Mi si nota di più se… La Russia e il patto nucleare secondo Secci


Nella settimana in cui ricorre l’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, il Cremlino ha sventolato più volte la bandiera dei rischi legati a un escalation nucleare. L’iniziativa più importante è stata quella annunciata martedì 21 febbraio dal pres

Nella settimana in cui ricorre l’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, il Cremlino ha sventolato più volte la bandiera dei rischi legati a un escalation nucleare.

L’iniziativa più importante è stata quella annunciata martedì 21 febbraio dal presidente russo Vladimir Putin in occasione del discorso tenuto all’Assemblea Federale, ossia la sospensione della partecipazione russa al Trattato Start. L’accordo, rinnovato più volte, venne siglato da Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1991 e rappresentò il culmine della distensione strategica tra le due superpotenze. Esso veniva a compimento di un periodo di importanti accordi sul disarmo e controllo degli armamenti (si pensi ai Trattati sulla non proliferazione nucleare o agli Accordi Salt); inoltre, fissando precisi limiti al numero di testate e vettori, prevedeva la distruzione di ordigni e dispositivi nucleari a lungo raggio già operativi, comportando con ciò una drastica riduzione dei rischi connessi allo schieramento di queste armi.

E ieri, in occasione delle celebrazioni per la Giornata dei difensori della patria, il leader russo ha annunciato il potenziamento di tutto l’arsenale russo. In particolare, Putin ha anticipato la piena operatività entro l’anno dei primi missili intercontinentali con testate nucleari Sarmat, il proseguimento della produzione a pieno regime del missile ipersonico aviotrasportato capace di trasportare ordigni atomici Khinzal e l’avvio dello schieramento in massa sulle unità della Marina russa del missile, anch’esso ipersonico e con capacità di carico nucleare, Zircon.

Per quanto roboanti, in realtà queste dichiarazioni andrebbero ridimensionate nella loro effettiva portata. E per farlo basterebbe soffermarsi su alcuni dettagli fatti emergere e sottolineati dal Cremlino stesso. Nel momento in cui annunciava la sospensione della partecipazione al Trattato Start, infatti, il presidente russo ha avuto premura di rimarcare il fatto che si trattava di una sospensione e non di un ritiro. Con ciò, sembrerebbe voler dire che sebbene non acconsentirà le ispezioni ai siti e dispositivi strategici russi, previste in regime di reciprocità con gli Stati Uniti dall’accordo stesso, si impegnerà a rispettare il limite massimo di vettori e testate nucleari previste. In sostanza, non vi sarà alcun mutamento nell’equilibrio strategico con Washington. A conferma di ciò, e per non lasciar spazio ad alcun (pericoloso) dubbio, il giorno stesso in cui Putin comunicava la sospensione del Trattato, il ministero degli Esteri rilasciava una nota con la quale, “per mantenere i necessari livelli di trasparenza e stabilità nel campo dei missili dotati di capacità nucleare”, assicurava che Mosca avrebbe “continuato a rispettare rigorosamente le limitazioni imposte dal Trattato” sino alla durata dello stesso (febbraio 2026).

A questo punto, è ragionevole chiedersi perché il Cremlino stia optando per questa postura, diplomatica e strategica. Le armi oggetto delle limitazioni previste dall’Accordo sono quelle di lungo raggio e con le maggiori capacità distruttive (da alcune centinaia di kilotoni a decine di megatoni), concepite soprattutto per un ipotetico scontro con gli Stati Uniti. Di certo, non sono armamenti pensati per un impiego in Europa (salvo ovviamente il lancio dalle basi missilistiche nelle regioni più remote a Est degli Urali o da eventuali sommergibili in navigazione negli oceani), sulla quale, invece, sempre nell’ambito delle ipotesi, potrebbero essere lanciate delle atomiche tattiche o di teatro. Ma la crisi internazionale più importante, degenerata nel conflitto di cui oggi ricorre l’anniversario, sta in Ucraina e, quindi, in Europa. Per questo, non sembrerebbe esserci alcun nesso diretto tra l’andamento dello scontro con Kyiv e la sospensione del Trattato Start.

Una possibile interpretazione di queste iniziative russe potrebbe essere quella per cui, il complesso gioco di irrigidimento diplomatico e rassicurazioni sul piano strategico faccia parte della più ampia serie di misure attive che il Cremlino sembrerebbe stia impiegando per cercare di creare fratture interne sia alla Nato, sia tra i singoli governi dell’Alleanza e le rispettive opinioni pubbliche, certamente sensibili allo spettro dell’escalation atomica, con il fine ultimo di indebolire, se non sovvertire del tutto, il sostegno politico e militare all’Ucraina.

Dei rischi di guerra nucleare e degli effetti della disinformazione e delle misure attive russe sulla politica estera e di difesa atlantica si parlerà nel corso del Convegno organizzato dall’Istituto di Scienze Sociali e Studi Strategici “Gino Germani”, con Formiche.net in qualità di media partner, in programma nel pomeriggio del 27 febbraio 2023 a Roma, presso la Casa dell’Aviatore.


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Servono più navi contro la crescente minaccia russa. L’allarme di Credendino


Una nuova Guerra fredda, ma dai contorni se possibile più preoccupanti, sembra star emergendo nelle acque del mar Mediterraneo. A lanciare l’allarme è stato il capo di Stato maggiore della Marina militare, Enrico Credendino, in audizione al Parlamento, ch

Una nuova Guerra fredda, ma dai contorni se possibile più preoccupanti, sembra star emergendo nelle acque del mar Mediterraneo. A lanciare l’allarme è stato il capo di Stato maggiore della Marina militare, Enrico Credendino, in audizione al Parlamento, che ha registrato “aumento impressionante dei numeri della flotta russa” tra lo stretto di Gibilterra fino al Mar Nero “a un livello che non si vedeva nemmeno ai tempi della guerra fredda”. Sebbene l’elevato numero di unità di Mosca di per sé “non è una minaccia diretta al territorio nazionale”, questa “aumenta tantissimo la tensione”. I russi, ha spiegato ancora Credendino “hanno un atteggiamento aggressivo che non era usuale”, con un aumento esponenziale del rischio incidente “e quando c’è un incidente di questa natura non si sa mai dove si può andare a finire”.

Tensioni crescenti

A preoccupare il comandante delle forze navali italiane, infatti, sono gli impatti che la tensione crescente potrebbe avere sull’”equilibrio instabile” di un Mediterraneo “molto affollato”. “Non si erano mai visti quattro gruppi portaerei alleati nel Mediterraneo: italiano, francese, americano e la nave anfibio spagnola”, ha spiegato Credendino, con i russi che “fanno puntate verso lo Jonio con un gruppo navale di tre navi moderne” senza problemi. Tra le minacce, tra l’altro, si aggiunge anche quella dell’ipersonica, con Mosca che ha in questo momento la sua unità più moderna, equipaggiata con missili di questo tipo, in Sudafrica. “Non sappiamo se siano efficaci o meno – ha detto l’ammiraglio a riguardo – questo lo vedremo, ma la nave entrerà nel Mediterraneo”.

Aggressività russa

La presenza delle navi russe non è una novità, e secondo l’ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, esperto militare e docente di Studi strategici “rimarranno nel Mediterraneo abbastanza a lungo”, con almeno due diverse configurazioni: “le navi russe si dividono tra quelle che cercano di intimorire i Paesi europei del Mediterraneo, e quelle che seguono i gruppi portaerei alleati in funzione di contro-deterrenza”. Una condizione che pur ricordando i tempi della Guerra fredda, porta con sé una nuova minaccia: “questa volta c’è il rischio di un uso limitato della forza da parte dei russi, con attacchi ai gasdotti o ai cavi sottomarini per le telecomunicazioni” che attraversano il Mare nostrum. Una novità dovuta al fatto che “i russi sono in maggior difficoltà rispetto all’epoca dell’Unione sovietica”. Una condizione che non facilita nemmeno i rapporti tra le sponde nord e sud del bacino, con in particolare i Paesi meridionali preoccupati “dal rumore di sciabole” avvertito nelle acque mediterranee.

Servono maggiori unità

Di fronte a questo scenario, la Marina militare italiana è chiamata a svolgere un ruolo sempre più cruciale di sorveglianza. Uno sforzo complesso che richiede il possesso nelle necessarie capacità. “Avremmo bisogno da tre a sei fregate antisommergibile in più, due navi antiaerei in più, una seconda portaerei per garantire di avere per tutto l’anno una portaerei disponibile, una nave logistica e due sommergibili”, ha spiegato Credendino. Ulteriori unità senza le quali la Marina avrà sempre maggiori difficoltà a garantire il livello necessario di presenza nelle acque del Mediterraneo. Uno sforzo che già oggi sta usurando navi ed equipaggi: “La Francia – ha detto Credendino – che ha il nostro stesso numero di navi, ha deciso di dotare ogni Fremm e sommergibile di due equipaggi, dal comandante all’ultimo marinaio. Noi non riusciamo a garantire un equipaggio completo per nessuna delle nostre Fremm”.

I gap della Marina

La flotta italiana comprende attualmente 62 unità maggiori più due unità di Intelligence. Una parte di queste “deve essere rinnovata nei prossimi 15 anni”, ma i finanziamenti sono stati individuati “non completamente”. Tra i diversi gap capacitivi individuati dall’ammiraglio, quella italiana risulta l’unica marina d’altura “priva di aerei a pilotaggio remoto, e sprovvista di aereo da pattugliamento marittimo in versione antisommergibile” indispensabile visto l’utilizzo massiccio di queste unità da parte di Mosca. Proprio su quest’ultimo fattore si è soffermato anche Credendino “Di qualsiasi versione volessimo dotarci, italiano o straniero, serviranno 4 o 5 anni per averlo operativo. Quando ne abbiamo l’esigenza chiediamo agli Usa di poter usare uno dei loro stanziati a Sigonella”

Le risorse necessarie

Di fronte a questo scenario, tuttavia, esiste un rimedio. “Tale ritardo capacitivo – ha detto il capo di Stato maggiore – potrebbe ritrovare coerente attuazione ove si concretizzasse l’impegno politico di raggiungere il 2% del Pil per le spese della Difesa”. Ritardi o minori assegnazioni rischiano di non favorire “il tempestivo conseguimento delle capacità individuate”. Le minori risorse assegnate dal Mimit, per esempio, “hanno causato ritardi nei pagamenti delle fregate antisommergibile Fremm 11-12, che rimpiazzano quelle cedute all’Egitto” con rischio di interruzioni su altri programmi della Marina, dal nuovo sommergibile e all’elicottero Nh-90, “spina dorsale della flotta”.


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Manifestazione una luce per l’Ucraina


Domani, venerdì 24 febbraio 2023 alle ore 18.30, ad un anno dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, si terrà una manifestazione dal nome “Una luce per l’Ucraina“. La Fondazione Luigi Einaudi parteciperà nella persona del suo Segr

Domani, venerdì 24 febbraio 2023 alle ore 18.30, ad un anno dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, si terrà una manifestazione dal nome “Una luce per l’Ucraina“.
La Fondazione Luigi Einaudi parteciperà nella persona del suo Segretario Generale, Andrea Cangini, per dimostrare ancora una volta il suo supporto al popolo ucraino e a tutte le vittime della guerra.

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Difendiamo la libertà di impresa da una giustizia penale ipertrofica


Il 22 febbraio 2023 in Fondazione Luigi Einaudi il settore produttivo, le Istituzioni e il mondo professionale si sono confrontati sulle criticità del D.Lgs. 231 del 2001. La disciplina vigente è fonte di incertezze e contraddizioni, che limitano la cresc

Il 22 febbraio 2023 in Fondazione Luigi Einaudi il settore produttivo, le Istituzioni e il mondo professionale si sono confrontati sulle criticità del D.Lgs. 231 del 2001. La disciplina vigente è fonte di incertezze e contraddizioni, che limitano la crescita economica delle imprese, esponendole ai rischi della responsabilità penale.

L’incontro fra le parti sociali ha permesso di evidenziare i nodi cruciali della normativa ed esporre le esigenze di riforma. Come ricordava Von Hayek in Legge, legislazione e libertà, la certezza di regole condivise è il presupposto della libertà, perché non si è liberi quando opachi sono i confini del diritto. È questo lo spirito che ha guidato la Fondazione a promuovere la tavola rotonda, a cui hanno partecipato il Sen. Francesco Urraro, il Direttore Area Legislativa di Confindustria Antonio Matonti, gli Avv. Anna Vittoria Chiusano e Massimiliano Annetta e la Professoressa Rosita Del Coco.

Dal dibattito è emersa una situazione di fatto non più procrastinabile. Per il 60% delle attività produttive i modelli di organizzazione e gestione 231 sono superflui e insufficienti per perseguire efficacemente la finalità di prevenzione dei reati. Non solo, si traducono nella realtà in significative limitazioni della libertà di impresa, perché costringono le aziende di media a grande dimensione ad assumere costi organizzativi spesso superiori alle possibilità economiche. Non deve, allora, meravigliare se il quadro legislativo sia ancora percepito come un costo.

Segnatamente, sono emerse tre questioni fondamentali che il Parlamento dovrebbe affrontare. In primis, è necessario razionalizzare i reati presupposto, che qualora commessi nell’interesse o a vantaggio dell’ente fanno sorgere responsabilità penale in capo all’impresa. La disciplina, in origine pensata per combattere i reati dei colletti bianchi, è stata estesa nel tempo a molti altri illeciti, che poco hanno a che fare con le scelte gestionali e che, soprattutto, paralizzano i processi produttivi.

In secondo luogo, non è chiaro quando i modelli di organizzazione e gestione 231 siano idonei a esonerare l’ente dalla responsabilità penale. Infatti, nonostante la presenza dei modelli, in sede applicativa essi raramente vengono considerati adeguati. Le pronunce giurisprudenziali sono fra loro contraddittorie e le Procure d’Italia ricorrono a criteri disomogenei. Si crea così nel mondo economico un intenso senso di sfiducia, che genera forti ostacoli alla crescita. È necessario che il Parlamento e il Governo intervengano per introdurre delle norme che chiariscano come debbano essere i modelli, perché senza certezza del diritto il settore produttivo è condannato alla paralisi.

Infine, tutti gli intervenuti hanno condiviso l’urgenza di uscire da un’ipocrisia di fondo: la responsabilità ex D.Lgs. 231 del 2001 è responsabilità penale. Basti pensare che l’impresa può essere condannata alla pena dell’interdizione perpetua. Allora, il Parlamento dovrebbe superare l’attuale frode delle etichette. Non si tratta né di responsabilità amministrativa, né di tertium genus, ma di responsabilità penale, da accertare secondo le regole del processo penale. A titolo di esempio, oggi durante il processo si verifica un terribile inversione dell’onere della prova: è l’ente a dover provare che ha fatto quanto possibile e necessario per prevenire il reato. In caso contrario, si giunge alla condanna. Insomma, si è passati dalla presunzione di innocenza alla presunzione di colpevolezza, nonostante l’art. 27, comma 2, della Costituzione sia ancora lì.

In conclusione, si auspica che il Governo posa dare delle risposte che si attendono da anni. La libertà di impresa, già compressa da un sistema fiscale iniquo e da una burocrazia asfissiante, non può essere paralizzata da una giustizia penale iper-invadente. La Fondazione Luigi Einaudi, come sempre, farà la sua parte, anche attraverso la costituzione di un osservatorio permanente sulle libertà economiche, per portare all’attenzione delle Istituzioni le esigenze dei ceti produttivi.

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L’integrazione dei fattori ESG nella strategia aziendale e nei sistemi di governance e gestione dei rischi degli intermediari bancari e finanziari


Martedì 7 marzo alle ore 17:45 presso l’Hotel NH Touring di Milano si terrà la conferenza dal titolo: “L’integrazione dei fattori ESG nella strategia aziendale e nei sistemi di governance e gestione dei rischi degli intermediari bancari e finanziari” Cura

Martedì 7 marzo alle ore 17:45 presso l’Hotel NH Touring di Milano si terrà la conferenza dal titolo: “L’integrazione dei fattori ESG nella strategia aziendale e nei sistemi di governance e gestione dei rischi degli intermediari bancari e finanziari”

Curatore dell’evento
Nino Parisi

Relatore
Ferdinando Parente

Intervengono
Stefano Preda
Alessandro De Nicola
Giovanni Barbara
Roberto Russo

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Il Sacco Wahabita di Karbala (1802)


Se avessimo istantanee del Sacco Wahabita di Karbala del 1802, sarebbero immagini di cataste di cadaveri, fiumi di sangue e dello scempio completo di un’intera città sacra. Le Cause Le cause del Sacco Wahabita di Karbala del 1802 sono complesse e multifattoriali, ma possono essere sintetizzate in tre principali fattori: le tensioni tra i persiani e gli ottomani, la rivalità tra sunniti e sciiti e soprattutto la crescente influenza del movimento wahhabita. La dinastia safavide era al culmine del suo potere nel XVI secolo, quando riuscì a stabilire l’Iran come una potenza regionale e a diffondere l’Islam sciita in tuttoContinue reading

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Masih Alinejad e Hamed Esmaeilion a Roma per parlare di diritti e Iran – laredazione.net


Masih esorta a non diventar complici del regime e di tagliate i rapporti con la Repubblica islamica perché la loro ideologia è pericolosa e «infetta il resto del mondo». Per spiegare questo concetto la giornalista ricorda un fatto successo nel 2016 quando

Masih esorta a non diventar complici del regime e di tagliate i rapporti con la Repubblica islamica perché la loro ideologia è pericolosa e «infetta il resto del mondo». Per spiegare questo concetto la giornalista ricorda un fatto successo nel 2016 quando per la visita in Italia del presidente Hassan Rouhani, “per non offenderlo”, coprirono tutte le statue di nudo presenti nel Museo Capitolino.

Donne, Libertà e Diritti umani in Iran

Ieri, Martedì 21 febbraio 2023, alle ore 15:00 presso il Senato della Repubblica italiana, in Sala Nassirya si è tenuta la conferenza stampaDonne, Libertà e Diritti umani in Iran”. All’incontro hanno partecipato: Masih Alinejad, giornalista e dissidente, in Usa dal 2009, Hamed Esmaeilion, portavoce dell’associazione vittime dei familiari del volo PS752, abbattuto l’8 gennaio 2020 su ordine dei Pasdaran, Hiva Feizi, Co-Fondatrice di “PaykanArtCar”, Andrea Cangini, Segretario Generale Fondazione Luigi Einaudi – FLE, Germano Dottori (Analista) e Francesco Galietti (Analista).

Il dibattito è stato organizzato da Fondazione Luigi Einaudi Onlus per Studi di Politica Economia e Storia e Ministero della Cultura.

La conferenza inizia con i saluti istituzionali di Antonella Zedda e dell’ambasciatore Mark D. Wallace. Wallace nel suo intervento ricorda quanto sia importante la libertà di stampa, una libertà che in Iran non c’è, e dove i giornalisti non possono diffondere notizie critiche e contro il regime, per questo ogni giornalista iraniano dovrebbe essere supportato dai suoi colleghi stranieri e le loro voci venir diffuse.

Hiva Feizi, grazie alla quale si è realizzata questa conferenza, interviene dopo l’ambasciatore. Ovviamente le sue prime parole sono dedicate ai cittadini e alle cittadine iraniane che combattono per la loro libertà, e alle vittime della violenza della Repubblica islamica. Il pensiero di Feizi è rivolto anche alle famiglie delle vittime del volo PS752 abbattuto l’8 gennaio 2020 dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

Della tragedia del volo PS752, ne avevamo parlato in un precedente articolo, ricordiamo soltanto che poco dopo il decollo, avvenuto con un’ora di ritardo, il Boeing 737-800 dell’Ukraine International Airlines che volava lungo la rotta da Teheran a Kiev è stato abbattuto, uccidendo tutti i 176 passeggeri e l’equipaggio a bordo.

L’intervento di Masih Alinejad

Masih Alinejad inizia il suo discorso partendo da un’esperienza personale. L’attivista racconta che anche lei in Iran era una giornalista parlamentare, ma che le è stato impedito di fare il suo lavoro. Il regime della Repubblica islamica, prosegue Masih, non tollererebbe nessuna delle giornaliste presenti in sala, perché non sono accettate le donne che non si coprono, e coloro che si ribellano rischiano di essere incarcerate; questa «non è solo una questione che riguarda le donne iraniane, ma l’identità e la dignità di tutte noi».

L’intervento di Masih è molto carico e pieno di energia, e con la stessa energia invita i presenti a sostenere la rivoluzione del popolo iraniano che da 5 mesi combatte per la propria libertà; in merito cita una famosa espressione usata spesso nel giornalismo «when it bleeds, it leads», ma, asserisce Masih: «questa frase vale solo per i media, nella realtà non c’è più bisogno di vedere giovani uccisi e il loro sangue versato per le strade». Sollecita anche a non credere alle notizie diffuse dai media di stato iraniani, di non diventar complici del regime e di tagliate i rapporti con la Repubblica islamica, perché la loro ideologia è pericolosa e «infetta il resto del mondo».

Per spiegare questo concetto la giornalista ricorda un fatto successo nel 2016 quando per la visita in Italia del presidente Hassan Rouhani, “per non offenderlo” coprirono tutte le statue di nudo presenti nel Museo Capitolino.

Non inaspettato è il suo appello all’Europa e all’Italia per far designare l’IRGC come gruppo terrorista, perché, ribadisce, non inserire l’IRGC tra i terroristi è comunque come prendere una posizione.

Il pensiero dell’attivista fa leva sul fatto che ciò che sta succedendo in Iran non è una «faccenda esclusivamente del Medio Oriente», riguarda tutti, il concetto di libertà non ha confini perché i «diritti umani sono globali».

L’intervento di Hamed Esmaeilion

Hamed Esmaeilion, portavoce dell’associazione PS572justice e che in quell’“incidente” ha perso sua figlia e sua moglie, ha esortato l’Ue a non negoziare con la Repubblica islamica «incapace di impegnarsi in alcun accordo», e a non fare alcun compromesso con gli uomini del regime, che imprigionano i cittadini stranieri per usarli come ricatto e perseguita le minoranze.

Anche Esmaeilion, come aveva già fatto Alinejad, ha poi ribadito la richiesta di espellere gli ambasciatori iraniani dalle varie ambasciate e designare l’IRGC come terrorista.

Successivamente, sono intervenuti Andrea Cangini, Germano Dottori e Francesco Galietti, che nel dare la loro analisi geo-politica, hanno sostenuto il movimento “Donna, Vita, Libertà”.

laredazione.net

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Masih Alinejad: “Il velo islamico è come il muro di Berlino, abbattiamolo e cadranno gli ayatollah” – RAI News


Alinejad è, insieme a Esmaelion, la principale oppositrice della Repubblica islamica. Le interviste a Rainews.it in occasione dell’incontro in Senato con gli iraniani della diaspora che chiedono all’Italia sostegno sui diritti violati in Iran Lei è consid

Alinejad è, insieme a Esmaelion, la principale oppositrice della Repubblica islamica. Le interviste a Rainews.it in occasione dell’incontro in Senato con gli iraniani della diaspora che chiedono all’Italia sostegno sui diritti violati in Iran

Lei è considerata una minaccia per la teocrazia al potere nella Repubblica islamica dell’Iran: dagli Stati Uniti Masih Alinejad è arrivata a Roma per incontrare gli iraniani della diaspora e chiedere sostegno all’Italia sui diritti umani e sulle azioni da intraprendere contro Teheran anche in Europa. Accompagnata da un altro attivista simbolo della lotta al regime come Hamed Esmaelion, portavoce del volo 752AFV Teheran/Kiev, caduto per mano dei Pasdaran l’8 gennaio 2020, subito dopo il decollo, in cui si contarono 170 vittime compreso l’equipaggio. I due hanno parlato al Senato italiano, ospite della fondazione Luigi Einaudi.

Masih Alinejad, che vanta milioni di follower sui social media, ai nostri microfoni ricorda la battaglia che l’ha resa celebre nel mondo nella lotta per i diritti delle donne iraniane nel suo Paese e in generale per i diritti umani. Il suo cavallo di battaglia è quello di opporsi all’uso del velo islamico obbligatorio per le donne in Iran (e in Afghanistan ndr), ancor prima della protesta in corso perMasha Amini. Lei che in Iran è stata arrestata e minacciata dagli ayatollah, anche quando nel 2009 è divenuta esule negli Stati Uniti, dove tre settimane fa qualcuno ha cercato di assassinarla.

“Il velo islamico obbligatorio è come il muro di Berlino, se riusciamo ad abbattere questo muro la Repubblica islamica dell’Iran non esisterà più, credo che il velo sia uno dei pilastri principali della dittatura religiosa e che questa rivoluzione guidata dalle donne e sostenuta dagli uomini, sia andata oltre l’hijab”. “Dico di no all’apartheid di genere voluto da questo regime perché le donne sono stufe di sentirsi dire cosa indossare e quale stile di vita adottare, questo è il XXI secolo e le donne vogliono decidere sul proprio corpo”.

Insieme ad Hamed Esmaelion fanno tappa in Italia dopo Bruxelles, dove hanno partecipato, insieme alla numerosa diaspora di iraniani europea, alla marcia di circa 30.000 persone che chiedono all’Europa di inserire l’Irgc (sigla internazionale che indica i Pasdaran ndr) nella lista delle organizzazioni terroristiche europee, cosa già avvenuta negli Stati Uniti. “Non chiediamo molto all’Italia solo di stare dalla parte giusta della storia, chiedo all’opinione pubblica italiana di pensare che una delle rivoluzioni più progressiste del mondo è in atto ora in Iran: donne, adolescenti, uomini innocenti vengono uccisi ingiustamente dal proprio governo, se non sosterrete queste sorelle dovrete affrontare questi terroristi sul suolo italiano, sul suolo europeo”, ha detto Alinejad.

Sulla diaspora iraniana che appare divisa per divergenze interne lancia un appello: “E’ necessario che tutti i gruppi di iraniani in protesta oggi siano uniti contro il nemico comune che è la Repubblica islamica dell’Iran”. “E per questo dico unitevi, stiamo insieme, battiamoci per la democrazia, cerchiamo di salvare anche il resto mondo da uno dei virus più pericolosi al mondo e cioè l’ideologia islamica, non mi riferisco solo alle donne iraniane ma anche alle afgane, non posso credere che le donne vengano uccise in Iran e che vengano cacciate dalle scuole in Afghanistan”.

E conclude con un invito: “E’ arrivato il momento per le donne in Politica, per le sorelle in Italia di essere un esempio per i leader dei Paesi democratici, organizziamoci, si crei una marcia internazionale per le donne, dobbiamo essere uniti e isolare la Repubblica islamica così come è stato fatto per Putin”.

“Accogliamo la sofferenza del popolo iraniano cui due importanti rappresentanti sono in Italia per cercare di risolvereil grave problema legato ai diritti delle donne e in generale a quelli umani nel loro Paese, non è un tema di parte, non è un tema solo religioso e non riguarda solo le donne”, ha detto la Senatrice di Fratelli d’Italia Antonella Zedda promotrice dell’iniziativa.

Hamed Esmaelion, dentista ora residente in Canada, è noto per essere divenuto il portavoce dei familiari delle 170 vittime del volo finito in tragedia due anni fa, in cui perse la moglie e la figlia di 8 anni. Tutti i passeggeri rientravano nei Paesi occidentali dopo la pausa per le vacanze natalizie.

Per Esmaelion la lotta al regime in cui è diventata ragione di vita e soprattutto quella ai Pasdaran, il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica istituito fin dal 1979 per mantenere l’ordine spirituale e materiale in Iran. Per l’attivista è molto importante che la “Holy guard” venga inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche “perchè è questo che sono, terroristi, è la loro vera natura”. Dopo Strasburgo e Bruxelles dove l’emendamento proposto ha ottenuto successo ora è avvertito uno stallo da parte dei vertici europei e, secondo Esmaelion, le principali difficoltà che impedirebbero l’inserimento dei Pasdaran nella lista avrebbero motivazioni economiche e politiche. Di fatto se l’Irgc, essendo così addentro al tessuto istituzionale del Paese, fosse in quella lista nera, costituirebbe un problema per la tenuta del governo di Teheran.

“Alcuni paesi hanno buone relazioni con l’attuale governo iraniano e probabilmente il cambio di regime spaventa alcuni leader europei, ma noi siamo qui per dire che queste non sono paure reali, gli iraniani sanno benissimo ciò che vogliono e ciò che non vogliono, dopo 115 anni per la lotto per la Democrazia ora è il momento per ottenerla”. Secondo l’attivista il nostro Paese potrebbe fare la sua parte: “L’Italia potrebbe inserire i Pasdaran in questa lista, anche con l’espulsione dell’Ambasciatore iraniano a Roma e di tutti gli oligarchi dell’Iran”.

rainews.it

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Sbarco Silente


Secondo i dati forniti dal governo, dall’inizio dell’anno sono sbarcati 12.906 emigranti. Per più di due terzi con mezzi propri o recuperati dalla Guardia Costiera. Nello stesso periodo, l’anno scorso, erano sbarcati in 4.701. L’anno precedente in 3.728.

Secondo i dati forniti dal governo, dall’inizio dell’anno sono sbarcati 12.906 emigranti. Per più di due terzi con mezzi propri o recuperati dalla Guardia Costiera. Nello stesso periodo, l’anno scorso, erano sbarcati in 4.701. L’anno precedente in 3.728.
Supporre che il numero degli sbarchi abbia a che vedere con il colore o le intenzioni del governo in quel momento in carica è una pura sciocchezza. Supporre che i decreti legge tonitruanti bloccheranno il fenomeno è la sua gemella. Allora perché si temeva l’invasione e si gridava alla complicità prima, mentre ora che sono quasi il triplo e più del triplo tutto tace? Perché la differenza non la fanno i fatti reali, ma il modo in cui vengono comunicati e la speculazione con cui sono adoperati. Ed essendo al governo quanti sostennero che fermare tutto era solo questione di volontà, ora la faccenda ha perso sponsor della paura. Ma il problema resta e si dovrà pur cominciare ad affrontarlo senza le retoriche dell’abbracciare o del bloccare.

La Ragione

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L’Elettronica della Difesa nel Golfo Persico. In arrivo l’hub Ew di Elt


L’Elettronica per la Difesa made in Italy stringe partnership strategiche sempre più strette nel Golfo Persico. È questo il contesto in cui è stato siglato il nuovo accordo di partenariato tra Elettronica (Elt), azienda italiana che si occupa di sistemi p

L’Elettronica per la Difesa made in Italy stringe partnership strategiche sempre più strette nel Golfo Persico. È questo il contesto in cui è stato siglato il nuovo accordo di partenariato tra Elettronica (Elt), azienda italiana che si occupa di sistemi per il settore della Difesa, ed Etimad holding Llc (Eh), player internazionale nelle soluzioni tecnologiche per la sicurezza, per istituire un hub Ils negli Emirati Arabi Uniti dedicato ai sistemi di Electronic warfare (Ew). Un’opportunità per condividere le reciproche capacità in materia di sorveglianza e protezione. Nel frattempo, Elt si è aggiudicata anche il ruolo di partner di Abu Dhabi Ship Building per la fornitura del sistema EW per la corvetta della Marina Militare dell’Angola.

L’accordo

Con la firma di questo accordo, Elt collaborerà infatti con Etimad Holding e le sue consociate per stabilire negli Emirati Arabi Uniti un hub logistico integrato per i sistemi Ew. Eh, e le sue controllate, forniranno la riparazione e la manutenzione del sistema Ew di Elt su base esclusiva e supporteranno dunque Elt nella vendita dei propri prodotti. La sinergia di capabilities mira a fornire servizi ad hoc in base alle richieste ed esigenze degli utenti

Collaborazioni più strette nel Golfo Persico

“Il nostro rapporto con gli Emirati Arabi Uniti è molto profondo e continuiamo a lavorare per renderlo più forte”, ha spiegato il presidente e amministratore delegato di Elettronica, Enzo Benigni. L’accordo, infatti, rappresenta a detta del presidente “un passo avanti”, ed Elt continuerà a “collaborare, a condividere e ad arricchire le sue capacità”. Alle sue parole fanno eco quelle del ceo di Etiman holding, Khalid Al-Ali: “Con la firma di tale accordo, Etimad espande la sua partnership strategica con l’obiettivo di aggiungere valore all’interno del Paese negli Emirati Arabi Uniti. Questo accordo è la prima pietra miliare di una cooperazione strategica a lungo termine tra Elettronica ed Etimad”.

Elettronica della Difesa per la Marina angolana

Nel frattempo, Elt ha consolidato la sua intesa anche con Adsb-Abu Dhabi ship building (Edge group) e la Marina militare dell’Angola per la fornitura di Corvette, nell’ambito di un accordo annunciato in occasione di Idex, la grande esposizione che si tiene in questi giorni ad Abu Dhabi. Elt è infatti stata scelta per fornire il Sistema Ew alla Forza armata del Paese africano. L’integrazione delle reciproche capacità è già stata sperimentata in passato e tale accordo indica la volontà di proseguire nella medesima direzione. “Questa importante operazione di export riconosce la maturità e l’eccellenza raggiunta in campo industriale e tecnologico da ADSB. Questo accordo rende Elettronica particolarmente orgogliosa di questa collaborazione e fiduciosa sugli obiettivi ancora più sfidanti che potranno essere raggiunti insieme in futuro, garantendo al Paese la resilienza e la sovranità necessarie in un momento di profonda complessità geopolitica”, ha commentato l’accordo il presidente Benigni.


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#uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Lo Stato liberale è…


Lo Stato liberale è antiplutocratico ed antiugualitario da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Lo Stato liberale è… proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fon
Lo Stato liberale è antiplutocratico ed antiugualitario


da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

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Solo un vero partito liberal democratico può contrastare le ambizioni conservatrici di Meloni


La premier non ha competitor nel suo campo e nell’opposizione attuale. L’unico ostacolo alla sua idea di costruire una formazione politica paragonabile a quella della destra britannica è la nascita di una forza moderata, ancorata alla famiglia liberale eu

La premier non ha competitor nel suo campo e nell’opposizione attuale. L’unico ostacolo alla sua idea di costruire una formazione politica paragonabile a quella della destra britannica è la nascita di una forza moderata, ancorata alla famiglia liberale europea, in grado di farle concorrenza

Alcune considerazioni sull’evoluzione di Giorgia Meloni nello scenario politico italiano e internazionale. Appare di lampante evidenza la strategia della presidente che sta sempre più attorniandosi nella sua esperienza a Palazzo Chigi da personaggi eterodossi, non provenienti dalla sua storia e dalla storia del suo partito.

Ormai i casi sono così numerosi da non poter essere ricondotti a coincidenze. Per lo più coloro che sono chiamati a collaborare con lei provengono da un’area che potremmo definire moderata-liberale.

Il più noto è il ministro di punta del suo governo, Carlo Nordio, che è anche il più lontano da lei per cultura politica di provenienza. Ma tanti altri non riconducibili direttamente alla destra, soprattutto tra i collaboratori più stretti, sono nel frattempo approdati alla sua corte. Non può essere una scelta casuale.

Il suo partito, invece, resta al momento del tutto impermeabile a questa evoluzione. Potrebbe essere una strategia o, più semplicemente, la circostanza che un premier che sia anche leader di partito, naturalmente riconduce la sua leadership e anche le sue politiche al ruolo istituzionale, facendo passare in secondo piano (nel caso di Meloni oscurando del tutto) le attività proprie del partito di cui è incontestata leader.

È di tutta evidenza che Giorgia Meloni dà un orizzonte di legislatura alla sua esperienza e fa bene a farlo. Anche questa fortunata condizione la pone nell’ottica di “accantonare” almeno per i prossimi anni il partito.

Analizziamo gli obiettivi e gli eventuali ostacoli nel raggiungerli. A me pare che il presidente del Consiglio (come ama essere chiamata) si sia posto un obiettivo ambiziosissimo: dar vita in Italia a un moderno partito conservatore, che si ispiri a un’esperienza precisa, il conservatorismo inglese.

Tutto si muove in tal senso. A cominciare dalla collocazione internazionale e dalle conseguenti posizioni senza oscillazioni sulla guerra, dalla continuità con l’esperienza di Mario Draghi in tanti settori della vita economica e sociale, dalle nuove – per lei – posizioni garantiste sul delicato tema della Giustizia. Queste ultime, per la verità, sinora solo declamate.

Anche il suo attivismo sul terreno delle istituzioni dell’Unione europea e i suoi rapporti in Europa lasciano prefigurare l’intenzione di porsi alla testa dei vari conservatorismi europei, piuttosto che lasciarsi trascinare da essi. Ricordiamo che lei è già presidente del gruppo parlamentare europeo Ecr, quello, appunto, dei conservatori europei. Insomma, tutto torna.

Ma qui cominciano i problemi per lei e le riflessioni per chi non vuole lasciarsi coinvolgere in tale pur originale progetto.

Innanzi tutto il suo partito, ancor più della sua storia personale. Quest’ultima può ben seguire un’evoluzione, mentre il partito a me pare la sua principale palla al piede. Non credo che possa facilmente farne a meno: ricordiamo che la Meloni proviene dalla storia antica del suo partito, prima ancora che da una sua storia personale. Non sarà facile riformarlo e tanto meno staccarsi da esso. Come vorrà gestire la rupture, inevitabile anche sul piano dei rapporti personali, è tutto da vedere. Soprattutto è tutta da farsi e sarà tutt’altro che semplice.

La lezione di Winston Churchill, e i suoi passaggi dai liberali ai conservatori, a me pare troppo ambiziosa e mal si attaglia alla situazione data.

Il quadro dei partiti oggi in campo potrà favorirla. Non ha competitor nel suo campo. Non lo è Matteo Salvini, che con il suo partito viene da tutt’altra storia. Non lo è Forza Italia, il cui declino potrà anzi favorire il suo progetto. Non è un problema l’opposizione, che fa di tutto per favorirla. E continuerà a farlo. La coazione a ripetere gli errori è una maledizione del Partito democratico di cui bisognerà finalmente prendere atto.

Non la favorisce invece la deep culture di questo Paese. Quanto di più lontano dal conservatorismo reaganiano o tatcheriano. Tutta rivolta alle rendite di posizione, alla bonusmania e al “manettarismo” militante a cui la presidente del Consiglio ha già dovuto inchinarsi, rallentando non poco e rischiando di compromettere il suo pur ambizioso progetto. Dai balneari, ai tassisti, da ITA alle pulsioni securitarie del 41-bis, tanti sono gli indicatori che segnano inesorabilmente le difficoltà del percorso.

Vi è infine quello che potrebbe essere l’avversario più insidioso sulla sua strada: la nascita di un partito autenticamente liberale che su alcuni temi possa farle concorrenza, essendo tale forza più credibile per storia e per cultura – e su altri temi, penso ai diritti civili, a politiche non ideologiche sull’immigrazione, alle iniziative per un Europa federale e tanto altro ancora – potrebbe e dovrebbe essere più attrattiva dei settori più vivaci della nostra società.

Certo se questo nascente partito, che non può identificarsi sic et simpliciter nel cosiddetto Terzo Polo come è ora configurato, ma che da quella esperienza può trarre spunti importanti (anche per evitare gli errori commessi), continuerà a guardare al Partito democratico come interlocutore preferenziale o addirittura obbligato, allora sgombrerà il campo alla Meloni che potrà esondare anche in un campo che non le è proprio.

Occorre farla finita con pseudo complessi di superiorità, frutto di una minorità politica e spesso anche personale. La Meloni si sfida senza rancori, con rispetto e senza complessi. Insomma, solo un vero Partito liberaldemocratico, ancorato alla famiglia liberale europea, potrà contrastare e competere con un moderno partito conservatore. Liberal-socialisti, liberal-progressisti, liberal di ogni ordine e specie, lascerebbero campo libero alla Meloni.

Certo le necessarie riforme istituzionali e una indilazionabile riforma elettorale saranno necessarie per lo sviluppo del progetto. Ma questa è un’altra storia.

Linkiesta

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Come mai la dottrina aerea di Mosca non funziona. La versione di Tricarico


Una premessa è d’obbligo: in un contesto di guerra di propaganda di dimensioni inusitate, abbinata alla carenza di fonti certe od attendibili, ogni valutazione ha carattere concettuale, di principio, e va rapportata a una situazione sul terreno non sempre

Una premessa è d’obbligo: in un contesto di guerra di propaganda di dimensioni inusitate, abbinata alla carenza di fonti certe od attendibili, ogni valutazione ha carattere concettuale, di principio, e va rapportata a una situazione sul terreno non sempre corrispondente alle stime poste alla base dei pur giusti ragionamenti.

È questo certamente il caso dell’impiego delle forze aeree nel conflitto russo-ucraino, un impiego incomprensibile, soprattutto da parte di Mosca, ma certamente errato alla luce dei criteri ormai consolidati – e vincenti – in uso in campo occidentale. Demandando a un approfondimento complessivo una valutazione generale del ruolo delle forze aeree, forse una fotografia idonea all’aggiustamento del tiro nella fase attuale può aiutare a comprendere se, e come, un innesto nel dispositivo militare ucraino di forze aeree fresche e aggiornate, in combinazione con un reset sui criteri di utilizzo delle stesse, possa spostare gli equilibri e le sorti del conflitto.

In questo contesto, non si può pensare ormai a falsi scopi di fronte alla reiterata e perentoria richiesta di aerei da combattimento moderni da parte di Zelensky. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, in considerazione che ormai, qualunque e di qualsivoglia tipo sia il teatro di operazioni, la componente aerotattica di uno strumento militare ha un ruolo derimente nella condotta delle operazioni, soprattutto nelle fasi iniziali quando il primo obiettivo è e resta quello dell’acquisizione della superiorità, e possibilmente il dominio, della dimensione aerea.

Questo in Ucraina non si è visto, non solo per la limitata disponibilità di tecnologie abilitanti nella specifica dimensione, ma anche per una dottrina di impiego obsoleta, retrodatata di cinquanta anni. Al netto, naturalmente, degli sporadici e limitati casi in cui si è visto il ricorso a tecnologia aggiornate, disponibili ai russi in quantità limitata o comunque non utilizzata su vasta scala. Più in particolare al momento, se si vuole legittimare il bizzarro assunto che gli ucraini possano usare le armi solo all’interno del loro territorio, pare ancora a portata di mano l’obiettivo di conseguire il controllo dei propri cieli.

Bisognerebbe far piazza pulita dei sistemi contraerei che i russi dovessero aver portato al seguito, sistemi mobili la cui identificazione anche fisica non dovrebbe essere un problema per le forze speciali nei territori annessi da Putin e non controllati a sufficienza. In tutti gli altri casi andrebbe fatta, con l’aiuto fondamentale dell’Intelligence occidentale, una ricognizione elettronica e fisica dell’esistente ed un piano operativo per neutralizzare le probabilmente scarse postazioni antiaeree.

Fatto questo, l’unica minaccia insidiosa difficilmente neutralizzabile, rimarrebbe l’infrarosso, ossia i missili terra aria di contenute dimensioni, facili da occultare e trasportare, di semplice impiego e di non difficile reperibilità dall’una e dall’altra parte. Un rischio, quello dell’infrarosso, agevolmente aggirabile se non si scende sotto la quota di cinquemila metri, o se si limitano allo stretto necessario le incursioni a quote basse.

Ecco, dunque, che si possono creare le condizioni in cui moderni velivoli aerotattici possono battere obiettivi terrestri di qualunque tipo con precisione metrica e da alta quota, individuare elettronicamente le postazioni di difesa russe e neutralizzarle, attivare circuiti permanenti (o quasi) di vigilanza fermando precocemente le incursioni. Una sorta di plausibile superiorità aerea insomma. Tutto questo sostanzia e dà ragionevolezza, in maniera incontrovertibile, alle richieste pressanti di Zelensky.

Circa i mezzi più idonei ed i tempi di entrata in servizio, la soluzione più efficace sembra quella degli F16. Il velivolo più diffuso nelle aeronautiche moderne, costruito in più di dieci versioni e in quantità inusitata, (circa cinquemila esemplari in una ventina di Paesi), dotato di capacità multiruolo come nessun altro caccia. E con una maturità di sistema che mette al riparo da sorprese o inefficienze e attività manutentive complicate. Molte aeronautiche sono dotate di F16, e tra queste alcune non batterebbero ciglio nel cederne una parte all’Ucraina, come l’Olanda, che tra l’altro li dovrebbe sostituire con gli F-35, o la Polonia.

Molto si è detto anche sui tempi ipotizzabili di entrata in servizio degli eventuali F16 nella forza aerea ucraina, e non sempre a ragion veduta, soprattutto perché spesso non si è tenuto conto che in tempo di guerra tanti passaggi saltano, inclusi quelli attinenti alla sicurezza del volo. Con queste premesse, una personale stima è che per abilitare al volo i piloti ucraini servano poche settimane, due o tre, per abilitarli ad impiegare correttamente i sistemi ne servano altrettante o poco più, per attivare una logistica operativa, incluse la manutenzione e le riparazioni, occorra raddoppiare ancora i tempi totali, ossia qualche mese in tutto. Tutto il resto è disquisizione inutile, parole in libertà, prendere tempo quanto nel caso specifico se ne è perso fin troppo.


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Una nuova speranza – Solo un vero partito liberal democratico può contrastare le ambizioni conservatrici di Meloni


La premier non ha competitor nel suo campo e nell’opposizione attuale. L’unico ostacolo alla sua idea di costruire una formazione politica paragonabile a quella della destra britannica è la nascita di una forza moderata, ancorata alla famiglia liberale eu

La premier non ha competitor nel suo campo e nell’opposizione attuale. L’unico ostacolo alla sua idea di costruire una formazione politica paragonabile a quella della destra britannica è la nascita di una forza moderata, ancorata alla famiglia liberale europea, in grado di farle concorrenza

Alcune considerazioni sull’evoluzione di Giorgia Meloni nello scenario politico italiano e internazionale. Appare di lampante evidenza la strategia della presidente che sta sempre più attorniandosi nella sua esperienza a Palazzo Chigi da personaggi eterodossi, non provenienti dalla sua storia e dalla storia del suo partito.

Ormai i casi sono così numerosi da non poter essere ricondotti a coincidenze. Per lo più coloro che sono chiamati a collaborare con lei provengono da un’area che potremmo definire moderata-liberale.

Il più noto è il ministro di punta del suo governo, Carlo Nordio, che è anche il più lontano da lei per cultura politica di provenienza. Ma tanti altri non riconducibili direttamente alla destra, soprattutto tra i collaboratori più stretti, sono nel frattempo approdati alla sua corte. Non può essere una scelta casuale.

Il suo partito, invece, resta al momento del tutto impermeabile a questa evoluzione. Potrebbe essere una strategia o, più semplicemente, la circostanza che un premier che sia anche leader di partito, naturalmente riconduce la sua leadership e anche le sue politiche al ruolo istituzionale, facendo passare in secondo piano (nel caso di Meloni oscurando del tutto) le attività proprie del partito di cui è incontestata leader.

È di tutta evidenza che Giorgia Meloni dà un orizzonte di legislatura alla sua esperienza e fa bene a farlo. Anche questa fortunata condizione la pone nell’ottica di “accantonare” almeno per i prossimi anni il partito.

Analizziamo gli obiettivi e gli eventuali ostacoli nel raggiungerli. A me pare che ilpresidente del Consiglio (come ama essere chiamata) si sia posto un obiettivo ambiziosissimo: dar vita in Italia a un moderno partito conservatore, che si ispiri a un’esperienza precisa, il conservatorismo inglese.

Tutto si muove in tal senso. A cominciare dalla collocazione internazionale e dalle conseguenti posizioni senza oscillazioni sulla guerra, dalla continuità con l’esperienza di Mario Draghi in tanti settori della vita economica e sociale, dalle nuove – per lei – posizioni garantiste sul delicato tema della Giustizia. Queste ultime, per la verità, sinora solo declamate.

Anche il suo attivismo sul terreno delle istituzioni dell’Unione europea e i suoi rapporti in Europa lasciano prefigurare l’intenzione di porsi alla testa dei vari conservatorismi europei, piuttosto che lasciarsi trascinare da essi. Ricordiamo che lei è già presidente del gruppo parlamentare europeo Ecr, quello, appunto, dei conservatori europei. Insomma, tutto torna.

Ma qui cominciano i problemi per lei e le riflessioni per chi non vuole lasciarsi coinvolgere in tale pur originale progetto.

Innanzi tutto il suo partito, ancor più della sua storia personale. Quest’ultima può ben seguire un’evoluzione, mentre il partito a me pare la sua principale palla al piede. Non credo che possa facilmente farne a meno: ricordiamo che la Meloni proviene dalla storia antica del suo partito, prima ancora che da una sua storia personale. Non sarà facile riformarlo e tanto meno staccarsi da esso. Come vorrà gestire la rupture, inevitabile anche sul piano dei rapporti personali, è tutto da vedere. Soprattutto è tutta da farsi e sarà tutt’altro che semplice.

La lezione di Winston Churchill, e i suoi passaggi dai liberali ai conservatori, a me pare troppo ambiziosa e mal si attaglia alla situazione data.

Il quadro dei partiti oggi in campo potrà favorirla. Non ha competitor nel suo campo. Non lo è Matteo Salvini, che con il suo partito viene da tutt’altra storia. Non lo è Forza Italia, il cui declino potrà anzi favorire il suo progetto. Non è un problema l’opposizione, che fa di tutto per favorirla. E continuerà a farlo. La coazione a ripetere gli errori è una maledizione del Partito democratico di cui bisognerà finalmente prendere atto.

Non la favorisce invece la deep culture di questo Paese. Quanto di più lontano dal conservatorismo reaganiano o tatcheriano. Tutta rivolta alle rendite di posizione, alla bonusmania e al “manettarismo” militante a cui la presidente del Consiglio ha già dovuto inchinarsi, rallentando non poco e rischiando di compromettere il suo pur ambizioso progetto. Dai balneari, ai tassisti, da ITA alle pulsioni securitarie del 41-bis, tanti sono gli indicatori che segnano inesorabilmente le difficoltà del percorso.

Vi è infine quello che potrebbe essere l’avversario più insidioso sulla sua strada: la nascita di un partito autenticamente liberale che su alcuni temi possa farle concorrenza, essendo tale forza più credibile per storia e per cultura – e su altri temi, penso ai diritti civili, a politiche non ideologiche sull’immigrazione, alle iniziative per un Europa federale e tanto altro ancora – potrebbe e dovrebbe essere più attrattiva dei settori più vivaci della nostra società.

Certo se questo nascente partito, che non può identificarsi sic et simpliciter nel cosiddetto Terzo Polo come è ora configurato, ma che da quella esperienza può trarre spunti importanti (anche per evitare gli errori commessi), continuerà a guardare al Partito democratico come interlocutore preferenziale o addirittura obbligato, allora sgombrerà il campo alla Meloni che potrà esondare anche in un campo che non le è proprio.

Occorre farla finita con pseudo complessi di superiorità, frutto di una minorità politica e spesso anche personale. La Meloni si sfida senza rancori, con rispetto e senza complessi. Insomma, solo un vero Partito liberaldemocratico, ancorato alla famiglia liberale europea, potrà contrastare e competere con un moderno partito conservatore. Liberal-socialisti, liberal-progressisti, liberal di ogni ordine e specie, lascerebbero campo libero alla Meloni.

Certo le necessarie riforme istituzionali e una indilazionabile riforma elettorale saranno necessarie per lo sviluppo del progetto. Ma questa è un’altra storia.

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Al verde


Dopo l’enorme dilapidazione del bonus 110%, responsabilità del governo Conte 2, prevedibile e prevista fin dall’inizio, si tratta di comprenderne le conseguenze contabili, quelle produttive e le possibili vie d’uscita che minimizzino il danno e creino opp

Dopo l’enorme dilapidazione del bonus 110%, responsabilità del governo Conte 2, prevedibile e prevista fin dall’inizio, si tratta di comprenderne le conseguenze contabili, quelle produttive e le possibili vie d’uscita che minimizzino il danno e creino opportunità. Non la si interpreti come battaglia di bandiera, perché si tratta di un terreno sul quale ci si può fare ancora e più seriamente del male.

Il primo di marzo l’Istat pubblicherà i dati aggiornati sul deficit. Lì la bomba potrebbe deflagrare e, del resto, serve a nulla rimandare. Secondo le regole europee di contabilizzazione, imputando il costo nell’anno in cui nasce, si rischia di fare sballare i conti pubblici e introdurre una pericolosa stonatura nell’armonia dell’equilibrio. Dovessimo contabilizzare un punto o uno e mezzo in più di deficit sarebbero dolori e costi seri. Questa eredità avvelenata fu avvertita, ma non disinnescata dal governo Draghi, nella cui maggioranza era vasta la resistenza (e anche Fratelli d’Italia, allora all’opposizione, era dell’idea che si dovesse aggiustare e non fermare). Una resistenza che ci fu anche sulla riforma del catasto, che non avrebbe comportato aggravi fiscali altri che per gli evasori e che ancora oggi impedisce di distinguere seriamente fra immobili di lusso e popolari.

Ci sono conseguenze anche produttive. Abbiamo qui insistito nel ripetere che le previsioni economiche non segnalavano come imminente una recessione economica che la gran parte delle forze politiche dava già per esistente. Ma si faccia attenzione, perché se le norme in questione cambiano in continuazione (il 110% in media una volta ogni mese e mezzo) e se subito dopo avere emanato il decreto legge il governo già annuncia che sarà cambiato, il caos induce a fermare tutto. A quel punto non è la fine del malobonus, ma il modo in cui la si affronta, sommata ai problemi contabili, che potrebbero sul serio indurre una recessione. Quindi si deve dare una prospettiva. Non dopo e con comodo, ma ora, subito.

Si deve uscire dall’era degli “aiuti” e dei “sostegni”. L’idea che casa mia possa aumentare di valore grazie ai soldi che ci mettono altri è sbagliata in sé. Anzi è, in sé, un incrocio fra un’illusione e una truffa. Servono norme stabili e agevolazioni fiscali oggi che portino a maggiore gettito domani. La possibilità c’è ed è stata giustamente sottolineata dal presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli: la direttiva europea sugli immobili ecocompatibili. Non solo non è una patrimoniale mascherata, ma un’occasione produttiva che aiuterebbe a sostenere il mercato dell’edilizia senza sperperare denari del contribuente.

I lavori che migliorano casa mia e ne aumentano il valore li devo pagare io. Ma siccome si tratta di un’opera collettiva di grande portata, il fisco aiuta non pesando sul loro costo e predisponendone uno scarico ragionevole (quindi meno della totalità e meno del delirio superiore alla totalità). È conveniente per il proprietario, visto che diminuirà i costi di gestione e aumenta il valore dell’immobile. È conveniente per il fisco, perché il mancato introito odierno diventerà maggiore gettito al momento della cessione, dato dal maggiore valore. È conveniente per il sistema che finanzia il lavori, ovvero le banche, perché anziché dovere incassare un credito del cliente (remunerate con congrua e talora alta percentuale) parteciperanno al rischio e allo sforzo a prezzi di mercato. Ed è conveniente per le imprese edili che non siano nate per fatturare lavori in cui il cliente non è interessato al prezzo, dato che a pagare è un altro, giacché il lavoro da farsi, serio e controllato nei risultati, sarà enorme.

Il tutto a condizione che la si pianti con l’opporsi a quel che serve a crescere e migliorare, rivendicando invece come un diritto sovrano perpetuare quel che serve a impoverirsi e affondare. Si può fare, mobilitando competenza e responsabilità al posto della furbizia ottusa fin qui messa in conto ai contribuenti onesti.

La Ragione

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Iran, dalla Fondazione Einaudi un manifesto per valori liberali e parita’ dei diritti – ansa.it


Leggi su ansa.it, click qui L'articolo Iran, dalla Fondazione Einaudi un manifesto per valori liberali e parita’ dei diritti – ansa.it proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/iran-dalla-fondazione-einaudi-un-manifesto

Iran, Cangini (Fond. Einaudi): “Lanciamo manifesto per i valori liberali e parità dei diritti” – alanews


L'articolo Iran, Cangini (Fond. Einaudi): “Lanciamo manifesto per i valori liberali e parità dei diritti” – alanews proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/iran-cangini-fond-einaudi-lanciamo-manifesto-per-i-valori-libe

Le tante anime di Gaetano Martino, grande statista – Gazzetta del Sud


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#uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Gli italiani sentono…


Gli italiani sentono di potersi conquistare un posto al sole colla propria attività e non temono di misurarsi in gara con altri. da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi☕ – G
Gli italiani sentono di potersi conquistare un posto al sole colla propria attività e non temono di misurarsi in gara con altri.

da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

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Perché il superbonus è un fallimento della nostra democrazia


Com’è stato possibile? Spesi 120 miliardi di bonus edilizi, circa 6 punti di pil. Due terzi del Pnrr (190 miliardi) che però è speso su un arco temporale più ampio. Il doppio delle risorse impiegate (60 miliardi) per affrontare la crisi energetica più gra

Com’è stato possibile? Spesi 120 miliardi di bonus edilizi, circa 6 punti di pil. Due terzi del Pnrr (190 miliardi) che però è speso su un arco temporale più ampio. Il doppio delle risorse impiegate (60 miliardi) per affrontare la crisi energetica più grave degli ultimi 50 anni. Le agevolazioni fuori da ogni logica economica, insieme alla cessione illimitata dei crediti d’imposta, hanno per giunta prodotto circa 50 miliardi di buco di bilancio. All’improvviso, con un decreto d’urgenza del governo per evitare che i conti pubblici saltino per aria, il paese si sveglia dalla favola del “gratuitamente”. Ma il Superbonus 110 per cento rappresenta di più di un disastro economico. Se si risponde alla domanda su come sia stato possibile, ovvero su come mai tutto ciò non sia stato impedito, ci si rende conto di essere di fronte a un fallimento della nostra democrazia.

Se una sciagura del genere si è verificata è perché molte cose nel nostro sistema non hanno funzionato. Paradossalmente, ma forse non troppo, la misura che più di tutte ha sconquassato le finanze pubbliche è quella che ha goduto dei consensi più ampi e trasversali. Non solo il M5s e il Pd, che il Superbonus l’hanno realizzato insieme a un pezzo di Terzo polo (Iv). Ma anche l’opposizione. Forza Italia è sempre stata al fianco delle imprese edili, così come la Lega: quella che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti definisce una “politica scellerata” è stata convintamente sostenuta dal suo leader Matteo Salvini.

Allo stesso modo Giorgia Meloni, che attaccava Mario Draghi per le correzioni delle storture del Superbonus al grido di “non si cambiano le regole in corsa”. “Se oggi il presidente del Consiglio (Draghi, ndr) si vanta di un 6 per cento di aumento del pil, lo deve al Superbonus” diceva Marco Osnato, attuale presidente della commissione Finanze della Camera. Nessuna opposizione politica, quindi.
Ma anche nessuna, o pochissime critiche dai media. La stampa, nella quasi totalità, si è allineata alla narrazione del settore delle costruzioni e all’idea che il Superbonus fosse il motore della crescita e non una discesa senza freni nel deficit. I giornali che generalmente invitano a fare attenzione ai conti e a fare presto quando c’è da correggerli, hanno applaudito a una misura che ha scavato come una talpa una voragine nel bilancio statale.

Anche l’accademia, con poche lodevoli eccezioni, è stata distratta. Mentre altre misure, come ad esempio Reddito di cittadinanza e Quota 100, hanno spinto gli economisti a produrre numerose analisi, il Superbonus nonostante la mole di risorse in gioco e le criticità evidenti è stato ignorato. Tanto che gli unici studi sono quelli fatti da organizzazioni di settore, che hanno prodotto stime con effetti moltiplicativi fantastici e quasi lisergici. Numeri che poi, sebbene palesemente surreali, sono stati rilanciati acriticamente dai media riproponendo con un timbro di (pseudo) scientificità la narrazione del bonus che si ripaga da sé.

Ma a mancare sono stati anche i controlli istituzionali. Non è chiaro come sia stato possibile che la Ragioneria generale dello stato abbia bollinato una misura con coperture che, a ora, si sono dimostrate inferiori di 50 miliardi rispetto alla spesa effettiva. Eppure non si trattava di qualcosa di imprevedibile, visto che a maggio 2020 l’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb) segnalava come il mix dell’agevolazione al 110 per cento e della cedibilità del credito aumentava il rischio di far lievitare i costi. Per giunta, già all’epoca, il presidente dell’Upb Giuseppe Pisauro avvisava del “rischio sotto il profilo della classificazione contabile dei crediti d’imposta liberamente cedibili e utilizzabili in compensazione” con relativo impatto sul deficit. Esattamente ciò che sta accadendo ora dopo i rilievi di Eurostat.

La Ragioneria dello stato ha sottovalutato entrambi i rischi, sia quello dei costi sia quello contabile sulla “pagabilità” del credito. Ed è l’istituto che, insindacabilmente, avrebbe potuto e dovuto fermare il Superbonus fatto in quella maniera così scellerata che ora ha costretto il governo a intervenire d’urgenza.

Politica di governo e di opposizione, media, accademia, amministrazione pubblica. La voragine nel bilancio aperta dai bonus edilizi è la sommatoria dei fallimenti di quattro presidi che in una democrazia sana avrebbero dovuto impedire questo disastro. La vicenda del Superbonus mostra che oltre agli immobili sono tante le cose che nel nostro paese hanno bisogno di ristrutturazione ed efficientamento.

Il Foglio

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Italia-India, nel nome della Difesa. La visita di Meloni e l’accordo in arrivo


Il governo guarda all’India. A inizio marzo il primo ministro Giorgia Meloni atterrerà a Nuova Delhi, dove parteciperà alla conferenza Raisina Dialogue come ospite principale e incontrerà il premier Narendra Modi. I due si erano incontrati l’ultima volta

Il governo guarda all’India. A inizio marzo il primo ministro Giorgia Meloni atterrerà a Nuova Delhi, dove parteciperà alla conferenza Raisina Dialogue come ospite principale e incontrerà il premier Narendra Modi. I due si erano incontrati l’ultima volta a novembre, alla conferenza del G20 di Bali, dove si erano impegnati ad approfondire la relazione tra i rispettivi Paesi.

Secondo The Hindu, la visita “dovrebbe porre fine a un decennio di gelo” – causato dagli attriti per l’arresto dei due marò italiani, e non solo – e lasciarselo “saldamente alle spalle” grazie a una nuova cooperazione bilaterale in materia di difesa, che “probabilmente sarà annunciata” durante la visita del premier Meloni. “Si sta discutendo di un accordo generale sulla cooperazione bilaterale nel settore della difesa”, ha dichiarato una fonte diplomatica al quotidiano, aggiungendo che se i colloqui dovessero prolungarsi l’accordo sarà comunque pronto per la firma in tempo per la prossima visita di Meloni, a settembre, per il vertice del G20.

L’ex ambasciatore indiano in Italia Anil Wadhwa ha dichiarato a The Hindu che gli ultimi anni “hanno visto un continuo sforzo da parte di entrambe le parti” per superare le controversie del passato e concentrarsi sugli sforzi economici. Sebbene i legami bilaterali ne abbiano risentito, l’Italia è rimasta coinvolta nell’industria della difesa indiana attraverso realtà come Fincantieri, che fornisce il know-how per l’aggiornamento tecnologico e il potenziamento delle capacità della prima portaerei indiana, la INS Vikrant. Inoltre, pochi giorni dopo l’incontro tra Modi e l’allora premier italiano Mario Draghi a margine della riunione del G20 a Roma, il Ministero della Difesa indiano ha revocato il divieto imposto su Leonardo.

I lavori preparatori sono in corso. La scorsa settimana, il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego Di Cremnago (in rappresentanza del Ministro della Difesa Guido Crosetto) ha parlato con il ministro della Difesa indiano Rajnath Singh a margine della fiera Aero India a Bengaluru. Ha incontrato anche il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Anil Chauhan, con il quale ha discusso della collaborazione nei settori della guerra aerea, subacquea ed elettronica. Dopodiché ha parlato ai rappresentanti governativi presenti al Conclave dei Ministri della Difesa, ponendo l’accento sulla necessità di espandere le relazioni con Nuova Delhi.

“L’interscambio con il nostro Paese, nell’intorno dei 14 miliardi, seppur in crescita del 42 per cento rispetto all’anno precedente, è decisamente inferiore al potenziale”, ha dichiarato Perego a Bangalore, sottolineando che le aziende italiane in più settori – tra cui quello navale, quello aeronautico, quello elettronico e delle munizioni – devono cogliere la “progressiva diversificazione di Nuova Delhi dalla dipendenza dalla Russia e la strategia ’Make in India’” come un’opportunità. “La mia presenza qui e soprattutto le prossime [presenze] dei vertici del governo italiano, insieme ai lavori volti alla sottoscrizione di un nuovo accordo di cooperazione nel settore della difesa, segnano una nuova stagione di enfasi delle relazioni fra i nostri due Paesi”.

Lo sforzo diplomatico è da leggere nel quadro della rinnovata centralità del quadrante indopacifico, a cui l’Italia guarda con interesse crescente. Roma è sempre più intenzionata a onorare il concetto di sicurezza indivisibile, considerato che in un mondo interconnesso, anche gli scenari geograficamente distanti hanno ripercussioni immediate anche vicino a casa. Dunque il sistema-Paese sta intensificando gli sforzi in Asia, specie attraverso gli accordi di difesa.

Di recente Italia e Giappone hanno elevato il loro rapporto a “partnership strategica” dopo aver avviato, insieme al Regno Unito, un progetto congiunto (noto come GCAP) per lo sviluppo dei caccia di sesta generazione. Come anticipato su queste colonne, il ministro Crosetto dovrebbe recarsi a Tokyo nei prossimi mesi. Un’altra probabile destinazione è l’Indonesia, dove il rappresentante della Difesa italiano incontrerebbe il suo omologo Prabowo Subianto – che ha già espresso il suo apprezzamento per “l’impegno dell’Italia nell’attuale quadro geostrategico e la sua eccellenza tecnologica”.


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Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a RaiNews24


Il 22 febbraio 2023 dalle ore 10:40 il Presidente Giuseppe Benedetto sarà ospite a RaiNews24. L'articolo Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a RaiNews24 proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-presidente-giusep

Il 22 febbraio 2023 dalle ore 10:40 il Presidente Giuseppe Benedetto sarà ospite a RaiNews24.

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Firma il Manifesto “Per un Iran libero”


Per ogni donna, piccola o grande che sia Per ogni ragazzo e per ogni uomo Per ogni essere umano che ami la libertà Non è tempo di tiepide condanne. Non si può restare indifferenti di fronte a quello che da mesi accade in Iran. Dobbiamo condannare con forz

Per ogni donna, piccola o grande che sia

Per ogni ragazzo e per ogni uomo

Per ogni essere umano che ami la libertà

Non è tempo di tiepide condanne. Non si può restare indifferenti di fronte a quello che da mesi accade in Iran. Dobbiamo condannare con forza e senza compromessi le violenze del regime degli ayatollah, autorità guidate dall’odio e dal fanatismo religioso, che opprimono, seviziano e uccidono qualsiasi persona ritenuta impura. Le loro sono regole macchiate di sangue. Il loro credo è morte e violenza.

Eppure, il desiderio di libertà è più forte del terrore imposto dal regime. A differenza del passato, le proteste a Teheran e in tutto il Paese si stanno rivelando insopprimibili. Quella a cui assistiamo è una lotta tenace senza leader, ma guidata da una semplice richiesta: Jin, Jian, Azadi. Donna, vita, libertà.

Cancellare la femminilità e la bellezza è quello che desidera il regime. Comprimere ogni spazio di libertà è la sua missione, con la polizia morale che ritiene di rafforzare i propri principi con le bastonate e le autorità religiose che erogano condanne a morte contro “i nemici di Dio”.

Non possiamo restare inerti di fronte a minorenni violentate e uccise perché non indossano un velo, a madri costrette a tacere o a mentire per non fare la stessa fine delle figlie, a padri privati di ogni prospettiva per le proprie famiglie.

Le donne e gli uomini iraniani sanno che il tempo del regime sta finendo, in loro arde la fiamma della libertà. Le violenze e le minacce del regime non riusciranno a spegnerla.

Di fronte a tutto questo l’Occidente deve alzare la voce. La Fondazione Luigi Einaudi ha scelto di non voltare lo sguardo e di agire con ogni mezzo. Essere messaggeri di quello che sta accadendo, mettere a nudo i fatti anche quando rimordono la coscienza. Questa è la nostra scelta. Di più, questo è il nostro dovere. Un dovere morale, ancor prima che “politico”.

La nostra attenzione sarà costante. Incessante sarà la nostra richiesta alla classe politica italiana ed europea di azioni concrete. Solo un “salto di qualità” nella reazione internazionale potrà fermare le autorità iraniane.

Ricordiamoci di non dare per scontati i privilegi di cui gode il nostro mondo libero. Sono stati raggiunti dopo secoli di guerre e conflitti sociali: difendiamoli sempre e sempre con la stessa intensità.

La libertà è universale, né occidentale né orientale. Oggi ha un nuovo volto, è quello sorridente e radioso delle donne assembrate nelle piazze iraniane.

Non lasciamole sole. Uniamoci a loro e sosteniamole con ogni mezzo nella riconquista dei loro incomprimibili diritti. Per un Iran libero.

Firma il manifesto su Change.org

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Manifesto “Per un Iran libero”


Per ogni donna, piccola o grande che sia Per ogni ragazzo e per ogni uomo Per ogni essere umano che ami la libertà Non è tempo di tiepide condanne. Non si può restare indifferenti di fronte a quello che da mesi accade in Iran. Dobbiamo condannare con forz

Per ogni donna, piccola o grande che sia

Per ogni ragazzo e per ogni uomo

Per ogni essere umano che ami la libertà

Non è tempo di tiepide condanne. Non si può restare indifferenti di fronte a quello che da mesi accade in Iran. Dobbiamo condannare con forza e senza compromessi le violenze del regime degli ayatollah, autorità guidate dall’odio e dal fanatismo religioso, che opprimono, seviziano e uccidono qualsiasi persona ritenuta impura. Le loro sono regole macchiate di sangue. Il loro credo è morte e violenza.

Eppure, il desiderio di libertà è più forte del terrore imposto dal regime. A differenza del passato, le proteste a Teheran e in tutto il Paese si stanno rivelando insopprimibili. Quella a cui assistiamo è una lotta tenace senza leader, ma guidata da una semplice richiesta: Jin, Jian, Azadi. Donna, vita, libertà.

Cancellare la femminilità e la bellezza è quello che desidera il regime. Comprimere ogni spazio di libertà è la sua missione, con la polizia morale che ritiene di rafforzare i propri principi con le bastonate e le autorità religiose che erogano condanne a morte contro “i nemici di Dio”.

Non possiamo restare inerti di fronte a minorenni violentate e uccise perché non indossano un velo, a madri costrette a tacere o a mentire per non fare la stessa fine delle figlie, a padri privati di ogni prospettiva per le proprie famiglie.

Le donne e gli uomini iraniani sanno che il tempo del regime sta finendo, in loro arde la fiamma della libertà. Le violenze e le minacce del regime non riusciranno a spegnerla.

Di fronte a tutto questo l’Occidente deve alzare la voce. La Fondazione Luigi Einaudi ha scelto di non voltare lo sguardo e di agire con ogni mezzo. Essere messaggeri di quello che sta accadendo, mettere a nudo i fatti anche quando rimordono la coscienza. Questa è la nostra scelta. Di più, questo è il nostro dovere. Un dovere morale, ancor prima che “politico”.

La nostra attenzione sarà costante. Incessante sarà la nostra richiesta alla classe politica italiana ed europea di azioni concrete. Solo un “salto di qualità” nella reazione internazionale potrà fermare le autorità iraniane.

Ricordiamoci di non dare per scontati i privilegi di cui gode il nostro mondo libero. Sono stati raggiunti dopo secoli di guerre e conflitti sociali: difendiamoli sempre e sempre con la stessa intensità.

La libertà è universale, né occidentale né orientale. Oggi ha un nuovo volto, è quello sorridente e radioso delle donne assembrate nelle piazze iraniane.

Non lasciamole sole. Uniamoci a loro e sosteniamole con ogni mezzo nella riconquista dei loro incomprimibili diritti. Per un Iran libero.

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Caccia o droni? Il governo studia il settimo decreto armi a Kyiv


Si va verso un salto di qualità nel sostegno militare dell’Italia all’Ucraina. Lo rivela Francesco Verderami nel suo retroscena sul Corriere della Sera. Il governo sta elaborando il settimo decreto di aiuti alle autorità di Kyiv. “Abbiamo appena varato il

Si va verso un salto di qualità nel sostegno militare dell’Italia all’Ucraina. Lo rivela Francesco Verderami nel suo retroscena sul Corriere della Sera. Il governo sta elaborando il settimo decreto di aiuti alle autorità di Kyiv. “Abbiamo appena varato il decreto e dall’Ucraina ci sono arrivate altre richieste. Toccherà farne un altro”, diceva un paio di settimane fa Guido Crosetto, ministro della Difesa, a un collega di governo secondo quanto ricostruito da Verderami. Il sistema di difesa missilistico Samp-T promesso a Kiev arriverà a destinazione solo “nelle prossime settimane”, come ha annunciato il Antonio Tajani, ministro degli Esteri, perché bisogno superare un problema di allineamento tecnico tra i pezzi italiani e quelli francesi che compongono l’arma.

IL SALTO DI QUALITÀ

La dotazione bellica salirà di livello, scrive il Corriere della Sera nel giorno della visita di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, a Kyiv: “Sarà un’altra fattispecie di armi”, confermano rappresentanti del governo italiano al giornale. C’è scetticismo sulla possibilità che Roma invii dei caccia, ma si parla di una nuova partita di droni – “che hanno un mercato a metà strada tra il militare e il civile” – e non si esclude la fornitura di “missili a lunga gittata”. Se sarà confermata, sarà davvero una svolta, dato che “finora, per evitare il coinvolgimento nel conflitto, i Paesi della Nato avevano posto delle limitazioni nell’assegnazione di certi armamenti”. E anche perché la formula che Roma finisce a Kyiv “solo armi difensive”, usata finora per placare i settori della maggioranza e i pezzi di opinione pubblica meno favorevoli all’invio di armi, sarebbe superata nella sostanza. Ecco, dunque, cosa porta Giorgia Meloni al presidente ucraino Volodymyr Zelensky secondo il Corriere.

LE PAROLE DI CIRIELLI…

Nei giorni scorsi si è parlato dell’ipotesi di invio di caccia all’Ucraina da parte dell’Italia: “Quanto ai jet, dipende quali”, ha spiegato Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri (Fratelli d’Italia), al Messaggero. “Gli F-35 sono fuori discussione, si può avviare un discorso sui caccia bombardieri Amx. Ascolteremo le richieste ucraine”, ha aggiunto.

… E QUELLE DI TAJANI

Il ministro Tajani, coordinatore nazionale di Forza Italia di Silvio Berlusconi, ha ribadito che l’Italia andrà avanti con l’invio delle armi all’Ucraina: “Abbiamo già approvato il sesto pacchetto e l’invio del materiale è in via di perfezionamento. Tra qualche settimana, in collaborazione con i francesi, manderemo in Ucraina anche il sistema missilistico Samp-T per la difesa aerea”, ha detto in un’intervista al giornale La Stampa. Potremmo mandare anche nostri caccia? “Ancora non ne abbiamo parlato, ma nel caso dovremo coordinarci con gli alleati, capire che tipo di aerei manderanno loro, perché non ha senso consegnare agli ucraini modelli diversi, poi c’è il problema di addestrare i piloti. Insomma, mi pare praticamente impossibile che vengano inviati caccia italiani”, ha risposto. “Se vogliamo arrivare alla pace”, ha continuato, “dobbiamo fare in modo che l’Ucraina resti indipendente e difenda il proprio territorio, altrimenti non si potrà costruire un accordo”.


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John Fante – Aspetta Primavera, Bandini


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#uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Così dovrà essere ancora una volta per la nuova Italia…


Così dovrà essere ancora una volta per la nuova Italia. Nei consessi internazionali, l’Italia non chiederà diritto ad avere materie prime a prezzi di favore, che sarebbe elemosina avvilente e servile, ma diritto a comprare liberamente dappertutto le mater
Così dovrà essere ancora una volta per la nuova Italia. Nei consessi internazionali, l’Italia non chiederà diritto ad avere materie prime a prezzi di favore, che sarebbe elemosina avvilente e servile, ma diritto a comprare liberamente dappertutto le materie prime a prezzo di mercato.

da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

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Esplosivo


L’arma del debito è puntata contro di noi. Da molto tempo e per nostra responsabilità. Dovendo ora aumentare il debito per comprare armi, ottemperando a un obbligo di sicurezza e corresponsabilità Nato, abbiamo la possibilità di non essere il bersaglio, m

L’arma del debito è puntata contro di noi. Da molto tempo e per nostra responsabilità. Dovendo ora aumentare il debito per comprare armi, ottemperando a un obbligo di sicurezza e corresponsabilità Nato, abbiamo la possibilità di non essere il bersaglio, ma di potere prendere la mira.

Dovendo far crescere la spesa per la difesa dall’1.38% del Prodotto interno lordo ad almeno il 2%, così come stabilito in sede Nato nel 2014, e così come è ora saggio e urgente che sia, perché la guerra che la Russia ha scatenato in Ucraina comporta il trasferimento di armi e lo sguarnirsi degli arsenali, dovendo, quindi, affrontare una spesa che era prevista, ma ora non rinviabile, il ministro della difesa, Guido Crosetto, ha chiesto che quei soldi non siano contabilizzati ai fini del patto di stabilità. Se tale richiesta fosse accolta sarebbe per noi un danno. Dobbiamo chiedere e proporre molto di più.

I celebri e vituperati “parametri europei” non solo sono l’ultimo dei problemi, ma comportano un vantaggio, giacché sono i cardini di una protezione. Più alto è il rischio di speculazione sul debito nazionale, più alto il valore della protezione. Potere fare debiti in deroga a quei parametri non è un privilegio, ma una fregatura, proprio perché aggira la protezione. Di quel debito aggiuntivo non dovremmo discutere con la Commissione Ue, ma dovremmo comunque chiederlo al mercato e adeguatamente remunerarlo. Non c’è alcun vantaggio. Mentre l’aumento delle spese per la difesa è una necessità che risponde ad una preziosa unità europea, che ha un alto valore sia politico che morale. E siccome non siamo una parte del mondo senza produttori di sistemi d’arma e tecnologia d’avanguardia, quel che dovremmo proporre è mettere a sistema quel mondo produttivo, lavorare all’eliminazioni delle sovrapposizioni disfunzionali e alimentarlo con investimenti europei, retti da debito comune. Non sarebbe una furbata per non fare debito italiano, ma una spinta seria alla difesa comune. Che, in ambito Nato, è anche la sola possibile e immaginabile.

Il governo Meloni avrebbe qualche credibilità in più, per proporlo. A partire da tre premesse. 1. In campagna elettorale FdI è stata la sola forza di destra (a parte Azione la sola in generale) ad opporsi agli scostamenti di bilancio, mentre gli altri reclamavano debito aggiuntivo per distribuire quattrini. Come è noto FdI ha trionfato e gli altri tonfato. 2. Ereditati i conti dal governo Draghi s’è posto in coerenza, tanto che nessuno ha potuto seriamente avanzare dubbi di affidabilità e lo spread se ne è stato a cuccia. 3. È stato capace di due scelte coraggiose e giuste: a. cancellare la sospensione delle accise sui carburanti (salvo pasticciare nel decreto); b. cancellare lo sconto in fattura e la cessione del credito di quella roba allucinante con denominazione circense, ovvero il “superbonus 110%”.

Naturale che avrebbero accusato il governo del caro carburanti, anche se i prezzi calavano. Naturale che ora si paventi la morte del mercato edilizio, che dopo essere stato a lungo drogato non potrà non avere una crisi d’astinenza. (Dei 372.303 cantieri aperti solo 51.247 sono relativi a condomini e di 65.2 miliardi di investimento ammessi solo 30.4 riguardano condomini, il resto sono ville ed edifici unifamiliari, quindi gli immobili che se ne sono giovati sono pochi e moltissimi a favore di soggetti che avrebbero potuto spendere da soli, invece si sono usati soldi del contribuente e alimentato l’inflazione favorendo la crescita dei prezzi). Queste cose il governo ha avuto il coraggio di farle e ciò rende credibile la proposta cui si faceva cenno, non intestandola a chi sa solo spendere soldi che non ha.

Il “dettaglio” è che sia la difesa europea che il debito condiviso rispondono ai nostri interessi, ma sono anche potenti vettori di maggiore e indissolubile unità europea. Sarebbe interessante, sarebbe esplosivo e rigenerativo veder realizzare questo disegno da chi lo avversò. Ma Brexit è lì a dimostrare quanto fosse folle.

La Ragione

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Ecco perché, da liberali, siamo al fianco delle donne iraniane


Una società è libera più sono libere le donne, e anche noi in Italia siamo stati a lungo in ritardo. Il cammino verso l’abolizione della Sharia è lungo e tortuoso, ma le iraniane vanno difese ora In Ucraina combattiamo, per interposta nazione, una guerra

Una società è libera più sono libere le donne, e anche noi in Italia siamo stati a lungo in ritardo. Il cammino verso l’abolizione della Sharia è lungo e tortuoso, ma le iraniane vanno difese ora


In Ucraina combattiamo, per interposta nazione, una guerra in difesa dei principi liberali su cui si fondano i nostri sistemi democratici e nei quali si identifica la nostra civiltà. Si tratta dei medesimi principi che ispirano i diritti in difesa dei quali si battono le donne iraniane.

In una prospettiva liberale, infatti, non esistono i generi così come non esistono le caste, i censi, le classi, i monopoli e i depositari di Verità assolute: tutti hanno gli stessi diritti, tutti devono avere le stesse possibilità. Pensiero liberale e diritti democratici hanno percorso a braccetto la Storia degli ultimi tre secoli e la questione femminile ne è stata una delle bandiere. Già nel 1869 John Stuart Mill contestava “la servitù” femminile e inseriva nella narrazione liberale l’uguaglianza tra i sessi e i diritti politici delle donne. Fu una grande intuizione, essendo oggi piuttosto evidente come la condizione femminile sia tra i più efficaci indicatori del grado di liberalismo di ogni società: più le donne sono libere, più è liberale la società di cui quelle donne fanno parte.

È dunque naturale che la Fondazione Luigi Einaudi si trovi oggi in prima fila nel denunciare la violenza con cui il regime iraniano sta reprimendo una pacifica e incomprimibile richiesta di libertà. La libertà delle donne di svelarsi. Di mostrare, cioè, ciascuna il proprio volto, dunque di essere riconosciute come individui, dunque di essere titolari di diritti civili e politici. E di conseguenza di essere libere di scegliere, di muoversi, di parlare, di crescere culturalmente, spiritualmente e socialmente. Si tratta di diritti umani, diritti né maschili né femminili.

Con l’obiettivo di tenere desta l’attenzione delle istituzioni e dei media italiani ed europei, la Fondazione Luigi Einaudi terrà domani in Senato una conferenza stampa alla quale parteciperanno importanti personalità e organizzazioni della dissidenza iraniana. Con l’occasione, presenteremo un Manifesto in difesa dei diritti e delle libertà delle donne iraniane che da domani ciascuno potrà firmare sul sito www.fondazioneluigieinaudi.it.

Invochiamo la parità di genere e la libertà personale, ma siamo consapevoli di quanto lungo e tortuoso sia il cammino che abbiamo di fronte. Ne siamo consapevoli perché conosciamo la storia e l’influenza che le religioni da sempre esercitano sui fatti storici e sui processi sociali.

Come italiani, e dunque come cattolici, non possiamo dimenticare quanto, e quanto a lungo, il pregiudizio nei confronti delle donne abbia ispirato la nostra cultura e di conseguenza le nostre leggi. “La donna è l’ostacolo principale sulla via che conduce a Dio”, diceva sant’Agostino. E per secoli sia la Chiesa sia lo Stato hanno fatto di quel pregiudizio la Regola.

In Italia, le donne hanno avuto riconosciuto il diritto di voto solo nel 1945; il reato di adulterio, punito per la donna con un anno di reclusione, è stato abolito solo nel 1968; il delitto d’onore, cioè le attenuanti per l’uxoricida dell’adultera, e il matrimonio riparatore, cioè la norma del codice penale che cancellava la colpa dello stupratore che sposava la vittima, sono stati abrogati solo nel 1981. Quarant’anni fa appena.

Molto, in questo ritardo, ha contato la profondità in cui sono depositati nelle viscere della nostra nazione quegli antichi codici patriarcali per millenni tipici della storia umana, e di quella dei popoli meridionali in modo particolare. Moltissimo ha contato l’influenza culturale e politica della Chiesa cattolica. Una Chiesa da tempo disarmata e priva di poteri temporali, eppure a lungo capace di influenzare le coscienze, la società e le scelte del decisore politico.

Il principio della separazione tra Chiesa e Stato è entrato sin dal Settecento nella nostra cultura giuridica e politica ed è stato ufficializzato nel 1929 con i Patti Lateranensi, ma ha impiegato altri sessant’anni per allentare la presa sulle libertà civili individuali e in modo particolare su quelle femminili.

È bene rammentarlo. È bene rammentarlo perché se questa è la storia dell’Italia non si può chiedere troppo alla storia dell’Iran. Una repubblica islamica fondata sulla Sharia. Cioè sulla sottomissione dello Stato alla Chiesa, della Legge alla Verità, dell’uomo a Dio e della donna all’uomo.

Inutile giraci girarci attorno: la Sharia, soprattutto nell’interpretazione retriva che ne danno i mullah iraniani, non è compatibile con i principi liberali. Chiederne, oggi, il superamento sarebbe ingenuo, pretendere che il regime iraniano sospenda la repressione e assicuri alle donne la libertà di manifestare pacificamente per l’affermazione dei propri diritti è doveroso. Un dovere che confidiamo sia avvertito come tale da tutti i governi e da tutte le organizzazioni nazionali ed internazionali che amano definirsi liberali e/o democratiche.

Huffington Post

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Lezioni dagli Usa per una Difesa europea. La riflessione di Preziosa e Velo


Il centro dell’Europa si è spostato nel tempo verso est e l’agenda della sicurezza è diventata ancora più urgente. In Europa si è aperto un dibattito sullo spirito del Trattato di Maastricht. Il rappresentante per la politica estera Ue Josep Borrell ha sp

Il centro dell’Europa si è spostato nel tempo verso est e l’agenda della sicurezza è diventata ancora più urgente. In Europa si è aperto un dibattito sullo spirito del Trattato di Maastricht. Il rappresentante per la politica estera Ue Josep Borrell ha spiegato che l’Europa “non vuole costruire un esercito europeo al singolare” ma la “interoperabilità degli eserciti”.

Lo spirito di Maastricht

Secondo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen lo spirito di Maastricht era costituito dall’obiettivo dello sviluppo nella stabilità. Questa visione però, riduce il Trattato a un contenuto economico. In realtà Maastricht fu tutt’altro. Il Trattato definì l’euro come una moneta federale e Il carattere costituzionale del documento fu prevalente rispetto alla sua definizione economica. Il Trattato di Maastricht ha affrontato un problema apparentemente insolubile: sancire la nascita dell’euro in assenza di un consenso generale dei membri e di uno Stato europeo compiuto.

Il Trattato ha consentito di costruire l’Unione monetaria europea rispettando il principio costituzionale dell’unificazione europea costituito dalla sussidiarietà. Un ordine costituzionale sussidiario richiede che la moneta non debba essere utilizzata per centralizzare il potere e la stabilità monetaria rappresenta lo strumento per raggiungere questo obiettivo. Maastricht ha affrontato un problema nuovo: una moneta che non fosse controllata dalle istituzioni europee ma che rispondesse a regole costituzionali.

Oggi assistiamo al tentativo di centralizzare il governo dell’Unione europea da parte della Commissione, mentre la Banca centrale europea difende l’ordine costituzionale e ostacola le politiche inflazionistiche a tutti i livelli dell’Unione europea. La moneta europea poteva avere il consenso dei Paesi membri in quanto non realizzava un accentramento di potere a livello europeo. L’Unione monetaria ha così segnato una tappa fondamentale nella evoluzione del modello federale europeo.

Gli Stati membri al momento di rinunciare alla sovranità monetaria hanno voluto tutelarsi dagli effetti negativi possibili. In campo monetario l’unica soluzione praticabile era costituita dalla definizione di uno statuto della Banca centrale europea che limitasse drasticamente la sua discrezionalità, in modo specifico limitando la possibilità di drenare risorse dai cittadini degli Stati membri alle autorità europee attraverso lo strumento del signoraggio. Alla Commissione europea è stata preclusa la possibilità di intervenire nella gestione della Banca centrale europea. Si tratta oggi di valutare se questa soluzione, sancita dal Trattato di Maastricht, conservi validità.

L’ordine federale e il centralismo

Il dibattito oggi apertosi in Europa sull’opportunità di modificare o meno il dettato del Trattato di Maastricht pone in discussione l’alternativa fra confederazione e federalismo, fra ordine federale e centralismo. Questo dibattito si è sviluppato anche negli Stati Uniti, dal diciottesimo secolo sino ad oggi. La costituzione americana, nata con l’indipendenza alla fine del diciottesimo secolo, ha assunto il valore di ordine federale di riferimento. Ricordiamo che Altiero Spinelli ha scritto il Manifesto di Ventotene, sulla base dei contenuti de The Federalist che illustra il dibattito costituente svoltosi negli Stati Uniti.

Oggi l’alternativa fra federalismo e centralismo è in discussione nell’Unione europea in quanto la necessità di potenziare la difesa è emersa con le tensioni a livello internazionale. L’opzione che L’Unione europea deve oggi considerare non è costituita dalla validità o meno del Trattato di Maastricht, ma dal proprio posizionamento a livello internazionale. Il dibattito corrente non riconosce quale sia la vera portata delle decisioni che debbono essere adottate.

Il processo di centralizzazione negli Stati Uniti è avvenuto soprattutto modificando la Costituzione materiale più della Costituzione formale originaria. Questa è la differenza profonda fra Spinelli, fedele alla lezione della Costituzione originaria degli Stati Uniti, e Jean Monnet, sempre attento al ruolo svolto dalle modificazioni della Costituzione materiale, dell’Unione europea e degli Stati Uniti. L’Unione monetaria è stata realizzata secondo una Costituzione federale.

La moneta e la finanza come strumenti di accentramento

La Costituzione federale dell’Unione monetaria ha potuto affermarsi sia per la rinuncia europea di finanziare un esercito al livello degli altri Stati continentali sia per la rinuncia a utilizzare la moneta e la finanza come strumenti di potere internazionale. Grazie a ciò, l’euro, all’indomani della sua creazione, ha raggiunto in breve tempo l’importanza di seconda moneta di riserva e di pagamento a livello internazionale. La emissione di titoli di debito era preclusa dai trattati europei in essere. La Commissione europea ha sostenuto l’opportunità di emettere eurobonds. Questa possibilità ha trovato realizzazione per fronteggiare solo crisi temporanee, ma non è stata oggetto di consenso, da parte dei Paesi membri dell’Unione europea, per finanziare politiche centralizzatrici.

L’Unione europea superpotenza versus “Forza gentile”

Oggi l’Unione europea può perseguire il modello attuale statunitense, riposizionarsi come potenza internazionale, organizzare un esercito di potenza pari agli eserciti dei Paesi di dimensioni continentale, modificare radicalmente il Trattato di Maastricht e sviluppare un elevato accentramento. Un modello alternativo può fondarsi sulla ricerca di un ruolo di “Forza gentile” come teorizzato da Tommaso Padoa Schioppa, tutelando lo spirito di Maastricht e rafforzando il modello federale. L’esercito europeo, per essere coerente con questa seconda alternativa, potrebbe organizzarsi sul modello adottato dagli Stati Uniti, un modello dualistico costituito da un piccolo esercito europeo e dal mantenimento di una guardia nazionale da parte dei Paesi membri dell’Unione europea.

È stato il ruolo internazionale degli Stati Uniti che determinerà poi un incremento graduale del centralismo lungo tutto il ventesimo secolo con le Presidenze di Theodore Roosevelt e Franklin Delano Roosevelt. L’Europa non ha avuto la necessità di organizzare un esercito europeo in quanto la sua difesa era garantita dagli Stati Uniti. Ciò ha consentito all’Europa di sviluppare il processo di unificazione senza ricorrere alla centralizzazione, dandosi come regola costituzionale fondamentale la sussidiarietà. Sarebbe un errore di portata storica rinnegare Maastricht e trasformare l’Unione europea in superpotenza, con livelli di centralismo sempre maggiori.


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La riforma Cartabia accentua per il pm il carattere di “accusatore”


Pubblica accusa o organo di giustizia? Parte nel processo o garante della legalità? La natura del pubblico ministero è una vexata quaestio del dibattito giuridico, mai realmente conclusa. Nota è la definizione di parte imparziale, un bisticcio terminologi

Pubblica accusa o organo di giustizia? Parte nel processo o garante della legalità? La natura del pubblico ministero è una vexata quaestio del dibattito giuridico, mai realmente conclusa. Nota è la definizione di parte imparziale, un bisticcio terminologico, come evidenziato anche dalla Cassazione. Il tema è di estrema rilevanza e di particolare attualità, essendo un nodo cruciale nella strada per la separazione delle carriere. I magistrati requirenti e la Anm propendono per il carattere dell’imparzialità. Al contrario, i penalisti italiani ritengono prevalente la natura di parte del pubblico ministero, a sostegno della necessità di costituire due distinti Csm, come ricordato da Giuseppe Benedetto nel saggio Non diamoci del tu.

La nuova regola di giudizio per l’archiviazione e l’udienza preliminare, tra le più significative modifiche della riforma Cartabia, ha riacceso il dibattito sul punto. Già nel 2021, quando in Parlamento si approvava la legge delega, il Csm e il Procuratore Capo di Bologna, Giuseppe Amato, rilevavano che la prognosi di condanna attribuisse una inedita funzione di controllo al pm. Il vaglio più stringente sul bivio azione/ inazione sarebbe la nitida dimostrazione della natura super partes degli uffici di Procura, che non devono patire la chiusura delle indagini come una “sconfitta”. Ecco, allora, che sarebbero smontate tutte le tesi di coloro che domandano la separazione delle carriere.

A giudizio di chi scrive, la novella in esame è indice dell’esatto contrario, perché, come si dirà, la nuova regola di giudizio avvicinerà molto il pubblico ministero italiano al public prosecutor degli ordinamenti di Common Law.

Una premessa necessaria: il carattere di parte del pubblico ministero non può ovviamente emergere durante le indagini, quando la notizia di reato è ancora sfumata. È in dibattimento, dopo l’esercizio dell’azione, che prevarrà il carattere di “accusatore”. In tal senso, la riforma Cartabia ci fornisce un dato di nitida evidenza: il pubblico ministero eserciterà nel processo soltanto le funzioni d’accusa. Infatti, se ha agito ritenendo di avere elementi a sostegno di una prognosi di condanna, delle due l’una: o si giunge all’accertamento della responsabilità dell’imputato, o ha errato nelle sue valutazioni.

Tertium non datur. Pertanto, il carattere di parte del requirente è accentuato dalla riforma, non ridotto. Non si trascuri, inoltre, il significativo condizionamento psicologico a cui potrebbe essere soggetto il giudice del dibattimento. Si troverà davanti a un fascicolo su cui il pm (e anche il Gup) si è già pronunciato in termini di probabile responsabilità penale. Ne consegue, allora, che le istanze per la separazione delle carriere siano ancor più fondate di prima. La riforma ha prodotto significativi effetti anche sull’azione penale. Non si dimentichi, infatti, che la Corte costituzionale ha dedotto dal principio dell’obbligatorietà il criterio del favor actionis (sent. 88/1991). In tal senso, l’art. 112 Cost. imporrebbe che l’azione sia esercitata ogni qualvolta manchi l’oggettiva infondatezza della notizia di reato. Questo elemento va letto in combinato disposto con la nuova regola per l’iscrizione della notitia criminis: il fatto deve essere determinato, non inverosimile e riconducibile ad una fattispecie incriminatrice. Si rende immediatamente percettibile il maggior ambito di valutazione di cui godrà il magistrato circa l’inizio delle indagini. L’azione penale obbligatoria, già oggetto di evidentissimi deficit di attuazione, potrebbe essere erosa ancor di più dalla riforma. In conclusione, emerge che la nuova regola di giudizio accentui il carattere di parte del pm e si allontani dalla stretta osservazione dell’obbligatorietà dell’azione. Vi è anche un dato empirico che appare schiacciante: l’evidential succiciency è il criterio fondamentale del pubblico ministero nord- americano, che va a dibattimento solo quando è certo della condanna. Infatti, i suoi progressi di carriera dipendono dal numero di “vittorie”. E allora, se così stanno i fatti, la strada non può che essere una: la separazione delle carriere.

Il Dubbio

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Scuola di Liberalismo 2023 – Luigi Marattin, “Tassazione versus vessazione”


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#uncaffèconLuigiEinaudi – Non vi è limite…


Non vi è limite alla quantità di opere pubbliche destinate a rendere più feconda l’opera dei produttori e più bella la vita dei cittadini Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaud
Non vi è limite alla quantità di opere pubbliche destinate a rendere più feconda l’opera dei produttori e più bella la vita dei cittadini

Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

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“Ali per la libertà”. Il generale Davis spiega il suo sì ai caccia a Kyiv


Gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero fornire all’Ucraina aerei da combattimento occidentali ad ala fissa? Sì, in particolare jet da combattimento multiruolo, di fabbricazione occidentale o russa. L’Ucraina merita tutto ciò che l’Occidente può forni

Gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero fornire all’Ucraina aerei da combattimento occidentali ad ala fissa?

Sì, in particolare jet da combattimento multiruolo, di fabbricazione occidentale o russa. L’Ucraina merita tutto ciò che l’Occidente può fornirle per la sua lotta. L’Occidente non dovrebbe farsi scoraggiare dalle minacce bellicose e dalla campagna di disinformazione della Russia e dovrebbe ascoltare l’emozionante richiesta del Presidente Zelenskyy al Parlamento britannico, l’8 febbraio, di fornire “ali per la libertà”.

Questi caccia possono essere utilizzati per rafforzare la difesa dell’Ucraina, basata principalmente su “armi combinate” di terra, contro l’offensiva russa e per riconquistare il territorio occupato illegalmente dalle forze russe.

I piloti e i tecnici ucraini possono imparare a pilotare e a revisionare i caccia che ricevono. Inoltre, si può ritenere che i vertici militari ucraini impiegheranno con successo qualsiasi velivolo venga loro fornito, nel rispetto dei limiti imposti dai leader occidentali.

I piloti ucraini sono stati straordinariamente bravi a continuare a volare in missioni di combattimento, proteggendo e mantenendo una piccolissima forza di MiG ed elicotteri contro una vasta gamma di moderne difese aeree e terrestri russe. Le forze e i leader ucraini hanno dimostrato creatività, ingegno e intraprendenza nell’impiego dei sistemi d’arma terrestri ricevuti dalle nazioni occidentali. Dobbiamo aspettarci che continuino a farlo con qualsiasi velivolo venga loro fornito.

Imparare a pilotare e manutenere i caccia di fabbricazione occidentale richiederà tempo e dovrà essere accompagnato da forniture e strumenti per mantenerli pronti all’uso. Potrebbero essere necessarie ulteriori macchine spazzatrici di piste e strade per rimuovere i detriti. Dovranno essere dispersi, protetti, armati e dispiegati da luoghi con piste sufficientemente lunghe per il decollo e l’atterraggio. Questi sono tutti fattori di pianificazione, ma non motivi per negare i caccia all’Ucraina.

Quali sarebbero i migliori?

L’Ucraina ha bisogno di caccia multiruolo in grado di condurre una serie di attacchi al suolo, interdizione aerea e missioni di difesa aerea e superiorità aerea. I Paesi occidentali dispongono di diversi caccia che potrebbero fare al caso loro, dagli F-16 agli Eurofighter e ai MiG-29. Anche i Gripen e i MiG-21 potrebbero essere disponibili.

Ecco un rapido riassunto di ciò che si può o si potrebbe offrire. L’anno scorso la Polonia si è offerta di fornire 28 MiG-29 recentemente dismessi, un tipo di aereo che l’Ucraina già utilizza. La Slovacchia si è offerta di fornire la sua piccola flotta di MiG-29 (secondo quanto riferito, 11 dei 12 sono stati ritirati nel 2022). Il Regno Unito si è offerto di addestrare i piloti ucraini sui suoi Eurofighter Typhoon, senza specificare il numero o la data in cui potrebbe fornirli. Il Regno Unito ha già pianificato il ritiro di 24 Typhoon entro il 2025. Anche l’Italia, la Spagna e la Germania possiedono questi aerei, anche se nessuno di questi Paesi ha accennato a fornire caccia all’Ucraina.

Gli Stati Uniti, la Danimarca, la Francia, i Paesi Bassi e la Romania non hanno escluso i caccia e hanno aerei disponibili per il trasferimento. Insieme, gli Stati Uniti e la Danimarca dispongono di oltre 1.300 F-16. Il Congresso degli Stati Uniti ha autorizzato l’USAF a ritirare 48 F-16 lo scorso anno. La Romania sta passando dai MiG-21 agli F-16.

In conclusione, sono disponibili numerosi velivoli, ma al momento sono più i contrari che i sostenitori a promuovere il trasferimento di jet occidentali all’Ucraina.

Che differenza farebbero nella guerra?

Se forniti in numero e con velocità sufficienti, i jet da combattimento consentirebbero all’Ucraina di difendere e riconquistare il territorio occupato. Gli aerei da combattimento che operano con funzione di interdizione aerea o di supporto a terra fornirebbero la necessaria capacità di attacco standoff a sostegno delle operazioni difensive e controffensive. Sarebbero in grado di colpire una serie di obiettivi chiave per l’Ucraina, come il comando e le comunicazioni (C2) russo, i rifornimenti e i nodi logistici, la difesa aerea, le capacità di guerra elettronica (EW) e, naturalmente, le unità di manovra (corazzate/meccanizzate/motorizzate) e le unità di fuoco indiretto.

I jet da combattimento in un ruolo di difesa aerea o aria-aria possono sconfiggere i MiG russi e, con il radar e le munizioni giuste, i droni e i missili da crociera. I caccia occidentali hanno generalmente un’avionica migliore, radar migliori, sistemi di guida migliori, contromisure EW migliori e missili migliori rispetto alle loro controparti russe. I jet russi possono essere più manovrabili, ma è improbabile che i piloti russi siano ben addestrati come le loro controparti occidentali o ucraine. L’arrivo di veicoli da combattimento occidentali, di sistemi di fuoco a lungo raggio e di difesa aerea, insieme ai jet da combattimento, consentirebbe una controffensiva di successo per riconquistare il territorio ucraino e sconfiggere l’obiettivo di Putin di annettere e mantenere porzioni dell’Ucraina orientale e meridionale.

Ma ci sono grandi domande a cui rispondere: ci sarà il via libera, quando e in che numero?

In termini di tempistica, supponendo che la decisione venga presa nei prossimi giorni, ci vorranno diverse settimane per addestrare i piloti a pilotare gli aerei di fabbricazione occidentale e alcuni mesi per impiegarli effettivamente. Gli aerei di fabbricazione occidentale non sarebbero disponibili prima dell’autunno, nella migliore delle ipotesi. Ma i MiG-29 e i MiG-21, meno performanti, potrebbero essere integrati molto più rapidamente, forse già quest’estate.

L’anno scorso i dirigenti dell’USAF hanno stimato che ci vorrebbero dalle quattro alle sei settimane per addestrare gli attuali piloti di MiG a pilotare un F-16, e altri tre-sei mesi per utilizzare efficacemente i suoi sensori e sistemi d’arma. I programmi di addestramento dei partner dell’USAF esistono già per l’F-16 e per altri jet di produzione statunitense. L’addestramento degli equipaggi di manutenzione e la spedizione di munizioni, ricambi, strumenti e attrezzature di supporto potrebbero avvenire in contemporanea. La Polonia e la Slovacchia dovrebbero essere incentivate e sostenute nel fornire i loro MiG-29 il prima possibile.

In termini numerici, in Polonia e Slovacchia ci sono abbastanza MiG-29 per formare due squadroni di quattro voli ciascuno (32 aerei in totale), che probabilmente raddoppierebbero la flotta operativa dell’Ucraina. Ci sono abbastanza F-16 disponibili per formare molti altri squadroni, ma i fattori limitanti sarebbero gli allievi piloti e i manutentori ucraini disponibili per l’addestramento, i rifornimenti necessari per armare e sostenere i jet e le infrastrutture per supportarli. E non è troppo presto per iniziare a pensare a lungo termine alla forza aerea di cui l’Ucraina avrà bisogno dopo il conflitto. Una combinazione di F-16 occidentali e MiG-29 di produzione russa potrebbe essere un mix sostenibile.

Se l’Occidente fornisse i jet, ci sarebbe ancora una ragione per negare all’Ucraina le munizioni per l’artiglieria a più lungo raggio?

Le preoccupazioni occidentali sui sistemi a lungo raggio si sono concentrate sul rischio di escalation e di potenziale allargamento della guerra alle nazioni alleate. Le minacce, le spacconate, la disinformazione e la propaganda russe hanno seguito ogni decisione occidentale di fornire all’Ucraina importanti sistemi d’arma.

È tempo che i leader occidentali si impegnino a sostenere l’Ucraina nel suo sforzo di ripristinare la piena integrità territoriale e di opporsi all’aggressione e ai giochi di potere di Putin.

Ciò include la fornitura di munizioni d’artiglieria a più lungo raggio, come la “bomba a piccolo diametro lanciata da terra” (ora in arrivo) e i sistemi missilistici tattici dell’esercito (non ancora approvati). L’Ucraina dovrebbe avere fiducia nell’impiego dei sistemi e delle munizioni occidentali che riceve per ripristinare il territorio occupato e astenersi dal colpire le infrastrutture civili o i civili in Russia.

I leader politici occidentali si sono lentamente mossi con un’assistenza militare sempre maggiore, spinti dalle chiare prove della barbarie della Russia. Ma soprattutto, c’è una necessità esistenziale per l’Occidente di stare al fianco di una nazione europea democratica sotto attacco per prevenire futuri conflitti in Europa; ulteriori esitazioni inviterebbero proprio a questo.

Questo articolo è apparso per la prima volta sul sito del Center for European Policy Analysis con il titolo “Send Western Wings for Ukraine’s Freedom”(traduzione di Formiche.net).


formiche.net/2023/02/caccia-uc…

Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: Cerimonia conclusiva della XII Edizione della Scuola di Liberalismo FLE di Messina


Ultimo atto dell’edizione 2022/23 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo, con il patrocinio della Regione

Ultimo atto dell’edizione 2022/23 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo, con il patrocinio della Regione Siciliana e di cinque Ordini professionali (Architetti, Avvocati, Ingegneri, Medici Chirurghi ed Odontoiatri, Notai) di Messina.

Sabato 18 febbraio, a partire dalle ore 9.30, presso l’Auditorium della Gazzetta del Sud (in via Uberto Bonino n. 15/C, Messina), si svolgerà la cerimonia conclusiva della dodicesima edizione messinese del ciclo di lezioni dedicato alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale ed articolatosi in 14 lezioni (di cui 3 tenute in presenza ed 11 erogate in modalità telematica).

A partire dalle 9.30 si terrà la tavola rotonda “Gaetano Martino: Scienziato, Rettore, Statista, Europeista”, nella quale verrà ricordata ed omaggiata la figura dell’on. prof. Gaetano Martino (1900- 1967), docente di Fisiologia umana dapprima presso l’Università di Messina (di cui fu Rettore dal 1943 al 1957) e poi presso l’Università “La Sapienza” di Roma (di cui fu Rettore dal 1966 al 1967), Deputato della Repubblica Italiana dalla I alla IV legislatura, membro dell’Assemblea Costituente, Ministro degli Affari Esteri dal 1954 al 1957 (in tale veste fu promotore della Conferenza di Messina del 1955 a cui parteciparono i Ministri degli Esteri della Comunità europea del carbone e dell’acciaio – CECA, nonché tra i firmatari dei Trattati di Roma del 1957 istitutivi della Comunità economica europea), Presidente del Parlamento europeo dal 1962 al 1964 e, soprattutto, insigne esponente del Partito Liberale Italiano (del quale fu anche Presidente dal 1961 al 1967). L’incontro sarà presieduto ed introdotto dal prof. Pippo Rao (Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina e membro del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi), con i saluti istituzionali del dott. Federico Basile (Sindaco di Messina) e gli interventi del prof. Rosario Battaglia (già Ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Messina, del prof. Salvatore Cuzzocrea (Magnifico Rettore dell’Università di Messina), del prof. Giuseppe Gembillo (Direttore Scientifico della Scuola di Liberalismo di Messina), del dott. Lino Morgante (Presidente della Fondazione Bonino-Pulejo), del prof. Giovanni Moschella (Prorettore Vicario dell’Università di Messina), dell’on. avv. Enzo Palumbo (componente della Commissione Giustizia della Fondazione Luigi Einaudi), del prof. Marcello Saija (Ordinario di Storia delle Istituzioni Politiche presso l’Università di Palermo) e della prof.ssa Angela Villani (Ordinaria di Storia delle Relazioni internazionali presso l’Università di Messina). Le conclusioni saranno affidate all’avv. Giuseppe Benedetto (Presidente della Fondazione Luigi Einaudi).

A seguire, dalle ore 12.30 in poi, si svolgerà la premiazione dei vincitori delle cinque borse di studio, messe in palio a favore dei corsisti (di età inferiore ai 32 anni e frequentanti almeno i 2/3 delle lezioni della Scuola) che hanno svolto delle tesine sui temi oggetto del corso. Le borse di studio, tutte del valore di 500 € ciascuna e tutte intitolate alla memoria dell’on. prof. Gaetano Martino, sono state stanziate dall’Università degli Studi di Messina (in numero di due), dalla Fondazione Bonino-Pulejo, dalla Fondazione Luigi Einaudi e dal Coordinamento messinese della Fondazione Luigi Einaudi.

Della cerimonia di chiusura è prevista la realizzazione di una diretta streaming sulla pagina Facebook della Scuola di Liberalismo di Messina (facebook.com/scuoladiliberalis…).
La partecipazione all’evento è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

Visita la pagina della Scuola di Liberalismo 2022 – Messina

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Modernizzazione, 2% ed export. La Difesa fa il punto in Parlamento


Istituzioni, Forze armate e industria hanno presentato al Parlamento le vulnerabilità e le esigenze del settore della Difesa. Il ministro Guido Crosetto, il capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Pietro Serino, e il presidente di Aiad, Giuseppe Co

Istituzioni, Forze armate e industria hanno presentato al Parlamento le vulnerabilità e le esigenze del settore della Difesa. Il ministro Guido Crosetto, il capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Pietro Serino, e il presidente di Aiad, Giuseppe Cossiga, nel corso di tre diverse audizioni davanti alle commissioni delle Camere, hanno descritto ai legislatori italiani le necessità di cui lo Stato ha bisogno per dotarsi di uno strumento militare adeguato alle necessità dell’attuale scenario globale di insicurezza.

Modernizzare le Forze armate

Gli eventi bellici in Ucraina “hanno evidenziato l’esigenza di mantenere apparati militari efficaci e prontamente impiegabili” ha ricordato il generale Serino, registrando come le specificità operative, con l’ingresso di nuove tecnologie, obblighi l’Esercito a “rinnovare i propri equipaggiamenti e sistemi d’arma”, ripristinando capacità convenzionali e potenziando quelle dei nuovi ambiti operativi, dalla guerra elettronica, ai droni, fino alla difesa contraerea. Per il capo di Stato maggiore, questi processi “richiedono adeguate risorse, certezza, profondità e stabilità degli stanziamenti” e le nuove richieste, se non gestite correttamente, rischiano di pesare negativamente sulla produzione e sulle imprese. Per evitare questo sovraccarico, ha affermato ancora il generale, bisognerebbe giungere a un fondo d’investimento che abbia una profondità temporale di almeno tre anni.

La Difesa fuori dai vincoli di stabilità

Il tema dei fondi per la Difesa, e in particolare il raggiungimento del 2% del Pil da dedicare al settore, è stato affrontato anche dal ministro Crosetto, di ritorno dal vertice Nato di Bruxelles. Come ribadito dal titolare di palazzo Baracchini, l’impegno del 2% assunto nel 2014 è ormai considerato dall’Alleanza Atlantica un punto di partenza, con numerosi Paesi che già spingono per superarlo. Di fronte alle difficoltà economiche del Paese, tuttavia, il ministro è tornato a proporre come misura lo scorporo delle spese della Difesa dai vincoli di bilancio, “l’unico modo per non togliere risorse a interventi sociali”. “Il tema del 2% verrà posto al prossimo vertice di Vilnius – ha ricordato il ministro – e noi rischiamo di essere gli unici a non raggiungerlo o a non essere chiari nei tempi con cui lo raggiungeremo, quando gli altri Paesi già parlano del 3%”.

L’importanza dell’export

Supportare la Difesa, poi, vuol dire anche velocizzare le pratiche interne dello Stato sulle attività relative alle esportazioni del comparto industriale, un settore che da solo vale circa un punto percentuale del Pil nazionale, con un valore, incluso l’indotto, di circa quaranta miliardi di euro. Del fatturato, due terzi proviene dall’export, che rappresenta nel complesso il 13% del saldo commerciale italiano. Di fronte a questa consapevolezza, ha registrato il presidente di Aiad Cossiga, la legge che regola le esportazioni militari “dà poca chiarezza ed è scarsamente immediata” concludendo come ci sarebbe bisogno di “migliorare la rapidità di esecuzione dell’export”.


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#LaFLEalMassimo – Episodio 83 – La lezione di Quaero


Mentre si avvicina l’anniversario dei tragici eventi che hanno riportato la guerra in Europa questa rubrica conferma il proprio sostegno alla popolazione ucraina e la condanna dell’invasione russa. In questi giorni si discute della possibilità che la dime

Mentre si avvicina l’anniversario dei tragici eventi che hanno riportato la guerra in Europa questa rubrica conferma il proprio sostegno alla popolazione ucraina e la condanna dell’invasione russa.

In questi giorni si discute della possibilità che la dimensione significativa dei sussidi previsti dall’Inflation Reduction Act promosso dal presidente Biden possa incentivare diverse imprese europee a delocalizzare verso gli Stati Uniti e sull’opportunità che l’Europa rincorra alcune componenti protezionistiche e politiche di supporto alle imprese locali implementate negli Stati Uniti. La storia recente ci insegna che cercare di tenere il passo con l’innovazione americana a colpi di aiuti di stato non è una buona idea. Come ricordato dal settimanale The Economist agli inizi degli anni duemila, mentre si consolidava il successo di Google tra i motori di ricerca la Francia, con il benestare dell’Unione Europea cercò di sostenere con un sostegno di oltre 100 milioni di euro un’impresa francese, Quero, che si proponeva come campione nazionale e antagonista americano.

Oggi sappiamo come è andata a finire, Google è diventato il motore di ricerca per antonomasia, è entrato nel lessico comune con un verbo sinonimo di ricercare e rientra tra le aziende con la maggiore capitalizzazione di borsa al mondo. Personalmente non conoscevo l’esistenza di Quero prima di averlo letto sul giornale britannico. Dopo gli allentamenti alla normativa sugli aiuti di stato introdotti durante la pandemia,
permane una forte tentazione per i politici delle nazioni europee di riversare ingenti contributi sulle aziende nazionali, nella speranza di tenere il passo con quanto avviene oltreoceano.

Si tratta di un errore di prospettiva con il rischio elevato di ripetere l’esperienza negativa del motore di ricerca francese. In Europa la normativa contro gli aiuti di stato ha funzionato in modo adeguato per evitare dannose politiche protezioniste e anche riguardo alla transizione ecologica sarebbe opportuno resistere alla tentazione di rincorrere gli Stati Uniti con l’unico probabile esito di distruggere denaro dei contribuenti. Invece di imitare in modo maldestro i più forti le nazioni europee dovrebbero concentrarsi sui punti deboli della propria unione: completare gli aspetti ancora carenti del mercato unico, specie per quanto riguarda le attività finanziarie, promuovere maggiori investimenti nella ricerca e sviluppo e incentivare formazione ed educazione. La via europea alla green economy può essere tanto efficace quanto differenziata rispetto a quella degli Stati Uniti.

Slava Ukraini

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InGiustizia


Istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla malagiustizia è la cosa più inutile immaginabile. S’incassa un presunto successo immediato, salvo perdere poi tempo, accertare quello che sappiamo benissimo e non rimediare a un bel niente. Se il mi

Istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla malagiustizia è la cosa più inutile immaginabile. S’incassa un presunto successo immediato, salvo perdere poi tempo, accertare quello che sappiamo benissimo e non rimediare a un bel niente. Se il ministro Nordio non si sbriga a presentare i testi, che portino nel legislativo la realizzazione di quel che ha programmaticamente esposto, si ritroverà macinato da mille urgenze quotidiane, tutte richiedenti pezze e senza possibili soluzioni. La maggioranza di governo pesterà l’acqua nel mortaio, le opposizioni pesteranno i piedi guardandosi bene dall’esporre proposte fattibili, tutti si cimenteranno nel solito sport del moralismo senza etica e saremo sempre fermi non in mezzo al guado, ma in mezzo al guano.

Due parole sull’ultimo (di una lunghissima serie) processo che ha riguardato Silvio Berlusconi: è semplicemente insensato che il contribuente finanzi da anni procedimenti privi di ragionevolezza. Il meretricio non è reato, se volete sapere tutto di questa materia e dei suoi risvolti pratici non dovete prendere libri di diritto, ma un capolavoro di Dino Buzzati: “Un amore” (1963). Ad Antonio piace pensarsi il padrone, ma Adelaide (detta Laide) lo intorta che è una bellezza. Se questa cavolata giudiziaria fosse durata una dozzina d’anni solo per Berlusconi, andrei ad abbracciarlo quale vittima e coglierei l’occasione per manifestargli il disgusto per quanto ha detto sull’Ucraina. Ma riguarda tutti e non possiamo abbracciarci collettivamente. Quindi serve cambiare, non lamentare.

Come? Anche qui, usate la letteratura: “Diario di un giudice” (1955), scritto da Dante Troisi. Non c’è nulla di nuovo, salvo la degenerazione metastatica del male. Fino a quando esisterà un potere irresponsabile di quel che fa, ogni degenerazione sarà possibile e ogni corretto funzionamento impossibile. Oramai anche Beppe Grillo va dicendo che i procedimenti penali riguardanti suoi familiari sono attacchi politici (citofoni a Bonafede, si feliciti per quel che lui stesso ha combinato e si congratuli per l’inciviltà grazie alla quale i suoi familiari sarebbero rimasti sotto processo per il resto della loro vita).

Il giudice deve sempre essere indipendente, ma non irresponsabile. Le sentenze che scriverà devono restare frutto del suo libero convincimento. Se continua a sbagliarle e vengono puntualmente riformate si tratta di un incapace e lo si invita a cambiare mestiere. I procuratori non sono giudici, ma magistrati (quando il giornalismo sarà meno analfabeta ci guadagnerà molto il livello della nostra vita collettiva). Gestendo l’accusa hanno in mano la parte immediata e più spettacolare della giustizia. Un mestiere difficile e che va rispettato, ma se continui a portare sul banco degli imputati cittadini che saranno assolti anche tu vai a fare un’altra cosa, perché crei danno e costi inutili alla giustizia. Contano i risultati. Quindi via il falso dell’obbligatorietà dell’azione penale. Una società funziona se la giustizia funziona, non se i magistrati si travestono da moralizzatori. Tanto più che quel mondo s’è dimostrato infestato e la dipendenza dalle correnti, a scopi carrieristici, è pestilenziale.

Una opposizione che volesse far politica avrebbe la strada spianata, pungolando Nordio a passare dalle parole ai fatti. In questo modo verificherebbe se la maggioranza è pronta a seguirlo o lo hanno mandato avanti perché non aveva e non ha alcuna forza politica. Se le riforme si faranno, se si introdurrà la separazione delle carriere e la responsabilità sarà un gran bene per il Paese e chi se ne importa di chi se ne prenderà il merito. Se non ci si riuscirà l’opposizione avrà un’occasione per far politica e non star lì a fracassarci l’anima su chi debba essere il prossimo egolatra sconfitto.

La politica non è l’opera dei Pupi. Darsi del Marrano facendo cozzare le corazze e ripetendolo tre volte al giorno è scena che ha fatto scappare gli elettori. Di tutti. Entrino nel merito. O cessino il disturbo.

La Ragione

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