Guida per idioti alle elezioni politiche


Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare una guida alle elezioni per idioti, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti. Abbiamo una coalizione di centrodestr

Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare una guida alle elezioni per idioti, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti.

Abbiamo una coalizione di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), una dicentrosinistra (PD, +Europa, Verdi e Sinistra italiani), una liberale(Calenda e Renzi) ed infine i Cinquestelle da soli. Trascuriamo le altre organizzazioni folcloristiche, come “Il partito della follia creativa” del dottor Cirillo, da anni ilare presenza nelle elezioni romane.

Non parliamo di proposte specifiche, bensì di un’impostazione generale. In particolare, evitiamo qualunque riferimento ai rapporti con la UE, con la NATO, la guerra in Ucraina e il debito pubblico, perché su questi temi, semplicemente, non c’è alcuna possibilità di scelta.

I tre partiti di destra, nonostante qualche divisione non banale, condividono una chiara impostazione ideologica, una nostalgica visione di un piccolo mondo antico in cui ci si conosceva tutti, ognuno aveva un lavoro, c’erano pochi stranieri, l’Europa era lontana e la vita scorreva tra la sagra dei tortelli e la messa della domenica, un mondo alla Pane, amore e fantasia. Le donne restavano a casa a cucinare le eccellenze culinarie che il mondo ancora non ci invidiava, facevano figli e non abortivano, se non di nascosto.

Si rubava, anche, ma di nascosto; non si pagavano le tasse, ma di nascosto; c’erano anche gli omosessuali, che non andavano in giro a fare i “pride”. E a chi osava, c’era l’arma letale del pettegolezzo, punto di partenza per l’ostracismo sociale, pena peggiore del carcere. Si andava nelle case chiuse, all’aperto e senza sensi di colpa, raccontando barzellette contro le mogli. Il futuro che ci offre il centrodestra, in altre parole, è il ritorno ad una società in cui il maschio bianco etero è ai vertici e la cultura ne celebra le fanfaronate, dai bordelli alle sgommate in tangenziale.

Colonna sonora: Povia, “Luca era gay”

Nel lato sinistro non mancano proposte interessanti, come la scuola dell’infanzia obbligatoria, la reintroduzione dell’imposta di successione, il salario minimo e lo ius scholae, ma si avverte che sono estemporanee, fatte per accontentare una delle molteplici lobby che si alligna nel sottobosco della società civile, senza una riflessione complessiva sulla società futura. Secondo la sinistra, i prossimi decenni dovranno essere, per forza, multietnici, gender, ecologici, meritocratici, sostenibili ed equi, ma non ci dice come questo Sol dell’Avvenire dovrebbe essere realizzato.

In realtà la politica del PD è una forma molto italica di conservatorismo progressista, fare il minimo indispensabile perché ogni decisione rischia, in primo luogo, di spaccare il partito, poi di essere bloccata da un TAR o da un sindaco o da una protesta di piazza. La sinistra ha rinunciato completamente all’idea di governare i complessi processi in corso in Italia, se non affidandosi all’Europa, madre salvifica ma non sempre benigna.

Colonna sonora: “Bella Ciao” (a bassa voce per non dare fastidio)

Passando ai Cinquestelle, la visione di Italia che Conte sta cercando in modo piuttosto annaspante di vendere al paese è quella dell’unica vera sinistra attenta ai bisogni della gente. Su questo, le credenziali di Conte sono interessanti, vedi reddito di cittadinanza. I Cinquestelle propongono sostanzialmente una società in cui uno Stato paternalista si fa carico di ogni problema, con un ampio allargamento dei cordoni delle borse, ma che non ha alcuna idea di come riorganizzare la società e l’economia nel suo complesso, senza grandi slanci, con un rinnegamento degli ideali più interessanti di rifondazione della politica lanciati dai Cinquestelle degli inizi. In altre parole, un traccheggiamento a vista, salvo intese.

Colonna sonora: Francesco Guccini, “La locomotiva”

Venendo al quarto polo, i due ragazzi terribili, Calenda e Renzi, sembrano gli unici con il coraggio di una visione davvero rivoluzionaria del futuro: individuo, impresa, liberalismo estremo, meritocrazia, Draghi ed Europa. Non è chiaro come tutto questo possa essere realizzato in una società invecchiata (male) come quella italiana, tenuta ignorante dal terrore televisivo, mentre i giovani, quei pochi che non sono fuggiti all’estero, sperano di fare fortuna con Tik-Tok. Tuttavia, i due rinascimentali propongono forse l’unica agenda per un radicale cambiamento dell’Italia, peccato che, come i bravissimi Maneskin, piacciano solo ai cinquantenni che credono di avere ancora vent’anni.

Colonna sonora: Madonna, “Like a Virgin”

Un’ulteriore scelta è l’astensione. Il rifiuto di partecipare al più importante appuntamento elettorale della vita pubblica è un fatto grave ma non può essere negato. Chi si astiene coscientemente non intende legittimare un sistema che ha tolto ai cittadini la libertà di scegliere i propri rappresentanti e governanti.

Ciò grazie ad una legge elettorale assurda, che premia le accozzaglie e accentra ogni potere nelle mani dei segretari di partito i quali, comunque, non sono in grado da anni di prendere alcuna decisione che non siano le questioni identitarie, fuffa solo per chi non soffre le discriminazioni (vedi decreti sicurezza contro gli immigrati, le restrizioni all’aborto contro le donne, l’ideologia della famiglia tradizionale imposta ad un paese arcobaleno da cinquant’anni).

Colonna sonora: La Rappresentante di Lista, “Ciao ciao”

Ecco, queste sono le scelte a disposizione degli italiani e delle italiane. Potenzialmente, andiamo dalla restaurazione dell’ancien régime alla repubblica socialista, con mille sfumature dal nero al rosso. E tanto grigio, colore del fumo.

In realtà, c’è ben poco da scegliere. La politica economico-finanziaria, che ci piaccia o no, è decisa dai mercati finanziari internazionali, su cui la Commissione europea non comanda. Di politica estera non parliamo perché non l’abbiamo dai tempi di Andreotti. I clandestini continueranno ad arrivare con o senza blocco navale. Con la cultura non si mangia. Gli unici possibili e sostanziabili cambiamenti sono nei diritti sociali, ovvero in quelli che più fanno male quando si perdono. Questi sono essenzialmente i diritti dei lavoratori, la scuola pubblica, la sanità pubblica e la libertà di decidere del proprio corpo, che siano l’aborto o il fine vita.

Le diverse coalizioni hanno già mostrato nei fatti cosa faranno o non faranno su ciascuno di questi temi, ma lascio a ciascuno e ciascuna di voi il compito di informarsi e di scegliere, per una volta, con consapevolezza.

Non dovrebbe essere difficile.

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Ursula Von Der Leyen: “Viva L’Europa!”. Il discorso sullo Stato dell’Unione


Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commissione Europea, pronuncia parole forti e decise nel suo discorso sullo Stato dell'Unione. L'articolo Ursula Von Der Leyen: “Viva L’Europa!”. Il discorso sullo Stato dell’Unione proviene da ilcaffeonline. https

Il discorso sullo Stato dell’Unione di quest’anno è decisamente molto diverso da quello che venne pronunciato lo scorso settembre. Le parole della Presidente della Commissione sono risuonate non solo nell’aula del Parlamento ma anche nelle petites rues di Strasburgo, nelle larghe vie di Bruxelles e in tutte le altre città europee.

Ursula Von Der Leyen, vestita di giallo e di blu, ha iniziato il suo intervento con una constatazione: “Mai prima d’ora questo Parlamento si è trovato a discutere lo stato della nostra Unione mentre
sul suolo europeo infuriava la guerra”
.

Davanti ad Olena, la consorte di Zelensky, ha infatti ricordato l’immenso coraggio che la popolazione ucraina continua a dimostrare contro l’aggressione di Putin. Ha puntualizzato: “Le sanzioni resteranno in vigore. È il momento della risolutezza, non delle concessioni”.

Secondo Ursula questa guerra è l’apice di uno scontro ben delineato, quello tra autocrazia e democrazia, tra valori occidentali e credi zaristi.

L’Europa ha reagito coesa a questa guerra alla sua economia, alla sua energia, al suo futuro. La Presidente porta un esempio italiano virtuoso, quello dei ceramifici al centro della nostra penisola che hanno deciso di spostare i turni al mattino presto per beneficiare delle tariffe più basse dell’energia.

Entra così nell’argomento letteralmente più scottante e impellente: quello energetico.

La proposta europea è quella di mitigare il carobollette con oltre 140 miliardi di euro. Come? Tassando gli extra-profitti. La Presidente ha infatti dichiarato “ci sono grandi compagnie petrolifere, del gas e del carbone, che stanno realizzando profitti enormi e inaspettati, che non si sarebbero mai nemmeno immaginate”.

E ancora, due riforme necessarie sono quella radicale del mercato dell’energia elettrica e, in linea con il Green Deal, l’introduzione di una Banca europea dell’idrogeno, fonte che verrà trasformata in un mercato di massa con ingenti investimenti nei prossimi decenni.

Ursula è pronta a sostenere gli avanzamenti e la rilevanza del progetto green europeo nelle due prossime occasioni internazionali, alla conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità di Montreal e alla COP27 di Sharm el-Sheikh.

Ha colto l’occasione poi per annunciare una nuova legislazione europea sulle materie prime critiche, punto cruciale per il successo della transizione sostenibile nell’economia e nel mondo digitale, in continuità con il Chips Act.

Altra tematica fondamentale toccata nel discorso sullo Stato dell’Unione è stata l’importanza di combattere la disinformazione nella rete ma anche nelle università europee; “queste menzogne
sono tossiche per le nostre democrazie
”.

Citando la Regina Elisabetta e David Sassoli, Ursula ha ricordato a tutti i presenti l’essenzialità di difendere sempre il nostro modello occidentale. Migliorarlo ogni giorno significa crescita collettiva, per tutti gli individui.

L’Europa sarà in grado di guardare oltre e cercare nuovi orizzonti?

Si, se coltiverà lo spirito di Maastricht, dove stabilità e crescita vanno necessariamente di pari passo; dove si uniscono tutte le forze in nome di un comune obiettivo; dove volontà e solidarietà si mescolano; dove ogni cittadino europeo si sente a casa.

Ursula auspica che questo spirito europeo, cresciuto moltissimo dopo lo scoppio della pandemia, possa crescere ancor più forte e in armonia.

Come esempio finale della sua riflessione, ha elogiato Magdalena e Agnieszka, due giovani polacche che in pochi giorni hanno organizzato migliaia di volontari per accogliere i rifugiati ucraini. Un esempio di altruismo e umanità.

La loro storia è, secondo la Von Der Leyen, emblematica e rappresenta al meglio il sentimento dell’Unione e della nostra comunità europea.

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Rublati


La fonte, i tempi e il fatto. Questi gli elementi da tenere in considerazione per capire il significato di una nota statunitense relativa ai soldi che dalla Russia sarebbero giunti a componenti politiche di 24 Paesi. Fin da prima che la criminale aggressi

La fonte, i tempi e il fatto. Questi gli elementi da tenere in considerazione per capire il significato di una nota statunitense relativa ai soldi che dalla Russia sarebbero giunti a componenti politiche di 24 Paesi.

Fin da prima che la criminale aggressione russa all’Ucraina partisse, l’intelligence statunitense ha scelto un approccio diverso da quello classico: disvelare anziché celare. Il valore maggiore delle informazioni riservate è consistito nel renderle pubbliche.

Fecero sapere che, secondo le loro informazioni, l’ammassarsi di truppe russe ai confini ucraini non era manco per niente un’esercitazione, ma la premessa di un’imminente invasione. In tanti li accusarono di propaganda e Putin fece lo spiritoso. L’informazione era esatta e le cose sono andate come erano state descritte.

Circa i finanziamenti russi a politici europei, sono noti quelli alla destra francese di Le Pen. Quindi non una novità. Perché adesso? Per noi italiani è facile supporre che la tempistica sia stata scelta in relazione alle elezioni del prossimo 25 settembre.

A parte che sembrerebbe non esserci note sull’Italia, la stessa cosa sarebbe valsa per le notizie francesi. Ma sono sensazioni superficiali, che non tengono conto di due dati fondamentali: a. la ricerca sulle influenze russe nasce negli Usa perché gli Usa furono penetrati; b. la scadenza elettorale più rilevante è in Usa. Forse quei tempi hanno rilevanza maggiore dei nostri.

Il fatto va ben delineato: se ci sono trasferimenti di denaro a partiti o soggetti politici, ovviamente non dichiarati, da noi si tratta di un reato. E dei reati si occupa la giustizia. Per me possono anche metterci il nome di Tizio, in quelle carte, ma continuerò a considerarlo innocente e a credere alle sue smentite, fino a sentenza contraria.

Il che, però, non mi distoglie di un capello dall’osservare che il citato Tizio ha posizioni filorusse, s’è speso contro le sanzioni, non voleva inviare armi all’Ucraina. Che non sono reati, ma responsabilità politiche. E in politica sono quelle che contano.

Con le influenze russe in casa nostra ci siamo cresciuti. I comunisti sovietici finanziavano i comunisti italiani. Ma quel fatto, documentato dalla stessa memorialistica comunista, non deve trarci in inganno: non era il finanziamento a una comune idea, ma soldi per sostenere la stessa idea che oggi sostiene Putin: indebolire le democrazie e minare la credibilità di chi le governa.

Per questo è ininfluente pagare a sinistra o a destra, mentre è rilevante investire sugli sfasciacarrozze. Che non necessariamente devono essere politici.

Distinguere il reato dalla responsabilità politica serve anche a guardare un po’ oltre. Di certo in Russia non si son crucciati perché degli svalvolati italiani volevano bloccare il gasdotto dall’Azerbaijan (Tap), fortunatamente senza riuscirci. Ed hanno goduto quando ci siamo evirati rinunciando a gran parte del gas che abbiamo in Adriatico. E se guardate ai protagonisti di quelle pessime battaglie ce ne trovate di destra e di sinistra. Mica notizie segrete, se ne vantavano.

E siccome 300 milioni in 24 Paesi, dal 2014 sono poco più della mancia al cameriere, porgerei maggiore attenzione al fronte del gas e alla formulazione dei contratti, con eventuali liberalità aziendali. Il che porta più a governanti tedeschi che non a neonazisti che pure i russi accudirono con amore. Idem per il lato italiano.

Possiamo usare una sola bussola, per evitare svarioni: osservare i fatti noti ed esprimere un giudizio sui putinofili nostrani (prevalentemente a destra); fare attenzione agli interessi delle battaglie contro il gas non russo (ben distribuiti fra saltimbanchi di diverso colore); ribaltare, come si sta facendo, la politica energetica, rendendosi totalmente indipendenti dal mefitico gas russo.

Questa non è una faccenda da pupazzetti in magliettina, ma da ridisegno di equilibri globali. E come tale va trattata.

La Ragione

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Ursula Von Der Leyen: “Viva L’Europa!”. Il discorso dello Stato dell’Unione


Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commissione Europea, pronuncia parole forti e decise nel suo discorso sullo Stato dell'Unione. L'articolo Ursula Von Der Leyen: “Viva L’Europa!”. Il discorso dello Stato dell’Unione proviene da ilcaffeonline. https

Il discorso sullo Stato dell’Unione di quest’anno è decisamente molto diverso da quello che venne pronunciato lo scorso settembre. Le parole della Presidente della Commissione sono risuonate non solo nell’aula del Parlamento ma anche nelle petites rues di Strasburgo, nelle larghe vie di Bruxelles e in tutte le altre città europee.

Ursula Von Der Leyen, vestita di giallo e di blu, ha iniziato il suo intervento con una constatazione: “Mai prima d’ora questo Parlamento si è trovato a discutere lo stato della nostra Unione mentre
sul suolo europeo infuriava la guerra”
.

Davanti ad Olena, la consorte di Zelensky, ha infatti ricordato l’immenso coraggio che la popolazione ucraina continua a dimostrare contro l’aggressione di Putin. Ha puntualizzato: “Le sanzioni resteranno in vigore. È il momento della risolutezza, non delle concessioni”.

Secondo Ursula questa guerra è l’apice di uno scontro ben delineato, quello tra autocrazia e democrazia, tra valori occidentali e credi zaristi.

L’Europa ha reagito coesa a questa guerra alla sua economia, alla sua energia, al suo futuro. La Presidente porta un esempio italiano virtuoso, quello dei ceramifici al centro della nostra penisola che hanno deciso di spostare i turni al mattino presto per beneficiare delle tariffe più basse dell’energia.

Entra così nell’argomento letteralmente più scottante e impellente: quello energetico.

La proposta europea è quella di mitigare il carobollette con oltre 140 miliardi di euro. Come? Tassando gli extra-profitti. La Presidente ha infatti dichiarato “ci sono grandi compagnie petrolifere, del gas e del carbone, che stanno realizzando profitti enormi e inaspettati, che non si sarebbero mai nemmeno immaginate”. E ancora, due riforme necessarie sono quella radicale del mercato dell’energia elettrica e, in linea con il Green Deal, l’introduzione di una Banca europea dell’idrogeno, fonte che verrà trasformata in un mercato di massa con ingenti investimenti nei prossimi decenni.

Ursula è pronta a sostenere gli avanzamenti e la rilevanza del progetto green europeo nelle due prossime occasioni internazionali, alla conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità di Montreal e alla COP27 di Sharm el-Sheikh.

Ha colto l’occasione poi per annunciare una nuova legislazione europea sulle materie prime critiche, punto cruciale per il successo della transizione sostenibile nell’economia e nel mondo digitale, in continuità con il Chips Act.

Altra tematica fondamentale toccata nel discorso sullo Stato dell’Unione è stata l’importanza di combattere la disinformazione nella rete ma anche nelle università europee; “queste menzogne
sono tossiche per le nostre democrazie
”.

Citando la Regina Elisabetta e David Sassoli, Ursula ha ricordato a tutti i presenti l’essenzialità di difendere sempre il nostro modello occidentale. Migliorarlo ogni giorno significa crescita collettiva, per tutti gli individui.

L’Europa sarà in grado di guardare oltre e cercare nuovi orizzonti?

Si, se coltiverà lo spirito di Maastricht, dove stabilità e crescita vanno necessariamente di pari passo; dove si uniscono tutte le forze in nome di un comune obiettivo; dove volontà e solidarietà si mescolano; dove ogni cittadino europeo si sente a casa.
Ursula auspica che questo spirito europeo, cresciuto moltissimo dopo lo scoppio della pandemia, possa crescere ancor più forte e in armonia.

Come esempio finale della sua riflessione, ha elogiato Magdalena e Agnieszka, due giovani polacche che in pochi giorni hanno organizzato migliaia di volontari per accogliere i rifugiati ucraini. Un esempio di altruismo e umanità.

La loro storia è, secondo la Von Der Leyen, emblematica e rappresenta al meglio il sentimento dell’Unione e della nostra comunità europea.

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L’esperienza del cittadino ed il passaporto “elettronico”


In questo articolo Pier Paolo Bucalo, si sofferma sul processo di richiesta del passaporto, in particolare sulla gestione della fotografia. L'articolo L’esperienza del cittadino ed il passaporto “elettronico” proviene da ilcaffeonline. https://ilcaffeon

L’esperienza del cliente/cittadino

Quattro anni fa ho disegnato e lanciato, in Luiss Business School, il primo programma executive in Italia in Customer Experience Management, ossia “Gestione dell’esperienza del cliente”. L’ obiettivo è la promozione della cultura della centralità del cliente all’interno delle aziende, ridisegnando ed organizzando i processi aziendali per ottimizzare l’esperienza del Cliente.

Tra i messaggi emersi con più frequenza nel corso delle prime quattro edizioni del programma, sicuramente quello che sia limitante parlare di “clienti”.

Ognuno di noi, nel corso della vita, ha tanti cappelli in testa: io sono cliente, dipendente, studente, (a volte) paziente, tifoso, certamente un cittadino.

Ma a prescindere dal cappello specifico, con il quale l’essere umano vive una determinata esperienza, vuole sempre essere trattato in modo “umano” e rispettoso.

C’è una bella frase inglese che recita: “There is a big difference between a human being and being human”.

Il passaporto “elettronico”

Pensando all’esperienza del cittadino italiano, ossia alla somma delle numerose esperienze che ognuno di noi vive quando interagisce con le PA, ce n’è qualcuna di davvero incredibile.

In questa sede, vorrei soffermarmi sul processo di richiesta del passaporto, ed in particolare sul processo relativo alla gestione della fotografia sul passaporto, ora chiamato “elettronico”.

Io cittadino, per ottenere il mio passaporto “elettronico”, mi devo preoccupare di avere una fotografia bella e recente. Per definizione, nel 2022, tutte le foto recenti sono state acquisite in formato digitale. Per averne una in alta definizione, mi sarò rivolto ad un fotografo professionista o anche semplicemente ad un amico con uno smartphone recente.

A questo punto è triste scoprire che con la mia bella foto digitale in alta definizione, io cittadino non posso farci assolutamente niente, tranne che andare in uno studio fotografico per farmela stampare su carta fotografica nel minuscolo formato 45mm x 35 mm. Passaggio obbligato.

Questo ahimè con l’unico scopo di consentire a qualcuno, presso la Questura del territorio di residenza, di scansionare successivamente tale micro-fototessera per riportarla nel formato elettronico.

Non vi sembra assurdo?

Non sarebbe – ad esempio – molto più semplice consentire ai cittadini italiani di effettuare l’upload di una propria foto in formato digitale direttamente su SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale)?

Assumendosi personalmente tutte le responsabilità (anche penali) al riguardo, e successivamente consentire a tutte le amministrazioni pubbliche che rilasciano documenti (passaporto, carta d’identità, patente di guida, altro) di utilizzare tale fotografia?

Tale alternativa avrebbe il vantaggio di produrre documenti con fotografie di qualità nettamente migliore ed eviterebbe la necessità di onerosi processi manuali di scansione della foto stessa.

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La partita


Oltre l’Ucraina La riscossa militare ucraina dimostra che fornire aiuti e armi a chi ha subito una criminale invasione è non solo efficace, ma anche lo strumento per negoziare. Se i russi avessero potuto affondare come un coltello caldo nel burro nessun n

Oltre l’Ucraina


La riscossa militare ucraina dimostra che fornire aiuti e armi a chi ha subito una criminale invasione è non solo efficace, ma anche lo strumento per negoziare. Se i russi avessero potuto affondare come un coltello caldo nel burro nessun negoziato si sarebbe mai visto.

La grave depressione economica russa, l’incapacità produttiva, compresa quella di sostituire le armi distrutte, fino al punto da elemosinarle dagli stati canaglia, Corea del Nord in testa, dimostra che le sanzioni funzionano eccome. Quanti, nel mondo delle democrazie, erano contrari alle armi e diffondevano la bugia che le sanzioni puniscono più i sanzionatori che i sanzionati, non sono delle anime sensibili, ma sensibilizzate all’imperialismo putiniano. Una tara che non sarà cancellabile per molti anni.

Il conflitto, però, non sarà deciso sul campo. Nessuna delle due parti è in grado di prevalere. Che è poi la condizione per cui non si passa dall’aggressione criminale alla guerra mondiale. Sul campo, pagando con il sangue, si stabiliscono le premesse del negoziato. Su cosa?

Putin non voleva l’Ucraina in quanto tale. Ci credevano solo i suoi accoliti. Ha scelto l’Ucraina perché l’Occidente aveva dato prova dell’esatto opposto di quello di cui la propaganda putinofila lo ha accusato: era disposto a tollerare e abbozzare, pur di non guerreggiare.

Non era la Nato che si espandeva ad Est, era la Russia che si espandeva oltre i confini. Lo scopo della guerra russa, però, non era l’Ucraina, bensì un nuovo equilibrio globale, che restaurasse il mondo crollato nel 1990. Crollo festeggiato dagli uomini liberi e per il bene dell’umanità.

All’azzardo putiniano ha dato corda la Cina. Il sangue lo mettevano i russi, il crollo sarebbe stato russo, ma il guadagno poteva essere cinese. Da qui anche le iniziative su Taiwan. Quel disegno ha fallito. Sul lato russo tocca ai russi liquidarlo, con il suo artefice.

Pena l’isolamento e la miseria per gli anni a venire. Quando ancora il conflitto non era iniziato ci si poneva il problema di come salvare la faccia a Putin, ora sono i russi a dovere stabilire come salvarsi da Putin. Il resto sarà confronto di forza militare senza guerra, di influenza economica e di capacità diplomatica.

Il mondo unipolare non c’era, non c’è e non ci sarà. Quello bipolare è morto e ha mancato la resurrezione. Ma gli equilibri sono tutti da definire. L’Occidente è stato unito e determinato nel sostenere l’Ucraina.

Continueremo a farlo, perché per loro è una guerra nazionale e per noi sono un Paese che combatte anche nel nostro interesse. Ma il conflitto si fermerà quando la diplomazia avrà iniziato il lavoro su equilibri che non riguardano né solo l’Ucraina né solo l’ex impero sovietico. E di questo no, non mi pare vi sia adeguata consapevolezza politica, dalle nostre parti.

Non solo le guerre, ma anche le partite si vincono se non si dimentica mai a quale scopo le si combatte e gioca. La nostra è imperdibile, perché intestata alla crescita della ricchezza e l’affermarsi della libertà.

La Ragione

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L’autentico liberale non ha paura della verità


Essere liberali non significa essere popolari, né con la “P” maiuscola, né con la “p” minuscola. Significa essere controcorrente quando serve Essere liberali non significa essere popolari, né con la «P» maiuscola, né con la «p» minuscola. Significa essere

Essere liberali non significa essere popolari, né con la “P” maiuscola, né con la “p” minuscola. Significa essere controcorrente quando serve


Essere liberali non significa essere popolari, né con la «P» maiuscola, né con la «p» minuscola. Significa essere controcorrente quando serve. Sappiamo bene quale è il sentimento popolare sulla questione esplosa in queste ore dei finanziamenti russi a varie forze politiche dei Paesi occidentali. Ma i sentimenti sono questione da social. Ai report delle intelligence straniere, da qualunque Paese provengano, i liberali preferiscono le sentenze dei Tribunali della Repubblica.

Vogliamo l’accertamento dei reati. Non ci piace la sete spasmodica di informazione, che si trasforma in strumento di battaglia elettorale. Non ci piacciono le ipotesi di reato, nemmeno iscritte a registro da un pm, che diventano verdetti di condanna per acclamazione di popolo. Da sempre non ci piacciono gli inquinamenti a pochi giorni dal voto, né quando provengono dai pm militanti, né quando arrivano come soffiate dai servizi segreti.

Vogliamo sapere. Vogliamo sapere se il regime russo ha finanziato dei partiti italiani. Come volevamo sapere se il PCI avesse ricevuto fondi dall’Unione Sovietica (ricordiamo anche che le posizioni della sinistra italiana erano ben diverse). Abbiamo il diritto di conoscere – qui risiede la differenza tra liberali e populisti – secondo le regole della Costituzione e della legge.

Qualora l’intelligence americana avesse delle informazioni rilevanti, pretendiamo che la Procura della Repubblica apra un fascicolo e indaghi rapidamente. Se riterrà sussistente l’illecito chiederà il rinvio a giudizio. In caso contrario, domanderà l’archiviazione. Si chiama Stato di diritto e va osservato sempre, nolente o volente.

Sarebbe gravissimo se delle forze politiche avessero ricevuto finanziamenti dal Cremlino. Ma non è un report dei servizi segreti, magari interpretato da questo o quel giornale house organ di partito, a potercelo dire. La contingenza politica e la raccolta di consensi non prevarichino le regole minime della civiltà occidentale.

Se un’indagine conoscitiva, mai giunta in Procura e a nessuna Istituzione italiana, dovesse influenzare le elezioni, allora sì, saremmo molto simili alla Russia. In conclusione questa vicenda non deve, né può essere affrontata con la curiosità morbosa delle infedeltà coniugali tra un calciatore e una soubrette. Questa è vicenda che va trattata secondo le regole del Diritto.

Il Giornale

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Cavernicoli, curricoli e grotte di Altamira


Nel dipanarsi della catena evoluzionistica dell’uomo, qual è esattamente l’anello cruciale che fa da discrimine fra ominide e umano? Nel comune immaginario iconografico probabilmente campeggia il diorama dell’australopiteco che scartoccia la sua colonna v

Nel dipanarsi della catena evoluzionistica dell’uomo, qual è esattamente l’anello cruciale che fa da discrimine fra ominide e umano?

Nel comune immaginario iconografico probabilmente campeggia il diorama dell’australopiteco che scartoccia la sua colonna vertebrale, si solleva dalla quadrupede contemplazione del suolo disegnando una trionfale parabola ascendente.

Homo erectus, homo habilis, homo ergaster… queste sono le etichette tassonomiche riportate da tutti i manuali scolastici per descrivere la gestazione della storia, fino approdare a lui: l’homo sapiens di cui noi illustri eredi porteremmo il pedigree genetico.

Eppure, ci sarà uno spartiacque.

Se dovessi indicare il momento del fatidico “fiat” lo vedrei nelle pitture rupestri di Altamira. Queste grotte della Cantabria recano stilizzate figure di animali, acerbi ghirigori, timbri di mani. Ma nello sbozzato naif dei graffiti c’è il segno di un passaggio. Lo scimmiesco primate, totalmente avviluppato nella sua struggle for existence, fa qualcosa del tutto sottratto alla logica dell’utile. Coprirsi, scaldarsi, nutrirsi, quanti quotidiani assilli nel suo quotidiano ambiente!
Eppure, non gli basta più cacciare il bisonte, lui vuole rappresentarlo.

Proiezione di un desiderio, di una premonizione, di un auspicio… non sapremo mai quali valenze sacrali o rituali affollavano la mente del disegnatore, ma sicuramente la scabra parete rocciosa diventa tela su cui far riverberare un’impellenza espressiva (urgenza inedita nella quotidiana girandola del cacciare-essere cacciato).

Il segno lasciato dal primitivo artista somiglia al gesto infantile di intingere la mano nel colore e tracciare un’impronta; primigenia traccia di esistere e non solo sopravvivere.

Non è dunque l’abilità di fabbricare strumenti, né la sofisticazione cognitiva dei suoi costrutti a identificare il nostro cavernicolo come uomo, ma proprio l’impellenza creativa di un qualcosa avulso alla pragmaticità dell’impiego; non sarebbe nemmeno la capacità del sentimento o l’ingegnosità del problem solving a costituire il tratto identificativo umano.

Esse sono infatti caratteristiche ugualmente presenti in diversa misura anche nell’animale, anzi, gli esperimenti di Köhler mostrano scimmie estremamente intuitive nell’escogitare soluzioni. Ciò che non compare in esse è l’afflato creativo. Tale vocazione si riscontra già nel bambino e nella fisiologica urgenza di estrinsecare fuori le chimere del dentro, non ancora ingabbiate in sovrastrutture sociali.

Nella società contemporanea, troppo spesso vengono bollate come “inutili” tutte le attività del pensiero non direttamente correlate a una concreta applicazione.
“A cosa serve?”
Questa domanda fa cadere la mannaia educativa nell’impostazione didattica di scuole e università, in nome di una strabica e regressiva ‘modernità’ di curricoli.

Le magnifiche sorti e progressive della contemporaneità si conformano ad una visione della cultura intesa come puro processo strumentale a un impiego pratico. Come un manuale dell’Ikea: il libro è funzionale alla realizzazione di qualcosa, non è visto nel suo intrinseco valore plasmante. Gli enti formativi millantano di preparare per il futuro giovani lavatori e non individui pensatori.

Ogni qual volta le discipline legate all’estrinsecazione del pensiero e dell’espressività vengono immolate sull’altare dell’utile, non facciamo altro che deodorare e incravattare l’australopiteco, che continua a dilagare in una società stemma del know how, ma che ormai paradossalmente don’t know why.

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Difendiamoci


Può capitare che dopo avere detto di volere una cosa si finisca con il costruire l’esatto opposto. Guardate Putin, che boccaloni nostrani descrivevano come un grande stratega a capo di un’armata imbattibile: s’è mosso proclamando che l’Ucraina doveva esse

Può capitare che dopo avere detto di volere una cosa si finisca con il costruire l’esatto opposto. Guardate Putin, che boccaloni nostrani descrivevano come un grande stratega a capo di un’armata imbattibile: s’è mosso proclamando che l’Ucraina doveva essere neutrale e disarmata e si ritrova circondato da armate che reagiscono al suo imperialismo mistico, con Finlandia e Svezia che hanno smesso d’essere neutrali. La sola attenuante che i boccaloni possono invocare è un interesse materiale, perché quello intellettuale devono solo sperare sia dimenticato, con disinteresse.

L’unità europea (ed occidentale) è una delle chiavi di quel ribaltamento. Dobbiamo esserne orgogliosi. E il fatto che il principale partito d’opposizione al governo italiano, che quella unità contro l’aggressione putiniana ha voluto e difeso, mostri di condividerla deve renderci ancora più orgogliosi. Sebbene quel partito si trovi coalizzato con chi sostenne l’opposto, salvo votare l’opposto di quel che sosteneva.

Da questa parte del mondo, dove regna il diritto, la civiltà e la pace, dove nessuno si sogna di aggredire il vicino e dove è diffuso il benessere, si vive più sani e più a lungo di quanto mai sia capitato, si giocano partite decisamente meno cruente, eppure di grande significato e con riflessi decisivi sul futuro. Ma anche qui si assiste ad una eterogenesi dei fini, con la destra d’impostazione sovranista che, consapevolmente o meno, non fa altro che reclamare più Unione europea.

Dice Meloni, infatti, che si propone di realizzare un governo che difenda gli interessi italiani. Giusto. E lo dice con riferimento al tema del gas, reclamando il tetto al prezzo. Oramai l’identificazione con il governo Draghi sembra totale. Ma Draghi conosce la storia, che ad altri sembra sfuggire. L’Italia va difesa, in effetti, ma da certi politicanti italiani.

Tanto era chiaro che dalle questioni energetiche e dalle materie prime sarebbero dipese sia la pace che l’indipendenza, che il primo nucleo di Europa unita fu la Ceca, Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Correva l’anno 1951. E tato era chiaro che l’energia del futuro sarebbe stata il futuro dell’Europa che nel 1957, in coincidenza con il Trattato di Roma, nasce Euratom.

L’Italia era molto avanti, nella ricerca per lo sfruttamento pacifico dell’energia nucleare, ma la convinzione comune era che gli investimenti sarebbero stati così rilevanti da consigliare la collaborazione fra Stati. Domanda: chi ci ha fatto fuori? I francesi, i tedeschi, chi è stato? Ci siamo fatti fuori da soli, perché in nome di un’ecologia retta dal petrolio uscimmo, a furor di popolo, dal settore in cui eravamo in vantaggio. Demagogia verde che ci lasciò al verde energetico, premessa della dipendenza dall’estero, che ora paghiamo. Difendiamo l’Italia, ma da questa roba italiota.

Ora vogliamo il tetto al prezzo del gas. Giusto. Un tetto che serve a fermare la corsa dei prezzi, ma che per funzionare ha bisogno che si abbiano fonti alternative. Meglio ancora se dentro casa. Gas nostro. Correva l’anno 2016, appena ieri mattina, e una manata di regioni di sinistra (8) e di destra (2) chiesero e ottennero un referendum contro le trivelle in Adriatico.

Le motivazioni erano e sono rimaste un classico della mitologia regressista: difendiamo la pesca (che si fa comunque, come si può vedere), difendiamo i nostri mari, difendiamoci dalle multinazionali. A gridarlo anche Fratelli d’Italia e la Lega. Il referendum manco raggiunse il quorum e la sola cosa da cui ci siamo difesi è dal gas italiano. L’Italia va difesa, da questa roba italiota.

Per quel che riguarda i fondi Recovery, siamo quelli che ne ricevono di più. In quanto al debito pubblico, senza l’argine della Banca centrale europea saremmo da tempo sommersi. Difendiamoci, quindi, ma da chi crede di potere fare errori in Italia e protestare perché non si rimedia a Bruxelles. Da chi protesta per la mancanza dell’Ue che ha avversato, sicché dovrebbe protestare allo specchio. Come se il parassita se la prendesse con la mela. La sovranità sia anche credibilità.

La Ragione

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Nel nome del figlio: un “tuffo” nei ricordi del passato


“Non è detto che l’autore ne sappia su sé stesso più del lettore” conferma Björn Larsson citando Calvino. Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l

Non è detto che l’autore ne sappia su sé stesso più del lettore” conferma Björn Larsson citando Calvino.

Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l’intervista. Invece, lo scrittore capovolge la situazione e come nel libro parla, anche se non sintatticamente, in terza persona. Parla “Nel nome del figlio”.

Guidata dalla sua voce e dal suo percorso leggo con lui quest’ultimo suo libro.

Come si racconta una storia senza storia? In che modo si ricorda qualcuno senza averne ricordi? Come si vive senza memoria?
Il “figlio”, di solo 8 anni, è svegliato in un sonno di fanciullo da un grido. “Dice che il padre forse è morto, forse è annegato. Dice anche, se ricorda bene, che possono piangere, che hanno il permesso di
piangere (ma avrà davvero detto così?)”.

Il figlio non piange né quella notte, né mai. Solo più tardi dirà di sentirsi sollevato e cercherà, tra i ricordi, la ragione di quel sollievo. Ma ricordi non ne trova. Sei li conta da adulto; sei i ricordi del padre, più la fotografia di un bel giovane di 29 anni. Per altro, sono ricordi fatti di niente.

Il figlio è uno scrittore. Un riconosciuto importante scrittore. Dal quel primo “Il Cerchio celtico“, al successo della “La vera storia del pirata Long John Silver“, passando attraverso numerosi romanzi e saggi, raccogliendo premi e attestazioni. Il figlio ha, quindi, una sorta di dovere nei confronti della storia del padre. Non è questo il suo mestiere? O forse si riconosce di più in quello di velista e sommozzatore o stimato docente? No. Non c’è scampo, scrivere è un destino. Compito del letterato è di narrare storie. Ma non tutte le vite, a meno che l’autore non voglia inventarle, possono diventare romanzo.

E quella del padre?
Che impronta può aver lasciato nel mondo un semplice elettricista di Skinnskatteberg? C’è qualcosa che è cambiato per il solo fatto che avesse trascorso un breve istante su questa terra?”

Sei ricordi, probabilmente in parte falsati e ricostruiti come tutti i ricordi, sono pochi per una storia vera. Bisognerebbe fantasticare, immaginare fatti, pensieri, sogni. Rendere il padre protagonista di un romanzo, visto che non ha avuto l’occasione di esserlo di una vita.

Può il figlio in tutta onestà fare questo torto al padre? Forse in alternativa basterebbe parlare di sé stesso, rintracciare attraverso il legame di sangue somiglianze fisiche, di carattere o di pensiero. Tuttavia, Larsson ritiene che la genetica non è altro che una teoria, se si escludono le possibili
malattie, e che lui si riconosce nel padre, da quel che gli ha detto la madre, solo nell’atteggiamento di incurvare le spalle. Eppure sin da quando è adolescente ha creduto di dover scrivere quel poco che sapeva del padre. Dimman si intitolava il primo tentativo, il racconto inserito tra altri e pubblicato nel 1980, l’unico tra tutti in terza persona. L’autore non lo ha mai più riletto, malgrado ci abbia pensato non lo ha inserito in questo suo ultimo libro.

D’allora più o meno coscientemente ha continuato a chiedersi il perché della sua riluttanza a raccontare. Forse perché questo avrebbe fatto crollare le mura che si è costruito per sopravvivere intorno al dolore, la mancanza, l’angoscia? Forse perché avrebbe distrutto la serena visione della sua vita? Sappiamo già che Larsson non è incline a concedere affidabilità alle varie teorie scientifiche o psicologiche.

Meglio interrogare scrittori e pensatori del passato o contemporanei per confrontarsi. Meglio affidarsi alla scrittura che secondo lui non deve essere cronaca, scienza, copia. La storia, generale o personale, non è letteratura. Provare a inventare partendo da eventi realmente accaduti è un tradimento. E in fondo “a che serve?”.

Chi era il padre?

Il ragazzo che non aveva potuto continuare gli studi, ma aveva continuato ad avere un alto concetto di sé? L’elettricista ingegnoso di un brevetto sui cavi elettrici? Il sommozzatore esperto? L’uomo che gli aveva rotto il salvadanaio per pochi spiccioli di acquavite? L’eroe affogato per salvare due bambini o il cinico che aveva pensato solo a salvare la pelle? Il papà che lo invitava a salire in barca con lui il giorno della tragedia? Era un cacciatore di sogni o un calcolatore di realtà? Il figlio non sa e non ricorda.

Quello che sa è che la vita – “quest’unica vita che abbiamo. Non so voi, ma io la penso così” – è sacra e perderla precocemente è “un’ingiustizia totale”. Solo questo è ciò che appartiene realmente al padre, la “tragedia di una vita che si spegne”. Il resto, la memoria, i se fosse andata diversamente, la ricerca da dove o da chi veniamo, il dolore o il sollievo, tutto questo appartiene ai vivi, agli altri, al figlio.

Alla fine (o all’inizio) lo scrittore era consapevole che avrebbe scelto la verità, ossia non sapere, o la libertà, che poi è lo stesso. Lo sapeva che non avrebbe scritto per il padre ma per sé e soprattutto per tutti coloro che vivono senza radici biologiche o culturali, che vivono accettando i vuoti.

Per il lettore che chiudendo il libro annota che figlio e padre sono detti sempre in terza persona e con la lettera minuscola: perché ognuno di noi vi si possa riconoscere. Noi che ci eravamo adagiati all’idea che ogni inizio è nel nome del padre, invece, è nel nome del figlio.

Björn Larsson, Nel nome del figlio, Iperborea, 2021

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Sarzana è nella triade delle esibizioni vincitrici del premio Ahi serva Italia! – Liguria Notizie


Sarzana è nella triade delle esibizioni vincitrici del premio Ahi serva Italia!, Dante di Shakespeare, dal romanzo di Monaldi & Sorti Sarzana è nella triade delle esibizioni vincitrici del premio Ahi serva Italia! La gara di street theatre durante l’estat

Sarzana è nella triade delle esibizioni vincitrici del premio Ahi serva Italia!, Dante di Shakespeare, dal romanzo di Monaldi & Sorti


Sarzana è nella triade delle esibizioni vincitrici del premio Ahi serva Italia! La gara di street theatre durante l’estate ha coinvolto ben 9 regioni italiane: Veneto, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Calabria e Sardegna (in fondo i link alla copertura stampa e al materiale fotografico).

Oggi, nell’imminenza dell’anniversario dantesco del 14 settembre, data di morte del Poeta, sono stati resi noti i nomi dei tre vincitori e dei premi speciali.

Tra i tre vincitori del premio c’è la performance dell’attore Stefano Venarucci e di Sascia B (nome d’arte del giocoliere-fuochista Stefano Tatoli), la cui esibizione in concorso si è svolta il 27 agosto a Sarzana.

I premiati saranno chiamati a ritirare i riconoscimenti la sera del 1° ottobre al prestigioso Globe Theatre di Roma: per ognuno dei tre vincitori è pronto un prezioso “Dante di Shakespeare”, opera dell’illustratore Luca Tarlazzi, autore delle copertine dei libri di autori come Ken Follett, Andrea Camilleri e Valerio Massimo Manfredi: un originalissimo busto di Dante regge in mano, come fosse Amleto, il classico teschio, sul quale campeggia inaspettatamente un berretto da giullare.

La piccola scultura racchiude così in sé i tre simboli dell’iniziativa e del romanzo ispiratore: Dante, Shakespeare e il teatro di strada, mentre ai primi speciali è destinata una targa.

Il concorso Ahi serva Italia! – Dante di Shakespeare, patrocinato tra l’altro da Società Dante Alighieri e Fondazione Luigi Einaudi, vanta come testimonial il regista Pupi Avati e l’attrice Monica Guerritore ed è la prima competizione teatrale interamente basata su un libro: il romanzo Ahi Serva Italia! Dante di Shakespeare del duo Monaldi & Sorti (Solferino), la celebre coppia, nell’arte e nella vita, che la Guerritore ha applaudito come «art director della pagina scritta».

In una sorta di giro d’Italia nel segno della poesia e del teatro che unisce spettacolo, cultura e riscoperta del nostro patrimonio storico e paesaggistico, i concorrenti hanno rappresentato scene del libro nelle più belle strade, piazze e paesaggi delle città d’arte della penisola.

Dante e la Divina Commedia sono così diventati protagonisti di un dramma di Shakespeare, rappresentato in brevi spettacoli replicati nel corso della giornata, secondo la libera fantasia dei vari artisti di strada: attori, musicisti, mimi, acrobati, e anche vere e proprie icone dell’arte popolare come cantastorie e mangiafuoco.

Le motivazioni per i premi saranno rese note durante la cerimonia del 1° ottobre (inizio ore 21) al Globe Theatre, vero e proprio tempio del teatro shakespeariano nella capitale, voluto dal grande Gigi Proietti e da lui diretto fino alla morte.

Alla direzione del Globe, immerso nella meravigliosa coulisse naturale di Villa Borghese e copia dell’omonimo teatro londinese in legno ove il Bardo di Stratford rappresentò i suoi capolavori, siede adesso Nicola Piovani, il più grande compositore italiano vivente di musica da film, premio Oscar 1999 per La vita è Bella di Roberto Benigni e partner di grandi registi come i fratelli Taviani, Nanni Moretti, Mario Monicelli, Giuseppe Tornatore e Federico Fellini.

Anche per Piovani l’autore della Divina Commedia è stato motivo d’ispirazione con Vita Nova (2017), cantata per voce recitante, soprano e piccola orchestra basata sull‘omonimo capolavoro giovanile dantesco.

Il duo Tatoli-Venarucci si è esibito di fronte ad un folto pubblico a Sarzana, nel “cuore” cittadino di piazza Matteotti, e nel suggestivo chiostro del complesso di San Francesco, nello spettacolo Cuori in fiamme – Storia della tragica amicizia tra Dante Alighieri e Guido Cavalcanti, una sorta di indagine nella drammatica vicenda che lega i due poeti: Dante idealista, Guido invece malinconico e cinico.

Il testo recitato da Venarucci, che compone e rielabora brani dal romanzo di Monaldi & Sorti sulla toccante vicenda Dante/Guido, è stata “commentata” visivamente da Tatoli con uno show di giocolerie e figure disegnate con il fuoco, che descrivevano i nomi dei due poeti e le loro iniziali racchiuse in un cuore di fiamme verdi.

Come rievocano Monaldi & Sorti nella loro opera, Dante, una volta divenuto priore di Firenze, esiliò l’amico Guido nella cittadina ligure di Sarzana, dove si ammalò gravemente di malaria. Il 29 agosto del 1300 Guido esalò l’ultimo respiro, naufragando nella malinconia dell’esilio patito a causa dell’Alighieri. Di lì a poco anche il Poeta, cacciato da Firenze, avrebbe toccato con mano «come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale».

L’esibizione è stata preceduta da un’anticipazione di Tatoli e Venarucci a Montecatini, in quella Val di Cecina dove i Cavalcanti avevano terre, palazzi e miniere. Si è tracciato così un fil rouge che porta Guido Cavalcanti dagli anni del successo mondano e dell’amicizia col giovane Dante al drammatico epilogo che fornirà poi una scintilla narrativa decisiva alla Commedia.

La consegna dei premi ai vincitori di Ahi serva Italia! era prevista originariamente – in linea con la tradizione open air del teatro di strada – all’esterno del Globe di Roma per l’anniversario dantesco del 14 settembre, ma dinanzi al successo dell’iniziativa è arrivata l’offerta generosa del teatro di ospitare l’evento all’interno, e questo ha determinato lo spostamento a sabato 1° ottobre.

Gli altri vincitori del premio Ahi Serva Italia! – Dante visto da Shakespeare sono il cantastorie Daniele Mutino con l’ensemble I Musici della Storia cantata (esibizione tenuta a Benevento) e il trio formato dall’attore Silvano Vargiu con le danzatrici acrobatiche Luana Maoddi e Carlotta Zamuner (Cagliari). Riconoscimento a I Giovani di Casa Shakespeare nella categoria giovani (Verona), e premi speciali infine per il duo Cristina Ugolini e Riccardo Cecere (Ravenna) e il trio femminile Le Donne della Commedia (Firenze).

Liguria Notizie

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Dante visto da Shakespeare, Verona vince il Premio Giovani – L’Arena


Risultato vincitore il nutrito ensemble veronese I Giovani di Casa Shakespeare C’è Verona – la città per eccellenza di Dante e Shakespeare – tra i premiati di Ahi serva Italia! – Dante di Shakespeare, il premio nazionale di street theatre, basato sull’omo

Risultato vincitore il nutrito ensemble veronese I Giovani di Casa Shakespeare


C’è Verona – la città per eccellenza di Dante e Shakespeare – tra i premiati di Ahi serva Italia! – Dante di Shakespeare, il premio nazionale di street theatre, basato sull’omonimo romanzo di Monaldi & Sorti, che per tutta l’estate ha coinvolto ben 9 regioni italiane: Veneto, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Calabria e Sardegna. Oggi, nell’imminenza dell’anniversario dantesco del 14 settembre (data di morte del Poeta), sono stati resi noti i nomi dei premiati, e nella categoria giovani è risultato vincitore il nutrito ensemble veronese I Giovani di Casa Shakespeare, che saranno chiamati il 1° ottobre al prestigioso Globe Theatre di Roma per la cerimonia di consegna dei riconoscimenti.

Il concorso


Il concorso, patrocinato tra l’altro da Società Dante Alighieri e Fondazione Luigi Einaudi, vanta come testimonial il regista Pupi Avati e l’attrice Monica Guerritore ed è la prima competizione teatrale interamente basata su un libro: il romanzo Ahi Serva Italia! Dante di Shakespeare del duo Monaldi & Sorti (Solferino editore), la celebre coppia, nell’arte e nella vita, che la Guerritore ha applaudito come “art director della pagina scritta”.

I concorrenti hanno rappresentato scene del libro nelle più belle strade, piazze e paesaggi delle città d’arte della penisola. Dante e la Divina Commedia sono così diventati protagonisti di un dramma di Shakespeare, rappresentato in brevi spettacoli replicati nel corso della giornata, secondo la libera fantasia dei vari artisti di strada: attori, musicisti, mimi, acrobati, e anche vere e proprie icone dell’arte popolare come cantastorie e mangiafuoco.

Le motivazioni


Le motivazioni per cui la scelta è caduta sulla compagnia giovanile veronese verranno rese note durante la cerimonia del 1° ottobre (inizio ore 21) al Globe Theatre, vero e proprio tempio del teatro shakespeariano nella capitale, diretto dal grande Gigi Proietti fino alla morte. Alla direzione del Globe, immerso nella meravigliosa coulisse naturale di Villa Borghese e copia dell’omonimo teatro londinese in legno ove il Bardo di Stratford rappresentò i suoi capolavori, siede adesso Nicola Piovani, il più grande compositore italiano vivente di musica da film, premio Oscar 1999 per La vita è Bella di Roberto Benigni e partner di grandi registi come i fratelli Taviani, Nanni Moretti, Mario Monicelli, Giuseppe Tornatore e Federico Fellini.

Anche per Piovani l’autore della Commedia è stato motivo di ispirazione con Vita Nova (2017), cantata per voce recitante, soprano e piccola orchestra basata sull‘omonimo capolavoro giovanile dantesco. Casa Shakespeare, da parte sua, sotto la guida da Solimano Pontarollo è un punto di riferimento tradizionale del teatro shakespeariano a Verona e non solo. La consegna dei premi ai vincitori di Ahi serva Italia! era prevista originariamente – in linea con la tradizione open air del teatro di strada – all’esterno del Globe di Roma per il 14 settembre, anniversario della morte di Dante, ma dinanzi al successo dell’iniziativa è arrivata l’offerta generosa del teatro di ospitare l’evento all’interno, e questo ha determinato lo spostamento a sabato 1° ottobre.

L’esibizione vincitrice dei Giovani di Casa Shakespeare si è svolta il 12 agosto al Mura Festival. Il titolo è Recita di Messer Apuliese e de suoi Jullari d’alcuni passi della Commedia, presente l’autore Messer Alighieri. Lo spettacolo è tratto dal IV atto del romanzo di Monaldi & Sorti, in cui un giovane Dante Alighieri assiste alle prove della compagnia del capocomico di strada (realmente esistito) Ruggeri Apuliese, che mette in scena con i suoi guitti i primi abbozzi della Divina Commedia. Tutta la scena riecheggia il famoso episodio dell’Amleto in cui il protagonista partecipa alle prove di un gruppo di attori girovaghi. Lo spettacolo aveva una struttura particolarmente impegnativa: sul palco erano presenti Dante, il suo amico Vanni Virgilio, il gruppo d‘attori di strada e una compagnia di mimi, per un totale di ben 16 interpreti.

Gli altri vincitori


Gli altri vincitori del premio Ahi Serva Italia! – Dante di Shakespeare sono il cantastorie Daniele Mutino con l’ensemble I Musici della Storia cantata (esibizione tenuta a Benevento), il trio formato dall’attore Silvano Vargiu con le danzatrici acrobatiche Luana Maoddi e Carlotta Zamuner (Cagliari), il duo Stefano Venarucci – Sascia B, rispettivamente attore e giocoliere-fuochista (Montecatini VdC e Sarzana); premi speciali per il trio femminile Le Donne della Commedia (Firenze) e per il duo Cristina Ugolini e Riccardo Cecere (Ravenna).

L’Arena

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Fusione nucleare: un’analisi generale


Nel mese di febbraio di quest’anno, JET, una collaborazione internazionale con sede nel Regno Unito, ha annunciato un risultato molto importante nell’ambito della fusione nucleare. Un risultato che, oltre a rilanciare il dibattito teorico sulle fonti di a

Nel mese di febbraio di quest’anno, JET, una collaborazione internazionale con sede nel Regno Unito, ha annunciato un risultato molto importante nell’ambito della fusione nucleare. Un risultato che, oltre a rilanciare il dibattito teorico sulle fonti di approvvigionamento di energia, torna oggi di assoluta attualità a fronte delle difficoltà di approvvigionamento, e comunque dell’impennata dei costi dell’energia

Che cos’è la fusione nucleare?
I reattori a fusione nucleare sono una tecnologia dalle potenzialità enormi. Non sono dei reattori tradizionali (quelli di Chernobyl, o dei referendum sul nucleare, per intenderci). Questi ultimi si basano su un fenomeno fisico chiamato fissione nucleare: si prendono dei nuclei grossi (ad esempio l’uranio), e si fanno spezzare. Questi nuclei spezzandosi, rilasciano energia, che viene usata per scaldare acqua, che diventa vapore, che fa girare le turbine e produce corrente.

I reattori tradizionali hanno anche dei problemi però:
1) le fissioni, cioè i nuclei che si spezzano, devono essere controllate con attenzione, perché possono divergere, cioè andare fuori controllo (incidenti come Chernobyl o Three Miles Island);
2) producono rifiuti radioattivi;
3) in certi casi, possono essere usati per produrre Plutonio e quindi armi nucleari.

Nei reattori a fusione nucleare si usano invece nuclei leggeri (ad esempio idrogeno), e li si fonde in nuclei pesanti. È lo stesso fenomeno che avviene nel sole. Il processo di fusione rilascia energia, che potrebbe essere usata per scaldare acqua, che diventa vapore, che fa girare le turbine e produce corrente elettrica. La fusione è intrinsecamente sicura: non può andare fuori controllo perché senza intervento esterno si spegne. Non produce rifiuti (i prodotti della fusione sono nuclei leggeri, quindi non inquinanti. Esisterebbero dei rifiuti radioattivi, ma in misura molto minore dei reattori a fissione).

L’eventuale uso per scopi militari sarebbe molto più complicato.
In più, se si riuscisse a sviluppare una tecnologia di fusione basata su isotopi leggeri dell’idrogeno, il carburante sarebbe praticamente infinito: l’idrogeno può essere preso dall’acqua, e con delle quantità molto piccole potremmo ottenere quantità di energia sufficienti per alimentare tutto il mondo per secoli. Se riuscissimo a realizzare dei reattori a fusione stabili, saremmo vicini alla risoluzione di tutti i nostri problemi energetici. Avremo una sorgente di energia infinita, quasi totalmente pulita, intrinsecamente sicura, con carburante potenzialmente infinito.

Ma quali le difficoltà?
Il risultato presentato la scorsa settimana è una grande conquista, ma è per il momento solo una tappa. E’ un reattore sperimentale che ha prodotto una potenza molto piccola, molto lontana dalle centrali odierne. È una conquista perché’ fino a qualche anno fa eravamo in grado di sostenere un processo di fusione solo per una frazione di secondo, e ora siamo arrivati a cinque secondi, e non eravamo in grado di ricavarne energia, cioè per creare il processo di fusione occorreva più energia di quanta ne ricavassimo.
Adesso il bilancio è positivo, cioè ricaviamo energia, anche se molto poca. Realisticamente, ci vorranno decenni prima che questa tecnologia possa iniziare a essere utilizzata, forse molti decenni perché’ possa diffondersi su larga scala

Purtroppo non abbiamo tutto questo tempo. Siamo letteralmente su un treno in corsa lanciato a tutta velocità verso un burrone. I rapporti sul clima dell’IPCC (il pannello dell’internazionale sul cambiamento climatico) non ci lasciamo molto margine: il mondo rischia conseguenze molto gravi già al 2050.

Quindi purtroppo la fusione non ci salverà. Potrà essere utile e risolvere i nostri problemi energetici solo dopo che avremo risolto l’attuale serissima crisi climatica.

Che cosa fare nel frattempo?
Dobbiamo smettere di bruciare combustibili fossili, subito. Come si fa?
Migliorare i nostri comportamenti è necessario ma non sufficiente: possiamo provare a essere virtuosi, consumare di meno, ma il nostro mondo è così complesso che bloccare tutte le attività avrebbe conseguenze disastrose per la vita di moltissime persone, specialmente nei paesi con economie emergenti.
Possiamo rallentare un po’ l’accelerazione del treno in corsa, ma non è abbastanza.

Le energie rinnovabili?
Le energie rinnovabili possono dare un contributo, ma purtroppo non sono sufficienti. Negli ultimi trent’anni le tecnologie associate alle rinnovabili sono migliorate di poco.
La frazione energetica data dalle rinnovabili è cresciuta, ma non riesce coprire i nostri bisogni. Alcuni paesi sono riusciti a operare una transizione quasi completa verso le rinnovabili, ma sono quasi sempre casi particolari, dovuti a particolari caratteristiche del territorio e difficilmente esportabili ovunque.
Inoltre le rinnovabili hanno purtroppo un limite intrinseco, fisico, che non può essere sormontato con nessuna tecnologia.

Il capacity factor è la frazione di potenza che una centrale rinnovabile può produrre rispetto al suo massimo. Una centrale solare ha un capacity factor di circa il 15% in Italia, cioè può produrre solo il 15% della potenza in media rispetto al suo massimo (dovuto al fatto che di notte non c’è sole, il cielo può essere nuvoloso o altro).
Il capacity factor può cambiare in zone diverse del mondo, ma non molto, e non c’è tecnologia che tenga, questo fattore non può essere migliorato, perché dipende dalla natura. Ogni tipo di centrale elettrica ha un suo capacity factor, ma per le rinnovabili i fattori sono purtroppo bassi. Le reti elettriche non possono sostenere sbalzi di potenza troppo grandi tra giorno e notte, o tra giorni ventosi e non ventosi.

Qual è la soluzione?
Nella comunità scientifica si fa avanti sempre di più l’idea che forse dovremmo costruire centrali nucleari tradizionali e usare un portafoglio di nucleare e rinnovabile per i prossimi 50-100 anni per poi sperare di passare a centrali a fusione. India e Cina, ad esempio, stanno già costruendo molte nuove centrali nucleari. La Francia, che è già energeticamente indipendente e pulita all’80%, ha annunciato la costruzione di sei nuove centrali nucleari a fissione proprio qualche giorno fa.

In tutto il mondo occidentale il dibattito è intenso. La mia idea è che se si ha la casa in fiamme non sia il caso di mettersi a discutere di quale carta da parati mettere.

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Alessandro Sallusti e Luca Palamara – Lobby & Logge


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Le Scienze Sociali: i Darwiniani prima di Darwin


Il nostro Presidente onorario, il Professor Lorenzo Infantino, terrà una lezione a coronamento di quarant’anni di insegnamento alla LUISS, all’interno del convegno “Le Scienze Sociali: i Darwiniani prima di Darwin”. L'articolo Le Scienze Sociali: i Darwi

Il nostro Presidente onorario, il Professor Lorenzo Infantino, terrà una lezione a coronamento di quarant’anni di insegnamento alla LUISS, all’interno del convegno “Le Scienze Sociali: i Darwiniani prima di Darwin”.

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Macerie


Dopo il voto Fra insediamento del nuovo Parlamento, elezione dei presidenti, avvio di pur veloci consultazioni, incarico, giuramento, dibattito parlamentare e fiducia, il nuovo governo, se tutto va bene, si ritroverà attivo nella seconda metà di ottobre.

Dopo il voto


Fra insediamento del nuovo Parlamento, elezione dei presidenti, avvio di pur veloci consultazioni, incarico, giuramento, dibattito parlamentare e fiducia, il nuovo governo, se tutto va bene, si ritroverà attivo nella seconda metà di ottobre.

Piuttosto verso la fine. Anche agendo in continuità con il governo attualmente in carica, come è ribadito proponimento del partito in vantaggio, alla guida della coalizione in vantaggio, la legge di bilancio subirà un qualche ritardo e sarebbe strano fosse radicalmente diversa da quanto fin qui predisposto. E, del resto, si avvierebbe verso la fine un anno i cui numeri sono positivi e come tali saranno confermati. Ed è qui che arrivano i guai.

Si va ripetendo che il futuro governo erediterà una situazione difficilissima e dovrà muoversi fra le macerie. Se così fosse alcuni dei futuri governanti si ritroverebbero fra gli odierni produttori di macerie. Se così fosse non si capirebbe perché chi è oggi in vantaggio ci tiene a tranquillizzare tutti circa la continuità costruttiva, non promettendo discontinuità distruttiva.

Difatti così non è, anche se da destra a sinistra, da sopra e da sotto si prova a descrivere l’Italia come disastrata e senza manco la canna del gas. L’anno che si chiuderà avrà prodotto ricchezza, ma già oggi sappiamo che l’anno prossimo viaggeremo ad una velocità decisamente più bassa, con una previsione di crescita dello 0.9%, rispetto al 3.4 (e forse qualche cosa in più) che agguantiamo oggi.

A questo si aggiunga che i tassi d’interesse europei (1.25%) restano ben più bassi di quelli inglesi (1.75) o americani (2.50), quindi siamo ancora in politica monetaria espansiva, ma la tendenza è a vederli crescere, per contenere l’inflazione, il che comporta un maggiore costo dei debiti e, quindi, dell’eventuale (si fa per ridere) rispetto delle promesse elettorali.

La domanda è: se ci descriviamo come disastrati fra le macerie nel mentre ancora si cresce a un ritmo sostenuto, che succederà quando sarà scemato? o quando ci toccasse una decrescita, alias recessione? se in questa fase non si fa che promettere aiuti e sostegni, manco fosse il 1929 e ci fossero le file di affamati con le gavette in mano, che succederà quando l’inflazione dovesse mordere troppo i risparmi e la mancata crescita non genererebbe ricchezza da distribuire?

A quel punto può succedere che chi si troverà al governo scopra la virtù dell’incoerenza, sicché non farà quel che aveva promesso, oppure succede che il governante tiene alla propria coerenza, fa quel che disse, quindi aumenta ulteriormente l’enorme debito pubblico. Nel secondo caso scassa le finanze.

Nel primo scassa la credibilità. Ed è questo quel che oggi è visibile a occhio nudo: si può parteggiare, tifare pro e contro, ma la credibilità di ciascuno la si deve cercare con la lente d’ingrandimento, ove non con il microscopio. E, del resto, l’esperienza vale qualche cosa, pur in un Paese senza memoria.

Non è affatto un caso che a ricrescere di più, rispetto allo sprofondo della riduzione a un terzo, è un Movimento che difende un atto governativo frutto della propria coerenza, ovvero il reddito di cittadinanza, che è, al tempo stesso, una spesa enorme e un non meno grandioso fallimento. Perché tale è, non per chi lo avversava in quanto negativo, come me, ma per chi lo ha voluto e sostenuto, secondo cui sarebbe stato lo strumento delle celeberrime ed evanescenti “politiche attive del lavoro”. Che non si videro.

Le macerie vere sono più politiche che economiche, più culturali che produttive. E se non si rimedia a quelle gli sconfitti di oggi saranno gli irresponsabili di domani e i governanti di dopodomani. Non se ne esce gli uni contro gli altri armati, giacché sono quelle armi, demagogiche, a produrre macerie. È comune interesse di chi dovrà governare e di chi, opponendoglisi, vorrà poi tornare a governare riportare lo scontro sul terreno della realtà. Perché a prender voti inneggiando alle macerie si ottiene un solo risultato: la moltiplicazione delle macerie.

La Ragione

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Andata


Campagna Oramai è andata. La campagna elettorale è quella che vediamo e i giorni che ci separano dalle urne non ospiteranno significative novità positive, idee nuove, impostazioni promettenti. È andata così. Essere in Unione europea, con i giusti vincoli

Campagna


Oramai è andata. La campagna elettorale è quella che vediamo e i giorni che ci separano dalle urne non ospiteranno significative novità positive, idee nuove, impostazioni promettenti. È andata così. Essere in Unione europea, con i giusti vincoli e le generose opportunità, aiuta, ma non risolve.

A sinistra hanno cominciato la corsa dandosi per persi e sperando che qualcuno fermasse gli altri. A destra il testimone se lo danno in testa più che passarselo, finita la staffetta si prenderanno a coltellate. I trionfatori delle precedenti elezioni politiche sanno che saranno ridotti a un terzo, non restando loro altro che puntare sulla reiterazione dell’estremismo assistenzialista.

I terzopolisti almeno hanno avuto il coraggio di andare a Piombino a sostenere il rigassificatore, per il resto pencolarono in partenza e programmano il pencolamento futuro. Altri soggetti animano la scena, aumentandone il tono smorto.

Tutti vittime della propria incapacità, ingabbiati in un sistema elettorale demenziale, che colpevolmente non toccarono. Quasi tutti contaminati dal virus populista, compartecipi del miserevole taglio dei parlamentari. Non un bel vedere, eppure tocca guardarlo.

Che succede, poi? In un Paese la cui popolazione pensante e lavorante ancora non digerisce il siluramento di Draghi, vincerà le elezioni chi gli si è opposto. Che può sembrare paradossale, ma mica tanto. Perché gli oppositori di ieri sono assai più draghiani degli altri. Almeno su tre punti determinanti: a. collocazione occidentale dell’Italia; b. condanna della Russia e mantenimento delle sanzioni; c. no a più deficit e debito. Mica poco.

E dopo la vittoria? Se il centro destra resterà unito e governerà sarà perché si spaccheranno i soci che lo compongono, cambiando linea politica. Il che comporta che o gli elettori di Fratelli d’Italia o quelli della Lega saranno stati ingannati. Più probabilmente i secondi. Se le modifiche non saranno interne, allora le rotture si vedranno dall’esterno, nel senso che partono e cadono in tempo reale. Vero che il potere è un forte collante, ma le pretese di ciascuno un discreto solvente.

I pentarieletti riprenderanno il loro ruolo di truppa trasformista, avendo imparato a mercanteggiare con maggiori pretese. Mentre i terzopolisti sono attesi alla prova del non dividersi in (almeno) due alla prima occasione.

In quanto alla sinistra, raccolta attorno al Partito democratico, si spera abbia capito che non ha perso solo le elezioni, ma l’identità e la cultura. I voti raccolti li hanno chiamati per tradizione e contrapposizione, solo che dall’altra parte non c’è una grande armata, ma una brancaleonata. Perdono perché si sono persi e si sono persi perché esistono solo per vincere.

A ciò si ridusse la scena, ma in un teatrino. In quello grande s’esibisce l’Italia degli interessi e della realtà. Una realtà talmente ostinatamente negata che se solo la descrivi ti dicono che sei fuori dalla realtà.

L’Italia con 10mila miliardi di patrimonio privato, con i risparmi che crescono, con le esportazioni che vanno alla grande, con il prodotto interno lordo finalmente superiore alla media europea nel suo ritmo di crescita, con un numero di occupati che resta nettamente inferiore alla media europea, ma che ha superato i massimi da quando si raccoglie quel dato.

Nel teatrino si compatisce la miseria, considerata crescente perché si contano i poveri mettendo in fila quelli cui hai promesso un sussidio se si dichiarano poveri, con il risultato, ovvio e ragionevole, che i poveri aumentano. Nell’altro teatro va in scena una ricchezza senza rappresentanza, al punto da essersi ridotta a sperare che nessuno vinca, per farsi ricommissariare.

Eppure uno spiraglio c’è: governi il vincitore, se ci sarà e se ne sarà capace, ma si avvii la legislatura con la volontà di porre rimedio a tanta insipienza politica e ai suoi fallimenti, aprendo una succursale costituente. Farà onore ai vincitori e farà comodo agli sconfitti. Tanto una cosa avrebbero dovuto capirla, sebbene non acutissimi: al giro successivo si scambieranno il posto.

La Ragione

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Si cresce a dispetto


Se revocassimo la sanzioni alla Russia per essere più ricchi, in realtà, diventeremmo immediatamente più poveri. L'articolo Si cresce a dispetto proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/si-cresce-a-dispetto/ https://ww

Se revocassimo la sanzioni alla Russia per essere più ricchi, in realtà, diventeremmo immediatamente più poveri.


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Gli Ufo esistono? Le Testimonianze Storiche


Gli UFO esistono? Ci sono testimonianze storiche degli UFO? Ci sono ritrovamenti archeologici che ne confermino l’esistenza? Questo articolo serve esclusivamente a calcolare esattamente quante visite in più farebbe questa pagina se iniziasse a trattareContinue reading

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Interesse


Ove lo scopo della vita non sia piangere miseria, come sembra essere quello della campagna elettorale, parliamo di come sorridere alla ricchezza. Parliamo degli interessi, anche per spiegare che non solo è falso affermare che le sanzioni alla Russia nuocc

Ove lo scopo della vita non sia piangere miseria, come sembra essere quello della campagna elettorale, parliamo di come sorridere alla ricchezza.

Parliamo degli interessi, anche per spiegare che non solo è falso affermare che le sanzioni alla Russia nuocciono più a noi che a loro, ma anche per documentare di come ci arricchisca proprio l’essere parte del mondo che ha messo e che intende mantenere le sanzioni. Fin quando non recederà la criminale aggressione all’Ucraina.

Nel 2021 le nostre esportazioni avevano già superato, di un largo 7.5%, i livelli antecedenti alla pandemia. Una ripresa molto veloce, che ci aveva portato a esportare per 581 miliardi di euro, pari al 32% della ricchezza complessivamente prodotta. Molto bene. All’incirca un terzo della ricchezza è prodotta dalle esportazioni ed è importante non perdere colpi.

Nei primi sei mesi dell’anno in corso abbiamo significativamente migliorato quel risultato, con una ulteriore crescita pari al 22%. Si può sempre fare meglio, ma si è fatto molto bene. Anche se, per ragioni che risultano incomprensibili a chiunque abbia un briciolo di ragionevolezza, queste cose non sono mai il pezzo forte dell’informazione e sembrano note a margine per praticoni d’economia. Sono la ricchezza che ci regge.

Il settore che ha fatto registrare il maggiore incremento è quello dei metalli (+44.5%), seguono i chimici (+38.2%) e poi arrivano alimentari e bevande (+31.2%). Se solo ve ne fosse maggiore consapevolezza collettiva correggeremmo anche la percezione che noi stessi abbiamo della nostra Italia. Con il che sopporteremmo ancora meno le propagande che adorano la miseria e si vergognano della ricchezza.

Ma c’è un altro aspetto di cui si ha scarsa consapevolezza: quali mercati assorbono i nostri prodotti, arricchendo le nostre esportazioni? Un po’ tutti, che non c’è pizzo del Mondo in cui non si trovi un’iniziativa e un prodotto italiani. Ma se guardiamo alle quantità, non ci sono dubbi ed ecco i primi dieci, con tra parentesi l’incremento di cui si è appena detto:

  • Germania, con 39.5 miliardi (+18.6%);
  • Francia, con 31.6 (+20);
  • Usa, 30.1 (+31.3);
  • Spagna, 16 (+29.1);
  • Svizzera, 14.9 (+11.5);
  • Uk, 13.6 (+20.8);
  • Belgio, 11.2 (+32.7);
  • Polonia, 9.7 (+18.7);
  • Paesi Bassi, 9.2 (+23);
  • Cina, 7.7 (-2%).

I più grandi importatori di Made in Italy stanno a Ovest, in Occidente. I più si trovano in Unione europea. Non molti italiani ne sono coscienti.

Ora provate ad ascoltare le parole di qualche arruffapopolo, oggettivamente al servizio di una potenza imperialista e nemica dei nostri ideali e dei nostri interessi: vi sembrerà che avendo messo le sanzioni c’impoveriremo fino alla fame. Se ci fossimo calati le braghe, invece, magari non sarebbe stato bello, ma saremmo ingrassati.

E invece è vero l’opposto, proviamo pure, per seguire mestatori, menestrelli e servitù più o meno consapevole, proviamo a distaccarci dal mondo che ha messo le sanzioni e a fare il verso all’Ungheria: perderemmo ricchezza a rotta di collo. Sarebbe asfissiata l’Italia che produce ed esporta, per la passeggera gioia di demagoghi mai contaminati dall’arte del produrre ricchezza.

Due giorni addietro i russi comunicavano che se non saranno tolte le sanzioni non venderanno più gas. Ieri è intervenuto il capo dei ventriloqui, Putin, per dire che non lo venderanno se sarà imposto un tetto al prezzo. Trattano e ritrattano per i fatti loro. Le sanzioni non saranno tolte, il tetto sarà imposto.

Putin sa bene quel che i putiniani negano: il suo Paese si sgretola, il processo è inarrestabile, ma inizialmente lento, sicché punta tutte le sue carte nel mettere paura alla vigilia di un inverno che per noi e il nostro sistema produttivo sarà difficoltoso. Non l’abbiamo cercata noi, l’ha voluta lui e il suo apparato dispotico.

Noi non ci muoviamo per rimuoverlo, ma per fermarlo. Rimuoverlo è un interesse dei russi, e per quelli fra loro che sono persone libere, in fuga o in galera, oltre che un interesse sarebbe un piacere.

La Ragione

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Post-scuola


Promesso ignorante Achille era bello, forte, intelligente ma aveva un punto debole: il famosissimo tallo-ne. Qual è il tallone d’Achille della scuola italiana? Magari la cara vecchia scuola avesse un solo punto debole: se così fosse sarebbe una bellissima

Promesso ignorante


Achille era bello, forte, intelligente ma aveva un punto debole: il famosissimo tallo-ne. Qual è il tallone d’Achille della scuola italiana? Magari la cara vecchia scuola avesse un solo punto debole: se così fosse sarebbe una bellissima notizia.

La verità è impietosa: la scuola non esiste più. Il suo posto è stato preso da un’altra creatura: la post-scuola. Dove il “post” indica la scuola dopo la scuola ma anche lo scivolamento della scuola nell’era digitale – la scuola dei post– senza aver fatto i conti con l’esperienza storica precedente dell’era Gutenberg.

Salvatore Valitutti, il maggior conoscitore della storia scolastica nazionale, diceva che la scuola italiana è elio-centrica: il Ministero è il sole e le scuole vi ruotano intorno come i pianeti. Anche qui: magari fosse ancora così. Infatti – con l’acqua, i banchi (a rotelle) e i somari che son passati sotto i ponti – la scuola si è trasformata con la riforma di Luigi Berlinguer che all’inizio del millennio varò la (cosiddetta) autonomia scolastica con cui ogni istituto maturava una propria indipendenza.

Risultato: le scuole non sono più dei pianeti e, come la celebre rana di Esopo, si sono gonfiate credendo di essere il sole. Ogni scuola, in tutto e per tutto dipendente sempre dall’amministrazione statale, è una sorta di Ministero di periferia in cui la burocrazia scolastica ha divorato, come Crono, i suoi figli: gli insegnanti, gli studenti, i capi d’istituto, le famiglie.

Tutto è diventato un enorme post. Le scuole sono in competizione tra loro ma, non essendoci nessuna reale vita degli studi, la competizione è fatta al ribasso. Così accade una cosa strana solo per chi non si è reso conto della nascita della post-scuola: i ragazzi e le ragazze sono licenziate agli esami con altissimi voti ma poi non sanno leggere e se leggono non intendono.

Tra la situazione legale e la situazione reale non vi è una differenza. Vi è la verità. Come sempre scomoda. Ma se questa scomodità non si guarda non si avrà mai nessuna possibilità di intervenire nel sistema dell’istruzione e provare, almeno provare, a migliorarlo.

Il tallone d’Achille della scuola italiana – fingendo che la metafora sia calzante al caso – è il rapporto tra insegnante e alunno. Questa relazione, che è il cuore della scuola, che è la scuola stessa, è falsato all’origine da due fattori: il valore legale del diploma e l’obbligo della promozione.

Perché ci possa essere la relazione tra insegnante e studente è necessario che ci sia l’interesse da un lato a insegnare e dall’altro a imparare. Ma è proprio tale interesse – che significa “stare insieme”, “stare nell’essere” – che è neutralizzato alla fonte dal momento che la legalità scolastica sposta il valore dallo studio al certificato e l’obbligo della promozione ne garantisce il possesso.

Non è né un problema scolastico né un problema politico: è un dramma nazionale. Nazionale perché riguarda tutti, drammatico perché non ci sono più occhi per vederlo. Il costo è elevatissimo, Paola Mastrocola e Luca Ricolfi lo hanno chiamato “Il danno scolastico”. Riguarda l’incapacità di creare classe dirigente e la concreta possibilità di condurre democrazia e nazione al fallimento.

L’esperienza ci dice che non si tratta di ipotesi accademiche ma di dura realtà. La scuola italiana – la post-scuola – è per la democrazia italiana il problema dei problemi. È una sorta di Grande Bugia nazionale in cui il senso delle cose reali, che ognuno di noi deve conservare per condursi più o meno decentemente nella propria esistenza, è stato sostituito dal senso delle cose irreali.

La Ragione

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Energici


In Russia i giornali li chiudono e i giornalisti li arrestano. Ivan Safronov lo hanno condannato a 22 anni di carcere in un processo a porte chiuse di cui, quindi, non si sa niente. Noi stessi neanche lo sapremmo se la notizia non fosse stata diffusa da N

In Russia i giornali li chiudono e i giornalisti li arrestano. Ivan Safronov lo hanno condannato a 22 anni di carcere in un processo a porte chiuse di cui, quindi, non si sa niente. Noi stessi neanche lo sapremmo se la notizia non fosse stata diffusa da Novaya Gazeta Europa, ovvero il sito europeo del quotidiano fatto chiudere da Mosca.

Eppure un problema di opinione pubblica esiste perché, checché ne dicano certi (che avrebbero fatto ridere anche il Peppone di Guareschi), nessuno ama fare la fame o vedersi ammazzati i figli.

Che è poi la ragione per cui i russi non rimediano alla carenza di soldati chiamando all’obbligatorietà del servizio militare. Ma, secondo tradizione, dall’impero zarista a quello comunista, all’opinione pubblica interna forniscono due medicine: l’esaltazione nazionalista e la repressione.

In Russia, però, tengono molto alla nostra opinione pubblica, investendovi denari e usando i propri servitori, che generosamente furono chiamati “utili idioti”. Certo che la guerra è una brutta cosa e certo che la carenza di gas e i suoi prezzi elevati comportano dolori profondi e disagi sociali su cui speculare.

E certo che nel nostro mondo non solo si vive liberi, ma anche comodamente. Certo che ci teniamo, alle comodità. Giustamente. Ma sono figlie della libertà, non loro nemiche. Perché mai la Russia non ha mai avuto il nostro sviluppo? Come mai un Paese da 140 milioni di abitanti ha un prodotto interno lordo inferiore al nostro, che di abitanti ne abbiamo meno di 60 milioni? Perché senza la libertà non c’è iniziativa e senza iniziativa non c’è ricchezza. Requisita da gerarchi e oligarchi, ladri e arricchiti.

Sono queste le ragioni per cui in Russia lanciano appelli al tenore di vita degli europei, infinitamente più alto di quello dei russi. Non sono i poveri che si preoccupano dei ricchi, ma il nemico che ritiene la libertà sia una debolezza, sperando di sfruttarla. A Mosca sono convinti che crolleremo prima noi, perché le bollette alte faranno esplodere le piazze. Noi siamo certi che crolleranno loro, anche perché i ladri sono rimasti senza bottino.

Ciò non toglie che dobbiamo rimediare ai guasti interni al nostro mondo, difatti sono già stati mobilitati tanti soldi, altri lo saranno, con altre importanti contromisure. Siccome, però, fra i putiniani ve ne sono molti che invocano uno “scudo europeo”, sarà bene essere chiari. La proposta italiana, risalente al marzo scorso, del tetto al prezzo del gas russo, ha come fondamento l’uso del potere dell’acquirente.

C’è quello del venditore, ma se compri molto anche dall’altra parte c’è del potere. Immaginare un acquirente europeo unico, come si è fatto e ha funzionato benissimo con i vaccini, ha lo stesso fondamento: assieme pesiamo molto di più ed evitiamo di farci concorrenza fra noi.

Questo, però, comporta due cose:

  • si introducono regole che limitano il libero mercato;
  • si trasferiscono potere e sovranità a livello europeo.

Entrambe le cose comportano l’accettazione di vincoli: una politica solidale e di reciproco soccorso e il sottostare alle regole che l’acquirente unico si darà (o al prezzo massimo stabilito). Chi chiede queste cose, quindi, sta chiedendo più vincoli europei, in cambio di più forza per negoziare e resistere. Scelta razionale.

Ma anche l’opposto di volere togliere potere ai “burocrati di Bruxelles” (molti, ma molti meno dei soli italiani), o di anteporre i propri interessi a quelli degli altri. Chiedere lo scudo europeo e, al contempo, reclamare la violazione dei vincoli economici, poi, non è neanche un’incoerenza, è un imbroglio.

Noi amanti della libertà plaudiamo a queste iniziative, pur non dimenticandoci che il mercato deve essere regolato, non ingabbiato. Gli amanti di Putin, invece, devono essere riconosciuti come alfieri dei risultati cui porta quell’amore: miseria e repressione. Basterà averlo chiaro e non saranno certo le nostre affluenti opinioni pubbliche a volere nulla di simile. Semmai ci scopriremo più energici nell’avversarlo.

La Ragione

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Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a “Start” su Sky TG 24 il 7 settembre 2022


Il 7 settembre 2022, a partire dalle 10.30, il nostro Presidente Giuseppe Benedetto è stato ospite di Roberto Inciocchi a “Start” su Sky TG 24. L'articolo Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a “Start” su Sky TG 24 il 7 settembre 2022 proviene da Fond

Il 7 settembre 2022, a partire dalle 10.30, il nostro Presidente Giuseppe Benedetto è stato ospite di Roberto Inciocchi a “Start” su Sky TG 24.

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La musica calabrese protagonista del festival In Aspromonte a San Giorgio Morgeto il 7 e 8 settembre


Due giorni di concerti animeranno l'ultimo scorcio d'estate a San Giorgio Morgeto con il programma del festival In Aspromonte, che vuole fare emergere e rendere sempre più attrattivo il borgo calabrese, porta del Parco e legato ad una lunga storia di popo

Due giorni di concerti animeranno l’ultimo scorcio d’estate a San Giorgio Morgeto con il programma del festival In Aspromonte, che vuole fare emergere e rendere sempre più attrattivo il borgo calabrese, porta del Parco e legato ad una lunga storia di popoli, culture, arte e tradizioni.

Dopo una ricca stagione di eventi, con il cartellone di Estate Morgetia 2022 che ha riempito di presenze il centro storico sangiorgese, il 7 e 8 settembre la tradizione musicale calabrese sarà di scena sul palco allestito in Località Melia, per confermare l’attenzione dell’amministrazione comunale alla valorizzazione di una lunga storia di suoni e canti, che rappresentano il racconto della vita dei calabresi nel corso dei secoli.

Il 7 settembre sarà l’esplosiva vitalità musicale della tarantella di Ciccio Nucera a far scatenare il suo affezionato pubblico di fan con i balli tradizionali ed i suoni del tamburello e dell’organetto, che lo rendono un personaggio quasi unico nel suo genere. Un “one man show” travolgente e pieno di ritmo che, grazie alla potenza della musica, diventa anche occasione quotidiana di promozione e valorizzazione della cultura del territorio.

Una vita all’insegna della musica e della tradizione, rapito da questi suoni sin da piccolissimo nel suo paese di origine, Gallicianò, grazie ai tanti anziani che tramandavano le “passate” all’organetto e i canti tradizionali elevati a straordinari mezzi di espressione identitaria di una comunità, quella grecanica, che ancora oggi rappresenta un patrimonio da custodire e tramandare.

L’8 settembre sarà la volta del Quartetto Areasud, band protagonista di un percorso di ricerca che parte dalla musica calabrese per esplorare il mondo dei suoni mediterranei e contemporanei, partendo dalla creazione di un ponte con i suoni della vicina Sicilia. Il gruppo nasce dall’incontro tra il musicista e ricercatore calabrese Maurizio Cuzzocrea e alcuni tra i principali protagonisti della scena world ed etnica catanese, Mario Gulisano, Marco Carnemolla e Franco Barbanera. Insieme hanno costituito la base del progetto di world music “Musica lievemente tradizionale”, che è anche il titolo del recente cd della band.

Negli ultimi due anni, nonostante la pandemia, il Quartetto Areasud è stato protagonista di numerosi festival, in Italia e all’estero, tra cui Alkantara Fest, Appennino Festival e Zampognarea, in Italia, Babel Sound Festival in Ungheria e Etnosviets in Lettonia. Tra i progetti in programma nei prossimi mesi, l’esordio di due nuove produzioni dedicate al teatro, con l’attrice Preziosa Salatino, e ai canti di culla in Italia, in collaborazione con il gruppo musicale Enerbia, tra i principali interpreti della musica tradizionale del territorio delle Quattro Province.

“In Aspromonte” è realizzato dall’amministrazione comunale di San Giorgio Morgeto con il patrocinio e il contributo della Regione Calabria, sotto il marchio di Calabria Straordinaria e con la collaborazione delle associazioni Darshan, AreaSud e di Euracus srl Impresa sociale.

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Scuola e legalità, le regole della consapevolezza


La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa

Anche se le attività didattiche inizieranno il 14, già da qualche giorno la scuola ha avviato il suo cammino, e per gli insegnanti è tempo di programmazione.

Certamente troverà spazio nel corso dell’anno l’attenzione al tema della legalità in tutte le sue declinazioni. Obiettivo primario è l’educazione alla legalità, inteso come esercizio possibile e praticabile dalla scuola stessa mentre trascorre i suoi giorni tra i banchi.

La domanda che qui vorremmo porci è la seguente: quale e quanta considerazione ha la scuola di quella buona dose di legalità di cui è intrisa la sua vita? La tiene costantemente sotto la sua lente? Vive un processo di maturazione perché insegnanti e alunni la rendano sempre più trasparente? Sono segnati con matita blu gli errori perché di essi si possa far tesoro e superarli?

Per intenderci dobbiamo ricorrere a degli esempi concreti. Li attingiamo da quei racconti che sono la delizia dell’estate nei conversari degli ex compagni di classe quando in pizzeria si ritrovano per le emozionanti rimpatriate. Che cosa raccontano, sia pure con buona dose di esagerazione?

Che nella nostra classe c’era Giorgio che puntualmente apponeva la firma di suo papà sul foglietto delle giustificazioni delle assenze e che al termine degli studi il genitore si era complimentato con lui per averne fatte solo alcune, solo quelle per le malattie stagionali. Gli insegnanti, al mattino, non riuscivano a verificare di volta in volta neanche la somiglianza tra la firma originale di suo padre e quella che si trovavano sotto gli occhi e pertanto con questa furbata ci ha campato per almeno tre anni.

Giorgio, a scuola, faceva la manovra più semplice per aggirare l’ostacolo. Noi diremmo: faceva una birichinata. Siamo sicuri? O forse Giorgio imparava un mestieraccio e, dalla scuola e dalla famiglia, non si è mai sentito dire che il suo, nel suo piccolo, era un falso in atto pubblico? L’avrebbe dovuto scoprire a scuola e invece l’ha appreso solo in seguito, come quando e in che circostanze non sappiamo.

Michele racconta di aver quasi sempre copiato la versione di latino da un compagno o da un libro. Gli ha detto qualcuno che copiare non è il verbo esatto e bisogna cercarne un altro sul vocabolario? A scuola è copiare, una cosa che non si fa. Che con si fa o che non si può neanche fare perché è persino reato? Michele, quando l’ha scoperto?

L’insegnante faceva usare un manuale – vecchio, diceva, ma ottimo – e indicava anche la rivendita dove acquistarlo. Disgustare l’insegnante era difficoltoso per mille motivazioni. Gliel’ha detto mai qualcuno che esercitava un potere fuori di ogni regola decente e che si trattava di un abuso?

Fernando arriva a scuola con tutti i compiti in perfetta regola anche quando la maggior parte dei compagni non riusciva a portarli a termine. Ha mai detto che ricorreva sistematicamente all’aiuto di persone amiche e pertanto falsava la sincera denuncia dei suoi compagni di non esservi riusciti?

Per non dire poi di voti regalati, di raccomandazioni di ferro, di diplomi esistenti solo sulla carta che a giudizio degli stessi compagni di classe costituivano dei veri e propri falsi storici.

Qualcuno bada a queste cose? Oppure si lasciano correre come se nulla fosse o costituiscano solo materiale dell’infanzia che fa ragione a sé, spingendo i ragazzi in un limbo di perenne adolescenza come se l’età adulta stesse lì ad attendere sine die?

Questa mappa non è completa e né voleva esserlo perché l’esistente scolastico è ricco e plurale. E’ certo, però, che un variegato mondo è quello scolastico. Verrebbe voglia di classificarlo – e spesso si fa – come un mondo di ragazzi che si esprime e si chiude in un’età spensierata e pronta a chiudere questa parentesi della vita per poi passare in quella adulta e inventare un’età nuova.

Forse in questa considerazione c’è un abbaglio e anche un torto. La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.

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Liz Truss, sfidando venti contrari


Il discorso inaugurale a Downing Street è stato molto lineare, l’agenda e le priorità chiarite con pragmatismo. Assieme al rilancio dell’economia e il necessario rafforzamento del sistema sanitario nazionale, la grande misura preannunciata è il tetto alle

La conservatrice Liz Truss è il cinquantaseiesimo primo ministro del Regno Unito. Boris Johnson è particolarmente soddisfatto di tale nomina e la sua erede, in precedenza ministro degli Esteri, ha elogiato BoJo definendolo un amico e uno dei più importanti primi ministri della storia. “He got Brexit done” ha infatti dichiarato riferendosi al premier uscente, ringraziandolo anche per la sua politica a favore della vaccinazione anti covid e la sua aperta difesa nei confronti dell’Ucraina dopo lo scoppio della guerra.

Tralasciando il come la si pensi sui contenuti, le posizioni della Truss sono sicuramente grintose, degne dello spirito dei Tory: fortemente a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, si fa alfiere di una nuova era di autonomia economica e commerciale britannica, in senso contrario a quelle politiche europee da lei bollate come protezioniste.

Dopo l’aggressione militare russa contro l’Ucraina, la Truss ha esortato i britannici ad arruolarsi volontari al fianco delle truppe di Zelensky, “questa è la nostra guerra (…) la peggiore in Europa in 40 anni” ha infatti dichiarato. Processerebbe Putin come a Norimberga, auspica la riconquista della Crimea. Insomma, sia ad alleati che ad oppositori, è chiaro che la nuova premier abbia idee decise e una ambizione inossidabile.

Liz Truss, 47 anni, oggi terza donna leader nella storia del Regno Unito, è stata la più giovane ministra di sempre – curiosamente condivide questo stesso primato con Giorgia Meloni che, sondaggi alla mano, pare destinata tra una ventina di giorni ad essere eletta nuova leader conservatrice d’Italia.

Qual è la ricetta del suo successo? Sicuramente la Truss ha sfruttato le innovazioni del nostro tempo. Ha infatti molta visibilità sui social dove si contraddistingue per i suoi selfie scattati nelle situazioni più improbabili. Molto noto anche lo scatto della premier su un carrarmato in tenuta militare – un tentativo di ispirazione alla unica e inimitabile Lady di Ferro.

Nonostante in famiglia fossero militanti di estrema sinistra, e anche la Truss abbia avuto un passato progressista, da anni la nuova premier in carica riconosce come sua guida politica proprio Margaret Thatcher. Dopo aver studiato al Merton College di Oxford Filosofia, Politica ed economia (il noto PPE, corso di laurea che ha formato numerosi politici e premier inglesi), ha inizialmente cominciato l’attività politica nelle file opposte ai Tory – nonostante ora le sue idee siano totalmente contrarie, anche all’epoca era riconosciuta come una politica agguerrita nonostante il suo fare spesso impacciato in pubblico.

Il discorso inaugurale a Downing Street è stato molto lineare, l’agenda e le priorità chiarite con pragmatismo. Assieme al rilancio dell’economia e il necessario rafforzamento del sistema sanitario nazionale, la grande misura preannunciata è il tetto alle bollette di gas e luce per far fronte all’imminente crisi energetica. Il programma che la Truss s’accinge a formalizzare ed attuare è in continuità con la politica della destra britannica, il focus è soprattutto sulla riduzione delle tasse, a dispetto di crisi e inflazione.

“Abbiamo davanti venti contrari globali molto forti ma so che possiamo farvi fronte”, ha dichiarato. La Truss è fiduciosa e crede vivamente che il Regno Unito ne uscirà vittorioso dalla scena. Siamo sicuramente distanti, come epoca e profondità politica, da quelle famose parole pronunciate da un altro esponente dei Tory, Sir Wiston Churchill, “we shall fight on the beaches”. I venti globali contrari stanno soffiando sull’isola. Da spettatori esterni, non possiamo che augurare alla nuova premier un sincero augurio di buon lavoro.

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Eurosovrani


Mentre Putin ricatta, subordinando le forniture di gas all’impossibile revoca delle sanzioni, sperando di piegare il mondo libero e ridurlo al rango dei suoi servitori, che anche qui operano, il cancelliere tedesco ha annunciato una spesa di ulteriori 65

Mentre Putin ricatta, subordinando le forniture di gas all’impossibile revoca delle sanzioni, sperando di piegare il mondo libero e ridurlo al rango dei suoi servitori, che anche qui operano, il cancelliere tedesco ha annunciato una spesa di ulteriori 65 miliardi, per fronteggiare il rialzo del prezzo dell’energia.

La Germania, a partire dal settembre 2021 (perché i prezzi crescono da ben prima della criminale aggressione russa all’Ucraina), ha già mobilitato 60.2 miliardi di spesa pubblica. Ma chi ha trovato e spostato più fondi pubblici, in Unione europea, siamo noi. Ad oggi la Germania ha usato l’1.7% del prodotto interno lordo, noi il 2.8 (per quasi 50 miliardi). In Francia si sono fermati all’1.8, nel Regno unito all’1.6. Contano, naturalmente, i diversi panieri energetici, ovvero le scelte passate.

A dare retta ai No Triv e alla destra di Meloni e Salvini, non estrarremmo più gas dall’Adriatico, mentre già ne estraiamo meno della metà del possibile. A dar retta ai No Tap pentastellati e a quelli di Emiliano, presidente della Regione Puglia ed esponente del Pd, non avremmo quel che ora è vitale, ovvero il gas dall’Azerbaigian. Gli errori si pagano.

Questa settimana il Consiglio dei ministri dovrebbe varare l’ulteriore pacchetto aiuti (abbiamo già scritto che “aiutarsi” sarebbe più saggio), mi aspetto che in tanto dozzinale propagandismo qualcuno guarderà le cifre assolute e indicherà la spesa tedesca come esempio. Meglio, quindi, fermare i numeri prima che se li giochino alla lotteria elettorale.

La richiesta di sfondare deficit e debito, disonestamente facendo credere che quello sia un “dare” agli italiani, sarà respinta. Ma l’argomento si riproporrà in autunno. È e sarà, oltre tutto, uno dei temi di verticale divisione nel centro destra. Abbiamo iniziato la campagna elettorale osservando che le coalizioni sono un falso, ci convinciamo che sono una truffa.

La tesi dei sovranisti da strapazzo è: se la Commissione europea manterrà i vincoli di bilancio, impedendo lo sforamento, allora si faccia carico degli aiuti sociali necessari. Una tesi che, a parte la sua falsità, descrive una specie di nuova dottrina: l’accattonaggio sovrano.

I vincoli sono sospesi, ma non si sospende la realtà. C’è e ci sarà sempre una differenza fra un Paese, la Germania, che ha un debito pubblico nell’intorno del 60% del pil e un Paese, l’Italia, che supera largamente il doppio. Per evitare che tale differenza spacchi il mercato interno europeo e la stessa moneta unica, si sono mobilitate ingenti risorse dell’Unione (vale a dire dei contribuenti di tutti) per sostenere i debiti più squilibrati. Il nostro in testa. Non bastando questo si è creato debito comune per finanziare programmi di sviluppo e il Paese più beneficato è l’Italia. Supporre di andare a dire: siamo sovrani, dateci dell’altro è, appunto, sovrano accattonaggio.

Siccome, appunto, la sola sovranità seriamente difendibile è quella europea, fatta sì di mercato interno e di regole finanziarie, ma anche di comune sentire istituzionale e di identità politica che si riflette anche nella difesa dell’Ucraina, ergo chi prova a minarla non è sovranista, ma servilista dell’imperialismo russo, siccome così stanno le cose, c’è un altro punto da affrontare. Joseph Stiglitz ha dato voce a quel che pensano molti: <<un governo di destra, in Italia, potrebbe destabilizzare l’Europa>>.

Non perché l’Ue sia di sinistra (ridicolo), ma perché certa destra italiana è antieuropea ed antioccidentale. Non è possibile, però, che a ogni elezione in Ue si parli di crisi continentale. Nelle democrazie ci sono sempre istituzioni ed equilibri intoccabili, anche se la maggioranza degli elettori volesse il contrario, per il resto: decidono gli elettori. Ma non gli elettori altrui.

Quindi, dopo una lunga integrazione economia e commerciale (che ci ha fatto guadagnare tutti), dopo il Parlamento eletto a suffragio universale, dopo la creazione di una forte istituzione federale, la Bce, dopo la partenza del debito comune e l’affermazione di una comune politica a favore dell’Ucraina, si proceda ancora sulla via delle istituzioni, giungendo al voto a maggioranza. Per essere Eurosovrani e non bulli vernacolari.

La Ragione

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AlphaFold, come l’intelligenza artificiale rivoluziona la biologia. Di @CastigliMirella su @Agenda_Digitale


ALPHAFOLD, COME L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE RIVOLUZIONA LA BIOLOGIA

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L’AI di Alphafond ha permesso di creare un archivio digitale con 200 milioni di proteine di cui prevede la forma 3D. Non solo di strutture proteiche umane, ma anche di altri esseri viventi. Accanto alle opportunità di semplificare la ricerca scientifica, non mancano le criticità

L'articolo di Mirella Castigli su #AgendaDigitale

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La lezione (ignorata) della realtà


Non vedendo la realtà, le forze politiche non riescono a risolvere i problemi, e dei propri fallimenti incolpano la burocrazia La politica attuale pecca di irrealtà. Prende per reale il contingente e il quotidiano, spesso l’effimero. Fa programmi che sono

Non vedendo la realtà, le forze politiche non riescono a risolvere i problemi, e dei propri fallimenti incolpano la burocrazia


La politica attuale pecca di irrealtà. Prende per reale il contingente e il quotidiano, spesso l’effimero. Fa programmi che sono tutti al presente, senza prospettare un futuro. Elenca promesse, ma non indica tempi e costi. Guarda alla tasca, in una sorta di bengodi, prospettando un’orgia di sgravi, bonus, superbonus, stabilizzazioni, adeguamenti stipendiali, senza chiedersi con quali mezzi finanziarli e come gestirli.

Fa quindi promesse molto simili: un cittadino che leggesse i diversi programmi elettorali, senza conoscerne la provenienza, potrebbe con molta difficoltà stabilire da quale forza politica sono stati scritti.

Poiché la politica non sa vedere la realtà, è prigioniera di un circolo vizioso: non riesce a interpretare i bisogni sociali; ha difficoltà a capire che cosa bisogna fare per soddisfarli, e con quali mezzi; non riesce, quindi, a risolvere i problemi, e dei suoi fallimenti incolpa la burocrazia.

Una politica che riuscisse a ispirarsi all’osservazione della realtà si chiederebbe, innanzitutto, quali sono le smagliature della rete sanitaria che hanno reso così difficile affrontare la pandemia. Abbiamo tutti sotto gli occhi gli impedimenti incontrati dalla sanità territoriale, quella a più diretto contatto con i cittadini.

Una politica che sapesse guardare la realtà si renderebbe anche conto della sofferenza che ha subito la rete scolastica. Essa si aggiunge ai bassi investimenti nell’istruzione e alla bassa scolarizzazione, e contribuisce ad aumentare le diseguaglianze sociali, mentre è stato dimostrato che livello di benessere e livello di istruzione vanno di pari passo.

La lezione della realtà dovrebbe anche insegnare che è urgente liberarsi del gas russo: bisogna evitare di rimanere ostaggi nelle forniture di energia da Paesi che le usano come arma di ricatto politico, come osservato da un grande esperto della materia, Alberto Clò, in un libro appena uscito, intitolato «Il ricatto del gas russo. Ragioni e responsabilità», edito da «Il Sole 24 Ore».

Il problema dell’autonomia energetica — ricordiamolo — fu posto in Italia già negli anni 30 del secolo scorso e venne riproposto, negli anni 50, da Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, mentre le generazioni successive l’hanno dimenticato. Ora dovremmo accelerare la capacità generativa elettrica da fonti rinnovabili e migrare consumi di gas e di prodotti petroliferi verso consumi elettrici.

La lezione della realtà dovrebbe, inoltre, insegnare che «il valore aggiunto per persona occupata è sceso del 5 per cento (nella media degli Stati europei, invece, cresceva a doppia cifra). Nello stesso periodo, la produttività totale dei fattori, l’indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un’economia, è diminuita del 6,2 per cento. Accrescere la produttività consentirebbe di trasformare il rimbalzo in corso in una crescita duratura e sostenibile», come ha osservato Veronica De Romanis in un articolo pubblicato su «La Stampa» l’11 agosto scorso.

Se la politica prende proclami e promesse per progetti, promette senza calcolare il costo delle promesse, confonde il parlare con il fare, utilizza i mezzi digitali per comunicare, non per ascoltare, ne discende anche che è disattenta all’amministrazione. La politica è anche amministrazione, anzi è soprattutto amministrazione; invece, siamo bravi a gestire le emergenze e ad affrontare le situazioni straordinarie, non altrettanto a gestire l’ordinario e a fare una buona manutenzione (delle istituzioni come delle strade, delle scuole, degli ospedali).

Questo spiega lo stato critico degli apparati pubblici ed anche la freddezza dell’elettorato, nonché le sue oscillazioni alla ricerca di voci nuove (ieri a favore del Movimento 5 Stelle; oggi, secondo i sondaggi, a favore della destra).

Il Corriere della Sera

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Aiutarsi


La settimana prossima il Consiglio dei Ministri tornerà a predisporre misure che limitino gli effetti negativi del rialzo del prezzo del gas. Intitolare questi provvedimenti al concetto di “aiuto” è un errore che corrompe la comprensione, come se ci fosse

La settimana prossima il Consiglio dei Ministri tornerà a predisporre misure che limitino gli effetti negativi del rialzo del prezzo del gas. Intitolare questi provvedimenti al concetto di “aiuto” è un errore che corrompe la comprensione, come se ci fosse qualcuno o qualche entità che possa decidere se aiutare o meno chi ne ha bisogno. Ammesso che i decreti debbano avere un nome, “aiutarsi” sarebbe più adeguato: qualsiasi scelta si compia si spera sia efficace, ma è certo che avrà un costo, sicché si deve sapere quale e a carico di chi. Altrimenti siamo al linguaggio gassoso, per di più assai rarefatto.

Dall’inizio del rialzo del prezzo delle materie prime energetiche, che data dalla seconda metà dell’anno scorso, quindi prima della guerra, sono già stati impegnati 30 miliardi di euro, per mitigarne gli effetti. Le accise sui carburanti sono ancora sospese. Non lo si ricorda non solo (anche) per faziosità demagogica, ma perché qualsiasi cifra intestata ad “aiuto” sarà sempre insufficiente, mentre i costi di “aiutarsi” indurrebbero maggiore attenzione.

La campagna elettorale non è l’occasione migliore per la sobrietà verbale, talché circolano due concetti che sarebbe prudente cancellare subito: scostamento e sanzioni. Sul primo ci siamo già soffermati, aggiungiamo che il Btp ha messo la testa sopra il tetto del 4% e che i tassi d’interesse cresceranno, in ragione dell’inflazione. Pensare che indebitarsi ulteriormente, essendolo oltre al collo, sia una soluzione vuol dire confonderla con la dissoluzione. I soldi si trovino nel bilancio esistente, nel maggior gettito fiscale indotto dall’aumento dei prezzi, nella ardita e necessaria tassazione dei profitti impropri, indotti dal prezzo del gas. Chi aggira il problema proponendo lo scostamento come extrema ratio, abbia la compiacenza di chiarire cosa intende per extrema, salutando ratio.

Supporre di mettere in discussione le sanzioni è fuori discussione. Ipotesi zero. A parte il disonore e la viltà di barattare la vita altrui per un vantaggio economico, che lo si faccia come Occidente è impossibile, mentre che lo si faccia come Italia significherebbe tagliarsi fuori dai più ricchi mercati delle nostre esportazioni. Un suicidio sulla pubblica piazza. A parte il risvolto morale. Le sanzioni colpiscono la Russia, in recessione profonda, e la piegheranno. Putin può decidere di chiudere il gas, ma solo scommettendo che il nostro cedimento arrivi prima del suo crollo. Se lo scordi.

Osserva The European House-Ambrosetti che la mancanza di una politica estera comune ha prodotto occasioni commerciali perse, per l’intera Unione europea, in dieci anni, pari a 914 miliardi di euro. Senza Ue le opportunità perse sarebbero maggiori, ovviamente. Non saprei sulla quantificazione, ma il concetto è giusto: potenza politica e militare accompagnano e seguono quella commerciale. Ripassino il concetto quelli che pensano di fare un buon affare portando l’Italia al fianco dell’Ungheria. Venir meno alle sanzioni ci danneggerebbe irreversibilmente.

Dice Carlo Bonomi che se la Russia dovesse chiudere il gas un quinto del nostro sistema produttivo, il 20%, sarebbe compromesso. Non ne dubitiamo. E anche senza arrivare all’ipotesi chiusura, già così il danno è consistente. Ma è quello il punto, per “aiutarsi”: concentrare gli sforzi dove il rischio è maggiore, per le aziende di andare fuori mercato e per le famiglie di andare in bancarotta. Gli strumenti analitici per distinguere ci sono, ma si deve avere onestà e coraggio di scegliere. Fare politica significa scegliere. Vivere significa scegliere. Promettere o reclamare tutto per tutti significa prendere per scemi gli altri, agevolati dal concetto di “aiuto” al posto di “aiutarsi”.

Qualsiasi cose decida il governo, la settimana prossima, nessuno dirà che è troppo, pochi osserveranno che è giusto, i più lamenteranno che è poco. Peccato che questo genere d’approccio, improntato alla geremiade altolocata, sia il niente.

La Ragione

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Dante e Shakespeare, il giro d’Italia in teatro si è concluso a Ravenna – Il Corriere della Sera


Monaldi & Sorti, il giro d’Italia di Dante e Shakespeare concluso a Ravenna Alla tomba di Dante a Ravenna il gran finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in

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Monaldi & Sorti, il giro d’Italia di Dante e Shakespeare concluso a Ravenna

Alla tomba di Dante a Ravenna il gran finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in strade e piazze delle città d’arte della penisola. Il concorso, patrocinato dalla Società Dante Alighieri e dalla Fondazione Luigi Einaudi, è basato sull’omonimo libro di Monaldi & Sorti (Solferino Editore). Ogni esibizione è tratta o ispirata da passi del romanzo teatrale-narrativo, e può vantare due sostenitori d’eccezione: il regista Pupi Avati, che ha lodato lo «sguardo sacrale» di Monaldi & Sorti, e l’attrice Monica Guerritore, che li ha definiti «direttori artistici della pagina scritta». Dante e la Divina Commedia sono diventati protagonisti di un dramma di Shakespeare, rappresentato in brevi spettacoli replicati nel corso della giornata, secondo la formula del teatro di strada.

A Ravenna è andato in scena lo spettacolo “Dante e Piccarda”, proposto – a pochi metri dalla Tomba di Dante, nel giardino della Biblioteca Oriani – dagli attori Cristina Ugolini, nei panni della Chiacchiera e di Piccarda, e Riccardo Cecere, nei panni di Dante, che ha anche curato le musiche dal vivo. Tema è stato un dialogo inatteso, tra serio e faceto, fra il Poeta e la religiosa, tratto dal I atto di “Ahi, serva Italia!” di Monaldi & Sorti. Dante confessa le sue visioni a Piccarda.

Tra l’inaugurazione a Firenze e la chiusura a Ravenna, questo giro d’Italia si è snodato finora da Verona a Vibo Valentia, toccando varie regioni, dalla Liguria alla Campania, tra grandi città come Roma, preziosi borghi storici come Assisi e panorami mozzafiato quali le scogliere di Cagliari.

Premiazione infine a Roma il 14 settembre, anniversario della morte di Dante, presso il Globe Theatre, luogo shakespeariano per eccellenza della capitale, con un banchetto nello stile del Trecento fiorentino. Monica Guerritore ha commentato: «L’incontro tra Dante e Shakespeare funziona: Shakespeare ci mostra come le passioni agitino l’uomo sulla terra, e Dante quale direzione invece gli fanno prendere nell’aldilà. Qui in Ahi, serva Italia! si fa questo doppio viaggio, nella lingua di Shakespeare e nella vita e nelle opere di Dante».

«Gli spettacoli di piazza sono nel DNA sia della Commedia che del teatro elisabettiano», spiegano Monaldi & Sorti, tradotti in 26 lingue e definiti in Francia da L’Express «gli eredi di Umberto Eco» e in Germania dalla Frankfurter Allgemeine «la coppia letteraria italiana di livello internazionale».

«Dante vola così in alto – dicono i due autori – che può essere raccontato solo da Shakespeare. La Commedia era ben nota in Inghilterra sin dal Medioevo: i drammi shakespeariani sono pieni di richiami ai suoi personaggi, dal conte Ugolino a Pier delle Vigne, oltre al parallelo tra le coppie Romeo-Giulietta e Paolo-Francesca. Non a caso il primo ritratto a stampa dell’Alighieri è stato pubblicato in Inghilterra da un editore della cerchia di Shakespeare».

Il Corriere della Sera – Bologna

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Enrico Zanetti: contro il caro bollette non basta un extra profitto scritto male


Il Governo ha scelto di lasciare le regole di determinazione dei prezzi così come stavano e di introdurre una complicata tassa sugli extra-profitti che quelle regole immutate consentono di continuare a conseguire agli operatori della filiera sulle spalle

Le Istituzioni sembrano non percepire il pericolo sociale per famiglie e imprese che sta dietro l’esplosione delle bollette?
L’esplosione folle e insostenibile delle bollette del gas e dell’energia elettrica è ancora per molti, troppi, un tema di dibattito, anziché un numero scritto nero su bianco con richiesta di pagamento. A rinviare il sapore (amaro) sulla pelle del tema gas, ci pensa la stagione.

Per quanto riguarda l’energia elettrica?
Le bollette di luglio arrivate nelle scorse settimane sono le prime in cui chi ha tariffe a prezzo variabile tocca con mano che il costo non si “limita” a raddoppiare, ma “vola” a tre, quattro e anche cinque volte i corrispondenti periodi dell’anno scorso; chi, invece, è ancora per qualche mese sotto il cappello protettivo di contratti con prezzo bloccato per 12 mesi stipulati alla fine dell’anno scorso, scoprirà tutto d’un fiato alla loro scadenza e rinnovo che, su per giù, il nuovo prezzo bloccato offerto per i successivi 12 mesi potrà arrivare a essere anche dieci volte tanto quello che sta continuando a pagare adesso.

E a quel punto?
Se nulla sarà stato fatto, tra un paio di mesi succederà letteralmente il finimondo e non interesserà a nessuno di chi sono le colpe per essersi presi in così grave ritardo nel cercare di attenuare il più possibile i rincari.

Dove e come si potrebbe agire?
Una cosa è certa: mentre sul gas i margini di manovra politica di breve periodo sono quasi impalpabili sul versante dei prezzi (e si può agire con una minima efficacia solo sul lato del contingentamento dei consumi), sull’energia elettrica c’è molto più margine di manovra.

Abbiamo perso mesi in cui si poteva fare di più?
In questi lunghi mesi di avvicinamento al ciglio del burrone, il Governo, anche quando era nella pienezza dei poteri, ha scelto di non mettere mano alle regole che stanno alla base della determinazione dei prezzi del kW al consumo che vengono poi incorporati nelle offerte commerciali dei singoli operatori.

E cioè?
Ha scelto di non farlo pur avendo chiara consapevolezza che quelle regole, nel mutato scenario geopolitico e conseguentemente economico, consentono alle imprese che producono e vendono energia elettrica in Italia di realizzare degli ingenti extra-profitti, la cui stessa esistenza è la prova inoppugnabile di come le attuali regole di determinazione del prezzo al consumo dell’energia non ribaltano “a valle” i maggiori costi sopravvenuti “a monte”, ma ben più.

Cosa ha fatto quindi il Governo?
Di fronte a questa banale evidenza, il Governo ha scelto di lasciare le regole di determinazione dei prezzi così come stavano e di introdurre una complicata tassa sugli extra-profitti che quelle regole immutate consentono di continuare a conseguire agli operatori della filiera sulle spalle dei consumatori di energia elettrica. In questo modo ha lasciato in campo una distorsione economica e ci ha aggiunto pure una complicata distorsione fiscale.

Cosa sarebbe stato meglio fare?
Molto meglio sarebbe stato attivarsi per tempo per cambiare le regole di determinazione del prezzo “base” del kW al consumo, così da meglio riflettere “a valle” le dinamiche di aumento nei costi “a monte”, per lasciare certamente intatti i legittimi profitti degli operatori di filiera, ma circoscrivere all’origine la formazione di extra-profitti che, in questa situazione, contribuiscono ad affossare famiglie e imprese. Non è stato fatto (ed è molto, molto male), lo si faccia prima che la situazione precipiti.

Tutto sbagliato insomma.
Gli italiani hanno bisogno di una bolletta elettrica con i minori rincari possibili, non di un Governo che passa mesi a studiare come tassare nel nome del popolo italiano una briciola degli extra-profitti che quello stesso Governo permette si formino a spese di quello stesso popolo italiano.

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Carlo Alberto dalla Chiesa: quarant’anni da via Carini


La sfida epocale che ci lancia il quarantennale della strage di Via Carini, in cui persero la vita anche Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, e l’agente di scorta Domenico Russo, è allora quella di ragionare sullo stato di salute del rapporto che

Nell’intervista che ci ha rilasciato in occasione del centenario della nascita del Generale (ilcaffeonline.it/2020/09/27/fe…), il professor Nando dalla Chiesa ha fornito ai lettori de «ilcaffeonline» due spunti particolarmente importanti.

In primo luogo ci ha tolto ogni illusione: gli italiani la corruzione ce l’hanno nella testa e non basteranno dieci anni per estirpargliela, ma ci vorranno secoli.

In secondo luogo, alla domanda su quali “frutti” abbia dato, contro l’intenzione dei suoi carnefici, l’assassinio di Carlo Alberto dalla Chiesa, ha risposto senza indugio che la scuola di suo padre è stata quella del “primato delle istituzioni”. Non in contrapposizione con la famiglia e il suo valore, bensì in armonia con essi, poiché tra le funzioni della prima e fondamentale delle istituzioni vi è proprio la trasmissione del senso dello Stato.

La sfida epocale che ci lancia il quarantennale della strage di Via Carini, in cui persero la vita anche Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, e l’agente di scorta Domenico Russo, è allora quella di ragionare sullo stato di salute del rapporto che noi italiani intratteniamo con le istituzioni, cioè con la Costituzione e con la nostra storia.

Per ragioni logiche non si può che partire dalla scuola, alla quale compete la trasmissione del contenuto e dell’ethos della Carta. La domanda, formulata qualche anno fa dall’ANCI, di introdurre o, meglio, reintrodurre l’insegnamento dell’educazione civica, in quanto vera e propria disciplina dotata di un monte ore e di un voto, ha ottenuto una risposta politica con la legge 92/2019. Si tratta di una norma che presenta diverse criticità, ma che certamente ha il merito di costringere ogni collegio docenti ad affrontare sistematicamente, a livello didattico, la formazione civile delle ragazze e dei ragazzi, attraverso la produzione di curricoli efficaci e valutabili.

Ciò sta avendo una ricaduta positiva, anzitutto, su noi insegnanti, costringendoci a prendere conscienza del nostro rapporto con la Costituzione e con la politica – che è come dire con la virtù della speranza (vera e propria competenza professionale per un insegnante) – sia attraverso inevitabili discussioni sia grazie a corsi di aggiornamento (non tutto oro, ovviamente) dedicati ai molti importanti temi inerenti l’insegnamento dell’educazione civica. Come andrà con i ragazzi lo vedremo tra qualche anno (intanto loro ci danno diverse lunghezze sui temi dell’ambiente e dei diritti).

Che dire della politica o, meglio, di chi fa politica? Una tessera di partito continua a contare più delle istituzioni? Discorsi universali non se ne possono fare. Se faccio riferimento alla mia esperienza riesco a sentire una silenziosa foresta che cresce. Certo, parlare di contrasto al riciclaggio (e in generale delle mafie) continua a non portare voti e ancora troppo spesso le logiche che governano la costruzione delle liste e la suddivisione degli incarichi di governo e sottogoverno sono di tipo spartitorio, tra correnti e filiere (per non dire clientele).

Ma ho conosciuto anche tanti militanti, amministratori, deputati e senatori che davvero hanno a cuore le istituzioni. E sono disposti a difenderle con coraggio e a renderle efficaci e prossime sudando su documenti complessi o a corsi di formazione. E ovviamente consumando suole in giro per i territori che amministrano o rappresentano.

Sono processi lunghi, è ovvio. Non toccherà a noi vedere la terra promessa, ma certo abbiamo il dovere di perseverare nel cammino e nella rotta indicata da Carlo Alberto dalla Chiesa. Quel che soprattutto dobbiamo fare, però, è connettere l’impegno che viene dalla società con quello della parte migliore della classe dirigente, come minimo attraverso un’attenta selezione della medesima (il 25 settembre ne avremo l’occasione, non perdiamola!), ma anche senza temere di impegnarci direttamente. Magari prendendo una tessera di partito e facendola contare meno delle istituzioni.

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Bambino in una scatola


Un bambino appena nato abbandonato è sempre una notizia triste, che ci lascia amareggiati e sconvolti. L’ultimo di questi casi riguarda un bambino lasciato appena nato, con il cordone ombelicale appena chiuso, in una scatola di scarpe nel parcheggio di un

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Un bambino appena nato abbandonato è sempre una notizia triste, che ci lascia amareggiati e sconvolti. L’ultimo di questi casi riguarda un bambino lasciato appena nato, con il cordone ombelicale appena chiuso, in una scatola di scarpe nel parcheggio di un ospedale. Un’infermiera, andando al lavoro la mattina presto, l’ha sentito piangere e, fortunatamente, l’ha messo in sicurezza.

Riguardo a questa vicenda ho letto alcuni commenti di questo tipo: “chissà la disperazione della madre” e, ancora, “l’abbiamo lasciata sola, non siamo stati capaci di essere vicini a quella donna”.

Ecco, sono commenti che non mi convincono affatto, perché sono rivelatori della concezione di libertà e, di conseguenza, di responsabilità di ciascuno di noi. Questa storia della colpa che è sempre della società è una cretinata: presuppone che siamo collettivi, che siamo sbagliati alla nascita e, quindi, abbiamo tutte le colpe. È un modo di pensare che deresponsabilizza.

In Italia vige una legge assolutamente civile che consente ad una donna in stato interessante di andare in ospedale, partorire e, se non intende tenere il bambino, può lasciarlo in ospedale nel totale anonimato. Questa legge è importante, perché mette in sicurezza un bambino appena nato.

Se la donna partorisce per i fatti suoi e lascia il bambino in una scatola di scarpe non è una poverella. È una criminale da acchiappare. Tanto è vero – ed è giusto così – che c’è un’indagine aperta, perché questa donna ha commesso un reato. Innanzitutto, c’è l’abbandono di minore, ma potrebbe starci anche il tentato omicidio. Infatti, per quel bambino poteva andare in modo diverso: poteva essere messo sotto da una macchina, visto che era notte e buio. Poteva non avere la forza di piangere e, quindi, morire.

Perché bisogna essere comprensivi? Perché nella mentalità dei cosiddetti “comprensivi” c’è il fatto che ciascuno di noi non è responsabile delle proprie azioni. La responsabilità è sempre della società, della collettività, della legge o dello Stato.

Invece no, perché ciascuno è artefice della propria vita. Ciascuno di noi fa le proprie scelte e ne paga le conseguenze o ne incassa i benefici, perché il merito è personale e, quindi, anche la responsabilità è personale e non della collettività.

Se uno studente studia e va avanti prendendo buoni voti, il merito è suo. Se, invece, non vuole studiare e non apprende niente la responsabilità è sua e, finché minorenne, anche dei genitori che non lo prendono a scapaccioni.

Quello che vuole lavorare, cerca il lavoro, lo trova e ha un reddito e questo è un beneficio per lui, è un suo merito e, quindi, giustamente, ne incassa i risultati.

Non c’è la società che ci corrompe. Sì, è vero che siamo praticamente delle pecore, perché chi non ha la responsabilità di quello che fa è un gregge che viene portato al pascolo da una presunta responsabilità collettiva.

Quindi, fortunatamente, questo bambino è stato preso e messo in assoluta sicurezza. La sua partenza non è stata delle migliori, ma avrà sicuramente una vita migliore di quella disgraziata che l’ha lasciato in quelle condizioni e che è bene che paghi e che si assuma le proprie responsabilità.

Bisogna capire che si è responsabili delle scelte​ che si fanno.

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Consumati


Siamo elettori, ma anche consumatori. Siamo le stesse persone, ma che si tratti di votare o consumare sia il comportamento che la comunicazione sono assai differenti. Non relativamente alla tecnica, dato che la politica ha imparato da tempo ad usare il ma

Siamo elettori, ma anche consumatori. Siamo le stesse persone, ma che si tratti di votare o consumare sia il comportamento che la comunicazione sono assai differenti. Non relativamente alla tecnica, dato che la politica ha imparato da tempo ad usare il marketing e la pubblicità, è diversa proprio la sostanza.

Quando si tratta di consumare usiamo un metro e un approccio positivo. Scelgo di mangiare quel che mi piace, di vestire quel che considero adeguato, di viaggiare dove m’interessa o mi diverto. Nello scegliere tengo conto dei limiti e delle possibilità, mi regolo a seconda dei soldi che credo di potere spendere e se anche non compro la cosa che considero migliore, scelgo quella che ha il migliore rapporto fra qualità è prezzo.

Non compro quel che so essere una schifezza. Da compratore, insomma, ho un atteggiamento positivo e razionale. Non mi capiterà si volere mangiare spinacino solo perché uno che mi sta sul gozzo mangia bistecche, non indosserò un pinocchietto con fantasmino debordante la scarpa solo perché il mio peggior nemico circola in doppiopetto, non andrò a prendere una camera d’albergo in un sobborgo inquinato sol perché la detestata cognata se ne è andata a Parigi. Mi sentirei stupido, pagando per soffrire.

Da elettore mi comporto diversamente: scelgo quello che serve a fregare gli altri. Le rispettive propagande elettorali lo sanno, sicché s’industriano a suggerirmi: vota per noi, altrimenti vincono loro. Il che, per funzionare, comporta una descrizione demoniaca degli “altri”. Ricambiata.

Sono disposto a pagare il prezzo di eletti incapaci, pur di non subire i trionfi altrui. Perché succede questo? Il sistema elettorale c’entra, ma marginalmente: il clima che si respira negli Usa è simile, eppure sono un sistema presidenziale; in Francia il doppio turno limita i danni se si elegge uno, ma se si elegge l’Assemblea legislativa vincono opposti estremismi. Perché?

Il consumatore conosce il proprio bene, sa cosa gli serve e lo soddisfa. Il cittadino elettore delle democrazie occidentali non lo sa più. Il che discende da una condizione molto positiva: abbiamo cancellato le guerre dalle nostre biografie; chiamiamo “povertà” il non accesso al lusso; viviamo nel posto più sicuro, sano e ricco, ma non abbiamo più memoria di come ci siamo arrivati né ci arrovelliamo a rendere migliore il mondo.

L’enorme differenza, rispetto al passato, è che si considerava migliore il tempo a venire (per forza, con due guerre!), mentre ora lo si considera quello andato. Barando sulla memoria. E non a caso questo è il difetto dei vecchi, perché invecchiamo.

Ad avere diritto a votare, il prossimo 25 settembre, sono 4milioni 714mila giovani fra i 18 e i 26 anni. Proteggiamoli come i Panda, perché si è più numerosi nelle classi d’età più anziane: 20milioni e 900mila fra i 36 e i 62 anni; ma anche 5milioni 83mila fra i 72 e gli 80 anni; pochi meno dei giovani i 4 milioni dagli 81 in su.

Anche se si rendessero conto che continuare a facilitare e anticipare le pensioni o sfondare i bilanci contraendo ulteriori debiti è contro i loro interessi, quei giovani sarebbero in minoranza. Non a caso ci fu il tempo della retorica giovanilistica e viviamo quello della retorica dedicata a una senilità che si pretende giovane nel vivere e nel sesso, ma reclama rendite come fosse incerta sulle gambe.

E se i più giovani, a quel che emerge dai sondaggi e, del resto, è coerente con l’età, hanno pensieri positivi, i più anziani votano “contro” alla memoria, dissociando la loro condotta di elettori da quella di consumatori.

Vero che l’offerta sugli scaffali è più allettante di quella sulle schede, ma vero anche che questo dipende sì dalla povertà d’idee della politica, ma anche dalla povertà di aspettative che sulla politica si ripongono. Ma non è una gran vanto astenersi e digiunare, meglio impegnarsi e reclamare. Se non si sa essere consumatori di vita è facile che se ne sia consumati.

La Ragione

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Perché è scoppiato l’incendio del gas


L’economista della Fondazione Einaudi spiega cosa c’è dietro l’impennata del metano. La fine della pandemia ha innescato una domanda che l’offerta ha soddisfatto solo a metà, poi è arrivata la guerra. La speculazione? C’entra, ma fino a un certo punto​ Il

L’economista della Fondazione Einaudi spiega cosa c’è dietro l’impennata del metano. La fine della pandemia ha innescato una domanda che l’offerta ha soddisfatto solo a metà, poi è arrivata la guerra. La speculazione? C’entra, ma fino a un certo punto​


Il prezzo, alla Borsa di Amsterdam, sarà anche sceso sotto i 240 euro al megawattora. Ma dopo settimane di crescita costante, scandita solo da qualche tonfo e in una Europa ancora sprovvista di price cap, con il quale tenere a freno il costo del metano. Ce ne è abbastanza per interrogarsi sul come e il perché il gas, ancora la principale fonte energetica del Vecchio Continente, sia improvvisamente diventato un bene di lusso. Certo, la guerra in Ucraina e lo scontro dell’Occidente con la Russia rimangono il combustibile. Ma è davvero tutto?

Formiche.net lo ha chiesto a Simona Benedettini, economista esperta di energia in forza alla Fondazione Einaudi. “Bisogna sempre ricordare che l’indice del gas naturale alla Borsa di Amsterdam (Ttf, ndr) nei fatti esprime oggi il prezzo che secondo il mercato il gas avrà tra una settimana, un mese e così via. Il prezzo dunque che vediamo oggi è il costo che ci si aspetta in futuro”, chiarisce l’economista. “Perché il gas è aumentato? La risposta è che è salito per diversi motivi. Tanto per cominciare ci sono diversi titoli legati al Ttf che sono in crescita da prima della guerra, sulla scia dell’alleggerimento della pandemia. L’offerta non è stata in grado di soddisfare la domanda che si è risvegliata con la fine dei lockdown e allora il prezzo è salito”.

Il fattore Ucraina


Poi però, è arrivata la guerra. “Il conflitto si è inserito in un contesto di crescita dei prezzi, per i motivi appena spiegati, fungendo da booster. Dunque, ulteriore riduzione dell’offerta da parte della Russia e conseguente impennata dei costi. Vorrei chiarire che la speculazione nella crescita dei prezzi c’entra fino a un certo punto. Il mercato scommette sul prezzo futuro, questo è abbastanza normale, il peso vero nella fiammata del gas è dato da elementi geopolitici e anche sociali, come la guerra e la fine della pandemia. Poi, certamente, c’è un elemento speculativo ma non è tutto”, spiega Benedettini.

Tetto sì, ma…


Chiarito il punto, resta una questione, quel price cap su cui l’Europa sembra un poco alla volta convergere. “Il tetto al prezzo del gas deve essere una misura temporanea e non strutturale, perché gli aumenti ai quali stiamo assistendo sono un fenomeno temporaneo e non dureranno per sempre, è un qualcosa di anomalo. Se si rende il tetto permanente, ci potrebbero essere in futuro problemi di approvvigionamento. E poi va strutturato, pensato, per esempio si mette solo sul gas che viaggia nel tubo o si mette anche sul Gnl? Sono domande da porsi, perché se tetto deve essere, deve esserlo pro-tempore e ben calibrato”.

L’intervista a Simona Benedettini di Gianluca Zapponini su Formiche

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Giustizia


Impazzano i sondaggi sulle quotazioni dei diversi partiti. Un gioco ozioso, visto che un fetta enorme non andrà a votare e di quelli che affermano di volerlo fare 1 su 3 non ha ancora deciso dove mettere la croce. Dopo essersela fatta, suppongo. Interessa

Impazzano i sondaggi sulle quotazioni dei diversi partiti. Un gioco ozioso, visto che un fetta enorme non andrà a votare e di quelli che affermano di volerlo fare 1 su 3 non ha ancora deciso dove mettere la croce. Dopo essersela fatta, suppongo. Interessante il sondaggio Euromedia Research, sui temi più sentiti: praticamente le cose più dibattute fino a qualche tempo addietro sono scomparse dall’agenda dei cittadini, mentre prezzi ed energia la dominano.

Che le politiche monetarie accomodanti avrebbero portato inflazione e che l’Italia si ritrova un mix energetico squilibrato, però, lo ripetiamo da tempo. Questo è il punto: la politica inutile segue i sondaggi, la politica seria vede in anticipo quel che peserà sulla vita collettiva. Con questo spirito volgiamo lo sguardo a un tema decisivo, ma di cui sembra importare poco: la giustizia.

Nel corso di questa legislatura si è passati dalle riforme incivili del governo Conte 1, a cominciare da quella relativa alla prescrizione (l’onorevole Bongiorno si ricordi che era al governo è quella robaccia l’ha fatta passare pur sapendo che era robaccia, sicché sia prudente nel trarre bilanci legislativi), alle riforme che portano il nome del ministro Cartabia.

Queste ultime hanno il merito d’avere mosso il macigno, ma sono poca cosa, tanto più che per il rinnovo del Consiglio superiore della magistratura i magistrati votano il 18 e 19 settembre e come stavano messi stanno. Le assunzioni vanno bene, l’ufficio del processo anche (ma esiste da dieci anni, vedere per credere), il fascicolo digitale penale resta sull’orizzonte, mentre in qualsiasi sistema produttivo è il passato da lustri. Comunque, qualche cosa si è fatto. Si deve proseguire. Potrà farlo la maggioranza che uscirà (se uscirà) dalle elezioni? No.

Non ci riuscirà, purtroppo, perché i magistrati sono iper correntizzati, ma ciascuna corrente, da destra a sinistra, è iper corporativa. Quindi gli amici della destra e gli amici della sinistra si dividono non sulla sostanza, ma su chi si prende i posti migliori. Mentre sarà sufficiente un avviso di garanzia inviato da chicchessia a chicchessia nel governo per riscatenare la buriana buzzurra del giustizialismo. Civiltà vorrebbe che si disinnescasse questa trappola. Tanto chiunque la piazzi poi ci finisce.

È naturale che ci sia una differenza culturale, su questo tema. Lo Stato ha il compito di punire i colpevoli, ma, al tempo stesso, ha il dovere di farlo offrendo tutte le garanzie agli accusati, altrimenti non c’è giusto processo e non c’è giusta condanna. Nel mondo civile il pendolo non sta mai tutto da una parte o dall’altra, ma nell’intorno di un equilibrio centrale, talora più sensibile alla repressione, talaltra alle garanzie.

Rozzamente si potrebbe dire: più di destra la prima e più di sinistra la seconda. Ma da noi non funziona manco il rozzo, perché la sinistra è stata giustizialista quando l’accusato era di destra, con i destri a far da innocentisti, salvo scambiarsi le parti. Come le correnti. Un tripudio di trinariciuta faziosità.

Per come la vedo io, la giustizia penale avrebbe bisogno di:

  • separare le carriere fra accusa e giudicante;
  • cancellare l’obbligatorietà dell’azione penale, sicché la procura sia responsabile di chi porta in giudizio;
  • valutare i giudici sulla base della correttezza delle sentenze, giudicate dai loro colleghi nei gradi successivi;
  • rendere prevalente questo criterio nell’assegnazione degli incarichi;
  • tornare a leggere e far valere l’articolo 110 della Costituzione: <<… spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia>> (basta con l’autogestione autoreferenziale togata).

Si può ben pensarla in modo diverso, ma almeno si prenda, tutti, un impegno: ci batteremo per le nostre convinzioni, ma non accetteremo di abbattere l’avversario con un atto giudiziario che non sia una condanna definitiva. Sarebbe già un ritorno alla civiltà, dopo decenni di barbarie.

La Ragione

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