Nella “famiglia” degli F-35 c’è ancora posto per la Turchia?


L’apertura, seppur condizionata alla partita degli S-400, arriva dal vice segretario di Stato americano Victoria Jane Nuland che durante una recente visita nel Paese ha espresso la posizione dell’amministrazione Usa, in un momento in cui la stabilizzazion

L’apertura, seppur condizionata alla partita degli S-400, arriva dal vice segretario di Stato americano Victoria Jane Nuland che durante una recente visita nel Paese ha espresso la posizione dell’amministrazione Usa, in un momento in cui la stabilizzazione dell’alleato Nato si è manifestata in due azioni concrete, come il via libera parlamentare all’ingresso della Svezia nella Nato e l’accordo diplomatico di cooperazione siglato con la Grecia, dopo anni di tensioni. Nell’ultimo periodo parecchi aesi europei hanno acquistato caccia F-35 e a Cameri in Piemonte è operativo, come è noto, il centro di assemblaggio.

Qui Ankara

La mossa segna uno slancio positivo nei rapporti Washington-Ankara. Ma condicio sine qua non è la soluzione della questione relativa al sistema missilistico russo, che provocò l’espulsione di Ankara dal programma del caccia di quinta generazione. L’obiettivo di Washington è garantire che la Turchia mantenga una solida difesa aerea che non contrasti con gli strumenti a disposizione degli alleati atlantici. “Stavamo negoziando la vendita del Patriot, e mentre quei negoziati erano in corso, la Turchia è andata in un’altra direzione”, ha aggiunto Nuland.

Da un punto di vista tecnico il governo Erdogan aveva manifestato l’intenzione di chiedere il rimborso del pagamento già effettuato per gli F-35 e da quel momento ha avanzato una seconda richiesta parallela agli Usa: ottenere caccia F-16 e kit di modernizzazione per aggiornare la propria flotta esistente. Dopo anni di tensioni, una settimana fa l’amministrazione Biden ha sbloccato la vendita di 40 nuovi F-16, oltre a quasi 80 kit, per un totale di 23 miliardi di dollari dopo che la Turchia ha ratificato l’adesione alla Nato della Svezia.

I paesi interessati

La scelta compiuta da alcuni paesi di ottenere il caccia di quinta generazione è riconducibile allo status degli F-35, ovvero spina dorsale di una risposta militare corale in seno alla Nato. Al momento sono quattro le aeronautiche militari del Vecchio continente che lo posseggono: Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito mentre altri sette Paesi sono in procinto di ricevere diverse quantità di caccia, ovvero Belgio, Finlandia, Germania, Polonia, Svizzera, Grecia e Danimarca. La Spagna è uno dei candidati futuri. Entro il 2035 saranno seicento gli F-35 dislocati in Europa.

Recentemente anche Praga ha raggiunto un accordo con Washington per l’acquisto di quattro F-35, diventando il diciottesimo Paese del programma globale (la consegna del primo velivolo è prevista per il 2031). Atene è ormai quasi certa di averne una squadriglia: entro il 2028 arriveranno in Grecia i primi due caccia, dopo che il governo Mitsotakis ha già acquistato 18 Rafale dalla Francia e ha avviato i lavori per il raddoppio della base som di Souda bay a Creta, che diventerà così la nuova piattaforma galleggiante in chiave Nato nel Mediterraneo orientale.

Scenari

Non si tratta, come qualche voce contraria ha osservato nei giorni scorsi, di una mera corsa al riarmo, piuttosto la mossa atlantica nel Mediterraneo presenta una sua ratio strategica e di visione: in un momento caratterizzato dai fronti bellici triplicati (all’Ucraina si sono sommati Gaza e il Mar Rosso), e con un fortissimo tasso di potenziale destabilizzazione in quadranti di per sé già ultra sensibili come il Medio Oriente e il golfo di Aden, non può essere relegata in secondo piano una stagione di programmazione alla voce difesa e sicurezza. Questa la ragione che ha portato nell’ultimo periodo ad una serie di valutazioni da parte di leaders europei sui rischi di guerra: ovvero crescenti avvertimenti sul fatto che l’Europa potrebbe trovarsi coinvolta in un conflitto con la Russia.


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Nuove armi per Kyiv. In arrivo i missili targati Boeing


L’azienda americana Boeing si accinge a inviare in Ucraina il primo carico di missili a lungo raggio (sviluppati assieme alla svedese Saab) noti come Ground Launched Small Diameter Bombs (Glsdb), che potrebbero vedere un impiego operativo già dai primi gi

L’azienda americana Boeing si accinge a inviare in Ucraina il primo carico di missili a lungo raggio (sviluppati assieme alla svedese Saab) noti come Ground Launched Small Diameter Bombs (Glsdb), che potrebbero vedere un impiego operativo già dai primi giorni di gennaio in base alle tempistiche rese pubbliche. Il testing operativo di queste armi si è svolto il 16 gennaio presso il poligono della Eglin Air Force Base in Florida, con il lancio (coronato dal successo) di sei proiettili sopra il Golfo del Messico.

L’esito positivo di questa sperimentazione ha dato il via libera all’esportazione in Ucraina su base pressoché immediata. I lanciatori, assieme a decine di testate, sarebbero infatti già state trasferite in Ucraina tramite un trasporto aereo; tuttavia, i tempi di consegna e il loro dispiegamento finale sono rimasti segreti per preservare l’elemento sorpresa (come già fatto in precedenza in altre occasioni).

Il contratto sarebbe già stato firmato ed approvato nel febbraio dell’anno scorso, motivo per cui l’invio die misilli non sarebbe stato sottoposto ad un vaglio congressuale che avrebbe potuto tramutarsi in una palude burocratica capace di bloccare l’invio, esattamente come nel caso del pacchetto di aiuti ancora bloccato al Senato.

Con la loro portata di circa centocinquanta chilometri, i sistemi Glsdb permetterebbero alle forze armate Kyiv di colpire bersagli posti a una distanza quasi doppia rispetto a quelli raggiungibili dai sistemi Himars, attualmente il sistema a più lungo raggio di cui dispongono le forze ucraine, fatta eccezione per gli Atacms, le cui poche scorte inviate a Kyiv sono state quasi esaurite e adesso sono disponibili in quantità molto limitate.

Per l’amministrazione statunitense Biden, la decisione di inviare il Glsdb all’Ucraina rappresenta infatti un modo per sopperire all’esaurimento delle scorte di munizioni Atacms. Pur non avendo la stessa potenza degli Atcams, i Glsdb sono molto più economici; inoltre, le loro dimensioni ridotte permettono una maggiore facilità nel dispiegamento e nell’impiego. “È ormai tempo di trovare mezzi creativi per fornire le capacità necessarie a colpire in profondità e spesso dietro le linee russe” è il commento di Tom Karako, esperto di armi e sicurezza presso il Center for Strategic and International Studies. Tramite l’uso dei Glsdb, Kyiv mirerà alla disruption della logistica e della conduzione delle operazioni da parte delle forze di Mosca, nell’obiettivo di creare situazioni favorevoli da sfruttare a livello tattico.


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Anche Praga sceglie l’F-35. Una buona notizia per l’Italia


Il progetto più importante nella storia delle Forze Armate ceche. Così il governo di Praga ha definito la firma del memorandum d’intesa tra la Repubblica Ceca e gli Stati Uniti per l’acquisto di ventiquattro caccia F-35 di quinta generazione. “Questo acco

Il progetto più importante nella storia delle Forze Armate ceche. Così il governo di Praga ha definito la firma del memorandum d’intesa tra la Repubblica Ceca e gli Stati Uniti per l’acquisto di ventiquattro caccia F-35 di quinta generazione. “Questo accordo governo-governo porta il nostro Paese e le sue Forze armate in un’era completamente nuova”, ha dichiarato durante la cerimonia della firma il ministro della Difesa Jana Cernochova, aggiungendo che “di fatto, gli aerei di quinta generazione sono la spina dorsale dei caccia della Nato. Inoltre, il loro acquisto aumenterà significativamente la prontezza di combattimento delle Forze armate ceche”. Con la firma, la Repubblica Ceca diventerà il diciottesimo Paese del programma globale F-35. Ci vorrà però ancora un po’ di tempo prima che un aereo esca dagli hangar cechi, poiché la consegna del primo velivolo non è prevista prima del 2031 e la piena capacità operativa non sarà raggiunta prima del 2035. Fino ad allora, l’esercito ceco continuerà a volare con i caccia Gripen di produzione svedese.

L’accordo

Il Dipartimento di Stato americano ha approvato la potenziale vendita di ventiquattro aerei e di una serie di attrezzature associate, valutate circa cinque miliardi e mezzo di dollari. Il memorandum d’intesa e la lettera di accettazione ufficiale sono stati firmati a Praga dopo settimane di discussioni sul protocollo. “Siamo lieti che il governo della Repubblica Ceca sia ora ufficialmente parte del programma F-35 Lightning II”, ha dichiarato in un comunicato di Lockheed Martin il generale dell’aeronautica statunitense Mike Schmidt, program executive officer dell’F-35 Joint program office. “Questa partnership con il ministero della Difesa ceco fornirà e sosterrà l’F-35 per decenni, garantendo all’aeronautica militare ceca un’interoperabilità senza pari e assicurandole la capacità di contrastare le minacce attuali e future”.

Caccia Usa nell’Egeo

La notizia segue l’altro sblocco da parte degli Stati Uniti della vendita degli F-16 ad Ankara e degli F-35 ad Atene. Una approvazione che ha seguito l’approvazione turca all’adesione della Svezia alla Nato. Come annunciato da Atene, entro il 2028 i primi due caccia di quinta generazione verranno consegnati alla Grecia. I caccia seguono i 18 Rafale acquistati dalla Francia e soprattutto il raddoppio della base som di Souda bay a Creta che diventerà il nuovo avamposto Usa tra Mediterraneo e Medio Oriente.

Un caccia europeo

Con l’arrivo in Repubblica Ceca degli F-35, tra l’altro, cresce il numero di Paesi europei dotati del caccia della Lockheed Martin. La Repubblica Ceca, infatti, è l’undicesimo Paese a utilizzare l’F-35 dal proprio territorio. Attualmente oltre a Copenaghen, altre quattro aeronautiche militari del Vecchio continente già annoverano il Lightning II tra gli assetti a disposizione (Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito), altri sette Paesi sono in procinto di ricevere diverse quantità di caccia, tra ordini e intenzioni di acquisto (Belgio, Finlandia, Germania, Polonia, Svizzera, Grecia e Danimarca) a cui potrebbe in futuro aggiungersi anche la Spagna. Un trend che porterà nel 2035 ad avere oltre seicento F-35 dislocati sul continente europeo nelle basi dei paesi membri della Nato e in Svizzera, con più della metà delle forze aeree europee dotate di F-35.

Il modello F-35

La scelta dei governi del Vecchio continente di affidarsi al caccia di quinta generazione discende sicuramente dalla necessità di dotarsi di equipaggiamenti militari all’avanguardia nel mutato contesto geostrategico globale, a partire dalla minaccia rappresentata dalla Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Ma al di là delle prestazioni dell’aereo, è proprio la sua diffusione tra le aeronautiche europee a renderlo un asset vantaggioso per le Difese nazionali. Sempre di più, infatti, la deterrenza e la dissuasione si baseranno anche sulla velocità e rapidità di schieramento dei mezzi e sulla facilità di manutenzione e gestione. Condividere lo stesso modello di aereo, infatti, significa che piloti e personale di terra sono in grado di operare immediatamente anche su macchine di Paesi diversi. Schierare una squadriglia di F-35 in un Paese che li ha già riduce la necessità di spostare anche specialisti e pezzi di ricambio, perché presenti sul territorio ospitante. Si creerà così una rete di nazioni in grado di esprimere un potere aereo coeso e rapidamente proiettabile, fatto di tecniche, procedure e tattiche in comune.

Il ruolo italiano

Con l’aumentare delle acquisizioni di F-35 in Europa, l’Italia si trova in una posizione privilegiata per inserirsi nella linea di produzione dei caccia destinati alle nazioni del Vecchio continente. A Cameri, infatti, si trova una delle sole due linee di produzione dell’F-35 fuori dagli Stati Uniti (l’altra è in Giappone), e l’unica in Europa. L’Italia ha partecipato al programma F-35 fin dall’inizio e l’Aeronautica militare e la Marina militare utilizzano attualmente gli aerei in versione convenzionale (versione A) e a decollo corto e atterraggio verticale (versione B). Inoltre, Cameri produce anche gli F-35A per le forze aeree olandesi.


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

La scorsa settimana il ministro Lollobrigida, insieme ad altri due Paesi, ha presentato in Ue un documento molto critico sulla carne coltivata, con una serie di richieste. Ma la Commissione Ue gli ha fatto presente che il suo documento è sostanzialmente inutile: quanto richiesto è già previsto dalla legge, la Commissione già lo fa.

Una figuraccia, che Lollobrigida in Italia ha spacciato per un successo. Ho ascoltato in diretta la riunione in Ue e ne parlo oggi su Domani

editorialedomani.it/idee/comme…

in reply to Vitalba

@Vitalba tutti quelli che li hanno eletti erano consapevoli del fatto che sarebbero stati una classe dirigente scandalosa e incapace punto del resto quelli che si autodefinivano competenti, non hanno dato prova di tutta questa competenza...
Il problema è che, tranne qualche voce fuori dal coro come la Sua, in grado di muovere critiche non ideologiche, il livello del dibattito è quello del tifo calcistico. E si sa: quando devi scegliere tra Juve e Milan, le argomentazioni non sono l'aspetto più importante

informapirata ⁂ reshared this.

Alessandro De Nicola – Il Ducetto


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Se la (dis)informazione è arma di una guerra ibrida. L’opinione del gen. Tricarico


Ho ripreso a leggere il Corriere della Sera, di cui ero fedelissimo, solo quando anni fa sparì o quasi dal quotidiano milanese la firma di Andrea Purgatori, un giornalista che non passava giorno che non inventasse di sana pianta qualcosa sulla tragedia di

Ho ripreso a leggere il Corriere della Sera, di cui ero fedelissimo, solo quando anni fa sparì o quasi dal quotidiano milanese la firma di Andrea Purgatori, un giornalista che non passava giorno che non inventasse di sana pianta qualcosa sulla tragedia di Ustica, giungendo alla fine a firmare ben trentadue versioni diverse sulla dinamica e sulle cause dell’attentato al DC9 Itavia del 27 giugno 1980. Mettendo nel contempo a punto un colossale imbroglio ai danni della verità, oltre che del cittadino, delle istituzioni e non ultimo, dell’erario.

Non sono invece un lettore assiduo de Il Fatto Quotidiano e tuttavia, la stima per il suo fondatore Antonio Padellaro e la indubbia postura di giornalista che non fa sconti, sistematicamente documentato e credibile sui vari dossier di Marco Travaglio non possono insieme annullare l’incredibile sortita di Giampiero Calapà, il quale, in un articolo pubblicato il 27 gennaio dal titolo: “Crosetto segreto: ‘Putin vince e attacca i Baltici. Poi Trump…”, ha messo infila una serie di variopinte falsità a carico del ministro della Difesa, accusato in buona sostanza di sostenere a porte chiuse tesi e visioni in netta contrapposizione a quelle manifestate pubblicamente, anche in campo internazionale.

In altri termini, se all’epoca cancellai il Corriere della Sera dalle mie letture per le motivazioni legate alla mendacia di Purgatori, oggi stessa sorte mi sembra dover indicare per Il Fatto Quotidiano a causa degli scoop del meno noto ma ugualmente caratterizzato Calapà.

Più nel concreto, ho letto l’articolo de Il Foglio (che ha potuto ascoltare l’audio dell’evento), e ho avuto la possibilità di riscontrare da fonti terze, e personalmente dagli organizzatori dell’evento al Grand Hotel, che nulla, ma veramente nulla, di quanto attribuito al ministro della Difesa corrispondeva a verità; la sciatteria dell’estensore balzava addirittura agli occhi, seppure ve ne fosse stato bisogno, da quel “chat house” detto e ripetuto al posto di “Chatham House”, per certificare il carattere di riservatezza dell’evento organizzato da Ernst and Young.

Non vale la pena entrare nel merito della questione (il falso è falso), quanto invece riflettere su come sia possibile che certo giornalismo sia sceso a questi livelli.

Mi sentirei di paragonare lo scivolone de Il Fatto all’incredibile chiamata alle armi contro il governo di Marcello Degni, il magistrato contabile collocato dal PD presso la Corte dei Conti.

In quella circostanza Elly Schlein si guardò bene dal censurare il comportamento riprovevole di un “suo uomo”, innescando forti sospetti se non la certezza, che distaccare propri uomini presso le istituzioni dello Stato equivalesse a continuare a contare sulla loro militanza attiva, in costanza di fedeltà al partito e, se necessario, di infedeltà al mandato istituzionale.

Esprimere riprovazione dal Nazareno per il comportamento di Degni sarebbe equivalso a sconfessare pubblicamente se stessi, ossia l’obbligo della militanza, la linea della sola fedeltà al partito, ad ogni costo.

Tornando a Il Fatto, se Marco Travaglio non dovesse sanzionare in qualche maniera Calapà o addirittura continuasse a tacere sull’argomento, commetterebbe lo stesso errore di Schlein, dando purtroppo la sgradevole ma incontrovertibile sensazione che il giornalismo – certamente il suo – venga ormai praticato nell’inosservanza e forse nel disprezzo, dei principi cardine ed irrinunciabili della deontologia professionale.

Non comprendendo – e questo è lo strano che unisce ancora una volta la politica politicante a certo giornalismo – che, non essendo gli italiani degli sprovveduti, l’effetto boomerang non tarderà a palesare i suoi risultati.

Se oggi dovessi spiegare a qualcuno il significato della dizione “eterogenesi dei fini” non avrei dubbi nel farmi assistere dall’esempio decisamente calzante dell’articolo su Crosetto; spiegando che il quotidiano, ricorrendo come nel caso di Calapà ad ogni mezzo, leggasi mistificazione, falsità e fantasiose invenzioni, pur di affermare la linea editoriale, provocherà esattamente l’effetto contrario, una semplice alzata di spalle da parte di chi doveva essere inchiodato alle proprie responsabilità.

Con buona pace per il ruolo della stampa a guardia della democrazia ed a tutela dalla degenerazione del potere.

Non sarei stupito se proprio un’alzata di spalle fosse, quantomeno in prospettiva, la reazione di Crosetto e degli altri esponenti di governo più impegnati nella compagine che gli italiani hanno votato. E se non lo fosse, da cittadino, da elettore e soprattutto da servitore pluridecennale dello Stato, la reclamerei a gran voce rispetto al comportamento di certa stampa che sembra aver smarrito ogni giorno di più la propria funzione.


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#laFLEalMassimo – Episodio 112: Regole Stringenti e Formalità Burocratiche


Come sempre in apertura ricordo il sostegno di questa rubrica al popolo ucraino ingiustamente e ingiustificatamente aggredito dalla follia espansionista russa che minaccia la libertà di tutte le società aperte del mondo libero. Venendo alle faccende di ca

Come sempre in apertura ricordo il sostegno di questa rubrica al popolo ucraino ingiustamente e ingiustificatamente aggredito dalla follia espansionista russa che minaccia la libertà di tutte le società aperte del mondo libero.

Venendo alle faccende di casa si parlato molto dell’abbassamento dei limiti di velocità nel comune di Bologna, dividendosi come sempre in fazioni ideologiche con scarsa attenzione ai fatti e alle valutazioni quantitative.
Sul tema un articolo de lavoce.info titola in modo abbastanza esplicito “Zone 30, un dibattito senza dati” per sostenere che le analisi svolte e le valutazioni convenienza sono basate su un set informativo inadeguato e insufficiente.

Ma non si può condannare troppo un’amministrazione locale, magari mossa da lodevoli intenti secondo si sostenitori della misura o più interessata o interessata a fare cassa con le multe secondo i detrattori.

Come sempre avviene in questo paese il problema è culturale e risiede nell’ingenua illusione che la soluzione dei problemi possa venire dall’introduzione di regole più restrittive ignorando colpevolmente che l’elefante nella stanza risiede nel modo in cui queste vengono fatte rispettare e di quanto sia semplice o conveniente infrangerle.

Non funzionano le restrizioni all’uso dei contanti o le infinite nuove regole fiscali, spesso in contraddizione le une con le altre, perché spesso si tratta appunto di norme di facciata, di messe in piedi per apparire formalmente adempienti a questa o quella istanza dei propri sostenitori o qualche normativa sovranazionale. Troppe regole troppo stringenti sono il sogno bagnato di burocrati e oppressori e l’incubo dei cittadini liberi.

Una società civile e moderna dovrebbe avere poche regole semplici e meccanismi adeguati che ne salvaguardino il rispetto. L’alternativa è semplice demagogia, captatio benevolentiae e maldestro tentativo gattopardiano cambiamento tutto affinché nulla cambi.

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Giorno della Memoria, a Bologna le prove generali della sopraffazione


Piccolo fatto locale emblematico di un grande problema nazionale. Ieri, a Bologna, ho partecipato ad un convegno sull’antisemitismo organizzato dai presidenti del Museo ebraico e della Comunità ebraica locali. Doveva esserci il sindaco del Pd, ma non c’er

Piccolo fatto locale emblematico di un grande problema nazionale. Ieri, a Bologna, ho partecipato ad un convegno sull’antisemitismo organizzato dai presidenti del Museo ebraico e della Comunità ebraica locali. Doveva esserci il sindaco del Pd, ma non c’era. Doveva esserci il rettore dell’Alma Mater, ma non c’era. C’era, invece, un consistente presidio di forze dell’ordine a difesa dei relatori e del pubblico e c’era un manipolo dei collettivi universitari con megafono e striscione. Sullo striscione, la scritta “Il nuovo genocidio è in Palestina…resistenza fino alla vittoria”. Dove la vittoria coincide con la cacciata degli ebrei dal Medio Oriente.

Due considerazioni. La prima. A nessun filo istraeliano verrebbe in mente di andare a contestare un convegno organizzato da organizzazioni filo palestinesi, per i filo palestinesi è invece naturale contestare i filo israeliani e tentare di ridurli al silenzio. Accade un po’ ovunque a livello nazionale ed internazionale, ma a Bologna, dove la sinistra gruppettara e massimalista è sempre stata coccolata dalle autorità accademiche e cittadine, accade un po’ più che altrove. Forse sbagliando, immagino, e questa è la seconda considerazione, che sia stato per questo motivo che il sindaco Matteo Lepore e il Magnifico Rettore Giovanni Molari ieri abbiano preferito non metter piede né faccia in un contesto che secondo lo spirito di fazione imperante è un contesto “ebraico”.

È stato un peccato, perché la sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio era gremita. È stato un peccato, perché le relazioni del professor Asher Colombo dell’Istituto Cattaneo e di Emanuele Ottolenghi della Fondation for Defence of Democracy di Washington sono state molto interessanti. Interessanti e rivelatrici. Dal sondaggio tra gli studenti universitari di tre grandi atenei del Nord Italia illustrato dal primo e dai dati raccolti nei campus e nella società americana dal secondo emergono verità incontrovertibili: l’antisionismo è molto spesso il frutto dell’antisemitismo, è un sentimento che oggi caratterizza la sinistra estrema persino più dell’estrema destra, non ha nulla a che vedere con la sproporzione della reazione israeliana al pogrom del 7 ottobre: preesisteva tale e quale; i bombardamenti su Gaza gli hanno solo dato voce e, nella logica di chi ne è avvinto, lo hanno legittimato.

In rappresentanza del sindaco di Bologna, un assessore ex grillino oggi Pd, Massimo Bugani, ieri ha fatto un discorso fumoso all’insegna del vogliamoci bene. Appariva piuttosto chiaro che i suoi interlocutori ideali non si trovavano in sala, ma erano quelli assembrati fuori dal palazzo.

È stato solo un piccolo fatto locale, certo. Ma forse non è sbagliato leggerlo come la prova generale di quel che accadrà domani, Giorno della Memoria, a livello nazionale.

Formiche.net

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Operazioni multidominio nello Spazio. Ecco l’accordo Covi-Asi


L’ampiezza geografica disegnata dagli impegni fuori area delle Forze armate, nonché la dinamicità e la mutevolezza degli attuali scenari geostrategici, richiedono servizi spaziali sempre più moderni e diversificati. Questa la ragione dietro la firma di og

L’ampiezza geografica disegnata dagli impegni fuori area delle Forze armate, nonché la dinamicità e la mutevolezza degli attuali scenari geostrategici, richiedono servizi spaziali sempre più moderni e diversificati. Questa la ragione dietro la firma di oggi di un Accordo operativo tra il generale Francesco Paolo Figliuolo, comandante del Comando operativo di vertice interforze (Covi) e Teodoro Valente, presidente dell’Agenzia spaziale italiana che fa seguito all’accordo quadro siglato il 10 novembre 2022 tra il ministero della Difesa e l’Asi per la collaborazione nell’ambito delle attività spaziali mediante la realizzazione di studi di comune interesse. Come sottolineato dal generale Figliuolo, “le ormai ineludibili telecomunicazioni satellitari e i prodotti di osservazione della terra consentono ai comandanti di esercitare le proprie funzioni con maggiore tempestività ed efficacia, ma anche al Covi di assicurare unicità di comando e processi decisionali rapidi, corti e flessibili”. Secondo il presidente Valente “questo accordo costituisce un rafforzamento della collaborazione strategica tra l’amministrazione Difesa e l’Agenzia introducendo nuove modalità di cooperazione su temi spaziali nell’ottica della dimensione sempre più operativa e interconnessa del dominio Spazio”.

L’Accordo prevede la collaborazione tra le due parti sulle tematiche delle infrastrutture spaziali operative, l’addestramento e lo svolgimento di operazioni satellitari coordinate, lo studio di sistemi operativi di terra interoperabili civili, duali e militari, con l’obiettivo di condividere dati, prodotti e decisioni sulle operazioni spaziali. “Il settore spaziale è, oggi, sempre più centrale e interconnesso ai territori legati alla Difesa, alla sicurezza dei cittadini e degli interessi del nostro Paese”, ha spiegato Valente, a cui ha fatto eco anche il generale Figliuolo: “. La firma di questo accordo contribuisce a rafforzare il valore della connotazione interagenzia del Covi che, con il supporto dell’Asi, si estende anche nella dimensione spaziale”. Il documento prevede, inoltre, lo studio della collaborazione nell’ambito delle capacità di interoperabilità orbitali nonché la cooperazione su operazioni spaziali di comune interesse anche o solo per motivi addestrativi e di standardizzazione delle operazioni.

Per lo svolgimento di tutte le attività siglate nell’intesa, sarà costituito un Gruppo direzione operazioni (Gdo), composto da due rappresentanti per ciascuna parte, nominati rispettivamente dal comandante del Covi e dal presidente di Asi, con i compiti di organizzare e sovraintendere lo svolgimento e l’applicazione dell’accordo. Il gruppo nominerà al suo interno un presidente, nel rispetto del principio dell’alternanza, su base annuale. I membri avranno mandato di durata biennale, svolgeranno i loro compiti a titolo gratuito e senza corresponsione di alcun gettone di presenza, compenso, rimborso o altro emolumento. Fondamentale in questo quadro sarà anche la collaborazione del Comando delle operazioni spaziali, dipendente dal Covi, guidato dal generale Luca Monaco, che contribuisce efficacemente alla creazione della Joint operational picture, che permette di abilitare il ruolo del comandante del Covi a comandante delle operazioni multi-dominio (terra, mare, aria, cyber e spazio).


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Nuovi asset per le forze di Kyiv. Ecco cosa si è deciso al Contact Group


“Gli ucraini sono stati incredibilmente creativi nell’utilizzo delle capacità dei droni. E anche i russi si sono adattati e hanno imparato a usare queste capacità” così ha commentato Celeste Wallander, assistente del segretario alla Difesa statunitense pe

“Gli ucraini sono stati incredibilmente creativi nell’utilizzo delle capacità dei droni. E anche i russi si sono adattati e hanno imparato a usare queste capacità” così ha commentato Celeste Wallander, assistente del segretario alla Difesa statunitense per gli affari di sicurezza internazionale, dopo una riunione dell’Ukrainian Defense Contact Group guidato dal Pentagono, nato nell’aprile del 2022 (a ridosso dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina) e comprendente al suo interno quasi cinquanta Paesi aderenti.

I sostenitori internazionali dell’Ucraina, riuniti in questo format, hanno promosso una nuova serie di sforzi atti a rifornire l’esercito di Kyiv con un numero significativo di droni e veicoli blindati, con l’obiettivo di renderlo “all’avanguardia” nella sua lotta contro gli invasori russi. Una lotta caratterizzata per la sua rapidità nel cambiare forma e dinamica.

La Lettonia si è posizionata come leader di una nuova iniziativa incentrata sugli Uncrewed Aerial Systems: l’iniziativa, annunciata formalmente al termine della riunione del Contact Group, che si ripromette di rifornire l’Ucraina con migliaia di droni. L’obiettivo è quello di essere “all’avanguardia” dal punto di vista tecnologico, operativo e della produzione, “per aiutare gli ucraini a trovare nuovi modi di usare i droni e a confrontarsi con le nuove modalità di impiego adottate dai russi contro di loro”, ha dichiarato Wallander.

Ma le novità non riguardano soltanto la dimensione uncrewed. Anche la Polonia si porrà alla guida di una nuova coalizione incentrata sulle capacità di difesa, come annunciato durante l’incontro, ha detto Wallander. Gli Stati Uniti sono co-leader di altre due coalizioni di capacità del Gruppo: una sulla potenza aerea con Danimarca e Paesi Bassi e una sull’artiglieria con la Francia.

Il Segretario alla Difesa Lloyd Austin, intervenuto virtualmente all’incontro, ha esortato il gruppo a impegnarsi a fondo per fornire all’Ucraina il maggior numero di cruciali sistemi terrestri per la difesa aerea e di caccia intercettori. “Insieme, i nostri alleati e partner hanno creato sei coalizioni di capacità per sostenere l’aeronautica dell’Ucraina, le difese aeree di terra, l’artiglieria, la sicurezza marittima, lo sminamento e la tecnologia dell’informazione”, ha detto Austin. “Se perdiamo i nervi, se ci tiriamo indietro, se non riusciamo a dissuadere altri potenziali aggressori, non faremo altro che provocare ancora più spargimenti di sangue e più caos…. non dobbiamo vacillare nel nostro sostegno all’Ucraina”.

Austin ha anche rilasciato una dichiarazione sul tema della tracciabilità degli aiuti statunitensi all’Ucraina. “Il 27 dicembre, gli Stati Uniti hanno annunciato un ulteriore pacchetto di 250 milioni di dollari per aiutare a soddisfare le urgenti necessità di sicurezza dell’Ucraina, tra cui attrezzature mediche, artiglieria e munizioni. Non abbiamo visto alcuna prova credibile di un uso improprio o di una diversione illecita delle attrezzature americane fornite all’Ucraina”.


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Droni, Cimic e cyber. L’Esercito 4.0 prende forma


Presso la Brigata Informazioni Tattiche ad Anzio Isabella Rauti, sottosegretario di Stato alla Difesa, ha partecipato, su delega del ministro Guido Crosetto, alla cerimonia di consegna delle bandiere di guerra a tre reparti dell’Esercito: il 3° Reggimento

Presso la Brigata Informazioni Tattiche ad Anzio Isabella Rauti, sottosegretario di Stato alla Difesa, ha partecipato, su delega del ministro Guido Crosetto, alla cerimonia di consegna delle bandiere di guerra a tre reparti dell’Esercito: il 3° Reggimento Supporto Targeting “Bondone”, il Reggimento Cimic e il 9° Reparto Sicurezza Cibernetica “Rombo”.

L’ESERCITO DEL FUTURO

Continua a prendere forma, così, l’Esercito 4.0, dal titolo di un concept paper presentato a settembre 2022 dal generale Pietro Serino. Spiegava allora il capo di stato maggiore della forza armata che “lo scoppio di una guerra convenzionale a poche centinaia di chilometri dai nostri confini ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica la rinnovata esigenza di assicurare alla Difesa uno strumento terrestre credibile, efficace, pronto e, se necessario, in grado di combattere in ambienti in continua evoluzione”. Il documento individuava cinque macro-aree su cui concentrare risorse e impegno nel medio periodo: manovra a contatto, in profondità e nella terza dimensione, difesa integrata e logistica distribuita. “Tale sviluppo non potrà prescindere dalla consapevolezza dell’ingresso ‘prepotente’ nella condotta delle operazioni dei nuovi domini cyber e spazio, nonché della combinazione di opportunità e insidie che li caratterizza”, si legge sul sito della Difesa in cui si pone forte l’accento sui droni.

IL REGGIMENTO PER I DRONI

Il 3° Reggimento “Bondone”, l’unità di eccellenza dell’Esercito Italiano nel settore degli aeromobili a pilotaggio remoto, ovvero i droni, si è costituito a novembre presso la Caserma “Lolli Ghetti” di Cassino. Si tratta del reggimento che ha ereditando la bandiera di guerra e le tradizioni del 3° Gruppo Specialisti d’Artiglieria Bondone. Questa nuova realtà operativa, “vedrà confluire il personale dell’80° Reggimento addestramento volontari ‘Roma’, rafforzando la struttura già esistente, anche in termini numerici e ampliandone le competenze come risultato di un approccio innovativo volto a migliorare le capacità operative della Forza Armata”, aveva spiegato l’Esercito in una nota. “L’introduzione di aeromobili a pilotaggio remoto”, si legge ancora, “costituisce un passo chiave per la creazione di un polo di riferimento nazionale per le istituzioni militari e civili, per le aziende e gli operatori economici di settore, garantendo continuità nella sinergia tra Esercito, cittadini e Istituzioni di Cassino. Questo importante passo verso il futuro rappresenta l’impegno tangibile dell’Esercito nelle sfide alla modernizzazione delle proprie forze, in linea con i progressi tecnologici di prossima generazione”, concludeva la nota.

IL REGGIMENTO CIMIC

Il Reggimento Cimic è, invece, un reparto multinazionale interforze a guida italiana, “prontamente dispiegabile in teatro estero per condurre operazioni nel cruciale settore della cooperazione civile-militare a supporto dei contingenti dell’Alleanza Atlantica”, spiega la Difesa. L’unità è stanziata nella Caserma “Mario Fiore” di Motta di Livenza (Treviso) ed è alimentata da personale delle quattro forze armate nazionali e da personale straniero proveniente da Grecia, Ungheria, Portogallo, Romania e Slovenia. Gerarchicamente dipendente dal Comando Genio ma affiliato al Supreme Headquarters Allied Powers in Europe (Shape) quale Nato Affirmed Force. È articolato su un comando multinazionale, una Hq Coy (compagnia comando e supporto logistico), un comando nazionale e un battaglione Cimic, alimentato questo da quattro compagnie organicamente concepite per assolvere tutte le attività connesse alle funzioni Cimic.

IL CYBER-REPARTO “ROMBO”

Il 9° Reparto Sicurezza Cibernetica “Rombo”, a differenza delle altre unità del comparto cyber della forza armata, è in grado di esprimere l’intero complesso delle capacità afferenti al cyberspace, finalizzate a eseguire attività di cyber defence e a pianificare e condurre qualsiasi tipologia di operazioni cibernetiche, spiega la Difesa. In tale ambito, può essere impiegato fuori area sia in maniera autonoma, per la difesa delle reti informatiche e delle piattaforme e sistemi d’arma dispiegate in teatro operativo, sia a supporto della Difesa, per la protezione di reti e sistemi di telecomunicazioni interforze. Il reparto, attraverso l’Ufficio sperimentazione e dottrina, promuove anche progetti di ricerca e concorso allo sviluppo (di concerto con l’industria e il mondo accademico) di tecnologie innovative.


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Augusta | Fondazione Einaudi, in città una sede – webmarte.tv


Inaugurazione venerdì 2 febbraio la sede della provincia di Siracusa della “Fondazione Luigi Einaudi” intitolata all’avvocato siracusano Paolo Ezechia Reale, di recente scomparso. Si trova in via Principe Umberto al civico 210. All’inaugurazione, in pro

Inaugurazione venerdì 2 febbraio la sede della provincia di Siracusa della “Fondazione Luigi Einaudi” intitolata all’avvocato siracusano Paolo Ezechia Reale, di recente scomparso.

Si trova in via Principe Umberto al civico 210.

All’inaugurazione, in programma per mezzogiorno, interverranno Giuseppe Benedetto, avvocato e presidente della fondazione che cura studi di politica, economia e storia e del senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato.

webmarte.tv

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Export militare, la riforma arriva al Senato. Cosa cambia e perché


Arriva dalla commissione Esteri e difesa del Senato il via libera per la discussione in Aula del disegno di legge del governo che modifica la legge 185 sull’import-export della difesa. Con l’approvazione in commissione al Senato, il provvedimento deve ora

Arriva dalla commissione Esteri e difesa del Senato il via libera per la discussione in Aula del disegno di legge del governo che modifica la legge 185 sull’import-export della difesa. Con l’approvazione in commissione al Senato, il provvedimento deve ora essere inserito nel calendario dei lavori dell’Aula. La principale riforma vede la reintroduzione presso la presidenza del Consiglio dei ministri del Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa (Cisd), soppresso nel 1993. L’organo si occuperà di formulare gli indirizzi generali per l’applicazione della stessa legge 185, e in generale delle politiche di scambio nel settore della difesa. Una misura che, come riportato dalla legge stessa, segue “l’esigenza dello sviluppo tecnologico e industriale connesso alla politica di difesa e di produzione degli armamenti”.

Faranno parte del Cisd, che sarà presieduto direttamente dal presidente del Consiglio, i ministri degli Affari esteri, dell’Interno, della Difesa, dell’Economia e delle finanze, delle Imprese e del Made in Italy. Le funzioni di segretario saranno svolte dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con funzioni di segretario e alle sue riunioni potranno essere invitati di volta in volta anche altri ministri, qualora interessati al dossier in corso di valutazione.

La misura è stata ripetutamente invocata diverse volte dall’intero settore, con l’obiettivo di portare la responsabilità di una materia delicata come l’import-export militare sotto l’autorità politica più elevata. L’obiettivo di riunire la materia in un comitato di ministri ad hoc è rendere quella che adesso è una responsabilità, anche personale, di una sola figura – nella fattispecie il direttore dell’Uama – una responsabilità invece condivisa a livello politico. Una volta effettuata questa decisione dall’esecutivo, l’Uama potrebbe semplicemente occuparsi di rilasciare le dovute documentazioni e supervisionare la corretta applicazione amministrativa delle misure previste dalla legge.

Al momento, infatti, il ministro plenipotenziario che guida l’Uama ha una responsabilità diretta circa le decisioni da prendere sulla possibilità o meno di esportare (o importare) da un determinato Paese. Spetta a questo funzionario, dunque, una decisione molto delicata e un esame molto approfondito sull’aderenza di potenziali partner commerciali internazionali ai prerequisiti legali previsti dalla legge italiana, primo fra tutto il rispetto dei diritti umani. Compito non facile e potenzialmente foriero di implicazioni enormi.

Una modifica come quella prevista dal nuovo disegno di legge permetterebbe invece di accelerare i procedimenti sui permessi all’esportazione di sistemi d’arma, settore su cui si basa non solo la sostenibilità finanziaria del settore della difesa, ma l’economia stessa del Paese. Quasi il 70% del fatturato industriale del settore, infatti, dipende dall’export, un fatturato che vale 17 miliardi di euro, più o meno un intero punto percentuale di Pil.

L’Italia, inoltre, non è l’unico Paese che sta rivedendo le proprie regole sulle esportazioni della Difesa. Anche Tokyo e Berlino hanno di recente messo mano alle proprie norme, un segnale dell’importanza rivestita dalla materia e, in particolare, dell’impatto che le norme sull’export militare ha sui programmi congiunti internazionali. In particolare, il governo Fumio Kishida ha reso possibile per il Giappone esportare materiale d’armamento, attrezzature militari e tecnologie di difesa prodotte nel Paese del Sol levante sia verso i Paesi proprietari delle licenze, sia verso le Nazioni che si difendono da un’invasione. La decisione ancora non ricomprende il caso di prodotti co-sviluppati con partner internazionali a Paesi terzi, mancando un accordo tra i vari partiti di maggioranza, e in questo senso un progetto come il Global Combat Air Programme per sviluppare, insieme a Italia e Regno Unito, il caccia di sesta generazione resta per ora escluso dalla possibilità di esportazione da parte di Tokyo. Infatti, eliminare il divieto di esportare prodotti co-sviluppati ad altri Paesi rappresenterebbe un boost sostanziale alla sostenibilità dei progetti non solo per il Giappone, ma in generale per lo sviluppo dell’intero programma. Permetterebbe, infatti, al consorzio Gcap di avere nel Giappone un partner cruciale per la sua presenza nell’Indo-Pacifico, diventando una potenziale piattaforma per l’esportazione del sistema a Paesi partner come Australia o Corea del Sud.

Una ratio simile è stata seguita dalla ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, che nel corso della sua visita in Israele aveva rivelato l’intenzione del governo federale di rimuovere il veto che impedisce l’esportazione di Eurofighter all’Arabia Saudita. Una decisione che segnò un importante cambio di passo in generale per il futuro dei progetti congiunti europei. Le restrizioni tedesche, infatti, sono state criticate a lungo dai Paesi partner dei diversi programmi, considerati delle limitazioni all’appetibilità dei sistemi per il timore dei Paesi acquirenti di rischiare di rimanere senza pezzi di ricambio per i propri velivoli, spingendoli potenzialmente ad affidarsi ad altri fornitori. Adesso, con la riapertura da parte di Berlino, i programmi congiunti, a partire dai caccia Eurofighter e Tornado (a cui partecipa anche l’industria italiana), potrebbero vedere allargarsi la lista di ordini, con una nuova spinta sui mercati globali.

Anche in questo caso il tema delle regole sulle esportazioni militari legate ai programmi congiunti riguarda da vicino anche i programmi di prossima generazione, con Berlino che è impegnata, insieme alla Francia, nella realizzazione del caccia di sesta generazione Fcas. Progetti all’avanguardia come Gcap, Fcas o l’Eurofigher richiedono investimenti massicci per essere sviluppati e infine prodotti, e i soli mercati interni dei Paesi partner non basta a ripagare gli investimenti.


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Fieg aderisce all’Osservatorio “Carta, Penna & Digitale”


“Nella Giornata internazionale della scrittura a mano, che ricorre oggi, annunciamo con piacere l’adesione della Federazione italiana editori giornali (Fieg) all’Osservatorio ‘Carta, Penna & Digitale’ della Fondazione Luigi Einaudi”, è quanto afferma il S

“Nella Giornata internazionale della scrittura a mano, che ricorre oggi, annunciamo con piacere l’adesione della Federazione italiana editori giornali (Fieg) all’Osservatorio ‘Carta, Penna & Digitale’ della Fondazione Luigi Einaudi”, è quanto afferma il Segretario generale della Fondazione Einaudi, Andrea Cangini.

“La Fieg si aggiunge ad altre importanti realtà che sono già entrate a far parte del nostro Osservatorio, quali Associazione italiana editori (Aie), Comieco, Federazione Carta e Grafica e Moleskine. E molte altre aderiranno nelle prossime settimane”.

La Fondazione Luigi Einaudi è da tempo in prima linea per promuovere il valore della scrittura a mano, fondamentale per lo sviluppo delle attività cognitive dell’individuo. Scrivere serve a organizzare il pensiero e farlo in corsivo obbliga ad un gesto grafico più raffinato che richiama funzioni neurologiche più complesse. L’Osservatorio, nato di recente, ha l’obiettivo di coinvolgere i maggiori esperti e stakeholder del settore al fine di studiare il giusto equilibrio tra tecnologia digitale e “strumenti tradizionali” e di sensibilizzare le famiglie, il mondo della scuola e il decisore politico sull’importanza proprio della scrittura a mano e della lettura su carta.

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Fieg aderisce all’Osservatorio “Carta, Penna & Digitale” della Fondazione Einaudi


“Nella Giornata internazionale della scrittura a mano, che ricorre oggi, annunciamo con piacere l’adesione della Federazione italiana editori giornali (Fieg) all’Osservatorio ‘Carta, Penna & Digitale’ della Fondazione Luigi Einaudi”, è quanto afferma il S

“Nella Giornata internazionale della scrittura a mano, che ricorre oggi, annunciamo con piacere l’adesione della Federazione italiana editori giornali (Fieg) all’Osservatorio ‘Carta, Penna & Digitale’ della Fondazione Luigi Einaudi”, è quanto afferma il Segretario generale della Fondazione Einaudi, Andrea Cangini. “La Fieg si aggiunge ad altre importanti realtà che sono già entrate a far parte del nostro Osservatorio, quali Associazione italiana editori (Aie), Comieco, Federazione Carta e Grafica e Moleskine. E molte altre aderiranno nelle prossime settimane”.

La Fondazione Luigi Einaudi è da tempo in prima linea per promuovere il valore della scrittura a mano, fondamentale per lo sviluppo delle attività cognitive dell’individuo. Scrivere serve a organizzare il pensiero e farlo in corsivo obbliga ad un gesto grafico più raffinato che richiama funzioni neurologiche più complesse. L’Osservatorio, nato di recente, ha l’obiettivo di coinvolgere i maggiori esperti e stakeholder del settore al fine di studiare il giusto equilibrio tra tecnologia digitale e “strumenti tradizionali” e di sensibilizzare le famiglie, il mondo della scuola e il decisore politico sull’importanza proprio della scrittura a mano e della lettura su carta.

“Cuore del pensiero einaudiano è la centralità della persona: la politica deve limitarsi a creare le condizioni affinché ciascun cittadino possa sviluppare al massimo le proprie potenzialità”, sottolinea Cangini “Far sparire carta e penna dall’orizzonte umano, e soprattutto dal perimetro dell’Istruzione, significherebbe comprimere le potenzialità dell’individuo. Carta e penna – aggiunge – stimolano il cervello e mettono in moto meccanismi neurologici che gli strumenti digitali non sollecitano: farne a meno significherebbe arrecare un danno irreparabile a ciascun individuo, e dunque alla società nel suo complesso”.

Lo scorso luglio la Fondazione Luigi Einaudi ha presentato in Senato uno studio, consultabile sul sito fondazioneluigieinaudi.it, che raccoglie le principali ricerche scientifiche internazionali sull’argomento. All’incontro prese parte anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che spiegò: “La Rete non può né deve spazzare via la carta e la penna perché lettura su carta e scrittura a mano sono insostituibili. Il digitale non è rinunciabile, ma va governato, alla logica dell’aut-aut preferisco la logica dell’et-et: valorizzare al massimo entrambe le opportunità”.

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Repubblica di missili. La strategia di Pechino per i long-strike systems


Circa vent’anni fa l’analista statunitense Andrew Krepinevich coniava il termine “Anti-Access/Area Denial” per descrivere le capacità cinesi di integrare sistemi missilistici e di Intelligence, Surveillance and Recognition (Isr) così da costituire un (alm

Circa vent’anni fa l’analista statunitense Andrew Krepinevich coniava il termine “Anti-Access/Area Denial” per descrivere le capacità cinesi di integrare sistemi missilistici e di Intelligence, Surveillance and Recognition (Isr) così da costituire un (almeno teoricamente) impenetrabile sistema di difesa delle acque antistati la Repubblica Popolare contro la penetrazione di una qualsivoglia flotta nemica (anche se già allora negli ambienti strategici di Pechino si identificava nella Us Navy il nemico per eccellenza).

Oggi, l’arsenale missilistico cinese sembra essere più forte che mai. La People Liberation’s Army Rocket Force (Plarf) è stata la protagonista di un vero e proprio rinascimento, la cui data di origine ideale può essere individuata nel dicembre del 2012, quando l’allora neo-eletto leader Xi Jinping definì le Plarf “la forza centrale della deterrenza strategica della Cina, il sostegno strategico allo status di grande potenza del paese e un’importante pietra angolare per la salvaguardia della sicurezza nazionale”. Sette anni dopo, nel White Paper cinese sulla Difesa si legge che “la Plarf svolge un ruolo cruciale nel mantenimento della sovranità e della sicurezza nazionale della Cina” e che “sta potenziando le sue capacità credibili e affidabili di deterrenza e contrattacco nucleare, rafforzando le forze di attacco intermedio e di precisione a lungo raggio”. E nel 2022, a dieci anni di distanza dal suo intervento, Xi ha dichiarato l’obiettivo di costruire “un forte sistema di deterrenza strategica” basato proprio sulle sue capacità missilistiche.

Durante tale decade, la Cina ha deciso di puntare a sviluppare il proprio arsenale di missili balistici e da crociera anche in funzione dei propri “vantaggi relativi”. Come ad esempio il fatto che Pechino, al contrario di Mosca e di Washington, non fosse vincolata all’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (generalmente noto come Inf): tale documento, stipulato nel mezzo della Guerra Fredda, prevedeva che le parti contraenti non schierassero piattaforme di lancio terrestri per missili balistici e da crociera con gittate comprese tra 500 e 5.500 chilometri, limitando quindi lo sviluppo e la produzione di tali sistemi. Senza vincoli di sorta, la Repubblica Popolare ha potuto liberamente concentrare i suoi sforzi nella creazione del più grande e capace arsenale di missili balistici e da crociera con gittata di teatro nella regione indo-pacifica.

Lo sviluppo di questo arsenale è oggetto di studio da parte dell’International Institute for Strategic Studies, che nel suo ultimo report sulle capacità missilistiche nel teatro asiatico ha dedicato un intero capitolo alla Pla. Utilizzando come lente le tensioni in corso su Taiwan, il think tank britannico spiega che grazie al recente sviluppo delle proprie capacità, le forze armate di Pechino sarebbero infatti in grado di colpire bersagli statunitensi e/o alleati in caso si verificasse un’escalation militare per il controllo dell’isola, con un raggio d’azione che si estenderebbe fino alla cosiddetta Second Islands Chain. Ossia parecchio maggiore di quello preso in considerazione da Krepinevich nel 2003.

Non si tratta di uno sviluppo solo numerico, ma anche qualitativo. La Repubblica Popolare sta infatti creando dei sistemi ipersonici molto più difficili da intercettare rispetto a quelli attualmente a disposizione della Pla, e quindi destinati a colpire bersagli particolarmente sensibili (come le difese anti-missile, i sistemi radar o i centri di Command and Control). Ma oltre a nuovi missili, anche nuove piattaforme stanno venendo sviluppate, dalla versione migliorata sottomarino d’attacco a propulsione nucleare Type 093B (Shang III) al nuovo bombardiere strategico H-20, destinato a entrare in servizio nei prossimi dieci anni per rimpiazzare gli obsolescenti H-6 attualmente in forza all’aviazione della Pla.

Pechino si è dunque dotata di una muraglia impenetrabile? Assolutamente no. Le capacità missilistiche cinesi soffrono di numerosi punti di debolezza che ne inficiano le capacità pratiche.

Dalla difficoltà di ingaggiare bersagli in movimento (il che fa si che i bersagli ideali siano le unità stanziate nelle rispettive basi, con tutte le implicazioni strategiche del caso), alla scarsa over-the horizon tactical awareness, arrivando alla rigidità della catena di comando della Pla. La serie di problemi per Pechino è lunga, tra questi non ultima la corruzione, che annacqua quella catena di comando e approvvigionamento. Ma questo non vuol dire che la minaccia missilistica di Pechino vada sottovalutata in alcun modo. Anzi.


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Davide Paolini – Confesso che ho mangiato


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Connesso e digitale. Ecco come sarà il carro armato Uk del futuro


Completamente digitale, connesso alle reti multidominio e aggiornato con le più moderne soluzioni per la propulsione e la protezione. È quanto promette di essere il carro armato da battaglia britannico del futuro. Chiamato Challenger 3 main battle tank (M

Completamente digitale, connesso alle reti multidominio e aggiornato con le più moderne soluzioni per la propulsione e la protezione. È quanto promette di essere il carro armato da battaglia britannico del futuro. Chiamato Challenger 3 main battle tank (Mbt), le cui immagini del prototipo del nuovo carro è stato presentato dalla società che si occupa del progetto, Rheinmetall BAE Systems Land (Rbsl), joint venture anglo-tedesca, nel corso della conferenza a Londra Iqpc International armoured vehicles. Il mezzo vero e proprio si trova invece negli stabilimenti di Telford, in Inghilterra, e nei prossimi diciotto mesi verrà sottoposto a una serie di test e di prove senza equipaggio da svolgersi in Gran Bretagna e in Germania. L’obiettivo è preparare il carro alla revisione dei sistemi per la qualificazione prevista per il 2025, passaggio fondamentale per confermare la sicurezza del mezzo per l’equipaggio, prima dei test operativi con i militari a bordo. In totale, è prevista la produzione di otto prototipi. La capacità operativa iniziale del Challenger 3 è prevista per il 2027.

Il Challenger 3

Come dichiarato da direttore Strategy and future business di Rbsl, Rory Breen, “programma Challenger 3 fornirà il miglior carro armato della Nato, un carro digitale abilitato alla rete, fornendo al soldato una capacità che cambia le carte in tavola, assicurando una deterrenza del XXI secolo”. Sono state attuate diverse soluzioni per aggiornare il prototipo da un veicolo Challenger 2, il carro armato in servizio con l’esercito britannico, al nuovo standard Challenger 3. I nuovi elementi integrati nel prototipo e destinati a essere integrati sui 148 carri armati previsti dal ministero della Difesa Uk, come parte del più ampio programma Challenger 3 da ottocento milioni di sterline (circa un miliardo di euro), includono il cannone a canna liscia da 120 millimetri di Rheinmetall, una torretta digitalizzata, mirini per il puntamento diurno e notturno, il sistema di protezione attiva Trophy di Rafael e un sistema di corazzatura modulare. I miglioramenti alla mobilità includono anche l’introduzione di un sistema di sospensioni idro-gas di terza generazione e un motore più potente.

I dubbi sui tank britannici

L’idoneità e la prontezza operativa della flotta di Challenger 2 dell’Esercito britannico è stato di recente al centro del dibattito politico in Regno Unito, sulla scia dell’impegno britannico nel 2023 a fornire i propri carri armati all’Ucraina. Il generale Robert McGowan, capo di Stato maggiore della Difesa per le capacità finanziarie e militari, ha dichiarato al parlamento britannico che la decisione di Downing Street di donare quattordici dei veicoli più vecchi a Kiev non ha ridotto le risorse operative di carri armati dell’Esercito britannico. Nonostante le preoccupazioni per i carri armati Challenger 2, una serie di successi suggeriscono che lo sviluppo del Challenger 3 sta procedendo invece positivamente. Il progetto definitivo del veicolo è stato approvato al termine della fase di Critical design review (Cdr) nel febbraio 2023, e la Cdr delle nuove munizioni anticarro e i test e le verifiche del sistema di protezione attiva Trophy sono stati portati avanti con successo.

E in Italia?

Quello del carro armato da battaglia è un tema centrale nel dibattito attuale sugli armamenti terrestri. La guerra in Ucraina ha dimostrato la centralità della dimensione terrestre del conflitto, e la necessità per i Paesi occidentali di avere un adeguato livello di dissuasione e deterrenza nel settore dei veicoli pesanti da combattimento per le forze di terra. L’Italia, che l’anno scorso ha stabilito oltre alla modernizzazione dei carri Ariete in versione C2 anche l’acquisto dei carri armati Leopard 2A8 dalla Germania, è pienamente coinvolta in questa riflessione. A fine 2023, Leonardo e Knds (il gruppo franco-tedesco che realizza, tra gli altri, gli obici semoventi d’artiglieria PzH 2000 in uso presso il nostro Esercito nonché i Leopard) hanno firmato un’intesa per lo sviluppo di una collaborazione industriale anche sui programmi di sviluppo per i mezzi corazzati del futuro. Intervenendo riguardo alla scelta del Leopard, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva auspicato la “potenziale creazione di un polo terrestre” europeo. Chissà che le convergenze tra Germania, Regno Unito e Italia non possano in un futuro portare a forme di cooperazione a livello continentale.

Foto: Rbsl


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Presentazione del libro “Il Ducetto” di Alessandro De Nicola


Saluti introduttivi GIUSEPPE BENEDETTO, Presidente Fondazione Luigi Einaudi Interverranno ALESSANDRO DE NICOLA, Autore de “‘Il Ducetto” PIERLUIGI BATTISTA, Giornalista GIANCRISTIANO DESIDERIO, Giornalista e scrittore MARCO GERVASONI, Storico Modera ANDREA

Saluti introduttivi
GIUSEPPE BENEDETTO, Presidente Fondazione Luigi Einaudi

Interverranno
ALESSANDRO DE NICOLA, Autore de “‘Il Ducetto”
PIERLUIGI BATTISTA, Giornalista
GIANCRISTIANO DESIDERIO, Giornalista e scrittore
MARCO GERVASONI, Storico

Modera
ANDREA CANGINI, Segretario General Fondazione Luigi Einaudi

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

L’opacità delle autorità sulle operazioni di ricerca e soccorso in mare. Se non fosse per Sergio Scandura su Radio Radicale non avremmo informazioni.

Se c’è opacità, certe notizie non esistono. E se certe notizie non esistono, accade che un ministro (Salvini) sostenga con disinvoltura in tribunale che, quand’era all’Interno, non ci sono stati morti in mare

editorialedomani.it/idee/comme…

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Vietare gli smartphone ai bambini? Parliamone


Sean Parker, cofondatore e primo presidente di Facebook: “Solo Dio sa i danni che i social network hanno arrecato alla mente dei nostri figli”. Tim Kendall, ex direttore della monetizzazione di Facebook: “I nostri servizi stanno uccidendo le persone e le

Sean Parker, cofondatore e primo presidente di Facebook: “Solo Dio sa i danni che i social network hanno arrecato alla mente dei nostri figli”. Tim Kendall, ex direttore della monetizzazione di Facebook: “I nostri servizi stanno uccidendo le persone e le stanno spingendo a suicidarsi”. Tristan Harris, ex dirigente di Goggle: “Abbiamo creato un Frankestein digitale incontrollabile che sta erodendo la mente dei più giovani”. La lista dei “pentiti del Web” è lunga, l’assunto comune: l’uso, che il più delle volte si trasforma in abuso, di social e videogiochi sta minando le capacità mentali dei più giovani e, come ha sostenuto il rapporto World Happines presentato nel 2019 alle Nazioni Unite, li sta privando del diritto alla spensieratezza. Uno degli estensori del rapporto, l’economista della Columbia University Jeffrey Sachs, l’ha messa così: “Dall’introduzione del primo iPhone in poi, abbiamo avuto un deterioramento misurabile nella felicità, soprattutto tra i giovani. Crescono le manifestazioni di ansia, stress, perdita di sonno, depressione. Peggiorano le interazioni sociali. Non è solo un problema giovanile, ma per quelle generazioni il tempo passato sugli schermi degli smartphone sta sostituendo il tempo di vita. Si può essere dipendenti da sostanze, ma c’è anche una dipendenza comportamentale le cui conseguenze sono altrettanto distruttive”. I dati sul malessere giovanile e quelli sulla sistematica perdita di facoltà mentali degli adolescenti confermano tali opinioni.

Alle stesse evidenze giunse l’indagine conoscitiva che promossi in commissione Istruzione del Senato nel 2019, i cui atti ho poi raccolto nel volume “CocaWeb, una generazione da salvare”. Il lavoro parlamentare si concluse con una relazione molto dura che, cosa piuttosto rara, fu approvata all’unanimità. Fu il segno di un’evidenza che non si prestava ad interpretazioni né a distinguo politici. In effetti, i neurologi, gli psicologi, i pedagogisti, i grafologi, i linguisti, gli insegnanti e gli addetti delle forze dell’ordine che ascoltammo tracciarono, ciascuno dal proprio punto di vista professionale e sulla base di dati oggettivi, un quadro agghiacciante. Quasi tutti gli esperti auditi si dichiararono favorevoli all’introduzione un divieto di utilizzo degli smartphone per i minori di 13, 14 anni. Presentai, allora, un disegno di legge in tal senso che naturalmente rimase lettera morta.

È di ieri la notizia che la Repubblica di San Marino ha disposto il divieto di vendita e utilizzo degli smartphone per i minori di 11 anni. Dalla Francia al Regno Unito molti parlamenti si stanno ponendo il problema e stanno dibattendo su norme del genere.

I divieti non sono mai una bella cosa, e questo sarebbe pure di difficile applicazione, Ma quando si tratta di minori i divieti sono spesso giustificati. L’educazione è fondamentale, certo, ma con bambini e adolescenti non sempre la riteniamo sufficiente. Nessun genitore si stupisce del fatto che la legge vieti ai minori di una certa età di bere alcolici, di fumare sigarette, di guidare la macchina, di viaggiare da soli; non tutti i genitori hanno capito che il danno subito dai propri figli a causa dell’esposizione esorbitante a social e videogiochi è di gran lunga superiore al rischio a cui li esporrebbero le pratiche suddette. Nessun genitore lascerebbe il proprio figlio di 10-12 anni girare da solo per strada la notte; quasi tutti i genitori lasciano che di notte i propri figli percorrano da soli le vie virtuali, non meno insidiose di quelle reali, del Web.

I divieti non sono mai una bella cosa, ma, come ha dimostrato un’inchiesta pubblicata nel 2011 dal New York Times, divieti assoluti di utilizzo di smartphone e videogiochi vengono imposti dalla maggior parte dei top manager dei Giganti del Web ai propri figli in famiglia. Chiediamoci perché, e cominciamo quantomeno a ragionare sul tema senza preconcetti né conformismi.

Huffington Post

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Bavaglio? La vita non è un reality show


ROMA – «Delle 100 mila persone ingiustamente arrestate dal 1992 e soggette a gogna mediatica ne sono state risarcite dallo Stato 30 mila. Dove sta il diritto?». Lo haricordato in audizione, davanti alla Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato

ROMA – «Delle 100 mila persone ingiustamente arrestate dal 1992 e soggette a gogna mediatica ne sono state risarcite dallo Stato 30 mila. Dove sta il diritto?». Lo haricordato in audizione, davanti alla Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato, il presidente della Fondazione Luigi Einaudi di Roma, Giuseppe Benedetto, noto avvocato penalista patrocinante in Cassazione e giornalista.

È intervenuto nell’ambito dell’esame del disegno di legge di delega al Governo per l’integrazione delle norme nazionali di recepimento della Direttiva Europea 2016/343 sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali.
Nodo centrale dell’audizione di Benedetto è stato il tanto discusso art. 4 del provvedimento già approvato a larga maggioranza dalla Camera, il 19 dicembre scorso, su iniziativa del deputato dell’opposizione Enrico Costa (“Azione”) ed incentrato sul divieto di pubblicazione integrale o per estratto del testo dell’ordinanza di custodia cautelare finché non siano concluse le indagini preliminari, ovvero fino al termine dell’udienza preliminare.
L’intervento di Giuseppe Benedetto è stato nei fatti una vera e propria “lectio magistralis” sui temi centrali del diritto moderno. Senza perifrasi, senza nessun tono retorico, con la serenità che contraddistingue da sempre la sua storia e il suo ruolo di uomo liberale il presidente della Fondazione Luigi Einaudi ha picchiato duro su talune distorsioni della pratica giudiziaria di questi anni.

«Non mi soffermerò – ha esordito – sull’aspetto relativo al diritto di presenziare al processo, in quanto mi pare uno degli aspetti più condivisi del provvedimento. Anche se a fatica e con una giurisprudenza altalenante in ltalia, il diritto appare garantito e in linea con quanto prevede la direttiva europea. Per quanto riguarda, invece, il primo e più corposo aspetto della presunzione d’innocenza, che tante polemiche ha suscitato in ltalia, cioé la cosiddetta “Legge Bavaglio” – ma a me non piace chiamarla così – voglio dire che l’impostazione data da chi si oppone al provvedimento già votato dalla Camera e oggi alla vostra attenzione – e ciò mi ha stupito – è esattamente in senso contrario alle indicazioni della Commissione Europea».

L’uomo va giù duro, diretto come sempre, consapevole del ruolo che riveste e per il quale è stato invitato in Commissione.
«Intanto devo dire sinceramente che nella patria di Cesare Beccaria e di Franco Cordero – e questo lo dovremmo sottolineare anche alla Commissione Europea – ci si dimentica spesso di ricordare che la presunzione d’innocenza è scritta nella Costituzione. Su questo, almeno dal punto di vista costituzionale, l’Italia non è indietro rispetto ad altri Paesi. Ed allora, si permetta la provocazione, la Costituzione si difende sempre, non a giorni alterni».

Chi lo conosce bene sa che lo studioso non concede attenuanti neanche a sé stesso, e che il suo rigore morale va al sopra di ogni cosa: «Chi dice “ce lo chiede l’Europa” e, nel contempo si oppone ai provvedimenti a tutela della presunzione d’innocenza, ci dovrebbe dire cosa chiede l’Europa, con quale atto ce lo chiede e perché la legislazione italiana non si sarebbe ancora adeguata. Perché di per sé dire “ce lo chiede l’Europa” vuol dire molto poco o nulla».

«La delega al Governo – ha ricordato Benedetto – introdotta dall’altro ramo del Parlamento e qui in discussione tende, invece, a tutelare in concreto proprio la presunzione di innocenza. In particolare, lì dove prevede il divieto di pubblicazione integrale o per estratto dell’ordinanza di custodia cautelare finché non siano concluse le indagini preliminari, e cioè fino a quando il cittadino indagato non sa ancora di esserlo. Altrimenti chi è del tutto ignaro e a non conoscenza di nulla dovrebbe apprenderlo, come negli ultimi 30 anni, dai giornali.

Se, invece, venisse approvato il provvedimento anticipato dal ministro della Giustizia Nordio all’esame del Parlamento che si propone di introdurre il cosiddetto interrogatorio di garanzia prima dell’ordinanza di custodia cautelare, il cittadino indagato, potendo essere interrogato prima dell’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare, ne verrebbe a conoscenza e potrebbe comunque dire da subito la sua. E quindi la prospettiva della presunzione d’innocenza della pubblicazione sui giornali sarebbe modificata».

Giuseppe Benedetto legge i suoi appunti – ma in realtà va a braccio – e al termine dell’audizione consegna alla Commissione una dettagliata nota scritta a nome della prestigiosa Fondazione Einaudi. Sono temi che come uomo di legge conosce meglio di chiunque altro, e sono principi – lui li chiama così – su cui nessuno di noi dovrebbe mai fare marcia indietro.

«Vi è subito da chiarire – sottolinea Benedetto – che tale pubblicazione integrale dell’ordinanza di custodia cautelare oggi è consentita solo grazie ad una modifica dell’art. 114 c.p.p. intervenuta nel 2017. Prima di quella modifica non era consentita. Cercherò di chiarire perché è opportuno che da ora in avanti non sia più consentita la pubblicazione integrale o per estratto.
Intanto, un’osservazione di ordine generale. Mi sono chiesto: per quale motivo alcuni magistrati, quasi esclusivamente pubblici ministeri, si sono scatenati contro questa norma approvata dalla Camera? Ciò non si comprende perché io posso anche capire – ma non le condivido – le prese di posizione da parte della Fnsi – Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Questo lo capisco bene perché è una materia su cui i giornalisti si confrontano ogni giorno. Ma non capisco, invece, quale sia l’interesse del pubblico ministero».

A costo di risultare impopolare il presidente della Fondazione Einaudi è più determinato che mai. Dice testualmente: «Ricordo il tempo in cui proprio i magistrati dell’accusa, giustamente, erano concentrati a tenere segreti gli atti istruttori. Qui, invece, stanno facendo delle battaglie e degli appelli pubblici perché questa norma gravemente lesiva – non ho capito di che cosa – non sia approvata. Quale è il motivo per cui i magistrati si stanno opponendo a questa norma? Io non ne trovo nessuno di logico. Dovrebbe, infatti, essere interesse di chi conduce le indagini non diffondere le notizie almeno nelle fasi iniziali più delicate».
Per il presidente Benedetto «in realtà oggi queste polemiche nascono da un’altra novità legislativa, il decreto legislativo Cartabia n. 188 del 2021 che non consente più ai Pm, se non in casi eccezionali, le tanto amate conferenze stampa degli stessi pm che sono oggi sostituite dalle più sobrie comunicazioni del Procuratore Capo».

E qui la nota dolens della giornata e della sua audizione in Commissione: «La paradossale conseguenza di questa limitazione – precisa il presidente della Fondazione Einaudi – è stata che il Pm scarica in centinaia di pagine di ordinanza custodiale tutta una serie di elementi ad colorandum (ad esempio, “il noto criminale”, ecc.) relativi alla presunta colpevolezza dell’indagato. Ricordiamo che l’indagato ancora per lunghi anni resta un innocente per la Costituzione italiana (fino a sentenza passata in giudicato). E, dunque, si comincia a comprendere quale è questa necessità che alcuni Pm di bloccare questa legge».

Il tempo a sua disposizione sta per scadere, ma il presidente della Fondazione Einaudi sembra non preoccuparsene più di tanto: «Non sto qui a parlare del Gip, figura sempre più evanescente, che quasi sempre riporta pedissequamente quanto proposto dal Pm. Il tema del rafforzamento di questo filtro che c’é tra il momento delle indagini e il momento del dibattimento sarebbe un tema da porre. Appare superfluo aggiungere che, sino alla fase delle indagini, in campo c’è sostanzialmente una sola parte: l’accusa. Invero, occorre ricordare che l’ordinanza applicativa di una misura cautelare è un atto “anomalo”, che si distingue da tutti gli altri: è emesso “inaudita altera parte”. In altri termini, viene disposta la restrizione della libertà personale di un individuo, che in nessun modo può partecipare alla decisione. E dunque, la voce della difesa più che flebile è inesistente. Tuttavia, ad avviso di qualcuno l’ordinanza dovrebbe essere pubblicata sui giornali. Insomma, il difensore non ha ancora letto i motivi d’accusa, l’indagato nemmeno è stato sentito dal magistrato nell’interrogatorio di garanzia (diritto fondamentale garantito dalla Cedu), ma il pubblico tutto deve sapere, nemmeno si trattasse di un reality show».

Sembrava dover essere la sua una audizione tranquilla, priva di polemiche, ma in realtà il giurista siciliano mette alle corde il sistema giustizia-Paese come forse nessun altro prima di lui aveva saputo fare: «Allora mi chiedo: tale norma è a tutela o no delle oltre 100 mila persone ingiustamente arrestate dal 1992 ad oggi e tutte sottoposte alla gogna mediatica che ben conosciamo, delle quali 30 mila hanno poi ottenuto un risarcimento dallo Stato, mentre i restanti 70 mila non hanno ottenuto l’indennizzo solo per non aver fatto domanda? E questa norma come lederebbe il diritto all’informazione? Insomma, chi esce dal processo innocente ha diritto o no ad avere la sua reputazione integra? E lo Stato deve tutelare questo diritto?».

Domande sacrosante, a cui il sistema giudiziario italiano non ha mai dato una risposta serena ed esauriente.

«Ricordo peraltro en passant – osserva ancora Benedetto – che non c’è un divieto assoluto di pubblicazione, ma il giornalista può ben trarne un sunto per darne comunicazione e doverosamente informare su fatti di pubblico interesse. In conclusione, la norma in discussione in questa Commissione è un altro tassello della civiltà giuridica che consente di evitare quanto è successo troppe volte in questi anni. Cioè, che il processo penale duri un’ora – è una battuta che ho fatto durante la presentazione del mio ultimo libro alla presenza del ministro della Giustizia Nordio – cioè l’ora che trascorre da quando inizia a quando finisce la conferenza stampa del Pubblico Ministero. Lì tutti i giornalisti stanno con i microfoni in mano a inseguire il Pm che annuncia di aver fatto arrestare dei cittadini che, magari, nel giro di pochi giorni vengono scarcerati. E poi quale giornalista segue puntualmente quel processo se non per casi eclatanti? Praticamente nessuno: questo è il meccanismo che va superato».

Come si fa a non dargli ragione?

«Lì – conclude il presidente della Fondazione Einaudi – viene distrutta una reputazione e il danno mai più sarà riparato. Se per molti magistrati gli indagati sono solo numeri, se per alcuni giornalisti sono solo notizie, per un liberale sono persone in carne e ossa, innocenti o meno. Il marketing giudiziario è ignobile. Per questo credo sia estremamente opportuno il recepimento di questa Direttiva Ue».

Il presidente Benedetto ha, poi, puntualizzato di nutrire dei seri dubbi che questa norma possa concretamente funzionare: «C’è il limite della sanzione perché non possiamo credere che una sanzione di 100 euro possa essere dissuasiva rispetto alla violazione di questa norma qualora sarà approvata. Credo che su questo bisognerà riflettere perché non vi è norma di questa natura senza sanzione».

Rispondendo alle domande che gli vengono dall’on. Debora Serracchiani (Pd) e Alessandro Colucci (Noi con l’Italia) il presidente della Einaudi cita il suo libro “Non diamoci del tu” – la prefazione è del ministro Carlo Nordio – per spiegare meglio le sue tesi e per rispondere indirettamente alle critiche che in questi giorni gli sono venute dal giudice Edmondo Bruti Liberati.
«Che il giudice e l’accusatore – ripete il giurista – siano colleghi è una singolarità tutta italiana. Un’anomalia politica e sociale che si perpetua da decenni. Questo libro evidenzia tale stortura e auspica un cambiamento radicale del sistema giustizia, illustrando l’urgente necessità della separazione delle carriere affinché si possa raggiungere realmente l’autonomia della giurisdizione. Un rigoroso lavoro di approfondimento scientifico, una minuziosa cura della ricostruzione storica, uno scrigno di passione civile che emerge da ogni pagina, questo e tanto altro è “Non diamoci del tu”».

Per arrivare poi al nodo conclusivo della giornata, l’etica pubblica: «Volete sapere perché il magistrato non può occuparsi di etica pubblica? Perché l’etica pubblica è demandata ad altro e ad altri. Il magistrato – ricorda con rigore Giuseppe Benedetto – non deve occuparsi di qualsivoglia principio etico. Deve solo amministrare bene possibilmente e auspicabilmente la giustizia. Quello per cui è pagato con le tasse degli italiani, che pagano il suo stupendio. Per quanto riguarda noi avvocati, noi rispondiamo al nostro cliente, voi parlamentari rispondete ai vostri elettori, e i magistrati hanno il compito di amministrare la giustizia e non altro».

In sala c’è il silenzio più assoluto. «Fuggiamo via – tuona il presidente Benedetto – dai magistrati che ritengono di essere interpreti autentici e sacerdoti dell’etica pubblica».
Se fossimo stati in teatro – osservano molti dei senatori presenti – avremmo per forza di cose assistito ad una standing ovation a favore del presidente Giuseppe Benedetto, ma in Senato il rigore e lo stile parlamentare non lo consentono. Ma mai come in questo caso le parole sono pietre. Mai così pesanti contro una giustizia che spesso fa acqua da tutte le parti.
Chiosa finale. Il Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, nella sua nota scritta ha voluto aggiungere una sua risposta per fare chiarezza e sgombrare il campo da un’obiezione circolata di recente da parte di chi si oppone all’approvazione dell’art. 4, secondo cui «il provvedimento deve essere pubblico quale garanzia per l’indagato, cosicché tutti i cittadini possano controllare l’operato della magistratura».

Questa, però, è stata la sua replica secca e puntuale: «Il principio di pubblicità degli atti in materia penale nasce molti secoli fa nel Regno Unito. Tuttavia, esso fu sancito in ordine alle udienze del dibattimento, dove, non a caso, vigeva e vige tutt’ora il principio del contraddittorio. Se le parti in posizione di parità partecipano all’attività processuale è doveroso che il pubblico sappia. Però, come già ricordato, il provvedimento applicativo di una misura cautelare è disposto quando l’indagato nemmeno sa di essere tale. Ed allora, quale sarebbe la garanzia, quella di essere dipinto come colpevole dal Pubblico Ministero “urbi et orbi”?».

giornalistitalia.it

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#laFLEalMassimo – Episodio 111: Innovazione e Concorrenza


In apertura ricordo sempre che una rubrica che parla di libertà non può ignorare come l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia costituisca un’aggressione ai danni di un popolo sovrano e una minaccia per tutte le società aperte del mondo libero. In q

In apertura ricordo sempre che una rubrica che parla di libertà non può ignorare come l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia costituisca un’aggressione ai danni di un popolo sovrano e una minaccia per tutte le società aperte del mondo libero.

In questo episodio vorrei suggerire un collegamento tra gli interventi di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa San Paolo, intervenuto al Word Economic Forum di Davos e quello di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia insediato da poco.

Entrambi si occupano dell’economia italiana e delle sfide che si trova a fronteggiare. Messina guarda della riduzione dei tassi di interesse che potrebbe tardare rispetto alle attese dei mercati, esprime fiducia della capacità del paese di resistere e indica come principale criticità la dimensione del debito pubblico, che andrebbe ridotto attraverso un piano di privatizzazioni (anche se questa parola tabù non viene pronunciata in modo esplicito. Panetta vede la crescita italiana sotto l’1% e suggerisce di rivedere il modello di sviluppo del paese anche attraverso il reshoring, cioè, riportando in Italia una parte delle produzioni attualmente localizzate all’estero e evidenziando anche le necessità di modernizzazione del paese.

Entrambi gli interventi denotano una visione dirigista e quasi presuppongono un ambiente chiuso e autoreferenziale, ignorando il convitato di pietra della concorrenza internazionale e degli incentivi alla libera circolazione delle persone e delle merci.

Non è la volontà di un funzionario o il dettato di una legge che può decidere dove andranno le imprese a produrre e quanto siano capaci gli individui di innovare. Questi risultatidipendono dalla combinazione di incentivi determinata dalle regole e dalle istituzioni del paese oltre che dalla concorrenza dei sistemi alternativi e degli operatori che vi risiedono.

L’Italia è oggi un sistema ostile al cambiamento e all’innovazione dal quale innovatori e risk taker espatriano e nel quale è sempre meno conveniente produrre, per modificare questo assetto è necessaria una vera e propria rivoluzione culturale, posto che anche la classe dirigente comprende a fatica le trasformazioni in atto nel resto del mondo. Anche la riduzione del debito, sicuramente auspicabile, andrebbe realizzata trattando i risparmiatori italiani come interlocutori consapevoli e informati e non come il solito parco buoi al quale addossare i costi di un Gattoparto che cerca di cambiere tutto affinchè nulla cambi.

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ContAbilità


Si faccia molta attenzione a giocare con i conti, altrimenti ci si ritrova come il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a sostenere che il debito è una droga che rende schiavi, dopo che per anni il suo partito ha lasciato intendere che drogarsi di

Si faccia molta attenzione a giocare con i conti, altrimenti ci si ritrova come il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a sostenere che il debito è una droga che rende schiavi, dopo che per anni il suo partito ha lasciato intendere che drogarsi di debito sia un atto di libertà. Ora non si lasci intendere che gli obbiettivi di crescita 2024, fissati nella legge di bilancio, sono difficilmente raggiungibili a causa delle guerre, perché non lo erano già quando sono stati scritti e far finta che non sia così porta male. L’abilità nel tenere i conti – in questo caso pubblici – consiste nella capacità di conciliare il possibile con il necessario. Se si usa l’abilità per lasciare intendere cose diverse dal reale poi si resta prigionieri del proprio stesso inganno, come capita con il debito.

La legge di bilancio è stata varata il 30 dicembre scorso. Nei venti giorni successivi, a parte l’anno, non è cambiato niente. Le guerre in corso sono le stesse, esattamente nella condizione che già descrivevamo. Basterà prendere i numeri de “La Ragione” e scoprire che già da novembre scrivevano dei terroristi yemeniti Houthi e dei loro attentati alla libera navigazione commerciale, eseguiti grazie a quattrini e armi forniti dall’Iran. La novità è la reazione occidentale, ma non è quella che cambia le carte dell’economia. Semmai, a proposito, è interessante vedere quanti – giustamente – si dolgono dei problemi a Bab el-Mandeb, ovvero le non casuali Porte del Lamento, ma molti di loro hanno passato anni a maledire la globalizzazione e l’arrivo di merci e semilavorati da Est. Avevano torto, si guardano dal dirlo – e passi – ma rinunciano anche a pensarci.

Quel 30 dicembre, inoltre, erano già conclamati la crisi tedesca e il loro bordeggiare la recessione. Crisi innescata dall’incepparsi di un modello energetico, ma anche da altre vulnerabilità. Eppure quanti oggi dicono che cresciamo meno perché la Germania tira di meno sono gli stessi che per anni hanno seminato veleno sui tedeschi e strillato che il loro governo non avrebbe dovuto aiutare le imprese. Forse la nostra convenienza era altra. Non è la prima volta che la Germania è il malato d’Europa e non sarà la prima volta che si riprenderà, ma sarebbe bello che non ci fosse una moltitudine pronta a dire una cosa e il suo contrario.

Infine, il 30 dicembre i tassi erano già saliti (pur rimanendo inferiori a quelli statunitensi o inglesi) e già si sapeva che il loro calo sarebbe stato possibile una volta assicuratisi che l’inflazione non uscisse fuori controllo, come era capitato. C’è da aggiungere che legare così direttamente il calo del debito e il quadrare dei conti al calo – futuro – dei tassi d’interesse è come dire di non avere alcun controllo dei propri conti, sperando che maree e correnti portino in qualche insenatura e non in mare aperto.

Sapevamo tutto, tanto che noi, sulla base dei dati che andavamo leggendo, potevamo qui scrivere: l’1,2% di crescita, nel 2024, non è realistico. Sicché i conti vanno aggiustati in modo che la conseguenza non sia una crescita – anziché la prevista diminuzione – del peso percentuale del debito sul Prodotto interno lordo.

Ora il ministro dell’Economia va a Davos e dice: «Se scoppia una guerra al mese sarà difficile» raggiungere quell’obiettivo. Nessuno può negargli l’abilità nel parlare politicamente dei conti, ma la contabilità sanno tenerla anche gli altri e se le acque continuano a essere calme è perché non c’è ragione di dubitare della copertura difensiva europea e perché Meloni e von der Leyen appaiono come coppia affiatata e dotata di futuro. Ma, ancora una volta: questo è l’opposto di quel che vuole una parte della maggioranza di governo, specie nel partito di Giorgetti.

Farebbero bene a trovare il tempo di occuparsene e risolvere, senza tirare in ballo le guerre. Anche per evitare che finisca come il ‘fine vita’, ove la pietà per la sofferenza non è riuscita a superare la voluttà d’usare il tema per colpire l’avversario interno. Al partito, naturalmente.

La Ragione

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Vi racconto il loschissimo Jet SR-71 Blackbird, incubo dei radar sovietici


Allacciate bene le cinture perché oggi si vola a più di tre volte la velocità del suono. Sì, avete capito bene, perché il Lockheed SR-71 “Blackbird” era in grado di viaggiare alla (folle) velocità di Mach 3.35 (circa di 3500 km/h) durante la missione! Sin

Allacciate bene le cinture perché oggi si vola a più di tre volte la velocità del suono. Sì, avete capito bene, perché il Lockheed SR-71 “Blackbird” era in grado di viaggiare alla (folle) velocità di Mach 3.35 (circa di 3500 km/h) durante la missione! Sintesi di tutta la migliore tecnologia americana, l’SR-71 è stato l’incubo dei radaristi e delle batterie missilistiche sovietiche e non, che negli anni hanno sparato oltre 4000 missili senza mai abbatterlo, ed era così veloce che nessun aereo intercettore ebbe mai la possibilità di acciuffarlo. Ma andiamo con ordine e partiamo dalla storia di questo leggendario aereo.

LA GUERRA FREDDA

Come da tradizione, anche la storia del Blackbird è una storia di spie o, meglio, una storia per le spie perché SR-71 fu progettato e realizzato per operazioni di spionaggio aereo, ovvero ricognizioni aeree dei territori nemici, specialmente quelli dell’Unione Sovietica. Agli inizi della Guerra Fredda, infatti, la Cia era alla ricerca di un ricognitore strategico che fosse più veloce degli U-2 in servizio e che, inoltre, fosse “non individuabile” e “non abbattibile”.

IL PROGETTO ARCHANGEL

La Cia si rivolse quindi alla Lockheed che lanciò il Progetto Archangel guidato da Kelly Johnson, capo dell’unità Skunk Works, la divisione della Lockheed dedicata ai velivoli sperimentali. I vari prototipi degli aerei sviluppati vennero denominati con le sigle A-1, A-2, A-3 e così via fino al dodicesimo, l’A-12, che fu selezionato come definitivo e ne furono ordinati 12 modelli dando l’avvio al programma speciale per la produzione degli aerei-spia (Black Projects) denominato OXCART.

L’-A12

L’A-12 volò per la prima volta a Groom Lake, la celeberrima Area 51, il 25 aprile 1962 e divenne pienamente operativo nel novembre 1965. La prima operazione militare dell’A-12 fu la Black Shield svoltasi nel corso della guerra in Vietnam che consistette nel fotografare le postazioni missilistiche SAM nel Vietnam del Nord, da un’altezza di 24.000 m a Mach 3.1; in seguito, partecipò ad altre 21 operazioni militari, sempre nel corso del medesimo conflitto. Prestò servizio anche sui cieli della Corea del Nord in missioni destinate alla ricognizione delle forze armate del paese e fotografò anche la nave-spia USS Pueblo dopo la sua cattura da parte di navi nordcoreane, ma questa è un’altra storia.

SR – STRATEGIC RECONNAISSANCE

Gli ingegneri della Skunk Works avevano però ulteriormente sviluppato il progetto dell’A-12 ideando altre versioni: un ricognitore, un intercettore e un bombardiere. Le ultime due vennero scartate in fase di progettazione mentre la prima, la versione da ricognizione, venne messa in produzione con la sigla SR-71 dove SR stava per Strategic Reconnaissance.

IL LOSCHISSIMO SR-71 BLACKBIRD

Fu così che nacque l’SR-71 Blackbird, un aereo da ricognizione strategico ad altissima velocità, massima sintesi della tecnologia americana dell’epoca che volò per la prima volta il 22 dicembre 1964 a Palmdale, in California ed entrò in servizio nel gennaio 1966.

I PRIMORDI DELLA TECNOLOGIA STEALTH

Rispetto all’A-12, il Blackbird era più lungo di circa 180 cm e pesava 15.000 libbre in più a pieno carico ma soprattutto fu il primo ad essere progettato con criteri stealth: la forma dell’aereo fu infatti modificata per ridurre al minimo la riflessione radar, vennero studiati degli appositi materiali radar-assorbenti chiamati RAM e venne utilizzata per la prima volta una particolare vernice nera stealth, conosciuta come “Iron ball”, composta da microscopiche sferette rivestite di ferrite e carbonile di ferro, che assorbiva le onde radar.

UNA VIRATA PIU’ LARGA DELLO STATO DELL’OHIO

Spinto da due Pratt&Whitney J58-1, turboreattori convertibili in statoreattori, l’SR-71 era capace di superare Mach 3, cioè una velocità di 1.020 M/S: per intenderci a Mach 3.2, l’aereo era più veloce di un proiettile 30/06 sparato dal fucile M1 Garand della Seconda Guerra Mondiale, che aveva una velocità iniziale di 2.800 piedi al secondo, ed era talmente rapido che a quella velocità la sua virata in quota era più larga dello stato dell’Ohio.

IL TITANIO SOVIETICO

A oltre Mach 3 le superfici esterne dell’aereo raggiungevano temperature superiori ai 300°C e perciò gli ingegneri della Skunk decisero di utilizzare il titanio al posto dell’allumino per il rivestimento; ma c’era un problema: gli Stati Uniti non producevano il titanio e il primo produttore era niente po’ po’ di meno che l’Unione Sovietica! Entrò così di scena la CIA che creò una società di comodo in Europa per importarlo negli States…. ma anche questa, è un’altra storia.

RISCALDAVA ANCHE IL CIBO

Per resistere alle elevate temperature i finestrini del Blackbird furono realizzati con il quarzo perché il vetro comune a 300°C si sarebbe rotto; ma queste temperature così elevate furono, per certi versi, un beneficio per i piloti perché durante le missioni lunghe e faticose potevano riscaldare i loro pasti semplicemente appoggiando il cibo al finestrino!

… E PERDEVA ANCHE CARBURANTE!

Subito prima del decollo e dopo l’atterraggio del Blackbird si verificavano perdite di carburante, ma ciò era voluto: i serbatoi erano progettati per diventare stagni grazie alla dilatazione termica durante il volo ad alta velocità, evitando così la rottura dei serbatoi stessi. Per evitare che l’elevata temperatura dei pannelli esterni riscaldasse l’intero aereo, il carburante veniva pompato in intercapedini tra tali pannelli e la struttura dell’aereo, prima di essere mandato ai motori per essere bruciato, fungendo così da fluido refrigerante.

PNEUMATICI D’ARGENTO

Per resistere alla temperatura, la gomma degli pneumatici del carrello di atterraggio dell’SR-71 venne ricoperta con una vernice color argento composta da alluminio in polvere. L’aggiunta di alluminio allo pneumatico garantiva un punto di infiammabilità molto più elevato, aiutandolo a resistere all’elevato calore causato dall’attrito con il terreno durante l’atterraggio a velocità estreme. Ogni pneumatico costava $ 2.300 e durava per circa 15 atterraggi completi. Per rallentare ulteriormente l’atterraggio il Blackbird era dotato anche di un enorme paracadute di trascinamento.

LA POTENTISSIMA APPARECCHIATURA FOTOGRAFICA

Essendo un aereo da ricognizione con lo scopo di localizzare, identificare e fotografare bersagli come edifici militari, caserme, basi aeree, ecc. ecc, l’SR-71 fu dotato di un enorme set di telecamere, radar e altri sensori. Uno dei suoi straordinari sensori ottici era l’Optical Bar Camera (OBC), una fotocamera ad alta risoluzione, progettata per creare una mappatura continua di una striscia di terreno larga circa 120 km. Altro gioiellino installato sul Blackbird era la Technical Objective Camera (TEOC) un apparecchio fotografico ad altissima risoluzione, orientabile, in grado di scattare fotografie estremamente dettagliate del territorio sottostante.

HABU

Durante la sua carriera, la base operativa principale dell’SR-71 fu quella di Kadena, sull’isola di Okinawa in Giappone. Qui i cittadini nipponici, vedendo decollare e atterrare il Blackbird, iniziarono a chiamarlo “Habu”, perché il suo colore e le sue linee distintive ricordavano il velenosissimo serpente presente sull’isola.

I VOLI IN EUROPA

Le operazioni europee partivano invece dalla base della RAF di Mildenhall, Inghilterra e avevano due rotte: una era lungo la costa occidentale norvegese e lungo la penisola di Kola, dove erano situate diverse grandi basi navali della flotta settentrionale della Marina sovietica, l’altra sul Mar Baltico, che era conosciuta come “Baltic Express”, uno stretto tratto di spazio aereo internazionale vicino alla Svezia utile per raggiungere gli altri obiettivi in Unione Sovietica.

L’INCIDENTE SUL BALTICO

Il 29 giugno 1987 un SR-71, mentre era in missione, ebbe un’avaria proprio sulla Baltic Express. Il pilota, per evitare di essere intercettato dai sovietici, virò verso lo spazio aereo della Svezia dove venne raggiunto da due aerei JA 37 Viggen svedesi allertati dal loro controllo radar. I Viggen volarono accanto al Blackbird e osservarono che uno degli enormi motori a reazione dell’SR-71 era esploso durante il volo, inficiandone la sua capacità operativa. Arrivarono però anche dei Mig-25 sovietici con l’ordine di abbatterlo o di costringerlo all’atterraggio, ma i Viggen svedesi formarono una scorta per difendere l’SR-71 che atterrò sano e salvo nella Germania occidentale dove fu poi recuperato dall’aeronautica americana.

RECORD DEI RECORD

Nel corso della loro carriera operativa, i 32 esemplari costruiti entrarono più volte nel Guinness dei Primati, stabilendo un’ampia serie di record ancora oggi rimasti imbattuti: massima quota di tangenza in volo sostenuto (26.000 m) e massima velocità di volo raggiunta (3.529 km/h). A questi vanno aggiunti altri record di velocità su alcune tratte, fra cui quello stabilito dal Maggiore dell’aeronautica statunitense James V. Sullivan e il Maggiore Noel F. Widdifield: i due nel 1974 riuscirono a coprire in 1 ora 54 min 56 secondi la rotta fra New York e Londra, stabilendo il record per il volo più veloce sull’Atlantico. La velocità media lungo il percorso di 5.570,80 km fu di 2.908,02 km/h.

IL RITIRO

Troppo costoso da mantenere l’SR-71 fu ritirato dall’aeronautica militare dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Il 6 marzo 1990 un Blackbird, prima del suo trasferimento al National Air and Space Museum dello Smithsonian Institution nei pressi dell’Aeroporto Internazionale di Washington-Dulles, stabilì gli ultimi record: da West Coast ad East Coast – Distanza: 3.869 km, Tempo: 1h07’53,69″, Velocità media: 3.417 km/h (Mach 2,8); Da S. Louis a Cincinnati – Distanza: 500 km, Tempo: 8’31,97″, Velocità Media: 3.524 km/h (Mach 2,9); Da Kansas City a Washington D.C. – Distanza: 1.516 km, Tempo: 25’58,53″, Velocità Media: 3.501 km/h (Mach 2,93). Altri SR-71 dismessi sono custoditi all’interno di alcuni musei dell’aviazione negli Stati Uniti mentre un A-12 è esposto sull’USS Intrepid, oggi sede dell’Intrepid Sea-Air-Space Museum, ormeggiata a Manhattan.

L’SR-72 “IL FIGLIO DEL BLACKBIRD”

Nel 2013 la Lockheed Martin ha annunciato il successore dell’SR-71: il Blackbird SR-72, denominato “Son of Blackbird”, un UAV ipersonico progettato per l’intelligence, la sorveglianza e la ricognizione. Sebbene l’SR-72 sia ancora in fase di sviluppo, l’azienda ha dichiarato che un prototipo potrebbe volare già nel 2025 ed entrare in servizio nel 2030. Il velivolo potrà lanciare missili ipersonici e sarà dotato di un sistema di propulsione in grado di far decollare il jet da fermo a Mach 6; ciò renderebbe il “Figlio del Blackbird” circa due volte più veloce del precedente.


formiche.net/2024/01/vi-raccon…

Come corre (finalmente) l’industria della difesa europea


“A marzo la Commissione presenterà una strategia per l’industria della difesa”. L’annuncio della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, da Stoccolma, si inserisce all’interno di un moto riformatore che, seppure in ritardo, ha preso avv

“A marzo la Commissione presenterà una strategia per l’industria della difesa”. L’annuncio della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, da Stoccolma, si inserisce all’interno di un moto riformatore che, seppure in ritardo, ha preso avvio all’interno delle consapevolezze europee. La concomitanza di eventi esterni di un certo peso, come le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, può fungere da acceleratore di un’esigenza che è presente ormai da tempo e che non è più ulteriormente procrastinabile, anche in considerazione del fatto che l’elemento della pace si è andato assottigliando sempre di più, sia ai nostri confini meridionali che orientali dell’Ue.

Perché più difesa

Già la bozza dedicata alla sicurezza e alla difesa nelle conclusioni del Consiglio europeo dello scorso dicembre aveva previsto un quadro normativo per il settore industriale della difesa europea. L’obiettivo è coordinare gli acquisti congiunti e aumentare l’interoperabilità e la capacità produttiva dell’industria europea della difesa.

Non solo Gaza o Kyiv, anche l’emergenza legata agli attacchi dei ribelli houthi influisce su tale esigenza. Lo ha sottolineato qualche giorno fa il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani al question time sul tema della libertà di navigazione sul Mar Rosso, a proposito di “una minaccia alle porte di casa che ci ricorda che per giocare un ruolo più decisivo dobbiamo dotarci in prospettiva di una autentica difesa comune europea”.

Tesi che si ritrova nelle parole che l’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, ha affidato pochi giorni fa al Ft quando ha spiegato che l’Unione Europea deve semplificare l’industria della difesa poiché attualmente “è ostacolata dalla concentrazione degli Stati membri sulle proprie industrie nazionali”. Secondo l’ex ministro la guerra in Ucraina “ha funzionato come un campanello d’allarme per l’industria europea”.

Pesco

La cooperazione strutturata permanente chiamata Pesco (Permanent Structured cooperation) è nata nel 2017 ed è stata basata su progetti di collaborazione con impegni vincolanti: prevede infatti squadre di risposta rapida, un sistema di sorveglianza marittima, un comando medico europeo, l’assistenza reciproca nella cyber-sicurezza e una scuola di intelligence europea. Il consiglio affari generali dello scorso autunno ha approvato le direttrici di marcia per affrontare i nuovi dossier alla voce difesa, comprese le minacce per la sicurezza marittima, tramite un’azione di interoperabilità Ue sommata ad una maggiore cooperazione con Nato.

Mossa che, dal punto di vista politico, ha inteso anche lanciare un forte messaggio all’esterno, ovvero a big players che operano nei suddetti teatri di guerra. Particolare attenzione verrà dedicata alla difesa navale tramite “lo sviluppo delle capacità civili e militari nel campo della sicurezza marittima, coinvolgendo l’industria, se del caso”.

Come acquistare

Il nodo, in secondo luogo, verte il modo con cui procedere agli acquisti. Una strada è stata indicata dal presidente francese, Emmanuel Macron, che due giorni fa si è detto favorevole a nuovo debito comune europeo per finanziare la difesa. In sostanza ha proposto la soluzione degli eurobond basati su priorità industriali, come appunto la difesa.

Lo scorso settembre inoltre il Parlamento europeo aveva approvato in via definitiva la legge sul rafforzamento dell’industria europea della difesa attraverso appalti comuni (Edirpa). Si tratta di un regolamento, già concordato con il Consiglio il 27 giugno 2023, che dà vita ad un braccio operativo europeo da 300 milioni che sostenga in concreto l’industria europea della difesa tramite appalti comuni. Vi sono alcuni parametri da rispettare: il costo dei componenti Ue o dai Paesi associati non deve essere inferiore al 65% del valore del prodotto finale. In secondo luogo appaltatori e subappaltatori non devono essere soggetti al controllo di un paese terzo o di un’entità non associata, ma devono essere in Ue o in un Paese associato.


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Steadfast Defender è la più grande esercitazione Nato dalla Guerra Fredda. Ecco i dettagli


Nei prossimi mesi avrà luogo la più grande esercitazione mai realizzata dall’Alleanza Atlantica sin dalla fine della guerra fredda. I numeri parlano chiaro: nell’edizione 2024 di Steadfast Defender sarà ancora più grande di quanto preventivato nei mesi sc

Nei prossimi mesi avrà luogo la più grande esercitazione mai realizzata dall’Alleanza Atlantica sin dalla fine della guerra fredda. I numeri parlano chiaro: nell’edizione 2024 di Steadfast Defender sarà ancora più grande di quanto preventivato nei mesi scorsi. Nelle fasi iniziali di pianificazione di quest’operazione simulata si parlava di circa 40.000 soldati; oggi il numero è più che raddoppiato, con il previsto coinvolgimento nelle manovre militari di oltre 90.000 uomini provenienti da tutti i Paesi membri dell’Alleanza, più la Svezia. Accanto a questi saranno coinvolte più di 50 navi, dalle portaerei ai cacciatorpedinieri, più di 80 jet da combattimento, elicotteri e droni, e almeno 1.100 veicoli da combattimento, tra cui 133 carri armati e 533 veicoli da combattimento di fanteria. L’ultima esercitazione di dimensioni simili è stata Reforger nel 1988, con 125.000 partecipanti.

Ad annunciare le nuove cifre è stato Cristopher Cavoli, il Supreme Allied Commander Europe (Saceur, il più alto grado militare del sistema di difesa integrato dell’Allenza Atlantica), durante una conferenza pubblica svoltasi pochi giorni fa in occasione dell’avvio dell’esercitazione, prevista per la prossima settimana. Con essa “la Nato dimostrerà la propria capacità di difesa dello spazio euro-atlantico in caso di minaccia militare, trasferendo truppe dagli Stati Uniti in direzione dell’Europa. Una chiara dimostrazione della nostra unità, della nostra forza e della nostra determinazione a proteggerci reciprocamente, a proteggere i nostri valori e l’ordine internazionale basato sul diritto” ha affermato il militare statunitense.

Cavoli ha anche annunciato che la Allied Reaction Force, la neo-istituita forza multinazionale e multidominio che fornisce ulteriori opzioni per rispondere rapidamente alle minacce e alle crisi in tutte le direzioni in tutto il territorio dell’Alleanza, si appoggerà al comando italiano del Nato Rapid Deployment Corps.

Gli alleati hanno approvato i piani regionali al vertice di Vilnius del 2023, ponendo fine a una lunga era in cui l’Alleanza non aveva percepito la necessità di piani di difesa su larga scala, poiché i Paesi occidentali erano impegnati in altri tipi di conflitti come quelli in Afghanistan e Iraq, e non vedevano la Russia post-sovietica non rappresentasse più una minaccia esistenziale.

Durante la seconda parte di Steadfast Defender, un’attenzione particolare sarà rivolta al dispiegamento della forza di reazione rapida della Nato sul fianco orientale dell’alleanza, e in particolare nei territori di Polonia e Stati Baltici, considerati più a rischio di un potenziale attacco russo. Altri territori su cui sarà posto il focus sono la Germania (come centro di smistamento dei rinforzi in arrivo) e i Paesi siti ai margini dell’alleanza, come Romania e Norvegia.

Norvegia che sarà invece, assieme a Finlandia e Svezia, uno dei teatri principali di Nordic Response, la seconda esercitazione Nato prevista per quest’anno. All’esercitazione, conosciuta come Cold Response fino allo scorso anno, parteciperanno più di 20.000 truppe della Nato provenienti da 14 diversi Paesi membri, accompagnate da 50 navi da guerra, sottomarini e altre imbarcazioni e più di 110 jet da combattimento, elicotteri e altri aerei. Nordic Response darà agli alleati l’opportunità di imparare a operare in questo ambiente vasto e complicato, di testare nuovi equipaggiamenti e tattiche e, infine, di prepararsi a lavorare e combattere senza problemi l’uno accanto all’altro.


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Il nuovo reato di non-violenza


Nella sua foia legiferante e nella sua irresistibile produzione di nuovi reati (in termini sofisticati: panpenalismo), il governo Meloni ha raggiunto un altro primato. Tra le quindici inedite fattispecie penali introdotte o in via di introduzione c’è una

Nella sua foia legiferante e nella sua irresistibile produzione di nuovi reati (in termini sofisticati: panpenalismo), il governo Meloni ha raggiunto un altro primato. Tra le quindici inedite fattispecie penali introdotte o in via di introduzione c’è una norma che, secondo il giurista Paolo Borgna, non ha precedenti nei codici degli stati democratici. È quella prevista dall ’art. 18 del disegno di legge in materia di sicurezza, approvato dal Consiglio dei Ministri qualche settimana fa. Quell’articolo intende punire gli atti di «resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti», commessi da detenuti.

Si consideri quel «anche passiva». Ciò significa, a esempio, che un recluso sollecitato a consumare il pasto, se si rifiutasse di farlo, sarebbe sanzionato, e pesantemente. È una disposizione davvero inquietante: innanzitutto perché pretende di interferire con la sfera più intima dell’individuo. Quella, cioè, dove vengono assunte le decisioni più delicate, dove si esercita il libero arbitrio, dove si sceglie di obbedire o dissentire, di accettare o rifiutare, di conformarsi o astenersi. Ovvero qualcosa che appartiene ai fondamenti stessi della personalità umana.

C’è, poi, un’altra ragione che rende odiosa quella norma: nel faticosissimo e impervio processo di emancipazione dalla mentalità delinquenziale la «resistenza anche passiva» — ovvero la rinuncia alla violenza — rappresenta, per il detenuto, una tappa fondamentale della presa di coscienza e dell’integrazione in un sistema di relazioni sociali non criminali.
Di conseguenza, il recluso che si astiene dal cibo o che non si reca in cortile per l’ora d’aria può essere sanzionato penalmente e, così, ricacciato indietro, in una dimensione dove la sola risorsa per affermare i propri diritti apparirà il ricorso alla forza. Contro altri o contro sé stessi. Nel 2023 i suicidi sono stati 68, l’anno precedente 84. Nel corso dei primi diciotto giorni del 2024 già 7 detenuti si sono tolti la vita e un altro è deceduto a seguito di uno sciopero della fame.
La vicenda più tragica — semmai fosse possibile una gerarchia dell’orrore — è quella di Matteo Concetti, uccisosi mentre si trovava in una cella di isolamento del carcere di Ancona Montacuto: e appena poche ore dopo che i suoi familiari si erano rivolti a tutte le autorità e a tutte le istituzioni che un genitore può immaginare di sensibilizzare per salvare la vita di un figlio.
Concetti, 23 anni, aveva un disturbo bipolare e un sofferto passato di borderline, tra microcriminalità e dipendenze, tra ricoveri e comunità. Avrebbe dovuto scontare ancora otto mesi e, dopo un periodo in regime di detenzione domiciliare, era stato riportato in cella a causa del ritardo di un’ora nel ritorno alla propria abitazione.

Leggete l’intervista rilasciata dalla madre di Concetti, Roberta Faraglia, ad Alessandra Ziniti su queste pagine. È un eccezionale documento di amore genitoriale e, allo stesso tempo, di dignità umana e di intransigente coscienza civile. Vi si trova un dolore immenso e un rigoroso atto di accusa contro il sistema penitenziario e la sua natura patogena e letale. Un luogo insensato e mortifero.

Dice la madre di Concetti che, nell’incontro precedente di poche ore la sua morte, il giovane dichiarava di essere stato «picchiato da un agente mentre altri due lo tenevano fermo» e che «non gli davano le sue medicine». Tra sopraffazione e incuria «hanno lasciato che si suicidasse».
Nel novembre scorso, nel carcere di Sanremo, Alberto Scagni, paziente psichiatrico, subì violenze per ore a opera dei compagni di cella. Ancora incuria e gestione disastrosa della componente più vulnerabile della popolazione detenuta. Una quota di reclusi che costituisce quasi il 10 percento deltotale. E che risulta pressoché priva di adeguate terapie e di una sufficiente assistenza. Secondo l’associazione Antigone, nel complesso delle carceri italiane, le ore di sostegno psichiatrico sono circa dieci a settimana per ogni cento detenuti, e diciotto quelle per il supporto psicologico.

Il quadro generale dice questo: il 42,4 percento dei reclusi consuma psicofarmaci e in particolare sedativi e, secondo la rivista «Altreconomia», la spesa complessiva relativa a tali trattamenti supera i due milioni di euro per anno. Questo mentre la popolazione detenuta, dopo un breve periodo di contenimento, ha ripreso a crescere e ha superato ormai le 60.000 unità, a fronte di una capienza regolamentare di 51.249 posti e di una capienza effettiva poco superiore ai 47.000.
Sono numeri che certificano inequivocabilmente il collasso del sistema, ma nessuno sembra curarsene.

In altre parole il circuito penitenziario sembra non avere più scampo e la sua irreversibile rovina è tra i fattori più importanti della crisi dei nostri sistemi di sicurezza collettiva. Una cosa è certa: non saranno i nuovi reati di «incendio boschivo» e di «deturpamento e imbrattamento» di muri a salvarci.

La Repubblica

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Export della difesa. Oltre l’ideologia, serve una riflessione politica. L’opinione del gen. Tricarico


Non stupisce che Vignarca e company, un sodalizio di associazioni pacifiste più rumoroso che folto, continui con il fuoco di sbarramento sulla legge 185/90 e sulle iniziative parlamentari volte ad avviare una serie di miglioramenti all’attuale disposto di

Non stupisce che Vignarca e company, un sodalizio di associazioni pacifiste più rumoroso che folto, continui con il fuoco di sbarramento sulla legge 185/90 e sulle iniziative parlamentari volte ad avviare una serie di miglioramenti all’attuale disposto di legge. Fanno semplicemente il loro lavoro.

Quello che stupisce è che sull’argomento non ci sia dibattito pubblico, né tanto meno consapevolezza e quindi cultura, con il risultato che le tesi a volte esclusivamente ideologiche di Vignarca e seguaci divengano la narrativa dominante e acquisiscano proseliti a non finire a cominciare dal mondo politico, stranamente collocato per l’occasione in un campo largo.

Nello specifico, l’impegno del momento dei paladini della pace a prescindere e senza condizioni, è quello di aprire un robusto fuoco di sbarramento sulle attività parlamentari ergendosi ad istituzione dello Stato, a partito politico di opposizione, quasi che le piazze non siano più il loro unico e naturale ambiente. “Impugneremo il testo di legge, se questa formulazione verrà confermata fino alla fine” confida Vignarca ad Avvenire.it del 18 gennaio. Impugneremo?Dove, e con quale potestà?

I temi del dibattere riguardano in particolare la reintroduzione del Cisd (Comitato interministeriale per lo scambio di armamenti per la Difesa) nel processo decisionale sull’autorizzazione delle operazioni commerciali di esportazione ed il ruolo degli istituti bancari nel finanziamento di dette attività.

Nel primo caso chiunque, con un minimo di senso dello Stato o, in assenza di questo, con un minimo di raziocinio, plaudirebbe al fatto che le decisioni finali circa una attività di esportazione di materiali della Difesa siano allocate presso un consesso di Ministri di rango sotto la guida del vertice di governo, anziché nell’ufficio di un funzionario della Farnesina di medio livello cui le pressioni politiche, mediatiche o appunto del pacifismo, finiscono per inibire le capacità di discernimento e decisione.

E se non ci vuole molto a capire questo primo punto, ancora più agevole risulta la comprensione del secondo.

Agli inizi del 2000, tre istituti bancari decisero di sospendere le operazioni di finanziamento delle esportazioni di armamento.
A nulla valsero, in una apposita riunione convocata a Palazzo Chigi, cui parteciparono presidente e direttore generale di Abi di allora, Sella e Zadra, le argomentazioni volte a far recedere gli istituti bancari dalla decisione, che tra l’altro riguardava attività perfettamente allineate al disposto di una legge italiana, appunto la 185/90.

A nulla valse soprattutto l’avvertimento che così facendo le banche, ed il movimento pacifista dietro di loro, avrebbero realizzato una perfetta eterogenesi dei fini. Infatti, venendo a mancare le informazioni sui finanziamenti da parte di queste banche e non essendo gli istituti stranieri cui le società esportatrici si sarebbero rivolte tenute a relazionare il governo italiano, la Relazione annuale del governo al Parlamento sarebbe risultata monca di un allegato importante, quello delle operazioni bancarie degli istituti obiettori, e quindi l’intera attività avrebbe perduto un importante dato di controllo. E di trasparenza nella percezione pacifista.
Di fatto, non solo i tre istituti non recedettero dalla loro decisione, ma il fenomeno che poi prese il nome di “banche armate”, si estese considerevolmente fino ad oggi in cui Vignarca e company lamentano la possibile omissione dell’indicazione degli istituti bancari nella Relazione Annuale.

Chi è causa del suo mal pianga sé stesso verrebbe da dire.

In conclusione, sarebbe giunto il momento per il nostro Paese di avviare, dopo queste prime schermaglie, una revisione seria della 185/90, una revisione che tenga conto della vera rivoluzione occorsa dal 1990 ad oggi nelle relazioni internazionali e negli equilibri geopolitici, una revisione che possa contare su un riequilibrio delle parti in causa nei processi autorizzativi, in cui la politica si riappropri delle sue prerogative rioccupando gli spazi che per troppi anni ha lasciato al movimentismo, anche per questo divenuto un fattore serio di inibizione della volontà dello Stato e della tutela dei suoi interessi.


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Sfrontati


Il tema non è bello, ma fuggirne lo peggiora. Pone inaggirabili problemi politici, che una parte dovrebbe far valere sull’altra, mentre si ha l’impressione che se li risparmino a vicenda. Vivere in pace non è una condizione naturale ma una conquista, un d

Il tema non è bello, ma fuggirne lo peggiora. Pone inaggirabili problemi politici, che una parte dovrebbe far valere sull’altra, mentre si ha l’impressione che se li risparmino a vicenda. Vivere in pace non è una condizione naturale ma una conquista, un delicato prevalere della ragione sulla forza, degli interessi commerciali sulle allucinazioni nazionalistiche, ideologiche o mistiche. La pace si conserva mettendo la deterrenza al posto della guerra, predisponendo la forza militare, regolandone l’uso e contando in questo modo di farla valere senza doverla dispiegare. Ed è su quel che serve a conservare la pace che c’è pericolosa confusione.

Le guerre sono tutte brutte, ma non tutte uguali. Si dice che dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo avuto la più lunga stagione di pace, ma vale solo per noi: in realtà non c’è stato un solo giorno senza guerre. Ma anche dove riguardavano nostri interessi, non attentavano alla nostra sicurezza. Lo scenario è cambiato, purtroppo.

La criminale offensiva scatenata da Putin in Ucraina non è una qualsiasi guerra, ma una scelta che ha nel mirino l’ordine seguito all’ultimo conflitto mondiale. Lì si è aperto un inferno le cui disastrose conseguenze si liberano anche a fronte del fallimento dell’attacco russo e della trasformazione dell’invasore in difensore delle poche terre che è riuscito a invadere. È l’inferno ucraino ad avere portato l’Iran nella posizione di fornitore essenziale di armi ai russi (assieme alla Corea del Nord) e, quindi, ad avere suggerito l’opportunità di usare Hamas per il colpo di maglio a Israele, giustamente considerato un bastione occidentale in Medio Oriente. Lo stesso Iran che ha finanziato e armato gli Houthi yemeniti, capaci di mettere a repentaglio la sicurezza dei trasporti nel Mar Rosso, quindi arrecando un danno immediato alla prosperità e produttività delle nostre libere economie. Non si tratta di focolai separati, ma di fronti collegati. E destinati ad allargarsi, come dimostra l’attacco iraniano in Pakistan.

Tutto questo porta a un aumento delle spese militari. Sia per alimentare la resistenza del fronte ucraino – la cui caduta non riguarderebbe solo gli ucraini, ma noi direttamente, con una drammatica perdita di sovranità e sicurezza in casa nostra – sia per evitare quel che il nostro ministro della Difesa va ripetendo, ovvero che appaia vuoto l’arsenale. L’aumento della spesa militare non è soltanto una questione economica – tanto più che siamo anche produttori di sistemi difensivi – ma eminentemente politica. E qui si viene all’incredibile vuoto nella nostra discussione pubblica.

Ci sta eccome che la maggioranza di destra non conceda tregua alla sinistra, sulla spesa militare e sulla fornitura di aiuti all’Ucraina. Ci sta perché la sinistra ha avuto il Ministero della Difesa fino a ieri mattina, perché ha condiviso la scelta di stare al fianco degli ucraini e perché sono stati molti i suoi governi che hanno sottoscritto l’assicurazione – data in sede Nato – di portare al 2% la spesa militare. Chiedere conto dei cambiamenti è mettere in evidenza l’incoerenza e, quindi, l’inaffidabilità.

Ci sta che la sinistra ponga alla destra il tema dell’integrazione europea, perché quello è il solo razionale livello di difesa della sovranità (monetaria e difensiva), quello il solo ambito in cui la spesa può contare su economie di scala (e su un più vasto mercato), quella la sola alternativa a tornare alla divisione dell’Europa in aree di influenza, con minore sovranità. Chiedere conto delle castronerie dette in passato (e di talune ripetute) è mettere in evidenza l’incoerenza, quindi l’inaffidabilità.

È pur interessante discutere delle candidature alle europee, purché solo fino a un certo punto e sebbene riguardi solo ed esclusivamente i partitanti. Mentre fissare la propria posizione sul fronte della sicurezza, segnalando la sfrontatezza di certe giravolte, sarebbe essenziale. Ma, all’evidenza, meno attraente, dovendosi riconoscere che serve più spesa e maggiore integrazione Ue.

La Ragione

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Etica bancaria, il carteggio Malagodi-Mattioli


Concluso il cinquantenario della scomparsa di Raffaele Mattioli, non vengono meno gli interessi per ulteriori approfondimenti su uno dei principali banchieri italiani del Novecento. Nell’archivio dellaFondazione Luigi Einaudi di Roma emerge il carteggio f

Concluso il cinquantenario della scomparsa di Raffaele Mattioli, non vengono meno gli interessi per ulteriori approfondimenti su uno dei principali banchieri italiani del Novecento. Nell’archivio dellaFondazione Luigi Einaudi di Roma emerge il carteggio fra Mattioli e Giovanni Malagodi che fu il suo principale collaboratore alla Banca Commerciale Italiana, soprattutto nei difficili anni 30. Molto importante, in particolare per l’etica e il risparmio, è una lettera di Mattioli a Malagodi sullo scandalo Giuffrè, l’ex bancario autore delle truffe che, negli anni 50, colpirono soprattutto sacerdoti e suore. Il 12 gennaio 1959 Mattioli scrisse a Malagodi: «Caro Giovanni, ho letto attentamente la relazione Giuffrè e non posso che confermarti il parere negativo che già ti diedi circa l’opportunità di modificare la legge bancaria (…) La Commissione accerta che il Giuffrè non ha esercitato il credito, non è quindi incappato nelle sanzioni previste dall’art. 96 della legge bancaria», ma, continua (pag. 22), «poiché il caso Giuffrè è «un fenomeno abnorme» che può recar nocumento, «direttamente o di riflesso», alle normali attività delle aziende di credito, ci vorrebbe un’“integrazione” della legge bancaria per tutelare il risparmio «contro forme organizzate di rastrellamento di capitali», ecc. Ora, la legge bancaria regola l’attività delle banche e se anche le banche avessero avuto un nocumento qualsiasi dall’attività del Giuffrè, riconosciuto non-banchiere, ne sarebbero state le vittime, ma in nessun modo le complici, nemmeno involontarie.

Aggravare e complicare le norme che regolano l’attività delle banche, vorrebbe dire prendersela con le vittime (putative), non con il colpevole. E già recherebbe gravissimo, sicuro nocumento al buon nome delle banche qualunque provvedimento ad esse relativo che volesse giustificarsi con il caso Giuffrè. «Ma –si dice – è a protezione
delle banche che s’invocano nuove regolamentazioni (…) Se per “rastrellare” capitali a detrimento del sistema bancario occorre offrire interessi come quelli pagati (o promessi)dal Giuffrè, il pericolo è immaginario. (…) La misura degli interessi offerti dal Giuffrè è la prova incontestabile che egli non faceva il banchiere: non avrebbe mai potuto impiegare i fondi“rastrellati” allo stesso saggio. Che cosa pensavano dunque quelli che gli portavano quattrini? Che avesse il segreto per vincere alla roulette? Che avesse scoperto la pietra filosofale? Certamente no».«Che cosa c’entra con tutto questo la legge bancaria?» – scriveva ancora Mattioli – «(…) Alle banche lo scandalo Giuffrè – nonostante le insistenze quotidiane sulla “anonima banchieri” – non ha fatto male alcuno, anzi è stato un giovamento. Non è serio chiedere che la vigilanza sulle attività bancarie venga estesa e rafforzata per colpire anche chi non svolge attività bancaria. Si arriverebbe così a un intervenzionismo aprioristico ed esasperato, che deformerebbe e smusserebbe proprio quegli organi di vigilanza e controllo che già esistono e funzionano ai fini di ciò che li fa esistere.

Si intralcerebbe un’attività sana, lecita, di sua natura espansiva, per la fisima di prevenire, meglio, per darsi l’aria di voler prevenire imprevedibili, truffaldine irregolarità (“fenomeni abnormi”). Per i delinquenti ci sono le leggi penali (anche i
ladri rastrellano fondi!), le leggi di polizia, le leggi fiscali». «È tutelato dalla legge» – aggiungeva Mattioli – «chi i propri soldi li porta alle banche. Ma ognuno è libero di fare con i propri soldi quel che vuole; e se li dà a un imbroglione, si accomodi pure. Equando scoppierà l’imbroglio, le leggi esistenti – civili e penali – sono quelle che debbono“rendergli giustizia”. Ma non la legge bancaria, quella non regola l’attività degli imbroglioni – e non può aspirare a regolarla. La legge bancaria non è per usurai, strozzini, giocolieri, benefattori – ma è legge intesa a regolare l’attività delle banche, cioè di chi fa credito e per far credito raccoglie quattrini. La legge stabilisce che chi fa credito raccogliendo quattrini deve essere iscritto nell’apposito albo – e se chi fa credito raccogliendo quattrini non è iscritto all’albo incappa appunto negli artt. 87 e 96 della legge bancaria. Ed è una legge molto restrittiva che ha funzionato e funziona egregiamente. Si vuole renderla inefficiente?» rilevava Mattioli. Nel carteggio fra Mattioli e Malagodi, negli anni in cui Giovanni non era più in Comit, ma nelleIstituzioni della Repubblica, molta parte riguarda, oltre all’economia e alla finanza, la storia e la cultura che accomunavano i loro
interessi e passioni ideali. Di particolare significato è una lettera del 5 febbraio 1968 di Malagodi a Mattioli, allora Presidente della Banca Commerciale, in cui gli segnala che il nipote di Giovanni Giolitti, Architetto Chiaraviglio, stava mettendo in ordine il carteggio fra Giovanni Giolitti e Alfredo Frassati che era stato Direttore de «La Stampa» di Torino nei primi decenni del Novecento e molto vicino a Giolitti.

Mattioli, anche a fine anni 60, continuava ad avvalersi della competenza bancaria di Malagodi chiedendogli anche pareri preventivi sulle attività e sulle innovazioni da inserire nella BancaCommerciale Italiana, in particolare sull’importanza «del capitale di una banca come presidio e garanzia dei depositi».La questione era particolarmente importante e complessa, poiché allora la Banca Commerciale apparteneva al mondo
delle Partecipazioni Statali e, quindi, le decisioni relative al capitale della banca implicavano procedure complesse. Il 24 aprile 1972, proprio nei giorni dell’uscita di Mattioli dal vertice della Banca Commerciale, Malagodi scrisse una lettera molto riservata all’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone in cui proponeva «di nominare alla prima occasione possibile Senatore a vita il nostro comune amico Raffaele Mattioli. Tu ne conosci i grandissimi meriti verso l’Italia, sia sul piano culturale, sia sul piano della politica economica e di conseguenza sociale. Lo conosci e lo apprezzi anche personalmente, per le sue doti veramente insigni di animo e di mente. Sai anche quanto sia valido e vigoroso. Quanto a me sono 46 anni che lo conosco, che lo apprezzo e gli voglio bene, che lavoro con lui da vicino e da lontano, nella professione bancaria o nella concordia discorde delle opinioni – entrambi però sempre sul piano di una intransigente intuizione di libertà. So che è una decisione che rileva nella tua competenza esclusiva.Perciò ti faccio questa proposta in via confidenziale…» Purtroppo, Mattioli scomparve un anno dopo, il 27 luglio 1973, e non ebbe tempo di poter ricevere l’importante riconoscimento.

Il Sole 24 Ore

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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Disturbi alimentari senza dignità per il governo.

Sono servite forti proteste perché si impegnasse a trovare risorse per rifinanziare anche nel 2024 il Fondo per curare tali disturbi.

Da un lato, l’esecutivo crea un nuovo reato per punire chi istiga ai disturbi della nutrizione, dall’altro lato, aveva lasciato chi ne soffre privo di risorse per la loro cura.

editorialedomani.it/idee/comme…

La libertà è una sola


Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici

Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici dello statista di Dogliani che fu presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. La riflessione di inizio anno, invece, la concentriamo, per la sua attualità, su quella che è passato alla Storia come il confronto tra Benedetto Croce, il maggior filosofo italiano del XX secolo, liberale ed idealista, con Einaudi stesso sulla compatibilità tra liberalismo e liberismo e che si svolse nell’arco di ben 14 anni, dal 1928 al 1942. La premessa di una simile discussione si annida nel fatto che la lingua italiana ha una distinzione, sconosciuta nel resto del mondo, tra i due termini. Il liberalismo è più ampio ed indica la dottrina politica liberale, mentre il liberismo ne definisce la teoria economica che Don Benedetto riassumeva nel motto ottocentesco “laissez faire, laissez passer”, che implica l’assenza di interferenze dello Stato.

ll filosofo napoletano concepiva il liberalismo come una dottrina dello spirito che ben si conciliava con la sua visione della storia come incessante lotta per la libertà. Proprio questa sua dimensione spiritualistica separava il liberalismo da una semplice tecnica di gestione dell’economia, il liberismo, che poteva essere più o meno efficiente. Se per ipotesi una soluzione comunista si fosse dimostrata più efficace, «il liberalismo non potrebbe se non approvare e invocare per suo conto» l’abolizione della proprietà privata. Infatti, per Croce «il liberalismo non coincide col cosiddetto liberismo economico», con il quale aveva avuto e forse aveva ancora «concomitanze ma sempre in guisa provvisoria e contingente». Per Einaudi, invece, «il liberismo fu la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed etica, che è quella del liberalismo». E, citando quello che mi sembra la miglior sintesi del suo pensiero: «La concezione storica del liberismo dice che la libertà non è capace di vivere in una società economica nella quale non esista una varia e ricca fioritura di vite umane vive per virtù propria, indipendenti le une dalle altre, non serve di un’unica volontà. Senza la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera, non esiste liberalismo».

Nel corso degli anni si è argomentato che le due posizioni non erano così inconciliabili, ma il nocciolo del pensiero einaudiano è chiaro: il liberismo è essenziale per una società libera, perché, per dirla con il grande economista Ludwig von Mises «a cosa servirebbe la libertà di stampa se tutte le tipografie fossero di proprietà dello Stato?». Tuttavia, dopo la caduta del muro di Berlino, ci si è trovati di fronte ad un’altra domanda: può un’economia di mercato libera e aperta fiorire in un regime autoritario? La questione in passato riguardava piccoli casi di studio come Singapore, Corea del Sud e il Cile di Pinochet. Questi ultimi due paesi si sono evoluti in piene democrazie e Singapore è comunque una città-Stato dove la “rule of law” e i diritti civili sono decentemente rispettati e il sistema politico, pluralistico benché sotto tutela, gode di un ampio consenso. L’evoluzione politica liberale ha portato bene e i tre paesi oggi sono floridi. Diversi i casi di Russia e Cina che a partire dagli anni ’80 hanno cominciato a liberalizzare le economie e ad aprirle al commercio internazionale.

Per il Celeste Impero si è trattato di un successo epocale, mentre la Russia (che ha gravi problemi di corruzione) ha avuto alti e bassi e nel complesso è cresciuta come una monarchia mediorientale solo grazie alle materie prime. La Cina governata da Xi sta accentuando i suoi caratteri repressivi e per certi versi totalitari, di cui la repressione degli Uiguri, a Hong Kong e in Tibet sono solo i fenomeni più visibili. Questa smania di controllo si sta estendendo anche all’economia, ambito nel quale i sussidi politici, le intromissioni e le direttive di partito si fanno sempre più pesanti. Questo atteggiamento sta scoraggiando gli investitori internazionali e locali il che, unito alle guerre commerciali in cui Pechino si trova coinvolta, ne sta frenando fortemente la crescita. In altre parole, come osservava Einaudi, senza la «la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera» e questo vale anche per la libertà economica, perché chi comanda in modo arbitrario cerca di soffocare tutti gli spazi di libertà. D’altronde, pure il nostro fascismo cominciò che voleva privatizzare le poste e finì con l’Autarchia. Insomma, la prima lezione del 2024 di Luigi Einaudi è che la libertà è una sola, non implica l’inesistenza dello Stato, anzi, ma non può essere preservata a compartimenti stagni.

La Stampa

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TarTassati


I cocktail fiscali possono essere variamente composti, usando prelievi relativi a reddito, patrimonio o consumi. Non esiste il cocktail perfetto, buono per tutte le occasioni, perché contano i gusti, le condizioni e le finalità. In certe stagioni conviene

I cocktail fiscali possono essere variamente composti, usando prelievi relativi a reddito, patrimonio o consumi. Non esiste il cocktail perfetto, buono per tutte le occasioni, perché contano i gusti, le condizioni e le finalità. In certe stagioni conviene prendere più soldi dai patrimoni e in altre dalla ricchezza prodotta ogni anno; c’è il tempo in cui è saggio favorire l’accumulazione di risparmi e quello in cui usare la spesa pubblica (finanziata con il fisco) in maniera più massiccia. Di sicuro c’è un cocktail velenoso, che tracanniamo da anni, ovvero quello che insegue la spesa con il gettito anziché parametrare la prima al secondo. A forza di berlo ci si è ubriacati, facendo finta di credere che non costi e, invece, impoverisce. Al punto che il ministro dell’Economia è uscito dal bar ed è dovuto ricorrere agli spacciatori, definendolo «droga psichedelica».

Dobbiamo a Steno un film del 1959, con Totò e Fabrizi: “I tartassati”. Un commerciante che considera impossibile guadagnare, con quella enorme pressione fiscale, e un esattore, che conosce i trucchi degli evasori. Diventeranno parenti. In quel 1959, con il fisco tartassante, la pressione fiscale (il peso delle imposte sulla ricchezza prodotta) era pari al 24%. Oggi è oltre il 41%. L’evasione fiscale c’era anche nel 1959 (chiedetelo a Totò, il negoziante), ma nell’Italia di oggi per un cittadino che versa almeno un euro di imposte sul reddito ce ne sono due che non versano niente. Tradotto in termini reali significa che la pressione fiscale, per chi paga, è superiore al doppio rispetto al 1959.

Accanto a quello orrido, c’è un aspetto curioso. Qualche giorno fa uno studio della Banca d’Italia ha attirato i titoli dei giornali, ma soltanto per una sua parte: il 5% degli italiani possiede il 46% del patrimonio. Si è trascurato di leggerne il seguito: la concentrazione della ricchezza patrimoniale è da noi inferiore a quella che c’è in Francia o Germania. Ciò lo si deve al fatto che più del 70% delle famiglie italiane possiede la casa e poco meno del 30% ne possiede più di una. Si tenga presente che, con questa leva demografica, i figli sopravvissuti saranno delle piccole potenze immobiliari, mentre l’abbondante patrimonializzazione già presente è testimoniata dal fiorire delle case messe sul mercato degli affitti brevi.

Riassumendo: gli italiani che pagano le tasse sul reddito sono una minoranza che paga troppo, mentre il patrimonio è più diffuso. Quasi che si possa essere poveri e possidenti. La buona notizia è che l’evasione fiscale va scendendo (da qualche anno), la cattiva notizia è che nel 2021, fra reddito e previdenza, gli evasori portavano via alla collettività la bellezza di 83,6 miliardi. Come si è ottenuta la diminuzione, se tutti quelli che passano dal governo vogliono riformare il fisco, affermando che non funziona? Grazie ai pagamenti digitali, grazie alla fatturazione elettronica. Tutta roba cui taluni si opposero, in nome di non si sa quale libertà, ma tutta roba gradita dalle persone oneste.

Allora, mettiamo la patrimoniale? Le patrimoniali ci sono già, talune pure mascherate. Una patrimoniale secca e seria andrebbe messa sugli immobili pubblici, affinché siano venduti e i proventi usati per abbattere il debito. In quanto al resto, per gli onesti che pagano il nostro è un Paese in cui la pressione sui redditi è troppo alta e quella sul patrimonio bassa. Siamo anche passati dalla follia del bonus 110%, che è stata una elargizione patrimoniale a beneficio dei ricchi. Non ci sarebbe nulla di male nel pensare di cambiare un po’ il cocktail, specie a fronte di un debito accumulato nel mentre si accumulava patrimonio. Ma mai e poi mai si potrà fare nulla di sensato ed equo fin quando si faranno le campagne elettorali promettendo più spesa pubblica, fin quando si farà opposizione strillazzando a ogni taglio, fin quando si penserà che indebitarsi ulteriormente sia un diritto senza costo. Finché dura questa tragi-farsa l’iniquità sarà consustanziale al sistema.

La Ragione

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L’antisemitismo alla base dell’antisionismo


Ricondurre la levata di scudi delle società occidentali contro Israele alla sproporzione della reazione militare decisa da Benjamin Netanyahu è un errore: il sentimento preesiste, le bombe israeliane sono solo l’occasione per dargli voce. Il sentimento ha

Ricondurre la levata di scudi delle società occidentali contro Israele alla sproporzione della reazione militare decisa da Benjamin Netanyahu è un errore: il sentimento preesiste, le bombe israeliane sono solo l’occasione per dargli voce. Il sentimento ha un nome: antisemitismo.

L’antisemitismo è un sentimento antico la cui eco risuona nell’animo di ciascuno di noi. I più forti lo respingono con la ragione, i più deboli vi cedono con la pancia. Ma prima o poi tutti, anche chi non ne ha contezza, devono farci i conti. In Europa nasce nel Medioevo per motivi religiosi in seno alla Chiesa cattolica, in epoca contemporanea veste abiti politici occasionali: le teorie della razza (nate non in Gemania, come molti credono, ma in Francia col marchese de Gobineau), i diritti umani, il terzomondismo, l’antiamericanismo, l’anticapitaliamo…

L’antisemitismo emerge prevalentemente nei momenti di crisi, crisi economica e/o politica: quando il malessere sociale è forte, il sistema istituzionale debole e la paura diffusa. Gli ebrei come capro espiatorio, la loro discriminazione come lavacro identitario, il loro sacrificio come rituale di purificazione. Capita agli ebrei e non ad altri perché quella ebraica è l’unica comunità tendenzialmente chiusa e professa l’unica religione sostanzialmente contraria al proselitismo. Gli ebrei sono i diversi per eccellenza. Una diversità che offende, insospettisce, preoccupa.

Nella civilissima Harvard, università d’eccellenza statunitense, 34 associazioni studentesche hanno preso posizione contro lo Stato ebraico, giudicato “l’unico responsabile” della barbarie di Hamas, sin dalla sera del 7 ottobre, quando ancora Israele era sotto choc e non aveva reagito.

Nei campus e nelle città americane, le aggressioni fisiche nei confronti degli ebrei sono aumentate del 337%. Le bombe molotov contro le sinagoghe a Berlino, i quasi mille attacchi antiebraici in Francia, le 460 aggressioni verbali e fisiche registrate in Italia, la manomissione delle pietre d’inciampo a Roma e in tutte le capitali europee… Atti, evidentemente, antisemiti. Perché è questo l’unico caso nella Storia in cui la più che legittima critica politica ad uno Stato si accompagna di regola, nei paesi occidentali, all’aggressione fisica e verbale di singoli connazionali che di quello Stato condividono la cultura e la religione. Con i russi, per dire, oggi non capota. E non capitava neanche con i cittadini del bocco sovietico aI tempi della Guerra Fredda. Capita solo, ma guarda un po’, con gli ebrei. Gli ebrei in quanto tali, non in quanto israeliani.

Interessa nulla, alle élite occidentali, delle decine di popoli a cui stati forti, alcuni dei quali con imperitura vocazione imperiale (la Cina, la Russia, la Turchia) negano con la violenza il diritto a farsi Stato. Interessa solo la causa palestinese. E interessa perché, nella retorica, a coartare i diritti dei palestinesi non è uno Stato qualsiasi, ma lo Stato “ebraico”.

Su pressione dell’Unione Sovietica, noto paladino dei valori liberaldemocratici e del principio dell’autodeterminazione dei popoli, nel 1975 l’Assemblea generale dell’Onu approvò a larga maggioranza la risoluzione 3379 che equiparava il sionismo al razzismo. Tesi ripresa oggi dalla piattaforma politica di Black Lives Matter negli Stati Uniti, così come, nella sostanza, dal Tribunale penale internazionale dell’Aja, quello che nei giorni scorsi ha attribuito ad Israele intenti genocidari. Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha condannato 95 volte la democrazia israeliana; poche, pochissime volte i regimi cinese, iraniano, turco, venezuelano o saudita. Al vertice di Durban del 2001 i palestinesi sono stati definiti vittime del “razzismo israeliano”. Tesi, oggi, largamente diffusa.

Diceva Martin Luther King che “se c’è l’hai con Israele sei antisemita”. Affermazione eccessiva, ma spesso, molto spesso fondata.

Huffington Post

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Aspettando il vertice Nato di Washington, Kyiv ringrazia la Difesa italiana


Cooperazione militare e condivisione delle esperienze. Questi i principali temi trattati nel corso del colloquio telefonico tra il capo di Stato maggiore della Difesa italiana, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, e il comandante in capo delle Forze armate

Cooperazione militare e condivisione delle esperienze. Questi i principali temi trattati nel corso del colloquio telefonico tra il capo di Stato maggiore della Difesa italiana, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, e il comandante in capo delle Forze armate ucraine, il generale Valerij Zaluzhnyj, reso noto dallo stesso ufficiale ucraino. Tra i temi trattati nel corso della telefonata, il comandante della difesa di Kiev ha invitato l’ammiraglio italiano a visitare l’Ucraina, oltre a invitare le Forze armate del nostro Paese a “lavorare insieme” a quelle ucraine. Naturalmente, al centro del colloquio si è parlato anche di attrezzature militari, anche alla luce della recente autorizzazione italiana alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina. I due ufficiali hanno infatti discusso della manutenzione dell’attrezzatura militare fornita dall’Italia nell’ambito di pacchetti di aiuti, con il generale Zaluzhnyj che ha ringraziato Cavo Dragone e l’Italia per il completo sostegno contro l’invasione russa.

L’incontro dei capi di Stato maggiore della Nato

Il colloquio arriva, tra l’altro, alla vigilia del vertice dei capi di Stato maggiore delle Difese dei Paesi Nato nell’incontro del Comitato militare dell’Alleanza a Bruxelles, presieduto dall’ammiraglio Rob Bauer (che verrà sostituito proprio dall’ammiraglio Cavo Dragone a partire da gennaio 2025). L’incontro, tra l’altro, vedrà la partecipazione anche del capo della Difesa svedese, il generale Michael Claesson, oltre che dal vice segretario generale della Nato, Mircea Geoană, del Comandante supremo alleato in Europa (Saceur), il generale Usa Christopher Cavoli, e dal Vice comandante supremo Alleato per la trasformazione (Dsact), generale Chris Badia. Il vertice sarà importante anche perché, per la prima volta, i capi di Stato maggiore alleati si incontreranno per la prima volta in un formato di Consiglio Nato-Ucraina, nel corso del quale dialogheranno con le controparti di Kiev per fare il punto sullo stato dell’aggressione russa all’Ucraina, della situazione sul campo e del continuo sostegno garantito dalla Nato e dai singoli Paesi Alleati all’Ucraina.

Verso il vertice di Washington

Al centro dei temi discussi dal vertice ci saranno inoltre i progressi compiuti verso l’attuazione dei piani adottati al Vertice di Vilnius nel luglio 2023 e le capacità industriali di difesa complessive dei Paesi alleati. Altri argomenti centrali saranno la pianificazione operativa e la necessità di potenziare gli attuali livelli di difesa e deterrenza, concentrandosi su fattori abilitanti quali le operazioni multidominio, le strutture di comando e il controllo, l’interoperabilità e il continuo miglioramento delle capacità qualitative e quantitative dei sistemi a disposizione. Uno dei temi principali che i capi di Stato maggiore discuteranno sarà la Difesa integrata aerea e missilistica, insieme a ulteriori indicazioni e orientamenti sulla deterrenza militare e sulle priorità di difesa della Nato, soprattutto in vista della ministeriale Difesa che si terrà a febbraio e del Vertice di Washington D.C. a luglio, che tra l’altro festeggerà i 75 anni dell’Alleanza.


formiche.net/2024/01/vertice-n…

La ricetta liberale di Einaudi contro le diseguaglianze


Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l’economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d’Italia,

Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l’economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d’Italia, ministro del bilancio e Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, è ripercorrerne il lascito ideale che emerge dagli scritti di economia, politica e filosofia. Analizzare le sue idee e rivolgerle al presente fa emergere l’attualità del suo pensiero. Partiamo dalla questione più dibattuta di questo periodo, la diseguaglianza. La diseguaglianza dovuta al merito è accettabile? Nella nostra società si produce per motivi legati al talento e all’impegno o per fattori esterni come la famiglia o l’intervento ottuso dello Stato e delle corporazioni? È comunque desiderabile limitarla? Per ragioni etiche o di efficienza del sistema economico?

Einaudi ha sempre inquadrato la sua visione nell’ottica della libertà. In questo senso era crociano, in quanto la libertà era vista come l’obbiettivo cui tendeva l’umanità e il liberismo era l’insieme delle teorie economiche per raggiungerla in modo efficiente. Tale sistema di pensiero, però, non implicava l’adesione ad un laissez-faire senza vincoli così come lo descriveva Croce (sul fatto che sia mai esistito questo famoso laissez-faire ci sarebbe da discutere. ma transeat). Lo statista di Dogliani, infatti, sulle orme di Adam Smith riteneva che lo Stato liberale avesse alcune funzioni essenziali come il mantenimento della pace interna ed esterna, la giustizia, le opere pubbliche, l’istruzione. In generale «lo Stato interviene per fissare le norme di cornice entro le quali le azioni degli uomini possono liberamente muoversi; non ordina come gli uomini debbono comportarsi nella loro
condotta quotidiana». È altrettanto vero, però, che se il criterio di giustizia operante nel mercato è quello del merito, per il quale ciascuno viene retribuito in proporzione all’apporto che dà alla produzione, è necessario che la competizione tra individui sia equa. Il modo per assicurare l’equità è la riduzione della disuguaglianza dei punti di partenza. Einaudi non era un’utopista, sapeva che una completa uguaglianza non sarà mai possibile: talento, capacità fisiche, ambiente di crescita incidono comunque sulle chance delle persone.

A meno che si voglia procedere ad una trasformazione distopica della società che si può trovare in alcuni romanzi in cui si costringono i belli a diventare brutti come in Harrison Bergeron di Kurt Vonnegut, bisogna intervenire in modo ragionevole. In Einaudi questo si traduce nella possibilità di accesso per tutti all’istruzione: «L’ente pubblico dovrà, fra l’altro, gradualmente provvedere a fornire ai ragazzi istruzione elementare, refezione scolastica, vestiti e calzature convenienti, libri e quaderni e ai giovani volenterosi, i quali diano prova di una bastevole attitudine allo studio, la possibilità di frequentare scuole medie ed università a loro scelta senza spesa». L’educazione potrà essere impartita da scuole pubbliche e private in competizione tra loro. L’economista si spinge ad ipotizzare un reddito minimo (il che può voler dire erogazioni in denaro o prestazioni di welfare, «l’estensione del campo dei servizi pubblici gratuiti»): «Il minimo di esistenza non è un punto di arrivo, ma di partenza: un’assicurazione data a tutti perché possano sviluppare le loro attitudini». È chiara la differenza con il reddito di cittadinanza all’amatriciana: si parla di un’associazione per sviluppare le attitudini, non per evitare il lavoro. Persino la pensione di vecchiaia è vista come atta a incoraggiare il risparmio.

Inoltre, Einaudi si rende conto che l’uguaglianza «nel punti di partenza» è ostacolata dal corporativismo che limita l’accesso alle professioni e nelle attività economiche (taxisti, balneari, notai: suona familiare?) e dalle situazioni di monopolio limitative della concorrenza (che per Einaudi è il vero motore dell’innovazione e della ricchezza) nonché l’emergere di nuove imprese che ovviamente redistribuiscono il reddito in modo efficiente. Interessante è un’ulteriore considerazione molto attuale vista l’emersione dei cosiddetti “super-ricchi” (i Musk, Zuckerberg e Bezos della situazione, oltre agli oligarchi dei regimi autoritari). Einaudi, difatti, riteneva che si potessero avvicinare i punti di partenza «secondo due linee: una è quella dell’abbassamento delle punte; l’altra quella dell’innalzamento dall’alto». Di qui la preferenza, pur all’interno di un regime di tassazione bassa e non opprimente, per le imposte di successione. Questa veloce panoramica mi sembra significativa di come il grande economista liberale avesse un approccio realista e riformista anche sulla diseguaglianza, sempre avendo in mente che il bene supremo da conservare era la libertà.

Affari & Finanza, Repubblica

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Consegnate le borse di studio della Scuola di Liberalismo – Gazzetta del Sud


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