Sull’età della nostra Repubblica, sui recenti spauracchi elettorali, su una futura politica di sinistra


Se fosse una donna o un uomo le si attribuirebbe ciò che si dice un’incipiente vecchiaia. Eppure, giovanissima, non regge il confronto con i fasti di Atene o di Roma, né potremo paragonarla alla ultramillenaria Venezia. Dunque, con i suoi settantasei anni

Se fosse una donna o un uomo le si attribuirebbe ciò che si dice un’incipiente vecchiaia. Eppure, giovanissima, non regge il confronto con i fasti di Atene o di Roma, né potremo paragonarla alla ultramillenaria Venezia. Dunque, con i suoi settantasei anni, sebbene avanti negli anni, è poco più che un’adolescente.

Se penso ai tentati colpi di stato, agli anni di piombo, alla strategia della tensione, alle stragi, all’innumerevole sequenza di morti che le mafie e il terrorismo hanno lasciato sul campo nel secondo novecento, lo spauracchio agitato in questi giorni da certa parte giornalistica e opinionistica nella prospettiva di un prossimo governo di destra, appare come un futile trastullo di bambini.

Nel sistema costituzionale italiano, fatto di pesi e contrappesi, c’è una cosa, vivaddio!, che si chiama ‘democrazia dell’alternanza’, ed è non solo lecito ma auspicabile che a una fase di governo ne segua un’altra di diverso segno.

Certo, sarebbe bello godere di una classe politica intellettualmente onesta, di scuola e dottrina, qualcosa di cui vantarsi nel consesso internazionale, concretamente risolutiva dei problemi del paese, ma se così non è bisognerà pure rassegnarsi alla sconcertante sequela di ignorantoni presuntuosi e arroganti che si presenta alle elezioni da trent’anni a questa parte. E dico una ‘classe politica’ per non tirare dentro alcune singole personalità che invece eccellono, come perle tra i porci, nel confuso panorama dei governi della seconda Repubblica.

Sarebbe bello e sarebbe anche giusto, considerato che la fase d’incubazione della civiltà repubblicana è passata da un pezzo e finalmente bisognerebbe raccogliere i frutti di tanto sacrificio. Invece dobbiamo accontentarci del giacobinismo di facciata delle già ex ‘nuove leve’, degli incontri negli autogrill con l’agente segreto in pensione, dei comunicati al popolo sullo sfondo ben studiato di rosari, santini e Marie Vergini, e quasi sorridiamo alle imprese di inizio secolo, quando fiorivano le orgette nel castello incantato del cavaliere plenipotenziario.
Ma tant’è, questa è l’Italia.

Ora, il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell’alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un’emerita cantonata, loro che inglobarono, all’indomani dell’odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all’indomani della più drammatica pagina di storia dell’Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?

Suvvia, siamo seri, e se dovessimo perdere le prossime elezioni, lavoriamo sodo all’opposizione, per costruire una valida alternativa di sinistra, che assomigli il meno possibile all’imbarazzante pastrocchio in cui fino ad ora ci siamo crogiolati. E non dimentichiamo un fondamentale, come nel calcio: le politiche di sinistra si fanno a diretto contatto col popolo, in costante ascolto e dialogo con esso, non dalle torri d’avorio delle segreterie politiche, né dalle torbide leve dei patronati e delle consorterie locali.

Voi direte, ma questa prerogativa è anche delle destre, populiste per antonomasia. No, non in quel senso. Per un militante di sinistra – ma anche per un moderno cattolico, a ben pensarci – ‘col popolo’ significa ‘con tutti i popoli’, con tutte le confessioni religiose, con tutti i generi umani, con tutti gli esseri viventi. Con tutti, lasciando alla demagogia catto-fascista, catto-nazionalista, catto-leghista e chi più ne ha più ne metta, il nobile compito di immaginare un mondo fatto di soli bianchi, di soli cristiani, di soli italiani, di soli … appunto ‘soli’.

E non dimentichiamo un dolo che tutti, proprio tutti ci accomuna: siamo borghesi, e se non lo siamo lo diventeremo in capo a una generazione politica, talvolta anche in minor tempo, Di Maio docet. Da una tale prospettiva quasi nessuno si salva e dunque, quasi nessuno dovrebbe avere diritto di eleggibilità a sinistra, a meno che non ci si rivesta, come una rinuncia ai beni, dei panni che eravamo soliti portare.

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Grecia libera


Oggi, 20 agosto, la Grecia esce dalla “sorveglianza rafforzata” delle istituzioni europee. È in sicurezza. Salvata. Secondo alcuni è stata “massacrata”, peccato i greci la pensino diversamente. Secondo alcuni la responsabilità del massacro è del “Meccanis

Oggi, 20 agosto, la Grecia esce dalla “sorveglianza rafforzata” delle istituzioni europee. È in sicurezza. Salvata. Secondo alcuni è stata “massacrata”, peccato i greci la pensino diversamente. Secondo alcuni la responsabilità del massacro è del “Meccanismo europeo di stabilità”, da cui ci si deve tenere lontani. Falso. Ed è una storia istruttiva.

Quando la Grecia è collassata il Mes non esisteva. È nato proprio perché quell’evento ne mise in luce l’esigenza. Ma esisteva l’Fesf, suo genitore, obiettano. Falso. Il “Fondo europeo di stabilità finanziaria” nasce nel maggio del 2010, per far fronte a crisi finanziarie di Paesi dell’area dell’euro, la crisi greca inizia nell’autunno del 2009, quando il primo ministro riconosce che i conti trasmessi dal governo precedente sono falsi. Ciò porta, nell’aprile del 2010, al declassamento dei titoli greci, considerati spazzatura (occhio, quindi, alle valutazioni del rating). Per questo, in fretta e furia, a maggio nasce l’Fesf.

Sono stati commessi molti errori, non tutti innocenti. Il disastro greco è responsabilità dei greci. Hanno tratto un giovamento enorme dall’ingresso nell’euro, con ampio accesso ai mercati, credito a basso costo e protezione esterna, solo che lo hanno usato per aumentare significativamente il tenore di vita (corretto), elargire prebende, pensioni, assunzioni e spesa pubblica fuori controllo (scorretto), nel mentre prosperava l’evasione fiscale (masochista). Per far campagne elettorali ciascuno dei contendenti prometteva sempre di più (vi suona familiare?) e per far quadrare i conti li hanno falsificati. Quando hanno smesso di sbagliare loro hanno cominciato gli altri.

La prima domanda era: può un Paese dell’euroarea trovarsi o essere messo fuori? No, si rispose. Giustamente. La seconda: può, allora, andare in bancarotta? No, si rispose. Giustamente. Ma le due risposte avevano una conseguenza: gli altri si fanno carico del debito, o, almeno, del modo per gestirlo. No, fu la risposta. Disastro. L’area ricca chiamò il Fondo monetario internazionale. Se non ci si fosse impiccati al dogma secondo cui ciascuno deve pagare i propri debiti e mai uno Stato paga quello di altri, principio più che giusto (vale anche dentro gli Stati Uniti d’America), ma che c’è modo e modo per praticare, se, in quel momento, si fosse coperto il debito greco, trovando il modo di scrivere che i greci avrebbero dovuto rifondere, sarebbe costato una frazione di quel che poi costò. Il tutto aggravato dal fatto che istituti bancari europei, prevalentemente tedeschi e francesi, ma anche italiani, avevano prestato soldi alla Grecia. Si volevano tutelare le banche investitrici? Avrebbe avuto un senso, ma rilevi il debito. Se neghi di volerlo fare poi non devi creare un fondo, finanziato con i soldi degli altri contribuenti europei, e fra i soggetti da rifondere ci metti quelle banche. Epperò: il debito greco è stato tagliato due volte. Due volte sono stati alleggeriti dei loro obblighi e due volte i creditori, banche comprese, hanno visto decurtato il loro avere.

Nel momento in cui la Grecia si era trovata a non avere più accesso ai mercati s’è seccata la liquidità, le banche avevano chiuso e chi andava a prelevare soldi al bancomat non ne cavava nulla. La disperazione si toccava con mano e a quel momento si riferiscono immagini drammatiche, come quella di un uomo seduto per terra, in lacrime. Era quello il risultato del salvataggio europeo? No, questo era quello che accadeva prima che lo si mettesse in atto.

I greci non stanno oggi bene come stavano prima del dissesto. Capita, quando trucchi i conti e vai in bancarotta, ma: a. stanno meglio di come stavano prima di entrare nell’euro; b. grazie ai trasferimenti europei la loro gracile economia s’è rimessa in moto. Sono stati salvati, anche a nostre spese.

La cosa curiosa è che lo nega chi dice di stare dalla parte dei greci, ma i greci non lo negano affatto. Con le doppie elezioni del 2012 (la prima volta non si riuscì a formare un governo) diedero quasi il 27% dei voti al partito guidato da Alexis Tsipras, che promette di rinegoziare gli accordi che erano alla base dell’intervento finanziario di soccorso, ma la maggioranza elettorale e parlamentare è con Antonis Samaras, che quegli accordi ha accettato. Alle successive elezioni, nel 2015, Syryza, il partito di Tsipras, prende più del 36% dei voti e (con una coalizione eterogenea) va a governare. Ma cade subito e, quello stesso anno, si rivota. Convocano un referendum, chiedendo agli elettori se approvano o meno le condizioni dei creditori (originale, chiedere ai debitori se plaudono i creditori), e il 61% risponde di no. A quel punto Tsipras, ancora governante, deve scegliere: o respinge condizioni e aiuti o li accetta. Il suo ministro dell’economia e suo compagno di partito, il sinistro Gïanis Varoufakïs, è per il rifiuto, ma Tsipras prende la direzione opposta. La Grecia gli deve molto, per quella scelta. Accettando e, poi, rinegoziando è riuscito ad ottenere un allungamento enorme del debito e un costo assai ridotto. E su questa base governerà fino al 2019, senza che le sollecitazioni dei radicali alle rivolte e agli sfaceli sortiscano alcunché.

Lui stesso interrompe la legislatura, con un anticipo di pochi mesi, e convoca le elezioni, nel 2019. Il suo partito raccoglie quasi il 32% dei voti. Significa che dopo scissioni e allontanamenti dei ministri e dopo avere governato per anni, su una linea che secondo quelli che credono di essere i soli interpreti della volontà dei greci sarebbe da loro condannata con sdegno, ottiene ancora un ottimo risultato. Ma perde, perché a vincere le elezioni è Nuova Democrazia, di Kyriakos Mitsostakis, ovvero un leader e un partito di centro destra, che gli accordi non ha messo in discussione. Quel che risulta misterioso, nella tesi secondo cui i greci sono stati massacrati e non salvati, è perché mai i greci siano di opinione diversa.

La ripartenza è costata vendite e tagli dolorosi, ma forse insegna a non sperperare per ammaliare gli elettori. Questi i fatti.

La Ragione

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Asini votanti


Sarà bene intendersi, sulla questione del debito pubblico. Tanto più che da quello dipende tanta parte non solo della nostra sorte economica, ma anche direttamente della nostra sovranità e dignità. E bisogna intendersi su un punto: inutile richiamare, di

Sarà bene intendersi, sulla questione del debito pubblico. Tanto più che da quello dipende tanta parte non solo della nostra sorte economica, ma anche direttamente della nostra sovranità e dignità. E bisogna intendersi su un punto: inutile richiamare, di tanto in tanto, i dati resi noti dalla Banca d’Italia, lanciandoli con strilli che avvertono essere stato infranto un nuovo record (negativo). È inutile perché, in valore assoluto, il debito pubblico avrà stabilito un nuovo record prima che io riesca ad andare a capo. Entro la fine di questo articolo, che sia io a scriverlo o voi a leggerlo, il record sarà stato stracciato numerose volte. Ogni secondo che passa. Basterà vi connettiate a un contatore on line del debito per assistere alla polverizzazione continua dei record. Il problema non è (solo e tanto) il valore assoluto, ma manca del tutto la consapevolezza del nesso fra quel debito e la sicurezza del proprio patrimonio privato.

Se non fossimo inanellatori di record debitori sarebbe meglio, ma quel che conta è il rapporto fra il debito e la ricchezza che si genera, il prodotto interno lordo. Avere un debito di 100mila euro significa poco: se ne guadagno 20mila l’anno ho un problema, se ne guadagno 1 milione chi se ne importa. Nei conti del governo italiano, che si riflettono in quelli di chi osserva i nostri bilanci, il peso percentuale del debito è già sceso e continuerà a scendere. Lentamente, da un livello troppo alto, d’accordo, ma fin quando la ricchezza prodotta cresce più velocemente del debito i problemi si affrontano e risolvono senza traumi. Qualche dubbio, però, è lecito. Specie a sentire le cose della campagna elettorale: non promettono anche il salame perché, oramai, pare troppo poco, siamo a un passo dal caviale di cittadinanza. Vabbè, è fisiologico, capita sempre, lo si fa per acchiappare qualche consenso. Ecco, questo è il punto: se fosse chiaro di che stiamo parlando i consensi si perderebbero. E in fretta.

Dunque: l’ultimo record ufficializzato segna un debito a 2.766 miliardi, era di 2.530 a giugno del 2020 e 2.696 in quello 2021. Ora che leggete è già più alto. Grazie alla Banca centrale europea ci costa meno di quel che potrebbe, ma comunque più di quel che costa ad altri. Quindi c’indeboliamo ogni ora che passa. E se i tassi crescono, come cresceranno, saranno guai. Dall’altra parte il patrimonio privato degli italiani supera i 10mila miliardi. Più del triplo del debito. Tranquillizza? Inquieta, perché il debito è dello Stato, mentre la casa e i risparmi sono miei. Ma se, grazie agli argini europei, riceviamo finanziamenti e protezioni, il cui costo ricade su tutti gli europei, ove non si riduca ma accresca il debito, prima o dopo qualcuno osserverà che il patrimonio degli italiani è superiore a quello di altri europei anche perché lo hanno finanziato con il debito pubblico, spendendo senza produrre ricchezza, pagando stipendi senza chiedere prestazioni, elargendo pensioni e via così dilapidando. Sicché al patrimonio si guarderà con relazione al debito.

Il patrimonio medio è al Nord-Ovest il doppio che al Sud, ma è comunque attivo. Le passività sono basse e distribuite come il patrimonio. Un mondo di benestanti viene elettoralmente corteggiato come fossimo straccioni mendicanti. Ma una parte consistente del patrimonio è in attività finanziarie, che l’inflazione erode. Vi piacciono i bonus 110 e chi li promette? Producono inflazione ed erodono i risparmi. Vi piacciono le promesse di pagare meno tasse e avere più pensioni? Lo sbilancio potrà essere compensato con il patrimonio. Credete a chi vi dice che non sarà mai messa una patrimoniale? Peccato esistano di già e supporre che altri garantiscano in eterno i nostri sbilanci è più ardito che credere agli asini volanti. Ecco, appunto, si cerchi di non supporsi così furbi da poi essere asini votanti.

La Ragione

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Presidenzialismo a destra e sinistra


Il presidenzialismo fu di sinistra. All’Assemblea costituente lo chiedeva il Partito d’Azione, con Piero Calamandrei. Fra gli argomenti che usarono c’era la necessità di rendere forte e stabile il governo. Lo chiesero da antifascisti, ricordando che ad ap

Il presidenzialismo fu di sinistra. All’Assemblea costituente lo chiedeva il Partito d’Azione, con Piero Calamandrei. Fra gli argomenti che usarono c’era la necessità di rendere forte e stabile il governo. Lo chiesero da antifascisti, ricordando che ad aprire la strada alla dittatura aveva concorso la debolezza del governo Facta. Fu poi un antifascista e capo partigiano, Randolfo Pacciardi, a sostenere la necessità di riformare la Costituzione, introducendo il presidenzialismo. Gli diedero del fascista. Nel frattempo era successo che al semipresidenzialismo era approdata la Francia, sotto la guida di Charles De Gaulle, avversato dalla sinistra. Sicché il presidenzialismo era vissuto come di destra. Dovettero passare degli anni perché François Mitterrand incarnasse il presidenzialismo in salsa socialista.

La grande differenza, fra i presidenzialisti di allora e quelli di oggi, è che allora sapevano di cosa parlavano. Oggi si brancola nel buio, prendendo cantonate. Nel programma del centro destra la faccenda è liquidata al primo punto del capitolo istituzionale: «Elezione diretta del Presidente della Repubblica». Fine. Che non significa nulla. (Fra parentesi: al secondo punto si reclama l’applicazione degli articoli 116 e 119 della Costituzione, sul regionalismo, così come, pessimamente, modificati dalla sinistra, nel 2001, e senza il loro consenso).

Non c’è nulla di autoritario in sé, nella Repubblica presidenziale. I sistemi democratici si basano su pesi e contrappesi e sulla condotta di chi li abita, talché in Nord e Sud America hanno effetti opposti. È falso dire che con l’elezione diretta i governi restano in carica per la legislatura e che in quel lasso di tempo le maggioranze non cambiano. Chi vuole averne conferma può studiare un po’ di storia e cronaca francesi o indagare le elezioni di medio termine negli Usa. Il guaio del presidenzialismo populista è che suppone “governare” e “comandare” siano sinonimi, così dimostrando non solo pochezza istituzionale, ma culturale in senso vasto.

Suppongo nessuno di loro voglia un sistema austriaco (che è Stato federale), con elezione diretta di un presidente che ha quasi meno prerogative di quello italiano. Chi lo volesse all’americana, quindi eletto e governante, sarà bene approfondisca la natura degli Stati federali. Potrebbe essere una buona idea per l’Unione europea, di sicuro non per l’Italia. In Francia non solo il presidente non è il capo del governo, ma i governi possono cambiare e il presidente stesso perdere la maggioranza. Quando ci avranno fatto sapere, assieme, di che diamine stanno parlando sarà facile dimostrare la frana della baracca retorica con cui accompagnano la non proposta. Del resto, come Silvio Berlusconi ha ricordato: ne parlano dal 1995, hanno vinto le elezioni e non l’hanno fatto, né hanno messo a fuoco l’idea.

Meloni e Salvini, dopo la pubblicazione del programma, hanno manifestato la preferenza per il sistema francese.Quello in cui le estreme non vincono, il che è singolare. Meloni, per prendere in castagna il Pd, ha ricordato che quello era lo schema della commissione bicamerale D’Alema. Ha ragione, magari farebbe bene a ricordare anche che furono loro, il centro destra, a fare saltare tutto.

Una riforma seria richiederebbe una riscrittura costituzionale profonda. Per funzionare e non inquietare richiederebbe un coinvolgimento di altre componenti parlamentari, in una sede sostanzialmente costituente. Pare la destra sia favorevole, ma devono proporla ora (c’era un disegno di legge predisposto dalla Fondazione Luigi Einaudi), non supporla.

Dall’altra parte, finché la sinistra continuerà a usare le proposte della destra, pur generiche e nebbiose, per dire che sono pericolose e che si opporranno, otterrà il risultato di andare in minoranza per potere fare opposizione, consegnando la gramsciana egemonia alla destra. Non un gran risultato. Fuori le idee, se ci sono. Sia sul metodo che sul merito. Qui le abbiamo più volte indicate e il tempo di convergere è ora.

La Ragione

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Se si vuole governare, si governa dal centro


Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” - come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda - bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big ten

Prima di lasciarvi all’inedito inizio del campionato, alle gite, alle grigliate e ai pranzi in compagnia di questo strano Ferragosto elettorale, vi dico la mia sulla rottura di Calenda con il Pd e sull’intesa Calenda-Renzi.

Per noi che avevamo promosso l’appello per una nuova alleanza riformista e liberal democratica (ed avevamo organizzato addirittura una “maratona riformista” per spiegarne le ragioni: https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/) la nascita di un Terzo polo con queste caratteristiche è una buona notizia.

In Parlamento sarà rappresentata “una componente liberal riformista ed europeista capace, si vedrà in che misura, di condizionare scelte e inclinazioni politiche in un paese – il nostro – che ha sempre fatto scarso uso di idee liberali e nel quale nuove forme di corporativismo autarchico e di massimalismo socialisteggiante attraversano sia il centrodestra sia il centrosinistra” (https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/). Il che di questi tempi non è poco.

Naturalmente, c’è da augurarsi che non si tratti soltanto di un’alleanza elettorale o di una tregua temporanea tra Matteo Renzi e Carlo Calenda in mancanza di alternative, ma che al contrario sia “il primo passo verso la costruzione di un partito liberlademocratico europeo e atlantico in grado di offrire un’alternativa di governo alla confusione programmatica del Pd e al neo, ex, post fascismo di Fratelli d’Italia e Lega” (https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/). E ora tocca proprio a Renzi e Calenda dimostrare di saper costruire, a partire da questa alleanza, “qualcosa di nuovo, non solo tattico”.

A ben guardare, quello che è stato subito bollato come il “tradimento di Calenda” era nelle cose. Lo dico terra-terra: il Partito democratico non può diventare una sinistra moderna perché la sua gestione non è davvero contendibile, la minoranza liberal-democratica può avere solo un ruolo ancillare, di condizionamento, ma non può guidarlo. Questo è il problema. E prima o poi bisognerà farsene una ragione.

Lo ha spiegato meglio di me Michele Salvati sul Corriere della Sera (https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso). Secondo Salvati quel che è avvenuto è appunto “un altro segnale di un antico difetto di costruzione del Pd”, che “non è riuscito a creare un senso di comunità, di appartenenza e di identità forte quanto è necessario a consentire la convivenza di inevitabili differenza di opinione. Non è riuscito a creare una identità nuova, di sinistra liberale, e dunque diversa da quella delle forze politiche che confluirono nella formazione del partito: questo era l’auspicio con quale in tanti accompagnammo l’iniziativa di Veltroni” (c’ero e posso confermarlo).

E non c’è riuscito perché le forze contrarie ad un indirizzo di sinistra liberale “sono così ingranate negli equilibri interni del Pd” che prendere quella strada, procedere cioè in direzione di una sinistra liberale, non è possibile. Calenda, sottolinea Salvati, chiedeva infatti molto di più di “un accordo tecnico”: aveva in mente una “alleanza politica” e dunque “scelte che non smentissero in maniera plateale la credibilità di una coalizione politica”. Ma, come il coraggio, una identità di sinistra liberale, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.

Messe così le cose, Calenda non poteva che imitare Guido Cavalcanti e, con un salto, andarsene. Mi è tornato infatti in mente il salto del poeta Cavalcanti, protagonista di un episodio del Decameron di Boccaccio. Per Italo Calvino, che sceglie l’agile salto improvviso del poeta-filosofo come “un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio”, nulla illustra meglio la sua idea che una necessaria leggerezza deve sapersi iscrivere nella vita e nella letteratura: “Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: – Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace – ;e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò”.

Ma vengo ad un esempio dei nostri giorni. Per l’ala più radicale dei democratici americani, il senatore Joe Manchin del West Virginia è un rinnegato, la quinta colonna dei repubblicani, un mostro anti-ambiente al soldo delle compagnie di carbone, petrolio e gas. Insomma, peggio di Calenda e di Renzi messi insieme.

Si sa che al Senato i democratici e i repubblicani controllano 50 seggi a testa. Certo, la maggioranza ce l’hanno i democratici perché in caso di pareggio può votare anche la vicepresidente Kamala Harris. Ma serve il voto di tutti i senatori del partito, compreso Manchin.

Joe Manchin ha 74 anni, è in carica dal 2010 ed è considerato il più conservatore fra i senatori democratici. Da anni insiste sul fatto che le principali riforme devono essere concordate fra i membri di entrambi i partiti. Ma non è così facile. Gli analisti sottolineano da tempo la “polarizzazione” della politica americana e i due partiti incarnano ormai uno scontro aspro e inconciliabile fra due visioni del mondo incompatibili, che mette in discussione le normali regole democratiche. Lo stesso Trump è solo il sintomo più evidente della frattura profonda che attraversa il paese, che si è ampliata fino a diventare una minaccia per la stabilità democratica che generazioni di americani avevano dato per scontata.

Eppure, come ha sottolineato nei giorni scorsi Fareed Zakaria (https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take), sembra proprio che, in barba ai media e sfidando l’incredulità degli esperti, Joe Biden stia riuscendo nell’impresa di “governare dal centro”, come aveva promesso in campagna elettorale (e a dire il vero fin dalla competizione tra l’ala “moderata” e quella di “sinistra”, che ha caratterizzato le primarie democratiche e ha segnato la fine, in questa stagione, del tentativo del leader radicale Bernie Sanders di spostare l’asse del partito a sinistra, su posizioni che anche in passato non hanno mai portato alla Casa bianca il partito dell’asinello).

Le prove si stanno accumulando. Il compromesso raggiunto al Senato tra il leader della maggioranza Charles E. Schumer e Joe Manchin è passato (con il sostegno dell’altra pecora nera della famiglia, la senatrice Kyrsten Sinema, fermamente posizionata nell’ala più a destra del partito) ed ora attende il via libera della Camera controllata dai democratici. Si tratta del più grande investimento federale in energia pulita mai realizzato negli Stati Uniti e, allo stesso tempo, del più grande pacchetto di riduzione del disavanzo in un decennio (secondo il Congressional Budget Office ridurrà di deficit di oltre 300 miliardi di dollari in una decina d’anni).

L’accordo si aggiunge al Chips and Science Act, che prevede enormi investimenti nella ricerca di base e nelle tecnologie essenziali (e un investimento senza precedenti per aumentare la produzione di semiconduttori e affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento); al primo intervento legislativo bipartisan sul controllo delle armi e al progetto di legge sulle infrastrutture da trilioni di dollari: una delle (mancate) promesse elettorali di Donald Trump.

Non per caso, J. Bradford DeLong, su Project Syndicate, ha parlato di una “estate dell’amore”, sul piano legislativo, per Biden: “Presi insieme questi provvedimenti sono più che sufficienti per capovolgere la narrazione relativa ai primi due anni in carica di Biden. Improvvisamente, i risultati legislativi dell’amministrazione sono passati da ‘deludenti’ a ‘oltre ogni aspettativa’”.

Insomma, Biden sta dimostrando che si può “governare dal centro”. Non come prima, ovviamente. Zakaria ricorda che quando, negli anni ’80 e ’90, il Congresso discuteva grandi progetti di legge bipartisan sulla Social Security, per riformare le tasse, aiutare gli americani con disabilità o ridurre l’inquinamento atmosferico, gli autori dei progetti di legge venivano acclamati dai media e all’interno dei loro stessi partiti. Oggi invece non si fa che ripetere che non bisogna scendere a compromessi; e resistere al “nemico” permette di raccogliere più fondi e guadagnare il sostengo degli elementi più radicali del proprio schieramento.

Infatti, nei primi anni del 2000 un grande sforzo bipartisan per affrontare la riforma dell’immigrazione si è arenato sotto i colpi degli estremisti di entrambe le parti. Il Dream Act, racconta il giornalista americano, era sostenuto da due senatori lontani ideologicamente, che tuttavia erano anche buoni amici: il democratico Edward Kennedy e il repubblicano Orrin G. Hatch. Erano tra i membri più anziani del Senato e incarnavano un vecchio modo di fare politica non più in sintonia con i tempi. La rivoluzione di Gingrich degli anni ’90 ha infatti cambiato il Partito repubblicano e la stessa Washington. E da allora il compromesso è considerato un tradimento.

Cercando di far rivivere quel vecchio modo di far politica e di governare, Biden sta andando controcorrente. Ma sorprendentemente, a piccoli (significativi) passi, sembra riuscirci. Il che rappresenterebbe davvero una rivoluzione in grado di cambiare la struttura degli incentivi e ridurre la tossicità a Washington.

Per i democratici americani c’è, inoltre, un reale spazio di crescita. Perché sono in una posizione migliore dei repubblicani per diventare un grande tent party. Come ha dimostrato uno studio di Brookings, nel 2020 “la vittoria di Biden è arrivata dai sobborghi” e quegli elettori sono verosimilmente più moderati e centristi rispetto alla base democratica. Gli elettori suburbani sembrano essere sempre più distanti dalle posizioni repubblicane su questioni come l’aborto e le armi. E sull’onda del ribaltamento della storica sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema, i sondaggi in vista delle elezioni di medio termine che prima favorivano i repubblicani sembrano ora indicare un pareggio.

Ma (e veniamo al punto che riguarda anche noi) essere un grande tent party, un partito pigliatutto, è difficile. Significa avere a che fare anche con persone con cui sei profondamente in disaccordo. Ma, spiega Zakaria, in un paese grande e diversificato con oltre 330 milioni di persone, è l’unico modo per governare. Alcuni dei più grandi successi dei democratici si sono concretizzati con quello spirito. Franklin D. Roosevelt ha rinviato l’intervento sui diritti civili per poter approvare il New Deal. Lyndon B. Johnson ha arruolato il sud segregazionista per sostenere gran parte della sua legislazione sulla Great Society. Bill Clinton dovette governare principalmente con un Congresso controllato dai repubblicani. E anche quando Barack Obama aveva la maggioranza al Congresso, ha scelto di dare la priorità all’assistenza sanitaria universale rispetto a molte altre importanti questioni sociali, incluso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. A volte, inoltre, il compromesso può portare a risultati migliori. Ad esempio, spiega il columnist, il disegno di legge sull’immigrazione era un progetto migliore di quello che entrambe le parti avrebbero approvato in modo autonomo perché teneva conto delle preoccupazioni legittime e delle argomentazioni valide di entrambe le parti.

Senza contare che alcuni degli argomenti di Manchin erano fondati: “Sul clima, il suo punto di vista secondo cui non dovremmo porre fine definitivamente all’uso dei combustibili fossili prima di avere abbastanza tecnologie verdi su larga scala per sostituirli può darsi sia un atteggiamento interessato del senatore del West Virginia, ma è anche una lettura accurata di dove ci troviamo oggi”.

Oltretutto, è la sua risolutezza che dovrebbe sorprendere. Non sarebbe male tenere a mente infatti che Manchin rappresenta uno Stato che Trump, nel 2020, ha vinto con circa 40 punti di distacco. Bisogna pensare a Manchin come a una cartina di tornasole, dice Zakaria. Se i democratici sono in grado di tenere Manchin con loro, per definizione stanno costruendo un grande tent party, che potrebbe comprendere la maggioranza degli americani.

Del resto, anche il Pd di casa nostra nasce (ricordate?) sul presupposto che il centrosinistra, anziché limitarsi unicamente ad allargare l’alleanza mettendo insieme sigle e partiti, doveva puntare a conquistare nuovi elettori ed ampliare l’area del radicamento, scommettendo sul fatto che le propensioni degli elettori potevano mutare. Ma siamo sempre lì: per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. E oggi quel che occorre non è il ritorno alle antiche certezze, ma il dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni.

Se i democratici di casa nostra non sono in grado di tenere con loro neppure Calenda e Renzi, come possono costruire una big tent aperta alla maggioranza degli italiani? Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” – come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda – bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.
Buon Ferragosto!

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Nicola Chiaromonte – Lo spettatore critico


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Se si vuole governare, si governa dal centro


Prima di lasciarvi all’inedito inizio del campionato, alle gite, alle grigliate e ai pranzi in compagnia di questo strano Ferragosto elettorale, vi dico la mia sulla rottura di Calenda con il Pd e sull’intesa Calenda-Renzi. Per noi che avevamo promosso l’

Prima di lasciarvi all’inedito inizio del campionato, alle gite, alle grigliate e ai pranzi in compagnia di questo strano Ferragosto elettorale, vi dico la mia sulla rottura di Calenda con il Pd e sull’intesa Calenda-Renzi.

Per noi che avevamo promosso l’appello per una nuova alleanza riformista e liberal democratica (ed avevamo organizzato addirittura una “maratona riformista” per spiegarne le ragioni: https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/) la nascita di un Terzo polo con queste caratteristiche è una buona notizia.

In Parlamento sarà rappresentata “una componente liberal riformista ed europeista capace, si vedrà in che misura, di condizionare scelte e inclinazioni politiche in un paese – il nostro – che ha sempre fatto scarso uso di idee liberali e nel quale nuove forme di corporativismo autarchico e di massimalismo socialisteggiante attraversano sia il centrodestra sia il centrosinistra” (https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/). Il che di questi tempi non è poco.

Naturalmente, c’è da augurarsi che non si tratti soltanto di un’alleanza elettorale o di una tregua temporanea tra Matteo Renzi e Carlo Calenda in mancanza di alternative, ma che al contrario sia “il primo passo verso la costruzione di un partito liberlademocratico europeo e atlantico in grado di offrire un’alternativa di governo alla confusione programmatica del Pd e al neo, ex, post fascismo di Fratelli d’Italia e Lega” (https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/). E ora tocca proprio a Renzi e Calenda dimostrare di saper costruire, a partire da questa alleanza, “qualcosa di nuovo, non solo tattico”.

A ben guardare, quello che è stato subito bollato come il “tradimento di Calenda” era nelle cose. Lo dico terra-terra: il Partito democratico non può diventare una sinistra moderna perché la sua gestione non è davvero contendibile, la minoranza liberal-democratica può avere solo un ruolo ancillare, di condizionamento, ma non può guidarlo. Questo è il problema. E prima o poi bisognerà farsene una ragione.

Lo ha spiegato meglio di me Michele Salvati sul Corriere della Sera (https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso). Secondo Salvati quel che è avvenuto è appunto “un altro segnale di un antico difetto di costruzione del Pd”, che “non è riuscito a creare un senso di comunità, di appartenenza e di identità forte quanto è necessario a consentire la convivenza di inevitabili differenza di opinione. Non è riuscito a creare una identità nuova, di sinistra liberale, e dunque diversa da quella delle forze politiche che confluirono nella formazione del partito: questo era l’auspicio con quale in tanti accompagnammo l’iniziativa di Veltroni” (c’ero e posso confermarlo).

E non c’è riuscito perché le forze contrarie ad un indirizzo di sinistra liberale “sono così ingranate negli equilibri interni del Pd” che prendere quella strada, procedere cioè in direzione di una sinistra liberale, non è possibile. Calenda, sottolinea Salvati, chiedeva infatti molto di più di “un accordo tecnico”: aveva in mente una “alleanza politica” e dunque “scelte che non smentissero in maniera plateale la credibilità di una coalizione politica”. Ma, come il coraggio, una identità di sinistra liberale, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.

Messe così le cose, Calenda non poteva che imitare Guido Cavalcanti e, con un salto, andarsene. Mi è tornato infatti in mente il salto del poeta Cavalcanti, protagonista di un episodio del Decameron di Boccaccio. Per Italo Calvino, che sceglie l’agile salto improvviso del poeta-filosofo come “un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio”, nulla illustra meglio la sua idea che una necessaria leggerezza deve sapersi iscrivere nella vita e nella letteratura: “Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: – Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace – ;e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò”.

Ma vengo ad un esempio dei nostri giorni. Per l’ala più radicale dei democratici americani, il senatore Joe Manchin del West Virginia è un rinnegato, la quinta colonna dei repubblicani, un mostro anti-ambiente al soldo delle compagnie di carbone, petrolio e gas. Insomma, peggio di Calenda e di Renzi messi insieme.

Si sa che al Senato i democratici e i repubblicani controllano 50 seggi a testa. Certo, la maggioranza ce l’hanno i democratici perché in caso di pareggio può votare anche la vicepresidente Kamala Harris. Ma serve il voto di tutti i senatori del partito, compreso Manchin.

Joe Manchin ha 74 anni, è in carica dal 2010 ed è considerato il più conservatore fra i senatori democratici. Da anni insiste sul fatto che le principali riforme devono essere concordate fra i membri di entrambi i partiti. Ma non è così facile. Gli analisti sottolineano da tempo la “polarizzazione” della politica americana e i due partiti incarnano ormai uno scontro aspro e inconciliabile fra due visioni del mondo incompatibili, che mette in discussione le normali regole democratiche. Lo stesso Trump è solo il sintomo più evidente della frattura profonda che attraversa il paese, che si è ampliata fino a diventare una minaccia per la stabilità democratica che generazioni di americani avevano dato per scontata.

Eppure, come ha sottolineato nei giorni scorsi Fareed Zakaria (https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take), sembra proprio che, in barba ai media e sfidando l’incredulità degli esperti, Joe Biden stia riuscendo nell’impresa di “governare dal centro”, come aveva promesso in campagna elettorale (e a dire il vero fin dalla competizione tra l’ala “moderata” e quella di “sinistra”, che ha caratterizzato le primarie democratiche e ha segnato la fine, in questa stagione, del tentativo del leader radicale Bernie Sanders di spostare l’asse del partito a sinistra, su posizioni che anche in passato non hanno mai portato alla Casa bianca il partito dell’asinello).

Le prove si stanno accumulando. Il compromesso raggiunto al Senato tra il leader della maggioranza Charles E. Schumer e Joe Manchin è passato (con il sostegno dell’altra pecora nera della famiglia, la senatrice Kyrsten Sinema, fermamente posizionata nell’ala più a destra del partito) ed ora attende il via libera della Camera controllata dai democratici. Si tratta del più grande investimento federale in energia pulita mai realizzato negli Stati Uniti e, allo stesso tempo, del più grande pacchetto di riduzione del disavanzo in un decennio (secondo il Congressional Budget Office ridurrà di deficit di oltre 300 miliardi di dollari in una decina d’anni).

L’accordo si aggiunge al Chips and Science Act, che prevede enormi investimenti nella ricerca di base e nelle tecnologie essenziali (e un investimento senza precedenti per aumentare la produzione di semiconduttori e affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento); al primo intervento legislativo bipartisan sul controllo delle armi e al progetto di legge sulle infrastrutture da trilioni di dollari: una delle (mancate) promesse elettorali di Donald Trump.

Non per caso, J. Bradford DeLong, su Project Syndicate, ha parlato di una “estate dell’amore”, sul piano legislativo, per Biden: “Presi insieme questi provvedimenti sono più che sufficienti per capovolgere la narrazione relativa ai primi due anni in carica di Biden. Improvvisamente, i risultati legislativi dell’amministrazione sono passati da ‘deludenti’ a ‘oltre ogni aspettativa’”.

Insomma, Biden sta dimostrando che si può “governare dal centro”. Non come prima, ovviamente. Zakaria ricorda che quando, negli anni ’80 e ’90, il Congresso discuteva grandi progetti di legge bipartisan sulla Social Security, per riformare le tasse, aiutare gli americani con disabilità o ridurre l’inquinamento atmosferico, gli autori dei progetti di legge venivano acclamati dai media e all’interno dei loro stessi partiti. Oggi invece non si fa che ripetere che non bisogna scendere a compromessi; e resistere al “nemico” permette di raccogliere più fondi e guadagnare il sostengo degli elementi più radicali del proprio schieramento.

Infatti, nei primi anni del 2000 un grande sforzo bipartisan per affrontare la riforma dell’immigrazione si è arenato sotto i colpi degli estremisti di entrambe le parti. Il Dream Act, racconta il giornalista americano, era sostenuto da due senatori lontani ideologicamente, che tuttavia erano anche buoni amici: il democratico Edward Kennedy e il repubblicano Orrin G. Hatch. Erano tra i membri più anziani del Senato e incarnavano un vecchio modo di fare politica non più in sintonia con i tempi. La rivoluzione di Gingrich degli anni ’90 ha infatti cambiato il Partito repubblicano e la stessa Washington. E da allora il compromesso è considerato un tradimento.

Cercando di far rivivere quel vecchio modo di far politica e di governare, Biden sta andando controcorrente. Ma sorprendentemente, a piccoli (significativi) passi, sembra riuscirci. Il che rappresenterebbe davvero una rivoluzione in grado di cambiare la struttura degli incentivi e ridurre la tossicità a Washington.

Per i democratici americani c’è, inoltre, un reale spazio di crescita. Perché sono in una posizione migliore dei repubblicani per diventare un grande tent party. Come ha dimostrato uno studio di Brookings, nel 2020 “la vittoria di Biden è arrivata dai sobborghi” e quegli elettori sono verosimilmente più moderati e centristi rispetto alla base democratica. Gli elettori suburbani sembrano essere sempre più distanti dalle posizioni repubblicane su questioni come l’aborto e le armi. E sull’onda del ribaltamento della storica sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema, i sondaggi in vista delle elezioni di medio termine che prima favorivano i repubblicani sembrano ora indicare un pareggio.

Ma (e veniamo al punto che riguarda anche noi) essere un grande tent party, un partito pigliatutto, è difficile. Significa avere a che fare anche con persone con cui sei profondamente in disaccordo. Ma, spiega Zakaria, in un paese grande e diversificato con oltre 330 milioni di persone, è l’unico modo per governare. Alcuni dei più grandi successi dei democratici si sono concretizzati con quello spirito. Franklin D. Roosevelt ha rinviato l’intervento sui diritti civili per poter approvare il New Deal. Lyndon B. Johnson ha arruolato il sud segregazionista per sostenere gran parte della sua legislazione sulla Great Society. Bill Clinton dovette governare principalmente con un Congresso controllato dai repubblicani. E anche quando Barack Obama aveva la maggioranza al Congresso, ha scelto di dare la priorità all’assistenza sanitaria universale rispetto a molte altre importanti questioni sociali, incluso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. A volte, inoltre, il compromesso può portare a risultati migliori. Ad esempio, spiega il columnist, il disegno di legge sull’immigrazione era un progetto migliore di quello che entrambe le parti avrebbero approvato in modo autonomo perché teneva conto delle preoccupazioni legittime e delle argomentazioni valide di entrambe le parti.

Senza contare che alcuni degli argomenti di Manchin erano fondati: “Sul clima, il suo punto di vista secondo cui non dovremmo porre fine definitivamente all’uso dei combustibili fossili prima di avere abbastanza tecnologie verdi su larga scala per sostituirli può darsi sia un atteggiamento interessato del senatore del West Virginia, ma è anche una lettura accurata di dove ci troviamo oggi”.

Oltretutto, è la sua risolutezza che dovrebbe sorprendere. Non sarebbe male tenere a mente infatti che Manchin rappresenta uno Stato che Trump, nel 2020, ha vinto con circa 40 punti di distacco. Bisogna pensare a Manchin come a una cartina di tornasole, dice Zakaria. Se i democratici sono in grado di tenere Manchin con loro, per definizione stanno costruendo un grande tent party, che potrebbe comprendere la maggioranza degli americani.

Del resto, anche il Pd di casa nostra nasce (ricordate?) sul presupposto che il centrosinistra, anziché limitarsi unicamente ad allargare l’alleanza mettendo insieme sigle e partiti, doveva puntare a conquistare nuovi elettori ed ampliare l’area del radicamento, scommettendo sul fatto che le propensioni degli elettori potevano mutare. Ma siamo sempre lì: per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. E oggi quel che occorre non è il ritorno alle antiche certezze, ma il dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni.

Se i democratici di casa nostra non sono in grado di tenere con loro neppure Calenda e Renzi, come possono costruire una big tent aperta alla maggioranza degli italiani? Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” – come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda – bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.
Buon Ferragosto!

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Il fascio


Non c’è alcun “regime” alle porte, ma questo non significa che siano serrate ai pericoli. La ragione per cui Giorgia Meloni ha dovuto registrare un messaggio multilingua, per esporre il minimo della civiltà, ovvero di non essere fascista e di non essere a

Non c’è alcun “regime” alle porte, ma questo non significa che siano serrate ai pericoli. La ragione per cui Giorgia Meloni ha dovuto registrare un messaggio multilingua, per esporre il minimo della civiltà, ovvero di non essere fascista e di non essere antisemita, non si trova solo nel passato, ma anche nel presente delle sue frequentazioni europee, fra le quali ci sono autoritarismo antidemocratico e antisemitismo. Quella roba non le appartiene, e speriamo non appartenga a nessuno dei dirigenti di Fratelli d’Italia, mentre farebbero bene ad allontanare da sé quelli di cui non si può dire altrettanto. Meloni e i suoi sono democratici, nel senso che hanno vissuto e accettato le regole della democrazia, e ripugnano loro le leggi razziali, non da oggi, ma da quando lo insegnò loro il capo di allora: Gianfranco Fini.

Ma la faccenda non si chiude qui. Intanto perché si può non condividere nulla di quel che uno dice, senza sentire il bisogno di dargli del dittatore, come destra e sinistra hanno ripetutamente fatto, dimostrando povertà di idee.

Inoltre, nel secolo scorso, due fetidi fratelli ammorbarono la storia: il fascismo e il comunismo. Figli dello stesso padre mistico e della stessa madre baldracca. Si mossero il direzioni opposte, ma più per ragioni geopolitiche che ideali e, del resto, nello spartirsi la Polonia furono alleati. L’Italia visse il nazifascismo e siccome quella roba è stata sepolta dall’esito della guerra, abbiamo avuto i nostalgici, fra i quali soggetti che si ritenevano patrioti perché avevano combattuto fra i repubblichini. Non abbiamo avuto il comunismo, in compenso abbiamo avuto tanti comunisti. Non potevano essere nostalgici, ma erano ammiratori, legati e finanziati da una dittatura. Chiunque abbia seguito queste due scuole non ha ragioni d’esserne orgoglioso. Anzi. Ma abbiamo vinto noi, ha vinto l’Occidente, ha vinto la libertà e ha saputo moltiplicare la ricchezza come mai s’era prima visto. Ad oggi non vi è pericolo che il fascismo o il comunismo s’affermino altro che fra gli svalvolati.

Epperò attenti, perché i figli del mistico e della baldracca ci hanno lasciati, ma la geopolitica è rimasta lì. Che è la ragione per cui resta un legame fra chi punta a consolidare i dispotismi e chi punta a demolire le democrazie. Se parte da Mosca non ha alcun bisogno di colorarsi di rosso (leggete Da Empoli e Jangfeldt) e s’acconcia benissimo a colorarsi di verde, di bruno e di nero. Mentre il persistente filone mistico non ha bisogno di colorarsi di nero per sostenere che il mercato e i mercanti commerciano l’anima e la fede di un popolo, può benissimo indossare il rosso, ma anche il giallo.

Quindi ha ragione Meloni ad avere sentito il bisogno di aggiungere la condanna della criminale aggressione russa all’Ucraina e la condivisione delle scelte dell’Occidente, che sostiene e arma gli aggrediti. Ma è qui che il fascio riemerge, perché per vincere si tiene vicino chi è l’espressione dell’opposto. E non sono quattro righe di occidentalismo rituale a cancellare l’inno a Putin cantato sotto il Cremlino, invocandolo quale guida con cui sostituire il nostro mondo democratico. Come non cancellano il mese di silenzio prima di far conoscere il disappunto per una guerra che aveva già mietuto migliaia di vite innocenti e mandato al massacro migliaia di soldati ignoranti.

E il fascio si ritrova pari pari dall’altra parte. Nello schieramento che vede avvinti il ministro della Difesa e chi vota contro la Nato. Può sembrare loro una furbata tattica, invece è una porcheria strategica. Perché dopo il 25 arriva il 26 settembre e chi pensa di potere governare in virtù del fatto che avendo preso un voto in più degli altri affasciati otterrà la loro obbedienza non si sa se s’illude o prova a illudere.

I conti pubblici sono l’altra faccia della collocazione internazionale, non a caso essendoci, in un fascio e nell’altro, chi voleva uscire dall’euro. Ancora una volta, dal 26 settembre, i ragionevoli saranno divisi. Ed è la più grande colpa di questo mondo politico.

La Ragione

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Meloni evoca il blocco navale e la tolleranza zero ma è solo eccitazione elettorale


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State zitti


C’è libertà di parola e necessità di silenzio. Se non vogliono convincere i più d’essere invotabili, se non voglio fare campagna per l’astensione: stiano zitti. Provino a pensare, prima di parlare. Perché a credersi tanto furbi ci si dimostra ottusi. Insi

C’è libertà di parola e necessità di silenzio. Se non vogliono convincere i più d’essere invotabili, se non voglio fare campagna per l’astensione: stiano zitti. Provino a pensare, prima di parlare. Perché a credersi tanto furbi ci si dimostra ottusi. Insisto a pensare che qualche cosa di buono si può fare (ci arriviamo), qui ed ora, nella condizione data. Ma impossibile non osservare che si sta facendo l’opposto.

Nessuno creda che il problema sia il carattere di quello, le bizze dell’altro o i maneggioni in servizio permanente effettivo. Tutto questo è solo la conseguenza dell’esaurirsi di una schema, di un modello che si fece nascere nel 1994, un insensato “noi contro loro”, oramai privo di contenuti e colmo di sparacchiate imbarazzanti. Da lì si deve ripartire.

Calenda e Renzi, si rendano contro che importa nulla a nessuno di come si dividono le candidature e a chi le assegnano. Tanto più che l’elettore non può scegliere e questo schifo di sistema elettorale lo volle Renzi. Certo che prima di servire un piatto a tavola lo si prepara in cucina e che lì ci si sporca le mani, si tratta, si divide. Se ne ha piena l’anima dei moralismi senza etica: la politica è anche confronto di forze. Ma la cronaca diretta delle miserie e delle mitomanie no, la si può risparmiare. Anche perché il punto (che era) forte di quel gruppo sarebbe la credibilità, e la stanno demolendo ora dopo ora.

A destra siamo alle prese in giro: siamo uniti, ma poi vi diciamo su cosa e dopo il voto vi diciamo appresso a chi. Hanno assorbito la lezione e credono davvero di potere far credere che uno vale l’altro. Una Flat tax al 15% per non si capisce ancora chi e quando, o una al 23%, o l’agevolazione alle imprese che assumono, o il taglio del cuneo fiscale non sono varianti del tema insulso “meno tasse”, sono modelli opposti e incompatibili. Questo a tacere delle promesse di pensioni e dentiere, segno che, almeno, hanno individuato il target anagrafico.

A sinistra, con impareggiabile masochismo, sono tornati a parlare di patrimoniale, mentre a destra si giura che non le consentiranno. Avviso ai naufraganti: le patrimoniali ci sono già, talune anche truffaldine, come la Tari. Non vogliono Renzi, che inventò l’osceno bonus per i diciottenni, ma propongono la dote per i diciottenni: i programmi separati dalle idee. Promettono l’aumento dello stipendio, per gli insegnanti, alla media europea. Significa un accidente, perché dove gli stipendi sono più alti crescono nel tempo e per merito, mentre qui si continua ad assumere senza concorso e si paga a cranio e non a ora d’insegnamento (ore più numerose dove sono pagati meglio, guarda caso). Non sanno di che parlano.

Coperture, compatibilità, conferma di progressiva diminuzione del peso percentuale del debito sul prodotto interno loro, sono tutta roba estranea a questa incontinenza verbale. I più accorti ti rispondono: ci sta pensando un tavolo per il programma. Fate pensare le sedie, ma dite loro che si vota domani, non fra dieci anni.

Un sistema si è esaurito e una classe politica dequalificata. Non capita per fatalità, ma per aver fatto credere agli elettori che tutto sia una gara a offrire e a prendere, sicché: siete tutti fanfaroni, ma voto o per faziosità o per la promessa più conveniente, so che non sarà rispettata, ma manco quella degli altri. L’avere sguarnito la politica, l’avere preteso di confonderla con il moralismo da strapazzo ha corrotto e sfiancato il Paese.

Siccome qui siamo, per evitare il declassamento morale, politico ed economico, occorre che le confuse parti in causa riconoscano ora la necessità, dal 26 settembre, di smontare un sistema elettorale che premia il falso delle coalizioni, assicurandosi reciprocamente che non si metterà mano alla Costituzione sulla base di una maggioranza governativa. Meglio ancora se si riconoscesse la necessità di una stagione RiCostituente, tanto chiunque vinca non governerà nulla, in queste condizioni.

La Ragione

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Prezzi calanti


Se si toglie dal cesto il gas (che i russi bruciano e si compra più caro altrove), il prezzo delle materie prime sta scendendo. Compreso quello del petrolio, tanto che è diminuito anche il prezzo al distributore. Benché se ne parli meno di quando aumenta.

Se si toglie dal cesto il gas (che i russi bruciano e si compra più caro altrove), il prezzo delle materie prime sta scendendo. Compreso quello del petrolio, tanto che è diminuito anche il prezzo al distributore. Benché se ne parli meno di quando aumenta. Il prezzo dei vegetali è complessivamente sceso del 19.2%, i cereali dell’11. Nel solo mese di luglio il grano è sceso dell’8.8%. Ciò significa che l’inflazione importata, quella cui non si può porre rimedio, che tocca pagare e basta, è destinata a scendere. Come era nelle previsioni della Banca centrale europea.

Grosso modo la metà dell’inflazione nell’area dell’euro era importata, il che comporta uno sforzo interno per ridurla di un 2%, in modo da arrivare all’obiettivo della Bce. Si può fare.

Però occorre evitare di trovarsi nella condizione degli Usa, con inflazione autoprodotta. I salari, per intendersi, devono aumentare facendo crescere la produttività, non inseguendo i prezzi, altrimenti ci facciamo del male facendo finta di fare del bene.

La Ragione

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Michele Salvati e Roberto Dilmore – Liberalismo inclusivo


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É il momento di una lista liberal-democratica


Basta alibi e ranconri É il momento di un cartello liberale Ora non c’è più tempo da perdere. Non ci sono più alibi. Carlo Calenda e Matteo Renzi diano vita ad una lista che oggi darà voce all’area liberal-democratica e domani sarà il nucleo fondante di u

Basta alibi e ranconri

É il momento di un cartello liberale

Ora non c’è più tempo da perdere. Non ci sono più alibi. Carlo Calenda e Matteo Renzi diano vita ad una lista che oggi darà voce all’area liberal-democratica e domani sarà il nucleo fondante di un partito che rappresenti in Italia quanto ALDE e RENEW rappresentano in Europa:


L’opzione del centro liberale. Solo così l’Italia può rientrare nel sistema politico europeo, che non contempla il falso bipolarismo centro-destra contro centro-sinistra.

Ha ragione Matteo Renzi a ribadire ancora oggi che quella del terzo polo è una opportunità straordinaria. Non c’è davvero spazio per inutili risentimenti, bisogna velocemente riprendere la strada interrotta dalla decisione di Calenda di realizzare un accordo con il Partito democratico di Enrico Letta. Tra l’altro c’è il vantaggio di poterlo fare senza il freno a mano tirato da +Europa, che sin da subito ha evidenziato di preferire un accordo col Pd piuttosto che dar vita a un centro liberale autonomo dai due poli di destra e sinistra.

Si apre invece una straordinaria opportunità: mettere insieme anche in Italia i partiti e i movimenti che in tutti i paesi e nelle istituzioni europee rappresentano il mondo liberal-democratico e che non stanno né con il PSE né con il PPE. Si tratterebbe della realizzazione politica del progetto squisitamente culturale al quale la Fondazione Luigi Einaudi lavora da anni, fianco a fianco con le altre fondazioni liberali presenti e operanti in tutti i paesi europei.

Probabilmente Calenda ha visto i sondaggi e ha capito che gli elettori liberali non avrebbero premiato la scelta di accordarsi con il Partito democratico ma anche con Sinistra Italiana, con i Verdi italiani (perché i Verdi in Europa sono ben più liberali e pragmatici di quelli italiani che restano ancorati a posizioni in auge negli anni ottanta) e con tutti gli altri partiti di sinistra che Enrico Letta sta provando a mettere insieme senza alcuna linea programmatica comune e al solo scopo di provare a depotenziare la vittoria della destra.

A questo proposito è bene forse rammentare che tutti i partiti politici italiani si muovono con decisione all’interno dei dettati della nostra Costituzione. Nel 2022 sarebbe davvero ridicolo affiancare alla figura di Giorgia Meloni il pericolo fascista. Neppure a noi piacciono le posizioni di Orban e ci terrorizza l’idea che la Russia di Putin possa influenzare la nostra politica nazionale e internazionale, ma siamo fermamente convinti che tutti i leader che oggi ambiscono a guidare il Paese, da Enrico Letta a Giorgia Meloni, sapranno tenere senza tentennamenti l’Italia dentro il perimetro dell’Alleanza Atlantica.

Bene ha fatto Carlo Calenda a riconoscere i propri errori e alzare le vele in mare aperto. Non allearsi in fase elettorale con nessuno dei due poli e fare da calamita dei voti di un elettorato moderato sbandato e senza più riferimenti, è compito esaltante. La presenza in Azione di tanti esponenti moderati, da Mariastella Gelmini a Mara Carfagna ad Andrea Cangini, come l’appello di molti amministratori, guidati da Gabriele Albertini, già apprezzato sindaco di Milano, dimostrano le enormi potenzialità di un centro liberale (né Popolare né Socialista) che voglia essere tale non solo nella fase elettorale.

Perché il punto è proprio questo: il futuro e la coerenza della proposta politica. Gli elettori sentono a fiuto se una operazione è solo elettoralistica oppure se ha una prospettiva di più ampio respiro e di più lunga visione. Su temi determinanti come la giustizia, l’ambiente, i giovani, la scuola, il lavoro e la ricchezza, dettaglio non secondario, da creare prima ancora di poterla distribuire, è necessario offrire agli elettori italiani delle proposte chiare, in linea con quelle rappresentate in Europa dai liberali. Lo Stato, come amava ripetere Luigi Einaudi, deve essere presente nella vita del Paese per garantire ai cittadini l’uguaglianza dei punti di partenza non il livellamento a scapito delle qualità e del merito.

Il problema non è quello di garantirsi un seggio in più o in meno, ma di vivere e crescere anche oltre la fase elettorale. Insomma di dar vita ad un vero partito liberale europeo non personalistico. Questa è la sfida che aspetta i rappresentanti di questo mondo e alla quale la Fondazione Luigi Einaudi è pronta a fornire supporto culturale e sostegno ideale.

Il Tempo

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Non scostarsi


Si diventa leader, si prende la guida di un gruppo o di una collettività, non solo per capacità personali, pur necessarie, ma perché si riesce a interpretare un bisogno, a coprire un vuoto, a sentire da che parte soffia il vento della storia. Fuori da que

Si diventa leader, si prende la guida di un gruppo o di una collettività, non solo per capacità personali, pur necessarie, ma perché si riesce a interpretare un bisogno, a coprire un vuoto, a sentire da che parte soffia il vento della storia. Fuori da questo ci sono dei caporali che hanno preso la giacca del generale, due o tre taglie sopra la loro.

Il che porta a un altro aspetto, che da troppo tempo è dimenticato e arrogantemente negato: per governare, in una democrazia, serve avere la maggioranza parlamentare, quindi essere riusciti, alle elezioni, ad ottenere, da soli o con alleati, la maggioranza assoluta degli eletti, altrimenti il nuovo governo si dovrà negoziarlo anche con gli avversari di ieri. Come è puntualmente e ripetutamente accaduto.

La maggioranza parlamentare, però, è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Per governare occorre creare consenso attorno alle misure che si adottano. Governare non è comandare, semmai condurre.

È bastato che il Presidente del Consiglio dovesse tornare in conferenza stampa, a illustrare dei provvedimenti, per far subito risaltare una distanza inquietante dal modo in cui si esprimono le voci della campagna elettorale.

Non è una questione di titoli di studio o di frequentazioni internazionali, tutto sommato neanche solo (ma un po’ sì) di curriculum. La piaggeria ci provoca allergie e il qualunquismo demagogico peggio. È una questione di sostanza, di contenuti.

Le misure a sostegno di famiglie e imprese, per contrastare l’inflazione, non saranno mai abbastanza. Tanto che si dovrebbe anche piantarla con l’inseguimento delle promesse. Draghi, però, illustrando quel che è stato predisposto, ha sottolineato che quella spesa è resa possibile dalla crescita del pil e senza scostamento di bilancio.

Questo è il punto. Lì si trova il linguaggio della trasparenza (non faremo spese che sfondino il deficit, già alto), della concretezza (seno possibili perché cresciamo) e della serietà (non promettiamo quel che sappiamo di non potere mantenere). Girata pagina di giornale si trovano promesse di stipendi, pensioni, sovvenzioni, protezioni. La fiera dell’incredibile e dell’insostenibile.

La Banca centrale inglese annuncia la recessione (alla faccia di Brexit propellente) e il rialzo dei tassi, la crescita globale resta bassa, quella di diversi europei ritoccata al ribasso e la nostra al rialzo. È in questo che si vede la differenza e si misura la distanza. Ora che succede? Si vedono nubi.

Ci siamo già profusi in lodi verso Guido Crosetto, esponente di Fratelli d’Italia, per la sua proposta di un patto fra avversari. Poi è andato oltre: certe nostre avversità al Pnrr sono state un frutto di <<eccessiva pignoleria>>, mentre <<in autunno avremo bisogno dell’aiuto dell’Europa>> (si chiama sempre Unione europea).

Vero. Perché abbiamo un debito troppo alto e il rialzo dei tassi è un problema. Questo, però, andrebbe ricordato a tutti, perché sia a destra che a sinistra si chiedeva a Draghi lo scostamento di bilancio, che avrebbe peggiorato tutto subito.

Devono dirlo, sia quelli che sperano di governare in continuità sia quelli che sperano di trovare nell’agenda Draghi quel che non elaborano autonomamente (quel modo di governare è un metodo, l’agenda non si usa più). Torniamo a lodare Crosetto, ma nelle sue parole troviamo una terribile voragine: non siamo noi di Fratelli d’Italia che abbiamo cambiato idea sull’Ue, e l’Ue del Pnrr (semmai di NGEU) a non essere più <<quella che strangolò la Grecia>>.

La Grecia è stata salvata, noi stessi, come gli altri Paesi europei, ci abbiamo messo soldi, il debito insensato è stato spalmato nei decenni, con lo spread domato come quello italiano e con i greci che hanno votato a favore.

Il giochino di conservare i voti di quelli cui si raccontò che l’Ue era l’inferno contro la nostra sovranità e, al tempo stesso, convincere quelli che sanno essere il solo argine per conservare la sovranità, è misero. Per quello la distanza si vede. Grande.

La Ragione

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Si può fare ora


Proposta a chiunque governerà l’Italia Eppure qualche cosa si potrebbe pur fare in quest’estate di una campagna elettorale, che si è avviata all’insegna della confusione, della falsificazione, della gara all’ultimo voto, come se non sapessero tutti e non

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Proposta a chiunque governerà l’Italia


Eppure qualche cosa si potrebbe pur fare in quest’estate di una campagna elettorale, che si è avviata all’insegna della confusione, della falsificazione, della gara all’ultimo voto, come se non sapessero tutti e non sapessimo tutti che il partito che vedrà crescere maggiormente i propri consensi è quello degli italiani che a votare non ci vanno nemmeno o non ci vanno più.

Oggettivamente è una scelta un po’ povera quella cui ci si trova difronte, però qualcosa si può fare. A noi piace sempre cercare di ragionare su quello che è possibile fare di positivo, perché tanto a rimestare nel torbido sono tutti bravi.

Allora proviamo ad evitare che si arrivi alla fine della campagna elettorale con l’incoscienza e l’inconsistenza di “vabbè intanto si vota e poi si vede” ed evitiamo di arrivarci con l’idea che se vince l’altro si distrugge l’Italia, perché queste sono cose sono cose gravi.

Chiunque voglia seriamente governare, chiunque creda che la democrazia non sia solo raccogliere voti, ma anche i consensi, che poi è necessario riconfermare giorno dopo giorno, governando, deve farlo.

La democrazia non è una dittatura che ogni cinque anni va a votare. Continua ad essere una democrazia, anche quando non sono convocate alle urne.

Allora a chiunque voglia governare, intanto noi potremmo dire, oggi, di comune accordo fra le forze politiche di confermare gli impegni presi per i fondi europei del PNRR. L’Italia non deve venire meno alla parola data. Perché la parola l’ha data l’Italia, non il singolo governo. Serve il senso delle Istituzioni: gli impegni che ha preso l’Italia saranno tutti confermati, chiunque vinca se vuol governare.

La sinistra dice che se vince la destra è a rischio la nostra appartenenza all’Europa: è un argomento incosciente, perché non si ragiona così.

Semmai occorre far politica, perché la campagna elettorale è anche questa, e guardare dentro l’alleanza di centro-destra e di quelli che andavano in giro con la maglietta “NO EURO”, quelli che avevano messo l’uscita dall’euro nel loro simbolo: se lo rimangiano o no?

La Meloni dice che garantisce lei per la Lega. Bene, ma l’elettore non dispone della firma di garanzia. Se lo rimangiano oppure no? Questo sarebbe far politica.

L’altra cosa su cui si potrebbe essere d’accordo subito è che nessuno cambi il dettato costituzionale semplicemente sulla base di una maggioranza elettorale, perché questo spaccherebbe il Paese e metterebbe in condizioni di difficoltà e di ansia l’equilibrio istituzionale.

Perché questo impegno abbia un senso, non bisogna chiedere alla destra, che al momento è candidata a vincere: “Ma voi rispetterete la Costituzione?”. Bisogna chiedere alla sinistra: “Voi siete d’accordo a che gli equilibri costituzionali si cambino non solo sulla base di una maggioranza elettorale?”.

Perché se siete d’accordo, dovete rimangiarvi quello che avete fatto nel 2001, quando avete cambiato la Costituzione sulla base di una speranza elettorale e di governo, danneggiandola gravemente e arrecando un danno permanente all’equilibrio istituzionale ed economico dell’Italia. Mi riferisco alla riforma del Titolo V del 2001.

Perché questo impegno abbia un senso, non bisogna chiedere alla destra, che al momento è candidata a vincere: “Ma voi rispetterete la Costituzione?”. Bisogna chiedere alla sinistra: “Voi siete d’accordo a che gli equilibri costituzionali si cambino non solo sulla base di una maggioranza elettorale?”. Perché se siete d’accordo, dovete rimangiarvi quello che avete fatto nel 2001, quando avete cambiato la Costituzione sulla base di una speranza elettorale e di governo, danneggiandola gravemente e arrecando un danno permanente all’equilibrio istituzionale ed economico dell’Italia. Mi riferisco alla riforma del Titolo V del 2001.

Alle urne non si va con una scelta due fazioni che hanno tutte e due ragione: no. Hanno molti torti, da una parte e dall’altra. Potrebbero avere una ragione: la capacità prima del voto di dire che nessuno di loro attenterà a quelli che sono gli interessi e i beni indisponibili dell’Italia.

Sarebbe quasi una dimostrazione di senso di responsabilità.

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Sud…ditanza


Da terrone ne ho pieni i deliziosi capperi della gnagnera sul Sud arretrato e sulla forbice che s’allarga. Da ultimo sono arrivati i dati Svimez, interessanti come sempre: sia per il ’21 che per il ’22 il Sud cresce meno della media nazionale, che, essend

Da terrone ne ho pieni i deliziosi capperi della gnagnera sul Sud arretrato e sulla forbice che s’allarga. Da ultimo sono arrivati i dati Svimez, interessanti come sempre: sia per il ’21 che per il ’22 il Sud cresce meno della media nazionale, che, essendo una media incorpora anche il Sud, il che comporta una crescita meridionale, ma anche del Centro, significativamente inferiore a quella del Nord (fra parentesi, per gli appassionati: Italia 2021 6.6 e 2022 3.4; Mezzogiorno uguale al Centro 5.9 e 2.8; Nord Est 7.5 e 4.7; Nord Ovest 7 e 3.4).

Prima d’unirmi ai condolenti, però, mi viene in mente che l’Italia, da lustri, cresce meno della media europea, che essendo una media la incorpora, il che comporta il crescere assai meno di chi cresce di più. E mi viene anche in mente che, se si escludono i due anni che stiamo vivendo, anche in questo caso la forbice s’allarga: chi era cresciuto meglio continua a farlo più velocemente di chi era rimasto indietro.

Anche nelle retrovie si cresce (buttalo via, come risultato), ma normalmente capita che i meno sviluppati si sviluppino più in fretta, una volta create le condizioni. Qui non capita. Allora guardiamo le condizioni.

Da terrone amo taluni orgogliosi terroni, fra i quali Leonardo Sciascia, che con il suo occhio semichiuso aveva visto quello che i lettori di numeri non riescono a vedere. Se le forbici che s’allargano sono due, cos’hanno in comune?

Il Maestro di Racalmuto aveva descritto la maledizione dei siciliani: non credono che le cose possano cambiare. Ma aveva anche visto la “linea della palma” salire verso Nord. Climatica e non solo. Quella linea porta con sé l’indebolimento dei diritti di cittadinanza, che comportano anche i doveri, e il crescere dei diritti di sudditanza, che hanno nel lamentio il compenso del mantenimento.

Sono diritti di cittadinanza una scuola decente, un’amministrazione pubblica almeno sufficiente e una giustizia esistente. Vediamo quanto ci si mette a sapere chi ha ragione e chi deve essere condannato, dopo che una ragazza, a Soverato, è stata presa a calci dal datore di lavoro. Non spetta a noi stabilirlo, sulla base di un filmato, ma spetta a un giudice accertare se altri torti s’accompagnano ai calci.

Se non lo sapremo a breve è semplicemente inutile parlare di contratti e legalità. E se è inutile allora la cattiva moneta avrà da un lato la miseria e dall’altra la criminalità. I diritti di cittadinanza devono esserci ai quattro punti cardinali. Ma se prendo scuola, amministrazione e giustizia per bidoni con cui fare assunzioni, addio cittadinanza.

Quel processo di logoramento è andato avanti al punto che si intesta alla cittadinanza un simbolo della sudditanza: l’elemosina improduttiva. Al Sud ce n’è più che al Nord e in Italia ce n’è più che altrove. Così si allargano entrambe le forbici.

Eppure si cresce, perché al Nord, al Sud e ovunque c’è gente che lavora sodo e con competenza, solo che (prego osservare la campagna elettorale in corso) sono considerati contribuenti da spremere, senza scuola decente, amministrazione presente e giustizia esistente. Gli altri, quelli con le false invalidità, le pensioni anticipate e i redditi di sudditanza, invece, l’arato campo ove mietere voti.

Sappiamo benissimo cosa si dovrebbe fare, per stringere la forbice e tagliare via il passato. Sappiamo che i soldi investiti creano ricchezza e quelli distribuiti miseria morale e materiale.

Ma sappiamo anche che se i cittadini non ci credono a essere rappresentati saranno i sudditi, che eleggeranno i loro simili più marpioni, allargatori di forbici. E già quelli dimostrano che la linea della palma non solo avanza, ma parla anche i vernacoli polentoni.

Rassegnarsi è escluso. Arrendersi non è contemplato. Ma ripetersi all’infinito che siamo rimasti indietro e che la forbice s’allarga induce a mettere in salvo i capperi: nel forno, a contornare un coccio, alla pantesca, con zibibbo non filtrato e freddo. Molto freddo, che fa caldo.

La Ragione

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T-shirt “La colpa non è loro. È di chi li ha votati”


Per sostenere le attività della Fondazione Luigi Einaudi ETS, abbiamo ideato questa maglietta di cotone che sintetizza in una frase la crisi culturale e politica che l’Italia attraversa in questo momento. La maglietta riporta il logo della Fondazione e la

Per sostenere le attività della Fondazione Luigi Einaudi ETS, abbiamo ideato questa maglietta di cotone che sintetizza in una frase la crisi culturale e politica che l’Italia attraversa in questo momento.

La maglietta riporta il logo della Fondazione e la frase “La colpa non è loro. È di chi li ha votati”.

Il contributo richiesto per la produzione della maglietta è di 10 € oltre le spese di spedizione (ritiro gratuito presso la sede della Fondazione). Le spese di spedizione fino a 50 magliette è pari a 10 euro.

Sarà un modo per contribuire alle attività della Fondazione e per avere un pezzo unico che vi consente di distinguervi in questo delicato momento della vita del Paese.

Si invita a scattare un selfie con la maglietta, pubblicandola sui social e taggando la Fondazione.

Fra tutti quelli che lo faranno entro il 30 settembre 2022, estrarremo 3 partecipanti a cui doneremo il libro del 60esimo anniversario della Fondazione Luigi Einaudi, che sarà pubblicato nei prossimi mesi.

Per ordinarle le magliette seguire le seguenti istruzioni:

1. Effettuare un bonifico pari all’importo dell’ordine che si intende inoltrare: 10 euro per ciascuna maglietta + 10 euro per spedizione cumulativa (fino a 50 magliette, per ordini superiori chiedere info) al seguente IBAN (per ritiro in sede non si paga la spedizione)

Intestato a: Fondazione Luigi Einaudi ETS
IBAN: IT42X0503403204000000007280
Causale: ordine magliette.

2. Scrivere una mail a gadget@fondazioneluigieinaudi.it scrivendo nell’oggetto “Maglietta”

Nel corpo della mail indicare:

  • nome e cognome;
  • indirizzo di spedizione;
  • numero di magliette desiderate per ciascuna TAGLIA (ad es. 2 magliette M + 1 maglietta L);
  • allegare distinta bonifico pari all’importo dell’ordine: 10 euro per ciascuna maglietta + 10 euro per spedizione cumulativa (fino a 50 magliette, per ordini superiori chiedere info) oppure chiedere disponibilità per ritiro in sede.

Le taglie disponibili sono XS, S, M, L, XL, XXL

Le spedizioni saranno sospese dal 10 agosto al 22 agosto per chiusura estiva della Fondazione

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T-shirt “La colpa non è loro. È di chi li ha votati”


Per sostenere le attività della Fondazione Luigi Einaudi ETS, abbiamo ideato questa maglietta di cotone che sintetizza in una frase la crisi culturale e politica che l’Italia attraversa in questo momento. La maglietta riporta il logo della Fondazione e la

Per sostenere le attività della Fondazione Luigi Einaudi ETS, abbiamo ideato questa maglietta di cotone che sintetizza in una frase la crisi culturale e politica che l’Italia attraversa in questo momento.

La maglietta riporta il logo della Fondazione e la frase “La colpa non è loro. È di chi li ha votati”.

Il contributo richiesto per la produzione della maglietta è di 10 € oltre le spese di spedizione (ritiro gratuito presso la sede della Fondazione). Le spese di spedizione fino a 50 magliette è pari a 10 euro.

Sarà un modo per contribuire alle attività della Fondazione e per avere un pezzo unico che vi consente di distinguervi in questo delicato momento della vita del Paese.

Si invita a scattare un selfie con la maglietta, pubblicandola sui social e taggando la Fondazione.

Fra tutti quelli che lo faranno entro il 30 settembre 2022, estrarremo 3 partecipanti a cui doneremo il libro del 60esimo anniversario della Fondazione Luigi Einaudi, che sarà pubblicato nei prossimi mesi.

Per ordinarle le magliette seguire le seguenti istruzioni:

1. Effettuare un bonifico pari all’importo dell’ordine che si intende inoltrare: 10 euro per ciascuna maglietta + 10 euro per spedizione cumulativa (fino a 50 magliette, per ordini superiori chiedere info) al seguente IBAN (per ritiro in sede non si paga la spedizione)

Intestato a: Fondazione Luigi Einaudi ETS
IBAN: IT42X0503403204000000007280
Causale: ordine magliette.

2. Scrivere una mail a gadget@fondazioneluigieinaudi.it scrivendo nell’oggetto “Maglietta”

Nel corpo della mail indicare:
– il numero di magliette desiderate per ciascuna TAGLIA (ad es. 2 magliette M + 1 maglietta L)
– l’indirizzo di spedizione.
– allegare distinta bonifico pari all’importo dell’ordine: 10 euro per ciascuna maglietta + 10 euro per spedizione cumulativa (fino a 50 magliette, per ordini superiori chiedere info) oppure chiedere disponibilità per ritiro in sede.

Le taglie disponibili sono XS, S, M, L, XL, XXL

Le spedizioni saranno sospese dal 10 agosto al 22 agosto per chiusura estiva della Fondazione

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Elsa Fornero: siamo pieni di lacci e lacciuoli, di conventicole e appartenenze che limitano sia l’egualizzazione dei punti di partenza, sia la valorizzazione piena del merito


E' molto più utile cercare di rimediare alle diseguaglianze prima che producano differenze profonde anziché intervenire con rimedi e sussidi a posteriori. L'articolo Elsa Fornero: siamo pieni di lacci e lacciuoli, di conventicole e appartenenze che limit

Professoressa Fornero, è possibile conciliare libertà economica e welfare state?
Deve essere possibile. Il Welfare State, come emerge dal rapporto Beveridge, elaborato a guerra mondiale in corso, viene inizialmente osteggiato perché sembrava fosse troppo vicino a posizioni socialiste, mentre al contrario è stato elaborato da un conservatore. È un grande disegno sociale che ha ispirato il cosiddetto modello sociale europeo. Naturalmente, come tutte le grandi idee, ha trovato nella sua realizzazione pratica non soltanto ostacoli ma anche interferenze da parte di visioni corte piuttosto che lungimiranti, o magari da interessi che non erano in poi in realtà così generali. Così anche il welfare, nel tempo, è finito con l’accumulare difetti. Però il sogno resta, e non come utopia ma come realizzazione. Oggi l’Europa presenta diseguaglianze, anche se meno degli Stati Uniti, ma sono diseguaglianze che non possono comunque essere tollerate a lungo. Vanno gestite in un ambito di democrazia liberale così che, senza negare il principio di libera iniziativa economica, si regolino i mercati e i sistemi di intervento sociale, prima fra tutti la tassazione, in modo da non lasciare indietro nessuno.

Sta parlando della famosa uguaglianza einaudiana dei punti di partenza?
È un’idea molto importante che ha trovato molti illustri sostenitori. Se ci pensiamo, è molto più utile cercare di rimediare alle diseguaglianze prima che producano differenze profonde anziché intervenire con rimedi e sussidi a posteriori. Il punto è che le differenze cominciano alla nascita, con differenze tra chi ha genitori attentissimi e chi invece ha genitori inadatti, che non danno la giusta importanza alla nutrizione, all’istruzione, alla stessa serenità del bambino. Questo vuol dire che ci dev’essere l’intervento di qualcuno che, per carità senza sottrarre i bambini alle proprie famiglie, integri i punti di partenza di chi è meno avvantaggiato, a partire dalla scuola materna e dell’infanzia, per assicurare ai bambini qualcosa in più per ridurre la diseguaglianza. Non sarà mai una perfetta uguaglianza dei punti di partenza, ma è ciò a cui dobbiamo tendere. Una cosa ormai molto documentata è che le diseguaglianze dei primi anni di vita si perpetuano durante tutto il corso della vita.

Una delle diseguaglianze che in Italia appare più grave è quella della partecipazione femminile. Una società moderna che ignora questo problema non è destinata a fallire?
Sì, anzitutto è una questione di giustizia perché la minore partecipazione delle donne non è conseguenza di una minore capacità ma di una minore opportunità. Poi, la mancanza di questa opportunità è il riflesso del fatto che, come società, non diamo importanza all’autonomia economica delle donne, che è fondamentale perché possano avere rapporti paritetici con gli uomini e possano fare valere il merito. Se una donna non ha accesso a certe professioni, come era un tempo, oppure se questo accesso è molto più difficile che per un uomo, allora non è il merito a contare ma qualcosa d’altro come l’appartenenza, l’identità, in questo caso di genere. Oltre alla ragione di giustizia c’è quindi una ragione economica: la scarsa partecipazione delle donne al lavoro e all’economia riduce di molto il benessere sociale perché riduce il Pil e la sua crescita.

L’Italia è un Paese senza merito?
L’Italia è un Paese che cura troppo poco il merito, ma attenzione: il merito non può semplicemente accompagnarsi alla constatazione delle diseguaglianze che le persone già adulte mostrano. Perché il merito, come dicevo, non può prescindere dall’aver reso uguali i punti di partenza. Quando diciamo che gli Stati Uniti sono un Paese meritocratico diciamo una cosa vera, ma vera per segmenti, perché i neri ad esempio non hanno le stesse possibilità che hanno i bianchi. Applicare il merito in tale maniera significa che un nero deve essere più bravo, molto più bravo, molto più dedicato di un bianco per conseguire le stesse mete. Noi siamo pieni, come diceva Guido Carli, di lacci e lacciuoli, di conventicole e di appartenenze che limitano sia l’egualizzazione dei punti di partenza, sia la valorizzazione piena del merito.

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Taiwan, l’alternativa democratica alla Cina di Xi


Quello che sta accadendo in queste ore a Taiwan non può e non deve essere dimenticato. Pechino, con la sua politica aggressiva, va fermata. È d’obbligo oramai ripensare il quadro geopolitico mondiale, fondamentale rivederne i suoi equilibri. L'articolo T

Dalle spiagge rocciose di Taiwan, davvero una Ilha Formosa come la descrissero i mercanti portoghesi nel diciassettesimo secolo, si possono osservare in queste ore tutti i movimenti della più grande esercitazione militare che la Repubblica Popolare Cinese abbia mai avviato. Caccia d’assalto, portaerei, droni, missili balistici. E tanto fumo nel cielo.

La causa di tutto questo angosciante spettacolo non è, come Xi Jinping e i suoi diplomatici vogliono far credere, la visita della Speaker americana Nancy Pelosi. Quest’ultima è soltanto un alibi, c’è qualcosa di più. Un’arroganza nazionalistica che si ostina a considerare l’isola come una provincia ribelle, un territorio da domare, che ritiene che i cittadini cinesi e taiwanesi siano sotto una stessa grande bandiera, quella della Cina Unica.

La Repubblica Popolare ha mal digerito la visita di Nancy Pelosi in quanto essa rappresenta una conferma della sovranità dello Stato taiwanese, indipendente e democratico, libero da ogni vincolo con la Cina e anzi, sempre più vicino all’America, al Giappone e all’Australia, sia economicamente che culturalmente parlando. La Cina di oggi ha la presunzione di dichiarare che Taiwan non sia sovrano – non sia quindi uno Stato – e che, pertanto, non abbia libertà di scelta nelle sue politiche, interne o estere che siano.

Pesa la storica umiliazione che Taiwan fece alla Cina di Mao, quando nel 1949 l’isola si dichiarò indipendente, e fu rifugio di più di 2 milioni di dissidenti, contrari alla deriva comunista della madrepatria. Pesa ancora di più, dagli anni ’90, la svolta liberal-democratica che Formosa ha vissuto, oggi una solida democrazia con Presidente eletto mediante voto popolare. Chiaramente un sistema politico distante da quello totalitario cinese.

Un altro grande oltraggio è il rapporto privilegiato che Formosa ha con gli Stati Uniti, i quali, nonostante qualche tentennamento, sono di fatto dal 1945 la prima superpotenza mondiale. Un primo posto che Xi Jinping brama raggiungere entro il suo pensionamento, previsto per il 2032. L’America, nonostante l’ambiguità strategica, ha continuato a coltivare intensi rapporti economici, militari e commerciali con l’isola.

Oggi Taiwan è uno stato democratico indipendente, con una economia capitalista e liberale, con un popolo profondamente convinto delle libertà che possiede, e ancor più convinto delle tante divergenze che vi sono tra il modello taiwanese e quello cinese. Basti pensare che Taiwan è classificato nella top 10 mondiale secondo gli indici di libertà economica e democrazia.

L’isola rappresenta davvero l’alternativa democratica alla Cina autoritaria della terraferma. E ciò per Xi Jinping non può che essere una ulteriore umiliazione. Ecco allora spiegate le continue incursioni aeree nel territorio taiwanese, la propaganda sfrenata architettata con il chiaro obiettivo di destabilizzare il sistema politico dell’isola, le restrizioni economiche mirate a colpire i settori trainanti di Formosa, o le costanti minacce, l’ultima di pochi giorni fa prima dell’atterraggio della Pelosi: “Chi gioca col fuoco si brucia”.

Nessuno si augura che tutto ciò porti ad una pericolosa escalation. Sicuramente questo continuo mostrare i muscoli, to show off the muscles, come gli studiosi americani dicono, è sintomo di un atteggiamento cinese prepotente e dittatoriale. Nessun paese libero può tollerare tale comportamento. Quello che sta accadendo in queste ore non può e non deve essere dimenticato. Pechino, con la sua politica aggressiva, va fermata. È d’obbligo oramai ripensare il quadro geopolitico mondiale, fondamentale rivederne i suoi equilibri.

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Venduta


Tutti possono commettere degli errori. Meglio se riconoscendoli. Ma che tutti commettano sempre lo stesso errore è maniacale. Per evitare che si caschi anche solo in tentazione sarebbe saggio lasciare al governo in carica, nell’esercizio degli affari corr

Tutti possono commettere degli errori. Meglio se riconoscendoli. Ma che tutti commettano sempre lo stesso errore è maniacale. Per evitare che si caschi anche solo in tentazione sarebbe saggio lasciare al governo in carica, nell’esercizio degli affari correnti, la possibilità di chiudere alcuni problemi aperti. Invece sembra che si voglia il contrario, commettendo un errore pericoloso.

Ita Airways è una compagnia aerea il cui capitale è totalmente in mano pubblica. È nata per non disperdere totalmente il patrimonio distrutto da Alitalia, condotta al fallimento più e più volte. La Sora Cesira e il Sor Augusto, come tanti altri contribuenti italiani, non hanno mai volato o non hanno volato con Alitalia, eppure hanno dovuto pagare una parte del biglietto a quelli che lo facevano.

Chi volava Alitalia, del resto, come con altre compagnie di bandiera fino a quanto il mercato non s’è veramente aperto alla concorrenza, pagava cifre spropositate: un Roma-Milano-Roma quotava uno stipendio mensile. E comunque Alitalia è fallita e rifallita. Per far nascere Ita la Sor&Sor, il contribuente, ha messo mano al portafoglio e ha tirato fuori altri 720 milioni.

Ma non bastano, né era pensabile si potesse andare subito in attivo, sicché ora è richiesto un aumento di capitale per altri 400 milioni. L’intera operazione, però, era finalizzata, fin dal primo momento, alla vendita delle azioni. Alla privatizzazione. Anche perché il contrario è proibito dalle norme europee. Che non sono i “burocrati di Bruxelles”, ma le regole che hanno consentito a tutti di comprare un biglietto aereo, facendo scendere le tariffe. Di moltissimo.

Ita ha fatto il suo dovere. (Racconto fra parentesi: ero su uno dei suoi aerei, qualche giorno addietro, e il personale di bordo passava con il carrello delle bevande; avendo quasi terminato il servizio e richiedendo un passeggero un bicchiere di succo di frutta, la hostess di un carrello si è ricolta alla collega: ne hai ancora? perché dovrei aprirne uno e sarebbe uno spreco. Brava.

Non so se parsimoniosa lei o buone le istruzioni ricevute, comunque è anche così che non si fallisce). Il governo resiste all’aumento di capitale ed è avanti con i negoziati per la vendita. Due le cordate: una (pare in vantaggio) di MSC, compagnia di navigazione marittima italiana, e Lufthansa, tedesca; l’altra Certares – Air France – Delta, statunitense. Giorgia Meloni ha detto, però, che a decidere saranno loro, una volta al governo.

È vero che la cessione sarà firmata dal nuovo governo, ma se pensano anche di “decidere” va tutto a ramengo. Ora, a parte il fatto che la faccenda è stata gestita anche dal ministro dello sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, leghista e alleato di Meloni, sicché smentirlo sarebbe conferma che non concordano su nulla, salvo che sul sommarsi per vincere, a parte questo: se salta il negoziato resta tutto in mano statale e abbiamo rifatto Alitalia. Ovvero ci mettiamo sulla strada per rifallire e la Sor&Sor su quella di tornare a pagarne il conto.

Chi va dicendo “noi non aumenteremo le tasse” dovrebbe spiegare come pensa di ridurre le spese. Ma qui siamo al farle crescere, sicché le tasse aumenteranno per forza. Ha straragione Meloni quando invita a non fare promesse che non si possano mantenere, ma la compagnia di bandiera statale e in attivo rientra proprio in quella categoria. E se, invece, per “decidere” s’intende a quale filiera vendere, ovvero dare indirizzo politico a quel che dovrebbe essere un confronto di mercato, allora già si sente un fremito di commistione fra affari e politica.

Non conviene. Se ne rendano conto. Cento volte meglio lasciare che le cose facciano il loro naturale corso, impegnare il futuro governo al controllo severo che il lavoro svolto dal predecessore sia stato fatto bene e correttamente, ergo chiudere in quel senso la partita. Venduta. Ogni altra ipotesi, a parte i pericoli interni, sconta una drammatica perdita di credibilità esterna.

La Ragione

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Meglio un seggio oggi che il polo domani


Giuseppe Benedetto, il presidente della Fondazione Luigi Einaudi che è un fior di galantuomo, pur consapevole che in un’Italia dove le alleanze sono sempre contro qualcuno, è comunque deluso dalla decisione di Carlo Calenda di mettersi sotto l’ala del Par

Giuseppe Benedetto, il presidente della Fondazione Luigi Einaudi che è un fior di galantuomo, pur consapevole che in un’Italia dove le alleanze sono sempre contro qualcuno, è comunque deluso dalla decisione di Carlo Calenda di mettersi sotto l’ala del Partito Democratico: “Poteva costruire un terzo polo liberale” dice in un’intervista a Paolo Bracalini su Il Giornale, “invece ha preferito qualche seggio”. Giuseppe Benedetto non ha tenuto conto della natura propria di Calenda, ovvero quella dell’idealista. Nell’accezione propria dell’idea-lista, ossia, colui il quale ha solo l’idea della lista.

La card di Pietrangelo Buttafuoco su Il Quotidiano del Sud

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“Poteva costruire un terzo polo liberale Invece ha preferito qualche seggio” intervista di Giuseppe Benedetto su Il Giornale


Il presidente della Fondazione Luigi Einaudi: “Non mi ero mai illuso su Calenda. Dubito che adesso gli elettori di centrodestra lo votino” La prevedibile ammucchiata a sinistra, con spartizione di seggi, ha lasciato con un palmo di naso chi puntava su Cal

Il presidente della Fondazione Luigi Einaudi: “Non mi ero mai illuso su Calenda. Dubito che adesso gli elettori di centrodestra lo votino”


La prevedibile ammucchiata a sinistra, con spartizione di seggi, ha lasciato con un palmo di naso chi puntava su Calenda per un terzo polo di ispirazione lib-dem (liberaldemocratica). All’inizio di luglio la Fondazione Luigi Einaudi, proprio con Calenda, aveva presentato il «Comitato di garanzia dei Liberali Democratici Repubblicani Europei». Ma il presidente della Fondazione, Giuseppe Benedetto, non è deluso più di tanto dall’ex manager Ferrari, per un motivo semplice. «Non mi ero mai illuso su Calenda».

Insomma si aspettava che tra i liberali e i seggi col Pd, avrebbe scelto i secondi.


«È chiaro che con una operazione al centro, costi quel che costi, ci avrebbe rimesso tutti i collegi uninominali».

Meglio allearsi con Fratoianni, Di Maio, Orfini, Speranza, noti liberali.


«Immaginavamo un percorso di iniziative culturali per mettere assieme tutta l’area liberal-democratica in questo paese. Però pensavamo ancora che le elezioni fossero lontane».

Invece si vota tra neanche due mesi. Il liberalismo può attendere, ci sono altre priorità per Calenda e soci.


«In coerenza con quanto ho detto per tutta la mia vita di liberal non vado certo a fare alleanze con il Pd. Le alleanze pre-elettorali sono una peculiarità italiana. In tutta Europa ci si presenta alle elezioni con la propria identità, e poi il giorno dopo si ragiona su maggioranze e governi. Invece da noi si fanno alleanze contro qualcuno, ma così è il Paese che ci rimette».

Un’alleanza per non far vincere il centrodestra.


«Invece quello che serviva era un terzo polo che si richiamasse alla famiglia liberal europea. Siccome Azione e +Europa e anche Italia Viva fanno parte del gruppo Renew Europe, che si richiama appunto a quei valori, come Fondazione Luigi Einaudi abbiamo pensato di poter collaborare per dare una rappresentanza anche nel Parlamento italiano a questa area politica. Ma con una alleanza con il Pd mi pare difficile».

Secondo lei Calenda ci guadagna o ci perde con questo mossa?


«Ci perde senza dubbio. Poteva essere una occasione unica per avere una percentuale a doppia cifra. Tutti gli indicatori che avevamo dicevano che questo rassemblement, con Azione e Renzi, avrebbe raccolto un numero di voti importante. Pescando anche ovviamente dagli elettori moderati di centrodestra. Così invece dubito che un elettore del centrodestra possa votare un partito alleato con il Pd e la sinistra massimalista».

C’è sempre Renzi, che è rimasto da solo.


«Renzi se farà veramente una battaglia da solo recupererà una parte dell’elettorato di Calenda. Si sono aperte delle praterie, che gli possono permettere di superare la soglia di sbarramento. Ah, guardi mi ha appena risposto Calenda su Twitter».

E che le dice?


«Mi scrive che nel programma con Letta ha sempre il no alle tasse il si ai rigassificatori, l’atlantismo, e che non vuole regalare collegi alla destra putinista per purezza ideologica»

E lei cosa gli risponde?


«Che per me il problema non sono i collegi. Il nostro progetto era quello di riavere in Italia dopo 30 anni un movimento autenticamente liberale, non quello di ottenere 5 o 10 seggi in più in Parlamento».

Intervista di Paolo Bracalini su Il Giornale

L'articolo “Poteva costruire un terzo polo liberale Invece ha preferito qualche seggio” intervista di Giuseppe Benedetto su Il Giornale proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Lo sformato


Cosa fare ora Le coalizioni stanno prendendo forma. A destra hanno usato lo stampo del 1994, il tradizionale della casa, con la sua storia di divisioni e con il suo presente di frontali contrapposizioni. Il suo significato è uno solo: prima si vince e poi

Cosa fare ora


Le coalizioni stanno prendendo forma. A destra hanno usato lo stampo del 1994, il tradizionale della casa, con la sua storia di divisioni e con il suo presente di frontali contrapposizioni. Il suo significato è uno solo: prima si vince e poi si vede.

A sinistra anche hanno uno stampo di famiglia, intitolato a unioni o frantoi, ma ogni volta che lo usano il risultato è tutto tranne che una forma compatta e convincente, ogni volta che scodellano il risultato poi gli si sfascia in mano, senza contare che il solo servirsene significa avere subito l’egemonia culturale e politica del berlusconismo.

Quindi giurano sempre che non lo tireranno mai più fuori, ma, non avendo altro, si rassegnano allo sformato di carne, pesce e verdure. Il suo significato è uno solo: prima si impedisce che vincano, poi si vede.

Non c’è alcuna ragione per supporre che, a questo giro, le cose vadano diversamente da come sono fin qui andate, dal 1994 in poi. Chi, come Azione e l’ardita sortita di Carlo Calenda, aveva detto e ribadito di credere nella necessità di abbandonare gli stampi, alla fine non ci ha creduto abbastanza.

A correre in solitaria resta Italia Viva, ma con un Matteo Renzi che, funambolico artista della politica, condivide solo metà della sorte della Sora Camilla: quella “tutti la vogliono e nessuno se la piglia”, qui non è detto sia fondata la prima parte.

A decidere vittorie, sconfitte, pareggi e squalifiche saranno gli elettori. Da qui al giorno delle elezioni avremo modo di tornarci. Quel che vedo, da subito, è una nuova legislatura che nasce già vecchia, l’ennesimo girone di ritorno di un campionato sempre meno interessante, con giocatori che passano da una parte all’altra e pubblico che rimane a casa e spegne la televisione.

Siccome, però, il futuro corre comunque, le cose accadono e cambiare è necessario, proviamo a immaginare cosa sarebbe utile fare, cosa è ancora possibile fare in questa partita giocata al passato.

La parte sconfitta capirà di avere sbagliato a mettere in scena una falsa coalizione. Lo capirà non tanto perché avrà appena perso le elezioni, ma perché quell’errore le impedirà di fare politica nell’immediato futuro. Si assisterà ancora alla nascita di “nuovi”, che già solo per questo sono vecchi rattrappiti.

La parte vincitrice si accorgerà che avere la maggioranza non significa avere in consenso, né interno alla coalizione né nel Paese, per governare convincentemente e durevolmente. Il peggio delle false coalizioni, insomma, non lo vediamo da qui al 25 settembre, ma da quel giorno in poi.

Posto ciò, se è rimasto un briciolo si senso di responsabilità e delle istituzioni, considerata la straordinaria propensione al compromesso e all’accomodamento, varrebbe la pena di stendere un accordo comune, fin da subito.

Chiunque vinca e perda l’attuale sistema elettorale è una schifezza (e la si finisca con la pagliacciata delle firme, per lo più false, cui si costringono le nuove formazione per presentare delle liste, si usi il sistema inglese: depositi una somma o firmi una garanzia, se totalizzi più dell’1%, anche se sconfitto, ti riprendi i soldi, altrimenti sei un disturbatore e li perdi).

Il sistema elettorale può essere di diversa natura, ma funziona solo se in armonia con l’architettura costituzionale. Le riforme costituzionali fatte gli uni contro gli altri o abortiscono e scodellano aborti, come quella del Titolo quinto (2001) e del numero dei parlamentari (2019).

Non essendo possibile fare accordi sul merito delle modifiche, li si faccia sul metodo: serve una apposita assemblea elettiva, con un anno di vita e senza privilegi o vitalizi. Infine: gli impegni presi per il Pnrr, chiunque vinca o perda, essendo stati presi largamente assieme, dovranno essere rispettati.

Non è poco. È moltissimo. E, a occhio, è più di quello di cui questo mondo politico è capace. Ma è il minimo necessario. Siccome il solo punto su cui gli incapaci convergono è il desiderio di sopravvivere, quelle sono le condizioni. Conviene a tutti. A chi vincerà e a chi perderà. E si può fare subito, non costando altro che la fatica di usare la testa.

La Ragione

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“Poteva costruire un terzo polo liberale Invece ha preferito qualche seggio” intervista di Giuseppe Benedetto su Il Giornale


Il presidente della Fondazione Luigi Einaudi: “Non mi ero mai illuso su Calenda. Dubito che adesso gli elettori di centrodestra lo votino” La prevedibile ammucchiata a sinistra, con spartizione di seggi, ha lasciato con un palmo di naso chi puntava su Cal

Il presidente della Fondazione Luigi Einaudi: “Non mi ero mai illuso su Calenda. Dubito che adesso gli elettori di centrodestra lo votino”


La prevedibile ammucchiata a sinistra, con spartizione di seggi, ha lasciato con un palmo di naso chi puntava su Calenda per un terzo polo di ispirazione lib-dem (liberaldemocratica). All’inizio di luglio la Fondazione Luigi Einaudi, proprio con Calenda, aveva presentato il «Comitato di garanzia dei Liberali Democratici Repubblicani Europei». Ma il presidente della Fondazione, Giuseppe Benedetto, non è deluso più di tanto dall’ex manager Ferrari, per un motivo semplice. «Non mi ero mai illuso su Calenda».

Insomma si aspettava che tra i liberali e i seggi col Pd, avrebbe scelto i secondi.


«È chiaro che con una operazione al centro, costi quel che costi, ci avrebbe rimesso tutti i collegi uninominali».

Meglio allearsi con Fratoianni, Di Maio, Orfini, Speranza, noti liberali.


«Immaginavamo un percorso di iniziative culturali per mettere assieme tutta l’area liberal-democratica in questo paese. Però pensavamo ancora che le elezioni fossero lontane».

Invece si vota tra neanche due mesi. Il liberalismo può attendere, ci sono altre priorità per Calenda e soci.


«In coerenza con quanto ho detto per tutta la mia vita di liberal non vado certo a fare alleanze con il Pd. Le alleanze pre-elettorali sono una peculiarità italiana. In tutta Europa ci si presenta alle elezioni con la propria identità, e poi il giorno dopo si ragiona su maggioranze e governi. Invece da noi si fanno alleanze contro qualcuno, ma così è il Paese che ci rimette».

Un’alleanza per non far vincere il centrodestra.


«Invece quello che serviva era un terzo polo che si richiamasse alla famiglia liberal europea. Siccome Azione e +Europa e anche Italia Viva fanno parte del gruppo Renew Europe, che si richiama appunto a quei valori, come Fondazione Luigi Einaudi abbiamo pensato di poter collaborare per dare una rappresentanza anche nel Parlamento italiano a questa area politica. Ma con una alleanza con il Pd mi pare difficile».

Secondo lei Calenda ci guadagna o ci perde con questo mossa?


«Ci perde senza dubbio. Poteva essere una occasione unica per avere una percentuale a doppia cifra. Tutti gli indicatori che avevamo dicevano che questo rassemblement, con Azione e Renzi, avrebbe raccolto un numero di voti importante. Pescando anche ovviamente dagli elettori moderati di centrodestra. Così invece dubito che un elettore del centrodestra possa votare un partito alleato con il Pd e la sinistra massimalista».

C’è sempre Renzi, che è rimasto da solo.


«Renzi se farà veramente una battaglia da solo recupererà una parte dell’elettorato di Calenda. Si sono aperte delle praterie, che gli possono permettere di superare la soglia di sbarramento. Ah, guardi mi ha appena risposto Calenda su Twitter».

E che le dice?


«Mi scrive che nel programma con Letta ha sempre il no alle tasse il si ai rigassificatori, l’atlantismo, e che non vuole regalare collegi alla destra putinista per purezza ideologica»

E lei cosa gli risponde?


«Che per me il problema non sono i collegi. Il nostro progetto era quello di riavere in Italia dopo 30 anni un movimento autenticamente liberale, non quello di ottenere 5 o 10 seggi in più in Parlamento».

Intervista di Paolo Bracalini su Il Giornale

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TSO politico


Prima il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo la crescita dell’Italia (unico fra i Paesi sviluppati) per l’anno in corso, fissandola al 3%. Poi sono arrivati i dati Istat, che parlando di una crescita acquisita al 3.4%. Ieri la stessa fonte

Prima il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo la crescita dell’Italia (unico fra i Paesi sviluppati) per l’anno in corso, fissandola al 3%. Poi sono arrivati i dati Istat, che parlando di una crescita acquisita al 3.4%.

Ieri la stessa fonte ha fatto sapere che è al lavoro il 60.1% delle popolazione attiva (ovvero di quanti possono lavorare), con una crescita di 400mila occupati rispetto all’anno scorso (in cui siano cresciuti molto, ma con un effetto di rimbalzo rispetto al pessimo 2020), 116mila nell’ultimo mese. È sempre significativamente meno della media europea, ma il nostro massimo dal 1977.

Non significa che tutto vada bene, anche perché non è mai possibile. Ma è falso che tutto vada male. Se, nella condizione data, delle occasioni si sono colte e a dei guai s’è provato a porre rimedio, lo si deve a un equilibrio politico e alle scelte fatte. Siccome si attendono le urne, guardiamo alla politica. Che fa venire in mente un acronimo: TSO.

Scorrete interviste e slogan e vi accorgerete che la politica ha in mente un’Italia povera, affamata e in ginocchio. Ancora regge lo stellone, ma non si sa per quanto. Quel che si propongono per il futuro è reggere, ristorare, sussidiare. Chiunque obietti viene coperto d’improperi, accusato di avere le terga protette, d’essere un privilegiato e di vivere in un altro mondo.

Che, detto da taluni, dimostra la persistenza del senso dell’umorismo. Ma l’Italia che produce e porta a casa successi non c’è, in quella visione plumbea. Evidentemente sono convinti che chi sappia cosa fare mai li voterebbe, mentre il mercato del consenso fiorisce ove si conta di ricevere.

La grande differenza fra destra e sinistra consiste nel fatto che a destra sanno chi sono i coalizzati, ma ieri hanno avviato la discussione sul programma, come a dire che trattasi non del collante, ma, semmai, del solvente che potrebbe scioglierli, mentre a sinistra non sanno ancora chi sono, pur sapendo chi non ci sta, avendo in programma di battere la destra e provando a emularne la capacità di mettere assieme non solo i diversi, ma anche gli opposti. Per il resto è una gara al TSO: Tasse, Spese e Omissioni.

Non ce né uno che non voglia sgravare qualche cosa. C’è chi lo dice in inglese (senza curarsi della traduzione), chi in sindacalese, nessuno avendo la grazia di indicare come saranno coperte le mancanze di gettito, o come saranno compensate da diminuzione della spesa.

Sicché sappiamo, ed il guaio è che lo sanno anche i mercati, che tali promesse si tradurranno in maggiore deficit (e, difatti, condividono lo scostamento di bilancio) e maggiore debito. Una parola d’umana pietà per i giovani, che saranno assai meno numerosi e assai più indebitati dei loro cari, nel senso di costosi, genitori.

Sul lato Spese, del resto, è una multicolore fontana: c’è chi ti offre il dentista (e l’ortopedico?), chi vuole aumentare le pensioni e chi i pensionati (che come rappresentanza dell’Italia che lavora la dice lunga), chi già vede il ponte sullo Stretto (senza campate, innovativo perché immaginario) e chi, sapendo che ci sarà da aspettare, pianta alberi per accomodarsi all’ombra, ma c’è anche chi vuol dare la “dote” ai diciottenni (criticato da chi inventò il bonus diciottenni, una gara a chi premia prima e di più chi è eroicamente riuscito a non crepare prima).

Che ci sia una sanità pubblica diseguale, una leva demografica di cui tenere conto e un sistema formativo che nega adeguata preparazione prima della maggiore età, son questioni volentieri demandate al “tavolo” programmatico. E non vorrei essere nei panni del tavolo, che ancora cerca di capire perché talora lo vogliano “aprire” e talaltra pretendono che s’apparecchi da solo.

Andiamo fortissimi in quanto a Omissioni: chi, come, in che tempi e con che soldi? E perché per riuscirci s’è cominciato demolendo la condizione che ha portato i risultati di cui alle prime righe? Chi spera di avere risposte è da TSO. Ma l’altro.

La Ragione

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Le nostre dieci anomalie


Le peculiarità con le quali saremo costretti a convivere a cominciare dalla crisi: il governo Draghi continuerà a gestire il Paese almeno fino a ottobre, che fretta c’era visto che la legislatura sarebbe finita a marzo? Che cosa ci riservano le prossime e

Le peculiarità con le quali saremo costretti a convivere a cominciare dalla crisi: il governo Draghi continuerà a gestire il Paese almeno fino a ottobre, che fretta c’era visto che la legislatura sarebbe finita a marzo?


Che cosa ci riservano le prossime elezioni? Provo a immaginare quali possano essere svolgimenti ed esiti di questa crisi, partendo da modalità e cause della caduta del governo Draghi.

Primo: il governo Draghi gestirà il Paese fino almeno ad ottobre, se non fino a dicembre, e dovrà occuparsi di affari correnti in un senso molto ampio (ad esempio, come potrebbe non rispettare i termini e vincoli europei e costituzionali relativi alla procedura di bilancio e quelli legislativi per l’approvazione dei decreti delegati?).

C’ era bisogno della crisi, visto che la fine della legislatura era fissata per marzo prossimo? Il motivo della discontinuità stava nel bisogno della destra di dare prova di unione. Altrimenti, sarebbe arrivata a ridosso delle elezioni, a marzo 2023, con una coalizione separata, un vero ossimoro, con due forze al governo e una all’opposizione. La campagna elettorale sarebbe stata più difficile, in queste condizioni.

Secondo: chi ha fatto precipitare la crisi ha impedito una eventuale riforma della formula elettorale (cioè del metodo con cui i voti si traducono in seggi). Quindi, si andrà a votare con la legge Rosato, approvata da Pd, FI e Lega nel 2017 e sperimentata nel 2018, con la modifica del numero dei parlamentari (ridotti di un terzo) votata nel 2020 e l’allineamento dei requisiti di età per votare, approvato nel 2021. L’esperienza fatta nell’ultimo quinquennio con questa legge è stata negativa, perché abbiamo avuto un Parlamento con tre maggioranze, tre indirizzi politici diversi, tre governi di durata poco più lunga di un anno. Peggio della cosiddetta Prima Repubblica, quando i governi erano altrettanto brevi, ma la costante presenza della DC assicurava almeno coerenza dell’indirizzo politico.

Terzo: la circostanza che vi sia concorrenza non solo tra le coalizioni, ma anche nelle coalizioni lascia presagire che queste possano servire a vincere elezioni, non a governare il Paese. Ci si mette insieme per andare al governo, non per governare. Anche la campagna elettorale sarà strabica, perché le forze politiche, frammentate e all’interno divise, debbono correre in squadra per il 37 per cento dei seggi, separate per il 61 per cento dei seggi (ma, a causa della frammentazione, la chiave per vincere sarà nei collegi uninominali/maggioritari, nonostante che ad essi sia assegnata una percentuale minore di seggi).

Quarto: il fatto che a sinistra si sia discusso di un «accordo tecnico» e si sia ora alla ricerca di ciò che possa unire; e che la destra si sia messa al lavoro sul programma a meno di due mesi dalle elezioni, è la prova del vuoto di politiche. I programmi saranno frutto di improvvisazione preelettorale, non di una collaborazione tra forze politiche con ideali comuni, maturati con l’esperienza e il tempo. Possiamo immaginare che vi saranno elencati i temi meno divisivi, come nel «contratto di governo» tra Lega e M5S del 2018, scritto e rapidamente dimenticato. Nelle piazze o in televisione, ogni evento quotidiano offrirà lo spunto per battibecchi che finiranno nel dimenticatoio con la stessa rapidità dell’evento che li avrà provocati. Abbiamo quindi politici senza politiche.

Quinto: la scelta dei candidati e la formazione delle liste sarà l’operazione più verticistica immaginabile, nelle mani delle singole persone-segretari dei partiti: questi debbono spartirsi, mediante accordi, i collegi uninominali e formare da soli le liste per la parte proporzionale.

Sesto: tutto lascia pensare che saranno i nuovi votanti e gli astenuti a decidere. Circa il 6 per cento degli aventi diritto al voto sarà costituito da giovani che partecipano per la prima volta a una elezione politica nazionale. Quanto agli astenuti, si può temere che possano essere più del 27 per cento registrato alle elezioni politiche nazionali del 2018. Quale affidamento può, infatti, fare l’elettorato su una classe politica così incostante, nella quale, nel corso di una legislatura, un terzo dei parlamentari ha cambiato schieramento?

Settimo: per differenziarsi dinanzi all’elettorato, vengono evocati il pericolo fascista e quello russo. Ma coloro che nutrono questi timori hanno ben poca fiducia negli anticorpi della nostra democrazia (il pluralismo, la varietà di voci con cui può parlare il popolo, l’esistenza di poteri contrapposti) e nella maturità della nostra opinione pubblica.

Ottavo: c’è il serio timore che gli italiani rimarranno in attesa di avere risposte sui problemi di fondo del Paese. La pandemia ha posto in luce le debolezze della sanità territoriale. Gli indicatori segnalano il basso tasso di scolarizzazione del Paese: La scuola bloccata è il titolo della bella sintesi fatta da Andrea Gavosto in un densissimo libro pubblicato ad aprile scorso da Laterza. Da anni viene lamentata la bassa produttività italiana e la prospettiva che la nostra diventi, anche per gli andamenti demografici, una società, più che di lavoratori, di pensionati. É stata avviata, è vero, una robusta ripresa, finanziata dall’Unione europea, ma occorre realizzarne gli obiettivi in quattro anni. Le forze politiche dovrebbero indicare le loro idee e proposte su questi temi, e, quando propongono minori tasse (che vuol dire minori entrate), dovrebbero dire quali spese vogliono tagliare.

Nono: con un Parlamento di 600 membri, invece di 945, le defezioni (definite anche riposizionamenti o cambi di casacca) avranno un peso molto maggiore. Quindi, coalizioni poco omogenee e coese come quelle che si preparano (a destra, tra tre forze politiche di cui due fino a ieri al governo e una all’opposizione; a sinistra, tra sei o sette forze politiche) non lasciano presagire governi stabili.

Decimo: le incertezze dei risultati attesi non dipendono solo dalla formula elettorale, ma anche, e principalmente, da due fattori, tra di loro connessi: la scarsa capacità aggregativa delle forze politiche e la fluidità dell’elettorato. La prima dipende dalla quasi inesistente democrazia interna dei partiti, dalla debolezza della loro offerta politica, dalla loro propensione ad interessarsi all’aggregazione solo nei periodi preelettorali. La seconda si è accentuata negli ultimi anni, con flussi di opinione pubblica ed elettorali che hanno in breve tempo premiato o sanzionato le forze politiche (si pensi all’andamento, in sondaggi ed elezioni, del M5S, di FdI, e della Lega, sul più lungo periodo anche del PD, passato dal 40 al 20 per cento).

Con queste dieci peculiarità e anomalie (che si aggiungono a quelle elencate da Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera del 30 luglio scorso) saremo destinati a convivere nei prossimi tempi.

Il Corriere della Sera

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I liberali ci sono


Il 4 agosto, alle 11.00, presso la sede della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione, 10 si terrà una conferenza stampa dal titolo “I liberali ci sono”. I liberali diranno la loro sulla campagna elettorale e sulle elezioni politiche che si t

Il 4 agosto, alle 11.00, presso la sede della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione, 10 si terrà una conferenza stampa dal titolo “I liberali ci sono”. I liberali diranno la loro sulla campagna elettorale e sulle elezioni politiche che si terranno il 25 settembre 2022.

Interverranno:
Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi
Alessandro De Nicola, Presidente della Adam Smith Society e coordinatore del Dipartimento libertà economiche e politiche sociali della Fondazione Luigi Einaudi
Oscar Giannino, Giornalista
Franco Debenedetti, Dirigente d’azienda, politico e saggista
Guido Gentili, Giornalista
Silvia Enrico, Avvocato e Segretario Nazionale di ALI – Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia
Carlo Scognamiglio, Economista e politico

Sarà possibile seguire la diretta sulla nostra pagina Facebook e sul nostro canale YouTube.

Per accreditarsi è necessario inviare un’email a stampa@fondazioneluigieinaudi.it

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Massimo Livi Bacci – Per terre e per mari


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#laFLEalMassimo – Episodio 74: Pensioni ed Elezioni


Bentornati alla FLE al Massimo, ultimo episodio prima della pausa estiva. Mentre in Europa continua a imperversare il conflitto avviato dall’invasione russa ai danni dell’Ucraina in Italia assistiamo ad una campagna elettorale che si divide tra le elucubr

Bentornati alla FLE al Massimo, ultimo episodio prima della pausa estiva. Mentre in Europa continua a imperversare il conflitto avviato dall’invasione russa ai danni dell’Ucraina in Italia assistiamo ad una campagna elettorale che si divide tra le elucubrazioni tattiche per massimizzare il risultato, anche a costo di ventilare le alleanze più improbabili e i più abusati stratagemmi comunicativi. Si passa dagli appelli apocalittici per salvare il paese dalle destre alla demolizione dell’Agenda Draghi in chiave populista per capitalizzare il consenso alle urne, derubricando a questione secondaria la predisposizione anche del più vago programma di governo.

Un atteggiamento oltremodo miope a fronte delle rilevanti sfide che il nostro paese si trova ad affrontare con una congiuntura globale particolarmente incerta a causa dell’inflazione e degli squilibri causati dal conflitto in Ucraina, una politica monetaria che dopo decenni ritorna ad orientarsi in chiave restrittiva e il peso di numerosi squilibri macroeconomici, primo fra tutti la presenza di un debito pubblico molto elevato in rapporto al PIL

Senza entrare nel merito di questa o quella proposta politica questa rubrica vuol suggerire di utilizzare come criterio di riferimento per orientarsi le indicazioni date in materia previdenziale.

Il sistema pensionistico del nostro paese è squilibrato, iniquo e realizza un trasferimento intergenerazionale molto penalizzante soprattutto per i giovani. Il totale dei contributi raccolti attualmente non è sufficiente a pagare le prestazioni erogate e dunque si necessita di una integrazione a carico della fiscalità generale.

Un sistema messo in piedi quando il rapporto tra lavoratori e pensionati era molto diverso da oggi e l’aspettativa di vita significativamente inferiore è diventato di fatto insostenibile. Occorre un ribilanciamento che riduca le prestazioni troppo generose erogate oggi e tuteli quelle che rischiano di essere troppo penalizzate in futuro.

Dunque un criterio efficace per valutare le proposte politiche è quello di verificare se sono orientate a peggiorare gli squilibri anticipando l’età per andare in pensione oppure se al contrario si provano a porre rimedio all’ingiustizia della struttura attuale.

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Crescere


La recessione, più che essere uno spettro da cui fuggire, sembra essere una condizione gradita alle propagande politiche, più a loro agio con la sovvenzione che con la produzione. Per tanta parte della cultura politica italiana equidistribuire la miseria

La recessione, più che essere uno spettro da cui fuggire, sembra essere una condizione gradita alle propagande politiche, più a loro agio con la sovvenzione che con la produzione. Per tanta parte della cultura politica italiana equidistribuire la miseria è ideale considerato più nobile rispetto al promuovere la ricchezza. I dati resi pubblici dal Fondo monetario internazionale dovrebbero essere una buona base per ragionare, non per piagnucolare.

L’Italia è il solo Paese sviluppato per cui le previsioni sono state riviste al rialzo, per l’anno in corso. Segno che, nella prima parte dell’anno, non sono stati commessi errori. Hanno festeggiato facendo cadere il governo.

Per il 2023 la previsione di crescita non solo si riduce, ma diventa la più bassa in Europa: 0.7%. La Germania dovrebbe arrivare a 0.8, che non è una grande differenza, ma neanche una consolazione (piuttosto, il Regno Unito è posizionato allo 0.5, alla faccia dell’affare Brexit). Crescere dello 0.7 non è recedere, ma è poco, è meno di quel che serve, come è anche la conseguenza del rialzo dei tassi d’interesse in un Paese troppo indebitato (i titoli tedeschi sono ridiscesi sotto l’1%, il che non porta bene ai nostri). Sarà il caso di ricordare che quel debito è un ostacolo alla crescita e un attentato alla sovranità. Sarebbe interessante che nei programmi elettorali si trovasse almeno un cenno al taglio della spesa pubblica improduttiva, se non altro per rendere meno prive di fondamento le promesse di sgravi fiscali e maggiori spese sociali.

Da quegli stessi dati, però, riemerge quel che sappiamo da molto tempo: il mondo, nel suo complesso, continua a crescere: 3.2% quest’anno e 2.9 il prossimo. In recessione ci va la Russia, con -6% ora e -3.5 nel 2023. Prendano nota i devoti alla potenza russa e gli spiantati delle sanzioni che non funzionano. Se il Mondo cresce l’ambiente è positivo per i Paesi esportatori. E noi lo siamo.

Tutto sta a essere capaci non solo di usare i fondi europei, ma di farlo con il massimo profitto e la massima efficienza, superando pezzi indecenti di arretratezza interna. L’effetto moltiplicatore di ricchezza non è legato tanto alla loro spesa, ma al farlo puntando ad aumentare la produttività. Che sia un’occasione irripetibile sembra una frase fatta, ma a sentire tanta politica sembra ci si rassegni alla disfatta. Crescere si può eccome, mettendosi al passo e al vento del Mondo che chiede i nostri prodotti. Il che comporta investire nella formazione, gettando alle ortiche la ridicolaggine di esami di Stato passati dal 99.9% dei candidati. Comporta aiutare chi ne è fuori ad entrare nel mondo del lavoro, non a restarne fuori. Puntare a che le aziende abbiano margini per investire in innovazione, non solo per la contrattazione salariale. Ricordarsi che la sovranità è data dalla credibilità, non dalla sempre insufficiente prodigalità. Se cominciamo a dire che a 35° percepiti (da chi? come?) si smette di lavorare, anziché approntare pause e rinfresco, si perpetua l’idea che il lavoro sia una disgrazia e non una conquista (inoltre facendo finta di non sapere che in quei lavori all’aperto il tasso di irregolarità è alto, senza cassa integrazione e non seriamente contrastato).

Il cantiere nel Pnrr non è solo la capacità di redigere progetti e dare loro attuazione nei tempi e nei modi stabiliti. Onestamente. È già molto, ma è solo una parte, perché il resto consiste nell’accompagnare quegli investimenti con i cambiamenti, con le necessarie riforme. Alcune realizzate, altre impostate, altre ancora da farsi. Accarezzare rendite e star dalla parte di chi vuol proteggere il proprio mercato impedendone la crescita è la ricetta sicura per il declino.

La maledizione dei riformisti è di doversela vedere da soli contro corporazioni e rendite, nel mentre i massimalisti son lì a lamentare che non è mai abbastanza. Questa trappola ci inchioda da trenta anni. Invece crescere si può, si deve ed è la sola cosa socialmente sana che possa farsi.

La Ragione

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Avversari non nemici


Giorgia Meloni e il fascismo 11 giugno 1984. Passò a miglior vita Enrico Berlinguer. Due giorni più tardi ai funerali parteciparono un milione di cittadini. Al feretro del segretario del Pci, tra lo stupore dei presenti, giunse anche Giorgio Almirante. Il

Giorgia Meloni e il fascismo


11 giugno 1984. Passò a miglior vita Enrico Berlinguer. Due giorni più tardi ai funerali parteciparono un milione di cittadini. Al feretro del segretario del Pci, tra lo stupore dei presenti, giunse anche Giorgio Almirante.

Il 22 maggio 1988. Fu la volta del leader del Msi. Alle esequie gli resero onore Nilde Iotti e Giancarlo Pajetta. Sono trascorsi più di trent’anni. Un’altra epoca, altri uomini, un’altra politica. Ma soprattutto, un’altra dignità della politica. Fatta di riconoscimento reciproco, di avversarie non di nemici.

Qualche sera fa, dopo un tweet della Fondazione Einaudi, mi è tornato alla mente questo episodio, alto, della storia politica italiana. Al solo affermare che Giorgia Meloni non possa essere chiamata fascista, attacchi sistematici – e a tratti violenti– si sono abbattuti sul profilo social della Fondazione che ho l’onore di presiedere.

Non scrivo per trovar conforto. Ho spalle sufficientemente larghe e conosco bene le perversioni della propaganda pre-elettorale e il fenomeno dei troll. Vorrei semmai riflettere sulla degenerazione che ci avvolge e di cui anch’io mi sento parte. Da liberale, condivido poco o nulla del programma di FdI.

Mi separano la visione del mercato, l’idea di Europa, la prospettiva del rapporto individuo-autorità. Credo nella concorrenza, come motore di progresso e benessere. Giorgia Meloni difende i balneari e i tassisti. Credo nel processo di integrazione europea e in istituzioni sovranazionali con più poteri. Fratelli d’Italia chiede maggiore sovranità nazionale. Mi riconosco in Alde, gruppo liberale al Parlamento europeo. Il leader di FdI è il presidente dei Conservatori.

La divisione non potrebbe essere più netta. Le differenze radicali che vi sono tra noi, tuttavia, non mi impediscono di riconoscere dignità alla sua proposta politica e anche ai progressi che ha fatto in questi anni. Durante l’ultimo trentennio, straziati dalla fictio cdx-csx, ci siamo buttati addosso fango e ingiurie. Comunisti! Fascisti! Le pseudo-coalizioni si sono rette sulla paura dell’altro.

Forse è giunto il momento di dire basta. Basta alla semplificazione e alla demonizzazione dell’avversario politico. Torniamo al pluralismo delle idee e al rispetto reciproco. Giorgia Meloni è una fascista? Sicuramente no. E tuttavia, a quel 24% di cittadini italiani che credono nella destra italiana, evidentemente delusi dalle scelte effettuate nelle ultime legislature, vorrei dire che i dazi doganali metterebbero in ginocchio il nostro settore produttivo, conducendo a licenziamenti e povertà.

Vorrei spiegar loro che meno Europa significa meno diritti, meno pace, meno progresso, meno ricchezza per tutti. Se in molti Paesi occidentali avanza una destra statalista e sovranista, il liberalismo ha il dovere di essere critico con sé stesso e riflettere sulle sue esternalità negative.

Spieghiamo ai cittadini perché credere nelle proposte liberali. Molto semplicemente, è il gioco della democrazia. E comunque, Giorgia Meloni non è fascista. Fatevene una ragione.

La Ragione

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Perdono


Se si chiede perdono si deve anche ammettere le colpe, senza remore, sinceramente, fino in fondo. Bergoglio ha fatto bene a chiederlo per il modo in cui la chiesa che ora lui guida si è comportata con i nativi. Se, però, le questioni di fede e quel che la

Se si chiede perdono si deve anche ammettere le colpe, senza remore, sinceramente, fino in fondo. Bergoglio ha fatto bene a chiederlo per il modo in cui la chiesa che ora lui guida si è comportata con i nativi. Se, però, le questioni di fede e quel che la fede detta non sono materia qui discutibile, diverso è per le questioni storiche e per le ricostruzioni ispirate a pregiudizi non condivisibili.
Tra il 1863 e il 1966 le organizzazioni cattoliche canadesi hanno sottratto ai nativi all’incirca 150mila bambini, per educarli secondo i dettami della fede ecclesiastica. Annesso a una di queste scuole è stato anche rinvenuto un cimitero, segreto, dove i piccoli morti venivano seppelliti. Gli abusi sono stati molti e vergognosi. Non fu, però, un trattamento riservato ai nativi d’America. I gesuiti lo praticavano anche in Italia, rapendo i bambini ebrei. Il piccolo Mortara, in quel di Bologna, fu sottratto con la forza alla famiglia e mai più restituito, semmai educato in seminario e ordinato sacerdote. L’uso della violenza per diffondere la fede intride ancora le mura di non poche sedi vaticane. A Roma, facendo pochi passi, ci si può spostare dal palazzo dove fu processato Galileo a quello in cui si amministrava la propaganda della fede, per giungere alla piazza dove fu arso vivo Giordano Bruno. Di tanto in tanto arrivano richieste di perdono (Wojtyla lo chiese per Galileo), ma nessuno dei richiedenti odierni ha alcuna responsabilità. Ovviamente. Lo chiedono a nome di una istituzione che agisce in continuità, universale e immutabile.
Se è così, però, Bergoglio ha provato a subordinare l’azione della chiesa, e dei gesuiti in particolare, alla volontà dei governi colonialisti. Perdonateci, per essere stati dalla loro parte. Ma la chiesa non era dalla parte del colonialismo, ne era semmai parte. E il colonialismo non è il male incarnato, che scontri per il dominio e schiavitù esistevano anche prima e perdurarono anche distante. L’avere scoperto nuovi continenti non è una colpa. Semmai un merito. Non vorrei che una eventuale associazione colonialisti debba chiedere scusa per non essere riuscita a fermare quanti approfittavano di scoperte e conquiste per convertire a suon di roghi, torture e rapimenti. È un inganno logico: non erano due mondi, ma il medesimo (già travagliato da guerre religiose interne, tanto che si convertiva con la violenza anche per evitare che a farlo fossero, magari civilmente, i protestanti pellegrini, già rinnegati e perseguitati).
Il mondo prima dell’arrivo dei coloni non era una specie di Tahiti à la Gauguin. Semmai è il mondo post Seconda Guerra Mondiale che ha generato filoni anti occidentali che pretendono l’Occidente sia la causa di tutti i mali, pretendendo “migliori” anche costumi e tradizioni che evocando un mondo perso. Senza che tutto il perduto debba essere rimpianto.
In ogni caso, Bergoglio e i suoi predecessori hanno un indiscutibile merito: presentatemi un pope ortodosso che chiede scusa per i domini russi o un monaco cinese che lo faccia per le pulizie etniche dell’impero. Che questo nostro mondaccio non sia poi malaccio lo dimostrano anche le richieste di perdono. Accettabili o meno.

La Ragione

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«La democrazia non è a rischio, quello che manca al Paese sono politici davvero capaci» intervista a Sabino Cassese su Il Messaggero


L’ex giudice della Consulta: i cittadini devono valutare i programmi, invece di pensare all’allarme destra Professor Sabino Cassese, le preoccupazioni per la possibilità che Giorgia Meloni vada a Palazzo Chigi le sembrano giustificate? «Se si è schierati

L’ex giudice della Consulta: i cittadini devono valutare i programmi, invece di pensare all’allarme destra

Professor Sabino Cassese, le preoccupazioni per la possibilità che Giorgia Meloni vada a Palazzo Chigi le sembrano giustificate?


«Se si è schierati da una parte opposta sì, perché si teme di essere perdenti; se la preoccupazione invece riguarda la tenuta del sistema politico costituzionale introdotto 74 anni fa, le preoccupazioni non sono giustificate. Ritengo che libertà e democrazia, ai diversi livelli del potere politico (cioè Unione europea, Stato, regioni, comuni) siano sufficientemente radicati per non temere che una forza politica, di destra o di sinistra, possano metterli in dubbio. Diversi i timori che possono sorgere da esperienze recenti di altri Paesi, come l’Ungheria. Ma ritengo che un certo grado di verticalizzazione del potere possa essere realizzato senza violare lo Stato di diritto e le libertà, perché l’Italia ha anticorpi sufficienti per mettere in guardia e correggere derive o illiberali, o non democratiche. Se questi non bastassero, ci sono i vincoli esterni di degasperiana memoria, sui quale tanto insistette Guido Carli».

Perché anche i suoi alleati di centrodestra sembrano così ostili a questa ipotesi? Sono solo calcoli politici? Meloni capo del governo sancirebbe la fine di una lunga stagione della politica italiana, in cui il polo conservatore si è identificato in Berlusconi e nella Lega.


«La fluidità e la frammentazione dell’elettorato italiano, che si riflettono nelle forze politiche, nonché le ulteriori suddivisioni tra le forze politiche (non dimentichiamo i guelfi e i ghibellini), fanno sì che alla concorrenza tra le coalizioni si accompagni la concorrenza nelle coalizioni».

C’è anche una motivazione sessista?


«Mi auguro proprio di no: sono 74 anni che vige la Costituzione; essa dispone che tutti i cittadini sono eguali, indipendentemente dal sesso. Il fatto che la leader di Fratelli d’Italia sia donna dovrebbe, al contrario, giocare a suo favore, visto che finora alla Presidenza del Consiglio dei ministri sono andati uomini e che dei circa 5mila membri del governo solo meno del 7 per cento è stato di sesso femminile».

A Fratelli d’Italia viene rimproverata la sua origine di partito di destra radicale e nostalgica.


«Più che storie pregresse credo che sia importante il giudizio degli italiani sui programmi. Mi aspetto che cittadini maturi valutino le forze politiche in base alle risposte che esse danno a domande del tipo seguente: vi preoccupa il calo demografico del nostro Paese e quale rimedi pensate di poter introdurre per evitarlo? Come vorreste porre rimedio alle debolezze del servizio sanitario nazionale, che conoscevamo e che sono state messe in luce dalla pandemia? Quali provvedimenti proponete di adottare per contrastare il declino della scuola, migliorare il tasso di scolarizzazione del nostro Paese, aumentare gli anni della scuola dell’obbligo, evitare gli abbandoni, motivare gli insegnanti? Questi ed altri problemi simili debbono essere il metro di paragone per giudicare le forze politiche, quando si presentano all’elettorato».

L’altra critica che si rivolge a Fratelli d’Italia riguarda la carenza di una classe dirigente adeguata: le sembra un partito in grado di esprimere figure politiche e amministrative di livello, adeguate a guidare il Paese in un momento così difficile?


«Non conosco a sufficienza i quadri dirigenti di Fratelli d’Italia. So che nella nostra tradizione buoni politici sono venuti o dall’esperienza delle amministrazioni locali, oppure dalle professioni, oppure dalla classe insegnante. Se potessi dare un consiglio alle forze politiche, suggerirei di portare in Parlamento anche qualche persona che si è formata nell’alta amministrazione, perché la politica separata dall’amministrazione corre il rischio della irrealtà. Penso che le forze politiche dovrebbero riservare qualche posto tra i candidati a tecnici capaci, per ripetere l’esperienza fatta da altri politici in passato (penso a Craxi che volle Giugni in Parlamento perché sapeva che i problemi del lavoro sarebbero stati centrali in quegli anni). Insomma, una classe dirigente si forma nella società civile, nelle sue strutture. Questo perché le strutture di partito sono divenute, ormai da numerosi anni, esangui. I partiti, che dovrebbero essere lo strumento principale della democrazia del Paese, sono essi stessi non democratici».

Intervista di Pietro Piovani su Il Messaggero

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Senza capo né coda


A destra sostengono d’essere tre alleati, l’uno diverso dall’altro, ma chi sarà il leader, chi guiderà l’alleanza e, quindi, chi andrà a Palazzo Chigi lo decideranno gli elettori. Nel senso che lo sarà e ci andrà chi dei tre prenderà più voti. Sembra una

A destra sostengono d’essere tre alleati, l’uno diverso dall’altro, ma chi sarà il leader, chi guiderà l’alleanza e, quindi, chi andrà a Palazzo Chigi lo decideranno gli elettori. Nel senso che lo sarà e ci andrà chi dei tre prenderà più voti. Sembra una teoria democratica, in realtà è una vigliaccata. Gli elettori decidono da chi farsi rappresentare nelle Assemblee legislative, forse (ma questo è negato da tempo) decidono chi vince, ma non possono decidere chi guiderà un gruppo politico, perché la democrazia funziona all’opposto: le forze politiche stabiliscono quale è la loro linea politica e chi la incarna, salvo gli elettori premiarla o meno. Se si capovolge il ragionamento non si ottiene più democrazia, ma più tasformismo, per giunta ipocritamente ispirato a un falso senso democratico: mi piego alla volontà degli elettori.

Un elettore di destra vota Fratelli d’Italia perché apprezza la linea nettamente filo atlantica, però prende più voti la Lega e deve sorbirsi un governo guidato da chi inneggiava a Putin. Non ha senso. È un imbroglio. Oppure vota per il centro popolare europeo ed europeista, rappresentato da Forza Italia, e poi si becca un governo guidato dall’estrema destra eurorepellente o da un sovranista antieuropeo. Non ha senso. È un imbroglio.

Oltre a essere un imbroglio è una dichiarazione preventiva di inaffidabilità, un annuncio d’incoerenza, una manifestazione di guide che si mettono al seguito: siamo i rappresentati di un’idea, ma se per andare al governo ci tocca sostenere l’opposto lo facciamo di buon grado, perché lo hanno deciso gli elettori. Non ha senso. La democrazia è altra cosa: sostengo una tesi e con quella governerò, se avrò i voti, altrimenti farò l’oppositore. In fondo “una tesi vale l’altra” è anche peggio di “uno vale uno”

Solitamente ricorre un’obiezione: già governiamo assieme in regioni e comuni, sicché funzionerà anche al governo nazionale. A parte il fatto che non è vero, perché già ripetutamente non ha funzionato, forse sfugge alla destra che questa era la tesi sostenuta dai comunisti, nel secolo scorso: governiamo con i socialisti negli enti locali, perché non dovremmo farlo al governo nazionale? Perché sono cose diverse, difatti i voti non li ebbero mai.

A proposito di sinistra: encomiabile l’entusiasmo ripetitivo con cui annunciano di avere irreversibilmente rotto con il mondo pentastellato, ma l’affidabilità di tale stabilità fa a cazzotti con il fatto che ancora una decina di giorni addietro sostenevano l’opposto. Con altrettanto ripetitivo entusiasmo. Quel che era strategico ieri è divenuto inaccettabile oggi. Il che depone maluccio sulle capacità di visione strategica.

E c’è di più: il contenuto più convincente della sinistra è l’intenzione di opporsi alla destra, il che dimostra una povertà di contenuti che non è manco lontanamente verdeggiata dai riferimenti ambientali, una povertà spiazzata da una destra che fa decidere agli altri quale sarà la liea politica e il capo. Così si viaggia verso le urne senza né capo né coda.

Il migliore riassunto lo si legge in forze politiche che hanno governato assieme e assieme hanno scelto (giustamente) di proteggere la sicurezza energetica dell’Italia con nuovi interlocutori e approvvigionamenti, compreso il gas liquido, salvo poi, a Piombino, fare a gara a chi capeggia la protesta contro il rigassificatore. Senza che i vertici nazionali intervengano a correggere le rappresentanze locali. Partiti senza linea univoca, senza capo e con code che si dimenano come quelle perse dalle lucertole.

Brutto debutto di campagna elettorale. Elenchi di buone cose senza cenno alcuno a strumenti e tempi. Sgravi e aumenti promessi senza cenno alcuno alle coperture. Ecologismo non smaltibile. Il tutto sperando che a renderlo un friccico attraente provvedano le contrapposizioni personali, solo che, viste le persone, l’effetto è opposto.

Intanto alla maturità passa il 99.9% e nessuno pensa di dovere dire o fare qualcosa. Stipendifico ed esamificio. La scuola che sembra piacere.

La Ragione

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“Noi liberali puri non staremo con chi fa alleanze pre-elettorali” intervista a Giuseppe Benedetto su Il Giornale


Nella grande corsa al centro, c’è un aggettivo oggi particolarmente in voga: liberale, «solo che in troppi ne abusano e qualche volta lo confondono con liberal, che in America sta per liberaleggiante e progressista, un concetto tipicamente di sinistra». A

Nella grande corsa al centro, c’è un aggettivo oggi particolarmente in voga: liberale, «solo che in troppi ne abusano e qualche volta lo confondono con liberal, che in America sta per liberaleggiante e progressista, un concetto tipicamente di sinistra». A mettere i puntini sulle «i» è Giuseppe Benedetto, presidente di Fondazione Einaudi, centro di ricerca costituito nel 1962 da Giovanni Malagodi che promuove la conoscenza e la diffusione del pensiero liberale.

Lei presiede il neonato comitato di garanzia dei liberali, democratici, repubblicani europei. Lo avete presentato il 7 luglio assieme Carlo Calenda e Benedetto della Vedova, segretario di +Europa. Ora però quei liberali sembrano pronti ad allearsi con il Pd di Enrico Letta. Deluso?


«Ho sempre sostenuto che le alleanze pre-elettorali sono una bufala tipica soltanto della politica italiana. Sono quelle che non si basano su una identità culturale e politica ma sono solo strumentali ad acchiappare voti contro qualcuno e poi, inesorabilmente, determinano l’ingovernabilità».

Quindi è deluso o no?


«Purtroppo rispetto al 7 luglio, i tempi sono precipitati e ci troviamo incredibilmente alla vigilia del voto. Personalmente preferisco attenermi alle dichiarazioni programmatiche fornite da Azione, +Europa, e Italia Viva che si riconoscono nel gruppo dei liberali europei Renew Europe. E che quindi devono correre da soli perchè un partito di vera ispirazione liberale non può che far parte di un polo terzo».

Però intanto i movimenti al centro sembrano proprio orientati a rimpinguare i voti del polo di centrosinistra.


«Se saranno coerenti correranno da soli, ma se dovessero fare alleanze pre-elettorali, noi non ci saremo; il nostro compito è solo quello di fornire il patrimonio di idee del pensiero liberale e repubblicano, confrontandoci con l’European Liberal Forum che comprende una 50ina di fondazioni come la nostra. Ma non sarà un caso se da 25 anni non vado a votare…».

In quanto liberali sostenevate il governo Draghi. Che cosa pensa dei transfughi di Forza Italia?


«Guardi, il vero errore è stato non sostenere l’elezione di Draghi al Colle, che avrebbe dato all’Italia un settennato di garanzie. Quanto ai transfughi, a fine legislatura non mi scandalizzano. Non come i 300 che hanno cambiato casacca a legislatura in corso. Ripeto, 300. Pensi in 50 anni di prima Repubblica lo hanno fatto in 17…».

L’intervista di Mimmo Di Marzio su Il Giornale

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Fare voto


Turarsi il naso e votare per la centralità democristiana, fu l’invito di Indro Montanelli, nel 1976. Il Partito comunista, strettamente legato alla Mosca sovietica, puntava al “sorpasso”. Che non ci fu, né ci sarebbe poi stato. Oggi il problema non è tura

Turarsi il naso e votare per la centralità democristiana, fu l’invito di Indro Montanelli, nel 1976. Il Partito comunista, strettamente legato alla Mosca sovietica, puntava al “sorpasso”. Che non ci fu, né ci sarebbe poi stato.

Oggi il problema non è turarsi il naso, tanto più che i seguaci della Mosca imperialista si trovano sia a destra che a sinistra. Oggi si devono aprire gli occhi.

Quel che si vede non è bello. Ma si vive e si sceglie nel presente e nel reale. Non trovare l’ottimo non è un buon motivo per agguantare il pessimo. Una bussola elettorale si può usare, per scegliere la direzione a ragion veduta.

Primo punto cardinale: votare contro gli “altri” è da sciocchi. Intanto perché gli uni e gli altri sono ancora nel medesimo governo. C’è di più, perché il Pd pensa sé stesso come unico difensore dell’“agenda Draghi”, i fuoriusciti pentastellati sono ancora lì che piangono perché Draghi era il difensore degli interessi italiani (avendo fatto l’opposto di quel che loro stessi avevano cominciato a fare nel 2018), mentre FI e Lega giurano che avrebbero tanto voluto un Draghi bis, uguale al primo, ma senza lo stellario, che da cinque che erano divennero milioni di milioni, come i salami.

Votare gli uni per fermare gli altri è privo di razionalità. Piuttosto, vista tanta concordia sul Draghi che non c’è più, si facciano dare una copia del programma di governo, che peraltro sostennero, e la firmino come impegno per il futuro. Altrimenti sono, come s’è dimostrato sui tassisti, dei bugiardi.

Secondo punto cardinale: gli elettori valutino quanto i loro preferiti intendano veramente, come dicono, proseguire sul cammino tracciato. Non si tratta di giudicare la coerenza, che saremmo ridicoli anche solo a porci il problema, dopo le orge trasformiste. È questione più immediata e materiale: la Banca centrale europea ha varato un meccanismo di contenimento degli spread, che è illimitato nella portata, ma condizionato nelle premesse.

Si devono avere i conti in ordine, quindi non avere colpe rispetto alla speculazione che agisce. Si deve avere un programma di contenimento della spesa pubblica, ovvero l’opposto dello scostamento di bilancio che chiedevano a gran voce e Draghi negava (c’è pure quello, nell’agenda).

E si deve essere in regola con gli adempimenti del Pnrr. Ovvero continuare le riforme. Il che si lega al primo punto: sono pronti, tutti i partecipanti alla maggioranza Draghi, a sostenere quel che proposero anche se le elezioni fossero vinte dagli altri? Nel caso (probabile) di risposta evasiva, vuol dire che si sta puntando allo sfascio per impedire al vincitore di governare. Non proprio una condotta patriottica.

Terzo punto cardinale: atlantismo ed europeismo non sono due voci del menù, ma ingredienti del solo piatto che ci ha messi sulla strada della prosperità economica, della libertà e della sicurezza. Ovvio che dentro la Nato e dentro l’Ue ci stai sostenendo i tuoi interessi e le tue idee, ma altrettanto ovvio che chi anche solo immagina di poterne essere fuori è un nemico degli interessi indisponibili dell’Italia.

A sinistra c’è chi se la prese con i “vincoli” e se la prende con la Nato. A destra c’è chi ama la Nato e detesta l’Ue. Vale per tutti: le scelte fatte da uomini come De Gasperi e Parri (si veda l’ottava pagina) furono sagge, inscindibili e non revocabili. Aggiungere un “ma” significa già imbrogliare.

Quarto punto cardinale: tutti hanno fallito nel mettere in coerenza sistemi istituzionale ed elettorale. Ciascuno non sarà capace di governare seguendo le bubbole che s’appresta a raccontare.

Tutti hanno avuto e hanno alleati incoerenti con quel che dicono. Da questo punto di vista più li osservi e meno li voti. Il fetore si sente anche a naso turato. Ma ciò deriva anche da noi, da elettori che chiedono le riforme riguardino sempre gli altri. Quel che si vede e quel si fiuta è frutto dei nostri voti. Da qui a settembre cercheremo di capire se cambiare possa non essere il disertare.

La Ragione

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