Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a “Start” su Sky TG 24 l’11 ottobre 2022


L’11 ottobre 2022, a partire dalle ore 10.30, il nostro Presidente Giuseppe Benedetto sarà ospite di Roberto Inciocchi a “Start” su Sky TG 24.

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Legami


Le decisioni arriveranno il 20-21 ottobre, data del Consiglio europeo. Ma la decisione più importante è già stata presa da mesi, fissando una unità politica europea che solo Orban prova a mettere in dubbio. Senza neanche lontanamente riuscirci. L’unità su

Le decisioni arriveranno il 20-21 ottobre, data del Consiglio europeo. Ma la decisione più importante è già stata presa da mesi, fissando una unità politica europea che solo Orban prova a mettere in dubbio. Senza neanche lontanamente riuscirci.

L’unità sulla risposta alla criminale invasione russa è già un fatto, fissata nelle sanzioni, negli aiuti (anche militari) agli ucraini e nella decisione tedesca di considerare North Stream 2 morto prima di nascere. Ieri è stata ribadita e rafforzata. Ci si capisce nulla, se non si parte da questo presupposto. Da qui al 20 il problema non è trovare l’unità, ma il consolidarla con altri passi. Come diversi ne sono stati fatti, dal 24 febbraio, e se ne faranno. Ciascun passo, ciascuna riconferma dell’unità, crea legàmi.

L’Unione europea è un poderoso acquirente di gas. Fin qui, essendo economicamente conveniente (ricordiamolo, altrimenti si sembra scemi) si è preferito che ciascun Paese si regoli per conto proprio nell’acquistare, salvo sottostare a regole comuni che favoriscono il consumatore, nel vendere e distribuire.

Difatti il prezzo del gas scendeva. La pioggia di telefonate che ricevevamo, con offerte sempre più vantaggiose, non era dovuta alla generosità, ma alla sana cupidigia, di cui il consumatore si giovava. La situazione è cambiata ed è ora conveniente cambiare musica.

Delle cose sono state già fatte, anche se l’informazione caciarona non agevola nel diffonderle: si è già fissata una soglia al di sopra della quale si tagliano i profitti delle società energetiche; si è stabilito un prelievo di solidarietà; si marcia verso l’acquirente unico (come per i vaccini). Ciascuna di queste cose comporta legàmi.

Difatti taluni (l’Olanda) li considera eccessivi. Saranno più stretti con il tetto al prezzo del gas, foss’anche come banda d’oscillazione. Saranno strettissimi con un eventuale fondo comune. Chi lamenta ritardi, chi frigna per la poca Europa, si ricordi che quei legàmi generano i vincoli contro cui ieri faceva dissennate campagne.

I sovranisti italocentrici (come i francocentrici, germanocentrici e via centrando) e i falsi europeisti perdenti hanno in comune la convinzione che quei legàmi siano una camicia di forza e le istituzioni europee una specie di istitutrice severa (meglio se tedesca, nella loro turpe fantasia). Balle. Non ci sono dictat, moniti, gelo. C’è il vincolo della realtà: un fondo comune ha delle regole, che puoi non accettare, ma che poi devi rispettare.

I veri difensori dell’interesse nazionale sono quanti capiscono che l’Ue siamo noi e non esiste un “noi” estraneo all’Ue. I pericolosi danneggiatori dell’interesse nazionale sono quanti non hanno il coraggio di spiegare cosa è necessario fare, quindi preferiscono dire: “lo chiede l’Europa”.

Spostano l’accento e al posto dei legàmi condivisi preferiscono chiedere: lègami, che altrimenti scivolo. Sostituiscono i legacci alla convenienza, sol perché raccontarono che si sarebbero battuti contro quello che favorisce il nostro mondo produttivo e la crescita economica. Si fanno legare per non dovere onorare le castronerie piagnucolose e vittimiste con cui lisciarono il pelo ai nazionalismi e all’assistenzialismo amante e produttore di povertà.

Per questo, a destra e sinistra, si sente sempre il bisogno di dire: l’Europa è divisa. E si osa ripeterlo mentre viviamo la più clamorosa dimostrazione di unità politica, di fronte a una guerra. Mai successo prima. Certo che se ne soffre e certo che il dolore non è uniforme, neanche all’interno di un solo Paese, quindi i bisogni sono diversi. Questo è il lavoro necessario, da Praga al 20.

Quel castello è noto per la “defenestrazione”. 1618, una questione religiosa (e non solo): presero i rappresentanti dell’imperatore e li frullarono dalla finestra. Ancora oggi c’è una storiella popolare: non morirono, perché sotto c’era una montagna di sterco. L’Unità europea, in quel castello, defenestri chi riporta la guerra nella nostra Europa e il Mondo alle porte dell’inferno.

La Ragione

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Undicesimo comandamento: tu non violerai i confini altrui


Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra. Partendo dai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945. L'articolo Undicesimo comandamento: tu non violerai i confini altrui proviene da ilcaffeonline. ht

Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra, senza i quali invocare la pace è come chiedere ad Alex DeLarge di rispettare gli scrittori e le loro mogli.

Per capire esattamente quale sia uno dei tanti problemi della guerra scatenata dalla Russia all’Ucraina, oltre ai devastanti costi umani per ucraini, russi e cittadini di paesi terzi, dobbiamo tornare ai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945.

Con l’istituzione delle Nazioni Unite le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, compresa l’Unione Sovietica, predecessore della Russia, stabilirono due suoi principi fondamentali: il rifiuto della guerra di aggressione, neanche nella forma dell’attacco preventivo difensivo, e l’illegalità dell’uso della forza per modificare i confini internazionali.

L’articolo 2, comma 4 della Carta delle Nazioni Unite dice: “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.

Il divieto si estende anche alla minaccia della violenza per conseguire scopi incompatibili con le Nazioni Unite che, ricordiamo, sono la pace, la sicurezza di ogni membro e un sistema internazionale fondato sul diritto e la giustizia.

Unica deroga a questo divieto assoluto è il diritto di autotutela, individuale o collettivo, riconosciuto ad ogni membro dell’ONU dall’articolo 51: “Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

Questi principi sono stati assorbiti anche dalla nostra Carta Costituzionale che all’articolo 11 afferma: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Si trattava di una prospettiva rivoluzionaria, impensabile fino a quel momento, che andava contro millenni di violenza legittima da parte di uno Stato contro un altro. Dal 1945 si cambia: annettere uno Stato, mutilarlo, spartirlo, non è più legalmente consentito.

E il bello è che il sistema ha funzionato.

Sento già proteste di incredulità. E le guerre che hanno devastato il mondo? Le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, le minacce della Cina a Taiwan, gli scontri tra India e Pakistan? È innegabile che la violenza abbia continuato a infestare il mondo, eppure, il numero delle guerre, la loro intensità e il numero delle vittime sono costantemente diminuiti. L’ultima guerra tra grandi potenze è stata quella di Corea, in cui si fronteggiarono direttamente soldati degli Stati Uniti e della Cina Popolare.

Gran parte dei conflitti armati dal 1945 ad oggi sono state guerre civili, mentre quelle fra stati hanno avuto scopi limitati, senza pretesa di distruggere l’avversario o di modificarne i confini internazionalmente riconosciuti. I confini dell’America Latina sono immutati da un secolo. Quelli dell’Africa non sono stati modificati se non per la secessione di Sud Sudan ed Eritrea. Anche in Asia i confini sono quasi immutati, con la drammatica eccezione dell’ancora fluida situazione tra l’India e i paesi limitrofi, Cina e Pakistan. L’unica drammatica eccezione sono le guerre arabo-israeliane che si ponevano l’obiettivo di cancellare lo Stato israeliano. È vero inoltre che molti dei conflitti sono scaturiti dalla pretesa di alcuni Stati di imporre un regime politico ad un altro, come frequentemente accaduto in America Latina da parte degli Stati Uniti, in contravvenzione con i principi dello Statuto dell’ONU.

Tuttavia, nel 2008 qualcosa è cambiato.

La guerra lampo del gigante russo contro la Georgia si è conclusa con la mutilazione del territorio dell’Abkhazia, a cui è seguita nel 2014 l’occupazione illegale della Crimea, con referendum privi di ogni minima legittimità e trasparenza. Per la prima volta dal 1945 uno Stato si arrogava il diritto di impossessarsi con la forza di un territorio altrui, senza neppure tentare la strada dell’accordo, qualcosa che neppure l’URSS aveva osato fare, pur non avendo mai esitato ad usare le maniere forti con vicini e vassalli.

L’attacco del 24 febbraio della Russia contro l’Ucraina e l’annessione illegale alla Russia di quattro province ucraine, avvenuta il 30 settembre. rappresentano gravissime violazioni del diritto internazionale sotto tre punti: uso della forza per risolvere una controversia internazionale; tentativo di eliminare l’indipendenza politica di un altro Stato sovrano; modifica unilaterale dei confini internazionalmente riconosciuti.

Ciò che è cambiato è il fatto che la Russia tenti nuovamente di legittimare l’uso della forza nelle relazioni internazionali. Di nuovo, nessuno nega gli arbitrii e le violenze commesse da tutte le grandi potenze, dietro pretesti spesso risibili e comunque illegali dal punto di vista del diritto internazionale. Ma nessuno prima di Putin si era spinto finora a cancellare con un tratto di cingolati i principii cardini della sicurezza collettiva.

La paura è la prima fonte di instabilità. Paura delle piccole potenze verso le grandi. Paura che genera la ricerca di protettori e scatena il riarmo. Non abbiamo bisogno di tutto questo. Ove i principi di rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e della non interferenza negli affari interni venissero cancellati, si aprirebbe un periodo di forte instabilità, in cui anche l’Europa finirebbe per essere investita. Non dimentichiamo, infatti, che alcuni confini internazionali, pensiamo al Kosovo, non sono ancora pienamente riconosciuti.

Quindi, di nuovo, fermare la Russia non è solo nell’interesse delle democrazie occidentali, ma di tutto il mondo, per evitare di ritornare all’infinita serie di lutti da cui nessuno esce mai vincitore.

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Undicesimo comandamento: tu non violerai i confini altrui


Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra. Partendo dai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945. L'articolo Undicesimo comandamento: tu non violerai i confini altrui proviene da ilcaffeonline. ht

Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra, senza i quali invocare la pace è come chiedere ad Alex DeLarge di rispettare gli scrittori e le loro mogli.

Per capire esattamente quale sia uno dei tanti problemi della guerra scatenata dalla Russia all’Ucraina, oltre ai devastanti costi umani per ucraini, russi e cittadini di paesi terzi, dobbiamo tornare ai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945.

Con l’istituzione delle Nazioni Unite le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, compresa l’Unione Sovietica, predecessore della Russia, stabilirono due suoi principi fondamentali: il rifiuto della guerra di aggressione, neanche nella forma dell’attacco preventivo difensivo, e l’illegalità dell’uso della forza per modificare i confini internazionali.

L’articolo 2, comma 4 della Carta delle Nazioni Unite dice: “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.

Il divieto si estende anche alla minaccia della violenza per conseguire scopi incompatibili con le Nazioni Unite che, ricordiamo, sono la pace, la sicurezza di ogni membro e un sistema internazionale fondato sul diritto e la giustizia.

Unica deroga a questo divieto assoluto è il diritto di autotutela, individuale o collettivo, riconosciuto ad ogni membro dell’ONU dall’articolo 51: “Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

Questi principi sono stati assorbiti anche dalla nostra Carta Costituzionale che all’articolo 11 afferma: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Si trattava di una prospettiva rivoluzionaria, impensabile fino a quel momento, che andava contro millenni di violenza legittima da parte di uno Stato contro un altro. Dal 1945 si cambia: annettere uno Stato, mutilarlo, spartirlo, non è più legalmente consentito.

E il bello è che il sistema ha funzionato.

Sento già proteste di incredulità. E le guerre che hanno devastato il mondo? Le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, le minacce della Cina a Taiwan, gli scontri tra India e Pakistan? È innegabile che la violenza abbia continuato a infestare il mondo, eppure, il numero delle guerre, la loro intensità e il numero delle vittime sono costantemente diminuiti. L’ultima guerra tra grandi potenze è stata quella di Corea, in cui si fronteggiarono direttamente soldati degli Stati Uniti e della Cina Popolare.

Gran parte dei conflitti armati dal 1945 ad oggi sono state guerre civili, mentre quelle fra stati hanno avuto scopi limitati, senza pretesa di distruggere l’avversario o di modificarne i confini internazionalmente riconosciuti. I confini dell’America Latina sono immutati da un secolo. Quelli dell’Africa non sono stati modificati se non per la secessione di Sud Sudan ed Eritrea. Anche in Asia i confini sono quasi immutati, con la drammatica eccezione dell’ancora fluida situazione tra l’India e i paesi limitrofi, Cina e Pakistan. L’unica drammatica eccezione sono le guerre arabo-israeliane che si ponevano l’obiettivo di cancellare lo Stato israeliano. È vero inoltre che molti dei conflitti sono scaturiti dalla pretesa di alcuni Stati di imporre un regime politico ad un altro, come frequentemente accaduto in America Latina da parte degli Stati Uniti, in contravvenzione con i principi dello Statuto dell’ONU.

Tuttavia, nel 2008 qualcosa è cambiato.

La guerra lampo del gigante russo contro la Georgia si è conclusa con la mutilazione del territorio dell’Abkhazia, a cui è seguita nel 2014 l’occupazione illegale della Crimea, con referendum privi di ogni minima legittimità e trasparenza. Per la prima volta dal 1945 uno Stato si arrogava il diritto di impossessarsi con la forza di un territorio altrui, senza neppure tentare la strada dell’accordo, qualcosa che neppure l’URSS aveva osato fare, pur non avendo mai esitato ad usare le maniere forti con vicini e vassalli.

L’attacco del 24 febbraio della Russia contro l’Ucraina e l’annessione illegale alla Russia di quattro province ucraine, avvenuta il 30 settembre. rappresentano gravissime violazioni del diritto internazionale sotto tre punti: uso della forza per risolvere una controversia internazionale; tentativo di eliminare l’indipendenza politica di un altro Stato sovrano; modifica unilaterale dei confini internazionalmente riconosciuti.

Ciò che è cambiato è il fatto che la Russia tenti nuovamente di legittimare l’uso della forza nelle relazioni internazionali. Di nuovo, nessuno nega gli arbitrii e le violenze commesse da tutte le grandi potenze, dietro pretesti spesso risibili e comunque illegali dal punto di vista del diritto internazionale. Ma nessuno prima di Putin si era spinto finora a cancellare con un tratto di cingolati i principii cardini della sicurezza collettiva.

La paura è la prima fonte di instabilità. Paura delle piccole potenze verso le grandi. Paura che genera la ricerca di protettori e scatena il riarmo. Non abbiamo bisogno di tutto questo. Ove i principi di rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e della non interferenza negli affari interni venissero cancellati, si aprirebbe un periodo di forte instabilità, in cui anche l’Europa finirebbe per essere investita. Non dimentichiamo, infatti, che alcuni confini internazionali, pensiamo al Kosovo, non sono ancora pienamente riconosciuti.

Quindi, di nuovo, fermare la Russia non è solo nell’interesse delle democrazie occidentali, ma di tutto il mondo, per evitare di ritornare all’infinita serie di lutti da cui nessuno esce mai vincitore.

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Gas e vincoli


Perché essere realisti e riconoscere l’inviolabile vincolo dell’Unione Europea è il modo migliore di difendere i giusti interessi nazionali A Praga, si sono incontrati i Capi di Stato e di Governo dei paesi dell’Unione Europea. Prima che si inizi a parlar

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Perché essere realisti e riconoscere l’inviolabile vincolo dell’Unione Europea è il modo migliore di difendere i giusti interessi nazionali


A Praga, si sono incontrati i Capi di Stato e di Governo dei paesi dell’Unione Europea. Prima che si inizi a parlare di fallimento ed Europa spaccata – argomenti quasi totalmente privi di senso della realtà – è bene ricordare che quello di oggi è un incontro informale.

L’appuntamento formale del Consiglio Europeo è il 20 e il 21 ottobre prossimi. Lì si conta e si spera di portare a casa delle decisioni. Per capire quali decisioni saranno, quali possono essere utili e quali scenari si aprono bisogna tenere presenti due cose.

La prima: tutto ciò deriva dalla straordinaria unità e determinazione dimostrata dall’Unione Europea dinnanzi alla criminale aggressione russa all’Ucraina, non dalle spaccature. È bene ricordare che, assieme al primo pacchetto di sanzioni varato dall’Unione Europea, si decise anche – per voce e mano tedesca – di chiudere per sempre il capitolo di Nord Stream 2.

Questo è costato alla Germania sia in termini economici, sia in termini di forza strategica, perché i Paesi più colpiti non possono che essere i Paesi più industrializzati. La Germania è la prima potenza industriale d’Europa e l’Italia la seconda. La nostra energia dipende più di quella della Germania dal gas, ma la parte del gas che prendono i tedeschi è prevalentemente russa.

I tedeschi sono stati fino ad ora un hub continentale del gas, proprio perché erano lì le terminazioni dei gasdotti russi. Noi potremmo esserlo nel Mediterraneo, perché abbiamo già gasdotti che arrivano via mare e ne avremo di più un domani.

È questo il contesto dell’unità, in cui, inevitabilmente e giustamente, ci sono anche interessi da contemperare. Tuttavia, sostenere che nessuno ha voluto l’unità oppure che non si è mediato fra gli interessi è una corbelleria.

La seconda cosa è che un po’ con l’atteggiamento piagnucoloso dalle nostre parti si sostiene che l’Europa non stia facendo granché e si chiede di mettere il tetto al gas. A parte che c’è già, perché, forse è sfuggito, ma sopra una determinata cifra di prezzo le compagnie che vendono devono essere tassate. Quindi c’è già un vincolo interno.

Si va verso l’acquirente unico, che è più rilevante e più importante del tetto del gas. Il tetto del gas sarà comunque transitorio. Secondo me, ci arriveremo, ma sarà comunque transitorio. Invece, l’acquirente unico può diventare permanente e questo influirà molto di più sul prezzo del gas in condizioni normali, perché noi torneremo alle condizioni normali. Entro il 24, saremo totalmente affrancati dal gas che proviene dalla Russia.

Ad ogni modo, ci si ricordi anche che l’Unione Europea esiste e ogni volta che si prendono e si chiedono delle integrazioni e degli aiuti si contraggono dei vincoli e dei legami. Non si può pensare di essere dentro un alveo nel quale arrivano i soldi, ci sono le difese monetarie, c’è un mercato unico che è per noi il 60% delle nostre esportazioni, ma non ci sono doveri. Più chiedo che l’Unione provveda più sto trasferendo sovranità. Questo deve essere chiaro subito, perché, altrimenti, questo è un Paese che continua ad essere schizofrenico: ossia a chiedere la soluzione all’Europa, per poi dire che si è concesso troppo.

Questo è un atteggiamento molto sciocco: essere realisti, stare con i piedi per terra e riconoscere l’inviolabile vincolo dell’Unione Europea è il modo migliore, più saggio e più razionale di difendere i giusti interessi nazionali.

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Masochismo


Si stia attenti a non danneggiarci da soli. Il masochismo può essere affascinante se un soggetto singolo gode con il dolore e la sottomissione. È escluso che sia una vocazione collettiva. I fatti prevalgano sulle chiacchiere, che cercando scuse sembrano s

Si stia attenti a non danneggiarci da soli. Il masochismo può essere affascinante se un soggetto singolo gode con il dolore e la sottomissione. È escluso che sia una vocazione collettiva. I fatti prevalgano sulle chiacchiere, che cercando scuse sembrano scontare fallimenti: non ci sono ritardi italiani negli adempimenti previsti dal Pnrr. Non è un’opinione, ma un fatto, visto che già due controlli sono stati superati e i relativi soldi incassati.

Il governo in carica sostiene che non ci siano ritardi neanche per il prossimo controllo, che è stato fatto quanto dovuto e quel che resta da fare è programmato per le prossime settimane. Su questo si possono avere opinioni diverse, ma i denunciatori di inadempimenti sarebbero fessi più che masochisti.

Primo, perché la gran parte delle forze politiche presenti in Parlamento sono non solo parte della vecchia maggioranza, ma hanno ministri all’interno del governo, sicché sostenerne l’incapacità e la scorrettezza è come denunciarsi corresponsabili. Secondo, perché il partito che guiderà il prossimo governo è stato all’opposizione e non può essere chiamato alla corresponsabilità, ma ove sostenesse che l’Italia sta mancando ai propri doveri non farebbe che affondare sé stesso e il governo che deve ancora nascere. Più che masochismo sarebbe autodistruzione.

Non prendiamoci in giro e veniamo al dunque: i vincitori delle elezioni hanno sostenuto che il Pnrr dovesse essere rivisto e si sono opposti ad alcune delle riforme in quello previste; nel corso della campagna elettorale e nei giorni successivi al voto gli oppositori di ieri hanno adottato un encomiabile approccio in continuità; la sfida, per loro, consiste nel tradurre in realismo di governo quel che dissero per raccogliere consensi. Partire affermando che la colpa è degli altri è come ammettere di avere raccontato balle.

L’agenzia Fitch ha corretto e peggiorato il suo giudizio sul debito del Regno Unito, portando a negativa la previsione. Sono bastati gli svarioni governativi, ideologizzati e privi di senso della realtà, per metterli nei guai. Il giudizio di Moody’s, altra agenzia, sul debito italiano era già negativo, perché ci troviamo a un gradino dalla spazzatura.

Lo è rimasto anche durante il governo Draghi (perché riguarda il debito, non la simpatia). Ora fa sapere che l’eventuale abbandono delle riforme (le riforme, mica solo le spese, come qui avvertimmo) previste dal Pnrr porterebbe a un declassamento. Vale a dire nel bidone della spazzatura. Questa è la posta in gioco. Per noi altissima.

I governi si giudicano dai fatti e quello Meloni non è ancora nato, sicché bocciarlo o promuoverlo oggi sarebbe non un giudizio, ma un pregiudizio. Ma tocca a chi governerà spiegare se intenderà, sul terreno delle riforme come ha già positivamente fatto su quello della politica estera e dello scostamento di bilancio, agire in continuità con il governo esistente o con i propri slogan d’opposizione. In ogni caso avrà agito legittimamente, ma altrettanto legittimamente gli operatori di mercato trarranno le loro conclusioni.

Per l’Italia sono preziosi non solo i soldi, ma anche i cambiamenti che il Pnrr prevede. Perderne anche una sola parte significa affossare un’occasione storica. Continuare quel lavoro significa rendere un servizio al Paese, ma anche allontanarsi da diverse delle cose che si dissero, compresa la necessaria ratifica del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Tanto più quando si lambisce la spazzatura.

Il pericolo non è che si torni a distribuire olio di ricino, ma che se ne ottengano gli effetti senza sorbirlo. L’interesse dell’Italia è che il governo Meloni riesca ad essere governo e non riscatto identitario di una fu minoranza. Taluni camerati di ieri grideranno al tradimento, noi considereremmo appropriato il richiamato patriottismo. Il masochismo no, può piacere a uno, auguri, ma non all’Italia intera.

La Ragione

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Fallimento M5s, il Reddito di cittadinanza ha distrutto il valore del lavoro


Il fallimento dell’impostazione del Reddito di Cittadinanza è nei numeri Meno del 2% dei beneficiari, infatti, ha avuto un primo contratto di lavoro. Un’inezia se paragonata agli alti costi sostenuti ogni anno per finanziare la misura, 6 miliardi di euro,

Il fallimento dell’impostazione del Reddito di Cittadinanza è nei numeri


Meno del 2% dei beneficiari, infatti, ha avuto un primo contratto di lavoro. Un’inezia se paragonata agli alti costi sostenuti ogni anno per finanziare la misura, 6 miliardi di euro, la cui ideazione è stata concepita intorno a due capisaldi del pensiero politico del Movimento Cinque Stelle: le politiche distributive a sostegno dei bonus (tema sul quale hanno trovato anche la convergenza del Pd durante la fase di governo giallo-rossa) e la demonizzazione del privato, incarnata in questo caso dalla scelta sbagliata di escludere dall’intermediazione le Agenzie per il Lavoro.

Che questa impostazione del Reddito avrebbe ottenuto risultati fallimentari, per usare un eufemismo, era fin troppo chiaro dalla sua impostazione generale, che affidava un ruolo significativo a strutture burocratiche come i Centri per l’Impiego, il cui contributo per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro in Italia raggiunge un modesto 4%.

Anche i navigator, il cui compito era quello di aiutare i beneficiari del Reddito a trovare un’occupazione, hanno fallito nel loro obiettivo perché spesso si è trattato di figure professionali orientate alla conoscenza della psicologia del lavoro, ma con scarsa attitudine e frequentazione del mercato, delle imprese e del sistema industriale. Il fallimento della misura, inoltre, è nell’evidente cambiamento di prospettiva e di percezione che lo stesso Conte ha provato a dare del Reddito durante la campagna elettorale. Il Reddito è servito per sostenere gli indigenti, si è detto, ed ha svolto un ruolo significativo come strumento di calmieratore sociale.

Il Reddito, insomma, per stessa ammissione di chi l’ha immaginato, non ha creato occupazione, ma ha svolto un diverso ruolo sociale, che oggi però il Paese non può più sostenere. Almeno con queste dimensioni perché, se da una parte il sostegno agli indigenti deve continuare a essere una priorità sociale del nuovo Governo, non si possono però più depauperare risorse dello Stato che non qualificano il capitale umano.

Non solo sotto il profilo delle competenze, ma anche da un punto di vista culturale, perché il danno maggiore, più profondo e subdolo che ha prodotto l’impostazione del Reddito di Cittadinanza voluta dal Movimento Cinque Stelle, è la distruzione del valore del lavoro come strumento e mezzo di riscatto e di emancipazione sociale, regalando ai nostri figli l’ennesimo alibi del lavoro che non si trova.

In Italia 2 milioni di ragazzi dai 15 ai 24 anni hanno scelto di non studiare e neppure provano a cercare un lavoro. L’emigrazione dei cervelli, la crisi economica e oggi il Reddito di Cittadinanza, sono diventati un ulteriore alibi per continuare a proteggere i nostri figli, destinandoli così alla paralisi e all’emarginazione.

Stefano Cianciotta su Il Tempo

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Dimenticati


C’è del vero e dell’ingannevole, nella retorica dei “dimenticati”. Chi si oppone al governo spiega agli insoddisfatti che sono stati “dimenticati”. Accade in diverse lingue. Quando poi si trova al governo fatica a ricordarsene. Nel travaglio post elettora

C’è del vero e dell’ingannevole, nella retorica dei “dimenticati”. Chi si oppone al governo spiega agli insoddisfatti che sono stati “dimenticati”. Accade in diverse lingue. Quando poi si trova al governo fatica a ricordarsene. Nel travaglio post elettorale la sinistra rimprovera a sé stessa di avere dimenticato questa o quella categoria, gli svantaggiati, i poveri, i marginalizzati. La cosa è talmente generica che avrebbe fatto la stessa cosa la destra, in caso di analoga sconfitta. Solitamente le parole di contorno sono: s’è perso il contatto con la realtà, non siamo stati capaci di rappresentare i bisogni, dobbiamo recuperare il contatto con i “territori” (linguaggio bucolico di dubbio significato). Chi sono, i “dimenticati”?

Dopo anni di bonus, ristori e assistenzialismo le forze politiche s’acconciano a dispensatrici di protezioni e spartizioni, sicché quasi tutti possono considerarsi “dimenticati”, reclamare di non avere avuto abbastanza. Non è sbagliata la deduzione, ma il suo presupposto. Lo Stato non è la badante del cittadino, dovrebbe semmai garantire che ciascuno possa badare a sé stesso senza inutili intralci o subendo crimini.

Certo che esistono poveri e svantaggiati, ma per ricordarsi di loro e avvantaggiarli si deve non passargli un lenitivo, bensì rimetterli in condizione di crescere. Se c’è un’area o un ceto che soffre per essere rimasto indietro la prima cosa da farsi è garantire ai più giovani di quell’ambiente un’istruzione che consenta loro di farsi avanti. Un genitore è pronto a far sacrifici per i figli, ma è anche pronto a ribellarsi se li vede perpetuamente e volutamente emarginati. Osservando le parole della politica sulla scuola ci si accorge che, trasversalmente, sono rivolte a chi ci lavora e oggi vota, non a chi ci studia e voterà domani. Ci si è dimenticati del futuro. Assieme al futuro, però, si cancella la politica, restando solo un assistenzialismo a lungo insostenibile e da subito frustrante. Così cresce il numero di quelli che si dimenticano di andare a votare.

Raccontando gli anni ’70, nel suo ultimo libro (ne parliamo nelle pagine interne), Miguel Gotor riporta un dato: dal 1980 al 1984, a seguito di un uso massiccio della cassa integrazione, aumentarono enormemente i casi di disagio psichico e si verificarono 149 suicidi. Non avevano perso il reddito, avevano perso il lavoro e, con quello, la loro identità sociale. A forza di insistere con l’uso di quegli strumenti (sbagliati in sé) è cambiato il costume sociale e anche il mercato: si reclama il reddito senza lavoro come fosse un diritto e si cerca di arrotondare in nero ed evasione fiscale. Ci si è dimenticati della dignità del lavoro e si è gonfiato il reclamare assistenza.

Una forza politica (ma anche culturale) che voglia dedicarsi ai “dimenticati” proverebbe a parlare loro del futuro, che può avere diverse colorazioni e versioni, mentre resta monocromo e scuro se viene barattato con un presente di mantenimento. Per sua natura sempre insufficiente.

Quando la sinistra va in campagna elettorale proponendo una tassa per finanziare la “dote” ai diciottenni i conservatori si ribellano per la tassa, ma i progressisti dovrebbero prendersela con la dote: mi devi dare la scuola formativa e la società meritocratica, devo potere battere e superare chi è privilegiato e meno capace, non prendere la mancia per tacere e perdere.

In una società che invecchia si parla sempre di pensioni. Nel 2025 la spesa previdenziale arriverà a 350 miliardi, crescendo del 17.6% rispetto a oggi e del 40.2% in dieci anni. Si parla del diritto ad avere e non di quello a fare, del passato che vota e non del futuro che pagherà troppo. Di questo ci si è dimenticati, di pensare a come cambiare. Concentrandosi sul come galleggiare e, se possibile, profittarne. Così i “dimenticati” saranno ingannati e dannati, dalla destra con l’indicazione di falsi colpevoli e dalla sinistra con quella di speranze sbagliate. Importa solo il loro prezzolato consenso elettorale.

La Ragione

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La grandezza del bastardo


Svante Pääbo Ci sono premi Nobel che lasciano indifferenti, talora dominati da una sorta di accademizzazione del politicamente corretto. Roba che si dimentica in fretta. Ce ne sono anche che portano sfortuna, specie se assegnati in un campo etereo come la

Svante Pääbo


Ci sono premi Nobel che lasciano indifferenti, talora dominati da una sorta di accademizzazione del politicamente corretto. Roba che si dimentica in fretta. Ce ne sono anche che portano sfortuna, specie se assegnati in un campo etereo come la “pace”, magari finendo a chi si rivelerà guerrafondaio o a chi si scoprirà pedofilo. Ce ne sono di importanti e meritati. E ce ne sono di affascianti. Come quello assegnato a Svante Pääbo.

La sua prima qualità non ha limiti anagrafici, ma è preziosa per i più giovani: la curiosità e lo spirito d’avventura negli studi. Si era appassionato all’egittologia, affascinato da un viaggio in Egitto, fatto da tredicenne. L’aveva scelta, all’università, per esplorare lo sconosciuto mondo dei faraoni.

Ma si era presto accorto che gli mancava l’avventura, che molte cose erano sconosciute solo a chi non le conosceva, mentre altre non sarebbe stato possibile conoscerle. Così si iscrisse a medicina. Completati gli studi, tornò dal suo vecchio professore di cose egizie: non è che si può avere un pezzettino di mummia? Ne estrasse il codice genetico e aprì una frontiera all’archeologia. Grazie a lui molte delle cose che non era possibile sapere, ora si sanno.

Ma anche gli egizi divennero un po’ troppo contemporanei. Perché non andare più indietro? Sapevamo d’essere discendenti degli ominidi e di avere convissuto, da Sapiens, per un certo tempo con i Neanderthal. Poi loro si sono estinti. Hanno perso. Noi ci siamo evoluti meglio. Sapevamo.

Ma usando il suo metodo di ricerca, indagando il dna, s’è scoperto che i Neanderthal non sono spariti, ma vivono dentro di noi. Perché c’è qualche fenomenale figlio di puttana che ha approfittato della crapula fra Sapiens e Neanderthal e ha trascinato in noi una parte di loro. Intanto l’uomo di Denisova, ulteriore filone da lui individuato, s’incrociava con altri Sapiens e li usava per sopravvivere alla propria estinzione. E noi siamo i vincenti perché siamo straordinari bastardi.

Altro che minchionerie da “razza superiore perché pura”, giacché, semmai, superiore, in salute e intelligenza, è il figlio di puttana. E la buona notizia è che lo siamo tutti. Anche se qualcuno esagera nell’approfittarne.

Davanti a tanta splendente meraviglia, qualcuno ha voluto farci sapere che Pääbo sarebbe o è “fluido”. Come se la postura e le compagnie nel talamo abbiano una qualche rilevanza sul pensiero e la capacità di pensare. Come se contassero i festini e non la “Teoria generale”, parlando di economia e Keynes.

E vabbè, tanto noi bastardi l’abbiamo capito: l’evoluzione non va per linea retta e sicura, curva e incespica, trascina con sé intelligenza e deficienza. E, nonostante talora si sia presi dallo sconforto, sono sicuro che questa roba del politicamente corretto e sessualmente monomaniacale è da considerarsi superabile. Ragionando e copulando, ciascuno come gli pare.

La Ragione

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Business Future under EU Green Taxonomy


Sustainable finance is one of the main pillars of the European Green Deal, since the European Commission recognises the key role of the private sector in financing the transition to Net Zero. To perform the EU’s 2030 climate and energy targets as well as

Sustainable finance is one of the main pillars of the European Green Deal, since the European Commission recognises the key role of the private sector in financing the transition to Net Zero. To perform the EU’s 2030 climate and energy targets as well as the objectives of the Green Deal, the Commission is labelling sustainable activities on an environmental point of view. By shaping a Taxonomy, the Commission provides a green gold standard to shift investments toward a low-carbon and climate-resilient economy, meanwhile contributing to help investors to avoid falling into green cover-up traps.

However, EU Taxonomy faces several challenges:

  • it has proven to be hard to define what is green without ambiguity and trade-off;
  • technologies are evolving rapidly making viable solutions that weren’t so only a couple of years ago;
  • it is complex for a company to collect standardised data and analytics to demonstrate its support to sustainable use and protection of water and marine resources.

In light of this, will the green certification act as a turbo-changer for a just and inclusive transition? Will the top-down taxonomy legislation gain general consensus? How to rebalance sustainable targets and benchmarks for the international businesses trading with European markets?

About the event


The event consists in a conference and presentation of the book “Business Future under EU Green Taxonomy”, published by the European Liberal Forum in cooperation with Fondazione Luigi Einaudi. The authors of the book, in front of an audience of experts and interested people on the topic, as well as media to ensure further coverage of the event and publication, will present their contributions contained in the book, contributing to the debate of a baseline regulation on sustainable finance and low-carbon activities, encouraging a reflection on any unintended consequence, raising a more comprehensive awareness among public and private businesses, and outlining recommendations for the implementation of EU Green Taxonomy. All this, with a focus on:

  • its investments implications especially in high emitters and polluting activities like energy, steel, cement, construction and manufacturing;
  • its capital costs effects;
  • its human and social impacts;
  • how it reflects on incentives policies (e.g., Just Transition Fund, Recovery and Resilience Fund) and possible distortive effects.

Speakers include:

  • Sarka Shoup, Author, Executive Director of the Institute for Politics and Society, and European Liberal Forum Board Member (online)
  • Patrizia Feletig, Journalist
  • Franco Becchis, Scientific Director of Fondazione per l’Ambiente
  • Sofia Santos, Sustainability economist
  • Andrea Sbandati, Environmental economist and consultant
  • Clara Bocchino, Human geographer, Turin School of Regulation
  • Gianni Bessi, Regional Councillor for Emilia-Romagna
  • Conference Moderator: Ricardo Silvestre

An event organised by the European Liberal Forum with the support of Fondazione Luigi Einaudi

An event organised by the European Liberal Forum (ELF). Co-funded by the European Parliament. The views expressed herein are those of the speaker(s) alone. These views do not necessarily reflect those of the European Parliament and/or the European Liberal Forum.

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Continuità


Il nuovo governo è di là da venire. Si è quasi esaurita l’ondata delle analisi e dei commenti sui voti espressi, mentre il gioco del totoministri lascia il tempo che trova. Sarebbe già molto se avessero notizie affidabili i diretti interessati. L’elemento

Il nuovo governo è di là da venire. Si è quasi esaurita l’ondata delle analisi e dei commenti sui voti espressi, mentre il gioco del totoministri lascia il tempo che trova. Sarebbe già molto se avessero notizie affidabili i diretti interessati. L’elemento che sembra essere più importante e permanente, però, è la voglia di continuità. Per la composizione dell’esecutivo e il passaggio delle consegne c’è tempo, ma i segnali di continuità si colgono nel merito delle intenzioni. Ed è un fatto positivo, oltre che, malauguratamente, non consueto.

Si può sempre credere che certe parole siano strumentali e che chi le pronuncia sia un bugiardo, ma sarebbe quasi diabolico. Perché ci sono aspetti su cui il futuro capo dell’esecutivo s’era già pronunciata in campagna elettorale, restando poi ferma su quelle posizioni. Prima di tutto la politica estera e la condanna senza tentennamenti dell’invasione russa. Ma anche sul fronte interno sembra prevalere il desiderio di continuità. Ad esempio a proposito del caro bollette.

Se si ragiona di una disponibilità di ulteriori 25 miliardi, che si aggiungerebbero ai 66 già mobilitati, vuol dire che si pensa di utilizzare i 10 miliardi già accantonati dal governo Draghi, più i 10 che derivano dall’aumento del gettito fiscale (uno degli effetti della crescita dei prezzi), con i 5 raccolti tassando gli extraprofitti delle società fornitrici d’energia. Ovvero non solo ci si muove in continuità, ma la si osserva sul punto più rilevante e con maggiori conseguenze positive: niente scostamento di bilancio. Non è una novità, per Fratelli d’Italia, ma è pur sempre l’opposto di quel che reclamava la Lega. Se i rapporti di forza e la saggezza indurranno ad attenersi alla prima e non alla seconda condotta, sarà solo che un bene.

Potrà sembrare strano che tanta continuità sia garantita dalla vittoria degli oppositori del precedente governo, ma è una stranezza più politicista che relativa alle questioni concrete. Il governo Draghi ha totalizzato due anni di forte crescita economica, riuscendo a far scendere debito e deficit. Non avrebbe senso che chi raccoglie il testimone voglia rompere la continuità, perché oltre che al Paese porterebbe problemi e sfortuna a chi si appresta a governare.

A questo si aggiunga un’ulteriore questione, che non riguarda affatto solo l’Italia e neanche solo gli europei (si pensi a quel che successe negli Stati Uniti e sta succedendo in Brasile): vincere le elezioni legittima la maggioranza parlamentare e comporta il diritto-dovere di governare, ma è pericoloso dimenticarsi di non essere maggioranza nel Paese o che gli elettori sono divisi in due. Trump vinse con meno voti popolari di Clinton, averlo ignorato non gli ha giovato.

Biden ha ereditato non solo un Paese spaccato, ma con un accenno di guerra civile al debutto, sarebbe sciocco se non ne tenesse conto. Il primo turno Brasiliano racconta un paese diviso e in cui nessuno degli sfidanti raccoglie più della metà. Il democrazia non si passa il bastone del comando (che proprio non c’è), ma la guida del governo e del legiferare.

Una maggioranza parlamentare ha la possibilità di fare quel che promise, ma anche la responsabilità di non trasformare il proprio essere minoranza nel Paese in un elemento che ne incrudelisca gli scontri, radicalizzandoli. Perché per riuscire a governare il consenso dovrà continuare a costruirlo, provvedimento dopo provvedimento.

Da questo punto di vista la postura della continuità, che fin qui si mantiene, è dimostrazione di saggezza. Anche perché c’è una questione che non è di politica estera e neanche interna, ma le condiziona entrambe: l’essere parte dell’Unione europea. È il punto su cui i vincitori delle elezioni italiane sono più indeboliti da quel che dissero, fecero e votarono. La continuità è un buon approccio per superare tare che nuocerebbero all’Italia, ma anche a chi oggi ha vinto e s’appresta a governarla.

La Ragione

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Se NON vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi – Agenda 2030: istruzioni per il futuro


3. SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE (ottobre – novembre) – AGENDA 2030: istruzioni per il futuro L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un programma d’azione, sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Si tratta di un proget

3. SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE (ottobre – novembre) – AGENDA 2030: istruzioni per il futuro


L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un programma d’azione, sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Si tratta di un progetto che mira alla prosperità del pianeta e dei suoi abitanti.

Il laboratorio intende pertanto diventare occasione di analisi e confronto dei 17 obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile da raggiungere entro il 2030 di cui l’agenda è composta.

Si sottolinea in particolar modo che con il presente laboratorio si intende promuovere l’accesso alle facoltà universitarie di indirizzo STEM da parte delle studentesse.

Docenti incaricati dalla Fondazione Luigi Einaudi:

Prof. Giuseppe Tringali, Presidente dell’Ordine dei Chimici e dei Fisici della Provincia di Siracusa e componente del Comitato scientifico della Fondazione Luigi Einaudi.

Avv. Michele Gerace, Presidente dell’Osservatorio sulle Strategie Europee per la Crescita e l’Occupazione; Ideatore di “Costituzionalmente: il coraggio di pensare con la propria testa” (è in corso la XII edizione, la IV e la V edizione hanno ricevuto l’adesione del Presidente della Repubblica che ha conferito la Sua Medaglia di Rappresentanza), della “Scuola sulla Complessità” (è in corso la IV edizione), del Bar Europa e dell’omonima rubrica radiofonica al Rock Night Show su Radio Godot (è in corso la VI stagione); Responsabile del progetto “La Fondazione Luigi Einaudi per la Scuola”.

Avv. Gianmarco Bovenzi, Responsabile dei progetti ELF della Fondazione Luigi Einaudi, è un professionista del diritto dalla formazione internazionale con precedente esperienza professionale presso lo United Nations Office for Drug Control and Crime Prevention.

Docente incaricato dal Liceo Lucio Piccolo:

Prof. Antonio Smiriglia

PON Legalità 2014 – 2020: Progetto “NO MORE NEET – Sperimentazione di percorsi integrati di carattere educativo, formativo e di socializzazione per i ragazzi volti a combattere la povertà e a promuovere l’inclusione sociale e la legalità.

Approfondisci progetto “Se NON vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”

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Grazie, Nonni. E lunga vita


C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo. Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che h

C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo.

Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che ha tenuto in serbo un discorso difficile e complicato. Approfitta dell’aria di festa che si crea intorno, si sente caricato e così parte pian pianino con piccole e impercettibili insidie all’indirizzo di padre e madre fino a togliere il tappo alla propria malcelata intensione – perché così poi finisce – di colpire a fondo papà e mamma con i discorsi che lui sa, e che sono quelli che fanno male.

Intanto si registra un diverso guardare. Lo attivano e lo coltivano i nipotini. Appena fiutata l’aria, disseminano come mine piccole distrazioni. E vanno intorno con lo sguardo su chi comincia ad alzare i toni e su chi li subisce. I loro, sono sguardi di una tenerezza profonda. Con quegli sguardi vorrebbero sollevarli dal crinale in cui stanno (i nonni) per precipitare e con quegli sguardi li avvolgono e li proteggono perché non si facciano male.

Dicono che i nonni sono gli angeli custodi, in terra, dei nostri piccoli. Forse è il caso di aggiungere anche altro: i nipoti sono gli angeli custodi dei nonni. Che i nonni custodiscano i nipoti lo dicono gli adulti avveduti. Più difficile è riconoscere che i nipoti riescano a custodire i nonni. Quando scopriremo questa realtà, avremo fatto tombola perché quel giorno riusciremo finalmente ad invertire la marcia del nostro rapporto figli e padri. Perché è questo rapportarsi il vero problema da affrontare e risolvere.

Se i figli non conoscono o non hanno riflettuto abbastanza sulla vita dei loro padri, o se non hanno riflettuto a dovere sulla propria identità e sul proprio cammino di vita, difficilmente potranno stabilire con i loro padri rapporti sensati e pacifici, oltre che pacificatori. Fino a quando i padri vengono tenuti sotto processo con le accuse più strampalate perché i loro percorsi non sono stati mai letti e contestualizzati nella storia che fu, la conflittualità resterà permanente. Prendiamo ad esempio un figlio che ha studiato e un padre semianalfabeta. Il figlio fa lo spaccone e detesta il padre che è rimasto indietro. Non tiene conto, però, che un padre semianalfabeta insieme a mille altri del suo stesso rango ha avuto l’ingegno e la lungimiranza di mandare il pargoletto a scuola e anche all’università. Poteva non sostenerlo, mentre invece l’ha incoraggiato e pure vezzeggiato. Eppure, ancora si lamenta e rimprovera al genitore perché, al contempo, non l’ha fatto anche ricco. E se pure, l’ha fatto ricco, non è riuscito a farlo straricco. Probabilmente questo figlio deve ancora chiarire a sé stesso qual è il suo compito nella vita.

E poi, un figlio che ne sa – o quando mai si è interrogato – riguardo alla condizione esistenziale di suo padre che invecchia? Sa, per caso, che cosa significa non poter più lavorare, lui che si è sentito forte e valido fino a quando a provvedere ai bisogni suoi e della famiglia sono servite le sue mani? Forse ancora non lo sa, non l’ha neanche immaginato. O sa che cosa significa finire infermo o – come oggi si dice – allettato? Goffredo Parise ha scritto che quel padre “sente vergogna”, Ferdinando Camon “prova vergogna”.

E questo solo per dire dell’incomprensione di cui soffrono i nostri padri, nonni dei nostri figli. E questo solo per non aprire quell’altra pagina, quella degli errori (li dovremmo chiamare orrori), rappresentati da una malasanità che mortifica quotidianamente i nostri anziani, li spersonalizza, li guarda come mangia-farmaci a tradimento, dimenticando che sono stati loro a mettere in piedi un sistema che voleva essere sollievo per tutti e si mostra invece ingrato ai meno abbienti. E poi c’è l’altro gradino, quello che scende nel profondo dell’abisso. Sono gli anziani bancomat. E gli altri ancora: quelli lasciati a terra con la testa sanguinante perché il bancomat ha fatto scivolare 20 e non 50 euro come richiesto da un (si fa per dire) famigliare che ha solo avvertito il profumo di soldi bagnati col sudore della fronte degli altri.

Vivano a lungo i nostri nonni e continuino a custodire i nostri figli. Lo fanno gratis come gratis sono custoditi dai nipoti. E non solo con lo sguardo. Con cuore bambino.

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Antonio Massarutto – Privati dell’acqua


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Vittoria


C’è chi gode delle sconfitte. Nella mia famiglia storica e culturale, con le sue radici nel Risorgimento e i suoi rampicanti liberali, democratici e laici, ne abbiamo non pochi cui le vittorie destano un certo imbarazzo. Di voti se ne prese sempre pochini

C’è chi gode delle sconfitte. Nella mia famiglia storica e culturale, con le sue radici nel Risorgimento e i suoi rampicanti liberali, democratici e laici, ne abbiamo non pochi cui le vittorie destano un certo imbarazzo. Di voti se ne prese sempre pochini, talché taluno pensò di leggere in questa lesina dei consensi la prova dell’avere ragione. Perché a vincere sarebbero sempre i peggiori. Eppure, oh, a guardarsi attorno qualche bella vittoria la si piazzò.

Quando i diritti civili e il pregiudizio confessionale si sfidarono, si vinse. La destra era guidata da un capo, Giorgio Almirante, che conviveva con una donna sposata, ma si batté contro il divorzio. Il partito cristiano mise a tacere quelli che poi si sarebbero chiamati “cattolici adulti”, ovvero devoti non asserviti, e fece campagna per abrogare la legge. Si vinse noi. Ma è roba vecchia, non è questo il punto, è che da quel momento i contrari ci presero gusto e moltiplicarono le loro famiglie. La vittoria fu nelle urne, ma traslocò nelle teste e nei cuori.

Che poi ciascuno fa quello che gli pare, nella propria vita privata. Epperò è un bel segno del costume che cambia se a guidare la destra che reclama a sé la cristianità c’è chi vive la genitorialità senza avvertire il bisogno del vincolo matrimoniale. Affari suoi (loro, per la precisione), ma a vincere è la mia povera squadra di perdenti, non quella dei loro vincenti. Oggi si fa un gran baccano attorno alla legge che regola l’aborto, ma i presunti suoi avversari dicono: non la vogliamo modificare. E vai, segna un’altra tacca.

C’è stato un tempo in cui bastavano dei cetrioli (storia esilarante) per reclamare l’uscita dall’Unione europea. Il vittimismo gonfiato di prosopopea faceva dell’Italia la perdente di tutte le partite europee, cui sarebbe stato bene sottrarsi. Nella peggiore tempesta speculativa si voleva uscire dall’euro.

I più generosi, verso l’Ue e la Banca centrale europea, si esprimevano con un ipocrita: “si, ma…”. A noi, amanti della sconfitta, non parve vero poterci gettare nella lussuria degli insulti da prendere, che nel frattempo s’erano fatti digitali, sicché gridammo: siete matti, uscire è un suicidio, contestare i vincoli è come contestare la forza di gravità. Beccammo la nostra parte e, puntuale, la vittoria elettorale arrise al fronte opposto. Eppure oggi hanno cambiato idea. Non si esce più, si collabora. Siamo ancorati, dicono, in Occidente e in Europa. Ed ho come l’impressione si sia vinto noi.

Certo sono rimaste cose comiche, perché quel che s’incrosta non è che lo elimini con un lavaggio. Manca il gas: ci vuole l’Europa. C’è bisogno di soldi: serve l’Europa. Dobbiamo difenderci: difesa europea. Servono i vaccini: provveda l’Europa (operazione eccellentemente riuscita). Ci sarebbero quelli che devono controllare progetti e conti: l’Europa si faccia gli affari suoi. E vabbe’, so’ regazzi e se non studiano in fretta faranno solo la figura dei somari.

Tutto questo per dire che in una democrazia i voti contano, ma conta e pesa anche la cultura. Le maggioranze governano, ma le minoranze, se intelligenti, modificano le idee, anche delle maggioranze. E cambiano il costume. Per dire: Ugo La Malfa (che di voti ne prendeva pochini) spiegò l’economia e il mercato ai comunisti (che ne prendevano tanti), finché un giorno si alzò Luciano Lama e disse: il salario non è una variabile indipendente. Vale a dire: non si fissa a capocchia, ma dipende dal resto. Ed ecco un’altra vittoria.

C’è un punto, però, in cui mi pare si siano accumulate solo sconfitte. Che non fanno godere per niente. Non si è riusciti a far capire e interiorizzare che la ricchezza va prima prodotta e poi utilizzata per scopi sociali, che una buona intenzione non fa una buona azione, che i soldi dello Stato non esistono e sono dei cittadini contribuenti, che sprecarli per farsi votare significa fotterli tutti per ammaliarne una parte. Niente, quella droga lì, la spesa pubblica corrente, è più forte. Ma non disperiamo, siamo perdenti di successo.

La Ragione

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EuroVaghi


Da una parte, a sinistra, fanno la faccia terrorizzata per quel che la destra potrebbe ordire contro l’Europa (sempre senza chiamarla con il suo nome: Unione europea), dall’altra non perdono occasione per parlare di Europa a pezzi, che non è una bella pre

Da una parte, a sinistra, fanno la faccia terrorizzata per quel che la destra potrebbe ordire contro l’Europa (sempre senza chiamarla con il suo nome: Unione europea), dall’altra non perdono occasione per parlare di Europa a pezzi, che non è una bella premessa per gioirne.

Da una parte, a destra, invocano l’unità europea per far fronte a problemi che nessuno è minimamente in grado di affrontare da solo, dall’altra vorrebbero stabilire che la Nazione viene prima dell’Unione. Non si tratta solo di eurosvagati per diletto, ma proprio per difetto di analisi e comprensione di quel che succede. Compresa l’iniziativa tedesca.

La maggiore difficoltà che l’Italia trova, nel far valere le proprie proposte, la palpabile diffidenza che suscita fra i vertici europei, è dovuta alla vittoria della destra? No. Almeno non ancora. Chi ha cervello aspetta i fatti, che sono ancora di là da venire. Difficoltà e diffidenza ce li siamo conquistati facendo cadere il governo Draghi.

Il tandem franco-tedesco era diventato un triciclo, per giunta con noi al manubrio. E in Italia s’è fatto fuori Draghi. Anche quanti, e non sono pochi, fra i vertici europei sono grati per questa trovata, comunque considerano deficienti quelli che l’hanno prodotta.

Veniamo al gas: perché si fa fatica ad arrivare al tetto al prezzo e perché i tedeschi mettono 200 miliardi sul piatto? Al tetto spero e penso si arrivi, ma si fa fatica perché qui ciascuno fa il furbo: c’è chi ha contratti a lunga scadenza con prezzi inferiori a quelli oggi di mercato e chi (come noi) può trarre vantaggio strategico dalla crisi attuale, diventando hub mediterraneo, come la Germania è stato hub continentale.

I 200 miliardi tedeschi, che sono soldi loro, non come quelli del Pnrr, che non sono nostri, sono il più forte indizio su chi ha minato il gasdotto North Stream, perché i tedeschi si sono convinti che Putin è pronto non solo e non più a strangolare con il prezzo, ma ad asfissiare chiudendo. Ora, non fra due anni. E la Germania si trova in guai grossi, più dolorosi dei nostri.

Ora torniamo all’Ue e alle convenienze, collettive e nazionali. Il successo collettivo più importante, in questa faccenda, è avere mantenuto l’unità e la fermezza. Orban è un reietto che conta un accidente.

Se Putin non vuole crepare sotto le macerie da lui stesso provocate deve assolutamente e in fretta minare quell’unità. Questa è la principale ragione per cui la gestione del tema gas non può che essere europea, mica le bollette. Putin punta all’escalation delle minacce, noi rispondiamo con quella delle sanzioni. Il tubo del gas si strozza e lo bucano. E qui c’è il rischio tedesco.

Avendo molte più disponibilità (bravi), potendo fare debiti a un prezzo inferiore a quello di altri e nostro in particolare (per merito loro e colpa nostra), usare quella potenza per rendere asimmetrico il dolore di questo scontro rischia di disarticolare l’unità. Che è preziosa.

Ma come noi facciamo bene a farlo osservare, loro fanno bene a dirci: i quattrini vostri ce li mettiamo noi, voi avete il Mediterraneo e noi no, per giunta ogni tre per due c’è qualcuno che se la prende con noi e invoca la vostra privata sovranità, sicché andate … ad arrangiarvi. Da qui la dichiarazione di Sholz: l’Italia non è una bomba. Tradotto: non sbombateci. L’asse con la Francia di Macron serve a riequilibrare, ma vi ricordo ancora un dettaglio: sanno tutti che fra qualche giorno noi non saremo più l’Italia di Draghi.

Benissimo tutelare i “nostri interessi”, ma devi sapere quali sono. E il principale, in questa partita, è conservare l’unità sul tema del gas, il che comporta negoziare senza piagnucolare o far tragedie se non passa tutto subito.

Aiuterebbe non poco, nel frattempo, dire in maniera chiara che metteremo i ragionieri a fare i conti del Pnrr, per sapere cosa aggiornare, ma gli impegni sulle riforme si confermano e mantengono tutti, come anche gli impegni presi circa gli strumenti di garanzia, Mes compreso. L’interesse dell’Italia è stare al sicuro in Ue, non mettere al sicuro le legioni elettorali, di ritorno dai trionfi.

La Ragione

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Semplicità e chiarezza


La semplificazione dell’intero sistema legislativo porterebbe all’Italia tutta vantaggi chiari e restituirebbe voglia di fare a molti talenti ed aziende italiane che oggi vedono la fuga all’estero come l’unica possibilità. L'articolo Semplicità e chiarez

La semplificazione dell’intero sistema legislativo porterebbe all’Italia tutta vantaggi chiari e restituirebbe voglia di fare a molti talenti ed aziende italiane che oggi vedono la fuga all’estero come l’unica possibilità.

Come molti, amo la trasparenza e la semplicità. Ho avuto la fortuna di vivere e lavorare, per circa dieci anni, in diversi paesi esteri, tra cui Regno Unito, Olanda, USA, Belgio, Germania e Lussemburgo, ed ho avuto modo di apprezzare come in altri sistemi economici, semplicemente tramite regole e norme più semplici e chiare, si riesca a garantire ai propri cittadini una vita serena e molte opportunità.

Non voglio parlare qui di economie più o meno liberiste. Parlo solo di “semplicità” e di “chiarezza”:

1. Quanto sono chiare le norme e le leggi italiane? Con quale facilità possono essere comprese dai cittadini?

2. Quale è il numero di adempimenti amministrativi, burocratici o fiscali che ogni anno cittadini ed imprese italiane sono obbligati a fare, pena sanzioni a volte ben oltre il tasso di usura?

Osservo come alcuni sistemi normativi abbiano l’obiettivo di semplificare la vita di cittadini ed imprese, dicendo loro chiaramente cosa sia possibile e non possibile fare, mentre in Italia sembra invece prevalere un altro approccio: complicare per complicare.

Solo un paio di esempi:

  • Anni fa (2013), durante una discussione su una legge in votazione, Pietro Ichino si levò in Senato tuonando: «Questo è un testo letteralmente illeggibile. Non è solo incomprensibile per i milioni e milioni di cittadini chiamati ad applicarlo, ma illeggibile anche per gli addetti ai lavori, per gli esperti di diritto del lavoro e di diritto amministrativo. È illeggibile per noi stessi legislatori che lo stiamo discutendo (…) Credo che in Aula, in questo momento, non ci sia una sola persona in grado di dirci cosa voglia dire!» (qui tutti i dettagli al riguardo).
  • Qualche mese fa anche Sabino Cassese, in un suo articolo sul Corriere della Sera titolato “Lo Stato, l’incuria e l’italiano oscuro delle leggi”, ha delicatamente deriso un decreto legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 febbraio 2022, che aveva la peculiarità di condensare nei soli sette articoli del decreto ben dieci rinvii ad altri articoli di ben sette altri decreti o leggi e contenere frasi estremamente verbose.


Per quale ragione in Lussemburgo un commercialista ha bisogno in media di 18 ore l’anno per redigere il bilancio annuale di una società, mentre in Italia di ore ce ne vogliono 168? Come può un imprenditore italiano focalizzarsi sulle opportunità di business se passa buona parte del proprio tempo a controllare le innumerevoli scadenze fiscali? A parità di aliquota media e di gettito, chi trae vantaggio da tutti questi lacci e lacciuoli?

È davvero una utopia sperare in un’Italia liberata da tutte le complicate regole, la burocrazia inutile ed i costi che troppo la penalizzano, rendendo il facile difficile ed il semplice complicato attraverso l’inutile, ed impediscono così al nostro Paese, ed agli italiani, di valorizzare le proprie enormi potenzialità inespresse, senza la necessità di fuggire all’estero?

Provo solo a fornire qualche dato:

  • In Italia è estremamente difficile far partire e gestire una attività economica. La Banca Mondiale ogni anno, nella sua pubblicazione “Doing Business”, misura la facilità di far partire e gestire una attività imprenditoriale in tutti i paesi del mondo. Se prendiamo l’ultima edizione (2020) ed analizziamo i principali paesi europei, più simili a noi per cultura e tradizione, troviamo tutti i paesi scandinavi tra il 4° posto (Danimarca) ed il 20° posto (Finlandia), il Regno Unito all’8° posto, la Germania al 22° posto, la Spagna al 30° e la Francia al 32° posto. E L’Italia? Al 58° posto!
  • L’Italia ha il sistema fiscale più complicato e meno competitivo al mondo. Secondo l’International Tax Competitiveness Index 2021, pubblicato pochi mesi fa, il sistema fiscale italiano si pone al 37° posto per competitività su 37 paesi analizzati nel mondo. Che cosa vi può essere di peggio? La complessità del sistema stesso, dove l’Italia è ancora una volta il fanalino assoluto di coda, 37 su 37 paesi.
  • In Italia un processo civile dura oltre 8 anni, in tutti i paesi del Consiglio d’Europa dura in media meno di due anni. La European Commission for the Efficiency of Justice pubblica annualmente un rapporto sull’efficienza e la qualità dei sistemi giudiziari europei. Per darvi un solo dato (2018), la durata media di un processo civile considerando tutti i Paesi membri del Consiglio d’Europa a poco meno di due anni (715 giorni). In Italia? 2.949 giorni, poco più di 8 anni, praticamente il quadruplo.
  • L’Italia ha un cuneo fiscale tra i più alti al mondo. Il cuneo fiscale è la differenza tra il costo complessivo di un lavoratore per le aziende e l’importo netto percepito dal lavoratore in busta paga. Secondo l’OCSE, che nella sua pubblicazione annuale Taxing Wages misura il cuneo fiscale nei 34 paesi OCSE, l’Italia è sempre tra i paesi con il cuneo fiscale più alto, di solito il quart’ultimo nella graduatoria. Circa il 50% del costo del lavoro finisce tra tasse e contributi previdenziali.


Per chi sia convinto che l’ingarbugliata situazione italiana attuale sia soltanto una casualità, magari dovuta ai troppi governi di colore diverso che si sono susseguiti negli anni, trascrivo qui di seguito qualche riga dal libro “Democrazia in America”, scritto da Alexis de Tocqueville nel lontano 1835 (Volume II, sezione 4, capitolo 6):

“Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo […] vedo al di sopra dei cittadini un potere immenso e tutelare, che ha l’obiettivo di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. […] Lavora volentieri al benessere dei cittadini, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità. […]

Così ogni giorno tale potere rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, e restringe l’azione della volontà […]

L’eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche a considerarle come un beneficio.

Cosi, dopo avere preso nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il potere supremo estende il suo braccio sull’intera società. Ne copre la superficie con una rete di piccole complicate regole, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non riescono a penetrare, per sollevarsi sopra la massa.

La volontà dell’uomo non è spezzata, ma infiacchita, piegata ed indirizzata. L’uomo è raramente costretto ad agire, ma è continuamente scoraggiato dall’azione. Questo potere non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore. […]

Vi suona familiare? Non fa impressione pensare che queste parole siano state scritte quasi 200 anni fa?

Quando ascoltiamo o leggiamo notizie di brillanti manager ed imprenditori italiani che hanno avuto successo all’estero, oltre all’orgoglio di essere italiani non ci viene anche il dubbio: “Ma in Italia ce l’avrebbero mai fatta?”

Davvero siamo onesti quando ci domandiamo il perché della fuga dei cervelli? Non è che forse fuggono proprio perché hanno un cervello?

Ed attenzione che anche le aziende fuggono all’estero, e quando non possono, fanno fuggire i profitti! Secondo un articolo di Milano Finanza oltre 23 miliardi di profitti di società italiane sono fuggiti all’estero in un solo anno.

Una proposta concreta per cambiare le cose? Cominciamo dalla semplificazione delle nuove leggi.

Per ogni nuova proposta di legge, sia resa necessaria la predisposizione di un piccolo test da somministrare a deputati e senatori per verificare che tutte le norme contenute nella proposta siano chiare e comprensibili almeno a questa élite culturale. Se il test non sarà superato con successo da almeno il 90% dei parlamentari, il testo dovrà essere re-inviato a chi ha redatto la proposta affinché si sforzi per una maggior chiarezza.

Sono certo che in questo modo avremo forse meno leggi nuove, ma probabilmente un po’ più chiare delle attuali.

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Al Terzo Polo serve un progetto politico


Renzi e Calenda hanno ottenuto quanto prevedibile. Ora il congresso. Ma per crescere servono idee chiare e coerenti. Caro direttore, la lista formata da Italia Viva e Azione ha ottenuto un risultato lusinghiero. Era il risultato largamente atteso. Per la

Renzi e Calenda hanno ottenuto quanto prevedibile. Ora il congresso. Ma per crescere servono idee chiare e coerenti.


Caro direttore,

la lista formata da Italia Viva e Azione ha ottenuto un risultato lusinghiero. Era il risultato largamente atteso. Per la prima volta mettere assieme due forze politiche in un simbolo “bicicletta” non hanno portato ad una sottrazione di voti. Né ad un aumento per la verità, ma anche questo era scontato. Cercherò di motivare il perché.

C’era finalmente il campo di gioco, è mancato il gioco di squadra. E’ mancato il messaggio chiaro e forte di un progetto politico innovativo.
La confusione della forza politica, “liberale, popolare e riformista”, ripetuta come un mantra dai rappresentanti del Terzo Polo (che brutto nome!) è stata una delle cause certe dell’allontanamento di una parte dell’elettorato.

Se devo essere definito “popolare” voto direttamente Forza Italia, il partito che da trent’anni si definisce “popolare” e sta con i Popolari Europei. È stato questo il ragionamento di molti elettori. E così è stato. La lista del Terzo Polo ha gentilmente lasciato 4 punti ad un partito che era valutato a non più del 5%.

Invece di un messaggio chiaro, autenticamente liberale, si è cercato di accontentare tutti. Finendo per scontentare proprio coloro che bisognava raggiungere e che avrebbero rappresentato il vero valore aggiunto.

Insomma la doppia cifra era a portata di mano, ma l’elettore che aveva digerito un ex segretario e un ex parlamentare europeo del PD, non ha trovato una proposta autenticamente e visivamente liberale. Oggi si parla di avviare un congresso per dar vita a un nuovo soggetto politico unitario.

È un percorso indispensabile, da iniziare al più presto, senza l’ansia della scadenza elettorale, ma con solide radici culturali. Anche ideologiche (consentitemi il termine caduto in disuso). L’adesione alla famiglia liberale europea di ALDE e di Renew deve essere fuori discussione.

Possono e devono esserci sensibilità diverse in un partito democratico e scalabile, con una vivace dialettica interna. Insomma, il contrario del “partito del leader”. Ma occorre un equilibrio che, per la verità Calenda in una prima fase aveva declamato in pubblico e in privato, ma più non ha perseguito.

Può ben esserci l’ordoliberismo calendiano, il riformismo renziano, anche la corrente cattolico-liberale sturziana, tutte nobili tradizioni integrabili con il mondo liberal-democratico. Ma non può non essere rappresentato il liberalismo classico. Almeno così è apparso all’esterno. Altrimenti il mix, auspicabile e opportuno, si trasforma nel vino senza uva.

Di libertà economiche fondamentali in una società sempre più stato-centrica, di una giustizia europea e non sudamericana, di diritti di cittadinanza veri, si è discusso poco nel Terzo Polo.

Tra gli astenuti dal voto ci sono molti rappresentanti del mondo liberale classico, con le sensibilità spiccate verso le tematiche sopra indicate. Tocca a noi riportarli a casa, in una casa comune, che ognuno deve sentire come propria. È questa la vera sfida di Renew Italia.

Il Tempo

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Non basta vincere


Avere la maggioranza assoluta degli eletti impone a Giorgia Meloni e al centrodestra il diritto di formare il governo. Ma anche il dovere di governare… Immagino che a questo punto, sebbene siano passati cinque giorni, si sia stufi delle analisi elettorali

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Avere la maggioranza assoluta degli eletti impone a Giorgia Meloni e al centrodestra il diritto di formare il governo. Ma anche il dovere di governare…


Immagino che a questo punto, sebbene siano passati cinque giorni, si sia stufi delle analisi elettorali e si ha voglia di passare, girare pagina e guardare insieme a quello alle prossime notizie che arriveranno.

In realtà il prossimo governo, che, con ogni probabilità, sarà il governo Meloni non nascerà prima della terza settimana di ottobre. Deve ancora insediarsi il nuovo Parlamento, bisogna eleggere i Presidenti delle due Camere e delle commissioni parlamentari.

Ad ogni modo, è assolutamente evidente la vittoria del centrodestra che conquista la maggioranza assoluta sia alla Camera, sia al Senato. Ha, pertanto, l’indiscutibile diritto-dovere di dare vita al nuovo governo.

Attenzione, però! La partita non si esaurisce in questo modo: non finisce il giorno in cui qualcuno ha preso i voti per formare un governo che abbia la fiducia del Parlamento.

Quante volte abbiamo sentito dire nei mesi e negli anni passati che bisognava tornare al voto? Chi diceva queste cose – che io non ho mai condiviso – lo diceva perché riteneva fosse esaurito il ruolo e il peso di quella legislatura e che i governi non debbano cambiare nel corso della legislatura (cosa che è esclusa in qualsiasi sistema parlamentare). Eppure c’erano già stati un voto e il responso delle urne.

Quindi, come si vede, non è che il voto esaurisce il problema. Governare non è comandare. Governare significa compiere delle scelte, spesso delicate, costruendo poi quotidianamente il consenso attorno a quelle scelte. Non lo si fa una volta per tutte le altre.

Anche perché, se guardiamo con attenzione il voto, è indiscutibile la vittoria del centrodestra, ma non hanno preso molti voti in più rispetto alla volta scorsa. In realtà, c’è un enorme successo di Fratelli d’Italia che prende moltissimi voti: quei voti che prima prendevano i suoi alleati.

Il centrodestra ha preso meno della metà più uno dei voti espressi: questo significa che la maggioranza assoluta di quelli che sono andati a votare non hanno espresso una fiducia e un desiderio di essere governati dal centrodestra.

Quelli che hanno deciso e vogliono essere governati dal centrodestra sono la maggioranza relativa degli elettori e hanno dato luogo – grazie al sistema elettorale – alla maggioranza assoluta degli eletti.

Se, però, contiamo ancora gli italiani che sono andati a votare, cioè quelli che hanno espresso un desiderio positivo di voler essere governati dal centrodestra sono un terzo. In una democrazia non è che si governa a prescindere. Si devono comunque convincere le persone di quello che si sta facendo, quindi bisogna stare molto attenti a non cadere nella trappola del consenso, cioè a pensare che sia autosufficiente.

Tutte le questioni relative, per esempio, alle riforme costituzionali, che sono necessarie e non perché la Costituzione è vecchia. Ad esempio, la sinistra, nel 2001, fece una riforma costituzionale che la scassò. Si deve e si può porre rimedio in Parlamento, discutendo con tutti. Perché la Costituzione è materia di tutti.

Si deve, poi, governare l’economia: la questione dei beni e dei finanziamenti di cui l’Italia gode è una questione che coinvolge tutti.

Certo che il governo ha il diritto e la responsabilità di compiere delle scelte, ma questa saranno verificate giorno dopo giorno. Se il nuovo governo, che nascerà a fine di ottobre, non intenderà subire la sorte dei tanti che l’hanno preceduto, ossia quella di cadere in fretta e per mano dei suoi alleati dovrà nascere con l’idea di fare qualcosa che stia nella storia del Paese.

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Sui roghi notturni delle donne persiane ed altre storie.


Mentre in Italia aspettiamo – trepidanti o fatalistici, secondo la parte – che il centenario del fascismo al governo si incarni, dall’Iran giungono immagini che assomigliano alla classica boccata d’aria. Non mi fraintendere lettrice, lettore, nessun paral

Mentre in Italia aspettiamo – trepidanti o fatalistici, secondo la parte – che il centenario del fascismo al governo si incarni, dall’Iran giungono immagini che assomigliano alla classica boccata d’aria. Non mi fraintendere lettrice, lettore, nessun parallelismo, nessuno scongiuro, nessun facile confronto. Spero sempre che all’avvento di una destra al governo, con la prima donna presidente del consiglio in Italia, non corrisponda nulla che assomigli al becero e retrivo patriarcato che tentiamo faticosamente, tutti, di lasciarci alle spalle. Ma certo, che bello vedere le donne persiane mandare al rogo i loro odiosissimi veli in dispregio alla legge coranica!

Abbandono il sentiero delle scivolose questioni interne e mi concentro su quel documento visivo che spero presto diventi storico oltre che virale.

Nel palazzo in cui tengo studio assieme a mia moglie ‘avvocata’, incrocio ogni mattina decine di fieri uomini africani che vanno al lavoro; profumatissimi e diffidenti, non ti danno mai il saluto per primi e quando lo ricambiano lo fanno con una specie di risposta masticata tra i denti. Sono i migranti di prima generazione, come noi nel nord Italia, nell’America, nell’Australia, nel Belgio o nella Germania di un novecento troppo presto dimenticato. Anche allora tutti si abbassava lo sguardo se si incrociava una donna ‘emancipata’ che andava a lavoro, e fioccavano dalle labbra commenti lussuriosi, ludibri.

Qualche tempo fa ho avuto in aula una ragazza nordafricana; fra triennio e biennio ha seguito le mie lezioni dai diciotto ai ventitre anni circa. Era fiera, caparbia, orgogliosa e portava fieramente, caparbiamente, orgogliosamente il velo. Mentre mi parlava dall’altra parte della cattedra, mi sono chiesto più volte cosa la spingesse a condividere nell’Italia contemporanea un’usanza così inattuale e
arcaica. Cosa la spingesse a farsi interprete di un maschilismo e un patriarcato talmente ovvio ai miei occhi ma talmente granitico nelle sue convinzioni giovanili.

Anche qui, cara lettrice, caro lettore, non mi fraintendere.

Sono uno scettico e sospendo sempre ogni forma di giudizio, un poco per non entrare troppo dentro la vita delle persone, ma anche per non dare l’impressione di un moralità del tutto estranea alle mie convinzioni.
La guardavo e da scettico, completamente laico e amorale, a mio modo la rispettavo. Non che non avessi il diritto anche solo accademico di porre la fatidica domanda: “chi te lo fa fare?”.

Insegno Storia della moda e avrei potuto farne motivo di un genuino interesse culturale e didattico da condividere con il resto della classe. Ma davvero la mia educazione non mi consente facili giudizi. La ragazza ha continuato così, per la sua strada, indisturbata e senza alcun commento.

Entro il 1377-80, la bottega in cui opera il “Maestro del compagno del Falconiere” completava il soffitto ligneo di Palazzo Chiaramonte (oggi Steri) a Palermo, con splendide storie dipinte.
In alcuni episodi del ciclo decorativo la vita della città panormita pulsa al punto da apparire estremamente attuale. In uno dei lacunari una donna interamente velata addita se stessa come a dire: “Eccomi qui, io sono quella“. Nell’altra mano sgrana un rosario. Del suo viso ci concede solo gli occhi, il resto del corpo è gelosamente imbozzolato nelle vesti.

Quale distanza separa quella donna saracena nella Palermo del tardo Trecento dalla mia fiera allieva?
Cosa separa la mia fiera allieva dalle donne iraniane che giusto ieri, finalmente, davano fuoco ai veli?

Davvero non saprei, ma come uomo del XXI secolo che attende ancora la piena parità dei diritti di genere (di tutti i generi) e la piena integrazione delle genti migranti (di tutte le genti migranti), non me ne vogliano la misteriosa palermitana del 1377-80 né la mia brava e gentile allieva, di gran lunga preferisco i roghi notturni delle donne persiane.

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Nordio: “Una nuova Costituente per la riforma della Carta”


L’aspirante guardasigilli boccia l’idea di una Bicamerale Sarà che è nato nel 1947, quando l’Assemblea Costituente era in piena attività. E che, non da oggi, sostiene che quella sia la via maestra per mettere mano alla nostra legge fondamentale. Fatto sta

L’aspirante guardasigilli boccia l’idea di una Bicamerale


Sarà che è nato nel 1947, quando l’Assemblea Costituente era in piena attività. E che, non da oggi, sostiene che quella sia la via maestra per mettere mano alla nostra legge fondamentale. Fatto sta che Carlo Nordio, fresco di elezione a senatore nelle file di Fdi e in pole come futuro Guardasigilli, ieri è tornato sull’ipotesi di riformare la Costituzione facendo eleggere dagli italiani una nuova Assemblea costituente.

L’ha fatto in un’intervista al Messaggero, raccogliendo l’assist del capogruppo Fdi alla Camera, Francesco Lollobrigida, che nella prima conferenza stampa dopo la vittoria elettorale ha ricordato come la Costituzione sia «bella», ma «che ha anche 70 anni di età». In realtà ne ha qualcuno di più, proprio come Nordio, che saggiamente chiude la strada all’ipotesi di cambiarla «senza le opposizioni».

La nostra Costituzione, spiega l’ex magistrato, «fu un miracolo di compromessi, scritta da grandi statisti ma oggi è invecchiata, come tutte le cose di questo mondo, e va riadattata alle nuove esigenze». Ma non certo da soli, a prescindere dai numeri del nuovo Parlamento. «Ovviamente si può e si deve farlo solo con il concorso e il contributo della maggior parte delle forze politiche», spiega il neo-senatore, che poi snocciola, appunto, la sua soluzione: «Personalmente preferirei un’Assemblea Costituente, come da tempo suggerisce la Fondazione Einaudi di cui mi onoro di far parte».

Niente riesumazione della Bicamerale, mai più rispolverata dopo il fallimento di quella di D’Alema nel 1997, niente tentativi di riforma come quelli non andati a buon fine di Berlusconi e Renzi. Ma un organo dedicato, eletto dal popolo, insomma. La cosa interessante è che è un’ipotesi che ha già ricevuto adesioni trasversali dal mondo della politica.

Il «suggerimento» a cui accenna Nordio è il progetto della Fondazione Einaudi che era stato presentato ai partiti, come disegno di legge costituzionale, alla fine di luglio 2021. Raccogliendo, appunto, il sì di quasi tutte le parti politiche. Il presidente della Fondazione, Giuseppe Benedetto, aveva raccontato proprio al Giornale a dicembre scorso i punti della proposta, rilanciata ieri da Nordio: «L’elezione dovrebbe avvenire con un sistema proporzionale puro (…) Dovrebbe essere composta da cento componenti e dovrebbe durare un anno. (…) Noi abbiamo disegnato una cornice che non dovrebbe essere riempita dal Parlamento, bensì da cento persone che si dedicherebbero a rivedere la seconda parte della Costituzione, facendo solo quello».

I tempi sono maturi? Considerando la materia, rispondere non è semplice. Ma, come detto, la proposta rilanciata dall’ex magistrato e varata dalla Fondazione Einaudi aveva incontrato il favore di molti, con l’eccezione dei Cinque Stelle. Nella conferenza stampa a Montecitorio, un anno e mezzo fa, c’erano parlamentari di ogni colore: il leghista Dimitri Coin, l’azzurro Roberto Occhiuto, il vicepresidente del Senato Ignazio La Russa, di Fdi, che ha rilanciato la proposta anche mesi dopo, ad Atreju.

Tra i più entusiasti si segnalava l’ex capogruppo Pd in Senato, Andrea Marcucci (non rieletto domenica), che si era definito «recidivo» dopo aver sostenuto la riforma Renzi e caldeggiava un «vero ammodernamento della nostra Carta», come pure il vicepresidente di Iv alla Camera, Marco di Maio.

Massimo Malpica su Il Giornale

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Convegno Italia – Mediterraneo


Il 6 ottobre, alle ore 18.30, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, si terrà un convegno dal titolo “Italia-Mediterraneo”. L’Italia non sarebbe il Bel Paese se non fosse la penisola al centro del Mar

Il 6 ottobre, alle ore 18.30, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, si terrà un convegno dal titolo “Italia-Mediterraneo”.

L’Italia non sarebbe il Bel Paese se non fosse la penisola al centro del Mar Mediterraneo. Il rapporto che l’Italia ha con il Mediterraneo e tutti i Paesi che s’affacciano su esso è, da tempi antichi, privilegiato. In questo convegno la questione Italia-Mediterraneo verrà affrontata includendo diversi aspetti: storici, religiosi, strategici, energetici ed economici.

Intervengono:


Giordana Terracina, Ph.D. in Storia e Scienze filosofico-sociali

“Contestualizzazione storica del rapporto Italia – Mediterraneo”

David Meghnagi, Docente di Pensiero Ebraico presso l’Università Roma Tre

“Il ruolo del dialogo religioso nel Mediterraneo”

Enrico Molinaro, Presidente e fondatore dell’Associazione Prospettive Mediterranee

“Italia protagonista del dialogo tra identità collettive nel Mediterraneo”

Simona Benedettini, Coordinatrice del Dipartimento Politiche Ambientali, Mercati Energetici e Sviluppo della Fondazione Luigi Einaudi

“Il Mediterraneo e le sue ricchezze energetiche”

Carlo Amenta, Economista e Direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni

“Le ZES e la cooperazione nell’area del Mediterraneo”

Modera:


Ottavia Munari, Ricercatrice della Fondazione Luigi Einaudi

Il convegno sarà comunque fruibile anche in diretta streaming sul canale YouTube e sulla pagina Facebook della Fondazione.

Accredito partecipanti su eventbrite.it


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Diritto, legislazione e libertà di Friedrich A. von Hayek


Diritto, legislazione e libertà è il risultato di una lunga gestazione. In ordine di tempo, è l’ultima delle grandi opere di Friedrich A. von Hayek. Il suo scopo è individuare l’habitat normativo e istituzionale che consente la cooperazione tra soggetti n

Diritto, legislazione e libertà è il risultato di una lunga gestazione. In ordine di tempo, è l’ultima delle grandi opere di Friedrich A. von Hayek. Il suo scopo è individuare l’habitat normativo e istituzionale che consente la cooperazione tra soggetti non sottoposti a una gerarchia obbligatoria di fini e che possono liberamente decidere i contenuti delle proprie azioni. Di qui l’importanza del diritto, ovvero delle norme di «giusta condotta», e la reiterata preoccupazione nei confronti di quella produzione legislativa che, prescrivendo il raggiungimento di specifici obiettivi, restringe o impedisce la scelta individuale. Non diversamente da tutti gli altri lavori hayekiani, l’opera ha come sua premessa gnoseologica la nostra condizione di ignoranza e fallibilità.

Autore: Friedrich A. von Hayek
Curatore: Lorenzo Infantino, Pier Giuseppe Monateri
Editore: Edizioni Società Aperta
Anno edizione: 2022

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La trappola


Avere la maggioranza assoluta degli eletti impone alla destra di formare il governo. Hanno il diritto-dovere di governare. L’interesse nazionale è sempre che il governo funzioni. Quella forza parlamentare, però, comporta anche una trappola. Più se ne ha e

Avere la maggioranza assoluta degli eletti impone alla destra di formare il governo. Hanno il diritto-dovere di governare. L’interesse nazionale è sempre che il governo funzioni. Quella forza parlamentare, però, comporta anche una trappola. Più se ne ha e meno ci si ricorda di quali sono i suoi limiti.

La coalizione vincente ha forti differenze al suo interno. Il governo Meloni prenderà forma nella seconda metà di ottobre, il tempo intermedio sarà quello dello scontro nella coalizione, il tempo successivo sarà quello dei conti con la realtà. E la prima realtà con cui fare i conti è quella del consenso.

In una democrazia non si comanda, ma si governa. E governare significa compiere delle scelte essendo capaci di costruire il consenso attorno a quelle. Sia il non scegliere che il compiere scelte solo per il consenso (vedi bonus e soldi regalati) non è governare, ma sgovernare. Il consenso raccolto con le elezioni è determinante ai fini delle maggioranze parlamentari, ma per governare veramente occorre rigenerarlo di continuo.

Anche perché la destra ha vinto per suicidio della sinistra, il quadruplicarsi dei voti a Fratelli d’Italia non è la crescita dei voti al centro destra, che rimangono stabili, ma una redistribuzione interna. Significa che la maggioranza dei voti espressi non è andata alla destra, il cui consenso, se si mettono nel conto gli astenuti, si riduce a un terzo degli italiani.

Per giunta il voto dei giovani, che si sono astenuti più dell’insieme degli elettori, è andato principalmente ad Azione, il che segnala un distacco generazionale. Dimenticare che il consenso di cui si dispone non è il trionfo ora celebrato e dimenticarsi che va rinnovato è una trappola. Se ci si cade ci si paralizza.

La prima conseguenza di questo è che saggezza suggerisce di avviare subito il confronto parlamentare sul tema delle riforme costituzionali. Non perché la Costituzione sia “vecchia” (che bischerata: è del 1948, quella statunitense del 1788 ed è stata cambiata, con emendamenti, meno della nostra), o perché l’Italia di oggi non sia quella di allora (i principi e i valori non cambiano), ma perché la sinistra l’ha cambiata e scassata nel 2001.

Nel porre rimedio si possono affrontare anche altri aspetti. Ma se si vuole ragionare di una RiCostituente, allora non c’è maggioranza che tenga, si deve dialogare con tutti e scegliere di farlo in una sede apposita. Le forze che saranno all’opposizione e che si rifiutassero al dialogo non sarebbero più oppositrici, ma meno serie e credibili.

L’opposizione sarà irresponsabile se sceglierà di usare gli inevitabili guasti economici del 2023 per reclamare dal governo più soldi da distribuire. Al governo sarebbero degli irresponsabili se usassero quei guasti per guastare gli equilibri di bilancio. Proprio perché il lavoro è stato impostato dal governo Draghi e la sua realizzazione è nell’interesse nazionale al governo spetterà procedere, e all’opposizione non solo criticare. In quello, a parte il vitale fronte ucraino, si misurerà l’affidabilità europea.

Nel nostro interesse. E, ad esempio, pensare di usare i fondi che non siamo stati capaci di spendere per compensare gli aumenti del gas può sembrare una buona idea, ma è anche una figura di palta e un’attitudine mendica. Quei soldi sono garantiti da tuti i contribuenti europei, tutti pagano di più l’energia e non può essere premiato chi è stato meno capace di usarli.

Ripetono tutti che il nuovo governo lavorerà in un momento terribile. Di facile non c’è nulla, ma si troverà due anni di crescita alle spalle. La Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza, appena licenziata dal governo, specifica: +6,6% nel 2021 e +3,3% quest’anno, quindi meglio del previsto (3,1%). Deficit e debito in calo e inflazione prevista in decrescita già entro i prossimi mesi. L’anno prossimo si rallenterà, ma pur restando in crescita (+0,6%).

Inoltre il governo avrà a disposizione fondi europei, da investire, quanti non ce ne sono precedentemente stati. Meloni è nella storia per essere la prima donna e la prima di destra, ma la storia potrà farla se saprà usare il consenso raccolto per accrescerlo senza arroganza, al servizio dell’Italia, sulle scelte che si dovranno fare. L’alternativa è la solita storia: cadrà per mano dei suoi alleati, cui ha sottratto i voti.

La Ragione

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Italia-Mediterraneo


Il 6 ottobre, alle ore 18.30, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, si terrà un convegno dal titolo “Italia-Mediterraneo”. L’Italia non sarebbe il Bel Paese se non fosse la penisola al centro del Mar

Il 6 ottobre, alle ore 18.30, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, si terrà un convegno dal titolo “Italia-Mediterraneo”.

L’Italia non sarebbe il Bel Paese se non fosse la penisola al centro del Mar Mediterraneo. Il rapporto che l’Italia ha con il Mediterraneo e tutti i Paesi che s’affacciano su esso è, da tempi antichi, privilegiato. In questo convegno la questione Italia-Mediterraneo verrà affrontata includendo diversi aspetti: storici, religiosi, strategici, energetici ed economici.

Intervengono:


Giordana Terracina, Ph.D. in Storia e Scienze filosofico-sociali

“Contestualizzazione storica del rapporto Italia – Mediterraneo”

David Meghnagi, Docente di Pensiero Ebraico presso l’Università Roma Tre

“Il ruolo del dialogo religioso nel Mediterraneo”

Enrico Molinaro, Presidente e fondatore dell’Associazione Prospettive Mediterranee

“Italia protagonista del dialogo tra identità collettive nel Mediterraneo”

Simona Benedettini, Coordinatrice del Dipartimento Politiche Ambientali, Mercati Energetici e Sviluppo della Fondazione Luigi Einaudi

“Il Mediterraneo e le sue ricchezze energetiche”

Carlo Amenta, Economista e Direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni

“Le ZES e la cooperazione nell’area del Mediterraneo”

Modera:


Ottavia Munari, Ricercatrice della Fondazione Luigi Einaudi

Per partecipare un presenza, è necessario registrarsi su Eventbrite CLICCANDO QUI

Il convegno sarà comunque fruibile anche in diretta streaming sul canale YouTube e sulla pagina Facebook della Fondazione.

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Le mani nel fango


Ben oltre il meteo La meteorologia è una pratica che presenta non poche difficoltà. Una è la smentita. Può accadere che “le previsioni del tempo”, come diceva il mitico colonnello Bernacca, siano smentite dalla pioggia o dal sole o dal vento o dalla nebbi

Ben oltre il meteo


La meteorologia è una pratica che presenta non poche difficoltà. Una è la smentita. Può accadere che “le previsioni del tempo”, come diceva il mitico colonnello Bernacca, siano smentite dalla pioggia o dal sole o dal vento o dalla nebbia.

La ‘materia’ è per sua natura mutevole e tende – per dirlo ancora con la mitologia televisiva – al “Sereno variabile”. Insomma, le previsioni sono fatte anche per essere smentite. Non è un’ipotesi remota. È la normalità della stessa pratica meteorologica. Se questa particolarità delle “previsioni meteo” fosse tenuta in debito conto si farebbe un uso migliore della meteorologia.

Purtroppo, oggi, la previsione meteo è stata elevata a metodo di governo del territorio. Un grave errore. Infatti, conoscendo il dramma italiano del sistema idrogeologico della quasi totalità del territorio nazionale, si cerca di sopperire all’assenza di governo della terra e delle acque con il ricorso all’allerta meteo.

La toppa peggiore del buco. Perché arriverà sempre un momento in cui la Protezione civile dirà – come accaduto nell’ultimo dramma nazionale nelle Marche – che si è trattato di «un fenomeno meteo impossibile da prevedere nella sua intensità». Viviamo un tempo in cui si tende a credere con troppa facilità che la tecnologia possa sostituire il bisogno umano, terreno e terrestre, di governare.

Siamo sempre alla ricerca di un sistema di sicurezza assoluto per poi scoprire che viviamo per natura nell’incertezza. Lo scrittore Mark Twain – quello de “Le avventure di Tom Sawyer”– diceva: «Non è quello che non sai a metterti in pericolo. È quello che dai per certo e invece non lo è».

Credere o far credere che si abbia a disposizione un sistema infallibile mentre non solo l’uomo ma la stessa scienza è scientifica proprio perché fallibile, significa incamminarsi sulla via che conduce ai disastri. Non è la fatalità che condanna l’Italia ad avere sistematicamente in autunno le mani nel fango: è l’incoscienza di pensare di poter fare a meno del governo del territorio.

Le civiltà nascono e muoiono a ridosso dei fiumi. Anche i Comuni italiani – sono più di ottomila – nascono e muoiono a ridosso dei fiumi. Credere di abitare, costruire e lavorare in un paese attraversato da un fiume – in alcuni casi da due fiumi – e non curarsi quotidianamente delle acque vuol dire prepararsi a mettere le mani nel fango per liberare la strada, la casa, l’opificio e – il cielo mi perdoni – cercare i propri cari.

Le tragedie autunnali portano i nomi dei fiumi. Oggi il Misa, ieri il Calore, l’altro ieri il Sarno (e si può continuare per molto di alluvione in alluvione). Non solo se ci rivolgiamo a un ingegnere ma anche se parliamo con un contadino –sempre che si sia capaci di trovare un buon ingegnere e rintracciare un contadino – ci sentiremo dire che un fiume straripa se gli argini sono trascurati dall’uomo.

Ma non solo. Anche la nostra letteratura ce lo dice. Machiavelli, “Il Principe”, capitolo XXV: «…a uno di quei fiumi rovinosi che, quando si adirano, allagano e’ piani, ruinano li arbori e li edifizi, lievano da questa parte terreno, pongono da quella altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro senza potervi in alcuna parte ostare».

E cosa si può fare dinanzi a questa furia della natura? Affidarsi al meteo? Prendersela poi con la sfortuna? Non resta altro da fare che gli uomini «quando sono tempi queti» costruiscano «ripari e argini»: in modo tale che quando arriverà la tempesta, che sempre arriva, il fiume o andrà «per un canale o l’impeto loro non sarebbe né sì dannoso né si licenzioso» (violento).

O impariamo o avremo sempre le mani nel fango.

La Ragione

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Musica: al Castello Ursino di Catania dal 30 settembre al 9 ottobre torna Classica & Dintorni


Ricerca e tradizione, musica per film e sonorità orientali.Il M° Ketty Teriaca: “Prima esecuzione in Sicilia del Diario del tempo che verrà di Marco Betta, trascrizioni per quartetto Italianvibes delle colonne sonore di tre film di Roberto Andò” CATANIA,

Ricerca e tradizione, musica per film e sonorità orientali.
Il M° Ketty Teriaca: “Prima esecuzione in Sicilia del Diario del tempo che verrà di Marco Betta, trascrizioni per quartetto Italianvibes delle colonne sonore di tre film di Roberto Andò

CATANIA, 28 settembre 2022 – Dalle musiche per il cinema e il teatro – che con contributi di grandi compositori contemporanei hanno scritto un nuovo capitolo nella letteratura musicale del Novecento – alle geografie sonore di lontani paesi orientali; dai canti della tradizione lettone, alle partiture dei classici europei. Tra ricerca e tradizione, anche quest’anno, alle soglie dell’autunno e del ritrovato piacere dell’ascolto della musica negli spazi al chiuso, il Castello Ursino di Catania risuona della magica atmosfera di Classica & Dintorni [30 settembre – 9 ottobre 2022].

E per questa 19°edizione la direttrice artistica Ketty Teriaca – pianista e docente del Conservatorio Scarlatti di Palermo – confeziona una rassegna raffinata e nel segno della contaminazione fra i generi scandita in due weekend lunghi, dal venerdì alla domenica. Tutti i concerti saranno ospitati al Castello Ursino e inizieranno alle 21. Inserita nel cartellone del Catania Summer Fest, Classica & Dintorni 2022 sarà ad ingresso gratuito fino a esaurimento posti e sarà sufficiente prenotarsi via whatsapp al numero 331 4861931.

Si comincia venerdì 30 settembre con la grazia assoluta dei quartetti di Mozart e una formazione “indigena”, ovvero nata e cresciuta a Catania e già accreditata nei circuiti nazionali e internazionali. Si chiama Katanè e per il concerto inaugurale di Classica & Dintorni vedrà la presenza del flautista Domenico Testaì insieme con i giovani componenti Ricardo Urbina e Dario Militano al violino, Clelia Lavenia alla viola e Giulio Nicolosi al violoncello.

Sabato 1 ottobre è in programma una autentica chicca: “Quaderni. Diario del tempo che verrà”, un regalo del M° Marco Betta – compositore, sovrintendente e direttore artistico del Teatro Massimo di Palermo – per l’Italianvibes Ensemble. Si tratta delle trascrizioni per quartetto – vere e proprie miniature sonore – di brani composti per il cinema e il teatro che Betta ha voluto rielaborare per la formazione dell’Italianvibes composto da Giovanni Mareggini (flauto), Luca Ranieri (viola), Maria Cecilia Berioli (violoncello) e dalla stessa Ketty Teriaca al pianoforte. “Siamo lusingati – spiega Teriaca – di questo regalo pensato per la nostra formazione, brani che eseguiamo in Sicilia per la prima volta dopo una parziale anteprima in Umbria e in Friuli l’estate scorsa. Si tratta di musiche composte da Betta per tre film diretti dal regista Roberto Andò: “Viaggio segreto”, “Viva la libertà” e “Il Manoscritto del Principe”. Mentre la seconda parte del concerto è dedicata alla figura dell’imprenditore palermitano Ferruccio Barbera con brani che scandiscono la sua vita, interrotta prematuramente a 53 anni. E poi due pezzi da pièces teatrali, una di Andrea Camilleri e l’altra di Ruggero Cappuccio nel solco della ricerca e della divulgazione di autori del passato meno conosciuti e di compositori contemporanei di grande valore”.

Domenica 2 ottobre viaggio sonoro verso le rotte dell’Afganistan e dell’India con il duo di Davide Livornese al rabab e Riccardo Gerbino al tabla, strumenti tradizionali dei due paesi ai quali i due musicisti hanno dedicato studi in campo internazionale componendo musiche inedite ispirate alle tradizioni locali. Le composizioni sono immaginari sonori che rievocano antiche danze e andature ipnotiche lungo paesaggi melodici armoniosi e improvvisati.

Nel secondo weekend, al Castello Ursino venerdì 7 ottobre si esibirà il Trio Quiròs con Francesca Adamo Sollima (soprano), Mauro Schembri (mandolinio) e Fernando Mangifesta (fisarmonica). In programma musiche di Hahn, Weill, Piazzolla, Ramirez, Angulo, Gershwin e Bernstein.

Sabato 8 sono attese le Saucejas, formazione di origine lettone tutta al femminile che proporrà canti e arrangiamenti della tradizione.

Infine, domenica 9 ottobre, chiusura con musiche di Vivaldi, Bach, Rameau e Telemann con Ensemble Harmonia Urbis: Giusi Ledda (traversiere), Iben Bagvad Kejser (violino), Andrea Fossà (violoncello), Ugo Di Giovanni (liuto), Marco Silvi (clavicembalo e direzione).

L’edizione 2022 è organizzata dall’associazione culturale Darshan e dall’associazione di promozione sociale AreaSud con il contributo di Ministero della Cultura, Regione Siciliana – Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo, Città di Catania – Assessorato alla Cultura, Catania Summer Fest. Info Associazione Darshan

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Sinistrati


Batosta meritata La vittoria della destra non è solo la sconfitta della sinistra, ma il suo vuoto, il suo avere perso tempo a indicare i guasti, passati e presenti, degli avversari, senza buttare sulla bilancia il peso di proposte e idee per il presente e

Batosta meritata


La vittoria della destra non è solo la sconfitta della sinistra, ma il suo vuoto, il suo avere perso tempo a indicare i guasti, passati e presenti, degli avversari, senza buttare sulla bilancia il peso di proposte e idee per il presente ed il futuro. Si sono votati alla sconfitta con tale voluttà da avere cominciato a regolare i conti prima ancora del voto.

Tutto, pur di non farli con la propria identità. Talché oggi la sinistra è percorsa da istinti sinistri ed è popolata da sinistrati. Siccome la democrazia funziona se sono spendibili e vive sia la maggioranza che l’opposizione, e siccome è nella sconfitta che ci si rimodella, quello di sinistra è un fronte che deve interessare tutti.

I due sconfitti sono Letta e Salvini. Il primo perché isolato, il secondo perché ridimensionato. I due, però, hanno in comune un dato politico rilevante e trascurato, che metto all’origine della rovina: sono stati decisivi per l’approvazione della riforma costituzionale che ha tagliato il numero dei parlamentari. Salvini perché era al governo con i 5 Stelle e consentì la maggioranza.

Letta perché fece la stessa cosa, dopo che il Pd aveva votato contro, una volta trovatosi al governo con Conte. Andavano a rimorchio del populismo. Se a sinistra avessero avuto memoria di Pietro Nenni si sarebbero ricordati che <<c’è sempre uno più puro che ti epura>>. In questo caso: c’è sempre uno più demagogo che ti frega. Difatti.

Il Pd provò a coprirsi, ponendo come condizione la riforma del sistema elettorale. Ma, a parte che quel sistema lo ha voluto il Pd, era una condizione posta al vento e nessuno se ne è curato.

Se si guardano i risultati del proporzionale ci si accorge che la destra non ha la maggioranza, anche perché non ha aumentato i voti. Stravince, invece, grazie a quella legge elettorale e a quella riforma costituzionale. Il Pd s’è confezionato la sconfitta con le proprie mani.

Ora sembra rintronato. Non si può dire, come pare sia riuscito a fare Letta: il prossimo segretario sia una donna. Credono sul serio sia quello il problema? È la linea politica. Dopo la sconfitta la sinistra può fare all’inglese: si radicalizza, così garantendosi l’entusiasmo degli adepti è la sicurezza di non vincere mai più.

Oppure riconosce che non esiste più il mondo in cui si tenevano assieme Giorgio Amendola e Pietro Ingrao (come non esiste più quello che teneva assieme Amintore Fanfani e Giulio Andreotti) e si decide a non avere paura dell’avversario a sinistra, ma dell’inesistenza al centro. Perché anche domenica scorsa ha vinto lo schieramento che aveva un puntello al centro, senza il quale non avrebbe vinto.

Se la sinistra è considerata la casa dei ricchi e dei centri cittadini lussuosi, a parte che la destra ha vinto anche in quelli, non è perché s’è dimostrata riformista e non rivoluzionaria, ma perché appare conservatrice e rispettosa dei privilegi. L’ideologia vuole l’assalto al ricco, il pragmatismo vuole quello all’evasore fiscale. Ricchi immobili accatastati a cavolo compresi.

Ma su quello sbracarono, non hanno saputo inchiodare la destra, non sono stati capaci di raccontare quanto nuoce ai meno protetti. Lasciare alla destra il tema delle separazione delle carriere, fra procuratori e giudici, è il segno di una frana culturale. E morale.

Non serve inseguire i voti persi nel mondo del lavoro, serve affermare che i salari devono crescere al crescere della produttività, sgravandoli di privilegi regalati ad altri. La difesa corporativa degli insegnanti che non insegnano è conservazione della scuola che non funziona, mentre la meritocrazia è promessa di riscatto per chi parte in svantaggio.

Tagliare la spesa corrente improduttiva è promessa di sicurezza per i risparmi, alimentarla con nuove tasse (come follemente proposto) è taglieggiamento. La sinistra ha perso perché s’è persa, come l’Asino di Buridano, e meritava di perdere.

Che non significa la destra meritasse di vincere, ma se si vuole uscire dalla morta gora occorre meritarsi qualche cosa di meglio. A dritta e a manca.

La Ragione

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Sostanza


Fine della propaganda, si passa alla sostanza. La vittoria va a Fratelli d’Italia, ma veniamo da vittorie anche più marcate (Pd renziano nel 2014, 5 Stelle nel 2018 e Lega nel 2019) dissoltesi nel nulla. Prima delle prossime scadenze elettorali, fossero a

Fine della propaganda, si passa alla sostanza. La vittoria va a Fratelli d’Italia, ma veniamo da vittorie anche più marcate (Pd renziano nel 2014, 5 Stelle nel 2018 e Lega nel 2019) dissoltesi nel nulla. Prima delle prossime scadenze elettorali, fossero anche municipali, si gioca la partita del passare dal prendere i voti al saper governare.

Siccome il governo sarà guidato da Giorgia Meloni, è lì che si deve concentrare l’attenzione. Ma la sostanza vale anche per l’opposizione. Le democrazie non corrono rischi se vince la destra o la sinistra, ma se perde la politica.

Prima sostanza, l’Unione europea. Qui l’effetto è paradossale, perché inseguendo un maggiore peso nazionale si realizza un perdita di peso politico. Dalle questioni economiche alla revisione dei trattati, dalla reazione all’invasione dell’Ucraina al mercato del gas, l’azione di Draghi, forte dell’esperienza in Bce, ha insidiato il ruolo del tandem franco-tedesco. Complice la debolezza tedesca. Se non si abbandona subito la prosopopea propagandistica e ci si marginalizza il problema non è cosa diranno di noi, ma che smetteremo di dire ad altri come indirizzare l’Ue.

Seconda sostanza, la politica estera. Meloni ha una marcata (e benemerita) posizione atlantista, ma talora pare volere fare il verso a quella del Regno Unito, nel rapporto diretto con gli Usa. Ma l’Italia non ha quella storia e il nostro peso è mediato dal rapporto Ue-Usa. O non c’è. Senza questa nettezza si torna alle derive mediterranee e si resta sguarniti nel caos ad Est e a Sud.

Da questo punto di vista Meloni è indebolita dagli alleati, perché uno è filorusso e anti europeo, mentre l’altro si dipinge come garante d’europeismo, ma sull’Ucraina è riuscito a dire delle oscenità. Molto dipenderà dal terreno economico.

Terza sostanza, i conti, appunto. Nel corso della campagna elettorale Meloni ha (meritoriamente) tenuto il punto sullo scostamento di bilancio, ovvero sul maggiore debito. Crosetto ha già chiesto a Draghi la collaborazione sulla legge di bilancio, cosa di ottima correttezza istituzionale, opposta alla volgarità dei vincitori che s’industriano a smontare quanto fatto dai predecessori.

Certo, a chiedere collaborazione sono gli oppositori di ieri, il che racconta molto di quel che è stato. Ma il tema non è solo la legge di bilancio, che deve essere pronta in un mese, bensì la condotta successiva. Qui si deve subito abbandonare la propaganda per gonzi, che finge il problema siano i “parametri” europei.

Quelli sono solo il riflesso della realtà, nonché la base su cui poggiano le difese di cui godiamo. Sarà sufficiente osservare quel che è capitato al Regno Unito, che ha un debito ben inferiore al nostro, dopo avere annunciato il taglio delle tasse a debito (si lasci stare Thatcher, che c’entra nulla): tassi in salita e sterlina che non hanno svalutato loro, ma direttamente il mercato. Svalutazione che li rende più poveri, non più esportatori. Nel 2023 i titoli del debito italiano da emettere o rinnovare si aggirano sui 200 miliardi di euro. C’è poco da fare gli spiritosi.

Nelle democrazie gli elettori sono sovrani. Nel decidere da chi essere rappresentati, ma non sono mica sovrani sul resto del mondo. Quello è un delirio. La realtà deve essere affrontata per quello che è, non per quel che si desidera. La qualità di una classe politica (anche d’opposizione) si misura dalla capacità di trasformare i consensi in forza realistica e operativa.

Se per raccoglierli si è detto qualche sproposito, perseverare non è coerenza, ma incoscienza. Se si usano i consensi per poterne avere altri, si perdono. Come è successo nei tre casi all’inizio ricordati. L’interesse comune di un Paese è che chi governa ci riesca, che sappia essere all’altezza. Supporre il contrario, sperare di rivincere per incapacità e fallimento altrui, è la morte della politica. Che nuoce gravemente alla salute delle democrazie. Illude che basti una mano di vernice, del proprio colore. Un’illusione che cade con l’intonaco.

La Ragione

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LibSpace con Giuseppe Benedetto – Analisi dei risultati elettorali


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Schiavi a Zanzibar: Tre Testimonianze Ottocentesche


Il Mercato degli Schiavi a Zanzibar raggiunse il massimo sviluppo nel XVIII e nella seconda metà del XIX secolo. Schiavismo Islamico ed Europeo Lo studio dello schiavismo e delle sue ramificazioni storiche è di estremo interesse.Continue reading

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Sui roghi notturni delle donne persiane ed altre storie.


Mentre in Italia aspettiamo – trepidanti o fatalistici, secondo la parte – che il centenario del fascismo al governo si incarni; dall’Iran giungono immagini che assomigliano alla classica boccata d’aria. Non mi fraintendere lettrice, lettore, nessun paral

Mentre in Italia aspettiamo – trepidanti o fatalistici, secondo la parte – che il centenario del fascismo al governo si incarni; dall’Iran giungono immagini che assomigliano alla classica boccata d’aria. Non mi fraintendere lettrice, lettore, nessun parallelismo, nessuno scongiuro, nessun facile confronto. Spero sempre che all’avvento di una destra al governo, con la prima donna presidente del consiglio in Italia, non corrisponda nulla che assomigli al becero e retrivo patriarcato che tentiamo faticosamente, tutti, di lasciarci alle spalle. Ma certo, che bello vedere le donne persiane mandare al rogo i loro odiosissimi veli in dispregio alla legge coranica!

Abbandono il sentiero delle scivolose questioni interne e mi concentro su quel documento visivo che spero presto diventi storico oltre che virale.

Nel palazzo in cui tengo studio assieme a mia moglie ‘avvocata’, incrocio ogni mattina decine di fieri uomini africani che vanno al lavoro; profumatissimi e diffidenti, non ti danno mai il saluto per primi e quando lo ricambiano lo fanno con una specie di risposta masticata tra i denti. Sono i migranti di prima generazione, come noi nel nord Italia, nell’America, nell’Australia, nel Belgio o nella Germania di un novecento troppo presto dimenticato. Anche allora tutti si abbassava lo sguardo se si incrociava una donna ‘emancipata’ che andava a lavoro, e fioccavano dalle labbra commenti lussuriosi, ludibri.

Qualche tempo fa ho avuto in aula una ragazza nordafricana; fra triennio e biennio ha seguito le mie lezioni dai diciotto ai ventitre anni circa. Era fiera, caparbia, orgogliosa e portava fieramente, caparbiamente, orgogliosamente il velo. Mentre mi parlava dall’altra parte della cattedra, mi sono chiesto più volte cosa la spingesse a condividere nell’Italia contemporanea un’usanza così inattuale e
arcaica. Cosa la spingesse a farsi interprete di un maschilismo e un patriarcato talmente ovvio ai miei occhi ma talmente granitico nelle sue convinzioni giovanili.

Anche qui, cara lettrice, caro lettore, non mi fraintendere.

Sono uno scettico e sospendo sempre ogni forma di giudizio, un poco per non entrare troppo dentro la vita delle persone, ma anche per non dare l’impressione di un moralità del tutto estranea alle mie convinzioni.
La guardavo e da scettico, completamente laico e amorale, a mio modo la rispettavo. Non che non avessi il diritto anche solo accademico di porre la fatidica domanda: “chi te lo fa fare?”.

Insegno Storia della moda e avrei potuto farne motivo di un genuino interesse culturale e didattico da condividere con il resto della classe. Ma davvero la mia educazione non mi consente facili giudizi. La ragazza ha continuato così, per la sua strada, indisturbata e senza alcun commento.

Entro il 1377-80, la bottega in cui opera il “Maestro del compagno del Falconiere” completava il soffitto ligneo di Palazzo Chiaramonte (oggi Steri) a Palermo, con splendide storie dipinte.
In alcuni episodi del ciclo decorativo la vita della città panormita pulsa al punto da apparire estremamente attuale. In uno dei lacunari una donna interamente velata addita se stessa come a dire: “Eccomi qui, io sono quella“. Nell’altra mano sgrana un rosario. Del suo viso ci concede solo gli occhi, il resto del corpo è gelosamente imbozzolato nelle vesti.

Quale distanza separa quella donna saracena nella Palermo del tardo Trecento dalla mia fiera allieva?
Cosa separa la mia fiera allieva dalle donne iraniane che giusto ieri, finalmente, davano fuoco ai veli?

Davvero non saprei, ma come uomo del XXI secolo che attende ancora la piena parità dei diritti di genere (di tutti i generi) e la piena integrazione delle genti migranti (di tutte le genti migranti), non me ne vogliano la misteriosa palermitana del 1377-80 né la mia brava e gentile allieva, di gran lunga preferisco i roghi notturni delle donne persiane.

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Dopo il voto


Le lezioni politiche restituiscono un vincitore e molti sconfitti… Le elezioni politiche restituiscono un vincitore e molti sconfitti. La prima cosa da osservare è che, come previsto, i voti alle formazioni, a vario titolo, populiste sono la maggioranza.

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Le lezioni politiche restituiscono un vincitore e molti sconfitti…


Le elezioni politiche restituiscono un vincitore e molti sconfitti.

La prima cosa da osservare è che, come previsto, i voti alle formazioni, a vario titolo, populiste sono la maggioranza. Questo è un punto rilevantissimo, perché il pericolo per un sistema democratico non viene dalla vittoria della destra o della sinistra, ma dalla sconfitta della politica.

Secondo punto: non c’è dubbio che il vincitore sia Fratelli d’Italia e chi ha diretto il partito, cioè Giorgia Meloni. Su questo non c’è alcun dubbio. I dati si assesteranno, ma, insomma, sono abbondantemente sopra il 25% e navigano verso il 26%.

Non dimentichiamoci, però, che nel 2014 il Partito Democratico di Renzi ottenne più del 40% dei voti. Nel 2018 il MoVimento 5 Stelle ottenne più del 32% dei voti. Nel 2019 la Lega ottenne alle europee più del 34% dei voti.

Dunque, il tema, come dimostrano questi numeri, non è solo quanti voti si prendono, ma per quanto tempo si riescono a conservare e per fare che cosa.

Questo è il problema che oggi si trova di fronte la maggioranza, che è una maggioranza assoluta sia alla Camera, sia al Senato. Quindi se c’è una cosa sicura è che farà un governo e che il governo sarà guidato da Giorgia Meloni.

Inoltre, Fratelli d’Italia da sola ha più voti di Forza Italia e la Lega sommati, significativamente più voti. Questo nel caso in cui andassero d’accordo su tutto non sarebbe un problema, ma, in realtà, invece, un problema lo sarà, perché gli sconfitti dovranno in qualche modo farsi valere.

Del resto, già in queste ore, Berlusconi dice che Forza Italia è determinante ed è vero. Le elezioni le vince Fratelli d’Italia, che ha un risultato superiore a quello di chiunque altro, ma non ha la maggioranza né alla camera né al Senato, se non con i suoi alleati, i quali, nel corso di tutta la campagna elettorale, su molte cose importanti, hanno detto il contrario di quello che diceva Fratelli d’Italia.

Per concludere: cosa ci aspetta? Beh vedo che Crosetto, esponente importante di Fratelli d’Italia, dice che per la manovra economica serve che Draghi dia una mano. Draghi darà sicuramente una mano, non a questo o a quel partito, ma all’Italia.

Abbiamo bisogno tutti di stabilità, ma questo significa che molte delle parole d’ordine della lunga ascesa devono essere smentite. E del resto se il principale, nonché pressoché unico partito di opposizione nella legislatura appena conclusosi, vincitore delle successive elezioni, dice che Draghi deve darci una mano – lo stesso Draghi a cui fece opposizione – mi pare che il cammino verso la smentita di quel che si è sostenuto è già cominciato.

A sinistra perdono perché si sono persi e devono praticamente ricominciare da zero.

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Sturarsi


Esito del voto Cominciamo dai risultati elettorali, che constateremo domenica notte e saranno evidenti al successivo sorgere del sole. Cominciamo con il capire come andranno le elezioni, quali dati saranno più rilevanti, per poi provare a immaginarne le c

Esito del voto


Cominciamo dai risultati elettorali, che constateremo domenica notte e saranno evidenti al successivo sorgere del sole. Cominciamo con il capire come andranno le elezioni, quali dati saranno più rilevanti, per poi provare a immaginarne le conseguenze.

Una volta fatto questo esercizio, potremo andare a votare. Indro Montanelli, nel 1976, suggerì di farlo turandosi il naso, in modo da dare il consenso alla Dc ed evitare il sorpasso da parte del Pci. Ora sarà meglio sturarsi il naso, aprire gli occhi e tendere le orecchie.

Dalle urne uscirà una maggioranza assoluta, ma diversa da quella di cui tutti ragionano. Non avrà una marca di destra (che già si sente ed è data vincente) o di sinistra (che già si sente ed è data perdente), ma del tutto diversa: sarà populista.

Le forze in vario modo riconducibili al populismo, all’essere contro, saranno prevalenti. Per capire il dopo, però, sono decisive due osservazioni:

  • quelle forze non sono solo divise, ma contrapposte e si alimentano dell’essere contro anche verso chi è più a loro assimilabile;
  • il loro successo è dissonante rispetto a quello che gli stessi elettori affermano di sentire.

Tanto per fare un esempio, la grande maggioranza dei sondati riconosce a due sole figure una fiducia che supera la sfiducia: Mattarella e Draghi. Tutti gli altri leader hanno i loro tifosi, ma la sfiducia supera nettamente la fiducia. Eppure Mattarella e Draghi sono quanto di più lontano si possa immaginare dal populismo.

Come è possibile, allora? Capita perché il giudizio sui fatti si separa dalla faziosità politica e perché il consenso a quelle due figure istituzionali è a sua volta una dimostrazione di sfiducia nella politica. Che, però, non genera forze nuove e degne di fiducia, bensì la faziosità delle sfiducie contrapposte.

A sinistra perdono perché si sono persi, ma anche la destra ha perso grande parte di sé perché gli uni e gli altri non hanno avuto né forza intellettuale né coraggio politico di contrastare il populismo, provando solo a succhiarne la ruota. Una furbizia ottusa che ha svuotato di politica la politica.

Ma siccome la realtà esiste e i problemi non si lasciano imbambolare dalla parlantina, ancora una volta la conseguenza del voto sarà portare ad un bivio: o si resta coerenti con quel che si è raccontato, nel qual caso o non si riuscirà a governare o si danneggeranno seriamente gli interessi italiani; oppure si apre la danza del trasformismo, che da qualche legislatura e specie in quella che ora si chiude è stata un’orgia.

Se la destra avrà la maggioranza assoluta degli eletti non potrà che formare il governo e non potrà che guidarlo chi ha moltiplicato i propri voti: Giorgia Meloni. Il potere è un grande collante, ma anche un potente solvente. Le altre due forze della destra, Lega e Forza Italia, erano prima dominanti e ora sono soccombenti. Vivranno travagli interni, specie la Lega, ma poi scaricheranno le contraddizioni sul governo.

A sinistra il Partito democratico dovrà scegliere se spaccarsi o riconsegnarsi ai 5 Stelle. Se tornare a elaborare politica o puntare all’ennesima rivincita che si rivelerà l’ennesima riperdita.

Ma la politica non vive in un pianeta suo, è comunque espressione dell’elettorato. E il risultato di domenica parlerà chiaro: troppi non capiscono o non apprezzano la forza della democrazia parlamentare e la generazione di ricchezza che ci deriva dalla collocazione occidentale e dall’integrazione europea.

Troppi pensano siano cose scontate, acquisite per sempre e, quindi, che si possano detestare senza pagare il prezzo. Troppi credono che si possa sempre scaricare tutto su un futuro con sempre meno italiani. Troppi chiedono un governo forte e avversano la forza del governo. E non è un problema solo italiano, è il diffuso derivato del benessere goduto e non conquistato. E questa storia non si chiude domenica, ma ricomincia lunedì.

La Ragione

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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È importante conoscere quali possono essere i modi per hackerare le elezioni, così come è importante sapere in che modo massimizzare il peso del proprio voto. E in che modo protestare al seggio!

informapirata.it/2022/09/24/el…

Sbancati


Vi ricordate della spending review? Nella collezione elettorale autunno inverno non si porta più. L’abito rimasto intonso nell’armadio, a suo tempo da tutti desiderato e proposto, in realtà mai indossato è ora trapassato nel dimenticatoio. Invece vai con

Vi ricordate della spending review? Nella collezione elettorale autunno inverno non si porta più. L’abito rimasto intonso nell’armadio, a suo tempo da tutti desiderato e proposto, in realtà mai indossato è ora trapassato nel dimenticatoio.

Invece vai con le richieste di maggiore spesa pubblica, che c’è sempre una buona ragione, un promettente investimento, un nobile sentimento e un elettorale rendimento al farsi alfieri di più soldi qua e più soldi là. E lascia fare che tanti soldi come adesso non ce ne sono mai stati da impiegare, al punto da dubitare che si sia capaci di farlo, perché quel che conta non è realizzare, ma far sognare facendo segnare i vantaggi che se ne possono trarre.

La cosa, però, non è liquidabile come mera perversione elettoralistica. Non basta osservare che, rivisto oggi, il Cetto di Albanese è un fantasioso moderato, largamente surclassato da emuli non cinematografici. Bisogna andare oltre la superficie dei superficiali e capire la sostanza della questione: aumentare la spesa è facile, salvo poi lasciare buchi, ma a riqualificarla ci vuole conoscenza, tempo e perseveranza.

C’è un nesso inscindibile fra lo spendere meglio e riformare quel che non funziona. Ma riformare, ovvero cambiare, significa sempre scontentare qualcuno, magari anche solo perché mentalmente spaventato dalle novità, mentre spendere di più per rabberciare quel che è disfunzionale si può farlo illudendo che nessuno ci rimetta. Mentre invece è il modo più efficace per danneggiare tutti.

a spesa pubblica che cresce senza migliorare è il marmoreo monumento al fallimento della politica, che prova a spacciarlo come equestre segno d’altruismo. Dimenticando di ricordare che il contribuente onesto sarebbe il cavallo, non il pavoneggiante cavaliere.

Ed eccone la dimostrazione. Anche in questa campagna elettorale, senza che si sia sentita un’idea una sui contenuti della scuola, si sono rincorsi a dire la stessa cosa: ci si devono mettere più soldi e gli insegnanti (gli studenti non votano) sono poco pagati.

Falsa impostazione, che porta a inesistente soluzione. i dati, meritoriamente raccolti dalla Fondazione Agnelli, dicono che:

  • la spesa pubblica italiana è in linea con quella media europea (in realtà credo sia più alta, perché nel conto non si mette il salasso privato per gli inutili libri di testo, in tante parti del continente spariti da anni);
  • la spesa per la formazione di uno studente, fra i 6 e i 15 anni, è da noi più alta della media europea: 75mila euro contro 72mila 500 (conta la denatalità);
  • la retribuzione degli insegnanti, per ora lavorata, non è più bassa della media, perché lavorano meno ore (26 ore contro 33 di media e 40 in Germania), mentre progredisce meno nel tempo perché non c’è meritocrazia;
  • è il comparto pubblico dove i “clienti” sono diminuiti di più e il personale è aumentato di più (+20% in 10 anni). Aggiungerei un dettaglio: abbiamo i peggiori risultati medi d’Europa, il che significa che spendiamo non male, ma malissimo.

Non serve più spesa. Anzi, nuocerebbe. Ci serve un capo del personale degno di questo nome, sicché le sperequazioni nelle ore lavorate non siano esagerate. Ci serve assumere per concorso e non pagare per rattoppo. Ci serve premiare gli insegnanti bravi, che sono tanti, che si misurano sui risultati degli studenti, e non continuare con la solfa che lavorano tutti la notte a casa, perché è falso. Ci serve didattica digitale seria, mandando a stendere la lobby degli stampatori. Ci serve diversificare l’offerta e la concorrenza fra istituti, con la cancellazione del buffonesco valore legale del titolo di studio, che è il pezzo di carta inutile senza formazione e selezione. Le rotelle si devono far girare in testa, non sotto i banchi.

Questo sarebbe riqualificare la spesa. Ma si deve saperlo fare. Mentre ad aumentarla accudendo l’ignoranza son tutti capaci. Ed è questa la ragione per cui l’abito della spending review non ha avuto successo: è un abito da lavoro. E il cielo non voglia.

La Ragione

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Il risultato


Questa campagna elettorale è giunta a conclusione Finalmente, questa campagna elettorale sta per concludersi. Non è stato possibile commentarla nel merito, nelle proposte, nelle idee e nelle diverse ricette per il futuro dell’Italia, perché non ci sono st

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Questa campagna elettorale è giunta a conclusione


Finalmente, questa campagna elettorale sta per concludersi. Non è stato possibile commentarla nel merito, nelle proposte, nelle idee e nelle diverse ricette per il futuro dell’Italia, perché non ci sono state. Si è andati per contrapposizione, per non far vincere gli altri e, alla fine, si è arrivati anche allo spettro del fascismo e al saluto romano.

Allora io vi dico quale sarà, secondo me, il risultato più rilevante che avremo tra domenica notte e lunedì mattina. Il risultato sarà di una larga prevalenza di voti per le forze a vario titolo populiste: ossia per le forze che chiamano il consenso perché sono contro, perché sono alternative, perché sono state all’opposizione o che, stando al governo, in realtà non condividevano, o che sono totalmente estranee alla tradizione risorgimentale delle forze politiche che hanno caratterizzato la prima, lunga e anche bella stagione della Repubblica Italiana.

Queste forze sommate tra loro hanno ben più del 50% dei voti. La cosa che le neutralizzerà, almeno in parte, è che sono molto divise. Sono accomunate da questo sentimento di contrarietà, però sono divise perché dicono che non andranno mai con gli altri.

Quello che li unisce è, per esempio, pensare che la spesa pubblica sia la soluzione a qualsiasi cosa, mentre qualche volta è il problema. Quello che li unisce è pensare che le entrate e le uscite di un bilancio pubblico possano essere separate e non è così.

La questione del saluto romano e dello spettro fascista è pretestuosa. Non c’è un regime in arrivo, almeno a mio avviso. Poi sapete, quelli che fanno il saluto romano non si sognano nemmeno lontanamente di pensare di mettere in discussione il fatto che il fascismo è stato il disonore dell’Italia, l’umiliazione della Patria, che non si può essere patriottici e fascisti al tempo stesso. Non si può, perché la considerazione dell’Italia non è mai stata così nel fango come all’esito del Ventennio.

E chi è stato comunista come fa a negare che è stato un Impero di morte, fame e repressione. Allora perché continuano a fare queste cose? Hanno studiato sul libro diversi? No, perché quella è la loro identità. Per fare i conti con le idee bisogna avere spessore. Ci vuole un Guido Piovene sulla destra e ci vuole un Ignazio Silone sulla sinistra. Ci vuole sofferenza. A questi qua non interessa: l’importante è dire che sono di quella o quell’altra scuola. E chi se ne frega se la storia è andata in direzione opposta. Non andranno da nessuna parte né gli uni, né gli altri.

Attenzione, però! Perché noi in Italia abbiamo sperimentato il fascismo, altrove, purtroppo per loro, stanno sperimentando il comunismo, ma il dato di partenza era esattamente quello che siamo oggi. Non torneranno gli stivaloni, l’olio di ricino, il manganello. Non tornerà niente di tutto questo.

C’è, però, l’Italia della furbizia ottusa, del credere di poter avere senza dare, del consumare senza produrre, dello Stato estraneo da cui si deve avere qualcosa, dal considerare la propria sorte scissa da quella dei propri simili, del non avere in niente in nessuno, salvo che nella propria capacità di prendere.

Il fascismo culturale è il “sono tutti uguali, sono tutti la stessa pasta” e così via. E quella roba lì, vedrete, lunedì avrà la maggioranza. Con questo bisogna fare i conti, non con qualche fesso che fa il saluto romano o si fa i tatuaggi runici.

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La scuola in Italia: quali principi e quali ideali seguire


La Fondazione Luigi Einaudi è lieta di presentare un ciclo di incontri sul seguente tema “La scuola in Italia: quali principi e quali ideali da seguire” rivolto agli studenti dell’Istituto Luigi Einaudi di Siracusa, dove si terranno le prime tre iniziati

La Fondazione Luigi Einaudi è lieta di presentare un ciclo di incontri sul seguente tema “La scuola in Italia: quali principi e quali ideali da seguire” rivolto agli studenti dell’Istituto Luigi Einaudi di Siracusa, dove si terranno le prime tre iniziative.

Il seguente ciclo di incontri tratterà del tema dell’educazione in Italia, affrontandolo sotto diverse prospettive, da un punto di vista teleologico, da un punto di vista storico e, infine, da un punto di vista attuale. È essenziale riflettere sulle problematiche odierne e sulle possibili soluzioni da adottare per perfezionare il ruolo della scuola ma non solo, l’intero sistema educativo nel nostro Paese.

28 settembre 2022 – “La libertà della cultura”


Il primo incontro è dedicato al rapporto tra cultura e libertà. Nel corso dei secoli il progresso è stato il frutto del confronto tra liberi pensatori. La scuola dovrebbe rappresentare la casa per eccellenza di tale unione, favorendo piuttosto che limitando il genio dei giovani studenti. Tuttavia, la scuola italiana si è uniformizzata ed è vittima di una eccessiva burocrazia che le impone rigidità e le impedisce di perseguire il suo reale scopo. Si rifletterà sul vero significato di cultura e sul come rivalorizzarla.

29 settembre 2022 – “L’importanza del merito”


Il secondo incontro è dedicato al tema della meritocrazia e della sua importanza nella società. È fondamentale, in una società giusta, che ogni individuo segua le proprie inclinazioni, passioni, e che gli venga riconosciuto il merito quando è doveroso. Einaudi scriveva di uguaglianza dei punti di partenza per poi crescere liberamente e diseguali nei punti di arrivo. Le pari opportunità rappresentano un tema imprescindibile per ripensare il futuro.

30 settembre 2022“La scuola: ieri, oggi e domani”


Il terzo e ultimo incontro, in continuazione con i due precedenti, è dedicato ad indagare come i valori assoluti di libertà e meritocrazia siano declinati nell’attuale architettura scolastica. Attraverso una ricerca storica sui cambiamenti del sistema scolastico nel nostro paese, si giungerà ad analizzare la scuola di oggi e a pensare a quella di domani.

1° ottobre 2022 – Presentazione del libro “La scuola della libertà e del merito – L’abolizione del valore legale del titolo di studio”


A fine di questi tre incontri, sabato 1° Ottobre 2022, si terrà la presentazione del libro “La scuola della libertà e del merito – L’abolizione del valore legale del titolo di studio” di Ottavia Munari e Andrea Davola. Questo evento conclusivo si terrà presso il The Siracusa International Institute for Criminal Justice and Human Rights.

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