Fisc(hi)o


Il senso dell’incontro a Palazzo Chigi è chiaro e positivo: il governo non può arretrare, rispetto al programma esposto in tema di giustizia, al tempo stesso non può avanzare rompendo a testate il fuoco di sbarramento acceso con polemiche strumentali e in

Il senso dell’incontro a Palazzo Chigi è chiaro e positivo: il governo non può arretrare, rispetto al programma esposto in tema di giustizia, al tempo stesso non può avanzare rompendo a testate il fuoco di sbarramento acceso con polemiche strumentali e infondate, provando a mettere in bocca al ministro Nordio cose che non ha mai detto, quindi ribadisce gli obiettivi e il punto più rilevante e decisivo, ovvero la separazione delle carriere oltre quanto già disposto dalla riforma Cartabia, ma abbassa i toni, allunga i tempi e apre al dialogo. L’ultima cosa è anche una perfida ironia, visto che il ministro è magistrato da una vita e lo rimarrà intellettualmente a vita, diciamo che farà un giro d’ascolti fra le correnti, mentre il problema politico vero resta in capo al Partito democratico: se non coglie l’occasione di dare una mano a un’impostazione civile e responsabile, non prona alle corporazioni, si ritroverà in futuro, magari con diverso nome, prigioniero di quel che ancora lo tiene in vincoli.

Sul fronte della scuola, dopo avere iscritto il “merito” nella carta intestata ministeriale, si trovano a dover guadare il fiume del rinnovo contrattuale. Se riusciranno a metterci meccanismi e somme premiali per gli insegnanti meritevoli, avranno fatto un ottimo lavoro. Altrimenti potranno contare sul trofeo impagliato che ogni ministro mette sulla propria scrivania: la modifica degli esami di maturità. La più inutile, frequentata e velocemente abbandonata riforma della storia, dal 1861 ad oggi. Avere approcciato il tema con l’evocazione delle gabbie salariali, quando le scuole meno qualificate si trovano dove il costo della vita è inferiore, è stato gesto di generosa imperizia. Circa i rapporti internazionali, la solidarietà atlantica e la collocazione europea, conti e vincoli compresi, siamo nel campo della continuità. Come è bene che sia. Certo che si possono introdurre novità (magari si riuscisse a stabilizzare la Libia, il che comporta sintonia con Francia e Ue, ma anche sponda Usa per gli altri Paesi coinvolti nell’area), ma non modificherebbero la sana continuità. Chi temeva o sperava in sfracelli, ne prenderà
atto.

Il tema su cui il governo può far risuonare un fischio di scossa e novità, conciliando la propria identità politica con l’assennatezza delle proposte, il tema su cui, al tempo stesso, potrebbe sentirsi un fischio di fine dei giochi preliminari, è quello fiscale. Sì, è vero che il punto di partenza è la “flat tax”, che non ci sarà, ma qui le riforme di oggi possono camuffarsi con la propaganda di ieri, lavorando sulla “flat” per questo o quel gruppo di contribuenti, per un determinato reddito o un altro, che è l’opposto della “flat”, in realtà è un regime forfettario come altri già ne sono stati varati, ma il travestimento può riuscire. Più interessante quel che viene presentato come uno stadio di passaggio, ma è in sé già sostanza, ovvero la riduzione del numero delle aliquote.

In qualsiasi modo lo si realizzi comporta che, nelle aree a cavallo dell’aliquota cancellata, ragionevolmente le intermedie, qualcuno pagherà di meno e qualcuno dovrà pagare di più. Non meno interessante vedere come ci si muoverà sul lato delle detrazioni e degli adempimenti, in modo che il fisco non sia oltraggioso oltre che esoso. Il governo non potrà permettersi sgravi che generino un calo delle entrate e quando tocca riformare “a gettito costante” è evidente che non si susciterà la felicità, ma sarebbe già molto la ragionevolezza e la serenità. Il governo prenda il tempo necessario. Non senta la fregola dell’intervista e dell’annuncio. Non consenta la gara di visibilità fra colleghi ministri e fra alleati di maggioranza. Energia sprecata che consuma le batterie. Fin qui è stata proprio la moderazione nell’esibizione a farne il tema più promettente e affidabile. Cancellare un’aliquota non è la rivoluzione, ma è un apprezzabile gesto verso quei (troppo pochi) italiani che pagano il conto per tutti.

La Ragione

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Bonus edilizi, di gratuito non c’è nulla


Si fa presto a dire “gratuitamente”. Giorgia Meloni aveva segnalato, a chi come Giuseppe Conte ne aveva fatto uno slogan politico-elettorale riguardo alla ristrutturazione delle case pagata integralmente dallo stato, che il concetto teneva in scarsa consi

Si fa presto a dire “gratuitamente”. Giorgia Meloni aveva segnalato, a chi come Giuseppe Conte ne aveva fatto uno slogan politico-elettorale riguardo alla ristrutturazione delle case pagata integralmente dallo stato, che il concetto teneva in scarsa considerazione i contribuenti che effettivamente ne avrebbero sopportato l’onere. A dare sostanza alle parole della presidente del Consiglio sono arrivati, nei giorni scorsi, i dati sui crediti d’imposta diffusi dal direttore generale delle Finanze del Mef, Giovanni Spalletta, pochi giorni fa in audizione al Senato: i bonus edilizi sono costati, al momento, 110 miliardi di euro. Una cifra abnorme, pari a circa 6 punti di pil. Secondo i dati forniti da Spalletta la spesa complessiva è composta da 61,2 miliardi per il Superbonus, 19 miliardi per il Bonus facciate e 29,9 miliardi per gli altri bonus edilizi.

Ma ancora più sorprendente del totale è lo scostamento della spesa rispetto alle previsioni, pari a37,8 miliardi. Che è attribuibile al Superbonus (con una spesa di 24,7 miliardi in più dei 36,5previsti) e al Bonus facciate (con una spesa di 19 miliardi rispetto ai 5,9 previsti), mentre gli altri bonus sono in linea con lo stanziamento (29,9 miliardi). Questo buco di bilancio, sempre secondo la relazione del Mef, determinerà per gli anni 2023-2026 “un peggioramento della previsione delle imposte dirette per importi compresi tra gli 8 e i 10 miliardi di euro in ciascun anno”. Circa mezzopunto di pil all’anno.

Ma in realtà il buco di bilancio è molto più ampio. Perché, come ammette lo stesso direttore generale del dipartimento delle Finanze, questi dati sono riferiti alle previsioni tendenziali incluse nella Nadef di novembre e “la stima degli oneri per il Superbonus 110 per cento potrebbe subire un ulteriore incremento, considerando gli ultimi dati pubblicati da Enea a tutto dicembre 2022”. E in effetti, considerando i dati più recenti disponibili di Enea, quelli fino al 31 gennaio 2023, la spesa complessiva per il Superbonus è lievitata a 71,7 miliardi. Quindi la spesa complessiva per i bonus edilizi supera i 120 miliardi. Per avere una pietra di paragone, basta considerare che l’importo totale del Pnrr è pari a 190 miliardi, ma su un arco temporale molto più lungo. Oppure, che la spesa complessiva dell’Italia per affrontare la più grave crisi energetica degli ultimi 50 anni è stata paria circa 60 miliardi. La metà.

Il confronto è poi impietoso se si fa un paragone con gli altri crediti d’imposta, ad esempio quelli per accompagnare la transizione digitale e per incentivare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Ebbene, la stima del Mef per le agevolazioni fiscali “Transizione4.0” e per R&D è inferiore a 15 miliardi complessivi. Circa dieci volte meno dei bonus edilizi, nonostante l’Italia abbia una spesa per ricerca e sviluppo che è
nettamente inferiore alla media europea. Oltre a essere costati uno sproposito, i bonus edilizi ideati nel 2020 sono stati il veicolo di “ampi fenomeni di abuso” per effetto della revisione della normativa sulla cessione dei crediti, rivista dal governo Conte e dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che ha reso la vendita “pressoché illimitata senza prevedere specifici presìdi di garanzia”. Ciò vuol dire che questo nuovo mercato dei crediti, scrive ora il Mef, ha prodotto “fenomeni di frode di entità particolarmente rilevante… che hanno portato all’emersione di crediti, rivelatisi inesistenti, per oltre 4 miliardi di euro”. Si tratta, insomma, di quella falla per l’Erario che ha costretto Mario Draghi a metterci una pezza con una stretta sulle cessioni e che, un anno fa, portò il solitamente misurato ministro dell’Economia Daniele Franco a parlare delle “truffe più grandi mai viste nella storia della Repubblica”.

Accanto a queste considerazioni contabili, la sinistra, ora che il Pd sta facendo un congresso e sta rivedendo in maniera critica il suo passato al governo, dovrebbe aprire una riflessione sugli effetti redistributivi. Perché, come ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti riferendosi al Superbonus contiano e al Bonus facciate franceschiniano, “mai nella storia una misura che costasse così tanto è andata a beneficio di così pochi”. A dispetto di tanta retorica sulla diseguaglianza e sulla progressività, il governo rossogiallo ha approvato bonus tra i più costosi e regressivi: lo stato ha rifatto le case ai ricchi con i soldi dei poveri. Gratuitamente per i proprietari, 120 miliardi per i contribuenti.

Il Foglio

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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione di Giuseppe Giordano sul tema “la società aperta e i suoi nemici”


Penultimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta pri

Penultimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articola in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La tredicesima lezione si svolgerà giovedì 9 febbraio, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta dal prof. Giuseppe Giordano (Ordinario di Storia della Filosofia presso l’Università di Messina, nonché Direttore del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne – DICAM presso lo stesso Ateneo), che relazionerà sull’opera “La società aperta e i suoi nemici” di Karl Popper, influente saggio di filosofia politica incentrato sul concetto di “società aperta” e sulla critica allo storicismo e al determinismo.

In tale occasione verranno altresì comunicate le tracce delle tesine, la cui redazione (riservata a chi abbia un’età inferiore ai 32 anni e abbia frequentato almeno i 2/3 delle lezioni del corso) dà diritto a concorrere alla aggiudicazione delle borse di studio messe in palio. La consegna degli elaborati da parte dei corsisti interessati è fissata alle ore 12.00 del 16 febbraio.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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Emergenza


La più grande emergenza è smetterla d’inventare emergenze per distrarci, smetterla di praticare lo sport ottuso di polemizzare sul niente facendo finta che sia il tutto, senza mai approfondirne il merito, senza studiare e far pensare. Non lo si fa perché

La più grande emergenza è smetterla d’inventare emergenze per distrarci, smetterla di praticare lo sport ottuso di polemizzare sul niente facendo finta che sia il tutto, senza mai approfondirne il merito, senza studiare e far pensare. Non lo si fa perché si crede che l’opinione pubblica si stanchi, s’annoi e forse è anche vero, ma pure questa pagliacceria stufa. Quel che oggi è vitale domani manco più lo si ricorda.

Tre mesi fa l’emergenza erano quattro svalvolati strafatti che si radunavano illegittimamente per ascoltare musica, poi dispersi in mezza giornata. Ora tutti parlano del 41 bis, i più senza sapere di quale legge e che c’è scritto, usando concetti volgari come “carcere duro”, che non è quanto previsto dalla giusta finalità di quell’articolo, applicato talora con modalità sbagliate perché incivili. È un modo insensato di procedere. Per non dire poi dell’ever green: l’immigrazione e gli sbarchi, la gran parte dei quali (giustamente) avviene a cura della Guardia Costiera. Ma mentre si fomenta la zuffa fra buonisti e cattivisti, aperturisti e chiusuristi, abbracciamoci e detestiamoci, nessuno ha il fegato di avvertire: state facendo il dibattito sbagliato, perché il problema non è come fermarli, ma quali fare entrare. E vedrete che, nel merito, la faccenda è complicata.

Il decreto flussi, ne scriveva ieri Giuliani, prevede 82.705 ingressi per l’anno in corso. Il Documento di economia e finanza ne considera 170mila all’anno, ogni anno, il minimo necessario per tenere in equilibrio i conti previdenziali. La Banca d’Italia calcola in 375mila i lavoratori in più, da qui al 2026, necessari per la sola attuazione del Pnrr, posto che in quello stesso lasso di tempo l’offerta di lavoro, per ragioni demografiche, diminuirà di 630mila unità. E noi parliamo di come finanziare chi non lavora e come fermare chi vuole venire a farlo? Una classe politica appena appena capace di guardare oltre la scadenza elettorale del prossimo capo condominio (che oramai tutto è segnale, trend e sfida), farebbe i conti con due problemi colossali: a. come qualificare e spingere al lavoro gli italiani che ne stanno fuori e comunque consumano e campano senza miseria; b. come far entrare chi vuole lavorare, scegliendone le qualifiche. Scegliendoli, quello è il problema. Perché (sempre Bd’I) 95.600 serviranno nell’edilizia, ma 27.700 nell’informatica, 30.600 nella gestione del personale, 16.600 nella ricerca e sviluppo e via andando. Tutte cose per cui i nostri devono studiare, mica solo i giovani, mentre gli ingressi non siano di sola manovalanza. Non ci si prendono i voti, in questo modo? Allora sarà bene votarsi a qualche divinità, perché il tempo passa e il problema cresce.

Neanche il debito pubblico è un’emergenza, perché il macigno è lì da decenni. Oramai è una drammatica permanenza e i tassi crescono. Eppure si sente solo parlare di come avere più soldi da spendere, considerando noioso discutere il come, il dove e il perché. Un ulteriore debito per investire ha senso, un solo altro centesimo per consumare è folle. Troppo debito cancella libertà e sovranità. Si è fatto credere che ci siano soldi per tutto, ma ne servano sempre di ulteriori per qualche altra cosa. Servono per le fonti energetiche rinnovabili, ma poi gli impianti restano sulla carta perché non si parte mai a farli. E questa non è una fatalità, ma una trappola che abbiamo costruito con le nostre mani. Una politica seria non annuncia fantastiliardi per inventare il sole e il vento, ma affronta il difficile problema di quali vincoli rimuovere, quali responsabilità attribuire, quali controlli effettuare. Invece si pensa di prendere un problema continentale o globale e regionalizzarlo. Provincializziamolo, anzi no municipalizziamolo, quartierizziamolo, ciascuno comperi una dinamo e pedali, che è ugualmente ridicolo, ma almeno ci si tiene in forma.

L’invenzione delle emergenze aiuta la politica, di destra e sinistra sopra e sotto, a non misurarsi con la realtà. Continueranno, se avranno seguito.

La Ragione

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La guerra obbliga l’Europa ad unirsi in quanto “civiltà delle libertà”


La guerra scatenata da Putin con l’invasione dell’Ucraina cambia l’ordine mondiale, la struttura del mondo globale; il conflitto appare endemico, senza una vera soluzione, scuote un terreno che non si assesterà. Lo dico all’inizio in massima sintesi: la g

La guerra scatenata da Putin con l’invasione dell’Ucraina cambia l’ordine mondiale, la struttura del mondo globale; il conflitto appare endemico, senza una vera soluzione, scuote un terreno che non si assesterà. Lo dico all’inizio in massima sintesi: la guerra segna la fine della globalizzazione, intesa come capacità dell’interdipendenza economico-commerciale di muovere verso la formazione di un ordine mondiale più unificato e pacifico, una sorta di nuovo cosmopolitismo. È una data che, in questo senso, fa epoca. Nella civiltà europea, che l’espansione universale del commercio e l’indebolimento della fermezza delle frontiere potessero formare l’unità della Terra è idea risalente, in forme diverse, al pensiero illuministico da Montesquieu al Kant della «pace perpetua». Ma allora, dall’interno stesso della civiltà europea, fu Hegel a coprire di ironia questa idea giudicata illusoria, ricollocando le cose al loro posto, e rivendicando, in quegli anni, la centralità degli Stati.

Oggi, naturalmente, il problema si pone in termini tutti diversi, e anche qui voglio indicarlo nel suo tratto essenziale: è lo scontro in atto e in potenza tra il «potere orientale» e il «potere occidentale» a rendere impossibile la prospettiva indicata, che ha vissuto anni felici e insieme illusori per qualche decennio, dopo la caduta dell’impero sovietico e i successivi tentativi di democratizzazione falliti. Dal 2000 giunge Putin, e la scena lentamente muta alla radice, complice, ma non decisiva, la crisi finanziaria del 2007.

Ora, con Putin, il potere orientale torna non come erede diretto dell’Unione Sovietica (se non per minima parte: si legga Putin aspro critico di Lenin proprio sulla questione ucraina,) ma come rivendicazione di una rappresentazione della civiltà della grande e Santa Russia, della sua missione universale, risalente, in condizioni diverse, al potere zarista, convinta di poter misurare la propria civiltà con quella di un Occidente visto già allora in declino e preda della corruzione, e vincere la partita. Coinvolta perfino la Chiesa ortodossa, la vera Chiesa cristiana. Idea peraltro antica che ha avuto come uno degli alfieri nientemeno che il grandissimo Dostoevskij.

Convinzione sul declino dell’Occidente che la Russia condivide, sia pure con differenze nascenti da culture diverse e ruoli differenti nel mondo, con la Cina, ed è la ragione per le quale è in atto il riavvicinamento tra le due grandi potenze asiatiche con un nucleo di Stati diffusi dappertutto che, ogià stanno da quella parte, o pencolano incerti come l’India. È questa idea che sta cambiando la struttura del mondo e che restituisce alla invasione dell’Ucraina il suo significato, per questo l’Occidente ha l’obbligo di una resistenza attiva. Ma prima di guardare a possibili e contrastati sviluppi di questa lettura del tema, voglio chiarire che cosa intendo per «potere orientale» — espressione usata da Ernst Junger nel «Nodo di Gordio» recensito qualche giorno fa dal Corriere della Sera — : è quel potere che, riaffermato con convinta violenza, segna, dicevo, la fine della globalizzazione e la riapertura della grande giostra tra gli Stati e gli imperi-potenza. È qualcosa di più di una autocrazia.

È l’idea radicata di un potere che non può incontrare la libertà, strutturato come una «forza tellurica» (Junger) che fa dell’Asia quasi una terra sacra, dove il potere chiede solo obbedienza in presenza di scopi assoluti, e che usa la crudeltà come mezzo per concentrare il potere.
In Russia si è sempre governato così, e la libertà — come sentimento e come legge, propria di Occidente — è stata sempre esclusa. Anche le grandi riforme economiche di Pietro il Grande, nel XVIII secolo, che suscitarono entusiasmi in Europa, non sfiorarono nemmeno le libertà civili e la legittimità del potere. Il problema di Putin è difendere ed espandere le frontiere del potere orientale, impedendo con ogni mezzo che il sentimento di libertà si espanda ai suoi confini, ecco la profonda ragione della guerra. Profonda, quasi armata di una metafisica sull’idea di uomo, sull’isolamento di chi domina e chiede solo obbedienza, in vista di una missione. Asia contro Europa, dai tempi originari, con una tensione che ha avuto anche tratti religiosi nella storia lontana, ma non tanto.

Junger dice che il gioco degli scacchi non poteva che provenire da Oriente, perciò l’uccisione del re chiude la partita. Dunque, la resistenza dell’Occidente è per la propria sopravvivenza come continente della libertà, nel momento in cui potere e libertà fanno sempre più difficoltà ad incontrarsi anche al suo interno. Qui decisiva è l’Europa, più ancora dell’America, e dire questo significa porre all’Europa un compito immenso quanto decisivo, e forse per lei impossibile. La lotta si svolge ai confini di Europa, ma non è solo questa la ragione della necessità che essa cerchi una nuova centralità. È l’atteggiamento dell’Europa centro di civiltà, dove nasce Occidente, che deve rinascere, e lo può fare solo se rivendica e afferma il carattere unitario del proprio essere civiltà della libertà, dove il potere non può chiedere solo obbedienza,
una libertà anzitutto interiore che si forma su una idea dell’uomo e che poi diventa legittimazione e Legge.

Questo è lo scontro, carico, semi si consente l’espressione, di filosofia; sono due visioni consolidate del potere che si scontrano, ma è doloroso dirlo: si consolida nel mondo il potere senza libertà, si indebolisce l’altro, anche se lo scontro è del tutto aperto. Siamo a un punto cruciale della storia. Tra potere orientale e potere occidentale ora non c’è mediazione possibile, lo scontro è appena incominciato, questo significa chela globalizzazione come pacifica celebrazione della interdipendenza è finita, e si apre la lotta per un nuovo ordine del mondo.

Corriere della Sera

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Regionalismo scombiccherato


Da giorni si sta parlando del nulla. Ci si accapiglia scompostamente sul 41 bis dell’ordinamento penitenziario avendo l’unanimità nel mantenerlo e zero proposte su come modificarlo per renderlo civile. Sotto lo schiumare delle polemiche restano le faccend

Da giorni si sta parlando del nulla. Ci si accapiglia scompostamente sul 41 bis dell’ordinamento penitenziario avendo l’unanimità nel mantenerlo e zero proposte su come modificarlo per renderlo civile. Sotto lo schiumare delle polemiche restano le faccende di sostanza, come la quella del regionalismo differenziato, che così come è stato concepito non funzionerà mai.

Importante la voce di un costituzionalista che citiamo non perché la sua firma ha onorato La Ragione, ma perché è stato capo di gabinetto in questo governo, proprio sul fronte delle riforme istituzionali. Tutto si può dire di Alfonso Celotto, ma non che sia pregiudizialmente ostile al governo. Dice Celotto: <<Il rischio maggiore è la confusione. Serve un chiarimento su chi ha la competenza nei diversi settori. E questa riforma non chiarisce affatto. Andiamo verso il federalismo? Allora c’è bisogno di un intervento sulla Costituzione. In caso contrario, rischiamo di incappare in una serie di conflitti fra Stato e Regioni. In pratica, di complicare ancor più la situazione a livello burocratico>>.

Quel che sottolinea è logicamente e giuridicamente insuperabile e solo a causa di una politica fatta di slogan e inutili contrapposizioni non è politicamente centrale. In materia di regionalismo non ci sono schieramenti esenti da colpe, il che dovrebbe indurre a creare un dialogo istituzionale per uscire dal pasticcio combinato dalla sinistra nel 2001. Invece è ripartita una corsa fra estremismi. ScassaStato.

La Ragione

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Concorrenza, i rischi della disunità europea


Tra Stati Uniti ed Europa è colossale la posta in gioco sull’IRA, l’Inflation Reduction Act americano in vigore dal 1° marzo, almeno quanto quella sulla guerra d’Ucraina. In ballo, le nuove fondamenta verdi e digitali dell’industria del futuro. Tra meno d

Tra Stati Uniti ed Europa è colossale la posta in gioco sull’IRA, l’Inflation Reduction Act americano in vigore dal 1° marzo, almeno quanto quella sulla guerra d’Ucraina. In ballo, le nuove fondamenta verdi e digitali dell’industria del futuro. Tra meno di un mese sarà operativo il piano Usa da 369miliardi di sovvenzioni, per finanziare la corsa all’industria verde senza esclusione di colpi, compreso il drenaggio di capitali Ue. L’Europa vuole scongiurare la guerra dei sussidi, la propria deindustrializzazione, un conflitto commerciale e procurare nuovo futuro e non lenta agonia alla sua industria. Logica avrebbe quindi voluto che la missione di oggi a Washington fosse stata di statura europea o che, in formato ridotto, includesse almeno l’Italia, con una produzione manifatturiera seconda nell’Ue solo a quella tedesca. Invece a discutere con gli Stati Uniti di interessi europei collettivi davvero vitali, è andato il tandem franco-tedesco, i ministri delle Finanze Bruno Le Maire e tedesco Robert Habeck.

In fondo c’è da rallegrarsi che, malgrado i pesanti danni che rischia di infliggere all’intera industria europea, l’IRA almeno un successo europeo l’abbia ottenuto, rappezzando i cocci del dialogo in panne tra Parigi e Berlino. Sarebbe un’ottima notizia per l’Unione impegnata in un durissimo negoziato con gli Usa se non ci fosse il sospetto che, a tacitare i malumori reciproci, più che la forza del superiore interesse collettivo sia stata l’ansia di tutelare i rispettivi interessi industriali nazionali. Storie vecchie ma solo in parte. Perché il duo non gioca in casa ma a Washington: e i Trattati Ue affidano le politiche della concorrenza e commerciale a Bruxelles, non a Berlino o Parigi. Perché, peggio, da quando il codice Ue degli aiuti di Stato è stato ammorbidito con il Covid prima, la guerra ucraina poi e a breve l’IRA, Francia e Germania hanno sovvenzionato le rispettive economie e industrie con ben il 77% del totale degli aiuti autorizzati da Bruxelles.

Con l’IRA saranno ancora più soft, per la pressione franco-tedesca, le nuove regole presentate dalla Commissione che saranno discusse a 27 dal vertice di dopodomani e approvate a fine marzo. Per ora hanno l’impronta della legge del più forte, di chi ha e vuole usare la sua maggiore potenza di fuoco finanziaria a scapito di chi non ce l’ha. Ma, senza il contrappeso di un Fondo Sovrano europeo per ridurre i divari intra-Ue, andrà in pezzi il mercato unico indispensabile all’industria europea per reggere alla concorrenza di Stati Uniti e Cina. Quando si fa protezionismo in casa, che si possa poi condannare quello altrui e anche negoziarci sopra, è un esercizio spudorato che toglie credibilità all’Europa e ai suoi pesi massimi. Sarà rissa al vertice di Bruxelles, 25contro 2, un altro miracolo dell’IRA. Senza un serio riequilibrio delle regole sugli aiuti però sarà l’Europa a perdere. E non è detto che vinceranno le industrie tedesche e francesi.

Il Sole 24 Ore

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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione di Antonio Pileggi sul tema “I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione”


Dodicesimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta pr

Dodicesimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articola in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La dodicesima lezione si svolgerà lunedì 6 febbraio, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta dall’avv. Antonio Pileggi (già Provveditore agli Studi e Direttore generale dell’INVALSI – Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione – nonché componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi), che relazionerà sull’opera “I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione” di Marco Minghetti, eminente statista della Destra Storica, Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia e, soprattutto, uno dei principali teorici del pensiero politico liberale. La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 27 febbraio 2023, Napoli


27 febbraio 2023 – Società Napoletana di Storia Patria, Castel Nuovo – Via Vittorio Emanuele III, 310 – NAPOLI introduce UGO DE FLAVIIS intervengono VINCENZO DE LUCA ANTONIO LEPRE modera ANDREA CANGINI L'articolo Presentazione del libro “Non diamoci del

27 febbraio 2023 – Società Napoletana di Storia Patria, Castel Nuovo – Via Vittorio Emanuele III, 310 – NAPOLI

introduce
UGO DE FLAVIIS

intervengono
VINCENZO DE LUCA
ANTONIO LEPRE

modera
ANDREA CANGINI

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 20 febbraio 2023, Reggio Calabria


20 febbraio 2023, ore 15:30 – Sala F. Perri, Palazzo Alvaro – Piazza Italia – REGGIO CALABRIA saluti iniziali MARIA GRAZIA ARENA GIOVANNI BOMBARDIERI PASQUALE FOTI ROSARIO MARIA INFANTINO BRUNO MUSCOLO ROBERTO OCCHIUTO CARMELO VERSACE intervengono GIANDOM

20 febbraio 2023, ore 15:30 – Sala F. Perri, Palazzo Alvaro – Piazza Italia – REGGIO CALABRIA

saluti iniziali
MARIA GRAZIA ARENA
GIOVANNI BOMBARDIERI
PASQUALE FOTI
ROSARIO MARIA INFANTINO
BRUNO MUSCOLO
ROBERTO OCCHIUTO
CARMELO VERSACE

intervengono
GIANDOMENICO CAIAZZA
MARIA ROSARIA GUGLIELMI
ANDREA PELLICINI
GIUSEPPE SANTALUCIA

modera
ANTONINO CURATOLA

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 10 febbraio 2023, Reggio Emilia


10 febbraio 2023, ore 18:00 – Sala Palazzo del Capitano, Hotel Posta Piazza del Monte, 2 – REGGIO EMILIA intervengono BENEDETTA FIORINI GIULIO GARUTI ANDREA OSTELLARI GIUSEPPINA RUBINETTI modera STEFANO ZURLO L'articolo Presentazione del libro “Non diamo

10 febbraio 2023, ore 18:00 – Sala Palazzo del Capitano, Hotel Posta Piazza del Monte, 2 – REGGIO EMILIA

intervengono
BENEDETTA FIORINI
GIULIO GARUTI
ANDREA OSTELLARI
GIUSEPPINA RUBINETTI

modera
STEFANO ZURLO

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L’importanza di un presidente della Repubblica terzo


Eletto nel 2018 in Senato, il mio primo atto nel ruolo di legislatore fu depositare un disegno di legge costituzionale per trasformare la nostra repubblica parlamentare in un sistema semipresidenziale su modello francese. Un presidente della Repubblica el

Eletto nel 2018 in Senato, il mio primo atto nel ruolo di legislatore fu depositare un disegno di legge costituzionale per trasformare la nostra repubblica parlamentare in un sistema semipresidenziale su modello francese. Un presidente della Repubblica eletto direttamente, un governo che governi, una democrazia decidente erano i miei obiettivi; il sistema in vigore dal 1993 nei Comuni con più di 15mila abitanti il mio idealtipo.

Oggi quel disegno di legge costituzionale non lo ripresenterei.

L’esperienza parlamentare mi ha infatti consentito di osservare da vicino alcune peculiarità del nostro sistema politico e quello che ho visto mi ha fatto riflettere. Fenomeni noti, ma una cosa è studiarli, cosa diversa è viverli dall’interno delle Istituzioni.

Il primo è largamente acquisito: abbiamo una classe politica mediamente inadeguata e tendenzialmente sottomessa a leader dotati di una modesta sensibilità istituzionale e caratterizzati da una spiccata tendenza alla demagogia e all’irresponsabilità. Leader strutturalmente precari, dunque naturalmente orientati a politiche di breve respiro dal forte impatto sui conti pubblici. Il Parlamento ha smesso ormai da anni di essere la camera di compensazione del potere esecutivo e di affinamento del processo legislativo: siamo sicuri che, senza contrappesi istituzionali, un presidente della Repubblica eletto direttamente eserciterebbe il proprio inappellabile potere nell’interesse duraturo dello Stato piuttosto che nel proprio interesse politico del momento?

Penso a chi erano gli uomini forti della politica all’inizio della scorsa legislatura, penso al ruolo di supplenza, di indirizzo e di temperamento svolto da Sergio Mattarella e mi chiedo: se non avessimo avuto un presidente della Repubblica autorevole perché terzo e se al suo posto ci fosse stato uno di quei leader politici legittimato dall’elezione diretta, cosa sarebbe stato dell’Italia? Cosa sarebbe stato dei nostri conti pubblici, della nostra coesione sociale e della nostra collocazione internazionale? Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare risposte rassicuranti.

Se a ciò aggiungiamo che la politica al tempo dei social incoraggia la conflittualità e la superficialità e che conflittualità e superficialità appartengono da sempre al nostro carattere nazionale, beh, credo sinceramente che rinunciare al ruolo riequilibratore dell’attuale presidenza della Repubblica per sostituirlo con la figura di un capo dello Stato eletto direttamente, e perciò dotato di pieni poteri, sarebbe un errore. Un errore potenzialmente fatale.

L’efficacia e l’efficienza del governo possono essere assicurate dall’elezione diretta del presidente del Consiglio così come da due o tre riforme costituzionali in linea con la storia parlamentare della nostra Repubblica. Ma Dio salvi il Quirinale, la cui terzietà ci impedisce di essere fino (in fondo) quello che in fondo siamo e non potremmo non essere.

Huffington Post

L'articolo L’importanza di un presidente della Repubblica terzo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

L’importanza di un presidente della Repubblica terzo


Eletto nel 2018 in Senato, il mio primo atto nel ruolo di legislatore fu depositare un disegno di legge costituzionale per trasformare la nostra repubblica parlamentare in un sistema semipresidenziale su modello francese. Un presidente della Repubblica el

Eletto nel 2018 in Senato, il mio primo atto nel ruolo di legislatore fu depositare un disegno di legge costituzionale per trasformare la nostra repubblica parlamentare in un sistema semipresidenziale su modello francese. Un presidente della Repubblica eletto direttamente, un governo che governi, una democrazia decidente erano i miei obiettivi; il sistema in vigore dal 1993 nei Comuni con più di 15mila abitanti il mio idealtipo.

Oggi quel disegno di legge costituzionale non lo ripresenterei.

L’esperienza parlamentare mi ha infatti consentito di osservare da vicino alcune peculiarità del nostro sistema politico e quello che ho visto mi ha fatto riflettere. Fenomeni noti, ma una cosa è studiarli, cosa diversa è viverli dall’interno delle Istituzioni.

Il primo è largamente acquisito: abbiamo una classe politica mediamente inadeguata e tendenzialmente sottomessa a leader dotati di una modesta sensibilità istituzionale e caratterizzati da una spiccata tendenza alla demagogia e all’irresponsabilità. Leader strutturalmente precari, dunque naturalmente orientati a politiche di breve respiro dal forte impatto sui conti pubblici. Il Parlamento ha smesso ormai da anni di essere la camera di compensazione del potere esecutivo e di affinamento del processo legislativo: siamo sicuri che, senza contrappesi istituzionali, un presidente della Repubblica eletto direttamente eserciterebbe il proprio inappellabile potere nell’interesse duraturo dello Stato piuttosto che nel proprio interesse politico del momento?

Penso a chi erano gli uomini forti della politica all’inizio della scorsa legislatura, penso al ruolo di supplenza, di indirizzo e di temperamento svolto da Sergio Mattarella e mi chiedo: se non avessimo avuto un presidente della Repubblica autorevole perché terzo e se al suo posto ci fosse stato uno di quei leader politici legittimato dall’elezione diretta, cosa sarebbe stato dell’Italia? Cosa sarebbe stato dei nostri conti pubblici, della nostra coesione sociale e della nostra collocazione internazionale? Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare risposte rassicuranti.

Se a ciò aggiungiamo che la politica al tempo dei social incoraggia la conflittualità e la superficialità e che conflittualità e superficialità appartengono da sempre al nostro carattere nazionale, beh, credo sinceramente che rinunciare al ruolo riequilibratore dell’attuale presidenza della Repubblica per sostituirlo con la figura di un capo dello Stato eletto direttamente, e perciò dotato di pieni poteri, sarebbe un errore. Un errore potenzialmente fatale.

L’efficacia e l’efficienza del governo possono essere assicurate dall’elezione diretta del presidente del Consiglio così come da due o tre riforme costituzionali in linea con la storia parlamentare della nostra Repubblica. Ma Dio salvi il Quirinale, la cui terzietà ci impedisce di essere fino (in fondo) quello che in fondo siamo e non potremmo non essere.

Huffington Post

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Gesticolare


Non è una faccenda tecnica, per esperti di telecomunicazioni o gnomi della finanza, e riguarda tutti. Al fondo le cose stanno in modo semplice. E per il governo Meloni può essere una grana, ma anche un’opportunità. Il mercato ha sempre bisogno di regole,

Non è una faccenda tecnica, per esperti di telecomunicazioni o gnomi della finanza, e riguarda tutti. Al fondo le cose stanno in modo semplice. E per il governo Meloni può essere una grana, ma anche un’opportunità.

Il mercato ha sempre bisogno di regole, altrimenti non esiste. L’anarcocapitalismo non è né anarchico né capitalistico, è giungla. Le regole cambiano nel tempo, si aggiornano e cercano di non essere scavalcate dalla tecnologia. Le leggi spettano al legislatore, che sia nazionale o sovranazionale, con accordi fra stati o parlamenti sovranazionali, mentre regolamenti e altri atti amministrativi sono di competenza esecutiva, che sia il governo nazionale o altro organo sovranazionale. Diciamo, per semplificare, che le regole sono roba che spetta allo Stato, sebbene latamente inteso. Cosa succede se lo Stato, oltre a fissare le regole, si mette a giocare?

Se per il giocatore pubblico non valgono le regole imposte agli altri, siamo fuori dallo Stato di diritto e in dittatura. Rossa o nera, non cambia. Non è il nostro caso, naturalmente. Lo Stato può giocare, come effettivamente fa, utilizzando società di forma privata, ma di cui ha il controllo. Esempi: Eni, Enel, Leonardo e via elencando. In questo caso, se la società è quotata in Borsa, lo Stato è come se dicesse: gestisco questa impresa e se tu privato vuoi partecipare, investendo, ma accettando di non prendere mai la guida, sei il benvenuto. Ciascuno è libero di decidere. Certo, un margine d’equivoco rimane, perché chi fissa le regole, garantisce i controlli ed eventualmente, nei tribunali, dirime le controversie è anche diretto protagonista di quelle, sicché il sospetto che la sua mano sia più invadente che invisibile è legittimo. Esempio: la Rai.

Però capita anche, come nel caso di cui ora ci occupiamo, che lo Stato si dedichi a regolare, ma poi comincia a giocare e lo fa sotto mentite spoglie, finendo pure in minoranza. A quel punto il frammisto di gestire e regolare rischia d’essere uno scomposto gesticolare.

Erano società pubbliche, quotate in Borsa e senza debiti. Erano diventate delle multinazionali: Sip, Italcable e Telespazio, controllate dalla finanziaria Stet, a sua volta parte del mondo Iri. Storia lunga, gloriosa, poi straziante, andiamo oltre. Si decide, giustamente, di consegnare le società fuse (Telecom Italia, poi Tim) al mercato. Lo Stato esce e fissa le regole. Quelle regole furono violate e lo Stato si girò dall’altra parte. Tanto per ricordare: governo D’Alema e Consob diretta da chi poi divenne parlamentare di quel partito. Società sventrata e depauperata.

Le azioni Tim sono oggi il mano di investitori esteri per il 44% e della francese Vivendi per quasi il 24%. La Cassa depositi e prestiti (che non è lo Stato, ma è lì per conto del governo) ne possiede quasi il 10%. La società ha debiti per 25 miliardi e il fondo statunitense ne offre 20 per prendersi la rete. Il Consiglio d’amministrazione di Tim deciderà il 24 febbraio e sarebbe saggio acconsentisse, per due ragioni: a. perché rifiutare espone gli amministratori a responsabilità personale; b. perché tanto non conta nulla, visto che poi deciderà il governo. Il quale ha in tasca il golden power, che di dorato ha poco, perché qualora affermasse di volere tenere la rete in mani italiane (essendo ora in mani straniere) gli toccherebbe metterci i 20 miliardi. E non è finita, perché al CdA non hanno preso parte né il presidente di FiberCop, concorrente nella rete, né quello della Cdp, che stava negoziando con Vivendi e, per giunta, è azionista anche di FiberCop. In mezzo alle reti c’è anche Sparkle, che governa quelle internazionali ad alta sensibilità di sicurezza, non solo italiana (c’è anche Israele). Un casotto.

Se il governo s’incaponisse a volere la rete unica e italica, si troverebbe in una brutta trappola. Ma può cogliere l’occasione per dire: mi sono stufato di gesticolare e mi rimetto a regolare, perché l’interesse degli italiani non consiste nell’intestazione delle azioni, ma negli investimenti e funzionamento della rete. Sarebbe un modo per cavarne le gambe e ridare un senso al gioco.

La Ragione

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Al via l’edizione 2023 della scuola di liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi – Linkiesta.it


Dal 16 febbraio al 25 maggio si potrà assistere dal vivo od online a quindici lezioni tenute da grandi esperti di politica, economia e giornalismo sui temi liberali Anche quest’anno, col titolo “Liberi di scegliere”, la Fondazione Luigi Einaudi darà vit

Dal 16 febbraio al 25 maggio si potrà assistere dal vivo od online a quindici lezioni tenute da grandi esperti di politica, economia e giornalismo sui temi liberali

Anche quest’anno, col titolo “Liberi di scegliere”, la Fondazione Luigi Einaudi darà vita alla Scuola di liberalismo. Una quindicina di lezioni, dal 16 febbraio al 25 maggio, cui sarà possibile assistere in presenza presso l’aula Malagodi della Fondazione in via della Conciliazione 10 a Roma, o via zoom. Qui per iscriversi

Aprirà i lavori il professor Lorenzo Infantino con una lezione sui “Limiti della conoscenza e la libertà individuale di scelta”, li concluderà il professor Sabino Cassese con una lezione dal titolo “Lo Stato in discussione”. Tra l’uno e l’altro, Alessandro De Nicola parlerà di “Hume, Ricardo, Smith e i vantaggi del commercio internazionale”, Ferruccio De Bortoli parlerà di “Concorrenza immaginaria”, Kathleen Stock di “Diritti individuali e identità gender”, Raimondo Cubeddu di “Liberalismo e religione”, Davide Giacalone del “Senso di colpa dell’Occidente” e via elencando.

«Mai come oggi si avverte il bisogno di rinsaldare negli eletti e negli elettori quei principi liberali su cui si fonda lo Stato di diritto. Mai come oggi si avverte il bisogno di realismo e competenza. La nostra Scuola di liberalismo serve anche a questo», ha dichiararo Andrea Cangini, Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi.

Linkiesta.it

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Vi spiego la sfida spaziale per Israele. Parla Dan Blumberg (Isa)


La presenza internazionale alla Conferenza spaziale internazionale Ilan Ramon, svoltasi questa settimana a Tel Aviv, è stata “enorme”, racconta il professor Dan Blumberg, presidente dell’Agenzia spaziale israeliana (Isa). Alcuni dei più importanti attori

La presenza internazionale alla Conferenza spaziale internazionale Ilan Ramon, svoltasi questa settimana a Tel Aviv, è stata “enorme”, racconta il professor Dan Blumberg, presidente dell’Agenzia spaziale israeliana (Isa). Alcuni dei più importanti attori dei maggiori Paesi “spaziali” hanno partecipato all’evento. “Vedono Israele come una calamita, vogliono entrare in contatto con la comunità, vogliono entrare in contatto con le nostre startup, vogliono guardare le applicazioni che stiamo sviluppando e vogliono lavorare con noi”. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per questa intervista esclusiva.

Com’è cambiato il settore spaziale in questi anni?

Il settore spaziale è stato alimentato per molti, molti anni soprattutto dalla geopolitica. E dalla competizione tra nazioni e culture. La corsa allo spazio durante la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti era un modo per dimostrare ciò che si poteva fare tecnologicamente e raccogliere informazioni da luoghi lontani. Per questo motivo e per il costo dell’accesso allo Spazio, la maggior parte degli investimenti era su base nazionale. Negli ultimi dieci anni c’è stato un cambiamento significativo con l’ingresso di imprese e società private nell’arena spaziale.

Che cos’è cambiato?

Quando gli Stati Uniti hanno installato il Gps, non lo hanno fatto per permetterci di usare Waze o Google Maps. Il motivo era principalmente militare. Poi abbiamo capito che potevamo usare il Gps per molte altre cose, per migliorare le nostre vite. E poi abbiamo iniziato a vedere aziende private che si occupano delle applicazioni a valle dell’utilizzo delle risorse spaziali e investono nella realizzazione e nel lancio di nuovi sistemi spaziali.

Che fase stiamo attraversando?

Ci troviamo in un vero e proprio punto di svolta: da investimenti nazionali a investimenti privati con una crescita significativa e massiccia dell’attività spaziale. Inoltre, si è assistito a una vasta riduzione dei costi da investire per inviare un satellite nello Spazio.

Come stanno cambiando i rapporti tra pubblico e privato?

Gli Stati nazione saranno sempre in competizione tra loro per mostrare la qualità della vita e le conquiste tecnologiche raggiunte, e questa è la natura dell’umanità, almeno per ora. Ma detto questo, probabilmente si assisterà a uno sforzo parallelo tra investimenti nazionali e privati. Ci saranno ancora investimenti governativi, ma attraverso aziende private.

Quello di un attacco a satelliti è lo scenario peggiore in un conflitto moderno?

L’evento più pericoloso in qualsiasi guerra è, innanzitutto, un danno alle infrastrutture civili. Non credo che i satelliti siano lo scenario peggiore in caso di guerra, ma il modo in cui le superpotenze si sono evolute, le loro alleanze sui satelliti sono diventate significative. E qualsiasi blackout o azione contro di essi avrà un impatto sostanziale anche a terra. Quindi potrebbe innescare un effetto domino.

Che ruolo ha Israele nel settore spaziale?

Israele è stato l’ottavo Paese al mondo a ottenere il pieno accesso allo Spazio, il che significa costruire un satellite, lanciarlo dal proprio territorio e gestirlo. Questo è avvenuto già nel 1988. Sono pochi i Paesi al mondo che hanno questo tipo di accesso e allora erano soprattutto le superpotenze o le nazioni molto grandi ad averlo. Oggi Israele ha sempre più aziende che guardano allo Spazio come a una risorsa. Il Paese capisce che può essere un motore di crescita per l’economia. Stiamo cercando di sviluppare un ecosistema per creare un motore di crescita basato sullo Spazio. Al momento ci sono circa 60 aziende direttamente coinvolte in attività spaziali. E speriamo di raddoppiare la cifra entro il decennio. Almeno.

Parliamo di ecosistema, una parola che spesso si sente in Israele quando si parla di cybersecurity. In che cosa consiste quando parliamo di Spazio?

Nel corso della mia carriera ho lavorato intensamente alla costruzione dell’ecosistema cyber. Oggi possiamo costruire anche un ecosistema intorno allo Spazio con ricerca accademica, investimenti governativi, coinvolgimento di piccole, medie e grandi aziende e sensibilizzazione della popolazione su ciò che stiamo facendo. In modo leggermente diverso dalla cybersecurity. L’ecosistema spaziale sarà probabilmente più piccolo di quello della cybersecurity. Ma detto questo, l’ecosistema spaziale è costituito da tecnologie molto più profonde e comprende sia software sia hardware.

Quanto è importante per un Paese come Israele la cooperazione spaziale?

Israele è un Paese piccolo. E lo spazio è costoso. Quindi dobbiamo collaborare con altri Paesi. Basti pensare che sulla Stazione Spaziale Internazionale, i russi, gli americani e altri stanno lavorando insieme a causa degli enormi costi di accesso e di volo nello Spazio. Anche Israele sta lavorando con gli alleati per utilizzare congiuntamente lo Spazio come risorsa per proteggere e rafforzare la loro società. E l’Italia è uno dei Paesi con cui lavoriamo.

A livello bilaterale o tramite l’Unione europea?

Entrambi. Lavoriamo con l’Europa: siamo fortemente coinvolti nella ricerca attraverso programmi come Horizon Europe. E lavoriamo anche con Paesi specifici in Europa, come Italia, Germania e Francia. Non siamo membri dell’Agenzia spaziale europea purtroppo. Israele potrebbe trarre notevoli vantaggi dall’essere un membro dell’Agenzia spaziale europea, e credo che quest’ultima trarrebbe beneficio dall’avere Israele in quella comunità.


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Tutti i nodi da sciogliere sul pallone aerostatico cinese. Il punto di Alegi


Il Pentagono ha rivelato di aver individuato un pallone spia che dalle coste della Cina ha raggiunto i cieli del Montana dopo un viaggio attraverso il Pacifico e il Canada nordoccidentale. Pechino si è scusata dello sconfinamento di quello che ha definito

Il Pentagono ha rivelato di aver individuato un pallone spia che dalle coste della Cina ha raggiunto i cieli del Montana dopo un viaggio attraverso il Pacifico e il Canada nordoccidentale. Pechino si è scusata dello sconfinamento di quello che ha definito un pallone-sonda meteorologico, ma l’effetto ha portato il segretario di Stato Antony Blinken a rimandare il proprio viaggio nella Repubblica Popolare. Una risposta forte a quello che è stato percepito da Washington come un grave sconfinamento da parte del Paese di Mezzo. Al di là degli effetti, rimangono alcuni interrogativi sulla questione. Airpress ne ha parlato con lo storico ed esperto aeronautico, Gregory Alegi.

La presenza del pallone aerostatico cinese sui cieli degli Stati Uniti che messaggio lancia?

L’arrivo di un pallone, che Pechino dichiara meteorologico, sul continente nord americano, passato prima dal Canada e arrivato poi sui cieli degli Stati Uniti, significa senz’altro una disponibilità da parte cinese a correre dei rischi politici. Quali siano, invece, le informazioni che la Cina si aspettava di raccogliere è più difficile da dire. Di certo, essendo i palloni di questo tipo grandi e molto visibili, il calcolo deve necessariamente tenere conto del fatto che si tratti di un mezzo assolutamente non stealth, e che una missione condotta con questo tipo di aerostato sarà invariabilmente identificata per quella che è.

E che missione potrebbe essere?

La Cina possiede un programma spaziale estremamente sviluppato, comprensivo di una stazione spaziale in orbita, e ha numerosi satelliti spia, presumibilmente di buon livello. È difficile, quindi, che cercasse di raccogliere immagini attraverso il pallone, perché in grado di ottenerle per via satellitare. Quindi bisogna immaginare che il pallone cercasse di ottenere informazioni non disponibili attraverso le infrastrutture orbitali, come per esempio emissioni elettromagnetiche e radio di particolari siti e sistemi all’interno del continente. Ma è soltanto una supposizione.

E dunque qual era l’obiettivo di Pechino?

Stati Uniti e Cina, come facevano una volta Stati Uniti e Unione Sovietica, fanno costantemente missioni per raccogliere informazioni di vario tipo sull’avversario. Gli Usa impiegano regolarmente anche gli aeroplani, che si spingono fino ai limiti dello spazio aereo cinese, dove vengono puntualmente intercettati dalle difese aeree di Pechino. La Cina, però, non può fare altrettanto, perché non dispone di basi vicine al territorio statunitense. Se questa lettura è corretta, allora il pallone potrebbe essere la certificazione che Pechino non possiede uno strumento migliore per spiare gli Usa al di sotto della linea di Kármán. Si possono invece escludere missioni di carattere operativo, come quelle che tentarono i giapponesi durante la seconda guerra mondiale, quando tentarono di incendiare le foreste della costa orientale Usa con palloni – più piccoli di quello cinese – che avrebbero dovuto sganciare bombe incendiarie. Ma per appiccare un incendio non c’è bisogno di puntare un obiettivo specifico. Per raccogliere informazioni, invece, bisogna essere un obiettivo specifico, cosa che per definizione un pallone non può fare.

Sicuramente i sistemi di identificazione, come il Norad, erano consapevoli della presenza del pallone cinese già da tempo. Come mai annunciarne la presenza solo con l’aerostato già sui cieli del Montana?

Gli Stati Uniti hanno dato pochissimi dettagli, ma tra questi c’è che il pallone era stato avvistato da diversi giorni. In effetti, le dimensioni dell’oggetto ne fanno un bersaglio radar molto facile. La lentezza di spostamento lo rende facile da seguire e probabilmente è stato avvistato molto prima che entrasse nello spazio aereo americano. Washington ha anche dichiarato di aver lanciato dei caccia F-22 per identificare il pallone. Tutto questo da un alto chiarisce che non è comparso improvvisamente nei cieli del Montana, e fa pensare che gli Usa abbiano rivelato solo ora questa presenza per un preciso calcolo politico.

Quale?

Il segretario di Stato Blinken avrebbe dovuto recarsi in Cina, la prima visita di Stato da sei anni. L’annuncio del pallone arriva dopo l’accordo con le Filippine per quattro nuove grandi basi americane e sembra suggerire che gli Stati Uniti volessero arrivare al tavolo da una posizione di vantaggio psicologico, con la certificazione dell’invadenza cinese e la consapevolezza pubblica delle mosse concrete messe in campo per contrastarla, schierando nuove forze nel Pacifico. Tutto questo per mettere i cinesi sulla difensiva diplomatica.

Tra le giustificazioni apportate da Washington sul mancato abbattimento del pallone c’è stata l’incolumità delle persone a terra. Perché allora non abbatterlo sul Pacifico?

Il fatto di non averlo abbattuto finora si collega con le caratteristiche dell’aerostato, che per la sua natura lenta e identificabile può essere abbattuto in qualunque momento. Tra l’altro, se dovesse cadere in territorio Usa, si potrebbero recuperare gli strumenti di bordo su cui poter fare tutte le analisi del caso. Tra l’altro, per sua natura, un pallone aerostatico è leggero, ed è improbabile che faccia grossi danni in superficie. Nel mancato abbattimento allora hanno forse giocato due fattori. Primo, la certezza di poter cogliere i cinesi in flagranza, e secondo la tranquillità di poterlo fare in qualunque momento. Probabilmente nella decisione del Pentagono ha anche giocato una conoscenza dei dettagli del pallone molto maggiore di quella rivelata.


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Una Grand strategy italiana? Camporini legge il vertice Tajani-Crosetto


fUna visione univoca, sinergica e continuativa nel tempo per assicurare un’azione coerente del Paese nel lungo periodo per affrontare le tante sfide strategiche internazionali. È l’obiettivo prefissato al tavolo Esteri-Difesa, il primo dell’era Giorgia Me

fUna visione univoca, sinergica e continuativa nel tempo per assicurare un’azione coerente del Paese nel lungo periodo per affrontare le tante sfide strategiche internazionali. È l’obiettivo prefissato al tavolo Esteri-Difesa, il primo dell’era Giorgia Meloni, che ha visto il confronto tra i ministri responsabili, Antonio Tajani e Guido Crosetto. Una iniziativa che si è posta lo scopo di approfondire insieme le tematiche di comune interesse per cui è necessaria un coordinamento tra Difesa e diplomazia. L’incontro nasce in parte sulla scia dei risultati positivi raccolti dai due ministri nel corso delle visite natalizie nei Balcani. Una dimostrazione dell’unità del governo sullo scenario internazionale. Nell’occasione si era consolidata la volontà di stringere i legami e il coordinamento tra dicasteri per favorire il raggiungimento di risultati positivi, assicurando una continuità d’azione nel tempo.

Le sfide

Tanti i temi sul tavolo, a partire dal prossimo vertice Nato di Vilnius e le problematiche legate al fianco est e sud dell’Alleanza. L’invasione russa dell’Ucraina ha infatti spostato, come necessario, l’attenzione a oriente, ma tra gli obiettivi che il governo si è posto c’è anche quello di non far dimenticare a Bruxelles le problematiche legate al meridione, strettamente legate anche alle instabilità causate dal conflitto. Per questo al tavolo si è parlato di Mediterraneo allargato e della strategia italiana per l’Africa, oltre che naturalmente l’impegno a sostegno di Kiev. Importante anche il confronto sulla prossima delibera missioni del 2023.

Una strategia per l’Italia

Per il ministro Tajani “nell’attuale contesto di crisi in Europa e alla luce dei riflessi in altre aree strategiche è essenziale uno stretto coordinamento e scambio d’informazioni tra Esteri e Difesa”. Parole a cui ha fatto eco Crosetto: “Difesa e Esteri devono muoversi all’estero insieme e nell’interesse dell’Italia”. Per il responsabile di Palazzo Baracchini “l’attuale situazione all’orizzonte è colma di sfide. Ciò impone scelte immediate, pragmatiche e, soprattutto, condivise”. Per il capo della diplomazia, dunque, il Paese deve “rafforzare la capacità di influenzare i processi decisionali politico-militari nei consessi internazionali”. “Una strada che il governo e il presidente Meloni stanno percorrendo in maniera corale”, ha aggiunto Crosetto, che ha registrato come per raggiungere l’obiettivo “occorra una visione strategica a venti trent’anni”.

La cooperazione è indispensabile

“Esteri e Difesa sono facce della stessa medaglia”, ha commentato ad Airpress il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica. “o ha naturalmente il suo compito e la sua libertà d’azione, ma è inconcepibile che la Difesa prenda decisioni senza una visione condivisa con gli Esteri”. Per il generale, troppo spesso in passato ci sono stati “rapporti molto stretti e proficui tra Palazzo Baracchini e la Farnesina a livello tecnico ma mancava un rapporto diretto tra i due ministri”. Si concordavano cose a livello operativo, “ma mancava la benedizione finale del vertice, con momenti con ministri che non si parlavano proprio, creando diverse difficoltà”.

Una consuetudine necessaria

C’è invece bisogno di una collegialità del governo, registra ancora Camporini in modo che quando ci sono tematiche precise sono tutti coinvolti e tutti remano dalla stessa parte. “L’importante di questi incontri è farli” precisa il generale, perché “una volta che si stabilisce una consuetudine, che sia formalizzata o meno è secondario”. Una previsione che non dovrebbe nemmeno essere limitata a Esteri e Difesa, ma coinvolgere il Mimit “per le parti di propria competenza” e gli altri dicasteri per le aree di loro responsabilità. “L’incontro Esteri-Difesa deve essere una cosa assolutamente di routine – conclude Camporini – in modo che da questi incontri scaturiscano direttive precise per gli organismi tecnici in modo da permettere agli operatori di lavorare con serenità ed efficacia”.


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Via libera al sesto pacchetto di aiuti per Kyiv. Roma e Parigi pronte a inviare il Samp/T


“L’Italia ha fatto ogni sforzo per dare una mano a 360 gradi”, ha dichiarato Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, in visita a Berlino, in Germania. “Stiamo lavorando con la Francia sulla difesa missilistica, siamo arrivati al nostro sesto pacchetto d

“L’Italia ha fatto ogni sforzo per dare una mano a 360 gradi”, ha dichiarato Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, in visita a Berlino, in Germania. “Stiamo lavorando con la Francia sulla difesa missilistica, siamo arrivati al nostro sesto pacchetto di aiuti”, ha continuato. “Noi ci siamo e non faremo mancare il nostro sostegno per arrivare al dialogo. Aiutare l’Ucraina per portare gli attori al tavolo. Sarà a Kiev prima del 24 febbraio”, ha annunciato. Il sesto pacchetto è stato pubblicato oggi in Gazzetta Ufficiale: si tratta di un decreto del ministro della Difesa data 31 gennaio 2023. L’allegato con i dettagli delle forniture è secretato, come accaduto per i cinque decreti precedenti approvati dal governo Draghi.

Oggi pomeriggio Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha avuto un colloquio telefonico con Sébastien Lecornu, ministro francese delle Forze armate. Oggetto della telefonata, sulla scia della visita a Roma del ministro francese, il sostegno militare fornito dai due Paesi all’Ucraina. I due ministri, si legge in una nota, hanno definito gli ultimi dettagli tecnici tra Italia e Francia per la consegna all’Ucraina, nella primavera 2023, del sistema di difesa antiaerea Samp/T, il primo sistema anti-missile europeo di fabbricazione italo-francese che consentirà all’Ucraina di difendersi dagli attacchi dei droni, missili e aerei russi, proteggendo una parte cospicua del territorio ucraino.

“La fornitura di tale sistema risponde all’emergenza espressa da Oleksii Reznikov, ministro ucraino della Difesa, ai suoi omologhi francese e italiano, di proteggere le popolazioni e le infrastrutture civili dagli attacchi aerei russi”, recita la nota. “L’Ucraina ha anche acquisito un sistema radar dalla Francia al fine di rafforzare l’efficacia del sistema antiaereo Samp/T che Roma e Parigi forniranno congiuntamente. La consegna di questo sistema integra il sostegno già fornito da Italia e Francia per quanto riguarda la difesa aerea e ambiti ad essa correlati. I ministri, italiano e francese, hanno inoltre ribadito la loro determinazione a proseguire il sostegno all’Ucraina a favore della difesa della sua sovranità e della sua integrità territoriale di fronte all’aggressione russa”, conclude la dichiarazione.


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#laFLEalMassimo – Episodio 81 – Istruzione Merito e Pari Opportunità


Bentornati alla FLE al Massimo, si avvicina l’anniversario dell’invasione Russa ai danni del popolo Ucraino e questa rubrica continua ad manifestare in apertura sostegno al paese aggredito e condanna per l’aggressore. Venendo al nostro paese ha fatto disc

Bentornati alla FLE al Massimo, si avvicina l’anniversario dell’invasione Russa ai danni del popolo Ucraino e questa rubrica continua ad manifestare in apertura sostegno al paese aggredito e condanna per l’aggressore.

Venendo al nostro paese ha fatto discutere l’ipotesi avanzata dal ministro per l’istruzione ed il merito di un trattamento differenziato dei docenti che lavorano nelle aree del paese dove il costo della vita è più elevato.

Premesso che in astratto non si tratta di un’idea peregrina e che là dove i mercati funzionano correttamente e non vi sono distorsioni le retribuzioni dovrebbero muoversi nella direzione indicata dal ministro in una rubrica che parla di libertà personale appare opportuno fare qualche passo indietro e porsi alcune domande in prospettiva.

Ma il merito che è stato introdotto nel nome del ministero ha qualche importanza oppure viene menzionato solo per strizzare l’occhio a una parte (peraltro minoritaria a mio avviso) dell’elettorato di riferimento per la maggioranza di governo?

Se mettiamo mano alla retribuzione di alcuni dipendenti pubblici non sarà il caso di prendere in considerazione anche l’ipotesi di premiare chi fa di più e meglio? Se invece ci vogliamo concentrare sulle pari opportunità e dunque offrire a chi lavora in aree diverse del paese le stesse condizioni di partenza, perché limitarsi ai professori? Cos’anno di speciale a parte essere un gruppo di elettori che si muove in modo coordinato?

La risposta soffia nel vento è la verità sconveniente è che in un paese culturalmente corporativo e al più socialista premiare il merito non interessa a nessuno perché in modo diretto o indiretto implica punire o evidenziare il demerito e la negligenza un prospettiva tabù che tutti i partiti politici rifuggono come la kriptonite per il Supereroe per antonomasia.

Non sia mai che si guardi alla scuola e all’insegnamento come un servizio da garantire agli studenti, anche per favorire il funzionamento di un ascensore sociale bloccato da tempo, il focus è sempre sugli interessi di chi nella scuola lavora e mai su quelli che da questa istituzione dovrebbero apprendere gli strumenti per orientarsi in un mondo sempre più complesso.

Discorso complicato che approfondiremo nelle prossime puntata dalla FLE al Massimo

Slava Ukraïni!

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Scuola di liberalismo 2023: “Liberi di scegliere”, intervista ad Andrea Cangini


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Competenze tech per l’aeronavale. Il nuovo centro della GdF secondo Cioffi


In un periodo che vede nuovamente al centro il dominio marittimo e l’Aeronautica festeggiare il suo centesimo anniversario, arriva un nuovo alleato per gli equipaggi delle operazioni aeronavali della Guardia di Finanza (GdF): una piattaforma per l’addestr

In un periodo che vede nuovamente al centro il dominio marittimo e l’Aeronautica festeggiare il suo centesimo anniversario, arriva un nuovo alleato per gli equipaggi delle operazioni aeronavali della Guardia di Finanza (GdF): una piattaforma per l’addestramento che fa affidamento sull’impiego delle tecnologie disruptive e sulle collaborazioni con l’industria della Difesa, per integrare aeromobili e sistemi di missione virtuali, in modo da favorire l’interoperabilità sul campo di battaglia. Si tratta del primo Centro di simulazione di operazioni aeronavali della Guardia di Finanza, inaugurato alla base di Pratica di Mare, alle porte di Roma. Un progetto frutto delle sinergie tra le competenze operative del Corpo e i servizi ad alta tecnologia di Leonardo. La nuova struttura rappresenta un vero e proprio esempio di integrazione di tecnologie all’avanguardia in uno stesso ambiente virtuale, in modo da permettere di riprodurre accuratamente gli elicotteri e aerei della società di piazza Monte Grappa in dotazione alla Guardia di Finanza, impiegati per i più svariati compiti operativi. A questi, oltre al centro di comando a terra per il coordinamento delle operazioni, si aggiungono un simulatore di scenario, realizzato sempre da Leonardo, in grado di riprodurre l’ambiente in cui operano mezzi e personale in modo cooperativo; e un simulatore di plancia di una nave, sviluppato in sinergia con Cetena (Fincantieri), che permette di integrare anche la presenza di unità di superficie in ambiente marittimo. Della natura del nuovo centro e del valore aggiunto che potrà portare al sistema-Paese, ne abbiamo parlato con il direttore generale di Leonardo, Lucio Valerio Cioffi.

Di che cosa si occuperà il nuovo Centro di simulazione di operazioni aeronavali?

Il nuovo centro rappresenta un ambiente virtuale unico che garantisce l’addestramento efficace e sicuro degli equipaggi nell’impiego di aeromobili e sistemi di missione nell’ambito di scenari complessi. Grazie all’impiego di avanzate capacità di simulazione, il personale verrà addestrato in un ambiente in grado di replicare, con elevato realismo, il livello di interoperabilità rappresentato dagli scenari multidominio, attuali e futuri, nei quali il dispositivo aeronavale della Guardia di Finanza è chiamato a svolgere i propri compiti istituzionali di sicurezza, sorveglianza, pattugliamento e salvataggio.

Quali sono le principali tecnologie innovative che caratterizzano il nuovo Centro?

Nello specifico, i sistemi di simulazione di tipo “mini motion”, introdotti per la prima volta in assoluto, comprendono Enhanced training device (Etd e-Motion) degli elicotteri AW169 e AW139 e dei velivoli P-72B di Leonardo, pienamente rappresentativi delle prestazioni, dell’avionica e dei cockpit degli aeromobili. Non solo, sono in grado di fornire agli equipaggi anche un’adeguata e realistica risposta “fisica”, grazie agli efficaci attuatori integrati sulle piattaforme. Alla formazione dei piloti si aggiunge poi quella degli specialisti, addetti alla gestione dei sistemi di missione Airborne tactical observation and surveillance (Atos) di Leonardo per le piattaforme AW139 e P-72B, e degli operatori al verricello di recupero in cabina, con un ambiente di realtà virtuale altamente immersivo, dedicato alle missioni di ricerca e soccorso. Stiamo inoltre mettendo a fattor comune, nell’ottica One company, le tecnologie distintive nel campo della simulazione e training inizialmente disseminate nelle Divisioni.

A livello europeo il nuovo centro rappresenta un unicum. Che impatti avrà questa nuova realtà sulla proiezione internazionale del Paese?

La Guardia di Finanza è pronta a diventare con questo centro un modello di riferimento con una soluzione di addestramento tecnologicamente all’avanguardia, cui potranno guardare con estremo interesse le forze di sicurezza di tutto il mondo.

Naturalmente, il contributo del comparto industriale è stato indispensabile. Qual è stato, nel dettaglio, il ruolo di Leonardo nella realizzazione del Centro?

Lo sviluppo è stato avviato alla fine del 2020, sulla base delle specifiche della Guardia di Finanza e abbiamo messo in campo in poco tempo le più avanzate e innovative tecnologie di Leonardo in ambito training and simulation, un settore su cui negli ultimi anni abbiamo puntato molto. Come anticipato, abbiamo contribuito con i sistemi di simulazioni delle nostre piattaforme e sistemi di missione di cui si è dotata negli ultimi anni la Guardia di Finanza. Non solo, abbiamo contribuito anche all’adeguamento dell’hangar ‘L’ della base di Pratica di Mare e oggi il centro di addestramento della Guardia di Finanza è pienamente inserito nel network delle nostre training academy, con standard addestrativi di livello internazionale.

Leonardo ha ormai un consolidato expertise nel campo dell’addestramento delle forze aeree. Oltre al nuovo Centro c’è, per esempio, la Ifts di Decimomannu dell’Aeronautica. Come crede possa evolvere questa competenza specifica del Gruppo?

L’International flight training school (Ifts) è il frutto della collaborazione strategica tra l’Aeronautica militare e Leonardo per la realizzazione di un centro avanzato di addestramento al volo per i piloti militari delle aeronautiche di tutto il mondo. Grazie al nuovo campus di Decimomannu, l’Italia potrà essere il riferimento internazionale per il training dei piloti militari destinati a volare sui caccia di prima linea. Si tratta di un nuovo modello di formazione e addestramento, già scelto da altri Paesi quali Qatar, Giappone, Germania e Singapore. Un progetto che fa leva sull’expertise e le più che consolidate tradizioni dell’Arma Azzurra nel settore dell’addestramento al volo militare, e sull’eccellenza tecnologica di Leonardo rappresentata dal sistema integrato di addestramento basato sull’M-346. Un ruolo-chiave lo gioca anche l’innovativa tecnologia Lvc (Live, virtual and constructive), che consente agli allievi di interagire, attraverso il simulatore, con i piloti in volo nell’ambito della stessa missione addestrativa. Un ambiente di simulazione integrato quindi dove reale e virtuale si fondono in un unico scenario operativo. I piloti sugli aerei vedono sulle loro visiere ciò che i piloti sui simulatori vedono sui propri monitor a terra. Con la riproduzione di scenari complessi è possibile simulare operazioni che coinvolgano fino a dieci aerei tra forze amiche e nemiche che interagiscono come se stessero tutti volando nello stesso cielo. Definirla realtà aumentata è, pertanto, quasi riduttivo.

In che modo il nuovo centro si inquadra nella politica industriale della società?

Il miglioramento costante nell’approccio al cliente, attraverso una forte spinta allo sviluppo commerciale, un consolidamento delle attività di customer support e un ampliamento dell’offerta di servizi di addestramento, rappresenta uno dei punti-chiave della nostra politica industriale. Al cui interno si inquadra la crescente importanza delle attività di training portate avanti dall’azienda, che fanno di Leonardo un player mondiale nei servizi professionali di addestramento civile e militare per piloti, operatori di bordo e manutentori, di aeromobili ad ala fissa ed ala rotante.


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Da Enzo Tortora a Enzo Carra, l’esibizione dell’imputato in ceppi


La morte di Enzo Carra mi ha imposto di andare a rivedere le immagini in cui, portavoce dell’ex segretario democristiano Arnaldo Forlani, nel marzo del ’93 fu condotto in schiavettoni nell’aula del tribunale di Milano. Rivista trent’anni dopo, è una foto

La morte di Enzo Carra mi ha imposto di andare a rivedere le immagini in cui, portavoce dell’ex segretario democristiano Arnaldo Forlani, nel marzo del ’93 fu condotto in schiavettoni nell’aula del tribunale di Milano. Rivista trent’anni dopo, è una foto spaventosa. Non fosse per i carabinieri, sembra un sequestrato sull’Aspromonte. A me la raccontò così: gli infilarono gli schiavettoni prima di accompagnarlo alla sfilata fra giornalisti, fotografi, cameraman in attesa lungo un corridoio. Ero l’immagine della Dc trascinata in catene e processata, mi disse. C’entra un po’ con un altro Enzo, Enzo Tortora, che dieci anni prima era stato ammanettato e offerto alle telecamere convocate per la grande occasione. Ma mentre Carra è un uomo umiliato e sgomento, Tortora stende le braccia perché le manette si vedano bene, perché si veda bene l’enormità, perché quelle manette non siano l’atto d’accusa contro di lui ma contro il potere che porta l’innocente in ceppi.

Mercoledì, l’amministrazione guidata da Giorgio Gori ha deciso di intitolare a Tortora i giardini davanti al tribunale di Bergamo, dove appena più che ventenne esordì da cronista giudiziario, ragazzetto sventato convinto che, per farne un posto migliore, il mondo andasse sgominato. La notizia mi ha un po’ commosso. Magari la targa – giardini Enzo Tortora – aiuterà qualche mio giovane erede della stampa bergamasca a
comprendere presto, prima di quanto ci sia voluto a me, che la sacralità della giustizia risiede nel dovere di impedire che si faccia ingiusta. E forse alla memoria di Carra basterebbe gli fosse intitolato anche solo un alberello.

La Stampa

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Presentazione del libro “La torre di Ermengarda” di Maria Teresa Guerra


Mercoledì 8 febbraio, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, si terrà la presentazione del libro “La torre di Ermengarda” di Maria Teresa Guerra. Sarà presente l’autrice. L'articolo Presen

Mercoledì 8 febbraio, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, si terrà la presentazione del libro “La torre di Ermengarda” di Maria Teresa Guerra.

Sarà presente l’autrice.

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Parte la scuola di liberalismo, Chiude Cassese – quotidiano.net


Anche quest’anno, col titolo “Liberi di scegliere”, la Fondazione Luigi Einaudi darà vita alla Scuola di liberalismo. Una quindicina di lezioni, dal 16 febbraio al 25 maggio, cui sarà possibile assistere in presenza a Roma, o via zoom. Per informazioni o

Anche quest’anno, col titolo “Liberi di scegliere”, la Fondazione Luigi Einaudi darà vita alla Scuola di liberalismo. Una quindicina di lezioni, dal 16 febbraio al 25 maggio, cui sarà possibile assistere in presenza a Roma, o via zoom. Per informazioni o per iscriversi: www.fondazioneluigieinaudi.itscuola-di-liberalismo. Aprirà i lavori il professor Lorenzo Infantino con una lezione sui “Limiti della conoscenza e la libertà individuale di scelta”, li concluderà il professor Sabino Cassese (nella foto). “Mai come oggi – spiega Andrea Cangini, segretario generale della Fondazione Einaudi – si avverte il bisogno di rinsaldare quei principi liberali su cui si fonda lo Stato di diritto”.

Quotidiano.net

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Differenziata


Inutile girarci attorno: il regionalismo differenziato è un pasticcio insensato che non potrà mai funzionare. In queste ore non prende forma, ma ulteriormente sforma la Costituzione che la sinistra scassò nel 2001. E non è una questione di parti politiche

Inutile girarci attorno: il regionalismo differenziato è un pasticcio insensato che non potrà mai funzionare. In queste ore non prende forma, ma ulteriormente sforma la Costituzione che la sinistra scassò nel 2001. E non è una questione di parti politiche, tanto che la destra odierna reclama l’applicazione di una (pessima) riforma che fece la sinistra. Semmai si tratta di parti in commedia, di chi vuol recitare la parte dell’autonomista senza disporre di cultura dell’autonomia. Non stiamo parlando di centralismo e regionalismo, ma di propagandismo privo di realismo.

Tutto si muove nel vago e nell’approssimativo. L’autonomia differenziata può <<riguardare una o più materie, o più ambiti di materie>>. Come giocare a mosca cieca. L’ancoraggio di chi pensa di compensare e mitigare sarebbero i Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni da fornire ai cittadini, ma la loro fissazione è rimandata a un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri e il loro finanziamento resta materia da seduta spiritica. Come se non si potesse partire dal disastro della regionalizzazione sanitaria, che ha distrutto il sistema sanitario nazionale, ha trasformato le regioni in enti sanitari che destinano a quello l’80% della spesa, generato debiti nascosti sotto i tappetini regionali (fin quando non si sarà costretti a contabilizzarli nel debito pubblico nazionale, e saranno dolori seri) e creato cittadini con sanità funzionante e cittadini senza. Una volta negoziata la differenziata regionale, diversa regione per regione, quell’assetto resta fermo per 10 anni, può essere disdetto un anno prima della scadenza, altrimenti resta tacitamente rinnovato. Come fosse un rapporto fra diverse statualità e non un’articolazione del medesimo Stato, nel qual caso non avrebbe senso questa bislacca regola. Il tutto finanziato con il trattenimento in sede regionale di quote crescenti della fiscalità generale. Ovvero il fallimento culturale dell’autonomia.

Ove fosse una cosa seria partirebbe capovolgendo proprio questo assunto: l’amministrazione centrale fa scendere le proprie pretese fiscali, tagliando la spesa e liberandosi di competenze, sicché toccherebbe alla mano che domani spenderà adoperarsi per incassare, imponendo tributi. Autonoma è solo la mano che spende i soldi che incassa dai cittadini, non quella che reclama parte dei soldi che ai cittadini sono tolti da altri. Altrimenti si crea un caos fiscale in cui io contribuente non so mai chi è che mi sta portando via soldi e perché. Ove la mano fosse la stessa potrei decidere, alle prossime elezioni, se stringerla o mozzarla. Invece me le trovo alleate nel prelevare, litigiose nello spartire e nascoste nel risponderne. Questo non è autonomismo, questa è una classe differenziale di partitanti parolai.

Questa minestra riscaldata senza mai essere stata cucinata e che non potrà mai essere digerita può consentire, come folkloristicamente già si vede, a una regione di stabilire che in quella non si può mettere meno di 4 a scuola, che, se non altro, rivela quale reale timore affligge gli astanti. Ed è facile prevedere, come per la spazzatura, che ci sarà qualche posto in cui la differenziata sarà presa seriamente, mentre in altri si butterà tutto nell’indifferenziata. Anche perché alla prima crisi, al primo problema per affrontare il quale mancano i soldi il presidente regionale della differenziata reclamerà l’intervento dello Stato, per metterci una toppa e sganciare altri quattrini. Un trionfo d’irresponsabilità fiscale e confusione istituzionale.

Ergo: possono fare quel che credono, mediare fra impostazioni e modelli opposti, portare a casa la bandiera già smandrappata e, come la sinistra del 2001, scassare senza pagare i danni, ma resta sicuro che questa roba non potrà mai funzionare. Sarà solo l’ennesimo capitolo del propagandismo senza cultura dell’autonomia, i cui scarti finiranno nel mucchio dell’indifferenziata raccolta d’orrori legislativi. O, meglio, non se ne farà nulla.

La Ragione

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Dal Consiglio Ue oltre mezzo miliardo per l’Ucraina. Il settimo pacchetto aiuti


Un settimo pacchetto di aiuti del valore di mezzo miliardo di euro e lo stanziamento di 45 milioni per sostenere le attività di formazione della missione di assistenza militare dell’Unione europea (Eumam Ucraina). Così, in vista del vertice di domani tra

Un settimo pacchetto di aiuti del valore di mezzo miliardo di euro e lo stanziamento di 45 milioni per sostenere le attività di formazione della missione di assistenza militare dell’Unione europea (Eumam Ucraina). Così, in vista del vertice di domani tra l’Unione europea e l’Ucraina – il primo dalla concessione dello status di Paese candidato all’Ucraina –, il Consiglio dell’Ue ha adottato delle nuove misure per lo Strumento europeo per la pace (Epf), in modo da fornire ulteriore assistenza militare alle Forze armate ucraine.

Bruxelles a sostegno di Kiev

Si tratta di misure che mandano un messaggio chiaro e inequivocabile a detta dell’alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell: “Continueremo a sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario”. Grazie ai nuovi fondi “l’Ucraina dovrebbe ricevere tutte le attrezzature militari necessarie e la formazione militare di cui ha bisogno per difendere il proprio territorio e la sua popolazione dalla guerra di aggressione della Russia”, ha continuato Borrell. Quest’ultima decisione porta alla cifra record di 3,6 miliardi il contributo totale dell’Ue all’Epf in favore dell’Ucraina. Con gli ultimi fondi allocati, si vogliono fornire le attrezzature non letali necessarie, oltre a tutti i servizi collegati alle attività di formazione. Saranno infatti 15 mila i nuovi soldati addestrati grazie all’Eumam.

I passi precedenti

Quello odierno è il settimo pacchetto di aiuti in favore delle forze ucraine nella cornice dell’Epf, i precedenti erano stati stanziati l’anno scorso: il 28 febbraio, il 23 marzo, il 13 aprile, il 23 maggio, il 21 luglio e il 17 ottobre. Proprio al 17 ottobre risale inoltre la decisione di istituire l’Eumam Ucraina per la durata di due anni. Una missione che cerca di rispondere alle richieste avanzate dal Paese invaso all’alto rappresentante, per garantire alle forze ucraine una formazione militare individuale, collettiva e specializzata, nonché un miglior coordinamento della formazione fornita da Paesi diversi.

Prossimo vertice Ue-Ucraina

Al momento la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si trova in Ucraina con altri 15 membri del collegio dei commissari dell’Ue. Pronta a incontrare domani il presidente Volodymyr Zelensky, e alcuni membri del governo del Paese insieme al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in occasione di quello che sarà il 24esimo vertice tra Ue-Ucraina, ma il primo da quando il Paese ha ottenuto lo status di Paese candidato all’Unione europea lo scorso giugno, pochi mesi dopo la presentazione della domanda di adesione. Al centro del vertice si discuterà il percorso di adesione del Paese, ma non solo, all’ordine del giorno si prevede di affrontare anche la sicurezza alimentare internazionale e la cooperazione sui temi della ricostruzione e dell’assistenza, nonché nei settori dell’energia e della connettività sempre più strategici sul piano internazionale.

Strumento europeo per la pace

L’European peace facility, istituito a marzo 2021, è un fondo fuori bilancio atto a consolidare la capacità europea di prevenire i conflitti, costruire la pace e rafforzare così la sicurezza internazionale sostituendo e ampliando gli strumenti precedenti quali Athena. Nel periodo 2021-2027 il massimale finanziario di cui può disporre il fondo ammonta a circa 5,7 miliardi di euro, con un massimale annuo che è passato da 420 milioni di euro nel 2021 a oltre un miliardo nel 2027, determinato anche da un criterio di ripartizione fondato sul reddito nazionale lordo di ogni Paese. L’Epf, atto a rafforzare le capacità militari europee, si basa su due pilastri: operazioni, con cui vengono finanziati i costi delle missioni nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune (Psdc); e assistenza, per finanziare l’azione Ue in favore di Paesi terzi e organizzazioni.


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Cooperazione, difesa e jet. Si consolida il dialogo Italia-Giappone


Un’occasione per consolidare la partnership tra Italia e Giappone e dare continuità al dialogo nel settore della Difesa. È stato questo il cuore dell’incontro tra Guido Crosetto, ministro della Difesa italiano, e Atsuo Suzuki, vice ministro della Difesa g

Un’occasione per consolidare la partnership tra Italia e Giappone e dare continuità al dialogo nel settore della Difesa. È stato questo il cuore dell’incontro tra Guido Crosetto, ministro della Difesa italiano, e Atsuo Suzuki, vice ministro della Difesa giapponese. L’obiettivo era potenziare ulteriormente il dialogo già esistente tra Roma e Tokyo e la collaborazione bilaterale tra Forze armate. Capitolo importante, naturalmente, è quello della collaborazione italo-giapponese, insieme al Regno Unito, sul caccia di sesta generazione Global combat air programme (Gcap).

DIREZIONE TOKYO

L’incontro, inoltre, ha preceduto il programmato viaggio del ministro italiano in Giappone. Come raccontato in precedenza su Formiche.net, potrebbe essere parte di un più ampio viaggio asiatico con tappa anche in Indonesia per incontrare l’omologo Prabowo Subianto, dal quale era giunto, in occasione del bilaterale di dicembre a Roma, “l’apprezzamento per l’impegno dell’Italia nell’attuale quadro geostrategico e per le sue eccellenze tecnologiche”.

IL RUOLO DI ROMA

L’incontro odierno conferma da una parte il crescente attivismo di Tokyo sul piano internazionale, e dall’altra riconosce al nostro Paese un ruolo centrale nella relazione sempre più stretta tra il Giappone e l’Occidente. Del resto, durante il suo tour euro-americano di inizio anno, Fumio Kishida, primo ministro giapponese, ha incontrato a Roma Giorgia Meloni, presidente del Consiglio. Un vertice che era servito a elevare le relazioni italo-nipponiche a “partenariato strategico”, prevedendo anche un meccanismo di consultazioni bilaterali Esteri-Difesa che dovrebbe riunirsi per la prima volta nel corso di quest’anno, come riportato su Formiche.net in precedenza.

IL JET DI SESTA GENERAZIONE

Il programma Gcap “può rappresentare un volàno importante per i rapporti commerciali ed economici tra Roma e Tokyo”, ha spiegato il ministro Crosetto in una recente intervista a Formiche.net. “Avrà importanti ricadute sui settori produttivi, anche in ambito civile, e sui settori di ricerca e sviluppo”. Il progetto prevede lo sviluppo di un sistema di sistemi integrato per il combattimento aereo, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso e provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione alla penetrazione in profondità, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Gcap di essere multidominio fin dalla sua concezione, progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

IL RUOLO DELLE INDUSTRIE ITALIANE

Di recente, inoltre, il team italiano di aziende che partecipa al programma internazionale, composto da Leonardo, in qualità di partner strategico, Elettronica, Avio Aero e Mbda Italia, ha siglato un accordo per il supporto all’azione del ministero della Difesa e per l’avvio della seconda fase di sviluppo del sistema, quella di concept & assessment, e nelle attività di dimostrazione del programma. A livello internazionale, quindi, le realtà industriali potranno collaborare alla pari allo sviluppo delle tecnologie insieme ai rispettivi campioni del Giappone, come Mitsubishi Heavy Industries, IHI Corporation e Mitsubishi Electric, e del Regno Unito, Bae Systems, Rolls-Royce, e le divisioni Uk di Leonardo e Mbda.


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Scuola di Liberalismo 2022 – Messina: lezione di Eugenio Guccione sul tema “Battaglie per la libertà”


Undicesimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta pr

Undicesimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articola in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La undicesima lezione si svolgerà giovedì 2 febbraio, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta dal prof. Eugenio Guccione (già Ordinario di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università di Palermo), che relazionerà sull’opera “Battaglie per la libertà” di Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano nel 1919 e, in generale, una delle figure più influenti e lungimiranti del panorama politico, culturale e sociale del Novecento italiano.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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Il caso Donzelli e il rimpianto del Parlamento di Luigi Einaudi


Ci sono gli epifenomeni: la grossolanità dell’accusa, la delegittimazione dell’avversario, la diffusione di informazioni riservate, la ricerca di un diversivo mediatico, la mancata comprensione del senso profondo di quel “sindacato ispettivo” che compete

Ci sono gli epifenomeni: la grossolanità dell’accusa, la delegittimazione dell’avversario, la diffusione di informazioni riservate, la ricerca di un diversivo mediatico, la mancata comprensione del senso profondo di quel “sindacato ispettivo” che compete al parlamentare… Gli epifenomeni ci sono tutti, sono piuttosto clamorosi e giornalisticamente gustosi. Non sorprende, dunque, che su questi verta il dibattito pubblico e politico. Dispiace, però, che del fenomeno ci si occupi poco o nulla. Il fenomeno cui va ascritta la vicenda Donzelli è presto detto e riguarda tutti. Potremo definirlo così: la perdita di senso del Parlamento. Cioè delle istituzioni, cioè della democrazia, cioè della politica. La politica intesa come arte della mediazione.

Facciamo un balzo all’indietro nella storia per capire di cosa stiamo parlando. Il 12 maggio 1948, dopo aver giurato come presidente della Repubblica, Einaudi prese la parola davanti al parlamento riunito in seduta comune. Un discorso asciutto, denso, pragmatico come nel temperamento dell’oratore. Tra le altre cose, Luigi Einaudi disse: “Nelle vostre discussioni, signori del parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v’è una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non poter più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto e ad accedere, facendola propria, all’opinione di uomini più saggi di noi”.

Il parlamento come luogo del dibattito. Il parlamento come il luogo in cui, appunto, ci si parla. E naturalmente ci si ascolta. Ci si parla per trasferire agli altri conoscenze, sensibilità e punti di vista nella speranza di convincere chi ascolta della bontà delle proprie posizioni.

Ebbene, quel parlamento non esiste più. O meglio: esiste, ma ha perso di senso. E non solo perché, da decenni e in forma crescente, i governi ne hanno usurpato le prerogative costituzionali abusando della decretazione d’urgenza e dalla questione di fiducia. Il parlamento ha perso di senso perché, nell’era dei social, delle affermazioni icastiche e del narcisismo esasperato, nessuno è più disposto ad ascoltare. I leader entrano in aula nel momento in cui devono intervenire, parlano solo per poter poi postare sui social i loro interventi, si rivolgono idealmente non ai parlamentari ma alle rispettive tifoserie, e non appena finiscono di parlare se ne vanno. Lo fanno i leader, e sempre più spesso lo fanno anche i gregari. Lo ha fatto anche il meloniano Giovanni Donzelli quando, nell’aula di Montecitorio, ha accusato alcuni parlamentari del Pd di collusione con mafiosi e terroristi. Ma a dare scandalo, nonché, possibilmente, a offrire motivo di riflessione, non dovrebbero essere solo le sue infelici parole.

Huffington Post

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Addio, Enzo, uomo perbene


È stato un eccellente giornalista e un politico perbene, la cui immagine pubblica risultò indelebilmente macchiata dalla gogna mediatica cui fu sottoposto, in manette, ai tempi della furia giustizialista di Mani Pulite. Non si lasciò abbattere. Mantenne i

È stato un eccellente giornalista e un politico perbene, la cui immagine pubblica risultò indelebilmente macchiata dalla gogna mediatica cui fu sottoposto, in manette, ai tempi della furia giustizialista di Mani Pulite. Non si lasciò abbattere. Mantenne il buon umore e la curiosità allora, così come li mantenne negli ultimi mesi di convivenza con la malattia. Enzo Carra era un amico personale di molti di noi ed era un amico della Fondazione Luigi Einaudi. Ai suoi familiari le nostre più sentite condoglianze.

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Casona in Canada


Ricordate il Ceta, l’imminente rovina per l’Italia, il selvaggio attacco alle nostre eccellenze? Se lo avete dimenticato condividete la colpa di chi non ricorda le cretinate e consente che si continui con le cretinerie. Se lo ricordate, godetevi il risult

Ricordate il Ceta, l’imminente rovina per l’Italia, il selvaggio attacco alle nostre eccellenze? Se lo avete dimenticato condividete la colpa di chi non ricorda le cretinate e consente che si continui con le cretinerie. Se lo ricordate, godetevi il risultato: dal 2017, data della firma dell’accordo fra Canada e Unione europea, le esportazioni italiane verso il Canada sono aumentate complessivamente del 36.3%, quelle dell’ortofrutta trasformata dell’80%, del 35% per il lattiero caseario e del 24% per vino e bevande. Alla grande. Il tutto con quell’accordo solo provvisoriamente (dal 2017) in vigore, visto che non lo abbiamo ancora ratificato, timorosi che qualcuno riscateni la buriana ottusa e dannosa per gli interessi nazionali. Sia detto chiaramente: i favorevoli al Ceta e agli scambi internazionali facilitati difendono gli interessi italiani, i contrari li offendono, considerandoli inferiori e perdenti. I risultati parlano da soli, a dispetto delle propagande distruttive e antieuropee.

La Ragione

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Senza pace


C’è un solo modo per fermare la guerra: chiarire ai russi che non potranno mai vincerla. Anche la comparsata sanremese aiuta, non perché serva a convincere qualche italiano, ma perché dimostrerà ai russi che qui non si molla. Anche per ragioni di convenie

C’è un solo modo per fermare la guerra: chiarire ai russi che non potranno mai vincerla. Anche la comparsata sanremese aiuta, non perché serva a convincere qualche italiano, ma perché dimostrerà ai russi che qui non si molla. Anche per ragioni di convenienza, di cui si deve parlare senza reticenze. Quindi partiamo da noi, dai sondaggi, dagli svarioni con cui raffiguriamo noi stessi. Adesso ci raccontiamo che molti, forse la maggioranza degli italiani sono contrari all’invio di armi all’Ucraina. In Germania poco più della metà favorevoli all’invio dei carri
armati. Ma noi abbiamo votato da poche settimane, a guerra già aperta da mesi, e la grande maggioranza dei voti è stata raccolta da partiti che non solo non nascondevano, ma menavano (giustamente) vanto degli aiuti agli ucraini, anche fornendo armi. Il governo Draghi poté contare sull’aiuto dell’opposizione, come oggi capita al governo Meloni.

Significa che si verifica una preziosa convergenza, in nome degli interessi nazionali. Come è possibile che gli stessi che votarono in questo modo, poi sarebbero orientati in senso opposto? La prima spiegazione è che i sondaggi non sono affatto obiettivi e il modo in cui si seleziona il campione e pongono le domande è decisivo. Se mi chiedono: sei per la pace? Ovvio che rispondo affermativamente. Far tacere le armi? Certamente. Ma non ho detto niente e non mi hai fatto domande sensate. Chiedimi se penso di darla vinta a un invasore come Putin. A parte i sondaggi, che indirizzano più che sondare, c’è la realtà. Si vede a occhio nudo la stanchezza per la guerra. Si colgono subito le controindicazioni della sovraesposizione di Zelensky. E credo che a questa ampia fetta di opinione pubblica vada data un’indicazione chiara: noi vogliamo il negoziato e il cessate il fuoco, vogliamo al più presto tornare alla normalità commerciale ed è proprio per questo, coerentemente con questo che abbiamo inviato, inviamo e invieremo armi agli ucraini.

Le armi sono essenziali per avere la pace, giacché non ci sarà mai pace fin quando Putin non prenderà atto di avere perso. Ma non si può dargli qualche cosa, un pezzo di terra, una provincia, e farla finita? Chiedono i pacifisti non in pace con la storia e la coscienza. No, non si può. Non è che non voglia Zelensky, non lo vogliono gli ucraini e non conviene a noi. Cedere ci farebbe perdere sicurezza, porterebbe la minaccia alle porte di casa e siccome non sarebbe mai accettato da chi è già stato torturato, violentato e massacrato, che lo vivrebbe come un
tradimento, significherebbe pure garantirsi qualche decennio di terrorismo. No, questa è un’alternativa che non ha nulla di pacifico. Putin ha lungamente lavorato aiutando e foraggiando i nazionalisti europei, ribattezzati “sovranisti”. Ora li ha persi, la sua unica sponda in Occidente sono gli antioccidentali travestiti da pacifisti, per questo vanno affrontati a viso aperto, perché fin quando penserà di potere spaccare l’Occidente proverà a resistere sterminando.

La sua sconfitta è già certificata dalla fine del neutralismo, dalla corsa verso la Nato di Paesi prima estranei. Putin ha lui provocato quel che diceva di volere combattere. Ma continuerà fin quando penserà di potere strappare qualche cosa. Chi vuole la pace, quindi, lavori perché gli sia chiaro che non ha alcuna possibilità di vincere il conflitto. Zelensky a Sanremo è una bazzecola di cui fa specie dover parlare, ma indigna
che tanti non si rendano conto della posta: mica deve convincere qualche italiano, fra una canzone e l’altra, anche perché gli italiani hanno votato in massa chi vuole aiutare l’Ucraina, deve far vedere ai russi che non resta loro neutrale manco più il palcoscenico di Sanremo.

Il che porrà a noi il problema, poi, di salvare la Russia dal destino di vassallaggio cinese cui Putin l’ha destinata. Prima si deve conquistare la pace nel solo modo possibile: mostrandogli che ha perso la guerra. I pacifisti del “Zelensky ha stancato” aiutano la guerra a durare più a lungo.

La Ragione

L'articolo Senza pace proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

L’economia italiana cresce più del previsto: una lezione ai catastrofisti


Perché i dati sorprendenti sull’economia italiana (ma va?) ci ricordano che l’ottimista non è altro che un pessimista bene informato Ha detto ieri il Fondo monetario che la crescita italiana, nel 2023, sarà superiore alle ultime previsioni, passando da

Perché i dati sorprendenti sull’economia italiana (ma va?) ci ricordano che l’ottimista non è altro che un pessimista bene informato

Ha detto ieri il Fondo monetario che la crescita italiana, nel 2023, sarà superiore alle ultime previsioni, passando da una stima, di ottobre, pari a meno 0,2 per cento a una stima di oggi pari a più di 0,6 per cento. Ha detto quattro giorni fa Bankitalia che negli ultimi due anni l’Italia ha creato qualcosa come un milione di nuovi posti di lavoro. Ha detto pochi giorni fa l’Istat che il tasso di occupazione in Italia, pari al 60,5 per cento, non è mai stato così elevato, che la crescita delle retribuzioni contrattuali nel 2022 è stata pari a un più 1,1 per cento, che l’aumento dell’export dell’Italia verso i paesi extra Ue, nonostante la guerra, ha registrato una crescita del 20,2 per cento, che la diseguaglianza in Italia, misurata attraverso l’indice Gini, è passata dal 30,4 per cento al 29,6 per cento e che il rischio di povertà è passato dal 18,6 per cento al 16,8 per cento.

Le notizie sorprendentemente positive che da qualche tempo arrivano sulla nostra economia dovrebbero spingere i catastrofisti di professione a porsi alcune domande delicate sulla natura del pessimismo italiano. Lo psicologo canadese Laurence Peter, conosciuto per aver formulato il famoso “principio di incompetenza”‘, sosteneva che l’economista moderno è “un esperto che domani sarà in grado di spiegare perché le cose che ha predetto ieri non sono accadute oggi”. E probabilmente Laurence Peter oggi non si troverebbe a disagio nel passare in rassegna i molti profeti di sventura che negli ultimi sette mesi, prevedendo recessioni inevitabili, razionamenti ineluttabili, scontri sociali inesorabili, disoccupazioni fulminanti, hanno sottovalutato la capacità dell’Italia di prendersi cura di se stessa anche nei momenti di difficoltà. Su questo giornale sono mesi che invitiamo i lettori a non lasciarsi coinvolgere dalla narrazione catastrofista e a dedicare all’Italia reale, quella che vive nei numeri e non nelle previsioni, un’attenzione non inferiore a quella che di solito viene dedicata alla decodificazione di un’Italia percepita.

Le buone notizie, lo sappiamo, faticano a trovare spesso spazio sui grandi giornali perché molti quotidiani considerano un fatto “notiziabile” solo quando esso risponde alle cattive aspettative alimentate. E d’altronde non potrebbe che essere così: se si dedica tanta energia a costruire una domanda così forte di notizie drammatiche, offrire notizie che vanno in una direzione diversa rischia di disorientare i lettori e di mettere a rischio un’industria, come quella del catastrofismo, che da anni ormai, tra pubblicazioni, sceneggiati e casi editoriali, produce un fatturato comunque degno di nota. Quello che spesso però non viene compreso è che un giornalista che asseconda, senza farsi domande, un racconto aprioristicamente negativo dell’Italia non è un giornalista che compie in modo impeccabile il suo “scomodo” mestiere di watchdog, ma è viceversa un giornalista che sceglie di alimentare in modo scientifico e acritico una retorica che ha a sua volta delle conseguenze. anche dal punto di vista economico.

A metà gennaio, tanto per dirne una, l’Istat ha registrato un dato significativo e apparentemente contraddittorio. Da un lato, una diminuzione del clima di fiducia dei consumatori (da 102,5 a 100,9). Dall’altro un aumento del clima di fiducia delle imprese (da 107,9 a 109,1). L’Istat ha spiegato che il ripiegamento della fiducia dei consumatori non è dovuto solo al caro prezzi – anch’esso, benzina a parte, in via di miglioramento – ma è dovuto a un’evoluzione negativa delle opinioni relative alla propria situazione e a quella del paese. La valorizzazione dell’Italia percepita su quella reale ha un suo impatto questo sì recessivo e oggi forse persino Oscar Wilde avrebbe buone ragioni per correggere la sua definizione di pessimista. Wilde sosteneva che il pessimista non è nient’altro che un ottimista ben informato. I fatti di questi mesi ci dicono in modo inequivocabile che l’ottimista non è altro che un pessimista bene informato. Viva l’ottimismo.

Il Foglio

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Italia e Francia insieme per la difesa aerea dell’Ucraina


L’Italia unisce le forze con la Francia per fornire all’Ucraina il sistema di difesa aerea Samp/T e relativi missili Aster-30. La Difesa francese ha confermato la notizia di un ordine congiunto di 700 missili, inizialmente riportata da L’Opinion. Ovviamen

L’Italia unisce le forze con la Francia per fornire all’Ucraina il sistema di difesa aerea Samp/T e relativi missili Aster-30. La Difesa francese ha confermato la notizia di un ordine congiunto di 700 missili, inizialmente riportata da L’Opinion. Ovviamente non si intende che tutti e 700 i missili andranno all’Ucraina (numeri e dettagli restano riservati), ma che le riserve che saranno consegnate per difendere Kiyv saranno ricostituite nel prossimo futuro con questa nuova fornitura. Il ministro Guido Crosetto ha affermato che “i partner e gli Ucraini ne saranno felici”, in un’intervista al Financial Times.

Kiyv aveva chiesto a Italia e Francia di fornire questo sistema, tra i più avanzati al mondo, per proteggere le proprie infrastrutture critiche dai quotidiani bombardamenti missilistici russi. Nel fine settimana era arrivata la notizia della luce verde da parte dei due ministri della Difesa, Crosetto e Lecornu, che si erano incontrati a Roma.

Rimane comunque il riserbo sugli armamenti forniti all’Ucraina. Crosetto ha annunciato che il prossimo pacchetto “probabilmente” conterrà “armi di difesa contro gli attacchi missilistici russi”, ma ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli. Martedì l’omologo ucraino Oleksiy Reznikov ha detto di avere accolto con favore “i progressi sul sistema Samp/T” e un funzionario francese ha confermato che “le discussioni tecniche sono progredite notevolmente”.

L’Italia dovrebbe provvedere alla fornitura dei sistemi di lancio, mentre la Francia invierebbe i missili. Già gli Stati Uniti e la Germania hanno garantito l’invio del sistema Patriot, mentre i Paesi Bassi hanno dichiarato che sosterranno lo sforzo ucraino con due lanciatori e alcuni missili.

“L’Italia risponderà alle richieste dell’Ucraina nei limiti delle sue possibilità e dei mezzi di cui dispone”, ha dichiarato Crosetto. “Daremo tutto quello che possiamo dare senza mettere a rischio la difesa italiana”.

Riguardo al prossimo futuro Crosetto esprime dubbi sulla possibilità di colloqui di pace: “Penso che Putin sarebbe disposto a sacrificare tutti i suoi giovani uomini pur di non ritirarsi più di quanto si sia già ritirato finora”. Ma un mancato sostegno occidentale alle forze ucraine sarebbe un pericoloso segnale del fatto che i partner non sono più in grado di “garantire il rispetto delle regole internazionali”.

Che cos’è e come funziona il sistema missilistico Samp/T


formiche.net/2023/01/sistema-m…


formiche.net/2023/02/sampt-dif…

Concorsi


Per filosofare si deve prima mangiare, ma per mangiare si deve guadagnare, per guadagnare lavorare, per lavorare sapere qualche cosa. Allora l’incapacità di filosofare, intesa come mancanza del sapere, farà scarseggiare il mangiare. A quel punto resta sol

Per filosofare si deve prima mangiare, ma per mangiare si deve guadagnare, per guadagnare lavorare, per lavorare sapere qualche cosa. Allora l’incapacità di filosofare, intesa come mancanza del sapere, farà scarseggiare il mangiare. A quel punto resta solo l’elargire sovvenzioni pubbliche, ma la povertà resterà il marchio della vita di troppi. Se si presta attenzione alle condizioni della scuola si coglie un concretissimo meccanismo di distruzione pubblica. I concorsi stanno diventando un oltraggio al buon senso. Il problema sociale sarebbe quello di diffondere l’istruzione, ma il problema politico e sindacale è quello di sistemare 500mila “precari”. Termine con il quale s’identifica chi sembra stia subendo un sopruso, mentre è l’incarnazione del sopruso di chi già insegna senza mai avere vinto un concorso e che, in virtù di ciò, conta di poterlo fare per il resto della vita. Ci si occupa del posto di lavoro dell’insegnante, mentre il servizio reso agli studenti è dettaglio residuale. I 500mila sono quelli che si trovano in cattedra da tre anni, in questo momento i supplenti sono 217mila, mentre 1 milione 900mila languono nelle varie graduatorie, popolate da persone che il concorso non lo vinsero. Fra questi si conta di “stabilizzarne”, ovvero
metterne definitivamente in cattedra, qualche decina di migliaia, mediante concorsi dedicati e facilitati. Il che è illogico, perché si dovrebbe semmai fare un concorso aperto a tutti, mettendo in cattedra i più bravi, partendo dal presupposto che chi insegna da tre anni è avvantaggiato dall’esperienza. Invece gli si abbassa l’ostacolo, perché quello normale non lo supererebbe.

All’ultimo concorso per insegnanti di matematica ben il 90% dei candidati non ha superato la prova scritta. Il che spiega come mai l’Italia si trova in fondo alle classifiche europee, giocandosela solo con Romania e Bulgaria, circa le capacità matematiche degli studenti. Con la conseguenza che i figli delle famiglie più povere, economicamente e culturalmente, hanno percentuali di analfabetismo matematico quattro volte superiori a quelle di famiglie che possono permettersi aiuti privati. Nel 2017 si tenne un concorso per dirigente scolastico, i presidi di un tempo. Ora in Parlamento si discute la proposta di consentire a chi fu bocciato di seguire un corso di 120 ore per poi superare una prova facilitata e andare a spiegare agli altri come si fa a insegnare. È dovuto intervenire il Consiglio di Stato per depennare dalle graduatorie gli
“asteriscati”, vale a dire i dirigenti bocciati e inseriti cautelativamente (hai visto mai facciano ricorso) in rampa di lancio. Il che spiega perché si prova a ripescarli in Parlamento, con asteriscata solidarietà.

Il governo Draghi mise da parte 300 milioni per premiare il merito, fra gli insegnanti. Ora che il merito si trova nel nome del ministero si prova a usarli per il rinnovo contrattuale, quindi distribuirli con demerito. Il ministro dell’istruzione ha sostenuto che gli stipendi degli insegnanti possono essere differenziati per aree geografiche, ma devono esserlo per merito, specie quelli che vanno dove i risultati sono peggiori e riescono a migliorarli. In quanto alla spesa fuori dal patto di stabilità, sempre sua idea, è l’eterna illusione di chi crede che il problema siano i parametri, mentre servono a difendere dagli effetti devastanti del troppo debito venduto sui mercati. Se spegni l’allarme antincendio ottieni il silenzio, ma incenerisci la casa.

La materia viene trattata in sindacalese e giustificata in politichese, ma si traduce in una fregatura per i poveri e gli svantaggiati, che non solo si vedono sottrarre uno strumento per assicurare ai propri figli che il mangiare non divorzi dal filosofare, ma, concentrandosi nelle aree e nei quartieri meno ricchi, finiscono anche con il frequentare le scuole peggiori. Questa ciclopica ingiustizia non trova rappresentanza politica, ma
neanche culturale. Segno che i prodotti della distruzione pubblica si diffondono.

La Ragione

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Magistratura. In Sala Zonca la presentazione del libro “Non diamoci del Tu” sul Sì alla separazione delle carriere – www.vogheranews.it


Il Circolo culturale “Il Vogherese”, congiuntamente alla Fondazione Luigi Einaudi, organizza nella giornata di sabato 4 Febbraio 2023, alle ore 11 presso la sala Zonca (ingresso via Emilia angolo piazza Meardi) la presentazione del libro di Giuseppe Bened

Il Circolo culturale “Il Vogherese”, congiuntamente alla Fondazione Luigi Einaudi, organizza nella giornata di sabato 4 Febbraio 2023, alle ore 11 presso la sala Zonca (ingresso via Emilia angolo piazza Meardi) la presentazione del libro di Giuseppe Benedetto “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere”.

Alla presentazione interverranno, oltre all’autore, l’avv. Giuseppe Benedetto (Presidente della Fondazione Einaudi): Paolo Affronti, Alida Battistella, Davide Giacalone (scrittore e giornalista di RTL 102.5 e direttore del Quotidiano “La Ragione”); Fabrizio Palenzona (vice Presidente Nazionale Confcommercio e presidente Prelios SpA); e Massimiliano Annetta (avvocato penalista con studi in Firenze, Roma e Milano; docente universitario di diritto penale l’Università IUL di Firenze).

Il moderatore della presentazione sarà Nicola Affronti. L’evento è aperto a chiunque, non è prevista la prenotazione.

Il libro porta la prefazione dell’attuale Ministro della Giustizia: Carlo Nordio, che scrive. ”Che il giudice e l’accusatore siano colleghi è una singolarità tutta italiana. Un’anomalia politica e sociale che si perpetua da decenni. Questo libro evidenzia tale stortura ed auspica un cambiamento radicale del sistema giustizia, illustrando l’urgente necessità della separazione delle carriere affinché si possa raggiungere realmente l’autonomia della giurisdizione. Un rigoroso lavoro di approfondimento scientifico, una minuziosa cura della ricostruzione storica, uno scrigno di passione civile che emerge da ogni pagina, questo e tanto altro è “Non diamoci del tu.”

vogheranews.it

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Magistrati indipendenti dal Parlamento? Permettetemi di dubitare – Il Dubbio


Siamo tutti contenti e soddisfatti quando ripetiamo il mantra “la magistratura deve essere indipendente”. Ma poi è forse il caso di chiedersi: indipendente da chi e da cosa? Indipendente dall’esecutivo (cioè da governo)? Benissimo, siamo tutti d’accordo.

Siamo tutti contenti e soddisfatti quando ripetiamo il mantra “la magistratura deve essere indipendente”. Ma poi è forse il caso di chiedersi: indipendente da chi e da cosa? Indipendente dall’esecutivo (cioè da governo)? Benissimo, siamo tutti d’accordo. Per carità. Tuteliamo le vestali del diritto, anche se ci permettiamo sommessamente di osservare che in tanti Stati democratici, vedi la Francia per tutti, la pubblica accusa è alle dirette dipendenze del governo. Ma in Italia questo nessuno lo vuole!

La questione si complica un po’ quando la magistratura militante interpreta l’indipendenza come indipendenza dal Parlamento. E lì non solo chi si richiama alle liberal-democrazie dei Paesi occidentali non può essere d’accordo, ma occorre denunciare la pericolosa deriva eversiva che ne conseguirebbe rispetto ai principi costituzionali.

Il Parlamento è il luogo sacro (direbbe Einaudi) dove in una democrazia si estrinseca il volere del cittadino-elettore. Se vi fosse un corpo dello Stato che potesse agire al di fuori della volontà popolare, quello sarebbe fuorilegge. Volontà popolare che si esprime attraverso gli atti del Parlamento, cioè le leggi. Dunque, ogni corpo dello Stato, compresa la magistratura, deve osservare le leggi del Parlamento. In caso contrario, verrebbe meno lo Stato di diritto.

L’art. 101 della Costituzione dispone che “i giudici sono soggetti soltanto alle legge” e l’art. 112 sancisce l’obbligatorietà dell’azione penale. Ne deriva, ovviamente, che il Ministro della Giustizia non possa impartire direttive. Allo stesso tempo, però, ne consegue che il giudice e il pubblico ministero debbano osservare la legge come il prete segue gli insegnamenti del vangelo. Dovrebbero essere ispirati da una fedeltà assoluta verso la legge, sacra verrebbe da dire. Non è altro che un corollario del principio di divisione dei poteri: il legislativo produce le norme e il giudiziario le applica. È agevole dedurre che più il giudice si allontana dalla lettera della legge e maggiori sono i pericoli di sentenze discrezionali, ispirate più dai sentimenti e dalle opinioni personali piuttosto che dai sacri principi del diritto.

Qui giungiamo alle principali contraddizioni dei nostri tempi. La “discrezionalità giudiziaria” regna imperante, come sanno tutti coloro che entrano nelle aule dei tribunali. La Corte di Cassazione riscrive le leggi con poteri creativi e i pubblici ministeri scelgono autonomamente quali reati perseguire in via prioritaria. In tutto ciò, a fronte di una politica corresponsabile, trionfano le norme penali indeterminate, come il traffico illecito di influenze. Un reato talmente generico che ogni procura d’Italia lo riempie del significato che più le aggrada.

Dunque, a differenza di quel che pensavano i nostri Costituenti, taluni magistrati italiani non si sentono affatto soggetti alla legge. Chi parla di “lettera della legge” oggigiorno è qualificato come un temibile nostalgico del passato. Invece, come ricordato da Andrea Davola nella postfazione al mio libro “Non diamoci del tu”, la tradizione italiana del diritto pianta le sue radici nel positivismo giuridico, che trova il suo principio ispiratore proprio nell’interpretazione letterale.

Conosciamo bene il sistema anglosassone fondato sul giusnaturalismo, dove le sentenze non sono una rigida applicazione delle norme, ma sono frutto delle sensibilità politico-culturale del singolo magistrato. Ma i nostri esimi pm fanno finta di ignorare che ivi il rappresentante della pubblica accusa non solo è sotto lo stretto controllo dell’esecutivo, ma addirittura nel caso degli USA spesso viene direttamente eletto dai cittadini. Di fronte ad una prospettiva del genere alcuni pubblici ministeri minaccerebbero di darsi fuoco nella pubblica piazza, accompagnati dal coro delle prefiche del giustizialismo militante.

Ma non è finita qui, purtroppo. Alla luce di una discrezionalità giudiziaria senza alcun indirizzo del Parlamento, la ANM ha pensato bene di poter iniziare a commentare e contestare le leggi sotto il profilo strettamente politico.

Se il Parlamento intende introdurre dei criteri seri di valutazione del magistrato, la ANM pensa bene di scioperare. Se la maggioranza parlamentare ritiene che vi sia un problema di indiscriminata pubblicazione delle intercettazioni, taluni pm non esitano a mostrare la loro contrarietà. Ma a che titolo lo fanno? Sono soggetti alla legge, o adesso vorrebbero anche scriverle? Chissà cosa penserebbe Montesquieu…

Il Dubbio, 1 febbraio 2023 pag. 9

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