Difesa comune, se l’Europa fa i conti senza l’oste. L’analisi di Camporini


La dinamica accelerata degli ultimi mesi, con la crisi in Medio Oriente che non dà segni di avviarsi verso una qualsiasi forma di evoluzione, quella ucraina dove a linee del fronte pressoché stabilizzate continuano senza soste gli attacchi aerei a tutto i
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La dinamica accelerata degli ultimi mesi, con la crisi in Medio Oriente che non dà segni di avviarsi verso una qualsiasi forma di evoluzione, quella ucraina dove a linee del fronte pressoché stabilizzate continuano senza soste gli attacchi aerei a tutto il territorio, in una riedizione della strategia di Goering, il risorgere della minaccia terrorista e le incertezze politiche dovute alle prossime stagioni elettorali, questa dinamica ha rilanciato il dibattito sull’insostenibilità di un’Europa che nel suo complesso non appare disporre di uno degli strumenti chiave della politica verso l’estero: quello di un’adeguata e credibile capacità militare.

Si rinvigorisce quindi un dibattito che, avviato a valle dell’incontro di Saint Malo del dicembre 1998, dopo i solenni impegni dello Helsinki Headline Goal, ha attraversato fasi di stanca, per non dire di paralisi. Oggi si parla nuovamente di esercito europeo, di fondi europei per la difesa, addirittura con ipotesi di eurobond, ipotesi stroncata sul nascere da Berlino. Viene addirittura lanciata dalla presidente della Commissione l’ipotesi di un Commissario per la Difesa, senza peraltro dire come dovrebbe coordinarsi e dividere i compiti con la figura dell’Alto Rappresentante.

Per chi crede fermamente nella futura ever closer Union questo è un dibattito surreale, di chi vuole costruire un tetto senza prima elevare i muri di sostegno. Dovrebbe essere ormai chiaro a chiunque che uno strumento militare comune o anche il solo impiego coordinato e sinergico delle risorse militari ha senso solo se si sa che cosa farne, se sono ben fermi gli obiettivi politici che si vogliono perseguire anche, ma non solo, con l’uso pur solamente ventilato delle capacità operative di unità armate. Anche per il solo ruolo di mediatore di conflitti, un sagace analista ha affermato che bisogna avere un revolver carico in tasca.

Tutto ciò a monte della soluzione di una miriade di altri problemi di ordine organizzativo, di comando e controllo, di struttura produttiva e industriale, per i quali nel passato sono state provate soluzioni, sempre su base contingente e occasionale, come per le missioni in Bosnia e in Macedonia, a valle di quelle Nato, o per l’Artemis del 2003 in Congo. Tutto questo per dire che sul piano organizzativo non c’è molto da inventare, ma basta aver chiaro che cosa fare e avere la determinazione di farlo in modo sistematico.

Le circostanze citate ci dicono quindi che sul piano operativo, anche a livello strategico, il rapporto Ue-Nato si può reggere su basi sufficientemente solide e chiare, come bene evidenziato dagli accordi Berlin Plus circa l’utilizzo delle strutture di pianificazione e comando dell’Alleanza Atlantica, Shape, da parte dell’Unione europea, in caso di specifiche necessità. La struttura di comando peraltro è elemento chiave e irrinunciabile per una credibile e quindi efficace postura militare e disporne può essere il primo indispensabile mattone di quella ‘autonomia strategica’ a suo tempo evocata e da taluni intesa come lo strumento per allentare il vincolo transatlantico, mentre al contrario dovrebbe essere quello per assurgere a partner ‘near peer’ in grado di negoziare autorevolmente con Washington per la definizione di politiche condivise.

Venendo agli aspetti più squisitamente tecnici, più che a vagheggiare di un esercito europeo, sarebbe il caso di puntare più modestamente, ma più concretamente ad una standardizzazione degli equipaggiamenti e dei sistemi d’arma, in modo da abbatterne drasticamente i costi unitari e di esercizio e nel caso di operazioni congiunte da poter contare sulla possibilità di mutuo supporto fra contingenti di diverse nazionalità attivando catene logistiche unitarie.
Ma anche questo appare un obiettivo difficilmente raggiungibile, per concrete motivazioni legate alla politica industriale.

Uno dei più pesanti fattori che incidono pesantemente sulla potenzialità operativa dei paesi europei nel loro complesso è la frammentazione della base industriale della difesa, che impedisce il conseguimento delle economie di scala necessarie per assicurare un sufficiente rendimento delle spese per la difesa di ciascun paese: in sintesi, si dovrebbe spendere di più, ma prima si deve spendere meglio. Ma per ovvie motivazioni legate alla difesa dell’occupazione e della base tecnologica nazionale, ogni governo difende strenuamente i propri campioni, come Dassault, Krauss-Maffei e Leonardo, per citarne solo alcuni.

Una reale politica di europeizzazione della difesa deve quindi comprendere una strategia per indurre i grandi complessi industriali a forme sempre più strette di collaborazione allo scopo di attuare progetti comuni per i principali sistemi d’arma: non si dovrebbero più verificare situazioni come quella dello sviluppo contemporaneo di due velivoli da combattimento, come Rafale e Eurofighter, con una duplicazione dei costi di sviluppo e un incremento inaccettabile dei costi di produzione e invece ci stiamo ricascando con GCAP e SCAF. La strada è quella di incentivi irrinunciabili, secondo il modello dello European Defense Fund, ma con risorse superiori di due ordini di grandezza.

Il modello Next Generation Eu, pur nella sua specifica eccezionalità, potrebbe indicare la strada, che al momento non appare percorribile per la rigida opposizione di molti stati membri, a partire dalla Germania, ma l’acuirsi delle crisi internazionali potrebbe indurre a rapidi ripensamenti, come per la crisi pandemica, aprendo la via a una nuova stagione, in cui le capacità operative dei paesi europei nel loro complesso, a sostegno di una coerente e condivisa politica estera comune, potrà ridare all’Ue il ruolo di interlocutore paritario che oggi francamente non ha.


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GE Aerospace va in borsa. Per Procacci (Avio Aero) è un’opportunità anche per l’Italia


La quotazione in borsa di GE Aerospace rappresenta una grande opportunità: poterci muovere in un’azienda completamente focalizzata sul settore aeronautico, che è da sempre la nostra identità. Ha commentato così l’amministratore delegato di Avio Aero, Ricc

La quotazione in borsa di GE Aerospace rappresenta una grande opportunità: poterci muovere in un’azienda completamente focalizzata sul settore aeronautico, che è da sempre la nostra identità. Ha commentato così l’amministratore delegato di Avio Aero, Riccardo Procacci, l’annuncio ufficiale di GE Aerospace – parent company americana della società con sede a Rivalta di Torino – quale società quotata indipendente alla Borsa di New York ereditando il ticker “GE” dopo il completamento dello spin-off di GE Vernova, una decisione che segnala il focus aerospaziale intrapreso dal gruppo Usa. Come spiegato da H. Lawrence Culp Jr., presidente e ceo di GE Aerospace: “Con il lancio delle tre società indipendenti (GE HealthCare, GE Vernova e GE Aerospace ndr) ora completato, la giornata di oggi segna l’ultimo passo epocale nella trasformazione pluriennale di GE”.

Per Procacci, presente negli Stati Uniti alla cerimonia del suono della campanella in apertura a Wall Street, “Avio Aero sta prendendo parte a un momento cruciale nella storia di GE”, indicando come “ciò significherà non solo un ulteriore impulso a nuovi investimenti e piani di sviluppo, ma anche un rafforzamento del nostro ruolo di protagonisti dell’industria europea della propulsione”. Per l’ad italiano, infatti, grazie alla partecipazione della società nei principali programmi internazionali civili e militari, “continueremo a lavorare per definire il presente e il futuro dell’industria aerospaziale, collaborando con istituzioni, università, centri di ricerca e Pmi, in Italia e in Europa. Allo stesso tempo, proseguirà il nostro impegno come partner delle Forze armate italiane, al cui servizio siamo da oltre 115 anni”.

Il lancio di GE Aerospace rappresenta il completamento del processo pluriennale di trasformazione finanziaria e operativa di GE. Negli ultimi anni, GE ha adottato diverse misure per rafforzare in modo significativo il business, tra cui una riduzione del debito di oltre cento miliardi di dollari dal 2018. Allo stesso tempo, l’implementazione e l’adozione in tutta l’azienda di Flight deck, il modello operativo lean di proprietà di GE Aerospace, e una serie di iniziative volte al miglioramento del servizio al cliente hanno permesso un cambiamento nella stessa cultura aziendale. Queste basi hanno portato alla creazione di tre società indipendenti: GE HealthCare, specializzata appunto nelle tecnologie per la salute, GE Vernova, con un focus sul settore energetico, e appunto GE Aerospace.

Con circa 44mila motori commerciali e 26mila motori militari in servizio in tutto il mondo, GE Aerospace si presenta come società specializzata a livello globale nella propulsione, nei servizi e nei sistemi. L’azienda ha generato oltre trenta miliardi di dollari di fatturato rettificato nel 2023, di cui il 70% generato dai servizi e dai forti risultati dell’aftermarket dei motori. In occasione dell’Investor Day di GE Aerospace dello scorso marzo, l’azienda ha ribadito la sua guidance per il 2024 e ha presentato una previsione finanziaria di lungo termine, con l’aspettativa di raggiungere circa dieci miliardi di dollari di utile operativo nel 2028. Inoltre, GE Aerospace ha illustrato il piano quadro di allocazione del capitale finalizzato a investire nella crescita e nell’innovazione, restituendo anche il 70-75% circa dei fondi disponibili agli azionisti.

Tra i principali programmi che vedono il coinvolgimento degli stabilimenti di Avio Aero in Italia, Polonia e Repubblica Ceca, il GE Aerospace Advanced Technology di Monaco di Baviera e il GE Engineering Design Center di Varsavia c’è l’EuroDrone, un velivolo a pilotaggio remoto (Uav) di classe Male (Medium altitude long endurance), con capacità versatili e adattabili. Le sue caratteristiche lo rendono la piattaforma perfetta per missioni cosiddette Istar, cioè di Intelligence, sorveglianza, acquisizione obbiettivi e ricognizione e per operazioni di sicurezza nazionale. Ad essere scelto come sistema di propulsione del drone è stata, infatti, la versione militare del Catalyst di Avio Aero, il primo turboelica nella storia dell’aviazione con componenti realizzate tramite additive manufacturing, che assicurano minor peso e maggior efficienza al motore.

Grazie al rapporto di compressione di 16:1, il migliore del settore, il Catalyst garantisce una diminuzione dei consumi fino al 20%, una potenza di crociera e una capacità di carico maggiore del 10% e fino a tre ore in più di autonomia in una tipica missione Uav, rispetto ai motori concorrenti nella stessa categoria. Il controllo del motore digitale Fadec (Full authority digital engine control) presente sul Catalyst, inoltre, semplifica l’integrazione tra l’avionica e l’elica, questa realizzata dalla tedesca MT-Propeller.


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Buon compleanno NATO


Settantacinque anni di pace nella libertà assicurati ai suoi Stati membri, l’alleanza politico-militare più istituzionalizzata e longeva della storia, una membership passata dagli originari 12 membri che, a Washington, il 4 aprile 1949 sottoscrissero il T

Settantacinque anni di pace nella libertà assicurati ai suoi Stati membri, l’alleanza politico-militare più istituzionalizzata e longeva della storia, una membership passata dagli originari 12 membri che, a Washington, il 4 aprile 1949 sottoscrissero il Trattato dell’Atlantico del Nord agli attuali 32, sopravvissuta alla Guerra fredda, alla sua fine e al suo ritorno: questa è la Nato. Concepita “per tenere i russi fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”, è ancora uno strumento essenziale per conseguire almeno i due obiettivi tuttora essenziali dei tre enunciati sinteticamente dal suo primo Segretario generale, Lord Ismay. Con buona pace di chi ne denuncia gli scopi bellicisti, l’Alleanza resta uno straordinario strumento di pace, essenzialmente difensivo, il solo disponibile per garantire la sopravvivenza delle democrazie occidentali.

Ma non è certo tempo di esercitarsi in vuoti trionfalismi autocelebrativi. La guerra in Ucraina, soprattutto la guerra in Ucraina, sta sottoponendo la Nato a uno stress test ben maggiore di quelli rappresentati dalle molte crisi internazionali che l’hanno vista testimone attiva o protagonista. La sensazione è che, per la prima volta, la sua credibilità – ovvero la credibilità della sua deterrenza – possa essere messa in discussione dal combinato disposto della straordinaria aggressività dei suoi nemici e da divisioni sul fronte interno. Ci sono almeno tre caratteristiche inedite nelle sfide con le quali l’Alleanza si trova a doversi misurare a tre quarti di secolo dalla sua nascita.

La prima è rappresentata dalla realistica prospettiva di un informale ma sostanziale disimpegno americano rispetto alla Nato e, più complessivamente, alla relazione transatlantica. La minaccia ha un nome e un cognome: Donald Trump. Nel caso tutt’altro che remoto che il peggior presidente americano della storia dovesse venire rieletto, il rischio di una pericolosa perdita di credibilità della solidarietà euro-americana si farebbe più reale, incoraggiando tutti gli sfidanti alla leadership globale delle democrazie. Questa leadership è sempre più incerta e contestata, ma affinché ne venisse decretato ufficialmente il tramonto, sarebbe necessario proprio dimostrare che nemmeno poste di fronte a una minaccia esistenziale al loro futuro le democrazie occidentali sono in grado di mostrare un effettivo fronte comune.
La seconda caratteristica è costituita dal moltiplicarsi e dal globalizzarsi delle sfide poste all’Occidente e alla struttura politica e istituzionale dell’ordine internazionale liberale. La gravità della guerra in Ucraina non può farci dimenticare l’emergenza mediorientale, con i rischi di allargamento del conflitto e la tessitura di alleanze sempre più strutturate tra attori locali, regionali e globali e con il saldarsi di inediti allineamenti tra attori regionali che operano in quadranti anche molto lontani, ma tutti quanti uniti dalla volontà di indebolire il ruolo degli Stati Uniti (basti pensare alle relazioni tra Hamas, Iran, Russia, Cina e Corea del nord). Né tanto meno possiamo disconoscere che l’aumento della rilevanza economica, tecnologica e militare della Cina richiama inevitabilmente l’attenzione di Washington verso il Pacifico. Non è un caso che al vertice del Galles del 2014, in cui venne assunto l’impegno dei partner a investire almeno il 2 per cento del loro Pil nella Difesa, l’inquilino della Casa Bianca era Barack Obama, il primo presidente “Pacifico” degli Stati Uniti. Ciò significa che la Nato è sempre più necessaria ma sempre meno sufficiente per garantire l’ordine liberale e che, evidentemente, i paesi europei devono farsi carico seriamente del concorso efficace alla sicurezza propria e a quella collettiva.

Terza caratteristica è che, per lo meno da 15 anni, si sono palesati degli sfidanti in grado di sfruttare gli errori americani e l’inettitudine europea. Pechino e Mosca, in primis, ma sostenute da una crescente corte di clientes (dai regimi impresentabili della Corea del nord e dell’Iran a una serie di più o meno emergenti attori del vecchio Terzo mondo) che non costituiscono ancora una “coalizione di volenterosi”, ma formano già un insieme eterogeneo che ritiene comunque che le proprie differenti aspirazioni siano meglio perseguibili nel caso di un rapido declino della leadership occidentale. Non era così, ad esempio, ai tempi dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003 e della lunga guerra civile che ne seguì.

Paradossalmente, proprio la lunga ed erronea sensazione di invulnerabilità che la Nato ha concorso ad assicurare ben oltre il disfacimento dell’Urss nel 1991, certamente interrotta traumaticamente dagli attentai dell’11 settembre 2001 (i quali peraltro diedero luogo alla controversa “guerra al terrorismo”, che concorse a confondere strategie, obiettivi e allineamenti) ha contribuito a narcotizzare le opinioni pubbliche europee rispetto alla possibilità del ritorno della guerra di aggressione sul Vecchio continente e alla sua natura di minaccia esistenziale per la sicurezza delle nostre istituzioni e alla natura liberale delle nostre società aperte. Parallelamente, la stucchevole e autocelebrativa retorica dell’Unione europea come “potenza civile”, unico gigante erbivoro in un mondo popolato di carnivori, ha fatto sì che lo sviluppo dell’Unione vera e propria, che di fatto si realizza in concomitanza con la fine della Guerra fredda e con i successivi allargamenti della Nato, si realizzasse nella condizione di espungere il tema della Difesa e della sicurezza comune dagli obiettivi e dai compiti concretamente perseguiti e realizzati dalla Ue. Per meglio dire, ha fatto sì che la distanza tra le dichiarazioni altisonanti e gli atti concreti si allargasse vieppiù, con la conseguenza ulteriormente nefasta di abituare le opinioni pubbliche europee a rimuovere il tema della sicurezza (e del suo costo) dai propri calcoli costo-beneficio.

Ecco che allora i cosiddetto “Piano Stoltenberg” (la proposta di istituire un fondo di 100 miliardi di dollari da impegnare in un quinquennio per garantire un sostegno militare all’Ucraina certo nel tempo) non rappresenta semplicemente uno stratagemma (sicuramente concordato con l’Amministrazione Biden) per sottrarre la politica occidentale verso Kyiv ai possibili esiti nefasti delle elezioni presidenziali americane (Trump) e di quelle europee (sovranisti e putiniani vari), ma implica un aumento di soggettività dell’Alleanza medesima, le cui strutture istituzionali si farebbero così promotrici di iniziative da sottoporre agli Stati membri invece che rappresentarne il semplice strumento di coordinamento delle decisioni assunte nelle 32 capitali.

La sfida più grande che attende però la Nato (e l’Unione) è quella di contribuire a una cultura politica della responsabilità e del realismo liberale nell’ambito della sicurezza comune. Se oggi il comparto industriale di Stati Uniti ed Europa riesce a malapena a garantire la produzione di un milione di proiettili da 155 millimetri (a fronte dei tre milioni russi) non è solo perché abbiamo un’industria della Difesa sottodimensionata rispetto alla magnitudine delle minacce, ma anche perché abbiamo eccessivamente deindustrializzato (e troppo invece finanziarizzato) le nostre economie, perché ci siamo cullati nella perniciosa illusione che le logiche del just-in-time della riduzione sistematica degli stock fosse applicabile anche a comparti critici come quelli della Difesa o dei vaccini. Così come fa spiegato con chiarezza e coerenza che garantire la capacità ucraina di resistere all’aggressione russa lo spettro di un confronto diretto. Perché la Russia non può permettersi di ipotizzare nessuna provocazione alla Nato mentre è impegnata in una guerra imperialista che non può vincere. E va ricordato che, in queste condizioni, la superiorità tecnologica occidentale nel settore aereo e navale fornisce un vantaggio decisivo all’Alleanza nel breve e medio periodo. Mentre sulle forze terrestri e nel lungo periodo investimenti maggiori e un aumento sostanziale degli effettivi sono temi da affrontare inderogabilmente e laicamente (potenziamento della riserva? riattivazione della leva?). È innanzitutto una battaglia culturale quella che va affrontata e vinta, nella quale si abbia il coraggio di rivendicare che esistono investimenti necessari per la sicurezza comune, senza i quali le nostre società sono esposte alla minaccia dei sistemi autocratici.

L’occasione dei 75 anni dell’Alleanza atlantica, quindi, non deve ridursi a rievocazioni storiche e discorsi d’occasione, ma piuttosto costituire uno stimolo per dire chiaro e tondo come stanno le cose e quali sono i tempi di ferro con i quali possiamo scegliere di convivere oppure di fronte ai quali possiamo decidere di soccombere.

Il Foglio

L'articolo Buon compleanno NATO proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Liberalismo, commercio e Geopolitica: è di Panebianco la settima lezione della Scuola di Liberalismo 2024


Democrazie e guerre, commercio, globalizzazione e geopolitica. Nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si è svolta questa sera la settima lezione della Scuola di Liberalismo 2024, “Liberalismo, commercio e geopolitica” a cura del professor Angel

Democrazie e guerre, commercio, globalizzazione e geopolitica. Nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si è svolta questa sera la settima lezione della Scuola di Liberalismo 2024, “Liberalismo, commercio e geopolitica” a cura del professor Angelo Panebianco. “Le sfide della sicurezza hanno un impatto sulla vita democratica, sempre”, ha detto. “Quando le democrazie sembrano funzionare bene è perché non ci sono sfide alla loro sicurezza. In Europa ci sono fratture, come quella tra nord e sud, e questo ha un peso molto forte sui processi decisionali. Abbiamo visto il tentativo di arrivare a una soluzione concordata sull’Ucraina”.

La storia dell’Europa, ha spiegato “dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente è una storia di divisioni, al contrario di quanto avvenuto in Cina. Questo rappresenta un peso perché impedisce all’Europa di raggiungere i veri obiettivi: occorre ricostituire una leadership, che prima era il motore franco-tedesco e ora non c’è più, e occorre che gli europei capiscano che devono giocarsi la competizione per i voti a livello europeo, non nazionale. Per tutti, gli interessi nazionali sono prevalenti, perché le élite conquistano il potere internamente non in Europa. Per questo la situazione di empasse è destinata a durare”.

È possibile un nuovo ordine internazionale? “Secondo me sì”, ha detto il politologo, “ma bisogna essere cauti nell’augurasi questo perché i nuovi ordini sono spesso il prodotto di un conflitto”, vedi Bretton Woods. “Esiste infatti un rapporto tra guerra e ordine internazionale. Sono tempi molto difficili perché l’assetto internazionale non ha ancora trovato il suo equilibrio. Credo che resteremo nell’incertezza”.

L’8 e il 9 giugno prossimo si terranno le elezioni europee. “Fin quando queste continueranno a svolgersi nel modo in cui si sono svolte tuttora, saranno solo un costoso sondaggio per capire chi è più forte o più debole sul piano nazionale. Quello che conta oggi è la forza relativa degli attori, dei singoli partiti che si misurano internamente. Le elezioni non sono fatte oggi per parlare dell’Europa, anche se poi è vero hanno un effetto perché cambiano gli equilibri del parlamento”.

Il manifesto di Ventotene, ha concluso Panebianco, “aveva alcuni aspetti interessanti, ma non so quanto sia attuale. Sono quei documenti che acquistano un valore simbolico. In Italia ne ha molto, ma fuori da qui non ha un valore particolarmente rilevante. Gli Stati Uniti al momento restano una metà molto lontana, perché non sono nati gli europei. L’identità europea non è, e non è mai stata, più saliente delle identità nazionali. Come ho già detto la storia dell’Europa è una storia di divisioni. Un popolo europeo può nascere solo per mezzo di un atto politico, non nascerà in modo spontaneo”.

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Presentazione del libro “Civil conversazione” di Maria Teresa Guerra Medici


Più che la presentazione di un libro, una piacevole conversazione fra l’autrice, Gabriella Palli Baroni, Grazia Tolomeo e la curatrice del volume Rossana di Fazio. Introduzione a cura di Lorenzo Infantino. L'articolo Presentazione del libro “Civil conver

Più che la presentazione di un libro, una piacevole conversazione fra l’autrice, Gabriella Palli Baroni, Grazia Tolomeo e la curatrice del volume Rossana di Fazio.

Introduzione a cura di Lorenzo Infantino.

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Presentazione dell’Osservatorio Carta, Penna e Digitale presso Assocarta


26 marzo 2024, ore 12:30, in presenza presso la sede di ASSOCARTA – Bastioni Porta Volta 7, Milano e in videoconferenza Associazione Italiana Editori, Federazione Carta e Grafica e Federazione Italiana Editori Giornale: invitano le aziende alla presentaz
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26 marzo 2024, ore 12:30, in presenza presso la sede di ASSOCARTA – Bastioni Porta Volta 7, Milano e in videoconferenza

Associazione Italiana Editori, Federazione Carta e Grafica e Federazione Italiana Editori Giornale: invitano le aziende alla presentazione del nuovo Osservatorio Carta, Penna e Digitale.

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#LaFLEalMassimo – Regole Concorrenza e Innovazione divergenza USA EU


Questa rubrica conferma in apertura il sostegno alla battaglia portata avanti dal popolo Ucraino per la difesa della propria sovranità e in via indiretta anche della nostra libertà e celebra il sacrificio degli eroi silenziosi come Navalny e rigettando le

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Questa rubrica conferma in apertura il sostegno alla battaglia portata avanti dal popolo Ucraino per la difesa della propria sovranità e in via indiretta anche della nostra libertà e celebra il sacrificio degli eroi silenziosi come Navalny e rigettando le illazioni di Putin in merito a un eventuale ruolo dell’Ucraina nell’attacco terroristico subito di recente dalla Russia.
Mente il quadro geopolitico si conferma incerto e con la concreta prospettiva che nuovi fronti di guerra si aprono sia sul campo che su altri versanti (dal commercio alla sicurezza informatica) un altro elemento di attenzione è costituito dalla curiosa “divisione del lavoro che si va delineando tra gli Stati Uniti e l’Europa

Al di là del mare Atlantico si sperimenta, si investe e si alimenta il fuoco sacro dell’innovazione, che negli ultimi decenni ha prodotto internet, gli smartphone, i social media e altre rivoluzioni tecnologiche più specifiche che hanno modificato il nostro modo di vivere e di lavorare e potrebbero farlo ulteriormente nei prossimi anni (si pensi anche solo alla possibilità di lavorare da remoto che è conosciuto una forte accelerazione durante la pandemia). In America hanno aperto la strada all’Intelligenza Artificiale generativa e si dirigono verso la sfida di quella generale, mentre in Europa ci vantiamo di aver già regolato quello che non comprendiamo ancora e creato argini e ripari da rischi che non sappiamo neanche se esistono veramente.

Con l’antitrust, che di recente ha colpito Apple, ci illudiamo di tutelare i consumatori e di sanzionare gli abusi di posizione dominante, ma di fatto puniamo il successo che non siamo capaci di conseguire e ci abbandoniamo a ritorsioni contro imprese che realizzano ogni giorno una centralità e sovranità del consumatore. Questa divisione avrà conseguenze rilevanti in futuro e si sta già sedimentando in un substrato culturale che ci vede subire passivamente il vento del cambiamento, non di rado osservandolo con sospetto e diffidenza mentre specializziamo nella regolamentazione che inizia con le migliori intenzioni, ma finisce troppo spesso per degenerare in una burocrazia autoreferenziale, che ostacola l’iniziativa individuale, l’innovazione e ci rende meno liberi e più poveri.

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Il liberalismo morale di Luigi Einaudi


Più che celebrare è opportuno ricordare Luigi Einaudi a 150 anni esatti dalla sua nascita. Qualsiasi celebrazione, infatti, corre il rischio di virare verso la retorica, retorica che per indole e per carattere erano quanto di più lontano dalla personalità

Più che celebrare è opportuno ricordare Luigi Einaudi a 150 anni esatti dalla sua nascita. Qualsiasi celebrazione, infatti, corre il rischio di virare verso la retorica, retorica che per indole e per carattere erano quanto di più lontano dalla personalità Einaudi.

Le molte vite di Einaudi si sono intrecciate sino alla sua morte: continuò ad esser un professore sia quando ebbe la guida del Ministero del Bilancio, sia quando divenne Governatore della Banca d’Italia e, infine, quando divenne, lui monarchico, Presidente della neonata Repubblica.

In ciascuna di queste attività, così come prima nell’insegnamento e nella continua opera di divulgazione che condusse da pubblicista, mantenne sempre fede al suo orientamento liberale in politica e liberista in economia.

Ed è proprio il suo liberismo che vorrei proporre in questo abbozzo di ricordo.

Certo, Einaudi era un accademico, un professore, come si è detto, che però volle sempre contribuire a chiarire, a spiegare, a render comprensibili anche le leggi dell’economia all’opinione pubblica più vasta, evitando il linguaggio iniziatico proprio dei mandarini, grazie anche ad una prosa mai paludata, sempre fresca e tersa.

Einaudi non fu un economista sistematico: resterà sempre troppo forte in lui, anglofilo dichiarato come lo fu prima di lui il Conte di Cavour, l’ascendente esercitato dall’empirismo inglese e scozzese, e quindi la continua attenzione agli insegnamenti che venivano impartiti, prima di tutto a lui ed al suo pensiero, da quella che Bobbio descrisse come la “lezione dei fatti” (1).
Einaudi partiva sempre da un esempio concreto, prendeva a proprio riferimento non l’astratto – e quindi: inesistente – homo oeconomicus, ma l’imprenditore, l’agricoltore, lo speculatore, l’operaio, per esporre il problema concreto e fornire a questo una risposta altrettanto concreta.

Se Einaudi non fu sistematico, il concretismo, l’empirismo lo vaccinarono dall’ideologismo, ovvero, e nonostante le semplificazioni, rifiutò sempre di esser dipinto come un liberista tetragono, pronto ad applicare sempre e solo la ricetta liberistica a qualsiasi problema fosse chiamato ad affrontare.

Quell’immagine liberista fu, non a caso, definita dallo stesso Einaudi, in una risposta al deputato socialista Calosso, un “fantoccio mai esistito e perciò comodo a buttare a terra” (2), respingendo, assieme al fantoccio, la stessa tesi, summa liberistica, secondo cui i singoli uomini urtandosi l’un l’altro finirebbero per fare l’interesse proprio e quello generale, definendo tale summa come una autentica “invenzione degli anti liberisti, si chiamassero o si chiamino essi protezionisti o socialisti o pianificatori”.

Perché, per Einaudi, nessuno che abbia mai letto il libro classico di colui che è considerato per antonomasia il prototipo dei liberisti, Adam Smith, potrebbe mai ammettere che si possa applicare tale fantoccio liberista allo stesso Smith. Nella Ricchezza delle nazioni, infatti, lo scozzese iniziatore della stessa scienza economica, scrisse chiaramente che “la difesa è più importante della ricchezza” assoggettando quindi i cittadini ad imposte per perseguire il bene comune, per poi scrivere parole di fuoco contro i proprietari terrieri assenteisti.

Allontanato da sé il fantoccio liberista, Einaudi chiarirà a più riprese l’essenza della sua posizione economica. Troppo spazio richiederebbe qui l’affrontare la querelle che vide contrapposto lo stesso Einaudi all’altro grande pensatore liberale, Benedetto Croce, sul tema dei rapporti tra il liberalismo politico ed il liberalismo economico. Sia detto di passata: querelle che in realtà fu per molti aspetti più apparente che reale.

Dicevo: non a caso Einaudi, nello scansare il fantoccio costruito dai suoi avversari, si richiama ad Adam Smith.
Dallo scozzese, infatti, Einaudi non ereditò solo il chiaro empirismo, ma ancora prima il fondamento morale, prima che economico, della sua impostazione anche economica.

Tanto Smith quanto Einaudi, infatti, furono, prima che economisti, dei moralisti, ovvero degli studiosi della morale umana. Sarebbe impossibile pienamente comprendere La Ricchezza delle Nazioni senza aver letta e metabolizzata la Teoria dei Sentimenti Morali dello scozzese, così come è riduttivo tentare di qualificare il pensiero economico einaudiano senza partire dal fondamento morale della sua personale interpretazione del liberalismo tout court e del liberalismo economico.

Già nel corso del primo dopoguerra, e siamo nel 1920, Einaudi si premurerà di respingere le invocazioni di coloro i quali, dopo il flagello del conflitto mondiale e i timori del biennio rosso, anelavano “l’uniformità, il comando, l’idea unica a cui tutti obbediscano, il Napoleone”(3), in conformità ad un apparente bisogno dell’animo umano, il quale “rifugge dai contrasti, dalle lotte di uomini, di partiti, di idee, e desidera la tranquillità, la concordia, la unità degli spiriti, anche se ottenuta col ferro e col sangue”(4).

A tali invocazioni Einaudi rispondeva fermamente, tanto da voler abbozzare un “inno, irruente ed avvincente … alla discordia, alla lotta, alla disunione degli spiriti”. Perché, si chiede Einaudi, si dovrebbe mai volere che lo stato abbia un proprio ideale di vita a cui “debba napoleonicamente costringere gli uomini ad uniformarsi… perché una sola religione e non molte, perché una sola opinione politica o sociale o spirituale e non infinite opinioni?”.

Nel rispondere a queste domande retoriche Einaudi fa ricorso al tema classico del conflittualismo liberale, il tema che sessant’anni prima era stato magnificamente esposto nel volume On Liberty di John Stuart Mill. Ed anche qui il richiamo non è affatto casuale: nel 1925, e siamo nel pieno della temperie fascista, Einaudi scriverà una breve ma intensa prefazione alla edizione di On Liberty edita da Piero Gobetti, descrivendo il libro del filosofo ed economista inglese come “il libro di testo di una verità fondamentale: l’importanza suprema per l’uomo e per la società di una grande varietà di tipi e di caratteri e di una piena libertà data alla natura umana di espandersi in innumerevoli e contrastanti direzioni”.

Questa sintesi einaudiana fa il paio con il principio milliano (5) “la verità può diventare norma di azione solo quando ad ognuno sia lasciata amplissima libertà di contraddirla e di confutarla. È doveroso non costringere un’opinione al silenzio, perché questa opinione potrebbe essere vera. Le opinioni erronee contengono sovente un germe di verità. Le verità non contraddette finiscono per essere ricevute dalla comune degli uomini come articoli di fede (…) la verità, divenuta dogma, non esercita più efficacia miglioratrice sul carattere e sulla condotta degli uomini”.

Violando queste massime liberali perché protettive del conflitto di idee e di opinioni, prevale l’aspirazione all’unità, all’impero di uno solo: vana chimera, per dirla con Einaudi, l’aspirazione di chi abbia “un’idea, di chi persegue un ideale di vita e vorrebbe che gli altri, che tutti avessero la stessa idea ed anelassero verso il medesimo ideale” (6).

Così, però, ammonisce l’economista piemontese, non deve essere: “il bello, il perfetto non è l’uniformità, non è l’unità, ma la varietà ed il contrasto”. Da queste premesse, che sono come si è visto premesse di indole etica e morale, deriva la vera obiezione di Einaudi contro i sostenitori dei regimi collettivisti, o pianificatori, o protezionisti.

Al liberalismo, infatti, ripugna un assetto collettivista in quanto in un simile assetto, affinché possa funzionare, non può esistere libertà dello spirito, libertà del pensiero, in quanto quei regimi economici – se si escludono i modelli comunitari volontari tipici, ad esempio, dei vecchi conventi, o dei tentativi degli Owen, dei Cabet, dei Fourier di creare società comunistiche – devono necessariamente fare affidamento ad una struttura gerarchica della società, in cui il rapporto tra uomo e uomo non può essere rapporto improntato al principio di libertà bensì al suo opposto, al principio di dipendenza.

Ed allora, ecco che il parallelo di Einaudi, che poi è l’alternativa tra i due modelli, è rappresentato dalla necessaria ed intima relazione intercorrente tra le istituzioni sociali ed economiche rispetto all’ambizione dell’uomo.

L’uomo moralmente libero, e così la società composta da uomini siffatti e che condividano il sentimento di profonda dignità della persona, non potrà che creare, o tentare di creare, istituzioni economiche simili a sé stesso (7).

In una società dove tutto è dello stato, dove non esiste proprietà privata salvo quella di pochi beni personali, dove la produzione sia organizzata collettivamente, per mezzo di piani programmati centralmente, quali individui avranno maggior facilità di emergere? Non saranno certo i migliori, ammonisce Einaudi, bensì i “procaccianti”, coloro i quali fanno premiare l’intrigo al posto dell’emulazione.

E sarà sempre su queste basi morali ed etiche che Einaudi rifiuterà la nuova economia di Walter Rathenau, ritenendo il tipo di economia proposto dal tedesco come assolutamente inconciliabile con l’idea di stato liberale (8).
Il vero contrasto, infatti, non è tra anarchia ed organizzazione, niente affatto. Il vero discrimine corre tra l’obbligo di adottare un dato metodo di organizzazione, da un lato, e la libertà di scegliere tra parecchi metodi concorrenti, di sostituire l’uno all’altro, di usarne contemporaneamente parecchi o molti.

Il primo metodo è proprio di coloro i quali abbian saggiato il frutto dell’autorità, del comando, mentre il secondo metodo è quello delle persone cui la scienza e l’esperienza abbiano fatto persuase che l’unica, “la vera garanzia della verità è la possibiltà della sua contraddizione, che la principale molla di progresso sociale e materiale è la possibilità di cercare di adottare nuove vie senza il consenso dei dottori dell’università di Salamanca, senza attendere le direttive delle ‘superiori autorità’” (9).

La storia dell’uomo aveva quindi dimostrato la lotta, ed alla fine: la supremazia, di quell’ideale di stato il quale si vuole astenere dall’imporre “agli uomini una foggia di vita. Con le guerre di religione, gli uomini vollero che non ci fosse una unità religiosa imposta dallo stato. Con le guerre di Luigi XIV, di Napoleone, e con quella ora terminata [la Prima Guerra Mondiale, N.dA.] gli uomini combatterono contro l’idea dello stato il quale impone una forma di vita politica, di vita economica, di vita intellettuale. Vinse, e non a caso, quella aggregazione di forze militari, presso cui lo stato è concepito come l’ente il quale assicura l’impero della legge (…) all’ombra del quale gli uomini possono sviluppare le loro qualità più diverse, possono lottare fra di loro, per il trionfo degli ideali più diversi. Lo stato limite, lo stato il quale impone limiti alla violenza fisica, al predominio di un uomo sugli altri, di una classe sulle altre, il quale cerca di dare agli uomini le opportunità più uniformemente distribuite per partire verso mete diversissime o lontanissime le une dalle altre. L’impero della legge come condizione per l’anarchia degli spiriti”(10).

Einaudi, si è detto, non fu un sistematico, non fu un dottrinario. Ma fu coerente. La sua coerenza vedeva perfettamente che per assicurare il pieno sviluppo della personalità umana l’intervento dello stato era non solo opportuno ma necessario. Se infatti lo stabilire i fini e gli obiettivi di una società è opera che spetta ai politici o ai filosofi, il ruolo degli economisti diviene quello di indicare via via i mezzi migliori per il raggiungimento di tali obiettivi. Ma in questo il liberismo non opera come un principio economico, non è qualcosa che si contrapponga al liberalismo etico (11): è una soluzione concreta che gli economisti daranno a quel problema loro affidato per meglio comprendere quale sia lo strumento più perfetto per raggiungere quel fine stabilito dal politico o dal filosofo.

E questi strumenti saranno quelli idonei a condurre la “lotta a fondo contro tutti coloro che nelle industrie, nei commerci, nelle banche, nel possesso terriero hanno chiesto i mezzi del successo ai privilegi, ai monopoli naturali ed artificiali, alla protezione doganale, ai divieti di impianti di nuovi stabilimenti concorrenti, ai brevetti a catena micidiali per gli inventori veri, ai prezzi alti garantiti dallo stato” (12). Ed ancora, saranno necessarie, sempre, le leggi di protezione dei più deboli come le leggi di protezione ed assistenza degli invalidi al lavoro, degli anziani, il divieto di lavoro minorile, l’accesso alla istruzione scolastica per i capaci e meritevoli privi di mezzi, il riconoscimento non solo della libertà sindacale ma della pluralità dei sindacati e del loro ruolo nel pareggiare la forza contrattuale degli imprenditori, ovvero quella stessa libertà (liberale) che aveva fatto alzare la testa agli operai del biellese che Einaudi aveva seguiti e di cui raccontò, ammirato, la dignità delle loro conquiste, elogiando non il socialismo autoritario bensì il socialismo sentimento.

Insomma, per il liberale, e in questo senso: per il liberista, l’intervento dello stato – l’impero della legge – sempre sarà necessario ogni qualvolta non si riesca diversamente a garantire l’uguaglianza dei punti di partenza, senza privilegi di nascita, nella corsa della vita. La corsa, ed il suo esito, dipenderà poi dai talenti di ciascuno – l’anarchia degli spiriti.

Ed all’economista, in ogni caso, spetterà sempre l’ingrato compito di ricordare al politico che vicino alle Oche del Campidoglio, simbolo del successo e della popolarità, si trova la Rupe Tarpea, dove si rischia di finire se non si rispettano le regole ed i principi della buona economia. Perché, dopo tutto, gli economisti piuttosto che esser divisi in fantocci dovrebbero esser divisi, come ricordava Maffeo Pantaleoni, in sole due schiere: da una parte coloro i quali conoscono la scienza economica e, dall’altra parte, coloro i quali non la conoscono.

Strade Online

(1) N. Bobbio, Profilo ideologico del novecento, Milano, 1990, 105.
(2) L. Einaudi, Corriere della Sera, 22 agosto 1948, ora ne Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Torino, 1956, 7-11.
(3) L. Einaudi, Verso la città divina, in Rivista di Milano, 20 aprile 1920. 285-287, ora in L. Einaudi, Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Bari 1954, 32-36.
(4) L. Einaudi, Verso la città divina, op. loc. cit.
(5) J.S. Mill, La libertà (1860), ed. Piero Gobetti, 1925, 3-6.
(6) L. Einaudi, Verso la città divina, op. loc. cit.
(7) L. Einaudi, Il nuovo liberalismo, in La Città Libera, 15 febbraio 1945, 3-6.
(8) L. Einaudi, in La Riforma Sociale, sett.-ott. 1918, 453-458 e passim.
(9) L. Einaudi, ult. loc. cit.
(10) L. Einaudi, Verso la città divina, op. cit.
(11) L. Einaudi, Liberismo e liberalismo, in La Riforma Sociale, marzo-aprile 1931.
(12) L. Einaudi, Lineamenti di una politica economica liberale, Roma, Partito liberale italiano, 1943.

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In Fondazione Einaudi Barbano presenta il suo nuovo libro “La Gogna”


Perché le intercettazioni continuano a essere la lingua della democrazia? Perché la distruzione di tante vite e reputazioni non basta a fermare la gogna? Il direttore de Il Riformista, Alessandro Barbano, risponde a queste domande nel suo nuovo libro “La

Perché le intercettazioni continuano a essere la lingua della democrazia? Perché la distruzione di tante vite e reputazioni non basta a fermare la gogna? Il direttore de Il Riformista, Alessandro Barbano, risponde a queste domande nel suo nuovo libro “La gogna”, edito da Marsilio, presentato questa sera nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, e lo fa attraverso l’analisi del più disastroso terremoto giudiziario della storia repubblicana: lo scandalo del Consiglio superiore della magistratura. Attraverso documenti, testimonianze e indizi inediti, o fin qui ignorati, Barbano torna “sulla scena del delitto”, nella hall dell’Hotel Champagne, dove, secondo la versione ufficiale, nella notte tra l’8 e il 9 maggio 2019, un gruppo di politici e magistrati congiurava per mettere le mani sulla procura di Roma.

Un’indagine li ha smascherati, un processo rigoroso li ha espulsi. L’autore spiega perché questo racconto non sta in piedi: troppe incompiutezze legislative, azzardi investigativi, forzature istituzionali e ipocrisie giudiziarie mostrano che, con una scientifica diffusione di intercettazioni e con una narrazione rovesciata dello scandalo, si è compiuto un cambio di potere. Di rottura della forma parla l’autore, spiegando che, in quella circostanza, “le intercettazioni sono state diffuse per la prima volta ai media in corso d’opera, cioè diffuse ai giornali quando Palamara era ancora intercettato. Questa è una cosa che non era mai successa nella storia della Repubblica”. Dopo i saluti istituzionali a cura del presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, sono intervenuti, moderati dall’avvocato Massimiliano Annetta, il professore di Diritto Penale presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Tullio Padovani, l’onorevole Enrico Costa, e il presidente di Sezione del Tribunale di Roma, Alberto Cisterna. “Leggendo il libro ho avuto la convinzione di trovarmi di fronte a un saggio di criminologia fenomenologica, secondo la quale il reato è una realtà sociale diffusa e non tutti i reati si scoprono, esiste una cifra oscura”, ha detto il professor Padovani. “Questo testo, che rappresenta un eccellente esempio di giornalismo investigativo, porta alla luce volti precisi, smaschera, e si basa su verità documentate”, ha aggiunto. “Oggi in Italia non sono divisi i poteri ma ci si divide il potere, e in questo momento storico chi ha la frazione di potere più significativa, a mio avviso, è la magistratura, che è la politica”.

“Purtroppo la giustizia oggi è poco credibile e questo per una grande responsabilità della politica, che utilizza la giustizia come una scorciatoia”, ha detto Enrico Costa. “Molti, per esempio, la usano come clava, soprattutto a livello locale: un lavoro che ho recentemente presentato rivela come su 150 sindaci indagati, a seguito di un esposto presentato dall’opposizione, di destra e di sinistra, quasi tutti sono stati prosciolti”. Nel libro di Barbano, ha aggiunto, “trovo tutte le sfumature della mia attività parlamentare, perché affronta il tema delle intercettazioni senza rilievo penale, del controllo sulle intercettazioni, parla del Trojan, che va regolato rispetto alle intercettazioni ambientali, perché molto più invasivo, del marketing giudiziario e delle prerogative parlamentari”.

È straordinario, ha concluso Cisterna, che Barbano “abbia trovato una verità che altrove è rimasta latente, nonostante abbia basato il suo lavoro su carte già consultate da altri”.

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in reply to Mario Seminerio

Dissento.
Il PD è nato moribondo.
Un partito fondato sul nulla ovvero, per dirla con Veltroni, sui Ma Anche™.
Conte non ha alcuna capacità, in nulla; figuriamoci se ha una strategia e una tattica per attuarla.
E poi il PD non è scalabile; è scalabile la segreteria, ovvero il posto più irrilevante di quel deserto di idee.
Il resto non è scalabile perché sono feudi, espugnarli o demolirli è velleitario.
L’unica cosa DAVVERO incredibile è che nel 2024 ancora si parli del PD al presente.
Questa voce è stata modificata (2 anni fa)
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Dal Ramadan agli studenti stranieri: il fact-checking di Salvini sulla scuola pagellapolitica.it/articoli/sa…

Ieri sera a Porta a Porta Salvini ha fatto alcune affermazioni in tema di scuola che meritano di essere verificate sul piano del diritto.
Dalla vicenda della chiusura della scuola di Pioltello per la fine del Ramadan alla proposta di una percentuale del 20% di alunni stranieri nelle classi, tutto ciò che non torna nelle parole di Salvini.

Ne ho scritto per Pagella Politica

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Qualche giorno fa è stato pubblicato il testo dell'annunciato disegno di legge Beneficenza, che disciplina i casi di iniziative benefiche collegate alla vendita di prodotti, traendo origine dal famoso caso Ferragni-Balocco (pandoro, e non solo).

Serviva davvero un ulteriore testo normativo?

La mia analisi su @valigiablu

valigiablu.it/ferragni-balocco…

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La nomina della commissione al Comune di Bari non è un atto dovuto.

L’arresto di una consigliera e le infiltrazioni in una municipalizzata non fanno scattare in automatico la nomina della commissione.

Prima serviva ponderare ogni elemento, inclusi i documenti che Decaro ha consegnato a Piantedosi, e che Piantedosi non ha letto.

La questione è di metodo, non di merito

editorialedomani.it/politica/i…

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C'è un grande tema che è assente nel dibattito pubblico sul caso degli accessi alle banche dati: la normativa privacy.

Cosa dispone la legge, quali misure vanno adottate per tutelare ex ante i dati custoditi e quali controlli vanno effettuati ex post per accertarsi che non vi siano state violazioni? E, soprattutto, chi è responsabile di tutto questo, e dunque di eventuali violazioni?

Nell'articolo di oggi provo a spiegare i vari profili.

phastidio.net/2024/03/21/banch…

Eppur si muove. I primi passi della Difesa comune europea secondo il gen. Caruso


Il Commissario europeo Ursula Von der Leyer l’aveva già annunciato e la prima strategia industriale europea per la difesa (European defence industrial strategy, Edis) è stata presentata, proposta dalla Commissione europea e dall’Alto rappresentante. L’att

Il Commissario europeo Ursula Von der Leyer l’aveva già annunciato e la prima strategia industriale europea per la difesa (European defence industrial strategy, Edis) è stata presentata, proposta dalla Commissione europea e dall’Alto rappresentante. L’attacco russo all’Ucraina ha evidenziato la totale inadeguatezza della Difesa comune europea e soprattutto il fatto che, a fronte di considerevoli investimenti fatti dai paesi europei, la mancanza di coordinamento e l’atavica rivalità tra i principali paesi dell’ Unione – specie nel settore dell’industria della difesa – hanno portato alla situazione attuale: l’industria europea nel suo complesso non è in grado di sostenere un conflitto ad alta intensità al pari degli eserciti europei a cui manca una struttura di comando e controllo capace di gestire una potenziale aggressione al territorio europeo. Bisogna investire di più nella difesa, ma bisogna farlo meglio e insieme. La strategia presentata punta ad acquistare in modo congiunto almeno il 40% delle attrezzature entro il 2030; garantire che, entro il 2030, almeno il 35% dell’intero valore del mercato della difesa sia in Ue; arrivare entro il 2030 ad avere il 50% ed entro il 2035 il 60% degli appalti all’interno dell’Ue.

In risposta alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, la strategia prevede anche un insieme di azioni per accrescere la prontezza industriale europea nella difesa, inclusa la proposta legislativa per un Programma industriale europeo per la difesa (Edip) e misure per garantire la disponibilità e la fornitura tempestiva di prodotti per la difesa.

I principali obiettivi dell’Edis è quello di sviluppare una visione a lungo termine per la prontezza industriale nella difesa dell’Ue e di presentare un European defence investment orogramme (Edip) – un Programma europeo degli investimenti della difesa, per promuovere la cooperazione e l’investimento negli ambiti della difesa.

La strategia si basa su un ampio processo consultivo con gli Stati membri, l’industria della difesa, il settore finanziario e il mondo accademico, e mira a rafforzare la prontezza e la capacità di risposta dell’industria europea della difesa attraverso investimenti collaborativi, miglioramento della reattività industriale, promozione di una cultura della prontezza alla difesa e cooperazione con partner internazionali strategici. Attraverso il supporto agli investimenti nel settore della difesa per adattarsi meglio al nuovo contesto di sicurezza, l’incremento dell’efficienza nella domanda collettiva di difesa dei membri dell’Ue, si spera di imprimere un passo significativo verso l’integrazione e il rafforzamento dell’industria della difesa europea, riconoscendo l’importanza della cooperazione tra gli stati membri e la necessità di adattarsi a un contesto di sicurezza in evoluzione. Attraverso il sostegno finanziario e regolamentare, come evidenziato dall’Edip, l’Ue mira a migliorare la propria autonomia strategica e la capacità di rispondere efficacemente alle sfide di sicurezza, beneficiando gli stati membri e i partner strategici.
Sarà sufficiente? Si poteva fare di più? È un primo passo e ci sono degli spunti interessanti, quanto coraggiosi che vanno verso un approccio non convenzionale, ma forse più efficace, in un momento in cui le minacce all’ Europa diventano sempre più cocenti e l’ombrello americano sembra rimpicciolirsi sempre di più con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali americane.

A mio avviso due sono i punti più qualificanti introdotti dall’ Edis.

Il primo riguarda l’introduzione di una nuova cornice giuridica nota come la Struttura per il programma di armamento europeo (Seap), progettata per superare le sfide legate alla cooperazione tra gli stati membri dell’Ue nella realizzazione di programmi d’armamento comuni. Questa nuova struttura mira a fornire procedure standardizzate per l’avvio e la gestione di tali programmi, al fine di facilitare e incentivare la cooperazione in materia di difesa.

Un aspetto significativo di questa struttura è la possibilità per gli stati membri di beneficiare di un tasso di finanziamento maggiorato nell’ambito del Programma europeo di sviluppo industriale nel settore della difesa (Edip), nonché di procedure di acquisto semplificate e armonizzate. Quando gli stati membri acquisiscono equipaggiamenti in modo congiunto tramite il Seap, operando come un’organizzazione internazionale, possono godere di esenzione dall’Iva. Inoltre, il Seap prevede un bonus per i prodotti sviluppati e acquisiti in questo contesto, a patto che gli stati membri coinvolti concordino su un approccio comune sulle esportazioni della difesa.

Inoltre, il documento chiarisce che gli stati membri, agendo attraverso il Seap, possono emettere titoli di debito per assicurare il finanziamento a lungo termine dei programmi d’armamento. Questo meccanismo consente una maggiore flessibilità nel finanziamento di programmi d’armamento di ampio respiro e di lunga durata, garantendo allo stesso tempo che l’Unione Europea non sia responsabile per l’emissione del debito da parte degli stati membri. Questa capacità di emettere titoli di debito potrebbe migliorare le condizioni di finanziamento da parte degli stati membri per i programmi d’armamento che ricevono supporto dall’Ue tramite il Seap.
Una rivoluzione copernicana, ma che vede i paesi europei confrontarsi, come sempre, tra i frugali e fiscalmente più conservatori e quelli più esposti alla minaccia da est come Polonia e Paesi baltici. Forse, per la prima volta, si mettono al centro gli Stati membri piuttosto che le grandi industrie della difesa. Gli Stati membri vengono incoraggiati a trovare accordi e alleanze strategiche tra di loro per sviluppare programmi di difesa comuni che potranno beneficiare di meccanismi dedicati e particolari forme di finanziamento.

Il secondo aspetto degno di nota è la possibilità di trasferire all’Ucraina le riserve russe congelate in Europa e Usa subito dopo l’invasione da parte di Mosca. Si tratta di circa trecento miliardi di dollari che farebbero la differenza e che contribuirebbero a finanziare la difesa di Kiev control’ aggressione russa. Sarà interessante osservare i differenti approcci al problema tra un Macron scettico sulla possibilità legali e altri – come il presidente ungherese Orban – totalmente contrari per principio. La soluzione di compromesso sembrerebbe essere di reinvestire i profitti, decisamente minori, ma sicuramente più certi.

La strategia industriale europea per la difesa segna certamente un passo significativo verso l’integrazione e il rafforzamento dell’industria della difesa europea, riconoscendo l’importanza della cooperazione tra gli stati membri e la necessità di adattarsi a un contesto di sicurezza in evoluzione. Attraverso il sostegno finanziario e regolamentare, come evidenziato dall’Edip, l’Ue mira a migliorare la propria autonomia strategica e la capacità di rispondere efficacemente alle sfide di sicurezza, beneficiando gli stati membri e i partner strategici.

Ma era la cosa giusta da fare? O meglio, era la prima cosa giusta da fare? Come sempre l’approccio europeo, anche nel campo della difesa e sicurezza europea, è prima finanziario ed economico. Napoleone Bonaparte diceva che per vincere le guerre occorrevano tre cose: Argent, argent, argent. E quindi ben vengano queste iniziative che tendono a ottimizzare le risorse per la Difesa comune, incoraggiando alleanze tra industrie europee della difesa e potenziando gli strumenti che facilitano questi approcci comuni. Ma cosa servirà una maggiore cooperazione, innovazione e resilienza industriale se poi non avremo delle Forze armate europee capaci di operare in modo integrato e con capacità multi dominio sotto un’unica struttura militare di comando controllo?

Ritengo quindi che – ancora una volta – non si abbia avuto la forza o il coraggio di affrontare il problema in modo olistico analizzando tutti gli aspetti della difesa comune europea. È chiaro che a novembre, chiunque vinca le elezioni negli Stati Uniti, ridimensionerà il proprio appoggio alla vecchia Europa e ci troveremo da soli ad affrontare gravi minacce alla nostra sicurezza. Non c’è più tanto tempo per disegnare e attuare un nuovo progetto di difesa comune europea che dovrà essere tanto più ardito quanto breve sarà il tempo per realizzarlo.


formiche.net/2024/03/primi-pas…

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I giornalisti, purché rispettino alcuni paletti, non sono imputabili di reati dei quali, se facessero un altro mestiere, potrebbero essere accusati. È la “scriminante” (giustificazione) del diritto di cronaca.

In alcuni casi la giurisprudenza ha ritenuto non imputabili i giornalisti anche per gli atti compiuti al fine di procurarsi la notizia.

Oggi su Domani

editorialedomani.it/idee/comme…

Cantieristica e subacquea, ecco i pilastri del bilancio di Fincantieri


L’underwater rappresenta la nuova frontiera in cui vogliamo guidare sempre più l’industria ed il Paese. Così ha stabilito gli obiettivi di Fincantieri l’amministratore delegato Pierroberto Folgiero, commentando i risultati dalla società presentati con il

L’underwater rappresenta la nuova frontiera in cui vogliamo guidare sempre più l’industria ed il Paese. Così ha stabilito gli obiettivi di Fincantieri l’amministratore delegato Pierroberto Folgiero, commentando i risultati dalla società presentati con il progetto di Bilancio di esercizio al 31 dicembre 2023 e il Bilancio consolidato al 31 dicembre 2023 approvati dal consiglio di amministrazione presieduto da Claudio Graziano. Fincantieri, inoltre, ha promosso anche la sua Guidance 2024, confermando per l’anno in corso i suoi obiettivi: ricavi a circa otto miliardi (per una crescita di 4,5%) e una marginalità intorno al 6%, in crescita rispetto all’anno passato di un punto percentuale. Anche rispetto al rapporto di indebitamento, è previsto un miglioramento rispetto alla Guidance del 2023 raggiungere un valore compreso tra il 5,5 e il 6,5x nel 2024, accelerando il deleveraging atteso nell’arco di piano.

I risultati

Crescono anche gli ordini, con uno sviluppo commerciale in crescita in tutti i business. Nel 2023 i nuovi ordini sono stati pari a oltre sei miliardi e mezzo (un aumento di quasi il 24% rispetto all’anno precedente) con una accelerazione del settore offshore. L’anno scorso, inoltre, sono state consegnate 26 navi da dodici stabilimenti, e fino al 2030 ci sono in portafoglio ulteriori 85 unità. Per Folgiero, i risultati sono frutto soprattutto della solida performance operativa dell’attività cantieristica militare e civile, e alla ripresa delle attività commerciali del settore offshore e delle navi speciali. Del resto, questa soddisfazione si legge anche dai numeri: i ricavi dell’azienda si sono assestati a sette miliardi e 651 milioni, in aumento del 2,8%, un Ebitda pari a 397 milioni e un margin al 5,2%.

Iniziative sull’underwater

Inoltre, l’azienda continua a puntare su nuovo settore del subacqueo. L’adesione al progetto del Polo nazionale della dimensione subacquea intende porre il gruppo al centro dei programmi di sviluppo della filiera dell’underwater, con opportunità di business puntando sulle capacità di Fincantieri di guidare l’integrazione tra l’industria della difesa e quella civile. Per quanto riguarda le iniziative già intraprese nel 2023, prosegue il programma Near future submarine della Marina militare, in cui Fincantieri svolge il ruolo di prime contractor e design authority, con l’esercizio dell’opzione del terzo sottomarino di nuova generazione U212 Nfs. Il Gruppo ha inoltre siglato un a ottobre un memorandum d’intesa con Leonardo nell’ambito della subacquea per definire iniziative e sviluppi legati a sistemi (inclusi droni subacquei) di protezione delle infrastrutture critiche sottomarine, con l’obiettivo di “creare una task force stabile comune – ha indicato Folgiero – per mettere insieme le expertise dei due grandi gruppi nell’underwater” al netto della grande esperienza del gruppo nella realizzazione di sottomarini, ne abbiamo costruiti cento”. Altro accordo importante è quello con C.A.B.I. Cattaneo, azienda specializzata nella progettazione, sviluppo e fornitura di mezzi subacquei per le forze speciali della Marina. In ambito civile, invece, Fincantieri ha siglato un memorandum con WSense, azienda di deep tech specializzata in sistemi di monitoraggio e comunicazione subacquei.

Operazione Wass?

Rimane ancora aperta la partita su Wass, specializzata in armamenti navali, siluri, sonar e sistemi di difesa subacquei (attualmente parte della divisione Sistemi difesa di Leonardo). Non è la prima volta che si vocifera di un potenziale passaggio della società a Fincantieri, e nel 2021 Leonardo l’aveva messo in vendita (insieme a Oto Melara, attiva negli armamenti terrestri) e navali, ma la potenziale cessione è rimasta congelata fino ad oggi. Per il gruppo non sarebbe la prima operazione di M&A, dato che è stato recentemente finalizzato l’accordo per l’acquisizione di Remazel, azienda globale nella progettazione e fornitura di top side equipment ad alta complessità per mezzi sottomarini. L’aggiunta di Wass rappresenterebbe per il gruppo un ulteriore passo nella direzione di diventare “la locomotiva dell’underwater”, come aveva definito la società triestina lo stesso Folgiero commentando a novembre scorso i risultati presentati dalla società nei primi nove mesi del 2023


formiche.net/2024/03/cantieris…

”La concezione liberale del diritto penale”, di Francesco Petrelli la terza lezione della Scuola di Liberalismo Il “reato penale” e il panpenalismo come sintomi della crisi della legalità e il diritto penale liberale come antidoto. Sono i temi affrontati

”La concezione liberale del diritto penale”, di Francesco Petrelli la terza lezione della Scuola di Liberalismo

Il “reato penale” e il panpenalismo come sintomi della crisi della legalità e il diritto penale liberale come antidoto. Sono i temi affrontati da Francesco Petrelli, presidente dell’Unione Camere Penali Italiane, nella lezione, “La concezione liberale del diritto penale”, che ha tenuto questa sera alla Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi.

“L’espressione ‘reato penale’ costituisce l’esempio paradigmatico della deriva del panpenalismo”, ha spiegato Petrelli. “Si tratta di fenomeni che sono il sintomo della crisi della legalità sostanziale che deve essere arginata, e il diritto penale liberale costituisce certamente un possibile antidoto contro tale deriva”.

I tanti partecipanti, in Aula Malagodi e collegati da remoto, tra cui tanti ragazzi, hanno dialogato con il presidente Petrelli sui principi che identificano il diritto penale liberale, basato sul sistema normativo delle garanzie e dunque sulla protezione dei diritti individuali, civili e politici.

L'articolo ”La concezione liberale del diritto penale”, di Francesco Petrelli la terza lezione della Scuola di Liberalismo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Antimafia, il rischio che i cittadini perdano la fiducia nello Stato


Negli Anni Cinquanta, il servizio segreto militare, Sifar, guidato dal generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo stilò 157mila dossier su uomini politici, imprenditori, alti burocrati dello Stato, personaggi pubblici. Ne seguirono ricatti ed intimidazi

Negli Anni Cinquanta, il servizio segreto militare, Sifar, guidato dal generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo stilò 157mila dossier su uomini politici, imprenditori, alti burocrati dello Stato, personaggi pubblici. Ne seguirono ricatti ed intimidazioni. Quando i fatti vennero a galla, l’attenzione pubblica di appuntò su quella che allora sembrò una mole mostruosa di dati e di personalità sotto osservazione. Poca roba, nell’era del Web.

Non c’è cittadino, oggi, che non possa ragionevolmente pensare che la propria condizione patrimoniale, le proprie vicende giudiziarie, le proprie comunicazioni, le proprie spese con carta di credito e l’intero spettro delle attività svolte in Rete, curiosità, gusti e vizi compresi, sia alla portata di chiunque grazie ad un semplice click. Il nostro privato non è mai stato così potenzialmente pubblico, la nostra vita mai così esposta al rischio di gogna mediatica.

Anche per questo i politici più spregiudicati fanno da qualche anno a questa parte di tutto per infiltrare con propri uomini le agenzie nazionali che per ragioni di sicurezza permeano il Web. Anche per questo è oggi più che mai necessario avere fiducia: fiducia nel fatto che i custodi pubblici dei nostri dati personali si attengano al più rigoroso scrupolo istituzionale. Fiducia che i numeri “mostruosi e inquietanti” (sono parole del procuratore di Perugia Raffaele Cantone) degli accessi ai dati riservati custoditi, si fa per dire, dalla Procura nazionale antimafia ha fatto svanire. Ed è questo il danno più grave che una vicenda ancora per molti versi oscura ha provocato: il crollo della fiducia non tanto nella Procura antimafia, quanto nello Stato.

Da oggi, ciascun cittadino avrà buone ragioni per sentirsi nudo di fronte al potere e di conseguenza esposto ai suoi disegni, quando non ai suoi capricci. Un sentimento spaventoso. Un sentimento e un danno la cui portata sembra sfuggire alla sensibilità grillina, movimento politico non a caso nato sulla spinta della retorica orwelliana di una trasparenza assoluta. “Male non fare, paura non avere”, ha recentemente detto parlando degli imputati innocenti il procuratore Piercamillo Davigo, cancellando con una battuta feroce secoli di cultura liberale su cui si fonda lo Stato di diritto. “Male non fare, paura non avere”, ha scritto oggi il direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio, concludendo un editoriale teso a minimizzare la portata delle notizie trafugate e, pare, commercializzate da un tenente della Guardia di Finanzia e chissà da quanti altri. Sfugge, evidentemente, il punto. Il punto non attiene alla portata delle singole notizie trafugate, ma all’atteggiamento dello Stato che quelle notizie dovrebbe custodire gelosamente così come gelosamente dovrebbe custodire e proteggere la libertà personale di ciascun cittadino.

Huffington Post

L'articolo Antimafia, il rischio che i cittadini perdano la fiducia nello Stato proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Tutti i rischi della cittadinanza a punti lavoce.info/archives/104004/tu…

Oggi, per Lavoce.info, esamino l'iniziativa dell’assessore al Welfare della Regione Lombardia, che vorrebbe introdurre una tessera sanitaria a punti per premiare chi aderisce a screening sanitari. Iniziative di questo tipo sollevano problemi di privacy, di cui serve essere consapevoli.

lavoce.info/archives/104004/tu…

Il Programma Ue per l’industria della difesa è qualcosa, ma non abbastanza. Il punto di Braghini


C’è un po’ di tutto nella proposta del commissario Thierry Breton dell’European defence industry programme (Edip), ampiamente pubblicizzata e anticipata sui media brussellesi e francesi (e non solo). Un’iniziativa che per sé stessa è un importante risulta

C’è un po’ di tutto nella proposta del commissario Thierry Breton dell’European defence industry programme (Edip), ampiamente pubblicizzata e anticipata sui media brussellesi e francesi (e non solo). Un’iniziativa che per sé stessa è un importante risultato, utile per “lavorare meglio all’interno del quadro dei Trattati, e urgente per la necessità di organizzarci in questa situazione di crisi.” Queste le affermazioni di Breton che ha delineato, oltre all’articolato quadro giuridico, anche quello finanziario. D’altra parte, Edip è considerato come programma complementare ai programmi pionieristici Asap e Edirpa e “downstream” per supportare l’industria oltre il 2025.

Il fatto che non sia ricompreso nell’Edip l’auspicato fondo europeo per la difesa con capacità fino a cento miliardi di euro tramite Eurobonds è esemplificativo, in quanto è divisivo l’argomento per la contrarietà di filosofia economica da parte di alcuni Paesi, come la Germania, anche se il tema dovrebbe rientrare a breve nell’agenda del Consiglio Ue. Servirebbe una urgente volontà politica all’interno dell’Unione europea, auspicata però da pochi Paesi, in particolare Estonia, Francia, Italia e Polonia.

Se c’era da aspettarselo, si va avanti con cautela mettendo un “chip” sul piatto per piantare la bandiera e mettere alla prova i Paesi membri, come è uso fare in ambito comunitario quando si propongono iniziative nuove. Poi si vedrà. Ma il ridimensionamento delle risorse proposte da Breton è anche quello delle ambiziose aspettative della Commissione europea e del livello di adeguatezza dell’Edip.

Una prima lettura su specifici aspetti della proposta di regolamento Edip parte dalla previsione di un miliardo e mezzo di euro dell’aumentato budget corrente per l’Edf, come “ponte” fino al 2027, per agganciarsi poi al prossimo bilancio 2028-2034, a cui aggiungere – nella prospettiva di Breton – altrettanto da varie fonti, presumibilmente come è prassi Ue (vedasi gli scambi tra Edirpa e Asap, e prima ancora con la Preparatory action for defence research) con altre risorse da recuperare tra le pieghe (capitoli o risorse non spese) del Bilancio pluriennale Ue, nonché da eventuali esenzioni dell’Iva, potenziali prestiti Bei (peraltro costosi) e finanziamenti InvestEe (come progettato prima della pandemia) per promuovere Pmi, start up e investitori.

È inoltre segnalata da Breton la potenzialità nel più lungo termine – sicuramente la durata del prossimo bilancio Ue 2028-2034 – di risorse ipotizzate intorno a trenta miliardi di euro dedicati a due cosiddetti pilastri, da una parte la crescita delle capacità industriali anche per e con l’Ucraina, dall’altra “la défense des espaces contestés” quali ad esempio cyber, settore spaziale e marittimo, in linea con la Bussola strategica.

Al riguardo, unitamente alla possibilità e agli incentivi per acquisti in comune lungo il ciclo di vita operativa di un prodotto, è altresì interessante la volontà di finanziare la fase post-Edf, andando quindi oltre gli sviluppi in collaborazione cofinanziabili dal Fondo europeo difesa. Si prevede il ricorso a “repayable grants per azioni specifiche relative alla produzione e commercializzazione di prototipi, in particolare di quelli derivanti dall’European defense fund” come descritto nella Joint communication Edis-readiness, con l’obiettivo di colmare il “commercialisation gap” tra la fine della fase di sviluppo e la fase di prototipizzazione.

Si tratta di un nuovo tassello dell’evoluzione Ue a supporto del procurement difesa e un ampliamento dell’Edf. L’approccio riprende la logica degli Ipcei che consente sussidi nazionali per ramp-up industriali e alcune attività per “first-of-a-kind” civili, con la previsione di un nuovo Ipcei dedicato alla difesa.

Si può osservare che un regolamento Edip non modifica il quadro normativo esistente, intendendo le due direttive del Pacchetto difesa, per le quali sembra opportuno avviare una riflessione circa un loro parallelo adeguamento alla situazione attuale e prospettica rispetto a quella esistente dei primi anni 2000.

Infatti, la priorità dell’Ue è rivolta a incentivare la cooperazione e il rafforzamento capacitivo e industriale rispetto alla concorrenza. Vedasi lo sviluppo di capacità e requisiti comuni tramite collaborazioni in tutte le relative fasi (R&S e procurement) con effetti di integrazione per le catene del valore e di fornitura. Ne sono un esempio le nuove cooperazioni europee in R&S e la prospettiva con Edip per incentivare acquisti congiunti tra i Paesi membri dai quali conseguono maggiori trasferimenti intra-Ue.


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Prodotti da fumo, l’approccio liberale dell’Italia. In Senato presentato lo studio della Fondazione Luigi Einaudi


In merito ai prodotti da fumo l’Italia ha un approccio insolitamente liberale, che coincide con l’orientamento della maggioranza dei cittadini e consente di tutelare al meglio la salute pubblica. È quanto emerge dallo studio della Fondazione Luigi Einaudi

In merito ai prodotti da fumo l’Italia ha un approccio insolitamente liberale, che coincide con l’orientamento della maggioranza dei cittadini e consente di tutelare al meglio la salute pubblica. È quanto emerge dallo studio della Fondazione Luigi Einaudi, “Prodotti innovativi del tabacco e della nicotina: approcci normativi a confronto”, presentato questo pomeriggio in Senato. Un lavoro svolto in collaborazione con Euromedia Research, che ha condotto un’indagine demoscopica sul tema, realizzata con il contributo di Philip Morris Italia. Presentata da Alessandra Ghisleri, l’indagine rivela che la maggioranza dei rispondenti – fumatori e utilizzatori di prodotti senza combustione, quali tabacco riscaldato e sigarette elettroniche (e-cig) – condivide l’adozione, da parte delle istituzioni italiane, di misure che favoriscano l’abbandono delle sigarette tradizionali anche attraverso l’uso di prodotti innovativi. Orientamento questo confermato da oltre il 67% di coloro che utilizzano prodotti a tabacco riscaldato ed e-cig.

Il sondaggio pone inoltre l’accento sulla necessità, da parte dei cittadini, di ricevere un’informazione più consapevole, salvi i divieti sulla pubblicità: quasi il 75% degli intervistati ritiene che, a fronte di evidenze scientifiche che indicherebbero i prodotti senza combustione quale valida alternativa alle sigarette, in una logica di potenziale riduzione del rischio, i fumatori dovrebbero avere il diritto di ricevere informazioni accurate in merito. Il 56,9% degli intervistati, inoltre, è favorevole a una regolamentazione e una fiscalità differenziata tra prodotti da fumo tradizionali e prodotti innovativi.

Il paper della Fondazione Einaudi, presentato da Sergio Boccadutri, membro del Cda della Fondazione, effettua invece una ricognizione sulla regolamentazione dei prodotti innovativi del tabacco e della nicotina, messa in atto in diversi paesi, con particolare riferimento ai prodotti senza combustione. “La cultura liberale, di cui la Fondazione Luigi Einaudi è custode, guarda con scetticismo all’efficacia dei divieti”, ha affermato il

Segretario generale, Andrea Cangini, introducendo l’incontro. “Anche in materia di prodotti innovativi del tabacco e della nicotina, alla logica proibizionista preferiamo la logica, assai più efficace, della differenziazione tra prodotti e dello stimolo all’innovazione. Fa piacere constatare che sia questo l’approccio scelto dall’Italia. Un approccio insolitamente liberale”.

Dallo studio, infatti, emergono sostanzialmente due differenti tipologie di approccio in merito alla regolamentazione dei prodotti innovativi: quello dei paesi “proibizionisti”, come la Francia, che hanno adottato un quadro regolatorio che non riconosce le differenze esistenti tra i prodotti tradizionali da fumo e i prodotti innovativi non da fumo; e quello di paesi maggiormente pragmatici e aperti all’innovazione, basato sul riconoscimento delle differenze esistenti tra i prodotti da fumo e quelli privi di combustione e sulla conseguente differenziazione normativa e fiscale.

In tal senso, l’Italia, primo produttore di tabacco tra i paesi dell’Unione europea, nonché leader al mondo nella produzione su larga scala di prodotti del tabacco riscaldato, è pioniere nelle politiche di regolazione dei prodotti innovativi, avendo adottato da tempo un framework normativo all’avanguardia, fatto proprio – nel corso degli anni – da molti paesi in Europa e nel mondo. Un approccio che di fatto garantisce migliori risultati sul piano della salute pubblica e importanti dividendi economici. Grazie a questa normativa, infatti, l’Italia si è assicurata significativi investimenti di multinazionali come Philip Morris e ha creato una filiera del tabacco che complessivamente incide per dieci miliardi sulla sua economia.

Formiche.net

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Un miliardo per l’industria della Difesa europea. Ecco la strategia di Bruxelles


È racchiusa in due nuove sigle, Edis ed Edip, l’ambizione europea per aumentare la cooperazione in fatto di acquisizioni militari europee e per contrastare di conseguenza la frammentazione dell’industria della difesa del Vecchio continente. La prima sigla

È racchiusa in due nuove sigle, Edis ed Edip, l’ambizione europea per aumentare la cooperazione in fatto di acquisizioni militari europee e per contrastare di conseguenza la frammentazione dell’industria della difesa del Vecchio continente. La prima sigla sta per European defence industrial strategy, e stabilisce la visione che la Commissione europea vorrebbe implementare per l’industria europea della difesa. Gli obiettivi della strategia sono mettere in pratica l’attitudine dell’industria di reagire in tempo alle necessità di sicurezza dell’Unione in tutto lo spettro delle capacità militari. Per fare questo, l’Unione dovrà approvare la seconda sigla, l’European defence industrial programme, un insieme di strumenti, finanziari, legali e di cooperazione, che materialmente dovranno aiutare i Paesi membri a aumentare il proprio livello di cooperazione in materia di procurement militare. Il budget previsto per l’Edip è di un miliardo e mezzo di euro, meno di quanto ci si aspettava (con Breton che aveva addirittura parlato di cento miliardi), un elemento che sicuramente peserà sulla valutazione dell’efficacia di questi nuovi provvedimenti.

La necessità per questo tipo di strumenti arriva da diverse considerazioni, non solo di carattere geopolitico. Naturalmente l’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato una sveglia per i Ventisette sulla necessità di dotarsi di strumenti di maggiore coesione nel campo della difesa, ma che l’Europa dovesse dotarsi di una migliore coesione industriale militare è una posizione presente da tempo nel dibattito continentale. Come sottolineato dal commissario Thierry Breton, “con il ritorno di conflitti ad alta intensità nel nostro continente, l’Europa non può aspettare oltre per rafforzare la capacità della base tecnologica e industriale europea della difesa di produrre di più e più velocemente”. Quello che è stato sottolineato in particolare da Bruxelles è che la natura della minaccia (e della guerra) è cambiata. Si è passati da un conflitto cosiddetto “di magazzino”, nel quale si sono impiegate cioè le risorse già disponibili nei vari arsenali dei Paesi membri, a una guerra “di produzione”, nella quale cioè c’è bisogno di garantire una continuativa produzione di piattaforme e sistemi se si vuole sostenere lo scontro (attraverso le dotazioni garantite alle Forze armate di Kiev) nel lungo periodo.

A questo si affianca la consapevolezza delle inefficienze del sistema europeo, rappresentate plasticamente dalla differenza tra piattaforme europee e statunitensi. Come registrato dalla vice presidente della Commissione europea, Margrethe Vestager, “per ogni sistema d’arma ne produciamo in Europa tre, quattro, cinque modelli diversi”. Tutto questo crea “ridondanze e inefficienze, che non sfruttano le economia di scala”. Secondo Vestager, questo comporta soprattutto il fatto che i Paesi europei sono poi costretti ad acquistare fuori dall’Ue: “Nel 2023 i Paesi membri hanno speso per il procurement cento miliardi di euro, l’80% di questa spesa è andata all’estero. Questo non è più sostenibile”. L’obiettivo dell’Ue, dunque, deve essere passare da un sistema di gestione delle crisi a una di preparazione strutturale nella gestione della propria difesa.

Cosa prevedono allora nel dettaglio queste due misure? Per quanto riguarda l’Edis, l’obiettivo è aumentare la preparazione europea attraverso la facilitazione degli investimenti. Il motto in questo caso è fare di più, meglio e insieme. Tra le principali misure adottate ci sarà la creazione del Defence industrial readiness board, composto dalla Commissione e dai Paesi membri, e un Gruppo di europeo dell’industria della Difesa che dovranno servire da camere di coordinamento sulla programmazione coordinando i vari sforzi e aiutando nella navigazione dei vari strumenti messi a disposizione. A questi si aggiunge un nuovo framework legale, lo Structure for european armament programme (Seap), che intende facilitare la cooperazione tra Stati nel corso dell’intero ciclo di vita di una piattaforma, dalla concezione al phase-out. Importante sarà anche la mappatura delle capacità già disponibili dall’Ue e delle necessità condivise dalle diverse Forze armate, grazie all’European defence projects of common interest (Edpci).

Tra le principali iniziative di Edis si trova anche l’iniziativa tesa a ridurre i rischi di investimento per l’industria della difesa attraverso degli strumenti che facilitino la riqualificazione di stabilimenti di produzione civile per necessità militari (e viceversa). Un modo per garantire una continua capacità industriale anche in tempi di pace, evitando che una volta passata l’emergenza si ritorni al “tutto come prima”. In generale, il supporto all’industria si svolgerà anche attraverso azioni mirate a settori specifici, come i droni, e nel supporto a progetti di innovazione futuri, In questo senso l’Ucraina verrà coinvolta quasi come fosse un Paese membro, con l’apertura a Kiev di un Ufficio per l’innovazione della Difesa dell’Ue.

Fondamentale sarà poi l’accesso al credito, con la Commissione che chiede alla Banca europea degli investimenti di modificare la sua policy verso il settore della difesa. Attualmente, infatti, i finanziamenti per la difesa non sono previsti dal mandato della Bei, ma le condizioni geostrategiche attuali potrebbero portare a un ripensamento di questo principio, soprattutto dal momento che, anche nel settore finanziario, si sta imponendo la visione secondo cui non può esserci sviluppo e crescita senza la sicurezza, garantita quindi anche dalla difesa. La Commissione, in particolare, spera che un cambio di passo da parte della Bei possa rappresentare uno strumento di convincimento anche per altre banche e fondi di investimento privati, attirando verso il comparto difesa nuovi finanziamenti.

Per quanto riguarda invece l’Edip, la misura è la nuova iniziativa legislativa che passerà da misure di emergenza a breve termine, adottate nel 2023 e che termineranno nel 2025, a un approccio più strutturale e a lungo termine per raggiungere la prontezza industriale della difesa. Ciò garantirà la continuità del sostegno alla base tecnologica e industriale della difesa europea, per accompagnarne il rapido adattamento alla nuova realtà. L’Edip mobiliterà un miliardo e mezzo di euro del bilancio dell’Ue nel periodo 2025-2027, per estendere la logica già usata per l’Edirpa (trecento milioni messi a disposizione per rimborsare gli acquisti se effettuati in cooperazione da almeno tre Stati membri) e l’Asap (cinquecento milioni per il supporto all’incremento della capacità di produzione europea di munizioni, dai missili ai colpi d’artiglieria, destinati sia al sostegno militare all’Ucraina, sia per rinfoltire le scorte dei Paesi membri intaccate dall’invio degli aiuti a Kiev).

Una delle novità previste dall’Edip è il Meccanismo europeo di vendita militare, volto a incoraggiare la disponibilità e a facilitare l’acquisizione di attrezzature europee in termini di tempo e di volume. Si comincerà con un catalogo delle attrezzature europee già disponibili e con la definizione di un European defence readiness pools, che sarà gestito dagli Stati membri, nei quali verranno registrati i livelli di prontezza strategica per le forze militari degli Stati membri (come il livello delle proprie riserve militari o i contratti in corso sul mercato europeo o esportazione). In base a questa disposizione ci sarà anche una clausola di solidarietà nei contratti di appalto che permetterà ai Paesi di accedere in accordi nuovi, esistenti e passati già attivi per altri Stati membri.

Per quanto riguarda gli aspetti normativi, Edip metterà a disposizione un nuovo quadro giuridico, la Struttura per il programma di armamento europeo (Seap), che dovrà facilitare e aumentare la cooperazione degli Stati membri in materia di equipaggiamenti di difesa, in piena complementarità con il quadro Pesco. Il Programma prevede anche il potenziamento delle misure di sicurezza per le supply chain della difesa, in modo da assicurare un accesso costante a tutti i sistemi necessari per la difesa europea, con strumenti per reagire a eventuali crisi di approvvigionamento.


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Non solo Aspides, il Parlamento approva anche gli aiuti a Gaza via Levante


Approvata praticamente all’unanimità la deliberazione del Consiglio dei ministri che prevedeva la partecipazione dell’Italia a tre ulteriori missioni internazionali per l’anno 2024: la European union advisory mission (Euam) in Ucraina – l’unica delle tre

Approvata praticamente all’unanimità la deliberazione del Consiglio dei ministri che prevedeva la partecipazione dell’Italia a tre ulteriori missioni internazionali per l’anno 2024: la European union advisory mission (Euam) in Ucraina – l’unica delle tre con contenuti puramente civili – e due relative alla crisi di Gaza e alle sue conseguenze nel Mediterraneo allargato, Aspides e Levante. Durante il dibattito in aula, sono stati due gli argomenti che hanno dominato la discussione: l’abbattimento del drone Houthi da parte del cacciatorpediniere Caio Duilio e il carattere difensivo che le missioni devono conservare, elemento fortemente sottolineato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, presentando il provvedimento. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha espresso la sua soddisfazione per la decisione da Ankara, dove si trova per una visita istituzionale, che ha ribadito come “le missioni militari devono fornire sicurezza ma soprattutto aprire una finestra di opportunità per la diplomazia e per la pace”.

Aspides

Particolarmente rilevante è stata l’approvazione della missione Aspides, l’iniziativa europea per proteggere il traffico navale nel mar Rosso dalla recente minaccia degli attacchi dei miliziani Houthi che affianca la missione anglo-americana di protezione del traffico navale nell’aerea del mar Rosso Prosperity guardian. È nel contesto di questa iniziativa che il Caio Duilio ha abbattuto un drone Houthi con i suoi cannoni a fuoco rapido calibro 76 prodotti dal consorzio Oto-Melara. Questa missione avrà un carattere puramente difensivo, perciò le unità navali non potranno compiere attacchi preventivi contro bersagli ostili. L’Italia ha ottenuto il comando operativo di questa missione cha sarà proprio sul cacciatorpediniere. “Con Aspides l’Italia e l’Unione europea hanno risposto in maniera coesa agli attacchi terroristici degli Houthi che stanno ostacolando la libertà di navigazione nello stretto di Bab el-Mandeb e nel mar Rosso” ha detto l’inquilino di palazzo Baracchini, aggiungendo come la missione, a carattere difensivo, “garantirà il libero transito delle navi lungo le rotte commerciali del mar Rosso, da cui dipende l’economia italiana ed europea”. Il comando tattico della missione, tra l’altro, sarà assegnato all’Italia, così come richiesto dall’Ue “e noi siamo già pronti ad assumere la responsabilità dell’importante compito assegnatoci”, ha confermato Crosetto.

Levante

L’altra missione approvata, Levante, riguarda, come spiegato da Crosetto, “l’impiego di un dispositivo militare per interventi umanitari a favore della popolazione palestinese della Striscia di Gaza”, effettuato attraverso la presenza di unità navali militari nel mediterraneo orientale. “L’Italia – ha ribadito il ministro – conferma la volontà di aiutare la popolazione palestinese, vittima delle azioni terroristiche condotte da Hamas”. La missione continuerebbe sulla scia della presenza di nave Vulcano, dotata di un ospedale di bordo con capacità diagnostiche e chirurgiche, che, negli scorsi mesi, aveva operato a largo della costa israeliana in supporto alla popolazione della striscia di Gaza. La missione si ricollega anche alle recenti iniziative, anche americane, di consegna di aiuti umanitari paracadutati direttamente sulla striscia di Gaza in supporto alla popolazione civile.

Supporto bipartisan

Tutti i partiti della coalizione di centrodestra hanno votato per l’approvazione delle missioni facendo leva, nelle loro dichiarazioni di voto, sull’importanza del traffico commerciale nel mar Rosso per il prodotto interno lordo italiano. I deputati della maggioranza hanno, infatti, evidenziato come l’azione di autodifesa del Caio Duilio contro il drone Houthi dimostri la pericolosità della minaccia e l’importanza della presenza italiana nel teatro del mar Rosso. Infine, riguardo l’operazione Levante, hanno commentato riguardo l’importanza di intervenire nel contesto della crisi di Gaza per porre fine al conflitto, per tutti conseguenza dell’attacco di Hamas, e arginare la colossale crisi umanitaria che si sta andando a creare. Anche i partiti d’opposizione hanno espresso il loro supporto per le tre missioni. Il Partito democratico ha anche lodato gli sforzi del ministro Tajani nei vari teatri di crisi, evidenziando in particolare come le linee di fragilità internazionali dimostrino l’importanza del procedere nello sviluppo di una difesa comune europea. Il Movimento cinque stelle, pur approvando le tre missioni, ha invece voluto sottolineare come non debba cambiare il carattere difensivo della missione Aspides, pur riconoscendo la centralità della difesa del traffico commerciale nel mar Rosso.


formiche.net/2024/03/voto-miss…

Nuovi droni per l’Air Force. General Atomics mette in aria il “Gregario Robot”


Anche General Atomics partecipa alla corsa per il “gregario robot”. Giovedì 28 febbraio, presso la General Atomics Gray Butte Flight Operations Facility vicino a Palmdale, in California, l’azienda ha realizzato con successo il volo sperimentale del protot

Anche General Atomics partecipa alla corsa per il “gregario robot”. Giovedì 28 febbraio, presso la General Atomics Gray Butte Flight Operations Facility vicino a Palmdale, in California, l’azienda ha realizzato con successo il volo sperimentale del prototipo del velivolo XQ-67A, un drone senza pilota sviluppato sulla base del progetto dei velivoli Gambit (realizzati sempre da General Atomics). Il prototipo rientra all’interno della categoria dei cosiddetti “collaborative combat aircraft” (Cca), ovvero quei droni comandati dall’Intelligenza Artificiale destinati a volare come “periferiche” dei più recenti e sofisticati sistemi di volo a guida umana.

Compiendo così un altro passo nel percorso di realizzazione in scala di quello che l’Air Force definisce il “primo di una seconda generazione” di velivoli unmanned, capaci di svolgere le funzioni di sensori, esche, jammers e sistemi di lancio in ausilio al “nucleo” del velivolo centrale. La nuova piattaforma fa parte del programma altamente classificato Off-Board Sensing Station (Obss) dell’Air Force Research Laboratory, che ha assegnato alla General Atomics il contratto di progettazione nel 2021, affidandogli due anni dopo anche il contratto per la costruzione effettiva del progetto. Ma General Atomics non è l’unico protagonista di questo processo: altre imprese del settore della difesa statunitense, da Boeing a Lockheed Martin, da Northrop Grumman ad Anduril, sono al momento impegnate in contratti simili con l’aviazione americana. All’inizio di questo mese, i dirigenti dell’Aeronautica Militare hanno dichiarato che la rosa dei fornitori si ridurrà a due o tre aziende nei prossimi mesi.

Partecipa alla competizione per lo sviluppo del nuovo Cca anche l’azienda Kratos, realizzatrice del drone XQ-58A “Valkyrie”, che ha realizzato il suo volo di prova la scorsa estate. Pur non essendo parte del programma Obss, anche Kratos ha realizzato il suo prototipo di gregario robot sotto l’egida del progetto Skyborg, promosso sempre dall’Air Force Research Laboratory. “Dopo il successo dell’XQ-58A Valkyrie, il primo veicolo aereo a basso costo senza equipaggio destinato a fornire ai combattenti una massa credibile e accessibile, l’XQ-67A dimostra l’approccio del telaio comune o ‘Genus’ alla progettazione, alla costruzione e al collaudo dei velivoli”, ha dichiarato un portavoce dell’ente.

Lo sviluppo di queste tecnologie è di primaria importanza per l’aviazione di Washington, che ha visto la necessità di potenziare la sua dimensione quantitativa così da essere in pronta nell’eventualità di un confronto militare con potenze ostili come la Repubblica Popolare Cinese, che a sua volta sta sia aumentando il numero di apparecchi attivi nella sua forza aerea, che rafforzando le sue capacità di difesa anti-aerea nel teatro del Pacifico. Nello stesso periodo in cui il Valkyrie svolgeva il suo battesimo dell’aria, il Mitchell Institute for Aerospace Studies realizzava una simulazione atta a valutare l’impatto dei Cca in uno scenario di scontro bellico con la People Liberation Army, ma anche a contribuire al processo di implementazione di questi sistemi nella struttura della Us Air Force.


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Era “solo” un drone. Il punto di Arditti


Nave Caio Duilio ha abbattuto un drone giunto a sei chilometri di distanza con aria minacciosa, nel corso della missione appena iniziata per la protezione delle vie di navigazione che passano per il Mar Rosso. Un drone certamente spedito dalle milizie Hou

Nave Caio Duilio ha abbattuto un drone giunto a sei chilometri di distanza con aria minacciosa, nel corso della missione appena iniziata per la protezione delle vie di navigazione che passano per il Mar Rosso. Un drone certamente spedito dalle milizie Houthi, che operano sulle coste dello Yemen con il supporto tecnico e finanziario dell’Iran (e non solo).

L’atto di guerra difensiva viene oggi commentato con pacatezza dal ministro della Difesa in una lunga intervista sul Corriere della Sera, nella quale Guido Crosetto ricorda i limiti costituzionali in cui operano le nostre forze armate e poi però aggiunge, ancora una volta, un deciso appello alle nazioni europee affinché prendano con decisione la strada della difesa comune.

Tutto di buon senso, dunque, a cominciare dalle parole del ministro.

Però dobbiamo anche avere il coraggio di guardare le cose come stanno nel loro insieme, proprio a partire dall’episodio che ha coinvolto il cacciatorpediniere lanciamissili italiano, una delle unità di punta della nostra Marina Militare.

E allora se vogliamo fare questo esercizio fino in fondo dobbiamo dire che il ministro della Difesa dovrà prepararsi a molte occasioni di commento ad azioni che coinvolgono le nostre forze armate, perché nel futuro (quello prossimo, non quello lontano) lo scenario richiederà necessariamente un impegno massicciamente rafforzato.

Anzi, dico di più: l’episodio che oggi conduce Crosetto a una intervista di commento, episodio che oggi ci appare rilevante (è in prima pagina su tutti i giornali stamattina), ha buone possibilità di finire presto al posto giusto nella gerarchia delle notizie di carattere militare, cioè al fondo della classifica.

Un drone in volo verso una nave è certamente un atto ostile (sarebbe interessante capire di che tipo, sempre che esista questa informazione), ma è soprattutto un test, per vedere la reazione.

Nel mondo, infatti, è forte la convinzione che le forze armate dei Paesi europei sono pronte alle azioni militari “a distanza” (raccolta informazioni con ogni mezzo disponibile, supporto alla logistica, addestramento truppe, assistenza sanitaria, fornitura armamenti) ma assai meno in grado di operare in un teatro bellico reale e di ampia portata, cioè non circoscritto nel tempo e nello spazio (come sta accadendo in Ucraina e anche in Medio Oriente, per non parlare della Siria, della Libia e di varie zone dell’Africa).

Forze Armate cioè dotate di elevata capacità tecnologica e di personale ad alta specializzazione, ma fragili sotto il profilo dell’esperienza sul campo e anche della dotazione adeguata a operare per settimane o mesi in zona di combattimento, chiarito (per chi legge) che se vi è una certezza nelle guerre moderne (e ibride) è l’enorme consumo di materiali di ogni genere.

Allora è il caso di ribadire che il ministro dice cose sagge e lungimiranti.

Ma è anche il caso di ricordare che l’abbattimento di un drone da parte di una nave moderna (il sistema Paams disponibile su Caio Duilio e su Andrea Doria costa circa 200 milioni di euro) è tecnicamente poco più che ordinaria amministrazione.

Diventa eccezionale per forze armate sin qui relativamente poco abituate a operare.

Ma il futuro prossimo ha ottime possibilità (purtroppo) di essere assai diverso dal recente passato.

Il tempo stringe.


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L’Italia spara nel Mar Rosso. Roma è parte della difesa collettiva


Quello che accade nel Mar Rosso “dimostra quanto ci sia bisogno di essere concentrati su un quadrante fondamentale per i nostri interessi”, perché “lì passa il 15 per cento del commercio globale: in mancanza di questa rotta, passando per il Capo di Buona

Quello che accade nel Mar Rosso “dimostra quanto ci sia bisogno di essere concentrati su un quadrante fondamentale per i nostri interessi”, perché “lì passa il 15 per cento del commercio globale: in mancanza di questa rotta, passando per il Capo di Buona Speranza, rischiamo di avere un incremento del prezzo dei prodotti”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, parlando dal Canada – seconda tappa del tour nordamericano da leader annuale del G7 – parla del tema del giorno: l’Italia è tornata a sparare. Sabato pomeriggio, il cannone da 76mm della Caio Duilio ha abbattuto un drone nel Mar Rosso, uno di quelli di fabbricazione iraniana che da mesi la milizia yemenita Houthi utilizza per bersagliare il traffico commerciale tra Europa e Asia.

La connettività lungo le rotte indo-mediterranee è stata disarticolata di fatto, le condizioni di sicurezza depauperate, tempi (e dunque costi) delle spedizioni stanno già aumentando. Per l’Italia, che dalla guida del G7 intende dare particolare rilievo al tema “connettività”, è una questione di politica internazionale tanto quanto di sicurezza collettività – come già dimostrato nella riunione ministeriale sui Trasporti che ha anticipato in via eccezionale l’incontro del gruppo previsto a Milano, ad aprile, proprio per affrontare insieme la questione dei collegamenti euro-asiatici messi in crisi dagli Houthi.

“Gli attacchi terroristici degli Houti sono una grave violazione del diritto internazionale e un attentato alle sicurezza dei traffici marittimi da cui dipende la nostra economia. Questi attacchi sono parte di una guerra ibrida, che usa ogni possibilità, non solo militare, per danneggiare alcuni paesi e agevolarne altri”, spiega nel comunicato della Difesa il ministro Guido Crosetto, che già in passato, in occasione dell’audizione alla Commissione Esteri e Difesa del Senato aveva parlato di “guerra ibrida”, alludendo al fatto che gli Houthi hanno fornito a Mosca e Pechino un lasciapassare – garantendo che le navi russe e cinesi non sarebbero finite sotto i loro colpi.

Secondo le informazioni diffuse dalla Difesa, l’analisi del tracciato del drone yemenita dimostrava che si sta dirigendo verso il cacciatorpediniere lanciamissili italiano, il quale, valutata la telemetria, ha preferito l’uso del sistema Ciws, il cannone Super Rapido. Il drone era a 6 chilometri dell’imbarcazione della Marina. Già successo nei giorni scorsi qualcosa di simile alla tedesca Hessen – che ha a sua volta fatto fuoco, non senza aver rischiato prima di abbattere un drone americano – e alla francese Languedoc, da tempo impegnata in attività nella regione. Era dalla Seconda guerra mondiale che una nave italiana non veniva attivata in un confronto cinetico del genere.

È in questo contesto che l’Italia si avvia al passaggio parlamentare definitivo per dare effettivo mandato alle forze che Roma ha promesso alla missione “Aspides” – avviata dal 19 febbraio dall’Ue per proteggere la sicurezza collettiva lungo quelle rotte. Quando martedì inizierà la discussione in Senato, sui nostri legislatori peserà un’agenda europea: Bruxelles ha infatti affidato il ruolo di Force Commander all’Italia, e il Caio Duilio dovrà dirigere il teatro operativo. Il voto dovrà essere rapido, come fatto da altri partecipanti europei come Francia, Germania e Grecia, perché l’emergenza è in atto e gli assetti in acqua sono già impegnati in attività contro forze ostili. Dal cacciatorpediniere della Marina dipenderà il coordinamento generale, dunque il suo valore è cruciale.

Contestualmente, il Parlamento andrà anche ad autorizzare la guida italiana della missione EuNavFor “Atalanta”, per la lotta alla pirateria nell’Oceano Indiano occidentale, e della CTF 153, task force delle Combined Maritime Forces – forze multinazionali attive sempre nella stessa regioni a cui è ascritta l’operatività di “Prosperity Guardian”, operazione a guida americana pensata proprio come forma di difesa dagli attacchi degli Houthi, parallela a quella offensiva anglo-americano, “Poseidon Archer”.

Oltre al Caio Duilio, altri due assetti italiani saranno attivati nel quadrante, dove Roma proietta il suo interesse nazionale, in un contesto effettivamente delicatissimo che ha già comportato un impegno tecnico-militare pro-attivo. Contesto che potrebbe inasprirsi, perché gli Houthi sono abituati alla guerra guerreggiata almeno da un decennio e – nonostante gli attacchi a guida statunitense abbiamo in parte degradato le loro capacità di azione – non sembrano interessati a fermarsi.

I miliziani yemeniti, connessi al network internazionale dei Pasdaran, dicono di colpire i mezzi alleati d’Israele per difendere i palestinesi della Striscia di Gaza invasa, ma in realtà sfruttano l’occasione per darsi una standing internazionale da sfruttare al tavolo negoziale sulla guerra civile in Yemen (su cui hanno già ottenuto risultati). Anche questa sovrapposizione di interessi, oltre ai rischi ibridi espressi da Crosetto, rende chiaro il livello dell’impegno non-ordinario che l’Italia si trova davanti, dal quale però non può sottrarsi. A maggiore ragione in questo momento di centralità internazionale del governo Meloni – che ha l’occasione di essere Paese riferimento nel Mediterraneo.


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#laFLEalMassimo – Roberto Redsox e altri eroi silenziosi


La scorsa settimana, in questa rubrica che parla di libertà ho tracciato un parallelo tra due Eroi silenziosi Alexei Navalny e Giacomo Matteotti, auspicando che Putin possa fare la fine di Mussolini e sperando che non ci voglia una guerra mondiale per ott

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La scorsa settimana, in questa rubrica che parla di libertà ho tracciato un parallelo tra due
Eroi silenziosi Alexei Navalny e Giacomo Matteotti, auspicando che Putin possa fare la fine di Mussolini e sperando che non ci voglia una guerra mondiale per ottenere questo risultato.
In un periodo caratterizzato dal rumore mediatico e dalle distorsioni generate dalla
propaganda di regime è importante prendere una posizione chiara e senza ambiguità,
questa rubrica si schiera dalla parte dalla parte del popolo ucraino e di tutti coloro che in
Russia, si oppongo a un regime che minaccia la pace e la libertà di tutte le società aperte.
Si licet magnis componere parva in questo episodio vorrei parlare di un altro eroe silenzioso,
il tassista Roberto Redsox, che viene perseguitato perché ha l’ardire di affermare la verità e
rispettare la legge, in circostanze surreali, che sembrano tratte da un libro di Kafka e sono
indegne di una paese civile.

A qualcuno può sembrare esagerato parlare di eroe silenzioso e di coraggio a fronte della
pubblicazione di qualche post si social, ma siamo ancora una volta al dito che indica la luna:
Roberto si oppone a una prassi diffusa e incredibilmente tollerata e incoraggiata dalle
istituzioni, nel farlo si mette contro un’intera categoria e uno strato di popolazione ottuso,
conservatore e illiberale.

Ognuno di noi ha la possibilità nel quotidiano di dare un contributo proporzionato alle
circostanze in cui si trova, ma la maggioranza di noi preferisce voltarsi altrove, far finta di
niente, per pigrizia, indolenza, irresponsabilità. Mahatma Gandi ci invitava ad essere il
cambiamento che vogliamo nel mondo e Rooberto a suo modo lo sta facendo
La FLE al massimo si schiera senza ombra di dubbio dalla parte di tutte le battaglie di libertà
da quelle grandi come la resistenza eroica del popolo Ucraino e dei martiri come Navalny a
alle quelle piccole, ma non meno rilevanti degli eroi come Roberto Red Sox.

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Shakespeare racconta Dante


RASSEGNA PER I 460 ANNI DALLA NASCITA DI SHAKESPEARE READING TEATRALE DI GIUSEPPE PAMBIERI E MICOL PAMBIERI OLTRE AGLI AUTORI INTERVERRANNO STEFANO CAMPAGNOLO, Direttore Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ANDREA CANGINI, Segretario Generale Fondazione

RASSEGNA PER I 460 ANNI DALLA NASCITA DI SHAKESPEARE

READING TEATRALE DI GIUSEPPE PAMBIERI E MICOL PAMBIERI

OLTRE AGLI AUTORI INTERVERRANNO
STEFANO CAMPAGNOLO, Direttore Biblioteca Nazionale Centrale di Roma
ANDREA CANGINI, Segretario Generale Fondazione Luigi Einaudi
ELENA CATOZZI, Biblioteca Museo Teatrale SIAE
GIANNI PITTIGLIO, Storico dell’arte e docente presso la Saf ICPAL

MODERA
MARIA LETIZIA SEBASTIANI, Responsabile Biblioteca della Fondazione Luigi Einaudi

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Tutti i rischi della disinformazione. Dall’IA agli impatti sulle elezioni


Nel solo 2023 ci sono stati quasi cinquecento milioni di account finti rimossi a livello globale. Solo in Italia, i contenuti segnalati come fake news sono stati oltre sette milioni, e 45mila sono stati quelli rimossi perché in violazione degli standard d

Nel solo 2023 ci sono stati quasi cinquecento milioni di account finti rimossi a livello globale. Solo in Italia, i contenuti segnalati come fake news sono stati oltre sette milioni, e 45mila sono stati quelli rimossi perché in violazione degli standard delle piattaforme su cui comparivano. Sono solo alcuni dei dati che danno il segno del peso che la disinformazione ha nell’epoca digitale presentati nel corso dell’evento Definanziare la disinformazione, promosso alla Camera dei deputati dal Comitato atlantico italiano e da Balkan free media iniative. “La disinformazione è ormai il secondo pilastro, dopo le armi, del confronto internazionale”, ha sottolineato l’onorevole Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato e promotore dell’iniziativa. Per questo, ha continuato Cesa, “compito dei legislatori sarà aumentare le difese immunitarie del sistema Paese per resiste agli attacchi alla libertà e alla democrazia”. Una sfida che dovrà coinvolgere l’intera comunità internazionale, dato che tra l’altro a breve “quasi metà della popolazione mondiale andrà al voto; dobbiamo reagire facendo squadra”. Ci troviamo in una vera è propria “infodemia”, ha registrato Antoinette Nikolova della Balkan free media initiative, nella quale “le notizie girano a grande velocità, come i virus, e ne approfittano forze che vogliono influenzare le nostre opinioni per il loro interesse, che non è quello delle società democratiche”.

Ad illustrare i numeri è stato Alessio De Giorgi, responsabile comunicazione del Partito democratico europeo, che ha ripercorso l’evoluzione della minaccia della disinformazione all’interno delle nostre società. Proprio le prossime elezioni, in diversi Paesi, nell’Unione europea e le presidenziali degli Stati Uniti, dovrebbero allarmare circa l’urgenza di dotarsi di contromisure adeguate. “Le campagne di disinformazione hanno una proiezione molto reale” ha concordato l’avvocato Stefano Mele, del Comitato atlantico italiano, “durante il Covid è aumentato il consumo di vodka perché si pensava aiutasse contro il covid, e le fake news hanno avuto un impatto drammatico quando centinaia di cittadini hanno invaso il tempio della democrazia Usa a Capitol Hill”. La posta in gioco per le democrazie occidentali è allora “trovare il giusto equilibrio tra il contrasto alla disinformazione e la garanzia democratica della libertà di espressione” ha sottolineato il direttore di Formiche, Flavia Giacobbe, sottolineando come la “disinformazioni punti a disorientare le opinioni pubbliche, con una narrativa di sfiducia verso le istituzioni”.

Ma perché la disinformazione sembra essere così pervasiva? Una spiegazione sta anche nel sistema di finanziamento su cui le campagne di fake news si basano. Infatti, come ha spiegato Sarah Kay Wiley, del Check My Ads Institute, una società che controlla la pubblicità sul web, “la prima fonte di finanziamento dei media internazionali è la pubblicità”. Ma cosa succede quando le aziende vogliono fare pubblicità online? “A volte basta contattare le riviste online e, come per i media tradizionali, si ha la certezza di dove vanno a finire le Adv”. Invece a volte si possono usare algoritmi, che in base al monitoraggio delle proprie audience forniscono le pubblicità in maniera automatica “e spesso le aziende non sanno dove finisce la propria pubblicità” con il rischio che vadano a finanziare piattaforme di disinformazione. La credibilità di marchi riconosciuti, infatti, aumenta a sua volta la credibilità degli stessi siti che diffondono fake news.

Alcuni casi eclatanti di questo trend arrivano proprio dai Balcani, ha registrato Peter Horrocks, membro di Ofcom, l’ente regolatore delle comunicazioni britannico, e già direttore della Bbc. “Su alcuni media serbi e bulgari il 24 febbraio del 2022 girò la notizia che l’Ucraina aveva invaso la Russia. Recentemente, invece, in Serbia è girata la notizia che l’Occidente avesse ucciso Navalny”. Il problema è che notizie di questo genere possono avere un impatto profondo sulla fiducia delle istituzioni, ma definanziarle è molto complesso. “Nello spazio digitale è più difficile il controllo sulla qualità delle informazioni” ha detto ancora Horrocks. Questo richiederà una maggiore attenzione da parte delle aziende, che dovranno controllare dove finiscono le proprie pubblicità, e dei governi, che devono vigilare sulla trasparenza dei media nei loro Paesi.

In questo contesto si inserisce anche il Digital service act (Dsa) europeo che, come illustrato da Giacomo Lasorella, dell’Agcom, ha inserito delle linee guida per procedere a un assessment del rischio da parte delle piattaforme della diffusione di informazioni false o rischiose per il discorso pubblico. Le piattaforme, per esempio, sono chiamate ad avere personale adeguato a fare fact checking, gli account devono essere riconoscibili, e i messaggi politici a pagamento bene evidenziati. Altro problema rilevante è l’impatto dell’intelligenza artificiale nella diffusione di false notizie, come il deep fake. L’obiettivo del prossimo futuro, allora, è “togliere acqua a disinformazione e aumentarla all’informazione di qualità”, ha registrato Alberto Baracchini, sottosegretario di Stato con delega all’informazione e all’editoria.


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Crisi russo-ucraina, è tempo di decidere. L’analisi del gen. Del Casale


A due anni di distanza dall’attacco russo al territorio ucraino, è possibile ipotizzare un’uscita dalla crisi? E in che modo? Gli scontri si sono cristallizzati su un fronte dal quale è difficile progredire. Gli ucraini lamentano carenze nelle scorte, so

A due anni di distanza dall’attacco russo al territorio ucraino, è possibile ipotizzare un’uscita dalla crisi? E in che modo? Gli scontri si sono cristallizzati su un fronte dal quale è difficile progredire. Gli ucraini lamentano carenze nelle scorte, soprattutto di munizioni. Se, infatti, Corea del Nord, Iran e Cina alimentano con continuità l’arsenale russo, forti di un sistema industriale organizzato per la produzione bellica, il sostegno occidentale all’Ucraina dà invece segni di stanchezza. Biden deve fronteggiare il Congresso che blocca gli aiuti militari.

L’Unione europea ha invece liberato altri cinquanta miliardi di euro a favore di Kiev, varando anche il tredicesimo pacchetto di sanzioni contro il governo russo. Ma le difficoltà dell’Occidente sono molteplici. Tutti i paesi, ad esclusione degli Usa, hanno dato fondo alle scorte di ricambi e di munizioni – soprattutto di artiglieria e missili –, al punto da risultare difficile ripristinare i livelli minimi, a causa di bilanci che non tengono conto della “doppia esigenza” e di un sistema industriale che non fa riferimento a un’economia di guerra.

Il 2024 ci dirà molto sul futuro. A giugno, si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Anche se dovesse prevalere una politica più attenta al rispetto delle sovranità statuali dei paesi membri, l’Ue sosterrà sempre Kiev. Ma è anche l’anno delle presidenziali negli Stati Uniti. E sarà, quasi certamente, ancora una volta un confronto tra Donald Trump e Joe Biden. Qualora il presidente uscente dovesse essere confermato, il governo di Kiev potrà ancora contare sul sostegno occidentale e su quello americano, in particolare.

Putin sarebbe indotto a dialogare, di fronte a perdite sempre più pesanti (ad oggi, quelle di Mosca sono stimate in non meno di 120mila morti) e senza aver perseguito tutti gli obiettivi dichiarati: liberazione del Donbass, abbattimento del governo “neonazista” di Zelensky e, non ultimo, conquista militare dell’intera costa del mar Nero, sino al ricongiungimento con la Transnistria, la provincia russofona della Moldavia, dalla quale anche in questi giorni continuano a levarsi invocazioni di intervento della “madre” Russia. Dal canto suo, Trump ha ripetutamente dichiarato che con lui presidente la crisi russo-ucraina terminerebbe nel giro di 24/48 ore, lasciando intendere che non vi sarebbe più spazio per gli aiuti militari a Kiev, senza perdere l’occasione per bacchettare gli alleati che dovrebbero iniziare a badare da soli alla loro Difesa: pura sinfonia alle orecchie di Putin. Un tavolo della trattativa non può aprirsi senza considerare la situazione sul campo.

La Russia fa quadrato attorno al mantenimento dei territori occupati. Rientrare nei confini ante 24 febbraio significherebbe perdere la guerra. Uno smacco gravissimo. Lo stesso Putin vedrebbe minacciato il proprio orizzonte politico e non solo. Di contro, una vittoria russa creerebbe le premesse per una spinta egemonica sia verso i paesi dell’ex Patto di Varsavia, ora nella Nato, a partire dall’area baltica, sia a est, verso gli Stati centroasiatici a forte presenza russofona.

Il tutto, per riaffermare l’autorità di Mosca su un suo spazio post-zarista. Sul fronte ucraino, innanzi al 20% del territorio occupato e a un discontinuo supporto occidentale, ritenere di poter sfondare le linee russe e riguadagnare i confini originari appare velleitario. Negli stessi ambienti occidentali viene da tempo invocata la “pace giusta”, ma nessun leader politico osa più sbilanciarsi definendone i contenuti. Nella recente riunione del G7, tenutasi a Kiev, la presidente Meloni ha ribadito come l’Ucraina sia “un pezzo della nostra casa” e che “faremo la nostra parte per difenderla”, ma gli interrogativi sul futuro degli Stati Uniti e dei rapporti con gli alleati suscitano incertezze.

Macron, assente a Kiev, ha persino ipotizzato un impiego di soldati Nato in Ucraina restando però isolato tra gli alleati. Affermazioni apparse più come un tentativo per recuperare influenza sull’Occidente, avendone persa sulle ex colonie africane. Dopo le armi, ora deve parlare la diplomazia. È importante che Kiev inizi a lavorare per una pace accettabile. Un punto fondamentale è l’eventuale adesione dell’Ucraina alla Nato, considerata dalla Russia una minaccia diretta alla propria sicurezza. Questo non va ignorato, ma può certamente diventare un’opzione nel caso di futuri atteggiamenti ostili verso l’Occidente.

Altro è l’ingresso nella Ue, dato ormai per scontato e persino non escluso da parte russa. Ma quando arriverà il momento, si dovranno verificare tutti quegli indicatori utili a fornire garanzie in termini di democraticità, di lotta alla corruzione e di tutela dei diritti umani nei confronti della popolazione. Non è né semplice né scontato, se solo guardassimo le vicissitudini interne ucraine negli ultimi vent’anni. Certo, la guerra, con le sofferenze che comporta, stende sempre una coltre di oblio. Ma occorre tenere a mente il recente passato e applicare le regole, con coerenza e senza isterismi.


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Su Kiev trionfa l’Europa dei ragionieri


L’unica cosa peggiore del dividersi fra alleati, nel momento più drammatico di una guerra, è il farlo pubblicamente. E l’unica cosa peggiore del dividersi pubblicamente, di fronte a una minaccia che di comune accordo viene definita «esistenziale», è il ge

L’unica cosa peggiore del dividersi fra alleati, nel momento più drammatico di una guerra, è il farlo pubblicamente. E l’unica cosa peggiore del dividersi pubblicamente, di fronte a una minaccia che di comune accordo viene definita «esistenziale», è il gestirla come fosse un problema contabile. Eppure, di fronte all’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina e all’ordine internazionale, i governi europei stanno riuscendo a inanellare tutti questi errori con stupefacente naturalezza. Rientra senz’altro in questa categoria l’ultima uscita di Emmanuel Macron. Lunedì il presidente francese si è rifiutato di escludere un impegno dei militari europei in Ucraina contro la Russia, ma lo ha fatto senza prima aver costruito neanche un embrione di consenso su un’idea dirompente come sfidare sul campo di battaglia la seconda superpotenza nucleare del pianeta. Così, in un colpo solo, Macron è riuscito in una serie di evitabili sbandate. Ha esposto le divisioni fra i Paesi europei, ma soprattutto la loro confusione strategica quanto alla risposta da dare a Vladimir Putin. Ed ha esposto se stesso ad accuse di ipocrisia da parte degli altri governi, perché la Francia non sembra affatto primeggiare in Europa per il sostegno all’Ucraina.
Secondo i dati riportati dal Kiel Institute for the World Economy, gli aiuti francesi a Kiev varrebbero in totale 640 milioni di euro: in valore assoluto, circa la metà di quelli della Repubblica Ceca; in percentuale alle dimensioni dell’economia, il totale del sostegno di Parigi all’Ucraina sarebbe inferiore a quello dell’Ungheria filorussa di Viktor Orbán. Va aggiunto qui per onestà che, secondo lo stesso istituto di Kiel, il sostegno militare italiano all’Ucraina sarebbe di appena 30 milioni di euro superiore a quello di Parigi; e che la Germania in due anni ha fornito dieci volte più aiuti di Italia e Francia, in proporzione alle dimensioni delle rispettive economie. A Roma si contestano queste cifre, osservando che esse non terrebbero conto di certi aiuti che il governo italiano preferisce non rendere noti. Ma, anche così, incolpare il Congresso americano perché tiene bloccato il pacchetto da 60 miliardi di dollari per Kiev sarebbe ipocrita: i nodi europei ormai vengono al pettine, impossibili da dissimulare.

Prendiamo quel che è accaduto mercoledì a Bruxelles fra gli ambasciatori dei Ventisette. Si discuteva dello «Ukraine Assistance Fund», un fondo da cinque miliardi l’anno per comprare armi da dare a Kiev. Servono, urgentemente, tre milioni di proiettili da 155 millimetri all’anno. È il razionamento in Ucraina di queste munizioni che spiega le recenti avanzate russe. Il problema è che in Europa — per ragioni che spiegheremo tra un attimo — mancano i proiettili da comprare. Mercoledì Italia e Olanda hanno dunque proposto di usare i fondi europei per comprare al più presto pezzi da 155 millimetri sul mercato mondiale, in modo da mandarli a Kiev prima che sia tardi. La proposta non è passata: la Francia si è opposta. Il motivo? Dovremmo comprare solo munizioni «made in the EU», cioè spesso «in France», perché va costruita l’«autonomia strategica» dell’industria europea della difesa: obiettivo in sé nobile, peccato che nel frattempo l’Ucraina viene distrutta dall’artiglieria russa. Usare una tragica guerra come strumento di politica industriale non sembra un colpo di genio. Ma prendersela con i protagonismi di Macron sarebbe troppo facile, perché gli errori sono di tutti. Italia e Germania incluse.

Berlino, quanto allo «Ukraine Assistance Fund», sembra ossessionata da un astruso problema di contabilità del suo contributo. E l’Italia è fra i governi che hanno insabbiato a Bruxelles l’idea di dare priorità all’invio di munizioni a Kiev, rispetto alle spedizioni già concordate verso Paesi terzi. La Commissione Ue si era persino offerta di pagare lei stessa le penali, in caso di problemi sui contratti per forniture in ritardo a governi lontani (spesso, del Golfo). Invece l’interesse commerciale immediato ha prevalso – «teniamoci buoni nostri clienti» – quindi quasi metà delle munizioni europee continua a partire per continenti lontani, mentre l’Ucraina sanguina. Difficile perseguire degli obiettivi strategici, quando prevalgono le frasi grandiose, gli approcci ragionieristici, i calcoli commerciali. Correttamente, i governi europei definiscono «esistenziale» la minaccia di Putin e vogliono contrastarla. È ora di mettere più coerenza fra le parole, le photo opportunity e gli atti. Non è tardi per riuscirci.

Corriere della Sera

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Le novità dell’Esercito Usa. Ecco le task force multi-dominio


Lo US Army ha pubblicato i progetti che modificheranno la struttura delle sue forze. La motivazione di questo sviluppo è il bisogno di abbandonare la struttura ideata per affrontare guerre di counter-insurgency e operazioni peacekeeping per focalizzarsi s

Lo US Army ha pubblicato i progetti che modificheranno la struttura delle sue forze. La motivazione di questo sviluppo è il bisogno di abbandonare la struttura ideata per affrontare guerre di counter-insurgency e operazioni peacekeeping per focalizzarsi sul combattere guerre su larga scala contro avversari di un simile livello tecnologico. Ad oggi, l’esercito americano, soffre di un divario tra la dimensione per cui era stata modellato, 494mila uomini, e la sua dimensione permessa dal congresso, 445 mila. Il primo obiettivo è di aumentare il numero di effettivi a 470mila riducendo la dimensione ideale ma, in pratica, aggiungendo 25mila nuove posizioni alle forze di terra americane entro il 2029. Facendo congiungere il numero ideale e le dimensioni effettive la US Army potrà assicurarsi di avere sempre un livello adeguato di combat readiness.

Le Multi-domain task forces

La prima rivoluzione sarà la strutturazione definitiva delle cinque Task force multi-dominio (Multi-domain task force, Mdtf). Queste unità, nate nel 2017, sono lentamente aumentate di numero, fino alle cinque definitive di oggi, venendo schierate nei teatri europei e asiatici. Il concetto dietro quest’unità è di sviluppare un raggruppamento di forze mobile e di dimensioni ridotte capace di emanare e rispondere a minacce su tutti i domini dello scontro, dallo spazio a quello terrestre passando per il cyber e l’elettromagnetico. L’ammiraglio Harry Harris riassunse la funzione delle Mdtfs dicendo che dovevano “affondare navi, neutralizzare satelliti, abbattere missili e aeroplani e hackerare o interferire con le abilità di command and control del nemico”. Nel futuro le Mdtfs saranno composte da un centro di comando con un suo battaglione, un battaglione di effetti multi-dominio, un battaglione di fuoco a lungo raggio, un battaglione di protezione dal fuoco indiretto (Ifcp) e un battaglione di supporto alla brigata.

La ristrutturazione del personale

Nel contesto di ristrutturazione la US Army modificherà anche la sua distribuzione di uomini eliminando le figure che erano incentrate sulle capacità counter-insurgency, ricollocando i soldati che coprivano quei ruoli in posizioni più adatte al nuovo concetto di esercito. Ad esempio, le forze speciali verranno ridotte di circa tremila uomini, ciò avverrà andando ad eliminare le posizioni, oggi scoperte, che, storicamente, risultano più difficili da occupare. L’obbiettivo è, però, di ridurre i numeri delle forze speciali conservando, al contempo, le capacità operative attualmente disponibili. Inoltre, molti ingegneri, appartenenti a battaglioni per le operazioni di counter-insurgency, verranno spostati al livello divisionale formando, così, una riserva strategica impiegabile dal comando nelle operazioni su larga scala a cui la US Army prevede di prendere parte.

Le capacità antiaeree

Dal punto di vista organizzativo e dell’equipaggiamento il focus sarà sull’incremento delle capacità antiaeree dell’esercito americano. Verranno aggiunti quattro battaglioni Ifcp per potenziare le capacità a medio e corto raggio di abbattere Uav, missili e colpi di mortaio. Verranno aggiunte nove batterie di difesa contro gli Uav sia ai battaglioni Ifcp che a quelli antiaerei delle divisioni. Inoltre, verranno creati quattro nuovi battaglioni Maneuver short range air defense (M-Shorad) per rispondere a minacce aeree ad ala rotante e fissa e agli Uav.

Il sistema di reclutamento

Infine, la US Army vuole professionalizzare e razionalizzare le sue forze di reclutamento. Il primo obbiettivo sarà ottenuto aumentando il numero di laureati all’interno del US Recruiting command, facendolo arrivare ad un terzo del totale entro il 2028. Il secondo, invece, si otterrà rendendo il Recruiting command un comando a tre stelle che controlla le cinque brigate di reclutamento, il comando dei cadetti dell’esercito e l’Army’s enterprise marketing office rispondendo direttamente al segretario e al capo di Stato maggiore dell’Esercito.

Le ragioni dei cambiamenti

Questi sviluppi sono il prodotto dell’esperienza russa in Ucraina che, come dichiarato dalla pubblicazione stessa, ha dimostrato la necessità di rimodellare l’esercito verso il combattimento di guerre convenzionali. Anche l’enorme attenzione data alle capacità antiaeree è un prodotto dei recenti sviluppi, dato il ruolo centrale dei droni nelle operazioni in Ucraina, e della crescente minaccia dell’arsenale missilistico di Pechino. Le riforme al corpo di reclutamento, invece, sono la conseguenza delle difficoltà dell’esercito nel raggiungere i suoi obbiettivi di personale qualificato. Le Mtdfs rappresentano un’unità costantemente pronta a impiegare e rispondere a ogni tipo di minaccia sul campo di battaglia. Solo il battesimo del fuoco potrà mostrare se le Mtdfs rispetteranno le aspettative.


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