L’Italia è un ponte mediterraneo. Cavo Dragone sulle missioni internazionali


Non solo assetti militari o addestramento, le missioni internazionali possono offrire un significativo aiuto per la stabilità e la sicurezza, irrinunciabili per lo sviluppo economico e sociale. A dirlo è stato il capo di Stato maggiore della Difesa, ammir

Non solo assetti militari o addestramento, le missioni internazionali possono offrire un significativo aiuto per la stabilità e la sicurezza, irrinunciabili per lo sviluppo economico e sociale. A dirlo è stato il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in audizione davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. “Le missioni possono essere il battistrada di un sistema-Paese capace di proporre anche modelli organizzativi moderni”, ha detto l’ammiraglio, aggiungendo come le operazioni italiane posso offrire la “ricostruzione delle istituzioni, moderni sistemi produttivi” dal momento che “la stabilità e sicurezza sono irrinunciabili per lo sviluppo economico e sociale”.

La Wagner nel Mare nostrum

Nel suo intervento, l’ammiraglio Cavo Dragone si è concentrato in particolare alle necessità del Mediterraneo allargato, la principale area di riferimento strategico per il nostro Paese. A destare preoccupazione è, in particolare, l’influenza che il gruppo mercenario russo Wagner sta esercitando nei Paesi della regione, dalla Libia, alla Repubblica centrafricana, al Burkina Faso “ovunque le nazioni occidentali se ne vanno, colmano un vuoto” ha lanciato l’allarme Cavo Dragone, aggiungendo come “probabilmente sono anche in Sudan”. Per l’ammiraglio, l’influenza del gruppo “è significativa un po’ ovunque” e il problema principale è che “più passano i giorni, più si pone come una forza politica, oltre che militare”. Si tratta di una compagine “ben armata, ben pagata, l’esercito convenzionale russo non regge il paragone”, ha segnalato l’ammiraglio, evidenziando che “sono mercenari fortemente connotati, sono quasi tutti russi, un mercenarismo anomalo”.

La situazione in Libia

Tra gli scenari che più impattano sul nostro Paese c’è sicuramente la Libia dove, secondo Cavo Dragone, premessa fondamentale per un miglioramento della situazione dei diritti umani è necessaria una pacificazione e la riunificazione istituzionale dello Stato libico. “In Libia dialoghiamo con entrambe le parti”, ha detto l’ammiraglio, aggiungendo come per la riunificazione serva “un maggior apporto della comunità internazionale”. Per il capo di Stato maggiore se la Libia venisse “pacificata e disarmata nelle sue milizie, gli elementi che hanno partecipato alla rivoluzione del 2011 e che hanno rimosso il regime di Gheddafi e sono rimaste connotate da capacità operative spinte, se disinneschiamo tutto questo, la situazione dei diritti umani non può che migliorare”.

Cooperazione e sviluppo

Intervenire nel Mediterraneo, tuttavia, significa andare oltre la semplice presenza militare: “Prima dell’assistenza militare, i vertici militari dei Paesi chiedono cooperazione e sviluppo” ha riferito Cavo Dragone, aggiungendo come negli incontri con i propri omologhi i concetti e le priorità emerse sono diverse dalla sola cooperazione di Difesa. I punti centrali sono invece la gestione di “fenomeni migratori quasi ingestibili” e la “grave crisi economica innescata dalla pandemia e aggravata dalla guerra in Ucraina”. Quello che chiedono, dunque, “non è assistenza, ma cooperazione e sviluppo”. “Ho colto un sentimento di frustrazione”, ha affermato l’ammiraglio, a cui gli omologhi hanno comunicato di non essere semplicemente “le frontiere meridionali dell’Europa”.

Italia, ponte mediterraneo

In questo, l’Italia può avere un ruolo prezioso, dal momento che la politica militare nazionale “on ha mai avuto l’ambizione di esportare modelli culturali o di giudicare l’universo in cui opera”. Secondo quanto riferito da Cavo Dragone, “c’è la percezione da parte dei Paesi del Mediterraneo allargato che i canali militari sono preziosi” e “il punto di partenza della nostra politica militare resta la comprensione”. Per l’ammiraglio, “l’Italia è percepita come un ponte di dialogo, una porta d’accesso per l’Europa. Questo approccio è la chiave di volta di una nostra stabile posizione strategica nel Mediterraneo. Seguiamo dovunque una strategia di dialogo a tutto campo”.

In Kosovo, siamo i maestri della negoziazione

Questo ruolo italiano si è visto di recente anche in Kosovo, dove la presenza delle nostre Forze armate “allontana lo spettro della guerra alle porte di casa nostra”. Come registrato dall’ammiraglio “Per tanto tempo ho sentito mettere in discussione il valore della nostra presenza in Kosovo. Abbiamo compreso nelle ultime settimane quanto fosse importante restare. La nostra presenza garantisce il costante riallineamento di equilibri fluidi e ha offerto a tante generazioni l’opportunità di vivere in pace e prosperare”, aggiungendo come “i nostri militari stanno facendo il loro mestiere come al solito, sono maestri nella negoziazione”. Nella regione del nord del Paese la situazione resta tesa, ma non più ai livelli di scontro della settimana scorsa, ha riportato Cavo Dragone, rassicurando anche sullo stato di salute dei militari italiani rimasti feriti: “I ragazzi stanno tutti bene, tre erano quelli che destavano maggiori preoccupazioni, sono stati ricoverati all’ospedale di Pristina con due fratture alla tibia e una al polso, che verranno curate in maniera opportuna dalla struttura sanitaria, che dà tutte le garanzie”.


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L’inganno


Ingannare gli altri non è commendevole, ingannare sé stessi è autodistruttivo. Al Partito democratico non è mancato il tempo per far metabolizzare la svolta, mancano le idee che possano far credere abbia una qualche sostanza. Se si prendono le parole dell

Ingannare gli altri non è commendevole, ingannare sé stessi è autodistruttivo. Al Partito democratico non è mancato il tempo per far metabolizzare la svolta, mancano le idee che possano far credere abbia una qualche sostanza.

Se si prendono le parole della destra, datate di appena due o tre anni, si trovano posizioni che sono all’opposto di quel che stanno facendo: il rifiuto dell’Unione europea, qualche picco con il proposito di uscire dall’euro, la convinzione che serva un blocco navale per fermare gli emigranti, l’opposizione netta alla (s)vendita di Ita, la contrarietà alle sanzioni verso la Russia. Ci trovate di tutto. Fiaccato lo slancio di Forza Italia, sono stati la Lega e Fratelli d’Italia a contendersi la guida della baracca, sparandola sempre più grossa. Poi Meloni ha visto il traguardo, ha capito di star correndo troppo velocemente perché qualcuno potesse fermarla e ha cominciato a tirare il freno. I non moderati di Forza Italia e gli scalmanati della Lega reclamavano lo sfondamento di bilancio, mentre la futura vincitrice si sentiva già (giustamente) responsabile del dopo e diceva: «No». La sinistra ha in mente di fare la stessa cosa? S’accomodi. Che serva a vincere sono affari loro, mentre la sicurezza che non serva all’Italia è affare di tutti.

La gara demagogica fra Pd e Cinque stelle non avrà un vincitore interno a una coalizione vincente, ma due sconfitti associati nel perdere. La destra ha ingannato i propri tifosi con la demagogia, ma i 5S – su quel terreno – sono campioni ineguagliabili. Se il Pd pensa di concedersi la propria stagione delle balle non inganna gli altri: inganna sé stesso, perché ne morirebbe.

Nelle nostre democrazie il tema della vita politica è reso evidente votazione dopo votazione: se va a votare la metà degli aventi diritto ciò non mette in dubbio la legittimità degli eletti, ma la loro solidità. Enrico Berlinguer predicava essere pericoloso proporsi di governare con il 50% + 1 dei voti, perché il Paese si sarebbe spaccato. Da molti anni si governa con assai meno. Prendere il 50% dei voti quando vota il 50% degli elettori significa avere il consenso del 25% dei cittadini. Risultato legittimo, ma assai poco solido e che il prossimo demagogo ribalterà.

Non si può continuare all’infinito a raccontare la povertà in ricchezza. Il nostro è un mondo ricco, con un welfare generoso, destinato alla bancarotta per denatalità. O si mettono in campo idee diverse sullo Stato sociale o si ha il coraggio di spiegare non ai ricchi (facile) ma ai poveri che servono più immigrati (quindi più legge e ordine) oppure si parla a vuoto. Con la denatalità e la globalizzazione la leva per il successo è l’istruzione qualificata, che la sinistra dovrebbe reclamare quale strumento di giustizia sociale. Sono lì a piagnucolare su presunti precari e troppo dura meritocrazia. Ma dove la vedono? Reclamare “i diritti” non significa un accidenti. I bambini nati e altrove registrati non possono che essere registrati anche da noi, allo stesso modo. Sfidare la destra sul terreno del rispetto delle tutele per i minori è cosa saggia. Accompagnarla con una gnagnera elencante tutte le possibili policromie delle preferenze sessuali serve soltanto a perdere credibilità, mentre dimenticare di ricordare la condanna per quella forma di schiavitù riproduttiva che è la surrogata serve a far escludere il consenso di chi s’informa e ragiona. Più che politicamente corretto è politicamente inetto e segnala una precisa scelta classista: sono dalla parte dei privilegiati che possono occuparsi del quasi niente e poi non votano, mentre i voti “popolari e degli operai” vanno alla destra.

Alle europee la destra potrebbe essere determinante in Ue. A quel punto che fanno a sinistra? Prendono i manifesti leghisti e li copiano o ragionano sull’errore d’avere perso l’aggancio occidentale nel momento decisivo della sfida della dittatura russa alle liberal-democrazie?

Per ingannare si deve essere lesti. Per ingannarsi è bastevole essersi spersi.

La Ragione

L'articolo L’inganno proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

È un governo che cancella i controlli sul suo operato, e lo fa con la spregiudicatezza che chi detiene il potere non dovrebbe mai permettersi di usare.

Così concludo il mio articolo di oggi sull’abolizione del controllo concomitante della #CortedeiConti

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Dopo gli Emirati, l’Arabia Saudita. Stop alle limitazioni sull’export di armi


In linea con la scelta fatta nell’aprile scorso nei confronti degli Emirati Arabi Uniti, il Consiglio dei ministri “ha attestato che l’esportazione di bombe e missili verso l’Arabia Saudita non ricade nei divieti di esportazione” stabiliti dalla legge, “e

In linea con la scelta fatta nell’aprile scorso nei confronti degli Emirati Arabi Uniti, il Consiglio dei ministri “ha attestato che l’esportazione di bombe e missili verso l’Arabia Saudita non ricade nei divieti di esportazione” stabiliti dalla legge, “essendo conforme alla politica estera e di difesa dell’Italia”. Le motivazioni per le precedenti limitazioni, decretate tra il 2019 e il 2020, sono “venute meno”.

“Il contesto regionale in Yemen è cambiato, a cominciare dagli sviluppi sul terreno”, si legge nel comunicato di Palazzo Chigi. “Da aprile 2022, anche grazie alla tregua convenuta tra le parti, le attività militari sono fortemente rallentate e circoscritte. La significativa riduzione delle operazioni belliche comporta un’attenuazione altrettanto significativa del rischio di uso improprio di bombe d’aereo e missili, in particolare contro obiettivi civili. Riad ha portato avanti una intensa attività diplomatica a sostegno della mediazione delle Nazioni Unite e al contempo ha agito anche sul fronte economico e dell’assistenza umanitaria in maniera determinante”.


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La paura di governare


Un vero bilancio sarà possibile solo quando si sarà conclusa la sua parabola. Ma forse l’esperienza del governo Meloni ci consentirà già prima di allora di comprendere quali siano i vincoli, i limiti e le possibilità di azione di un governo dell’Italia de

Un vero bilancio sarà possibile solo quando si sarà conclusa la sua parabola. Ma forse l’esperienza del governo Meloni ci consentirà già prima di allora di comprendere quali siano i vincoli, i limiti e le possibilità di azione di un governo dell’Italia democratica nelle condizioni di oggi. Sulla carta, questo esecutivo gode di vantaggi superiori a quelli di molti che lo hanno preceduto: una forte maggioranza parlamentare, una opposizione debole, radicalizzata e divisa, l’aspettativa di una lunga durata.

È un insieme di condizioni che rende possibile tentare di rispondere a una domanda: ha ragione o torto chi pensa che i partiti (non importa il colore politico) se vincono le elezioni, siano sempre dotati di una personalità scissa? È vero o no che tali partiti siano, da un lato, spesso, ottime macchine elettorali, efficienti strumenti per la raccolta del consenso e, dall’altro, se si guarda alle loro performance come forze di governo, semplici gestori dello status quo (salvo qualche correzione al margine)? Intendiamoci su ciò che significa in questo caso status quo: significa che chi va al governo ne fa una occasione per sostituire personale nei posti-chiave di nomina governativa e che, per il resto identifica il «governare» nel modo in cui lo si è sempre inteso in Italia: spendere risorse per acquisire consenso.

Gli interventi a margine sono quelli ad alto contenuto simbolico (es. abolizione del reddito di cittadinanza, o interventi normativi in tema di immigrazione). Gestione dello status quo significa che le strozzature, gli ostacoli, le disfunzioni, i lacci che da sempre opprimono il Paese non vengono presi di petto: una cosa che si potrebbe fare solo con un vasto piano di riforme le quali, identificate con la massima precisione possibile le cause delle strozzature, siano finalizzate a rimuoverle. Con effetti positivi che, inevitabilmente, si manifesterebbero non nel breve ma nel medio-lungo termine. L’assenza di quelle riforme è nascosta da un diluvio di annunci di provvedimenti che i ministri fanno e che, anche quando vengono attuati (la maggior parte degli annunci però si perde normalmente per strada) non intaccano, o intaccano solo in minima parte, le suddette strozzature e disfunzioni.

Traggo due esempi da altrettanti editoriali apparsi sul Corriere nell’ultima settimana. Sabino Cassese (Corriere del 27 maggio) ha documentato come il recente decreto ufficialmente volto a rafforzare la capacità amministrativa dello Stato abbia la sola funzione di assumere nuovi dipendenti e di stabilizzare quelli assunti a tempo indeterminato. Osserva che il decreto non affronta alcuno dei problemi che determinano l’inefficienza dell’amministrazione. «Non è un aumento del numero di dipendenti pubblici — conclude Cassese — l’obiettivo a cui puntare ma piuttosto il miglioramento del servizio alla collettività e un miglior trattamento stipendiale per quelle categorie pubbliche che non hanno prospettive di carriera o per quelle qualifiche che trovano sul mercato condizioni migliori…». In sintesi: assunzioni al posto di interventi sulle disfunzioni dell’amministrazione. Come si è sempre fatto.

Ferruccio de Bortoli ( Corriere del 28 maggio) osserva che uno dei più gravi problemi dell’Italia riguarda il capitale umano: mancano le competenze di cui tanto le aziende quanto l’amministrazione hanno bisogno. Di sicuro, nessun governo, in pochi mesi, può risolvere un problema di questa portata né rimuovere le sue cause. Però gli esecutivi che si sono succeduti se ne sono sempre disinteressati. Se ne disinteresserà anche l’attuale? Le ragioni per le quali lo status quo, anno dopo anno, e quali che siano i partiti al governo, viene preservato, sono piuttosto chiare. Spendere per assumere personale è facile, affrontare le strozzature non lo è. Per tre ragioni. La prima è che riformare significa coinvolgere una rete di persone, gruppi e istituzioni toccati dal provvedimento e con cui è inevitabile negoziare. La seconda è che seri interventi riformatori (in qualunque ambito) suscitano opposizione, mobilitano una grande quantità di interessi, grandi e piccoli, che si sentono minacciati. Riformare significa colpire rendite diposizione. E suscitare conflitto. Mentre le ricadute in termini di consensi di provvedimenti di assunzione sono sempre positive, le ricadute di seri interventi riformatori possono essere invece negative. Chi ha voglia, ad esempio, di scontrarsi con i sindacati del pubblico impiego o con l’alta dirigenza? La terza ragione è che intervenire su disfunzioni e strozzature non porta al politico alcun beneficio nel breve termine. I vantaggi per la collettività, se ci saranno, si manifesteranno in tempi differiti. In ogni caso, troppo lunghi perché chi governa possa ricavarne maggiori consensi.

Tuttavia, come si è detto, il governo Meloni gode di condizioni eccezionalmente favorevoli. Ha, almeno sulla carta, la possibilità di giocarsela bene. Ha la possibilità di dimostrare che la tesi sopra citata sulla personalità scissa dei partiti è sbagliata. Prendiamo il problema più grave che c’è (da sempre) in Italia, e che, come osserva Cassese, riguarda la «storica incapacità» dell’amministrazione. Una storica incapacità, detto per inciso, che pesa e peserà moltissimo, e negativamente, sulla gestione dei fondi Pnrr. Il governo potrebbe, e dovrebbe, presentare al pubblico un piano articolato per affrontare almeno alcune fra le principali cause della inefficienza amministrativa. Dovrebbe, in modo trasparente, indicare problemi e soluzioni scelte. Una seria riforma dell’amministrazione non avrebbe la valenza identitaria e forse nemmeno la forza simbolica di un cambiamento della forma di governo (presidenzialismo o altro). Ma un esecutivo che sul serio vi si impegnasse lascerebbe davvero il segno.

Corriere della Sera

L'articolo La paura di governare proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Dall’underwater al cruise. Il futuro di Fincantieri spiegato da Folgiero


Fincantieri è pronta a puntare sempre più sul segmento dei sottomarini. Il gigante cantieristico realizzerà infatti, dopo l’approvazione del Parlamento, il terzo sottomarino Nfs di nuova generazione della Marina militare italiana nella cornice del program

Fincantieri è pronta a puntare sempre più sul segmento dei sottomarini. Il gigante cantieristico realizzerà infatti, dopo l’approvazione del Parlamento, il terzo sottomarino Nfs di nuova generazione della Marina militare italiana nella cornice del programma U212NFS (Near future submarine). Investire nell’underwater e nei sottomarini è un’esigenza sottolineata anche dall’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, appena sentito in audizione presso la Commissione difesa della Camera dei Deputati, chiamato per parlare proprio delle tematiche relative alla produzione di beni e servizi di interesse per la dotazione di mezzi del settore della Difesa. Con un fatturato di circa 7,5 miliardi di euro di fatturato e la presenza in 18 Paesi, Fincantieri conta otto cantieri in Italia che creano un indotto notevole e rappresentano importanti siti di produzione volti all’esportazione.

Fincantieri per la Marina

“Il programma Nfs ci vede ricoprire sia il ruolo di design authority che quello di prime contractor e il suo prosieguo rappresenta un’importante conferma delle leadership tecnologiche e gestionali di Fincantieri, in piena continuità con quanto delineato dai capisaldi del nostro piano industriale”, ha spiegato Folgiero. Il programma, che comprende già due battelli contrattualizzati nel 2021, prevede inoltre il relativo in service support e la realizzazione del Training center, ed è gestito dall’organizzazione internazionale di cooperazione per gli armamenti (Occar). La consegna dei primi due battelli è prevista rispettivamente per il 2027 e il 2029. Gli innovativi sottomarini U212NFS prevedono significative modifiche progettuali tutte sviluppate autonomamente da parte di Fincantieri, in accordo con i requisiti requisiti stabiliti dalla Marina militare. Tale programma risponde alla necessità di garantire adeguate capacità di sorveglianza e di controllo degli spazi subacquei.

Dominio underwater…

Nel corso dell’audizione a Montecitorio non si poteva dunque non fare riferimento alla dimensione underwater, che ormai dallo scorso settembre e dal sabotaggio ai danni del Nord Stream è al centro dei ragionamenti del mondo militare, fino a diventare un vero e proprio nuovo dominio operativo: quello sottomarino. “La sfida del dominio sottomarino richiederà una importante sinergia nel nostro comparto industriale della Difesa, sinergia che sarà certamente stimolata dalla creazione del Polo nazionale della subacquea che sorgerà a La Spezia”, ha sottolineato infatti il presidente della Commissione difesa a Montecitorio, Nino Minardo, nel corso dell’audizione.

… e sottomarini

“Sul mondo dei sottomarini c’è molto da fare ed è un dominio su cui Fincantieri intende cimentarsi, perché quello sottomarino rappresenta un’esigenza operativa diffusa”, ha evidenziato Folgiero. Il dominio sottomarino diventa operativamente sempre più rilevante e si tratta di un mercato ad oggi diviso in due, da una parte i sommergibili nucleari e dall’altra i sottomarini tradizionali, di cui Fincantieri, come ribadito dal suo ad, è uno dei principali produttori al mondo. In tale quadro, è stata studiata la sovranità tecnologica di Fincantieri sui sottomarini tramite il sottomarino Nfs. Mediamente, il gigante cantieristico esercita un controllo tecnologico di circa il 30%. Le due grosse mancanze riguardano la parte di acciaio in senso stretto, i cui produttori sono tedeschi, e il sistema di lancio e di propulsione, per i quali si è ancora dipendenti dalla Germania. L’obiettivo è di portare quel quasi 30% al 57%. In ultimo, non si deve dimenticare la subacquea civile, che richiede sempre più sicurezza sia per i rifornimenti energetici sottomarini sia per le telecomunicazioni, per cui Fincantieri si propone di diventare un aggregatore e un acceleratore di una visione di occupazione del dominio subacqueo in grado di dialogare con tutti gli attori coinvolti, militari e civili.

La partnership con Leonardo

È ormai chiaro il grande aumento di domanda di spesa militare navale a livello globale. Per far fronte alle nuove esigenze che rispecchiano tale trend di crescita, e considerando il concetto di capacità di integrazione tra carico della nave e scafo-piattaforma, Fincantieri collaborerà sempre più con Leonardo per coprire tutta la linea. “Fincantieri per essere prime contractor dell’export ha bisogno di accedere alle competenze di Leonardo su tutta la parte che si mette sopra la piattaforma. Questo significa che Orizzone sistemi navali, la joint venture tra Fincantieri e Leonardo, nel nuovo ciclo industriale diventa molto importante”, ha spiegato Folgiero. “Il progetto di rafforzamento della partnership con Leonardo passa per un rafforzamento della joint venture dove andremo a concentrare le competenze di integrazione al sistema nave”, ha poi concluso l’ad.

I prossimi passi di Fincantieri

“La vocazione di Fincantieri è uscire dal ruolo di piattaformista per essere vicini ai clienti, fornendo servizi durante la vita della nave fino alla gestione della base a terra. E continuare a integrare sempre più sistemi a bordo ed essere leader nella installazione a bordo della nave di tutti i sistemi anche digitali”. Questa è stata la roadmap descritta dall’ad di Fincantieri per il futuro della società. Il piano di Fincantieri per il prossimo futuro, secondo quanto descritto da Folgiero, si basa su cinque macro-azioni: focalizzazione verticale sul business della cantieristica, concentrandosi sul rafforzamento degli otto cantieri italiani, con la modernizzazione; essere più vicini ai clienti fornendo servizi durante il ciclo vitale della nave; continuare a integrare sempre più sistemi a bordo, e confermare la leadership nell’installazione di sistemi anche digitali; maggiore attenzione alla disciplina finanziaria per contenere l’indebitamento; e infine interpretare la domanda di sostenibilità in termini industriali. In merito a questo ultimo aspetto, per Folgiero bisogna puntare su navi sempre più sostenibili: “Essere pionieri della nave digitale nella nave a basse emissioni per passare da una nave che oggi riduce le emissioni del 30% a una nave che a fine percorso di trasformazione del settore arriverà prima al 55% e poi a 0”.

Dalla ripartenza del cruise al mercato militare

“Il mercato della crocieristica ha sofferto moltissimo con il Covid, piano piano i grandi armatori stanno tornando a riempire le navi, rigenerando cassa e riequilibrando i bilanci pesantemente impattati dal fermo navi legato alla pandemia. Nel settore del cruise il mercato armatori è in ripartenza e in procinto di riavviare gli investimenti”, ha raccontato ancora Folgiero, evidenziando in ultimo ancora come nel mercato militare post Ucraina stia crescendo la spesa navale per la Difesa.


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In Pizzo


Escluderei che la presidente del Consiglio possa anche solo immaginare di paragonare lo Stato alla mafia, l’onore della Repubblica alla disonorata società. Vero che i comizi sono comizi, ma vero anche che le parole sono parole e hanno un significato. Ques

Escluderei che la presidente del Consiglio possa anche solo immaginare di paragonare lo Stato alla mafia, l’onore della Repubblica alla disonorata società. Vero che i comizi sono comizi, ma vero anche che le parole sono parole e hanno un significato. Queste sono state le sue: «L’evasione (fiscale, ndr.) devi combatterla dove sta: big company, banche, non sul piccolo commerciante a cui chiedi il pizzo di Stato solo perché devi fare la caccia al reddito più che all’evasione fiscale». Non soltanto non va bene, ma segnala una vicinanza, anzi una coincidenza fra le posizioni della destra e quelle della più estrema sinistra.

Il fisco – se funziona, e farlo funzionare tocca a chi governa – non dà “la caccia” al reddito e neanche al patrimonio, ma cerca di scovare i redditi e i patrimoni non dichiarati o mascherati, con illecita sottrazione di gettito fiscale. Quella sottrazione comporta due conseguenze: a. gli evasori si fanno pagare strade, scuole, ospedali, pensioni e tutto il resto dai contribuenti onesti; b. le imprese, piccole o grandi che siano, quando evadono fanno concorrenza sleale alle imprese oneste. Lo Stato che non persegue l’evasione, quindi, è loro complice ed è nemico delle persone e delle imprese per bene.

Nei giorni scorsi un tassista ha segnalato di avere e dichiarare un reddito decoroso, utilizzando carte di credito e bancomat per farsi pagare, ma ha anche aggiunto che molti (moltissimi, troppi) suoi colleghi si regolano diversamente, dichiarando redditi da fame che, in realtà, sono il risultato di evasione fiscale. Posto che gli hanno anche tagliato le ruote, comunicargli che i “piccoli” non devono essere costretti a pagare il dovuto è come dirgli che è un fesso. Definizione che si deve a Prezzolini, che la destra dice di avere caro. Una doppia offesa: all’onestà fiscale e al suo essere vittima di vandalismo intimidatorio. Legge e ordine dovrebbero essere (giustamente) cari alla destra.

In quella distinzione fra “piccoli” e “grandi” si annida un altro equivoco, fattuale e culturale. Nella realtà è evidente che un singolo evasore, se è grande, sottrae di più all’erario rispetto all’avere un giro d’affari limitato, ma è anche vero che il montante complessivo dell’evasione è dato dal sommarsi di tante evasioni. E in quella miriade di scontrini non battuti, di ricevute non rilasciate e di fatture non emesse gli evasori non sono soltanto quanti incassano, ma anche quanti pagano. Così l’Italia ha il triste primato della più alta quota europea di Iva evasa. Si tratta della ricorrente domanda, dall’idraulico al ristoratore: «Con o senza Iva?». Un Paese in cui viene formulata qualche migliaio di volte al giorno non sarà mai un Paese onesto. E manco una Nazione rispettabile.

Poi c’è il lato culturale, che vede l’evasione come un male legato alla ricchezza, con ciò stesso indirizzandole un giudizio moralmente negativo. In questo destra e sinistra ideologiche si somigliano come due gocce d’acqua. Come se la miseria fosse moralmente ammirevole. Tanto è forte questo pregiudizio da avere generato il concetto di “evasione per necessità”, che sarebbe poi la confessione di avere governato o star governando un fisco ingiusto per esosità. Che è pure vera, quest’ultima cosa, ma non la si affronta dando a me del pagatore di pizzi, offendendomi, ma costringendo tutti a pagare, diminuendo le spese e così il bisogno di portar via soldi alle libere scelte dei privati.

Accertare l’evasione è compito dello Stato, senza criminalizzare cittadini e imprese e senza giustificare la disonestà. Ha gli strumenti per accertamenti sui grossi e deve spingere per la tracciabilità dei piccoli. Due cose possibilissime usando i dati. Lavorino su quello, ricordando d’essere partiti male, sfottendo gli onesti che usano il Pos, come il nostro benemerito tassista.

Quelle parole sono un errore, che giustifica un comportamento asociale. Escludo fosse nelle intenzioni, ma quello significano. Averle pronunciate per prendere voti è di suo inquietante.

La Ragione

L'articolo In Pizzo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Serve un servizio militare volontario nazionale? Risponde Farina


Periodicamente si torna a parlare dell’opportunità di prevedere un servizio militare su base volontaria. L’argomento è stato rilanciato ai massimi livelli dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Udine in occasione dell’Adunata nazionale degli Alpi

Periodicamente si torna a parlare dell’opportunità di prevedere un servizio militare su base volontaria. L’argomento è stato rilanciato ai massimi livelli dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Udine in occasione dell’Adunata nazionale degli Alpini il 14 maggio scorso. Sul tema si era espresso più volte anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, prefigurando una proposta di legge per istituire una “Mininaja” della durata di 40 giorni per i giovani che volontariamente desiderassero fare questa esperienza. Queste proposte, benché enunciate in modo sintetico, sono tutt’altro che campate in aria e meritano una giusta considerazione.

Le reazioni

Tuttavia, come spesso accaduto anche in passato, tali idee tendono a generare reazioni di vario tipo. La prima, da parte di coloro che vorrebbero il ripristino del servizio di leva obbligatorio (sospeso dal 2006) finalizzato non solo alla formazione del cittadino soldato per la difesa della Patria, ma anche funzionale per garantire una esperienza di vita fondata sulla disciplina e sui doveri che – a loro dire – contribuirebbe ad accrescere il senso civico e la maturazione dei giovani che sempre più rifuggono dai concetti di autorità, senso di responsabilità e spirito di gruppo. Il secondo moto d’opinione contesta decisamente qualsiasi idea di un ritorno al servizio di leva, sia pur volontario e di breve durata, considerando assai validi altri percorsi per migliorare il senso di cittadinanza e il contributo alla collettività, quali ad esempio i servizi nel terzo settore, nel sociale e nelle iniziative di volontariato in generale. Entrambe le posizioni, pur rispettabili, non colgono l’essenza della questione.

L’organico delle Forze armate è sufficiente?

La domanda cui si dovrebbe dare risposta è la seguente: l’organico attuale delle nostre Forze Armate è sufficiente per far fronte ai mutati scenari di sicurezza e alle molteplici emergenze che sempre più frequentemente affliggono il nostro Paese? La risposta è no. Difatti l’organico di Esercito, Marina e Aeronautica, ridotto da 190mila a 150mila unità complessive con la legge 244 del 2012, è stato ritenuto insufficiente ad affrontare le nuove sfide che vedono il ritorno della guerra nel continente europeo e un quadro di crisi e instabilità che si estende su un ampio arco a est e a sud del Mediterraneo, con il nostro Paese proprio al centro delle aree di instabilità.

Riserva ausiliaria

E proprio sulla base del mutato scenario di sicurezza il nostro Parlamento, con la legge 119 del 5 agosto del 2022, ha già delegato il Governo a definire la costituzione di una Riserva ausiliaria dello Stato pari a diecimila unità. Tale riserva verrebbe ripartita su base regionale alle dipendenze delle Forze armate, con compiti di impiego in caso di conflitti, grave crisi internazionale o per emergenze e calamità nazionali, nonché con funzioni in campo logistico e di cooperazione civile-militare. Siamo quindi di fronte a valutazioni solide e a un quadro condiviso in cui all’evidente esigenza si associa la volontà politica e la presenza di un impianto legislativo idoneo per procedere in tal senso. Un servizio militare volontario e limitato nel tempo costituirebbe un’importante fonte di alimentazione di detta Riserva ausiliaria dello Stato. A fronte di una chiara esigenza perché quindi non consentire a un giovane cittadino italiano, che decide di non intraprendere la carriera professionale nelle Forze armate, di avere l’opportunità, se lo desidera, di essere addestrato in campo militare per un periodo limitato per contribuire alla difesa e alla sicurezza dei suoi connazionali? Perché privarsi di una capacità importante ottenibile senza limitare alcuna libertà personale? Ci sono pertanto tutte le premesse per procedere in tal senso.

Prossimi passi

Si tratta ora di prefigurare il percorso addestrativo e il successivo eventuale impiego, improntati a ottimizzare il rapporto costi-benefici. Ad esempio, si potrebbe stabilire una fase di addestramento basico della durata variabile, compresa tra le 8 e le 12 settimane, in funzione degli incarichi da assegnare. Due o tre mesi di intenso addestramento, da svolgere nei mesi estivi, sarebbero poi facilmente compatibili con gli iter formativi scolastici-universitari dei giovani cittadini militari volontari. Terminata la formazione iniziale, i volontari del Servizio nazionale verrebbero inquadrati in unità già esistenti, dislocate nelle regioni di provenienza su tutto il territorio nazionale. Questo personale conserverebbe il proprio posto di lavoro civile, avrebbe uno “status militare” e potrebbe essere disponibile ad un richiamo addestrativo annuale della durata di 15-20 giorni.

I costi

Per ciò che concerne i costi, si evidenzia che la citata legge 119 ha previsto lo stanziamento di circa 50 milioni annui, defalcati dai risparmi della legge 244/2012, per i soli oneri di richiamo del personale; oltre ai quali dovranno essere previsti gli oneri di selezione, vestizione, equipaggiamento, mezzi e materiali, istruttori, e infrastrutture. Si potrebbe procedere con gradualità, prevedendo una fase sperimentale nei primi due anni con un reclutamento tra 1500 e 2000 volontari all’anno, per poi passare a regime su un reclutamento annuale di 3000 Volontari, sufficienti per alimentare un bacino di 30mila unità in dieci anni. Ciò consentirebbe, con ampia flessibilità, il richiamo fino al massimo di diecimila unità previste per l’eventuale impiego della Riserva ausiliaria dello Stato nei casi di massime emergenze.

Un supporto alle emergenze

In quanto all’utilità di un siffatto bacino di forze Volontarie, basti pensare alle calamità che purtroppo hanno interessato il nostro Paese negli ultimi decenni (terremoti, Covid-19, frane, inondazioni, ecc.) e che proprio in questi giorni affliggono una vasta parte del nostro Paese. La disponibilità di un battaglione aggiuntivo di riservisti volontari su base regionale o areale (con dotazioni di mezzi e materiali) consentirebbe immediato intervento in supporto alla Protezione civile e agli altri organi dello Stato con tempestività ed aderenza. C’è già un modello in tal senso: il battaglione Alpini “Vicenza” costituito in seno al 9° reggimento Alpini a L’Aquila, alimentato da personale in servizio permanente. Replicare tale schema con i volontari della Riserva ausiliaria sarebbe agevole e assai meno dispendioso del reclutamento di analoga aliquota in servizio permanente. Le differenti specificità delle tre Forze armate indicheranno poi anche compiti in campo logistico e di supporto che sono altrettanto importanti per sostituire temporaneamente il personale professionista inviato in missioni di difesa, sicurezza e gestione delle crisi internazionali.

Basi solide

Ecco in definitiva che gli intendimenti dei nostri governanti sull’istituzione di un servizio militare volontario e temporaneo poggiano su basi solide. Si tratta di un’iniziativa nobile che accrescerebbe ancor più il legame tra le nostre Forze armate, il territorio e i nostri concittadini. È giunto il momento di mettere da parte la retorica e le critiche argomentate con titoli semplificativi. Il Governo ha tempo fino a fine agosto per esercitare la delega conferitagli dal Parlamento e definire in concreto i parametri della Riserva ausiliaria dello Stato.


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La Guerra tiepida. La sfida dell’Occidente per Casini e Manciulli


Gli strumenti della deterrenza e dell’equilibrio non bastano più. Lo scenario internazionale è caratterizzato contemporaneamente dalla competizione globale “fredda” tra potenze e da conflitti “caldi”. È la guerra tiepida, teorizzata nel nuovo libro chiama

Gli strumenti della deterrenza e dell’equilibrio non bastano più. Lo scenario internazionale è caratterizzato contemporaneamente dalla competizione globale “fredda” tra potenze e da conflitti “caldi”. È la guerra tiepida, teorizzata nel nuovo libro chiamato appunto “La guerra tiepida. Il conflitto ucraino e il futuro dei rapporti tra Russia e Occidente”, di Enrico Casini e Andrea Manciulli (edito dalla Luiss University Press), presentato ieri alla sede dell’ateneo con la moderazione di Flavia Giacobbe, direttore delle riviste Airpress e Formiche. Questo nuovo tipo di confronto “intermedio tra lo scontro militare e l’equilibrio della tensione”, come lo ha definito il direttore generale dell’Università Luiss Guido Carli, Giovanni Lo Storto, richiede “l’analisi di specialisti che possano ipotizzare come sarà il monto dei prossimi anni, con una Europa nel vortice della Storia”. Per la vice presidente della Luiss, Paola Severino, il libro “analizza le premesse e il contesto di questa guerra tiepida” attraverso una “metodologia seria con diversi studiosi che analizzano i fenomeni”.

La Guerra tiepida

Alla base del libro, per Enrico Casini c’è “la volontà di fare chiarezza nel caos in cui siamo stati immersi, dove si confondevano invasi e invasori e non si distinguevano le origini del conflitto”. Per questo scopo il volume è diviso in due parti, una dedicata alle radici storiche, dal rapporto tra Mosca e Kiev dopo la dissoluzione dell’Urss, alla svolta impressa alla politica russa da Putin. La seconda parte è invece dedicata a una riflessione sulle possibili conseguenze. Sul titolo “Guerra tiepida” è intervenuto anche Andrea Manciulli, che ha spiegato come si tratti di un “termine per il futuro”. “Non stiamo assistendo solo alla guerra in Ucraina, ma siamo in una fase della storia di discrimine geopolitico”. Dopo la fine della guerra fredda, per l’autore, ci si è illusi che la democrazia avesse vinto; invece, “è stata coltivata con attenzione scientifica la disgregazione dei valori dell’Occidente”. Le sfide del resto sono tante, oltre quella ucraina a est, c’è l’Artico, ormai navigabile, e le fragilità dell’Africa. “L’Europa è circondata” ha detto Manciulli e si trova “in una nuova fase della storia in cui non c’è più solo l’equilibrio del freddo, ma ci sono tanti conflitti, importanti sia per la geopolitica che per la nostra vita quotidiana.

Lo scontro tra democrazia e autocrazia

Per la Difesa italiana è evidente che questa guerra abbia superato i confini europei, e si sia spostata in tutto il mondo e, più vicino a noi, nel Mediterraneo. A dirlo è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Quello che serve, dunque, è che la politica “assuma uno sguardo più che decennale”. Il problema, ha sottolineato il ministro, è che “l’Europa per troppo tempo ha assunto un approccio burocratico, ma manca una volontà politica complessiva, cosa che hanno invece singolarmente i Paesi del Vecchio continente”. La domanda che si è posto il ministro, infatti, è “come si comporterebbe l’Unione se gli Usa ritirassero il proprio sostegno all’Ucraina?”. La complessa risposta è che se per alcuni non cambierebbe nulla, per altri invece sì. “È un momento in cui si scontrano due modelli, le democrazie e le autocrazie; il problema è che le democrazie sono più lente nelle decisioni, che possono sempre cambiare, e hanno catene di comando più lente”. Inoltre, il modello democratico, ha sottolineato Crosetto, prevale nella parte agiata del mondo, “incapace di avere la stessa voglia di combattere di chi vive nella parte povera”. Ci troviamo nella condizione di dover difendere “il modello di società dove si sta meglio, ma che sconta delle debolezze quando si scontra con le autocrazie”.

Un cambio culturale

Uno scontro che si combatte anche sul piano della comunicazione. “La Russia ha dimostrato di avere una StratCom più avanzata di noi; noi parliamo di pace o guerra, mentre dovremmo parlare di resa o resistenza, repressione o libertà. Noi stessi siamo stati contaminati”. “Come ho detto al Copasir – ha raccontato ancora Crosetto – la guerra finirà quando chi sta bombardando smetterà di farlo”. Per il ministro “la guerra è una cosa brutta, ma purtroppo l’unico modo per allontanarla è combattere chi vuole la guerra”. Quello che serve, dunque, è uno sforzo dell’intera classe dirigente per cercare di capire cosa potrà succedere tra vent’anni, “individuando i passi da fare per cambiare la cultura del nostro Paese ed europea, togliendo la sedimentazione di decenni per cui ci faceva schifo quello di cui avevamo bisogno”. Per Crosetto, “riscoprire questo percorso è l’unico per assicurare un futuro incarnato dalle democrazie”.

Destabilizzazione globale

Per il presidente della Fondazione MedOr, Marco Minniti, “non solo è una guerra tiepida, ma sarà anche una guerra lunga”. Il punto è che non può esserci pace “fondata sulla pace di un popolo, e chi lo chiede non sa di cosa parla”. Per Minniti, la guerra si combatte su due fronti, il primo materiale, sui campi di battaglia ucraini, “poi c’è una guerra asimmetrica, fatta di molte cose, dall’energia, al cyber”. L’obiettivo, spiega ancora il presidente di MedOr, è la destabilizzazione del mondo “che ha un epicentro: il Mediterraneo”. Per Minniti, infatti, l’obiettivo delle autocrazie è creare “tali e tante tensioni che sfaldano i legami e colpiscono lo schieramento occidentale” e l’elemento oggi più preoccupante è la conduzione di questa guerra asimmetrica in Africa. “Non c’è una grande regia strategica dietro, ma ci sono eventi e fatti che fanno comodo a Mosca e Pechino”.

Serve un’analisi approfondita

Come ha registrato il direttore generale dell’Agenzia industrie difesa, Nicola Latorre, “c’è stata superficialità nel valutare la strategia di Putin alla conferenza di Monaco nel 2007, in Georgia nel 2008, e poi in Crimea nel 2014”. Una superficialità dettata dal prevalere degli interessi economici invece che geopolitici. “La storia non si fa con i se – ha continuato il direttore generale – ma bisogna fare tesoro delle esperienze”, e non è la prima volta che succede all’Europa di sbagliare valutazioni, come successo con le Primavere arabe. L’obiettivo dell’analisi, allora, deve essere sviluppare un “margine di prevedibilità nella complessità di una partita enorme come quella che si sta giocando per ridefinire gli equilibri mondiali”.

Lo scontro sull’informazione

Il tentativo di destabilizzazione non si limita agli scenari esteri, ma accade anche nelle nostre società. “Nel nostro Paese il fenomeno della disinformazione ha due facce” ha spiegato la giornalista Monica Maggioni, “da una parte c’è chi decide di usare le informazioni per portare avanti un proprio credo ideologico, dall’altro c’è invece un deficit di consapevolezza”. Il punto, è che la guerra si combatte a Kiev e dentro le case di ognuno di noi: “si scontrano due visioni del mondo, progetti diversi sugli equilibri del globo”. Il problema è che negli Stati totalitari, in cui l’informazione è controllatissima, e i media tradizionali sono sotto scrutinio estremo da parte dello Stato, si è costruito un sistema di disinformazione sistematica a uso del nemico tra i più avanzati al mondo”.


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Un comitato per le patologie militari. La proposta del gen. Tricarico


Quando avevo formale titolo a farlo, proposi al ministro della Difesa di allora di istituire uno speciale Comitato di esperti che lo potesse assistere per ogni questione riguardante l’eventuale insorgenza di patologie a danno dei militari, a causa della l

Quando avevo formale titolo a farlo, proposi al ministro della Difesa di allora di istituire uno speciale Comitato di esperti che lo potesse assistere per ogni questione riguardante l’eventuale insorgenza di patologie a danno dei militari, a causa della loro esposizione a possibili agenti patogeni durante l’espletamento del servizio.

Il motivo era quello di prevenire gli effetti negativi legati a peculiari ambienti di lavoro quali l’esposizione a onde elettromagnetiche, ad agenti chimici nocivi, a materiali di amianto, a uranio impoverito; una casistica questa non scelta a caso, ma relativa a dossier già aperti e che ogni tanto rispuntano.

L’iniziativa non andò a buon fine perché affondata dalla burocrazia interna e dall’inesorabile meccanismo dell’avvicendamento dei vertici dell’amministrazione che spesso incide negativamente sulla continuità di governo.

Un motivo non secondario per la messa a punto di uno strumento scientifico/conoscitivo di alto livello a beneficio del ministro e della amministrazione era quello di poter assistere i vari comandanti che, numerosi, erano chiamati a rispondere in tribunale per l’insorgenza di malattie a danno dei dipendenti o di altri cittadini, i quali accusavano la Difesa e i loro responsabili locali o centrali per le infermità contratte.

Tra l’altro, si è da poco concluso il processo a carico di cinque generali dell’Aeronautica che si erano avvicendati al comando del Poligono interforze di Salto di Quirra, iniziato nel 2011 e la cui sentenza non è stata ancora depositata, una sentenza assolutoria per tutti in quanto “non vi è idonea prova della sussistenza del fatto”, ma che ha comportato che gli imputati (per l’inquinamento del territorio sardo con agenti dannosi – tra cui torio e uranio impoverito – smaltiti nell’ambiente) si siano dovuti difendere senza poter contare su una documentazione scientifica di alto livello e difficilmente contestabile, quale quella appunto che un comitato di scienziati avrebbe messo a disposizione della giustizia e di imputati innocenti.

Tra l’altro, è fin troppo facile prevedere che la mai sopita vivacità del ricco campionario di movimenti e associazioni sardi non tarderà a risvegliarsi, anche in considerazione dei nuovi insediamenti internazionali sulla base di Decimomannu.

Un caso, quello della Sardegna, che richiama la questione dell’uranio impoverito e del fatto che una mole gigantesca di istanze di indennizzo è ancora oggi in attesa di decisione da parte della giustizia o dell’amministrazione, con conseguenze imprevedibili, perché basate sull’ assunto – ben lungi dall’essere stato definitivamente acclarato sul piano scientifico – che l’esposizione all’uranio impoverito causi l’insorgenza di patologie tumorali.

Tutto questo nel nostro bizzarro paese accade nonostante una cospicua letteratura scientifica, (che la Fondazione Icsa ha voluto mettere insieme – vedi link), sia concorde sulla insussistenza/inverosimiglianza di un nesso causa effetto per i militari malati di tumore, cui in ogni caso va tutta la nostra umana e partecipe vicinanza e solidarietà.

Signor Ministro Crosetto, l’attualità e le prospettive di una Difesa in stato di accusa da parte di migliaia di militari che la chiamano in giudizio per danni subiti a causa del servizio prestato, così come il verosimile replicarsi di scenari dello stesso tipo, anche a causa della partecipazione a missioni multinazionali nei più disparati ambiti geografici, rendono la proposta di nominare un Comitato di esperti più attuale e necessaria oggi di ieri.

Tra l’altro, va tenuto in considerazione che i giudici, in quelle circa cinquanta sentenze favorevoli agli istanti ad oggi registrate, hanno considerato un precedente significativo l’accoglimento delle istanze di indennizzo da parte dell’amministrazione. Decisioni certamente tecniche, ma date le dimensioni del fenomeno – tutto e solo italiano – un monitoraggio della politica pare inevitabile.


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

La Rai agisce come le emittenti private, in concorrenza con loro, ma con il tetto alla pubblicità e il canone. Perché non renderla privata a ogni effetto?

Questa soluzione avrebbe pure il pregio di porre i partiti fuori dalla Rai.

Spiego tutti i risvolti su Domani

editorialedomani.it/politica/i…

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Pronto il settimo pacchetto armi per l’Ucraina. Crosetto al Copasir


È in partenza un nuovo pacchetto di armi per l’Ucraina. Martedì, di fronte al Copasir – presieduto dal Dem Lorenzo Guerini – il ministro della Difesa Guido Crosetto ne ha illustrato i contenuti, che come da consuetudine rimarranno secretati. Il passaggio

È in partenza un nuovo pacchetto di armi per l’Ucraina. Martedì, di fronte al Copasir – presieduto dal Dem Lorenzo Guerini – il ministro della Difesa Guido Crosetto ne ha illustrato i contenuti, che come da consuetudine rimarranno secretati. Il passaggio è necessario per dare il via libera alla spedizione del nuovo lotto di equipaggiamenti che aiuteranno la resistenza ucraina contro l’invasione russa.

Si tratta del settimo pacchetto in termini assoluti e il secondo approvato dal governo di Giorgia Meloni, che agisce sulla base della copertura legale fornita dal decreto legge Ucraina, varato definitivamente a gennaio, che proroga fino al 31 dicembre 2023 la cessione di materiali militari all’Ucraina. Poche settimane dopo l’esecutivo ha dato il via libera al sesto pacchetto, che prevedeva, tra le altre cose, l’invio del sistema di difesa antiaerea Samp/T.

Secondo Repubblica il settimo pacchetto “ rinnova le dotazioni di armi, munizioni e sistemi di difesa antiaeree già inviate con i precedenti provvedimenti”. Materiale che risponde alle esigenze espresse dalla Difesa ucraina, a cui gli alleati occidentali stanno via via rispondendo: gli Stati Uniti con l’autorizzazione all’invio di caccia F-16, il Regno Unito con missili a lungo raggio Storm Shadow e droni, la Germania con tank e radar e così via. Il tutto in funzione della difesa dai missili di Vladimir Putin, ma anche della controffensiva ucraina ormai imminente.

La decisione del governo italiano arriva sulla scia del summit G7 a Hiroshima, dove i leader occidentali (inclusa la stessa Meloni, ai margini dei colloqui) hanno incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e ribadito il sostegno finanziario, militare e umanitario a Kyiv. Questi e altri incontri – tra cui la recente visita a Roma – hanno permesso al leader ucraino di sottolineare l’urgenza dell’invio di nuovo materiale. A cui l’Italia, in linea con gli altri partner occidentali, sta reagendo.


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Mosca minaccia il Mediterraneo anche sott’acqua. Parola di Cavo Dragone


La guerra in Ucraina i relativi effetti “hanno accentuato le responsabilità della Difesa e dell’Italia per la stabilità del Mediterraneo”, che “si estendono ai correlati fondali, percorsi da reti e infrastrutture strategiche, potenzialmente ricchi di riso

La guerra in Ucraina i relativi effetti “hanno accentuato le responsabilità della Difesa e dell’Italia per la stabilità del Mediterraneo”, che “si estendono ai correlati fondali, percorsi da reti e infrastrutture strategiche, potenzialmente ricchi di risorse naturali e per questo, spesso obiettivo della cosiddetta ‘territorializzazione’ del mare”. Lo ha spiegato l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo di Stato maggiore della Difesa, intervenuto all’evento “L’Italia, il Mediterraneo allargato e il dominio subacqueo” dell’Istituto Affari Internazionali. Un occasione anche per fare il punto sull’ambiente subacqueo, che sta diventando un dominio operativo di rilievo per la Marina Militare italiana, e una frontiera tecnologica per l’industria del settore e più in generale per il sistema Paese che sta dando vita ad un Polo nazionale per la dimensione subacquea. L’apertura dei lavori è stata affidata all’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dello Iai. Dopo di lui, un saluto inviato da Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e per le Politiche del mare.

IL DOMINIO SUBACQUEO

“Come per lo Spazio e per la Terra”, ha continuato il capo di stato maggiore della Difesa, “l’elevazione del mondo sommerso allo status di ‘dominio’” implica “una piena presa di coscienza anche delle accresciute responsabilità nella sua gestione, che sarà anch’essa un banco di prova della capacità del genere umano di approcciare, con equilibrio, tatto e rispetto, una realtà fondamentale per la preservazione degli equilibri biologici del nostro pianeta”. La rilevanza strategica delle infrastrutture subacquee, come gasdotti o dorsali di connettività digitale, “impone alla Difesa la protezione delle stesse, dedicando allo scopo risorse e investimenti paritetici a quanto garantito ad altre infrastrutture critiche del Paese, soggette a una minaccia sempre più ibrida”, ha continuato spiegando che la Difesa intende proseguire con un approccio “multi-disciplinare, inter-dicasteriale e inter-agenzia valorizzando il dialogo con le eccellenze nazionali, per consolidare una visione coerente, condivisa ed efficace”.

LA MINACCIA RUSSA

Oggi il Mediterraneo “è un punto di polarizzazione delle tensioni internazionali, così come il Nord Africa e la regione Saheliana sono aree dove attori terzi, statali e non statali, agiscono in maniera assertiva alimentandone la destabilizzazione a livello politico, sociale ed economico”, ha spiegato l’ammiraglio Cavo Dragone. In particolare, la Russia “non nasconde di voler estendere il proprio raggio d’azione in tutta questa importante fascia territoriale, nonché a tutto li Mediterraneo, anche attraverso le sue spiccate capacità nel settore underwater (manned e unmanned), ampliando le minacce a cui possono essere esposte le infrastrutture critiche e le dorsali marittime di nostro interesse strategico”.

LA RICERCA

Nella versione preliminare dello ricerca “The Underwater Domain and Europe’s Defence and Security” presentata dagli analisti Elio Calcagno e Alessandro Marrone, vengono analizzati gli scenari riguardanti le attività nel dominio sottomarino di sette Paesi: la Russia, che ha investito in droni subacquei sia per attacchi sia per deterrenza nucleare; la Cina, che punta a 76 sottomarini in cinque anni per anticipare nel mosse degli Stati Uniti e dei loro alleati nell’Indo-Pacifico; il Giappone, con cui l’Italia ha recentemente rafforzato la relazione a partenariato strategico, dispone di una flotta ampia e moderna (22 sottomarini, che è più di Italia e Francia sommate, il più vecchio è del 2000) e all’ammodernamento preferisce la sostituzione a ritmo di un sottomarino all’anno; la Germania, leader mondiale in sviluppo e produzione, che è stata colta di sorpresa dal sabotaggio del Nord Stream 2 tanto che chiede, assieme alla Norvegia, una struttura di protezione delle infrastrutture critiche della Nato; il Regno Unito, che guarda all’Indo-Pacifico con l’accordo Aukus con Stati Uniti e Australia; la Francia, con 12 sottomarini nucleari di cui 4 con lanciamissili balistici e la Zee più grande al mondo.

IL RUOLO DELL’ITALIA

In generale, si nota un “aumento della rilevanza di sottomarini e droni subacquei, un aumento della domanda ma anche volontà di alimentare offerta tramite investimenti, innovazione e competizione”, ha spiegato Marrone. Aspetti che l’Italia e il sistema Paese non possono che tenere in considerazione.

IL DIBATTITO

Al dibattito successivo, moderato da Karolina Muti, responsabile di ricerca programmi sicurezza e difesa dello Iai, sono intervenuti Giuseppe Cossiga, presidente della Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, l’ammiraglio Enrico Credendino, capo di stato maggiore della Marina, Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri, Gabriele Pieralli, direttore della divisione elettronica di Leonardo, Luciano Violante, presidente della Fondazione Leonardo e Catherine Warner, direttrice del Nato Center for Maritime Research and Experimentation.

LE CONCLUSIONI

Le conclusioni sono state affidate a Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario alla Difesa. “Ancora si deve lavorare sull’opinione pubblica per far comprendere” la portata della dimensione marittima, ha spiegato il sottosegretario. A decidere il futuro del dominio per l’Italia “sarà la nostra capacità di fare sistema Paese e sfruttare il vantaggio competitivo”, ha aggiunto sottolineando l’impegno del governo a dare rapida attuazione al Polo nazionale della subacquea.


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Via della seta, Meloni cambia strada


La decisione è ormai presa, l’unico dubbio è quando e come comunicarla per evitare di compromettere a cascata gli interessi di alcune grandi aziende italiane e di conseguenza l’interesse nazionale. Ma che Giorgia Meloni finirà per non rinnovare il memoran

La decisione è ormai presa, l’unico dubbio è quando e come comunicarla per evitare di compromettere a cascata gli interessi di alcune grandi aziende italiane e di conseguenza l’interesse nazionale. Ma che Giorgia Meloni finirà per non rinnovare il memorandum sulla Via della seta siglato da Giuseppe Conte con la Cina nel 2019 viene dato per certo.

Pesa, naturalmente, il pressing americano. Pesa, ma non basta. Raccontano, infatti, che la presidente del Consiglio abbia affrontato la questione con spirito laico. Ha soppesato gli interessi economici, li ha intrecciati con gli interessi geopolitici ed è giunta alla conclusione che all’Italia convenga affrancarsi da un accordo che in termini commerciali conviene a Pechino più che a noi e che in termini politico-diplomatici è motivo di grande imbarazzo, tant’è che nessuno dei Paesi fondatori dell’Europa o membri del G7 l’ha siglato.

Anche di questo Giorgia Meloni parlerà col presidente statunitense Joe Biden in occasione della sua prima visita di Stato a Washington. Visita che dovrebbe tenersi, ma non è ancora ufficiale, la terza settimana di giugno.

Una delle tante anomalie italiane sembra dunque destinata a venir meno. Un’anomalia nel merito, ma anche nel metodo. Parlando con chi occupava posizioni di rilievo durante il primo governo Conte ci si rende infatti conto di quanto l’importanza di quell’accordo fosse stata trascurata. Non ci fu alcuna discussione né a livello politico né a livello governativo. Il dossier, caro a Beppe Grillo che ancora oggi lo difende, fu istruito dai vertici della Farnesina ispirati dall’ambasciatore italiano a Pechino Ettore Francesco Sequi con Luigi Di Maio ministro e dal sottosegretario leghista filo cinese allo Sviluppo economico Michele Geraci nell’indifferenza dei leader politici e degli altri ministri. Del resto, la segretezza era parte caratterizzante il memorandum. L’intesa sul futuro dei porti di Genova e Trieste, ad esempio, si concludeva con una raccomandazione che suonava grossomodo così: “L’accordo è segreto in tutte le sue parti compresa l’esistenza stessa dell’accordo”. Metodo cinese, appunto.

Il primo ad accorgersi dell’esistenza e soprattutto delle implicazioni del trattato fu l’allora sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi, leghista di orientamento atlantista. Mancava poco più di un mese all’arrivo di Xi Jinping a Roma per la firma del memorandum quando Picchi, con un tweet e diverse telefonate, diede l’allarme. Si mosse l’ambasciata statunitense, si informò il Quirinale, si mobilitò il segretario di Stato americano Mike Pompeo. Da una cinquantina che erano, gli accordi bilaterali furono ridotti a 29 e ciascuno dei 29 accordi, di cui 10 commerciali e 19 istituzionali, fu annacquato il più possibile.

Tuttavia, il 23 marzo del 2019 il presidente cinese Xi Jinping e il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte firmarono in pompa magna il memorandum sulla Via della seta a Villa Madama. Sarà ora Giorgia Meloni a cancellare quella firma riportando di conseguenza l’Italia dall’orbita cinese dove la avevano collocata gli interessi grillini e la negligenza dei loro alleati all’orbita occidentale e atlantista che, per ragioni storiche, politiche ed economiche, ci caratterizza da sempre.

Huffington Post

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Anne Applebaum – La grande carestia


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In un’aula di giustizia occorre tenere le distanze. Separazione delle carriere nodale per la svolta – Il Piccolo


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L’insano aumento dei magistrati a presidio del Ministero della Giustizia


La riforma dell’ordinamento giudiziario firmata dal precedente ministro, Marta Cartabia, non ha rappresentato certo una rivoluzione. “Timidi passi nella giusta direzione, ovvero a garanzia dei principi cardine dello Stato di diritto”: è così che il mondo

La riforma dell’ordinamento giudiziario firmata dal precedente ministro, Marta Cartabia, non ha rappresentato certo una rivoluzione. “Timidi passi nella giusta direzione, ovvero a garanzia dei principi cardine dello Stato di diritto”: è così che il mondo forense l’ha grossomodo valutata. Tuttavia l’Associazione nazionale magistrati ne ha paventato effetti dirompenti e ha fatto fuoco e fiamme per impedirne l’approvazione.

La riforma Cartabia è stata approvata sul finire della scorsa legislatura, ma gli addetti ai lavori danno per scontato che non vedrà mai la luce. Il motivo è semplice: i magistrati fuori ruolo che occupano le funzioni apicali del ministero della Giustizia lo impediranno. La tesi non è peregrina. Lo conferma il fatto che lo scorso ottobre la Cartabia non è entrata in vigore a causa, ma guarda un po’, della mancanza dei relativi decreti attuativi che avrebbero dovuto essere licenziati dal Ministero. Non era mai successo prima.

Ebbene, la notizia è che lo strapotere informale della magistratura sulle scelte politiche del ministro della Giustizia di turno non è destinata ad affievolirsi, ma ad accrescersi. Nel Palazzo circola, infatti, un emendamento firmato dal governo che, col pretesto del Pnrr, fa saltare il tetto previsto dal decreto legge 143 del 2008 portando da 65 a 75 il numero massimo di magistrati che possono essere destinati a ricoprire funzioni apicali nel ministero della Giustizia. Dieci magistrati in meno ad occuparsi della giurisdizione, dieci magistrati in più ad impedire che qualsivoglia riforma prenda vita contro il parere della corporazione togata.

Un secondo emendamento governativo prevede la costituzione di una nuova Direzione generale presso il gabinetto del ministro al costo di poco meno di 300mila euro, ed è chiaro a tutti che a ricoprire quella funzione sarà un magistrato. Altri due emendamenti, questa volta di iniziativa parlamentare, firmati da senatori Lega e di FdI, aggira il divieto, previsto della legge Cartabia, di rientro in ruolo per i magistrati che hanno assunto incarichi di governo.

C’è n’è abbastanza per dichiarare ufficialmente defunto l’antico principio del primato della politica. Questione che in tempi ormai lontani il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga così riassunse: “La funzione legislativa è stata ormai usurpata manu militari dalla magistratura, che, con la complicità di politici timorosi delle conseguenze in caso di diniego, impedirà qualsivoglia riforma vagamente seria dell’ordinamento giudiziario”.

Huffington Post

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Una donna a guida delle operazioni navali Usa? Chi è Lisa Franchetti


Sarà forse una donna a guidare lo Stato maggiore della Marina statunitense? Non è ancora dato saperlo con certezza, ma si tratterebbe della prima a ricoprire tale incarico oltreoceano. A dare l’anticipazione sul nome di Lisa Franchetti è stato Breaking de

Sarà forse una donna a guidare lo Stato maggiore della Marina statunitense? Non è ancora dato saperlo con certezza, ma si tratterebbe della prima a ricoprire tale incarico oltreoceano. A dare l’anticipazione sul nome di Lisa Franchetti è stato Breaking defense, definendola “il candidato più probabile” per il ruolo di prossimo capo delle operazioni navali del Paese a stelle e strisce. Ufficiale di carriera della guerra di superficie (surface warfare), Franchetti è attualmente già vice-capo delle operazioni navali e in precedenza ha comandato la Sesta Flotta degli Stati Uniti con sede a Napoli, tra il 2018 e il 2020. È stata, inoltre, la seconda donna (dopo Michelle Howard) a essere promossa ammiraglio a quattro stelle per la Us Navy, rientrando così nell’ancora ristretto alveo delle dieci donne nella storia americana a poter vantare tale grado. Insieme a lei, sembrerebbe esserci l’ammiraglio Samuel Paparo, comandante della Flotta del Pacifico degli Stati Uniti, come altro nome più papabile per guidare le operazioni navali Usa.

In attesa della conferma

Nonostante vi sia la possibilità che le circostanze cambino ancora prima dell’ufficiale nomina di Franchetti e quindi l’annuncio ufficiale da parte della Casa Bianca, sembra essere proprio il suo il nome più papabile secondo gli osservatori e analisti americani. Succederebbe all’ammiraglio Michael Gilday, l’ex comandante della decima Flotta la cui nomina ad ammiraglio maggiore della Marina, quattro anni fa, fu inaspettata e preceduta da uno scandalo che costrinse la prima scelta della Casa Bianca a ritirarsi dal processo.

Il profilo

Nonostante le chiare origini italiane, l’ammiraglio Franchetti è nata a Rochester, nello Stato di New York. Oltre agli incarichi già citati, ha ricoperto il ruolo di direttore per la strategia, i piani e la politica dello Stato maggiore. In qualità del suo ruolo di comando è stata responsabile delle forze nel Mar Nero e zone limitrofe, in particolare in prossimità della Marina russa. Tale esperienza, acquisita operando nel Mediterraneo e vicino alla flotta di Mosca sarà più che mai rilevante, soprattutto ad oggi che perdura da oltre un anno la guerra russo-ucraina. L’ammiraglio Franchetti, tuttavia, non è famosa per stare sotto i riflettori, soprattutto in confronto a Gilday, se non durante le udienze del Congresso e in poche altre occasioni. Quali una recente intervista rilasciata alla Cbs (in compagnia di tre sue colleghe del Pentagono) e nel corso dell’esposizione annuale Sea air space. Non è quindi facile cercare di capire come potrebbe comportarsi nel nuovo ruolo di capo delle operazioni navali per gli Stati maggiori riuniti, in particolare per quanto riguarda il rapporto con il comparto industriale.

Alla guida della VI flotta statunitense

“Lavoriamo per mantenere la pace per un anno in più, un mese in più, una settimana e un giorno in più”, così nel 2018 Lisa Franchetti aveva assunto il ruolo di comandante della Sesta Flotta degli Stati Uniti, l’armata marittima di pronto intervento su tutti gli scacchieri globali, in particolare in Europa e nel Mediterraneo. Contemporaneamente, con il comando della sesta flotta, Franchetti era diventata anche vice comandante delle Forze navali americane in Europa e delle Forze navali statunitensi in Africa.

(Foto: Us Navy)


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Nava, Giacalone e Cangini al seminario su Einaudi e la sua idea di giornalismo – Corriere della Sera


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Le due eredità di un uomo per bene


Con la partecipazione di Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora e presidente della Fondazione per la giustizia «Enzo Tortora» Modera Salvo La Rosa, Giornalista e conduttore televisivo L'articolo Le due eredità di un uomo per bene proviene da Fond
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Con la partecipazione di Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora e presidente della Fondazione per la giustizia «Enzo Tortora»

Modera Salvo La Rosa, Giornalista e conduttore televisivo

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Ambidestri


Dunque la a lungo bistrattata Unione europea è una cosa buona ed è necessario averne di più, che abbia più competenze, che estenda le proprie funzioni. Mica una cosa da poco. E accipicchia se sono significative le parole del ministro della Difesa Guido Cr

Dunque la a lungo bistrattata Unione europea è una cosa buona ed è necessario averne di più, che abbia più competenze, che estenda le proprie funzioni. Mica una cosa da poco. E accipicchia se sono significative le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto, cui plaudo: «Nessun Paese europeo può difendersi da solo (…). I tempi ci stanno obbligando a mettere insieme le forze armate dei 27 Paesi dell’Unione sul modello Nato». Bravo, ma bravo anche a contestare la tesi di chi gli fa osservare che l’Italia va a rimorchio e conta poco o nulla: «Contiamo moltissimo, assolutamente». Molto bene. È il contrario di quanto gli antieuropeisti hanno salmodiato per anni, esponenti della destra ora al governo compresi; è il contrario dell’Ue in cui non si conta nulla e dalla cui moneta unica si deve uscire. Ma va benissimo così.

Nel mentre Crosetto parlava a Trento, Giorgia Meloni era in Romagna con Ursula von der Leyen, annunciando che accederemo al fondo di garanzia. Giusto. Non che sia una bella cosa, perché si tratta di fondi per far fronte alle disgrazie, ma l’Italia è quella che ha usato il fondo più di ogni altro e ora torna a farlo. L’esistenza di quel fondo è la non nuova dimostrazione della natura solidale dell’Ue. L’opposto di quel che dissero. Del resto, uno dei più grandi meriti di Meloni (e uso il suo nome, anziché quello del suo partito, perché sono sicuro che molti dei suoi – così come i suoi alleati – la pensavano diversamente) è stato quello di assicurare in campagna elettorale che non ci sarebbe stato sfondamento di bilancio, che non avremmo fatto più deficit. Nei successivi atti del governo s’è confermato il percorso di rientro dal debito, già delineato dal governo precedente. E questo è il riconoscimento della validità e utilità dei vincoli di bilancio europei, senza i quali il singolo Paese si troverebbe esposto alla speculazione e soccomberebbe. Come Crosetto ben vede sul fronte militare. Anche in questo caso è il contrario di quel che sostennero, ma va benissimo così. Lo hanno capito tutti e lo hanno capito i mercati. Difatti regna la quiete.

Anche sull’immigrazione s’è capito che non ha senso puntare sulla redistribuzione – perché non funziona e perché già è illegittimamente praticata – ma sui confini comuni, quindi su più Europa. Alla faccia dei paventati e impossibili blocchi navali. E anche qui: bene.

La destra di governo somiglia soltanto nelle pose alla destra di opposizione. Che poi lottizzino la Rai lo trovo disdicevole tanto quanto lo era quando a lottizzarla erano altri. Che il loro elenco di intellettuali di destra sia divertente quanto quello di sinistra (che un intellettuale non si fa intruppare e se si fa intruppare è un corista) era ed è scontato. Si ersero a difensori dell’italianità della mitica “compagnia di bandiera” e ora ne cedono il 90% ai tedeschi di Lufthansa. Va benissimo così. Gianni Agnelli sostenne che la sinistra fa le cose che la destra non può fare. Non che faccia cose di sinistra, ma cose ovvie che agli altri non riescono perché la sinistra s’oppone. Il giochino vale anche al contrario: la destra fa le cose che la sinistra non può fare. Si stanno impiccando alla ratifica della riforma del Mes non perché non sappiano come sciogliere il nodo, ma perché provano a usare furbescamente quel che sanno di dovere fare sommessamente. Meglio non tirare e mollare, tanto più che il cappio non è il Mes – come avventatamente dissero – ma la sceneggiata che stanno facendo.

Dove casca l’asino? In quello che la politica, di destra e di sinistra, non sa fare. La classe dirigente è da troppo tempo selezionata nell’arte parolaia, ma quell’arte serve a nulla quando si ha in mano il Pnrr. Servono competenze, che ci sono ma non fanno politica. E l’occasione è buona per rinsanguare un mondo divenuto anemico. Sperando che, nel frattempo, la sinistra non si metta a fare la destra quand’era all’opposizione, rinunciando a spingere perché i fatti seguano alle parole e sperando di rifarsi gonfiando parole senza sostanza.

La Ragione

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RiOrdino


Non è normale che quando una cosa non si può non farla in tempi ragionevoli, automaticamente si pensi a un commissario. Se poi ci si mette a cincischiare sul colore partitico del commissario stesso è segno che all’imperizia s’unisce l’incoscienza. Non son

Non è normale che quando una cosa non si può non farla in tempi ragionevoli, automaticamente si pensi a un commissario. Se poi ci si mette a cincischiare sul colore partitico del commissario stesso è segno che all’imperizia s’unisce l’incoscienza. Non sono due questioni diverse, ma due facce della medesima moneta. Cattiva.

Che un evento disgraziato, terremoto o alluvione, arrivi senza preavviso rientra nell’ordine naturale delle cose. Non sai cosa, non sai quando, ma sai che le disgrazie hanno questa caratteristica e che, pertanto, occorre prepararsi all’imprevedibile. Lo sappiamo e lo facciamo anche bene, visto che protezione civile, pompieri, esercito e forze dell’ordine hanno assicurato – ancora una volta – un soccorso efficiente e immediato. La cosa curiosa (talmente curiosa da non destare neanche curiosità) è che nessuno pensa che un commissario possa fare alcunché nella fase dell’immediata emergenza, quando le cose sono tutte anormali, ma lo si invoca per la fase successiva, quando le cose vanno tornando alla normalità.

E ci sono cose ancora più curiose, che raccontano moltissimo dell’Italia. Quel che più appassiona il legislatore è concepire un bel pensiero, mettere a fuoco una cosa giusta e quindi scriverla in una legge. Fine. Che il Parlamento abbia anche poteri e doveri di controllo ci se ne ricorda quando si tratta di fare Commissioni d’inchiesta pittoresche o eterne. Eppure il governo è un potere “esecutivo” e ci sono amministrazioni preposte alla concretizzazione di quanto legiferato, ad esempio alimentando le banche dati sulle condizioni territoriali o redigendo i piani triennali per quell’assetto. Poi si dovrebbe controllare che i dati siano gestiti correttamente e i piani realizzati. Qui manco li si è raccolti e preparati. E a farlo sarebbero dovuti essere, in diversi casi, dei commissari. Nominati perché prima non lo si faceva.

È un gravissimo errore credere che questa sia “burocrazia”: è la mascheratura dell’incapacità realizzativa e dell’incompetenza politica. Il che porta ad avere tanti soldi a disposizione e a spenderne pochi secondo quanto pianificato, poi correndo a spenderli a piffero per non perderne la disponibilità. I soldi non spesi, a loro volta, restando in cassa diventano “tesoretti”, che i governi di turno sventolano come loro miracolose scoperte, laddove sono il residuato contabile di miserabili fallimenti.

Non è normale che, passata l’emergenza, si dia per certo che la ricostruzione non si possa fare utilizzando i protagonisti istituzionali esistenti. Si dice: bisogna coordinare Comuni, Provincie, Regioni, enti territoriali e azione governativa. Giusto, e allora? In realtà si sta dicendo: tutta quella roba non funziona, quando qualche pezzo funziona sarà l’inerzia degli altri a bloccarlo; quindi, ora che c’è bisogno di fare e fare subito, saltiamoli tutti e facciamo un commissario, anzi no: facciamo un commissario che parli con tutti loro, ma poi decida. Come dire che l’intera macchina istituzionale e amministrativa è da buttare.

All’apice delle curiosità si trova la superstizione secondo cui, invece, tutto funzionerebbe se il capo dell’Italia – ovunque s’allochi (che il costituzionale e comparato non lo si maneggia con disinvoltura) – lo eleggesse trionfalmente il popolo. Ma è un’allucinazione: la legge stabilisce cosa sia l’autorità; la capacità e la serietà creano l’autorevolezza; il fallimento di autorità e autorevolezza genera autoritarismo. Non è un rimedio, è il monumento al male.

Aggiungete lo spettacolo della discussione sul colore del commissario, con il grottesco immaginarne uno “competente” contrapposto a uno “democratico” e avrete la spiegazione del perché la politica appassiona i fanatici delle tifoserie ma disaffeziona quanti restano convinti che un Paese che fa i nostri risultati non meriti una tale condizione, che un riordino non debba essere una rivoluzione ideologica ma una evoluzione pragmatica. E hanno ragione. Popolando il torto di non sapere come cambiare andazzo.

La Ragione

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LiberaLibri 2023 – “Jane Eyre” di Charlotte Brontë


Nell’ambito del Maggio dei Libri, Giulia Savarese legge un estratto di “Jane Eyre” di Charlotte Brontë, pubblicato nel 1847. La lettura è tratta dal capitolo 23. Progetto LiberaLibri 2023 L'articolo LiberaLibri 2023 – “Jane Eyre” di Charlotte Brontë pr

Nell’ambito del Maggio dei Libri, Giulia Savarese legge un estratto di “Jane Eyre” di Charlotte Brontë, pubblicato nel 1847.

La lettura è tratta dal capitolo 23.

Progetto LiberaLibri 2023

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Mosca e Kyiv non sono uguali. Crosetto cita don Milani sulla guerra


Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha scritto una lettera al direttore de l’Unità, Piero Sansonetti, pubblicata domenica sul quotidiano. Crosetto parla della situazione in Ucraina e delle missioni militari all’estero dell’Italia: “Non si può chiedere

Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha scritto una lettera al direttore de l’Unità, Piero Sansonetti, pubblicata domenica sul quotidiano. Crosetto parla della situazione in Ucraina e delle missioni militari all’estero dell’Italia: “Non si può chiedere la pace senza l’abbandono e la rinunzia ai territori che la Russia ha occupato, il riconoscimento che l’invasione è stato un atto illegittimo, in violazione di ogni norma internazionale, che ha causato danni e sofferenze indicibili alle popolazioni civili. Stabilito che credo che il solo tentativo di mediazione serio, in campo e che bisogna aiutare in tutti i modi sia quello del cardinale [Matteo Maria] Zuppi e del Vaticano, resta il punto: ‘Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra diseguali’”, dice citando don Lorenzo Milani.

IL DEBOLE E IL FORTE

“Immagino già un vecchio pacifista come te che sobbalza sulla sedia: ma come, Crosetto che mi cita don Milani?! Eh sì, non solo perché ricorrono i cento anni dalla nascita, questa frase di don Lorenzo Milani, tratto dal suo pamphlet più famoso, Lettera a una professoressa, mi frulla in testa da giorni. La citazione, come ben sai, si riferisce, principalmente, al mondo della scuola […]. Se ci pensi, però, le parole di don Milani si possono prendere e traslare sul piano politico, diplomatico e internazionale: l’Ucraina è la parte debole, aggredita, invasa (tanto che viene aiutata dall’Occidente, democrazie libere e basate sul consenso e il gioco democratico, non autocrazie), la Russia è la parte forte, l’aggressore, l’invasore. Non si possono, cioè, fare parti uguali tra diseguali, neppure nei rapporti tra le Nazioni”, ribadisce Crosetto.

LE GUERRE GIUSTE

“Naturalmente, citando don Milani, potrei subire facilmente la critica di appropriarmi del pensiero di un autore famoso, anche, per il suo pacifismo e il suo antimilitarismo (…). Per don Milani non esistono guerre ‘giuste’. Non ne ravvisa la possibilità neppure nella Costituzione. Non sono, ovviamente, d’accordo. Le guerre ‘giuste’ (quelle per la difesa della Patria, come la lotta di Liberazione, e quelle per stabilire un ordine internazionale democratico, libero, pacifico, come la lotta al terrorismo, agli Stati canaglia, o quella di autodifesa dell’Ucraina) esistono eccome. Ma capisco e rispetto la posizione di un pacifismo ‘totale’, ‘intransigente’ e che rifiuta la guerra combattuta con ogni mezzo e per qualsiasi fine. Rispetto molto meno partiti e giornali (non farò nomi) che, fino a ieri, quando erano al governo o appoggiavano partiti al governo, approvavano a occhi chiusi l’aumento delle spese militari e l’invio di armi all’Ucraina mentre, oggi, che sono all’opposizione, si sono ‘riscoperti’ pacifisti integrali, integerrimi, totali. Ridicoli…”, prosegue il ministro.

IL RICORDO DI CICCIOMESSERE

“Resta che le parole e i libri di don Milani sono alla base dell’introduzione, anche in Italia, del diritto all’obiezione di coscienza, portato a dama da un deputato radicale morto di recente, Roberto Cicciomessere. Oggi, l’esercito di leva, da molti decenni, non esiste più. Abbiamo forze armate professionali e composte da professionisti che scelgono – bontà loro! – sacrificando molto della loro vita privata, di servire per difendere la Patria in Italia e fuori. E proprio su questo tema, sulle nostre missioni militari all’estero, vorrei spendere due parole. Ovunque vanno le nostre Forze Armate, nei Paesi stranieri in cui svolgono operazioni di peaceforcing e di peacekeeping, vengono trattate e vissute come ‘amici’, non come stranieri ‘invasori’. È il modello italiano che, nato nell’operazione militare in Libano, ormai fa scuola in mezzo mondo. Il mio compito, quello che mi sono prefisso, è di connettere, sempre di più, l’azione dei nostri militari con quella dei territori e delle popolazioni in cui operano, nel rispetto e nella gratitudine di tutti”, sottolinea Crosetto.

LE NUOVE FORZE ARMATE

“La mia idea, un’idea ‘nuova’ per l’impiego delle nostre forze armate, è quella di aiutare i Paesi stranieri dilaniati da guerre civili, lotte intestine, terrorismi di varia natura, spesso privati dei più elementari diritti di democrazia, libertà, crescita economica e sociale, a crescere e svilupparsi. Condizioni che, purtroppo, in troppi teatri esteri, solo la presenza militare può davvero garantire. Penso soprattutto all’Africa, a quel grande continente, dove non a caso il governo Meloni ha lanciato un importante e serio ‘Piano Mattei’. Il lavoro del governo, in Italia come in Africa come altrove, mira a fare ‘uguali’ cittadini, nazioni, continenti. Proprio perché fare le parti uguali fra diseguali vuol dire commettere l’ingiustizia maggiore”, conclude il ministro.


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Ufo nel Medioevo? No


Gli UFO nel Medioevo attraverso l’analisi del dipinto “La Crocifissione di Cristo” presente nel monastero di Visoki Decani. Storia dell’arte e curiosità extraterrestre in un viaggio affascinante tra credenze antiche e interpretazioni moderne. 1. LaContinue reading

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Imperatori Romani d’Occidente: La Lista Completa (con durata in carica)


Imperatori Romani d’Occidente, la lista completa. L’Impero Romano d’Occidente, una delle più potenti entità politiche del mondo antico, ha visto una serie di leader carismatici, forti e spesso controversi. La tabella seguente elenca tutti gliContinue reading

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Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi: Il giornalismo


29 maggio 2023 La sterminata produzione giornalistica di Luigi Einaudi, specie sul Corriere della Sera, oltre a trattare temi tipici del giornalismo economico, spazia su profili più ampi e diversi e consente di riflettere sul ruolo attuale del giornalismo

29 maggio 2023

La sterminata produzione giornalistica di Luigi Einaudi, specie sul Corriere della Sera, oltre a trattare temi tipici del giornalismo economico, spazia su profili più ampi e diversi e consente di riflettere sul ruolo attuale del giornalismo, anche nel suo rapporto con gli “altri” poteri, soprattutto quello politico e quello giudiziario.

Relatori
Massimo Nava, Editorialista del Corriere della Sera;
Davide Giacalone, giornalista e Vice Presidente della Fondazione Luigi Einaudi
Andrea Cangini, giornalista e Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi

Progetto Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi

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Protesta per Mahsa Amini e contro l’obbligo del velo: Ghazaleh Chalabi viene uccisa dai paramilitari iraniani


Ghazaleh era un’alpinista e atleta iraniana di 33 anni, colpita alla testa e uccisa dai volontari paramilitari basij durante le proteste per Mahsa Amini. Nata nel 1989 ad Amol, aveva studiato gestione bancaria ed era stata contabile per una società privat

Ghazaleh era un’alpinista e atleta iraniana di 33 anni, colpita alla testa e uccisa dai volontari paramilitari basij durante le proteste per Mahsa Amini.

Nata nel 1989 ad Amol, aveva studiato gestione bancaria ed era stata contabile per una società privata.

Ghazaleh Chalabi, il 21 settembre 2022, è stata colpita alla testa da un proiettile di un fucile di precisione sparato da un ufficiale dei Guardiani della rivoluzione islamica. Ghazaleh stava filmando la manifestazione e aveva finito col registrare anche il momento in cui era stata colpita dal proiettile del cecchino.

Questo video, diffuso su Internet, ha fatto inorridire il mondo.

Prima della sua morte, Ghazaleh aveva compilato due volte la domanda per la donazione dei suoi organi in caso di morte cerebrale. La famiglia di Chalabi aveva annunciato la donazione di diversi organi della ragazza, ma le autorità iraniane non hanno permesso ai genitori di farlo.

I guardiani della rivoluzione hanno sequestrato il corpo della giovane vittima e hanno minacciato i genitori intimando loro di non fare clamore sul caso e di seppellire la loro figliola in un luogo sconosciuto.

Le ultime parole di Ghazaleh furono: “Non aver paura, non abbiamo paura”.

Una zia di Chalabi ha rivelato in un’intervista che sua nipote era entrata in coma prima di morire e che “le avevano sparato frontalmente”. Non è stata dunque colpita a caso, ma volontariamente. “Aveva un piccolo foro sulla sua fronte. Il proiettile è uscito dalla parte posteriore della testa dove si era formato un buco grande quanto un mandarino.

Le forze di sicurezza hanno minacciato di morte anche il fratello di Chalabi ammonendo anche lui a non rivelare la causa della morte della sorella.

Durante la cerimonia funebre vi erano molti agenti in borghese alla sua sepoltura e stavano filmando le persone per registrarle e poi intimidirle.

Le minacce sono parte delle tattiche intimidatorie utilizzate dai servizi di sicurezza iraniani per meglio reprimere le proteste che da mesi si levano nel Paese dal 16 settembre 2022, giorno dell’assassinio di Mahsa Amini.

Dopo oltre otto mesi di una coraggiosa lotta a mani nude, al prezzo della vita, ora con la disobbedienza civile e con gesti gioiosi, ironici e densi di simbolismo, le donne per le strade, sui mezzi pubblici, nei parchi, nelle scuole e nei campus universitari, ostentano i loro fluenti capelli, sciolti o a coda di cavallo, legati in crocchia o modellati in bob. “Il velo è solo un simbolo della protesta, dell’oppressione ed è paragonabile al Muro di Berlino”, sono convinte che se lo si abbatte, l’intero sistema della Repubblica islamica crollerà”, è questo il loro grido di libertà al mondo.

L’obbligo del velo è il pilastro più debole su cui si fonda la rigida applicazione delle leggi islamiche che costringono le donne alla segregazione e la polizia morale ha il compito di videosorvegliare l’abbigliamento delle persone e di arrestare coloro che non rispettano il codice prescritto dalle leggi vigenti della sharia.

Il regime teocratico non può rinunciare all’applicazione rigida della norma che segrega le donne confinandole in uno spazio di minorità: considerandole inferiori agli uomini, dunque. Non può sopportare che da oltre otto mesi, per le donne, la questione dell’hijab sia un capitolo chiuso, perché con questa rivoluzione le ragazze hanno di fatto già abolito l’obbligo di indossarlo. Le autorità iraniane non riescono più a far rispettare l’odioso codice di abbigliamento e ricorrono dunque all’inasprimento della legge e al terrorismo. La cosiddetta polizia morale continua a terrorizzare e a tormentare le donne di qualsiasi età, anche le bambine di nove anni.

Nelle scuole di Tehran e di diverse altre città del paese si registrano ancora attacchi chimici.

Il movimento giovanile di protesta accusa il regime della Repubblica islamica di volersi vendicare del coraggioso attivismo delle donne che hanno generato un moto di ribellione nonviolenta che sta scardinando le fondamenta ideologiche su cui si basa la teocrazia.

Dietro questi crimini contro l’umanità vi è la mano del regime che avrebbe incaricato gruppi di estremisti religiosi di mettere in atto tali azioni terroristiche nei confronti delle studentesse che si oppongono all’obbligo dell’hijab per escluderle dalle scuole e tenere dunque lontane dall’istruzione pubblica le alunne senza velo che hanno di fatto abbattuto l’apartheid di genere in Iran. Il gruppo estremista di Hamian-e Velayat è l’organizzazione sciita che starebbe dietro queste azioni terroristiche nelle scuole del paese. In passato tale formazione religiosa aveva lanciato attacchi contro i derwishi. Hamian-e Velayat è molto legata al figlio della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e ai pasdaran. L’obiettivo della parte più radicale del regime, infatti, sarebbe quello di terrorizzare la popolazione.

Un agente organofosfato viene liberato nelle aule di licei femminili provocando forte sudorazione, eccesso di salivazione, vomito, ipermotilità intestinale, perdita momentanea della vista, difficoltà respiratorie e paralisi, fino all’esito della morte. Tali sintomi si possono presentare anche a distanza di due settimane.

In questi ultimi giorni si sono registrati numerosi arresti di adolescenti che non indossavano l’hijab nei negozi e nei centri commerciali. A Isfahan quaranta negozi sarebbero stati chiusi perché il personale non indossava il velo. A Shandiz, nel nordovest dell’Iran, un agente delle forze volontarie paramilitari “basij” delle Guardie rivoluzionarie in borghese ha aggredito in un negozio di alimentari due donne senza l’hijab, rovesciando loro addosso un secchiello di yogurt.

“Fare il bene e proibire il male”, è il principio filosofico della Repubblica islamica. Il regime ha a lungo promosso la legge sul velo come simbolo del suo successo nell’istituzione della Repubblica islamica. La legge iraniana sull’hijab impone alle donne e alle ragazze di età superiore ai 9 anni di coprirsi i capelli e di nascondere le curve del proprio corpo sotto abiti lunghi e larghi. Nell’agosto del 2021 il presidente Ebrahim Raisi aveva inasprito la legge sull’hijab, imponendo un codice di abbigliamento più rigido e accaniti pedinamenti per farlo rispettare. La polizia morale aveva installato telecamere di videosorveglianza nei pressi di scuole, università e uffici e ad ogni angolo di piazze e strade. Ora le telecamere sono presenti anche nelle aule delle scuole di ogni ordine e grado.

Molte donne aderiscono ancora a questa regola, alcune per scelta e altre per paura. I video del Gran bazar nel centro della capitale Tehran, ad esempio, mostrano che la maggior parte delle donne si coprono i capelli.

Ma i video di parchi, caffè, ristoranti e centri commerciali, luoghi frequentati da donne giovani, mostrano che quasi tutte sono a capo scoperto. Non indossano più l’hijab le celebrità dell’arte, dello spettacolo e le atlete. “L’era dell’hijab forzato è ormai finita in Iran”, gridano le ragazze nelle piazze e nelle strade.

“I foulard torneranno sulle teste delle donne”, è la risposta del deputato Hossein Jalali ai media iraniani.

Ma ora la sfida tra il regime e i giovani è più che mai aperta e il dissenso nella nuova generazione rimane troppo diffuso per essere contenuto e troppo pervasivo perché vi sia un ritorno al rispetto del codice di abbigliamento, affermano le attiviste per i diritti umani.

Le donne con la disobbedienza civile stanno trasformando i loro foulard nell’arma più efficace e più potente contro la dittatura religiosa e gli strati profondi di misoginia e patriarcato della Repubblica islamica.

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#laFLEalMassimo – Episodio 94 – Rating e Sostenibilità dei Debiti Sovrani


Questa rubrica continuerà a sostenere la causa del popolo ucraino ingiustamente invaso dalla Russia finché il conflitto non sarà terminato e l’invasore sarà stato respinto definitivamente entro i propri confini. Di recente si è discusso di Rating sul debi

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Questa rubrica continuerà a sostenere la causa del popolo ucraino ingiustamente invaso dalla Russia finché il conflitto non sarà terminato e l’invasore sarà stato respinto definitivamente entro i propri confini.

Di recente si è discusso di Rating sul debito sovrano con riferimento al braccio di ferro politico tra democratici e repubblicani per l’innalzamento del tetto negli Stati Uniti e al giudizio dell’agenzia Moodys sul nostro paese che è stato rinviato.

Si tratta di un argomento nel quale si sovrappongono profili politici ed economici: il merito di credito misurato dalle agenzie di rating, riferito alla capacità di uno stato sovrano di tenere fede ai propri impegni rimborsando gli interessi sul proprio debito e rifinanziando il capitale alle scadenze prestabilite dipende indicativamente dalle prospettive di crescita della sua economia e dalla dimensione dello stock di debito in rapporto al PIL.

Nessuno ad oggi ha dubbi sulla solidità dell’economia americana o sulla sostenibilità del suo debito pubblico, tuttavia il ricatto operato dai repubblicani nei confronti del presidente ha indotto gli operatori a ventilare concretamente la possibilità che un default si possa verificare e potrebbe avere conseguenze negative sul rating come già successo in passato.

Per l’Italia il discorso è differente perché la scarsa crescita e la dimensione elevata del debito hanno per molti anni impensierito gli analisti e portato il giudizio da parte di Moodys al livello più basso della classe investment grade.

Se negli Stati Uniti la cattiva politica può mettere in discussione e danneggiare un’economia forte, in Italia possiamo augurarci che un miglioramento delle prospettive economiche, come quello prospettato da un’altra agenzia di rating DBRS, anche in virtù delle riforme collegate al PNRR, possa in qualche modo arginare i danni di una classe politica inadeguata.

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Le prospettive della controffensiva ucraina. Scopi militari e obiettivi politici


Da settimane ormai si discute dell’imminente controffensiva ucraina, nell’attesa sempre più lunga che questa operazione cominci. Ma essa è forse già iniziata, senza che nessuno se ne sia reso conto. “La guerra moderna non inizia con uno sbarramento di art

Da settimane ormai si discute dell’imminente controffensiva ucraina, nell’attesa sempre più lunga che questa operazione cominci. Ma essa è forse già iniziata, senza che nessuno se ne sia reso conto. “La guerra moderna non inizia con uno sbarramento di artiglieria in stile Prima Guerra Mondiale, seguito da soldati che escono dalle trincee e camminano verso il nemico. Inizia con attacchi dietro le linee nemiche da parte di forze speciali e partigiani per interrompere le reti di trasporto, causare confusione e raccogliere preziose informazioni” ricorda Oleksandr Moskalenko, del Center for European Policy and Analysis.

In effetti, un inizio in sordina per una delle azioni militari più significative dallo scoppio del conflitto risulterebbe molto in linea con le operazioni di deception attuate egregiamente fino ad ora dai militari di Kyiv. Attualmente sappiamo soltanto che questa controffensiva ci sarà, ma non sappiamo né quando, né dove. Né, soprattutto, con quale scopo.

Per Richard D. Hooker Jr., senior fellow dell’Atlantic Council (ma anche ex assistente speciale del Presidente degli Stati Uniti e direttore senior per l’Europa e la Russia presso il Consiglio di sicurezza nazionale), l’andamento delle operazioni è facile da prevedere: una punta di lancia corazzata (con equipaggi ucraini addestrati alla guida dei Leopard forniti dagli alleati occidentali) infrangerà le linee russe e si spingerà fino a Melitopol; da qui, le brigate meccanizzate ucraine potranno decidere di rivolgersi ad Ovest, con lo scopo di isolare le truppe di Mosca stanziate nella regione di Kherson, o ad Est, per riprendere il controllo della città di Mariupol. Operazioni diverse, ma con gli stessi scopi strategici: spezzare in due la linea del fronte nemica, e recidere ogni collegamento tra la Crimea e il resto del territorio russo.

Hooker fa notare come, in caso quanto da lui teorizzato si avverasse, il ponte sullo stretto di Kerch rimarrebbe l’unico collegamento terrestre con la penisola sita nel mezzo del Mar Nero; ponte che però, grazie alle acquisizioni territoriali ucraine, rientrerebbe nel raggio d’azione di droni, missili e pezzi d’artiglieria. Con una simile situazione sul campo la ‘fortezza’ Crimea, sede della flotta Russa nel Mar Nero e bolla A2/AD, potrebbe essere espugnata tramite logoramento, anziché ricorrere ad un costoso quanto inutile attacco frontale.

Sui tempi della controffensiva non è trapelata informazione alcuna. Molto probabilmente lo Stato Maggiore Ucraino sta cercando di accumulare il maggior numero di risorse possibili, specialmente tramite i pacchetti di aiuti militari forniti dai paesi occidentali: ma se una parte di questi aiuti (di cui Formiche.net ha già parlato in precedenza) stanno già arrivando in territorio ucraino pronti per essere impiegati nelle operazioni militari, altri equipaggiamenti (come ad esempio i caccia multiruolo F-16) hanno necessità logistiche che richiedono un lasso di tempo maggiore prima di poter essere schierati con successo lungo la linea del fronte.

Anche il fattore climatico gioca un ruolo importante. Le informazioni disponibili lasciano presumere che la controffensiva di Kyiv sarà caratterizzata da una forte componente meccanizzata: un uso estensivo di carri armati, Infantry Fighting Vehicles e altri mezzi garantirebbe una maggiore forza d’urto e una maggiore mobilità alle forze armate ucraine, permettendo così loro di sfruttare al meglio ogni successo e di compiere manovre più incisive a livello sistemico. Ma per essere sfruttati con successo questi mezzi richiedono il terreno asciutto tipico della stagione estiva; se la controffensiva venisse ritardata troppo le colonne meccanizzate ucraine rischierebbero di ritrovarsi impantanate nel fango della rasputitza, così come accaduto ai Panzer della Wehrmacht nel 1941 e ai blindati russi nel 2022.

Il successo è dunque assicurato?
Secondo Moskalenko, troppe criticità caratterizzano la controffensiva ucraina (insufficiente superiorità numerica, scarso addestramento e mancanza del dominio aereo) per poterla considerare come l’atto risolutivo della guerra. “La controffensiva ucraina avrà probabilmente una certa influenza, ma non un’influenza decisiva, sul corso del conflitto. In questo senso, è sbagliato e pericoloso considerare la campagna come l’ultima possibilità per l’Ucraina di liberare i propri territori”, specifica l’esperto.

La liberazione di tutti i territori occupati (penisola di Crimea compresa) è uno degli obiettivi principali di Kyiv, che vuole arrivare al tavolo dei negoziati con il maggior potere contrattuale possibile. Uno degli scopi prioritari del governo guidato da Zelensky è quello di non voler cedere alla Federazione Russa neanche un lembo di territorio ucraino: questo risultato finirebbe per legittimare, anche parzialmente, l’aggressione russa, costituendo un pericoloso precedente a livello globale.

Tuttavia questa dinamica costituisce solamente uno dei punti principali dell’approccio ucraino ai negoziati di pace, che gli esperti del settore definiscono di wide-scope: invece di puntare a una tregua a tutti i costi, che probabilmente incuberebbe dentro di sé i germi della prossima guerra, l’intenzione del corpo diplomatico ucraino è quella di lavorare per costituire una pace duratura, che garantisca la sicurezza del proprio paese.

Ma per far sì che ciò accada, le condizioni devono essere accettate anche dalla Federazione Russa. Kyiv è cosciente di ciò, e per questo è disposta ad arrivare al compromesso su questioni specifiche che possano soddisfare anche l’altro lato del campo. Una rinuncia ad ospitare truppe ed armamenti stranieri, così come a sviluppare armamenti nucleari, sono solo esempi delle garanzie che l’Ucraina potrebbe dare a Mosca, nella speranza di costruire una situazione securitaria stabile e destinata a perdurare nel lungo periodo.


formiche.net/2023/05/controffe…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Il governo potrebbe costituire una struttura di missione per la tutela del territorio. Nei rapporti della Corte dei Conti tutto ciò che non ha funzionato nelle strutture precedenti e le raccomandazioni di cui il governo dovrebbe tenere conto se decidesse di crearne una nuova.

editorialedomani.it/economia/i…

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Passaggio generazionale: profili lavoristici, previdenziali e societari


Mercoledì 31 maggio 2023 alle ore 14.30 presso Piazza Oberdan, 5, Sala “Tiziano Tessitori”, si terrà l’evento “Passaggio generazionale: profili lavoristici, previdenziali e societari” Saluti Giuseppe Benedetto – Presidente Fondazione Luigi Einaudi Mauro S

Mercoledì 31 maggio 2023 alle ore 14.30 presso Piazza Oberdan, 5, Sala “Tiziano Tessitori”, si terrà l’evento “Passaggio generazionale: profili lavoristici, previdenziali e societari

Saluti
Giuseppe Benedetto – Presidente Fondazione Luigi Einaudi
Mauro Saviano – Direttore regionale INPS Friuli Venezia Giulia
Angela Forlani – Direttore regionale INAIL Friuli Venezia Giulia

Modera
Francesco De Filippo – Direttore Ansa Friuli Venezia Giulia
Relatori Gian Piero Gogliettino – Commercialista, dottore di ricerca in Diritto del lavoro
Laura Imovilli – Commercialista
Pasquale Silvestro – Vicepresidente Camera di Commercio Italiana in Romania

Interverranno
Antonio Paoletti – Presidente C.C.I.A.A. Venezia Giulia
Michelangelo Agrusti – Presidente Confindustria Alto Adriatico*
Wiliam Pezzetta – Segretario generale CGIL Friuli Venezia Giulia*
Alberto Monticco – Segretario generale CISL Friuli Venezia Giulia*
Matteo Zorn – Segretario generale UIL Friuli Venezia Giulia
Concludono Walter Rizzetto – Presidente XI Commissione della Camera dei Deputati
Massimiliano Fedriga – Presidente Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

Seguirà la presentazione del libro “Non diamoci del tu” del Presidente Giuseppe Benedetto.

Saluti iniziali
Gian Piero Gogliettino
Referente Fondazione Luigi Einaudi per il Friuli Venezia Giulia

Interverranno
Giuseppe Benedetto
Presidente Fondazione Luigi Einaudi

Andrea Delmastro Delle Vedove
Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia

Massimiliano Fedriga
Presidente Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

Modera
Roberta Giani
Direttrice de “Il Piccolo di Trieste”

Evento accreditato valido ai fini della FPC per i Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili

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Presentazione del libro “La Confintesa e il mancato «fronte padronale» (1956-1958) Ceti medi, agrari, industriali e l’apertura a sinistra” di Luca Tedesco


Mercoledì 7 giugno alle ore 17:30 si terrà la presentazione del libro ” La Confintesa e il mancato «fronte padronale» (1956-1958). Ceti medi, agrari, industriali e l’apertura a sinistra” del Professor Luca Tedesco. Interverranno Emanuele Bernardi Univer

Mercoledì 7 giugno alle ore 17:30 si terrà la presentazione del libro ” La Confintesa e il mancato «fronte padronale» (1956-1958). Ceti medi, agrari, industriali e l’apertura a sinistra” del Professor Luca Tedesco.

Interverranno
Emanuele Bernardi
Università degli Studi La Sapienza di Roma

Roberto Ricciuti
Università degli Studi di Verona

Luca Tedesco
Autore e membro del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi

Modera
Emma Galli
Sapienza Università di Roma, Direttrice Scientifica della Fondazione Luigi Einaudi di Roma

L’evento sarà in remoto e in diretta sui canali social della fondazione

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Emilia-Romagna, 5 false verità


Le drammatiche alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna hanno contribuito a mettere in evidenza alcune false verità che riguardano il nostro paese. La prima falsa verità riguarda una lagna spesso ricorrente nel dibattito pubblico direttamente collegat

Le drammatiche alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna hanno contribuito a mettere in evidenza alcune false verità che riguardano il nostro paese. La prima falsa verità riguarda una lagna spesso ricorrente nel dibattito pubblico direttamente collegata a un’espressione che non potremo più utilizzare: in Italia i soldi non ci sono. Abbiamo visto invece che, sul dossier del dissesto idrogeologico, ma non solo su quello, i soldi in Italia ci sono eccome (dal 2018 a oggi il nostro paese ha lasciato fermi nelle casse statali circa 8,4 miliardi di euro che potevano essere utilizzati per la mitigazione del rischio idrogeologico) e il vero dramma dell’Italia quando si parla di denaro pubblico è semmai un altro: assecondare l’inefficienza della burocrazia statale. Un tema che purtroppo rischia di tornare di attualità in una stagione politica dominata da un’incapacità simmetrica dell’Italia sul fronte del Pnrr. In sintesi: avere molti soldi dall’Europa ma non essere in grado di spenderli.

La seconda falsa verità riguarda una balla grande come una casa ripetuta spesso nelle occasioni in cui i protagonisti del dibattito pubblico discutono di siccità. Purtroppo, lo abbiamo visto in modo drammatico in queste settimane, il guaio dell’Italia non è essere a corto di acqua ma è essere incapaci di trasformare l’acqua, presente nel nostro paese, in una risorsa da sfruttare. E se si pensa che ogni anno in Italia cadono dal cielo circa 300 miliardi di metri cubi di acqua piovana e che il fabbisogno di acqua che avrebbe l’Italia, tra agricoltura, industria e usi potabili, è di circa 30 miliardi di metri cubi all’anno si avrà la perfetta fotografia di come la catastrofe dell’efficienza, nel nostro paese, sia un tema non meno grave delle catastrofi causate dalle alluvioni (anche perché il cambio climatico, evidentemente, accentuerà questa alternanza tra periodi di siccità e piogge torrenziali e a maggior ragione diventerà doppiamente importante realizzare invasi e altre infrastrutture per catturare e trattenere l’acqua, rendendola così disponibile quando serve e quando non piove).

La terza falsa verità riguarda un tema legato a un’espressione divenuta ormai sinonimo di malaffare, “il consumo del suolo”, e che però, se applicata al contesto dell’Emilia-Romagna, assume un’altra dimensione. Michele Munafò, responsabile del rapporto sul consumo di suolo dell’Ispra, ha ricordato, la scorsa settimana, che “le frane avvengono prevalentemente nelle zone montane e collinari dove il consumo di suolo è più ridotto” e non è difficile intuire che le aree a rischio sono più che quelle disboscate quelle che l’uomo sceglie di lasciare al proprio destino illudendosi che la natura non sia mai matrigna (le cause del dissesto, scrive ancora Ispra, vanno ricercate, in primo luogo, nelle condizioni fisiche del territorio italiano: geologicamente giovane e tettonicamente attivo, costituito per il 75 per cento da colline e montagne).

La quarta falsa verità emersa in questi giorni riguarda un tema sollevato spesso nelle ultime settimane: il dovere di collegare i fenomeni alluvionali esclusivamente al cambiamento climatico. Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna, in una intervista al Corriere della Sera ha ribaltato l’ordine dei fattori, dicendo esplicitamente che in questo caso “il cambiamento climatico non c’entra nulla: è un problema di manutenzione, come le strutture, anche i terreni perdono le loro caratteristiche con il tempo, e se non li si osserva, non si può intervenire”. )

Sottinteso: il cambiamento climatico è un problema vero, ovvio, ma pensare di risolvere i problemi pratici, che riguardano la manutenzione del territorio, volando alto e non guardando in basso è un modo come un altro per deresponsabilizzare la nostra classe politica, consentendole di occuparsi molto della ricerca di capri espiatori e poco della ricerca di soluzioni.

La quinta falsa verità riguarda un tema controintuitivo, complicato da mettere a fuoco ma necessario da analizzare. Un tema che riguarda non la fragilità di un paese come l’Italia ma la sua straordinaria capacità ad adattarsi alle trasformazioni del suo territorio. L’Ispra ci ricorda da tempo che complessivamente il 93,9 per cento dei comuni italiani (7.423) è a rischio per frane, alluvioni e/o erosione costiera. Che 1,3 milioni di abitanti sono a rischio frane e che 6,8 milioni di abitanti sono a rischio alluvioni. E a fronte di questi dati, pensare che tra il 1971 e il 2021 i morti registrati a causa di eventi legati a frane e alluvioni sono stati contenuti rispetto alla popolazione enorme esposta a pericoli (4 al mese in media) ci permette di cogliere un’attitudine importante del nostro paese visibile quando l’Italia dell’efficienza, delle grandi opere, del Mose, delle dighe, delle bonifiche, prende il sopravvento sull’Italia della burocrazia: il suo genio idraulico. Le alluvioni di queste settimane resteranno nella nostra memoria per le ferite create all’Emilia-Romagna. Ma resteranno nella nostra memoria anche per aver illuminato alcune balle che hanno contribuito in questi anni a rendere l’Italia ostaggio dei professionisti del disfattismo, abituati a ricercare più capri espiatori che soluzioni e incapaci di trasformare quando possibile anche una tragedia in un’opportunità utile ad allontanare l’opinione pubblica dall’Italia delle false verità.

Il Foglio

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Einaudi: il pensiero e l’azione – “Il Liberale” con Giancristiano Desiderio


Il liberalismo di Einaudi e il dialogo con Benedetto Croce sul liberismo, ne parliamo con Giancristiano Desiderio nella terza puntata del podcast “Einaudi: il pensiero e l’azione” Rubrica “Einaudi: il pensiero e l’azione” L'articolo Einaudi: il pensiero

Il liberalismo di Einaudi e il dialogo con Benedetto Croce sul liberismo, ne parliamo con Giancristiano Desiderio nella terza puntata del podcast “Einaudi: il pensiero e l’azione”

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Rubrica “Einaudi: il pensiero e l’azione”

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RiChiamare


Ogni anno la Commissione europea riceve da ciascun Paese le previsioni e l’impostazione del bilancio futuro, formulando osservazioni e fornendo indicazioni specifiche. Perché non si fa gli affari suoi? Perché sono affari suoi, visto che il compito della B

Ogni anno la Commissione europea riceve da ciascun Paese le previsioni e l’impostazione del bilancio futuro, formulando osservazioni e fornendo indicazioni specifiche. Perché non si fa gli affari suoi? Perché sono affari suoi, visto che il compito della Banca centrale europea è quello di assicurare la stabilità monetaria e una crescita che non comporti un troppo alto tasso d’inflazione, mentre quello della Commissione consiste nel rendere più fluido e omogeneo il mercato interno, aumentando le possibilità di circolazione e ricchezza per tutti. Essendo escluso che il governo belga abbia da impicciarsi del bilancio austriaco, questo lavoro lo fa la Commissione. Da noi queste raccomandazioni vengono tradotte in “monito” o “richiamo”, per poi condurre a “promozione” dopo avere temuto la “bocciatura”. Questa corruzione del vocabolario nasconde la sostanza.

Abbiamo sicuramente un debito pubblico troppo alto, tanto che ci si impegna ricorrentemente a farne scendere il peso in rapporto al Prodotto interno lordo. Per ottenere questo risultato è necessario che il deficit di ogni anno non aggravi la situazione e che la crescita resti sostenuta, quindi è del tutto ovvio che il deficit è migliore se basso, mentre la crescita è più forte se si spende in investimenti. Essendo noi i destinatari della quota largamente prevalente dei fondi europei legati a Next Generation Eu – composti da donazioni e prestiti a tassi agevolati (quindi un vantaggio, rispetto a quelli di mercato) – ed essendo questi soldi destinati a investimenti, è più che ragionevole ci si chieda di procedere nei tempi e nei modi stabiliti. Ove si debba cambiare qualche cosa si presentino delle proposte, cosa che non abbiamo fatto. Ripeto: non lo abbiamo fatto. Tutto questo non è che abbia un significato se lo scrive la Commissione e lo cambia se lo si scrive (come lo si è scritto) nel programma di governo. E non si tratta di bocciare o promuovere, ma di ricordare i preziosi e positivi vincoli dentro i quali si muove l’intero mercato unico europeo. Che, a scanso di equivoci, per noi è fonte di ricchezza, visto che le esportazioni sono una voce decisiva della nostra salute economica e fra le esportazioni la parte prevalente è nel mercato europeo.

Se è tutto così semplice e lineare, perché ne parliamo come se fosse un evento inatteso e preoccupante? A causa di tre deficit. Il primo è economico e unisce destra e sinistra: a turno reclamano più “elasticità”, che vuol dire libertà di spesa pubblica a debito, ma siccome quando la ottengono non sale la spesa per investimenti, si dilapida in spesa corrente. Il secondo è culturale, anche questo unificante: si dice “Europa” per intendere altro da sé (“vado in Europa”, “l’Europa ci dice” et cetera), mentre si tratta di noi stessi assieme ad altri, quindi si vivono quelle osservazioni come un giudizio esterno, fino al ridicolo di parlare di “austerità” imposta quando il debito continua a crescere ma è conveniente un deficit più basso. Il terzo è politico: i partitanti pensano sé stessi come distributori di denari, sicché ne servono sempre di più e si destinano dove si spera nella gratitudine.

Ergo, se la Commissione invita a contenere il deficit (escludendo dal conteggio le spese per l’alluvione e i disastri), a far scendere il peso del debito, a essere diligenti nell’attuazione del Pnrr, a tassare di meno il lavoro (e se la spesa corrente non scende, a distribuire diversamente il carico fiscale), ad avere un catasto in cui il valore degli immobili non sia quello del secolo scorso e altre bellurie, non afferma nulla di diverso da quel che dovremmo ripeterci allo specchio tutte le mattine. Nel nostro interesse, che dovremmo sempre chiamare e richiamare. E il nostro interesse è anche quello europeo, perché se Ngeu dovesse fallire sarebbe un fallimento europeo, dovuto all’inetto masochismo italiano. A fine anno torna il vigore il Patto di stabilità, arrivarci sbilanciati è da incoscienti. Mentre fare melina sulla ratifica della riforma del Mes è da fessi.

La Ragione

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Interoperabile e aperta agli alleati. La Difesa di domani per Williamson (Lockheed)


Interconnessione tra le piattaforme, interoperabilità tra alleati, e legami transatlantici bilaterali e all’interno delle alleanze, Nato e Ue. Queste sono le priorità che il generale Michael Williamson, presidente di Lockheed Martin International, di rece

Interconnessione tra le piattaforme, interoperabilità tra alleati, e legami transatlantici bilaterali e all’interno delle alleanze, Nato e Ue. Queste sono le priorità che il generale Michael Williamson, presidente di Lockheed Martin International, di recente in visita in Italia per le celebrazioni del Centenario dell’Aeronautica militare, ha sottolineato, nell’intervista in esclusiva per Airpress, come fondamentali affinché i Paesi occidentali rimangano all’avanguardia nell’assicurare la difesa e la deterrenza delle proprie società. Necessità che dovranno vedere una collaborazione sempre più stretta tra le realtà industriali europee (con un ruolo centrale di quelle italiane) e statunitensi.

Cento anni sono un traguardo importante per l’Aeronautica militare italiana, una storia che ha visto una lunga collaborazione con l’industria statunitense e in particolare con Lockheed Martin…

Lockheed Martin è un partner strategico per la difesa e la sicurezza dell’Italia da oltre settant’anni, ha accompagnato l’ingresso dell’Italia nell’era dei jet attraverso il Lockheed F-104 Starfighter, fino alle soluzioni attuali, tra cui il C-130J Super Hercules, il radar di sorveglianza aerea a lungo raggio TPS-77, il Multiple launch rocket system (Mlrs) e, infine, l’F-35 Lightning II. Attualmente, l’Aeronautica militare italiana gestisce la più grande flotta di F-35 dell’Unione europea ed è uno dei maggiori operatori di flotte di C-130J Super Hercules a livello mondiale.

Come descriverebbe la collaborazione tra la sua azienda e le realtà italiane?

Con i partner industriali italiani lavoriamo su programmi di largo respiro e stiamo contribuendo a guidare la forte crescita del settore. Per esempio, l’industria italiana supporterà l’F-35 per oltre trent’anni attraverso gli impianti di Cameri, gestiti da Leonardo con l’assistenza tecnica di Lockheed Martin. Questi impianti svolgono un ruolo-chiave nella produzione delle ali, nell’assemblaggio finale e nel check-out (Faco) e nella manutenzione, riparazione, revisione e aggiornamento (Mrou). Ad oggi, i contratti per la produzione dell’F-35, stipulati con oltre dieci fornitori italiani, hanno fruttato all’economia del Paese più di quattro miliardi di dollari, con un valore totale che si prevede supererà i dieci miliardi nel corso della durata del programma. Un fattore importante della nostra partnership con l’industria italiana è il continuo trasferimento di tecnologie all’avanguardia e il mantenimento di posti di lavoro qualificati, e c’è un ulteriore potenziale di cooperazione nell’ambito delle nostre future iniziative internazionali sui velivoli rotanti.

Uno dei temi principali affrontati dal capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, il generale Luca Goretti, è stato quello dell’interoperabilità tra sistemi e alleati. Come vede Lockheed Martin questa esigenza di interoperabilità e sicurezza?

I nostri clienti devono affrontare un ambiente geopolitico sempre più complesso e ostile. Ci troviamo in un momento particolarmente importante per la sicurezza regionale, europea e transatlantica, vista la guerra in corso in Ucraina. Per Lockheed Martin, questo non significa solo fornire Javelin e altri equipaggiamenti necessari ma, se guardiamo un po’ più in là, un requisito fondamentale è la capacità di operare in sinergia con gli alleati. Ciò richiede sistemi di difesa modernizzati con reti integrate, senza soluzione di continuità e resilienti che abbraccino tutti i domini: terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico.

Esempio di questa capacità, citato anche dal generale Goretti, è proprio l’F-35…

L’F-35 è in grado di svolgere un ruolo cruciale in questo cambiamento in quanto nodo più avanzato di un’architettura network-centrica per la sicurezza del XXI secolo, grazie all’utilizzo dei suoi sensori avanzati e la sua connettività per raccogliere, analizzare e condividere senza soluzione di continuità informazioni critiche tra piattaforme e servizi. Come dimostrato nella recente esercitazione Falcon Strike su larga scala, l’F-35 consente all’Italia di essere una forza trainante per una maggiore interoperabilità nazionale e alleata, collegando i velivoli delle flotte alleate di F-35 e integrando velivoli di quinta e quarta generazione. Questa consapevolezza situazionale senza precedenti fornisce l’accesso rapido alle informazioni necessarie per superare le minacce in evoluzione.

L’attuale guerra in Ucraina ha aumentato il livello di insicurezza in Europa e molti Paesi si sono trovati nella necessità di aggiornare le proprie difese. Nel settore aereo, questo ha portato all’adozione dell’F-35 in molti Paesi, dalla Germania alla Grecia, dalla Svizzera alla Finlandia. L’Italia ha fatto da apripista, essendo stata tra i primi ad aderire al programma JSF. Ora, la prossima evoluzione sembra essere quella degli elicotteri…

I recenti conflitti in aree altamente contese, come l’Ucraina, dimostrano che c’è una maggiore necessità di capacità di trasformazione dei sistemi ad ala rotante per garantire che la deterrenza e la difesa della NATO rimangano credibili ed efficaci. L’uso della tecnologia X2 per i velivoli rotanti di nuova generazione può fornire soluzioni multi-missione e interoperabilità tra gli alleati, consentendo un ciclo di vita economicamente vantaggioso. Così come l’F-35 è un nodo chiave della rete informativa ad alta quota, la visione è che le piattaforme Future vertical lift siano il “quarterback” a bassa quota, grazie alla connessione con gli altri mezzi della rete e la capacità di dispiegare effettori dalla terza dimensione.

Quali passi ritiene necessari per rimanere all’avanguardia della tecnologia in questo settore?

Lockheed Martin ha lavorato con il ministero della Difesa italiano, in collaborazione con Leonardo, in quanto il dicastero sta valutando l’applicazione della tecnologia X2 per fornire capacità avanzate adatte a soddisfare le sue future esigenze nel settore dell’ala rotante. Non vediamo l’ora di lavorare su un approccio per estendere la tecnologia X2 ai clienti internazionali, in modo simile ad altri programmi internazionali del gruppo. La tecnologia X2, inoltre, può vedere un campo di applicazione anche all’interno dell’iniziativa Next generation rotorcraft capability (Ngrc) della Nato, avviata per sostituire oltre novecento velivoli a elica, ormai obsoleti, delle flotte europee con apparecchi di nuova generazione. La società sta, per questo, partecipando attivamente alla correlata fase di studio della Nato, per contribuire a dare un supporto informativo all’iniziativa.

Sistemi all’avanguardia rafforzano anche la deterrenza e la difesa dello spazio europeo. L’Italia è impegnata nel processo di costruzione di una Difesa comune dell’Ue, complementare a quella Nato, rafforzando in primo luogo il procurement. Qual è l’importanza del progetto di Difesa europea, e come dovrebbe essere strutturata la collaborazione con l’industria statunitense?

Le capacità di deterrenza europee sono particolarmente importanti nell’attuale contesto di instabilità internazionale. I Paesi devono pensare a come le loro capacità nazionali possano essere collegate e interoperabili con i sistemi e le reti dei vicini e degli alleati, in Europa e nell’Atlantico.

Tutti gli sforzi per incrementare la capacità di difesa e gli approvvigionamenti in Europa contribuiranno anche a rafforzare il pilastro europeo all’interno della Nato. La cooperazione transatlantica a livello industriale può contribuire a sostenere il trasferimento di tecnologie all’avanguardia e il mantenimento di posti di lavoro qualificati, basandosi sulle forti partnership esistenti con i principali attori dell’industria europea, come Lockheed Martin e Leonardo in Italia, ma anche sulle nostre capacità produttive, come PZL Mielec in Polonia.

Il raggiungimento dell’interoperabilità tra gli alleati più stretti attraverso un’architettura aperta e piattaforme centrate sulla rete in tutti i settori sarà un fattore critico in una strategia di difesa paneuropea. La nostra visione per la sicurezza del XXI secolo mira a rispondere a questa esigenza e, con sette nazioni dell’Ue che hanno partecipato al programma F-35 fino ad oggi, c’è un enorme potenziale per un ulteriore sviluppo e collaborazione su soluzioni di deterrenza integrate con i partner europei.


formiche.net/2023/05/intervist…

Commissario


L’attenzione si concentra sulle cifre, mentre si dovrebbe prestare maggiore attenzione ai meccanismi. Disastri e risarcimenti passano, mentre le ragioni per cui gli investimenti in sicurezza non sono stati fatti restano. Viviamo una specie di long Covid e

L’attenzione si concentra sulle cifre, mentre si dovrebbe prestare maggiore attenzione ai meccanismi. Disastri e risarcimenti passano, mentre le ragioni per cui gli investimenti in sicurezza non sono stati fatti restano. Viviamo una specie di long Covid economico: più che la prevenzione conta il ristoro.

La cifra è importante: 2 miliardi. Si stima sia un terzo dei danni che saranno successivamente accertati e che, quindi, richiederanno altre spese. Sono sospesi i pagamenti e gli adempimenti fiscali fino alla fine di agosto, mentre le scadenze relative ai mutui e altre pendenze bancarie sono rinviate in virtù del già esistente protocollo firmato dall’Associazione bancaria italiana. Ci saranno sostegni a fondo perduto (vale a dire che i soldi non devono essere restituiti, come per un terzo di quelli europei legati al Pnrr, ma in quel caso sono sostenuti dai contribuenti europei, mentre in questo da quelli italiani) per aziende e professionisti, come per il riacquisto di macchinari.

Una spesa necessaria, è fuori discussione. Ma pur sempre una spesa che non porterà neanche al punto di partenza, prima dell’alluvione, visto che molti danni materiali, a cominciare da quelli ai campi agricoli, non sono recuperabili immediatamente. Se quelle cifre fossero state spese nei lavori strutturali per mettere in sicurezza, incanalare le acque, conservarle per le irrigazioni, pulire i fiumi et cetera, avrebbero creato occasioni di lavoro, ridotto enormemente i danni e, quindi, sarebbero state spese con maggiore profitto e minore dolore. Il che porta alla questione più rilevante e più trascurata, quella dei meccanismi.

Il lato positivo è che quanti guidano il governo e la Regione, Meloni e Bonaccini, hanno ribadito la piena collaborazione istituzionale, talché il disastro sia affrontato senza l’ostacolo d’inutili battibecchi e rimpalli. Dovrebbe essere la regola di sempre, non è detto che regga fino alla fine, comunque è una buona premessa. È intuibile che Meloni avrebbe gradito nominare Bonaccini commissario preposto al ripristino della possibile normalità, incassando il risultato di un governo di destra che incarica un esponente della sinistra o, meglio, chi ha preso più voti a livello nazionale riconosce il ruolo di chi ne ha presi di più a livello regionale. Forse è proprio il significato di quel gradimento ad avere indotto altri governanti – alleati di Meloni ma a lei non così devoti – a mettersi di traverso. Sicché commissario unico è stato nominato il già commissario alla siccità, ovvero il dottor Dell’Aqua (un destino).

Il commissario dovrà predisporre i programmi triennali d’intervento, nei sette distretti idrografici d’Italia. Dovrà farlo perché non è stato mai fatto. Dovranno essere predisposti entro il 30 giugno, inviati al Ministero dell’Ambiente, che poi li trasmetterà a quello dell’Economia, quantificando il fabbisogno per il tempo che andrà dal 2024 al 2026. Per predisporre quel che non fu mai disposto, il commissario se la vedrà anche con i commissari già nominati – tutti straordinari, tutti legati a disastri – ma che a oggi non hanno aggiornato le tre banche dati nazionali che sorvegliano (si fa per dire) l’italico suolo: Rendis per la difesa di detto suolo, FloodCat per le alluvioni e Iffi per le frane. Non abbiamo i programmi triennali previsti dalle leggi, ma manco i dati sulla base dei quali si potrebbe redigerli. Che succede se entro giugno non si finisce il lavoro? Nulla. Magari passa del tempo e poi si nomina un commissario al commissario che coordina i commissari.

Questo è il punto vero, questo il pezzo rotto del meccanismo istituzionale. Si può fantasticare di presidenti eletti e si può anche incoronarli, si possono redigere riforme costituzionali che scolpiscano il potere nel granito, ma se la macchina ha il motore rotto e le ruote quadrate puoi mettere al volante un pilota di Formula 1 acclamato dalle folle, ma potrà fare solo “brum brum” con la bocca. Questa prosaica materia del fare e del realizzare non appassiona però nessuno, né sul palco né in platea. E ci si rivede alla prossima occasione, ristorando l’irristorabile.

La Ragione

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 30 maggio 2023, Trieste


SAla Adriatica, Hotel Hilton, Trieste Interviene: PINO ANTONIONE, President della Società Internazionale di Divulgazione Manlio Cecovini L'articolo Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 30 maggio 2023, Trieste pro

SAla Adriatica, Hotel Hilton, Trieste

Interviene:
PINO ANTONIONE, President della Società Internazionale
di Divulgazione Manlio Cecovini

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Presentazione del libro “La Cina di Xi Jinping. Verso un ordine mondiale sinocentrico?” di Gabriele e Nicola Iuvinale


Si terrà martedì 30 maggio, dalle 14 alle 16, in Sala Nassirya al Senato della Repubblica la presentazione del libro “La Cina di Xi Jinping. Verso un ordine mondiale sinocentrico?” curato da Gabriele e Nicola Iuvinale, edito da Antonio Stango Editore. Una

Si terrà martedì 30 maggio, dalle 14 alle 16, in Sala Nassirya al Senato della Repubblica la presentazione del libro “La Cina di Xi Jinping. Verso un ordine mondiale sinocentrico?” curato da Gabriele e Nicola Iuvinale, edito da Antonio Stango Editore. Una ricerca ampia e minuziosa, condotta mediante fonti open source, che documenta la crescita della Cina negli ultimi venti anni e con essa l’intensificarsi delle minacce alla democrazia, alla sicurezza e all’ordine internazionale basato sulle regole.

Dopo l’apertura del Sen. Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente della Commissione del Senato per le Politiche dell’UE e Presidente del Global Committee for the Rule of Law – Marco Pannella e coordinatore del Dipartimento Politiche Internazionali del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, interverranno: Giulia Pompili, giornalista de Il Foglio, Gabriele Carrer, giornalista di Formiche.net, Arturo Varvelli, capo dell’ufficio di Roma dello European Council on Foreign Relations, Fabrizio Luciolli, presidente del Comitato Atlantico Italiano e membro del Dipartimento Politiche Internazionali del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, Antonio Stango, editore e Presidente della Federazione Italiana Diritti Umani, Gabriele Iuvinale e Nicola Iuvinale Autori, Giovanni Terzi, direttore di The Global News. Modererà Angelo Polimeno Bottai, giornalista e Presidente di Eureca.

Per decenni, le democrazie liberali si sono illuse che la modernizzazione della Cina avrebbe determinato anche la sua democratizzazione. La liberalizzazione economica che avrebbe prodotto libertà politica per i cittadini cinesi, l’impegno diplomatico con l’Occidente e l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio non hanno mitigato l’autoritarismo del Partito Comunista Cinese, come pronosticato invece da molti. Sono stati commessi gravi errori, alimentati anche da un mercantilismo miope che ha scelto di anteporre i propri interessi a quelli generali di sicurezza degli Stati. L’insieme delle regole ed istituzioni internazionali basate sui principi universali democratici sono oggi apertamente minacciati da Cina, Russia, Iran e da altri Paesi accomunati da un sentimento anti-occidentale e revanscista.

Come scrive nella prefazione il Sen. Giulio Terzi: “questo libro contribuisce finalmente a fare chiarezza e a gettare luce su quello che è necessario conoscere: ‘conoscere per deliberare‘, affermava nel secolo scorso un gigante del pensiero liberale come Luigi Einaudi. Dobbiamo aggiungere ‘conoscere, discutere e infine deliberare’ nell’interesse dell’Italia e dell’Europa per non essere ingannati dal progetto di dominio globale antidemocratico della Cina di Xi Jinping.”

Per partecipare occorre accreditarsi scrivendo a matteo.angioli@senato.it

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