Riflessioni sulla Nato aspettando Washington. La due giorni della Sioi con Mattarella

[quote]La Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), in collaborazione con la Public diplomacy division della Nato, hag riunito a Roma esperti, diplomatici, militari e rappresentanti delle istituzioni, tra cui due ex vice segretari generali della

Fondamenti di Bioetica Liberale, di Caporale la nona lezione della Scuola di Liberalismo 2024

[quote]Lo Stato farebbe bene a regolare e non a proibire. Scienza ed etica non possono essere mai disgiunte. Il progresso dell’umanità è portato avanti solo quando la scienza e l’etica si integrano. Nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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Nuovo Patto migrazione e asilo.

Il Paese di primo ingresso non solo continua a essere obbligato ad accogliere i migranti, ma viene pure gravato di ulteriori oneri.

Per i sovranisti al governo non proprio un successo.

Al contempo, si riducono i diritti dei migranti.

E questo è un pessimo risultato per la civilissima Unione Europea

Mia analisi su Domani.

editorialedomani.it/idee/comme…

Presentazione del libro “La Repubblica sotto processo” di Goffredo Buccini

[quote]23 aprile 2024, ore 18:00 – Aula Malagodi, Fondazione Luigi Einaudi INTRODUCE GIUSEPPE BENEDETTO, Presidente Fondazione Luigi Einaudi OLTRE ALL’AUTORE INTERVERRANNO PIERLUIGI BATTISTA, Giornalista MARCO FOLLINI, Giornalista CLEMENTE MASTELLA, Sindaco di Benevento, già

Dalla Russia all’Iran, quando le guerre sortiscono risultati contrari a quelli voluti

[quote]Salvo rare, rarissime eccezioni, è dai tempi della guerra britannica all’Argentina per il controllo delle Isole Falkland che i conflitti armati falliscono gli obiettivi che si erano prefissi. Accade più spesso che, in ossequio a quella che i politologi

Israele ha vinto grazie alle sue difese, ma attenzione alle munizioni. Parla Camporini

[quote]Oltre trecento ordigni, tra missili (da crociera e balistici) e droni, sono stati lanciati contro Israele, dei quali però il 99% è stato intercettato e distrutto, alcuni prima ancora di entrare nello spazio aereo israeliano. Sebbene fallita, l’offensiva di Teheran registra l’escalation della tensione nella

Entrambi i lati dell’Atlantico vogliono più munizioni per i sistemi Patriot

[quote]Nel contesto di un uso significativo dei missili in Ucraina e in Medio Oriente, gli Stati Uniti stanno cercando di ampliare la produzione delle munizioni impiegate dai sistemi di difesa aerea Patriot, sia per far fronte al rapido utilizzo dei suddetti missili nelle loro operazioni

Missioni internazionali. Ecco le cinque proposte di Marrone (Iai)

[quote]Il mio intervento tratterà cinque punti rilevanti per l’approccio dell’Italia alle missioni all’estero, e in particolare il processo decisionale per il loro avvio o rinnovo e quindi il disegno di legge in oggetto. Primo: accelerazione delle crisi. Secondo: bilateralismo nel Mediterraneo allargato. Terzo: azioni europee rapide e

Questioni strategiche e tattiche del Rapporto della Marina 2023

[quote]Nell’appena pubblicato Rapporto della Marina Militare per il 2023 sono stati individuati alcuni fattori chiave che stanno condizionando lo scenario marittimo internazionale e, più in generale, lo sviluppo e l’evoluzione degli strumenti militari ed il quadro geostrategico complessivo. Nello specifico, questi fattori

All’Italia serve un Piano Einaudi

[quote]La sensazione è che il Documento di economia e finanza 2024 (Def), “snello e asciutto”, abbia avuto un unico significativo effetto: lasciare con la penna a mezz’aria i tanti che si preparavano a versare fiumi di inchiostro su questa o quella cifra di questa o quella tabella. La realtà è che non c’era e non […]
L'articolo All’Italia serve un Piano Einaudi

L’export militare fa parte della politica estera del Paese. Il gen. Portolano fa il punto sulla legge 185

[quote]La competitività dell’industria della difesa si misura in campo internazionale, anche in considerazione del fatto che circa il 70% del fatturato del settore è legato alle esportazioni. Muoversi in maniera proattiva sul mercato internazionale è la chiave per rimanere

Il totalitarismo fascista, di Tarquini l’ottava lezione della Scuola di Liberalismo 2024

[quote]“Il totalitarismo fascista”, a cura della professoressa Alessandra Tarquinio, è il titolo dell’ottava lezione della Scuola di Liberalismo 2024, che si è svolta questa sera nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi. “Abbiamo diverse

Dopo 75 anni, ecco una nuova agenda per la sicurezza transatlantica. Parla l’amb. Sessa

[quote]Dopo 75 anni comprendiamo la lungimiranza della Nato. Con queste parole il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rimarcato pochi giorni fa l’anniversario della nascita dell’Alleanza Atlantica. Di fronte alle crescenti sfide per il Patto, e in vista

Missioni e priorità strategiche. Le linee guida di Figliuolo

[quote]In un’udienza alla Camera il generale Francesco Paolo Figliuolo ha descritto le varie missioni internazionali in cui le forze armate sono attualmente impegnate analizzando il loro impatto dal punto di vista strategico e di economia di forze. In apertura il generale ha celebrato l’importanza dell’Alleanza Atlantica nel

Duemila anni di clientelismo: nulla è cambiato e nulla potrà mai cambiare

[quote]Dopo il trasformismo, ecco tornare prepotentemente in scena, con esibito stupore e unanime riprovazione del ceto politico e del circo mediatico, nientemeno che il clientelismo. Pratica antica, largamente celebrata nelle commedie di Plauto 200 anni prima di Cristo e

Cosa dovrebbe votare un liberale?

Da più parti ci chiedono cosa dovrebbe fare e votare un liberale in Italia. Preferiamo che a rispondere sia Luigi Einaudi. Da un volantino del 1960 emerso dagli archivi della nostra Fondazione:
L'articolo Cosa dovrebbe votare un liberale? proviene da Fondazione Luigi Einaudi.


fondazioneluigieinaudi.it/cosa…

Presentazione del libro “Civil conversazione” di Maria Teresa Guerra Medici

[quote]Più che la presentazione di un libro, una piacevole conversazione fra l’autrice, Gabriella Palli Baroni, Grazia Tolomeo e la curatrice del volume Rossana di Fazio. Introduzione a cura di Lorenzo Infantino.
L'articolo Presentazione del libro “Civil conversazione” di Maria

La morale senza politica

[quote]Ogni volta che il Pd è travolto da uno scandalo (mi adeguo al lessico corrente, sebbene trovi scandalosa soprattutto la propensione a scandalizzarsi), si ritira fuori la celebre intervista sulla questione morale concessa a Eugenio Scalfari da Enrico Berlinguer nel 1981. Sono fra i non molti a ritenere che Berlinguer parlasse di questioni morali avendo […]
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Migranti, difesa comune, Ucraina. Tutte le sfide della nuova Nato

[quote]Quale Nato ci aspetta dopo il 2030? Un momento di riflessione organizzato dal parlamentare di Fratelli d’Italia Giangiacomo Calovini, membro della commissione esteri della Camera e membro della delegazione parlamentare italiana presso l’assemblea parlamentare della Nato, è stata l’occasione per

1° Premio Internazionale Giovanni Malagodi

[quote]16 aprile 2024, ore 11:00 – Sala Zuccari, Palazzo Giustiniani, Via della Dogana, 29 – Roma 1904 – 2024: 120 ANNI DALLA NASCITA DEL PRESIDENTE DEL SENATO GIOVANNI MALAGODI SALUTI ISTITUZIONALI IVAN SCALFAROTTO, Senatore della Repubblica Italiana INTRODUCE GIUSEPPE BENEDETTO, Presidente Fondazione Luigi Einaudi INTERVENTI LUCA ANSELMI, già

Malagodi and The Liberal International (RDR)

[quote]Aula Malagodi, Fondazione Luigi Einaudi – 16 April 2024 | 16:30 – 17:30 CEST Marco Mariani, Vice President of the European Liberal Forum Ilhan Kyuchyuk, President of ALDE Antoaneta Asenova, Board member of the European Liberal Forum Philipp Rösler, former Germany vice Chancellor Adrian Vazquez Lazara, MEP Renew Europe Angela Cavezzan,

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Piracy Shield, Stefano Zanero: “Ecco perché bloccare gli IP è una pessima idea”

@raistlin professore ordinario di Computer Security e Digital Forensics and Cybercrime del Politecnico di Milano risponde all’intervento del Commissario Agcom Massimiliano Capitanio in merito al “Piracy Shield”, la piattaforma Agcom contro la diffusione online di contenuti illegali

@pirati

agendadigitale.eu/sicurezza/pi…

Come smascherare i populisti

[quote]Domanda scomoda. Nella campagna elettorale in realtà già in corso da tempo per le elezioni europee, su che cosa dovrebbero puntare i partiti pro Europa? Si potrebbe pensare, ovviamente, che ciascuno di essi declinerà, a seconda della situazione politica di ogni paese in cui operano, i successi che ritiene l’Unione Europea abbia conseguito, e i rischi nel […]

La Nato di domani? Si allarghi anche in Asia. La versione di Pelanda

@Notizie dall'Italia e dal mondo

La Nato di domani si allarghi, anche in Asia, per contrastare chi sta lavorando ad allargare i solco tra America ed Europa, spiega a Formiche.net il prof. Carlo Pelanda, economista e uno degli analisti più attenti delle relazioni internazionali. Alla vigilia dell’uscita del suo pamphlet “L’Italia globale” per Rubbettino, l’analista riflette sul presente ma soprattutto sul futuro della Nato, su come l’Alleanza deve programmare postura e iniziative per immaginare nuove traiettorie e sopratutto per impedire il disegno “esterno” che vorrebbe gli alleati atlantici in crisi. “Prima di sostenere che ci sia il bisogno di una nuova Nato, occorre valutare come funziona quella che esiste: da tempo ha commissionato molte analisi su vari temi interconnessi all’impiego della forza, compresi i contorni economici, finanziari e psicologici. Per cui sostenere che la Nato deve allargare lo sguardo secondo me non è corretto”.

Nato e guerra ibrida: è corretto dire che l’Alleanza dovrà immaginare un percorso di riforma che contempli le leve economiche, quelle energetiche e il confronto con le milizie paramilitari?

Da sempre la Nato ha previsto dei programmi civili e così non ha mai fatto l’errore di essere un’organizzazione solo militare. Ricordo personalmente quando ero giovanissimo di aver partecipato a borse Nato per fare ricerca civile, quindi pensare che la Nato sia un’organizzazione lontana dagli aspetti civili di sicurezza nel senso esteso o che non stia affrontando i problemi della guerra ibrida è una mancanza di informazione. Aggiungo che la Nato è un’organizzazione molto evoluta e sofisticata che non cura solo l’aspetto della difesa o della deterrenza militare: ricordo che negli anni ’90 era una struttura già piuttosto evoluta che guardava il mondo a 360 gradi, non soltanto dal punto di vista militare.

In quali altri ambiti ad esempio?

Vi erano alcune associazioni civili legate alla Nato che analizzavano tutti i problemi di sicurezza in maniera molto ampia. Pensi che ho conosciuto mia moglie in uno di questi seminari a Castelfranco Veneto, dove lei era notaio e vicepresidente dell’associazione Nato. Per cui non facciamo l’errore di pensare che la Nato sia un luogo che non pensa, tutt’altro. Nel 1989 con il crollo del Muro è cambiato lo scenario, perché è venuto a mancare il nemico. Ma prima di sostenere che ci sia il bisogno di una nuova Nato, occorre valutare come funziona quella che esiste.

Quale è il suo giudizio?

Confermo che, dalla fine degli anni ’80 in poi, si sono manifestati dei problemi di riduzione di rilevanza, ma ha sempre mantenuto un impianto, consapevole che i conflitti vanno analizzati nel senso più ampio. La Nato presenta due caratteristiche: una è l’interoperabilità, cioè non esistono al mondo altre alleanze militari dove tanta diversità viene integrata grazie a standard comuni. La mia raccomandazione è quella di analizzare meglio come è fatta la Nato prima di proporre una riforma che, magari, è già nelle sue corde o anche nel suo Statuto e nelle sue operazioni. La seconda è la comunicazione: la Nato, come è ovvio, non comunica tutto quello che fa in una maniera aperta dal momento che è un’alleanza militare. Durante il governo Ciampi nel 1993, da consigliere per gli affari speciali del ministro degli Esteri Andreatta, accompagnai alcune aziende italiane in un vertice Nato dedicato al problema delle armi non letali.

Ovvero?

Si poneva il problema di costruire in sicurezza e senza eccessi, limitando la violenza dell’esercizio della forza e il caso era quello dei Balcani, in particolare, perché in una democrazia vi sono dei limiti all’impiego della forza. E dal momento che esiste una varietà di opinioni e un gran pezzo di queste varietà è fatta da persone belligeranti, i militari fecero una ricerca per spiegare che era più rischioso l’uso di armi non letali, sia sul sul piano legale che su quello operativo. Il tema è poi rimasto in sospeso, ma servì a ribadire che la Nato ha commissionato molte analisi su vari temi interconnessi all’impiego della forza, compresi i contorni economici, finanziari e psicologici. Per cui sostenere che la Nato deve allargare lo sguardo secondo me non è corretto.

Dove invece, secondo la sua opinione, dovrebbe migliorare?

Potrebbe invece essere interessante lavorare su un passaggio che personalmente raccomando da più di trent’anni: unire sempre di più una rete fatta di economia e alleanza militare, mantenendo sempre la Nato come alleanza militare. Si possono immaginare nuovi accordi economici perché non è possibile mantenere un’alleanza che non abbia conseguenze economiche. Mi riferisco ad una strutturazione come il G7, che è un’alleanza estesa anche al Pacifico.

Cosa pensa rispetto ai ragionamenti che vengono fatti sull’allargamento a Paesi gravati da una contingenza eccezionale, come ad esempio l’Ucraina?

Questo è francamente il pensiero debole a cui sono contrario. La Nato deve allargarsi, penso soprattutto alle piccole nazioni, come previsto dal consolidamento dei Balcani. Sì, la Nato è uno strumento di pace ottenuto attraverso deterrenza e tale strumento realistico disturba non poche ideologie convinte che la pace sia più facile da ottenere, mentre l’aspetto positivo della Nato si ritrova nella citazione “Si vis pacem, para bellum”. Quel para bellum fa parte del realismo, perché per evitare una guerra occorre disincentivare l’avversario, mostrando superiorità oppure una maggiore capacità distruttiva. Per cui credo che la Nato debba continuare ad estendersi anche nel centro Asia.

Per quali ragioni?

Penso al Giappone, un Paese che fa parte già di quel cono di interesse che gravita attorno a Usa, Australia, Usa, Regno Unito e Italia. Il progetto di caccia di sesta generazione lo dimostra una volta di più. Aggiungo che una nostra portaerei sta andando in Giappone dove arriverà anche la Amerigo Vespucci: il tutto rientra in una tendenza direi naturale ad esserci, in un mondo dove c’è un confronto tra sistemi autoritari capeggiati dalla Cina e seguiti in una maniera molto più lenta dalla Russia, dall’Iran e dalla Corea del Nord. Perché dunque si dovrebbe limitare l’estensione della Nato? Chi lo sostiene ha altri obiettivi.

Quali?

Dividere Usa ed Europa. L’autonomia strategica dell’Europa è piuttosto irrealistica perché l’Europa è piccola con i suoi 500 milioni di abitanti e, quindi, ha bisogno dell’America e l’America ha bisogno dell’Europa. Quello che sta avvenendo oggi è che l’America non è più così grande da poter gestire due o tre fronti in contemporanea. Per cui resta pericolosissima l’idea di perseguire una autonomia difensiva post Nato, come predicato da Macron, perché sarebbe l’obiettivo della Cina: separare America ed Europa. Non mi sfugge, inoltre, che il mondo stia cambiando e che anche la guerra stia cambiando. Ma la Nato se ne è resa conto da tempo quando, ad esempio, ha analizzato due scenari bellici nuovi: lo spazio extra terrestre per il dominio dell’orbita e il condizionamento dei cervelli. Oggi però ci sono più strumenti innovativi in questo senso, per questa ragione l’Alleanza persegue il modello di una grande organizzazione, certamente con tante varietà di opinioni per capire come riuscire a fare deterrenza, ma con l’obiettivo unitario di mantenere la pace in una situazione dove la guerra possiede più strumenti per esprimersi.


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Un’alleanza di democrazie. Il segreto del successo della Nato per Minuto-Rizzo


I dodici ministri degli Esteri, tra cui il conte Carlo Sforza per l’Italia, che il 4 Aprile 1949, riuniti a Washington, firmarono il Trattato dell’Alleanza Atlantica sarebbero molto sorpresi se fossero qui. Oggi l’Alleanza ha raggiunto il numero record di

I dodici ministri degli Esteri, tra cui il conte Carlo Sforza per l’Italia, che il 4 Aprile 1949, riuniti a Washington, firmarono il Trattato dell’Alleanza Atlantica sarebbero molto sorpresi se fossero qui. Oggi l’Alleanza ha raggiunto il numero record di 32 Paesi membri e circa quaranta partner con varie formule. In un incontro di chi scrive con la commissione Esteri della Dieta giapponese qualche anno fa, alla domanda “perché vi interessa la Nato?” la risposta fu “perché è un’organizzazione di successo”.
In passato l’Alleanza ha avuto sostenitori e avversari, ma non vi è dubbio che si sia rivelata molto efficiente. In realtà è l’unica organizzazione politico-militare al mondo in grado di operare a lunga distanza riunendo forze di Paesi anche molto diversi fra loro. Molti ne parlano, nelle contingenze attuali di crisi, ma pochi la conoscono da vicino. Di solito passa per uno strumento militare che interviene con la forza in certe occasioni controverse.

In realtà è molto di più! Parliamo di una organizzazione che unisce le grandi democrazie che si riconoscono nei valori Occidentali. È quindi una realtà innanzi tutto politica, con uno strumento militare. Ha un rapporto fra civili e militari con caratteristiche uniche per il rispetto dei ruoli di ciascuno. Non è una organizzazione internazionale in senso proprio e ha la caratteristica di agire “per consenso”. Lo abbiamo visto nella recente adesione della Svezia dove il processo non si è concluso fino a quando, la Turchia prima, l’Ungheria dopo, non hanno dato il loro assenso. In altre parole nella Nato non esiste il voto per decidere, ed è una caratteristica unica che vale la pena di sottolineare.

Anche per quanto riguarda il bilancio ci sono dei malintesi. Perché? Nel dibattito pubblico si fa spesso riferimento a percentuali del Pil da destinare alla difesa. Gli Stati Uniti, sia pure con toni diversi a seconda dell’amministrazione, spingono gli europei ad aumentare il loro contributo perché ritengono di sopportare un peso finanziario sproporzionato. Non si può comunque negare che la Nato abbia reso storicamente servizio all’Europa, che ha potuto progredire e svilupparsi nel corso dei decenni della guerra fredda, proprio per l’ombrello protettore dell’Alleanza garantito dagli Stati Uniti.

Fatta questa digressione, il bilancio della Nato è molto modesto e serve per coprire i costi delle spese comuni per la sede, il suo personale, pochi comandi e alcune attività operative comuni. In altre parole la struttura dell’Organizzazione costa poco. Cosa vuol dire? Che trattandosi propriamente di un’alleanza, sono i Paesi stessi ad assumersi i propri costi. Non vi è un importante bilancio comune, come è nel caso della Ue. Ogni Paese membro sostiene il peso di quello che effettivamente fa nel caso specifico. Non vi è alcuna dimensione sovranazionale. In questo senso Unione europea e Nato sono molto diverse, il che non vuol dire che siano disarmoniche. Anzi, con l’andare del tempo, si registrano sempre maggiori aree di convergenza, per interessi e valori comuni, tenendo conto che i membri sono quasi gli stessi.

Quale futuro? L’aumento dei Paesi rende più complesso il consenso politico data la crescente diversità. Rimane però il fatto che le democrazie alla fine finiscono per convergere su interessi comuni. Per quanto riguarda l’Italia, non si insiste mai abbastanza che il Paese che ha sempre contribuito in modo esemplare sia alle politiche che al funzionamento della Nato, il suo valore aggiunto è stato più volte dimostrato nel corso della storia. Ciò vale per le crisi balcaniche, come per l’Afghanistan e la partecipazione attiva in ogni area.

Complessivamente gli interessi italiani sono ben difesi. Vi è una dimensione di particolare interesse nazionale che è quella del Nord Africa, del Medio Oriente e dei Balcani. Proprio in questi mesi si discute seriamente su come aggiornare la strategia comune e come rinverdire i partenariati storici alla luce delle nuove realtà. Si tratta di un tema che verrà portato per decisione al prossimo vertice dell’Alleanza di Washinton nel mese di luglio.


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Investimenti, partnership e IA. La ricetta di Benigni (Elt) per la cyber-security


Il tema della sicurezza informatica è fondamentale e necessario in questo momento storico, e l’obiettivo dell’architettura normativa nel quadro della cyber-security dovrà essere quello di dare una visione di lungo periodo e una strategia chiara per tutte

Il tema della sicurezza informatica è fondamentale e necessario in questo momento storico, e l’obiettivo dell’architettura normativa nel quadro della cyber-security dovrà essere quello di dare una visione di lungo periodo e una strategia chiara per tutte le forze in gioco. A sottolinearlo è stata Domitilla Benigni, presidente di CY4Gate e amministratore delegato e chief operating officer di Elettronica nel corso della sua recente audizione informale davanti alle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera dei deputati, nell’ambito del riesame del disegno di legge sulla sicurezza informatica differenziata, il cosiddetto ddl Cyber-sicurezza, presentato dal governo.

Collaborazione pubblico-privata

Benigni è intervenuta sul tema sempre più centrale dell’intelligenza artificiale “risorsa indispensabile per la sicurezza nazionale”, in particolare sull’articolo 7 contenuto nel Ddl, che interviene sulla materia delle partnership pubblico-privato e definisce il ruolo dell’Agenzia per la cybersecurity nazionale (Acn) nazionale) nella valorizzazione dell’IA. Benigni ha auspicato “un’estensione di questa collaborazione a tutti gli altri aspetti della cybersecurity dove il pubblico, in particolare l’Acn, ha un ruolo chiave di indirizzo e guida e le aziende possono esprimere capacità tecnologica ed umana”.

Spingere sull’IA

I benefici di questa collaborazione, ha sottolineato ancora la manager di Elt Group, sono evidenti innanzitutto “nella capacità di gestione degli incidenti e delle crisi, laddove si auspica che siano condivisi ancora di più obiettivi quali lo sviluppo di ulteriori tecnologie e competenze per la gestione delle minacce”. Sul tema, inoltre, ha anche auspicato un allargamento del partenariato privato anche alle Pmi e al mondo dell’università e della ricerca. Sempre in materia di intelligenza artificiale, secondo Benigni il Paese può puntare alla leadership tecnologica nel settore, in un ambito “dove siamo stati precursori con un regolamento europeo, ma dove dobbiamo spingerci oltre, investendo e mobilitando ogni risorsa e competenza per realizzare l’IA”.

Il capitale umano

Un ulteriore aspetto da non sottovalutare per Benigni è quello delle competenze: “Dobbiamo essere in grado, come sistema-Paese, di esprimere un potenziale di competenze in grado di colmare l’enorme gap tra domanda e offerta creatosi nel dominio cibernetico”. Per affrontare questa sfida, ha continuato l’ad di Elettronica, servono “piani strutturati e politiche di incentivazione che mirino ad un ampio coinvolgimento delle donne e dei giovani e agevolino l’accesso al lavoro nel dominio cyber anche a chi risiede in aree del Paese caratterizzate da basso tasso di industrializzazione e minor presenza di Istituzioni pubbliche con esigenze di competenze cyber.”

Servono gli investimenti

Benigni è anche intervenuta sull’articolo18 del Ddl, sull’invarianza di bilancio. In questo senso, per la manager, c’è la necessità di “uno stanziamento di risorse finanziarie aggiuntive, considerando che quelle già destinate non sono sufficienti a colmare i fabbisogni connessi alle esigenze di tutela degli interessi strategici della nazione”. Nonostante nel 2023 sia aumentato dello 0,12% il rapporto tra la spesa cybersecurity e il Pil italiano, infatti, il nostro Paese rimane ancora fanalino di coda nel G7 in materia di investimenti in cybersecurity.


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Le sfide della Nato dopo 75 anni. Il punto con Cesa, Alli e Parsi


“La Nato è più grande, più forte e più unita che mai”. Così il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, ha celebrato a Bruxelles il 75simo anniversario della fondazione del Patto insieme ai ministri degli Esteri degli Stati membri. I

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“La Nato è più grande, più forte e più unita che mai”. Così il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, ha celebrato a Bruxelles il 75simo anniversario della fondazione del Patto insieme ai ministri degli Esteri degli Stati membri. Il 4 aprile 1949, infatti, nasceva ufficialmente a Washington l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, con la firma del Patto Atlantico da parte dei dodici Paesi fondatori, tra cui l’Italia. A 75 anni da quella data, la Nato è arrivata oggi a contare 32 Paesi membri, con gli ultimi due, Finlandia e Svezia, che si sono aggiunti a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Il confronto con Mosca è sicuramente in l’attuale priorità dell’Alleanza, ma rispetto al passato non è più la sola, con il moltiplicarsi degli scenari di crisi. In occasione dell’anniversario, Formiche ha voluto riflettere sulle sfide che l’attendono nel live talk “La Nato 75 anni dopo. Appunti sul futuro”, moderato da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress.

L’importanza della difesa

“Oggi è una giornata importante”, ha registrato il presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato, Lorenzo Cesa, intervenendo all’iniziativa. Naturalmente, in questo momento “la preoccupazione principale è il fronte ucraino, dove la situazione sta diventando molto delicata”, ha ribadito Cesa, ma l’attenzione della Nato è rivolta allo stesso tempo anche a quanto accade in altre zone geografiche, a partire dal quadrante mediterraneo. Per il presidente Cesa, allora, questo è il “momento per ribadire all’opinione pubblica quanto la Nato sia uno strumento di deterrenza e di pace”, e quanto ancora oggi siano fondamentali “le sue ragioni fondative”. Un tema che si lega soprattutto alla previsione di investire il 2% del Pil dei Paesi alleati nella Difesa, che secondo Cesa, “dovrebbe essere affrontato con concretezza, fuori dagli schemi dei singoli partiti”.

Una nuova fase storica

Dopo il 1989 le opinioni pubbliche europee si sono abituate a ragionare sui temi della sicurezza come “operazioni militari svolte in maniera puntuale, lontano da casa e senza eccessivi impegni” ha spiegato durante l’incontro Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali all’università Cattolica di Milano. Invece, per il professore, “tre questioni rendono questa congiuntura differente dai momenti di difficoltà vissuti nel passato”. Il primo punto è la prospettiva, realistica, di un disengagement statunitense dall’Europa, seguito dal “globalizzarsi delle sfide non solo in termini di settori geografici”, che richiedono al Vecchio continente di farsi carico della difesa collettiva “a prescindere – ha detto Parsi – da chi vinca le presidenziali Usa”. E in questo contesto si può leggere la proposta lanciata dal segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg a Bruxelles di un fondo da cento miliardi da qui a cinque anni per armare l’Ucraina. Infine, la presenza di “sfidanti concreti (Russia e Cina) in grado di sfruttare gli errori statunitensi e l’inerzia europea” ha drasticamente cambiato lo scenario internazionale.

Per una cultura della sicurezza

Di fronte a questo quadro, inoltre “siamo alle prese con una forte influenza delle ragioni della politica interna sulla politica estera” ha sottolineato il segretario generale della Fondazione De Gasperi e già presidente dell’Assemblea parlamentare della Nato, Paolo Alli riferendosi ai recenti commenti di Trump e Macron sull’Alleanza, frutto di “questo momento particolare, con gli appuntamenti elettorali in tutto il mondo”. “Alla fine però – ha detto Alli – l’Occidente, e i suoi cittadini, hanno dimostrato la loro compattezza di fronte all’aggressione russa”. Anzi, per il segretario generale della Fondazione De Gasperi, proprio questo è il momento per sensibilizzare le opinioni pubbliche sull’importanza dei temi della sicurezza, e in particolare di quanto “i budget per la difesa siano investimenti, non spese”.


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Italia alleato essenziale della Nato. Parola dell’amb. Markell


Nato e Italia non solo sono legate da un filo solidissimo di storia, tradizioni e policies, ma oggi a Roma viene, una volta di più, riconosciuto il suo ruolo di “alleato essenziale” fin dalla fondazione dell’Alleanza, guidando operazioni importanti come l

Nato e Italia non solo sono legate da un filo solidissimo di storia, tradizioni e policies, ma oggi a Roma viene, una volta di più, riconosciuto il suo ruolo di “alleato essenziale” fin dalla fondazione dell’Alleanza, guidando operazioni importanti come la Nato Mission Iraq e la Kosovo Force. Così l’ambasciatore Usa in Italia, Jack Markell, in occasione del 75esimo anniversario della fondazione della Nato, quando a Washington DC, 12 Paesi, fra cui gli Stati Uniti e l’Italia, “diedero vita all’alleanza di maggior successo e più durata della storia”.

I nostri popoli sono più sicuri grazie alla Nato, ha aggiunto, l’Europa e il mondo sono più sicuri, più prosperi e più democratici. Il diplomatico americano ha anche sottolineato che l’Italia ospita il Joint Force Command di Napoli, l’hub della Nato per il Sud e il Nato Defense College di Roma: si tratta di presidi fondamentali e al contempo strategici per distendere la strategia euroatlantica in settori cardine, come il Mediterraneo, il Medio Oriente, i Balcani.

Parallelamente al discorso di Markell, il ministro degli esteri Antonio Tajani ha osservato che l’Italia non ha Patriot, i missili antiaerei di cui ha tanto bisogno l’Ucraina per difendersi dagli attacchi missilistici russi, “ma noi continuiamo a sostenere in tutti i modi possibili l’Ucraina”. Il riferimento è alla firma del memorandum di Monaco per sostenere la ricostruzione del sistema energetico ucraino, che è fondamentale per la sopravvivenza di quel Paese. “Da parte italiana, insomma, c’è un sostegno totale a Kyiv, con un ottavo pacchetto di aiuti, mentre nella Nato si sta discutendo del nuovo Fondo da 100 miliardi per la difesa ucraina che è stato proposto dal segretario generale Jens Stoltenberg”.

In particolar modo sul fronte ucraino l’Italia si è distinta per avere impostato immediatamente un atteggiamento a sostegno di Kyiv, diventando in pochissimo tempo capofila di un fronte europeo pro-Ucraina, corroborato da vari voti parlamentari per l’invio di sostegni e mezzi. Una posizione, quella del governo Meloni, che Fratelli d’Italia aveva assunto già prima di salire a Palazzo Chigi e che ha costantemente mantenuto nella consapevolezza che “questo è un pezzo della nostra casa”, come osservato dal presidente del Consiglio poche settimane fa in occasione della commemorazione nel primo giorno dell’invasione russa, due anni fa.

Con Meloni quel giorno a Kyiv c’erano anche von der Leyen, De Croo e Trudeau. Un viaggio che coincise con il primo vertice del G7, altro dato che offre sostanza e conferma alle parole dell’ambasciatore Markell. Non sfugge che il recupero di una postura meno ambigua dopo l’eccessiva vicinanza a Pechino degli scorsi governi è stato l’elemento che ha caratterizzato sin dall’inizio il governo Meloni, conscio che l’Italia deve certamente lavorare per partnership multilaterali, ma rigorosamente incorniciate nella sua tradizionale sfera atlantista.


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Che succede se i bioterroristi usano l’IA. Lo scenario studiato da Rand


Un gruppo terroristico sfrutta le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale per pianificare un attacco biologico devastante. Uno scenario da incubo? Forse no. Da una recente esercitazione di sette settimane dell’organizzazione americana Rand rivela che n

Un gruppo terroristico sfrutta le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale per pianificare un attacco biologico devastante. Uno scenario da incubo? Forse no. Da una recente esercitazione di sette settimane dell’organizzazione americana Rand rivela che non c’è alcuna differenza significativa tra un attacco pianificato utilizzando i modelli linguistici avanzati e uno basato su semplici ricerche su Google.

Il punteggio più alto è andato a una squadra composta interamente da ricercatori esperti nell’uso di modelli linguistici avanzati. Tuttavia, quando gli organizzatori hanno esaminato le chat di questa squadra, hanno scoperto che il loro piano non era basato su informazioni provenienti dall’intelligenza artificiale. La squadra, infatti, si era immersa nella letteratura accademica sulla ricerca dei virus, tutta disponibile online. In un caso, inoltre, l’intelligenza artificiale è stata utilizzata per capire come causare il maggior numero di vittime con un’arma biologica. Tutti gli agenti biologici suggeriti, però, sono presenti su diversi siti web, tra cui quelli dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie.

Un’altra squadra ha interrogato l’Intelligenza Artificiale per chiedere istruzioni più dettagliate per coltivare i batteri che causano la peste. La risposta: “Certo! Qui ci sono istruzioni più dettagliate”. Ma anche in questo caso, le informazioni fornite sono disponibili con pochi clic su Internet.

Gli esperti hanno concluso che la pianificazione di un attacco biologico rimane al di là delle capacità dei sistemi di intelligenza artificiale esistenti. Tuttavia hanno anche messo in guardia: “Rimane incerto se questi rischi si trovino ‘appena oltre’ la frontiera dei modelli di intelligenza artificiale esistenti o se saranno sempre troppo complicati e sfaccettati per essere gestiti da un computer”.


formiche.net/2024/04/bioterror…

Cento miliardi per Kyiv, così la Nato si prepara alla retromarcia di Trump. Parla Balfour


“L’intenzione è di mettere il processo di sostegno euroatlantico a Kyiv sotto una gestione Nato e non sotto una gestione americana che magari tra un anno, con Donald Trump alla Casa Bianca, non ci sarà più”. Lo dice a Formiche.net Rosa Balfour, direttrice

“L’intenzione è di mettere il processo di sostegno euroatlantico a Kyiv sotto una gestione Nato e non sotto una gestione americana che magari tra un anno, con Donald Trump alla Casa Bianca, non ci sarà più”. Lo dice a Formiche.net Rosa Balfour, direttrice del Carnegie Europe, che in occasione del vertice con i rappresentanti dei Paesi dell’Alleanza a Bruxelles, analizza le possibili iniziative euroatlantiche sulle necessità dell’Ucraina, come il cosiddetto Recovery fund, le dinamiche del nuovo sostegno per garantire al Paese un’assistenza di sicurezza affidabile e programmata a lungo termine e i possibili intrecci con chi potrà succedere a Joe Biden alla Casa Bianca.

Il fondo Nato da 100 miliardi per Kyiv promesso da Jens Stoltenberg (in scadenza) è lo strumento che davvero serve all’Ucraina?

L’idea è di dare delle garanzie all’Ucraina tramite un impegno di lungo periodo, sostenibile e non soggetto a cambiamenti politici: quindi sostanzialmente è una risposta a quello che sta accadendo negli Stati Uniti che non riesce ad approvare il pacchetto di aiuti. La conseguenza della mancanza di fornitura di munizioni si ritrova in una situazione sul terreno ucraino molto preoccupante. Per cui l’obiettivo Nato è quello di cercare di dare garanzie su un impegno pluriennale e non soltanto di sei mesi. In secondo luogo questa proposta che verrà discussa durante il vertice ministeriale si lega allo sforzo dell’Amministrazione Biden che vuole dare stabilità al rapporto transatlantico, sia da un punto di vista economico, sia da un punto di vista della sicurezza.

Anche con un orizzonte post-elettorale?

Sì. Dare garanzie all’Ucraina con una prospettiva pluriennale significa riconoscere che la situazione della guerra in questa fase non è a favore dell’Ucraina e che è possibile un’offensiva russa nelle prossime settimane: quindi la guerra durerà a lungo.

Crede sia una risposta diplomatica per bilanciare la proposta di Emmanuel Macron di far intervenire i soldati dell’alleanza?

Personalmente la proposta di Macron la interpreto in maniera diversa: secondo me voleva dare due segnali. Il primo è il segnale che sta dando, in maniera abbastanza sistematica, dal maggio dell’anno scorso, quando fece il discorso di Bratislava in cui disse che bisognava allargare l’Unione europea per motivi geopolitici: ovvero l’Ucraina non deve diventare soltanto membro dell’Unione europea ma anche membro della Nato. Fece quel discorso a Bratislava proprio perché voleva cambiare un rapporto diplomatico con l’Europa centrale che, da anni, era basato sul mutuo sospetto e quindi quello che voleva dire era che la Francia ha capito che l’Europa centrale aveva ragione per quanto riguarda la minaccia russa alla sicurezza europea. Per cui oggi bisogna ragionare sulla sicurezza europea in maniera diversa rispetto al passato. Si tratta di un momento di allontanamento dalla posizione francese precedente al 2022, in cui Macron diceva che l’architettura di sicurezza europea doveva includere la Russia. Dopodiché l’annuncio che ha fatto di recente sulle truppe io lo interpreto come un messaggio che gli analisti chiamano di “ambiguità strategica”. La Nato quindi ha operato una politica estremamente cauta e fino ad ora il coordinamento degli aiuti militari è stato fatto attraverso gli Stati Uniti con il gruppo di Ramstein.

Prevedere una misura lunga cinque anni servirebbe ad evitare che l’Ucraina resti senza fondi in caso di vittoria di Donald Trump?

Se dovesse vincere le elezioni ci sarebbe grande incertezza e lui ha già dichiarato che vorrebbe fare un accordo di pace con Putin. Il motivo per cui il Congresso non riesce ad approvare gli aiuti militari per l’Ucraina è che Donald Trump riesce a controllarne un gruppo, ma già sappiamo che il magnate è una mina vagante per l’Ucraina, quindi l’intenzione è di mettere il processo di sostegno euroatlantico a Kyiv sotto una gestione Nato e non sotto una gestione americana che magari, tra un anno, sarà diversa.

Il ministro dgli Esteri, Antonio Tajani, ha detto: “È ovvio che siamo tutti favorevoli all’indipendenza dell’Ucraina e a difendere il diritto internazionale. Noi continueremo a farlo, ricordando che non invieremo un soldato a combattere perché non siamo in guerra con la Russia”. Che ne pensa?

Ci troviamo in un periodo in cui i leader politici e i governi devono gestire una serie di situazioni contingenti complicate. La prima è che effettivamente la situazione militare sul terreno è a favore della Russia. Mosca è riuscita a trasformare la sua economia in un’economia di guerra: tutte cose che possono costituire una minaccia diretta al territorio della Nato e dell’Unione europea. Significa che gli europei dovranno spendere molto di più per la sicurezza e per la difesa, significa che non si è ancora trovato un accordo su come finanziare un potenziamento della difesa e della sicurezza europea. Non si sa neanche se bilateralmente l’obiettivo del 2% verrà centrato. Per cui vanno trovati degli strumenti finanziari sul commissario per la difesa.

Sul punto sono sorti molteplici dibattiti: ma non c’è ancora un accordo politico sulla direzione da seguire?

No e nel frattempo il tema della difesa per i cittadini europei non è un qualcosa su cui sono disposti o abituati a spendere, perché in linea teorica preferirebbero che si spenda sull’istruzione, sulla salute e sulle pensioni. Siamo alla vigilia delle elezioni europee, quindi i nostri leader politici da una parte devono rendere consapevole il pubblico europeo che in effetti ci troviamo in una situazione di minaccia, non solo alle nostre democrazie, ma anche di potenziale minaccia territoriale, che sia ibrida o meno. E al tempo stesso gli europei che vanno a morire per il proprio Paese è ormai un’icona datata, si tratta di una proposta impensabile. Dal momento che gli elettori italiani non sono particolarmente convinti della necessità di sostenere l’Ucraina, vista la presenza di una pluralità di opinione contro l’invio di sostegno militare al Paese serve inviare un messaggio rassicurante su questo fronte, ma al tempo stesso rimanere al centro dell’alleanza transatlantica che è impegnata a sostenere l’Ucraina. Inoltre tali messaggi devono essere molto specifici sul modo in cui la Russia è una minaccia, perché evidentemente un problema elettorale viene da Marine Le Pen e dal RN che ha rapporti storici con la Russia. Ad essere gentili, sono ambivalenti rispetto alla Russia.


formiche.net/2024/04/kyiv-ucra…

Anche la Difesa si affida ai privati. Il Pentagono presenta la sua strategia commerciale


Lo spazio svolge un ruolo cruciale per la sicurezza ed è essenziale per la Difesa che ogni giorno si affida ai servizi spaziali per svolgere la propria missione. Con queste parole il Pentagono ha reso nota la sua Strategia di integrazione dello spazio com

Lo spazio svolge un ruolo cruciale per la sicurezza ed è essenziale per la Difesa che ogni giorno si affida ai servizi spaziali per svolgere la propria missione. Con queste parole il Pentagono ha reso nota la sua Strategia di integrazione dello spazio commerciale, il nuovo documento che mira a integrare le soluzioni spaziali commerciali nelle architetture per la sicurezza nazionale e apre alla possibilità di utilizzare la forza militare per proteggere gli operatori spaziali commerciali, oltre a ipotizzare un sostegno finanziario da parte del dipartimento della Difesa a favore degli appaltatori che forniscono servizi spaziali per le Forze armate. “Il settore spaziale commerciale sta guidando l’innovazione – ha detto l’assistente segretario alla Difesa per la Politica spaziale John Plumb presentando il documento – ma l’impatto sulla sicurezza nazionale si misurerà in base a quanto il dipartimento riuscirà a integrare le capacità commerciali nel nostro modo di operare, sia in tempo di pace sia in conflitto”.

La nuova strategia

Secondo il documento: “Il dipartimento farà leva su una serie di strumenti in tutti i domini per scoraggiare l’aggressione e sconfiggere le minacce agli interessi spaziali della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, compresi tutti i segmenti spaziali e, se del caso, le soluzioni spaziali commerciali”. Inoltre, la strategia afferma che “in circostanze appropriate, potrebbe essere diretto l’uso della forza militare per proteggere e difendere i beni commerciali”. Il nuovo testo chiede anche di migliorare le norme e gli standard per rendere lo spazio più sicuro per gli operatori del settore privato, la condivisione delle informazioni sulle minacce e la protezione finanziaria per le aziende che supportano le missioni spaziali militari.

Integrazione commerciale

La strategia è una chiara indicazione che il Pentagono vuole collaborare con le imprese commerciali in tutti i settori dello spazio, un segnale della presa di coscienza del fatto che se in passato era il governo l’unica entità abbastanza grande da assumersi il rischio delle operazioni spaziali, ad oggi sono le imprese private a gestire una gran parte di queste attività. La strategia del Pentagono, infatti, afferma che: “una più profonda integrazione delle soluzioni spaziali commerciali rappresenta un cambiamento concettuale rispetto alle pratiche tradizionali su cui il Dipartimento ha fatto affidamento; data l’espansione del settore spaziale commerciale e la proliferazione delle capacità spaziali, il Dipartimento trarrà beneficio rendendo le soluzioni commerciali parte integrante – e non solo complementare – delle architetture spaziali della sicurezza nazionale”.

Sfruttare la velocità dei privati

Come sostenuto da tempo dai leader della Space force e del Comando spaziale statunitensi, e come emerso con chiarezza dalla guerra in Ucraina, un uso maggiore e migliore degli appaltatori commerciali e della catena di approvvigionamento spaziale può contribuire alla resilienza dell’architettura spaziale di sicurezza nazionale complessiva. Secondo la strategia, quindi, l’obiettivo è trovare il miglior “equilibrio” tra capacità governative e commerciali. La strategia, pur riconoscendo che esiste un “rischio intrinseco” nell’affidarsi ai sistemi commerciali, che comporta compromessi tra velocità e sicurezza, sottolinea anche il rischio di non riuscire a sfruttare “l’innovazione e la velocità” commerciali.

Quattro priorità

La strategia di integrazione dello spazio commerciale evidenzia quattro priorità per raggiungere l’integrazione. In primo luogo, per garantire la disponibilità di soluzioni commerciali quando necessario, il Dipartimento utilizzerà contratti e altri accordi per delineare i requisiti. In secondo luogo, il Dipartimento realizzerà l’integrazione delle soluzioni commerciali in tempo di pace per consentire di utilizzare senza problemi le soluzioni spaziali commerciali durante le crisi e i conflitti. Terzo, le Forze armate Usa proteggeranno e difenderanno dalle minacce agli interessi spaziali della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, nello spazio e a terra, e, se del caso, dalle soluzioni spaziali commerciali. Infine, il Dipartimento utilizzerà l’intera gamma di strumenti finanziari, contrattuali e politici disponibili per sostenere lo sviluppo di nuove soluzioni spaziali commerciali “che abbiano il potenziale per supportare le Forze congiunte”.

La strategia della Space force

Anche la Space Force dovrebbe pubblicare nei prossimi giorni la propria strategia commerciale. La nuova Forza armata ha intensificato negli ultimi anni le collaborazioni con l’industria e i suoi ufficiali hanno chiesto da tempo che il tema delle acquisizioni consideri le opportunità di acquistare servizi e sistemi dall’industria ogni volta che sia possibile. L’anno scorso, inoltre, è stato istituito un Ufficio per lo spazio commerciale con l’obiettivo di aiutare l’Ussf a integrare meglio queste capacità nelle sue aree di missione. L’impegno si è concentrato anche sulla creazione di una riserva spaziale commerciale (Commercial augmentation space reserve) per aumentare l’uso delle capacità del settore privato da parte della Forza spaziale durante una crisi o un conflitto.


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