare la sigla “JP”, riferita al Giappone, il che rende molto probabile un lancio anche nel mercato nipponico.

La certificazione indica esplicitamente il Giappone


Il documento, datato 2 settembre 2026, riporta la categoria di prodotto “telefono cellulare mobile” e Motorola Mobility LLC come produttore. Tra i modelli elencati figurano le sigle XT2615-1, XT2615-2, XT2615-3 e XT2615V, tutte riconducibili al Moto G Play (2026) già commercializzato all’estero. Nella sezione dedicata alle differenze nazionali compare proprio la voce “JP”, segno che il dispositivo è stato valutato secondo gli standard di sicurezza giapponesi in vista di un possibile lancio locale.

Batteria da 5.100mAh e ricarica rapida da 20W


Dalla documentazione emerge anche la capacità della batteria, pari a 5.100mAh, con supporto alla ricarica rapida fino a 20W.

Le specifiche della versione internazionale


  • Processore: MediaTek Dimensity 6300
  • Display: 6,7″ HD+ (1604×720 pixel), 120Hz, Corning Gorilla Glass 3
  • Memoria: 4GB RAM / 64GB (espandibile con microSD)
  • Fotocamera principale: 32MP (f/2.2)
  • Fotocamera anteriore: 8MP (f/2.0)
  • Batteria: 5.100mAh, ricarica rapida 20W
  • Software: Android 16
  • Altro: jack da 3,5mm, lettore impronte laterale, design resistente agli spruzzi, 5G

Il mercato degli smartphone economici resta molto sentito anche in Giappone, dove la serie moto g gode di un seguito consolidato. Finora il Moto G Play era rimasto un prodotto prevalentemente internazionale: con questa certificazione, un debutto locale appare sempre più concreto, anche se restano da conoscere data di lancio e prezzo ufficiale.

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Grml 2026.09: la distribuzione GNU/Linux per amministratori di sistema basata su Debian 14 “Forky” e kernel Linux 7.1


Grml 2026.09 è la nuova versione della distribuzione GNU/Linux Live Grml pensata per i professionisti IT che necessitano di uno strumento avanzato per operazioni di manutenzione, diagnostica e recupero. Grml è una distribuzione GNU/Linux...

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LibreOffice 26.8 supera il milione di download nella prima settimana


LibreOffice 26.8 registra oltre un milione di download nella prima settimana, stabilendo un nuovo record per la suite open sourceL'articolo "LibreOffice 26.8 supera il milione di download nella prima settimana" proviene da Linux Easy.
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Nomad semplifica il backup di Linux anche quando si cambia distribuzione


Nomad semplifica il backup e il ripristino di pacchetti, Flatpak e file personali su Linux, anche quando si cambia distribuzione o computerL'articolo "Nomad semplifica il backup di Linux anche quando si cambia distribuzione" proviene da Linux Easy.
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Canonical Rilascia Ubuntu 26.10 Snapshot 3, novità e download


Ubuntu 26.10 Snapshot 3 è disponibile per i test: GNOME 51, Linux 7.2 e numerosi aggiornamenti avvicinano la beta di Stonking StingrayL'articolo "Canonical Rilascia Ubuntu 26.10 Snapshot 3, novità e download" proviene da Linux Easy.
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Smart Video Processor automatizza la gestione di film e serie TV su Linux


Smart Video Processor automatizza la gestione di film e serie TV su Linux, con rinomina, metadati, sottotitoli, artwork e conversione videoL'articolo "Smart Video Processor automatizza la gestione di film e serie TV su Linux" proviene da Linux Easy.
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GoCaracal: Dark Caracal nasconde il comando e controllo dentro un contratto Ethereum


Il gruppo di cyberspionaggio libanese Dark Caracal ha dotato il suo nuovo impianto Go, GoCaracal, di un canale di fallback che legge l'indirizzo del server C2 di backup da uno smart contract Ethereum. Colpita finora l'America Latina, a partire da un operatore telecom venezuelano.
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Quando un centro operativo di comando e controllo viene sequestrato o messo offline dalle forze dell’ordine, per la maggior parte dei malware è la fine della partita. Non per GoCaracal. Il nuovo impianto scritto in Go attribuito a Dark Caracal, il gruppo di cyberspionaggio legato ai servizi di sicurezza libanesi, ha risolto il problema in un modo che gli analisti definiscono “operativamente elegante”: quando il server primario non risponde, il malware si rivolge a un nodo pubblico della rete Ethereum, legge un indirizzo aggiornato da uno smart contract e riprende a comunicare come se nulla fosse successo. Nessun dominio da riregistrare, nessun IP da far circolare sui forum: basta una transazione sulla blockchain.

Chi è Dark Caracal


Dark Caracal non è un nome nuovo nel panorama del cyberspionaggio. Il gruppo, con un’attribuzione a confidenza media al Lebanese General Directorate of General Security, è attivo almeno dal 2012 ed è stato documentato per la prima volta pubblicamente nel 2018 in una ricerca congiunta di Lookout ed EFF che ne svelò le operazioni contro giornalisti, avvocati, attivisti, militari e istituzioni governative in decine di Paesi. Da allora l’infrastruttura si è spostata più volte, ma la firma resta riconoscibile: il malware Windows Bandook, sviluppato originariamente da un attore commerciale libanese, riutilizzato in campagne mirate con loader Delphi e lure a tema documentale.

Negli ultimi mesi il gruppo ha spostato l’attenzione verso l’America Latina, con un’infezione confermata ai danni di un operatore delle telecomunicazioni in Venezuela nel giugno 2026 e tracce correlate — con confidenza da bassa a moderata — in Brasile, Ecuador, Cile, Colombia, El Salvador e Uruguay. Il vettore d’ingresso è coerente con il modus operandi storico del gruppo: email di phishing a tema fiscale e finanziario, in lingua spagnola, con allegati SVG che nascondono un URL abbreviato codificato in Base64.

Un framework a due velocità


GoCaracal esiste in due varianti, sviluppate secondo una timeline che gli analisti di Arctic Wolf hanno ricostruito in quattro fasi tra gennaio e luglio 2026. La prima è una versione “lightweight”, pensata per il primo insediamento: usa un protocollo a pacchetti personalizzato cifrato con AES-GCM, effettua host profiling, scarica payload aggiuntivi ed esegue shell remote e shellcode injection. La seconda, “estesa”, è il vero e proprio impianto di spionaggio a lungo termine: conta 34 gestori di comandi distinti che coprono raccolta di credenziali dai browser (Chrome, Brave, Firefox), keylogging, accesso desktop remoto via WebRTC, funzionalità proxy SOCKS5 per il movimento laterale e meccanismi di persistenza basati su registro di sistema.

Il payload della catena d’infezione arriva tipicamente come archivio 7-Zip distribuito da un’infrastruttura di staging — nei casi osservati, il dominio getpdfdigital[.]cloud — che eroga un eseguibile con nome esca del tipo tf-oficina004a9.exe. Un dettaglio che conferma quanto Dark Caracal continui a puntare su ingegneria sociale a basso costo piuttosto che su exploit costosi: la sofisticazione del gruppo non è nella fase di delivery, ma in ciò che succede dopo che la vittima ha già cliccato.

BulletproofC2: la resilienza scritta sulla blockchain


La parte più interessante, dal punto di vista tecnico, è il meccanismo di fallback introdotto nell’estate 2026. Quando i tentativi di connessione ai server C2 primari falliscono ripetutamente, l’impianto interroga direttamente un nodo RPC pubblico della rete Ethereum ed esegue una chiamata eth_getStorageAt su uno smart contract battezzato dagli analisti BulletproofC2, distribuito il 20 maggio 2026. Il contratto funge da semplice registro: memorizza uno o più indirizzi di server di backup, che l’operatore può aggiornare in qualsiasi momento inviando una transazione dal proprio wallet.

Il vantaggio per l’attaccante è evidente. Un dominio C2 può essere sequestrato da un registrar, un IP può essere bloccato da un provider di hosting, ma uno smart contract su Ethereum è immutabile una volta deployato, pubblicamente leggibile da chiunque disponga di un nodo RPC (anche gratuito) e non richiede infrastruttura dedicata per essere consultato — il traffico si confonde con il normale rumore di fondo delle applicazioni Web3. Per un difensore, distinguere una query legittima a un nodo Ethereum da una chiamata di un impianto malevolo che cerca il proprio server di backup è tutt’altro che banale, specialmente in ambienti aziendali dove il traffico verso provider RPC pubblici non è insolito.

Non è la prima volta che un gruppo criminale sperimenta con la blockchain per la resilienza del C2 — tecniche simili, note come “dead drop resolver” basati su blockchain, sono state osservate in passato in campagne di crimine informatico più ampio — ma l’adozione da parte di un attore di cyberspionaggio state-adjacent come Dark Caracal segna un salto di maturità operativa che vale la pena monitorare da vicino.

Due righe per i difensori


Per i team di detection, la lezione principale è che il blocco dei soli indicatori di rete tradizionali (domini, IP) non basta più contro attori che dispongono di un canale di ripristino fuori dal controllo di chiunque non sia l’operatore. Le raccomandazioni pratiche includono:

  • Bloccare o ispezionare in sandbox gli allegati SVG nelle email in ingresso, specialmente se contengono URL codificati in Base64 o reindirizzamenti verso domini di recente registrazione;
  • Monitorare le comunicazioni verso endpoint RPC pubblici di Ethereum (Infura, Alchemy, nodi self-hosted) da host che non hanno ragione di interagire con la blockchain, e in particolare chiamate eth_getStorageAt ripetute verso lo stesso indirizzo di contratto;
  • Applicare le regole YARA pubblicate da Arctic Wolf per la variante lightweight e integrare gli hash SHA-256 noti nei propri strumenti EDR;
  • Rafforzare la formazione degli utenti su phishing a tema fiscale/finanziario, il vettore d’ingresso preferito dal gruppo da oltre un decennio;
  • Per le organizzazioni in America Latina — settore telecomunicazioni in particolare — innalzare il livello di allerta e verificare retroattivamente i log DNS per le risoluzioni verso i domini di staging noti.

Il set completo di indicatori di compromissione, incluse le regole YARA aggiornate, è riservato ai clienti di Arctic Wolf; di seguito riportiamo gli indicatori resi pubblici.

Indicatori di compromissione (IoC)

# Hash SHA-256
GoCaracal (lightweight): 1E499C815146124C4A6D2B48C99068B980AD74E1A2CFD16013F8D75A9425A0CA
GoCaracal (lightweight): 77F7AD29F4A8037EE5F38D3D87FB91CFD97CB8F7FA7883EDF3FCE506DF5200C0
GoCaracal (extended):    8C03D072DF2E1BF14B0C00A8AB99834138C8B69F301849BF09CB44394E916015
Delphi loader:           0A6DA70548F14834ACB8960689A589B48FF422F8385AE445A281AAB77045FE22

# Domini C2 / staging
getpdfdigital[.]cloud
getpdf[.]digital
visualizarpdf[.]online
contabilidad[.]icu
soportedigital[.]cloud
documentodigital[.]cloud
gestionadocs[.]me

# IP C2 (selezione)
109.120.187.217
109.172.95.121
138.124.112.213
138.124.14.130
176.124.220.153
185.125.101.181
185.96.80.110
185.96.80.54
193.233.245.52

# Smart contract Ethereum (fallback C2)
Contratto:  BulletproofC2
Indirizzo:  0x03D605f13A74Bfb6149078122FcF62BD6d8799d8
Deploy:     20 maggio 2026
Wallet operatore: 0x7D321FE277f8c25aaC14aF1BA3Fc34953242052F

# Payload noto
tf-oficina004a9.exe (archivio 7-Zip)

Fonti: Arctic Wolf, The Hacker News, SC World, Security Affairs.
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Cronologia Bash su Linux: HISTFILE, HISTTIMEFORMAT e scorciatoie per sistemisti


Guida pratica alla configurazione avanzata della cronologia Bash: variabili HISTFILE, HISTTIMEFORMAT e HISTCONTROL, sincronizzazione tra terminali multipli e scorciatoie da tastiera per sistemisti Linux.
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Chiunque amministri sistemi Linux passa gran parte della giornata dentro una shell, e la cronologia dei comandi (history) è probabilmente lo strumento più usato e meno conosciuto a fondo. Sappiamo tutti premere la freccia su o lanciare Ctrl+R, ma pochi sfruttano davvero le variabili che controllano cosa viene salvato, come viene formattato e come sincronizzarlo tra più terminali aperti in contemporanea. Vediamo come portare la gestione della cronologia Bash a un livello professionale, con configurazioni pronte per essere messe in produzione su server multi-utente.

Le variabili che governano la cronologia


Bash tiene traccia dei comandi in due posti distinti: la memoria della sessione corrente e il file su disco (di default ~/.bash_history). Questa distinzione è la fonte di gran parte della confusione quando si lavora con più terminali aperti, quindi vale la pena chiarirla subito con le variabili che la controllano.

HISTSIZE e HISTFILESIZE


HISTSIZE stabilisce quanti comandi restano in memoria durante la sessione attiva, mentre HISTFILESIZE determina quante righe vengono conservate nel file su disco. Sono due limiti indipendenti: si può avere una sessione “leggera” con poche centinaia di comandi in memoria ma un archivio storico molto più ampio su disco.

export HISTSIZE=10000
export HISTFILESIZE=20000

Impostare un valore negativo (o vuoto) rende la cronologia illimitata: sconsigliato su sistemi condivisi, dove un file di history che cresce senza controllo può diventare un problema sia di spazio che di sicurezza.

HISTFILE


HISTFILE indica dove viene scritta la cronologia. Il default è ~/.bash_history, ma è possibile ridirigerla altrove, ad esempio per tenere una history separata per progetto o per sessioni di audit:

export HISTFILE="$HOME/.bash_history_$(date +%Y%m)"

HISTTIMEFORMAT: i timestamp che quasi nessuno abilita


Per impostazione predefinita, history non mostra quando un comando è stato eseguito. Abilitare i timestamp con HISTTIMEFORMAT è probabilmente l’impostazione a più alto rapporto beneficio/sforzo di questo articolo, specialmente in fase di troubleshooting: sapere che un comando è stato lanciato tre minuti prima di un incidente è un’informazione preziosa.

export HISTTIMEFORMAT="%F %T  "

Con questa impostazione, history | grep nginx restituirà righe del tipo:
1042  2026-09-03 10:14:02  systemctl reload nginx

Un dettaglio tecnico da tenere a mente: il timestamp viene registrato internamente come epoch Unix ad ogni comando, ma diventa visibile solo se HISTTIMEFORMAT è impostato prima che i comandi vengano eseguiti. Se lo si abilita a metà sessione, i comandi precedenti non avranno un timestamp recuperabile.

HISTCONTROL: cosa non salvare


HISTCONTROL filtra cosa entra in cronologia:

  • ignorespace – esclude i comandi che iniziano con uno spazio (utile per non salvare comandi con password o token inline)
  • ignoredups – salta i duplicati consecutivi
  • ignoreboth – combina entrambi i comportamenti precedenti
  • erasedups – rimuove tutte le occorrenze precedenti di un comando ripetuto, non solo quelle consecutive


export HISTCONTROL=ignoreboth

Il trucco di ignorespace è particolarmente utile: basta digitare un comando con uno spazio iniziale (es. curl -H "Authorization: Bearer xyz..." ...) per evitare che token o credenziali finiscano nel file di history in chiaro.

HISTIGNORE: filtrare per pattern


HISTIGNORE permette di escludere dalla cronologia comandi ricorrenti e poco utili come ls, cd o pwd. Attenzione: i pattern ancorano l’inizio della riga e devono corrispondere all’intero comando, quindi vanno elencati esplicitamente anche gli argomenti comuni.

export HISTIGNORE="ls:ll:la:cd:cd -:pwd:exit:date:clear:history"

Le opzioni della shell: histappend e histverify


Due shopt completano la configurazione di base. La prima è quasi obbligatoria su qualunque sistema con più terminali:

shopt -s histappend

Senza histappend, Bash sovrascrive il file HISTFILE alla chiusura della shell con il contenuto della sessione corrente, perdendo i comandi salvati da altri terminali chiusi nel frattempo. Con histappend attivo, ogni sessione aggiunge in coda invece di sovrascrivere.

La seconda opzione utile è histverify, che intercetta le espansioni di history (come !! o !497) e le mostra sul prompt per una conferma, invece di eseguirle immediatamente:

shopt -s histverify

Questo piccolo accorgimento evita un classico incidente: digitare !42 pensando che sia un comando innocuo e scoprire, dopo l’esecuzione, che il comando numero 42 era un rm -rf lanciato ore prima in un altro contesto.

Sincronizzare la cronologia tra terminali multipli


Per chi lavora con molte finestre o sessioni tmux/screen aperte in parallelo, il comportamento di default di Bash è frustrante: ogni shell scrive la propria history solo alla chiusura, quindi i comandi digitati in un terminale non sono visibili negli altri finché non li si chiude esplicitamente.

La soluzione è agganciare la scrittura e la ricarica della history a PROMPT_COMMAND, che Bash esegue prima di ogni visualizzazione del prompt:

PROMPT_COMMAND="history -a; history -c; history -r${PROMPT_COMMAND:+; $PROMPT_COMMAND}"

Scomponendo la sequenza:
  • history -a – accoda immediatamente su disco i nuovi comandi della sessione
  • history -c – svuota la lista in memoria della sessione corrente
  • history -r – ricarica in memoria l’intero file, inclusi i comandi scritti da altre sessioni

Il risultato: la freccia su e Ctrl+R attingono a una cronologia condivisa e aggiornata quasi in tempo reale tra tutti i terminali aperti. Il costo è un piccolo overhead ad ogni prompt, generalmente trascurabile salvo file di history molto grandi; in quel caso è preferibile una variante più leggera con history -n, che legge solo le righe nuove invece di ricaricare l’intero file:

PROMPT_COMMAND="history -a; history -n${PROMPT_COMMAND:+; $PROMPT_COMMAND}"

Comandi di gestione della history


Oltre alle variabili di ambiente, il builtin history offre diverse operazioni utili in amministrazione quotidiana:

# Mostra tutta la cronologia con numerazione
history

# Ultimi 20 comandi
history 20

# Cerca nella cronologia
history | grep nginx

# Scrive subito su disco la sessione corrente
history -a

# Elimina una riga specifica dalla memoria (es. riga 497)
history -d 497

# Elimina e persiste la rimozione sul file
history -d 497 && history -w

# Svuota completamente memoria e file
history -c && history -w

Per disabilitare temporaneamente la registrazione, ad esempio prima di digitare una password su un comando che non supporta variabili d’ambiente:
set +o history
# comandi non registrati qui
set -o history

Le scorciatoie da tastiera che valgono la pena imparare


Oltre al classico Ctrl+R per la ricerca incrementale, Bash espone un intero linguaggio di espansione della history, largamente sotto-utilizzato:

ScorciatoiaFunzione
!!Ripete l’ultimo comando
!$Ultimo argomento del comando precedente
!^Primo argomento del comando precedente
!*Tutti gli argomenti del comando precedente
!NEsegue il comando numero N
!stringaUltimo comando che inizia con “stringa”
!stringa:pMostra il comando senza eseguirlo (preview)
^vecchio^nuovoSostituisce e rilancia l’ultimo comando
Alt+.Richiama ciclicamente l’ultimo argomento dei comandi precedenti

!$ in particolare è utile più spesso di quanto sembri: dopo mkdir /var/log/miaapp, digitare cd !$ evita di riscrivere il percorso.

Ricerca interattiva avanzata con fzf


Per chi trova Ctrl+R limitante, fzf lo sostituisce con un fuzzy finder interattivo molto più potente:

sudo apt install fzf   # Debian/Ubuntu
eval "$(fzf --bash)"   # da aggiungere a ~/.bashrc

Una volta configurato, Ctrl+R apre un filtro interattivo con evidenziazione live: premendo Invio la prima volta il comando viene incollato sul prompt (non eseguito), permettendo di modificarlo prima del lancio effettivo.

Sicurezza: la history non è un controllo, è un log


Alcuni punti da tenere presenti quando si gestiscono cronologie su sistemi condivisi o in produzione:

  • Il file di history dovrebbe avere permessi restrittivi: chmod 600 ~/.bash_history
  • ignorespace nasconde un comando dalla history solo se lo spazio iniziale viene digitato manualmente: non è un meccanismo automatico
  • File di history su NFS o directory sincronizzate (Dropbox, syncthing, ecc.) possono esporre comandi sensibili a più host
  • La cronologia è auditabile dall’utente stesso ma non è un controllo di sicurezza: chiunque abbia accesso alla shell può disabilitarla con set +o history o cancellarla
  • Per un audit trail affidabile in produzione, la history di Bash va affiancata (non sostituita) da strumenti dedicati come auditd o da logging centralizzato della sessione shell


Configurazione completa consigliata


Riassumendo tutto quanto visto in un blocco pronto per ~/.bashrc:

# Configurazione History Bash
HISTSIZE=10000
HISTFILESIZE=20000
HISTTIMEFORMAT="%F %T  "
HISTCONTROL=ignoreboth
HISTIGNORE="ls:ll:la:cd:cd -:pwd:exit:date:clear:history"

shopt -s histappend
shopt -s histverify

# Sincronizza la cronologia tra terminali dopo ogni comando
PROMPT_COMMAND="history -a; history -c; history -r${PROMPT_COMMAND:+; $PROMPT_COMMAND}"

Dopo averla incollata, applicarla con:
source ~/.bashrc

Conclusione


La cronologia di Bash è uno di quegli strumenti che si usano per anni senza mai configurarli davvero. Pochi minuti spesi su HISTTIMEFORMAT, HISTCONTROL e la sincronizzazione via PROMPT_COMMAND trasformano un log grezzo e volatile in uno strumento di troubleshooting affidabile, specialmente su server dove si lavora regolarmente da più sessioni contemporanee. Per chi gestisce ambienti multi-utente, vale la pena ricordare che la history resta comunque uno strumento lato client: per l’audit reale servono log centralizzati indipendenti dalla volontà dell’utente.

Fonte originale: Master Linux Bash History with historyctl, HISTFILE, and Shortcuts – LinuxBlog.io

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Microsoft Purview DSPM: come ridurre l’esposizione dei dati prima di attivare Copilot


Cos'è la Data Security Posture Management di Microsoft Purview, come funziona il flusso discovery-assessment-remediation e perché è un passaggio da non saltare prima del rollout di Copilot su larga scala.
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Con l’adozione di Copilot che accelera dentro Microsoft 365, molti team IT si stanno scontrando con un problema che precede di anni l’AI generativa ma che l’AI generativa rende improvvisamente urgente: la sovraesposizione dei dati. File condivisi “a chiunque abbia il link” dimenticati su SharePoint anni fa, permessi ereditati mai ripuliti, cartelle OneDrive con dati finanziari accessibili a interi reparti. Finché a leggere quei file era un motore di ricerca aziendale poco usato, il rischio restava contenuto. Con un assistente AI che risponde a qualunque domanda pescando da tutto ciò a cui l’utente ha accesso, ogni permesso mal configurato diventa una potenziale fuga di informazioni istantanea. Microsoft Purview Data Security Posture Management (DSPM) nasce per rispondere proprio a questo scenario, e vale la pena capire cosa fa concretamente, prima di attivare Copilot su larga scala.

Cos’è DSPM e perché non è “un altro tool di compliance”


DSPM è il componente di Microsoft Purview dedicato a rispondere a quattro domande fondamentali sulla postura di sicurezza dei dati di un’organizzazione:

  • Che dati abbiamo? — discovery e classificazione automatica
  • Dove sono conservati? — mappatura di location e storage
  • Chi può accedervi?analisi dei pattern di accesso e permessi
  • Come sono protetti? — valutazione delle policy di protezione applicate

A differenza di un tool di compliance tradizionale che verifica la conformità a una normativa in un dato momento, DSPM è pensato per essere continuo: monitora costantemente lo stato dei dati sensibili in Microsoft 365, Azure e alcune piattaforme di terze parti, e traccia se l’esposizione migliora o peggiora nel tempo attraverso un grafico di trend a 30 giorni sulla dashboard principale.

Il flusso operativo: discovery, assessment, remediation


DSPM lavora attraverso cinque fasi concettuali:

  1. Discovery: individua informazioni sensibili — dati di payroll, codici fiscali, contratti, proprietà intellettuale, codice sorgente — usando classificatori integrati e sensitive information type basati su pattern matching (numeri di carte di credito, patenti, SSN, oltre a classificazioni personalizzate per record finanziari o contratti specifici dell’organizzazione)
  2. Assessment: valuta lo stato di crittografia, l’applicazione di etichette di sensibilità e i rischi di condivisione eccessiva
  3. Prioritizzazione: ordina i problemi rilevati per severità, in modo da affrontare prima gli elementi a rischio più alto
  4. Remediation: applica azioni correttive — etichette di sensibilità, riduzione dei permessi, creazione di policy DLP
  5. Monitoraggio continuo: verifica se l’esposizione dei dati migliora o peggiora nel tempo

Un punto tecnico che vale la pena chiarire subito, perché genera spesso confusione: DSPM individua l’esposizione, DLP la applica. DSPM è lo strumento di ricerca e scoperta — risponde a “dove abbiamo un problema” — mentre Data Loss Prevention è il livello che impone effettivamente restrizioni comportamentali una volta identificato il rischio. Non sono strumenti alternativi ma complementari, e DSPM può generare direttamente raccomandazioni per creare o affinare policy DLP.

Le funzionalità chiave

Data risk assessment


DSPM offre assessment predefiniti e personalizzabili che identificano contenuti sovraesposti, protezione inadeguata, etichette di sensibilità mancanti e permessi ad alto rischio. Quando questi problemi vengono confermati, DSPM può automatizzare passaggi di remediation come la rimozione di link di condivisione pubblici, l’applicazione di policy DLP, la revoca di permessi o l’applicazione di etichette di sensibilità — prima che l’incidente si verifichi, non dopo.

Rilevamento dei percorsi di esfiltrazione


Uno degli use case più concreti è la mappatura dei cosiddetti “exfiltration path”: dati sensibili condivisi esternamente, o informazioni business-critical protette da controlli di accesso deboli. DSPM consolida in questo ambito gli insight provenienti da quattro soluzioni Purview distinte: Data Loss Prevention, Insider Risk Management, Information Protection (etichette di sensibilità) e Data Security Investigations — offrendo così una vista unificata invece di quattro dashboard scollegate.

DSPM for AI: la componente più rilevante per chi sta adottando Copilot


Con l’estensione DSPM for AI, Microsoft ha aggiunto un livello di osservabilità specifico per gli agenti e le app AI, incluso Microsoft Agent 365. L’AI Observability Dashboard fornisce:

  • Un inventario delle app e degli agenti AI in uso nell’organizzazione
  • Attività registrata negli ultimi 30 giorni
  • Il conteggio degli agenti considerati ad alto rischio
  • Il numero totale di agenti che interagiscono con dati sensibili
  • Una vista dettagliata per singolo agente e per policy di governance applicata

In pratica, prima di dare a Copilot (o a qualunque altro agente AI collegato al tenant) accesso ai dati aziendali, DSPM for AI permette di vedere quali repository quell’agente toccherebbe e con quale livello di rischio, invece di scoprirlo a posteriori tramite un incidente.

Attivazione: i setup task principali


La configurazione iniziale avviene dal Microsoft Purview portal, sotto DSPM > Actions > Setup tasks, dove ogni attività include istruzioni passo-passo, stato di completamento, tempo stimato e impatto previsto sugli utenti. I task principali sono:

Setup taskCosa faNote
Attivazione Microsoft Purview AuditVerifica che l’audit sia abilitatoAttivo di default sui tenant nuovi, va abilitato manualmente sui tenant esistenti
Onboarding dei dispositiviDeploy su endpoint WindowsNecessario per la visibilità su siti AI di terze parti e per endpoint DLP
Estensione browser PurviewDeploy su Chrome/EdgeRichiesta per le policy DLP a livello di browser
Etichette di sensibilitàCrea etichette e policy predefiniteSolo se non già configurate nel tenant
Configurazione billingAttiva il pay-as-you-goRichiesta per alcune configurazioni avanzate
Integrazione con SentinelCollega il content hubFunzionalità in preview

Un aspetto da verificare con attenzione prima del rollout è quello dei permessi: la documentazione ufficiale non elenca in modo esplicito i ruoli richiesti (Global Admin, Security Admin, Compliance Admin), quindi è opportuno validare con un tenant di test quali ruoli minimi servono per ciascun setup task, prima di assegnare permessi troppo ampi al team che gestirà DSPM in produzione.

Licensing: cosa aspettarsi


DSPM (in versione “classica”) è incluso nelle licenze Microsoft 365 E5 / E5 Compliance, mentre alcune funzionalità più avanzate — in particolare componenti di DSPM for AI e alcune configurazioni di billing pay-as-you-go — possono richiedere add-on o un modello di consumo separato. Prima di pianificare il rollout, vale la pena verificare la Microsoft Purview Licensing Guidance aggiornata, perché il pacchetto di funzionalità incluse per fascia di licenza è soggetto a modifiche frequenti.

DSPM non sostituisce la compliance tradizionale


Un’ultima precisazione utile per chi deve giustificare il progetto internamente: DSPM offre visibilità sul trattamento dei dati sensibili ed è un complemento prezioso agli strumenti di compliance tradizionali, ma non li sostituisce. Framework normativi (GDPR, ISO 27001, settoriali) richiedono comunque processi, documentazione e controlli dedicati. DSPM riduce il rischio operativo e dà visibilità continua, ma resta uno strumento di data security posture, non un motore di conformità normativa.

Quando ha senso adottarlo


DSPM è particolarmente utile per organizzazioni che:

  • Stanno pianificando o hanno già distribuito Copilot su larga scala
  • Gestiscono ambienti SharePoint/OneDrive di grandi dimensioni con anni di condivisioni stratificate
  • Trattano dati regolamentati (finanziari, sanitari, PII in generale)
  • Faticano a mantenere visibilità sulla governance dei dati a scala aziendale

Organizzazioni piccole, con esigenze di compliance minime e un perimetro dati contenuto, potrebbero non trarne un beneficio proporzionato al costo di licenza e all’impegno di configurazione iniziale.

Conclusione


Il messaggio di fondo di DSPM è semplice ma spesso trascurato: attivare Copilot senza prima aver mappato chi può accedere a cosa significa dare a un assistente AI estremamente efficiente nel trovare informazioni lo stesso identico perimetro di accesso — sbagliato — che esisteva già, solo molto più velocemente interrogabile. Per i team che gestiscono tenant Microsoft 365 di dimensioni medio-grandi, un ciclo di discovery e remediation con DSPM prima del rollout di Copilot non è un passaggio opzionale di “nice to have”, ma la differenza tra un’adozione AI controllata e un incidente di esposizione dati che si scopre solo dopo che è già successo.

Fonte originale: Microsoft Purview Data Security Posture Management Explained: How It Reduces Data Exposure Before Copilot – Petri IT Knowledgebase (Brien Posey). Approfondimenti tecnici da Microsoft Learn.

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Openbook 26.36 — Grumpy Waffle


Openbook 26.36 — Grumpy Waffle

Come ormai da tradizione, il venerdì sta diventando il giorno dei rilasci. Oggi si conclude anche la lunga strada di fix e implementazioni di questa nuova stable per il progetto Openbook, la 26.36 — Grumpy Waffle.
about.openb.app/getting-starte…

Ecco le nuove funzionalità aggiunte:

  • Notifiche Web Push per browser desktop e mobile, attivabili per ogni
    dispositivo da Impostazioni account. Una coppia VAPID per istanza e le
    subscription cifrate alimentano un'outbox dedicata; il poller la sopprime
    quando l'utente e' attivo, altrimenti openbook:cron consegna dopo 75
    secondi con testo localizzato e icona dell'istanza. Consegna best effort
    senza retry, pulizia automatica degli endpoint scaduti e click sulla
    notifica verso /notifiche tramite service worker.
  • Menu condividi del post: voce Condividi a utente
    (GET /posts/{post}/condividi-a-utente). Apre i messaggi privati con il
    post gia' citato: scegli il destinatario e invia (commento opzionale).
    La citazione riusa posts.quoted_post_id come le quote pubbliche, senza
    incrementare il contatore di condivisione ne' notificare l'autore originale.
  • Condividi a utente anche sui profili (icona accanto al messaggio
    privato): GET /@{user}/condividi-a-utente e
    GET /attori/{actor}/condividi-a-utente. Il messaggio cita il profilo
    (posts.quoted_actor_id) con link alla pagina Openbook locale
    (/@username o /attori/{id}), non all'URI ActivityPub originale, cosi'
    il destinatario puo' seguire da questa istanza.
  • Pannello di controllo, impostazioni istanza: upload della favicon
    del sito. Da un'unica immagine (consigliato quadrato 512×512) vengono
    generate la favicon 32×32, l'Apple Touch Icon 180×180 (iOS) e le icone
    Android 192/512 (anche maskable) per «Aggiungi alla schermata Home»,
    piu' un web app manifest in GET /manifest.webmanifest.
  • Profili remoti (GET /attori/{actor}): follower e seguiti usano i
    conteggi totalItems delle collection ActivityPub del server di origine,
    con cache di 24 ore (OPENBOOK_COLLECTIONS_CACHE_TTL_HOURS). La data di
    iscrizione arriva dal campo published del documento Person (o equivalenti
    JSON-LD / createdAt). Visitando il profilo si rilegge l'Actor se la data
    non e' ancora in cache. Si conserva anche un campione della prima pagina
    della lista (non l'intero grafo, e non nel grafo locale follows).
  • Pannello di controllo, sezione Aspetto (GET /admin/aspetto): CSS
    personalizzato che sovrascrive il template sul sito pubblico (non sul
    pannello). Anteprima live in iframe su una pagina di esempio
    (GET /admin/aspetto/anteprima); il sito reale cambia solo al salvataggio.
  • Impostazioni istanza: finestra in giorni per gli hashtag in tendenza
    (sidebar e GET /tendenze, default 7). I conteggi oltre 999 si mostrano
    in forma compatta (19,6k in italiano, 19.6k in inglese).
  • Cliccando il numero di Mi piace o Condivisioni di un post si apre
    un dropdown con chi ha reagito (GET /posts/{post}/piace-a e
    GET /posts/{post}/condiviso-da). L'icona continua a mettere mi piace o
    ad aprire il menu condividi. Senza JavaScript le stesse URL mostrano una
    pagina con l'elenco. Massimo 40 nomi, poi "e altri N". La visibilita'
    e' la stessa del post.
  • Post remoti: i contatori Mi piace e Condivisioni sulle card
    usano i totalItems delle collection likes/shares del server di
    origine (stesso GET della Note usato per i commenti, TTL
    OPENBOOK_REPLIES_CACHE_TTL_HOURS). Se il totale non e' inline, al
    massimo un GET in piu' per collection, senza scaricare l'elenco
    completo. Il conteggio locale resta un pavimento. I totali arrivano
    anche dall'outbox quando si importa il post.
  • Tab Attività sui profili Person (GET /@{username}/attivita e
    GET /attori/{actor}/attivita): stream cronologico di commenti
    (risposte)
    e condivisioni visibili a questa istanza, solo per
    utenti autenticati
    . I visitatori anonimi non vedono il tab e
    /attivita reindirizza al login. I mi piace, i post propri e i follow
    non compaiono: i post restano nel tab dedicato. Scorrimento infinito
    (OPENBOOK_ACTIVITY_PER_PAGE, default 20). Sui profili remoti la
    cronologia e' solo cio' che l'istanza gia' conosce (non l'outbox
    completo). Community e feed RSS non hanno il tab.
  • Menu del post: voce Modifica per i propri post locali pubblicati
    (non i messaggi privati). Apre lo stesso composer della pubblicazione,
    in un dialog se JavaScript e' disponibile (GET /posts/{post}/modifica
    come fallback senza JS). Il salvataggio (PUT /posts/{post}) aggiorna
    testo, titolo, avviso e visibilita', consente di aggiungere allegati,
    e ritrasmette un'attivita' ActivityPub Update alla stessa audience.

Per tutto il resto dei dettagli su cambiamenti e bugfix, si rimanda come sempre al changelog di questa versione.

in @annunci@openb.app

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Google introduce Gmail Live, Docs Live e Keep Live: le sue app si controllano ora a voce con Gemini


Google ha iniziato a distribuire tre nuove funzioni vocali basate su Gemini per Gmail, Google Docs e Google Keep, chiamate rispettivamente Gmail Live, Docs Live e Keep Live. Annunciate al Google I/O 2026 e testate nei mesi successivi, da questa settimana arrivano finalmente agli utenti comuni, sia su Android che su iOS. Non si tratta di una semplice dettatura vocale: le tre funzioni permettono di conversare con Gemini per interrogare la propria casella di posta, creare documenti e […]
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Google ha iniziato a distribuire tre nuove funzioni vocali basate su Gemini per Gmail, Google Docs e Google Keep, chiamate rispettivamente Gmail Live, Docs Live e Keep Live. Annunciate al Google I/O 2026 e testate nei mesi successivi, da questa settimana arrivano finalmente agli utenti comuni, sia su Android che su iOS.

Non si tratta di una semplice dettatura vocale: le tre funzioni permettono di conversare con Gemini per interrogare la propria casella di posta, creare documenti e organizzare note, portando in chiave conversazionale attività che finora richiedevano diversi passaggi manuali.

Gmail Live: interrogare la posta a voce


Con Gmail Live è possibile parlare con Gemini di ciò che si trova nella posta in arrivo, ponendo domande in linguaggio naturale invece di cercare manualmente tra le email. L’assistente ricorda il contesto della conversazione, quindi non è necessario ripetere le informazioni ad ogni nuova domanda, ed è possibile cambiare argomento o interromperlo in qualsiasi momento. In visualizzazione a schermo intero viene mostrata anche la trascrizione della conversazione, con i link alle email usate come fonte. La funzione si attiva dall’icona Live nella barra di ricerca di Gmail ed è al momento disponibile in inglese per gli abbonati a Google AI Plus, Pro e Ultra.

Docs Live, un copilota vocale per la scrittura


Docs Live permette di dettare istruzioni per creare un documento, con Gemini che può attingere a Gmail, Google Drive, Google Chat e al web per raccogliere informazioni utili. Prima di generare il testo, l’app mostra una panoramica dei contenuti trovati, così da capire su quali fonti si baserà la bozza. Si possono inoltre aggiungere dettagli o modificare il formato del documento sempre a voce, richiamando la funzione dal pulsante flottante dell’app Google Docs. Anche Docs Live è disponibile su Android e iOS, riservata ai piani Google AI Pro e Ultra.

Keep Live mette ordine tra le note a voce


Keep Live, invece, trasforma in note o liste ordinate anche i pensieri espressi in modo confuso o discontinuo. Basta elencare a voce gli articoli da comprare perché Gemini li raccolga in una lista della spesa, ed è possibile modificare note già esistenti aggiungendo elementi o segnandoli come completati semplicemente parlando. Al momento Keep Live è disponibile solo su Android, per gli abbonati Google AI Plus, Pro e Ultra.

Disponibilità e prossimi passi


Le tre funzioni saranno estese in futuro anche agli utenti aziendali di Google Workspace. Nel complesso, il debutto di Gmail Live, Docs Live e Keep Live conferma la strategia di Google di integrare Gemini in modo sempre più profondo nelle sue app di produttività, permettendo di gestire posta, documenti e appunti senza dover toccare tastiera o schermo.

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Chrome per Android testa una scorciatoia per inviare le schede aperte ad altri dispositivi


Google sta sperimentando su Chrome per Android una nuova scorciatoia per la funzione di condivisione delle schede tra dispositivi, già disponibile ma finora poco immediata da raggiungere. Con la modifica in test basterà tenere premuta la barra degli indirizzi per richiamare direttamente l'opzione "Invia al dispositivo", riducendo i passaggi necessari per spostare una pagina aperta su un altro schermo. Meno tocchi per condividere una scheda Finora, per inviare la scheda aperta su Chrome a […]
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Google sta sperimentando su Chrome per Android una nuova scorciatoia per la funzione di condivisione delle schede tra dispositivi, già disponibile ma finora poco immediata da raggiungere. Con la modifica in test basterà tenere premuta la barra degli indirizzi per richiamare direttamente l’opzione “Invia al dispositivo”, riducendo i passaggi necessari per spostare una pagina aperta su un altro schermo.

Meno tocchi per condividere una scheda


Finora, per inviare la scheda aperta su Chrome a un altro dispositivo era necessario aprire il menu a tre puntini in alto a destra e selezionare la voce “Condividi”, per poi scegliere il dispositivo di destinazione dall’elenco di quelli disponibili. Con la funzione in prova, invece, la stessa opzione compare tenendo premuta la barra degli indirizzi, senza dover passare dal menu.

Per utilizzarla è necessario aver effettuato l’accesso con lo stesso account Google su più dispositivi. La condivisione funziona anche tra piattaforme diverse, ad esempio da uno smartphone Android a un Mac o a un iPhone.

Come attivarla già oggi


La funzione non è ancora disponibile per tutti ed è disattivata di default anche nelle versioni Beta e Canary di Chrome. Per provarla è necessario digitare chrome://flags nella barra degli indirizzi, cercare la voce “Send tab to self” tra i flag sperimentali e attivarla, per poi riavviare il browser. Trattandosi di una funzione sperimentale, non è escluso che l’implementazione cambi o venga ritirata prima del rilascio definitivo.

Funziona anche a browser chiuso


Durante i test, l’invio di una scheda verso un MacBook ha funzionato correttamente anche quando Chrome non era in esecuzione sul dispositivo di destinazione: sul computer è comunque comparsa una notifica per aprire la pagina condivisa. Google non ha ancora comunicato una data per il rilascio definitivo, ma lo stato avanzato dei test lascia pensare che la funzione possa arrivare in una delle prossime versioni di Chrome.

Per chi utilizza Chrome su più dispositivi in parallelo, poter inviare una scheda con una semplice pressione prolungata sulla barra degli indirizzi promette di rendere più rapida un’operazione già utile ma finora un po’ nascosta nei menu.

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Ceuta: Sánchez scagiona il Marocco, la UE si scopre assente


A un mese dall'ingresso irregolare di decine di migliaia di persone dal Marocco verso l'enclave spagnola di Ceuta, il premier Pedro Sánchez ha detto in Parlamento quello che per settimane si era solo insinuato: l'intelligence spagnola non ha trovato prove che il Marocco abbia pia…


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Audacity 4.0 rivoluziona l’editor audio con una nuova interfaccia Qt


Audacity 4.0 rappresenta uno dei cambiamenti più importanti nella storia del celebre software open source per la registrazione e modifica dell’audio. Il progetto mantiene gran parte delle funzionalità che hanno reso Audacity popolare, ma interviene in modo significativo sull’interfaccia, sul sistema di editing e sulla gestione dei progetti. Uno degli elementi centrali della nuova versione [&...

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Audacity 4.0: nuova interfaccia Qt6, editing a clip e formato .aup4


Audacity 4.0 è l’ultima versione dell’applicazione dedicata all’editing e alla registrazione audio digitale, frutto di oltre un anno di sviluppo continuo da parte del team. Questa versione segna un nuovo passo avanti per il...

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Militari in partito con Vannacci: la neutralità delle armi finisce in Procura


La Procura militare di Roma ha aperto un fascicolo su un gruppo di militari in servizio che avrebbero assunto ruoli di dirigenza e propaganda all'interno di Futuro Nazionale, il partito fondato dal generale Roberto Vannacci. L'indagine nasce da un esposto del Sindacato dei Milita…


ilglobale.it/storia/militari-i…

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AQUOS sense11: spuntano le prime cover online, il display da 6,1 pollici sembra confermato


Su Amazon Giappone sono comparse le prime cover e custodie dedicate ad AQUOS sense11, il nuovo smartphone Android di Sharp atteso per l'autunno 2026 ma ancora non annunciato ufficialmente. Le informazioni dirette sul dispositivo restano scarse, ma gli accessori individuati offrono i primi indizi su cosa aspettarsi dal design del terminale rispetto al predecessore AQUOS sense10. Diverse custodie già in vendita Tra i prodotti individuati figurano cover posteriori, custodie a libro e […]
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Su Amazon Giappone sono comparse le prime cover e custodie dedicate ad AQUOS sense11, il nuovo smartphone Android di Sharp atteso per l’autunno 2026 ma ancora non annunciato ufficialmente. Le informazioni dirette sul dispositivo restano scarse, ma gli accessori individuati offrono i primi indizi su cosa aspettarsi dal design del terminale rispetto al predecessore AQUOS sense10.

Diverse custodie già in vendita


Tra i prodotti individuati figurano cover posteriori, custodie a libro e pellicole protettive, tutte indicate come compatibili con AQUOS sense11. Va detto che con gli smartphone ancora non annunciati capita spesso che i produttori di accessori riadattino modelli pensati per il device precedente, quindi non è da escludere che si tratti in realtà di prodotti pensati per AQUOS sense10.

Display da 6,1 pollici, in linea con la serie sense


Un dato che emerge con una certa coerenza dalle schede prodotto è la dimensione dello schermo, indicata in 6,1 pollici: la stessa misura di AQUOS sense10. Anche in questo caso l’informazione potrebbe derivare da un semplice riciclo di contenuti, ma è comunque plausibile che Sharp mantenga le dimensioni compatte che da sempre contraddistinguono la serie sense rispetto al resto del mercato Android.

Cambia la compatibilità con i modelli precedenti


Il dettaglio più interessante riguarda però la compatibilità dichiarata dagli accessori. Lo scorso anno, le cover comparse prima del lancio di AQUOS sense10 indicavano esplicitamente la compatibilità anche con AQUOS sense9, segno che il passaggio tra le due generazioni non aveva comportato modifiche sostanziali alla scocca.

Per AQUOS sense11, invece, gli accessori attualmente disponibili non riportano alcun riferimento di compatibilità con sense10 o sense9. Non è una prova definitiva di un cambio di design, ma è un indizio che lascia intendere qualche modifica alla scocca, magari nella disposizione dei pulsanti o dell’area della fotocamera, pur mantenendo l’impostazione generale della serie.

In attesa di conferme ufficiali da parte di Sharp, il quadro che emerge è quello di un AQUOS sense11 che punta a confermare la formula compatta della serie, con qualche ritocco estetico rispetto ad AQUOS sense10.

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Pixel Watch, l’app Pixel Weather si aggiorna: nuovi quadranti per pioggia, pollini e qualità dell’aria


Google ha iniziato a distribuire un aggiornamento dell'app Pixel Weather per Pixel Watch che introduce tre nuove complicazioni per il quadrante: precipitazioni, pollini e indice di qualità dell'aria (AQI). La distribuzione è graduale, quindi al momento non tutti gli utenti la vedono ancora disponibile sul proprio orologio. Tre nuove complicazioni per il quadrante Fino a oggi, Pixel Weather su Pixel Watch offriva tre complicazioni: indice UV, orari di alba e tramonto e condizioni meteo […]
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Google ha iniziato a distribuire un aggiornamento dell’app Pixel Weather per Pixel Watch che introduce tre nuove complicazioni per il quadrante: precipitazioni, pollini e indice di qualità dell’aria (AQI). La distribuzione è graduale, quindi al momento non tutti gli utenti la vedono ancora disponibile sul proprio orologio.

Tre nuove complicazioni per il quadrante


Fino a oggi, Pixel Weather su Pixel Watch offriva tre complicazioni: indice UV, orari di alba e tramonto e condizioni meteo generali. Con l’aggiornamento se ne aggiungono altrettante, dedicate rispettivamente a precipitazioni, pollini e qualità dell’aria. Poter controllare l’AQI direttamente dal quadrante, senza aprire l’app, permette di farsi un’idea rapida della qualità dell’aria prima di uscire di casa.

Il punto di forza di Pixel Weather resta la possibilità di tenere sempre a vista informazioni utili senza dover aprire l’applicazione: con le nuove complicazioni, questa comodità si estende anche a dati che finora richiedevano un controllo più approfondito.

Non è una funzione esclusiva di Pixel Watch 5


Non risulta che le nuove complicazioni siano limitate a un modello specifico: al momento non ci sono indicazioni che si tratti di una funzione riservata a Pixel Watch 5. Le nuove voci si aggiungono tenendo premuto il quadrante attualmente in uso e accedendo alla schermata di modifica, oppure tramite l’app companion di Pixel Watch sullo smartphone.

La versione di Pixel Weather che introduce la novità è la 1.0.94: controllarla tra le app installate sull’orologio permette di capire se l’aggiornamento è già arrivato o meno.

Utile per pianificare uscite e allenamenti


La possibilità di consultare non solo le previsioni meteo e le precipitazioni, ma anche pollini e qualità dell’aria direttamente dal polso, può risultare particolarmente comoda per chi soffre di allergie stagionali o per chi pianifica allenamenti all’aperto. Google non ha diffuso un annuncio ufficiale sulla novità, né ha specificato tempi e aree di distribuzione: trattandosi di un rilascio graduale, la funzione potrebbe comparire nei prossimi giorni anche su chi al momento non la vede ancora tra le complicazioni disponibili.

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Xperia 5 V ricondizionato al prezzo più basso di sempre: sconto del 16% su Amazon Giappone


Il modello ricondizionato di Xperia 5 V, il compatto top di gamma di Sony, è protagonista di un forte ribasso su Amazon Giappone: il prezzo è sceso del 16%, toccando quello che risulta essere il minimo storico per la versione rigenerata venduta sulla piattaforma. Uno sconto interessante per chi cerca uno smartphone Android compatto ma con un hardware ancora attuale. L'ultimo esemplare della serie 5 scende ancora Xperia 5 V è stato lanciato nell'autunno 2023 con un display compatto da 6,1 […]
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Il modello ricondizionato di Xperia 5 V, il compatto top di gamma di Sony, è protagonista di un forte ribasso su Amazon Giappone: il prezzo è sceso del 16%, toccando quello che risulta essere il minimo storico per la versione rigenerata venduta sulla piattaforma. Uno sconto interessante per chi cerca uno smartphone Android compatto ma con un hardware ancora attuale.

L’ultimo esemplare della serie 5 scende ancora


Xperia 5 V è stato lanciato nell’autunno 2023 con un display compatto da 6,1 pollici, ed è considerato l’ultimo modello della serie 5 di Sony, dato che finora non è stato presentato un successore diretto. Proprio per questo continua a raccogliere un certo interesse tra gli appassionati di smartphone Android dal formato contenuto.

L’unità in offerta è la versione ricondizionata nera, con 8 GB di RAM, 128 GB di storage e batteria da 5000 mAh. Il prezzo attuale rappresenta un ulteriore ribasso rispetto a quanto già osservato durante una precedente promozione di maggio, quando il dispositivo era sceso a circa 57mila yen: oggi il prezzo è più basso di quasi 4.700 yen rispetto ad allora, confermando un trend di svalutazione contenuto nonostante il tempo trascorso dal lancio.

Snapdragon 8 Gen 2, prestazioni ancora solide


Il vero punto di forza di Xperia 5 V resta il processore Snapdragon 8 Gen 2, un chip top di gamma che, pur non essendo più l’ultima generazione disponibile, garantisce prestazioni superiori a molti smartphone di fascia media attuali, sia nell’uso quotidiano sia in scenari più impegnativi come gaming e editing video.

A questo si aggiungono caratteristiche ormai rare sul mercato Android, come le dimensioni compatte, il display in formato allungato, il tasto fisico di scatto dedicato alla fotocamera e il supporto alle schede microSD per l’espansione dello storage.

Un’occasione per chi cerca un Android compatto


Con la tendenza degli smartphone verso display sempre più grandi, trovare un modello Android compatto ma dotato di hardware da top di gamma è sempre più raro. Xperia 5 V, complice anche il suo status di ultimo esemplare della serie, mantiene quindi un valore particolare sul mercato dell’usato e del ricondizionato, e l’attuale sconto lo rende un’opzione da tenere d’occhio per chi è interessato a questo tipo di dispositivo, pur trattandosi di un’offerta legata al mercato giapponese e quindi non replicabile automaticamente altrove.

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TCL P80 Ultra debutta all’IFA 2026: lo smartphone Android con display Nxtpaper AMOLED che diventa un eReader


TCL ha presentato all'IFA 2026 i nuovi smartphone Android P80 Ultra e P80 Pro, il cui elemento distintivo è un display che combina la tecnologia Nxtpaper con un pannello AMOLED. Il risultato è uno schermo che funziona normalmente come un AMOLED vivace e ad alta definizione, ma che può trasformarsi in un display dall'aspetto simile alla carta, pensato per la lettura prolungata. Un solo schermo, due modalità di visualizzazione La tecnologia Nxtpaper di TCL era già stata utilizzata su […]
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TCL ha presentato all’IFA 2026 i nuovi smartphone Android P80 Ultra e P80 Pro, il cui elemento distintivo è un display che combina la tecnologia Nxtpaper con un pannello AMOLED. Il risultato è uno schermo che funziona normalmente come un AMOLED vivace e ad alta definizione, ma che può trasformarsi in un display dall’aspetto simile alla carta, pensato per la lettura prolungata.

Un solo schermo, due modalità di visualizzazione


La tecnologia Nxtpaper di TCL era già stata utilizzata su tablet e smartphone precedenti, ma con la serie P80 viene abbinata per la prima volta a un pannello AMOLED. In modalità standard, il display offre colori vivaci e un refresh rate elevato tipici degli AMOLED; attivando la modalità Nxtpaper, invece, riduce riflessi e luce blu per avvicinarsi alla resa della carta, riducendo l’affaticamento visivo durante letture prolungate.

Il dispositivo regola inoltre automaticamente luminosità e temperatura colore in base all’ambiente, e mette a disposizione diverse modalità di visualizzazione a seconda dell’uso. Particolarmente interessante è la “Max Ink Mode”, che avvicina la resa del display a quella di un eReader per ridurre drasticamente i consumi: TCL dichiara fino a 26 giorni di autonomia in stand-by, oppure fino a 7 giorni di lettura continua. Un tasto fisico sul bordo permette di passare rapidamente tra le due modalità.

Scheda tecnica di P80 Ultra


Il modello di punta P80 Ultra monta un display Nxtpaper AMOLED da 6,83 pollici, risoluzione 2772×1280 pixel, refresh rate a 120 Hz e luminosità di picco fino a 3.200 nit. Il SoC è un MediaTek Dimensity 7400 Elite, abbinato a una scocca in alluminio con certificazione IP68 e MIL-STD-810H.

  • Fotocamera posteriore: principale da 50MP, ultra-grandangolare da 8MP, teleobiettivo da 50MP con zoom ottico 3x
  • Batteria da 5.800 mAh con ricarica rapida a 45W
  • Memoria: 8GB+256GB o 8GB+512GB
  • Colori: Midnight Blue e Sunlit Gold

Il prezzo nel Regno Unito parte da 480 sterline per il modello da 256GB, corrispondenti a circa 650 dollari statunitensi. Il lancio avverrà prima in Europa, mentre l’arrivo negli Stati Uniti potrebbe slittare al 2027.

P80 Pro e P80: le alternative più economiche


Il P80 Pro condivide lo stesso display Nxtpaper AMOLED da 6,83 pollici, lo stesso chip Dimensity 7400 Elite e la batteria da 5.800 mAh con ricarica a 45W, ma rinuncia al teleobiettivo, mantenendo solo la fotocamera principale da 50MP e l’ultra-grandangolare da 8MP. Il prezzo nel Regno Unito è di 430 sterline (580 dollari negli USA).

Il modello base P80, infine, non integra la tecnologia Nxtpaper: si tratta di un più tradizionale smartphone di fascia media con display AMOLED da 6,83 pollici, chip Dimensity 7300 Elite e batteria da 5.000 mAh, proposto a 400 sterline nel Regno Unito (540 dollari negli USA). Tutti e tre i modelli girano su Android 16 con 3 major update garantiti e 7 anni di aggiornamenti di sicurezza, e saranno disponibili nel Regno Unito da settembre su Amazon e altri rivenditori.

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Lenovo Yoga Tab Gen 2 e Yoga Tab Plus Gen 2: i nuovi tablet Android con 7 anni di aggiornamenti


Lenovo ha presentato all'IFA 2026 i nuovi tablet Android Yoga Tab Gen 2 e Yoga Tab Plus Gen 2. Oltre a chipset performanti, display ad alta frequenza di aggiornamento e supporto alla penna stilo, il tratto distintivo di entrambi i modelli è l'impegno dichiarato da Lenovo su un supporto software particolarmente longevo, con sette major update di Android e sette anni di patch di sicurezza. Yoga Tab Plus Gen 2, il modello di punta con Snapdragon 8 Elite Il modello superiore, Yoga Tab Plus Gen […]
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Lenovo ha presentato all’IFA 2026 i nuovi tablet Android Yoga Tab Gen 2 e Yoga Tab Plus Gen 2. Oltre a chipset performanti, display ad alta frequenza di aggiornamento e supporto alla penna stilo, il tratto distintivo di entrambi i modelli è l’impegno dichiarato da Lenovo su un supporto software particolarmente longevo, con sette major update di Android e sette anni di patch di sicurezza.

Yoga Tab Plus Gen 2, il modello di punta con Snapdragon 8 Elite


Il modello superiore, Yoga Tab Plus Gen 2, monta uno Snapdragon 8 Elite abbinato a un display da 13 pollici in risoluzione 4K, denominato PureSight Pro, con refresh rate a 144 Hz e luminosità massima di 1.100 nit.

  • Memoria RAM: 12GB o 16GB, storage 256GB o 512GB espandibile
  • Batteria da 12.700 mAh con ricarica rapida a 68W
  • Sei altoparlanti integrati
  • Fotocamera posteriore 13MP+2MP, anteriore 8MP+0,3MP
  • Supporto alla penna stilo, pensato per un pubblico creativo


Il modello standard non è da meno


Yoga Tab Gen 2 adotta invece un MediaTek Dimensity 9500s, un chip che secondo le prime indicazioni è sostanzialmente basato sul precedente Dimensity 9400 Plus, garantendo comunque prestazioni solide anche sul modello base della gamma.

Il display in questo caso è un pannello 4K da 11,1 pollici, anch’esso con refresh rate a 144 Hz e luminosità fino a 1.100 nit. La memoria RAM va da 8GB a 12GB, con storage da 128GB o 256GB espandibile, batteria da 11.000 mAh con ricarica a 68W, quattro altoparlanti e fotocamere da 13MP posteriore e 8MP+0,3MP anteriore.

Entrambi i modelli supportano Bluetooth 6.0, Wi-Fi 7 e USB-C 3.2 Gen 1, con la possibilità di aggiungere una tastiera magnetica opzionale e diverse funzioni basate sull’intelligenza artificiale.

Aggiornamenti garantiti fino al 2033


Il dato più rilevante riguarda però il supporto software: entrambi i tablet arrivano sul mercato con Android 17 preinstallato, e Lenovo ha dichiarato di voler garantire major update fino ad Android 24, con patch di sicurezza assicurate fino al 2033. Considerando che i tablet tendono a essere utilizzati più a lungo rispetto agli smartphone, un impegno di questo tipo rappresenta un valore aggiunto non da poco per chi acquista pensando di non doverlo sostituire a breve.

Yoga Tab Gen 2 sarà disponibile questo mese a partire da 729 dollari, mentre il modello superiore Yoga Tab Plus Gen 2 partirà da 999,99 dollari. Con prestazioni elevate, display 4K a 144 Hz e un supporto software fuori dal comune, Lenovo punta chiaramente a proporre due tablet Android pensati per durare nel tempo.

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