Così la Russia ruba Starlink all’Ucraina


Per Kyiv, Starlink potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Pare infatti che le forze russe stiano utilizzando il servizio di comunicazione che SpaceX aveva messo a disposizione delle truppe ucraine e che ora invece starebbe aiutando anche i suoi invasori

Per Kyiv, Starlink potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Pare infatti che le forze russe stiano utilizzando il servizio di comunicazione che SpaceX aveva messo a disposizione delle truppe ucraine e che ora invece starebbe aiutando anche i suoi invasori, ha spiegato DefenseOne.

Fonti ucraine riportano che le truppe di Kyiv avrebbero rilevato per la prima volta l’utilizzo in prima linea da parte della Russia dei dispositivi collegati al satellite diversi mesi fa, a cui sono poi seguiti altri episodi dove veniva registrato un simile utilizzo. Al momento, le forze russe sembrano utilizzare decine di terminali Starlink lungo l’intero fronte. A diffondere questa notizia non sono solo fonti ucraine: anche importanti gruppi di volontari russi che sostengono l’invasione hanno mostrato i terminali Starlink acquistati per le unità dell’esercito.

Il portavoce del Pentagono Jeff Jurgensen ha dichiarato che i funzionari statunitensi sono a conoscenza delle notizie, ma ha rimandato le domande ai “nostri partner ucraini per qualsiasi informazione operativa attuale riguardante attività di comunicazione satellitare di questo tipo”.

In un post su X dell’8 febbraio, i funzionari di SpaceX hanno dichiarato che l’azienda “non fa affari di alcun tipo con il governo russo o con i suoi militari. Starlink non è attivo in Russia, il che significa che il servizio non funzionerà in quel Paese. SpaceX non ha mai venduto o commercializzato Starlink in Russia, né ha spedito attrezzature a località russe […] Se i negozi russi affermano di vendere Starlink per il servizio in quel Paese, stanno truffando i loro clienti”, si legge nel tweet.

Ma questo divieto può essere aggirato: i russi possono facilmente acquistare i servizi Starlink all’estero e poi distribuirli alle loro forze armate, ha osservato la seconda fonte ucraina. Non a caso, nel post SpaceX non ha fatto riferimento all’effettivo impiego dei servizi di Starlink in Ucraina.

In linea teorica, SpaceX sarebbe in grado di impedire l’uso dei dispositivi Starlink nel territorio occupato dalla Russia. Il suo fondatore Elon Musk afferma di aver rifiutato una richiesta dell’Ucraina di abilitare l’accesso a Starlink nella Crimea occupata dai russi, così da permettere di sfruttarlo in operazioni offensive. Tuttavia, secondo Bryan Clark, senior fellow dell’Hudson Institute, le truppe russe potrebbero nascondere a SpaceX l’uso di Starlink.

La Russia potrebbe semplicemente “fornire un falso segnale GPS al terminale Starlink in modo da fargli credere che l’utente si trovi in territorio ucraino” ha detto Clark, che ha anche sostenuto l’idea che l’Ucraina potrebbe capire se la Russia sta usando Starlink, poiché i segnali dei terminali possono essere identificati con apparecchiature di intelligence dei segnali.

I dispositivi consentono alle truppe di prima linea di creare reti di comunicazione mobili da utilizzare nei centri operativi e per coordinare i colpi di artiglieria. Anche l’esercito americano utilizza sempre più spesso i dispositivi Starlink, come si è visto nelle recenti esercitazioni presso il National Training Center in California. A settembre il Comando spaziale ha assegnato a SpaceX un ordine di 70 milioni di dollari per Starshield, una versione militare di Starlink.


formiche.net/2024/02/russia-ru…

Ucraina due anni dopo. Il ruolo della deterrenza secondo Caruso (Sioi)


Il 24 febbraio verrà ricordato nei libri di storia e da tutti noi come lo è stato per la caduta del muro di Berlino o l’attacco alle Torri gemelle. Le conseguenze e le ripercussioni dell’invasione russa dell’Ucraina hanno avuto un impatto profondo su dive

Il 24 febbraio verrà ricordato nei libri di storia e da tutti noi come lo è stato per la caduta del muro di Berlino o l’attacco alle Torri gemelle. Le conseguenze e le ripercussioni dell’invasione russa dell’Ucraina hanno avuto un impatto profondo su diversi aspetti della geopolitica e della sicurezza internazionale. A due anni dall’inizio dell’invasione russa, il conflitto ha segnato profondamente il panorama internazionale, con ripercussioni che vanno ben oltre i confini dei due Paesi coinvolti.

Indubbiamente l’invasione russa dell’Ucraina ha causato un riorientamento dell’ordine internazionale accelerando un riassetto geopolitico già in corso e spingendo molti Paesi a rivalutare le loro alleanze e le loro strategie di sicurezza. La risposta dell’Occidente, in particolare dell’Unione europea e degli Stati Uniti, ha mostrato un rafforzamento della solidarietà transatlantica, ma anche l’emergere di divisioni più profonde a livello mondiale, accentuandone la polarizzazione globale.

Il conflitto ha evidenziato l’importanza della tecnologia e dell’innovazione militare, con un particolare focus sull’uso dei droni, della difesa missilistica, della guerra cibernetica e delle tecniche di informazione e disinformazione. Questo ha portato ad una riconsiderazione delle priorità di difesa e degli investimenti in tecnologia da parte di molti Paesi. L’Ucraina si è rapidamente militarizzata in risposta all’invasione, ricevendo un significativo supporto militare da parte dei Paesi occidentali con un conseguente cambiamento nelle dinamiche di potere nella regione. Allo stesso tempo, la minaccia percepita dall’aggressione russa ha accelerato i dibattiti sull’ampliamento della Nato, con la Svezia e la Finlandia che hanno cercato l’adesione all’alleanza, marcando una significativa evoluzione nella politica di sicurezza europea che ha cambiato profondamente gli equilibri geo-strategici, in Europa e nel mondo intero. La guerra ha spinto i Paesi Nato, e non solo, a rivedere le loro strategie di deterrenza e di difesa, con un’enfasi rinnovata sulla prontezza militare, la difesa collettiva, la sicurezza energetica e nuovi strumenti per affrontare le minacce ibride e cibernetiche.

La situazione sul campo di battaglia, secondo esperti consultati dall’Atlantic Council, è lontana dall’essere in stallo, evidenziando invece una dinamica di costante cambiamento. In particolare, l’Ucraina ha ottenuto successi significativi nel mar Nero, compromettendo le operazioni di blocco russe e aprendo corridoi marittimi per l’esportazione del grano ucraino sui mercati globali. Questi sviluppi dimostrano l’adattabilità e la resilienza ucraina, mentre la Russia non ha ottenuto il totale controllo del mar Nero, area che Vladimir Putin ritiene di vitale importanza per considerare la Russia come una potenza continentale.

Permangono, tuttavia, molteplici interrogativi riguardo alla sufficienza dell’aiuto militare fornito, con rilievi sulla necessità di un supporto più significativo per garantire successi concreti anche sul fronte terrestre. Le titubanze di molte cancellerie occidentali, l’incapacità delle economie europea e statunitense – a differenza di quella russa – di trasformarsi rapidamente in economie di guerra, hanno evidenziato l’incapacità dei Paesi occidentali di affrontare conflitti su larga scala e per lunghi periodi di tempo, che richiedono grande impegno di risorse economiche e umane.

Risorse umane che l’Ucraina ha dimostrato di saper impegnare sia in campo militare che civile. Se le Forze armate ucraine hanno subito perdite significative, la popolazione civile ucraina ha subito perdite devastanti e sfide umanitarie immense. Milioni sono stati sfollati, sia internamente che come rifugiati nei Paesi vicini, affrontando la distruzione delle infrastrutture e gravi crisi umanitarie. La resilienza civile, tuttavia, è stata notevole, con un forte senso di unità nazionale e di resistenza culturale emergente in risposta all’aggressione.

Dal punto di vista economico, le sanzioni economiche imposte alla Russia da una larga coalizione di Paesi hanno avuto un impatto significativo sulle relazioni commerciali internazionali, accelerando i processi di decoupling economico e la ricerca di catene di approvvigionamento più resilienti e diversificate. Fattori che stanno anche influenzando il dibattito su temi come la sicurezza energetica, la fragilità delle supply chain globali, specialmente in settori critici come quello energetico e alimentare. Paesi in tutto il mondo hanno risentito degli shock alle supply chain, con conseguenze sulla sicurezza alimentare, sui prezzi dell’energia e sull’inflazione globale.

Sul fronte della ricostruzione, la guerra ha imposto un pesante fardello all’Ucraina. Secondo Rand corporation, il costo per la ricostruzione del Paese è stato stimato in 349 miliardi di dollari già a settembre 2022, superiore al Pil pre-invasione dell’Ucraina e tre volte maggiore rispetto all’assistenza militare, umanitaria e finanziaria fornita dall’inizio del conflitto. Nonostante le richieste di riparazioni, appare improbabile che l’Ucraina riceva compensazioni dirette dalla Russia, preparandosi piuttosto a un conflitto prolungato e su larga scala.

In conclusione, l’invasione russa dell’Ucraina ha generato una complessa rete di sfide e cambiamenti che vanno dalla sicurezza militare alla geopolitica, dall’economia alla sicurezza energetica. La risposta internazionale e la resilienza ucraina continuano a essere fondamentali nel plasmare il futuro di questa crisi, con implicazioni che vanno ben oltre i confini regionali. Guardando al futuro, è chiaro che la guerra in Ucraina continuerà ad avere un impatto profondo a livello globale. La sfida per la comunità internazionale sarà non solo quella di sostenere l’Ucraina nel suo percorso di ricostruzione e resistenza, ma anche di riconfigurare le relazioni internazionali in un modo da prevenire conflitti futuri di questa scala. Il presidente americano Theodore Roosevelt usava dire: “Parla con gentilezza e portati dietro un grosso bastone”.

La deterrenza giocherà un ruolo essenziale in questi equilibri tra potenze sempre più polarizzate. La prevenzione dei conflitti si potrà ottenere solo con una visione lungimirante, un saggio impiego della diplomazia unito ad uno strumento militare credibile, ingredienti essenziali per affrontare le sfide poste da questa crisi senza precedenti e cruciali per navigare nelle acque turbolente dei prossimi anni.


formiche.net/2024/02/ucraina-d…

La giustizia ingiusta


Macroscopiche invasioni nello spazio pubblico, in cui dovrebbe astenersi dall’entrare. Pericolosa tendenza a riscrivere le leggi. Utilizzazione di magistrati in uffici del potere esecutivo, a cominciare dal ministero della Giustizia. Debole esercizio del

Macroscopiche invasioni nello spazio pubblico, in cui dovrebbe astenersi dall’entrare. Pericolosa tendenza a riscrivere le leggi. Utilizzazione di magistrati in uffici del potere esecutivo, a cominciare dal ministero della Giustizia. Debole esercizio del potere di nomofilachia. Utilizzo del Consiglio superiore della magistratura (Csm) come organo di autogoverno, invece che di garanzia dell’indipendenza dei giudici. Crescente sfiducia dell’opinione pubblica nell’ordine giudiziario. Non tutti questi malfunzionamenti della macchina della giustizia dipendono solo dai giudici stessi. Ad esempio, la Corte costituzionale ha prima lasciato spazio, poi richiesto che i giudici rimettenti tentassero essi stessi un’interpretazione costituzionalmente orientata delle leggi da valutare, così aprendo spazi alla riscrittura delle leggi. Il Parlamento ha approvato leggi che lasciano troppa discrezionalità ai giudici, o mal scritte, o contraddittorie, così obbligando le corti a cavarsela da sole. La pubblica amministrazione non svolge i compiti amministrativi che ad essa spettano, lasciando quindi spazio alla supplenza giudiziaria.

Dipende, invece, in larga misura, dai giudici stessi il maggiore malfunzionamento della giustizia, la lentezza dei giudizi e la conseguente grande quantità di procedure pendenti. Questo è un problema capitale, come osservato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio il 17 gennaio di quest’anno in Parlamento, affermando che quella di una giustizia rapida è la sua preoccupazione fondamentale.

Le statistiche giudiziarie

La produttività della macchina della giustizia è misurabile in termini statistici e l’Italia è stata, un secolo fa, all’avanguardia in questo settore. Oggi dispone di numerosi dati, la maggior parte dei quali prodotti dalla Direzione generale di statistica e analisi organizzativa, che è un ufficio del ministero della Giustizia, ma fa parte del Sistema statistico nazionale.

La Direzione generale di statistica e analisi organizzativa – si può leggere nel sito del ministero – produce statistiche sull’attività degli uffici giudiziari di primo e secondo grado in ambito civile e penale e sulle spese di giustizia. Inoltre, la Direzione monitora il funzionamento di specifici istituti, quali la mediazione civile e commerciale e le procedure di composizione della crisi da sovra-indebitamento. Tuttavia, le statistiche dell’amministrazione penitenziaria sono prodotte dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e quelle della giustizia minorile dal Dipartimento della giustizia minorile e di comunità.

Poi, a inizio d’anno, un bilancio dello stato della giustizia viene presentato sia in Parlamento, sia all’opinione pubblica. In Parlamento ha svolto questo compito il ministro della Giustizia Nordio, il 17 gennaio di quest’anno, con una ampia relazione a cui era allegato un voluminoso rapporto. Per un pubblico più vasto si è prodotta la Corte di cassazione con la “Relazione sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2023”, presentata dalla prima presidente della Corte di cassazione il 25 gennaio di quest’anno. In questa relazione vi sono i dati relativi al funzionamento degli uffici di merito nel settore civile e penale.

Infine, ulteriori dati sono prodotti dai servizi statistici del ministero per tener conto del “vincolo esterno” costituito dal Piano nazionale di ripresa e di resilienza, che richiede un’accelerazione dell’attività giudiziaria, nonché una presentazione dei dati relativi, a consuntivo.

Questa pluralità di fonti può essere utilizzata soltanto tenendo conto che gli aggregati di riferimento sono diversi sotto il profilo temporale, sotto il profilo del contenuto e sotto il profilo della scansione, in qualche caso annuale, in altri semestrale e trimestrale. Ad esempio, i dati relativi alle relazioni di attuazione del Piano nazionale di ripresa e di resilienza contengono i dati di contenzioso, non quelli relativi alle procedure di esecuzione, mentre quelli forniti dalla Corte di cassazione sono aggregati per anno giudiziario, piuttosto che per anno solare. Per questo motivo, le tabelle riprodotte in queste pagine sono tratte dall’Annuario statistico 2023 dell’Istat.

Una giustizia lenta

Il bilancio che si trae da questi dati è quello di una giustizia lenta. Se si considerano le questioni giudiziarie sopravvenute, quelle esaurite e quelle pendenti negli anni più recenti, si nota un generale leggero miglioramento, con una riduzione dei tempi delle procedure e una diminuzione tra il 6 e il 13 per cento delle questioni pendenti. Tuttavia, la generale lentezza delle procedure giudiziarie conduce alla formazione di nuovi arretrati.

Le procedure pendenti civili a fine anno diminuiscono costantemente dal 2009 e quelle pendenti penali a fine anno diminuiscono dal 2013, ma con minore intensità. Tuttavia, il numero totale delle questioni ancora pendenti a fine anno (1922) supera i cinque milioni e l’accelerazione delle procedure non è sufficiente, per cui nel settore civile mediamente occorrono cinque anni e sei mesi per percorrere i tre livelli di giurisdizione, con una riduzione di soli quattro mesi rispetto all’anno precedente; in quello penale tre anni, con una riduzione di sette mesi rispetto all’anno precedente.

Istruttivo il caso recente del saluto fascista, una questione disciplinata con legge da settant’anni e che quindi non dovrebbe porre grandi problemi interpretativi. I fatti che hanno dato origine alla questione sono del 2016, la decisione delle Sezioni unite della Corte di cassazione del 2024, ma la controversia è ancora aperta perché è ora necessario che i principi stabiliti dalla Corte di cassazione trovino applicazione da parte della prima sezione penale della stessa Corte.

Cause ed effetti della giustizia lenta

I fattori che influiscono sui tempi dei procedimenti sono molti. Vi è in primo luogo il fattore legislativo, perché sono le norme che dettano regole sul merito delle questioni e disposizioni sulla procedura. Viene poi l’aumento o la diminuzione delle questioni sopravvenute, cioè della domanda di giustizia. In terzo luogo, il fattore relativo all’organizzazione del lavoro e alla produttività dei giudici.

Ora, al leggero miglioramento, ma insufficiente perché la giustizia italiana sia veramente giusta, contribuisce una migliore organizzazione del lavoro, ma anche la diminuzione delle questioni sopravvenute, in corso dal 2014. Il miglioramento assume un significato diverso se l’arretrato diminuisce perché aumenta il cosiddetto smaltimento (e cioè le decisioni), oppure perché diminuiscono le questioni sopravvenute. Nel primo caso, si può dire che si sta ponendo rimedio alla lentezza della giustizia. Nel secondo caso, il giudizio deve essere diverso perché la diminuzione delle questioni sopravvenute può essere il sintomo di una fuga dalla giustizia, prodotto proprio dei suoi tempi, che scoraggiano i cittadini a rimettere ai giudici la soluzione dei conflitti, cercata in altra sede.

Un altro fattore è quello relativo alla disponibilità di personale. L’attenzione portata sull’eccessivo numero di cause pendenti e sulla lunga durata dei processi ha animato una reazione relativa al personale. E’ stato notato che vi sono posti vacanti in organico, ma dimenticando che quello che conta non è l’organico, bensì il carico di lavoro, perché gli organici delle amministrazioni pubbliche si sono formati in epoche diverse e molto spesso sono stati gonfiati inutilmente.

Altra questione è quella della distribuzione delle corti sul territorio. Da trent’anni si lamenta che vi sono “tribunalini” da chiudere per sopperire al carico di lavoro delle maggiori corti (si pensi solo alla crisi attuale del Tribunale di Roma). Bisogna quindi verificare la geografia giudiziaria italiana per adeguarla alla domanda di giustizia.

Connessa a questa c’è l’altra questione, quella della distribuzione del personale, anche in relazione alle progressioni di carriera, spesso fatta non per soddisfare le esigenze della funzione, ma per rispondere alle richieste dei magistrati.

C’è infine il collo di bottiglia costituito dalla Cassazione il cui carico di lavoro dovrebbe essere governato dall’organo stesso, se vuole svolgere il suo ruolo di vero e proprio organo di cassazione.

Accanto alle cause, vi sono gli effetti, e questi sono sotto gli occhi di tutti. Sfiducia nella possibilità che la giustizia dia una risposta in tempi brevi. Quindi allontanamento della giustizia dal “Paese reale”. Ricorso a succedanei, in modo da “bypassare” l’ostacolo costituito dalla lentezza della giustizia. Grave costo complessivo per l’economia.

Mettere ordine nelle statistiche

Come già accennato, nella storia della statistica pubblica l’Italia è nota per aver inizialmente avuto le migliori statistiche giudiziarie. E’ stata l’esempio per altri Paesi. Tuttavia, poi si è fermata. Inoltre, il sistema statistico giudiziario incontra ora difficoltà nella raccolta dei dati perché la misura del rendimento viene considerata dai giudici, erroneamente, come interferenza con l’indipendenza della funzione giudiziaria.

Sarebbe utile mettere ordine nelle statistiche attuali perché le differenze degli aggregati possono indurre in inganno o addirittura nascondere una parte della realtà. Infatti, non c’è modo migliore per occultarla di metterla sotto gli occhi di tutti, come dimostra il famoso racconto “La lettera rubata” di Edgar Allan Poe.

Infine, le statistiche possono servire anche ad altri scopi, per migliorare il funzionamento della giustizia, apportare correzioni alla funzione: quindi, non solo per conoscere ma anche per correggere. In secondo luogo, per misurare meglio il rendimento del servizio pubblico della giustizia e la produttività di quest’area dello Stato perché, come scrisse nel 1953 Gabriel Ardant nel libro “Technique de l’État” (Paris, Puf) lo Stato può esser gestito come un’impresa e nessun settore si presta meglio della giustizia a realizzare quella che lui auspicava, la “concurrence sur le papier”.

Il Foglio

L'articolo La giustizia ingiusta proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

La scrittura a mano non è solo un’arte antica, ma anche uno strumento potentissimo per il nostro cervello. Lo studio – orizzontescuola.it


Uno studio riporta alla luce il valore inestimabile della scrittura a mano. Condotto dalla docente universitaria Audrey van der Meer dell’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia, e pubblicato sulla rivista “Frontiers in Psychology”, lo studio dimost

Uno studio riporta alla luce il valore inestimabile della scrittura a mano. Condotto dalla docente universitaria Audrey van der Meer dell’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia, e pubblicato sulla rivista “Frontiers in Psychology”, lo studio dimostra che scrivere a mano attiva il cervello in maniera più intensa rispetto alla digitazione su tastiera, favorendo l’apprendimento e la memorizzazione.

La ricerca di van der Meer si focalizza sulla connettività cerebrale, cioè le connessioni temporanee tra diverse aree neurali durante la scrittura. “La scrittura a mano implica una connettività cerebrale più elaborata rispetto alla digitazione,” afferma van der Meer. Ciò è cruciale per la formazione della memoria e l’assimilazione di nuove informazioni, rendendo la scrittura a mano uno strumento potente per l’apprendimento.

Lo studio ha esaminato l’attività cerebrale di 36 studenti universitari tramite elettroencefalogrammi (EEG), che utilizzano 256 sensori per misurare l’attività elettrica del cervello. I partecipanti sono stati invitati a scrivere in corsivo o a digitare un testo. I risultati hanno mostrato un aumento della connettività tra diverse regioni cerebrali durante la scrittura a mano, ma non durante la digitazione.

“I movimenti manuali precisi richiesti nell’uso della penna contribuiscono ampiamente ai modelli di connettività cerebrale che favoriscono l’apprendimento,” sottolinea van der Meer. Anche la scrittura in stampatello, secondo la ricerca, avrebbe benefici simili. Al contrario, la digitazione si rivela meno stimolante per il cervello.

Questo studio ha anche implicazioni importanti per l’educazione. Van der Meer evidenzia che i bambini che apprendono a scrivere e leggere su tabletpotrebbero incontrare difficoltà nel differenziare lettere speculari, come ‘b’ e ‘d’, a causa della mancanza di esperienza fisica nella formazione delle lettere. “Gli studenti imparano e ricordano di più prendendo appunti a mano durante le lezioni,” conclude van der Meer, sottolineando l’importanza di mantenere vive le tradizionali tecniche di scrittura a mano nell’educazione contemporanea.

In sintesi, la scrittura a mano non è solo un’arte antica ma anche uno strumento potentissimo per il nostro cervello, che non solo migliora la memorizzazione ma influisce significativamente sulle connessioni neurali. Questo studio ribadisce l’importanza di equilibrare gli strumenti digitali con metodi più tradizionali nell’ambito educativo e di apprendimento.

orizzontescuola.it

L'articolo La scrittura a mano non è solo un’arte antica, ma anche uno strumento potentissimo per il nostro cervello. Lo studio – orizzontescuola.it proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

La Cina prova a reclutare i piloti Nato. L’alert Usa


Attuali ed ex piloti di Stati Uniti e Nato sono “molto richiesti” dalle forze armate cinesi “e sono stati oggetto di reclutamento sia palese sia occulto”. Le conclusioni di una riunione tra funzionari di Stati Uniti e Nato tenutasi presso l’Allied Air Com

Attuali ed ex piloti di Stati Uniti e Nato sono “molto richiesti” dalle forze armate cinesi “e sono stati oggetto di reclutamento sia palese sia occulto”. Le conclusioni di una riunione tra funzionari di Stati Uniti e Nato tenutasi presso l’Allied Air Command di Ramstein, in Germania, a fine gennaio confermano quanto già emerso nei mesi scorsi. Pochi giorni fa Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, e Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, hanno annunciato che la Cina sarà al centro del prossimo summit Nato che si terrà a Washington per celebrare il 75° anniversario dell’alleanza.

Nei mesi scorsi Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda – tutti membri dell’alleanza Five Eyes per la condivisione di intelligence, che comprende anche gli Stati Uniti – hanno adottato provvedimenti per evitare che ex piloti militari offrano la loro esperienza a Pechino. Nell’ottobre 2022 il ministero della Difesa britannico aveva dichiarato di ritenere che fino a 30 ex piloti militari britannici stessero fornendo addestramento in Cina e che molti altri fossero stati contattati, compresi piloti ancora in servizio.

Di questo fenomeno ha parlato anche il generale americano Charles Q. Brown, prima di diventare capo dello stato maggiore congiunto. Nelle sue precedenti funzioni, cioè quelle di capo di stato maggiore dell’Aeronautica, aveva firmato un documento interno spiegando che le forze armate cinesi vogliono “sfruttare le vostre conoscenze e abilità per colmare le lacune della loro capacità militare”. Aziende straniere, ha aggiunto, stanno “prendendo di mira e reclutando talenti militari statunitensi e della Nato” per addestrare l’Esercito popolare di liberazione cinese.

L’inedita conferenza “Securing Our Military Expertise from Adversaries”, svoltasi il 30 e il 31 gennaio, si è soffermato sulle modalità di reclutamento cinesi e su come affrontare il problema.

Secondo i funzionari statunitensi, si legge in una nota, queste offerte di lavoro provengono da un insieme di aziende private sostenute dalla Repubblica popolare cinese e da quelle direttamente incaricate dal governo di Pechino. L’esperienza ricercata comprende quella di piloti, manutentori, personale dei centri operativi aerei e una varietà di altri esperti tecnici di diverse professioni che potrebbero fornire informazioni sulle tattiche, le tecniche e le procedure aeree degli Stati Uniti e della Nato. Il reclutamento di questa natura da parte della Repubblica popolare cinese avviene principalmente attraverso annunci di lavoro apparentemente tipici, utilizzando siti di lavoro online o attraverso e-mail di headhunting inviate direttamente a persone interessate. Gli Stati Uniti osservano inoltre che i segnali di allarme più comuni sono rappresentati da posti di lavoro situati in Cina o nei dintorni, contratti che sembrano “troppo belli per essere veri” e dettagli vaghi sui clienti finali o sulle mansioni della posizione.

Tra i partecipanti all’evento c’erano militari, intelligence e altri attori chiave degli Stati Uniti e di 22 alleati Nato e partner Five Eye, oltre a una rappresentanza del Consiglio di Sicurezza nazionale degli Stati Uniti. “L’ampia partecipazione indica l’accresciuta importanza che la questione ha assunto sulla scena internazionale”, si legge nel comunicato. Tra gli argomenti trattati, la discussione delle migliori pratiche, il cross-targeting e la definizione di obiettivi condivisi per combattere questa minaccia emergente alla sicurezza degli Stati Uniti e della Nato.


formiche.net/2024/02/cina-pilo…

Il Pentagono taglia le psy-ops mentre Cina e Russia spingono sulla propaganda


Nella complessa realtà odierna, così come con altri mezzi nel passato, le cosiddette operazioni di information warfare (infowar) rappresentano uno strumento estremamente efficace nel perorare i propri obiettivi all’interno dell’arena internazionale. Quest

Nella complessa realtà odierna, così come con altri mezzi nel passato, le cosiddette operazioni di information warfare (infowar) rappresentano uno strumento estremamente efficace nel perorare i propri obiettivi all’interno dell’arena internazionale. Questo lo sanno bene “attori revisionisti” come la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese, i quali negli ultimi anni hanno accresciuto notevolmente i mezzi relativi a questo tipo di operazioni, traendone vantaggi concreti. La Russia ricorre alle cosiddette “troll farms” per plasmare le discussioni sulle piattaforme di social media americane, oltre che per convincere le popolazioni locali a rivoltarsi contro le truppe della Nato attribuendo false responsabilità per attacchi sul campo di battaglia e creando ad hoc notizie false. Ma anche la Cina dispone di un sofisticato sistema di guerra dell’informazione, che non ha esitato a sfruttare in occasione delle elezioni a Taiwan. Tuttavia, mentre Pechino e Mosca espandono il proprio arsenale di strumenti legati all’ambito dell’info-war, Washington sembra andare nella direzione opposta.

Secondo quanto riportato da una fonte anonima a DefenseOne, i vertici del Pentagono starebbero valutando tagli alle operazioni di supporto informativo militare, comunemente note col termine di psychological operations (o psy-ops, ancora più in gergo), al fine di risparmiare preziose risorse da destinare a reparti “cinetici” d’élite come i Berretti Verdi o i Ranger. Il dibattito sui tagli sarebbe in corso da almeno un anno, precisamente quando l’ufficio del Pentagono per la valutazione dei costi e dei programmi ha raccomandato una riduzione nel numero di operatori speciali in mansioni di supporto, logistica e comunicazioni. Reparti come l’8° Gruppo per le Operazioni, che costituiscono la maggior parte delle truppe di prima linea del Pentagono per la guerra d’influenza e d’informazione, sarebbero colpiti dai tagli. Secondo le stime, fino a 3.000 operatori speciali potrebbero essere oggetto della “revisione”.

“Tutti i nostri avversari hanno investito molto in questo spazio perché si considerano avvantaggiati rispetto a noi. E si tratta di una barriera all’ingresso poco costosa rispetto ad altre tradizionali forze militari di cui continuiamo a godere” ha dichiarato a DefenseOne un alto funzionario del dipartimento della Difesa statunitense. Che sottolinea anche come nel caso statunitense tali operazioni siano molto più piccole e abbiano obiettivi molto più limitati. “All’interno del nostro stesso governo, in alcuni casi c’è apprensione per i militari che si occupano delle operazioni di informazione, perché sembra che gestiscano un ‘Grande Fratello’. E sembra anche qualcosa che non è particolarmente legato alle operazioni militari”.

Questa branca rappresenta una porzione minuscola all’interno delle forze armate di Washington, ma gioca un ruolo di rilievo dei campi di battaglia dove gli Stati Uniti sono impegnati. Esemplare quanto avvenuto nel 2017 in Africa centrale, quando i soldati delle operazioni psicologiche hanno convinto molti combattenti dell’Esercito di Resistenza del Signore ad abbandonare la loro causa, rendendo possibile la neutralizzazione del gruppo ribelle a costi inferiori sia sul lato umano che su quello economico. Oggi le operazioni psicologiche degli Stati Uniti giocano un ruolo importante in Medio Oriente, in concomitanza ad altre operazioni come gli attacchi missilistici di rappresaglia o gli sforzi nelle pubbliche relazioni.

Il funzionario contattato da DefenseOne ha affermato che sono proprio questo tipo di operazioni siano la causa, diretta o indiretta, della riduzione negli attacchi delle milizie filo-iraniane contro avamposti e navi da guerra statunitensi.

Sebbene resta evidente che la scelta sia stata ponderata, ridurre le proprie capacità in una dimensione così importante in scenari più o meno convenzionali (innegabile il suo ruolo anche all’interno del conflitto ucraino), mentre i principali competitor incrementano i mezzi a loro disposizione, potrebbe rivelarsi una scelta pericolosa per Washington – che potrebbe rendersi più vulnerabile ad azioni rivolte contro il territorio Usa e la sua popolazione.


formiche.net/2024/02/il-pentag…

L’Antica Australia Nord-Occidentale e il suo mare interno


Una recente ricerca ha gettato nuova luce sulla storia antica della regione nord-occidentale dell’Australia, rivelando un passato sorprendente che includeva un vasto mare interno. Questa area, per gran parte dei 65.000 anni di storia umanaContinue reading

The post L’Antica Australia Nord-Occidentale e il suo mare interno appeared first on Zhistorica.

Melenzi


Non è (soltanto) scritta male, ma mal concepita. La riforma costituzionale che s’avvia a essere discussa è pensata per la ragione sbagliata, sicché non potrà arrivare alla meta proposta, ovvero rendere più forte il governo. Potrà essere approvata, come fu

Non è (soltanto) scritta male, ma mal concepita. La riforma costituzionale che s’avvia a essere discussa è pensata per la ragione sbagliata, sicché non potrà arrivare alla meta proposta, ovvero rendere più forte il governo. Potrà essere approvata, come furono approvate quella di Berlusconi (2005 e referendum perso nel 2006) e quella di Renzi (varata e cancellata nel 2016), potrà pure arrivare a referendum nel 2026, tanto per farne uno ogni 10 anni, ma non arriverà mai a ottenere il risultato a parole indicato.

I contenuti della riforma Meloni sono diversi da quelli della riforma Renzi. Il secondo commise lo stesso errore di Berlusconi, insalsicciando questioni diverse e finendo con il porre al cittadino tante domande diverse e consentirgli una sola risposta, che fu No. Purtroppo non avvenne la stessa cosa per la sciagurata riforma costituzionale del 2001, voluta dalla sinistra e che ora la Lega intende applicare. E non avvenne con il taglio dei parlamentari. Meloni ha capito la lezione: si riforma un tema per volta. Questo è un suo vantaggio. Ma lo scopo dell’esercizio è uguale a quello che si prefisse Renzi: arrivare al referendum e colà incassare la consacrazione. Andò diversamente.

C’è un altro aspetto che Renzi e Meloni hanno in comune: si sono trovati alla guida di governi che controllano e con un Parlamento che gli vota tutto. Sicché appare suggestivo ma insensato chiedere che il governo e chi lo guida si rafforzino: più di così non si può. Il fatto è che l’uno e l’altra hanno capito di vivere in un’illusione, quindi meglio incassare e liberarsi della propria maggioranza prima che si dissolva. Eccolo qua il punto comune: non si prova a rafforzare il governo nei confronti del Parlamento o del Presidente della Repubblica, ma nei confronti della sua stessa maggioranza, sapendo bene che è un raccogliticcio assemblaggio di diversi, in cui l’uno vedrebbe volentieri l’altro cadere.

Ragion per cui è fiato perso quello di chi grida al sorgere del regime o pensa che saranno soppresse le opposizioni: il vero e grande pericolo consiste nel provare a regolare conti politici – sapendo di non avere né di potere avere una maggioranza propria – mediante una riforma costituzionale che porti poi a un personale trionfo referendario. E questa roba porta male, perché la via plebiscitaria scatena l’avversione di tutti gli altri (alleati compresi, prego chiedere a Renzi) ed è destinata o a far perdere la guida del governo o a far perdere al governo la guida del Paese.

Tanto più che la riforma nasce da un raggiro, perché Repubblica presidenziale, semi presidenziale e premierato non sono parenti manco per niente. Sicché non si può dire che avendo promesso agli elettori la prima si mantiene la parola realizzando il terzo. E son tutti e tre sistemi sani, ma che funzionano soltanto se il resto dell’apparato costituzionale è coerente, se i contrappesi sono effettivi, se la separazione dei poteri è tutelata e se la legge elettorale è cooperante con lo schema scelto. Ma se lo scopo che ci si prefigge è quello di affrancare chi guida il governo senza avere mai avuto la maggioranza assoluta dei voti dai presunti alleati che ne intralciano il cammino e promettono di farlo cadere, allora non basta stabilire che si elegge il capo dello Stato o del governo, perché così si introdurrà la figura di un falso potente. E sono quelli che fanno la fine peggiore.

Della confusione è responsabile anche chi alla riforma s’oppone, paventando sottrazione di poteri dal Quirinale. Ma quei poteri sono essenziali e benefici nello schema costituzionale presente; se lo si cambia possono mutare, tutto sta a capire se coerentemente o meno. E se la rassicurazione è «Non li tocchiamo», è segno che il resto non regge.

Ne “La coscienza di Zeno” Italo Svevo scrisse: «Il vero furbo, in commercio, secondo me, doveva fare in modo di apparire melenso». Melenzi non è soltanto un errore ortografico, ma una crasi metodologica che rende la furberia troppo sfacciata e l’esito troppo sgradevole.

La Ragione

L'articolo Melenzi proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

L’Aeronautica americana testa i nuovi “droni gregari” contro una Cina fittizia


Nel luglio 2023, il Mitchell Institute for Aerospace Studies (ente sponsorizzato da varie aziende del settore della difesa ed affiliato dell’Air & Space Forces Association) ha realizzato un wargame molto particolare: in questa simulazione tre squadre aere

Nel luglio 2023, il Mitchell Institute for Aerospace Studies (ente sponsorizzato da varie aziende del settore della difesa ed affiliato dell’Air & Space Forces Association) ha realizzato un wargame molto particolare: in questa simulazione tre squadre aeree “blu” hanno utilizzato un mix di Collaborative Combat Aircraft (Cca), come sensori, esche, jammers e sistemi di lancio per “disturbare e stimolare” il sistema integrato di difesa aerea della Cina, “localizzare i suoi nodi critici ed esercitare attrito sulle minacce esistenti, al fine di supportare le operazioni dei velivoli con equipaggio”, secondo quanto si legge nel rapporto del Mitchell Institute sui Cca.

Nel rapporto vengono riprese le argomentazioni dell’Aeronautica Militare a favore dei Collaborative Combat Aircraft. E in particolare la necessità dell’Arma Area di Washington di rimpiazzare con sistemi uncrewed quelli a guida umana, alla luce del costante calo nel personale registrato durante gli ultimi anni. Ma per fare ciò, la Us Air Force deve disporre delle risorse necessarie ad acquisirli. L’aereonautica statunitense non ha reso pubblici i preventivi di costo per questi sistemi autonomi; tuttavia, il Segretario dell’Air Force Frank Kendall ha dichiarato di volere che un singolo Cca non costi più di un terzo di un F-35, il che suggerisce un prezzo di circa 27 milioni di dollari.

E dato che i primi esemplari (con equipaggio) del progetto Next Generation Air Dominance non saranno pronti all’uso prima del 2030 e avranno con tutta probabilità un prezzo elevato, l’Aeronautica si affida ai Cca per disporre di quella che viene definita una “massa accessibile”.

Nel wargame realizzato dal Mitchell Institute sono stati coinvolti dieci tipi di Cca, che vanno dai droni “sacrificabili” dal costo di circa due milioni di dollari a quelli dotati di alte capacità e “non sacrificabili”, con un prezzo che si aggira sui quaranta milioni di dollari. Durante i primi giorni della simulazione le squadre “blu” hanno impiegato un mix di Cca a basso costo e di modelli a costo moderato che possono essere recuperati e rigenerati per ulteriori impieghi operativi.

Per far sì che tali tecnologie abbiano un impatto concreto, l’Air Force dovrà acquistare questi droni nell’ordine delle migliaia, considerando che le squadre impegnate nel wargame hanno richiesto soltanto nella prima giornata centinaia di Cca, secondo quanto dichiarato dal responsabile per i future concept e la capability assessment capacità presso il Mitchell Institute Mark Gunzinger.

“Ciò significa che l’Air Force deve essere in grado di acquistarli su quella scala, il che comporta la necessità di avere un prezzo accessibile. Più stealth, più raggio d’azione, carichi utili più grandi, più sensori, supporto ai sistemi di missione: tutto ciò può far lievitare i costi. Quindi la chiave è capire che tipo di compromessi fare per avere sistemi accessibili, che si possano acquistare su scala e che siano comunque credibili in combattimento”, ha proseguito Gunzinger.

L’Air Force ha recentemente confermato che al momento cinque aziende – Boeing, General Atomics, Lockheed Martin, Northrop Grumman e Anduril – sono sotto contratto per progettare e costruire una flotta di almeno mille Cca. Degno di nota il fatto che tra questi appaltatori non vi sia Kratos Defense, che ha sperimentato con l’Aeronautica Militare il suo XQ-58 Valkyrie. Robert Winkler, vicepresidente dello sviluppo aziendale e dei programmi di sicurezza nazionale di Kratos, ha dichiarato martedì, durante la pubblicazione del rapporto, che il suo team tendeva a scegliere i Cca a basso costo, rimanendo nella fascia dei dieci milioni di dollari. Dietro l’assenza di Kratos potrebbe esserci il fatto che per questo progetto l’Usaaf vorrebbe un velivolo più grande e con un motore più potente rispetto a quello offerto da Kratos.


formiche.net/2024/02/nuovi-dro…

Impalcati


Populisti di tutto il mondo riunitevi e prendete atto che basta un direttore artistico di Sanremo a fregarvi tutti. Amadeus e Fiorello cedono al ricatto ma, al tempo stesso, ne organizzano uno sontuoso alla politica: noi gli diamo ragione, a quelli che co

Populisti di tutto il mondo riunitevi e prendete atto che basta un direttore artistico di Sanremo a fregarvi tutti. Amadeus e Fiorello cedono al ricatto ma, al tempo stesso, ne organizzano uno sontuoso alla politica: noi gli diamo ragione, a quelli che con il trattore bloccano le strade, ora tocca a voi accontentarli. Parole e musica di un mondo irresponsabile.

I giovinastri che si sdraiano per strada, sfoggiando striscioni ecoretorici, ne restino ammirati. Oh dilettanti, per loro si minacciano pene severe (che sarebbero anche meritate), mentre a quelli che fermano tutto per rivendicare non solo il diritto d’inquinare, ma anche quello d’essere pagati per farlo, si dischiudono le porte e si presentano le scuse. Il tutto a cura di un mondo politico che dell’agricoltura mastica i prodotti, ma delle proteste ha una fifa immensa.

Terrorizzata, la politica annaspa. Potrebbe far presente che la nostra agricoltura va bene, che si tratta del settore più a lungo e massicciamente sostenuto dai contributi europei, che la nostra industria dell’alimentare esporta sempre di più. Ma il labbruzzo è tremulo e le parole non vengono. L’opposizione non sa se compiacersi o disperarsi, vista che la più efficace protesta viene da destra e loro si trovano a sinistra. La maggioranza vorrebbe dire: con tutto quello che vi abbiamo dato e promesso?! Ma si riduce a garantire di reintrodurre l’esenzione Irpef (Made in Renzi nel 2016), epperò con un tetto a 10mila euro di reddito l’anno, quindi non per l’industria agricola ma per l’orto. Praticamente promettono di cambiare quel che hanno compattamente approvato meno di due mesi addietro. Una maschia tenuta. Non basta? Allora i miliardi marchiati Pnrr passano da 5 a 8. Che è come dire usare fondi europei per convincere quelli che sono contro l’Unione europea che li genera. E sarebbe bello sapere dove finiscono, quei soldi, perché se diventano spesa corrente sono una gran fregatura per l’Italia e per tutti gli italiani che non li incassano personalmente. Come, del resto, lo sarebbe far aumentare i prezzi (a proposito, quelli dei supermercati devono essere stonati e, quindi, esclusi da Sanremo).

Hanno delle ragioni, gli agricoltori? Molte, ma quelli che bloccano tutto non sono degli agricoltori, bensì degli estremisti di cui alcuni fanno l’agricoltore. Premiare loro è come consegnare la rappresentanza all’estremismo, non bastasse il corporativismo. In un Paese peraltro senza memoria: sono gli stessi che fecero un baccano insensato contro il Ceta (l’accordo commerciale fra Ue e Canada) dicendo che ci avrebbe rovinati e il Made in Italy sarebbe stato annientato; la politica se la fece sotto, more solito, ma era una cosa talmente dissennata che non s’ebbe il coraggio di lasciarla cadere e quindi, superba ipocrisia, non si ratificò l’accordo ma lo si è applicato in via sperimentale; è andata benissimo, le nostre esportazioni sono cresciute e il Made in Italy alimentare ci ha guadagnato. Ma chi se ne ricorda? Nessuno ha voglia di dire che sono gli stessi agricoltori non coltivati di allora.

Ora il demone è l’accordo con il Mercosur. Un mercato da 780 milioni persone e un commercio da 50 miliardi di dollari l’anno: Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, Venezuela, ma anche Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perù. Tutti Paesi in cui la borghesia spende per comprare Made in Italy (a parte che molti discendono da italiani) e si potrebbe farli spendere di più. Con allevamenti e coltivazioni su spazi inconcepibili in Europa, con cui scambiare economie di scala. E aree d’influenza geopolitica che se si buttano al secchio poi serve a un accidenti piagnucolare perché la Cina s’avvicina.

Qualsiasi cosa ha pregi e difetti, qualsiasi accordo ha vantaggi e svantaggi, ma fare politica dovrebbe significare avere in mente un modello di interesse collettivo e saper compensare e trasformare quel che esce fuori mercato. Invece abbiamo Sanremo che impalca i maniscalchi contro le ferrovie, tanto il capo va a cavallo per i fatti suoi.

La Ragione

L'articolo Impalcati proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Missione Gcap. Tutti gli incontri della delegazione britannica in Italia


Dopo la nascita a dicembre della nuova organizzazione governativa, Italia, Regno Unito e Giappone continuano a lavorare per il Global Combat Air Programme, su cui l’Italia ha impegnato 8,5 miliardi di euro fino al 2037. Il programma per lo sviluppo congiu

Dopo la nascita a dicembre della nuova organizzazione governativa, Italia, Regno Unito e Giappone continuano a lavorare per il Global Combat Air Programme, su cui l’Italia ha impegnato 8,5 miliardi di euro fino al 2037. Il programma per lo sviluppo congiunto di un aereo stealth di sesta generazione è stato al centro dei colloqui di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, con Rishi Sunak, primo ministro britannico, sentito telefonicamente la scorsa settimana, e con Fumio Kishida, primo ministro giapponese, incontrato a Tokyo lunedì. L’obiettivo è definire il Joint Venture Agreement nei prossimi mesi e l’incorporazione della joint venture industriale entro la fine dell’anno.

Inoltre, questi giorni una delegazione della commissione Difesa della Camera dei Comuni, composta da otto parlamentari guidati dal tory Jeremy Quin, è stata a Roma prima e sarà a Napoli poi per continuare a rafforzare i legami con l’Italia nel settore difesa. Nella capitale i deputati provenienti da Londra hanno incontrato Guido Crosetto, ministro della Difesa, Luca Goretti, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, gli omologhi delle commissioni di Camera e Senato (presiedute rispettivamente da Nino Minardo e Stefania Craxi) e i vertici di Leonardo. Nel capoluogo campano, invece, visiteranno domani l’Allied Joint Force Command, comando militare Nato. Prossimamente la delegazione britannica, da cui emerge un convinto sostegno transpartitico all’iniziativa, potrebbe fare tappa a Tokyo per chiudere il triangolo del Global Combat Air Programme.

Colloqui di questo tipo, “nel contesto di una partnership strategica di questa portata, sono fisiologici e opportuni” in quanto “permettono ai decisori politici di approfondire la conoscenza dei partner politici, militari e industriali con cui ci si impegna per tre decenni”, spiega Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa dell’Istituto Affari Internazionali, a Formiche.net. “Parallelamente ai negoziati portati avanti dai ministeri e delle industria, è importante, infatti, capire sul piano politico il livello di impegno reciproco e le capacità degli interlocutori, anche alla luce del fatto che il Global Combat Air Programme è una sorta di scommessa per tre Paesi, comparabili ma diversi e lontani, che si assumono la co-leadership di un’iniziativa simile per la prima volta”, aggiunge l’esperto che ha incontrato la delegazione assieme ad altri ricercatori dello stesso centro di ricerca.

A quanto appreso da Formiche.net, gli incontri si sono svolti in un clima molto positivo e hanno permesso di ribadire la fiducia reciproca sia nel partenariato strategico ribadito dal memorandum d’intesa firmato a Londra ad aprile, sia nello specifico del Global Combat Air Programme.

Uno dei punti sull’agenda dei parlamentari britannici in visita in Italia riguarda il sostegno all’Ucraina, in particolare nel caso in cui Donald Trump dovesse vincere le elezioni presidenziali americane di novembre e insediarsi a gennaio alla Casa Bianca. Per il Regno Unito “la priorità più urgente in materia di sicurezza nazionale e politica estera nel breve-medio termine è affrontare la minaccia posta dalla Russia alla sicurezza europea”, come si legge nella Integrated Review Refresh 2023 pubblicata meno di un anno fa. E gli alleati Nato e i partner dell’Unione europea sono pronti a sostenere Kyiv anche davanti a un diverso approccio americano? Questo l’interrogativo, legato anche all’autonomia strategica europea, al quale a Londra si cercano risposte.


formiche.net/2024/02/gcap-dele…

Scuola, i bimbi scrivono male in corsivo per l’abuso di smartphone, tablet e social


Indagine negli istituti napoletani (ma il fenomeno si presenta in tutta Italia): l’utilizzo eccessivo di strumenti elettronici spinge i più piccoli a privilegiare lo stampatello. I docenti: “Crescono i disturbi dell’attenzione” Per alcuni è una battaglia

Indagine negli istituti napoletani (ma il fenomeno si presenta in tutta Italia): l’utilizzo eccessivo di strumenti elettronici spinge i più piccoli a privilegiare lo stampatello. I docenti: “Crescono i disturbi dell’attenzione”

Per alcuni è una battaglia di retroguardia. Per altri l’indispensabile argine ad una deriva che compromette le capacità cognitive e lo sviluppo del pensiero nei bambini. È l’uso del corsivo nella scrittura.

Corsivo cui i piccoli preferiscono, con sempre maggiore frequenza, i caratteri in stampatello. Complici l’uso dei computer e degli smartphone. Tastiera contro mano libera. Semplicità del gesto contro un’abilità motoria da imparare anche a fatica. «Nella seconda elementare in cui insegno – racconta Monica Scarpa, maestra alla Virgilio di Secondigliano – i bambini quasi esprimono un disagio di fronte al corsivo. La fatica delle forme tondeggianti, della precisione, della grafia comprensibile, li porta a rifiutare il corsivo. “In stampato scrivo meglio” mi dicono».

E quella degli attuali alunni di scuole elementari non è la prima coorte in difficoltà con la scrittura. Il fenomeno dura da anni, i primi maniaci dello stampatello sono già alle superiori: «Ma io non accetto compiti in classe che non siano scritti in corsivo – afferma Veronica Grotta, docente in un liceo del Vomero – e più di una volta sono stata contestata dai ragazzi con l’accusa di “non lasciarli liberi di esprimersi”, fraintendendo, in tutta evidenza, sia il concetto di libertà che di espressione».

Da un po’ il dibattito sulla scrittura e sull’ortografia ha preso piede tra i docenti ed i pedagogisti. La questione è diventata oggetto di ricerche scientifiche. Come quella che nel 2023 è stata pubblicata dai ricercatori dell’università La Sapienza e del Policlinico Umberto I: secondo l’indagine un bambino su cinque nelle scuole elementari ha difficoltà ad usare il corsivo. E nel 21,6 per cento dei casi c’è il rischio concreto di sviluppare un problema di scrittura difficilmente, in seguito, recuperabile.

«Un problema che può trasformarsi in disturbo, come la disgrafia» aggiunge Serena Speranza, insegnante alla Doria di Fuorigrotta. «Se per i piccoli che soffrono di disturbi legati alla coordinazione motoria o alla dislessia l’uso dello stampato al posto del corsivo è una soluzione, per gli altri può addirittura essere il canale attraverso il quale si amplifica un disturbo della scrittura».

«O dell’attenzione – aggiunge Paola Damiano, docente di scuola primaria alla Oberdan del centro di Napoli – I nativi digitali sono abituati alla tastiera. I bambini delle mie classi, ormai da qualche anno, non hanno più la stessa mobilità del polso di un po’ di tempo fa. Per scrivere in corsivo serve muovere mano e polso in un certo modo, reggere la penna correttamente. Spesso non sanno proprio farlo perché, ad esempio, le loro manine non hanno mai “impastato” qualcosa, piuttosto hanno sfogliato pagine digitali su tablet e telefonini. I loro giochi sono, sempre più spesso, dinanzi ad uno schermo, con una tastiera e un joystick». Anche a causa del Covid, aggiunge, «non hanno sviluppato i prerequisiti, come tagliare e incollare, colorare e sviluppare manualità. E si rifugiano nello stampato, più facile, con le sue semplici linee».

La competenza di scrittura, nel senso di impugnatura e movimento della penna, si allontana sempre più ed i piccoli manifestano difficoltà anche nel colorare. Susanna Iannaccone, anche lei docente con master in pedagogia, aggiunge: «La scrittura in corsivo si è dimostrata indispensabile per attivare tutte le zone cerebrali. Come una ginnastica per la mente. Il corsivo sviluppa la cosiddetta motricità fine, l’attenzione, il rispetto dello spazio nel foglio. Favorisce l’orientamento spaziale, nonché l’ordine mentale. Per non parlare di quanto sia importante per una espressione grafica del sé».

«Un sé che invece adesso – afferma Marina Guida, scuola media Foscolo – è affidato quasi esclusivamente alle immagini: su TikTok o Instagram non serve saper scrivere ma saper apparire come i social richiedono. Così anche in terza media si fa fatica ad ottenere una scrittura fluida. Il mio alunno M.M., di 12 anni, quando scrive in corsivo non riesce a tenere il ritmo, né a rispettare gli spazi del foglio. La sua coordinazione oculo-manuale è minima. E non è il solo». Il problema è trasversale alle fasce sociali, si propone nelle scuole di periferia come in quelle del centro. «Secondo la mia esperienza a Poggioreale – afferma Irene Iacobelli, docente della Mastriani – oltre la metà dei bambini e dei ragazzi preferisce lo stampatello. Se usano il corsivo è perché li costringiamo. Le neuroscienze sono state chiare, in proposito: dal non uso del corsivo derivano limitate capacità di pensiero, di ragionamento e di apprendimento».

E persino difficoltà di concentrazione o difficoltà nella sfera degli affetti e delle emozioni. Così in Usa la California e il Michigan hanno reintrodotto per legge, nelle scuole, l’uso del corsivo, dopo averlo considerato per anni “una inutile fatica”.

di Bianca de Fazio, repubblica.it

L'articolo Scuola, i bimbi scrivono male in corsivo per l’abuso di smartphone, tablet e social proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Droni, cyber e capitale umano. Pontecorvo racconta la collaborazione con Riad


Grazie alla strategia Vision 2030, il programma strategico promosso da Riad per ridurre la sua dipendenza dal petrolio e diversificare la propria economia, l’Arabia Saudita sta diventando un attore di primo piano per quanto riguarda le collaborazioni indu

Grazie alla strategia Vision 2030, il programma strategico promosso da Riad per ridurre la sua dipendenza dal petrolio e diversificare la propria economia, l’Arabia Saudita sta diventando un attore di primo piano per quanto riguarda le collaborazioni industriali internazionali. Al recente World Defence Show di Riad, l’Italia ha partecipato con le sue eccellenze industriali dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza tra cui il campione nazionale Leonardo, che ha siglato un memorandum of understanding con ministero degli Investimenti e l’Autorità generale per l’industria militare dell’Arabia Saudita per sviluppare e valutare una serie di investimenti e opportunità di collaborazione nei settori dell’aerospazio e della difesa. Airpress ne ha parlato con il presidente di Leonardo, l’ambasciatore Stefano Pontecorvo, di ritorno dal Paese arabo.

Presidente, qual è il significato strategico dell’accordo siglato da Leonardo con le autorità di Riad, e quali sono le principali aree di cooperazione identificate?

Partiamo da un dato. Leonardo è presente in Arabia Saudita dagli anni Sessanta. E se oggi abbiamo firmato questo memorandum of understandig vuol dire che la nostra tecnologia è apprezzata. Ne consegue che la firma rappresenta non solo un’importante opportunità per consolidare la cooperazione sulla difesa, ma anche una piattaforma per sviluppare congiuntamente nuove tecnologie, attraverso l’esperienza e le capacità delle parti. Noti bene un particolare. Sto parlando di “piattaforma”. Infatti, il Mou è ad ampio spettro. Prevede collaborazioni in settori diversi. Si va – a titolo d’esempio – dallo spazio alla manutenzione/riparazione/revisione per aerostrutture; dalla localizzazione per sistemi di guerra elettronica, radar fino ad arrivare all’assemblaggio di elicotteri.

Come ha ricordato Lorenzo Mariani, l’accordo ci permetterà di fare una valutazione approfondita riguardo nuove opportunità di collaborazione in diversi settori. Lavoreremo insieme per studiare come rafforzare la nostra partnership con soluzioni ad alta tecnologia e capacità localizzate in campo R&D, industriale e dei servizi. Per decenni Leonardo ha fornito al Paese piattaforme, sistemi, tecnologie e servizi, dal trasporto aereo, al supporto all’industria energetica, agli elicotteri, fino a sistemi elettronici e sensori, a cui si aggiungono sistemi per la difesa marittima e cyber, oltre a un contributo chiave nel campo della difesa aerea.

Riad è coinvolta nelle attività basate sulla sua Vision 2030, il programma strategico per diversificare la propria economia che vede tra i suoi pilastri principali l’aumento degni investimenti nel settore dell’aerospazio e della difesa. Quali potrebbero essere le opportunità per il nostro sistema-Paese nel complesso derivanti dalla collaborazione con l’Arabia Saudita?

Credo che il Mou potrà contribuire significativamente alla Vision 2030 dell’Arabia Saudita finalizzata all’implementazione di riforme senza precedenti nel settore pubblico, alla diversificazione dell’economia, per consentire a cittadini e imprese di raggiungere pienamente il loro potenziale e creare opportunità di crescita innovative. In più, credo possa offrire un contributo reale su aree specifiche, sia nel settore del combattimento aereo, che in quello dell’integrazione multi-dominio, campi dove Leonardo sta sviluppando tecnologie di nuova generazione e implementando una serie di progetti dimostrativi abilitanti. Queste potrebbero includere sistemi a pilotaggio remoto, sensori integrati, tecnologie digitali, processi di industrializzazione e sviluppo del capitale umano. Ma c’è di più: nel Mou c’è scritto che le autorità saudite e Leonardo si impegnano ad esplorare opportunità per la supply chain locale in Arabia Saudita e, più in generale, per il ruolo di Leonardo nella regione e nella catena del valore globale.

In che modo questa collaborazione si allinea con la strategia internazionale di Leonardo e quali sono le prospettive di ulteriori collaborazioni simili?

In maniera totale. Vede, aziende come Leonardo immaginano il futuro. Creano, cioè, tecnologie che verranno utilizzate nei prossimi anni. È per queste ragioni che ripeto le parole di Amartya Sen: “La ricchezza di un Paese non si misura soltanto con il Pil”. La conoscenza tecnologica, in un’era informatica come l’attuale, fa la differenza. La conoscenza digitale si misura con la capacità computazionale installata sul territorio. Per l’Italia è 317 petaflop di potenza di calcolo a servizio della ricerca e dell’alta tecnologia. Cosa vuol dire? Che nel nostro Paese è possibile fare 317 milioni di miliardi di operazioni al secondo. Un milione di miliardi è un “uno” seguito da 15 “zero”. Un risultato a cui partecipa Leonardo. Credo che siano stati anche questi indiscutibili successi tecnologici che abbiano spinto l’Arabia Saudita a consolidare la collaborazione con la nostra azienda.

Guardando al prossimo futuro, quali sono i passi che Leonardo intende compiere per consolidare e sviluppare ulteriormente questa partnership con l’Arabia Saudita?

Oltre ai programmi e i progetti che ho già illustrato, le posso anticipare che nella tarda primavera si sta ragionando di organizzare una Giornata della Difesa italo-saudita, proprio per dare seguito a tutte le iniziative in corso fra i due Paesi.


formiche.net/2024/02/leonardo-…

Lo sgarbo


Al governo serve gente competente. Alla sanità serve che si capisca di faccende sanitarie, non che si sia necessariamente un medico (pur non essendo escluso) ma che si conoscano i problemi e si abbia idea delle soluzioni. Se, però, sei il fondatore di una

Al governo serve gente competente. Alla sanità serve che si capisca di faccende sanitarie, non che si sia necessariamente un medico (pur non essendo escluso) ma che si conoscano i problemi e si abbia idea delle soluzioni. Se, però, sei il fondatore di una catena di cliniche un problema si crea. Si chiama “conflitto d’interessi” e lo si regola – più o meno efficacemente – senza per questo preferire i nullafacenti. Vale anche per la cultura, che non è soltanto arte della parola.

Vittorio Sgarbi – geniale protagonista inseguito da un tenace avversario di nome Sgarbi – è un dirigente del centrodestra fin da prima delle sue origini ed è stato chiamato al governo da chi si suppone lo conosca. Ora afferma che il problema del conflitto d’interessi non è limitato alla sua persona, aggiungendo piacevolezze sul ministro. Non è un qualunquista di passaggio né un oppositore dei governanti. La questione che pone non potrà essere scantonata sperando che taccia. Anche perché sarebbe una vana speranza.

La Ragione

L'articolo Lo sgarbo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

La storia ignorata


sraele uguale nazismo? Cosa succede quando l’uso politico della storia si incontra con l’ignoranza della storia? L’uso politico della storia non è certo una novità. È sempre stato praticato. Si ricorre strumentalmente all’uno o all’altro esempio storico s

sraele uguale nazismo? Cosa succede quando l’uso politico della storia si incontra con l’ignoranza della storia? L’uso politico della storia non è certo una novità. È sempre stato praticato. Si ricorre strumentalmente all’uno o all’altro esempio storico scegliendo l’interpretazione che si ritiene più conveniente al fine di dare sostegno, di fornire legittimità, alla posizione politica che si sta difendendo. A chi ne fa un uso politico, della storia in sé, di che cosa sia realmente accaduto in passato, non importa un bel nulla: si usa la storia come una clava, è solo un mezzo utile per fare propaganda, per conquistare proseliti, per sconfiggere le posizioni avversarie. Ma se la novità non sta certo nell’uso politico della storia, è nuovo il contesto in cui vi si fa ricorso.

La novità consiste nel fatto che oggi una parte ampia dei ceti istruiti (o supposti tali), specie delle generazioni più giovani, è incapace di pensare la storia e, spesso e volentieri, non possiede neppure le semplici nozioni storiche che un tempo fornivano le scuole superiori. È un fenomeno che gli storici di professione da tempo stigmatizzano. Viviamo in società immerse in un eterno presente. Il processo è cominciato nell’era televisiva. La Rete ha esasperato la tendenza.

Le ricerche condotte dagli specialisti della comunicazione danno al riguardo indicazioni chiare: una grande quantità di persone che vive immersa nel presente ha perduto la capacità di capire che il presente è influenzato dal passato. A queste persone sfugge la profondità storica di qualunque evento di cui sia testimone. E poiché il passato non conta nulla, non è considerato un mezzo per comprendere il presente, non ha nemmeno senso dotarsi di un minimo di conoscenze storiche. Un tempo l’uso politico della storia, la storia usata come clava, incontrava un limite, ovvero esistevano degli anticorpi. Una parte almeno dei ceti istruiti era dotata di sufficienti nozioni storiche,e disponeva di sufficiente senso storico, da non farsi imbrogliare. Adesso non è più così, gli anticorpi sono svaniti o si sono assai indeboliti. A qualcuno è stato detto che un tempo (il quando, nonché il contesto, ovviamente, sono irrilevanti) è esistita una cosa denominata nazismo e di cui null’altro importa sapere se non che si trattava del male assoluto. Inoltre, quel qualcuno ha sviluppato nel tempo un odio viscerale nei confronti di Israele, Stato percepito come più potente dei suoi vicini e colpevole di essere appoggiato dall’Occidente. L’accostamento diventa automatico: Israele uguale nazismo. Non c’è alcun bisogno di sapere qualcosa né della storia del nazismo né di quella di Israele per stabilire l’associazione. E poiché ignoranza della storia significa anche ignoranza di cosa sia e di quanto abbia storicamente pesato l’antisemitismo, non sorprende che una quantità così elevata di studenti universitari, da Harvard alle università europee, non abbia problemi a fare un simile accostamento.

Come sempre in questi casi hanno un ruolo sia i cattivi maestri che i processi imitativi. All’inizio ci sono cattivi maestri (genitori o insegnanti) che, per l’appunto, fanno uso politico della storia: essi raccontano a giovani sprovveduti che Israele e il nazismo pari sono, «la vittima trasformatasi in carnefice» eccetera. I suddetti sprovveduti, a loro volta, «fanno tendenza»: ripetono la fanfaluca di fronte a coetanei ignoranti quanto loro. Anche il coetaneo, naturalmente, nulla sa né del nazismo né di Israele ma è ostile a Israele e, soprattutto, non vuole perdere la faccia. Si auto-convince della verità di quanto gli è stato raccontato. Cattivi maestri da un lato, processi imitativi dall’altro. Una ricerca dell’Istituto Cattaneo di Bologna condotta su un campione di studenti di corsi umanistici di tre Università del Nord, intervistati sia prima che dopo il 7 ottobre, offre conferme. La ricerca ricostruisce gli atteggiamenti degli studenti verso gli ebrei. Si trattava essenzialmente di capire se e quanto l’antisemitismo fosse diffuso fra gli universitari distinguendo fra i temi classici dell’antisemitismo e quelli di nuovo conio. Ma il punto che qui ci interessa riguarda Israele: risulta che il 46% degli intervistati condividesse, prima del 7 ottobre, l’equiparazione fra Israele e Germania nazista. Addirittura, questa percentuale cresce subito dopo il 7 ottobre (e dunque prima dell’intervento israeliano a Gaza). Ed è fatta propria dal 50% del campione dopo il 17 ottobre. Sono, plausibilmente, dopo il 17 ottobre, le notizie sulle vittime palestinesi dell’intervento militare ad aumentare (di qualche punto in percentuale) il numero di coloro che considerano valido l’accostamento fra Israele e nazismo ma è un fatto che costoro sono già tantissimi, quasi la metà del campione prima della nuova guerra e, per giunta, risultano in aumento dopo il pogrom del 7 ottobre. Commetterebbe un grosso errore chi volesse consolarsi considerando che metà del campione rifiuta di equiparare Israele al nazismo. Se in un gruppo di dieci persone cinque non credono che i terremoti siano causati dagli incantesimi della strega cattiva ciò non è rilevante. È rilevante che cinque ci credano.

Per aiutare a comprendere quanto sta accadendo in Medio Oriente occorrerebbe spiegare che si tratta di una vicenda complessa che inizia nel 1948 con la nascita dello Stato di Israele e il conseguente «rifiuto arabo». Nessuna comprensione di quanto è accaduto e accade è possibile se non si parte da lì. Gli stessi errori di Israele (le colonie in Cisgiordania, l’illusione di potere difendere all’infinito lo status quo, ossia i precarissimi rapporti fra due popoli reciprocamente ostili) non si spiegano se non ricostruendo quel quadro generale. Ma, appunto, ciò presuppone che l’interlocutore sia disposto a riconoscere il peso e l’importanza della storia per comprendere il presente. Il che però è impedito o quanto meno reso assai difficoltoso dal clima e dalle tendenze dominanti. La sopra citata ricerca del Cattaneo lascia aperto uno spiraglio. Risulta che gli atteggiamenti negativi verso gli ebrei sono più accentuati fra gli studenti con alle spalle un basso rendimento scolastico. In altri termini, anche nell’epoca dei social, la scuola può fare, almeno in parte, la differenza. Se essa tornasse al rigore di un tempo forse si potrebbero ricostituire gli anticorpi necessari per contenere la diffusione delle credenze più aberranti. L’incontro fra uso politico della storia e ignoranza della storia genera mostri. Ciò, di sicuro, non fa bene alla democrazia.

Corriere della Sera

L'articolo La storia ignorata proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Francesco Bonini, Lorenzo Ornaghi, Andrea Spiri – La Seconda Repubblica


L'articolo Francesco Bonini, Lorenzo Ornaghi, Andrea Spiri – La Seconda Repubblica proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/francesco-bonini-lorenzo-ornaghi-andrea-spiri-la-seconda-repubblica/ https://www.fondazioneluig
Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Il velo di opacità sull’immigrazione.

Dal divieto di entrata nei CPR ai dinieghi di accesso agli atti dei CPR. E poi l’opacità sui criteri di assegnazione dei porti sbarco alle ONG, con l’opposizione di un “divieto assoluto” di conoscenza da parte del Viminale, e tanto altro.

E c’è una clausola del Protocollo con l’Albania, sfuggita a molti, che prelude a una trasparenza ancora minore.

editorialedomani.it/idee/comme…

Riad investe nella Difesa. Ecco tutte le opportunità per l’Italia


L’Arabia Saudita è destinata a diventare sempre più un attore di primo piano in generale per quanto riguarda le collaborazioni commerciali e internazionali, e in particolar modo per quello che riguarda il settore della Difesa. Una spinta dettata in partic

L’Arabia Saudita è destinata a diventare sempre più un attore di primo piano in generale per quanto riguarda le collaborazioni commerciali e internazionali, e in particolar modo per quello che riguarda il settore della Difesa. Una spinta dettata in particolare dalla sua Vision 2030, il programma strategico promosso da Riad per ridurre la sua dipendenza dal petrolio e diversificare la propria economia, che vede tra i suoi pilastri principali l’aumento della spesa in ambito militare. Una dimostrazione di questo arriva dal Preview Day del World Defense Show Saudi Arabia, che ha visto partecipare oltre un centinaio di delegazioni da 65 nazioni, e alla quale l’Italia ha partecipato con le sue eccellenze industriali dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza con il sostegno delle istituzioni della Difesa e delle Forze armate.

Parte della delegazione italiana, anche la missione guidata dall’ammiraglio Pier Federico Bisconti, vice segretario generale della Difesa e della Direzione nazionale degli armamenti, che ha incontrato a Riad il suo omologo Ibrahim Al Suwayed, viceministro della difesa e a capo dell’armamento e del procurement. Un incontro inserito nel solco del Joint consultative committee, il meccanismo di dialogo militare tra Arabia Saudita e Italia sui temi della difesa e sicurezza avviato a dicembre del 2023 con la visita nella capitale saudita del segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, generale Luciano Portolano. Questa serie di consultazioni non solo confermano le buone relazioni tra i due Paesi, ma sottolineano in particolare il forte interesse del Paese arabo ad approfondire i rapporti con il nostro Paese anche mediante la cooperazione nel settore della Difesa.

L’Arabia Saudita è coinvolta in un processo di rafforzamento delle proprie piattaforme militari a tutto spettro, un processo che – secondo i dettami della Visione 2030 – intende perseguire attraverso collaborazioni che vedano il 50% della realizzazione sul territorio saudita, in uno sforzo all’industrializzazione diversificata del Paese. La strategia di Riad è ancora all’inizio, e molte delle necessità del Paese dal punto di vista dei requisiti per le proprie piattaforme non sono ancora stati definiti, tuttavia è un processo che sta iniziando e che vedrà quei Paesi già coinvolti e presenti nel regno avere un notevole vantaggio rispetto a chi dovesse approcciare alla monarchia araba più tardi.

Non è un caso che di recente la Germania abbia rimosso il veto che impediva l’esportazione di Eurofighter all’Arabia Saudita, un dietrofront che ha segnato il cambio di rotta del cancellierato di Olaf Scholz sulle questioni legate alla difesa e alla sicurezza internazionali. Il blocco tedesco risaliva al 2018, quando l’allora cancelliera, Angela Merkel, dispose lo stop alle esportazioni di Typhoon alla monarchia saudita come reazione alla crisi scaturita dall’uccisione in Turchia del giornalista dissidente Jamal Khashoggi.

Il veto tedesco ha avuto l’effetto di paralizzare l’accordo che Riad aveva stretto con il Regno Unito – partner del progetto – per l’acquisto di ulteriori 48 velivoli, dopo i 72. Un accordo dal valore di cinque miliardi di sterline. Già allora non si erano fatte attendere le perplessità da parte delle aziende coinvolte, BAE Systems, Airbus e l’italiana Leonardo, e ancora a settembre 2023 il primo ministro britannico, Rishi Sunak, chiedendo a Berlino di rimuovere il veto all’export dei caccia. Anche l’Italia aveva posto tra il 2019 e il 2020 alcune limitazioni alle esportazioni di materiale militare all’Arabia Saudita, tra cui munizioni per gli Eurofighter, paletti rimossi definitivamente dal Consiglio dei ministri a maggio del 2023. L’importanza della decisione tedesca ha segnato duqnue un importante cambio di passo in generale per il futuro dei progetti congiunti europei, a partire dai caccia Eurofighter, a cui partecipa anche l’industria italiana, che potrebbero vedere allargarsi la lista di ordini, con una nuova spinta sui mercati globali.

Altro segnale positivo che arriva dal World Defence Show è il memorandum of understanding sottoscritto da Leonardo con ministero degli Investimenti e l’Autorità generale per l’industria militare dell’Arabia Saudita per sviluppare e valutare una serie di investimenti e opportunità di collaborazione nei settori dell’aerospazio e della difesa. Molteplici le potenziali aree di cooperazione al centro dell’accordo: spazio, manutenzione/riparazione/revisione per aerostrutture, localizzazione per sistemi di guerra elettronica, radar e per l’assemblaggio di elicotteri. Una firma che per il presidente di Leonardo, Stefano Pontecorvo, rappresenta “una piattaforma per sviluppare congiuntamente nuove tecnologie, attraverso l’esperienza e le capacità delle parti”. Come spiegato dal condirettore generale, Lorenzo Mariani, “l’accordo ci permetterà di fare una valutazione approfondita riguardo nuove opportunità di collaborazione in diversi settori, beneficiando di oltre cinquant’anni di presenza di Leonardo e della stretta cooperazione con l’Arabia Saudita”.

Per decenni Leonardo ha fornito al Paese piattaforme, sistemi, tecnologie e servizi, dal trasporto aereo, al supporto all’industria energetica, agli elicotteri, fino a sistemi elettronici e sensori, a cui si aggiungono sistemi per la difesa marittima e cyber, oltre a un contributo nel campo della difesa aerea. L’accordo rappresenta, dunque, l’ultimo passo nel rafforzare le attività del gruppo di piazza Monte Grappa nel regno per creare nuove opportunità in diversi settori grazie ad una consolidata presenza. collaborando alla Vision 2030 dell’Arabia Saudita.


formiche.net/2024/02/riad-inve…

Esercitazioni e caccia del futuro. Tutti i legami della Difesa tra Roma e Tokyo


Un partenariato strategico che passa anche per la Difesa e la sicurezza. Tra i tanti temi che sono stati affrontati nel corso dell’incontro bilaterale tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il premier giapponese Fumio Kisishida, a palazzo Kant

Un partenariato strategico che passa anche per la Difesa e la sicurezza. Tra i tanti temi che sono stati affrontati nel corso dell’incontro bilaterale tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il premier giapponese Fumio Kisishida, a palazzo Kantei, sede del governo nipponico, quello delle collaborazioni militari e industriali per la difesa sono stati tra i principali, con il primo ministro giapponese che ha accolto “con favore il fatto che l’Italia stia aumentando la propria presenza nell’Indo-Pacifico”, registrando come quest’anno ci saranno diverse navi militari italiane, “compreso un gruppo portaerei da battaglia” che stanno pianificando uno scalo in Giappone per condurre delle esercitazioni congiunte”. Una presenza, quella italiana, confermata anche dal premier italiano: “L’Italia intende avere una presenza sempre più significativa e invierà ulteriori velivoli e assetti navali: arriveranno la nave Vespucci, la portaerei Cavour, gli F35”, i quali parteciperanno a “importanti esercitazioni congiunte” a dimostrazione di una “grande cooperazione strategica” tra Giappone e Italia.

Il partenariato strategico tra Roma e Tokyo

Per l’Italia, infatti, il Giappone è ormai diventato uno dei principali partner per quello che riguarda la dimensione della Difesa. Nel corso dell’incontro tra Kishida e Meloni, infatti, è stato richiamato il meccanismo di consultazione 2+2 Esteri-Difesa, istituito a marzo durante il precedente incontro a Roma, durante il quale infatti, le relazioni italo-nipponiche sono state elevate a “partenariato strategico”. Il meccanismo prevede una serie regolare di consultazioni bilaterali tra i responsabili ministeriali degli Esteri e della Difesa in un formato simile a quello già attivo con gli Stati Uniti. Secondo quanto annunciato dai due capi del governo, il primo degli incontri è previsto a marzo, a un anno dalla sua istituzione.

Il Gcap

Naturalmente, il grande tema che unisce Roma e Tokyo è quello della collaborazione sul caccia di sesta generazione Global combat air programme (Gcap), il velivolo che i due Paesi stanno sviluppando insieme a Londra destinato a sostituire i circa novanta caccia F-2 giapponesi e gli oltre duecento Eurofighter di Gran Bretagna e Italia. Per il Paese del Sol levante si tratta della prima grande collaborazione industriale nel settore della Difesa al di fuori degli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale. Kishida, del resto, si è detto “lieto” dei progressi compiuti nello sviluppo del Gcap, dopo che a dicembre i ministri della Difesa, l’italiano Guido Crosetto, il britannico Grant Shapps e il giapponese Minoru Kihara, hanno firmato il trattato internazionale per lo sviluppo il “equal partnership” al 33% del jet di sesta generazione. Non è un caso se nel corso della sua visita in Giappone, il presidente Meloni abbia incontrato, tra i grandi gruppi industriali con interessi in Italia, anche la giapponese Mitsubishi Heavy Industries, che insieme all’italiana Leonardo e la britannica Bae Systems ha la guida nazionale del progetto.

Il caccia del futuro

Il progetto del Global combat air programme è destinato a sostituire i circa novanta caccia F-2 giapponesi e gli oltre duecento Eurofighter britannici e italiani, e prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado, cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al jet di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

Tokyo spinge sulle riforme

Per Tokyo, il Gcap è il primo progetto a tre con due membri della Nato, e il primo dedicato alla difesa sviluppato con nazioni diverse dagli Stati Uniti, l’alleato di sicurezza principale del Giappone. Inoltre, il governo giapponese starebbe lavorando a una revisione delle regole della nazione sulle esportazioni di attrezzature di difesa, particolarmente rigide in Giappone. Un intento dichiarato anche nella recente Strategia di sicurezza nazionale, aggiornata a l’anno scorso. La misura si inserisce anche nel progetto del gabinetto di Kishida di modificare le norme pacifiste della Costituzione del Giappone.

Export militare

Su questo versante, inoltre, a dicembre 2023 il Giappone ha deciso di modificare e regole che limitavano le esportazioni di materiale di Difesa. Ora sarà possibile, per il Paese del Sol levante, inviare materiali prodotti su licenza al Paese proprietario o sistemi di difesa non-letali agli Stati che si difendono da un’invasione, come l’Ucraina. Proprio pensando al Gcap, il governo di Kishida sta cercando di eliminare il divieto di esportare prodotti co-sviluppati ad altri Paesi. Tokyo, infatti, ha riconosciuto il ruolo fondamentale che l’export riveste per la sostenibilità economica di questi programmi. Progetti all’avanguardia come il Gcap, richiedono investimenti massicci per essere sviluppati e infine prodotti, e i soli mercati interni dei Paesi partner non basta a ripagare gli investimenti.


formiche.net/2024/02/esercitaz…

Gli accademici pro Hamas di oggi come quelli pro Hitler di ieri


Nel 1927 il filosofo francese Julien Benda pubblicò ‘La trahison des clercs’ – il tradimento degli intellettuali – che condannava la caduta degli intellettuali europei nel nazionalismo estremo e nel razzismo” racconta Niall Ferguson sulla Free Press. “A q

Nel 1927 il filosofo francese Julien Benda pubblicò ‘La trahison des clercs’ – il tradimento degli intellettuali – che condannava la caduta degli intellettuali europei nel nazionalismo estremo e nel razzismo” racconta Niall Ferguson sulla Free Press. “A quel punto, sebbene Benito Mussolini fosse al potere in Italia da cinque anni, Adolf Hitler era ancora a sei anni dal potere in Germania e a 13 anni dalla vittoria sulla Francia. Ma Benda poteva già vedere il ruolo pernicioso che molti accademici europei stavano giocando in politica. Un secolo dopo, il mondo accademico americano è andato nella direzione politica opposta – a sinistra invece che a destra – ma è finito più o meno nello stesso posto. La domanda è se noi, a differenza dei tedeschi, possiamo fare qualcosa al riguardo. Per quasi dieci anni, un po’ come Benda, mi sono meravigliato del tradimento dei miei colleghi intellettuali. Ho assistito alla volontà di amministratori, donatori ed ex studenti di tollerare la politicizzazione delle università americane da parte di una coalizione illiberale di progressisti woke, aderenti alla ‘teoria critica della razza’ e apologeti dell’estremismo islamico. Per tutto quel periodo gli amici mi assicurarono che stavo esagerando. Chi potrebbe opporsi a una maggiore diversità, equità e inclusione nel campus? In ogni caso, le università americane non sono sempre state orientate a sinistra? Tali argomentazioni sono andate in pezzi dopo il 7 ottobre, quando la risposta di studenti e professori ‘radicali’ alle atrocità di Hamas contro Israele ha rivelato la realtà della vita universitaria contemporanea. Che l’ostilità verso la politica israeliana a Gaza si trasformi regolarmente in antisemitismo è ormai impossibile negarlo.

Come giustamente sosteneva il grande sociologo tedesco Max Weber nel suo saggio del 1917 su ‘La scienza come vocazione’, l’attivismo politico non dovrebbe essere consentito in un’aula universitaria ‘perché il profeta e il demagogo non appartengono alla piattaforma accademica’. Questo era anche l’argomento del Rapporto Kalven dell’Università di Chicago del 1967 secondo cui le università devono ‘mantenere un’indipendenza dalle mode, dalle passioni e dalle pressioni politiche’. Questa separazione è stata del tutto disattesa nelle principali università americane negli ultimi anni. Potrebbe sembrare straordinario che le università più prestigiose del mondo siano state contagiate così rapidamente da una politica intrisa di antisemitismo. Eppure è già successa esattamente la stessa cosa. Cento anni fa, negli anni ‘20, le migliori università del mondo erano di gran lunga in Germania. Rispetto a Heidelberg e Tubinga, Harvard e Yale erano club per gentiluomini, dove gli studenti prestavano più attenzione al calcio che alla fisica. Più di un quarto di tutti i premi Nobel assegnati nelle scienze tra il 1901 e il 1940 furono assegnati a tedeschi; solo l’11 per cento è andato agli americani. Albert Einstein raggiunse l’apice della sua professione non nel 1933, quando si trasferì a Princeton, ma dal 1914 al 1917, quando fu nominato professore all’Università di Berlino, direttore del Kaiser Wilhelm Institute for Physics e membro dell’Accademia delle scienze prussiana. Anche i migliori scienziati prodotti da Cambridge si sentirono obbligati a fare un turno di servizio in Germania. Eppure l’accademia tedesca aveva una debolezza fatale. I progressisti di oggi praticano il razzismo in nome della diversità. Gli accademici nazionalisti della Germania tra le due guerre erano quanto meno espliciti riguardo al loro desiderio di omogeneità ed esclusione. Lo studio di Rudy Koshar sulla città universitaria di Marburg in Assia illustra il modo in cui questa cultura portò il mondo accademico tedesco verso i nazisti. Le confraternite studentesche, prevalentemente protestanti, escludevano gli ebrei dall’adesione già prima della Prima guerra mondiale. Per gli avvocati di mezza età, Hitler era l’erede di Bismarck. Per i loro figli fu l’eroe wagneriano Rienzi, il demagogo che unisce il popolo romano. Anche un uomo che si considerava un liberale, come sicuramente Max Weber, era suscettibile al fascino di una leadership carismatica quando la nascente democrazia sembrava così debole. Tre anni dopo la morte di Weber nel 1920, la Germania precipitò in una disastrosa iperinflazione. Per molti accademici tedeschi, la nomina di Hitler a cancelliere nel gennaio 1933 fu un momento di salvezza nazionale. Già nel 1920 il giurista Karl Binding e lo psichiatra Alfred Hoche pubblicarono il loro ‘Permesso per la distruzione di vite indegne di vita’. Esiste una chiara linea di continuità tra questo tipo di analisi e il documento trovato nel manicomio Schloss Hartheim nel 1945, che calcolava il beneficio economico derivante dall’uccisione di 70.273 pazienti mentali. Molti storici non si comportarono meglio, sfornando tendenziose giustificazioni storiche per le rivendicazioni territoriali tedesche nell’Europa orientale che implicavano massicci spostamenti di popolazione, se non addirittura genocidio. Il caso di Victor Klemperer, convertito al cristianesimo e sposato con una gentile, è illustrativo. ‘Non sono altro che un tedesco o un tedesco europeo’, scrisse Klemperer nel suo diario, una delle testimonianze più illuminanti della storia. Per tutti gli anni ‘30 sostenne che erano i nazisti ad essere ‘non tedeschi’. Eppure l’atmosfera nelle università tedesche divenne sempre più tossica anche per gli ebrei più assimilati. L’antisemitismo dei nazisti portò, ovviamente, a una delle più grandi fughe di cervelli della storia. Se ne andarono oltre 200 degli 800 professori ebrei del paese, venti dei quali erano premi Nobel. Albert Einstein se n’era già andato nel 1933 disgustato dagli attacchi nazisti alla sua ‘fisica ebraica’. I principali beneficiari della fuga dei cervelli ebrei furono, ovviamente, le università degli Stati Uniti. Eppure per Klemperer l’emigrazione era fuori questione. Erano tedeschi. Fu questo tipo di ragionamento a convincere lui e molti altri ebrei a restare in Germania finché non fosse stato più possibile uscirne. Alcuni scelsero il suicidio, ad esempio il linguista di Marburgo Hermann Jacobsohn, che si gettò sotto un treno. Alla fine Klemperer evitò la deportazione nei campi di sterminio solo grazie al bombardamento della Royal Air Force su Dresda. Rimase a Dresda dopo l’occupazione della Germania orientale. Non passò molto tempo prima che cominciasse a notare somiglianze tra il linguaggio della nuova Repubblica Democratica Tedesca appoggiata dai sovietici e quello del Terzo Reich. Come Arendt e Orwell, Klemperer capì che il totalitarismo della destra e il totalitarismo della sinistra avevano caratteristiche simili. In particolare, amavano imporre la neolingua.

Il mondo accademico tedesco non si limitò a seguire Hitler lungo il cammino verso l’inferno. Gli ha aperto la strada. Nel 1940 Victor Scholz presentò una tesi di dottorato all’Università di Breslavia dal titolo ‘Sulle possibilità di riciclare l’oro dalle bocche dei morti’. Aveva svolto le sue ricerche sotto la supervisione di Herman Euler, preside della Facoltà di Medicina di Breslavia. Ad Auschwitz, il Gruppenführer delle SS Carl Clauberg, professore di ginecologia a Königsberg, cercò di trovare il modo più efficace per sterilizzare le donne. Chiunque creda ingenuamente nel potere dell’istruzione superiore di instillare valori etici non ha studiato la storia delle università nel Terzo Reich. Una laurea, lungi dal vaccinare i tedeschi contro il nazismo, li rese più propensi ad abbracciarlo. La caduta in disgrazia delle università tedesche fu personificata dalla prontezza di Martin Heidegger. Il romanziere Thomas Mann era solito riconoscere già all’epoca che, in ‘Fratello Hitler’, l’élite colta tedesca possedeva un mostruoso fratello minore, il cui ruolo era quello di articolare e autorizzare le loro aspirazioni più oscure. L’Olocausto rimane un crimine storico eccezionale – distinto da altri atti di violenza letale organizzata diretti contro altre minoranze – proprio perché è stato perpetrato da uno stato-nazione altamente sofisticato che aveva entro i suoi confini le migliori università del mondo. Questo è il motivo per cui le università americane non possono considerare l’antisemitismo solo come un’altra espressione di ‘odio’, non diversa, ad esempio, dall’islamofobia. Ebbene, la reazione contro il tradimento contemporaneo degli intellettuali è finalmente arrivata. Donatori come l’amministratore delegato di Apollo, Marc Rowan (laureato alla Penn), il fondatore di Pershing Square Bill Ackman (Harvard) e il fondatore di Stone Ridge Ross Stevens (Penn) hanno chiarito che il loro sostegno non sarà più disponibile per le istituzioni gestite in questo modo. Eppure ci vorrà molto di più che poche dimissioni di alto profilo per riformare la cultura delle università d’élite americane. È troppo radicato in più dipartimenti, tutti dominati da una facoltà di ruolo, per non parlare degli eserciti di ‘DEI’ e di ufficiali del Titolo IX che sembrano, in alcuni college, ora superare in numero gli studenti universitari. I leader accademici di oggi non si riconoscerebbero mai come gli eredi di quello che Benda ha condannato, insistendo sul fatto che loro sono di sinistra, mentre gli obiettivi di Benda erano di destra. Eppure, come Victor Klemperer capì dopo il 1945, il totalitarismo si presenta in due modi, sebbene gli ingredienti siano gli stessi. Solo se le università americane, un tempo grandi, riusciranno a ristabilire – in tutta la loro struttura – la separazione della Wissenschaft dalla Politik potranno essere sicure di evitare il destino di Marburg e Königsberg”. (Traduzione di Giulio Meotti)

Il Foglio

L'articolo Gli accademici pro Hamas di oggi come quelli pro Hitler di ieri proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Augusta, in Città la sede della Fondazione Luigi Einaudi intitolata all’Avv. Ezechia Paolo Reale – webmarte.tv


webmarte.tv L'articolo Augusta, in Città la sede della Fondazione Luigi Einaudi intitolata all’Avv. Ezechia Paolo Reale – webmarte.tv proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/augusta-in-citta-la-sede-della-fondazione-l

L’importanza di scrivere a mano (e in corsivo)


Come scrivono i giovani nell’epoca social? Sentiamo dire che non sono più capaci di utilizzare l’italiano corretto, non sanno fare un tema ben strutturato, hanno carenze nella scrittura, nell’associazione di idee e nei collegamenti tra argomenti. In verit

Come scrivono i giovani nell’epoca social? Sentiamo dire che non sono più capaci di utilizzare l’italiano corretto, non sanno fare un tema ben strutturato, hanno carenze nella scrittura, nell’associazione di idee e nei collegamenti tra argomenti. In verità sono sempre lì a scambiarsi messaggi e commenti: non credo sia mai esistita un’epoca in cui si sia scritto così tanto. Quello che invece sembra si stia perdendo è la capacità di argomentare, formulare, comprendere un testo, saperlo riassumere e poi esporre con chiarezza. Ma cosa è successo nella scuola degli ultimi decenni?
Dopo anni di promozione dell’istruzione digitale, e di proteste per il grande ritardo con cui la scuola italiana si approcciava, ora la presenza di strumenti digitali nelle strutture scolastiche sembra aumentata. I vantaggi della didattica digitale sono abbastanza espliciti: un miglior coinvolgimento degli alunni, scambi di informazioni più immediate, diffusione di innumerevoli contenuti, possibilità di ricreare situazioni altrimenti impossibili da vivere. Inoltre i bambini di oggi sono nativi digitali, cresciuti con smartphone e tablet tra le mani, e si aspettano che la scuola rifletta il mondo tecnologico in cui vivono. Ma proprio ora che ci stiamo lanciando sempre più nel futuro, sorgono dei dubbi. Intanto su cosa debba fare la scuola: non basta saper usare un computer o navigare in internet, ma serve sviluppare una vera e propria alfabetizzazione digitale, comprendere come funzionano le tecnologie, come utilizzarle in modo sicuro ed etico, come sfruttarle per risolvere problemi e raggiungere obiettivi.

Paesi come la Svezia, gli Stati Uniti o il Canada, che avevano promosso molto la digitalizzazione, ora stanno tornando indietro, basandosi su studi, sempre più numerosi, che rivalutano i metodi «arcaici» della scrittura manuale e in particolare del corsivo. La scrittura manuale è frutto dell’interazione tra sistema nervoso, sensoriale e motorio: gli studi dimostrano come scrivere a mano coinvolga e stimoli aree cerebrali più vaste e profonde di quanto faccia la digitazione al computer. In particolare la scrittura a mano organizza le informazioni nel cervello in modo tale da sviluppare e potenziare la capacità di ricordare, stimolare il pensiero astratto e creativo, creare nuovi collegamenti di intuizione.

L’origine è nell’atto stesso dello scrivere, che con una penna è più «faticoso» che al computer: usare una penna implica di prestare attenzione anche all’aspetto motorio, disegnando le lettere in modo intellegibile, dosando la forza della punta sul foglio, seguendo le righe e gli spazi della pagina, facendo coincidere pensiero, azione e vista. Cioè attuando quell’integrazione multisensoriale che è alla base delle capacità di memoria. Inoltre, nella scrittura manuale, abbiamo una grande varietà di materiali e supporti: oltre la penna le matite, o il gesso sulla lavagna… tutte esperienze diverse e nuove, che creano nuove attivazioni neuronali e nuove abilità. Gli studi hanno rilevato che i bambini che scrivono a mano libera producono più parole e più rapidamente di quanto facciano coloro che scrivono su una tastiera.

Addirittura si sono notate significative differenze tra chi utilizza il carattere corsivo rispetto allo stampatello: psicoterapeuti e neurologi segnalano che l’abitudine a forme semplificate di scrittura, come lo stampatello, riduce gli stimoli di produzione linguistica. Anche lo studio su dispositivi come il tablet, pur avendo un suo valore, in quanto multimediale e interattivo, può aumentare il livello di distrazione e di ansia, specialmente nei bambini, proprio per un eccesso di stimolazione. Solo rallentando gli stimoli le informazioni acquisite possono transitare dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine.

Un paradosso, in un contesto in cui vanno sempre più aumentando i disturbi dell’apprendimento, è che l’utilizzo del computer è la soluzione consigliata per superare i problemi di disgrafia dei bambini. Ma proprio la digitalizzazione è «sul banco degli imputati» per quanto riguarda la crescente incapacità di imparare a scrivere: si prescrive come terapia quella che sembra essere una delle cause stesse del problema?
La sfida quindi, consiste nel trovare un equilibrio tra l’approccio digitale e tradizionale, garantendo spazio a entrambe le modalità didattiche, in modo che contribuiscano all’educazione con un approccio integrato. La tecnologia è ineludibile dalle nostre vite e i giovani devono imparare a utilizzarle, ma nella fase dell’infanzia e adolescenza dobbiamo stare attenti a non trascurare la complessità dei fenomeni coinvolti nella costruzione della persona.

Paolo Sarti, Il Corriere

L'articolo L’importanza di scrivere a mano (e in corsivo) proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

LYMEC Digital Assembly – ‘Non dica gay’ – Protection of LGBTQIA+ rights in Italy and beyond


Dear liberal friends, Before you all go on Christmas holidays, we are back with our next opportunity in 2024! It is time for our first LYMEC Digital Assembly of 2024. This event (already our #8 Digital Assembly) will take place online on Saturday, 3rd Feb
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

Dear liberal friends,

Before you all go on Christmas holidays, we are back with our next opportunity in 2024!

It is time for our first LYMEC Digital Assembly of 2024. This event (already our #8 Digital Assembly) will take place online on Saturday, 3rd February 2024 between 10:30-13:00 CET (Brussels time). This event is supported by the Friedrich Naumann Foundation for Freedom (FNF) – European Dialogue.

In our constant efforts to increase the amount of opportunities to meet the current leadership and to discuss together the main issues we are facing today in Europe.

The agenda will be as follows:

PART A – The topic of the event will be focusing on LGBTQIA+ rights, as LYMEC recently adopted a resolution on the current worrying developments on the matter in Italy. The proposal is calling upon EU Member States and representatives to maintain pressure on Italy to back down from these latest queerphobic policies, respect civil liberties and political rights for the LGBTQ+ community. We would like to therefore open the discussion around this pressing issue in Italy and see with a set of local speakers and experts how the European community can support the Italian LGBTQ+ community to face the new realities. It is very important for us young liberals to be vocal and at the forefront of the fight for the rule of law and civil liberties all over in Europe. The draft programme with the list of speakers will be circulated to the registered participants. We will be coordinating with our partner organisations in Italy for this event and especially the Fondazione Luigi Einaudi.

PART B – It will be dedicated to the Bureau presenting what has been done so far since the Autumn Congress (in Riga last November) and what the plans and actions for the coming months are, especially in light of the European Elections in 2024 and the ongoing Russian invasion of Ukraine. This will be primarily an opportunity for delegations to ask questions and share their concerns/comments with the current leadership. Questions or comments for Part B can be sent to office@lymec.eu and bureau@lymec.eu anytime ahead of the event or you can simply ask for the floor during the event.

Schedule:

The meeting will start at 10 h 30 CET (Rome time) and end around 13 h 00 CET.
The event will take place fully online on Zoom conferencing platform. The link will be sent to registered participants the days before the event.

lymec.eu

L'articolo LYMEC Digital Assembly – ‘Non dica gay’ – Protection of LGBTQIA+ rights in Italy and beyond proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

#8

L’Italia e la riscoperta del potere marittimo. Scrive l’amm. Sanfelice di Monteforte


L’anno appena passato ci ha lasciato in eredità una serie di conflitti che hanno spaventato la nostra opinione pubblica, e l’hanno costretta a comprendere alcune verità che, per troppo tempo, erano state sottovalutate o, quanto meno, date per acquisite. L

L’anno appena passato ci ha lasciato in eredità una serie di conflitti che hanno spaventato la nostra opinione pubblica, e l’hanno costretta a comprendere alcune verità che, per troppo tempo, erano state sottovalutate o, quanto meno, date per acquisite.

La prima di queste verità è che il nostro benessere dipende, per gran parte, dalla nostra industria manifatturiera. Siamo riusciti a migliorare la qualità di vita di una parte notevole della nostra popolazione grazie a questo indirizzo economico, che fu impostato quasi ottant’anni fa, e che ci ha reso uno dei dieci Paesi più prosperi al mondo.

La seconda verità – più precisamente il corollario di quanto visto prima – è che noi siamo un Paese di trasformazione: non avendo nel nostro territorio né alcuni cereali, né materie prime né tantomeno energia in quantità adeguata, dobbiamo importarle. Grazie a queste importazioni, possiamo anzitutto vivere, poi produrre e infine esportare prodotti finiti.

La terza e ultima verità – quella in passato più trascurata dai media – è che la nostra attività di import-export avviene per la massima parte via mare. Il commercio internazionale marittimo, quindi, è al tempo stesso la fonte primaria della nostra esistenza e dell’economia nazionale e, per converso la nostra principale vulnerabilità. Chi ci vuol male, quindi, non deve fare altro che chiudere uno dei due accessi al Mediterraneo, gli Stretti di Gibilterra e di Suez/Bab-el-Mandeb, e il gioco è fatto.

La nostra opinione pubblica e il mare

Pochi sanno che il concetto di “Potere Marittimo” è stato elaborato, per la prima volta, da un ufficiale di Marina napoletano, il comandante Giulio Rocco, il quale lo definì, nel lontano 1814, come, “nell’ordine politico una forza somma risultante da quella di una ben ordinata Marina Militare e di una numerosa Marina di Commercio” (Riflessioni sul Potere Marittimo, Lega Navale Italiana, 1911, pagina 1).

Questa definizione, ripresa mezzo secolo dopo da studiosi stranieri, indica bene la stretta connessione tra la Marina Militare e il commercio internazionale marittimo, ma non si diffuse in modo adeguato al di là dei ristretti circoli di governo. Alcuni nostri governanti, a dire il vero, avevano chiara la nostra dipendenza dal mare, tanto da istituire, poco dopo la nascita del Regno d’Italia, il Ministero della Marineria, che per decenni si occupò sia della componente marittima militare sia di quella mercantile.

Inoltre, già nel 1914 un nostro presidente del Consiglio, Antonio Salandra, dimostrò di capire bene le implicazioni strategiche di questa nostra dipendenza, tanto da affermare che, in quell’anno, “non erano venute meno le ovvie ragioni per le quali a noi era impossibile partecipare a una guerra contro Francia ed Inghilterra alleate; non l’estensione delle nostre coste indifese e delle nostre grandi città esposte; non il bisogno assoluto di rifornimenti per via di mare di cose essenziali all’economia nazionale ed alla vita stessa: grano e carbone soprattutto” (La Neutralità Italiana, Mondadori, 1928, pagg. 92-93).

Purtroppo, nel primo dopoguerra questa realtà fu trascurata, tanto che noi ci alleammo alla potenza continentale, la Germania, contro le Potenze marittime. Fu infatti, nella Seconda Guerra Mondiale, un vero miracolo che l’Italia resistesse tre anni, senza importazioni via mare di cibo e di materie prime.

Le Potenze Marittime, infatti, avevano avuto buon gioco nel tagliarci da ogni fonte di approvvigionamento oltremare, con effetti devastanti sulla nostra economia. Valga, a titolo di esempio, l’osservazione dell’ammiraglio Luigi Rizzo, presidente dei Cantieri dell’Adriatico durante il conflitto, il quale scrisse: “Ringrazio Dio che non dobbiamo lavorare sulla (corazzata) Impero, poiché l’impresa sarebbe impossibile avendo gli approvvigionamenti a gocce per poter rispettare i programmi di lavoro” (Giorgio Giorgerini, Da Matapan al Golfo Persico, Mondadori, 1989, pag. 549). Ovviamente, se l’industria bellica languiva, ancora più drammatica era la situazione delle industrie in generale, visto che non arrivavano i minerali, ma – quel che è peggio – non arrivava neanche il grano, e la fame divenne ben presto endemica.

Finita la guerra e iniziata la ricostruzione, la nostra opinione pubblica non si accorse che il nostro miracolo economico era in gran parte legato al mare, e si preoccupò solo della minaccia terrestre proveniente dal Patto di Varsavia, attraverso Tarvisio e la “Soglia di Gorizia”.

La frustrazione di chi aveva il compito di proteggere la prima fonte del nostro benessere, il commercio internazionale marittimo, fu tale che un Capo di Stato Maggiore della Marina scrisse, negli anni della Guerra Fredda, a proposito della nostra opinione pubblica: “le signore sono convinte che il mare serva per farci (sic) i bagni e i mariti credono che fatto e spedito il prodotto, tutto sia finito. Invece l’incerto ha principio proprio in quel momento. Se, arrivato al bagnasciuga, il prodotto non prosegue e non è ricambiato dalla materia prima che consente di continuare a lavorare, si muore di fame” (Virgilio Spigai, Il problema navale italiano, Vito Bianco Editore, 1963, pag. 23).

Fortunatamente, la realtà dei fatti, prima o poi, si impone all’attenzione generale e la nostra opinione pubblica ha acquisito una consapevolezza che solo qualche decennio fa non si pensava potesse conseguire.

Il primo aspetto che è balzato all’attenzione generale è che il commercio internazionale è un sistema estremamente fragile, ed è esposto a offese non solo da parte delle Grandi Potenze, le cui Marine militari sono un elemento di pressione notevole, ma anche da piccoli attori, statuali o meno, che possono sfruttare i punti sensibili delle rotte commerciali, in particolar modo le strettoie (in inglese choke points, ovvero strozzature), come è avvenuto pochi anni fa nello Stretto di Hormuz e avviene ora a Bab-el-Mandeb.

Il secondo aspetto, ancora non del tutto recepito, è che il mare è fonte di ricchezza, non solo per le proprie risorse ittiche, ma anche per i minerali e le fonti energetiche ricavabili dai fondali marini, diventati disponibili grazie alle tecnologie di estrazione sviluppate in questi ultimi decenni.

Le ricchezze fanno gola a chi non le possiede, o non è in grado di utilizzarle, e questo è vero per gli individui e, soprattutto, per gli Stati. Da qui la serie infinita di contenziosi tra nazioni confinanti sull’estensione della piattaforma continentale e della connessa Zona economica esclusiva (Zee), che garantisce allo Stato che ne esercita la sovranità il diritto esclusivo di sfruttamento.

Naturalmente, vi sono le Nazioni marittime che cercano di limitare queste rivendicazioni, in nome della libertà dei mari, e altre, invece, che tendono a “territorializzare” le acque prospicienti le loro coste.

A questo proposito, “non bisogna dimenticare che, per alcune Nazioni, i diritti di sovranità sugli spazi marittimi rappresentano interessi vitali, in quanto mettono in gioco la loro sopravvivenza economica, e quindi esse sono disposte a compiere atti che alla controparte potrebbero apparire sproporzionati” (come scrivo nel libro Guerra e mare. Conflitti, politica e diritto marittimo, Mursia, 2015, pag. 62).

Questa osservazione è ancora più vera se si parla della lotta per ampliare i propri spazi marittimi, rendendoli di uso esclusivo, quando questa non è solo animata da desiderio di ricchezza. In alcuni casi, infatti, alla rivendicazione a fini economici si aggiunge l’aspirazione a “santuarizzare” spazi marini, per evitare che potenze nemiche li possano utilizzare contro lo Stato litoraneo.

Detto questo, è bene vedere in quale situazione si trova la nostra amata Italia, che si sta proiettando sul mare, un elemento ricco di sorprese, nono sempre positive, sia per quanto riguarda il commercio, sia per quanto concerne le dispute sulle estensioni marine.

Le rotte del commercio

I mercantili che toccano i porti italiani seguono rotte ben definite, spesso con cadenza settimanale. Tra le navi di maggiori dimensioni, mentre le petroliere e le gasiere vanno direttamente ad attraccare agli appositi terminali, il traffico merci, ormai quasi tutto su container, si divide in due categorie: le navi più grandi passano dall’uno all’altro porto specializzato nello stoccaggio e transito, noto come “nodo” (Gioia Tauro ne è un esempio), dove lasciano un numero elevato di container e ne caricano altrettanti. Vi sono poi navi di dimensioni relativamente minori che collegano questi nodi ai vari terminali – porti la cui funzione è quella di consentire la distribuzione dei beni nell’entroterra, anche a centinaia di chilometri di distanza.

Le rotte alturiere maggiormente utilizzate per il nostro commercio intercontinentale sono, in primis, quelle che ci collegano al continente americano, nei due emisferi; poi viene la rotta energetica che parte dal Golfo di Guinea, e, soprattutto, la rotta che consente l’interscambio con l’Asia.

Le ultime due, ormai da almeno venti anni, sono sempre più mal frequentate, da pirati o da chi vuole esercitare pressione su di noi interrompendo o rallentando il commercio.

La rotta del Golfo di Guinea ha due problemi. Il principale è la vulnerabilità agli attacchi criminali delle navi mercantili, costrette a lunghe soste in attesa di trovare un ormeggio; il secondo riguarda l’attraversamento dello Stretto di Gibilterra, per entrare dall’oceano Atlantico al Mediterraneo, soggetto alle periodiche contese tra Paesi litoranei – Spagna, Gibilterra a nord e Marocco a sud – e alla minaccia che organizzazioni terroristiche posero alcuni anni fa ai mercantili in transito (tanto che nell’ambito dell’Operazione NATO Active Endeavour nel 2003 venne istituita la task force STROG per scortare i mercantili attraverso lo Stretto di Gibilterra).

La rotta dell’Asia è ancora più esposta, in quanto presenta una serie di strettoie e di passaggi obbligati, il cui attraversamento avviene a bassa velocità. Dalla vicina costa, quindi, è possibile colpire i mercantili di passaggio con i mezzi più vari, che vanno dai missili costieri ai droni, aerei e navali, fino ai gommoni per abbordare una nave e saccheggiarla.

Queste strettoie sono lo Stretto di Malacca, la cui notevole lunghezza espone le navi che lo percorrono a prolungati attacchi dalla costa, lo Stretto di Hormuz, sbocco della rotta del petrolio dei Paesi del Golfo Persico, il Golfo di Aden e lo Stretto di Bab-el-Mandeb, che consentono l’accesso al Mar Rosso, e infine il canale di Suez che collega quest’ultimo al Mediterraneo.

Da vari anni, tutti questi passaggi, soprattutto quelli che ci collegano all’Asia, sono stati teatro di attacchi terroristici o criminali (pirateria). Questo ha costretto le Nazioni marittime a inviare navi da guerra per proteggere i transiti, nel modo migliore possibile. Oltre a questa minaccia, il rischio di un loro blocco per dissidi tra le maggiori potenze non va trascurato.

Anzitutto, la sicurezza dello Stretto di Malacca è curata dai Paesi litoranei, la Malesia, l’Indonesia e Singapore, che hanno finalmente deposto le asce di guerra e hanno costituito l’Organizzazione ReCAAP (Regional Cooperation Agreement on Combating Piracy and Armed Robbery against ships in Asia), collaborando per garantire un transito sicuro.

Va detto, però, che gli Stretti tra Malesia e Indonesia sono essenziali per la Cina, in quanto il suo fabbisogno energetico è in gran parte soddisfatto dagli idrocarburi provenienti dal Golfo Persico. Non a caso l’India, da decenni avversario della Cina, ha militarizzato le isole Andamane e Nicobare, prospicienti gli ingressi occidentali degli Stretti, in modo da bloccare, in caso di crisi, l’afflusso di combustibili al governo di Pechino.

L’attraversamento dello Stretto di Hormuz, poi, è stato più volte bloccato dai Paesi rivieraschi, tanto da dover essere protetto, dal 2020, dalle navi della Missione europea Agénor/EMASOH (European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz), dopo gli attacchi a petroliere da parte dei Pasdaran iraniani.

Viene quindi il golfo di Aden, dove operano, fin dal 2008, altre navi europee nella missione Atalanta, per contrastare la pirateria che si era sviluppata oltremodo nel Corno d’Africa. È interessante notare come l’operazione si svolga in coordinamento con navi indiane, cinesi e russe, anche loro impegnate nella protezione dei mercantili nazionali.

Infine, lo stretto di Bab-el-Mandeb è oggetto, da circa tre mesi, di preoccupazione crescente, avendo i ribelli Houthi, che occupano la maggior parte del territorio di quello che un tempo era lo Yemen del Nord, iniziato ad attaccare giornalmente il traffico mercantile prima in modo selettivo, poi sempre più generalizzato.

Mentre gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno reagito a questi attacchi bombardando le postazioni degli Houthi lungo la costa, nell’ambito dell’operazione Prosperity Guardian, l’Europa punta a svolgere una missione, che dovrebbe chiamarsi Aspis (o Aspides), molto più prudente, essendo a carattere puramente difensivo, per la protezione dei mercantili, sulla falsariga delle altre due operazioni in atto.

Non va dimenticato, alla fine, il Canale di Suez, che rimase bloccato per alcuni anni, dopo le guerre tra Israele e i Paesi arabi, e ora viene talvolta messo in crisi dalla scarsa manovrabilità delle navi che lo percorrono, e tendono a bloccarlo, mettendosi di traverso nel canale, nei giorni di vento forte.

Inutile dire quali sarebbero le conseguenze di una interruzione prolungata della rotta asiatica sulla nostra economia. Come si è visto prima nel 2008 a causa della pirateria e ora, in questi ultimi mesi per gli attacchi degli Houthi, ogni interruzione provoca un brusco aumento dei prezzi di trasporto, per effetto sia dei costi assicurativi, sia dei percorsi più lunghi compiuti dalle navi per evitare le zone di pericolo. Il percorso alternativo, nel nostro caso, è la circumnavigazione dell’Africa, comunemente chiamata la “Rotta del Capo” di Buona Speranza, che costringe le navi a rimanere per mare altri 7-10 giorni, con conseguente aumento dei costi di trasporto.

Ma quello che noi Italiani dobbiamo sapere è che questa “Rotta del Capo” induce i mercantili ad approdare più di frequente nei porti dell’Europa atlantica, che richiedono un percorso minore. I nostri porti, quindi, perderebbero il vantaggio di cui godono, essendo utilizzati non solo a fini nazionali, ma anche per rifornire le aree industrializzate dell’Europa Centrale.

Queste ultime, infatti, qualora fosse sbarrata la rotta attraverso il mar Rosso, ricorrerebbero ai trasporti terrestri provenienti dai porti che si affacciano sull’Atlantico, anziché dai terminali marittimi italiani della Liguria e del Triveneto. Il danno per l’economia italiana sarebbe quindi duplice.

Non bisogna, infine, dimenticare le possibili conseguenze indirette, per la stabilità del Mediterraneo, di un ricorso generalizzato alla “Rotta del Capo”. Tra le altre, un calo sensibile dei transiti attraverso il Canale di Suez priverebbe l’Egitto di uno tra i principali cespiti del Paese, causando una crisi economica devastante, simile a quella che colpì la Nazione nel 2008.

Un Egitto nuovamente in crisi, come avvenne in quegli anni, sarebbe una specie di fiaccola capace di dar fuoco alle polveri delle tensioni interne ai Paesi litoranei del Mediterraneo, con effetti drammatici sulla stabilità dei loro governi, proprio nel momento in cui l’Europa e in particolare l’Italia cercano di potenziare l’interscambio con i Paesi africani.

I contenziosi sulle acque litoranee

Un altro aspetto da considerare è la infinita serie di contenziosi, non tutti mantenuti a livello diplomatico, tra i Paesi contigui che devono delimitare le rispettive acque territoriali, ma soprattutto i confini delle Zone Economiche Esclusive.

Concentrandoci sui mari vicini a noi, va riconosciuto, anzitutto all’Italia il merito di avere definito – o di essere sulla via della definizione – in modo civile i limiti delle nostre acque territoriali e i confini delle Zee con i Paesi a noi contigui, anche favorendo le controparti in modo significativo, pro bono pacis.

Pochi altri Paesi mediterranei, purtroppo, hanno seguito il nostro esempio. Il Mediterraneo occidentale vede, anzitutto, il contenzioso tra Spagna e Marocco, che sono arrivati persino a contendersi uno scoglietto, noto come isola Perejil (isola del prezzemolo), posto nelle vicinanze dello Stretto di Gibilterra. A questo si aggiunge proprio la questione di Gibilterra, rivendicata dalla Spagna che la perse nel lontano 1703, ma non ha mai rinunciato definitivamente al suo possesso.

Nel Mediterraneo Centrale, poi, è irrisolto il contenzioso tra Libia e Tunisia per la delimitazione delle Zee, in una zona che è stata esplorata ed è risultata ricca di petrolio sotto il fondale marino. Non vanno poi dimenticati i contenziosi sulle zone di pesca tra noi e la Libia, con periodici sequestri di nostri pescherecci.

Passando al Mediterraneo Orientale, si entra in una miriade di accordi incrociati e di contenziosi senza fine: la Turchia e la Libia, tanto per iniziare da uno dei più recenti episodi, si sono spartite l’enorme zona di mare tra i due Paesi, senza riguardo per i diritti dell’Egitto e della Grecia sull’area.

Vi è poi il contenzioso ormai secolare tra Grecia e Turchia per le acque territoriali e per la Zee del mare Egeo e delle acque intorno all’isola di Creta.

Vi è quindi la disputa per le acque intorno all’isola di Cipro, quella che riguarda Siria, Israele, Egitto e Libano, per la delimitazione delle rispettive Zee, in un tratto di mare i cui fondali sono risultati ricchissimi di gas naturale.

Non parliamo poi dei mari lontani. I contenziosi sono tali e tanti che, periodicamente, il dipartimento di Stato americano pubblica un opuscolo – ormai arrivato alla quarta edizione – nel quale viene indicata la posizione del governo di Washington su ognuna di queste rivendicazioni, citando anche quanto serie siano le dispute con i vicini (Limits in the Seas. United States response to excessive natopnal maritime claims).

Tra queste, le più gravi sono quelle che hanno luogo nell’Asia Orientale, perché non hanno solo il carattere di disputa economica, ma rivestono un’importanza strategica per l’intera area.

Uno tra gli Stati che hanno avanzato le rivendicazioni più numerose, alcune delle quali decisamente controverse è la Cina, che sta compiendo sforzi notevoli, anzitutto, per militarizzare gli arcipelaghi delle Spratly e Paracel, una catena di isolotti apparentemente di scarsa importanza, ma che per la presenza di risorse energetiche nei fondali che li circondano sono rivendicati da tutti i Paesi limitrofi, dall’Indonesia alle Filippine, fino al Vietnam.

La Cina pretende il possesso di questi arcipelaghi, in nome di diritti risalenti al Medio Evo. Qualora la pretesa fosse accettata, bisogna dire, la Cina potrebbe rivendicare come acque interne tutto il mar Cinese Meridionale, impedendo il passaggio di navi da guerra di altri Paesi. Non a caso, gli Stati Uniti e alcuni loro alleati svolgono periodicamente passaggi in forze con le loro navi, compiendo quelle che vengono chiamate Freedom of Navigation Operations (Operazioni per la libertà di navigazione), scontrandosi ogni volta con la Marina cinese che cerca di disturbare il transito.

Appare chiaro, quindi, che questa rivendicazione, insieme alla disputa con il Giappone sulle isole Senkaku/Diaoyutai e alle minacciose dichiarazioni del governo di Pechino nei confronti dell’Isola di Taiwan, rientri non solo nella categoria dei contenziosi economici, bensì nella volontà di creare una fascia marittima di sicurezza intorno alla Nazione, che comprenda quella che uno stratega cinese ha definito, anni fa, la “prima catena di Isole”, che – purtroppo per la Cina – è costituita da isole che appartengono o sono rivendicate da altri Paesi.

In definitiva, con buona pace della Nuova Via della Seta, tanto reclamizzata dal governo di Pechino come ponte che dovrebbe unire e coinvolgere numerose Nazioni e agevolare relazioni amichevoli, la Cina sta procedendo per accaparrarsi il meglio dei mari del Sud Est asiatico. Questa tendenza ha avuto come effetto l’avvicinamento all’Occidente di quasi tutti i Paesi dell’area, timorosi delle pressioni cinesi.

Un breve cenno, poi, va fatto sui contenziosi riguardanti i mari del Nord e, in particolare, l’Oceano Artico, nel quale la riduzione della superficie ghiacciata ha riacceso le rivendicazioni da parte delle Potenze litoranee, specie dopo che la Rotta del Nord, prima quasi impraticabile, è aperta per un numero sufficiente di mesi all’anno. Anche in quell’area le risorse sono abbondanti e la voglia di sfruttarle è elevata. Fortunatamente, i Paesi litoranei si sono convinti sul fatto che l’ambiente artico è estremamente fragile, per cui hanno accettato limitazioni allo sfruttamento delle acque e dei fondali marini. Ciò non toglie che oggi, come ai tempi della Guerra Fredda, i sottomarini nucleari delle Grandi Potenze lo frequentino fin troppo, per assicurare la deterrenza contro l’avversario.

La corsa agli armamenti navali

Non è un caso che la Cina non si limiti a rivendicare tratti di mare e isole in misura sempre maggiore, ma stia preparandosi a sostenere con la forza le proprie pretese, creando una Marina tra le più potenti al mondo.

Questo sviluppo preoccupa non solo i vicini, e in particolar modo il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan, ma anche l’Occidente, con gli Stati Uniti in prima fila. A questi si unisce, come si è visto, tra un tentativo di dialogo e una scaramuccia di confine, il governo dell’India, che sta prendendo sul serio la minaccia cinese, e sta costruendo uno strumento navale che sia competitivo con quello avversario, oltre a militarizzare – come si è visto – le isole Andamane e Nicobare, dalle quali si possono agevolmente bloccare lo Stretto di Malacca e gli altri passaggi tra il mar Cinese Meridionale e l’Oceano indiano, attraverso gli stretti indonesiani.

In sintesi, l’Asia sta diventando un settore nel quale la tensione in campo marittimo tenderà a salire nei prossimi anni, e il rumore delle cannonate tra navi delle parti contrapposte potrebbe far fuggire il commercio, chiudendo una rotta che per l’Italia è una tra le più importanti per il benessere della sua popolazione.

Conclusioni

L’attenzione dell’opinione pubblica italiana si è rivolta verso il mare decisamente più tardi, rispetto ad altri Paesi a noi vicini: basti pensare che in Francia si parla da anni di “marittimizzazione dei conflitti” per indicare lo stato sempre più precario dei rapporti tra nazioni marittime, e in Gran Bretagna si accenna sempre più spesso al “Secolo Blu”.

Queste espressioni, che nascondono situazioni per nulla rassicuranti, devono convincere la nostra opinione pubblica che il mare, più di prima, è un terreno di scontro e, nel migliore dei casi, di competizione. Farlo diventare un’area di collaborazione, come avviene, purtroppo, in casi ancora limitati, è per noi un’esigenza irrinunciabile. Senza pace non c’è commercio e noi da questo dipendiamo per la nostra economia e qualità di vita.

Bisogna ricordare quanto disse, oltre due secoli fa, Giulio Rocco, che avvertiva la necessità di affiancare al naviglio di commercio una flotta da guerra di adeguata capacità, contro i nemici piccoli e grandi del commercio pacifico e del mutuo rispetto in materia di sfruttamento dei fondali.

In questo, con la nostra storia di diplomazia e di mediazione, possiamo fare molto per “calmare le acque agitate”, ma dobbiamo ricordarci che una mediazione senza capacità di pressione con mezzi militari è destinata al fallimento. La nostra Marina, ancora una volta, viene chiamata a svolgere un compito di primaria importanza.


formiche.net/2024/02/italia-po…

#laFLEalMassimo – Episodio 113: Tennis e Patriottismo Fiscale


In apertura rimane oltremodo opportuno ribadire il sostegno di questa rubrica al popolo ucraino e la condanna dell’invasione perpetrata dalla Russia. Putroppo, osserviamo ancora personaggi pubblici influenti diffondere messaggi propagandistici a sostegno

In apertura rimane oltremodo opportuno ribadire il sostegno di questa rubrica al popolo ucraino e la condanna dell’invasione perpetrata dalla Russia. Putroppo, osserviamo ancora personaggi pubblici influenti diffondere messaggi propagandistici a sostegno della necessità di negoziare con la Russia in virtù una sorta perversa logica del “male minore” in base alla quale la libertà e l’incolumità degli ucraini può essere “sacrificata” per ridurre il numero complessivo di vittime di una minaccia nucleare deliberatamente esagerata per finalità di propaganda.

Negli ultimi giorni i successi sportivi del tennista Jannik Sinner oltre fare la gioia degli appassionati di questa disciplina hanno fornito un’ennesima occasione per rivelarsi ad alcuni tratti degeneri della cultura del declino del nostro paese.

Il patriota è una singolare categoria di individuo che sfrutta tutte le occasioni nelle quali un suo connazionale si distingue per qualche iniziativa meritevole o successo personale per cercare di riflettere su di se un qualche merito o soddisfazione non si sa in base a quale forma immaginaria di collegamento

Il patriota fiscale va oltre e ritiene che sostenere l’apparato disfuzionale di un paese che opprime i suoi contribuenti con imposte ingiuste ed eccessive sia una sorta di maledizione ereditaria che i cittadini italiani dovrebbero portarsi dietro a prescindere da qualsiasi considerazione di razionale gestione delle propria finanza personale.

Difficile commentare questi aspetti folkloristici e impossibile spiegargli che le imposte si pagano in base alle regole della sede fiscale che ognuno di noi può scegliere e cambiare se ritenuta non conveniente come avviene normalmente tra cittadini liberi che rifiutano lo status di sudditi ottusi.

Mi limiterò a una parafrasi: non chiedetevi quali tasse possono pagare i vostri eroi per sostenere il carrozzone nel quale vi siete condannati a vivere, pensate piuttosto a cosa potrebbe fare il vostro paese per rendere più conveniente agli individui, alle imprese e alle istituzioni eccellenti la permanenza in un ambiente che opprime i deboli e induce i forti e gli eccellenti a votare con i piedi.

youtube.com/embed/6pCbuivj_yo

L'articolo #laFLEalMassimo – Episodio 113: Tennis e Patriottismo Fiscale proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Sarmat, Tupolev-M e Borei-A. Per Mosca il 2024 sarà un anno nucleare


Nel 2024, la federazione Russa perfezionerà una serie di miglioramenti concernenti la sua triade nucleare. Ognuna delle componenti dello strumento di deterrenza di Mosca andrà infatti ad acquisire nuovi asset durante i prossimi dodici mesi. Il vice-minist

Nel 2024, la federazione Russa perfezionerà una serie di miglioramenti concernenti la sua triade nucleare. Ognuna delle componenti dello strumento di deterrenza di Mosca andrà infatti ad acquisire nuovi asset durante i prossimi dodici mesi. Il vice-ministro della Difesa Alexei Krivoruchko ha dichiarato il 26 gennaio che per il 2024 gli obiettivi principali per il Ministero della Difesa riguardano l’entrata in servizio del sistema missilistico strategico Sarmat, dei bombardieri Tu-160M e del sottomarino nucleare di classe Borei-A “Knyaz Pozharsky”. Gli obiettivi sono rimasti invariati dal dicembre 2022, quando il Ministro della Difesa Sergei Shoigu annunciò i piani per le armi atomiche per l’anno successivo durante un discorso al Consiglio del Ministero della Difesa: in effetti questi strumenti avrebbero dovuto essere pronti nel 2023, ma le complicanze dovute alla guerra e alle sanzioni occidentali hanno causato una dilatazione nelle tempistiche.

Lo sviluppo del sistema missilistico Sarmat sta registrando un ritardo sempre più marcato: fino ad oggi sembra che un solo test di volo del missile abbia avuto esito positivo. Con molta probabilità la bassa redditività di Roscomos (l’agenzia nazionale spaziale russa, responsabile dello sviluppo del progetto), così come la corruzione diffusa, sono da individuare come le cause di questi rallentamenti. Nel dicembre dello scorso anno l’amministratore delegato di Roscosmos Yuri Borisov al canale televisivo Rossiya 24, ha dichiarato che la società ha perso centottanta miliardi di rubli (equivalenti a circa due miliardi di dollari) di entrate dalle esportazioni a causa del forte impatto delle sanzioni occidentali. La limitazione nell’accesso alle tecnologie e ai componenti occidentali ha reso necessaria la ricerca di alternative, il che ha portato le imprese afferenti a Roscosmos a sostenere costi addizionali, mentre si avvicinavano le date di consegna degli assets.

Per quel che riguarda la componente aerea, il Kazan Aviation Plant nella regione del Tartastan è impegnato sia nella modernizzazione dei bombardieri Tu-160, per portarli allo standard Tu-160M, che nella produzione ex novo di modelli simili. Il governo ha dichiarato in precedenza che l’azienda ha già completato quattro esemplari Tu-160M, uno dei quali è già stato trasferito nel 2022 al Ministero della Difesa,che ha continuato a testarlo insieme alla compagnia sviluppatrice Tupolev, mentre il resto degli aerei sta proseguendo i test in fabbrica. La Tupolev ha un contratto per la consegna di dieci nuovi bombardieri strategici entro il 2027. Ma queste aspettative sembrano irrealistiche: “Il Kazan Aviation Plant ha prodotto in media tra un aereo e un aereo e mezzo all’anno, e con questi ritmi non è in grado di soddisfare i piani del Ministero della Difesa” ha dichiarato Pavel Luzin, senior fellow del Center for European Policy Analysis. Anche qui, pesano le sanzioni occidentali. Sostituti russi e asiatici ai componenti di manifattura europea esistono, ma la qualità non è la stessa.

Infine vi è il lato sottomarino della triade. La agenzia di stampa statale russa Tass aveva annunciato il varo del sottomarino Knyaz Pozharsky nel 2023, anno in cui altri due sottomarini avrebbero dovuto essere impostati. Sebbene gli esperti non considerino le carenze di produzione come il collo di bottiglia del programma, il ritardo potrebbe influire negativamente sul programma di test, dato che la scadenza per la consegna del sottomarino della Marina rimane il dicembre 2024.

Nonostante i ritardi,“I piani per la posa dell’undicesimo e dodicesimo sottomarino della classe Borei-A non sono stati cancellati” ricorda Luzin. “Per le autorità russe, è necessario impegnare l’impianto produttivo con progetti per il prossimo decennio, altrimenti non è molto redditizio nell’attuale situazione politico-economica”.


formiche.net/2024/02/sarmat-tu…

L’Italia al comando della Missione Aspides nel Mar Rosso. Nuova responsabilità per la sicurezza collettiva


L’Italia guiderà la missione “Aspides” nell’Indo Mediterraneo con il ruolo di Force Commander, passo significativo per il ruolo di Roma per la sicurezza delle rotte marittime globali e dunque per la sicurezza collettiva. Come afferma il ministro della Dif

L’Italia guiderà la missione “Aspides” nell’Indo Mediterraneo con il ruolo di Force Commander, passo significativo per il ruolo di Roma per la sicurezza delle rotte marittime globali e dunque per la sicurezza collettiva. Come afferma il ministro della Difesa Guido Crosetto, “è un onore e una responsabilità che affrontiamo con impegno e professionalità”.

Aspides è stata concepita per affrontare le sfide nel Mar Rosso meridionale, nello Stretto di Bab el Mandeb e nel Golfo di Aden. Queste acque sono vitali per il commercio internazionale, ma sono anche soggette a minacce complesse prodotte dalle attività degli Houthi, organizzazione yemenita che sta sfogando i suoi interessi (orientati ad acquisire maggiore standing regionale da poter spendere nelle trattative in corso per la risoluzione della guerra civile in Yemen).

Gli Houthi dichiarano di agire per rappresaglia contro l’invasione israeliana della Striscia di Gaza, ma fanno parte del raggruppamento dell’Asse della Resistenza a guida iraniana – mobilizzato in tutta la regione per sfruttare l’opportunità della guerra israeliana e creare complicazioni allo stato ebraico e soprattutto agli Stati Uniti e all’Occidente in generale. Aspides mira a garantire la sicurezza delle rotte marittime e a proteggere le navi da guerra e i trasporti commerciali, mentre la regione è in una condizione profonda di caos, come dimostrano i bombardamenti americani della scorse notte.

Questa notte gli Stati Uniti hanno lanciato per colpire gruppi militanti sostenuti dall’Iran in Iraq e Siria. Si tratta di un’azione di rappresaglia potente – sono stati condotti 85 raid in siti diversi, impiegando 115 ordigni, secondo il comunato del Pentagono – per un attacco dalla Resistenza Islamica in Iraq, un ombrello che racchiude diverse milizie sciite filo-iraniane, che ha ucciso tre soldati Usa alla base Tower 22 in Giordania. Washington ha già dichiarato che la reazione americana non si fermerà qui, e dunque la situazione generale nella regione – dove tutto si lega, dalle azioni delle milizie sciite e degli Houthi alle attività politiche delle potenze interne ed esterne – tenderà a rimanere tesa.

È all’interno di questo contesto che l’Italia, con la sua lunga tradizione marittima e competenza militare, assume il comando di Aspides. Come Force Commander, avrà la responsabilità di coordinare le operazioni, pianificare le missioni e garantire la collaborazione tra le forze navali coinvolte. “L’Italia è pronta a guidare con fermezza e saggezza. La nostra esperienza e dedizione saranno fondamentali per il successo della missione”.

Oltre alle navi da guerra, Aspides impiegherà asset aerei “spia”. Questi aeromobili forniranno sorveglianza e intelligence essenziali per monitorare attività sospette e prevenire minacce. L’Italia contribuirà con risorse aeree avanzate, garantendo una copertura completa e una risposta tempestiva.

L’headquarter della missione sarà a Larissa, in Grecia. Questa posizione strategica favorirà la comunicazione tra i Paesi partecipanti e semplificherà la pianificazione e l’esecuzione delle operazioni. Larissa, con la sua posizione centrale nel Mar Rosso, è la scelta ideale per coordinare questa missione cruciale.


formiche.net/2024/02/litalia-a…

Cercasi Stato disperatamente di Matteo Grossi


“Dall’Italia di ieri, povera ma ottimista, sopravvissuta a due feroci guerre mondiali e al ventennio fascista, all’Italia di oggi, ricca ma pessimista, che si piange addosso. Siamo cittadini solidali divenuti menefreghisti in uno Stato che era rigoroso e

“Dall’Italia di ieri, povera ma ottimista, sopravvissuta a due feroci guerre mondiali e al ventennio fascista, all’Italia di oggi, ricca ma pessimista, che si piange addosso. Siamo cittadini solidali divenuti menefreghisti in uno Stato che era rigoroso e che è diventato flaccido? È la domanda a cui cerca di rispondere questo libro di Matteo Grossi, un viaggio alla ricerca dello Stato efficiente che ci manca e dei cittadini esemplari che (in buona parte) non siamo. Un viaggio senza sconti nel fare l’elenco di ciò che non va. Da una politica a portata di bonus e che premia chi non vuol lavorare mentre tartassa chi produce. Dalla crisi della sanità all’inefficienza della burocrazia. Uno Stato che dà la sensazione di aiutare chi può aiutarsi da solo e di ignorare chi si distingue per il merito. Tutte inefficienze che costano. Salate. Anzi, salatissime. “Cercasi Stato disperatamente” non è un libro per scappare, ma per restare. Per restare liberi, sempre. Anche in tempi di guerre.” Prefazione di Claudio Brachino.

Acquista su Amazon.it

L'articolo Cercasi Stato disperatamente di Matteo Grossi proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Difesa antiaerea, nuove batterie Samp/T Ng per l’Esercito


Mentre le forze armate di tutto il continente continuano ad aggiornare le loro difese missilistiche, l’Esercito italiano aumenterà i suoi Samp/T Ng, i sistemi di difesa aerea sviluppati da Thales e MBDA, grazie al contratto firmato dall’Organizzazione eur

Mentre le forze armate di tutto il continente continuano ad aggiornare le loro difese missilistiche, l’Esercito italiano aumenterà i suoi Samp/T Ng, i sistemi di difesa aerea sviluppati da Thales e MBDA, grazie al contratto firmato dall’Organizzazione europea per la cooperazione in materia di armamenti (Occar) per quattro sistemi. Il contratto prevede anche l’aggiornamento dei missili di difesa aerea Aster per l’Esercito e la Marina militare italiana, prepara la futura produzione in serie di sistemi Samp/T Ng per l’aeronautica militare francese e copre l’acquisto da parte del Regno Unito di ulteriori attrezzature per l’aggiornamento di metà vita dei suoi intercettori Aster.

La necessità strategica

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha creato l’urgenza tra i Paesi europei di rafforzare la difesa aerea e di sostituire i sistemi donati all’Ucraina. Come ha dichiarato l’Occar in merito al nuovo contratto, il contesto globale “dimostra l’importanza di fornire sistemi di difesa aerea aggiornati per essere in grado di affrontare minacce sempre più impegnative”. A luglio l’Occar ha firmato un emendamento al contratto quadro di difesa aerea missilistica, noto con l’acronimo combinato franco-italiano Fsaf-Paams, per l’acquisto di cinque sistemi Samp/T Ng per l’Aeronautica militare, per un valore di circa settecento milioni di euro.

Il sistema Samp/T Ng

Il Samp/T Ng è un sistema missilistico terra-aria sviluppato a partire dai primi anni 2000 nell’ambito del programma italo-francese Fsaf (Famille de Sol-Air Futurs, cioè Famiglia di Sistemi superficie aria) dal consorzio europeo Eurosam (formato da Mbda Italia, Mbda Francia e Thales). Come si legge sul sito dell’Esercito italiano, il Samp/T “nasce dall’esigenza di disporre di un sistema missilistico a media portata idoneo a operare in nuovi scenari operativi, prioritariamente caratterizzati da driving factors quali ridotti tempi di reazione contro la minaccia aerea, elevata mobilità e possibilità di adeguare il dispositivo secondo tempi commisurati alla dinamicità della manovra”. Inoltre, l’attuale versione del sistema ha capacità di avanguardia nel contrasto delle minacce aeree e dei missili balistici tattici a corto raggio. Ha un raggio di rilevamento di oltre 350 chilometri e un raggio di intercettazione di oltre 150 chilometri e può ingaggiare più bersagli contemporaneamente. Il sistema utilizza il missile Aster di MBDA, un intercettore a due stadi da 450 chili con una lunghezza di circa cinque metri che può raggiungere Mach 4,5 ed è in grado di effettuare manovre ad alta velocità.

La conformazione delle batterie

La batteria Samp/T è costituita dai seguenti moduli: il modulo di ingaggio costituisce l’elemento dove si esercita il controllo tattico del sistema; nel modulo di comando si esercita la pianificazione della missione, la supervisione della missione in corso e il coordinamento del supporto logistico; il radar multifunzione Arabel 90 effettua la scoperta, l’acquisizione, l’identificazione e l’inseguimento del bersagli a 360 gradi; il modulo gruppo elettrogeno viene utilizzato per alimentare il radar; è caratterizzato dalla presenza di un doppio gruppo elettrogeno al fine di garantire la continuità di esercizio; il modulo lanciatore terrestre è equipaggiato con otto missili Aster30; il missile di tipologia a lancio verticale con guida terminale a seeker attivo; il modulo ricarica terrestre impiegato per effettuare le operazioni di caricamento e scaricamento delle celle dei missili sul lanciatore. Un sistema SAMP/T NG completo comprende fino a sei lanciatori, che in genere richiedono venti membri dell’equipaggio. Ogni lanciatore può sparare i suoi otto missili in circa dieci secondi.

L’impiego operativo

L’Esercito italiano ha attualmente in dotazione cinque batterie. Dall’entrata in servizio del sistema nel 2013, sono state impiegate in molteplici attività operative e addestrative. In particolare, fra il 2015 ed il 2016 un’unità Samp/T è stata schierata a Roma per la sorveglianza dei cieli della capitale in occasione del Giubileo straordinario della Misericordia; contemporaneamente una seconda batteria ha operato in Turchia nell’ambito dell’operazione Nato “Active Fence” dal giugno 2016 al dicembre 2019, garantendo la sorveglianza, 24 ore su 24, della città di Kahramanmaras, sul confine Sud-Est dell’Alleanza Atlantica, contro missili balistici tattici provenienti dal territorio siriano. Ogni anno le batterie Samp/T hanno preso parte al principale evento esercitativo della Difesa, la Joint Stars presso il Poligono interforze di Salto di Quirra in Sardegna, dove hanno dimostrato la piena interoperabilità coi sistemi di difesa aerea nazionale anche in presenza di Electronic Warfare. Inoltre il Samp/T è stato inserito nel programma Nato “Active Layered Theatre Ballistic Missile”, nato con la finalità di realizzare la difesa di aree o di obbiettivi vitali di interesse dell’Alleanza dalla minaccia missilistica. Infine, è stato recentemente approvato lo schieramento di una batteria Samp/T in Kuwait nell’ambito dell’Operazione Inherent Resolve.


formiche.net/2024/02/samp-t-ng…

Perché c’è bisogno della Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi


Mai come oggi c’è bisogno di cultura liberale, mai come oggi c’è bisogno della Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi. La prima lezione, sul pensiero economico di Adam Smith, sarà tenuta il 22 febbraio dal professore Lorenzo Infantino; l’ult

Mai come oggi c’è bisogno di cultura liberale, mai come oggi c’è bisogno della Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi. La prima lezione, sul pensiero economico di Adam Smith, sarà tenuta il 22 febbraio dal professore Lorenzo Infantino; l’ultima, sul sistema politico italiano, sarà tenuta il 6 giugno dal professore Sabino Cassese. Tra la prima e l’ultima, altre 13 lezioni, sempre di giovedì, sempre dalle 18, sempre seguite da un libero confronto tra il relatore e gli iscritti presenti.

Il livello delle docenze è decisamente alto, la scelta dei singoli tempi particolarmente calzante sull’attualità. Ad esempio: Angelo Panebianco parlerà di “Liberalismo, commercio e geopolitica”, Davide Giacalone del mancato “tramonto dell’Occidente”, Andrea Margelletti della “Tenuta dei sistemi democratici rispetto alla sfida delle dittature”, Francesco Petrelli della “Concezione liberale del diritto penale”, Martina Dlabajova di “Imprese e concorrenza in Europa”, Luigi Marattin di “Concorrenza e liberalizzazioni come strumento per accrescere il benessere collettivo”…

Quindici lezioni il cui senso generale è, crediamo, ben riassunto nel titolo che abbiamo voluto dare quest’anno alla Scuola: “Il dubbio, la formazione, il merito”. Si può assistere in presenza, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi in via della Conciliazione 10 a Roma, o a distanza. Crediamo sia un servizio utile. Lo è sempre stato, vista la naturale inclinazione di noi italiani ad affidarci a fedi, ideologie e capi piuttosto che a coltivare la conoscenza, a tutelare le libertà personali ed economiche, a sviluppare sia il senso di responsabilità individuale sia lo spirito critico su cui si fonda una società aperta e liberale. Lo è particolarmente in quest’epoca: un’epoca dominata dalle emozioni, dalla superficialità e da vane speranze salvifiche. Un’epoca in cui la propaganda ha subornato la Politica, rendendola di fatto impotente.

Per iscriversi www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-di-liberalismo/

Quotidiano Nazionale

L'articolo Perché c’è bisogno della Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Sorveglianza aerea nel mar Rosso. Cosa sono (e cosa fanno) i G550 Caew


Raccolta informazioni, sorveglianza aerea, intelligence e guerra elettronica. Sono solo alcune delle capacità espresse dai Gulfstream G550 Caew (Conformal airborne early warning), il velivolo per missioni speciali dell’Aeronautica militare che potrebbero

Raccolta informazioni, sorveglianza aerea, intelligence e guerra elettronica. Sono solo alcune delle capacità espresse dai Gulfstream G550 Caew (Conformal airborne early warning), il velivolo per missioni speciali dell’Aeronautica militare che potrebbero prendere parte alla missione Aspides che l’Unione europea metterà in campo nel mar Rosso. Ad annunciarlo è stato lo stesso ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel corso dell’audizione alle commissioni Difesa di Camera e Senato nel corso della quale ha illustrato i dettagli della missione Ue a cui l’Italia parteciperà con una nave per dodici mesi. E forse anche con assetti aerei come i droni e, appunto, i G550.

Gulfstream G550 Caew

I G550 Caew sono velivoli all’avanguardia per la sorveglianza con capacità di comando e controllo, in grado di verificare l’impermeabilità dello spazio aereo alleato e di allertare la difesa aerea nel caso di minaccia. Come spiega la stessa Aeronautica, il velivolo è un “sistema multi-sensore con funzioni di sorveglianza aerea, comando, controllo e comunicazioni, strumentale alla supremazia aerea e al supporto alle forze di terra”. Si basa su una versione modificata dell’aereo commerciale Gulfstream G550, dove vengono montati i vari sistemi di monitoraggio che lo trasformano in un vero e proprio sensore volante all’avanguardia. Il sistema di missione è composto da un radar phased array, un sistema Identification friend or foe (Iff) a 360º (capace di distinguere tra oggetti amici, nemici o neutrali), un moderno sistema di supporto elettronico e un sistema avanzato di comunicazioni. In particolare, l’aereo è in grado di fondere insieme le informazioni ottenute dai singoli sensori, che vengono analizzate in modo automatico, garantendo una rapida e accurata acquisizione e identificazione degli obiettivi.

Monitoraggio navale

L’immagine tattica dello spazio aereo ottenuta viene validata dagli operatori di missione e può essere disseminata in maniera sicura e tempestiva ai centri di comando sulla superficie grazie a un potente sistema datalink. In particola, il sistema di missione ha la capacità di condurre missioni sia di Battlefield management sia di Maritime patrol, fondamentale per lo scenario dove si intende impiegarlo, grazie alla compatibilità con i sistemi del personale impiegato sulla superficie del mare, mediante la trasmissione anche video di immagini utili all’interpretazione dell’ambiente in cui si sta operando.

La collaborazione con Israele

In dotazione al 14° Stormo dell’Aeronautica militare, i mezzi sono stati acquistati nel 2012 dall’israeliana Israel aerospace industries (Iai) e attualmente la Forza armata ne ha a disposizione due, con un’altra coppia ordinata nel 2022. Gli apparecchi, dotati di sistemi all’avanguardia nel campo della raccolta informativa, rappresentano un asset sempre più indispensabile per l’architettura difensiva nazionale e alleata, consentendo di ottenere la superiorità informativa dello spazio operativo in grado di permettere ai vertici militari e politici di prendere le decisioni migliori, in maniera tempestiva ed efficace.


formiche.net/2024/02/sorveglia…

Elicotteri next-gen. La Nato sceglie le architetture modulari di Lockheed Martin


Un’architettura innovativa, capace di integrare gli elicotteri della Nato di prossima generazione con gli altri mezzi e velivoli attualmente in servizio nei diversi domini operativi militari. È il principio del sistema Open system architecture (Osa) di Lo

Un’architettura innovativa, capace di integrare gli elicotteri della Nato di prossima generazione con gli altri mezzi e velivoli attualmente in servizio nei diversi domini operativi militari. È il principio del sistema Open system architecture (Osa) di Lockheed Martin selezionato dalla Nato per studiare il proprio programma Ngrc (Next generation rotorcraft capability), che vede tra i Paesi partecipanti, Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Grecia, con Stati Uniti e Canada come osservatori. A metà del 2022 i sei Paesi hanno siglato un memorandum d’intesa per lavorare insieme allo sviluppo del progetto con 26,7 milioni di euro allocati. Il progetto Ngrc ambisce a sviluppare un velivolo capace di raggiungere velocità, distanze, e altezze superiori ai modelli attuali, capace di operare nello spettro elettromagnetico con manovrabilità mai raggiunte e di penetrare i sistemi di difesa avversari (A2/AD), anche attraverso l’inter-connettività (multi-dominio) e l’uso dei droni lanciati dagli stessi elicotteri (Air launched effects).

Il nuovo elicottero della Nato

L’Alleanza Atlantica sta attualmente delineando lo studio concettuale per il programma Ngrc, il quale, a partire dal giugno 2022, sta seguendo uno sviluppo in cinque fasi distribuite nell’arco di tre anni. I cinque requisiti base, decisi per il programma Ngrc, stabiliscono che la piattaforma non superi i 35 milioni di euro per unità, con un costo per ora di volo compreso tra i cinque e i diecimila euro. Tali parametri, inoltre, devono essere raggiunti con il minimo di configurazioni diverse, così da ridurre i costi stessi del programma. Nel dettaglio, finora non sono ancora stati fissati requisiti dettagliati per l’Ngrc, ma nel maggio 2021 è stato rilasciato un elenco di “attributi”, tra i quali si prevedono un’autonomia senza rifornimento di novecento miglia nautiche (1.650 chilometri) e una gamma di velocità di crociera, di gran lunga superiori agli elicotteri tradizionali.

Open system architecture

La soluzione Open system architecture di Lockheed Martin permetterà alla Nato di comprendere meglio come accelerare gli aggiornamenti tecnologici necessari per le nuove piattaforme, attraverso un sistema che permetterà ai nuovi elicotteri di scambiare rapidamente informazioni tra sensori diversi e garantirà al contempo ai sistemi di nuova generazione di comunicare ed operare con le cosiddette piattaforme legacy, quelle cioè attualmente in servizio. L’obiettivo è creare un sistema di sistemi all’interno del quale le piattaforme lavorano insieme e condividono le informazioni, in modo da creare una visione completa del quadro operativo, consentendo operazioni congiunte in ogni dominio.

La proposta di Lockheed Martin

La società americana, inoltre, sempre nel contesto del programma Ngrc, ha offerto la sua proposta per lo sviluppo di un nuovo elicottero di medio tonnellaggio, il Next generation fast helicopter (Ngfh) basato sulla tecnologia X2 attualmente in gara negli Stati Uniti nel programma del Future vertical lift (Fvl) Questa tecnologia è basata su un doppio rotore coassiale rigido, unitamente ad un propulsore, in grado di far raggiungere all’elicottero velocità superiori ai quattrocento chilometri orari ed elevati livelli di agilità e manovrabilità. Il velivolo proposto da Lockheed sarebbe una macchina modulare e multiruolo, bimotore, a metà strada tra il più piccolo elicottero da ricognizione e attacco RaiderX e quello più grande pensato per il trasporto truppe d’assalto DefiantX.

“La lunga esperienza di Lockheed Martin in Open System Architecture (OSA) – ha detto Luigi Piantadosi, direttore del programma Future vertical lift internazionale – aiuterà la Nato a comprendere meglio come abilitare rapidi upgrades, cioè una integrazione rapida di software, sensori, sistemi e sotto-sistemi così da garantire sempre la possibilità di scambiare informazioni e creare un quadro completo della situazione operativa, elemento chiave per le Joint all-domain operations. L’introduzione della Open system architecture rappresenta una vera e propria rivoluzione nel design degli elicotteri, sin dall’inizio della loro progettazione, garantendo ai sistemi presenti e futuri di essere integrati e facilmente aggiornati, quindi mantenendo con facilità e costi nettamente più contenuti, rispetto ai sistemi attuali, la rilevanza operativa del sistema d’arma per tutto il suo ciclo di vita”.


formiche.net/2024/02/elicotter…

Cosa non torna nel doppiopesismo sulle vittime civili delle guerre. Scrive Nones


La mancanza nel nostro Paese di una cultura della sicurezza e difesa continua ad accomunare opinione pubblica, mondo dell’informazione e mondo politico e si riflette anche nell’affrontare il tema delle vittime civili delle guerre, dove si sta evidenziando

La mancanza nel nostro Paese di una cultura della sicurezza e difesa continua ad accomunare opinione pubblica, mondo dell’informazione e mondo politico e si riflette anche nell’affrontare il tema delle vittime civili delle guerre, dove si sta evidenziando una sorta di “doppiopesismo” a seconda della loro nazionalità. Una posizione che ha il suo collante nel pacifismo di varia natura, da quello di matrice cattolica a quello terzomondista.

Ne è un chiaro esempio il prevalente atteggiamento di condanna di Israele per le operazioni militari condotte a Gaza, rimuovendo il ricordo della strage di civili, comprese donne e bambini, e del rapimento di più di un centinaio di ostaggi israeliani compiuti il 7 ottobre 2023 dai terroristi di Hamas. Questo non significa rinunciare a criticare Israele per una reazione ormai palesemente eccessiva e che si sta protraendo troppo nel tempo, ma ricordare in ogni momento chi è stato il responsabile di quanto sta avvenendo.

Il tema delle vittime civili è diventato attuale soprattutto durante la seconda guerra mondiale con il bombardamento di Londra o Dresda, la distruzione di Varsavia, per arrivare a Hiroshima e Nagasaki. A bombardare furono in questi casi forze armate regolari e, anche allora, vi furono nei paesi democratici dubbi e perplessità poi superati dalla consapevolezza della loro indispensabilità per sconfiggere l’aggressione nazi-fascista e interrompere l’Olocausto in Europa e quella nipponica in Asia. Ovviamente queste preoccupazioni non si manifestarono, né avrebbero potuto farlo, in quei regimi dittatoriali. Ma, in tutti questi casi, da una parte e dall’altra, non si trattò di “danni collaterali”, ma di scelte politico-militari volte a fiaccare il “fronte interno” nemico, una strategia resa possibile dallo sviluppo tecnico e industriale dei velivoli militari e dei primi razzi.

Significativa è stata, invece, l’esperienza della guerra condotta dagli Stati Uniti in Vietnam. Fra le cause principali della sconfitta viene unanimemente riconosciuta quella della vasta opposizione che si verificò nell’opinione pubblica americana sia per le perdite subite sia per le devastazioni imposte alla popolazione civile. Anche grazie ai nuovi mezzi di comunicazione le informazioni e le immagini di morti e feriti civili a causa dei bombardamenti americani hanno fortemente condizionato la scelta politica di interrompere le operazioni militari.

Altrettanto significativa è in questi ultimi due anni la prosecuzione di attacchi indiscriminati russi alle città ucraine con migliaia di vittime civili, senza che l’opinione pubblica internazionale e, in particolare, quella italiana riescano ad esprimere un’adeguata condanna politica e morale. Pur non trattandosi di obiettivi militari (comunque condannabili se si configurano come aggressione), sembra che il valore della vita dei cittadini ucraini sia relativamente poco importante per molti “pacifisti”.

Lo stesso vale per i cittadini israeliani che da sempre sono colpiti da azioni terroristiche e, in particolare, nell’ultimo decennio, dal sistematico lancio di missili e razzi dalla striscia di Gaza e dal sud Libano verso le città israeliane. Per arrivare all’attacco del 7 ottobre, che dovrebbe rimanere scolpito nella storia come un vero e proprio crimine contro l’umanità, i cui responsabili dovrebbero essere unanimemente condannati dalla comunità internazionale, senza se e senza ma.

Il problema si è ingigantito con le guerre ibride combattute da forze irregolari in territori dove non c’è o non viene esercitato alcun potere statale. Queste forze molto spesso operano o trovano rifugio in aree abitate dove non sono facilmente individuabili: non hanno comandi, caserme e depositi, aeroporti, radar, mezzi e armamenti pesanti come le forze regolari, spesso nemmeno le divise. A Gaza il lancio di missili e razzi verso le città israeliane avviene dai terrazzi o dai cortili di edifici civili all’interno di conglomerati urbani densamente abitati. I tunnel utilizzati dai terroristi corrono sotto scuole, ospedali, centri di accoglienza, ecc. e hanno altrettanti accessi. Per distruggerli bisogna inevitabilmente coinvolgere i sovrastanti edifici civili.

La differenza fra le vittime civili delle azioni terroristiche e quelle delle operazioni militari dei Paesi democratici è che nel primo caso non esiste nemmeno la parvenza di obiettivi militari che in qualche modo possano essere addotti a giustificazione, mentre, nel secondo caso, sono presenti, ovviamente e per fortuna, forme di auto-controllo sia nel sistema militare che in quello politico.

In questo quadro si colloca la campagna terroristica condotta da parte del movimento Houthi nello Yemen con il lancio di missili contro navi civili in transito nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. Se riuscissero a colpirle vi sarebbero delle vittime civili innocenti, oltre che ingenti danni economici. Per evitarlo sono stati effettuati bombardamenti aerei americani e inglesi. Anche ipotizzando di individuare precisamente e tempestivamente i siti di lancio, ogni risposta militare volta a distruggerli, finirà inevitabilmente con il coinvolgere la popolazione civile che vive nei pressi.

Ma anche il previsto intervento di una forza navale europea a protezione del traffico commerciale potrebbe trovarsi in una situazione analoga. Se un missile colpisse una di queste navi militari, sarebbe necessario distruggere la postazione ostile con gli inevitabili danni collaterali. Ma lo stesso potrebbe avvenire anche in fase di lancio. Con buona pace di coloro che in Italia si commuovono per le tragiche immagini delle vittime civili a condizione che non siano cittadini di paesi amici ed alleati.


formiche.net/2024/02/cosa-non-…

Riservisti, missioni e finanziamenti. Ecco i nuovi progetti della Difesa


L’attuale scenario geopolitico internazionale richiede un aggiornamento dell’intero sistema-Difesa nazionale “che consenta al Paese di dotarsi di una migliore e più efficace capacità di risposta alle crisi”. A ribadirlo è stato il ministro della Difesa, G

L’attuale scenario geopolitico internazionale richiede un aggiornamento dell’intero sistema-Difesa nazionale “che consenta al Paese di dotarsi di una migliore e più efficace capacità di risposta alle crisi”. A ribadirlo è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione presso le commissioni Difesa di Camera e Senato e reduce dalla riunione informale dei ministri della Difesa a Bruxelles. Entrambe occasioni nelle quali il ministro ha affrontato i principali temi di insicurezza che circondano l’Europa e il Paese, dalla guerra in Ucraina alla minaccia nel mar Rosso, passando per la crisi a Gaza. È in questo scenario che, per il ministro, è necessario apportare delle modifiche all’architettura delle Forze armate e del comparto difesa in generale, a cominciare dalle norme che regolano la partecipazione italiana alle missioni internazionali.

La sfida asimmetrica

Per il ministro, infatti, gli attacchi delle milizie yemenite filo-iraniane Houthi nel mar Rosso fa parte di una più ampia strategia ibrida di destabilizzazione asimmetrica “cui Mosca e Pechino perseguono l’obiettivo di prevalere slealmente nella competizione globale e di guadagnare nuove sfere di influenza”. Per Crosetto, infatti, Russia, Iran, Corea del Nord e Cina “stanno intenzionalmente conducendo un conflitto ibrido contro l’Occidente: un confronto per l’accesso alle materie prime, alle fonti di energia, alle terre rare, un confronto sulla capacità produttiva in settori e capacità strategiche, un confronto sulla superiorità tecnologica e sulla ricerca, ma anche un confronto sulla competitività economica”. Una sfida asimmetrica che “pagherà principalmente l’Europa, soprattutto i Paesi della sponda sud come l’Italia”.

La legge sulle missioni internazionali

Per Crosetto, dunque, quanto sta accadendo “ha fatto risaltare ancora di più i limiti della legge 145 del 2016” che la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali. L’obiettivo della modifica è elaborare “uno strumento normativo migliorato che consenta al Paese di dotarsi di una migliore e più efficace capacità di risposta alle crisi, potendo contare su procedure di impiego immediato delle forze armate e conferendo maggiore flessibilità operativa e di impiego alle forze operanti in una stessa area geografica”. Come sottolineato dal ministro anche in altre occasioni, “la Difesa deve stare al passo coi tempi per affrontare con rapidità ed efficacia le emergenze e le crisi internazionali”. La modifica, come già annunciato nel Documento programmatico pluriennale della Difesa e nell’ultima Nadef, rivisita la procedura di autorizzazione delle missioni all’estero con lo scopo di assicurare maggiore flessibilità d’impiego allo strumento militare. Il provvedimento agevolerà l’impiego a livello operativo delle unità ad alta e altissima prontezza, da impiegare all’estero al verificarsi di crisi o in situazioni di emergenza. L’attivazione di quest’ultime sarà disposta con delibera del Consiglio dei ministri da inviare alle Camere per l’autorizzazione, con una tempistica più rapida, in linea con esigenze derivanti dalla gestione della crisi. Tutto questo “senza togliere le prerogative del Parlamento che resteranno centrali”.

Finanziamenti

Altro aspetto fondamentale previsto dalla nuova legge è una notevole semplificazione procedurale che consentirà l’effettiva riduzione dei tempi per il finanziamento delle missioni. La norma prevede anche lo spostamento, dal 31 dicembre al 31 gennaio, del termine per la presentazione del governo alle Camere della relazione analitica sulle missioni in corso, necessaria per la loro prosecuzione, allineando la pianificazione operativa a quella finanziaria, derivante dalla legge di bilancio. “Il quadro che si sta delineando – ha spiegato Crosetto – prefigura un accresciuto impiego di capacità della Difesa, non preventivabili in fase di predisposizione delle assegnazioni finanziarie per gli impegni del 2024 e difficilmente compensabili attraverso una rimodulazione degli impegni in altre aree di crisi”. Per questo l’impegno italiano per la sicurezza nelle aree di crisi “deve trovare ristoro attraverso finanziamenti aggiuntivi oltre il perimetro previsto dalla legge di bilancio”.

La riserva ausiliaria

Accanto a queste misure, il ministro sta da tempo sottolineando la necessità per il Paese di attivare una riserva militare sul modello della Guardia nazionale statunitense o delle riserve militari di Svizzera e Israele, “volontari che, in caso di necessità, possono essere attivati per affiancare le Forze armate”. Per adesso il progetto prevede di reclutare circa diecimila riservisti, da attivare “in caso di situazioni e crisi eccezionali”. Questi volontari saranno “ripartiti in nuclei operativi di livello regionale posti alle dipendenze delle autorità militari individuate con decreto del ministro della difesa” e al momento del richiamo sarebbero impiegati in “attività in campo logistico nonché di cooperazione civile-militare”. Insomma non direttamente nelle operazioni militari ma in supporto e per mettere sul campo tutti i militari di carriera. La priorità, inoltre, andrebbe a professionalità diverse nelle nuove dimensioni operative della difesa, a partire da hacker o esperti di intelligenza artificiale.


formiche.net/2024/02/cosi-cros…

Il diritto alla conoscenza nel nome di Ezechia Paolo Reale


Venerdì 2 febbraio 2024, ore 16:00, presso l’Aula Magna dell’Università di Catania, Piazza dell’Università Ore 16:00 – Saluti Istituzionali: Prof. Francesco Priolo, Rettore dell’Università di Catania Avv. Enrico Trantino, Sindaco di Catania Prof. Felice G

Venerdì 2 febbraio 2024, ore 16:00, presso l’Aula Magna dell’Università di Catania, Piazza dell’Università

Ore 16:00 – Saluti Istituzionali:

Prof. Francesco Priolo, Rettore dell’Università di Catania
Avv. Enrico Trantino, Sindaco di Catania
Prof. Felice Giuffré – Componente del Consiglio Superiore della Magistraturd
Dot. Filippo Pennis, Presidente della Corte d’Appello di Catania
Dott. Francesco Mannino, Presidente del Tribunale di Catania
Prof. Enrico lachello, Presidente Ass. Amici UniCT
Prof. Jean-François Thony, Presidente The Siracusa International Institute for criminal justice and human rights
Prof.ssa Ida Nicotra, Direttore Master Il Livello in Diritto delle Pubbliche Amministrazioni UniCT
Avv. Antonino Guido Distefano, Presidente Consiglio dell’Ordine degli Auvocati di Catania;
Avv. Francesco Antille, Presidente Camera Penale Catania “Serafino Famà”
Avv. Dina D’Angelo, Presidente Camera Penale Siracusa;
Prof.ssa Loredana Faraci, Segretario Generale della Fondazione Siracusa è Giustizia

Ore 16:45 – Introduzione:

Avv. Andrea Pruiti Ciarello, Presidente Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella e Consigliere Fondazione Luigi Einaudi

Ore 17:00 – Interventi:

Sen. Giulio Terzi di San Agata, Presidente della Commissione Politiche dell’Unione Europea
Dott. Matteo Angioli, Segretario Generale del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella
Prof. Giuseppe Benedetto, Presidente Fondazione Luigi Einaudi ETS

L'articolo Il diritto alla conoscenza nel nome di Ezechia Paolo Reale proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Inaugurazione della sede della provincia di Siracusa


Venerdì 2 febbraio 2024, ore 12:00, Via P. Umberto 210 – AUGUSTA La sede sarà intitolata all’Avvocato Ezechia Paolo Reale Saranno presenti Avv. Giuseppe Benedetto, President della Fondazione Luigi Einaudi Sen. Giulio Terzi di Sant’Agata, President Commiss

Venerdì 2 febbraio 2024, ore 12:00, Via P. Umberto 210 – AUGUSTA

La sede sarà intitolata all’Avvocato Ezechia Paolo Reale

Saranno presenti
Avv. Giuseppe Benedetto, President della Fondazione Luigi Einaudi
Sen. Giulio Terzi di Sant’Agata, President Commission Politiche dell’Unione Europea del Senato

L'articolo Inaugurazione della sede della provincia di Siracusa proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Senato della Repubblica. La lezione di etica giuridica sulla presunzione di innocenza


Partiamo dal protagonista di questa audizione in Senato. Avvocato penalista di lunga esperienza, giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dal 28 Maggio 1997 Giuseppe Benedetto è oggi Presidente della Fondazione Luigi Einaudi. Ma è anch

Partiamo dal protagonista di questa audizione in Senato. Avvocato penalista di lunga esperienza, giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dal 28 Maggio 1997 Giuseppe Benedetto è oggi Presidente della Fondazione Luigi Einaudi. Ma è anche Presidente emerito della Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella. Già docente di Diritto Costituzionale presso la facoltà̀ di Giurisprudenza dell’Università̀ LUM di Bari, appassionato di tematiche sociali, la sua attività̀ scientifica e politica si è sempre contraddistinta per intransigenti posizioni a favore della salvaguardia dei diritti civili, dello sviluppo di una cultura laica – ma non laicista – e della tutela delle libertà̀ fondamentali del cittadino contro ogni oppressione, “anche quella eventuale dello Stato”. Annovera tra i suoi maestri, con i quali si è intensamente rapportato, figure di politici illustri quali Giovanni Malagodi e il costituzionalista Aldo Bozzi. È stato Capo Gruppo del PLI al Consiglio Comunale di Pescara. È stato vice segretario nazionale della Gioventù Liberale Italiana. È stato membro della Direzione Nazionale e dell’Esecutivo del PLI, dove ha ricoperto l’incarico di Responsabile Nazionale degli Enti Locali. È autore dei saggi “L’eutanasia della democrazia. Il colpo di Mani Pulite”, con prefazione a cura del Prof. Sabino Cassese (Rubbettino editore, ottobre 2021) e “Non diamoci del tu”, con prefazione del Ministro della Giustizia Carlo Nordio (Rubbettino editore, ottobre 2022)

Un personaggio, dunque, e un protagonista vero della storia politica di questi anni in Italia.

Alle ore 13 di martedì scorso 16 gennaio, alla Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato, nel corso della sua audizione, l’intervento di Giuseppe Benedetto è nei fatti una vera e propria “lectio magistralis” sui temi centrali del diritto moderno.

Senza perifrasi, senza nessun tono retorico, con la serenità che contraddistingue da sempre la sua storia e il suo ruolo di uomo liberale, il Presidente Benedetto picchia duro su talune distorsioni della pratica giudiziaria di questi anni.

“Per quanto riguarda il primo e più corposo aspetto della presunzione d’innocenza, che tante polemiche ha suscitato in ltalia per la cosiddetta Legge Bavaglio, voglio dire che l’impostazione data da chi si oppone al provvedimento già votato dalla Camera e oggi alla vostra attenzione è esattamente in senso contrario alle indicazioni della Commissione Europea”.

Chi lo conosce bene sa che l’uomo non concede attenuanti neanche a sé stesso, e che il suo rigore morale va al sopra di ogni cosa: “Quando sento dire “ce lo chiede l’Europa” da parte di chi si oppone ai provvedimenti a tutela della presunzione d’innocenza ci dovrebbe dire cosa chiede l’Europa, con quale atto ce lo chiede e perché la legislazione italiana non si sarebbe ancora adeguata. La delega al Governo introdotta dall’altro ramo del Parlamento e qui in discussione tende proprio a tutelare in concreto la presunzione di innocenza. ln particolare, lì dove prevede il divieto di pubblicazione integrale o per estratto dell’ordinanza di custodia cautelare finché non siano concluse le indagini preliminari, e cioè fino a quanto il cittadino indagato non sa ancora di esserlo”.

Giuseppe Benedetto legge i suoi appunti, ma in realtà va a braccio, sono temi che come uomo di legge conosce meglio di chiunque altro, e sono principi -lui li chiama così- su cui nessuno di noi dovrebbe mai fare marcia indietro.

“Vi è subito da chiarire che tale pubblicazione dell’ordinanza di custodia cautelare- precisa il giurista- oggi è consentita solo grazie ad una modifica dell’Art. II4 c.p.p. intervenuta nel 2017. Prima di quella modifica non era consentita. Cercherò di chiarire perché è opportuno che da ora in avanti non sia più consentita. lntanto, un’osservazione di ordine generale. Mi sono chiesto perché mai con tanta virulenza alcuni PM di scagliano contro questa norma? Sono comprensibili, ma dirò perché non condivisibili, le critiche anche forti”.

A costo di risultare impopolare, ma il Presidente della Fondazione Einaudi è più determinato che mai.

Dice testualmente: “Ricordo il tempo in cui proprio i magistrati, giustamente, si appellavano al segreto istruttorio. Dovrebbe infatti essere interesse di chi conduce le indagini non diffondere le notizie almeno nelle fasi iniziali più delicate. Ma, guarda caso, sono proprio questi magistrati i più acerrimi critici della novella”.

Per il Presidente Giuseppe Benedetto “ln realtà oggi queste polemiche nascono da un’altra novità legislativa, quella che non consente più ai PM, se non in casi eccezionali, le tanto amate conferenze stampa sostituite dalle più sobrie comunicazioni del Procuratore Capo”.

E qui la nota dolens della giornata e della sua audizione in Commissione: “La paradossale conseguenza di questa limitazione – precisa il Presidente Fondazione Einaudi–è che il PM scarica in centinaia di pagine di ordinanza custodiale tutta una serie di elementi ad colorandum relativi alla presunta colpevolezza dell’indagato. Ricordiamoci, innocente per ancora lunghi anni (fino a sentenza passata in giudicato). E non sto qui a parlare del GlP, figura sempre più evanescente, che quasi sempre riporta pedissequamente quanto proposto dal PM. Appare superfluo aggiungere che, sino alla fase delle indagini, in campo c’è sostanzialmente solo una parte: l’accusa. E dunque, la voce della difesa più che flebile è inesistente”.

Sembrava dover essere la sua una audizione tranquilla, priva di polemiche, ma in realtà il giurista siciliano mette alle corde il sistema-giustizia-Paese come forse nessun altro prima di lui aveva saputo fare: “Allora mi chiedo: tale norma è a tutela o no degli oltre 100mila persone ingiustamente arrestate dal 1992 ad oggi e tutte sottoposte alla gogna mediatica che ben conosciamo? Insomma, chi esce dal processo innocente ha il diritto o no ad avere la sua reputazione integra? E lo Stato deve tutelare questo diritto?”.

Domande sacrosante, a cui il sistema giudiziario italiano non ha mai dato una risposta serena ed esauriente.

“Ricordo, peraltro, en passant – osserva ancora il Presidente Benedetto- che il divieto di pubblicazione non è assoluto, ma il giornalista può ben trarne un sunto per darne comunicazione e doverosamente informare su fatti di pubblico interesse. ln conclusione, la norma in discussione in questa commissione è un altro tassello della civiltà giuridica che consente di evitare quanto è successo troppe volte in questi anni. Cioè, che il processo penale duri un’ora, l’ora della conferenza stampa del Pubblico Ministero”.

Come si fa a non dargli ragione?

“Lì –conclude il Presidente della Fondazione Einaudi- viene distrutta una reputazione e il danno mai più sarà riparato. Se per molti magistrati gli indagati sono solo numeri, se per alcuni giornalisti sono solo notizie, per un liberale sono persone in carne e ossa, innocenti o meno”.

Se fossimo stati in teatro – osservano molti dei senatori presenti- avremmo pe forza di cose assistito ad una standing ovation a favore del Presidente Giuseppe Benedetto, ma in Senato il rigore e lo stile parlamentare non lo consentono. Ma mai come in questo caso le parole sono pietre.

Mai così pesanti contro una giustizia che spesso fa acqua da tutte le parti.

di Pipo Nano, primapaginanews.it

L'articolo Senato della Repubblica. La lezione di etica giuridica sulla presunzione di innocenza proviene da Fondazione Luigi Einaudi.