Norme e messaggi, se la legge diventa un simbolo


Provvedimenti dal contenuto volutamente vago e impreciso, che lasciano una amplissima sfera di libertà nell’interpretazione che ne daranno amministratori e magistrati Dalla legge-comando alla legge-simbolo. Forse i giuristi devono rivedere il modo in cui

Provvedimenti dal contenuto volutamente vago e impreciso, che lasciano una amplissima sfera di libertà nell’interpretazione che ne daranno amministratori e magistrati


Dalla legge-comando alla legge-simbolo. Forse i giuristi devono rivedere il modo in cui suddividono e classificano la legislazione. Il decreto sul rave party ha suscitato e sta suscitando proteste per il fatto che i suoi contenuti potrebbero in futuro prestarsi a interpretazioni lesive del diritto costituzionale di radunarsi e manifestare. Il Foglio ha subito indicato alcune evidenti somiglianze fra questo decreto e il disegno di legge Zan, bocciato dal Parlamento nella passata legislatura. In entrambi si intravvede una ispirazione panpenalista (anche se di segno politico opposto), la spinta ad allargare l’area dei comportamenti penalmente punibili.

Ma c’è forse anche un altro aspetto da considerare. I due provvedimenti in questione ma anche tanti altri decreti e tante altre leggi che non hanno attirato uguale attenzione da parte dell’opinione pubblica, hanno una cosa in comune. Non sono complessi di norme che, grazie alla loro chiarezza, al loro rigore e alla loro precisione, debbano essere applicati da un’amministrazione a cui restano margini di interpretazione ristretti e sul cui rispetto sia chiamata a vegliare la magistratura. No, sono leggi dal contenuto volutamente vago e impreciso, leggi che, a causa della loro fattura, lasciano una amplissima sfera di libertà nell’interpretazione che ne daranno amministratori e magistrati. I giuristi si mettono le mani nei capelli e parlano di analfabetismo giuridico dei nostri politici.

Ma a parte il fatto che nella schiacciante maggioranza, se non nella totalità di questi testi, ci mettono le mani i funzionari, il problema è che invocare una vera o presunta incapacità tecnico-giuridica non è sufficiente. E forse è persino sbagliato. Perché potrebbero essersi verificati cambiamenti strutturali, che, giunti a questo punto, rendono superflua la competenza giuridica. Anzi tale competenza, in molti casi, potrebbe essere addirittura un ingombro. Questo vale per molte leggi e, sicuramente, per tutte le leggi che hanno, dal punto di vista di chi le confeziona, un valore politico-identitario.

In questi casi ciò che conta della legge non è altro che il «messaggio» che si manda ai propri elettori nonché l’indirizzo di massima a cui si invitano amministratori e magistrati ad attenersi. Tanto, comunque, toccherà a loro, (amministratori e magistrati), e solo a loro, dare delle norme l’interpretazione che preferiscono e, eventualmente — ma è raro che ciò avvenga — sostituire rigore a sciatteria, chiarezza a confusione. Se la legge non è altro che un messaggio e un indirizzo politico di massima non c’è bisogno di altra competenza se non quella politica, la capacità di agire con efficacia entro l’arena politica.

Il cambiamento strutturale riguarda il declino relativo della politica rappresentativa e il contestuale rafforzamento della potenza delle magistrature e dei vertici dell’amministrazione civile. È un processo in atto da decenni, da quando entrò in crisi il sistema dei partiti che aveva dominato la Repubblica dalla fine della Seconda guerra mondiale fino ai primi anni Novanta.

Da allora, ai partiti con il fortissimo radicamento sociale di un tempo si sono sostituite formazioni politiche molto più fragili al servizio dei rispettivi leader. Inoltre, causa la forte eterogeneità delle coalizioni di governo , non è mai stato possibile dare vita a esecutivi forti e stabili. La debolezza della politica, mentre, dal lato dell’elettorato, generava frustrazione, elevata mobilità elettorale, alto astensionismo e movimenti di protesta, dal lato dei rapporti fra governi, amministrazione e magistrature, consolidava una tendenza i cui inizi risalgono alla rivoluzione giudiziaria dei primi anni Novanta: lo spostamento del baricentro del potere dalla politica rappresentativa alle istituzioni amministrative e giudiziarie.

Oggi, si dice (forse troppo frettolosamente) che si è ricostituito un potere politico forte con la vittoria delle destre. Per giunta, lo stato comatoso dell’opposizione lascia pensare che la destra potrebbe governare più o meno indisturbata per più di una legislatura. Vedremo. Ma resta comunque il fatto che anche una leader con la forza e le capacità di Giorgia Meloni si trova alla testa di una coalizione di governo sgangherata. Come tutte le precedenti coalizioni di governo.

C’è da dubitare che possa riuscire a ribaltare i rapporti di forza fra politica rappresentativa e Stato burocratico-giudiziario. E, anzi, potrebbe contribuire ad aggravare il problema. Più leggi-simbolo vengono accatastate, più libertà di interpretazione si assegna a amministratori e magistrati e più si espande lo spazio della politica «burocratico-giudiziaria» (l’autonoma attività degli apparati dello Stato) a scapito dello spazio di cui dispone la politica rappresentativa.

Al momento, ciò che chiamiamo democrazia, ossia la politica rappresentativa, è ancora insostituibile. Fornisce la necessaria legittimazione, e le necessarie coperture, senza le quali lo Stato burocratico-giudiziario non potrebbe reggersi in piedi. La democrazia rappresentativa è ancora l’unico gioco politico ufficialmente possibile, l’unico che porti stampato il bollino della legalità (costituzionale). Legalità e legittimità politica non sono sinonimi e possono non coincidere ma in questo caso sì.

Al momento, e nonostante tutti gli sfilacciamenti, anche gravi, che si verificano praticamente ovunque, la democrazia rappresentativa gode ancora di forti protezioni nel mondo occidentale. Basti pensare al club europeo. Non se ne può fare parte se non si è una democrazia. L’Ungheria che ne ha indebolito alcuni istituti, è diventata un sorvegliato speciale. Anche la Polonia era nella stessa condizione ma poi la guerra in Ucraina, la sua posizione anti-russa e la sua collocazione strategica, hanno messo momentaneamente la sordina alle proteste per certe sue scelte istituzionali di segno illiberale.

In ogni caso, la democrazia, in Occidente, gode ancora di forti sostegni interni e di una rete di ancoraggi internazionali. Ma se quella rete si indebolisse troppo, che accadrebbe a un Paese come il nostro? Al momento, e si spera anche in futuro, lo Stato burocratico-giudiziario non può disfarsi della politica rappresentativa. Non può farlo perché ha cento teste e non una soltanto. E non può farlo perché non dispone di una fonte di legittimazione autonoma. Ma se la crisi della democrazia in Occidente dovesse aggravarsi, un giorno le cose potrebbero cambiare. Chi continua ad apprezzare la democrazia nell’unica forma possibile, quella rappresentativa, spera che quel giorno non arrivi mai.

Il Corriere della Sera

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Roma e Milano piazze inconciliabili, sulla pace il Pd tagli la sirena populista


Da una parte lo spirito adolescenziale del corteo della Capitale a cui hanno partecipato i dem, dall’altra un doloroso realismo che fa davvero i conti con il conflitto. Miope non capire le differenze La reazione civile del nostro Paese al conflitto in cor

Da una parte lo spirito adolescenziale del corteo della Capitale a cui hanno partecipato i dem, dall’altra un doloroso realismo che fa davvero i conti con il conflitto. Miope non capire le differenze


La reazione civile del nostro Paese al conflitto in corso in Ucraina, che si è manifestata nelle adunate di piazza a Roma e a Milano nei giorni scorsi, rivela plasticamente due atteggiamenti politici differenti e antitetici nei confronti del dramma della guerra. Se la ragione di fondo che ha portato migliaia di cittadini a prendere parte a queste due manifestazioni è il rifiuto della guerra e l’esigenza comune della pace, la differenza inconciliabile tra di esse è il giudizio sul valore della resistenza ucraina.

Da Roma il giudizio è che l’Italia, nel nome della pace, dovrebbe sottrarsi al compito intrapreso sino a oggi di fornire armi al popolo ucraino, perché in questo modo si sta contribuendo a fomentare una fatale escalation bellica dagli esiti incerti e potenzialmente devastanti per l’intero pianeta. Questo giudizio rende ancora una volta inevitabilmente contraddittoria la presenza del Pd in quella piazza, poiché questo partito ha sempre coerentemente perseguito una linea di solidarietà politica e militare con il popolo ucraino. Sintomo che dovrebbe fare riflettere sullo stato di disorientamento profondo nel quale esso si trova.

Il problema non sono stati gli insulti rivolti a Letta, ma la sua presenza in quella piazza accanto a quella di altri importanti dirigenti del partito. Ai miei occhi si tratta di un doppio segnale: la sua attuale classe dirigente non è all’altezza del compito di una sua rifondazione; l’oscillazione continua su grandi temi indica la presenza interna di due anime profondamente inconciliabili: una massimalista e una riformista. Fintanto che questo nodo gordiano non verrà tagliato, il Pd si troverà sempre più in affanno e privo di una identità politicamente definita.

Il pacifismo che si è manifestato a Roma esprime in sostanza la vecchia logica dell’equidistanza: né con la Nato, né con Russia. Lo stesso che accadeva a sinistra sinistra nel tempo del terrorismo: né con lo Stato né con le Br. È quella logica del né/né che continua a permeare parti significative del Pd. Se la guerra è stata generata da una ambizione neo-imperiale e neo-coloniale che sospinge il totalitarismo di Putin a rivendicare la supremazia sui territori di un altro Paese giudicato strategicamente significativo, è necessario e doveroso aiutare il popolo aggredito con tutti i mezzi a nostra disposizione. Non dunque né/né, ma solidarietà piena alla democrazia offesa, alla libertà di un popolo e di uno Stato sovrano.

Indubbiamente la piazza di Milano appare agli occhi di quella di Roma come una piazza cinica e guerrafondaia. Ma il sillogismo della piazza romana resta purtroppo un sillogismo da anima bella: la guerra è in sé un orrore e, dunque, bisogna fermarla. Bisogna uscire dalla nostra inermità, afferma intrepidamente il vero leader politico di quella piazza e cioè Giuseppe Conte. Il carattere adolescenziale del movimento che guida ha trovato effettivamente un giusto erede. Sì, perché uscire dalla nostra inermità significherebbe consegnare il popolo ucraino, privato di armi e del sostegno delle sanzioni anti-russe, al disarmo impotente di fronte ad un aggressore spietato. L’appello alla pace e alla forza dissuasiva della parola di fronte ad una volontà criminale è sempre impotente.

In realtà, tutti noi avremmo voluto essere nella piazza di Roma, come tutti noi vorremmo credere che l’essere umano sia un essere di pace, dedito all’amore per il prossimo, disposto all’altruismo e alla amicizia. Ma il sogno adolescente del “mondo buono” si dissolve sotto i colpi acidi della realtà. Quella del pacifismo populista è la posizione che Hegel attribuiva all’anima bella che pretende di giudicare la storia dall’alto della sua condizione di purezza ideale senza accorgersi che lei stessa è intaccata sin nelle sue radici dall’infezione della storia. La piazza di Milano appare pertanto, nel suo realismo ostinato e doloroso, la piazza della vita adulta, del carattere duro, spigoloso, persino antipatico della vita adulta. Significa tenere la barra dritta, non rincorrere le illusioni puberali del populismo di ogni sorta.

Avere il coraggio politico di sostenere la necessità della guerra per difendere una pace che non sia una resa all’aggressore. È lo stesso atteggiamento – fatte le dovute proporzioni – che si dovrebbe tenere nei confronti delle nuove generazioni ecologiste che imbrattano i capolavori della nostra arte e bloccano il traffico nel nome della salvezza del pianeta mostrando come la difesa di un giusto ideale che non sa trovare i mezzi politici adeguati si trasformi fatalmente in un boomerang che rende quella stessa causa invisa. L’irresponsabilità adolescenziale della piazza romana consiste nel porre Russia e Ucraina sullo stesso piano.

In questo modo il pacifismo si ribalta su se stesso e diviene uno dei maggiori alleati del progetto neo-imperiale e neo coloniale di Putin. L’appello alla parola e al dialogo, alla pace e alla fine del conflitto che non tiene conto della realtà dei fatti, appare come una consegna di un intero popolo alla violenza criminogena della Russia putiniana. La piazza di Milano si rileva perciò come una piazza austera e severa. Non c’è niente da festeggiare. Nessuna bandiera arcobaleno. Per lo più solo bandiere ucraine. La guerra deve continuare, dichiara il “mostro” Zelensky, perché un popolo ha diritto alla sua libertà.

Ma cosa ci faceva il Pd nella piazza di Roma? Ancora una volta mescolato all’equivoco populista di una pace invocata a slogan contro ogni esigenza di giustizia per il popolo ucraino? Cosa ci facevano lì i suoi dirigenti che ancora oggi rivendicano incomprensibilmente il valore politico della loro presenza? Non sarebbe l’esistenza stessa di queste due piazze a gridare la necessità di una dimissione politica di massa dell’attuale gruppo dirigente? Milano non è Roma.

Sono due piazze dell’anima che non si possono confondere. In quella piazza decide di stare il Pd nel suo prossimo futuro? È vero che molti di quelli che sono stati a Milano avrebbero voluto essere a Roma perché l’esistenza della guerra apre in ciascuno di noi un dissidio profondo. Ma la politica implica il peso delle scelte e delle decisioni.

Scegliere Milano e non Roma è tagliare con la sirena populista, è fare i conti con il carattere inemendabile della realtà. Invocare la pace quando la guerra è necessaria a salvare la libertà è una scelta politica che ha delle conseguenze profonde. Come può il Pd ignorare queste conseguenze? Come può non distinguere tra la piazza di Milano e quella di Roma?

La Stampa

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Einaudi l’austriaco


Mises e Hayek, liberisti incompresi. Il ritardo con cui l’Italia li recepì (e si vede), poi recuperato grazie all’economista che salì al Quirinale La prima recezione nel nostro paese delle teorie formulate dagli esponenti della Scuola austriaca di economi

Mises e Hayek, liberisti incompresi. Il ritardo con cui l’Italia li recepì (e si vede), poi recuperato grazie all’economista che salì al Quirinale


La prima recezione nel nostro paese delle teorie formulate dagli esponenti della Scuola austriaca di economia è avvenuta in ritardo e con difficoltà. Apparsi originariamente nel 1871, i “Grundsätze der Volkswirtschatslehre” di Carl Menger sono stati tradotti in italiano solamente nel 1909 e sono stati accompagnati da una prefazione in cui Maffeo Pantaleoni affermava che la prima lacuna dell’opera stesse nella mancanza della “concezione dell’equilibrio generale economico”.

Il maggior pregio delle pagine mengeriane, la spiegazione del processo economico tramite le scelte individuali, veniva in tal modo presentato come il loro maggiore limite. Per avere una più attenta valutazione del contributo teorico della Scuola austriaca di economia, occorrerà attendere Luigi Einaudi, il quale ha visto in tale Scuola una fervida fucina di strumenti concettuali e una straordinaria fonte di impegno morale. Avendo in mente soprattutto Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek, Einaudi non ha esitato a scrivere: “Pretendono costoro di spiegare (…) i fatti che accadono attorno a noi.

Alcuni di essi, i più pugnaci dell’eletta schiera, i giovani viennesi eredi della gloriosa scuola dei Menger, dei Böhm-Bawerk e dei Wieser pretendono, con quelle sottigliezze, di spiegare la vera causa della distruzione, la quale va compiendosi giorno per giorno sotto i loro occhi, della economia austriaca; e poiché la vera causa non è, se non in piccolissima parte, il divieto alla piccola Austria di unirsi alla grande Germania, essi difendono, senza farlo di proposito, l’indipendenza del loro paese”. Questi giovani economisti, i cui concetti hanno una rara “potenza chiarificatrice”, “danno speranza di diventare una delle maggiori forze spirituali del mondo”.

Nel momento in cui Einaudi esprimeva tale giudizio, aveva già una conoscenza diretta di Ludwig von Mises. Quest’ultimo si trovava nel 1926 negli Stati Uniti, con una borsa Laura Spelman, offerta dalla Rockefeller Foundation. Assieme a lui c’erano Johan Huizinga, Bronislaw Malinowski e altri. Facevano tutti parte di un gruppo di studiosi, impegnati in un tour di lezioni in varie università americane.

E’ stata un’esperienza che si è protratta per alcuni mesi e che si è conclusa con la partecipazione, presso la facoltà di Economia della Harvard University, a un dibattito presieduto da Frank W. Taussig. Einaudi e Mises si sono conosciuti in quella circostanza. E il loro scambio intellettuale è continuato per il resto della loro vita. Quando in fuga dal nazismo Mises ha trovato accoglienza negli Stati Uniti, stabilendosi a New York, Mario Einaudi gli ha reso visita, recandogli messaggi del padre. I coniugi Mises sono stati ospiti nell’agosto del 1953 al Quirinale e poi nel settembre 1961 a Dogliani.

Per ovvia questione anagrafica, i rapporti fra Hayek ed Einaudi sono nati più tardi. In una lettera del 19 marzo 1932, Einaudi ringrazia Hayek per l’invio dell’edizione tedesca di “Prices and Production” e gli promette una recensione su La Riforma sociale. Tale recensione appare subito dopo a firma di Attilio Cabiati. Non solo. Hayek aveva curato nel 1931 l’edizione tedesca dell’ “Essai sur la nature du commerce en général” di Richard Cantillon.

Ed Einaudi gli chiede l’autorizzazione a ospitarne, tradotta in italiano, l’introduzione su La Riforma sociale. La risposta di Hayek non tarda (25 marzo). Lo studioso austriaco accoglie con compiacimento la proposta: “Le sono molto grato per l’interesse rivolto al mio saggio su Cantillon e mi sentirò lusingato di vederlo sulla sua rivista”. Da raffinato bibliofilo, Einaudi possedeva una copia della prima edizione dell’“Essai”, recante la firma di Antoine-Laurent de Lavoisier, il grande chimico ghigliottinato sotto il Terrore. E, quando nel 1955 ha voluto rendere disponibile in italiano una nuova traduzione dell’opera di Cantillon, ha giudicato l’introduzione hayekiana come “il migliore strumento sinora venuto alla luce per la conoscenza della vita e del pensiero” di quell’autore.

L’attenzione rivolta da Hayek e da Einaudi all’“Essai sur la nature du commerce en général” non è questione di poco conto. Hayek si è soffermato su quell’opera nello stesso periodo in cui stava lavorando alle sue lezioni su “Prices and Production” che segnano il suo ingresso alla London School of Economics. Quelle lezioni si aprono esattamente con una citazione di Cantillon, riguardante il carattere sequenziale del processo inflazionistico: il fatto cioè che i prezzi non aumentano simultaneamente e che non tutti gli attori possono adeguare nella stessa misura le proprie remunerazioni. Cambiano così i prezzi relativi e, quando ciò avviene, si realizza una redistribuzione della ricchezza. A tutto ciò è stato dato il nome di “effetto Cantillon”. Il che costituisce uno degli elementi di base della teoria austriaca del ciclo economico.

La parte più significativa delle relazioni fra Hayek ed Einaudi si è svolta nel secondo dopoguerra. Lo studioso austriaco pensava già da tempo alla costituzione di quella che sarebbe poi stata la Mont Pèlerin Society, un’associazione internazionale fra i maggiori esponenti della cultura liberale. Lo stesso Hayek ha ricordato: “Ho abbozzato per la prima volta il progetto (…) davanti a un piccolo gruppo (la Political Society) presieduto da Sir John Clapham”. Era il 28 febbraio del 1944; la relazione di Hayek era titolata “Historians and the Future of Europe”; la riunione si teneva al King’s College di Cambridge, città in cui, dopo i primi bombardamenti di Londra, la London School of Economics si era trasferita.

Non appena ripristinate le comunicazioni postali, Hayek comincia a coinvolgere nel suo piano i più accreditati studiosi di orientamento liberale. E il 28 dicembre del 1946 invia una lettera a un cospicuo numero di destinatari, specificando che l’obiettivo sarebbe stato quello di costituire “un’associazione internazionale di studiosi, una sorta di accademia internazionale di filosofia politica”. Fra i destinatari italiani, ci sono Luigi Einaudi, Carlo Antoni e Costantino Bresciani-Turroni.

La copia pervenuta a Einaudi contiene delle aggiunte fatte di pugno, in cui c’è l’insistente richiesta di “sostegno” e di “collaborazione”. La risposta di Einaudi è del 22 gennaio del 1947. Egli era in quel momento impegnato, attraverso lo svolgimento di vari incarichi pubblici, nella ricostruzione dell’economia italiana. Nella sua lettera, si legge fra l’altro: “All’inizio dello scorso dicembre, ho avuto l’opportunità di incontrare a Zurigo il professor Röpke e il Signor Hunold, i quali mi hanno informato della riunione programmata per la prossima Pasqua nelle vicinanze di Vevey. Ho già dato loro, in via di principio, il mio consenso. Dico in via di principio, perché non posso prevedere, con tanto anticipo, quali saranno gli impegni derivanti dai miei doveri di ufficio. (…) Il prof. Antoni mi ha informato che verrà con piacere”.

Qualche giorno dopo, il 4 febbraio, Einaudi si dichiara disponibile ad aprire la discussione assieme a Hans Kohn e a Bertrand de Jouvenel. Ribadisce però l’impossibilità di dare certezza alla sua presenza. In realtà, Carlo Antoni è stato l’unico italiano a partecipare alla riunione costitutiva della Mont Pèlerin Society.

Nel corso della sua relazione introduttiva, Hayek ha tuttavia letto una lunga lista di studiosi che, seppure non presenti, avevano dato la propria adesione all’iniziativa. E, soffermandosi in occasione successiva su quei nomi, ha precisato che tutti hanno poi aderito alla Mont Pèlerin Society. Nella lista di quegli studiosi, compaiono Luigi Einaudi e Bresciani-Turroni (quest’ultimo aveva da poco curato l’edizione italiana di “Collectivistic Economic Planning”, il volume in cui Hayek aveva raccolto nel 1935 le maggiori critiche che fino al momento erano state formulate nei confronti dell’economia pianificata).

Il 20 settembre dello stesso anno, Hayek si trova in vacanza a Soprabolzano. E di lì invia una lettera manoscritta a Einaudi, con la quale annuncia di essere stato invitato a tenere due lezioni a Roma da Roberto Ago e di volere approfittare della circostanza per organizzare un incontro. Hayek prega Einaudi di rendere partecipi anche gli “amici” Bresciani e Antoni. Il segretario di Einaudi, Antonio d’Aroma, comunica il 30 settembre a Hayek, già a Roma, che l’incontro avverrà il giorno dopo a cena e che Bresciani-Turroni e la moglie passeranno dall’albergo (Ludovisi) e lo accompagneranno in automobile.

L’elezione di Einaudi al Quirinale non ha interrotto i rapporti con Hayek. Il carteggio lo testimonia ampiamente. Una lettera di Einaudi del 29 settembre 1951 si conclude con la seguente affermazione: “Non dimentichi che, nel caso abbia la possibilità di visitare l’Italia, sarò ben lieto di spendere qualche ora con lei”. Hayek avrebbe voluto che Einaudi aprisse i lavori della riunione di Venezia (settembre 1954) della Mont Pèlerin Society. Ha reso pubblica questa sua idea tramite una comunicazione del 27 marzo 1954, diretta ai membri dell’associazione. Ma non dava per certa la presenza dell’allora presidente della Repubblica italiana. Metteva al riparo il suo progetto con un “probabilmente”. In una lettera a Hayek dell’11 maggio 1954, Antonio d’Aroma prende tempo. Dichiara che gli impegni istituzionali di Einaudi non permettono ancora una decisione definitiva. E tuttavia, come aveva già osservato Antoni (lettera a Hayek del 23 aprile), forse Einaudi riteneva che la sua posizione non gli consentisse di fare quanto gli veniva chiesto.

Hayek avrebbe voluto Einaudi a Venezia. Ed Einaudi avrebbe voluto accogliere l’invito. Ma il ruolo da questi svolto in quel momento ha impedito alle loro personali preferenze di realizzarsi. Un ristretto gruppo di partecipanti a quella riunione della Mont Pèlerin Society ha comunque incontrato Einaudi. Era assente Mises, trattenuto a New York da ragioni di salute. Tramite Mary Sennholz, Einaudi gli ha mandato un caloroso messaggio. C’è testimonianza di ciò in una lettera del 4 giugno 1956, in cui Mises auspica di potersi presto rivedere. Einaudi ha partecipato, nel settembre del 1961 alla riunione della Mont Pèlerin Society, organizzata a Torino da Bruno Leoni. E’ stato quello il suo ultimo intervento pubblico. C’è un momento dei rapporti fra Luigi Einaudi e Hayek che merita una particolare sottolineatura. Era il 1945. Su suggerimento di Luigi Einaudi, il figlio Giulio chiede a Hayek, tramite l’agenzia Sanford J. Greenburger, i diritti per la traduzione italiana di “The Road to Serfdom”.

Il contratto viene firmato da Mario Einaudi. Trascorrono circa undici mesi, senza alcuna “diretta informazione” da parte della casa editrice. Hayek decide allora di rivolgersi a Luigi Einaudi. E scrive: “Ho comunque saputo da più di una fonte che, in conseguenza del mutamento delle convinzioni politiche dell’editore, la traduzione non viene fatta (…). Non desidero procrastinare a tempo indeterminato la pubblicazione della traduzione italiana del mio libro e le sarei molto grato se potesse assistermi nella chiarificazione di quanto accaduto e, se possibile, nella tutela dei miei diritti. Penso che, in considerazione del suo stretto legame con l’editore, potrebbe esserle facile aiutarmi. Ma se, e può essere possibile, ciò la rende esitante a interferire, avrà ovviamente la mia comprensione e agirò tramite i canali ordinari”.

La risposta di Luigi Einaudi è dell’8 febbraio 1946. E riporta il testo di una lettera firmata da un dirigente della casa editrice di Giulio Einaudi, formalmente rassicurante: “La preghiamo di scrivere al professor Hayek che è sempre nostra intenzione pubblicare ‘The Road to Serfdom’. Come impresa, non ci proponiamo di seguire una direzione politica di parte; abbiamo pubblicato e intendiamo pubblicare lavori di diversa tendenza, da Togliatti a Lippman, da Roepke a Schumpeter. Durante gli anni del fascismo, abbiamo perseguito, non senza pericolo, la stessa linea.

Il nostro scopo è dare un contributo alla rinascita morale e civile del nostro paese, su basi democratiche. Il ritardo nella pubblicazione del libro non è imputabile a noi; ma alla molto brutta traduzione fatta da una signora presentataci dal senatore Benedetto Croce. Dopo aver cercato di convincerla a migliorare il manoscritto, siamo stati costretti a restituirlo. La Signora Elena Craveri, figlia di Croce, ha anche lei considerato la traduzione improponibile. Stiamo ora cercando di assicurarci, prima possibile, una nuova traduzione”.

Al testo di tale lettera Luigi Einaudi aggiunge di suo di essere felice di potere fornire la spiegazione richiesta. Rammenta inoltre di essere stato egli stesso a suggerire al figlio di assicurarsi i diritti per l’edizione italiana dell’opera. Sembrava che tutto dovesse andare a buon fine. Ma non è stato così: perché la risposta fatta dare da Giulio Einaudi al padre e a Hayek si è poi rivelata un inganno. E la traduzione di “The Road to Serfdom” è apparsa da Rizzoli nel 1948.

Il Foglio

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Cronache di Lavoro & Welfare – Smartworking: una trappola per la produttività?


Il 15 novembre, alle ore 18.30, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, si terrà un incontro dal titolo “Smartworking: una trappola per la produttività?”. L’evento è il primo del ciclo di incontri “Cro

Il 15 novembre, alle ore 18.30, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, si terrà un incontro dal titolo Smartworking: una trappola per la produttività?”.

L’evento è il primo del ciclo di incontri “Cronache di Lavoro & Welfare”, un percorso composto di cinque sessioni, durante le quali saranno affrontati i maggiori temi di attualità inerenti la cosiddetta politica sociale. A questa materia, infatti, Luigi Einaudi si dedicò nel semestre di primavera del 1944 nei due campus universitari dell’Università di Ginevra e della Scuola di ingegneria di Losanna, tenendo un corso rivolto a studenti italiani iscritti nelle facoltà di giurisprudenza.

Durante questi seminari – in modo profetico – anticipava molte, per non dire tutte, le tematiche che avrebbero occupato e ancora occupano il campo di discussione del welfare state, dal salario alla previdenza, dall’assistenza sanitaria alla previsione di una pensione generale.

Relazione introduttiva:


Riccardo Fratini, Dottore di ricerca in diritto del lavoro e membro del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi

Intervengono:


Raffaele Bonanni, già Segretario Generale della Cisl e Presidente della Fondazione Spaventa

Cesare Damiano, Deputato della Repubblica e già Ministro del Lavoro

Roberta Toffanin, già Senatrice della Repubblica e imprenditrice

Modera:


Raffaele Marmo, giornalista

Il convegno sarà fruibile anche in diretta streaming sul canale YouTube e sulla pagina Facebook della Fondazione.

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Contare


In vista della legge di bilancio – in comprensibile ritardo a causa delle elezioni – ritoccate le previsioni di finanza. Comprensibile che serva un po’ di tempo, per impostare la legge di bilancio. Con una crescita dello 0,6% (quindi non la recessione), c

In vista della legge di bilancio – in comprensibile ritardo a causa delle elezioni – ritoccate le previsioni di finanza. Comprensibile che serva un po’ di tempo, per impostare la legge di bilancio. Con una crescita dello 0,6% (quindi non la recessione), con un deficit alto, ma non sfondando e, anzi, tagli alla spesa corrente (800 milioni nel 2023, 1,2 miliardi nel 2024 e 1,5 nel 2025, a valere sulle spese ministeriali). Continuità, quindi.

Alcune decisioni sono rivelatrici: riavviare le perforazioni e l’estrazione di gas dall’Adriatico – così come impostato dal governo precedente – dimostra un salutare pragmatismo, considerato che chi oggi governa (come tanta parte di chi oggi s’oppone) portò il proprio chiassoso e masochista (forse direbbero: antinazionale) contributo al referendum “NoTriv”. Si trivella, dunque. Fortunatamente sono stati incoerenti.

Ragionevole che i primi incontri fra il nuovo governo italiano e i vertici delle istituzioni dell’Unione europea siano serviti a presentarsi e prendere contatti. E, del resto, solo la propaganda antieuropeista poteva pensare esistesse una quale che sia preclusione verso un governo democratico: contano i fatti.

Visto che la propaganda ha portato alla vittoria, si torna alla realtà. Bene, quindi. Anche se risulta un filo retorico e azzardato sostenere che “ora” si vuole “contare di più”, perché sarà dura che l’Italia conti più di quel che le è stato possibile per un paio d’anni, a cura di un Draghi che non è stato affatto accomodante ma decisamente competente.

Ha ragione la presidente del Consiglio quando, dopo quegli incontri, ha affermato: «Ho smontato una narrativa». Vero, quella di chi descriveva le istituzioni europee come ostili ai nostri interessi nazionali. Dall’altra parte si era solo curiosi di sapere se il Paese più finanziato fosse veramente governato da chi considera i finanziatori «una banda di usurai».

Non è così e speriamo di averla chiusa lì, con quella stolta narrativa. Meloni ha anche fatto sapere di avere chiesto, per fronteggiare i guasti sul fronte dell’energia, di strutturare debito comune «sul modello Sure». Dove la notizia non è averlo chiesto (lo aveva già proposto il governo precedente, in accordo con la Francia), ma l’essersi accorti che esiste un «modello Sure» e che è già attivo del debito comune. Benvenuti nella realtà, che non coincide affatto con la precedente «narrativa».

Debito comune significa vincoli comuni. Corresponsabilità nell’onorarlo significa meno margini di autonomia nella spesa pubblica, quindi nella legge di bilancio. E qui si torna al punto di partenza, senza ancora approdo. Se si hanno debiti, vincoli e responsabilità comuni, poi non si può pensare di spendere a piacimento. I bilanci e i contribuenti di altri Paesi Ue rispondono anche delle nostre scelte, per questa ragione vincolate. Lo si tenga presente, cambiando «narrativa».

A tal proposito: ci sono crediti inesigibili, soldi che devo legittimamente avere e che so essere non incassabili, nel qual caso – sebbene con dolore – devo cancellare quel credito. Vale anche per cartelle esattoriali, tasse e imposte non pagate. Ma perché siano inesigibili occorre che si sia fatto tutto il necessario per esigerli, altrimenti la cancellazione si chiama condono.

E il condono è uno schiaffo agli onesti. Una pernacchia in faccia. Come lo è avere stabilito delle multe per chi non si vaccina e poi toglierle spiegando che ha avuto ragione a sottrarsi a un obbligo. Tale «narrativa» è l’opposto di “legge e ordine”, essendo prepotenza e disordine.

A settembre l’occupazione è cresciuta di 46mila unità, lo 0,2% in un mese e 316mila in un anno, +1,4%. La maggior parte sono contratti a tempo indeterminato. Cresce anche il numero dei giovani disoccupati (23,7% nella fascia d’età 15-24 anni), ma questo ha un suo risvolto positivo: non sono persone che hanno perso il lavoro ma che si sono decise a cercarlo, ritenendolo possibile. Dati, questi, coerenti con la crescita della ricchezza nazionale, che è stata positiva anche nel trimestre previsto in negativo. Questa è la realtà, ben diversa dalla trasversale «narrativa» elettorale.

Crescita e serietà hanno reso possibili margini significativi per finanziare aiuti per le bollette, che si aggiungo a quelli già attivi. Il realismo aiuta a contare, senza sbagliare i conti.

La Ragione

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Manifestare contro Putin per difendere noi stessi


Xi Jinping in un documento del 2012 diceva: “Ogni membro del partito ha il dovere di combattere ovunque e sempre i valori occidentali”. Valori che Vladimir Putin definisce “corrotti” e “decadenti” da almeno un quinquennio Tutto, fatalmente, ritorna. Ritor

Xi Jinping in un documento del 2012 diceva: “Ogni membro del partito ha il dovere di combattere ovunque e sempre i valori occidentali”. Valori che Vladimir Putin definisce “corrotti” e “decadenti” da almeno un quinquennio


Tutto, fatalmente, ritorna. Ritorna la Storia, ritorna la guerra e ritornano anche i valori. I valori soprattutto. È con la difesa dei valori tradizionali di Santa Madre Russia che Vladimir Putin ha giustificato la rottura con l’Occidente corrotto e corruttore. È sui valori del confucianesimo che si regge il sistema comunista della Cina imperialista di Xi Jinping.

È evocando valori sopiti nel profondo della nazione (Dio, Patria e famiglia) che Giorgia Meloni e altri come lei hanno costruito il proprio successo elettorale.

Chi pensava che decenni di consumismo e di globalizzazione avrebbero cancellato dall’animo umano il bisogno di identità e di tensione morale si sbagliava. Si sbagliava di grosso.

Del resto, è per la loro carica morale che la politica armeggia spesso e volentieri attorno ai temi etici, ai diritti, alle libertà. Una carica morale che mobilita, crea consenso, determina e radica identità e appartenenze.

È sulla “questione morale” che, da Berlinguer a Grillo passando per Di Pietro, si sono costruite carriere personali, fondati partiti, rivoluzionati assetti politici. È sulla “questione morale” che batte e ossessivamente ribatte da ormai trent’anni buona parte dell’informazione televisiva. È sul piano morale, quando non addirittura etico, che vengono poste oggi le più urgenti delle questioni: la difesa dell’ambiente, le politiche sanitarie, le scelte elettorali e persino le alleanze internazionali. Le alleanze internazionali in modo particolare.

E non per una scelta né per una particolare inclinazione nostra, ma perché così hanno voluto i nostri nemici. Xi Jimping, documento 19 presentato al congresso del Pcc del 2012: “Ogni membro del partito ha il dovere di combattere ovunque e sempre i valori occidentali”. Valori che Vladimir Putin definisce “corrotti” e “decadenti” da almeno un quinquennio.

Sotto attacco, dunque, sono i valori su cui si fonda l’Occidente; i principi cardine della nostra identità: la libertà e la democrazia. Con tutto quello che implicano. Potremo arrestare e vincere chi oggi, disprezzandoci, ci dichiara guerra solo se sapremo identificarci politicamente e appassionarci moralmente a qualcosa di più grande delle nostre piccole beghe interne: l’identità europea, la civiltà occidentale, i valori liberali. È in difesa di questi valori fondanti che oggi, a Milano, molti sono scesi in piazza. Non tanto in difesa degli ucraini, quanto di noi stessi e di ciò che ci tiene uniti.

HuffPost Italia

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Manifestazione “Slava Ukraini”


La Fondazione Luigi Einaudi ha aderito convintamente alla manifestazione “Slava Ukraini” che si è svolta sabato 5 novembre, alle ore 16.00 a Milano. In epoca di finto pacifismo, e di veri antiamericanismo e anticapitalismo, schierarsi in difesa dello Stat

La Fondazione Luigi Einaudi ha aderito convintamente alla manifestazione “Slava Ukraini” che si è svolta sabato 5 novembre, alle ore 16.00 a Milano. In epoca di finto pacifismo, e di veri antiamericanismo e anticapitalismo, schierarsi in difesa dello Stato e del popolo ucraino aggrediti dalla Russia significa schierarsi in difesa dei valori liberali e democratici su cui si fonda la cultura occidentale. Valori esplicitamente negati dall’autocrate Vladimir Putin.

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La pena delle pene


Inutile innalzare gli anni di carcere nel tentativo di limitare i reati e disincentivare i criminali. Non è una tesi nuova: la sostenne Cesare Beccaria nel diciottesimo secolo e lo dimostrò, in maniera impareggiabile, suo nipote Alessandro Manzoni… Per ce

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Inutile innalzare gli anni di carcere nel tentativo di limitare i reati e disincentivare i criminali. Non è una tesi nuova: la sostenne Cesare Beccaria nel diciottesimo secolo e lo dimostrò, in maniera impareggiabile, suo nipote Alessandro Manzoni…


Per cercare di fermare o, almeno, disincentivare il crimine, l’esistenza dei criminali e i reati non serve proprio a niente minacciare decenni di carcere. In altre parole, alzare le pene.

Non è una tesi nuova, lo sosteneva Cesare Beccaria nel XVIII secolo. Lo dimostrò spiegandolo in maniera impareggiabile suo nipote, un tale Alessandro Manzoni, nel primo capitolo dei Promessi Sposi, quando prese mirabilmente in giro le “gride”, che erano le leggi spagnole della Milano di allora: erano tante, sempre terribili, sempre tonitruanti. Però quasi nessuno le conosceva. Nessuno le osservava.

Quindi, quello che serve veramente è assicurare la certezza della pena o, comunque, la ragionevole probabilità che un criminale ha di essere condannato. Questo disincentiva il crimine. Mentre vengono promessi 50.000 anni di carcere, ma la probabilità di essere condannato è una su un milione, la cosa lascia abbondantemente il tempo che trova.

Non bisogna pensare che la giustizia penale sia la soluzione per tutto. Portare tutto sempre al penale, avere sempre la galera come minaccia è un errore. Anche questa tesi è largamente presente in scuola e, soprattutto, è il pensiero di un tal Carlo Nordio, attuale Ministro della Giustizia.

È un giurista raffinatissimo, è un cultore del diritto. Anzi specificava Carlo Nordio – grazie alla sua esperienza di Pubblico Ministero – che se si continua ad alzare la pena il risultato è che il giudice di merito, cioè quello che deve irrogare la pena, che deve condannare e stabilire a quanto ammonta la pena, finisce inevitabilmente col buttarsi sul lato basso, sul lato inferiore della pena, perché quello maggiore è irragionevole.

Tutto questo, ripeto, è pacifico in scuola e nella realtà. Ma quando parte la propaganda politica nulla è più irresistibile dal fare nuove leggi, immaginare nuovi reati e proporre l’aumento delle pene, perché è un modo per raccontare all’opinione pubblica che si tiene il pugno duro.

Poi, ripeto, la realtà va abbastanza per i fatti suoi. Guardate cosa è successo all’ormai celebre rave party nei pressi di Modena: se ne sono andati tutti con la coda fra le gambe e se ne sono andati non in ragione del pugno duro, ma di un intervento molto ragionevole, per il quale bisognerebbe solo che complimentarsi con le autorità locali, che sono intervenute dicendo: “Qui ci sono delle mura pericolanti, correte un rischio enorme. Naturalmente, se succede qualcosa, la responsabilità e di chi organizza. Che vogliamo fare?”

Se ne sono andati. ci si ricordi di questo, perché sono passaggi importanti per gli organizzatori di quella roba lì possono essere – e, secondo me, devono essere – portati in giudizio anche senza il bisogno di nuove leggi. Hanno occupato suolo di altri, pubblico o privato che sia, senza autorizzazione. Hanno occupato un immobile di altri, senza alcuna autorizzazione e, per giunta, senza rispettare le norme di sicurezza e quelle igienico-sanitarie. Lo hanno fatto a scopo di lucro, perché vendevano i biglietti per l’ingresso. Ancora, si trattava di un ambiente in cui erano liberi ed abbondanti lo spaccio, il commercio e l’uso di droga.

Voglio dire: ce n’è di che far processi. Il tema è: funziona la giustizia? Ecco quest’ultimo capitolo sembra essere la cosa più difficile da spiegare agli elettori, ai cittadini, al popolo. Nessuno si può prendere questo mestiere. Vogliono tutti prendersi il mestiere o della comprensione o del punire duramente.

Ma a che serve se la giustizia non funziona? La delinquenza organizzata è più alta, dove la giustizia funziona meno. Questo sembra essere un argomento negletto. Da questo potete capire come va a finire al prossimo giro: nuove pene, nuovi reati, nuove severità. Però lo spaccio continua in tutte le piazze d’Italia.

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Opposti giustizialismi


La giustizia va maneggiata con molta cura. Se si vuol far rispettare le leggi occorre anche che si legiferi in modo rispettabile. E se si vuole essere rispettati nei propri diritti si deve cominciare con il rispettare quelli degli altri, specie se avversa

La giustizia va maneggiata con molta cura. Se si vuol far rispettare le leggi occorre anche che si legiferi in modo rispettabile. E se si vuole essere rispettati nei propri diritti si deve cominciare con il rispettare quelli degli altri, specie se avversari.

Fare un decreto legge, sostenendone l’urgenza, e dopo poche ore affermare che il Parlamento potrà modificarlo (bella scoperta), anche perché contiene degli errori, è già grottesco. Avere detto di volere escludere le intercettazioni, invece rendendole possibili, è fantozziano. Partire volendo depenalizzare e cominciare con un nuovo reato è surreale.

Intanto giornalismo e opposizioni scoprono che fra il personale di governo vi è chi ha pendenze giudiziarie di varia natura, perdendo l’ottima occasione per ricordare la presunzione d’innocenza e la civiltà che impone di rispettarla.

Una gara fra opposti giustizialismi che ben spiega come ci si sia ridotti con una giustizia non funzionante e corporativizzata. Ditevi di smetterla. Potete solo perderci.

La Ragione

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#laFLEalMassimo – Episodio 75: Istruzione e merito


Nuovo episodio della FLE al Massimo, spiace molto che alla riapertura di questa rubrica i bombardamenti sui civili in Ucraina siano ancora in corso e l’invasore russo non sia stato ancora definitivamente respinto, nonostante ci siano stati importanti pass

Nuovo episodio della FLE al Massimo, spiace molto che alla riapertura di questa rubrica i bombardamenti sui civili in Ucraina siano ancora in corso e l’invasore russo non sia stato ancora definitivamente respinto, nonostante ci siano stati importanti passi avanti.

Questa rubrica conferma il sostegno alla nazione aggredita e si auspica che il conflitto possa terminare quanto prima con la riconquista da parte del paese invaso della propria integrità territoriale, della libertà dei propri cittadini e che questo possa essere coronato dall’accoglimento prima nella NATO e poi nell’Unione Europea

Spiace anche che ogni volta che si prova a parlare di merito in questo paese si debba necessariamente scadere in male intese e ideologicamente distorte considerazioni sull’uguaglianza.

Premetto di non aver nessuna affiliazione o affinità con i partiti che sostengono il governo presieduto dall’onorevole Giorgia Meloni, di non averli votati e di ritenermi in linea di massima distante da molti dei valori che questi rivendicano dal nazionalismo, al sovranismo passando per alcuni confusi elementi di identità culturale.

Tuttavia non condivido gli attacchi e le discussioni emerse non appena la parola merito è stata accostata all’istruzione nella nuova denominazione del ministero. E’ di tutta evidenza che la meritocrazia, senza un livellamento delle posizioni di partenza costituirebbe solo un maggior vantaggio per chi si trova già in una posizione privilegiata. Lo scopo dell’istruzione dovrebbe invece essere l’opposto, la realizzazione di quel ascensore sociale che putroppo manca e di cui il paese ha un disperato bisogno.

Ma una volta che a tutti sono state garantite pari opportunità di competere, compensando gli svantaggi di chi non ha avuto la ventura di nascere in una famiglia o in una località fortunate è solo il riconoscimento obbiettivo del merito individuale che porta alla realizzazione di una società più giusta, più civile e a una distribuzione più equa delle risorse.

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Manifestazione “Slava Ucraini”


La Fondazione Luigi Einaudi aderisce convintamente alla manifestazione “Slava Ukraini” che si svolgerà sabato 5 novembre, alle ore 16.00 a Milano. In epoca di finto pacifismo, e di veri antiamericanismo e anticapitalismo, schierarsi in difesa dello Stato

La Fondazione Luigi Einaudi aderisce convintamente alla manifestazione “Slava Ukraini” che si svolgerà sabato 5 novembre, alle ore 16.00 a Milano. In epoca di finto pacifismo, e di veri antiamericanismo e anticapitalismo, schierarsi in difesa dello Stato e del popolo ucraino aggrediti dalla Russia significa schierarsi in difesa dei valori liberali e democratici su cui si fonda la cultura occidentale. Valori esplicitamente negati dall’autocrate Vladimir Putin.

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Socialismo – Ludwig von Mises a cura di Lorenzo Infantino


Analisi economica e sociologica a cura di Lorenzo Infantino Prefazione di Friedrich A. von Hayek Socialismo è l’opera più strettamente legata al nome di Ludwig von Mises, figlio della Grande Vienna ed esponente di primo piano della Scuola austriaca di econ

Analisi economica e sociologica a cura di Lorenzo Infantino

Prefazione di Friedrich A. von Hayek

Socialismo è l’opera più strettamente legata al nome di Ludwig von Mises, figlio della Grande Vienna ed esponente di primo piano della Scuola austriaca di economia. L’originaria pubblicazione è stata accompagnata da un lungo e vasto dibattito fra gli esponenti più avvertiti della cultura liberale e di quella socialista. E il testo si è consacrato nel tempo come un classico, come un imprescindibile punto di riferimento, a cui hanno attinto generazioni di studiosi. Quella di Mises si può considerare come la più devastante critica che sia stata formulata nei confronti del collettivismo. L’analisi di Mises fornisce la rigorosa dimostrazione dell’impossibilità del calcolo economico in una società che abbia soppresso la proprietà privata e, con essa, il mercato e il sistema dei prezzi. Non è quindi senza ragione che Oskar Lange, economista di ispirazione socialista, non ha esitato ad affermare che spetta interamente al professor Mises il merito di avere costretto i sostenitori del piano unico di produzione e distribuzione a misurarsi con il problema del calcolo economico. Mises è andato tuttavia ben oltre. Studioso di estese conoscenze, ha impiegato un ricco repertorio di strumenti per evidenziare il legame esistente fra economia di mercato, libertà individuale di scelta e istituzioni democratiche. Ha mostrato così l’indissolubile rapporto che unisce il collettivismo economico a quello politico. Ha gettato luce sul fatto che la proprietà privata può essere direttamente soppressa o può essere «sterilizzata»; il che avviene mediante un sistema di interventi e di misure che ne rendano, com’è accaduto sotto il nazionalsocialismo, esclusivamente formale l’esistenza. Ha inoltre visto, anticipando una letteratura che si è sviluppata in epoca posteriore all’apparizione della sua opera, l’origine del totalitarismo nella promessa di «salvezza», con cui al collettivismo viene affidata la missione di riplasmare l’uomo e il mondo. In aggiunta a ciò, attraverso una straordinaria e sistematica gamma di riflessioni, il libro getta una potente luce sull’opera di dissipazione delle risorse, posta in essere da schiere di «redistributori». Oltre a conseguire l’esatto contrario di quel che promettono, costoro aprono la strada, con l’illusione che possa essere «mite», a un potere «immenso» e «minuzioso».

Leggi l’intervista “Ludwig von Mises e il Socialismo: il ritorno di un classico. Intervista al Prof. Lorenzo Infantino”

Video recensione a cura di Rocco Versace


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Acquista

Editore: Rubbettino Editore

Collana: Biblioteca Austriaca, 2020, pp 640

ISBN: 9788849860627

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Muleta nera


Qualche volta il toro vince e incorna il torero. Capita quando non si lascia distrarre e mette bene a fuoco l’avversario. Quasi sempre, però, perde, perché si lascia distrarre dal drappo rosso, dalla muleta. Prova ad incornare quella e viene infilzato a m

Qualche volta il toro vince e incorna il torero. Capita quando non si lascia distrarre e mette bene a fuoco l’avversario. Quasi sempre, però, perde, perché si lascia distrarre dal drappo rosso, dalla muleta. Prova ad incornare quella e viene infilzato a morte. Passi che l’opposizione ha appena finito di perdere le elezioni, passi che il governo al debutto ha sempre un fascino che trascina la comunicazione, ma non si può correre in massa appresso alla muleta nera, facendo finta di star facendo la guerra di resistenza. Ci si sta solo facendo distrarre.

Se la destra proclama l’opportunità che il merito trionfi negli studi, non è che si possa aprire un dibattito su quanto possa essere asociale il merito. Intanto perché il merito è una bellissima cosa e poi perché la sola sensata da fare è chiedere: cioè? Come pensate di farlo valere, il merito? Come lo misuriamo? Sui banchi o anche in cattedra? Mentre la reazione di un drappello di svaganti intellettuali, che quando sono in vena d’autocritica s’incensano dicendosi “elitari”, è stata quella di vestire i panni di chi difende i somari. Sia quelli in cattedra che quelli dei banchi.

Quando la Corte costituzionale comunicò che l’ergastolo ostativo era da cancellare, la destra balzò a dire: giammai. Ora lo hanno cancellato, mettendo in un decreto il testo di una proposta di legge che non avevano votato, nella scorsa legislatura. Astutamente, però, hanno manifestato festosa vittoria. Il bello è che quanti quella proposta l’avevano votata sono caduti nella trappola, hanno dato per assodato che ancora esista il vincolo della collaborazione con la giustizia e si sono intestati una bislacca battaglia per la liberazione degli ergastolani. Roba raffinata.

A Modena il rave party è stato sgomberato nel modo più sereno, senza pugni né duri né morbidi. Bravi gli operatori presenti. Dopo di che il governo ha varato un decreto che grida vendetta al cielo, scombiccherato, senza che ci fosse alcuna urgenza, scritto in stato di alterazione logica e sintattica. Ma sono stati abili con la muleta nera: linea dura contro l’illegalità.

E anziché dileggiarne gli errori, la cui consapevolezza traspare anche dalle dichiarazioni del ministro degli Interni, si sono buttati sull’accusa di volere uccidere le libertà e creare un regime autoritario, come se la libertà consistesse anche nell’occupare roba altrui, guadagnare soldi in violazione della legge, spacciare e consumare droga fino a sballarsi cervello e budella. E anche questa è fatta.

La muleta nera è così efficace, nell’intestarsi quel che ogni persona civile desidera, ovvero legge e ordine, che quando la destra al governo decide di reintegrare subito i medici non vaccinati e condonare le multe fatte con un consenso quasi unanime del Parlamento, oppositori e pensatori si rimettono a parlare dei vaccini e non s’accorgono che quel condono è l’esatto opposto di legge e ordine: fregatevene della legge e campate nel disordine.

Così i tori si perdono i rilievi di Letizia Moratti, di sicuro non schierabile a sinistra, la quale (giustamente) rileva il pericoloso cambio di rotta e il rischio di sprecare il lavoro sanitario fatto. E si perdono il Carlo Nordio libero pensatore, che andrebbe presentato al Nordio ministro, ricordandogli quel che sosteneva: è stolto portare tutto al penale ed è illusorio alzare le pene, tanto più che i giudici tenderanno a comminare le pene più lievi.

Anziché irridere la muleta nera, ricordando che la pericolosità sociale non è mai uscita dal codice penale, che quelli di Modena sono processabili per una collezione di reati esistenti da decenni, che la stragrande maggioranza degli italiani vaccinati non merita d’essere presa in giro, preferiscono provare a incornare il drappo del “regime”. Rinunciando a stare ai fatti ed avvertire che: sotto la muleta, niente.

Intanto il pil cresce e il gas cala, ma nell’arena il torero che fu all’opposizione se ne giova e il toro che tirò la carretta ora tira cornate a vanvera.

La Ragione

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Social network, #bestemmie e libertà: un'interessante riflessione di @carlogubi su moderazione, fediverso e blasfemia


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Il testo seguente è tratto da una serie di (messaggi pubblicati in sequenza) dall'account mastodon di Carlo Gubitosa, amministratore della istanza mastodon sociale.network.


Come ci regoliamo per le bestemmie su sociale.network?

Premessa: il concetto di bestemmia non è limitato alle ingiurie contro (un) Dio, che io personalmente non utilizzo. E' "bestemmia" (nella prospettiva di alcune culture e religioni) anche l'affresco di Maometto in San Petronio, tante opere creative anticlericali d'arte moderna e di satira, e tante nostre azioni quotidiane come bere birra, mangiare prosciutto, e perfino guidare o scoprire il capo, se sei donna in certi paesi.

#sntutorial

Considerando la #bestemmia nel senso più ampio del termine, l'esercizio della blasfemia può ritenersi un diritto che nasce dalla declinazione di diritti umani inalienabili stabiliti dalla dichiarazione universale dei diritti umani (che è la bussola a cui facciamo riferimento su sociale.network): diritto alla libertà individuale, alla libertà di espressione, alla libertà di culto e di orientamento filosofico e religioso. Ma c'è anche il diritto di non essere molestati per la propria religione.

Come conciliare il diritto alla libera espressione con il diritto a non essere molestati dalla libera espressione altrui? Incoraggiando gli utenti ad esprimersi liberamente, con il rispetto delle espressioni anticlericali, e a usare l'apposita funzione di oscuramento degli altri account per tenere alla larga contenuti percepiti come non rispettosi della propria sensibilità religiosa, politica, filosofica o culturale. Ma questo non significa assenza di limiti o di regole imposte dalla community.

Ad esempio il discorso d'odio su sociale.network non è tollerato nemmeno se si traveste da libera espressione di idee anticlericali. Se la bestemmia è offesa violenta e gratuita che umilia l'interlocutore, la sua sensibilità e la sua cultura, è una prepotenza sgradita, perché la mia libertà di esprimere le mie idee termina dove inizia la libertà del mio interlocutore di non essere molestato per le sue convinzioni. Per i casi controversi basta segnalare i toot agli admin con l'apposita funzione.

In sintesi: Se non c'è diritto alla bestemmia non può esserci democrazia, perché la democrazia è laica e deve consentire tutte le fedi religiose e di conseguenza tutte le bestemmie e le blasfemie.

Sociale.network è una community laica e libertaria.

Se censurassimo solo la blasfemia contro il credo cattolico saremmo una community a connotazione religiosa.

Se censurassimo tutte le blasfemie saremmo una community fondamentalista, che nega ad esempio il diritto esprimere un pensiero in base al quale "l'infibulazione e la circoncisione sono pratiche violente e odiose legittimate da tradizioni primitive", che è una doppia blasfemia, sia per l'islam che per l'ebraismo.

Da una prospettiva laica e libertaria la soluzione adottata su sociale.network per un equilibrio rispettoso dei diritti di tutti è consentire la blasfemia come libera espressione del pensiero senza obbligo di CW, nei limiti del rispetto reciproco e dell'interlocutore, raccogliendo segnalazioni per intervenire su comportamenti molesti, ossessivi e abusivi, senza proibire la blasfemia tout court e invitando chi si sente turbato da espressioni blasfeme a silenziare individualmente chi le condivide.

Appendice: letture CONSIGLIATISSIME sul tema #bestemmia e #blasfemia

Éloge du blasphème
by Caroline Fourest

goodreads.com/book/show/254453…

Niente è sacro, tutto si può dire - Riflessione sulla libertà di espressione
by Raoul Vaneigem

goodreads.com/book/show/117318

Nel primo libro consigliato "èloge du blaspheme" una redattrice di Charlie Hebdo spiega proprio il problema che hanno in Francia, dove alcuni, anche e soprattutto a sinistra, legittimano il fondamentalismo violento in nome del "rispetto delle altre religioni", senza rispettare le libertà e i diritti delle democrazie laiche che includono il diritto alla blasfemia in luoghi e contesti appropriati (le pagine di Charlie Hebdo e non una moschea o una parrocchia).

goodreads.com/book/show/254453

In conclusione, la laicità è la cosa più bella, comoda e pratica del mondo: io ho il diritto di vivere la mia fede senza penalizzazioni e discriminazioni, tu puoi bestemmiare quella fede senza persecuzioni e molestie.

Al contempo, entrambi ci impegnamo al rispetto reciproco e al rispetto di un patto sociale globale (la dichiarazione universale dei diritti umani) che garantisce sia il diritto alla libera preghiera all'articolo 18 che il diritto alla libera espressione blasfema all'articolo 19.

in reply to Poliverso

Eh, ha ragione in pieno. C'è ben poco da aggiungere secondo me.

Personalmente tendo a chiedere di non bestemmiare (intese come la classica bestemmia veneta) più per un fattore di educazione che di rispetto verso i credenti. Chiedere di non bestemmiare per me è l'equivalente di utilizzare un linguaggio consono per una piattaforma adatta a chiunque.

Un ambiente dove tutti bestemmiano e dicono parolacce ad ogni post è un ambiente in cui io personalmente non vorrei stare, più che altro perché quando utilizzate a sproposito (anche le parolacce) perdono di significato e diventano solo gratuite volgarità.

edit: il buon Luttazzi disse: Se non incontri mai qualcosa che ti offende, significa che non vivi in una società libera.

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informapirata ⁂ reshared this.

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The EU draft law on mandatory chat control, with the supposed aim to tackle child sexual abuse, implies the monitoring & scanning of the communications of citizens – even the securely encrypted end-to-end one!

#softwarefreedom #chatcontrol #EULaw

fsfe.org/news/2022/news-202210…

in reply to Free Software Foundation Europe

there's no link to the proposal itself, nor it's name or number is mentioned in the article. Online search suggests it's not a Directive as suggested by the article but a Regulation, this one eur-lex.europa.eu/legal-conten… ? Maybe update the article with a link to the proposal itself?

Una bussola morale in tempi di disordine e illiberalità


La crisi dell’Occidente ha risvegliato antichi istinti imperialistici. L’Europa c’è, ma non suscita emozioni, non evoca appartenenze. Tutto questo incoraggia le persone, le società e gli stati a logiche e comportamenti illiberali. Mai come oggi si avverte

La crisi dell’Occidente ha risvegliato antichi istinti imperialistici. L’Europa c’è, ma non suscita emozioni, non evoca appartenenze. Tutto questo incoraggia le persone, le società e gli stati a logiche e comportamenti illiberali. Mai come oggi si avverte il bisogno di un metodo politico, di una radice culturale. Un funzione storica per istituzioni come la Fondazione Luigi Einaudi


Un mondo senza ordine, un Paese senza bussola. È questa la realtà che i tempi ci impongono. Siamo, letteralmente, all’Anno Zero. L’Italia esce a fatica da una conclamata crisi di sistema e affronta l’inizio di un ciclo politico nuovo senza che l’offerta politica e l’assetto istituzionale si siano minimamente rinnovati.

Oltre confine regna il caos. È come se i ghiacci della Guerra fredda si fossero scongelati oggi e non nel 1991. Un vecchio ordine è morto, un nuovo ordine non è ancora nato. Le liberaldemocrazie annaspano. Si pubblicano ormai da anni libri in cui autorevoli studiosi descrivono, più o meno minuziosamente, la “crisi del potere” piuttosto che la “crisi della democrazia”, per non dire della crisi “delle vocazioni”.

Di sicuro ad apparire in crisi (di identità) è l’Occidente. E la crisi dell’Occidente ha risvegliato antichi istinti imperialistici. Non oggi, ma nel 2007, Vladimir Putin ha dichiarato guerra ai valori liberaldemocratici su cui si fonda la cultura occidentale, la nostra cultura. Xi Jinping lo ha fatto poco dopo, nel 2012. Con la forza delle armi piuttosto che con la forza dell’economia, l’impero russo e l’impero cinese erodono spazi vitali all’Occidente, mentre la Turchia di Erdogan ricostruisce tassello dopo tassello il vecchio impero Ottomano sotto quelle antiche insegne islamiche che Kemal Ataturk, prudentemente, ripiegò un secolo or sono.

L’Europa c’è; era e resta l’unica possibile salvezza degli stati nazionali europei, e in modo particolare degli stati fragili come l’Italia. L’Europa c’è, ma non suscita emozioni, non evoca appartenenze e vive solo nel momento estremo in cui rischia di soccombere a crisi tanto improvvise quanto globali.

Tutto questo incoraggia le persone, le società e gli stati a logiche e comportamenti essenzialmente illiberali. Un progressivo ritorno allo stato di natura. È presente il rischio che i già colossali problemi interni e internazionali vengano aggravati, per superficialità o per demagogia, sopravvalutando il ruolo dello Stato.

Mai come oggi, dunque, si avverte il bisogno di una bussola “morale”, di un metodo politico, di una radice culturale. Mai come oggi si avverte la penuria di quei fattori che fecero di Luigi Einaudi l’indimenticato “Presidente della ricostruzione”: il realismo, la competenza, l’equilibrio, la predisposizione al confronto, il senso profondo delle Istituzioni, il metodo liberale.

C’è, però, un problema. Quei soggetti cui un tempo era demandato il ruolo di officine della cultura, del ceto e della prassi politica sono tutti, e non da oggi, in crisi. Sono in crisi i partiti politici, sono in crisi i giornali, sono in crisi (di astinenza da oppio) gli intellettuali, sono in crisi i parlamenti, esautorati dai governi e delegittimati dai media. E con il parlamenti è in crisi la Politica tutta.

Tanti vuoti, vuoti di democrazia. Vuoti da colmare.

Mai come oggi, dunque, istituzioni come la Fondazione Luigi Einaudi, di cui sono stato appena nominato Segretario Generale, sono investite di una funzione che non è esagerato definire “storica”: offrire una bussola e indicare una rotta ad una politica sempre più disorientata e ad una società sempre più confusa. Per quanto ci riguarda, lo faremo, al solito, tenendo alto il nome di Luigi Einaudi e attualizzandone gli insegnamenti attraverso studi, convegni, progetti, analisi economiche, politiche e sociali.

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ilCafFLEespresso – L'(in)giustizia penale con Angela Maria Odescalchi


Conducono Massimiliano Annetta e Nicola Galati Un primo commento al DL 162/22 in tema di ergastolo ostativo, rinvio della riforma Cartabia e rave party L'articolo ilCafFLEespresso – L'(in)giustizia penale con Angela Maria Odescalchi proviene da Fondazion

Conducono Massimiliano Annetta e Nicola Galati

Un primo commento al DL 162/22 in tema di ergastolo ostativo, rinvio della riforma Cartabia e rave party

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Diritto e guerra: l’ordine mondiale in crisi


Il presidente della Federazione russa ha messo in chiaro i suoi obiettivi, che vanno ben al di là della conquista di un Paese vicino e riguardano sia la sicurezza dell’Occidente, sia la struttura dell’ordine giuridico costituito dopo la seconda guerra mon

Il presidente della Federazione russa ha messo in chiaro i suoi obiettivi, che vanno ben al di là della conquista di un Paese vicino e riguardano sia la sicurezza dell’Occidente, sia la struttura dell’ordine giuridico costituito dopo la seconda guerra mondiale


C’è qualcosa di singolare nell’aggressione russa all’Ucraina: perché un Paese con un territorio esteso per più di 17 milioni di chilometri quadrati, ricchi di molte risorse naturali, ha mire territoriali su una nazione di dimensioni poco più grandi del 3% del proprio territorio (o su una regione, il Donbass, che ne rappresenta lo 0,3%)? L’evidente sproporzione ha una prima spiegazione nella notizia, data di recente dalla stampa inglese, della rimozione, da parte della Russia, dei resti mortali del principe Grigory Potemkin dalla cattedrale di Kherson.

Kherson è una città fondata nella seconda metà del ‘700 proprio dal potente generale, preferito di Caterina II, che sottrasse anche la Crimea agli Ottomani: per la dirigenza russa non contano — come invece contano per tutto il mondo — i trenta anni di indipendenza della nazione ucraina, dal 1991 ad oggi, bensì conta un passato più lontano, al quale, come ha notato Giuliano Da Empoli nel suo splendido romanzo «Il mago del Cremlino», il presidente della Federazione russa si richiama. Per lui vale quello che scriveva Italo Svevo, che «il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi suonatori»; perciò, il passato «risuona o ammutolisce».

Questo uso politico della memoria storica si nota già nell’articolo 67 della Costituzione russa (come emendato nel 2020 per volontà di Putin), secondo il quale, la Federazione «garantisce la difesa della verità storica». La storia entra a pieno titolo in questa guerra, anche per i frequenti riferimenti che ad essa, in particolare ai suoi momenti di gloria, quelli di Pietro il Grande e di Caterina II, fa Putin, mèmore del fatto che — come scriveva Potemkin alla zarina — «la Crimea con la sua posizione minaccia la nostre frontiere», «la Russia ha bisogno del suo paradiso» e Kherson è «la via per Bisanzio».

A questa prima spiegazione dell’aggressione russa, che sta tra realtà e retorica, se ne aggiunge una seconda, illustrata dal nuovo zar russo in più di una occasione. Nel 2007, alla conferenza di Monaco sulla sicurezza, ha criticato il modello di un mondo unipolare, ritenuto inaccettabile, e l’espansione della Nato, aggiungendo che «la vera sovranità dell’Ucraina è in partenariato con la Russia, perché noi siamo un solo popolo».

Nel 2015, parlando alla 70ª assemblea dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, ha criticato «l’esportazione di rivoluzioni, questa volta cosiddette democratiche», sottolineandone il potenziale conflitto con il principio, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, dell’autodeterminazione dei popoli, lamentando che «un’aggressiva interferenza straniera ha prodotto una distruzione flagrante di istituzioni nazionali», e aggiungendo «non possiamo più tollerare l’attuale situazione del mondo».

Ha, inoltre, criticato la «politica di espansione della Nato e delle sue infrastrutture militari» definendo l’offerta occidentale ai Paesi dello spazio post-sovietico una «scelta ingannevole: essere Occidente o essere Oriente». Nel 2021, a Davos, ha osservato che «l’era dell’ordine mondiale unipolare è finita» e nello stesso anno ha sostenuto l’«unità storica di russi e ucraini». Ha ripetuto queste frasi il 17 giugno 2022 al Forum economico di San Pietroburgo, aggiungendo che «il dominio dell’Occidente non è eterno», che «le istituzioni internazionali si stanno rompendo, stanno fallendo» e che bisogna costruire un «nuovo ordine mondiale».

Gli stessi concetti sono stati ribaditi di recente, il 27 ottobre scorso, al Valdai club di Mosca, dove ha osservato che il periodo di dominazione dell’Occidente è finito, che la Russia non è una semi-colonia e difende il suo diritto di esistere, che l’espansione dell’Alleanza atlantica è inaccettabile e che i russi e gli ucraini sono un unico popolo.

Dunque, il presidente della Federazione russa ha messo in chiaro i suoi obiettivi, che vanno ben al di là della conquista di un Paese vicino e riguardano sia la sicurezza dell’Occidente, sia la struttura dell’ordine giuridico costituito dopo la seconda guerra mondiale.
Quanto al primo aspetto, è quindi bene tener presente che l’aggressione all’Ucraina è un primo passo dimostrativo e che ora, se l’Occidente dà armi agli ucraini, gli ucraini dànno all’Occidente le loro vite.

Quanto al secondo aspetto, non c’è dubbio che l’Organizzazione delle Nazioni Unite e il sistema multilaterale sviluppatosi dalla metà del secolo scorso non riescano a mantenere la pace in una zona cruciale dell’Europa. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato. In questo caso, la forza è stata adoperata da uno Stato, la Russia, nei confronti di un altro Stato, l’Ucraina, che era entrata lo stesso giorno dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche-Urss, il 24 ottobre 1945, nella famiglia delle Nazioni Unite. Si tratta, quindi, di una guerra che oppone, l’uno all’altro, due membri fondatori delle Nazioni Unite. Essa vi ha provocato una doppia contraddizione: nell’Assemblea, il 2 marzo 2022, 141 Stati su 193, con solo cinque contrari e 35 astenuti, hanno condannato l’aggressione russa.

Lo stesso ha fatto il Consiglio di sicurezza, con 11 voti su 15. La Russia ha posto il veto a quest’ultima decisione, mentre quella dell’Assemblea generale non è vincolante. Inoltre, solo quaranta Paesi stanno assicurando aiuti militari, o finanziari, o umanitari all’Ucraina. Un altro segno del fallimento del diritto internazionale è costituito dalla inerzia dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa-Osce e dalla inefficacia delle iniziative di ben tre tribunali internazionali, la Corte internazionale di giustizia, la Corte penale internazionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo. Infine, la guerra russo – ucraina mette in dubbio l’idea kantiana che vedeva nello sviluppo della cooperazione commerciale un mezzo per assicurare uno sviluppo pacifico del mondo.

L’inerzia o l’inefficacia di tante istituzioni richiede una riflessione sulla crisi dell’ordine giuridico mondiale, una riflessione che non può fermarsi solo per la capacità delle democrazie di essere efficaci in battaglia (come notato da David Lake, in «Powerful Pacifists: Democratic States and War», nell’«American Political Science Review» del 1992, con considerazioni riprese da Filippo Andreatta in una interessante relazione tenuta all’Arel il 31 maggio 2022) o per la circostanza che, a differenza di quello che è successo alla Russia nel ‘700, quando le fu più facile inghiottire la Polonia che digerirla (secondo la brillante formula di Jean-Jacques Rousseau), oggi la Russia non riesce neppure a inghiottire l’Ucraina. Non dimentichiamo che un quinto delle frontiere terrestri dell’Unione Europea, 2250 chilometri, che riguardano cinque Paesi (Finlandia, Estonia, Lituania, Polonia e Lettonia), sono comuni con il territorio della Federazione russa.

Il Corriere della Sera

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‘A livella


Uguali da morti L’uguaglianza può non essere una bella cosa. <<Ccà dinto, ‘o vvuo capi, ca simmo eguale? …/Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io>>. Il 2 novembre non si può non dedicare un pensiero ad Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commeno Porfiroge

Uguali da morti


L’uguaglianza può non essere una bella cosa. <<Ccà dinto, ‘o vvuo capi, ca simmo eguale? …/Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io>>. Il 2 novembre non si può non dedicare un pensiero ad Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, in arte: Totò (in realtà nacque Antonio Vincenzo Stefano Clemente, poi adottato dal marchese). Una sua poesia, forse la più bella e intensa, s’intitola “’A livella”. Incaricò un netturbino, <<’o scupatore>>, di spiegare al marchese che <<staje malato ancora e’ fantasia>>, che è inutile si senta un gran signore e lo disprezzi perché fa lo spazzino: la morte rende uguali.

Prima della morte, però, siamo diseguali. Il gusto per la vita, quindi, è un ulteriore motivo per amare la diseguaglianza. S’usa dire il contrario, per posa e falsa bontà, ma non è vero. E neanche bello. Anzi, sarebbe bruttissimo. Siamo uguali davanti alla legge, lo siamo nei diritti e nei doveri di cittadinanza (si faccia la cortesia di non dimenticare i doveri, perché senza quelli i diritti sono una diceria per gonzi). Per il resto siamo diversissimi l’uno dall’altro. Evviva. Pensa che noia parlare o giocare con uno uguale a me. Un incubo se fossero anche numerosi.

Il punto è: quindi solo morendo il marchese e lo spazzino diventano uguali? Brutto mondo, sarebbe. A parte che Totò, nato povero ai quartieri spagnoli e morto con quella sfilza di nomi, sarebbe la dimostrazione del contrario, ci sarà pure un modo per cambiare le cose senza passare per la burletta del blasone. C’è: la meritocrazia. Solo una sinistra deficiente può pensare che si debbano difendere gli ultimi dalla meritocrazia, perché quello è un modo per lasciarli ultimi fino al trapasso, sperando in un’uguaglianza cimiteriale peraltro negata da chi sostiene ci si divida anche colà.

Non solo lo spazzino deve potere soppiantare il marchese, ma il figlio dello spazzino deve potere far mangiare la polvere a quello del marchese, cosa che potrà avvenire solo se il vantaggio di partenza del ricco titolato avrà un peso inferiore alla selezione che si opera a scuola e, quindi, nel mercato che si apre dopo. Esattamente: selezione.

Se si cede alla trappola sociofilosofica che nessuno strumento di valutazione è sì buono da stabilire chi sia bravo e chi no, o in quella socioepigenetica che i privilegiati generano privilegiati, o in quella sociolassista che dischiude il campo al sociaccattonaggio del mantenimento degli ultimi per evitare che venga loro voglia di soppiantare gli avvantaggiati, uno solo sarà il risultato: ’o scupatore resterà scupatore e metterà al mondo uno scupatore.

Ma siamo a posto, ora c’è la destra al governo, quella che ha sul gozzo il ’68, quindi avanzerà il merito. Lo hanno messo anche nel nome del ministero. Magari, ma non è così. La destra in quel ministero c’è già stata ed ha fatto accordi con i sindacati. Il merito non è uno slogan, ma una pratica. Che non si può verificare se non si comincia dalle cattedre. Fate il conto di tutti quelli (sessantottini immaginari e multicolori) che chiesero a gran voce la stabilizzazione dei “precari” e toglieteli da quanti sono credibili quando parlano di merito. Non ci rimane quasi nessuno.

Per praticare il merito fra i banchi bisogna farlo valere anche nella carriera e retribuzione dei docenti. Per conoscerlo si devono misurare i risultati, seguendo il “prodotto”, ovvero gli studenti. Una scuola che promuove tutti e quelli in difficoltà se li perde per strada non è né lassista né classista: è inutile.

Vedo che si moltiplicano le geremiadi sul costo degli studi. Altra sciocchezza: sono quelli per gli alloggi e trasporti, non per gli studi. L’Italia è piena di borghi fenomenali che potrebbero diventare campus meravigliosi e attrarre studenti da rutto il mondo. Ma in cattedra ci metti quelli bravi e con un contratto annuale, non il cugino del preside con un contratto a vita.

La diseguaglianza è vita, se basata sulle capacità. Negarla è da necrofori del pensiero. Buon 2 novembre.

La Ragione

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Premio “Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare”


La Fondazione Luigi Einaudi è lieta di invitarvi a seguire la diretta del Premio “Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare” sulla nostra pagina Facebook e sul nostro canale YouTube. Dopo il successo dell’iniziativa “Il CafFLE letterario celebra Dan

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La Fondazione Luigi Einaudi è lieta di invitarvi a seguire la diretta del Premio “Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare” sulla nostra pagina Facebook e sul nostro canale YouTube.

Dopo il successo dell’iniziativa Il CafFLE letterario celebra Dante: Amor c’ha nullo amato” – nata grazie al patrocinio della Regione Lazio – a seguito dell’interesse mostrato dai molti studenti delle scuole secondarie superiori coinvolte, la Fondazione ha deciso di proseguire la sua collaborazione con gli autori Monaldi & Sorti ospitando sui propri canali social la cerimonia di premiazione.

Il premio nazionale di street theatre “Ahi serva Italia! – Dante visto da Shakespeare”, basato sull’omonimo romanzo di Monaldi & Sorti (Solferino Editore), si è svolto nell’estate 2022 coinvolgendo nella fase finale dieci regioni italiane: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Calabria e Sardegna.

Patrocinato tra gli altri dalla Società Dante Alighieri e dalla Fondazione Luigi Einaudi, e sostenuto da testimonial come Pupi Avati e Monica Guerritore, l’evento ha coinvolto decine di artisti ottenendo grazie alla comunicazione di Solferino Libri una fortissima risonanza mediatica. Per ulteriori dettagli, cfr. in fondo i link a TV e stampa.

La premiazione avverrà il 3 novembre 2022, alle ore 19.00. Sarà possibile seguire la diretta sulla nostra pagina Facebook e sul nostro canale YouTube.

La triade premiata a pari merito è costituita da tre ensemble:


– Duo Tatoli-Venarucci per l‘esibizione CUORI IN FIAMME – Storia della tragica amicizia tra Dante e Guido Cavalcanti (26 e 27 agosto, Montecatini Val di Cecina e Sarzana).

– Trio Maoddi-Vargiu-Zamuner per l’esibizione SPIRITO DEI SOGNI D’AMORE – Piccarda nel cuore di Dante (Cagliari, 1° settembre).

– Il cantastorie Daniele Mutino, con il gruppo I Musici della Storia cantata, per l’esibizione GUITTI E GUERRA – Pirro e Priamo tra Dante, Virgilio e… Amleto (Colle Sannita, BN, 20 agosto).

Per la categoria giovani:


I Giovani di Casa Shakespeare, per l’esibizione RECITA DI MESSER APULIESE E DE’ SUOI JULLARI – Alla presenza dell’autore Messer Alighieri (Verona il 12 agosto).

Premi monotematici:


Tematica femminile: Trio Le Donne della Commedia, per l’esibizione LE DONNE DELLA COMMEDIA SI RACCONTANO – Francesca, Piccarda e… Gemma (Firenze, 8 agosto).

Sceneggiatura: Elisabetta Fiorito, per l’esibizione CONTE UGOLINO – Dall’Inferno ad Amleto (Roma, 31 agosto).

Rassegna Stampa:

Giornali online:
Video:

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Ostativo


Talora si resta prigionieri della propria propaganda e per uscirne, una volta assunta la responsabilità di governare, si prova a imboccare la porta dell’ovvio, del resto già imboccata dal Parlamento all’unanimità, salvo vedersela sbarrata dallo scioglimen

Talora si resta prigionieri della propria propaganda e per uscirne, una volta assunta la responsabilità di governare, si prova a imboccare la porta dell’ovvio, del resto già imboccata dal Parlamento all’unanimità, salvo vedersela sbarrata dallo scioglimento anticipato. Sicché si riparte da quel che vedemmo quando la Corte costituzionale stabilì l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo.

La Corte aveva avuto pietà. Forse sbagliando. I ritardi del legislatore sono talmente tanti, prodigo di leggine e con il braccino corto sulle riforme, che la Corte aveva accordato tempo, solo annunciando che, in assenza di fatti, sarebbe arrivata l’abrogazione. Perché l’ergastolo ostativo è incostituzionale, nonché contrario a un paio di trattati internazionali che regolano i diritti umani. Quando aveva funzioni di commentatore e giurista, l’attuale ministro della Giustizia, Nordio, lo definiva <<un’eresia>>. Sarebbe strano vederlo nei panni dell’eresiarca.

Ergastolo significa “a vita”. Si può essere condannati all’ergastolo solo per avere ucciso (e non in tutti i casi). Hai preso una vita, darai la vita. Che senza pena di morte significa carcere a vita. Già in questo la pena non è proprio coerente con il dettato costituzionale, perché la pena ha un ruolo remunerativo, correlato al danno arrecato, ma deve anche <<tendere alla rieducazione del condannato>> (art. 27). Quel <<tendere>> lascia margini, non mancando i non rieducabili. Se la pena è a vita, però, non significa che si debba necessariamente crepare dietro le sbarre.

Il detenuto vi si trova da ventisei anni, si valuta non abbia più pericolosità sociale, la rieducazione ha funzionato, allora si potrà decidere, sempre a cura del magistrato, la liberazione anticipata, come già gli erano stati concessi dei permessi, magari un lavoro fuori e rientro in carcere la sera. Non ha diritto automatico ad avere quei benefici, ma ha il diritto di chiederli.

Il 4bis della legge sull’ordinamento penitenziario (leggetelo, anche solo guardatelo, per capire come si legifera, con i comma “quinques”…), considerato incostituzionale, nega non il primo diritto, che non esiste, ma il secondo: chi è condannato all’ergastolo ostativo non può chiedere alleggerimenti della pena, dovendo prima avere collaborato con la giustizia.

La pietà della Corte ha prodotto due cortocircuiti: 1. quella che è materia parlamentare diviene, per la fretta, governativa; 2. la destra contraria alle depenalizzazioni e la cui propaganda considerava la civiltà della pena un cedimento ai criminali, avendo scelto un ministro della Giustizia che la pensa all’opposto, ora si trova questa roba fra le mani.

È evidente, non solo per l’ergastolano, che se hai legami attivi con organizzazioni criminali i permessi te li scordi. Conservi la tua pericolosità. Non per trastullo la decisione spetta al magistrato e non a un computer che computa i tempi. L’errore consiste nell’avere scritto che per determinati reati si possono concedere benefici: <<solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia>>.

Perché può ben esistere il caso di chi ha ammazzato in collaborazione con altri, trenta anni prima, si è sempre rifiutato di indicare i complici e comunque ha perso pericolosità sociale. Mentre può esistere chi ha fatto i nomi di tutti i rivali, s’è tenuto quelli dei veri soci ed è pericolosissimo. E, ancora, la decisione spetta al magistrato.

Quindi l’idea che cancellare l’ostativo sia un “liberi tutti” è falsa. Come è falso che sia un piacere agli assassini. Lo è, semmai, alla civiltà del diritto. Ed ecco la via d’uscita, che porta in un vicolo buio: cancellare la condizione della collaborazione, inaccettabile e incostituzionale, mantenendo l’ovvio della pericolosità. Solo che si torna alla casella di partenza: quali i criteri per la pericolosità? Perché se ci si infila la non collaborazione si sta pestando l’acqua nel mortaio.

Morale (si fa per dire) la sola riforma sul tavolo, quella Cartabia, è stata rinviata (di poco, ma rinviata), mentre questa è una pezza. Nordio era contro le pezze. Benvenuto nel difficile mondo del governare.

La Ragione

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Quel lungo silenzio


Nulla di più normale che sentire professori universitari meravigliarsi per il fatto di avere tanti studenti usciti dai licei poco preparati. La loro meraviglia dipende dal fatto che si sono sempre disinteressati di quanto è accaduto e accade nella scuola

Nulla di più normale che sentire professori universitari meravigliarsi per il fatto di avere tanti studenti usciti dai licei poco preparati. La loro meraviglia dipende dal fatto che si sono sempre disinteressati di quanto è accaduto e accade nella scuola italiana.


Come nei gialli: chi è il colpevole? Come è stato possibile arrivare a un punto di tale degradazione delle idee circolanti sulle nostre istituzioni educative che persino l’ovvia, banalissima tesi secondo cui la scuola deve basarsi sul merito, scatena proteste e contestazioni? È troppo facile cavarsela dicendo: la colpa è dei politici. In democrazia i politici rispondono alle pressioni e alle domande dei cittadini e dei gruppi organizzati. Chi non ha fatto le pressioni che avrebbe dovuto fare per garantire al Paese, nel corso degli ultimi decenni, scuole di qualità, ossia scuole che premino lo studio, la fatica di imparare (senza fatica non si impara mai nulla) e, per l’appunto, il merito?

I colpevoli si annidano in una particolare categoria sociale, composta da coloro che fanno un lavoro intellettuale, che si considerano o vengono considerati intellettuali. I più colpevoli di tutti sono gli appartenenti alla élite culturale, quelli che occupano le posizioni di vertice nella suddetta categoria. Le eccezioni sono davvero poche. Vi è mai capitato, ad esempio, di sentire il vincitore di un premio letterario lamentare le condizioni della scuola? Scienziati e scienziate hanno sempre stigmatizzato il disinteresse generale per la scienza ma di scuola non hanno quasi mai parlato. Idem per quanto riguarda quasi tutti gli altri protagonisti della vita culturale.

Nulla di più normale che sentire professori universitari meravigliarsi, come se fossero appena arrivati da un altro pianeta, per il fatto di avere tanti studenti usciti dai licei assai poco preparati. La loro meraviglia dipende dal fatto che si sono sempre disinteressati di quanto è accaduto e accade nella scuola italiana. Quasi nessuno dei veri o presunti intellettuali di questo Paese ha mai mosso un sopracciglio, qualunque cosa facessero in materia scolastica sia i governi di sinistra che quelli di destra. Nessuno di loro protestò, ad esempio, quando, sotto dettatura sindacale, venne introdotto il modulo dei tre maestri nella scuola elementare: non per migliorare la didattica ma per ragioni occupazionali.

E nessuno di loro fiatò quando un governo di destra (ma col voto favorevole dell’opposizione) eliminò gli esami di riparazione colpendo e affondando uno degli ultimi baluardi sopravvissuti a difesa del merito. Mai nessuno scandalo nella suddetta élite, mai un manifesto di protesta, ad esempio, di fronte a certi disastrosi risultati dei test Invalsi. O a causa degli ormai tradizionali finti cento (a pioggia) negli esami di maturità. A loro volta, conseguenza del fatto che il diritto costituzionalmente sancito all’istruzione è stato creativamente reinterpretato come diritto alla promozione. Quelli che avrebbero dovuto esercitare pressioni sulla politica in difesa della qualità della scuola non lo hanno mai fatto.

I sociologi della domenica, sui quali, evidentemente, la parola «merito» ha lo stesso effetto di un drappo rosso per un toro, sostengono che, in nome del principio di uguaglianza, le «condizioni socio-economiche» imporrebbero di non tenere conto, in tante circostanze, del rendimento scolastico in tema di promozioni e bocciature. Ci sarebbe «ben altro» da considerare. Argomentazioni inconsistenti. Come ha benissimo scritto Ernesto Galli della Loggia (Corriere del 27 ottobre). Coloro che fingono di preoccuparsi degli alunni economicamente e socialmente svantaggiati sono in realtà i loro peggiori nemici.

Un giovane di famiglia benestante se la caverà comunque anche se non ha frequentato una scuola di qualità. Un giovane che proviene da ambienti disagiati può migliorare la sua sorte solo se frequenta una scuola che lo obblighi a coltivare gli studi con la fatica, la disciplina e l’impegno necessari. In un posto dove il merito è secondario, nessuno è incentivato a studiare duramente. E le possibilità di ascesa sociale si bloccano. I vecchi comunisti questa cosa la capivano benissimo. Pare che non sia il caso di ampia parte della sinistra ufficiale di oggi.

I sociologi della domenica sono solo l’avanguardia. Hanno dietro di loro armate forti e coese: i sindacati della scuola quasi al completo. Perché il disinteresse dell’élite culturale ha fatto sì che i politici scegliessero la via più comoda, quella di minor resistenza, finendo per «appaltare» il governo della scuola ai sindacati (o, più precisamente, a una alleanza fra burocrazia ministeriale e sindacati).
Da decenni la scuola è principalmente una macchina che serve per assorbire occupazione, non per dare una buona istruzione agli alunni. La politica, incoraggiata dal disinteresse della élite culturale, si è sempre preoccupata solo di riempire le caselle, di piazzare personale insegnante (quale che fosse la preparazione dei reclutati) dentro le scuole. Non si è mai occupata — i sindacati non lo avrebbero mai permesso — della qualità degli insegnanti e dell’insegnamento. E questo è il risultato.

Intendiamoci: ci sono, nella scuola italiana, a dispetto dei santi, molti docenti bravissimi che fanno con passione il loro lavoro. La loro esistenza però è un fatto straordinario, un vero e proprio enigma, si può dire. Quei docenti esistono nonostante le consolidate cattive politiche scolastiche. Quei bravi docenti solo raramente hanno la fortuna di lavorare in un istituto complessivamente buono. Più spesso, vivono fianco a fianco (e a parità di stipendio) con colleghi mediocri, talvolta pessimi, e comunque demotivati.

Le alzate di scudo preventive contro il merito, sono spiegabilissime. Perché chi volesse davvero affrontare questo problema dovrebbe occuparsi anche della qualità dell’insegnamento. Ossia, degli insegnanti. Per esempio, dovrebbe creare carriere su basi meritocratiche. Un tentativo in questa direzione lo fece tanti anni fa il ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer. Venne subito fermato dalla dura reazione della Cgil-scuola. Auguri al ministro competente se vorrà mettere le mani dentro quella tagliola.

Resta un mistero. Da dove deriva il disinteresse di gran parte dell’élite culturale per lo stato dei processi educativi in Italia? Snobismo? L’idea che l’intellettuale non possa perdere tempo con simili quisquiglie dovendo egli occuparsi di cose ben più elevate ed importanti? Non è chiaro. Ma lo è il fatto che se l’élite culturale di un Paese si disinteressa della qualità dell’istruzione, sono autorizzati a disinteressarsene anche gli altri. In tutto ciò, possiamo dire, non c’è molto «merito».

Il Corriere della Sera

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Franca Porciani – Cavour prima di Cavour


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Marcia


Non digerita Il ricorrere del centenario della marcia su Roma, all’indomani dell’insediarsi di un governo di destra, può indurre alla peggiore tentazione: parlare di ieri per farlo pesare oggi. Invece si deve parlarne guardano al futuro. Frugando nella no

Non digerita


Il ricorrere del centenario della marcia su Roma, all’indomani dell’insediarsi di un governo di destra, può indurre alla peggiore tentazione: parlare di ieri per farlo pesare oggi. Invece si deve parlarne guardano al futuro. Frugando nella nostra storia per agguantarne la parte viscida e ripugnante, che non ha cessato d’essere presente. Quindi liquidiamo subito il presente, per poi passare a quel che conta: il permanente.

Sostenni, come altri, che l’eventuale vittoria elettorale della destra non sarebbe stato il preludio ad alcun regime. Destra e sinistra si sono reciprocamente rimproverate, per lustri, di volerne costruire uno, dimostrando solo di non avere altri argomenti da spendere. Dopo l’esito elettorale, il 16 di ottobre, giorno in cui, nel 1943, gli italiani ebrei furono rastrellati a Roma e inviati alla morte, sorte che subirono tanti altri, tutti traditi come nostri concittadini e non pochi di loro traditi anche come fascisti, l’onorevole Meloni disse due cose:

  • quella vergogna non si cancellerà mai;
  • la sua matrice era nazifascista.

Nel discorso parlamentare per la fiducia, il 24 dello stesso mese, aggiunse di non avere mai avuto alcuna simpatia per le dittature, fascismo compreso. Magari poteva dirlo prima. Si può non condividere una parola di quel che dice e non una cosa di quelle che farà, ma su quel delicato fronte considero chiusa la partita che la riguarda. Ma non lo è per l’Italia e non lo è per il tempo successivo al regime fascista, che svergognò e distrusse la Patria.

Non lo è perché aveva capito tutto un giovane, che oggi considereremmo quasi un ragazzino, uno che ebbe il coraggio di opporsi e che fu massacrato dai picchiatori fascisti, causandone la morte: Piero Gobetti. Vide che il fascismo era <<l’autobiografia della Nazione>>. E una biografia non si cambia, come non si cambia la storia. L’Italia è cambiata, siamo molto più ricchi, viviamo bene come mai si visse, in salute e longevità come mai prima, ma anche il non saperlo riconoscere è segno che il dna non è cambiato.

Il fascismo fu violenza anche prima di divenire regime, fu violenza prima della marcia su Roma, fu violenza e omicidi anche prima dell’assassinio di Giacomo Matteotti (che non fu eliminato perché oppositore, ma perché aveva le carte che dimostravano la corruzione di Mussolini, dalle cui tasche non caddero soldi, quando morì, sol perché li aveva messi altrove). Ma, a parte le varie e caleidoscopiche origini, il fascismo non fu solo violenza. Non con quella conquistò un consenso vastissimo, di cui la nostra biografia resta colpevole. Fu dell’altro.

Dobbiamo a Carlo Emilio Gadda una descrizione, contemporanea, che lo rende italico nel suo sudiciume morale. Descrisse Mussolini, allora acclamato quale “duce”, secondo i grotteschi dettami dannunziani, quale <<Priapo Maccherone Maramaldo>> e anche <<Gran Somaro Nocchiero>>. Un demagogo somaro e maramaldo.

I suoi accoliti entusiasti non erano patrioti ma: <<Li associati a delinquere cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onte e stuprare l’Italia, e precipitarla finalmente in ruina>>. Li vide nella loro crassa miseria immaginando il funerale di un loro camerata, ove, dopo avere urlato <<presente!>>, neanche finito il rito: <<che già e’ siedevano a tavola, co’ i’ grifo sui maccheroni. Da imbrodolarsi il grugno di tutte salse>>.

L’Italia invidiosa e rancorosa, sedotta per potere tradire, vile con chi può aggredire senza doverne avere il coraggio, rabbiosa con chi sa perché pregna d’ignoranza. Quella roba c’è ancora. Assieme all’altra, certo. Ma c’è.

Non ci sono ex gerarchi fra i viventi e, del resto, la Costituzione ne stabilì l’esclusione dalla vita politica per cinque anni. Scaduti nel 1953. Ma ci sono quelli che tengono il testone del Priapo Maccherone Maramaldo, allevati nel culto del falso e, quindi, dell’avversità alla libertà e alla democrazia. La loro colpa, che c’è ed è grande, non è connivenza con il regime, che non vissero, ma con la sua tarocca apologia, che perpetuarono. E facendolo aizzarono una manica d’assassini neri che se la videro con gli assassini rossi, parimenti allucinati, parimenti nemici della democrazia, parimenti avversi alle democrazie occidentali. E questa è storia ancora marcia. Nel senso di marcita. Ancora da digerire, perché i presenti in quella crebbero.

La Ragione

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Non diamoci del tu – La Ragione


Sembra essere una fissazione che ha colto un gruppo di giuristi, di osservatori della vita collettiva, di cittadini. Chissà perché ne parlano con ossessiva ripetitività. Invece si tratta di un principio elementare, financo banale, considerato ovvio in tut
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Recensione "Non diamoci del tu" su La Ragione

Sembra essere una fissazione che ha colto un gruppo di giuristi, di osservatori della vita collettiva, di cittadini. Chissà perché ne parlano con ossessiva ripetitività. Invece si tratta di un principio elementare, financo banale, considerato ovvio in tutti gli Stati di diritto che popolano il pianeta.

È del tutto ovvio che l’attaccante della squadra avversaria non possa anche essere l’arbitro della partita, ma neanche può esserlo l’attaccante della mia squadra. Se l’arbitro veste una maglia diversa da tutti gli altri non è perché non sia umano, non ami lo sport o, in cuor suo, non sia appassionato di questa o quella squadra, ma perché svolge un ruolo che non può essere collegato a nessuna delle due parti del campo.

Altrimenti la partita è truccata. E nella giustizia italiana, senza la separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, la partita è truccata. Il libro ricostruisce minuziosamente le origini di questa aberrazione sottolineando, fin dal titolo, non solo che non c’è colleganza simile a quella italiana in nessun altro sistema giudiziario civile, ma che fra le due funzioni non può esistere neanche confidenza, comunanza di vita.

Non devono darsi del “tu”. Figuriamoci essere parte della stessa corporazione, avere lo stesso sindacato, votarsi l’un l’altro per eleggersi al Consiglio superiore della magistratura o alla guida del sindacato stesso. Il libro nasce anche con una circostanza fortunata: terminato e andato in stampa prima delle elezioni del settembre 2022, nel tempo che ci ha messo per arrivare in libreria il prefatore, Carlo Nordio, è divenuto ministro della Giustizia.

E nella prefazione Nordio scrive che quella colleganza rientra in un patologico elenco di disfunzioni, fra le quali: «l’obbligatorietà dell’azione penale, l’abuso della custodia cautelare, l’autoreferenzialità e irresponsabilità dei magistrati, via via fino alla chiusa obbligatoria della lentezza dei processi».

Come a dire che se non si rimuove quell’origine è escluso si rimuovano i guasti che ne derivano. Non si tratta, quindi, di una morbosa fissazione di taluni, ma della necessaria riforma senza la quale la giustizia resterà funzione e servizio di una corporazione chiusa e prepotente, anziché servizio ai cittadini e alla convivenza civile.

La Ragione

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Frusciante


Polemiche accese per la soglia del limite al contante. In molti lo vogliono più alto, anche per questioni di libertà. Si tratta, però, di una discussione inutile… Scoppia subito la polemica sul limite all’uso del contante. Quanto deve essere? Lo vogliamo

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Polemiche accese per la soglia del limite al contante. In molti lo vogliono più alto, anche per questioni di libertà. Si tratta, però, di una discussione inutile…


Scoppia subito la polemica sul limite all’uso del contante. Quanto deve essere? Lo vogliamo più alto. È una questione di libertà. Favorisce l’evasione fiscale.

Ecco, temo sia, in grandissima parte, una discussione totalmente inutile. La pressoché totalità delle persone normali nemmeno lo sanno qual è il limite all’uso del contante, perché siamo in una stagione nella quale chiudono le filiali delle banche e chiudono anche i bancomat.

Con il pagamento elettronico si fa prima, è più sicuro, se ti rubano il portafoglio ti hanno rubato un pezzo di plastica e basta bloccare la carta. A quant’era sto benedetto tetto del contante? Nel 1991, quando ancora c’era la Lira, era 20 milioni. Nel 2002, con l’euro, erano 12.500. Poi è sceso a 5000, 2500, 1000, 3000, 2000. Adesso è 2000, ma dal primo gennaio dovrebbe essere 100.

Ma chi riesce a ricordare tutte queste cose? Soprattutto, considerato che sono praticamente scomparse dalla circolazione e non vengono più prodotte le banconote da 500, il taglio più grosso che normalmente si usa è 50, uno che gira con 5000 euro nel portafoglio è un soggetto strano.

Allora cerchiamo di ragionare sui fatti reali: qualsiasi limite all’uso del contante si riferisce alle transazioni lecite, perché le transazioni illecite saranno comunque fatte in nero, a prescindere dal limite. Ad esempio, se vado a comprare la cocaina, è difficile che io faccio il tracciamento del pagamento perché è un “negozio” illecito e, quindi, avverrà tutto di nascosto.

Se ho deciso di comprare casa, pagando una quota in nero, cioè in evasione fiscale, non è il limite all’uso del contante che mi spaventa ovviamente, perché sto organizzando un’evasione fiscale di enormi dimensioni. Quello influisce zero.

La grande differenza è tra mettere o non mettere un limite all’uso del contante, perché una volta che lo si è messo, per la stragrande maggioranza delle persone normali, che sia 2000 o sia 5000 è lo stesso.

Il tema è se posso fare anche transazioni importanti in contanti. Ci sono Paesi europei come l’Austria, l’Irlanda, la Germania e il Lussemburgo dove non c’è alcun limite all’uso del contante. Posso comprare direttamente l’appartamento cash. Ma attenzione! Sono Paesi dove è comunque obbligatoria l’identificazione di chi sta pagando. Bisogna fornire un documento di riconoscimento e il pagamento viene tracciato.

Dunque, la differenza non sta nel limite o nel non limite, sta nel sistema fiscale. Il tracciamento delle transazioni non c’è dubbio che faccia diminuire l’evasione fiscale. Ma per me che pago è la stessa cosa. Se pago 100 euro con la carta o in contanti, pago sempre 100 euro. La differenza la fa chi incassa, che potrebbe essere in evasione fiscale.

Dice la Meloni – quindi un governo di destra – che bisogna perseguire i grandi evasori. È la stessa posizione di rifondazione comunista di qualche anno fa, secondo cui anche i ricchi devono piangere. Certo che esistono i ricchi evasori, non c’è dubbio. Ma la maggior parte dell’evasione è la sommatoria di tutta la piccola evasione.

Peraltro è prevista la galera per il grande evasore, mentre per chi non fa lo scontrino è prevista la multa. Secondo voi perché? Perché sono due cose totalmente diverse.

Cosa è utile fare? Intanto è utile tenere bassissimi i costi delle transazioni digitali. Anche prelevare o depositare soldi in banca costa, non è gratis. L’importante è che le transazioni digitali costino meno del prelievo di contanti. Le banche dati devono essere interoperabili, in modo da scoprire gli evasori anche con i consumi e deve essere garantita totalmente la privacy: cioè quello che spendo sono affari miei, salvo che per qualche ragione non intervenga il giudice penale.

Fuori da questo l’intera discussione è totalmente priva di senso.

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Varata


Terminati i tripudi elettorali, superato il passaggio al Colle, esauriti i voti parlamentari preliminari, la nave governativa è varata, si smonta l’imbandieramento e si passa ai fatti. Dire di volere essere giudicati da quelli è una cosa, produrli un’altr

Terminati i tripudi elettorali, superato il passaggio al Colle, esauriti i voti parlamentari preliminari, la nave governativa è varata, si smonta l’imbandieramento e si passa ai fatti. Dire di volere essere giudicati da quelli è una cosa, produrli un’altra.

Se si sostiene di volere rispettare il diritto dei profughi ad essere accolti, al tempo stesso impedendo gli ingressi illegittimi, posto che il sistema produttivo ha fame di lavoratori, ci si deve dotare degli strumenti per distinguere e decidere. Ricordando che per l’immigrazione “normale” è necessario si facciano decreti-flussi adeguati.

Meloni ha indicato la formula migliore: centri di raccolta e identificazione prima della partenza. Sarebbe meglio se in aree extraterritoriali, che alcune di quelle zone sono teatro di guerre. Sarebbe meglio ancora se a cura dell’Unione europea. Ma se, fin qui, non si è riusciti a fermare i trafficanti alla partenza non è per ragioni oscure, ma perché difficile. Servono accordi con i Paesi coinvolti. Già solo in Libia significa parlare più con le tribù che con i governi. Roba da politica estera, non da prefetto.

Se si afferma che il gas dall’Adriatico va preso, si rientra nel campo dell’ovvio. Vista la condizione. Ma non è che l’ovvio non sia stato fatto perché si volesse far da spalla agli speculatori, bensì perché chi oggi lo propone (Meloni compresa) era contrario. Con tanto di aizzamento della deprecata (ora) “Italia del No a tutto”. Bene, ma il fatto non è dirlo, è assegnare concessioni e avviare i lavori.

A volere la rete pubblica di telecomunicazione Meloni non è la prima. Ci provò anche Renzi e prima di lui altri. Risultato: soldi buttati. A questo giro sarebbero incassati dagli attuali proprietari. Passare ai fatti significa:

  • stabilire le regole del gioco;
  • chiarire se le reti in concorrenza rimangono o devono essere unificate e come;
  • indicare i criteri di valutazione, giusto per non pagarle come se fossero preziose, laddove talune sono scassate;
  • informare il mercato su cosa succede se un proprietario non intende vendere o negoziare.

Dal discorso presidenziale è stata espulsa la flat tax, preferendo l’italiano: tassa piatta. Ma quelle delle campagne elettorali non erano flat e quella del discorso non è piatta. Sono aliquote nuove e aggiuntive, riferite a circostanze particolari. Il sistema fiscale si complica anziché semplificarsi.

In quanto alla “tregua” fiscale, pur avendo una coloritura più tenue della “pace” da altri proposta, si dovranno definire i termini di quella roba che, in italiano, si chiama: condono. Che è sempre una pernacchia fatta agli onesti e puntuali, che si sopporta se accompagnata da innovazioni sistemiche, mentre resta sberleffo se attuata per far cassa e scassare la credibilità statale.

Evviva la fine dell’epidemia di bonus. Mancava solo il bonus per chi propone bonus. Ma per organizzare l’assistenza a chi è veramente povero e non un travestito da povero, serve un sistema fiscale credibile. I dati dell’Irpef non fanno scopa con la realtà. E per aiutare chi cerca lavoro si deve sapere chi ha intenzione di lavorare, il che comporta l’eliminazione dei grotteschi navigator, il superamento dei centri dell’impiego e la collaborazione con le reti private.

In vista della modifica del patto di stabilità, in Ue, è bene chiarire che se si vuole (come vorremmo) più debito comune non si possono chiedere meno vincoli di bilancio. Se si vogliono più risultati, più strumenti, più fondi e più integrazione, quella roba porta con sé più vincoli. Che chi non escludeva di uscire dall’euro ora sia favorevole a maggiore collaborazione e integrazione è cosa bellissima, ma servono i fatti.

È confortante sapere che talune delle cose che si lasciarono intendere ieri non si ha intenzione di farle oggi, ma è necessario poterci credere anche domani. La nave è varata, sta in mare, il capitano ne ha il piglio, la ciurma è variopinta. Ma va fornito qualche elemento in più che non l’emozione di una reminiscenza felliniana.

La Ragione

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Sabino Cassese: “L’opposizione si liberi del passato, presidenzialismo utile alla stabilità”


Il giurista: «La forza della democrazia sta nell’aver incluso chi ha antiche radici autoritarie» ROMA. Il professor Sabino Cassese ha appena finito di ascoltare il discorso della presidente Giorgia Meloni e, a caldo, suggerisce una delle sue notazioni sul

Il giurista: «La forza della democrazia sta nell’aver incluso chi ha antiche radici autoritarie»


ROMA. Il professor Sabino Cassese ha appena finito di ascoltare il discorso della presidente Giorgia Meloni e, a caldo, suggerisce una delle sue notazioni sulfuree: «Ha usato tre toni di voce. Uno squillante, leggendo rapidamente la lunga lista di buoni propositi. Uno intermedio, riflessivo, per sottolineare alcune impostazioni. Infine, uno quasi sussurrato, senza leggere, per far capire chi era la locutrice. Un buon “acting”». Sabino Cassese, come si sa, è uno dei più importanti giuristi del secondo dopoguerra, ma anche un profondo conoscitore da “dentro” della politica italiana e in questa intervista a La Stampa colloca il discorso di Giorgia Meloni in un contesto più ampio di quello contingente.

Molta attualità politica e uno sguardo generico sui prossimi cinque anni?


«Un programma di governo, dichiaratamente di durata decennale, va giudicato in base a sei criteri: l’orizzonte ideale nel quale si muove, la collocazione internazionale proposta, la prospettiva temporale indicata, gli obiettivi prescelti, i mezzi preferiti, infine, le assenze, i temi che non ci sono».

Non le è parso un discorso senza un ’idea di Paese e di Europa?


«Se si considerano i primi tre criteri insieme, va riconosciuto che nel discorso sono presentati un solido orizzonte ideale, una robusta collocazione internazionale e una lunga durata. L’orizzonte ideale è quello della Costituzione, di tipo liberale e democratico, antifascista, con un riferimento all’Occidente; in più, sia la sottolineatura del vincolo rappresentati-rappresentanti, sia il riconoscimento del valore dell’opposizione. Tra questi si insinuavano toni anti-oligarchici, che mostrano la penetrazione del populismo in tutte le forze politiche italiane.

Quanto alla collocazione internazionale, mi sembra che sia stata chiara l’adesione all’Unione Europea e all’Alleanza atlantica, così come è stata chiara la critica all’invasione russa. I toni critici dell’Unione Europea c’erano, ma in termini di una sua insufficienza; insomma, per fare di più, non di meno. Quanto alla prospettiva temporale, è chiaramente decennale, come risulta dalla critica a 10 anni di governi deboli e instabili e dalla indicazione di 10 anni come prospettiva futura. Il governo conta su questa e sulla prossima legislatura».

Nei commenti c’è chi si sofferma di nuovo sulla questione fascista: la distanza le pare convincente e sufficiente?


«Non soltanto la distanza dal fascismo, ma anche le chiare indicazioni relative a libertà e democrazia. Sarebbe bene che l’opposizione si liberasse del punto di vista fascismo-antifascismo, giudicando il governo per quello che propone e per quello che fa. La forza di 75 anni di democrazia sta anche in questo, di avere abituato alla democrazia coloro che hanno le loro antiche radici in un regime autoritario».

Le priorità di Meloni le paiono quelle giuste?


«Più che esprimere un giudizio personale, provo a fare il seguente esercizio. Prendo il volume più aggiornato e interessante sulla storia repubblicana, quello curato da Luca Paolazzi su “75 anni di storia economico-sociale e 23 di stallo” e contiene 150 pagine di dati comparativi su Italia e altri Paesi. Gli obiettivi indicati dal nuovo governo centrano quasi tutti i problemi analizzati in quelle pagine su finanza e crescita, con un approccio pragmatico e rassicurante, insistendo sull’avanzo primario, sul risparmio privato.

Un rapporto tra Stato e economia di impianto liberista, favorevole a deregolazione e de-burocratizzazione, ma che punta su reti pubbliche. Attenzione per i tre grandi problemi del Paese, scuola, sanità, divario Sud – Nord. Accenti diversi da quelli dei suoi alleati di governo in materia di pensioni (con attenzione per la flessibilità e per le garanzie dei giovani) e sull’immigrazione (con attenzione più alle partenze che agli arrivi), più allo sviluppo dell’Africa mediterranea che alla chiusura dei porti e la geniale idea di un piano Mattei che riprenda l’esperienza di quel grande imprenditore».

Il presidenzialismo? Non se ne farà nulla anche stavolta?


«Il capitolo dei mezzi non si ferma al presidenzialismo. Riguarda anche l’autonomia differenziata, ma attenuata dal rafforzamento delle risorse per Roma e dall’accento sulle autonomie locali. Riguarda anche la burocrazia con reintroduzione dei criteri del merito. Riguarda anche la giustizia, con processi solleciti. Sulla riforma presidenziale non c’è stata una chiara scelta tra le decine di soluzioni che si presentano, ma è stata indicata l’opzione che tende a premiare la stabilità dell’esecutivo. Questo è un obiettivo importante in un Paese che in 75 anni inaugura il proprio 68º governo».

Quindi una valutazione positiva?


«Si, complessivamente, anche se la critica di bonus e ristori doveva continuare con programmi di investimento; sul fisco, a temi condivisi da tutti, come la lotta alla evasione e la riduzione del cuneo fiscale, si accompagnano anche idee molto criticate come la tregua fiscale e la tassa piatta. La critica alla limitazione delle libertà nella fase acuta della pandemia poteva essere risparmiata, anche perché non accompagnata da indicazioni su quello che farebbe il nuovo governo se si trovasse di nuovo davanti a una recrudescenza della pandemia. Il riferimento ai lavoratori autonomi costituisce un richiamo di tipo elettorale. E i lavoratori dipendenti? Interessante il riferimento all’ Europa: ha unito l’interesse nazionale ad un destino comune».

Un forte apparato retorico e tanti messaggi di metodo: sono libera, faremo cose che ci costeranno consenso, non tradiremo. Il profilo di una destra sociale fuori dal Palazzo, un romanticismo pronto alla “bella sconfitta”? O anche un’alterità effettiva da parte di una “underdog” combattiva che potrebbe rompere consuetudini?
«Un discorso da combattente, forse troppo lungo, che non mostrava le crepe che vi sono nella coalizione di governo, uno dei due punti deboli, insieme a quello delle strutture serventi e degli apparati di staff, della classe dirigente a cui far capo».

Intervista di Fabio Martini su La Stampa

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Conferenza “Scienza e Liberalismo”


Giovedì 10 novembre, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, il Prof. Angelo Maria Petroni terrà una conferenza dal titolo “Scienza e Liberalismo”. Il liberalismo è coevo della scienza

Giovedì 10 novembre, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, il Prof. Angelo Maria Petroni terrà una conferenza dal titolo “Scienza e Liberalismo”.

Il liberalismo è coevo della scienza moderna. Nella conferenza verrà argomentato che liberalismo e scienza si originano dalla stessa visione antropologica, e che il progresso scientifico dipende dalla solidità delle istituzioni liberali.

L’iniziativa è realizzata in collaborazione con l’Accademia Nazionale dei Lincei – Centro Linceo Interdisciplinare Beniamino Segre.

Interviene:


Prof. Angelo Maria Petroni, Professore presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza e membro del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi

È possibile partecipare fino ad esaurimento posti.

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Oppositori


Devono scegliere Le opposizioni non avranno una comune linea politica. Non è mai successo e non avrebbe senso. Il guaio non è che esistano opposizioni con idee e politiche diverse, ma che ne siano prive. O che siano frastornate. Termini come “opposizione

Devono scegliere


Le opposizioni non avranno una comune linea politica. Non è mai successo e non avrebbe senso. Il guaio non è che esistano opposizioni con idee e politiche diverse, ma che ne siano prive. O che siano frastornate. Termini come “opposizione dura”, o “ragionevole” o ancora “responsabile” non significano un accidenti. L’opposizione che spera di diventare maggioranza deve scegliere i temi su cui vuole caratterizzarsi e che utilizzerà per far cadere il governo. E qui, al momento, si brancola nel buio.

Nel discorso della presidente Meloni si devono andare a cercare certi vocaboli, impreziositi dall’enfasi della pronuncia, per rintracciare l’oppositrice che fu. Uno, per esempio: “potentati”. Della serie: noi popolo siamo contro i potenti. E vabbè, ora sei potente e vediamo. In quel discorso, però, andando alla sostanza, lasciando da parte l’uso emotivo della storia personale, c’è una conversione che pone un problema agli oppositori, ove mai vogliano essere effettivamente tali e puntare ad essere futuri vincitori.

Concretamente: l’Italia continuerà nel totale sostegno dell’Ucraina e nella condanna dell’invasione russa. Questa la posizione del governo. Sappiamo bene che in maggioranza, determinanti, ci sono presenze che la pensano all’opposto. Il tema, per chi si oppone è: si lavora sulle spaccature interne alla maggioranza, in modo da indebolire Meloni e accelerare la crisi, oppure si lavora consolidando la condanna russa e gli aiuti agli ucraini, in questo modo aiutando Meloni e marginalizzando i putiniani governativi?

Il che comporta una seconda scelta: si prova a tenere unita l’opposizione, così cominciando a dire frescacce generiche, malpanciste e falso pacifiste, o si abbandona al suo destino il populismo d’opposizione e se ne costruisce una che sia degna di governare? Non è che le domande siano retoriche e le risposte scontate, affatto.

Solo che le prime opzioni comportano un miglioramento del livello politico italiano e la necessità di un ricambio mica solo di una segreteria, ma di una cultura e una mentalità; le seconde rendono più facili le campagne elettorali, sono le scelte che i governanti di oggi fecero ieri, quando erano oppositori, ma dequalificano la classe politica e la popolano di retori a tre palle un soldo.

Al governo c’è un ministro della giustizia che (finalmente) parla esplicitamente dell’ovvio derivato del processo accusatorio: la separazione delle carriere. L’opposizione può scegliere se incalzarlo, morderlo quando incontrerà ostacoli imponenti, sollecitarlo alla scontro anziché alla mediazione, oppure può avversarlo e intestarsi per l’avvenire l’essere consustanziale alle camarille togate e al corporativismo autoreferenziale.

Se il governo, come dice il ministro responsabile, decide di riprendere la via dell’energia nucleare, l’opposizione può scegliere se farsi venire i mancamenti falso ecologisti o se sfidarlo nel passare dalle parole ai fatti.

Se il ministro dell’agricoltura si propone di aumentare i terreni coltivati, l’opposizione può scegliere di passare ancora del tempo a sollazzarsi sulla “sovranità” alimentare, mentre è oggettivamente ridicola la suggestione dell’autarchia produttiva, ma può, invece, far osservare che quei terreni qualcuno dovrà poi lavorarli e, come l’esperienza insegna, se solo si conosce la realtà, saranno per lo più immigrati. Nel prossimo decreto flussi ce ne mettiamo una paio di centinaia di migliaia? Sarebbero, gli oppositori, non solo gente che s’oppone, ma anche propone. Il che fa perdere il vantaggio della facile rimonta, ma fa guadagnare un motivo serio per rimontare.

Se, invece, intendono discutere ancora a lungo su se sia più femminista la quota rosa o il rosa a palazzo, se i generi sessuali siano due o n tendente all’infinito, su chi fa il segretario di cosa e chi si allea con chi, sappiano di potere continuare in tutta tranquillità, perché non gliene frega niente a nessuno. Tranne che a loro.

La Ragione

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Pregiudiziale


Il peso decisivo è stato quello di una pregiudiziale. Le elezioni hanno assegnato a Fratelli d’Italia la maggioranza relativa e molti ma molti più voti degli altri suoi alleati sommati assieme. Ma per la maggioranza di governo gli alleati sconfitti sono e

Il peso decisivo è stato quello di una pregiudiziale. Le elezioni hanno assegnato a Fratelli d’Italia la maggioranza relativa e molti ma molti più voti degli altri suoi alleati sommati assieme. Ma per la maggioranza di governo gli alleati sconfitti sono essenziali e se si sono messi di traverso, se hanno provato a fermare Giorgia Meloni, è perché avrebbero voluto far pesare quella essenzialità. Non è successo.

Perché ha pesato una pregiudiziale. Qui l’avevamo vista subito dopo il 25 febbraio: non si potrà, contemporaneamente, essere amici di Putin e guidare un Paese occidentale. Fino al crollo dell’Unione sovietica valse per i comunisti. Meloni lo ha capito (aiutata dagli amici polacchi) e ora guida il governo. Questo porta con sé molte conseguenze.

La penetrazione russa in casa nostra è stata significativa. Negli affari, nella politica e nella cultura. Berlusconi e Salvini hanno voluto generosamente intestarsene la rappresentanza, ma l’area del pacifismo inteso come disallineamento e posizione terza è più vasta e più distribuita a destra e manca, sopra e sotto.

Il Partito democratico si ritrova afono, privo di posizione, perché consapevole del trovarsi dalla stessa parte di Fratelli d’Italia, nella posizione che è stata del governo Draghi, ovvero quella occidentale, ha malamente provato a sollevare un’altra pregiudiziale, quella antifascista. Ma la pregiudiziale passata lascia il passo a quella presente e sebbene in Fd’I c’è chi fu fascista, come del Pd c’è chi fu comunista, nessuno seriamente crede che sia quello il pericolo. Il putinismo sì. E la pregiudiziale ha funzionato. È quella che ha dato forza a Meloni nel negoziato interno alla presunta e falsa alleanza di destra, mica solo un carattere puntuto.

Nella cucina politica ciò porta a delle conseguenze. I berlusconiani di governo saranno sempre più lontani dal non partito cui debbono tutto. I leghisti del Nord saranno sempre più propensi a riprendersi il partito che fu quasi separatista per poi mutarsi in nazionalista e infine perdere la partita con i soli che parlano di Nazione. Ma sono affari delle cucine, sperando usino i mestoli e non i coltelli.

Quelli dell’Italia sono altri. In attesa del discorso programmatico, si rifletta su queste parole di Guido Crosetto, che ne tracciano il solco: <<…la rabbia cerca sempre colpevoli e le piazze arrabbiate non fanno male ai governi, ma alle nazioni. (…) Serve maturità (…) avendo la consapevolezza che la rabbia dipende da fattori esogeni. (…) L’interesse della Russia, in questo momento è indebolire tutti i Paesi che sostengono l’Ucraina, a partire dall’Italia.

Soprattutto puntando sulle opinioni pubbliche: fare attaccare i singoli Paesi dall’interno, dagli elettori, impauriti e scontenti>>. Suggerisco di rileggerle. Crosetto usa la pregiudiziale e chiede che non sia fatto al loro governo quel che loro fecero al governo degli altri. Che poi sono sempre governi italiani. Non ha torto. Soffiare sul fuoco dei disagi, continuando a ripetere <<bollette, bollette>>, è da irresponsabili. Proprio perché il problema è reale. Ma perché si crei una condizione che sterilizzi gli irresponsabili non basterà che nel discorso programmatico ci siano richiami alla gravità del momento e all’unità nazionale. Perché il governo di unità c’era di già e Fd’I era all’opposizione. E perché loro fecero quel che ora vorrebbero si evitasse.

L’occasione c’è. Meloni a Palazzo Chigi, piaccia o no, chiude una pagina della nostra storia: le estreme sono costituzionalizzate. Non significa faranno del bene, ma che sono legittimate a governare. A destra e sinistra. Ha vinto la Costituzione. Solo che vince dopo essere stata scassata nel 2001, ammaccata e sfregiata da un pessimo sistema elettorale. Sia una forma costituente a porre rimedio. Un’Assemblea, eletta con il proporzionale, che chiuda in un anno i suoi lavori. Equilibri e sistema elettorale. Tocca ai vincitori proporlo, facendo della pregiudiziale un inizio e non solo uno sterile fortilizio.

La Ragione

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Il Senatore Andrea Cangini è il nuovo Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi


“Ricoprire la funzione di Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi sarà per me un grande onore e al tempo stesso una grande responsabilità. Mai come oggi si avverte la penuria di quei fattori che fecero di Einaudi l’indimenticato “Presidente del

“Ricoprire la funzione di Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi sarà per me un grande onore e al tempo stesso una grande responsabilità. Mai come oggi si avverte la penuria di quei fattori che fecero di Einaudi l’indimenticato “Presidente della ricostruzione”: il realismo, la competenza, l’equilibrio, la naturale predisposizione al confronto, il senso profondo delle Istituzioni.

L’Italia è alle prese con colossali problemi interni ed internazionali. Problemi destinati ad aggravarsi se affrontati con superficialità o con demagogia o sopravvalutando il ruolo dello Stato. Sarà cura della Fondazione incoraggiare alla realtà il dibattito pubblico secondo il “metodo liberale”, attingendo dalla cassetta degli attrezzi einaudiani gli strumenti di volta in volta più utili e sviluppando quella vocazione alla ricerca che le è propria.

Ringrazio il presidente Giuseppe Benedetto e gli autorevoli membri del Cda per la fiducia che hanno voluto accordarmi. Assieme ai componenti del Comitato scientifico coordinato dalla professoressa Emma Galli terremo alto il nome di Luigi Einaudi attualizzandone gli insegnamenti attraverso studi, convegni, progetti, analisi economiche, politiche e sociali.

Un saluto particolare al mio predecessore, Sergio Boccadutri, che rimarrà un imprescindibile punto di riferimento per la Fondazione”.

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Mummie Egizie: i Mummy Unwrapping Parties Ottocenteschi


Le mummie egizie hanno sempre esercitato un grande fascino in Occidente, soprattutto nella prima metà del XIX secolo. Questo ha portato a un commercio illecito di mummie egizie tra Egitto e Regno Unito. Per laContinue reading

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Meglio non andare oltre il sandalo


Non possiamo sapere se Oliviero Toscani, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “Ne supra crepidam sutor indicaret” e che in italiano traduciamo comunemente: “(ciabattino) non

Non possiamo sapere se Oliviero Toscani, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “Ne supra crepidam sutor indicaret” e che in italiano traduciamo comunemente: “(ciabattino) non andare oltre la scarpa”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.

La storia del ciabattino (sutor) è più o meno questa.

C’era un artista greco, Apelle di Coo, il quale era solito esporre le sue opere in modo da poter trarre profitto dai commenti e dalle critiche dei passanti. Una volta, un ciabattino gli fece un appunto riguardo a come aveva rappresentato il sandalo (crepidam) di un personaggio. Apelle, dall’alto della sua fama ma anche della sua umiltà e avvedutezza metodologica, accolse la critica e passò al ritocco. Il ciabattino, inorgoglito di tale successo, il giorno dopo tornò all’attacco muovendo un’ulteriore critica, questa volta, al ginocchio. A tal punto Apelle lo gelò: hai parlato di sandalo e va bene, ti ho ascoltato; però adesso fermati, non andare oltre, lascia stare il ginocchio perché non è materia di tua competenza.

Oliviero Toscani, il 20 ottobre 2016 si trova a Vibo Valentia in occasione della mostra “Razza umana”, allestita nel complesso monumentale Valentianum. C’è calca intorno al personaggio. Si fa avanti Vittorio Sibiriu, anni 18, faccia pulita di studente, condotta impeccabile, figlio di un carabiniere. Il giovane chiede a Toscani una foto che li ritragga insieme. La risposta è un rifiuto netto. Sibiriu dichiara che l’artista lo ha “additato come un potenziale mafioso, affermando che” – lo è o non lo è (e questo Toscani non lo sa) – “avrebbe benissimo potuto esserlo poiché anche Matteo Messina Denaro non ha la faccia da mafioso eppure lo è”.

La storia finisce in tribunale perché Sibiriu non ha nessuna voglia né di ingoiare il torto subito e neanche quella di rassegnarsi a collezionare pregiudizi espressi con tale leggerezza. Il Tribunale di Vibo, dopo 6 anni condanna Toscani Oliverio a 8 mesi, al pagamento di una provvisionale di 3.000 Euro e alle spese giudiziarie.

Che Toscani sia un fotografo di fama lo sappiamo tutti e lo apprezziamo pure, ma quella volta, supponiamo, abbia voluto fare un po’ di più, come quel ciabattino: andare oltre le foto, fin dentro la vita delle persone, e siccome si trovava in Calabria, sarebbe stato un viaggio a vuoto non aver incontrato un mafioso o un presunto tale. E, presunto tale, poteva essere finanche quel Vittorio Sibiriu, il cui volto luccicante di studente diciottenne, poteva nasconderne uno. Sì, poteva trovarsi – il Toscani – come dinanzi a Messina Denaro – niente poco di meno – che mafioso non sembra, ma lo è.

E’ vero che il ciabattino si era spinto oltre, ma, onestamente, aveva fatto poca strada, dal sandalo al ginocchio, dalla calzatura all’ortopedia, dall’artigianato alla medicina. Toscani si è lanciato dall’esteriorità all’interiorità, dall’apparire all’essere, dalla presunzione d’innocenza (che a tutti appartiene) alla presunzione di mafiosità (che è tutta da provare). Insomma: Toscani fotografa uomini e cose o fa la Tac pure all’anima? E tanta paura s’è presa in terra calabra da vedere mafiosi anche dove non ce ne erano? A volte, si appannano non solo le lenti di una macchina, ma anche gli occhi di chi vi guarda dentro quando accade che su un’intera regione e sui suoi abitanti si spalmano aggettivi squalificativi come ghiottamente si fa con la marmellata sul pane: a tappeto.

No – avrà pensato in un attimo Toscani – finire in foto in compagnia di un presunto mafioso, questo mai. Un artista della macchina fotografica permetterselo non può. Un eccesso di difesa gli è costato una condanna. E glielo doveva dire proprio un tribunale che quel giovanotto non era e neanche poteva essere un soggetto pericoloso? Nel dubbio, resta l’ammonimento del pittore: meglio non andare oltre la scarpa.

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Brayan Stevenson – Il diritto di opporsi


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Non fate troppi pettegolezzi


Si è concluso a settembre a Brancaleone il Pavese Festival.Festival dedicato da 22 anni a Cesare Pavese, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascors

Si è concluso a settembre a Brancaleone il Pavese Festival.
Festival dedicato da 22 anni a Cesare Pavese, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata.

A Santo Stefano Belbo, ai margini delle Langhe, paese natale dello scrittore, si sono svolti gli eventi dei primi cinque giorni, il sesto e ultimo a Brancaleone, in una commistione di letteratura, musica, arte, teatro splendidamente interpretata da qualificati ospiti.
Filo conduttore è stata la figura femminile cercata ma mai raggiunta dallo scrittore.

La donna per Pavese è parola. Una parola che è ricerca, dialogo, scoperta, ricordo, introspezione, fanciullezza, verità: poesia” .

Noi ci lasceremo guidare dalla scritta che, come un tatuaggio, compare nell’acquerello che fa da locandina, di Paolo Galetto. Tutto in bianco e nero, ma segnato da sparsi petali rossi, quasi una festa o forse ferita sanguinante: “Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto”.

La terra e la donna, due temi che si intrecciano e si respingono nell’opera di Pavese. La nostalgia, la mancanza, il desiderio, la perdita dell’una e dell’altra incideranno profondamente nella sua vita e nella sua arte.

La Donna continuamente inseguita in vaghe figure femminili.
La ballerina che lo lascerà ad aspettarla sotto la pioggia e che De Gregori canterà in Alice (E Cesare perduto nella pioggia/sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina).
La voce rauca e fresca di Tina militante comunista.
Fernanda Pivano e la comune passione per la letteratura americana.
Elena amore di necessità.
La selvatica Concia bella come una capra nel tempo del confino.
Bianca con la quale tenterà la scrittura di un libro a due mani.
Costance l’allodola e quegli occhi che rivedrà nella stanza d’albergo a Torino dove darà fine alla sua vita. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

La figura femminile è costantemente presente nell’itinerario personale e artistico di Pavese.
La racconterà soprattutto nei versi, in quell’incedere narrativo di righe lunghe costrette dal ritmo attraverso la parola, unica realtà. Donna mito di una fanciullezza felice e perduta che si identifica nel paesaggio delle langhe e in contrasto con la donna-compagna riconosciuta nei percorsi metropolitani di Torino. Ma sia l’una o sia l’altra, quello che è certo è che né l’uomo né il poeta riusciranno mai a raggiungerla. Non incontrerà nella sua strada quotidiana quella donna che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa e non riuscirà nei suoi scritti a darle del tutto voce con parole inghiottite.
Sei buia. Per te l’alba è silenzio.
La Terra, che nelle prime poesie è raccontata più che cantata nella realtà delle colline o in contrappunto nella squallida visione delle periferie di Torino, è fondamentalmente la geografia della propria solitudine, dell’inadeguatezza a condividere spazi e circostanze e rapporti con gli altri.
Nella vita e nel mondo, la condizione di Pavese è quella dell’espatriato che continuamente e ripetutamente cerca di tornare. Ma anche quando la ricerca lo riporterà, come Anguilla de La luna e i falò, nel suo paese di origine dovrà constatare che in realtà non si torna mai al passato, al tempo inesorabilmente andato, agli eventi che ormai parlano lingue sconosciute: “Un paese ci vuole…vuol dire non essere soli…nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Sì, i falò si accendono ancora, ma per divorare con le loro fiamme quel che mai più ritornerà.
Il mito della fanciullezza con il suo bagaglio di ingenue felicità, di speranze che volano alte, di certezze si è concluso.
Si accendono nuovi falò che distruggono, divampano dolore, illuminano sinistramente tragedie.
Non resta che la sconfitta.
Non resta che guardare dalla finestra di quella cameretta al primo piano di un paese, Brancaleone, che per lui resterà sempre un paese straniero.
No, non troverà pace né tra quei muri né nel Bar Roma, dove legge quotidianamente il giornale, né sullo scoglio dal quale guarda senza vedere un inutile mare.

Ancora oggi andando a Brancaleone si può visitare la casa, la stanza in cui visse, il lettuccio stretto, la scrivania che è solo uno sbilenco tavolo, l’avara lampada e la finestra che racconta la “monotonia di un paesaggio sempre uguale”.
Da quella finestra – quarta parete della sua prigione – Pavese fisserà i binari. Quegli stessi binari sui quali si è fermata la littorina con la quale è giunto insieme a due valigie cariche di libri. Su quelle linee parallele scorreranno le nostalgie di un paese diverso e lontano, di una vita condivisa di amore e di impegno mentre le ore scorrono nel tedio, sempre uguali.
Acchiappo mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare (che d’altronde è una gran vaccata), giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, serbo un’inutile castità.
No, il confinato non avrà voglia di incontrare veramente né il paese né i suoi abitanti. Un rapporto tra lui e i brancaleonesi superficiale e di condiviso rispetto. Un accennato interesse verso la letteratura orale e le tradizioni popolari, un amore di necessità e una fantasia erotica. Una lettura della Calabria, tuttavia, fuori da ogni retorica.

E forse tra le note di quel on the road musicale di Omar Pedrini, che ha concluso il Festival nella struggente malinconia di una notte calabrese, ci sembrerà di riconoscere l’ombra di un uomo solo, con la pipa e gli occhiali, che ancora cerca un senso a una vita vuota che nemmeno il profumo dei gelsomini, la dotta lentezza delle tartarughe e il vento diviso dal vicino Capo Spartivento e un mare di verdi e di azzurri, sono riusciti a regalargli.

A Brancaleone Pavese conferma di non essere in grado di imparare il mestiere di vivere, che la sua è la condizione di una straziante solitudine, che l’unico mestiere che conosce, quel vizio assurdo vissuto quasi come un dovere, corteggiato più di un amore, idolatrato e temuto, è quello di morire.

Lui che aveva dichiarato di non avere più parole, riuscirà a scovarne una manciata da scrivere con mano ferma su un foglio lasciato su un anonimo comodino di un’anonima stanza d’albergo:

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

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