Isabella Morra, il canto di una esistenza infelice


Dobbiamo inerpicarci tra vicoli stretti e case di pietra addossate l’una all’altra per raggiungere il castello di Valsinni, antica Favale, al confine tra la Basilicata e la Calabria. Ci fa compagnia in questo luogo salvato dai rumori delle auto e delle TV

Dobbiamo inerpicarci tra vicoli stretti e case di pietra addossate l’una all’altra per raggiungere il castello di Valsinni, antica Favale, al confine tra la Basilicata e la Calabria. Ci fa compagnia in questo luogo salvato dai rumori delle auto e delle TV accese, la voce del fiume Siri, del “torbido Siri”. Se poi ci addentriamo tra le antiche mura del castello e ci affacciamo da una delle strette finestre contempleremo un paesaggio di creste alte, pendici ripide, e la valle nella quale il fiume scorre. La rocca tutta sembra quasi inghiottita, sprofondata nel paesaggio e nel silenzio.

Non ci sarà allora difficile immaginare la giovane Isabella dietro quella finestra, e non ci sarà difficile raccontare una vicenda che tante volte abbiamo già ascoltato, che riconosciamo nella solitudine di una vita, nella disperata speranza di un’evasione impossibile, nel lamento tutto interiore che sfocia infine in rime, nel vagheggiamento di un amore, reale o tutto da inventarsi.

La storia di Isabella Morra è lineare nel suo percorso, oggi potremmo sovrapporla a centinaia di vicende simili. Basterebbero poche righe su un giornale e una lettura non più di tanto curiosa in quanto sappiamo in partenza come vanno queste storie di donne uccise da un familiare. Non eccitano più la fantasia, giusto qualche particolare morboso.

Isabella è giovane, certo bella anche se non c’è nessun ritratto a confermarlo, aristocratica, colta, ammalata di solitudine. Vorrebbe leggere, viaggiare, conoscere. Disprezza la elementare visione di vita dei suoi fratelli, la sottomessa pavidità della madre, la rozzezza del volgo che la circonda, le vette aspre che imprigionano il castello. Invoca invano il ritorno del padre in esilio. Ricorre allora alla sola fuga possibile, un carteggio letterario con un ardito poeta, Diego Sandoval de Castro. Solo letterario? O in quelle lettere ricevute e spedite con sotterfugio si nasconde cifrato tra versi un ricambiato amore? Chi può dirlo.

Quel carteggio non è arrivato a noi, resta solo la testimonianza della moglie del fuggiasco Diego che diceva “che dicto don Diego havea festeggiato la sorella del dicto barone et fratelli” e che pertanto se l’era meritata una morte giunta a colpi di archibugio della quale furono assolti i “dicti fratelli”. Isabella non pianse l’amato o amico che fosse non perché non fosse addolorata da quella notizia, ma semplicemente perché lo aveva preceduto nella stessa sorte per mano degli stessi fratelli, lei non in un infido bosco ma nelle rassicuranti mura della casa natale. Solo i colpi di archibugio non furono sparati bastando, visto la familiarità delle persone deputate a difendere l’onore, un più casalingo coltello.

Caddero dalle sue mani le lettere incriminate? Si bagnarono del suo sangue? Fece in tempo Isabella a scrutare ancora una volta il lontano mare con le sue onde di speranza? Ricordò il suo Diego e, ci auguriamo, poté riassaporare momenti di amore? O non le restò che lo sgomento per visi e coltelli che credeva fratelli?
Storie antiche ma anche contemporanee di catene vere o solo interiori che legano la vita, e con la vita la gioia il presente il futuro, e che fatalmente conducono alla morte.

Povera baronessa di Carini: ” Signuri patri chi venisti a fari? Signora figghia, vi vegnu ammazzari”, povera Francesca “ colomba dal disio chiamata”, povera spavalda Carmen, “Ah! Carmen! Mia Carmen adorata” e pertanto uccisa da don José. E povere Ornella Tina Silvia, e altre 100 solo in Italia nel 2021, la cui morte per mano di un familiare non è stata cantata da nessun poeta.

Isabella se la cantò da sola la sua infelice esistenza prendendo Petrarca come modello senza ridurlo tuttavia a uno sterile esercizio letterario, ma aggiungendovi una sensibilità tutta personale, una voce artistica distinguibile tra quelle delle altre poetesse del ‘500 per eleganza formale malgrado lei dichiarasse il suo stile “ruvido e frale”. I suoi versi non esprimono un dramma intimo, ma diventano paradigma umano e artistico di una dimensione ampia e condivisa del dolore. Non a caso molti critici le affiancano Leopardi.

Sono belli i pochi sonetti e le canzoni, soltanto 13 in tutto, che sono giunti a noi. Certo la poetessa ne scrisse molto di più, non le sarà mancato il tempo di intrecciare trame di parole su un ordito di interminabili vuote giornate e lunghi silenzi.

Non si lascia consolare nelle sue rime Isabella dal paesaggio che la circonda, dall’attesa del padre con cui condivideva cultura e affetto, dal desiderio di andare via, e pertanto grida la sua disperata speranza, il suo rifiuto di accettare la volgarità di persone e luoghi che la circondano, rivendicando una statura personale che con loro nulla ha a che fare. Isabella è consapevole di trovarsi in una posizione culturale, spirituale, intellettuale al di sopra dell’antica Favale, di quello che Favale comporta, del suo tempo. Da questa estraneità deriva l’approdo ad una visione religiosa che caratterizza gli ultimi componimenti e che pare recare se non felicità almeno pace.

Sono versi coraggiosi i suoi, hanno l’impeto della rivolta e la forza di un elevato linguaggio poetico. Certo per questo furono pubblicati per la prima volta a pochi anni dalla sua morte. La giusta collocazione di Isabella Morra nella storia della letteratura però è dovuta soprattutto alla critica che ne fece Benedetto Croce alla quale seguirono molti studi e scritti e tra tanti, i lavori teatrali di Dacia Maraini e Andrè Pierre de Mandiargue. Infine l’istituzione di un Parco letterario a lei intitolato che produce molte e interessanti attività.

Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l’ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un’arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.

“de’ gravi affanni deporrò la salma,
e queste chiome cingerò d’ alloro.”

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Lo stupro moltiplicato dai telefonini


Domenica 21 di questo mese e di questo anno orribile per violenza su donne, alle 6 del mattino scendeva in strada nella città di Piacenza una signora ucraina di 55 anni. Noi siamo qui a farci una domanda semplice: di quante violenze è stata vittima questa

Domenica 21 di questo mese e di questo anno orribile per violenza su donne, alle 6 del mattino scendeva in strada nella città di Piacenza una signora ucraina di 55 anni. Da pochi mesi era arrivata in Italia (in fuga da dove non vi è chi possa ignorare), ospite di una sua conoscente. Viene avvicinata da un signore di anni 27, guineano, da alcuni anni in Italia con provvedimento di protezione internazionale e residente a Reggio Emilia.

Accade, a questo punto, quello che un signore racconta alla Polizia nelle vesti di persona informata sui fatti. “Mi ero appena svegliato, ho sentito in strada voci anomale. Mi sono affacciato alla finestra e ho visto l’uomo che si avvicinava alla signora. Sulle prime ho pensato che stesse confabulando… poi mi sono accorto che stava mettendo le mani addosso. A quel punto ho telefonato subito al 112 e intanto ho ripreso la scena col telefonino. Credo di aver fatto la cosa giusta e il più velocemente possibile”.

Il più velocemente possibile il video di quanto accaduto ha preso il suo bel virus ed è impazzito in Rete. La Polizia riesce a metterlo in quarantena oscurandolo, ma il danno è fatto. Ce lo dice la vittima di che danno si tratta:” In quel video c’erano la mia voce, il mio volto… amici e familiari mi hanno riconosciuta”.

Noi siamo qui a farci una domanda semplice: di quante violenze è stata vittima questa signora ucraina? Di almeno tre ci viene da pensare. La prima è costituita dal fattaccio, la seconda dalla diffusione, la terza dalla strumentalizzazione.

Troppo poco dare notizia di uno stupro. Se ne sono consumati tanti e ciascuno – abbiamo già appreso – fa caso a sé. Pertanto, importanti sono i particolari; ghiotto, addirittura, è poter disporre di un filmato. E allora, sì, che può dirsi l’effetto che fa. L’effetto che fa è una persona sofferente con nome e cognome, che è vittima reale e che viene liquidata con “una donna”, una specie di attrice di cui c’è bisogno per comporre la scena. Di contro la vittima ci ha detto “la mia voce”, “il mio volto”. Questo avrebbero dovuto sapere coloro che il filmato hanno messo in Rete e coloro che lo hanno visto, artefici e spettatori di un film che non è stato una finzione ma un dramma vero e proprio. Quando si dice che la finzione diventa realtà e la realtà viene consumata come una finzione!

E questo a tutto vantaggio di quell’arnese che portiamo in tasca, utile certamente come lo è stato anche nel nostro caso ai fini dell’accertamento delle prove, ma tanto dannoso quando promette e conferisce uno spazio di libertà che sconfina nella violenza. Quando la vittima dice: “amici e familiari mi hanno riconosciuta” sta dicendo nient’altro che questo: c’è tra gli spettatori del video chi ha visto un film, ma badate bene che altri (amici e familiari) hanno potuto vedere quello che né io né loro avremmo voluto conoscere mai, ovvero il dramma di una violenza lacerante.

Poi, come nella migliore consuetudine, dopo aver visto il film c’è il commento o la prova documentale per sostenere un discorso. L’ha fatto la politica, l’ha fatto Giorgia Meloni senza distinguere che un film si può citare come documento, ma un filmato di un fatto di cronaca, semplicemente, non è un film e neanche una finzione, ma un dramma vivo e vero i cui protagonisti non lavorano a pagamento ma hanno pagato di persona. Non saper distinguere è atto miope e anche segno di una voracità che per metabolizzare costruzioni ideologiche o tattiche perde la capacità di vedere e si abbandona al vezzo di guardare e basta. Il film si guarda, la realtà si vede. La realtà può finire in un film, e in questo viene diluita per il gusto e l’utilità di tornare a guardarla con attenzione.

Ma c’è anche un’altra violenza alla quale sembra ci stiamo abituando ogni giorno sempre più. Sta sotto la moda di dirla (la battuta) o di farla (girare in rete come nel caso nostro) per vedere l’effetto che fa. Se ha riscontro positivo, è andata a buon segno. Se è negativo, si è stati fraintesi. La signora Meloni non si è scusata perché – a suo giudizio – non è stata la prima a immettere in circuito il filmato. Come se, primo in assoluto o primo dopo mille, faccia differenza. Forse ignora che c’è sempre uno stupido che le inventa e un cretino che le mette in circolazione. Peccato che non si tratta di una battuta sciocca ma della tristissima storia di una signora ucraina violentata prima da un giovane “senza freni inibitori” e poi da tanti altri senza freno a mano sul telefonino.

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Sull’equità fiscale orizzontale


Proviamo a ragionare di equità fiscale “orizzontale”, a domandarci cioè se uguali livelli di reddito vadano tassati alla stessa aliquota, oppure vadano fatte distinzioni in base alla fonte di produzione del reddito stesso. L'articolo Sull’equità fiscale

Normalmente, quando si parla di equità fiscale, si ragiona di equità fiscale “verticale”, in base alla quale persone con capacità contributiva minore concorrono in misura minore alla spesa pubblica e viceversa. Esistono diverse scuole di pensiero, ma tutte concordano con il principio della progressività dell’aliquota fiscale media al crescere dei livelli del reddito, allo scopo di ridurre il divario economico esistente tra le varie classi sociali ed effettuare una redistribuzione del reddito a favore delle classi meno abbienti.

I limiti all’interno dei quali le scelte di politica tributaria si collocano sono i seguenti: limite minimo: redditi di sussistenza, fino al quale il livello di tassazione non può che essere pari a zero; limite massimo: un’aliquota percentuale, sui redditi maggiori, che non sia così elevata da rappresentare un deterrente alla produzione di ricchezza, come spiegato dalla Curva di Laffer.

Proviamo invece ora a ragionare di equità fiscale “orizzontale”, a domandarci cioè se uguali livelli di reddito vadano tassati alla stessa aliquota, oppure vadano fatte distinzioni in base alla fonte di produzione del reddito stesso.

In finanza, uno dei principi fondamentali e più comunemente conosciuti è quello del rapporto rischio-rendimento: quanto più il mio investimento sarà rischioso, tanto maggiore dovrà essere il mio ritorno atteso dall’investimento stesso. Ad esempio, se da un investimento sul mercato azionario (più rischioso) non mi aspettassi un rendimento maggiore rispetto ad un investimento sul mercato obbligazionario (meno rischioso), io investitore razionale sceglierei sempre l’investimento meno rischioso.

Può lo stesso principio rischio-rendimento essere applicato al mercato del lavoro? Attualmente, se un lavoratore dipendente fa un lavoro più rischioso di un altro lavoratore, questo maggior rischio viene tenuto in conto, e viene remunerato dal datore di lavoro con un premio, solitamente un’indennità per lavoro rischioso o usurante, ed in ogni caso con un salario complessivo più elevato, quindi in linea con il principio “rischio maggiore compensato con un rendimento maggiore”.

Arthur Laffer, economista dell’University of Southern California, teorizzò l’esistenza di un livello del prelievo fiscale oltre il quale l’attività economica non è più conveniente e pertanto il gettito fiscale si riduce, anche a causa dell’aumento dell’elusione e dell’evasione fiscale.

Analizziamo invece il caso di due lavoratori che alla fine dell’anno portano a casa la stessa retribuzione lorda complessiva. E’ giusto che entrambi paghino la stessa aliquota media, indipendentemente dal tipo di lavoro effettuato?

Oggi, in Italia, è esattamente così. Che io sia un dipendente pubblico con contratto “blindato”, un dirigente nel settore privato (quindi facilmente licenziabile) o un imprenditore, a parità di reddito lordo mi sarà applicata la stessa aliquota fiscale. Ma è ciò giusto ed equo?

Se riprendiamo il principio rischio-rendimento, dovremmo dare un beneficio maggiore a coloro che hanno portato a casa tale reddito con un’attività più rischiosa, quella dell’imprenditore, dove c’è addirittura il rischio di lavorare tutto l’anno, pagare dipendenti, fornitori e tasse, per poi trovarsi senza utili per poter remunerare il proprio lavoro.

Quindi sarebbe equo – secondo questo principio – che un imprenditore che guadagna 100 beneficiasse di un’aliquota inferiore al dipendente pubblico che guadagna 100. La logica è chiara: anche in una crisi indipendente dal mercato come quella recente dovuta al Covid, il dipendente pubblico porta a casa per intero la propria retribuzione, mentre l’imprenditore è molto probabile che porti a casa un reddito molto inferiore, se non addirittura reddito negativo, ossia perdite, con necessità di ricapitalizzare la propria società.

Vediamo ora il punto di vista dello Stato. Ha lo Stato interesse ad incentivare l’attività imprenditoriale dei propri cittadini rispetto all’attività di lavoratore dipendente? Se in un Paese non vi fosse alcuna impresa, lo Stato non potrebbe esistere. Non vi sarebbe alcuna risorsa economica per pagare i dipendenti del settore pubblico, né vi sarebbe alcun gettito fiscale. E quindi l’intero settore pubblico – che esiste per fornire servizi ai cittadini che lavorano – non potrebbe esistere e mantenersi, visto che viene finanziato per la quasi totalità dalle imposte versate. Quindi la presenza delle imprese è di vitale importanza per ogni paese.

È possibile, con gli elevati tassi di disoccupazione presenti tra i giovani, continuare a considerare come due compartimenti stagni i lavoratori dipendenti e gli imprenditori/lavoratori autonomi/partite IVA?

Non avrebbe lo Stato tutto l’interesse ad incoraggiare i più intraprendenti tra i lavoratori dipendenti e tra disoccupati a rinunciare rispettivamente ad uno stipendio certo ed al reddito di cittadinanza per far partire una nuova attività economica? Ogni nuova attività economica contribuisce alla creazione di ricchezza, ed aumentando il livello di concorrenza sul mercato aiuta anche a tenere basso il livello dei prezzi per i consumatori.

E quale incentivo migliore a tale imprenditorialità che dire loro: “Sappi che se decidessi di intraprendere, e fossi così bravo da riuscire a generare per te un reddito uguale a quello che avevi già assicurato come dipendente, avrai diritto ad una tassazione complessiva molto inferiore, come premio per la tua imprenditorialità!”

Fino a questo momento, invece, nessuno ha mai messo in dubbio il principio dell’equità fiscale “orizzontale”, non considerando adeguatamente la diversa rischiosità e livelli di maggiore/minore incertezza con cui stessi livelli del reddito sono raggiunti.

Senza questi o altri incentivi, a nostro avviso, è probabile che una gran parte dell’Italia continuerà a vivere per altri 30 anni con il “solito” sogno del “posto fisso”. E di questo il Paese certamente non beneficerà

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Ridenti piagnoni


Le drammatizzazioni vanno maneggiate con cura, specie quando sono in corso drammi. A sentire le propagande elettorali l’Italia è un Paese distrutto e diretto verso il disastro, la povertà dilaga e si devono subito dare soldi pubblici, per evirate il colla

Le drammatizzazioni vanno maneggiate con cura, specie quando sono in corso drammi. A sentire le propagande elettorali l’Italia è un Paese distrutto e diretto verso il disastro, la povertà dilaga e si devono subito dare soldi pubblici, per evirate il collasso generale.

Stiano attenti, perché il 26 settembre arriva in fretta e suonerà strano che i vincitori s’apprestino a governare un Paese che nel secondo trimestre dell’anno in corso ha realizzato una crescita congiunturale dell’1% (Germania 0 e Francia 0.5) e una tendenziale (rispetto al secondo trimestre 2021) del 4.6 (Germania 1.5 Francia 4.2). Ci si descrive miserrimi l’anno in cui facciamo la crescita più significativa in Ue: 3.4%.

Un Paese che ha 1.600 miliardi di euro stagnanti nei conti privati dovrebbe porsi il problema di come premiarli nel condurli alla produzione. Si prediligono i mendici per supporsi elemosinieri ed elemosinare un voto. Certo che ci sono problemi seri, fra questi una classe politica di ridenti piagnoni.

La Ragione

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Ravenna, alla tomba di Dante il gran finale di «Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare» – Setteserequi


Alla tomba di Dante a Ravenna venerdì 2 settembre il gran finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in strade e piazze delle città d’arte della penisola. L’ini

Alla tomba di Dante a Ravenna venerdì 2 settembre il gran finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in strade e piazze delle città d’arte della penisola.

L’iniziativa, curata dal Festival Dantesco e patrocinata tra gli altri dalla Società Dante Alighieri e dalla Fondazione Luigi Einaudi, è ora nella fase decisiva che coinvolge artisti ed ensemble teatrali con esibizioni dal vivo.

Il concorso è basato sull’omonimo libro di Monaldi & Sorti (Solferino Editore), ogni esibizione è tratta o ispirata da passi del romanzo teatrale-narrativo, e può vantare due sostenitori d’eccezione: il regista Pupi Avati, che ha lodato lo «sguardo sacrale» di Monaldi & Sorti, e l’attrice Monica Guerritore, che li ha definiti «direttori artistici della pagina scritta» (in fondo i link alla stampa e al materiale fotografico).

Il teatro di strada è uno dei temi caratteristici nel romanzo ispiratore del concorso. In tutte le località coinvolte, gli spettacoli della finale sono subito riconoscibili grazie alle quinte con le figure inconfondibili di Dante e Shakespeare.

Dante e la Divina Commedia diventano protagonisti di un dramma di Shakespeare, rappresentato in brevi spettacoli (tra i 15 minuti e i 30 minuti di durata), replicati nel corso della giornata, secondo la formula del teatro di strada in tutta la sua ricchezza espressiva: attori, musicisti, acrobati e anche figure peculiari dell’arte popolare come cantastorie, con tanto di teloni dipinti, e uomini-orchestra. La tipologia di partecipanti è straordinariamente varia: ci sono anche compagnie teatrali già rodate, o singoli attori di teatro, e perfino ensemble shakespeariani che usciranno in strada per l’occasione.

Tra l’inaugurazione a Firenze l’8 agosto, città natale di Dante, e la chiusura a Ravenna il 2 settembre presso la tomba del Sommo Poeta, questo “giro d’Italia” all’insegna del teatro di strada si è snodato finora da Verona a Vibo Valentia, toccando varie regioni, dalla Liguria alla Campania, tra grandi città come Roma, preziosi borghi storici come Assisi (dove l’esibizione è stata filmata da RAI 1 Weekly) e panorami naturali mozzafiato quali le scogliere di Cagliari. In scena sono andate un po’ tutte le arti performative di strada, dalla recita alla musica e canto, alla danza acrobatica e giocoleria, fino ad arrivare ad artistici giochi di fuoco che in Liguria e Toscana hanno riempito la piazza con diverse centinaia di spettatori, guadagnando applausi a scena aperta e richieste di bis.

Si giunge ora al gran finale nel capoluogo bizantino con lo spettacolo “Dante e Piccarda”, proposto – a pochi metri dalla Tomba di Dante, fra le sculture e le installazioni della mostra Dante Plus 2022 di Marco Miccoli – dagli attori Cristina Ugolini, nei panni della Chiacchiera e di Piccarda, e Riccardo Cecere, nei panni di Dante. Cecere curerà anche le musiche da vivo.Si tratta di un dialogo inatteso fra il Poeta e la religiosa, tratto dal I atto di “Ahi, serva Italia!” di Monaldi & Sorti.

Dante confessa le sue visioni a Piccarda. Occasione per toccare i temi danteschi più diversi, tra cui il famoso Veglio di Creta, che Dante riprende dal sogno di Nabucodonosor di Riccardo di San Vittore, fonte principale di Dante ogni volta che nel Poema parla di visione. Sorte vuole che lo spettacolo si svolga nel giardino della Biblioteca Oriani, intitolato a Rinaldo da Concorezzo, personaggio ampiamente in azione nel romanzo ispiratore del concorso.
Appuntamento dunque a Ravenna venerdì 2 settembre negli spazi della mostra Dante Plus 2022, c/o Biblioteca Alfredo Oriani, Via Corrado Ricci 26. Orario spettacoli: 16.15 / 17.15 / 18.15
Premiazione infine a Roma il 14 settembre, anniversario della morte di Dante, presso il Globe Theatre, luogo shakespeariano per eccellenza della capitale, con un banchetto nello stile del Trecento fiorentino.

Monica Guerritore ha commentato: «L’incontro tra Dante e Shakespeare funziona: Shakespeare ci mostra come le passioni agitino l’uomo sulla terra, e Dante quale direzione invece gli fanno prendere nell’aldilà. Qui in Ahi, serva Italia! si fa questo doppio viaggio, nella lingua di Shakespeare e nella vita e nelle opere di Dante».

«Gli spettacoli di piazza sono nel DNA sia della Commedia che del teatro elisabettiano», spiegano Monaldi & Sorti, tradotti in 26 lingue e definiti in Francia da L’Express «gli eredi di Umberto Eco» e in Germania dalla Frankfurter Allgemeine «la coppia letteraria italiana di livello internazionale».

«Dante vola così in alto – dicono i due autori – che può essere raccontato solo da Shakespeare. La Commedia era ben nota in Inghilterra sin dal Medioevo: i drammi shakespeariani sono pieni di richiami ai suoi personaggi, dal conte Ugolino a Pier delle Vigne, oltre al parallelo tra le coppie Romeo-Giulietta e Paolo-Francesca. Non a caso il primo ritratto a stampa dell’Alighieri è stato pubblicato in Inghilterra da un editore della cerchia di Shakespeare».

Setteserequi

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Il Teatro di Strada, il primo settembre ecco Ahi, serva Italia!, Dante secondo Shakespeare – Cagliari Post


Approda giovedì 1° settembre a Cagliari la fase finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in strade e piazze delle città d’arte della penisola. L’iniziativa, p

Approda giovedì 1° settembre a Cagliari la fase finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in strade e piazze delle città d’arte della penisola.

L’iniziativa, patrocinata tra gli altri dalla Società Dante Alighieri e dalla Fondazione Luigi Einaudi, è ora nella fase decisiva che coinvolge artisti ed ensemble teatrali con esibizioni dal vivo.

Il concorso è basato sull’omonimo libro di Monaldi & Sorti (Solferino Editore), ogni esibizione è tratta o ispirata da passi del romanzo teatrale-narrativo, e può vantare due sostenitori d’eccezione: il regista Pupi Avati, che ha lodato lo «sguardo sacrale» di Monaldi & Sorti, e l’attrice Monica Guerritore, che li ha definiti «direttori artistici della pagina scritta» (in fondo i link alla stampa e al materiale fotografico).

Il teatro di strada è uno dei temi caratteristici nel romanzo ispiratore del concorso. In tutte le località coinvolte, gli spettacoli della finale sono subito riconoscibili grazie alle quinte con le figure inconfondibili di Dante e Shakespeare

Cagliari Post

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A Dante Plus 2022 arriva il premio ’Ahi, serva Italia!’ – Il Resto del Carlino


Venerdì accanto alla Tomba di Dante, performance dedicate al Sommo Poeta e a Shakespeare l Premio “Ahi, serva Italia!”, organizzato da Xenia in collaborazione con il Festival Dantesco e con Solferino Editore, chiude il suo percorso a Ravenna, venerdì 2 se

Venerdì accanto alla Tomba di Dante, performance dedicate al Sommo Poeta e a Shakespeare


l Premio “Ahi, serva Italia!”, organizzato da Xenia in collaborazione con il Festival Dantesco e con Solferino Editore, chiude il suo percorso a Ravenna, venerdì 2 settembre, negli spazi della mostra Dante Plus 2022, curata da Marco Miccoli.

Accanto alla Tomba di Dante, luogo simbolo legato al poeta, alle 16.15, alle 17.15 e alle 18.15, gli appassionati di Dante e di Shakespeare (e del teatro in strada) potranno assistere a una delle esibizioni finaliste del Premio, che in questo mese di agosto ha selezionato le migliori street performance dedicate al libro “Ahi, serva Italia!” della coppa Monaldi & Sorti, secondo volume della trilogia Dante di Shakespeare.

Dopo Firenze (tappa dantesca “obbligata” di apertura), dopo Verona, Salerno, Benevento, Vibo Valentia, Assisi e Roma, è dunque la volta di Ravenna (tappa dantesca altrettanto “obbligata” di chiusura), che proporrà un divertente dialogo fra Dante e Piccarda tratto appunto dall’opera di Monaldi & Sorti e realizzato dal gruppo Futura di Cristina Ugolini e Riccardo Cecere. Si terrà negli spazi suggestivi spazi della mostra Dante Plus 2022, che peraltro patrocina il Premio assieme alla Società Dante Alighieri, alla Fondazione Luigi Einaudi, alla Casa di Shakespeare di Verona, al Centro Studi Storici PP. Barnabiti e a Feditart.

Il Resto del Carlino

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

PENSIERI DI UN UOMO CURIOSO DI ALBERT EINSTEIN


Questo volume contiene oltre 500 riflessioni di Albert Einstein – tra parentesi quando sono state espresse – estratte dalla documentazione conservata alla Princeton University, sede dell'archivio Einstein, ordinate per cronologia e tema !L’angolo del lettore

iyezine.com/pensieri-di-un-uom…

Dissennati


Una tregua è necessaria, ma dal raccontare bubbole agli elettori. Simpatica l’idea del “pieno mandato” al governo Draghi, affinché ponga rimedio all’impennata del prezzo del gas. Una specie di collettivo Gastone, con il guanto a penzolone e senza l’orrore

Una tregua è necessaria, ma dal raccontare bubbole agli elettori. Simpatica l’idea del “pieno mandato” al governo Draghi, affinché ponga rimedio all’impennata del prezzo del gas. Una specie di collettivo Gastone, con il guanto a penzolone e senza l’orrore di sé stesso: prima si fa cadere il governo, poi si corre a promettere tutto a tutti, infine gli si chiede di metterci una pezza. Sotto tanta generosa disponibilità, condita con tregua delle fasulle ostilità, c’è un non detto: da una parte un po’ tutti credono che sia necessario uno “scostamento di bilancio”, perché da incapaci si è solo capaci di spendere (soldi altrui), ma siccome quella scelta aprirebbe le porte dell’inferno, con le doppiette della speculazione già puntate sul debito italiano, allora ci si finge addolorati e si chiede al governo di fare qualche cosa. Così, dopo il pieno mandato, se ne potrà contestare la piena responsabilità. Da perfetti irresponsabili.

Si è trasformata la campagna elettorale in una fiera di paese, con tanto di pomate miracolose e lozioni per la ricrescita dei capelli. Omesse le banalità e le cose che manco le infanti letterine di Natale, per tre quarti, nell’insieme, si tratta di roba incompatibile con il bilancio: chi offre pensioni più ricche, chi anticipate, chi stipendi aggiuntivi, chi sgravi fiscali, per non dire della filiera bonus, considerata inesauribile. È un tale coacervo di dissennatezze che la sola cosa incredibile è che qualcuno ci creda. Il tutto senza considerare la necessità di compensare gli aumenti delle bollette energetiche, altrimenti non solo andrebbero cancellate le elargizioni, ma indicate le restrizioni della spesa. Che farebbero bene alla salute collettiva, perché una spesa esagerata alimenta un sistema disfunzionale. Metterlo a dieta è un bene.

E per il gas, che si fa? Escludiamo lo smutandarsi vigliacco innanzi alla Russia, che taluno crede sia una soluzione, benché disonorevole, e invece sarebbe una pietra tombale, perché ci cancellerebbe dai mercati dove esportiamo e si azzererebbe qualsiasi difesa finanziaria. Non è praticabile neanche lo scostamento di bilancio, l’aumento del debito, per le ragioni che qui abbiamo già raccontato e perché non sarebbe affatto un rimedio, ma solo un rinvio (altra tipica attitudine dei dissennati).

Una compensazione generale sarebbe troppo costosa o, una volta suddivisa, troppo limitata. Fra il 2011 e il 2021 il risparmio degli italiani è aumentato del 50%. Segno di paura, ma anche di ricchezza. Fra contanti e depositi avevamo in tasca 1.119 miliardi e ce ne siamo ritrovati 1.629. In azioni erano investiti 690 miliardi e se ne sommano poi 1.251. Nel totale fanno 5.256 miliardi di ricchezza finanziaria. Poi ci sono i patrimoni immobiliari. Non è il quadro di un Paese alla fame e non ha quasi nessuna parentela con la campagna elettorale, ma è la realtà. Anche se metto in conto gli insulti per averla ricordata. Tassiamoli, gli insulti, che si raccolgono palanche. In questa situazione non è saggio aiutare tutti, ma solo le imprese energivore, che rischiano di andare fuori mercato, e le famiglie meno abbienti, sulla base dei consumi storici. Il costo dell’energia morde tutti, ma non tutti allo stesso modo. Qualcuno di noi si terrà il morso.

Intanto sganciamo il prezzo dell’energia elettrica dal costo del gas, così non si produrranno extrabollette ed extraprofitti che sono stati già tassati, ma vanno ancora riscossi. Si corra nella diversificazione, perché da quello dipende l’opportunità di fare dell’Italia un hub mediterraneo del gas. Al 2024 saluteremo definitivamente i russi, già oggi dimezzati, e ci concentreremo sulle tecnologie per i 25 anni successivi, propizianti la decarbonizzazione.

La necessità di raccontare bubbole per raccattare voti riguarda partiti e candidati senza idee ed elettori senza memoria. Ma se pensano di farsi togliere le castagne dal fuoco da Draghi, acciocché si faccia garante dello scostamento di bilancio, difettano anche in senso dell’umorismo.

La Ragione

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@giuglionasi Ma davvero credi che con una politica nella quale la parola liberale è diventata un pretesto per dire tutto e il contrario di tutto, noi della fondazione Einaudi potremmo prendere posizione in favore di qualcuno? C'è stato l'invito a riunirsi e non unica forza liberale, ma ovviamente a nessuno è interessato raccogliere quell'invito. Renzi e Calenda si sono messi insieme solo perché altrimenti non avrebbero mai raggiunto la soglia di sbarramento.
Il contributo più lucido che si può leggere oggi è quello di Davide Giacalone, che condivido totalmente

fondazioneluigieinaudi.it/stat…

E se per un giorno parlassimo solo di quel che serve alle imprese?


Modesta proposta de L’Economia per migliorare, o tentare di farlo, la qualità del dibattito sulle scelte economiche in campagna elettorale. Una giornata di tregua sul versante delle promesse distributive. Ovvero 24 ore nelle quali non ci si occupi delle p

Modesta proposta de L’Economia per migliorare, o tentare di farlo, la qualità del dibattito sulle scelte economiche in campagna elettorale. Una giornata di tregua sul versante delle promesse distributive. Ovvero 24 ore nelle quali non ci si occupi delle proposte (ormai un florilegio) che incidono — senza peraltro in molti casi l’indicazione delle coperture — sul lato della spesa pubblica. Ma esclusivamente di tutto ciò che riguarda le scelte e gli investimenti necessari affinché si possa produrre di più e meglio.

Anziché temere il riproporsi di un «giorno della marmotta» — vecchie storie rivissute ossessivamente — una sorta di «giorno della formica», chiamiamolo così, nel quale si parli solo di impresa, competenze, studio, ricerca, innovazione, competitività. La parte più faticosa della costruzione di una società futura. La raccolta del consenso su queste materie non è immediata.

I vantaggi sono misurabili solo nel medio o lungo periodo. La continuità dell’esecuzione è fondamentale. Non si può cambiare indirizzo o gestione ogni anno. La capacità distributiva di un Paese non è illimitata. Farlo credere è semplicemente criminale.

Prima di distribuire bisogna produrre. Una verità misconosciuta. Non esistono il benessere di cittadinanza e il diritto inalienabile a ottenere sempre, e in ogni caso, un aiuto pubblico attraverso uno Stato generoso e proteiforme.

La trappola


A meno che non si pensi che l’indebitamento si sia trasformato in una sorta di virtù contemporanea. La trappola più insidiosa, disseminata lungo il cammino del Paese, non è però solo la sostenibilità dei suoi conti pubblici (argomento noioso, espunto dal dibattito elettorale) ma soprattutto — aspetto più culturale che economico — il rischio della perdita collettiva dell’idea di progresso.

Questo è il vero, grande pericolo che corre il Paese. La ricchezza, per essere più equamente distribuita, va prima creata. Anche e soprattutto con fatica e dedizione. Il modesto tasso di imprenditorialità giovanile è sintomo di una società che avversa il rischio, che quasi si arrende al declino.

L’esempio più calzante è quello dei tanti, e per fortuna floridi, distretti produttivi italiani. Le comunità locali sono del tutto consapevoli dell’importanza di avere imprese presenti nel territorio. E sanno che, se non vi fossero, se non investissero e innovassero, il loro benessere sarebbe fortemente compromesso e così il futuro dei loro figli.

La crescita dimensionale delle aziende, a livello locale, è motivo di orgoglio. Più il legame è forte, minore è la convenienza a delocalizzare. Questa consapevolezza scolora di colpo se la discussione avviene su scala nazionale.

L’impresa non è più al centro. Non è più il motore dello sviluppo. Se è piccola azienda suscita simpatie diffuse, ma se è grande e internazionalizzata assai meno. Occupa una posizione ancillare rispetto a un insieme di interessi costituiti che pesa fortemente, e a volte unicamente, sul lato distributivo: categorie, corporazioni. Sovrastrutture spesso piegate alla logica del vantaggio immediato che è poi reale misura del potere dei loro gruppi dirigenti.

Ciò che è pacifico sul piano dei distretti produttivi (grazie a concorrenza e innovazione esportiamo e cresciamo), lo è meno nel confronto nazionale dove prevalgono più facilmente spinte autarchiche e protezionistiche. Le stesse che, se fossero agitate contro le imprese del territorio, avrebbero effetti negativi devastanti.

In sintesi: se la logica delle concessioni balneari o di quelle dei taxi fosse stata adottata in tutte le attività produttive, noi saremmo ancora in un’era preindustriale.

Prove di nazionalizzazione


«Protezionismo e isolazionismo non sono nell’interesse nazionale» ha detto Mario Draghi nel suo discorso all’ultimo Meeting di Rimini. Perseguire, a qualsiasi costo — altro esempio — l’idea della nazionalità della compagnia di bandiera è costato, soltanto dal 2017, al momento dell’amministrazione straordinaria cui è seguito il lancio di Ita Airways, 2 miliardi ai contribuenti italiani che quando viaggiano, scelgono — come i turisti stranieri — in massima parte le low cost.

Non vi è alcun ritorno economico — se non quello modesto di un po’ di consenso come accadde durante la campagna elettorale del 2008 — nel mantenere in piedi un vettore che perde soldi. La certezza è solo quella di una lenta agonia che brucerà altri denari pubblici e posti di lavoro.

Un altro esempio: l’ipotesi di un’Opa (Offerta pubblica d’acquisto) della Cdp sulla Tim — anche nell’ottica di una rete unica — accolta con soddisfazione dai sindacati, sarebbe un inutile favore agli azionisti privati, italiani e stranieri, senza essere la soluzione, come molti sarebbero indotti a ritenere ai problemi dell’incumbent delle telecomunicazioni. Come se il genere della proprietà fosse la panacea di tutti i mali che pur derivano da una privatizzazione sbagliata.

Un conto è l’intervento — come la decisione francese di nazionalizzare del tutto Edf — quando una situazione del mercato dell’energia, alterata dalla guerra, rende insostenibile il conto economico di un’azienda strategica. Un altro, del tutto diverso, è nazionalizzare nell’illusione che così l’impresa si salvi e rifiorisca come per un sortilegio. Con un non secondario effetto distorsivo sugli investimenti in Italia.

A Vivendi, il socio francese di Tim, non interessa che la rete unica sia pubblicizzata, l’importante è la sua valutazione. Ovviamente molto superiore a quella di mercato. Se lo Stato è il compratore di ultima istanza — mosso cioè da valutazioni politiche e non economiche — il rischio per l’investitore si riduce a ben poco.

I capitali esteri si attraggono, così, per ragioni sbagliate. Il paradosso finale è che i sostenitori della proprietà nazionale o pubblica si trasformano d’incanto in generosi alleati dei soci privati e, soprattutto, esteri di cui denunciano l’ingordigia.

Riacquistare, attraverso la Cdp, la quota di Atlantia (9 miliardi) in Autostrade è stato tutt’altro che un gesto punitivo nei confronti dell’azionista Benetton dopo la tragedia nel 2018 del crollo del Ponte Morandi che causò 43 morti.

Sul versante del lavoro e della formazione, le proposte sono molteplici. E non staremo ad esaminarle nel dettaglio. Sfugge però la relazione perversa tra popolazione attiva e non. Nonostante il tasso di occupazione abbia ritoccato il 60 per cento, soglia che non si varcava più dagli anni Settanta, l’Italia è agli ultimi posti in Europa nel rapporto tra occupati e pensionati. Insomma, lavoriamo in meno degli altri.

L’amara verità


Questa è l’amara verità. Nel secondo Dopoguerra, il rapporto tra attivi e non era di cinque a uno. Nel 2050 sarà di 4 a 3. Promettere pensionamenti anticipati non migliora la situazione né crea una «staffetta generazionale». Quota 100 insegna.

La scarsa attenzione al tema della formazione continua aggrava ulteriormente le prospettive dell’occupazione. Secondo Boston Consulting Group, il 50 per cento delle attuali posizioni rischia di essere, nel giro di pochi anni, obsoleto per perdita di competenze. Le sole aziende manifatturiere non riescono a coprire il 30 per cento dei profili professionali di cui hanno necessità.

L’emergenza vera è nell’essere in Europa agli ultimi posti come numero di laureati e per la spaventosa carenza di tecnici specializzati. A questo punto parlare solo di salario minimo e di settimana lavorativa di 36 ore sembra un diversivo. Così come appare incomprensibile all’estero dividersi sull’anticipo o sull’estensione dell’obbligo scolastico. Altrove pacifico.

E veniamo all’ultimo, delicatissimo tema che riguarda l’immigrazione da cui dipende fortemente la creazione di ricchezza futura. Non è un costo, è un investimento. Per combattere il declino demografico l’Italia avrebbe bisogno, come ha detto sempre a Rimini, il presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo, di un saldo netto di 360 mila immigrati l’anno. Un flusso chiaramente insostenibile.

Ma il tasso di natalità — Germania e Svezia sono casi positivi -— si innalza solo coordinando un’immigrazione più ordinata e di qualità a misure sociali e servizi avanzati a favore della famiglia. Costruire tanti begli asili nido (esemplare il caso della Val d’Aosta) con una popolazione mediamente anziana serve a poco.

Dirsi a favore dell’immigrazione non porta voti. Minacciare blocchi navali (peraltro impossibili sul piano del diritto internazionale) probabilmente sì. Ma un Paese che invecchia e si svuota, magari dei propri giovani più preparati, e non è attrattivo per immigrati che vogliono lavorare e produrre, non avrà un futuro con tante risorse da distribuire.

Il Corriere della Sera

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BEN(E)DETTO 30 agosto 2022


#Credo #Scegli #Pronti: le prime tre forze politiche lanciano questi tre slogan. Questa campagna elettorale andrà così. Evidentemente gli esperti di comunicazione hanno scelto. Allora ne propongo uno anche io: #Basta.

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Tommaso Subini – La via italiana alla pornografia


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Sproporzione


Inutile girarci attorno o avere timore nell’osservarlo: colpisce la sproporzione. Non si tratta di mettere a confronto le personalità o le biografie, ma le parole e la visione del futuro, gli interessi italiani e il modo in cui, nel presente, si difendono

Inutile girarci attorno o avere timore nell’osservarlo: colpisce la sproporzione. Non si tratta di mettere a confronto le personalità o le biografie, ma le parole e la visione del futuro, gli interessi italiani e il modo in cui, nel presente, si difendono. Mario Draghi non ha tratto un bilancio dell’azione del governo che ancora presiede, ha disegnato un progetto, ha esposto un programma. Ha invitato tutti ad andare a votare (giusto) e ricordato che saranno gli elettori a decidere del prossimo Parlamento e, quindi, del prossimo governo (giustissimo). Su questo punto torno. Ma ha anche esposto una visione che ha messo in luce la sproporzione con ciascuno e con l’insieme che su quello stesso palco si era esibito.

Non esiste Italia ricca e sicura senza collocazione indissolubilmente interna all’Unione europea e all’Alleanza atlantica. Non esiste Italia prospera se non dentro i mercati globali, laddove protezionismo e isolazionismo impoveriscono. E immiseriscono, aggiungerei. Non esiste alcuna sovranità nazionale senza l’affrancarsi dalle forniture di gas che una potenza imperialista e aggressiva, la Russia, utilizza per ricattare. Già oggi abbiamo dimezzato quella dipendenza, nell’autunno del 2024 sarà totale. Indietro non si torni <<mai più>>. Non esiste Italia autorevole se non partendo dal riconoscimento che altri europei hanno accettato di tassare i propri cittadini per permettere al nostro Paese, con i fondi NGEU, di riprendersi rapidamente, né potrà esserci credibilità se non dando attuazione a quanto il Pnrr prevede, non solo nella spesa, ma anche nelle riforme che ci siamo impegnati a fare, che abbiamo il dovere di varare, che è nel nostro interesse realizzare. E non esiste libertà se non al fianco dell’Ucraina, Paese libero aggredito brutalmente da un’azione criminale. È con questi principi che si è riusciti a realizzare il più veloce recupero produttivo, dopo la pandemia; la più consistente riduzione percentuale, dal dopo guerra a oggi, del debito pubblico; una crescita del prodotto interno lordo, per l’anno in corso, del 3.4%; un record di occupazione. Fatti, non promesse.

Non c’è un “lascito politico”, né una “agenda” da consegnare ai successori. C’è il quadro in cui chiunque governi dovrà muoversi. E ove intenda muoversi fuori da quel quadro c’è la rovina dei risultati fin qui raggiunti e degli interessi nazionali indisponibili. Non c’è, né doveva o poteva esserci, una indicazione elettorale. C’è il rammentare che fuori dall’Unione europea, fuori dall’euro e fuori dalla Nato, tutte cose reclamate da taluni, qualche volta nel recentissimo passato e qualche altra nel loro detestabile presente, l’Italia si rattrappirà in un nazionalismo capace di demolire la Patria.

Osservando la sproporzione vien da chiedersi se lo stesso Draghi non avrebbe potuto essere più accomodante, in modo da restare qualche altro mese al governo, scrivere la legge di bilancio e riconsegnare la guida nell’estate del 2023. E, sebbene la sproporzione stringa il cuore di chi l’Italia la ama per convinzione e non per slogan, la risposta è: No. Avrebbe sbagliato. Anzi, è proprio nel non avere abbozzato che c’è il solo e profondo lascito politico. E morale. Perché si dimostra che un’Italia in linea con la forza del Paese esiste. Perché una democrazia non può campare di supplenze. Perché una classe dirigente si misura con i problemi che deve affrontare e con l’esempio che ha ricevuto. Perché agli elettori è consegnato il delicato potere di scegliere: se volessero farlo per tifo e contrapposizione, senza visione degli interessi italiani, ne pagherebbero, ne pagheremmo le conseguenze. Tocca al palco dei politici razionalizzare la sproporzione con il palco di Draghi, ricordando che il vincitore non è chi entra a Palazzo di sghembo, con falsi alleati, ma chi può uscirne solitario ed eretto.

Il tempo per raddrizzare questa campagna elettorale stortignaccola c’è ancora. Se ne trovi la lucidità e il coraggio.

La Ragione

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Presentazione del libro “Cronache dal passato. Palermo 1860. Intrighi, Segreti. Misteri” a Villa Piccolo


Presentazione del libro di Anna Maria Corradini, presso Villa Piccolo a Capo d’Orlando. Dialoga con l’Autrice Milena Romeo. L'articolo Presentazione del libro “Cronache dal passato. Palermo 1860. Intrighi, Segreti. Misteri” a Villa Piccolo proviene da Fo

Presentazione del libro di Anna Maria Corradini, presso Villa Piccolo a Capo d’Orlando.

Dialoga con l’Autrice Milena Romeo.

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Piano inclinato


O non se ne parla o ci si tiene sul vago. A scorrere i programmi dei partiti sembra che il solo problema legato al Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) sia riuscire a spendere i soldi. C’è anche chi, dopo essersi speso nel criticare le istituzio

O non se ne parla o ci si tiene sul vago. A scorrere i programmi dei partiti sembra che il solo problema legato al Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) sia riuscire a spendere i soldi. C’è anche chi, dopo essersi speso nel criticare le istituzioni europee, ma volendo incassare la posta di quei fondi, pensa d’essere ficcante osservando che la parte prevalente è in prestito. Come se fosse un diritto avere regali, posto che ci sono anche soldi regalati, laddove non è un diritto neanche disporre di prestiti a tassi agevolati. Perché quel prestito lo riceviamo a un tasso, quindi un costo, nel tempo, inferiore a quello che paghiamo normalmente. Sottolineare che è un prestito segnala confusione d’idee. C’è dell’altro, a inclinare il piano.

Nel programma del centro destra si legge l’impegno (e vorrei vedere) al <<pieno utilizzo>> dei fondi europei, aggiungendo che, <<in accordo con la Commissione europea>>, taluni aspetti andranno rivisti. A dar voce a questo concetto è stata Giorgia Meloni. Come speso capita, alla ricerca di caratterizzarsi e con gli avversari alla ricerca dell’errore, le cose prendono a torcersi, tanto che Enrico Letta è intervenuto subito dopo dicendo che non si può rivedere l’impianto. Solo i dettagli, aggiunge Paolo Gentiloni, membro della Commissione. Fermi, state discutendo del nulla, perché: 1. che i piani possano essere rivisti, alla luce di cambiamenti intercorsi, è scritto nelle regole; 2. proprio per la natura dei cambiamenti non significa che modifichi il progetto, ma aggiusti l’attuazione; 3. se chi vuole aggiustamenti li propone in accordo con la Commissione, né potrebbe essere diversamente, state dicendo la stessa cosa, con il cipiglio di chi si rimbrotta.

Sarebbe bello e civile un impegno collettivo, coerente con i programmi presentati: affermiamo che chiunque vinca darà attuazione al Pnrr. Non lo diranno, troppo civile. Ma c’è dell’altro, su cui tacciono, che inclina ancor di più il piano.

Il tema non è (solo) quello degli impegni presi con le autorità europee, cui dobbiamo quelle disponibilità, venir meno ai quali sarebbe un micidiale rogo della credibilità nazionale. Il tema è che, fin dall’inizio, è stato chiarito che l’efficacia di quella imponente spesa, per investimenti, dipende dalla capacità e tempestività nell’accompagnarla con le riforme. Ed è qui che siamo messi male.

Perché se, in piena campagna elettorale, si parla di scuola con riferimento pressoché esclusivo a stabilizzazioni e stipendi, se si parla dei quattrini da spendere in digitalizzazione senza aggiungere un pensiero che sia uno sulla didattica digitale (ad esempio la valorizzazione degli insegnanti migliori, socializzando le loro lezioni, o facendo sparire il mercato assurdo dei libri di testo) butta male. Se si parla di fisco per dire che “deve diminuire la pressione fiscale”, concetto vacuo che può essere attributo a diversi, oppure per proporre flat tax con diverse aliquote, che è come volere millepiedi bipedi, o, ancora, per proporre patrimoniali e regalare salari costruiti con meno prelievi, senza una parola su coperture e costi, siamo messi male. Se si parla di pensioni non per equilibrare un sistema che contiene una terribile ingiustizia a carico dei giovani, ma per promettere di poterci andare prima e fregarli meglio, siamo messi peggio.

La politica latita proprio sulla parte di Pnrr che le compete, quella della produzione parlamentare e governativa. Serve a niente e significa anche meno affermare, come si legge in diversi programmi: occorre fare le riforme che gli italiani aspettano da anni. Primo, perché mi devi dire quali e come, chi ci perde e chi ci guadagna. Secondo, perché chi lo scrive si trova in quel posto da lunga pezza, sicché porta la sua parte di responsabilità per il tempo e i quattrini che si sono persi. Molte riforme non si sono fatte perché i “vincitori”, a destra e sinistra, erano diversi e avversari fra loro. Tal quale quello che ripropongono. E il piano diviene scosceso.

La Ragione

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Tasse e fisco da cambiare: vecchi problemi antiche ricette


Da anni Techetecheté è il programma più visto del palinsesto estivo. Pescando nel ricco archivio della Rai, questa striscia quotidiana consola gli spettatori con il tepore zuccheroso della nostalgia. In campagna elettorale, i partiti sembrano ispirarsi a

Da anni Techetecheté è il programma più visto del palinsesto estivo. Pescando nel ricco archivio della Rai, questa striscia quotidiana consola gli spettatori con il tepore zuccheroso della nostalgia. In campagna elettorale, i partiti sembrano ispirarsi a quel modello. Rischiamo un autunno con energi e riscaldamento razionati. Veniamo da un’esperienza di pandemia e lockdown di cui porteremo a lungo i segni. Ci viene quotidianamente spiegato che dobbiamo cercare di spendere i fondi del Pnrr, e di farlo nei tempi concordati se non limitando sprechi e spese inutili.

Eppure la campagna elettorale è per ora un juke box di grandi classici: flat tax, patrimoniale, dote giovani, presidenzialismo, eccetera.
I nostri politici non saranno molto creativi, ma l’eterno ritorno di alcune promesse non va preso sotto gamba: da una parte, segnala che quelle promesse non sono mai state mantenute (infatti restano attuali). Dall’altra, se esse hanno ancora presa è perché quei problemi non sono stati risolti nel corso degli anni, fra una elezione e l’altra semplicemente si smette di parlarne. Questo è vero soprattutto in campo fiscale. La proposta del centrodestra di una flat tax, ovvero di un’imposta ad aliquota unica, viene facilmente liquidata come una posticcia reminiscenza reaganiana. Nel 1994, Forza Italia prometteva già una semplificazione del sistema fiscale (da 200 a 10 imposte) e una aliquota unica «al 30%». Nella legislatura del centrodestra, il governo fece approvare una delega (2004) che avrebbe dovuto portare a due soli scaglioni dell’imposta sul reddito, 23 e 33%. Nell’ultima campagna elettorale (2018), la Lega proponeva, come fa ora, una flat tax al 15%, mentre Forza Italia si fermava su un valore più alto, il 23% del reddito.
Il guaio è che la pressione fiscale pesava per il 40% del Pil nel 1994, quando il Cavaliere propose per la prima volta il passaggio a una aliquota unica; era scesa, di poco, al 39,5% nel 2001 e nel 2021 è stata del 43,5%. Se dovessimo ragionare sul numero dei tributi, difficilmente avremmo l’impressione di un trentennio di grandi semplificazioni.
In compenso, il sistema fiscale ha una sua fisionomia che tutti sappiamo essere problematica ma a cui non mette mano nessuno. Anzitutto, è molto oneroso per chi lavora: come ricorda un rapporto della Commissione finanze della Camera, «l’aliquota implicita di tassazione sul lavoro, che include anche i contributi sociali versati dal datore e dal lavoratore, è stata pari nel 2018 al 42,7 per cento (la terza più alta), a fronte di una media del 38,6 per cento per l’area dell’euro».

Contro l’ipotesi di una aliquota proporzionale, in molti sbandierano il requisito costituzionale della progressività del nostro Fisco: ma più che progressivo il sistema è opaco. Non è detto che due persone che hanno lo stesso reddito paghino le stesse imposte, dipende da come ciascuno dei due è capace di navigare il vasto mare di detrazioni e deduzioni. Le «spese fiscali» in Italia contavano, nel 2020, di 602 voci. Più in generale, gli interventi che sono stati fatti, negli ultimi vent’anni, vanno tutti nella direzione di definire dei «regimi di eccezione», che coincidono con attività che si ritiene auspicabile vengano intraprese, e dunque coi gruppi sociali che le presidiano.

L’imposta ad aliquota unica non basta, è stato detto più volte, a «semplificare» il sistema. È vero. Ma essa rappresenterebbe quello che non si è fatto in questi anni: cioè una riforma ambiziosa, del tipo che in qualche modo costringe a mettere ordine. È probabile che la moltiplicazione delle spese fiscali sia un effetto collaterale inevitabile della nostra democrazia. Rappresenta il tentativo della classe politica di rispondere a domande specifiche, che le vengono sottoposte da questo o quel gruppo d’interesse. Proprio per questo, però, varrebbe la pena intraprendere una drastica revisione di quelle che ci sono: ne verranno delle altre, lo sappiamo, ma intanto facciamo pulizia.

Il rischio della campagna elettorale Techetecheté è confondere le cose di cui si parla da anni con quelle che effettivamente sono state fatte, e alla fine indurci a cambiare canale, un po’ stufi di rivedere sempre le stesse scene. Se il centrodestra parla di nuovo della flat tax, il centrosinistra di nuovo le oppone i medesimi argomenti di cinque anni fa. Sarebbe incostituzionale: in realtà, non è vero, è il sistema fiscale nel suo complesso che deve essere progressivo non l’aliquota della singola imposta (altrimenti sarebbero incostituzionali anche la cedolare secca o l’imposta sulle plusvalenze finanziarie). È iniqua. Non si può fare. Ce l’ha l’Ungheria di Orbán (ma anche la Lituania e la Georgia antiputiniane e, per la verità, la Bolivia di Evo Morales).

In questa cacofonia di vecchie canzoni, si rischia di perdere di vista il punto. La pressione fiscale in Italia è ancora troppo alta oppure no? Lo è nonostante l’ampio ricorso al deficit di bilancio che sposta le tasse sulle spalle dei nostri figli? Come fare per non ritrovarci di nuovo, fra cinque anni, con gli stessi problemi e le stesse promesse?

Corriere della Sera, 22 agosto 2022

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I partiti fragili


C’erano una volta i partiti. Erano associazioni e si erano sviluppate con la conquista del suffragio universale, che aveva portato alla cittadinanza attiva milioni di persone. Nel secondo dopoguerra, quasi il 9 per cento della popolazione italiana con più

C’erano una volta i partiti. Erano associazioni e si erano sviluppate con la conquista del suffragio universale, che aveva portato alla cittadinanza attiva milioni di persone. Nel secondo dopoguerra, quasi il 9 per cento della popolazione italiana con più di 14 anni era iscritto a un partito. Avevano poderose articolazioni territoriali, organizzazioni laterali giovanili e organizzazioni collaterali. Riunivano ogni due o tre anni i rappresentanti degli iscritti in congressi dove si scontravano correnti, si presentavano mozioni contrapposte, si votava sui programmi e sulle persone. La Democrazia cristiana ha avuto per molti anni fino a due milioni di iscritti (anche se talvolta i tesseramenti erano «gonfiati»), distribuiti in più di un migliaio di sezioni; un congresso, che
si riuniva ogni due o tre anni, composto di rappresentanti degli iscritti e di rappresentanti dei parlamentari; un consiglio nazionale di circa duecento componenti, che si riuniva tre o quattro volte per anno; una direzione di una trentina di membri, che si riuniva ogni mese; numerose organizzazioni collaterali. Il Partito comunista aveva dimensioni e articolazione simili.

Ha avuto in qualche anno fino a due milioni e mezzo di iscritti, un numero di cellule oscillante tra 30 e 60 mila e di sezioni tra 7 e 16 mila, e i suoi organi collegiali erano altrettanto, se non più attivi, di quelli democristiani. Il Partito socialista, pur se di dimensioni più ridotte quanto a iscritti, aveva una vita interna altrettanto democratica. Insomma, per quasi cinquanta anni della storia repubblicana, i partiti hanno rispecchiato la frase pronunciata da Piero Calamandrei alla Assemblea costituente il 4 marzo 1947: «una democrazia non può essere tale se non sono democratici anche i partiti».
Se allora era iscritto ai partiti quasi il 9 per cento della popolazione con più di 14 anni, oggi è solo poco più dell’1 per cento che si iscrive ai partiti. Anche i votanti diminuiscono (mentre la popolazione è aumentata): nel secondo dopoguerra si recava alle urne circa il 93 per cento degli aventi diritto al voto; la percentuale è scesa ora al 73 per cento, e tende a diminuire. Le stesse basi dei partiti diventano fluide: agli iscritti si aggiungono gli esterni, si tende ad assimilare elettori ed eletti, si distinguono iscritti e militanti. Si diffondono quelli che sono stati definiti «falsi antidoti»: le «agorà» diventano succedanei delle sezioni; «primarie aperte» prendono il posto di scelte fatte dagli iscritti. C’è chi si iscrive temporaneamente, per far vincere un candidato a elezioni interne. Il dirigente di un partito ha segnalato recentemente il fenomeno di adesioni per motivi di gestione del potere, più che per motivi ideali. La struttura dei partiti è quella propria delle oligarchie. Quando si debbono formare le liste, una volta frutto di faticose riunioni degli organi collegiali, in periferia e al centro, si riuniscono ora i pochi stretti collaboratori del «leader», che scelgono all’interno e all’esterno dei partiti (i «candidati civici»), che vengono «paracadutati» in uno o più collegi (il moto della politica è dal basso verso l’alto, mentre qui la tendenza si inverte).
Da un sondaggio di due anni fa emerge che solo il 9 per cento della popolazione ha fiducia nei partiti. Questo è confermato anche dai pochi che contribuiscono al loro finanziamento: solo poco più del 3 per cento dei contribuenti destina ai partiti il 2 per mille e sono poco più di 7 mila le persone che danno ai partiti donazioni liberali. Quanto alla vita interna, gli statuti dei partiti sono stati definiti «simulacri formali»; i programmi non nascono da dibattiti interni, ma sono commissionati ad esperti capaci di sfiorare il ridicolo inserendo il tonno rosso nel programma; i plebisciti prendono il posto delle elezioni; gli organi di garanzia non sono pienamente indipendenti; l’organizzazione è verticalizzata, intorno a un «leader»; persino i siti dei partiti dicono pochissimo, facendo apparire modelli quelli della tanto vituperata burocrazia.

Il Pd ha un segretario che non è passato al vaglio di un congresso nazionale, ma che ha preparato le liste dei candidati alle elezioni nazionali, mentre ha due ex segretari che hanno traslocato in altre formazioni (fenomeno unico al mondo, credo). La Lega dovrebbe tenere un congresso nazionale ogni tre anni: la scadenza è dicembre di quest’anno, ma non sono ancora cominciate le «conte» provinciali, ed è difficile che si possa svolgere a quella data. Il Movimento 5 Stelle ha svolto le «parlamentarie», ma meno della metà degli iscritti si è espresso.

Tutti questi dati mostrano che è in corso una vera e propria agonia dei partiti. Questi sono «fragili, volatili, inconsistenti», come ha scritto Mauro Calise, che ha studiato a lungo la forma partito. Stiamo vivendo una «recessione democratica», ma non della democrazia statale, bensì della sua principale componente, che si riflette sulla democrazia nazionale. La politica attiva, che era impegno di molti, è ora diventata cosa di pochi. Gli elettori vanno in numeri sempre più ridotti alle urne non perché siano indolenti o disinteressati (la partecipazione politica passiva è quasi dieci volte più alta di quella attiva), ma perché i partiti offrono loro scelte sempre più ridotte (un nome, una lista bloccata, nessuna possibilità di esprimere preferenze), mentre consentono ai candidati di presentarsi in più collegi, decidendo poi quale scegliere. I partiti, fatti di vertici, mostrano incapacità di interrogare le istanze popolari e di offrire una sintesi delle soluzioni. Vengono chiamati forze politiche, ma non sono né forze, né politiche. Contano solo in quanto occupano le istituzioni.

Passata la fase elettorale, ai partiti si impone una duplice riflessione. La prima riguarda i modi per assicurare la democrazia nel loro interno. La costituzione tedesca richiede ai partiti di darsi ordinamenti democratici. Quella italiana richiede ai sindacati di rispettare la democrazia al loro interno (ma questi non lo fanno), mentre ai partiti impone solo di competere con metodo democratico. Per anni, si è tentato di stabilire per legge che i partiti debbono rispettare principi democratici. Ma i partiti potrebbero provare a farlo autonomamente. Seconda riflessione: cercare di capire come può servire a rendere più democratici i partiti la democrazia digitale, imparando dagli errori del Movimento 5 Stelle e cercando di coniugare la democrazia ottocentesca con quella del nuovo millennio e di trasformare le comunità virtuali in comunità di interessi e di idealità. Come può essere democratico lo Stato, se non lo sono i partiti, che rappresentano ancora il principale strumento di democratizzazione dello Stato?

Corriere della Sera, 22 agosto 2022

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Ubuntu: quando le lettere cambieranno il mondo


Dal 18 al 30 giugno 2022 è allestita all’Accademia di Belle Arti di Catania una mostra itinerante di Armando Milani, co-curata da Gianni Latino, intitolata Ubuntu. All’inaugurazione è stato presente il graphic design che forse più di tutti in Italia ha pa

Dal 18 al 30 giugno 2022 è allestita all’Accademia di Belle Arti di Catania una mostra itinerante di Armando Milani, co-curata da Gianni Latino, intitolata Ubuntu. All’inaugurazione è stato presente il graphic design che forse più di tutti in Italia ha parlato, col segno, la lingua della pace, dei diritti civili, della tolleranza, dell’ecumenismo e del cosmopolitismo tra i popoli. Nell’occasione Milani ha tenuto una lectio magistralis seguitissima da un folto pubblico di studenti e follower.

Ubuntu è una parola di origine sudafricana che Nelson Mandela ebbe a pronunciare molte volte nella sua lotta epica contro l’apartheid. In estrema sintesi essa significa: io sono perché Noi siamo. Un messaggio di fraternità universale che Milani ha interpretato con due segni semplicissimi e di immediata leggibilità: un cuore rosso appuntato in una graffetta. L’icona che ne deriva è solo la punta dell’iceberg, perché la serie di manifesti presenti in mostra vi è intimamente consonante: un miscuglio di ‘cambi’ enigmistici in cui la sostituzione di una lettera, la sua sottrazione oppure l’aggiunta modificano il significato delle parole migrandole verso una dimensione pacifista. È il caso della A di War che una colomba in volo sottrae al lemma trascinandola verso l’alto, verso lo spazio vuoto in Pe_ce che così, compiutamente, diventa Peace (2005).

Nell’opera di Milani la parola è il segno grafico che modifica lo statuto del nostro essere al mondo, una chiara ‘poesia visiva’, saremmo portati a dire se lo stesso autore non si sottraesse alla natura poetica dei suoi interventi. Egli precisa e rivendica, invece, la sola forza del segno grafico, la sua chiarezza, l’immediata sua comprensione se e quando esso si spoglia d’ogni artificioso intendimento, rimanendo nudo e immanente a se stesso. Si prenda la E che percorre tutte le parole maggiormente significanti l’Unione Europea (2004): happinEss, pEace, tolErance, poEtry, resEarch, culturE, valuEs, Ethics, naturE; Milani le dispone una sotto l’altra formando un binario campito d’azzurro, come una via serena verso l’unità continentale. Oppure, per sottrazione, si prenda The forgoTTen conTinenT (2011), manifesto campito di nero (nero d’Africa > nero di lutto) il quale denuncia i milioni di bambini che ogni anno muoiono di stenti nel continente africano. Le t che diventano croci vi sono disseminate come su un cimitero australe.

Le meditazioni linguistiche di Armando Milani fanno parte di una campagna etica generazionale che potrebbe annoverare artisti come Oliviero Toscani, se non fosse che il medium del fotografo milanese è quasi interamente votato al marketing del brand Benetton. Oppure il Robert Indiana di Love, che negli anni sessanta elaborava una delle sculture maggiormente iconiche del secondo novecento, partendo da lettere-objet trouvé tinte di rosso. Anche in quel caso il valore fondamentale della scultura si rafforzava per via di scostamenti linguistici minimi: quella O che piega d’un lato, O, conferendo alla parola ‘amore’ un valore universalmente riconoscibile.

La tappa catanese, magistralmente allestita da Armando Milani e Gianni Latino, si arricchisce del contributo grafico di dieci docenti e quaranta allievi dei bienni specialistici di Design per l’editoria e di Design della comunicazione visiva, portando al numero di ottanta gli originari trenta manifesti. La mostra rafforza la vocazione internazionale che l’Accademia di Belle Arti etnea va costruendo da qualche tempo a questa parte. È la giusta direzione da intraprendere in una stagione fondamentale per l’affermazione culturale dell’Alta Formazione Artistica e Musicale in Italia.
Note immagine: Armando Milani all'ABACatania durante la lectio magistralis del 18 giugno 2022, mostra al pubblico il prototipo di Ubuntu.
Ph. Alessandro Spitale
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Sull’età della nostra Repubblica, sui recenti spauracchi elettorali, su una futura politica di sinistra


Se fosse una donna o un uomo le si attribuirebbe ciò che si dice un’incipiente vecchiaia. Eppure, giovanissima, non regge il confronto con i fasti di Atene o di Roma, né potremo paragonarla alla ultramillenaria Venezia. Dunque, con i suoi settantasei anni

Se fosse una donna o un uomo le si attribuirebbe ciò che si dice un’incipiente vecchiaia. Eppure, giovanissima, non regge il confronto con i fasti di Atene o di Roma, né potremo paragonarla alla ultramillenaria Venezia. Dunque, con i suoi settantasei anni, sebbene avanti negli anni, è poco più che un’adolescente.

Se penso ai tentati colpi di stato, agli anni di piombo, alla strategia della tensione, alle stragi, all’innumerevole sequenza di morti che le mafie e il terrorismo hanno lasciato sul campo nel secondo novecento, lo spauracchio agitato in questi giorni da certa parte giornalistica e opinionistica nella prospettiva di un prossimo governo di destra, appare come un futile trastullo di bambini.

Nel sistema costituzionale italiano, fatto di pesi e contrappesi, c’è una cosa, vivaddio!, che si chiama ‘democrazia dell’alternanza’, ed è non solo lecito ma auspicabile che a una fase di governo ne segua un’altra di diverso segno.

Certo, sarebbe bello godere di una classe politica intellettualmente onesta, di scuola e dottrina, qualcosa di cui vantarsi nel consesso internazionale, concretamente risolutiva dei problemi del paese, ma se così non è bisognerà pure rassegnarsi alla sconcertante sequela di ignorantoni presuntuosi e arroganti che si presenta alle elezioni da trent’anni a questa parte. E dico una ‘classe politica’ per non tirare dentro alcune singole personalità che invece eccellono, come perle tra i porci, nel confuso panorama dei governi della seconda Repubblica.

Sarebbe bello e sarebbe anche giusto, considerato che la fase d’incubazione della civiltà repubblicana è passata da un pezzo e finalmente bisognerebbe raccogliere i frutti di tanto sacrificio. Invece dobbiamo accontentarci del giacobinismo di facciata delle già ex ‘nuove leve’, degli incontri negli autogrill con l’agente segreto in pensione, dei comunicati al popolo sullo sfondo ben studiato di rosari, santini e Marie Vergini, e quasi sorridiamo alle imprese di inizio secolo, quando fiorivano le orgette nel castello incantato del cavaliere plenipotenziario.
Ma tant’è, questa è l’Italia.

Ora, il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell’alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un’emerita cantonata, loro che inglobarono, all’indomani dell’odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all’indomani della più drammatica pagina di storia dell’Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?

Suvvia, siamo seri, e se dovessimo perdere le prossime elezioni, lavoriamo sodo all’opposizione, per costruire una valida alternativa di sinistra, che assomigli il meno possibile all’imbarazzante pastrocchio in cui fino ad ora ci siamo crogiolati. E non dimentichiamo un fondamentale, come nel calcio: le politiche di sinistra si fanno a diretto contatto col popolo, in costante ascolto e dialogo con esso, non dalle torri d’avorio delle segreterie politiche, né dalle torbide leve dei patronati e delle consorterie locali.

Voi direte, ma questa prerogativa è anche delle destre, populiste per antonomasia. No, non in quel senso. Per un militante di sinistra – ma anche per un moderno cattolico, a ben pensarci – ‘col popolo’ significa ‘con tutti i popoli’, con tutte le confessioni religiose, con tutti i generi umani, con tutti gli esseri viventi. Con tutti, lasciando alla demagogia catto-fascista, catto-nazionalista, catto-leghista e chi più ne ha più ne metta, il nobile compito di immaginare un mondo fatto di soli bianchi, di soli cristiani, di soli italiani, di soli … appunto ‘soli’.

E non dimentichiamo un dolo che tutti, proprio tutti ci accomuna: siamo borghesi, e se non lo siamo lo diventeremo in capo a una generazione politica, talvolta anche in minor tempo, Di Maio docet. Da una tale prospettiva quasi nessuno si salva e dunque, quasi nessuno dovrebbe avere diritto di eleggibilità a sinistra, a meno che non ci si rivesta, come una rinuncia ai beni, dei panni che eravamo soliti portare.

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Grecia libera


Oggi, 20 agosto, la Grecia esce dalla “sorveglianza rafforzata” delle istituzioni europee. È in sicurezza. Salvata. Secondo alcuni è stata “massacrata”, peccato i greci la pensino diversamente. Secondo alcuni la responsabilità del massacro è del “Meccanis

Oggi, 20 agosto, la Grecia esce dalla “sorveglianza rafforzata” delle istituzioni europee. È in sicurezza. Salvata. Secondo alcuni è stata “massacrata”, peccato i greci la pensino diversamente. Secondo alcuni la responsabilità del massacro è del “Meccanismo europeo di stabilità”, da cui ci si deve tenere lontani. Falso. Ed è una storia istruttiva.

Quando la Grecia è collassata il Mes non esisteva. È nato proprio perché quell’evento ne mise in luce l’esigenza. Ma esisteva l’Fesf, suo genitore, obiettano. Falso. Il “Fondo europeo di stabilità finanziaria” nasce nel maggio del 2010, per far fronte a crisi finanziarie di Paesi dell’area dell’euro, la crisi greca inizia nell’autunno del 2009, quando il primo ministro riconosce che i conti trasmessi dal governo precedente sono falsi. Ciò porta, nell’aprile del 2010, al declassamento dei titoli greci, considerati spazzatura (occhio, quindi, alle valutazioni del rating). Per questo, in fretta e furia, a maggio nasce l’Fesf.

Sono stati commessi molti errori, non tutti innocenti. Il disastro greco è responsabilità dei greci. Hanno tratto un giovamento enorme dall’ingresso nell’euro, con ampio accesso ai mercati, credito a basso costo e protezione esterna, solo che lo hanno usato per aumentare significativamente il tenore di vita (corretto), elargire prebende, pensioni, assunzioni e spesa pubblica fuori controllo (scorretto), nel mentre prosperava l’evasione fiscale (masochista). Per far campagne elettorali ciascuno dei contendenti prometteva sempre di più (vi suona familiare?) e per far quadrare i conti li hanno falsificati. Quando hanno smesso di sbagliare loro hanno cominciato gli altri.

La prima domanda era: può un Paese dell’euroarea trovarsi o essere messo fuori? No, si rispose. Giustamente. La seconda: può, allora, andare in bancarotta? No, si rispose. Giustamente. Ma le due risposte avevano una conseguenza: gli altri si fanno carico del debito, o, almeno, del modo per gestirlo. No, fu la risposta. Disastro. L’area ricca chiamò il Fondo monetario internazionale. Se non ci si fosse impiccati al dogma secondo cui ciascuno deve pagare i propri debiti e mai uno Stato paga quello di altri, principio più che giusto (vale anche dentro gli Stati Uniti d’America), ma che c’è modo e modo per praticare, se, in quel momento, si fosse coperto il debito greco, trovando il modo di scrivere che i greci avrebbero dovuto rifondere, sarebbe costato una frazione di quel che poi costò. Il tutto aggravato dal fatto che istituti bancari europei, prevalentemente tedeschi e francesi, ma anche italiani, avevano prestato soldi alla Grecia. Si volevano tutelare le banche investitrici? Avrebbe avuto un senso, ma rilevi il debito. Se neghi di volerlo fare poi non devi creare un fondo, finanziato con i soldi degli altri contribuenti europei, e fra i soggetti da rifondere ci metti quelle banche. Epperò: il debito greco è stato tagliato due volte. Due volte sono stati alleggeriti dei loro obblighi e due volte i creditori, banche comprese, hanno visto decurtato il loro avere.

Nel momento in cui la Grecia si era trovata a non avere più accesso ai mercati s’è seccata la liquidità, le banche avevano chiuso e chi andava a prelevare soldi al bancomat non ne cavava nulla. La disperazione si toccava con mano e a quel momento si riferiscono immagini drammatiche, come quella di un uomo seduto per terra, in lacrime. Era quello il risultato del salvataggio europeo? No, questo era quello che accadeva prima che lo si mettesse in atto.

I greci non stanno oggi bene come stavano prima del dissesto. Capita, quando trucchi i conti e vai in bancarotta, ma: a. stanno meglio di come stavano prima di entrare nell’euro; b. grazie ai trasferimenti europei la loro gracile economia s’è rimessa in moto. Sono stati salvati, anche a nostre spese.

La cosa curiosa è che lo nega chi dice di stare dalla parte dei greci, ma i greci non lo negano affatto. Con le doppie elezioni del 2012 (la prima volta non si riuscì a formare un governo) diedero quasi il 27% dei voti al partito guidato da Alexis Tsipras, che promette di rinegoziare gli accordi che erano alla base dell’intervento finanziario di soccorso, ma la maggioranza elettorale e parlamentare è con Antonis Samaras, che quegli accordi ha accettato. Alle successive elezioni, nel 2015, Syryza, il partito di Tsipras, prende più del 36% dei voti e (con una coalizione eterogenea) va a governare. Ma cade subito e, quello stesso anno, si rivota. Convocano un referendum, chiedendo agli elettori se approvano o meno le condizioni dei creditori (originale, chiedere ai debitori se plaudono i creditori), e il 61% risponde di no. A quel punto Tsipras, ancora governante, deve scegliere: o respinge condizioni e aiuti o li accetta. Il suo ministro dell’economia e suo compagno di partito, il sinistro Gïanis Varoufakïs, è per il rifiuto, ma Tsipras prende la direzione opposta. La Grecia gli deve molto, per quella scelta. Accettando e, poi, rinegoziando è riuscito ad ottenere un allungamento enorme del debito e un costo assai ridotto. E su questa base governerà fino al 2019, senza che le sollecitazioni dei radicali alle rivolte e agli sfaceli sortiscano alcunché.

Lui stesso interrompe la legislatura, con un anticipo di pochi mesi, e convoca le elezioni, nel 2019. Il suo partito raccoglie quasi il 32% dei voti. Significa che dopo scissioni e allontanamenti dei ministri e dopo avere governato per anni, su una linea che secondo quelli che credono di essere i soli interpreti della volontà dei greci sarebbe da loro condannata con sdegno, ottiene ancora un ottimo risultato. Ma perde, perché a vincere le elezioni è Nuova Democrazia, di Kyriakos Mitsostakis, ovvero un leader e un partito di centro destra, che gli accordi non ha messo in discussione. Quel che risulta misterioso, nella tesi secondo cui i greci sono stati massacrati e non salvati, è perché mai i greci siano di opinione diversa.

La ripartenza è costata vendite e tagli dolorosi, ma forse insegna a non sperperare per ammaliare gli elettori. Questi i fatti.

La Ragione

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Asini votanti


Sarà bene intendersi, sulla questione del debito pubblico. Tanto più che da quello dipende tanta parte non solo della nostra sorte economica, ma anche direttamente della nostra sovranità e dignità. E bisogna intendersi su un punto: inutile richiamare, di

Sarà bene intendersi, sulla questione del debito pubblico. Tanto più che da quello dipende tanta parte non solo della nostra sorte economica, ma anche direttamente della nostra sovranità e dignità. E bisogna intendersi su un punto: inutile richiamare, di tanto in tanto, i dati resi noti dalla Banca d’Italia, lanciandoli con strilli che avvertono essere stato infranto un nuovo record (negativo). È inutile perché, in valore assoluto, il debito pubblico avrà stabilito un nuovo record prima che io riesca ad andare a capo. Entro la fine di questo articolo, che sia io a scriverlo o voi a leggerlo, il record sarà stato stracciato numerose volte. Ogni secondo che passa. Basterà vi connettiate a un contatore on line del debito per assistere alla polverizzazione continua dei record. Il problema non è (solo e tanto) il valore assoluto, ma manca del tutto la consapevolezza del nesso fra quel debito e la sicurezza del proprio patrimonio privato.

Se non fossimo inanellatori di record debitori sarebbe meglio, ma quel che conta è il rapporto fra il debito e la ricchezza che si genera, il prodotto interno lordo. Avere un debito di 100mila euro significa poco: se ne guadagno 20mila l’anno ho un problema, se ne guadagno 1 milione chi se ne importa. Nei conti del governo italiano, che si riflettono in quelli di chi osserva i nostri bilanci, il peso percentuale del debito è già sceso e continuerà a scendere. Lentamente, da un livello troppo alto, d’accordo, ma fin quando la ricchezza prodotta cresce più velocemente del debito i problemi si affrontano e risolvono senza traumi. Qualche dubbio, però, è lecito. Specie a sentire le cose della campagna elettorale: non promettono anche il salame perché, oramai, pare troppo poco, siamo a un passo dal caviale di cittadinanza. Vabbè, è fisiologico, capita sempre, lo si fa per acchiappare qualche consenso. Ecco, questo è il punto: se fosse chiaro di che stiamo parlando i consensi si perderebbero. E in fretta.

Dunque: l’ultimo record ufficializzato segna un debito a 2.766 miliardi, era di 2.530 a giugno del 2020 e 2.696 in quello 2021. Ora che leggete è già più alto. Grazie alla Banca centrale europea ci costa meno di quel che potrebbe, ma comunque più di quel che costa ad altri. Quindi c’indeboliamo ogni ora che passa. E se i tassi crescono, come cresceranno, saranno guai. Dall’altra parte il patrimonio privato degli italiani supera i 10mila miliardi. Più del triplo del debito. Tranquillizza? Inquieta, perché il debito è dello Stato, mentre la casa e i risparmi sono miei. Ma se, grazie agli argini europei, riceviamo finanziamenti e protezioni, il cui costo ricade su tutti gli europei, ove non si riduca ma accresca il debito, prima o dopo qualcuno osserverà che il patrimonio degli italiani è superiore a quello di altri europei anche perché lo hanno finanziato con il debito pubblico, spendendo senza produrre ricchezza, pagando stipendi senza chiedere prestazioni, elargendo pensioni e via così dilapidando. Sicché al patrimonio si guarderà con relazione al debito.

Il patrimonio medio è al Nord-Ovest il doppio che al Sud, ma è comunque attivo. Le passività sono basse e distribuite come il patrimonio. Un mondo di benestanti viene elettoralmente corteggiato come fossimo straccioni mendicanti. Ma una parte consistente del patrimonio è in attività finanziarie, che l’inflazione erode. Vi piacciono i bonus 110 e chi li promette? Producono inflazione ed erodono i risparmi. Vi piacciono le promesse di pagare meno tasse e avere più pensioni? Lo sbilancio potrà essere compensato con il patrimonio. Credete a chi vi dice che non sarà mai messa una patrimoniale? Peccato esistano di già e supporre che altri garantiscano in eterno i nostri sbilanci è più ardito che credere agli asini volanti. Ecco, appunto, si cerchi di non supporsi così furbi da poi essere asini votanti.

La Ragione

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Presidenzialismo a destra e sinistra


Il presidenzialismo fu di sinistra. All’Assemblea costituente lo chiedeva il Partito d’Azione, con Piero Calamandrei. Fra gli argomenti che usarono c’era la necessità di rendere forte e stabile il governo. Lo chiesero da antifascisti, ricordando che ad ap

Il presidenzialismo fu di sinistra. All’Assemblea costituente lo chiedeva il Partito d’Azione, con Piero Calamandrei. Fra gli argomenti che usarono c’era la necessità di rendere forte e stabile il governo. Lo chiesero da antifascisti, ricordando che ad aprire la strada alla dittatura aveva concorso la debolezza del governo Facta. Fu poi un antifascista e capo partigiano, Randolfo Pacciardi, a sostenere la necessità di riformare la Costituzione, introducendo il presidenzialismo. Gli diedero del fascista. Nel frattempo era successo che al semipresidenzialismo era approdata la Francia, sotto la guida di Charles De Gaulle, avversato dalla sinistra. Sicché il presidenzialismo era vissuto come di destra. Dovettero passare degli anni perché François Mitterrand incarnasse il presidenzialismo in salsa socialista.

La grande differenza, fra i presidenzialisti di allora e quelli di oggi, è che allora sapevano di cosa parlavano. Oggi si brancola nel buio, prendendo cantonate. Nel programma del centro destra la faccenda è liquidata al primo punto del capitolo istituzionale: «Elezione diretta del Presidente della Repubblica». Fine. Che non significa nulla. (Fra parentesi: al secondo punto si reclama l’applicazione degli articoli 116 e 119 della Costituzione, sul regionalismo, così come, pessimamente, modificati dalla sinistra, nel 2001, e senza il loro consenso).

Non c’è nulla di autoritario in sé, nella Repubblica presidenziale. I sistemi democratici si basano su pesi e contrappesi e sulla condotta di chi li abita, talché in Nord e Sud America hanno effetti opposti. È falso dire che con l’elezione diretta i governi restano in carica per la legislatura e che in quel lasso di tempo le maggioranze non cambiano. Chi vuole averne conferma può studiare un po’ di storia e cronaca francesi o indagare le elezioni di medio termine negli Usa. Il guaio del presidenzialismo populista è che suppone “governare” e “comandare” siano sinonimi, così dimostrando non solo pochezza istituzionale, ma culturale in senso vasto.

Suppongo nessuno di loro voglia un sistema austriaco (che è Stato federale), con elezione diretta di un presidente che ha quasi meno prerogative di quello italiano. Chi lo volesse all’americana, quindi eletto e governante, sarà bene approfondisca la natura degli Stati federali. Potrebbe essere una buona idea per l’Unione europea, di sicuro non per l’Italia. In Francia non solo il presidente non è il capo del governo, ma i governi possono cambiare e il presidente stesso perdere la maggioranza. Quando ci avranno fatto sapere, assieme, di che diamine stanno parlando sarà facile dimostrare la frana della baracca retorica con cui accompagnano la non proposta. Del resto, come Silvio Berlusconi ha ricordato: ne parlano dal 1995, hanno vinto le elezioni e non l’hanno fatto, né hanno messo a fuoco l’idea.

Meloni e Salvini, dopo la pubblicazione del programma, hanno manifestato la preferenza per il sistema francese.Quello in cui le estreme non vincono, il che è singolare. Meloni, per prendere in castagna il Pd, ha ricordato che quello era lo schema della commissione bicamerale D’Alema. Ha ragione, magari farebbe bene a ricordare anche che furono loro, il centro destra, a fare saltare tutto.

Una riforma seria richiederebbe una riscrittura costituzionale profonda. Per funzionare e non inquietare richiederebbe un coinvolgimento di altre componenti parlamentari, in una sede sostanzialmente costituente. Pare la destra sia favorevole, ma devono proporla ora (c’era un disegno di legge predisposto dalla Fondazione Luigi Einaudi), non supporla.

Dall’altra parte, finché la sinistra continuerà a usare le proposte della destra, pur generiche e nebbiose, per dire che sono pericolose e che si opporranno, otterrà il risultato di andare in minoranza per potere fare opposizione, consegnando la gramsciana egemonia alla destra. Non un gran risultato. Fuori le idee, se ci sono. Sia sul metodo che sul merito. Qui le abbiamo più volte indicate e il tempo di convergere è ora.

La Ragione

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Se si vuole governare, si governa dal centro


Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” - come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda - bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big ten

Prima di lasciarvi all’inedito inizio del campionato, alle gite, alle grigliate e ai pranzi in compagnia di questo strano Ferragosto elettorale, vi dico la mia sulla rottura di Calenda con il Pd e sull’intesa Calenda-Renzi.

Per noi che avevamo promosso l’appello per una nuova alleanza riformista e liberal democratica (ed avevamo organizzato addirittura una “maratona riformista” per spiegarne le ragioni: https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/) la nascita di un Terzo polo con queste caratteristiche è una buona notizia.

In Parlamento sarà rappresentata “una componente liberal riformista ed europeista capace, si vedrà in che misura, di condizionare scelte e inclinazioni politiche in un paese – il nostro – che ha sempre fatto scarso uso di idee liberali e nel quale nuove forme di corporativismo autarchico e di massimalismo socialisteggiante attraversano sia il centrodestra sia il centrosinistra” (https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/). Il che di questi tempi non è poco.

Naturalmente, c’è da augurarsi che non si tratti soltanto di un’alleanza elettorale o di una tregua temporanea tra Matteo Renzi e Carlo Calenda in mancanza di alternative, ma che al contrario sia “il primo passo verso la costruzione di un partito liberlademocratico europeo e atlantico in grado di offrire un’alternativa di governo alla confusione programmatica del Pd e al neo, ex, post fascismo di Fratelli d’Italia e Lega” (https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/). E ora tocca proprio a Renzi e Calenda dimostrare di saper costruire, a partire da questa alleanza, “qualcosa di nuovo, non solo tattico”.

A ben guardare, quello che è stato subito bollato come il “tradimento di Calenda” era nelle cose. Lo dico terra-terra: il Partito democratico non può diventare una sinistra moderna perché la sua gestione non è davvero contendibile, la minoranza liberal-democratica può avere solo un ruolo ancillare, di condizionamento, ma non può guidarlo. Questo è il problema. E prima o poi bisognerà farsene una ragione.

Lo ha spiegato meglio di me Michele Salvati sul Corriere della Sera (https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso). Secondo Salvati quel che è avvenuto è appunto “un altro segnale di un antico difetto di costruzione del Pd”, che “non è riuscito a creare un senso di comunità, di appartenenza e di identità forte quanto è necessario a consentire la convivenza di inevitabili differenza di opinione. Non è riuscito a creare una identità nuova, di sinistra liberale, e dunque diversa da quella delle forze politiche che confluirono nella formazione del partito: questo era l’auspicio con quale in tanti accompagnammo l’iniziativa di Veltroni” (c’ero e posso confermarlo).

E non c’è riuscito perché le forze contrarie ad un indirizzo di sinistra liberale “sono così ingranate negli equilibri interni del Pd” che prendere quella strada, procedere cioè in direzione di una sinistra liberale, non è possibile. Calenda, sottolinea Salvati, chiedeva infatti molto di più di “un accordo tecnico”: aveva in mente una “alleanza politica” e dunque “scelte che non smentissero in maniera plateale la credibilità di una coalizione politica”. Ma, come il coraggio, una identità di sinistra liberale, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.

Messe così le cose, Calenda non poteva che imitare Guido Cavalcanti e, con un salto, andarsene. Mi è tornato infatti in mente il salto del poeta Cavalcanti, protagonista di un episodio del Decameron di Boccaccio. Per Italo Calvino, che sceglie l’agile salto improvviso del poeta-filosofo come “un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio”, nulla illustra meglio la sua idea che una necessaria leggerezza deve sapersi iscrivere nella vita e nella letteratura: “Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: – Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace – ;e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò”.

Ma vengo ad un esempio dei nostri giorni. Per l’ala più radicale dei democratici americani, il senatore Joe Manchin del West Virginia è un rinnegato, la quinta colonna dei repubblicani, un mostro anti-ambiente al soldo delle compagnie di carbone, petrolio e gas. Insomma, peggio di Calenda e di Renzi messi insieme.

Si sa che al Senato i democratici e i repubblicani controllano 50 seggi a testa. Certo, la maggioranza ce l’hanno i democratici perché in caso di pareggio può votare anche la vicepresidente Kamala Harris. Ma serve il voto di tutti i senatori del partito, compreso Manchin.

Joe Manchin ha 74 anni, è in carica dal 2010 ed è considerato il più conservatore fra i senatori democratici. Da anni insiste sul fatto che le principali riforme devono essere concordate fra i membri di entrambi i partiti. Ma non è così facile. Gli analisti sottolineano da tempo la “polarizzazione” della politica americana e i due partiti incarnano ormai uno scontro aspro e inconciliabile fra due visioni del mondo incompatibili, che mette in discussione le normali regole democratiche. Lo stesso Trump è solo il sintomo più evidente della frattura profonda che attraversa il paese, che si è ampliata fino a diventare una minaccia per la stabilità democratica che generazioni di americani avevano dato per scontata.

Eppure, come ha sottolineato nei giorni scorsi Fareed Zakaria (https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take), sembra proprio che, in barba ai media e sfidando l’incredulità degli esperti, Joe Biden stia riuscendo nell’impresa di “governare dal centro”, come aveva promesso in campagna elettorale (e a dire il vero fin dalla competizione tra l’ala “moderata” e quella di “sinistra”, che ha caratterizzato le primarie democratiche e ha segnato la fine, in questa stagione, del tentativo del leader radicale Bernie Sanders di spostare l’asse del partito a sinistra, su posizioni che anche in passato non hanno mai portato alla Casa bianca il partito dell’asinello).

Le prove si stanno accumulando. Il compromesso raggiunto al Senato tra il leader della maggioranza Charles E. Schumer e Joe Manchin è passato (con il sostegno dell’altra pecora nera della famiglia, la senatrice Kyrsten Sinema, fermamente posizionata nell’ala più a destra del partito) ed ora attende il via libera della Camera controllata dai democratici. Si tratta del più grande investimento federale in energia pulita mai realizzato negli Stati Uniti e, allo stesso tempo, del più grande pacchetto di riduzione del disavanzo in un decennio (secondo il Congressional Budget Office ridurrà di deficit di oltre 300 miliardi di dollari in una decina d’anni).

L’accordo si aggiunge al Chips and Science Act, che prevede enormi investimenti nella ricerca di base e nelle tecnologie essenziali (e un investimento senza precedenti per aumentare la produzione di semiconduttori e affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento); al primo intervento legislativo bipartisan sul controllo delle armi e al progetto di legge sulle infrastrutture da trilioni di dollari: una delle (mancate) promesse elettorali di Donald Trump.

Non per caso, J. Bradford DeLong, su Project Syndicate, ha parlato di una “estate dell’amore”, sul piano legislativo, per Biden: “Presi insieme questi provvedimenti sono più che sufficienti per capovolgere la narrazione relativa ai primi due anni in carica di Biden. Improvvisamente, i risultati legislativi dell’amministrazione sono passati da ‘deludenti’ a ‘oltre ogni aspettativa’”.

Insomma, Biden sta dimostrando che si può “governare dal centro”. Non come prima, ovviamente. Zakaria ricorda che quando, negli anni ’80 e ’90, il Congresso discuteva grandi progetti di legge bipartisan sulla Social Security, per riformare le tasse, aiutare gli americani con disabilità o ridurre l’inquinamento atmosferico, gli autori dei progetti di legge venivano acclamati dai media e all’interno dei loro stessi partiti. Oggi invece non si fa che ripetere che non bisogna scendere a compromessi; e resistere al “nemico” permette di raccogliere più fondi e guadagnare il sostengo degli elementi più radicali del proprio schieramento.

Infatti, nei primi anni del 2000 un grande sforzo bipartisan per affrontare la riforma dell’immigrazione si è arenato sotto i colpi degli estremisti di entrambe le parti. Il Dream Act, racconta il giornalista americano, era sostenuto da due senatori lontani ideologicamente, che tuttavia erano anche buoni amici: il democratico Edward Kennedy e il repubblicano Orrin G. Hatch. Erano tra i membri più anziani del Senato e incarnavano un vecchio modo di fare politica non più in sintonia con i tempi. La rivoluzione di Gingrich degli anni ’90 ha infatti cambiato il Partito repubblicano e la stessa Washington. E da allora il compromesso è considerato un tradimento.

Cercando di far rivivere quel vecchio modo di far politica e di governare, Biden sta andando controcorrente. Ma sorprendentemente, a piccoli (significativi) passi, sembra riuscirci. Il che rappresenterebbe davvero una rivoluzione in grado di cambiare la struttura degli incentivi e ridurre la tossicità a Washington.

Per i democratici americani c’è, inoltre, un reale spazio di crescita. Perché sono in una posizione migliore dei repubblicani per diventare un grande tent party. Come ha dimostrato uno studio di Brookings, nel 2020 “la vittoria di Biden è arrivata dai sobborghi” e quegli elettori sono verosimilmente più moderati e centristi rispetto alla base democratica. Gli elettori suburbani sembrano essere sempre più distanti dalle posizioni repubblicane su questioni come l’aborto e le armi. E sull’onda del ribaltamento della storica sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema, i sondaggi in vista delle elezioni di medio termine che prima favorivano i repubblicani sembrano ora indicare un pareggio.

Ma (e veniamo al punto che riguarda anche noi) essere un grande tent party, un partito pigliatutto, è difficile. Significa avere a che fare anche con persone con cui sei profondamente in disaccordo. Ma, spiega Zakaria, in un paese grande e diversificato con oltre 330 milioni di persone, è l’unico modo per governare. Alcuni dei più grandi successi dei democratici si sono concretizzati con quello spirito. Franklin D. Roosevelt ha rinviato l’intervento sui diritti civili per poter approvare il New Deal. Lyndon B. Johnson ha arruolato il sud segregazionista per sostenere gran parte della sua legislazione sulla Great Society. Bill Clinton dovette governare principalmente con un Congresso controllato dai repubblicani. E anche quando Barack Obama aveva la maggioranza al Congresso, ha scelto di dare la priorità all’assistenza sanitaria universale rispetto a molte altre importanti questioni sociali, incluso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. A volte, inoltre, il compromesso può portare a risultati migliori. Ad esempio, spiega il columnist, il disegno di legge sull’immigrazione era un progetto migliore di quello che entrambe le parti avrebbero approvato in modo autonomo perché teneva conto delle preoccupazioni legittime e delle argomentazioni valide di entrambe le parti.

Senza contare che alcuni degli argomenti di Manchin erano fondati: “Sul clima, il suo punto di vista secondo cui non dovremmo porre fine definitivamente all’uso dei combustibili fossili prima di avere abbastanza tecnologie verdi su larga scala per sostituirli può darsi sia un atteggiamento interessato del senatore del West Virginia, ma è anche una lettura accurata di dove ci troviamo oggi”.

Oltretutto, è la sua risolutezza che dovrebbe sorprendere. Non sarebbe male tenere a mente infatti che Manchin rappresenta uno Stato che Trump, nel 2020, ha vinto con circa 40 punti di distacco. Bisogna pensare a Manchin come a una cartina di tornasole, dice Zakaria. Se i democratici sono in grado di tenere Manchin con loro, per definizione stanno costruendo un grande tent party, che potrebbe comprendere la maggioranza degli americani.

Del resto, anche il Pd di casa nostra nasce (ricordate?) sul presupposto che il centrosinistra, anziché limitarsi unicamente ad allargare l’alleanza mettendo insieme sigle e partiti, doveva puntare a conquistare nuovi elettori ed ampliare l’area del radicamento, scommettendo sul fatto che le propensioni degli elettori potevano mutare. Ma siamo sempre lì: per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. E oggi quel che occorre non è il ritorno alle antiche certezze, ma il dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni.

Se i democratici di casa nostra non sono in grado di tenere con loro neppure Calenda e Renzi, come possono costruire una big tent aperta alla maggioranza degli italiani? Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” – come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda – bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.
Buon Ferragosto!

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Nicola Chiaromonte – Lo spettatore critico


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Se si vuole governare, si governa dal centro


Prima di lasciarvi all’inedito inizio del campionato, alle gite, alle grigliate e ai pranzi in compagnia di questo strano Ferragosto elettorale, vi dico la mia sulla rottura di Calenda con il Pd e sull’intesa Calenda-Renzi. Per noi che avevamo promosso l’

Prima di lasciarvi all’inedito inizio del campionato, alle gite, alle grigliate e ai pranzi in compagnia di questo strano Ferragosto elettorale, vi dico la mia sulla rottura di Calenda con il Pd e sull’intesa Calenda-Renzi.

Per noi che avevamo promosso l’appello per una nuova alleanza riformista e liberal democratica (ed avevamo organizzato addirittura una “maratona riformista” per spiegarne le ragioni: https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/) la nascita di un Terzo polo con queste caratteristiche è una buona notizia.

In Parlamento sarà rappresentata “una componente liberal riformista ed europeista capace, si vedrà in che misura, di condizionare scelte e inclinazioni politiche in un paese – il nostro – che ha sempre fatto scarso uso di idee liberali e nel quale nuove forme di corporativismo autarchico e di massimalismo socialisteggiante attraversano sia il centrodestra sia il centrosinistra” (https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/). Il che di questi tempi non è poco.

Naturalmente, c’è da augurarsi che non si tratti soltanto di un’alleanza elettorale o di una tregua temporanea tra Matteo Renzi e Carlo Calenda in mancanza di alternative, ma che al contrario sia “il primo passo verso la costruzione di un partito liberlademocratico europeo e atlantico in grado di offrire un’alternativa di governo alla confusione programmatica del Pd e al neo, ex, post fascismo di Fratelli d’Italia e Lega” (https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/). E ora tocca proprio a Renzi e Calenda dimostrare di saper costruire, a partire da questa alleanza, “qualcosa di nuovo, non solo tattico”.

A ben guardare, quello che è stato subito bollato come il “tradimento di Calenda” era nelle cose. Lo dico terra-terra: il Partito democratico non può diventare una sinistra moderna perché la sua gestione non è davvero contendibile, la minoranza liberal-democratica può avere solo un ruolo ancillare, di condizionamento, ma non può guidarlo. Questo è il problema. E prima o poi bisognerà farsene una ragione.

Lo ha spiegato meglio di me Michele Salvati sul Corriere della Sera (https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso). Secondo Salvati quel che è avvenuto è appunto “un altro segnale di un antico difetto di costruzione del Pd”, che “non è riuscito a creare un senso di comunità, di appartenenza e di identità forte quanto è necessario a consentire la convivenza di inevitabili differenza di opinione. Non è riuscito a creare una identità nuova, di sinistra liberale, e dunque diversa da quella delle forze politiche che confluirono nella formazione del partito: questo era l’auspicio con quale in tanti accompagnammo l’iniziativa di Veltroni” (c’ero e posso confermarlo).

E non c’è riuscito perché le forze contrarie ad un indirizzo di sinistra liberale “sono così ingranate negli equilibri interni del Pd” che prendere quella strada, procedere cioè in direzione di una sinistra liberale, non è possibile. Calenda, sottolinea Salvati, chiedeva infatti molto di più di “un accordo tecnico”: aveva in mente una “alleanza politica” e dunque “scelte che non smentissero in maniera plateale la credibilità di una coalizione politica”. Ma, come il coraggio, una identità di sinistra liberale, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.

Messe così le cose, Calenda non poteva che imitare Guido Cavalcanti e, con un salto, andarsene. Mi è tornato infatti in mente il salto del poeta Cavalcanti, protagonista di un episodio del Decameron di Boccaccio. Per Italo Calvino, che sceglie l’agile salto improvviso del poeta-filosofo come “un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio”, nulla illustra meglio la sua idea che una necessaria leggerezza deve sapersi iscrivere nella vita e nella letteratura: “Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: – Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace – ;e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò”.

Ma vengo ad un esempio dei nostri giorni. Per l’ala più radicale dei democratici americani, il senatore Joe Manchin del West Virginia è un rinnegato, la quinta colonna dei repubblicani, un mostro anti-ambiente al soldo delle compagnie di carbone, petrolio e gas. Insomma, peggio di Calenda e di Renzi messi insieme.

Si sa che al Senato i democratici e i repubblicani controllano 50 seggi a testa. Certo, la maggioranza ce l’hanno i democratici perché in caso di pareggio può votare anche la vicepresidente Kamala Harris. Ma serve il voto di tutti i senatori del partito, compreso Manchin.

Joe Manchin ha 74 anni, è in carica dal 2010 ed è considerato il più conservatore fra i senatori democratici. Da anni insiste sul fatto che le principali riforme devono essere concordate fra i membri di entrambi i partiti. Ma non è così facile. Gli analisti sottolineano da tempo la “polarizzazione” della politica americana e i due partiti incarnano ormai uno scontro aspro e inconciliabile fra due visioni del mondo incompatibili, che mette in discussione le normali regole democratiche. Lo stesso Trump è solo il sintomo più evidente della frattura profonda che attraversa il paese, che si è ampliata fino a diventare una minaccia per la stabilità democratica che generazioni di americani avevano dato per scontata.

Eppure, come ha sottolineato nei giorni scorsi Fareed Zakaria (https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take), sembra proprio che, in barba ai media e sfidando l’incredulità degli esperti, Joe Biden stia riuscendo nell’impresa di “governare dal centro”, come aveva promesso in campagna elettorale (e a dire il vero fin dalla competizione tra l’ala “moderata” e quella di “sinistra”, che ha caratterizzato le primarie democratiche e ha segnato la fine, in questa stagione, del tentativo del leader radicale Bernie Sanders di spostare l’asse del partito a sinistra, su posizioni che anche in passato non hanno mai portato alla Casa bianca il partito dell’asinello).

Le prove si stanno accumulando. Il compromesso raggiunto al Senato tra il leader della maggioranza Charles E. Schumer e Joe Manchin è passato (con il sostegno dell’altra pecora nera della famiglia, la senatrice Kyrsten Sinema, fermamente posizionata nell’ala più a destra del partito) ed ora attende il via libera della Camera controllata dai democratici. Si tratta del più grande investimento federale in energia pulita mai realizzato negli Stati Uniti e, allo stesso tempo, del più grande pacchetto di riduzione del disavanzo in un decennio (secondo il Congressional Budget Office ridurrà di deficit di oltre 300 miliardi di dollari in una decina d’anni).

L’accordo si aggiunge al Chips and Science Act, che prevede enormi investimenti nella ricerca di base e nelle tecnologie essenziali (e un investimento senza precedenti per aumentare la produzione di semiconduttori e affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento); al primo intervento legislativo bipartisan sul controllo delle armi e al progetto di legge sulle infrastrutture da trilioni di dollari: una delle (mancate) promesse elettorali di Donald Trump.

Non per caso, J. Bradford DeLong, su Project Syndicate, ha parlato di una “estate dell’amore”, sul piano legislativo, per Biden: “Presi insieme questi provvedimenti sono più che sufficienti per capovolgere la narrazione relativa ai primi due anni in carica di Biden. Improvvisamente, i risultati legislativi dell’amministrazione sono passati da ‘deludenti’ a ‘oltre ogni aspettativa’”.

Insomma, Biden sta dimostrando che si può “governare dal centro”. Non come prima, ovviamente. Zakaria ricorda che quando, negli anni ’80 e ’90, il Congresso discuteva grandi progetti di legge bipartisan sulla Social Security, per riformare le tasse, aiutare gli americani con disabilità o ridurre l’inquinamento atmosferico, gli autori dei progetti di legge venivano acclamati dai media e all’interno dei loro stessi partiti. Oggi invece non si fa che ripetere che non bisogna scendere a compromessi; e resistere al “nemico” permette di raccogliere più fondi e guadagnare il sostengo degli elementi più radicali del proprio schieramento.

Infatti, nei primi anni del 2000 un grande sforzo bipartisan per affrontare la riforma dell’immigrazione si è arenato sotto i colpi degli estremisti di entrambe le parti. Il Dream Act, racconta il giornalista americano, era sostenuto da due senatori lontani ideologicamente, che tuttavia erano anche buoni amici: il democratico Edward Kennedy e il repubblicano Orrin G. Hatch. Erano tra i membri più anziani del Senato e incarnavano un vecchio modo di fare politica non più in sintonia con i tempi. La rivoluzione di Gingrich degli anni ’90 ha infatti cambiato il Partito repubblicano e la stessa Washington. E da allora il compromesso è considerato un tradimento.

Cercando di far rivivere quel vecchio modo di far politica e di governare, Biden sta andando controcorrente. Ma sorprendentemente, a piccoli (significativi) passi, sembra riuscirci. Il che rappresenterebbe davvero una rivoluzione in grado di cambiare la struttura degli incentivi e ridurre la tossicità a Washington.

Per i democratici americani c’è, inoltre, un reale spazio di crescita. Perché sono in una posizione migliore dei repubblicani per diventare un grande tent party. Come ha dimostrato uno studio di Brookings, nel 2020 “la vittoria di Biden è arrivata dai sobborghi” e quegli elettori sono verosimilmente più moderati e centristi rispetto alla base democratica. Gli elettori suburbani sembrano essere sempre più distanti dalle posizioni repubblicane su questioni come l’aborto e le armi. E sull’onda del ribaltamento della storica sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema, i sondaggi in vista delle elezioni di medio termine che prima favorivano i repubblicani sembrano ora indicare un pareggio.

Ma (e veniamo al punto che riguarda anche noi) essere un grande tent party, un partito pigliatutto, è difficile. Significa avere a che fare anche con persone con cui sei profondamente in disaccordo. Ma, spiega Zakaria, in un paese grande e diversificato con oltre 330 milioni di persone, è l’unico modo per governare. Alcuni dei più grandi successi dei democratici si sono concretizzati con quello spirito. Franklin D. Roosevelt ha rinviato l’intervento sui diritti civili per poter approvare il New Deal. Lyndon B. Johnson ha arruolato il sud segregazionista per sostenere gran parte della sua legislazione sulla Great Society. Bill Clinton dovette governare principalmente con un Congresso controllato dai repubblicani. E anche quando Barack Obama aveva la maggioranza al Congresso, ha scelto di dare la priorità all’assistenza sanitaria universale rispetto a molte altre importanti questioni sociali, incluso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. A volte, inoltre, il compromesso può portare a risultati migliori. Ad esempio, spiega il columnist, il disegno di legge sull’immigrazione era un progetto migliore di quello che entrambe le parti avrebbero approvato in modo autonomo perché teneva conto delle preoccupazioni legittime e delle argomentazioni valide di entrambe le parti.

Senza contare che alcuni degli argomenti di Manchin erano fondati: “Sul clima, il suo punto di vista secondo cui non dovremmo porre fine definitivamente all’uso dei combustibili fossili prima di avere abbastanza tecnologie verdi su larga scala per sostituirli può darsi sia un atteggiamento interessato del senatore del West Virginia, ma è anche una lettura accurata di dove ci troviamo oggi”.

Oltretutto, è la sua risolutezza che dovrebbe sorprendere. Non sarebbe male tenere a mente infatti che Manchin rappresenta uno Stato che Trump, nel 2020, ha vinto con circa 40 punti di distacco. Bisogna pensare a Manchin come a una cartina di tornasole, dice Zakaria. Se i democratici sono in grado di tenere Manchin con loro, per definizione stanno costruendo un grande tent party, che potrebbe comprendere la maggioranza degli americani.

Del resto, anche il Pd di casa nostra nasce (ricordate?) sul presupposto che il centrosinistra, anziché limitarsi unicamente ad allargare l’alleanza mettendo insieme sigle e partiti, doveva puntare a conquistare nuovi elettori ed ampliare l’area del radicamento, scommettendo sul fatto che le propensioni degli elettori potevano mutare. Ma siamo sempre lì: per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. E oggi quel che occorre non è il ritorno alle antiche certezze, ma il dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni.

Se i democratici di casa nostra non sono in grado di tenere con loro neppure Calenda e Renzi, come possono costruire una big tent aperta alla maggioranza degli italiani? Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” – come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda – bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.
Buon Ferragosto!

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Il fascio


Non c’è alcun “regime” alle porte, ma questo non significa che siano serrate ai pericoli. La ragione per cui Giorgia Meloni ha dovuto registrare un messaggio multilingua, per esporre il minimo della civiltà, ovvero di non essere fascista e di non essere a

Non c’è alcun “regime” alle porte, ma questo non significa che siano serrate ai pericoli. La ragione per cui Giorgia Meloni ha dovuto registrare un messaggio multilingua, per esporre il minimo della civiltà, ovvero di non essere fascista e di non essere antisemita, non si trova solo nel passato, ma anche nel presente delle sue frequentazioni europee, fra le quali ci sono autoritarismo antidemocratico e antisemitismo. Quella roba non le appartiene, e speriamo non appartenga a nessuno dei dirigenti di Fratelli d’Italia, mentre farebbero bene ad allontanare da sé quelli di cui non si può dire altrettanto. Meloni e i suoi sono democratici, nel senso che hanno vissuto e accettato le regole della democrazia, e ripugnano loro le leggi razziali, non da oggi, ma da quando lo insegnò loro il capo di allora: Gianfranco Fini.

Ma la faccenda non si chiude qui. Intanto perché si può non condividere nulla di quel che uno dice, senza sentire il bisogno di dargli del dittatore, come destra e sinistra hanno ripetutamente fatto, dimostrando povertà di idee.

Inoltre, nel secolo scorso, due fetidi fratelli ammorbarono la storia: il fascismo e il comunismo. Figli dello stesso padre mistico e della stessa madre baldracca. Si mossero il direzioni opposte, ma più per ragioni geopolitiche che ideali e, del resto, nello spartirsi la Polonia furono alleati. L’Italia visse il nazifascismo e siccome quella roba è stata sepolta dall’esito della guerra, abbiamo avuto i nostalgici, fra i quali soggetti che si ritenevano patrioti perché avevano combattuto fra i repubblichini. Non abbiamo avuto il comunismo, in compenso abbiamo avuto tanti comunisti. Non potevano essere nostalgici, ma erano ammiratori, legati e finanziati da una dittatura. Chiunque abbia seguito queste due scuole non ha ragioni d’esserne orgoglioso. Anzi. Ma abbiamo vinto noi, ha vinto l’Occidente, ha vinto la libertà e ha saputo moltiplicare la ricchezza come mai s’era prima visto. Ad oggi non vi è pericolo che il fascismo o il comunismo s’affermino altro che fra gli svalvolati.

Epperò attenti, perché i figli del mistico e della baldracca ci hanno lasciati, ma la geopolitica è rimasta lì. Che è la ragione per cui resta un legame fra chi punta a consolidare i dispotismi e chi punta a demolire le democrazie. Se parte da Mosca non ha alcun bisogno di colorarsi di rosso (leggete Da Empoli e Jangfeldt) e s’acconcia benissimo a colorarsi di verde, di bruno e di nero. Mentre il persistente filone mistico non ha bisogno di colorarsi di nero per sostenere che il mercato e i mercanti commerciano l’anima e la fede di un popolo, può benissimo indossare il rosso, ma anche il giallo.

Quindi ha ragione Meloni ad avere sentito il bisogno di aggiungere la condanna della criminale aggressione russa all’Ucraina e la condivisione delle scelte dell’Occidente, che sostiene e arma gli aggrediti. Ma è qui che il fascio riemerge, perché per vincere si tiene vicino chi è l’espressione dell’opposto. E non sono quattro righe di occidentalismo rituale a cancellare l’inno a Putin cantato sotto il Cremlino, invocandolo quale guida con cui sostituire il nostro mondo democratico. Come non cancellano il mese di silenzio prima di far conoscere il disappunto per una guerra che aveva già mietuto migliaia di vite innocenti e mandato al massacro migliaia di soldati ignoranti.

E il fascio si ritrova pari pari dall’altra parte. Nello schieramento che vede avvinti il ministro della Difesa e chi vota contro la Nato. Può sembrare loro una furbata tattica, invece è una porcheria strategica. Perché dopo il 25 arriva il 26 settembre e chi pensa di potere governare in virtù del fatto che avendo preso un voto in più degli altri affasciati otterrà la loro obbedienza non si sa se s’illude o prova a illudere.

I conti pubblici sono l’altra faccia della collocazione internazionale, non a caso essendoci, in un fascio e nell’altro, chi voleva uscire dall’euro. Ancora una volta, dal 26 settembre, i ragionevoli saranno divisi. Ed è la più grande colpa di questo mondo politico.

La Ragione

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Meloni evoca il blocco navale e la tolleranza zero ma è solo eccitazione elettorale


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State zitti


C’è libertà di parola e necessità di silenzio. Se non vogliono convincere i più d’essere invotabili, se non voglio fare campagna per l’astensione: stiano zitti. Provino a pensare, prima di parlare. Perché a credersi tanto furbi ci si dimostra ottusi. Insi

C’è libertà di parola e necessità di silenzio. Se non vogliono convincere i più d’essere invotabili, se non voglio fare campagna per l’astensione: stiano zitti. Provino a pensare, prima di parlare. Perché a credersi tanto furbi ci si dimostra ottusi. Insisto a pensare che qualche cosa di buono si può fare (ci arriviamo), qui ed ora, nella condizione data. Ma impossibile non osservare che si sta facendo l’opposto.

Nessuno creda che il problema sia il carattere di quello, le bizze dell’altro o i maneggioni in servizio permanente effettivo. Tutto questo è solo la conseguenza dell’esaurirsi di una schema, di un modello che si fece nascere nel 1994, un insensato “noi contro loro”, oramai privo di contenuti e colmo di sparacchiate imbarazzanti. Da lì si deve ripartire.

Calenda e Renzi, si rendano contro che importa nulla a nessuno di come si dividono le candidature e a chi le assegnano. Tanto più che l’elettore non può scegliere e questo schifo di sistema elettorale lo volle Renzi. Certo che prima di servire un piatto a tavola lo si prepara in cucina e che lì ci si sporca le mani, si tratta, si divide. Se ne ha piena l’anima dei moralismi senza etica: la politica è anche confronto di forze. Ma la cronaca diretta delle miserie e delle mitomanie no, la si può risparmiare. Anche perché il punto (che era) forte di quel gruppo sarebbe la credibilità, e la stanno demolendo ora dopo ora.

A destra siamo alle prese in giro: siamo uniti, ma poi vi diciamo su cosa e dopo il voto vi diciamo appresso a chi. Hanno assorbito la lezione e credono davvero di potere far credere che uno vale l’altro. Una Flat tax al 15% per non si capisce ancora chi e quando, o una al 23%, o l’agevolazione alle imprese che assumono, o il taglio del cuneo fiscale non sono varianti del tema insulso “meno tasse”, sono modelli opposti e incompatibili. Questo a tacere delle promesse di pensioni e dentiere, segno che, almeno, hanno individuato il target anagrafico.

A sinistra, con impareggiabile masochismo, sono tornati a parlare di patrimoniale, mentre a destra si giura che non le consentiranno. Avviso ai naufraganti: le patrimoniali ci sono già, talune anche truffaldine, come la Tari. Non vogliono Renzi, che inventò l’osceno bonus per i diciottenni, ma propongono la dote per i diciottenni: i programmi separati dalle idee. Promettono l’aumento dello stipendio, per gli insegnanti, alla media europea. Significa un accidente, perché dove gli stipendi sono più alti crescono nel tempo e per merito, mentre qui si continua ad assumere senza concorso e si paga a cranio e non a ora d’insegnamento (ore più numerose dove sono pagati meglio, guarda caso). Non sanno di che parlano.

Coperture, compatibilità, conferma di progressiva diminuzione del peso percentuale del debito sul prodotto interno loro, sono tutta roba estranea a questa incontinenza verbale. I più accorti ti rispondono: ci sta pensando un tavolo per il programma. Fate pensare le sedie, ma dite loro che si vota domani, non fra dieci anni.

Un sistema si è esaurito e una classe politica dequalificata. Non capita per fatalità, ma per aver fatto credere agli elettori che tutto sia una gara a offrire e a prendere, sicché: siete tutti fanfaroni, ma voto o per faziosità o per la promessa più conveniente, so che non sarà rispettata, ma manco quella degli altri. L’avere sguarnito la politica, l’avere preteso di confonderla con il moralismo da strapazzo ha corrotto e sfiancato il Paese.

Siccome qui siamo, per evitare il declassamento morale, politico ed economico, occorre che le confuse parti in causa riconoscano ora la necessità, dal 26 settembre, di smontare un sistema elettorale che premia il falso delle coalizioni, assicurandosi reciprocamente che non si metterà mano alla Costituzione sulla base di una maggioranza governativa. Meglio ancora se si riconoscesse la necessità di una stagione RiCostituente, tanto chiunque vinca non governerà nulla, in queste condizioni.

La Ragione

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Prezzi calanti


Se si toglie dal cesto il gas (che i russi bruciano e si compra più caro altrove), il prezzo delle materie prime sta scendendo. Compreso quello del petrolio, tanto che è diminuito anche il prezzo al distributore. Benché se ne parli meno di quando aumenta.

Se si toglie dal cesto il gas (che i russi bruciano e si compra più caro altrove), il prezzo delle materie prime sta scendendo. Compreso quello del petrolio, tanto che è diminuito anche il prezzo al distributore. Benché se ne parli meno di quando aumenta. Il prezzo dei vegetali è complessivamente sceso del 19.2%, i cereali dell’11. Nel solo mese di luglio il grano è sceso dell’8.8%. Ciò significa che l’inflazione importata, quella cui non si può porre rimedio, che tocca pagare e basta, è destinata a scendere. Come era nelle previsioni della Banca centrale europea.

Grosso modo la metà dell’inflazione nell’area dell’euro era importata, il che comporta uno sforzo interno per ridurla di un 2%, in modo da arrivare all’obiettivo della Bce. Si può fare.

Però occorre evitare di trovarsi nella condizione degli Usa, con inflazione autoprodotta. I salari, per intendersi, devono aumentare facendo crescere la produttività, non inseguendo i prezzi, altrimenti ci facciamo del male facendo finta di fare del bene.

La Ragione

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Michele Salvati e Roberto Dilmore – Liberalismo inclusivo


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É il momento di una lista liberal-democratica


Basta alibi e ranconri É il momento di un cartello liberale Ora non c’è più tempo da perdere. Non ci sono più alibi. Carlo Calenda e Matteo Renzi diano vita ad una lista che oggi darà voce all’area liberal-democratica e domani sarà il nucleo fondante di u

Basta alibi e ranconri

É il momento di un cartello liberale

Ora non c’è più tempo da perdere. Non ci sono più alibi. Carlo Calenda e Matteo Renzi diano vita ad una lista che oggi darà voce all’area liberal-democratica e domani sarà il nucleo fondante di un partito che rappresenti in Italia quanto ALDE e RENEW rappresentano in Europa:


L’opzione del centro liberale. Solo così l’Italia può rientrare nel sistema politico europeo, che non contempla il falso bipolarismo centro-destra contro centro-sinistra.

Ha ragione Matteo Renzi a ribadire ancora oggi che quella del terzo polo è una opportunità straordinaria. Non c’è davvero spazio per inutili risentimenti, bisogna velocemente riprendere la strada interrotta dalla decisione di Calenda di realizzare un accordo con il Partito democratico di Enrico Letta. Tra l’altro c’è il vantaggio di poterlo fare senza il freno a mano tirato da +Europa, che sin da subito ha evidenziato di preferire un accordo col Pd piuttosto che dar vita a un centro liberale autonomo dai due poli di destra e sinistra.

Si apre invece una straordinaria opportunità: mettere insieme anche in Italia i partiti e i movimenti che in tutti i paesi e nelle istituzioni europee rappresentano il mondo liberal-democratico e che non stanno né con il PSE né con il PPE. Si tratterebbe della realizzazione politica del progetto squisitamente culturale al quale la Fondazione Luigi Einaudi lavora da anni, fianco a fianco con le altre fondazioni liberali presenti e operanti in tutti i paesi europei.

Probabilmente Calenda ha visto i sondaggi e ha capito che gli elettori liberali non avrebbero premiato la scelta di accordarsi con il Partito democratico ma anche con Sinistra Italiana, con i Verdi italiani (perché i Verdi in Europa sono ben più liberali e pragmatici di quelli italiani che restano ancorati a posizioni in auge negli anni ottanta) e con tutti gli altri partiti di sinistra che Enrico Letta sta provando a mettere insieme senza alcuna linea programmatica comune e al solo scopo di provare a depotenziare la vittoria della destra.

A questo proposito è bene forse rammentare che tutti i partiti politici italiani si muovono con decisione all’interno dei dettati della nostra Costituzione. Nel 2022 sarebbe davvero ridicolo affiancare alla figura di Giorgia Meloni il pericolo fascista. Neppure a noi piacciono le posizioni di Orban e ci terrorizza l’idea che la Russia di Putin possa influenzare la nostra politica nazionale e internazionale, ma siamo fermamente convinti che tutti i leader che oggi ambiscono a guidare il Paese, da Enrico Letta a Giorgia Meloni, sapranno tenere senza tentennamenti l’Italia dentro il perimetro dell’Alleanza Atlantica.

Bene ha fatto Carlo Calenda a riconoscere i propri errori e alzare le vele in mare aperto. Non allearsi in fase elettorale con nessuno dei due poli e fare da calamita dei voti di un elettorato moderato sbandato e senza più riferimenti, è compito esaltante. La presenza in Azione di tanti esponenti moderati, da Mariastella Gelmini a Mara Carfagna ad Andrea Cangini, come l’appello di molti amministratori, guidati da Gabriele Albertini, già apprezzato sindaco di Milano, dimostrano le enormi potenzialità di un centro liberale (né Popolare né Socialista) che voglia essere tale non solo nella fase elettorale.

Perché il punto è proprio questo: il futuro e la coerenza della proposta politica. Gli elettori sentono a fiuto se una operazione è solo elettoralistica oppure se ha una prospettiva di più ampio respiro e di più lunga visione. Su temi determinanti come la giustizia, l’ambiente, i giovani, la scuola, il lavoro e la ricchezza, dettaglio non secondario, da creare prima ancora di poterla distribuire, è necessario offrire agli elettori italiani delle proposte chiare, in linea con quelle rappresentate in Europa dai liberali. Lo Stato, come amava ripetere Luigi Einaudi, deve essere presente nella vita del Paese per garantire ai cittadini l’uguaglianza dei punti di partenza non il livellamento a scapito delle qualità e del merito.

Il problema non è quello di garantirsi un seggio in più o in meno, ma di vivere e crescere anche oltre la fase elettorale. Insomma di dar vita ad un vero partito liberale europeo non personalistico. Questa è la sfida che aspetta i rappresentanti di questo mondo e alla quale la Fondazione Luigi Einaudi è pronta a fornire supporto culturale e sostegno ideale.

Il Tempo

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Non scostarsi


Si diventa leader, si prende la guida di un gruppo o di una collettività, non solo per capacità personali, pur necessarie, ma perché si riesce a interpretare un bisogno, a coprire un vuoto, a sentire da che parte soffia il vento della storia. Fuori da que

Si diventa leader, si prende la guida di un gruppo o di una collettività, non solo per capacità personali, pur necessarie, ma perché si riesce a interpretare un bisogno, a coprire un vuoto, a sentire da che parte soffia il vento della storia. Fuori da questo ci sono dei caporali che hanno preso la giacca del generale, due o tre taglie sopra la loro.

Il che porta a un altro aspetto, che da troppo tempo è dimenticato e arrogantemente negato: per governare, in una democrazia, serve avere la maggioranza parlamentare, quindi essere riusciti, alle elezioni, ad ottenere, da soli o con alleati, la maggioranza assoluta degli eletti, altrimenti il nuovo governo si dovrà negoziarlo anche con gli avversari di ieri. Come è puntualmente e ripetutamente accaduto.

La maggioranza parlamentare, però, è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Per governare occorre creare consenso attorno alle misure che si adottano. Governare non è comandare, semmai condurre.

È bastato che il Presidente del Consiglio dovesse tornare in conferenza stampa, a illustrare dei provvedimenti, per far subito risaltare una distanza inquietante dal modo in cui si esprimono le voci della campagna elettorale.

Non è una questione di titoli di studio o di frequentazioni internazionali, tutto sommato neanche solo (ma un po’ sì) di curriculum. La piaggeria ci provoca allergie e il qualunquismo demagogico peggio. È una questione di sostanza, di contenuti.

Le misure a sostegno di famiglie e imprese, per contrastare l’inflazione, non saranno mai abbastanza. Tanto che si dovrebbe anche piantarla con l’inseguimento delle promesse. Draghi, però, illustrando quel che è stato predisposto, ha sottolineato che quella spesa è resa possibile dalla crescita del pil e senza scostamento di bilancio.

Questo è il punto. Lì si trova il linguaggio della trasparenza (non faremo spese che sfondino il deficit, già alto), della concretezza (seno possibili perché cresciamo) e della serietà (non promettiamo quel che sappiamo di non potere mantenere). Girata pagina di giornale si trovano promesse di stipendi, pensioni, sovvenzioni, protezioni. La fiera dell’incredibile e dell’insostenibile.

La Banca centrale inglese annuncia la recessione (alla faccia di Brexit propellente) e il rialzo dei tassi, la crescita globale resta bassa, quella di diversi europei ritoccata al ribasso e la nostra al rialzo. È in questo che si vede la differenza e si misura la distanza. Ora che succede? Si vedono nubi.

Ci siamo già profusi in lodi verso Guido Crosetto, esponente di Fratelli d’Italia, per la sua proposta di un patto fra avversari. Poi è andato oltre: certe nostre avversità al Pnrr sono state un frutto di <<eccessiva pignoleria>>, mentre <<in autunno avremo bisogno dell’aiuto dell’Europa>> (si chiama sempre Unione europea).

Vero. Perché abbiamo un debito troppo alto e il rialzo dei tassi è un problema. Questo, però, andrebbe ricordato a tutti, perché sia a destra che a sinistra si chiedeva a Draghi lo scostamento di bilancio, che avrebbe peggiorato tutto subito.

Devono dirlo, sia quelli che sperano di governare in continuità sia quelli che sperano di trovare nell’agenda Draghi quel che non elaborano autonomamente (quel modo di governare è un metodo, l’agenda non si usa più). Torniamo a lodare Crosetto, ma nelle sue parole troviamo una terribile voragine: non siamo noi di Fratelli d’Italia che abbiamo cambiato idea sull’Ue, e l’Ue del Pnrr (semmai di NGEU) a non essere più <<quella che strangolò la Grecia>>.

La Grecia è stata salvata, noi stessi, come gli altri Paesi europei, ci abbiamo messo soldi, il debito insensato è stato spalmato nei decenni, con lo spread domato come quello italiano e con i greci che hanno votato a favore.

Il giochino di conservare i voti di quelli cui si raccontò che l’Ue era l’inferno contro la nostra sovranità e, al tempo stesso, convincere quelli che sanno essere il solo argine per conservare la sovranità, è misero. Per quello la distanza si vede. Grande.

La Ragione

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Si può fare ora


Proposta a chiunque governerà l’Italia Eppure qualche cosa si potrebbe pur fare in quest’estate di una campagna elettorale, che si è avviata all’insegna della confusione, della falsificazione, della gara all’ultimo voto, come se non sapessero tutti e non

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Proposta a chiunque governerà l’Italia


Eppure qualche cosa si potrebbe pur fare in quest’estate di una campagna elettorale, che si è avviata all’insegna della confusione, della falsificazione, della gara all’ultimo voto, come se non sapessero tutti e non sapessimo tutti che il partito che vedrà crescere maggiormente i propri consensi è quello degli italiani che a votare non ci vanno nemmeno o non ci vanno più.

Oggettivamente è una scelta un po’ povera quella cui ci si trova difronte, però qualcosa si può fare. A noi piace sempre cercare di ragionare su quello che è possibile fare di positivo, perché tanto a rimestare nel torbido sono tutti bravi.

Allora proviamo ad evitare che si arrivi alla fine della campagna elettorale con l’incoscienza e l’inconsistenza di “vabbè intanto si vota e poi si vede” ed evitiamo di arrivarci con l’idea che se vince l’altro si distrugge l’Italia, perché queste sono cose sono cose gravi.

Chiunque voglia seriamente governare, chiunque creda che la democrazia non sia solo raccogliere voti, ma anche i consensi, che poi è necessario riconfermare giorno dopo giorno, governando, deve farlo.

La democrazia non è una dittatura che ogni cinque anni va a votare. Continua ad essere una democrazia, anche quando non sono convocate alle urne.

Allora a chiunque voglia governare, intanto noi potremmo dire, oggi, di comune accordo fra le forze politiche di confermare gli impegni presi per i fondi europei del PNRR. L’Italia non deve venire meno alla parola data. Perché la parola l’ha data l’Italia, non il singolo governo. Serve il senso delle Istituzioni: gli impegni che ha preso l’Italia saranno tutti confermati, chiunque vinca se vuol governare.

La sinistra dice che se vince la destra è a rischio la nostra appartenenza all’Europa: è un argomento incosciente, perché non si ragiona così.

Semmai occorre far politica, perché la campagna elettorale è anche questa, e guardare dentro l’alleanza di centro-destra e di quelli che andavano in giro con la maglietta “NO EURO”, quelli che avevano messo l’uscita dall’euro nel loro simbolo: se lo rimangiano o no?

La Meloni dice che garantisce lei per la Lega. Bene, ma l’elettore non dispone della firma di garanzia. Se lo rimangiano oppure no? Questo sarebbe far politica.

L’altra cosa su cui si potrebbe essere d’accordo subito è che nessuno cambi il dettato costituzionale semplicemente sulla base di una maggioranza elettorale, perché questo spaccherebbe il Paese e metterebbe in condizioni di difficoltà e di ansia l’equilibrio istituzionale.

Perché questo impegno abbia un senso, non bisogna chiedere alla destra, che al momento è candidata a vincere: “Ma voi rispetterete la Costituzione?”. Bisogna chiedere alla sinistra: “Voi siete d’accordo a che gli equilibri costituzionali si cambino non solo sulla base di una maggioranza elettorale?”.

Perché se siete d’accordo, dovete rimangiarvi quello che avete fatto nel 2001, quando avete cambiato la Costituzione sulla base di una speranza elettorale e di governo, danneggiandola gravemente e arrecando un danno permanente all’equilibrio istituzionale ed economico dell’Italia. Mi riferisco alla riforma del Titolo V del 2001.

Perché questo impegno abbia un senso, non bisogna chiedere alla destra, che al momento è candidata a vincere: “Ma voi rispetterete la Costituzione?”. Bisogna chiedere alla sinistra: “Voi siete d’accordo a che gli equilibri costituzionali si cambino non solo sulla base di una maggioranza elettorale?”. Perché se siete d’accordo, dovete rimangiarvi quello che avete fatto nel 2001, quando avete cambiato la Costituzione sulla base di una speranza elettorale e di governo, danneggiandola gravemente e arrecando un danno permanente all’equilibrio istituzionale ed economico dell’Italia. Mi riferisco alla riforma del Titolo V del 2001.

Alle urne non si va con una scelta due fazioni che hanno tutte e due ragione: no. Hanno molti torti, da una parte e dall’altra. Potrebbero avere una ragione: la capacità prima del voto di dire che nessuno di loro attenterà a quelli che sono gli interessi e i beni indisponibili dell’Italia.

Sarebbe quasi una dimostrazione di senso di responsabilità.

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Sud…ditanza


Da terrone ne ho pieni i deliziosi capperi della gnagnera sul Sud arretrato e sulla forbice che s’allarga. Da ultimo sono arrivati i dati Svimez, interessanti come sempre: sia per il ’21 che per il ’22 il Sud cresce meno della media nazionale, che, essend

Da terrone ne ho pieni i deliziosi capperi della gnagnera sul Sud arretrato e sulla forbice che s’allarga. Da ultimo sono arrivati i dati Svimez, interessanti come sempre: sia per il ’21 che per il ’22 il Sud cresce meno della media nazionale, che, essendo una media incorpora anche il Sud, il che comporta una crescita meridionale, ma anche del Centro, significativamente inferiore a quella del Nord (fra parentesi, per gli appassionati: Italia 2021 6.6 e 2022 3.4; Mezzogiorno uguale al Centro 5.9 e 2.8; Nord Est 7.5 e 4.7; Nord Ovest 7 e 3.4).

Prima d’unirmi ai condolenti, però, mi viene in mente che l’Italia, da lustri, cresce meno della media europea, che essendo una media la incorpora, il che comporta il crescere assai meno di chi cresce di più. E mi viene anche in mente che, se si escludono i due anni che stiamo vivendo, anche in questo caso la forbice s’allarga: chi era cresciuto meglio continua a farlo più velocemente di chi era rimasto indietro.

Anche nelle retrovie si cresce (buttalo via, come risultato), ma normalmente capita che i meno sviluppati si sviluppino più in fretta, una volta create le condizioni. Qui non capita. Allora guardiamo le condizioni.

Da terrone amo taluni orgogliosi terroni, fra i quali Leonardo Sciascia, che con il suo occhio semichiuso aveva visto quello che i lettori di numeri non riescono a vedere. Se le forbici che s’allargano sono due, cos’hanno in comune?

Il Maestro di Racalmuto aveva descritto la maledizione dei siciliani: non credono che le cose possano cambiare. Ma aveva anche visto la “linea della palma” salire verso Nord. Climatica e non solo. Quella linea porta con sé l’indebolimento dei diritti di cittadinanza, che comportano anche i doveri, e il crescere dei diritti di sudditanza, che hanno nel lamentio il compenso del mantenimento.

Sono diritti di cittadinanza una scuola decente, un’amministrazione pubblica almeno sufficiente e una giustizia esistente. Vediamo quanto ci si mette a sapere chi ha ragione e chi deve essere condannato, dopo che una ragazza, a Soverato, è stata presa a calci dal datore di lavoro. Non spetta a noi stabilirlo, sulla base di un filmato, ma spetta a un giudice accertare se altri torti s’accompagnano ai calci.

Se non lo sapremo a breve è semplicemente inutile parlare di contratti e legalità. E se è inutile allora la cattiva moneta avrà da un lato la miseria e dall’altra la criminalità. I diritti di cittadinanza devono esserci ai quattro punti cardinali. Ma se prendo scuola, amministrazione e giustizia per bidoni con cui fare assunzioni, addio cittadinanza.

Quel processo di logoramento è andato avanti al punto che si intesta alla cittadinanza un simbolo della sudditanza: l’elemosina improduttiva. Al Sud ce n’è più che al Nord e in Italia ce n’è più che altrove. Così si allargano entrambe le forbici.

Eppure si cresce, perché al Nord, al Sud e ovunque c’è gente che lavora sodo e con competenza, solo che (prego osservare la campagna elettorale in corso) sono considerati contribuenti da spremere, senza scuola decente, amministrazione presente e giustizia esistente. Gli altri, quelli con le false invalidità, le pensioni anticipate e i redditi di sudditanza, invece, l’arato campo ove mietere voti.

Sappiamo benissimo cosa si dovrebbe fare, per stringere la forbice e tagliare via il passato. Sappiamo che i soldi investiti creano ricchezza e quelli distribuiti miseria morale e materiale.

Ma sappiamo anche che se i cittadini non ci credono a essere rappresentati saranno i sudditi, che eleggeranno i loro simili più marpioni, allargatori di forbici. E già quelli dimostrano che la linea della palma non solo avanza, ma parla anche i vernacoli polentoni.

Rassegnarsi è escluso. Arrendersi non è contemplato. Ma ripetersi all’infinito che siamo rimasti indietro e che la forbice s’allarga induce a mettere in salvo i capperi: nel forno, a contornare un coccio, alla pantesca, con zibibbo non filtrato e freddo. Molto freddo, che fa caldo.

La Ragione

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T-shirt “La colpa non è loro. È di chi li ha votati”


Per sostenere le attività della Fondazione Luigi Einaudi ETS, abbiamo ideato questa maglietta di cotone che sintetizza in una frase la crisi culturale e politica che l’Italia attraversa in questo momento. La maglietta riporta il logo della Fondazione e la

Per sostenere le attività della Fondazione Luigi Einaudi ETS, abbiamo ideato questa maglietta di cotone che sintetizza in una frase la crisi culturale e politica che l’Italia attraversa in questo momento.

La maglietta riporta il logo della Fondazione e la frase “La colpa non è loro. È di chi li ha votati”.

Il contributo richiesto per la produzione della maglietta è di 10 € oltre le spese di spedizione (ritiro gratuito presso la sede della Fondazione). Le spese di spedizione fino a 50 magliette è pari a 10 euro.

Sarà un modo per contribuire alle attività della Fondazione e per avere un pezzo unico che vi consente di distinguervi in questo delicato momento della vita del Paese.

Si invita a scattare un selfie con la maglietta, pubblicandola sui social e taggando la Fondazione.

Fra tutti quelli che lo faranno entro il 30 settembre 2022, estrarremo 3 partecipanti a cui doneremo il libro del 60esimo anniversario della Fondazione Luigi Einaudi, che sarà pubblicato nei prossimi mesi.

Per ordinarle le magliette seguire le seguenti istruzioni:

1. Effettuare un bonifico pari all’importo dell’ordine che si intende inoltrare: 10 euro per ciascuna maglietta + 10 euro per spedizione cumulativa (fino a 50 magliette, per ordini superiori chiedere info) al seguente IBAN (per ritiro in sede non si paga la spedizione)

Intestato a: Fondazione Luigi Einaudi ETS
IBAN: IT42X0503403204000000007280
Causale: ordine magliette.

2. Scrivere una mail a gadget@fondazioneluigieinaudi.it scrivendo nell’oggetto “Maglietta”

Nel corpo della mail indicare:

  • nome e cognome;
  • indirizzo di spedizione;
  • numero di magliette desiderate per ciascuna TAGLIA (ad es. 2 magliette M + 1 maglietta L);
  • allegare distinta bonifico pari all’importo dell’ordine: 10 euro per ciascuna maglietta + 10 euro per spedizione cumulativa (fino a 50 magliette, per ordini superiori chiedere info) oppure chiedere disponibilità per ritiro in sede.

Le taglie disponibili sono XS, S, M, L, XL, XXL

Le spedizioni saranno sospese dal 10 agosto al 22 agosto per chiusura estiva della Fondazione

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T-shirt “La colpa non è loro. È di chi li ha votati”


Per sostenere le attività della Fondazione Luigi Einaudi ETS, abbiamo ideato questa maglietta di cotone che sintetizza in una frase la crisi culturale e politica che l’Italia attraversa in questo momento. La maglietta riporta il logo della Fondazione e la

Per sostenere le attività della Fondazione Luigi Einaudi ETS, abbiamo ideato questa maglietta di cotone che sintetizza in una frase la crisi culturale e politica che l’Italia attraversa in questo momento.

La maglietta riporta il logo della Fondazione e la frase “La colpa non è loro. È di chi li ha votati”.

Il contributo richiesto per la produzione della maglietta è di 10 € oltre le spese di spedizione (ritiro gratuito presso la sede della Fondazione). Le spese di spedizione fino a 50 magliette è pari a 10 euro.

Sarà un modo per contribuire alle attività della Fondazione e per avere un pezzo unico che vi consente di distinguervi in questo delicato momento della vita del Paese.

Si invita a scattare un selfie con la maglietta, pubblicandola sui social e taggando la Fondazione.

Fra tutti quelli che lo faranno entro il 30 settembre 2022, estrarremo 3 partecipanti a cui doneremo il libro del 60esimo anniversario della Fondazione Luigi Einaudi, che sarà pubblicato nei prossimi mesi.

Per ordinarle le magliette seguire le seguenti istruzioni:

1. Effettuare un bonifico pari all’importo dell’ordine che si intende inoltrare: 10 euro per ciascuna maglietta + 10 euro per spedizione cumulativa (fino a 50 magliette, per ordini superiori chiedere info) al seguente IBAN (per ritiro in sede non si paga la spedizione)

Intestato a: Fondazione Luigi Einaudi ETS
IBAN: IT42X0503403204000000007280
Causale: ordine magliette.

2. Scrivere una mail a gadget@fondazioneluigieinaudi.it scrivendo nell’oggetto “Maglietta”

Nel corpo della mail indicare:
– il numero di magliette desiderate per ciascuna TAGLIA (ad es. 2 magliette M + 1 maglietta L)
– l’indirizzo di spedizione.
– allegare distinta bonifico pari all’importo dell’ordine: 10 euro per ciascuna maglietta + 10 euro per spedizione cumulativa (fino a 50 magliette, per ordini superiori chiedere info) oppure chiedere disponibilità per ritiro in sede.

Le taglie disponibili sono XS, S, M, L, XL, XXL

Le spedizioni saranno sospese dal 10 agosto al 22 agosto per chiusura estiva della Fondazione

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