Scuola di Liberalismo 2022 – Messina: lezione di Giuseppe Gembillo sul tema “L’uomo a una dimensione”


Oggi lunedì 19 dicembre, dalle ore 17.00 alle ore 18.30, sulla piattaforma ZOOM si terrà la quinta lezione della Scuola di Liberalismo di Messina 2022. Tuttavia, a causa di sopraggiunti impedimenti personali, il prof. Giuseppe Sobbrio (che oggi avrebbe

Oggi lunedì 19 dicembre, dalle ore 17.00 alle ore 18.30, sulla piattaforma ZOOM si terrà la quinta lezione della Scuola di Liberalismo di Messina 2022.
Tuttavia, a causa di sopraggiunti impedimenti personali, il prof. Giuseppe Sobbrio (che oggi avrebbe dovuto relazionare sull’opera «La libertà» di John Stuart Mill) non potrà essere presente.

In sua sostituzione, la lezione sarà tenuta da Giuseppe Gembillo, che relazionerà sull’opera «L’uomo a una dimensione» di H. Marcuse, una delle più radicali disamine e critiche della condizione umana nelle società industriali avanzate.
La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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Serve un’Autorità nazionale per i diritti umani: l’Onu ce la chiede da trent’anni.


Il recente scandalo che scuote il Parlamento Europeo ha coinvolto anche alcuni enti senza scopo di lucro, con sede in Italia o comunque riferibili a soggetti di nazionalità italiana, che operano nel campo della tutela dei diritti umani, compresi enti che

Il recente scandalo che scuote il Parlamento Europeo ha coinvolto anche alcuni enti senza scopo di lucro, con sede in Italia o comunque riferibili a soggetti di nazionalità italiana, che operano nel campo della tutela dei diritti umani, compresi enti che godono dello status di ONG, Organizzazioni Non Governative, presso prestigiose istituzioni internazionali.

Prescindendo dalla singola vicenda, i cui contorni dovranno essere chiariti nelle sedi opportune, e dagli enti e dalle persone coinvolti, che devono godere dei modi e dei tempi per dimostrare la propria estraneità che, per alcuni di essi sinceramente spero possa essere accertata al più presto, c’è una riflessione di carattere generale che deve essere immediatamente fatta, anche per porre rimedio ad una delle più vistose incongruenze della politica nazionale sui diritti umani.

Il 20/12/1993 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottava una risoluzione con la quale faceva obbligo agli Stati membri di istituire un’Autorità Nazionale per i Diritti Umani che rispondesse ai requisiti di quelli che sono conosciuti come i Paris Principles, linee guida sulle competenze, la composizione, le garanzie e i metodi di lavoro delle autorità indipendenti per i diritti umani.

L’Italia, dopo quasi 30 anni, non ha ancora adempiuto il suo obbligo internazionale, non si è dotata di tale Autorità e non partecipa, quindi, alle attività della Alleanza Globale delle Autorità Nazionali per i Diritti Umani.

L’Italia, dopo quasi 30 anni, è priva di un’istituzione che abbia competenza sulla protezione e promozione dei diritti umani con poteri di formulare proposte per migliorare la normativa e per sollecitare la ratifica delle convenzioni internazionali in materia, di diffondere la corretta cultura della tutela dei diritti umani nelle scuole, nelle università e nella società, di offrire il proprio parere alle istituzioni internazionali che controllano l’adempimento dell’Italia ai propri obblighi internazionali nella materia, di sviluppare relazioni con le organizzazioni della società civile che operano seriamente e correttamente nel campo dei diritti umani e sostenerle nella loro azione.

Perché questo può accadere, nel silenzio generale, per un’iniziativa che, idealmente, non avrebbe dovuto trovare alcun ostacolo e avrebbe dovuto, anzi, ottenere una condivisione unanime delle forze politiche ?

I diritti umani nascono come limite alle intromissioni indebite dello Stato nei diritti individuali del cittadino e, quindi, che i Governi vedano un’autorità indipendente come un limite, piuttosto che come un’opportunità, è comprensibile, ma non è spiegazione da sola sufficiente.

Il vero interesse che frena qualsiasi iniziativa che tenda all’istituzione di tale autorità indipendente in Italia va, piuttosto, ricercato nell’acquisito monopolio culturale di una parte politica sulle associazioni che operano nel campo della tutela dei diritti umani le quali, in assenza dell’autorità pubblica indipendente, agiscono sulla scena nazionale ed internazionale come titolari esclusive e qualificate della promozione e dell’implementazione dei diritti umani in Italia.

Ciò ha come conseguenza, da una parte, che sulla scena nazionale ed internazionale vengano tematizzati solo aspetti specifici e settoriali della materia, coerenti con gli ideali, le scelte e le esigenze della parte politica di riferimento e, dall’altra, che i flussi finanziari pubblici vengano indirizzati con una certa naturalezza in larga parte verso associazioni dalle quali è anche possibile ottenere sostegno politico ed elettorale, senza il filtro di un istituzione indipendente che, in quanto tale, non garantirebbe scelte utili a procurare dal finanziamento delle ricerche e delle attività di tali associazioni ritorni politici o elettorali.

Attorno a questo sistema vive, infatti, tutto un mondo che, contrariamente a quanto può pensarsi, non è affatto costituto solo da idealisti volontari, ma anche da donne e uomini ben retribuiti per le loro attività all’interno delle organizzazioni di tutela dei diritti umani.

Non c’è molto da stupirsi, quindi, se un sistema che si piega ad esigenze e funzioni improprie trovi, nel tempo, le ragioni e le occasioni per tradire le ragioni per le quali dovrebbe esistere, con la creazione da parte di chi è interno a quel sistema di enti ad hoc, utili ad intercettare i flussi di finanziamento pubblici nazionali e internazionali, o, addirittura, con la vendita al miglior offerente della propria capacità, non frutto di merito ma di rendita di posizione, di influenzare le scelte politiche nazionali e internazionali.

Né c’è da stupirsi se le organizzazioni di tutela dei diritti umani serie e scientificamente più accreditate, composte in gran parte da volontari non retribuiti e quindi non condizionabili, stentino a sopravvivere e debbano limitare la propria attività di ricerca, assistenza tecnica e formazione culturale e professionale, pagando un alto prezzo al mantenimento della propria indipendenza.

E non sembra certo impossibile che tale preoccupante scenario si riproponga anche in settori diversi da quello della tutela dei diritti umani, ad iniziare dal settore culturale.

Lo status quo, quindi, conviene a qualcuno, ma certamente non conviene all’Italia.

Ancora di recente l’Italia, tra l’altro, ha ricevuto l’ennesimo sollecito dalle istituzioni internazionali a creare la propria Autorità Nazionale per i Diritti Umani, ma ancora una volta nessuna evidenza è stata data, e nessun seguito, a tali raccomandazioni che pur prevenivano da fonti autorevolissime come la Commissione Europea, nel suo 2022 Rule of Law Report, e il Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite, nel suo sesto report periodico, pubblicato nel 2022, sul rispetto delle regole dello Stato di Diritto in Italia, nell’ambito del quale ben 45 Stati, da tutti i continenti, hanno indirizzato una specifica e diretta raccomandazione all’Italia per l’istituzione di tale Autorità Nazionale.

Se una lezione, molto facile, dobbiamo imparare dalla triste vicenda caratterizzata dalle valigie piene di contanti all’interno del Parlamento Europeo, è certamente quella che il tema dei diritti umani in Italia va restituito al più presto al dibattito pubblico, senza restare confinato nelle soffocanti anticamere delle segreterie politiche, nell’unico modo possibile: istituendo finalmente l’Autorità Nazionale per i Diritti Umani.

E scopriremo un mondo nuovo e affascinante, un mondo nel quale i diritti umani hanno una dimensione universale e non limitata ad aspetti particolari identitari, un mondo nel quale non si rischia di trasformare il tema dei diritti fondamentali della persona in quello dei “capricci fondamentali” di alcune persone.

Basta poco, sarebbe sufficiente un’iniziativa parlamentare per riprendere e correggere il disegno di legge che giace nella morta gora della precedente legislatura e riproporlo in quella presente.

In Senato si sta per costituire, per lodevole iniziativa del senatore a vita Elena Cattaneo, la Commissione Straordinaria sui Diritti Umani: non c’è argomento più serio, importante e urgente di quello di dare adempimento a un obbligo internazionale di grande importanza politica, culturale e sociale, rimasto inevaso per trenta anni, che una Commissione tematica possa affrontare con la passione e l’urgenza che i recenti fatti di cronaca hanno svelato, offrendo a tutti una chiave di lettura posseduta sino a pochi giorni addietro solo dagli addetti ai lavori ma che oggi è patrimonio di conoscenza comune che non consente a nessuno di fingere che le cose accadano a propria insaputa.

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Incredibili


I tassi d’interesse continueranno a crescere, da noi in Unione europea, come negli Stati Uniti o nel Regno Unito. Sarebbe singolare che, ogni volta, si assistesse alla stessa scena vista questa settimana. Si può discutere se il rialzo dei tassi sia il rim

I tassi d’interesse continueranno a crescere, da noi in Unione europea, come negli Stati Uniti o nel Regno Unito. Sarebbe singolare che, ogni volta, si assistesse alla stessa scena vista questa settimana. Si può discutere se il rialzo dei tassi sia il rimedio migliore e più efficace al crescere dell’inflazione (negli Usa sta funzionando), così iscrivendosi a un dibattito scolastico che va avanti da decenni, ma è indubbio che i tassi europei restano più bassi di quelli americani o inglesi, nonché più bassi dell’inflazione. Ed è altrettanto indubbio che sono stati spinti fin oltre lo zero, finendo sotto, proprio per contrastare la recessione e riconquistare un’inflazione nell’intorno del 2% (eravamo ben sotto). Ora l’inflazione c’è, è stata indotta dall’esterno e i rimedi cambiano. Quel che preoccupa, sia sotto il profilo del comprendonio che sotto quello dell’onestà intellettuale, è il volere sempre vedere un solo aspetto dei problemi, facendo finta non esistano gli altri.

In Italia abbiamo molto risparmio, che è stato lungamente ed efficacemente protetto, grazie all’euro, tenendo bassa l’inflazione, ma certo non è stato premiato dai tassi portati allo zero. Qualche volta si è ingannati dall’illusione monetaria, per cui se i propri risparmi rendono il 10% si pensa di avere guadagnato, ma con l’inflazione al 20% si è perso. Eravamo messi così, negli anni ’80. Però veniamo da una stagione in cui i risparmi producevano con il contagocce e all’apparire dell’inflazione perdevano valore. Che si provi a rimediare è un bene.

L’inflazione è una brutta bestia per chi risparmia, in compenso è un cavallo alato per chi ha debiti, diminuendone il valore. L’Italia, come Paese, è molto indebitato, gli italiani, come persone, molto poco (fin troppo, poco). L’aumento dei tassi favorisce i secondi e crea un problema alla prima.

Ma c’è l’altra faccia della medaglia: aumentare il costo del denaro frena la crescita, alla vigilia di un anno, il 2023, in cui già si prevede una considerevole frenata. Vero. Ma a parte che da noi restano i tassi più bassi, i soldi che spingono la crescita sono quelli degli investimenti, mentre la crescita dei consumi è virtuosa se alimentata da salari e dilapidatrice se alimentata da sussidi che gonfiano la spesa pubblica corrente. In ogni caso, i soldi per gli investimenti ci sono eccome, sono quelli del Pnrr, che per la loro parte a prestito sono forniti ad un tasso assai agevolato. È vero che anche quelli aumentano il debito, ma prima del Draghi teorizzatore del debito buono e di quello cattivo, sarà bene dare un occhio al citatissimo e poco conosciuto Keynes, che sostenendo l’opportunità della spesa in deficit, per la crescita e la piena occupazione, era anche per il pareggio delle partite correnti. Tradotto: si fanno debiti per gli investimenti, non per i consumi (della pubblica amministrazione o privati), non per la spesa corrente.

I tassi agevolati del Pnrr non sono una decisione sovrana dell’inesistente reuccio europeo, ma il frutto della garanzia offerta da tutti i contribuenti europei, di cui l’Italia è il principale beneficiario. Dopo avere sostenuto che quella è un’occasione storica e che si era diligentemente in regola con tutti gli adempimenti, da qualche settimana si va dicendo che siamo in ritardo, non riusciremo a spenderli, ce ne vorrebbero di più, i tassi devono restare a zero, ma la gente va difesa dall’inflazione indicizzando pensioni e salari, ovvero gonfiando la spesa pubblica e, nonostante questa sia la ricetta che ci portò alla rovina in passato, pensiamo di sostenerla mandando a stendere il Meccanismo europeo di stabilità. Che è come dire: sono diabetico, ho già avuto un infarto e i reni funzionano maluccio, ma sono libero di mangiare dolciumi, fumare a piacimento, bere solo alcolici e, sia chiaro, sono contrario a che si faccia un Pronto soccorso vicino casa mia, perché non ci voglio finire. Occhio, perché chi osserva potrebbe mettere da parte i soldi per il necrologio.

La Ragione

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#uncaffèconluigieinaudi ☕ – Il Parlamento compirà il suo ufficio degnamente…


Il Parlamento compirà il suo ufficio degnamente se con energia reclamerà che i postulati della giustizia tributaria siano attuati per tutti da Corriere della Sera, 27 novembre 1919 L'articolo #uncaffèconluigieinaudi ☕ – Il Parlamento compirà il suo uffi
Il Parlamento compirà il suo ufficio degnamente se con energia reclamerà che i postulati della giustizia tributaria siano attuati per tutti


da Corriere della Sera, 27 novembre 1919

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Il Massacro dei Pequot del 1637


La guerra Pequot del 1636-1638 è un evento storico cruciale nella colonizzazione degli Stati Uniti d’America, che porta alla distruzione della tribù Pequot e alla creazione del primo stato della colonia britannica del New England.Continue reading

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Servizi


Fatta la solita premessa, ovvero che tocca alle autorità inquirenti accertare i fatti e a un tribunale attribuire le responsabilità e quantificare le pene, ricordato ai moralisti che ospitano gli immorali che il garantismo non è un piacere fatto ai crimin

Fatta la solita premessa, ovvero che tocca alle autorità inquirenti accertare i fatti e a un tribunale attribuire le responsabilità e quantificare le pene, ricordato ai moralisti che ospitano gli immorali che il garantismo non è un piacere fatto ai criminali, ma il fondamento del diritto per le persone oneste, sicché non esiste giusta pena senza giusto processo, fatta la premessa, proviamo a guardare oltre le valigiate di quattrini (altro che “bustarelle”) e sforziamo di comprenderne il significato. Il che ci allontana dallo scandalismo e ci riporta alla politica. Ci sono tre questioni da mettere a fuoco.

1. Sulla base di quel che è stato reso noto, non ci troviamo davanti a un tema di corruzione “classica”. Che è un reato perché manomette il mercato e crea una costosa disfunzione. Far vincere l’impresa X al posto della Y, che ha prodotto e offerta migliori, genera un’utilità illecita e provoca una disutilità collettiva. Ma lo scopo è l’arricchimento, non il sovvertimento. Qui, invece, si parla di denari per influenzare orientamenti politici, attinenti alla geopolitica o, se preferite, alla politica estera.

Non è una novità. Si potrebbe dire che, una volta crollato il comunismo, la Russia ha investito (appoggi e quattrini) nella destra, mentre il Qatar ha trovato interlocutori a sinistra. Entrambi, credo, se ne fregano della nostra destra e della nostra sinistra, serve loro influenzare la politica. Che è cosa molto diversa dal corrompere e, non a caso, materia di cui si occupano anche i servizi di sicurezza, alias segreti.

2. Queste influenze si esercitano sulle politiche nazionali e relativi interessi economici e culturali. Basta essere appassionati di calcio per sapere che la presenza del Qatar non è una novità, come non lo è nel mercato immobiliare. Se si muovono soldi e influenza sul e nel Parlamento europeo capita anche perché da fuori si sono acconti di quello che a molti europei sfugge: quel Parlamento conta. Ha un peso nel creare contesti politici. I putiniani ci hanno provato eccome, in quell’emiciclo, compiacendo i poteri cui si mostravano scompostamente devoti.

Senza offesa per nessuno, ma capita troppo spesso che gli eletti in quel Parlamento abbiano scarsa caratura politica. E capita, anche per colpa dell’informazione, che nessuno ne segua l’attività. Come fosse una sine cura ininfluente. Sarà bene cambiare atteggiamento all’interno, oltre che vigilare affinché nessuno li compri dall’esterno.

3. Il che porta a un delicato problema politico e di diritto. Il primo consiste nel fatto che ciascun parlamentare deve essere libero di esprimere il proprio pensiero, anche ove consista in amorevoli lodi per la Russia o il Qatar, senza che nessuno si possa permettere di togliergli la parola. Gli si risponda, ma lo si lasci libero e senza accusarlo d’essersi venduto. E sia libera la difesa anche degli interessi economici (che con il Qatar ci sono eccome). Altrimenti s’ammazza il Parlamento.

Il problema di diritto è che un parlamentare greco è stato arrestato dalla procura belga. Non ho il minimo dubbio sull’esistenza di elementi a giustificazione (per il resto se la vedranno con un tribunale), ma ne ho sull’opportunità che questo avvenga. La norma che lo consente si riferisce alla flagranza, ma una cosa è se spari a qualcuno, altra se accumuli soldi. Può farlo solo la procura ove ha sede il Parlamento? Perché per la flagranza dello sparo no, possono tutte le europee, mentre per i soldi che succede se un parlamentare francese viene arrestato in Ungheria, dopo che gli hanno piazzato i soldi in camera? Non è questione secondaria. Più è importante il Parlamento (e lo è), più questi problemi si deve porli.

Certo che gli europei sono colpiti da quelle montagne di banconote, ma le forze politiche europee commettono un grave errore ad accompagnarle con concetti quali: mele marce; vanno isolati; condanniamo e così via svicolando. Se non vogliono marinare in un inutile e malefico moralismo devono affrontare il problema più grosso: del Parlamento europeo si occupavano più gli altri che loro.

La Ragione

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I musei aziendali della moda in italia. Economia e prospettive


Parte oggi il corso organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi in collaborazione con Euracus, AreaSud e l’Accademia di Belle Arti di Catania, rivolto agli allievi di II livello dell’Accademia di Belle Arti di Catania e agli studenti dell’Università degli

Parte oggi il corso organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi in collaborazione con Euracus, AreaSud e l’Accademia di Belle Arti di Catania, rivolto agli allievi di II livello dell’Accademia di Belle Arti di Catania e agli studenti dell’Università degli Studi di Catania.

I MUSEI AZIENDALI DELLA MODA IN ITALIA. ECONOMIA E PROSPETTIVE.

IMPRENDITORIA E IMPRESA NEL SETTORE AFAM

(Alta Formazione Artistica e Musicale)

I musei della moda e del costume sono parte della vasta platea che oggi alimenta il “Sistema Produttivo Culturale e Creativo” della nostra nazione – il dato è circoscritto alle sole istituzioni di proprietà statale – con l’1,6% del Prodotto Interno Lordo 2019 (Fonte: Antonello Cherchi, I musei statali valgono 27 miliardi di euro (l’1,6% del Pil italiano), ilsole24ore, 7 ottobre 2019).

Rispetto al tradizionale impianto, negli ultimi anni si sono imposti alcuni modelli conservativi e fruitivi che stanno in bilico tra una museologia e museografia convenzionale, ovverosia finalizzata al restauro, alla conservazione e alla pubblica fruizione del reperto tessile e vestimentario e nuove modalità di pubblicità, commercializzazione e vendita del prodotto di moda. Sconfinando il principio normativo del gadget museale – disciplinato in Italia dalla L. n. 4 del 14 gennaio 1993, cosiddetta Legge Ronchey, e successive modifiche, integrazioni – tali modelli presentano veri e propri shop in intima osmosi – architettonica, ambientale, concettuale – con lo spazio museale. I casi studio più eclatanti e recenti in Italia sono rappresentati da Armani/Silos Milano, Gucci Garden Archetypes, Firenze, Bulgari Domus Aurea, Roma.

Attraverso un programma di conversazioni/interviste con gli ideatori, curatori, direttori creativi dei casi studio portati, si intende fare luce sulle strategie di marketing culturale che vi stanno dietro, ma, soprattutto, sulla “visione” che la moda italiana intende perseguire per il prossimo futuro, nel suo ruolo di colonna portante dell’economia nazionale.

Docenti: Salvatore Spagano (Docente UNICT), Vittorio Ugo Vicari (Docente ABACT), esperti del settore

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I musei aziendali della moda in italia. Economia e prospettive – Imprenditoria e impresa nel settore AFAM


Parte oggi il corso organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi in collaborazione con Euracus, AreaSud e l’Accademia di Belle Arti di Catania, rivolto agli allievi di II livello dell’Accademia di Belle Arti di Catania e agli studenti dell’Università degli

Parte oggi il corso organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi in collaborazione con Euracus, AreaSud e l’Accademia di Belle Arti di Catania, rivolto agli allievi di II livello dell’Accademia di Belle Arti di Catania e agli studenti dell’Università degli Studi di Catania.

I MUSEI AZIENDALI DELLA MODA IN ITALIA. ECONOMIA E PROSPETTIVE – IMPRENDITORIA E IMPRESA NEL SETTORE AFAM

(Alta Formazione Artistica e Musicale)

I musei della moda e del costume sono parte della vasta platea che oggi alimenta il “Sistema Produttivo Culturale e Creativo” della nostra nazione – il dato è circoscritto alle sole istituzioni di proprietà statale – con l’1,6% del Prodotto Interno Lordo 2019 (Fonte: Antonello Cherchi, I musei statali valgono 27 miliardi di euro (l’1,6% del Pil italiano), ilsole24ore, 7 ottobre 2019).

Rispetto al tradizionale impianto, negli ultimi anni si sono imposti alcuni modelli conservativi e fruitivi che stanno in bilico tra una museologia e museografia convenzionale, ovverosia finalizzata al restauro, alla conservazione e alla pubblica fruizione del reperto tessile e vestimentario e nuove modalità di pubblicità, commercializzazione e vendita del prodotto di moda. Sconfinando il principio normativo del gadget museale – disciplinato in Italia dalla L. n. 4 del 14 gennaio 1993, cosiddetta Legge Ronchey, e successive modifiche, integrazioni – tali modelli presentano veri e propri shop in intima osmosi – architettonica, ambientale, concettuale – con lo spazio museale. I casi studio più eclatanti e recenti in Italia sono rappresentati da Armani/Silos Milano, Gucci Garden Archetypes, Firenze, Bulgari Domus Aurea, Roma.

Attraverso un programma di conversazioni/interviste con gli ideatori, curatori, direttori creativi dei casi studio portati, si intende fare luce sulle strategie di marketing culturale che vi stanno dietro, ma, soprattutto, sulla “visione” che la moda italiana intende perseguire per il prossimo futuro, nel suo ruolo di colonna portante dell’economia nazionale.

Docenti: Salvatore Spagano (Docente UNICT), Vittorio Ugo Vicari (Docente ABACT), esperti del settore

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A Pagamento


Quel che sta succedendo attorno al Parlamento Europeo merita una riflessione un po’ meno superficiale e un po’ meno di impatto. Chiaramente vedere, neanche le “bustarelle” ma le valigiate di quattrini non può che essere ripugnante, e quindi ci si augura

Quel che sta succedendo attorno al Parlamento Europeo merita una riflessione un po’ meno superficiale e un po’ meno di impatto. Chiaramente vedere, neanche le “bustarelle” ma le valigiate di quattrini non può che essere ripugnante, e quindi ci si augura che la magistratura, in questo caso belga, vada avanti con le indagini e che si arrivi al più presto ad un processo che stabilisca chi è il colpevole ed esattamente di cosa, e quindi venga poi inviato a scontare la pena.

Ma guardando un po’ più dentro, questo non sembra essere un capitolo di corruzione per interessi specifici, materiali, come quando un’azienda paga la tangente per ottenere l’appalto o la norma di legge che la favorisce in maniera particolare (che è sempre un reato, ma che inquina il mercato, la convenienza, la regolarità dentro un paese). Queste sono storie – non a caso sembrerebbe che la notizia venga da un’indagine dei servizi segreti prima esclusivamente belgi e poi allargato ad altri servizi di sicurezza nei paesi europei – questa è una storia che aggredisce non il regolare funzionamento del mercato all’interno dell’Unione Europea ma tenta di influenzarne le politiche, di indirizzarne le simpatie e le antipatie.

Non era mai successo? No, era già successo, non era successo che si trovassero le valigiate di quattrini, ma diciamo che la Russia di Putin aveva scelto la destra e la finanziava con i soldi, non solamente con le pacche sulle spalle. Le Pen in Francia aveva la campagna elettorale in gran parte finanziata da soldi e da prestiti russi. Quindi no, questa roba non è nuova, si può dire che la Russia aveva scelto la destra e sembrerebbe che il Qatar (o forse il Marocco, staremo a vedere) abbia una simpatia a sinistra. Ma più che simpatie questi sono agganci, cioè oggetti disponibili, il che ci porta alla seconda considerazione.

Posso capire chi prende soldi – per convenienza materiale – ma chi invece i soldi li dà, perché lo fa? Perché i russi finanziano la campagna elettorale di Le Pen e di qualche altro movimento di destra in Austria? Perché il Qatar dà tutti quei quattrini? Perché loro hanno capito quello che a molti europei sembra essere ancora oscuro: il Parlamento Europeo conta, la politica europea conta, e influenzarla è un vantaggio. Questo forse dovremmo cercare di capirlo anche noi, cioè vedere anche noi che quell’impiego di soldi denota un significato di quella istituzione.

Terzo elemento: il nostro e tutti i paesi dell’Unione Europea sono stati di diritto, quindi esiste – grazie al cielo – la possibilità che qualcuno indaghi e che qualcun altro – distinto da chi è indagato – giudichi, e questa è la vicenda di giustizia. Ma a noi importa anche che funzioni il Parlamento Europeo, perché i nostri sono Stati di diritto ma sono anche delle democrazie, e un parlamentare eletto deve poter esprimere liberamente il suo pensiero. Se una persona al Parlamento Europeo è convinta che nella vicenda della guerra in Ucraina abbia ragione Putin, anche se io la penso all’opposto, deve essere libero di poterlo dire, altrimenti finisce l’esistenza stessa del Parlamento. E nell’ essere libero di poterlo dire deve essere anche affrancato dall’accusa di ricevere dei soldi, altrimenti gli viene contestato un reato.

Quindi è necessario distinguere la parte criminale dall’attività politica, e nel farlo bisogna accorgersi anche di una cosa, che è successa nell’occasione di questa operazione sul Qatar, in cui un parlamentare greco è stato arrestato dalla procura belga. Bisogna fare attenzione perché (l’immunità parlamentare ovviamente non può estendersi a prendere quattrini) quel principio può essere pericoloso un domani in cui qualcuno di sgradito a un altro paese dovesse andarci a fare una conferenza e si inventano delle prove che non esistono. Sono tutti elementi di delicatezza e di importanza che però ci dicono che quello cui stiamo assistendo non è un capitolo dell’eterno libro della corruzione e della tentazione, è un capitolo dell’importanza dell’Unione Europea, dell’importanza del Parlamento Europeo e dell’importanza di difendere la propria sovranità dalle influenze pagate altrui.

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Il Qatargate è un colpo all’italiana. Pregiudizio? Non tanto


La vicenda che ha sconvolto l’Europarlamento viene iscritta al nostro carattere nazionale: “The italian job”, intendendo che noi italiani siamo più inclini alla corruzione. L’espressione offende, certo. Ma prima o poi dovremo iniziare a domandarci per qua

La vicenda che ha sconvolto l’Europarlamento viene iscritta al nostro carattere nazionale: “The italian job”, intendendo che noi italiani siamo più inclini alla corruzione. L’espressione offende, certo. Ma prima o poi dovremo iniziare a domandarci per quale oscura ragione ce l’abbiano tutti con noi

Il cosiddetto “quatargate” che sta sconvolgendo l’Europarlamento si presta a diverse chiavi di lettura. La più facile ha a che fare con l’eclissi ufficiale del mitico primato morale della sinistra. Gli eredi del partito che per decenni si finanziò con i soldi di una potenza nemica e dittatoriale (l’Unione Sovietica), poi con i soldi dell’universo cooperativo emiliano, poi con i soldi di alcuni istituti di credito nazionali (“abbiamo una banca!”) e infine, da Buzzi a Soumahoro, con i soldi destinati all’assistenza dei migranti, ebbene, gli eredi di Enrico Berlinguer e i cantori della “questione morale” non sono migliori degli altri. Sono solo meglio organizzati e più ipocriti. Lettura sfiziosa, ma poco originale.

Più interessante, anche se più doloroso, provare a indagare le radici del fenomeno. Fenomeno che a Bruxelles viene iscritto addirittura al nostro carattere nazionale. “The italian job”, dicono. E lo dicono intendendo che noi italiani siamo più inclini di altri al sotterfugio e alla corruzione. Un pregiudizio? Mica tanto. È la conclusione cui giunsero un po’ tutti i viaggiatori europei che a partire dal Settecento attraversavano il Belpaese ammirandone le meraviglie artistiche ma deprecandone l’immoralità degli abitanti. È la conseguenza dell’aver inventato la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra e di averne fatto con indiscutibile successo prodotto da esportazione. È la conseguenza di quel “familismo amorale” che ci venne attribuito dal sociologo statunitense Edward C. Banfield negli anni Cinquanta. È la conseguenza, forse, della mancata riforma protestante e di troppe dominazioni straniere. È la logica che spinse le classi dirigenti italiane dei primi anni Novanta ad aderire a Maastricht per obbligarci, grazie al “vincolo esterno”, a quella virtù contabile che assai poco ci appartiene. Pregiudizi? Fino a un certo punto.

Qualche anno fa, due ricercatori della Columbia University e dell’Università della California passarono in rassegna le contravvenzioni per divieto di sosta inflitte ai diplomatici delle Nazioni Unite a New York. Poiché il personale dell’Onu gode dell’immunità, pagare le multe è faccenda che attiene all’educazione e al carattere personale. Ma educazione e carattere personale vantano anche una dimensione nazionale. Ebbene, nella classistica stilata dai due ricercatori americani i diplomatici italiani risultavano tra i più morosi del mondo. Per capirci, i nostri connazionali figuravano cento posizioni più in basso rispetto ai rappresentanti di nazioni considerate virtuose come Svezia e Norvegia…

“Italian job” è espressione che offende, certo. Ma prima o poi dovremo pure cominciare a domandarci per quale oscura ragione ce l’abbiano tutti con noi.

Huffington Post

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Il pescarese Jacopo D’Andreamatteo premiato a Roma per il suo volume – hgnews.it


A inizio dicembre a Roma, nella splendida sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, si è tenuto l’evento commemorativo per il 60° anniversario di attività della Fondazione Luigi Einaudi. Tra i partecipanti, autore anche di un testo pubblicato all’interno del v

A inizio dicembre a Roma, nella splendida sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, si è tenuto l’evento commemorativo per il 60° anniversario di attività della Fondazione Luigi Einaudi. Tra i partecipanti, autore anche di un testo pubblicato all’interno del volume celebrativo dal titolo “Sessant’anni di diffusione del pensiero liberale” c’era anche Jacopo D’Andreamatteo, pescarese, da anni componente della direzione della Fondazione Luigi Einaudi nonché referente in Abruzzo della stessa. Il volume, presentato anche con interventi oltre che del ministro della cultura Gennaro Sangiuliano, del presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto anche di lhan Kyuchyuk presidente di Alde e parlamentare europeo del gruppo Renew Europe, Hakima El Haité presidente di Liberal International e del senatore Matteo Renzi.

“È stato un vero privilegio poter scrivere delle pagine della nostra fantastica storia racconta Jacopo D’Andreamatteo – figlio del compianto onorevole Piero D’Andreamatteo – e del rapporto che lega la Fondazione a Liberal International anche grazie a Giovanni Malagodi che ne è stato presidente per ben due mandati”.

Hg News

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A destra del Mes


Possono inghiottirlo come un boccone amaro, consapevoli di doverlo comunque deglutire, con il volto accartocciato e i lucciconi del piccolo cui non è stato lasciato scampo: apri la bocca. Ma possono anche masticarlo bene, traendone giovamento. Perché la r

Possono inghiottirlo come un boccone amaro, consapevoli di doverlo comunque deglutire, con il volto accartocciato e i lucciconi del piccolo cui non è stato lasciato scampo: apri la bocca. Ma possono anche masticarlo bene, traendone giovamento. Perché la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità è, per la maggioranza di destra, un’occasione. Un modo per cominciare a non fare la fine della sinistra, afflitta non tanto dall’avere perso le elezioni, ma dall’avere perso il senso dell’orientamento, dal ritrovarsi in stato confusionale. Non commetta la destra l’errore che fece la sinistra.

L’errore fu fare i furbi, finendo fessi. Archiviarono il comunismo (crollato) senza averlo rinnegato. Anzi, proprio per non rinnegarlo cambiarono nome e si finsero una cosa nuova. Da antieuropeisti divennero europeisti; da anti Nato divennero atlantisti; da comunisti si pretesero liberisti. E così via andando, ma senza mai fare i conti non con il passato remoto, ma con il loro passato personale, con le cose che le medesime persone avevano sostenuto. Ripresero identità per contrapposizione, l’antiberlusconismo al posto di falce e martello, sedendo ai governi per “senso di responsabilità”, che sarebbe la versione poetica dell’adattabilità. Il risultato è che non sanno più riconoscersi, per avere rifiutato di conoscersi.

La destra s’appresta a commettere lo stesso errore. Sono molto apprezzabili le parole di Giorgia Meloni sulle leggi razziali. Dispiace che non siano riprese con più evidenza. Sono importanti perché collocano sotto la guida di Benito Mussolini il momento vergognoso e più umiliante della nostra storia nazionale. Per molti di noi è scontato, per molti di loro no. Apprezzabili e importanti, ma è pur sempre la storia degli altri, antecedente alla nascita degli odierni politici. I conti devono farli con loro stessi, che quelli con il fascismo li ha già fatti la storia.

Il Mes è un’occasione. Siamo i soli a non avere ratificato la riforma, posto che il Mes già lo ratificammo ed è già operativo. Aspettare la Germania è stato un errore di sudditanza e ignoranza, perché la Germania lo aveva già ratificato. Comunque, ora è anche sentenziato. Siamo soli. E nel torto. Al governo lo sanno e devono trovare il modo per ratificare. Si può prendere la versione di Guido Crosetto: lo Stato è uno solo, quell’impegno è stato preso, noi siamo persone responsabili e ratifichiamo. È una via, ma anche un rimpiattarsi. Su quella strada si troveranno, fra qualche tempo, a non riconoscersi. Come capita alla sinistra che fu comunista.

Possono, invece, imboccare la più saggia alternativa: lo ratifichiamo perché è giusto farlo, perché molte delle cose che dicemmo (il guinzaglio, il cappio, lo strangolare…) erano spropositi insensati, questo non significa che il Mes sia perfetto, anzi proporremo di modificarlo ancora, il che, però, è impossibile, ci toglie voce in capitolo, se nel ratificarlo non ne riconosciamo l’indispensabilità. Eviterebbero così di far credere di scapolarla cambiando nome, perché può pure esserci qualche allocco convinto che siccome Fratelli d’Italia non è mai stato al governo si tratti di tutti debuttanti, laddove si tratta di già collaudati governanti, ma il trucchetto del nome, se abusato come fece la sinistra, porta a perdere l’identità.

Del resto, guardino al capitolo giustizia: lì non hanno giocato a nascondino, ma scelto un ministro che è l’opposto del giustizialismo della destra sventolante cappi e stazionante davanti alle procure, negli anni temperato dall’innocentismo (che è l’opposto del garantismo) berlusconiano. Sono andati dritto e sono bastate le parole di Nordio per far esplodere la sinistra, che sa quanto siano giuste, ma non trova il modo e il coraggio di riconoscerlo. Certo, ora si tratta di fare e non solo di dire, ma se avessero provato a mascherarsi, tenendo assieme giustizialismo e aggiustamenti, non avrebbero ottenuto alcun risultato. Sarebbero stati indistinguibili. E perdenti. Approfittino del Mes, che certe occasioni non si presentano tutti i giorni.

La Ragione

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La società futura sarà la società d’oggi, perfezionata, […] mossa sempre più da sentimenti elevati e spirituali da Corriere della Sera, 8 novembre 1921 L'articolo #uncaffèconluigieinaudi ☕ – La società futura sarà la società d’oggi… proviene da Fondazion
La società futura sarà la società d’oggi, perfezionata, […] mossa sempre più da sentimenti elevati e spirituali


da Corriere della Sera, 8 novembre 1921

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Come appartenere alla Ue? Identità, diversità e la sfida di parlare con una voce sola


Le questioni di identità all’interno dell’Europa sono state a lungo discusse. Uno studio condotto dal German Marshall Fund (Gmf) cita i risultati dell’Eurobarometro su due domande poste a tutti i Paesi dell’Ue che danno un’idea del motivo per cui i Paesi

Le questioni di identità all’interno dell’Europa sono state a lungo discusse. Uno studio condotto dal German Marshall Fund (Gmf) cita i risultati dell’Eurobarometro su due domande poste a tutti i Paesi dell’Ue che danno un’idea del motivo per cui i Paesi europei possono o meno voler entrate nell’Ue. I cittadini si identificano in primis come cittadini del proprio Paese o in egual misura come europei? Inoltre, preferirebbero che più decisioni venissero preso a livello dell’Ue? I risultati sono un po’ sorprendenti. I cittadini che si identificano principalmente come cittadini del proprio Paese sono anche i più desiderosi che le decisioni vengano prese a livello centrale nell’Ue. E viceversa: coloro che si sentono tanto europei quanto cittadini del proprio Paese sono anche i meno desiderosi che l’Ue faccia di più.

Questo dato è un po’ controintuitivo, in quanto si potrebbe supporre che la volontà dei cittadini di avere più potere decisionale nell’Ue vada di pari passo con un’identità europea più sviluppata. Questo ci dice, come minimo, che non tutti i Paesi vedono il ruolo dell’Ue allo stesso modo e che non hanno avuto le stesse ragioni per aderire all’Ue e al suo predecessore, la Comunità economica europea.

I Paesi, soprattutto del Nord Europa, che si affidano maggiormente al commercio come importante motore del loro modello economico, sono stati molto propensi a creare un mercato unico. Infatti le regole comuni e l’assenza di frontiere avrebbero incoraggiato un commercio fluido tra le nazioni. Con l’ingresso di altri Paesi nell’Unione, il mercato unico si è ampliato e così anche il raggio d’azione delle grandi nazioni commerciali. Allo stesso tempo, in quanto grande area commerciale, l’Ue si trova in una posizione migliore per negoziare accordi commerciali al di là dei suoi confini con il resto del mondo a nome di tutti i Paesi.

Il passo successivo all’integrazione commerciale è stata l’eliminazione dell’incertezza dei tassi di cambio. La volatilità delle valute nazionali interferiva con il valore di beni e servizi e impediva un commercio senza interruzioni. La creazione di una moneta unica per tutti i Paesi appartenenti al mercato unico avrebbe eliminato la volatilità delle valute. Tuttavia, anziché i grandi Paesi commerciali, fu un altro gruppo di Paesi, quelli con un’inflazione elevata, a voler adottare una moneta unica. Il motivo era quello di “importare” la stabilità dei prezzi dal Nord caratterizzato da una bassa inflazione. La formula della “moneta unica e stabile” era quindi molto più attraente per i Paesi con un’inflazione elevata che per quelli che facevano grande affidamento sul commercio.

Ma al di là delle diverse motivazioni economiche che hanno spinto i Paesi ad aderire all’Ue, la prospettiva di integrarsi in Europa ha fornito una piattaforma di modernizzazione. Per molti, in particolare per i Paesi più piccoli e mal governati, la prospettiva di entrare a far parte di un’unione economica è stata anche una spinta a modernizzare le proprie istituzioni. La cooperazione economica in un quadro comune è un modo per migliorare le strutture di governance. Esistono diverse interpretazioni del significato di «appartenenza all’Europa». Per alcuni Paesi, in particolare per quelli piccoli al confine orientale dell’Ue, dalla Finlandia fino a Cipro, la questione della difesa è molto più rilevante che per quelli della parte occidentale dell’Ue che si affacciano sull’Atlantico.

Quanto più stretta è l’integrazione con l’Ue, tanto maggiore è il senso di questa sicurezza, anche se non è supportata da esplicite disposizioni in materia di sicurezza. Il rapporto dei Paesi scandinavi, un gruppo di economie e società relativamente simili, con l’Ue dimostra questo legame tra una maggiore integrazione e lo sviluppo di un maggiore senso di sicurezza. All’estremità orientale della Scandinavia, la Finlandia è membro dell’Ue e della zona euro. Spostandosi verso ovest, Svezia e Danimarca sono membri dell’Ue, ma non della zona euro e, fino a poco tempo fa, la Danimarca aveva anche un opt-out per la difesa. Più a ovest si trovano Norvegia e Islanda, che non sono membri dell’Ue, ma con essa hanno stretti legami economici e sociali.

Partendo dalla parte orientale della Scandinavia e spostandosi verso ovest, la minaccia alla sicurezza da parte di vicini aggressivi si riduce, così come il grado di integrazione nell’Ue. Infine, oltre alla cooperazione economica, alla governance e alla sicurezza, c’è la questione dei valori. Si tratta di accedere e di adottare un sistema di valori al di là di un quadro giuridico, ed è particolarmente visibile nei Paesi con lo status di candidato.

La concessione dello status di candidato all’Ucraina è stata una grande vittoria per il Paese rispetto all’aggressione russa. L’Ucraina ha avuto accesso al sistema di valori necessario per formare alleanze profonde, e avere alleati forti e pieni di risorse è esattamente ciò di cui un Paese ha bisogno quando la sua sicurezza è compromessa. Questo non è un tentativo esaustivo di discutere cosa significhi l’Ue per ogni Paese, che sia membro attuale o futuro. La direzione in cui l’Ue si evolverà in futuro dipenderà dalla ricerca di un minimo comune denominatore. Tutti concordano sul fatto che il potere dell’Ue dipende dalla capacità di parlare con una sola voce. Non tutti sono d’accordo su quale debba essere questa voce.

Il Sole 24 Ore

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Dagli al ricco


Le multe fatte ai ricchi siano più care. Questa la nuova frontiera della politica con a cuore il sociale. Uno dei capisaldi della vigorosa scuola “tassazione & rottamazione”: prima faccio la voce grossa e poi ti condono, prima ti stango e poi ti mantengo.

Le multe fatte ai ricchi siano più care. Questa la nuova frontiera della politica con a cuore il sociale. Uno dei capisaldi della vigorosa scuola “tassazione & rottamazione”: prima faccio la voce grossa e poi ti condono, prima ti stango e poi ti mantengo. Il ricco paghi. Ci sono due ragioni per cui questa roba non può funzionare e non funzionerà.

La prima consiste nel fatto che il sistema fiscale progressivo (al crescere del reddito non solo paghi di più, ma con quote crescenti di quel che guadagni) è buono e giusto, nonché previsto dalla Costituzione. Evviva. Tale sistema è ispirato a un principio di solidarietà, che non sempre funziona, ma che può diventare una persecuzione. In Italia sono poco meno di 5 milioni i contribuenti che pagano più di quel che ricevono. Sono gli stessi contribuenti, assieme a molti altri considerati “ricchi” (ci arriviamo) che non hanno accesso a facilitazioni e pagano per intero determinate prestazioni, sanitarie comprese. Ora li si vuole multare più degli altri, con il che si lascia la sgradevole sensazione che si stia dando la caccia al ricco, anziché all’evasore.

Lasciamo perdere le benedizioni e le predestinazioni, talora guadagnare bene può anche solo essere fortuna. Comunque non è una colpa. Non è il ricco ad avere la colpa dell’esistenza del povero, semmai è la socialità assistenzialista e non meritocratica che ostacola il povero (soprattutto suo figlio) che abbia la capacità di superare il ricco (soprattutto suo figlio).

Ma anche volendo dare la caccia ai ricchi, ed è la seconda ragione per cui non funzionerà, sarà solo immaginaria. Fallimentare. Perché i ricchi non esistono, in Italia. A leggere le dichiarazioni Irpef se ne ricava che solo lo 0.24% dei contribuenti dichiarano più di 200mila euro. Ammesso e assolutamente non concesso che 200mila euro lordi di reddito significhi essere ricchi. Sopra 1 milione c’è solo lo 0.01%. Questi ultimi ho come l’impressione che abbiano l’autista e la vettura intestata a una società. Per mettere le multe salate a qualche persona in più si deve considerare ricchi quelli che dichiarano fra i 75mila e i 200mila euro l’anno, così da fustigare il 2.23% dei contribuenti. Una presa in giro. Sotto i 75mila il concetto di ricchezza è da attribuirsi alla fantasia sprovveduta di realtà, posto che il 56.05% dei contribuenti si colloca sotto i 20mila euro l’anno.

Se lasci la vettura in divieto di sosta è giusto che tu sia multato ed è ingiusto che poi ti condonino la multa che non hai pagato. Ma che la macchina del ricco sia un disvalore superiore all’analoga macchina del povero è moralismo da strapazzo. Tale da suggerire la lettura dei profondi pensieri di Superciuk, <<la minaccia alcolica>>, creato da Max Bunker (faceva lo spazzino e amava i ricchi, detestando i poveri perché sporcano di più). A parte la curiosa conseguenza secondo cui le multe al Nord sarebbero più care che al Sud, mi vengono in mente talune ricche città europee, ove non c’è una macchina che sia una fuori dai parcheggi regolari (e a pagamento). Non sarà che a rendere inefficaci le nostre multe siano le rottamazioni reclamate e attuate, piuttosto che la presunta esiguità dell’ammontare?

Ma c’è la più sollazzevole delle implicazioni: la multa all’evasore fiscale sarà più bassa di quella all’onesto contribuente. E in un Paese che ha il record europeo dell’evasione Iva, il che comporta pagamenti non fatturati o registrati, portando con sé evasione sul reddito e sulla previdenza, mi sa che con le multe fustigatrici dei ricchi (inesistenti) si cominci ad esagerare con l’istigazione all’evasione fiscale.

A tal proposito: Meloni ha ragione e sarebbe incostituzionale stabilire il prezzo delle transazioni con carte di credito e debito. Quelle commissioni, però, sono sempre e continuamente scese. Miracolo? No, concorrenza. Come è capitato con le tariffe telefoniche e i biglietti aerei: mercato, concorrenza e controlli. È la socialità del “dagli al ricco” a produrre miseria ed evasione fiscale.

La Ragione

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#uncaffèconluigieinaudi ☕ – La chiacchiera ucciderà il sistema parlamentare


… altrimenti, la chiacchiera ucciderà il sistema parlamentare ed instaurerà l’onnipotenza della burocrazia da Corriere della Sera, 18 agosto 1921 L'articolo #uncaffèconluigieinaudi ☕ – La chiacchiera ucciderà il sistema parlamentare proviene da Fondazi
… altrimenti, la chiacchiera ucciderà il sistema parlamentare ed instaurerà l’onnipotenza della burocrazia

da Corriere della Sera, 18 agosto 1921

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Noi e il « ciecopacifismo » (che tanti danni ha fatto)


Gli ucraini hanno nella cultura popolare una parola intraducibile, che però descrive bene l’approccio di vasta parte dell’opinione pubblica occidentale alla guerra d’aggressione russa: poluda. In certe loro favole nere, il diavolo si diletta a offuscare c

Gli ucraini hanno nella cultura popolare una parola intraducibile, che però descrive bene l’approccio di vasta parte dell’opinione pubblica occidentale alla guerra d’aggressione russa: poluda.
In certe loro favole nere, il diavolo si diletta a offuscare con questa sorta di cataratta gli occhi di chi vuole ingannare, spiega Oksana Zabuzko nel libro «Il viaggio più lungo», compendio della nostra cecità di fronte all’imperialismo putiniano. Le parole talvolta si rincorrono nel tempo e nello spazio, così svelandocisi appieno. Mosca prepara un inverno di fame e gelo per piegare milioni di ucraini. E ieri il presidente Zelensky ha chiesto ancora aiuto all’Occidente paventando altri attacchi missilistici alle infrastrutture volti a «provocare nuovi blackout».

In un contesto così estremo, la poluda richiama molto da vicino il senso del cieco pacifismo di cui parlava vent’ anni or sono Giovanni Sartori. Si tratta di quella tenebra che ottunde chi, «tutto cuore e niente cervello», rifiuta qualsiasi guerra, anche quella difensiva, anche quella che servirebbe a fermare un assassino quando questi compie i suoi misfatti proprio sotto il nostro sguardo. I pacifisti degli anni Trenta «hanno aiutato Hitler a imporsi», annotava il grande politologo.

Oggi la voglia di pace è grande, naturalmente, e cresce ormai assieme alla nausea per questa guerra «blasfema», come ripete senza sosta Papa Francesco. Tale intenso e sano desiderio può tuttavia generare equivoci, accecarci. E forse è alla base d’un curioso abbaglio: a Parigi s’ è tenuta ieri una conferenza internazionale, con Macron quale principale promotore. Obiettivo: consentire agli ucraini di «resistere durante l’inverno» e, accanto, porre le prime basi della ricostruzione che verrà. Ammontano a un miliardo i fondi promessi per i prossimi quattro mesi.

L’iniziativa ha raccolto una settantina di partecipanti d’alto rango (per noi, il ministro Tajani) nel supporto a Kiev in settori vitali come energia, trasporti e alimentazione. Confondendo desideri e realtà, su alcuni media era stata tramutata in una «conferenza di pace»: che certo sarebbe ottima cosa, se ci fosse qualcuno a Mosca disposto a parlarne sul serio. E qui torna in scena la poluda , perché ci vuole davvero una benda davanti agli occhi per non vedere.

A inizio dicembre, infatti, il ministro degli Esteri russo, Lavrov, nella conferenza stampa annuale coi media, ha rimesso mano al più trito repertorio con cui il regime aveva giustificato l’invasione del 24 febbraio, dall’invettiva contro «lo sconsiderato allargamento della Nato» alla «minaccia esistenziale» che noi occidentali avremmo lanciato contro la Russia tramite Zelensky, fino a uno strabiliante attacco al Papa, accusato di «dichiarazioni non cristiane», con tanti saluti ai tentativi di mediazione del Vaticano.

Inoltre, poiché i russi dedicano speciali attenzioni all’Italia sperando in una nostra defezione, assai improbabile vista la postura di Giorgia Meloni, l’ambasciatore Razov ha lanciato la fake news di un blindato italiano distrutto in terra ucraina (ammonendoci, «tutti i contribuenti italiani sono felici di questa destinazione dei loro soldi?») proprio mentre stavamo discutendo sulla proroga dell’invio di armi a Kiev.
Insomma, c’è da pregare per un cessate il fuoco, è ovvio: Gideon Rachman sul Financial Times immagina un armistizio «coreano», che a un certo punto congeli la situazione senza un trattato formale.

Ma lui stesso ammette che Putin delira ancora di vittoria e si paragona a Pietro il Grande, un raffronto forse non casuale sui tempi e i propositi, visto che lo zar vinse la Grande guerra del Nord dopo 21anni di combattimenti. Di buono c’è che Putin fa ciò che dice, basterebbe ascoltarlo e regolarsi. Rovesciando la lettura di Lavrov, Kaja Kallas ricorda su Foreign Affairs che a dicembre dell’anno scorso la Russia aveva minacciato la Nato con il suo ultimatum: stop alla politica delle porte aperte e stop al dispiegamento di forze in Paesi entrati nell’Alleanza dopo il 1997 o sarebbe stata la guerra. Due mesi dopo, guerra è stata. Ma fino al giorno prima i nostri ciecopacifisti sostenevano che il suo
spauracchio era un’invenzione della Cia e che 190 mila soldati russi al confine ucraino fossero lì a esercitarsi.

Insomma, l’idea del dialogo per ora è velata di irenismo. È un «dialogo col sordo», ha scritto Paola Peduzzi sul Foglio . L’ottundimento dei sensi è tema ricorrente. Qui, il sordo è Putin che finge di non capire, spiegandoci che «un accordo sarà inevitabile» prima o poi, a patto che vengano riconosciuti «i nuovi territori della Federazione Russa», cioè quel quinto di Ucraina che lui occupa illegalmente e stupra ogni giorno. Le parole, in una guerra che passa molto attraverso la conquista di cuori e menti, sono assai importanti ma assumono diversa intensità a seconda della distanza dai missili russi. Sicché gli ucraini hanno riscoperto sulla loro pelle il significato di Holodomor : la carestia con cui Stalin li decimò il secolo scorso e che Putin ripropone adesso, coi suoi bombardamenti sugli impianti civili che mirano a ridurre l’Ucraina a una landa ghiacciata (un incubo cui si oppone appunto la conferenza di Parigi).

Noi, più fortunati, possiamo dilettarci, per ora senza conseguenze così estreme, con la parola «guerrafondaio», rispolverata contro il
governo Meloni dal leader d’opposizione Conte dopo avere votato lui stesso con la maggioranza precedente i decreti sull’invio di armi. Il termine ha una storia illuminante. Usato dal Pci addirittura contro De Gasperi per rimproverargli la sudditanza verso gli (allora) odiatissimi americani, non era disdegnato neppure da Hitler che voleva presentare la sua guerra come atto puramente difensivo: nel 1939 il Führer lanciò una campagna mediatica in cui, accingendosi a invaderne il territorio, dava del «guerrafondaio» al governo di Varsavia, accusato di «atrocità» contro la gente di etnia tedesca che viveva in Polonia.

Pochi anni prima, il poeta Arturo Serrano Plaja s’ era trovato ad affrontare la contraddizione tra il proprio pacifismo e la necessità di opporsi a franchisti e fascisti nella guerra civile che dilaniava la sua Spagna. Nulla sapendo di poluda, aveva concluso comunque che i guerrafondai erano loro. E che a lui, proprio nel nome della pace che amava, toccava combatterli senza quartiere.

Il Corriere della Sera

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#uncaffèconluigieinaudi☕ – Nessun reggimento è più democratico di quello economico


Nessun reggimento è più democratico di quello economico, in cui nessuno è sicuro del posto suo […] se non rendendo altrui servigi migliori e più a buon mercato di quelli resi da altri. da Corriere della Sera, 12 giugno 1921 L'articolo #uncaffèconluigiein
Nessun reggimento è più democratico di quello economico, in cui nessuno è sicuro del posto suo […] se non rendendo altrui servigi migliori e più a buon mercato di quelli resi da altri.


da Corriere della Sera, 12 giugno 1921

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Tanto Malus


Forse sorrideremo, quando ricorderemo la stagione dei bonus. Magari se ne farà qualche film di costume. Il conto lo pagheremo, e non si tratta solo di soldi. Fra i tanti bonus, dal monopattino alle terme, dalla facciata alle biciclette, quello relativo al

Forse sorrideremo, quando ricorderemo la stagione dei bonus. Magari se ne farà qualche film di costume. Il conto lo pagheremo, e non si tratta solo di soldi. Fra i tanti bonus, dal monopattino alle terme, dalla facciata alle biciclette, quello relativo alla cultura, elargito ai diciottenni, è tornato a gola e merita un posto di rilievo.

La tecnica è quella adottata con il reddito di cittadinanza: nella coalizione di destra c’è chi aveva votato a favore; la coalizione è guidata da chi aveva urlato contro; in campagna elettorale aveva promesso cancellazioni drastiche; una volta al governo si sono trasformate in modifiche; in che consistano non si sa. Se cambiare significa dare il bonus cultura solo ai “bisognosi” si riaprono due questioni: a. gli italiani che finanziano regali e sconti sono gli stessi che non possono averli; b. in compenso se ne giovano gli evasori fiscali. Il dibattito continua e si fa più intrigante.

Perché darlo a 18 anni? Se si tratta di agevolare la lettura o le frequentazioni teatrali, potrebbe essere dato a 16 o 14. Perché diventano maggiorenni? Ma rispondere di sé stessi non dovrebbe consistere nello spendere, ma nell’orgoglio guadagnare, posto che lavorare non significa necessariamente lasciare gli studi. Temo si premi l’impegno messo nel cercare di non morire prima di quel compleanno perché con quello si diventa anche elettori.

Naturale che tantissimi diciottenni abbiano utilizzato in modo appropriato il regalo (ci torniamo), ma ovvio anche che, trattandosi di soldi consegnati mediante codici di spesa, siano fioriti raggiri e truffe. Dalle più banali (a me piacciono i libri a te le racchette, mi dai i tuoi codici per 500 euro e io te ne do 400) a quelle che comportano falsa fatturazione (sempre per comprare la racchetta invece di andare a sorbirsi la palla teatrale). Di accertato siamo a 9 milioni sprecati, che equivalgono a 18mila diciottenni diseducati a fregare lo Stato. Più i non scoperti.

Vabbè, ma non è corretto usare una devianza per condannare uno strumento degno e utile. Basta intensificare i controlli. Ma non credo sia possibile, perché se il bonus deve essere speso in cultura si apre un problema: cos’è, ‘sta cultura? Acquistare un tomo secentesco lo è, andare al teatro per un Amleto amleticamente lo è, ma lo è anche acquistare un libro di ricette per la carbonara o andare a sganasciarsi con un comicarolo? Non ci sono basi per negarlo. Così via andando si giunge ad un’idea antropologica di cultura, connaturata ad ogni umano comportamento, sicché non può essere negato lo sia anche dipingersi la faccia. Perché, però, dovrei pagarti, se ti pitti le gote? Né la cosa potrà essere risolta affidando all’apposito ufficio ministeriale, sentita la competente commissione e auscultato il battente ministro, il compito di definire la cultura. Una tragedia da scongiurare.

Rientrando nella curtura l’ascoltare un tatuato stonato, acquisito che “bonus” è il residuato di una lingua morta e sono ancora aperte le indagini sulle cause, non escludendosi il suicidio per depressione, forse sarà il caso di chiamarlo con il suo nome: regalo. La cui finalità ultima è insegnare ai cittadini, all’ingresso nell’età adulta, che allungare la mano per la mancetta di Stato è segno di libertà e non di sudditanza, che il soldo preso vale più del guadagnato, che i soldi pubblici non sono di nessuno e toccano a chi se li piglia, e se qualcuno s’ostina a ripetere <<faber est quisque fortunae>> non dategli retta, perché prima o dopo ci libereremo da questi immigrati illegali.

Che la cultura sarebbe materia d’attività scolastica, da far funzionare meglio e con merito, o che alberghi in luoghi come le biblioteche, da diffondere e tenere aperte più a lungo, trovando più acconcio uso a quei quattrini, sarebbe osservazione d’analogica noia e dimostrazione di non avere capito un accidente: i libri non votano, semmai i tipografi.

Renzi lo fece, i successori se lo tennero, gli oppositori lo cangiano come non si sa. E il malus continua.

La Ragione

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Rosemary Sullivan – Chi ha tradito Anne Frank


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Luigi Einaudi e la successione


Un liberale come Luigi Einaudi attribuiva al merito un significato individuale, tale per cui la societa e l’organizzazione economica devono premiare l’intelligenza, la fatica e il lavoro del singolo individuo, mentre ciò non vale nel caso di chi eredita u

Un liberale come Luigi Einaudi attribuiva al merito un significato individuale, tale per cui la societa e l’organizzazione economica devono premiare l’intelligenza, la fatica e il lavoro del singolo individuo, mentre ciò non vale nel caso di chi eredita una piccola o grande fortuna da quel singolo individuo che l’ha accumulata nel tempo.

Eppure lo stesso Einaudi sottolinea una cosa di buon senso, ovvero che chi “fa i soldi” non li fa soltanto per sé stesso o per la gloria ma esattamente per passare questa ricchezza ai propri figli o in generale a chi egli ritenga degno di riceverla al momento della propria morte (anche prima, tramite delle donazioni). Quindi bisogna stare attenti a inventarsi un’imposta di successione espropriativa che tolga all’individuo tutto o quasi il patrimonio nel momento in cui egli passa a miglior vita: si corre il grosso rischio
di togliere una delle motivazioni principali ad avere successo economico.

La situazione peggiora quando le imposte di successione di livello espropriativo vengono utilizzate per finanziare la cosiddetta “spesa corrente” e non quella “in conto capitale” per investimenti di lungo termine. Il rischio é che le ricchezze accumulate dagli individui vengano dissipate senza che queste abbiano il tempo di ricostituirsi (grazie alla residua voglia dei cittadini di accumularle, messa a dura prova dalle aliquote eccessive dell’imposta stessa).

D’altra parte, secondo Einaudi é più che giusto che l’imposta di successione serva ad appianare almeno in parte le differenze nei punti di partenza conseguenti ai diversi patrimoni familiari. Tuttavia, l’imposta di successione dev’essere ben congegnata, tenendo presente esigenze diverse che ‘spingono’ in direzioni diverse, per cui é necessario trovare un compromesso intelligente.

Einaudi esplicitamente apprezzava la cosiddetta proposta del “sistema Rignano” (nulla a che fare con il Comune di nascita di Renzi, ovviamente, ma un riferimento all’ingegner Eugenio Rignano che la ideò). Partendo dal presupposto che lo Stato deve utilizzare i proventi per finanziare spese di investimento e non dev’essere pagato in natura ma in denaro (per evitare che accumuli beni — per esempio immobili – di cui farebbe calare pesantemente il valore nel momento in cui decidesse di disfar ìsene per esigenze di cassa), il “sistema Rignano” consiste nell’esentare il primo passaggio successorio (da Tizio al figlio Caio), mentre tutti i passaggi successivi sono tassati per un
terzo del patrimonio iniziale e i pagamenti delle imposte garantiti da un’ipoteca messa dallo Stato sui beni del defunto Tizio. Dunque il nipote Sempronio paga il primo terzo, il bisnipote Caio iunior il secondo terzo e il trisnipote Sempronio iunior l’ultimo terzo. A questo punto l’eredita iniziale sarebbe completamente incamerata dallo Stato, ma tutti i membri della famiglia che eredita possono conservare l’intera eredita iniziale se a ogni passaggio successivo al primo sono in grado di risparmiare una somma pari al terzo del patrimonio iniziale che dev’essere pagato allo Stato, cosi da avere risorse aggiuntive per farlo.

Tanto per essere chiari: per un’eredita di 900mila euro gli eredi a partire da Caio devono risparmiare 300mila euro aggiuntivi per pagare le imposte dovute e preservare il patrimonio iniziale.

La Ragione, 14 dicembre 2022, pag. 3

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Scuola di Liberalismo 2022 – Messina: lezione di Lorenzo Infantino sul tema “Diritto, legislazione e libertà”


Quarto appuntamento dell’edizione 2022, la dodicesima, della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino- Pulejo. Il corso,

Quarto appuntamento dell’edizione 2022, la dodicesima, della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino- Pulejo. Il corso, che tratterà principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articolerà in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La quarta lezione si svolgerà lunedì 12 dicembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta dal prof. Lorenzo Infantino (Ordinario di Metodologia delle Scienze Sociali presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma, nonché Presidente della Fondazione von Hayek – Italia), che relazionerà sull’opera “Diritto, legislazione e libertà” di Friedrich August von Hayek, economista e sociologo annoverabile tra i massimi teorici del Liberalismo.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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Il valore di scelte moderate


Come ha mostrato da ultimo il ballottaggio della settimana scorsa in Georgia, si può dire, alla MarkTwain, che «la notizia della imminente morte della democrazia americana è risultata fortemente esagerata». Con la vittoria del candidato democratico Raphae

Come ha mostrato da ultimo il ballottaggio della settimana scorsa in Georgia, si può dire, alla MarkTwain, che «la notizia della imminente morte della democrazia americana è risultata fortemente esagerata». Con la vittoria del candidato democratico Raphael Warnock contro il candidato trumpiano Herschel Walker, l’amministrazione Biden consolida la maggioranza di cui dispone al Senato. Si conferma il trend manifestatosi in novembre. L’estremismo di Trump non ha pagato.

L’amministrazione democratica ha perso il controllo della Camera dei rappresentanti ma ha retto all’assalto repubblicano smentendo la regola secondo cui le elezioni di midterm puniscono duramente il partito del Presidente in carica. Nessuno dei candidati estremisti imposti da Trump al partito repubblicano è stato eletto.

Dopo la sua sconfitta nelle elezioni presidenziali del 2020 e il traumatico assalto a Capitol Hill del gennaio 2021, gli anticorpi presenti nella democrazia americana si sono messi in moto e stanno potentemente ridimensionando l’estremismo trumpiano e la sua carica eversiva.
Ricordiamo, a conferma della solidità delle istituzioni americane, anche tutti quei governatori ed altri esponenti del partito repubblicano che rifiutarono di avallare il tentativo di Trump di annullare il risultato delle elezioni presidenziali. Le democrazie non sono mai completamente al riparo da tentativi eversivi. Nelle antiche repubbliche il pericolo era rappresentato da generali vittoriosi in guerra.

Oggi possono essere solo magnati dotati, oltre che di ricchezza, anche di capacità demagogiche, a tentare di imporre soluzioni cesaristiche.
È interessante notare che costoro possono essere sconfitti se vengono contrastati, non da un estremismo di segno opposto, ma da una politica moderata capace di mobilitare gli elettori contrari all’avventurismo politico.

Il ridimensionamento di Trump è una buona notizia non solo per gli Stati Uniti. Lo è anche per le democrazie europee. Perché la sua vittoria, nel 2016, nella democrazia-guida del mondo occidentale, contribuì alla crescita di movimenti estremisti in Europa. Essi erano nati per ragioni che avevano a che fare con la vita interna delle democrazie europee ma ricevettero comunque una forte spinta dalla presidenza Trump e dalle sue politiche.

Cesarismi a parte, le democrazie oscillano, a seconda delle circostanze, fra fasi in cui prevale l’una o l’altra estrema e fasi in cui prevale la politica moderata di forze centriste. Si noti anche che se le elezioni sono vinte da una forza estrema essa, per mantenersi al potere, deve per lo più governare ammainando molte delle bandiere estremiste che agitava prima di vincere le elezioni. Nei casi(drammatici, ma fortunatamente abbastanza rari) in cui il centro politico si svuoti e restino in campo solo gli estremisti, allora la democrazia può correre rischi assai seri. Si immagini una Francia post-Macron, in cui le forze dominanti siano rappresentate solo dalla destra di Marine Le Pen e dalla sinistra di Jean-Luc Mélenchon. A quel punto, bisognerebbe interrogarsi sulla tenuta della democrazia francese.

Le fasi in cui la democrazia esibisce maggiore stabilità sono quelle dominate da forze centriste. E si capisce perché: sono le forze che dispongono della flessibilità necessaria per stipulare i compromessi senza i quali non si governano le nostre società complesse.
C’è in questo anche un insegnamento per l’Italia. La nostra è forse, fra tutte le democrazie occidentali, la più «difficile». Lo testimonia il quarantennio di democrazia bloccata, con la Dc sempre al governo e il Pci sempre all’opposizione. Anche se si cerca di parlarne il meno possibile quel passato influenza il nostro presente.

Consideriamo solo il periodo più recente. Con le elezioni del 2018 ci fu un drammatico indebolimento delle forze centriste e la vittoria di quelle estreme (maggioranza relativa ai 5 Stelle). Si formò uno dei governi più estremisti della nostra storia: il Conte 1 in mano a 5 Stelle e Lega. Ma durò solo un anno. Il Conte 2 (5 Stelle più Partito democratico) che gli succedette si formò con le modalità trasformistiche che sono proprie della nostra tradizione. Il cambiamento di maggioranza comportò però uno spostamento verso politiche più moderate. È seguita la fase, imposta dall’emergenza pandemica, della tregua e della decompressione con il governo Draghi.

L’attuale governo è guidato dalla leader di un partito che viene dall’estrema destra ma è indubbio che Meloni abbia cercato e cerchi di tenere la barra il più possibile al centro. Lo prova, nonostante le intemperanze degli alleati, oltre che la posizione sull’Ucraina, una finanziaria che, sia pure con qualche sbavatura, è in evidente continuità con le politiche del governo Draghi, e un rapporto con Bruxelles che, grazie anche ai buoni uffici del presidente della Repubblica, non è al momento conflittuale. Lo prova pure la posizione del governo sulla giustizia.

Nonostante il tentativo dell’Associazione Nazionale Magistrati e dei suoi tanti amici di far passare il ministro Nordio per un estremista, non c’è nulla nelle posizioni espresse dal ministro che non sia ancorata alla concezione liberale dello Stato di diritto. Ci sono, è vero, le tensioni con la Francia sull’immigrazione. Dureranno fin quando non si troverà un accordo europeo che tuteli i diversi interessi. L’insegnamento riguarda anche quello che al momento (ma fino a quando?) è ancora il maggiore partito di opposizione, il Pd. La tentazione di inseguire i 5 Stelle è evidente e fortissima.

In coincidenza con la volontà di prendere le distanze dalle ragioni fondative del Pd, accusato oggi (nientemeno) che di «neo-liberismo» da alcuni intellettuali (ma anche da certi capi-corrente). Dietro a tutto ciò si intravvede la nostalgia per la «vocazione minoritaria», per i bei tempi in cui il partito comunista era relegato in permanenza all’opposizione. Allora ci si poteva sentire puri e moralmente integri: non c’era il rischio di doversi sporcare le mani con i compromessi che impone l’attività di governo.

Il Pd è a un bivio. Può ribadire la sua volontà di essere una forza capace di contendere credibilmente il governo alla destra, oppure può scegliere la strada opposta: combinare il partito degli amministratori in periferia e quello del movimentismo (alla Mélenchon) al centro. Con scarse probabilità di sconfiggere l’attuale maggioranza alle prossime elezioni. Le democrazie funzionano al meglio quando prevale la moderazione e la politica del compromesso. In quelle fasi possono anche diventare piuttosto noiose. Difficile che capiti anche a noi .

Il Corriere della Sera

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EvasIva


La legge di bilancio, ogni anno, si annuncia in un modo e in corpo d’opera se ne cambiano i parametri. Comunque la si pensi, c’è un dato che varrebbe la pena considerare: in Italia si evade l’Iva per 26.2 miliardi Come ogni anno la legge di bilancio si

La legge di bilancio, ogni anno, si annuncia in un modo e in corpo d’opera se ne cambiano i parametri. Comunque la si pensi, c’è un dato che varrebbe la pena considerare: in Italia si evade l’Iva per 26.2 miliardi

Come ogni anno la legge di bilancio si annuncia con determinati contenuti, poi se ne reclamano altri, quindi si deposita un testo che ne contiene di diversi, ergo si presentano emendamenti che tolgono e introducono, infine tutti si strozza in un voto di fiducia, dato su un testo dell’ultimo minuto. Come ogni anno, taluno ricorderà esistenti cose che non ci saranno. Essendo nel mezzo del trambusto è interessante cogliere il senso di alcuni passaggi. Che sono rivelatori.

Sulla questione dei Pos e del contante abbiamo parlato fin troppo. Mi parrebbe giusto il principio: libera banconota in liberi pagamenti. Pago quello che mi pare con quello che mi pare, il che comporta il fatto che chi deve essere pagato accetti quel che è lecito e abbia il Pos. Tanto le regole valgono solo per chi è regolare e dubito uno spacciatore si ponga il problema dei sistemi di pagamento (di quello si occupa il trafficante). Ma c’è una dato che si è fatto finta di non vedere: in Italia si evade l’Iva per 26.2 miliardi, mentre in Germania (che sono pure più grossi) per 11.1 miliardi. In Italia c’è un limite all’uso del contane, mentre in Germania (fin qui) no. Il che dimostrerebbe l’assenza di nesso, ma solo per chi riesce a tenere a mente una sola cosa per volta, giacché la seconda, decisiva, è: in Germania si paga molto di più usando il Pos. Perché è evidente che se il contante non è sinonimo di evasione fiscale, l’evasione fiscale si serve del contante. E vabbè, si dirà, vale per l’Iva. No, quello è solo un rivelatore.

Per non pagare Iva non emetto fattura, altrimenti la pagherei anche in caso di contante. Faccio credere al cliente o acquirente che la risparmiamo assieme, ma per me vale di più: non emettendo fattura quell’incasso non contribuirà al mio reddito, non ci pagherò l’Irpef, magari il nero mi aiuterà a stare sotto le soglie forfettarie incentivandomi ad evadere, e non pagherò i contributi previdenziali. Poi avrò tempo per lamentarmi della pensione troppo bassa, omettendo di specificare che è tale perché i contributi me li mangiai. E noi siamo il Paese con più evasione Iva e più pensioni. Per forza che si fanno buchi. Moltiplicare i pagamenti con carte non è solo comodo, ma largamente conveniente per chi non sia un delinquente.

Curiosa la faccenda del possibile pagamento anticipato sui profitti da capitale, con sconto dal 26 al 14%. Ce ne eravamo occupati a proposito delle criptovalute, ma cammin facendo s’allargò. Ho investito 100 e poi rivenduto a 110, pagando il 26% d’imposta sulla plusvalenza, il guadagno. Ora il governo mi dice: anche se non vendi, sul tuo guadagno odierno dammi il 14% e non ti chiederò nulla quando venderai. Della serie: li sordi mi servono subito. Obiezione politica: non ha l’aria di una misura per soccorrere i poveri. Obiezione tecnica: questo significa mangiarsi oggi ilo gettito futuro. Obiezione di mercato: molti investimenti stanno scontando delle perdite rispetto ai guadagni accumulati, il che significa che se ho denaro liquido posso approfittare del calo, sommarci lo sconto e pagare due breccole in cambio dell’affrancamento da oneri fiscali. Oh, alla faccia della distanza dalle lobbies e del non fare favori ai “ricchi”, perché un meccanismo simile non è detto che convenga a un piccolo risparmiatore, ma a chi ha partecipazioni azionarie consistenti converrà farci un pensiero.

Poi si accende la televisione e son tutti lì, con animo contrito, a parlare dei poveri. In realtà solo intenti ad attribuirsene reciprocamente la responsabilità.

La Ragione

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#uncaffèconluigieinaudi ☕ – Agire bisogna…


Agire bisogna; non muovere vane querimonie, se si vuole che il paese sia salvo da Corriere della Sera, 26 maggio 1920 L'articolo #uncaffèconluigieinaudi ☕ – Agire bisogna… proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/unc
Agire bisogna; non muovere vane querimonie, se si vuole che il paese sia salvo

da Corriere della Sera, 26 maggio 1920

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Sesso libero


Le dittature sanno di non potere possedere le teste, quindi ci provano con le mutande e il sesso. Sanno che l’aspirazione alla libertà è insopprimibile e universale La forza bruta fa cilecca con i pensieri, ma si può imporre sui costumi. Non posso imped

Le dittature sanno di non potere possedere le teste, quindi ci provano con le mutande e il sesso. Sanno che l’aspirazione alla libertà è insopprimibile e universale

La forza bruta fa cilecca con i pensieri, ma si può imporre sui costumi. Non posso impedirti di sognare, ma posso reprimere i tuoi sogni, i tuoi desideri, le tue attrazioni. E reprimendo quelli t’insegno a rinunciare alla libertà. In questo sono tutti uguali.

La persecuzione degli omosessuali, a cura del regime castrista cubano, non era la scusa per arrestare uno scrittore (Reinaldo Arenas) e distruggere le sue opere, ma un modo per insegnare a non pensarsi liberi. L’ossessione di deviati come il patriarca russo Kirill, le leggi russe contro l’omosessualità, la maniacale riaffermazione di una cosa mai esistita, ovvero la “famiglia tradizionale”, non sono modi per non farsi contagiare dalla “decadenza occidentale”, ma per insegnare a non guardare al mondo libero e castrare i desideri. L’Indonesia che condanna il sesso fuori dal matrimonio e l’Iran che assassina chi scopre una ciocca o protesta contro l’assassinio non stanno salvaguardando la purezza, ma provando a far vivere la dittatura uccidendo la libertà.

È accademica e surreale la discussione se la storia abbia una direzione di marcia e un qualche approdo designato, tanto più che noi siamo il futuro dei nostri antenati e gli antenati degli umani futuri, ma la ricerca della libertà non ha mai fine e non conosce confine. Chiunque stia lottando per la libertà, sia anche quella delle proprie mutande, è un fratello da sostenere.

Da noi, nel nostro mondo mai stato così ricco e libero, tendiamo a dimenticarlo. A dare la libertà per assodata. Taluni si sono convinti che la si difenda mettendo presidi alle declinazioni o moltiplicando i generi o condannando la parola. Troppi, nel cadere in questo grossolano errore, in quel “politicamente corretto” che è solo politicamente inconsistente, ci mettono lo zelo di ottusi patriarchi e ayatollah.

Eppure un problema si pone, al nostro mondo: si può essere liberi anche dalla natura? Sì, si può, ad esempio separando l’eros dalla procreazione. Evviva. Ma possiamo anche liberare la procreazione dall’eros? Più scivoloso. Aiutare la fertilità è un conto, bypassarla un altro. Qui si torna a principi antichi: se la mia libertà comporta l’altrui subordinazione o uso strumentale, allora non è una libertà, ma una sopraffazione. Dovremmo discuterne senza pregiudizi, occupandoci del merito e non dei tabù. Che rimangono anche nel nostro mondo libero, giacché connaturati all’umano. Negare un tabù non significa averci fatto i conti, così come usare concetti offensivi o il turpiloquio non significa opporsi al politicamente corretto. Anche perché si rischia di far confusione.

In Italia può già essere riconosciuto, nell’interesse del minore, un “genitore” dello steso sesso di quello naturale. Esempio: il primo è rimasto solo (non ci interessa qui perché), ha un figlio minore e convive con una persona dello stesso sesso, a quel punto per il minore non cambia nulla, ma se il primo finisce sotto a un treno resterebbe solo, ove non si riconoscesse la posizione dell’altro. Sentenze già in giudicato. È importante l’omogeneità in Unione europea, perché, potendomi liberamente muovere (evviva), non sia genitore in un Paese e sospettato di pedofilia in un altro, se provo a portare il bambino nella mia stessa camera d’albergo.

Sono cose da affrontarsi con concretezza e lucidità. Capita, invece, che taluno viva da noi in libertà e voglia usare gli argomenti degli invasati dominatori di mutande. L’esito è noto, da quelle parti.

La Ragione

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La Libertà


“Non c’è sentenza senza giustizia e non c’è giustizia in Iran.” L'articolo La Libertà proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta/ https://www.fondazioneluigieinaudi.it/feed

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“Non c’è sentenza senza giustizia e non c’è giustizia in Iran.”

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Il peccato neoliberista


In qualsiasi partito, un nuovo gruppo dirigente deve cercare di affermare, assieme con se stesso, un’identità, un catalogo di proposte, alcuni simboli politici. La sinistra del Partito democratico però non è un gruppo dirigente particolarmente nuovo, si t

In qualsiasi partito, un nuovo gruppo dirigente deve cercare di affermare, assieme con se stesso, un’identità, un catalogo di proposte, alcuni simboli politici. La sinistra del Partito democratico però non è un gruppo dirigente particolarmente nuovo, si tratta solo della generazione attuale della “ditta” che a malincuore ha accettato le capriole consonantiche che l’hanno portata da Pds a Ds a Pd. Le sue proposte si riducono, in buona sostanza, a una: superare il “neoliberismo” di cui sarebbe intriso lo stesso manifesto dei valori del Pd, scritto nel 2007.

La sinistra è, non solo in Italia, sempre più “sinistra”. Essendo l’unica parte politica che viva in un rapporto osmotico coi propri intellettuali, è destinata a somigliare al racconto che essi ne fanno. Avviene anche al Pd, che pure là dove governa in modo più saldo (in Emilia-Romagna, in Toscana) è occupato a venire alle prese coi problemi del mondo anziché stupire con effetti speciali. La sua narrazione “nazionale” è tutta diversa. Perché non corrisponde al partito degli amministratori, bensì a quello dei chierici.

La sinistra è da sempre la parte politica che offre al ceto intellettuale la più straordinaria opportunità di mutazione. “I filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo”. Generazioni d’intellettuali hanno guardato al “moro” di Treviri come in defettibile modello. Che avessero letto il primo libro del “Capitale”, o più probabilmente “Il socialismo dall’utopia alla scienza” di Engels, si inebriavano della conquista inattesa di una grande verità: aver scoperto in che direzione si muove la storia, mica poco. Ma hanno cercato di anticiparla, la storia, di forzarla sui suoi pretesi binari, sicuri che solo un’avanguardia intellettuale potesse fare avvertire al proletario il peso delle sue catene.

Da alcuni anni in qua, i chierici hanno formulato una diagnosi chiara sui guasti della sinistra: la sinistra perde perché ha smarrito il legame con la classe operaia. Sul declino del voto “di classe”, ovvero sull’attenuazione del nesso fra condizione sociale di appartenenza e preferenza politica, c’è un intenso dibattito internazionale. Rimanendo all’interno dei nostri confini, possiamo ricordare come già negli anni Novanta si osservasse un travaso verso la Lega del voto operaio al nord e come, negli anni Duemila, il voto operaio fosse già diviso grosso modo equamente fra destra e sinistra, mentre le regioni a più elevata “intensità” industriale votavano per la destra. Alle ultime elezioni è stato FdIa
primeggiare fra gli operai, seguito da Cinque stelle e Lega.

Il fenomeno dello scollamento fra classe sociale e preferenze politiche andrebbe indagato nelle sue diverse dimensioni. Qualcuno potrebbe dire che è una buona notizia: a suo modo segnala il maggior benessere raggiunto nella società tutta, grazie al quale cambiano le priorità degli elettori. Altri potrebbero biasimare la prevalenza della politica dell’identità, del dato culturale, che è poi la ragione per cui posizioni conservatrici vengono sposate da persone più umili e affezionate ai punti cardinali del passato, mentre fra gli individui a più alto reddito prevalgono orientamenti più cosmopoliti e mentalità più aperte.

L’impressione è che per i chierici la perdita del voto operaio sia un’utile scusa per aprire i rubinetti della nostalgia. Per rappresentare gli operai, che c’è di meglio che dire le cose che dicevamo, quando effettivamente votavano per noi? Per gli intellettuali, era un’epoca d’oro: quella in cui le loro parole cambiavano davvero, se non il mondo, almeno le mozioni congressuali. Per questo a quelle parole, rivedute e corrette, sono tornati, seguendo le star della sinistra internazionale (da Piketty in giù). L’enfasi sul tema delle diseguaglianze, i propositi di sabotaggio di ogni residuo di libertà contrattuale nelle relazioni industriali, l’ambientalismo, il disegno di una bellicosa politica industriale, eccetera, non sono una delle due strade che il gruppo dirigente del Pd può cogliere, in una sorta di congresso redde rationem sull’identità del partito.

Sono un sentiero che quel medesimo partito calca da anni e con piena convinzione. Anziché mettere in discussione l’effettivo gradimento dell’elettorato per queste proposte, anziché chiedersi se davvero intercettino i problemi del paese, anziché domandarsi se forse il Pd non abbia perso la sua “vocazione maggioritaria” perché è diventato assieme il partito “del governo” e del pubblico impiego, i chierici e i loro discepoli sostengono che ogni problema del partito venga da un peccato originale. L’iniziale “neoliberismo”. Ma qual è il fantasma del
neoliberismo, di cui si vorrebbe sbarazzare?

E’ vero che in Italia, per alcuni anni, è stata la sinistra a promuovere politiche di “modernizzazione”, tese ad avvicinare il paese alle altre liberaldemocrazie a economia di mercato. Ciò è avvenuto soprattutto nella legislatura del centrosinistra, 1996-2001. Le circostanze erano eccezionali. In primo luogo, il vecchio partito della sinistra italiana, il Pci, era riuscito ad abbandonare nome e simbolo senza alcuna “revisione” ideologica: ma attraverso una “svolta”, per cui si immaginava che non ci fossero nodi da sciogliere né questioni da chiarire. A ciò corrispose una accresciuta disponibilità a seguire le tendenze prevalenti altrove.

Negli Stati Uniti Clinton, in Inghilterra Blair, avevano dovuto reinventare i rispettivi partiti alla luce del successo di Reagan e Thatcher. E siccome quel successo non si poteva negare, cercarono di venirci a patti, provando per esempio a usare incentivi economici e riforme “di mercato” per far funzionare lo stato sociale, rilanciandone legittimità e immagine (pensiamo al cosiddetto welfare to work ). In Italia,
un economista cattolico di formazione keynesiana, Beniamino Andreatta, meglio di altri aveva colto il nesso perverso fra partitocrazia, corruzione e aumento incontrollato della spesa pubblica. Dal cosiddetto “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro al referendum elettorale del 1992 all’accordo Andreatta-Van Miert, gli atti politici più rilevanti e lungimiranti dell’epoca si devono ad Andreatta.

La meta era chiara: una democrazia meno esposta alla corruzione, che consentisse l’alternanza fra partiti di governo. Quando ci arriva la sinistra, presidente del consiglio è un allievo di Andreatta, Romano Prodi, e ministro del Tesoro è Carlo Azeglio Ciampi. Le privatizzazioni di Telecom, Eni ed Enel, Autostrade, il pacchetto Treu sul mercato del lavoro, risalgono a quegli anni. Era “neoliberismo”? E’ un po’ difficile sostenerlo, visto che al governo con Prodi c’era Bertinotti e con D’Alema e Amato ci rimase Cossutta. Ciampi si impegnò per un rassetto della spesa pubblica ma gli interventi rimasero marginali, nel segno della lotta agli sprechi e di una migliore organizzazione. C’era, senz’ altro, una componente numericamente esigua, ma pugnace, dell’allora maggioranza che avrebbe volentieri spinto sull’acceleratore “riformista”. Parola che, fateci caso, è scomparsa dal vocabolario della sinistra contemporanea, in una sorta di damnatio memoriae.

La sinistra che non si vergogna che nella sua storia politica ci sia l’aver fiancheggiato l’Unione Sovietica anche dopo i “fatti d’Ungheria”,
si vergogna di avere privatizzato Telecom. In che cosa credevano, i riformisti? La convinzione comune di quel gruppo era, grosso modo, che in un paese come l’Italia, dove non mancano le incrostazioni corporative, “liberalizzare” fosse la condizione magari non sufficiente ma necessaria per ampliare il ventaglio delle opportunità per tutti. Per avere un’idea della consistenza dei riformisti, basti ricordare che al congresso Ds del 2001 Enrico Morando, candidatosi segretario, prese poco più del 4 per cento dei voti. Piccole forze politiche e singole personalità eminenti esercitavano però maggiore condizionamento sugli ex comunisti allora, di quanto sarebbe avvenuto dalla nascita del Pd in poi.

E’ difficile sostenere che i riformisti fossero “neoliberisti”. Diciamo che erano socialisti “colpiti dalla realtà”. Qualcuno di loro civettava di aver accettato l’economia di mercato per disperazione: la disperazione di vivere nel paese col più formidabile repertorio di fallimenti dello stato di tutto l’occidente. Altri inquadravano la loro adesione all’economia di mercato nell’ambito di una battaglia di modernizzazione e legalità: separare politica ed economia, facendo in modo che lo stato smettesse di gestire la gran parte della vita economica del paese, era necessario per diluire la corruzione degli apparati pubblici.

E’ la tesi che, senza trovare interlocutori, ha riproposto Giuliano Amato nel suo “Bentornato stato, ma” (il Mulino). Altri ancora semplicemente dovevano ammettere che a quel tanto o a quel poco di “liberismo” rimasto in occidente si doveva una produzione di ricchezza talmente straordinaria, da consentire la sopravvivenza di elefantiaci apparati statali. Teniamo da conto la pecora, proprio perché vogliamo tosarla.

Il manifesto dei valori del Pd, dovuto a una commissione presieduta da Alfredo Reichlin (non certo un neoliberista), di queste cose indubbiamente teneva conto. Ed è vero che letto oggi, e paragonato alla retorica prevalente nell’odierno Pd, sembra una traduzione da qualche think tank americano. Mirava a realizzare un “partito aperto nel mondo globalizzato”. L’idea di fondo era che “negli scenari complessi del mondo globalizzato non esistono solamente nuovi problemi, ma anche nuove opportunità”. Opportunità era una parola cruciale, da declinarsi nella cornice dello stato sociale ma in un’ottica di empowerment , di “attrezzamento” dei singoli individui. La vocazione maggioritaria si vedeva nel fare a meno di certe parole amate dai chierici, per provare un lessico che ammiccasse agli elettori degli altri.

Oggi si dice: neoliberismo, ieri si sarebbe detto: pensiero borghese. Il punto è tutto qui. Enrico Letta, che pure al canovaccio oggi dominante a sinistra ha tentato di adattarsi per come poteva un moderato per tradizione e carattere, in un dibattito se l’era fatto scappare: parlare di liberismo in Italia è un po’ difficile. E’ vero che nella legislatura del centrosinistra si privatizzò, e non poco. E’ altrettanto vero che oggi, per fare un solo esempio, il paese ha di nuovo un grande player assicurativo pubblico, com’ era l’Ina privatizzata da Amato. Che la Cassa depositi e prestiti è il burattinaio anche di aziende che erano state cedute totalmente, come Tim. Che lo stato dai servizi pubblici locali non se n’è mai andato, come non ha mai ceduto il passo alla concorrenza nella sanità, nell’educazione, nella previdenza. Che la Borsa italiana è sostanzialmente un gioco di imprese controllate dal pubblico.

Che la spesa pubblica supera, anche al netto degli interessi, il 50 per cento del pil. Che la tentazione comune, sinistra e destra, è pensare che a ogni problema debba corrispondere una legge, e di legge in legge siamo arrivati ad avere un quadro normativo talmente complicato che neppure i tecnici del diritto sanno più destreggiarsi nel groviglio. Il grande economista austriaco Ludwig von Mises identificava nel “polilogismo” una delle più durature eredità del marxismo. Marx postula che “la struttura logica della mente è diversa da classe a classe. Non esiste una logica universalmente valida.

Ciò che la mente produce non è che ideologia, cioè, nella terminologia di Marx, un insieme di idee che mascherano gli interessi egoistici della classe sociale a cui il pensatore appartiene”. Per questo la mente “borghese” degli economisti non poteva fare altro che offrire una “apologia” del sistema capitalistico. I chierici di oggi sostengono qualcosa di non troppo diverso. Con convinzione, si ritraggono da qualsiasi discussione
nel merito delle singole questioni. Ogni opinione diversa dalla loro (che si discuta di questioni di genere o della privatizzazione di Ita) è semplicemente riconducibile a un interesse: se i loro avversari non sono servi del capitalismo, sono servi del patriarcato.

Nel dibattito italiano, questo diventa la “diversità” di tempra morale che dividerebbe la sinistra dagli altri. Convinti di fare politica in nome di alcune idee, i chierici non riconoscono nell’altro una propensione simile. E non solo, ormai, non lo riconoscono alla destra: non lo riconoscono neanche a chi, a sinistra, abbia posizioni non esattamente sovrapponibili alle loro. Non lo riconoscono ai loro predecessori degli ultimi trent’ anni: i quali, faticosamente e in modo imperfetto, cercavano di fare i conti con una realtà che avevano scoperto, chi con il crollo del Muro, chi poco prima.

L’ebbrezza del maggioritario consigliava loro di fare politica con l’ambizione di sottrarre voti all’avversario. Il che costringeva a cercare di comprendere le sue ragioni. Oggi il partito dei chierici coltiva la vocazione minoritaria. Quelle degli altri non sono idee, ma interessi messi in bella copia. La politica è solo la ricerca di minoranze da liberare dal condizionamento di questo o quel padrone. Il neoliberismo come ipnosi da cui ridestare un mondo di oppressi. Vedremo quanto dura questo trip.

Il Foglio

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Il Presidente Giuseppe Benedetto sarà ospite a Linea Notte – Tg3


Il Presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto sarà ospite a Linea Notte, Tg3, il giorno lunedì 12 dicembre dalle ore 24:00. L'articolo Il Presidente Giuseppe Benedetto sarà ospite a Linea Notte – Tg3 proviene da Fondazione Luigi Einaudi. htt

Il Presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto sarà ospite a Linea Notte, Tg3, il giorno lunedì 12 dicembre dalle ore 24:00.

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Il Professor Lorenzo Infantino ha ricevuto il Premio Colletti 2022


Mercoledì 7 dicembre, all’interno del Palazzo Senatorio del Campidoglio, si è tenuta la XIII edizione del Premio Lucio Colletti, in memoria del filosofo, uomo di straordinario impegno culturale, politico e civile. Quest’anno, tra le personalità di spicco

Mercoledì 7 dicembre, all’interno del Palazzo Senatorio del Campidoglio, si è tenuta la XIII edizione del Premio Lucio Colletti, in memoria del filosofo, uomo di straordinario impegno culturale, politico e civile.
Quest’anno, tra le personalità di spicco a cui è stato consegnato l’ambito premio, c’è il Professor Lorenzo Infantino, filosofo, economista e Presidente Onorario della Fondazione Luigi Einaudi, a cui facciamo le nostre più vive congratulazioni!

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L’occasione


Se le parole di Carlo Nordio fossero state pronunciate da lui stesso, ma nella eventuale veste di ministro della giustizia di un governo di sinistra, la destra sarebbe insorta. Se la cancellazione dell’ergastolo ostativo avesse trovato posto fra i provved

Se le parole di Carlo Nordio fossero state pronunciate da lui stesso, ma nella eventuale veste di ministro della giustizia di un governo di sinistra, la destra sarebbe insorta. Se la cancellazione dell’ergastolo ostativo avesse trovato posto fra i provvedimenti di un governo diverso dall’attuale, la destra avrebbe gridato allo scandalo. Lasciando da parte il tema della coerenza, quella che abbiamo di fronte è una occasione. Per la giustizia.

Quelle parole sono una novità solo per chi non abbia mai letto o ascoltato Nordio. Le ripete da anni. Afflitto da una malattia minoritaria: la coerenza aggravata da memoria. Di sicuro l’ex procuratore non è un uomo di sinistra, ma non lo è neanche di destra. È un liberale conservatore che non ha mai fatto mistero delle proprie opinioni da quando, lasciata la toga, si è sentito libero di esporle. Chi lo ha scelto come ministro le conosceva. Lo stesso Nordio, del resto, con amara ironia, ha più volte osservato che nell’Italia di oggi ancora vige il codice penale firmato da Mussolini, mentre il codice di procedura penale che porta la firma di una medaglia d’oro della resistenza, Giuliano Vassalli, è stato continuamente modificato e scassato. Lo osservava sottolineando gli aspetti illiberali del codice penale.

La separazione delle carriere o la non obbligatorietà dell’azione penale, per non dire del profluvio dissennato e improprio delle intercettazioni, sono considerati concetti scontati, ovvi in qualsiasi sistema penale accusatorio. Non esiste che l’accusatore e il giudice siano colleghi. È pura ipocrisia pensare che obbligando a perseguire tutto si eviti la scelta in capo alla procura, semmai la si priva di criteri e controlli. Le intercettazioni possono essere utili a indagare, ma depositarle e diffonderle è non solo barbarie, ma suicidio processuale, perché da sole non provano il reato. Cose ovvie. Da noi considerate bestemmie perché si è confuso il giustizialismo con la giustizia. Salvo annegare tutto nell’ipocrisia, quando non nel falso conclamato.

Anche la destra giustizialista, anche chi oggi è al governo, ragionò diversamente quando gli “inquisiti” erano amici. Mentre la sinistra, oggi, non insorge più per difetto di forze che per digerita ammissione dei tanti anni sbagliati. Il colpevolismo giustizialista non è la giustizia, ma una macchina infernale che genera professionisti dell’accusare senza l’onere di dovere dimostrare e senza la pena di dovere pagare per gli errori commessi. La sinistra c’è cascata perché si è trovata comunista, dalla parte sbagliata della storia, al partire di inchieste giudiziarie con le quali si sterminava anche la sinistra che si trovava dalla parte giusta della storia. E se la destra aveva il giustizialismo nel corredo genetico, la sinistra ha abdicato al diritto per divenire la copertura politica del corporativismo togato, ricevendone in cambio la copertura per sgomberare la strada verso il potere.

La scelta di Meloni mette la destra nelle condizioni di dovere cambiare. Non esiste, lo sappia la presidente del Consiglio, il “garantismo” in giudizio e il “giustizialismo” della pena, come ha erroneamente affermato. Posizione impossibile, perché il “garantismo” non è l’innocentismo che loro stessi praticarono con i loro amici, ma il rispetto del diritto, ergo anche la certezza della pena. La sinistra può scegliere: mugugnare malmostosa, incapace di autocritica, sperando ancora di potere ritravestirsi senza il coraggio di svestirsi, oppure riconoscere diritto e diritti e costringere la destra alla coerenza. Questa sembra la scelta di Azione, che somiglia al fare opposizione seria assai più del porsi in una sterile posizione pregiudiziale.

L’occasione è lì. A portata di mano. L’opposizione può aiutare il giustizialismo del campo largo e pentastellato o lavorare al diritto. Magari ricordando che il pessimo decreto “rave” sta all’opposto delle parole di Nordio. Questa è la scelta politica, non il sesso della segreteria.

La Ragione

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Il prof. Giovanni Moschella alla Scuola di Liberalismo 2022 di Messina – Gazzetta del Sud


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#uncaffèconluigieinaudi ☕ – Tanto imperiose sono le passioni umane…


Tanto imperiose sono le passioni umane ed inestinguibili l’ambizione, la sete di dominio e di ricchezza, che sempre si rinnovano gli errori trascorsi (ed ognora si seguono vie che l’esperienza ha dimostrato fallaci da Corriere della Sera, 26 luglio 1913
Tanto imperiose sono le passioni umane ed inestinguibili l’ambizione, la sete di dominio e di ricchezza, che sempre si rinnovano gli errori trascorsi (ed ognora si seguono vie che l’esperienza ha dimostrato fallaci

da Corriere della Sera, 26 luglio 1913

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La storia insegna, mai sfidare Bankitalia


Giorgia Meloni e molti dei suoi “uomini forti” amano la storia. Un po’ di memoria storica a inizio legislatura può evitargli errori fatali Dal leader socialista Pietro Nenni, che nei primi anni Sessanta scoprì che “la stanza dei bottoni” a palazzo Chigi n

Giorgia Meloni e molti dei suoi “uomini forti” amano la storia. Un po’ di memoria storica a inizio legislatura può evitargli errori fatali


Dal leader socialista Pietro Nenni, che nei primi anni Sessanta scoprì che “la stanza dei bottoni” a palazzo Chigi non esiste, a Silvio Berlusconi, che si illudeva di poter amministrare l’Italia con i poteri di un amministratore delegato come fosse “una grande Mediaset”, a Metteo Renzi, che sin dal discorso per la fiducia in Parlamento sfidò “le alte burocrazie pubbliche”, che ne fu sconfitto e che per ripicca nel 2017 presentò alla Camera una mozione parlamentare che avrebbe dovuto decapitate l’allora e l’attuale governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, la storia repubblicana insegna che nel Belpaese il potere non è mai stato né mai poterebbe essere assoluto. Non è concentrato, è “concertato”.

E, per chi non ha il carisma e/o la forza di un de Gaulle, una quota significativa tanto vale riconoscerla subito a coloro che in effetti la detengono: le alte burocrazie pubbliche e la filiera Bankitalia.

A Pietro Nenni, Lelio Basso la spiegò così: “Non esiste nessuna stanza dei bottoni perché il potere nasce da un sistema estremamente complesso di forze di cui le più importanti sono certamente al di fuori delle stanze dei ministri e, più ancora, del Parlamento”.

Era vero allora, è ancor più vero oggi. La logica, com’è ovvio, è quella dei vasi comunicanti: più la politica esprime parlamentari e uomini di governo “deboli”, più naturalmente si rafforza questo antico potere che dello Stato italiano ambisce a rappresentare l’ossatura di fondo. E in vacanza d’altro la guida.

Giorgia Meloni e molti dei suoi “uomini forti” amano la storia. Un po’ di memoria storica, dunque, a inizio legislatura può evitargli errori fatali. Tipo pensare di cacciare direttori generali arroganti ma ipercompetenti senza averne di migliori, e men che meno di più accreditati, per poterli rimpiazzare. Tipo prendere per lesa maestà la, in effetti rigorosa e dunque rigorosamente critica, analisi che la Banca d’Italia ha fatto della legge di bilancio. Un monito del potere tecnico al potere politico. Un’utile messa in guardia per evitare passi falsi con la Commissione europea.

Formiche

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RiSentiti


Il risentimento è improduttivo. In politica una pessima bussola (chiedere ad Enrico Letta). Quando si governa non solo è irragionevole, ma può creare danni notevoli. Se, poi, è il frutto della difficoltà che si incontra a conciliare le cose che si dissero

Il risentimento è improduttivo. In politica una pessima bussola (chiedere ad Enrico Letta). Quando si governa non solo è irragionevole, ma può creare danni notevoli. Se, poi, è il frutto della difficoltà che si incontra a conciliare le cose che si dissero per prendere voti con quelle che è opportuno fare, una volta che si è vinto, allora è un segno brutto assai. Il governo ha preso ad usare un tono risentito, come se le critiche alle cose che fa fossero dei fastidi evitabili, come se non siano stati loro per primi a rimaneggiare e cambiare od annunciare di modificare quel che aveva ancora l’inchiostro governativo fresco. Quell’atteggiamento è sbagliato. Non va taciuto, perché non stiamo parlando di questa o quella forza o personalità politica, ma del governo italiano. Del nostro governo.

Le cose dette dal sottosegretario Fazzolari, sulla Banca d’Italia e il suo essere influenzata dalle banche private che ne detengono il capitale, sono uno strafalcione che poteva andare bene in un comizietto presso la sezione rossa del partito comunista marxista leninista o presso quella nera del fascio combattente, ma non può stare in bocca ad un governante. Ovvio che le cose dette dalla Banca d’Italia possono essere discusse, ci mancherebbe, ma non in quel modo sguaiato e insensato.

Ma non è solo quello. È una buona cosa che la presidente del Consiglio, capo di un partito certo non noto per la passione europeista, reclami che ci sia più Unione europea nell’affrontare diversi problemi, ma prima di dire che quel che sta facendo non basta varrà la pena di ricordare d’essere alla guida del governo più finanziato da NGEU. Varrà la pena valorizzare l’intenzione della Commissione europea di cofinanziare l’avvio dei lavori per il ponte sullo stretto di Messina. Che avrebbe detto Meloni, capo dell’opposizione, se quell’intenzione fosse stata manifestata per un ponte francese, di cui i francesi andavano parlando da un cinquantennio? Bhe: il ponte sarà nostro. Se sarà. Non ha molto senso dire all’interno che non si riuscirà a spendere i fondi europei e all’esterno che ce ne vogliono di più. Ed è ben vero che lo schizzare in alto dei prezzi energetici potrebbe essere l’occasione di un fondo comune perequativo, quasi assicurativo, nel medio periodo, per i prezzi delle materie prime strategiche, ma quel genere di fondi esistono nelle Unioni, non mai nelle Confederazioni. E Meloni sostiene la seconda formula.

Ci vuole del tempo, per adattarsi. Va bene. Ma usare quei toni e quei temi risentiti declassa l’Italia da Paese che partecipa alla definizione delle politiche europee a entità dedita al reclamo, per ciò stesso in una posizione e in un ruolo marginalizzati. Reclamare e risentirsi significa essere privi di visione, assumere una postura sindacale, che non promuove, ma sminuisce l’Italia. I pugni li batte chi non ha abbastanza testa.

La campagna elettorale (di quasi tutti) è stata impostata all’insegna di un Paese in recessione, da portare finalmente alla crescita. Ma era falso. Spudoratamente falso. Complice un mondo dell’informazione che prima sceglie lo schieramento e poi come dare la notizia. Crescevamo e cresciamo. Più di quanto immaginassimo. È falso che la destra sia arrivata al governo nel momento peggiore della storia d’Italia (che fa ridere, anche solo a dirsi), mentre c’è arrivata in piena crescita. Il che comporta la difficoltà del paragone, andando incontro a un forte rallentamento. Comprensibile, ma chi governa non ne caverà le gambe cercando scuse e colpevoli esterni.

Subito dopo le elezioni ricordammo che la destra vincente era larga e legittima maggioranza in Parlamento, ma minoranza nel Paese. Questo dato politico suggerisce la necessità di cucire, non di strappare. Il governo durerà quanto la legislatura, ma che la legislatura duri cinque anni dipende da come governerà. Le opposizioni sono groggy, ma i vincitori devono trovare il passo e le parole di chi costruisce qualche cosa, non dello sterile risentimento.

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