“Colpevoli e vincenti”: alla FLE presentato il nuovo libro di Davide Giacalone, con Gelmini e Paita


“Colpevoli e vincenti. Gli occidentali contro se stessi” è il titolo del nuovo libro del direttore de La Ragione, Davide Giacalone. Il volume, edito da Rubbettino, è stato presentato questa sera nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi. “Viviamo

“Colpevoli e vincenti. Gli occidentali contro se stessi” è il titolo del nuovo libro del direttore de La Ragione, Davide Giacalone. Il volume, edito da Rubbettino, è stato presentato questa sera nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi. “Viviamo nell’area più ricca, libera, sana e longeva del mondo. Eppure non si sente che parlare delle colpe occidentali, del declino, della soccombenza, della debolezza, della povertà”, ha detto Giacalone. “Ma c’è una radice profonda, in quell’antioccidentalismo degli occidentali, e va cercata nella paura della libertà, che comporta sempre una collettiva e personale responsabilità. Molti orfani delle ideologie novecentesche non apprezzano la libertà di sognare e realizzare, ma tremano alla mancanza delle false certezze. Senza le quali si vive assai meglio”.

Dopo i saluti introduttivi del presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, la senatrice di Azione, Maria Stella Gelmini, e la senatrice di Italia Viva, Raffaella Paita, hanno dato vita a un dibattito sui temi affrontati dal libro, moderate dal vicedirettore del TgLa7, Andrea Pancani.

“Ringrazio la Fondazione Einaudi e Davide Giacalone per questo libro, che ci aiuta molto perché ci dà le ragioni delle conquiste che l’occidente ha conseguito negli anni e prova, forte di questa consapevolezza, ad affrontare le sfide del presente e del futuro”, ha detto Gelmini. “Dobbiamo recuperare l’orgoglio e la consapevolezza di queste conquiste, abbandonare i populismi e riscoprire la complessità. Oggi abbiamo un appuntamento con la storia, a partire dall’Ucraina. Non si possono interrompere gli aiuti, è una battaglia fondamentale che vede di fronte la democrazia contro le autocrazie. Per troppi anni ci siamo occupati solo di politica interna e ora la politica estera ci presenta il conto: l’Ucraina, il Medio Oriente, quello che succede in Iran, tutto si tiene. Dobbiamo ripartire e riscoprire la fatica della democrazia, e dobbiamo farlo attraverso il riformismo. Ristabilire un nuovo patto di fiducia con gli elettori creando uno spartiacque tra riformisti e populisti, ovvero chi banalizza e cavalca soltanto le paure”.

Per Raffaella Paita, quello di Giacalone “è un libro di amore e di speranza verso l’occidente”, oggi però “un grande sistema burocratico si è mangiato questa speranza”. Il problema più profondo che abbiamo”, ha detto, “è quello di essere arrivati ad avere una società con logiche autorefenziali che non riesce a raggiungere i suoi obiettivi di cambiamento. E l’occidente ha rinunciato al suo primato culturale. La cancellazione della cultura è un elemento sul quale dobbiamo discutere e dobbiamo farlo in termini spietati. La sfida più importante che abbiamo davanti è quella di una grande riforma istituzionale dell’Europa, una sfida che dobbiamo legare alla competizione elettorale che avremo tra pochi mesi”.

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Natali


Natale è Natale, non è la “festività di fine anno”. Molti anni prima che a qualcuno venisse la bislacca idea di assegnare a una ricorrenza il malevolo significato di volere discriminare quanti non vi si riconoscono, molto tempo prima che il politicamente

Natale è Natale, non è la “festività di fine anno”. Molti anni prima che a qualcuno venisse la bislacca idea di assegnare a una ricorrenza il malevolo significato di volere discriminare quanti non vi si riconoscono, molto tempo prima che il politicamente sciocco pretendesse i panni del corretto, i cultori della festività religiosa lamentavano la sua desacralizzazione e la sua riduzione a festa dei consumi e dei regali. Agli uni e agli altri vada un mesto pensiero.

Due cose, però, sono giunte a ricordarci che il problema non è archiviato. Due cose accadute in due diversi e lontani palazzi istituzionali. Il presidente francese ha invitato all’Eliseo il rabbino capo di Francia perché colà accendesse la prima luce di Hanukkah, festività ebraica che ricorda la riconsacrazione del Tempio nel II secolo avanti Cristo (taluni pretendono non si scriva neanche «avanti Cristo», discriminatorio). Considerata la stagione che viviamo e il riemergere del ripugnante antisemitismo, ha fatto bene. Hanukkah non è il “Natale ebraico”, ma non è privo di significato che, nel tempo, le principali festività religiose tendono a convergere nei calendari, così come fece il Natale cristiano con le ricorrenze dell’impero romano e pagano. Non di meno ne è nata una polemica, perché in Francia la laicità è consustanziale alla Repubblica e quella luce è stata accesa nel palazzo presidenziale.

A Monfalcone c’è il problema opposto: i musulmani non hanno un luogo dove riunirsi e pregare, non c’è una moschea. Lo hanno fatto all’aperto e sono stati raggiunti da una ordinanza municipale che lo proibisce. Liberi di pregare, ma lo facciano a casa propria, ciascuno per i fatti propri. Significativo che a protestare siano stati non solo i diretti interessati, ma anche i parroci delle vicinanze. Le comunità di fede sono poco frequentate e il problema che avvertono è che siano libere ma anche che attirino i fedeli, non le ordinanze. Da noi la questione dovrebbe essere stata risolta dalla Carta che diede i natali alla Repubblica, che impone di non discriminare per fedi (art. 3) e stabilisce la libertà di culto (art. 19). Ma nulla si risolve una volta per tutte e certe questioni tornano a gola. Lo Stato laico è una conquista della nostra civiltà occidentale e, per noi italiani, una acquisizione assai sofferta, che diede i natali all’Unità stessa d’Italia (Roma divenne capitale anni dopo perché il pontefice la considerava sua e, per ‘liberarla’, si dovette mandare l’esercito). Quei due articoli della Costituzione non sono una graziosa concessione agli ‘altri’, ma una potente affermazione della nostra identità. Violarli o relativizzarli non serve a combattere altre fedi, serve a distruggere noi stessi. Ditegli di smettere.

La laicità non è la cancellazione delle fedi e dei culti, ma la loro convivenza. Il che richiede una impegnativa crescita culturale, perché non subordina la fede ad alcunché ma subordina il culto e i riti al rispetto della legge. Posso pure affiliarmi a un culto che evoca sacrifici umani, ma se provo a praticarli mi mettono – giustamente – in galera. Facciamo un esempio più scomodo: si può ben stabilire che in un culto il sacerdozio sia esclusivamente maschile, ma non si può mai farne discendere, fuori dal rito, una violazione della parità senza distinzione di genere. Lo Stato laico non regola il culto, ma il culto non può negare la laicità dello Stato. Un equilibrio delicato, che può essere messo in pericolo dall’arrivo di genti che non ne hanno vissuto la sostanza fin dalla nascita, meno secolarizzate. Un equilibrio che però non si difende negando quella loro differenza, bensì chiarendo che la legge qui prevale proprio perché non nega. Ecco perché leggi e ordinanze che negassero non sarebbero contro di ‘loro’, ma contro di noi.

Quanti sostengono che non si debba dire “Natale”, in nome della inclusività e del rispetto, non sono la punta avanzata della laicità: sono gli avanzi di un fondamentalismo che ha smarrito i fondamentali.

La Ragione

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Non solo Leopard. Tutte le potenzialità dell’accordo tra Leonardo e Knds


Un’alleanza strategica per la difesa terrestre, in vista dei grandi programmi per i veicoli da combattimento del futuro. Questo il risultato della firma, presso la sede del Segretariato generale della Difesa, dell’intesa per lo sviluppo di una collaborazi

Un’alleanza strategica per la difesa terrestre, in vista dei grandi programmi per i veicoli da combattimento del futuro. Questo il risultato della firma, presso la sede del Segretariato generale della Difesa, dell’intesa per lo sviluppo di una collaborazione industriale tra Leonardo e Knds, il gruppo franco-tedesco che realizza, tra gli altri, gli obici semoventi d’artiglieria PzH 2000 (già in uso presso il nostro Esercito) nonché i carri armati Leopard 2A8 che a partire dal 2024 saranno acquisiti dal nostro Paese per affiancare i carri Ariete modernizzati in versione C2. Proprio sul carro Leopard, Leonardo e Knds hanno stabilito l’implementazione congiunta del programma di approvvigionamento, all’interno del quale le due aziende collaboreranno nello sviluppo, nella costruzione e nella manutenzione del Main battle tank (Mbt) per l’Esercito italiano, oltre che nelle piattaforme di supporto. L’obiettivo dell’accordo è la creazione di un Gruppo di difesa europeo, oltre al rafforzamento della collaborazione nel campo dell’elettronica terrestre.

Verso i carri del futuro

Oltre ai programmi già in corso, l’alleanza strategica tra i due giganti ha come orizzonte la collaborazione sui programmi di sviluppo per i mezzi corazzati del futuro. L’accordo consentirà di implementare programmi di collaborazione tra le nazioni europee attraverso il rafforzamento delle proprie basi industriali e lo sviluppo della futura generazione di piattaforme per veicoli blindati, tra le quali l’Mgcs (Main ground combat system) – progetto franco-tedesco dal quale l’Italia è rimasta finora esclusa – e ha l’obiettivo congiunto di accrescere ulteriormente le capacità di produzione e sviluppo in Italia e di utilizzarle per futuri progetti europei e di export. L’iniziativa si inserisce nella consapevolezza, più volte segnalata anche dai vertici della Difesa, che nessun Paese europeo può farcela da solo quando si tratta di programmi d’armamento di prossima generazione. Il livello tecnologico raggiunto da tutte le piattaforme, tra cui spicca la necessaria digitalizzazione e integrazione dei singoli sistemi all’interno del più grande e complesso scenario multidominio, richiedono infatti lo sforzo congiunto di più Paesi al fine di avere strumenti efficaci e sostenibili. Questa dimensione, inoltre, per quanto riguarda il settore terrestre, non si limita ai soli carri armati, investendo direttamente anche i veicoli blindati per la fanteria, così come i sistemi di difesa contraerea terrestri e le piattaforme elicotteristiche per il supporto alle forze di terra.

Nel solco del Dpp

L’intesa raggiunta tra Leonardo e Knds, inoltre, è pienamente in linea sia con quanto previsto dal Piano di azione recentemente siglato dai governi di Italia e Germania, nel quale la cooperazione in materia di difesa rappresenta uno dei pilastri fondamentali della relazione tra Roma e Berlino, sia con il Documento programmatico della Difesa 2023-2025 presentato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, il quale si concentra soprattutto nel potenziamento della capacità di combattimento pesante dell’Esercito. Quello che emerge dai numeri e dalle impostazioni del Dpp, infatti, è lo sforzo di ammodernamento e potenziamento dello strumento militare, chiamato ad affrontare il ritorno della sfida convenzionale nell’orizzonte delle minacce, e per la quale le Forze armate devono essere messe nelle condizioni di affrontarla. Uno sforzo che segue anni di focus sui conflitti a bassa intensità e operazioni di contro-insorgenza. Tra i principali gap individuati, e da tempo segnalati dall’intero comparto militare, c’è l’adeguamento della componente pesante delle forze di terra in ogni sua parte, che infatti registra la maggior parte dei programmi di previsto avvio (budget complessivo di quattro miliardi e 623 milioni), a cominciare dall’acquisto dei carri armati da battaglia Leopard 2 e dai veicoli da combattimento per la fanteria Aics (Armored infantry combat system), che dovranno sostituire i Dardo. Due programmi che insieme valgono circa dieci miliardi di euro.

Verso un polo terrestre?

Sulle collaborazioni industriali quale strumento per il rafforzamento della difesa europea è intervenuto di recente anche lo stesso ministro della Difesa, che intervenendo al Forum Adnkronos al palazzo dell’Informazione, registrava come proprio nel settore terrestre l’Italia avrebbe potuto giocare un ruolo da protagonista. Crosetto ha infatti sottolineato come tutti i governi abbiano fatto “interventi che consentono all’Italia di avere un potenziale investimento che permette alla nostra industria di consolidarsi e fare alleanze europee”. Proprio riferendosi alla scelta del carro armato tedesco Leopard, il ministro aveva auspicato la “potenziale creazione di un polo terrestre italo-franco- tedesco”. L’accordo siglato da Leonardo e Knds, allora, potrebbe proprio rappresentare il primo significativo passo verso questo scenario.


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L’Italia fa sistema sull’underwater. Nasce il Polo per la subacquea


Un modello unico, di lavoro sinergico, che mette insieme ministeri, industrie, università ed enti di ricerca sulla nuova dimensione strategica dell’ambiente sottomarino. Così il capo di stato maggiore della Marina militare, l’ammiraglio Enrico Credendino,

Un modello unico, di lavoro sinergico, che mette insieme ministeri, industrie, università ed enti di ricerca sulla nuova dimensione strategica dell’ambiente sottomarino. Così il capo di stato maggiore della Marina militare, l’ammiraglio Enrico Credendino, ha definito il Polo nazionale della dimensione subacquea, inaugurato a La Spezia presso il Centro di supporto e sperimentazione navale della Marina nel corso di una cerimonia che ha visto partecipare i vertici dell’esecutivo interessati alla nuova dimensione, con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il ministro per le Politiche del mare, Nello Musumeci. La nuova realtà, connotata da una marcata cooperazione tra strutture specialistiche della subacquea, dovrà fungere da incubatore delle tecnologie per la sicurezza del dominio sottomarino con le sue infrastrutture critiche, dalle dorsali dei dati ai gasdotti. Il centro, sotto l’egida della Marina militare, vede la partecipazione anche di Fincantieri e di Leonardo, che tra l’altro a ottobre hanno firmato un’intesa per la cooperazione nel dominio underwater puntando alla creazione di start up dedicate al nuovo dominio, sfruttando anche la vicinanza del Centre for maritime research della Nato. A ottobre 2024, come anticipato dall’ammiraglio Credendino, si terrà a Venezia un simposio internazionale tra le marine di ottanta Paesi dedicato al mondo subacqueo in cui il Polo sarà presentato a livello internazionale dopo un anno di rodaggio.

Il Polo di La Spezia

Come registrato dal ministro Crosetto, “molti interessi vitali del Paese si sviluppano sotto la superficie del mare” e la dimensione subacquea è una “dimensione strategica” nella quale la Difesa vuole svolgere il ruolo di “catalizzatore per riunire competenze e creare sinergie Istituzioni e privato”. Come spiegato dall’inquilino di Palazzo Baracchini, infatti, “comunicazioni internet ed energia passano sui fondali; le terre rare che sfrutteremo in futuro sono sotto il mare e dal mare arriveranno le risorse agricole per sostenere l’umanità nel futuro”. Ecco allora l’importanza di assicurare la difesa di questa dimensione e il ruolo del Polo nazionale, che riunirà “le migliori energie industriali, militari e universitarie italiane per creare un humus che consenta di ottenere risultati ancora migliori rispetto a quelli odierni, che già ci vedono ai primi posti nel mondo”. Un progetto nel quale sia la Difesa sia gli altri ministeri hanno intenzione di investire nei prossimi anni, perché diventi “uno dei pilastri sui quali costruire il futuro tecnologico del nostro Paese e il nostro peso in un ambiente rilevante come quello sottomarino”, ha detto ancora Crosetto. Nell’ottica della Difesa, inoltre, il Polo fa parte di una strategia più ampia che investirà la base di La Spezia. L’arsenale ligure, attivo del 1869, ha visto progressivamente ridimensionare il proprio ruolo operativo a seguito dei cambiamenti negli scenari tecnologici e politici. L’ambizione della Difesa, allora, è quello di costruire qui “l’arsenale del futuro, con un intervento da un miliardo di euro”.

La ricchezza della Blue economy

Come sottolineato dal ministro Musumeci, “la dimensione subacquea deve diventare un’opportunità per l’uomo prima ancora che per la ricchezza di una nazione, e questa sfida si vince soltanto facendo rete”. Il settore stesso, del resto, fa parte di quella cosiddetta Blue economy che, da sola, già vale il 9% del Pil nazionale. Il ministro è anche ritornato sull’importanza del Piano nazionale del mare e del Comitato interministeriale per le politiche del mare. Sul tema, del resto, il ministro era intervenuto anche in occasione dell’evento organizzato da Fincantieri e Formiche, dedicato proprio all’underwater. Nell’occasione, Musumeci aveva registrato come, per far crescere il settore, bisognasse partire dalla “consapevolezza che serve costruire un piano strategico per il futuro, mettendo insieme più dimensioni come, ad esempio, l’uso delle tecnologie spaziali a sostegno delle attività in mare”. Da qui l’importanza dell’approvazione del Piano per il mare, orientato a colmare alcune lacune soprattutto dal punto di vista normativo che regolavano le attività del settore.

L’importanza della sinergia industriale

Il Polo nazionale per la subacquea vedrà soprattutto la cooperazione tra i due grandi campioni industriali nazionali, Fincantieri e Leonardo. Alla base della cooperazione, che a La Spezia vede il suo consolidamento, c’è l’accordo che le due società hanno stretto a ottobre. In quel frangente gli amministratori delegati delle due società, Pierroberto Folgiero e Roberto Cingolani, avevano sottoscritto un memorandum d’intesa il cui obiettivo è quello di mettere insieme le capacità di entrambi e mettere a fattor comune le sinergie delle due società per rafforzare le capacità di ricerca e innovazione nel settore sottomarino. Nello specifico, l’accordo impegna le due società a sviluppare insieme una rete di piattaforme e sistemi di sorveglianza, controllo e protezione delle infrastrutture critiche e aree marittime subacquee, per rispondere alle esigenze indicate a livello nazionale e nell’ambito di iniziative europee. L’accordo, dunque, copre gli ambiti più disparati del nuovo dominio underwater, dalla protezione di reti strategiche sottomarine, cavi, dorsali di comunicazione e infrastrutture offshore, sistemi di allerta da minacce sottomarine, nonché la messa in sicurezza delle attività di prospezione, sea-mining ed estrattive sul fondale del mare per l’accesso a risorse minerarie preziose. In particolare, Leonardo e Fincantieri lavoreranno insieme per sviluppare soluzioni all’avanguardia per i cosiddetti droni sottomarini, e la loro integrazione delle unità navali, che saranno i grandi protagonisti dello spazio sottomarino.


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MeStrazio


Anche solo ripeterlo è diventato un noiosissimo strazio, quindi proviamo a prendere la cosa da un altro punto di vista: pare che nessuno si proponga di votare contro la riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Nessuno conduce una battaglia affinché si

Anche solo ripeterlo è diventato un noiosissimo strazio, quindi proviamo a prendere la cosa da un altro punto di vista: pare che nessuno si proponga di votare contro la riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Nessuno conduce una battaglia affinché sia apertamente bocciato, mentre le bizze di taluni inducono la maggioranza a scantonare e posticipare quel che un giorno dovrà approvare. Una sontuosa dimostrazione di debolezza politica. Messa in scena nel momento meno opportuno, quello in cui si negozia il Patto di stabilità e crescita. Non è un totem, dice Meloni, ma uno strumento. Giusto, basta non darselo sulle ginocchia e che non sia un totem lo dica ai suoi alleati ideologizzati.

Volere bocciare il Mes e la sua riforma sarebbe legittimo. Io penso l’opposto, ma è evidente che si possono valutare diversamente le cose. Però nessuna forza politica propone di portare quel testo in Aula e votare contro perché dovrebbe prima farsi le boccacce allo specchio.

Il Mes fu negoziato e approvato – nel 2011 – dal governo Berlusconi, poi ratificato con una maggioranza comprendente il centrodestra. Vale a dire quelli che si sono messi a dire che il Mes era il demonio. Il che è falso, ma se fosse vero loro ne sarebbero i responsabili. Mentre l’ultima riforma del Mes, quella che ora va ratificata, è stata negoziata dal governo Conte 1, con il determinante sostegno della Lega. Questi i fatti. Se poi non si è votato per ratificarlo è perché la Lega della stagione putiniana e dell’uscita dall’euro e dall’Europa aveva impresso tale torsione all’intera destra (Meloni compresa) e la sinistra, nel frattempo alleatasi con i pentastellati, era già il regno del tentennare. Poi venne il governo Draghi, ma la ratifica è di competenza parlamentare e il frammischione di propaganda e trasformismo suggerì a ciascuno di evitare il voto. Ed eccoci qui: votare contro il Mes, per la destra, sarebbe votare contro sé stessa, ma votare a favore significa votare contro le bubbole che ha raccontato, quindi preferiscono non votare. Ridicolo.

Lo strazio, a un certo punto, dovrà finire. Se la maggioranza tarderà ancora a votare a favore della ratifica non avrà fatto altro che prolungare lo spettacolo della viltà. Se voterà contro avrà fatto cadere l’impalcatura su cui si regge il governo Meloni. Cosa faranno le opposizioni non è poi così rilevante ma – ove mai intendano fare politica, uscendo dalla seduta di psico-partitismo – farebbero bene ad annunciare (in realtà avrebbero dovuto farlo già mesi addietro): noi voteremo a favore, il governo non corre alcun rischio, se non si arriva al voto è soltanto perché la maggioranza è spaccata. Piuttosto facile ma, appunto, richiederebbe il far politica.

Vabbe’, il MeStrazio finirà. Il suo solo esito è un indebolimento del governo, perché chi non sa come fare quel che sa di dovere fare non consegna di sé un’immagine accattivante e confortante. Suggerimmo di farlo a Ferragosto, ora c’è Natale, poi l’Epifania che tutti i rimpiatti si porta via. Ma il resto rimane.

Il negoziato per la riforma del Patto di stabilità e crescita approderà a un compromesso, non essendo sensato immaginare un ritorno in funzione del vecchio e meschino prolungarne la sospensione. Quale che sia il punto di compromesso, poi conteranno la realtà e la sua misurabilità: il 2024, nel frattempo cominciato, renderà necessario un aggiustamento dei conti, senza il quale il peso percentuale del debito pubblico sul Prodotto interno lordo salirebbe anziché scendere, mentre la crescita economica – senza la quale i conti non si aggiustano mai – richiederà l’accompagnarsi della spesa reale dei soldi Pnrr (in investimenti che comportino sviluppo) alle riforme già concordate e fin qui ferme. Compresa quella che comporta un vigoroso e opportuno contenimento dell’evasione fiscale.

Sono cose non facili e non indolori. Per questo è grottesco incartarsi sul Mes, ovvero sul nulla. Un meccanismo la cui sola novità consiste in un fondo a garanzia degli europei che hanno un conto in banca, cioè quasi tutti. È bello avere un governo con il coraggio di sostenere l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, lascia sbalorditi che lo stesso ostacoli il proprio ingresso nella serietà.

La Ragione

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Sabino Cassese – Il governo dei giudici


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Onu, Nato, Ue e industria. I pilastri della sicurezza globale per Crosetto


Di fronte alle sfide geostrategiche che caratterizzano lo scenario internazionale attuale, la collaborazione internazionale sarà cruciale, a partire dalle principali organizzazioni e alleanze come l’Onu, la Nato e l’Unione europea. Questo è il cuore della

Di fronte alle sfide geostrategiche che caratterizzano lo scenario internazionale attuale, la collaborazione internazionale sarà cruciale, a partire dalle principali organizzazioni e alleanze come l’Onu, la Nato e l’Unione europea. Questo è il cuore della riflessione fatta dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenendo al Forum Adnkronos al palazzo dell’Informazione, nel corso della quale l’inquilino di palazzo Baracchini ha fatto un punto generale sulle principali sfide che attendono la Difesa del nostro Paese, sia nella sua aera geografica di competenza, sia nella costruzione di un ecosistema di sicurezza globale che veda l’Italia tra i protagonisti.

La situazione in Medio oriente

Il ministro è partito proprio dalla crisi in Medio oriente, che vede il nostro Paese impegnato in prima fila nel percorso verso una soluzione al conflitto. L’Italia, del resto, è il primo Paese contributore di truppe, con circa 1200 militari, alla missione Unifil al confine tra Israele e Libano, e l’Italia si sta prodigando attivamente attraverso la presenza di nave Vulcano della Marina militare, con a bordo personale sanitario delle Forze armate, e il prossimo invio di un ospedale da campo a Gaza. Sul tema, il ministro è tornato a chiedere un maggior coinvolgimento delle Nazioni Unite, sottolineando come in futuro “o l’Onu riacquisisce una centralità o non abbiamo un altro organismo multilaterale nel quale dirimere divergenze così ampie”.

Il coinvolgimento Onu

Crosetto, infatti, ha sempre ribadito che per arrivare a una soluzione nella regione sarà fondamentale sia il coinvolgimento degli attori locali, come i Paesi arabi del Medio oriente, a cui deve aggiungersi un coinvolgimento coordinato globale. “È una cosa di cui deve farsi carico la comunità internazionale” ha sottolineato Crosetto, indicando nell’Onu l’unico organismo in grado di garantire questo coordinamento. “Si fa il fuoco con la legna che si ha, e l’unica legna che abbiamo per accendere il fuoco della pace è l’Onu”, ha ribadito Crosetto, ritornando sulla possibilità, già espressa nel corso della sua recente visita al Palazzo di Vetro a New York, di stabilire una presenza Onu a Gaza, dal momento che “non vedo una forza palestinese esterna ad Hamas che sia in grado di garantire l’ordine”. L’idea del ministro, allora, è una “forza Onu dove ci sia una maggioranza di Paesi arabi” alla quale, se vorranno, potranno partecipare anche i Paesi occidentali, e alla quale l’Italia è disponibile a contribuire, come già espresso da Crosetto nell’incontro con il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

L’ombra russa sui Balcani

Altra direttrice di instabilità viene dal fianco orientale, con la minaccia rappresentata dalla Russia, che il ministro ha sottolineato come sia più vicina di quanto si possa immaginare. È nei Balcani, infatti, che la crescente influenza di Mosca sta contribuendo a destabilizzare i già fragili equilibri regionali, in particolare il delicato rapporto tra Serbia e Kosovo. In questo settore, ha ribadito il ministro “non si può fare il tifo per uno o per l’altro e l’approccio italiano, che ha incarnato benissimo il ministro Antonio Tajani fino a ora, è di un’Italia che ha previsto per entrambe un percorso che le porti in Europa allo stesso modo, e che dice a tutte e due di applicare le risoluzioni che riguardano l’una e l’altra in modo da fare passi avanti”. La questione è strategica per Crosetto, secondo il quale “non possiamo spingere la Serbia verso la Russia, sarebbe una follia”, facendo l’esempio anche di altri Paesi come Arzerbaigian o Kazakistan, il cui isolamento li porterebbe lontani dall’Occidente. “Serve un approccio pragmatico – ha detto il ministro – ma manca un approccio europeo più uniforme”. L’obiettivo, infatti, è “il percorso verso l’Europa” che “deve legare entrambe, il comune punto di arrivo deve essere l’Europa”.

Verso una Difesa europea

In questo quadro, allora, servirebbe una difesa comune europea, il cui orizzonte però resta ancora lontano. “Per parlare di esercito comune europeo bisognerebbe parlare di qualcosa di diverso dalle forze armate nazionali, e per costruirlo ci vogliono venticinque, trent’anni” ha infatti riferito Crosetto. Bisogna allora agire diversamente, e un modo “più semplice per avere forze armate europee” è quello di “usare il sistema della Nato: tu hai forze italiane, spagnole, francesi, inglesi e le rendi interoperabili, cioè insegni loro a lavorare insieme come se fossero la stessa cosa”. Per il ministro, ripetere lo stesso approccio in Europa è il modo migliore per arrivare ad avere veramente “forze armate europee, con un unico centro di comando e controllo, in grado di muoversi come se fossero una cosa sola”. Non un Esercito europeo tout court, ma la somma degli eserciti nazionali che diventano il pilastro di difesa europea integrato in quello della Nato. Un approccio molto più veloce, dal momento che non si avrebbe il bisogno “di cambiare completamente l’organizzazione, anche perché i tempi non ti concedono vent’anni”.

Collaborazioni industriali

Una parte consistente del rafforzamento della difesa europea, però, passa dalla sua industria, e in questo settore l’Italia può davvero giocare un ruolo da protagonista, in tutti i domini. Parlando per esempio del settore terrestre, il ministro ha sottolineato come tutti i governi abbiano fatto “interventi che consentono all’Italia di avere un potenziale investimento che permette alla nostra industria di consolidarsi e fare alleanze europee”, come dimostrato dalla scelta del carro armato Leopard, la cui selezione va nella direzione di una “potenziale creazione di un polo terrestre italo-franco- tedesco”. Ma anche negli altri comparti, dall’aeronautico al navale “non sono mai mancati gli investimenti della difesa, ma anche qui servono le alleanze” ha ribadito Crosetto, sottolineando come le aziende italiane “non possono essere rette solo dal bilancio italiano”, dovendosi basare soprattutto sull’export. In questo scenario, la nuova stagione di collaborazione tra Leonardo e Fincantieri è stata accolta con molto favore dal ministro: “Era ora! Il tema vero è quello di presentarsi insieme sui mercati internazionali, in modo che uno sfrutti la rete commerciale dell’altro”, uno sforzo che vedrà il pieno sostegno del governo, dal momento che “i grandi deal internazionali si fanno tra governi”.


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Conte evoca la questione morale, una nemesi per sé e per la Meloni


Parafrasando la celebre massima dell’intellettuale britannico Samuel Johnson sul nazionalismo, “il moralismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”. Dove per canaglie in politica si intendono i furbi, gli irresponsabili, i demagoghi. C’è da credere che Giusep

Parafrasando la celebre massima dell’intellettuale britannico Samuel Johnson sul nazionalismo, “il moralismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”. Dove per canaglie in politica si intendono i furbi, gli irresponsabili, i demagoghi.

C’è da credere che Giuseppe Conte abbia negoziato con Repubblica non solo la pubblicazione dell’odierna lettera aperta a Giorgia Meloni, ma anche il titolo: il riferimento alla “questione morale” è, infatti, un classico della demagogia grillina. Lo è ancor più per Conte, il quale, dismessi i panni sovranisti, ora per erodere voti al Pd indossa con analoga classe quelli post comunisti. Di “questione morale” (degli altri, s’intende) parlò Enrico Berlinguer nel 1981 in una celebre intervista rilasciata proprio al fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Di questione morale parla di conseguenza Giuseppe Conte.

Il leader di quel che resta del Movimento 5stelle mette in sequenza i casi Delmastro, Donzelli, Santanchè, Sgarbi, Durigon e Lollobrigida, accusa la premier di privilegiare “gli interessi dei potenti” rispetto a quelli del popolo e conclude rammaricandosi del fatto che “sempre più italiani si allontanano dalla politica, si astengono, non partecipano più alla vita democratica perché non ritengono più credibile la classe politica”. Tale mancanza di credibilità, secondo Conte, è dovuta alla restaurazione di “privilegi” che non avrebbero ragion d’essere.

Da qual pulpito, verrebbe da dire. È infatti noto che il Movimento 5stelle abbia tradito tutte le proprie istanze identitarie a base moralistica: non praticano la trasparenza, non si dimettono quando ricevono un avviso di garanzia, si spartiscono il denaro pubblico che un tempo restituivano, non rispettano la regola dei due mandati, versano ogni anno 300mila euro a Beppe Grillo di finanziamenti pubblici ai gruppi parlamentari…

“L’onestà in politica è l’ideale che canta nell’animo degli imbecilli”, scrisse il filosofo liberale Benedetto Croce. Di sicuro Conte imbecille non è: è semplicemente un demagogo, come lo fu Giorgia Meloni nel decennio trascorso all’opposizione. Fratelli d’Italia è stato infatti il partito di centrodestra che più ha predicato il pauperismo in politica, che più ha degradato a “privilegi” quelle garanzie poste dai padri costituenti a difesa della Politica e delle Istituzioni. Non a caso, i meloniani furono (naturalmente senza crederci) i più determinati sostenitori del vergognoso taglio alla rappresentanza parlamentare voluto, appunto, dal Movimento 5stelle allora guidato da Giggino Di Maio. Ora che si trova a ricoprire funzioni di governo, tocca a Giorgia Meloni incassare le accuse che Meloni Giorgia rivolgerebbe ad altri al suo posto. È la nemesi, bellezza. E prima o poi tocca tutti.

Formiche.net

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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione del prof. Giuseppe Buttà sul tema “L’epoca della secolarizzazione”


Tredicesimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua

Tredicesimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.

La tredicesima lezione si svolgerà lunedì 11 dicembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’Aula n. 6 del Dipartimento “COSPECS” (ex Magistero) dell’Università di Messina (sito in via Concezione n. 6, Messina); dell’incontro sarà altresì realizzata una diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.

La lezione sarà tenuta dal prof. Giuseppe Buttà (già Ordinario di Storia delle Dottrine politiche, Direttore dell’Istituto di Storia e Preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “L’epoca della secolarizzazione” di Augusto Del Noce.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.

Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.

Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM

Pippo Rao Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina

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Intelligenza artificial tra opportunità e rischi etici – Gazzetta del Sud


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Basso costo e intelligenza artificiale, ecco il nuovo sistema anti-drone made in Usa


L’ultima rivoluzione nella drone warfare si chiama Roadrunner. È questo il nome dato al nuovo drone da combattimento con funzioni anti-drone e anti-missile dalla sua società produttrice, la Anduril, che lo ha presentato ufficialmente la scorsa settimana.

L’ultima rivoluzione nella drone warfare si chiama Roadrunner. È questo il nome dato al nuovo drone da combattimento con funzioni anti-drone e anti-missile dalla sua società produttrice, la Anduril, che lo ha presentato ufficialmente la scorsa settimana. Dotato di un motore a reazione che gli permette di raggiungere velocità elevate (seppur subsoniche) e di un sistema di volo autonomo basato sull’intelligenza artificiale, il Roadrunner rappresenta un sistema d’arma capace di impattare profondamente sulle dinamiche del campo di battaglia, tanto sul piano operativo che su quello strategico.

Stivato dentro un apposito container di manutenzione (denominato in modo significativo “Nest”, nido), che mantiene il drone alla giusta temperatura e in uno stato di continua prontezza all’azione, una volta rilevata la minaccia il Roadrunner entra in azione decollando verticalmente per poi dirigersi verso il bersaglio. Grazie ai suoi sofisticati sensori questo sistema può prevedere la traiettoria del proiettile nemico e andarcisi a schiantare addosso, neutralizzandolo con la sua testata esplosiva.

Inoltre l’intercambiabilità della testata montata sull’apparecchio permette di impiegare il Roadrunner anche con funzioni di intelligence o di jamming, una flessibilità capace di impattare sullo svolgimento delle operazioni.

Un sistema altamente tecnologizzato, capace anche di stare in aria a lungo nell’attesa di un bersaglio, o di atterrare di nuovo in base qualora non entri in azione. Fino ad ora per difendersi da missili o sistemi aerei si ricorreva a costosi prodotti come i Patriot, certamente ancora validi. Ma il prezzo di queste armi (che si aggira tra il milione e i tre milioni di dollari a pezzo) è proibitivo, soprattutto se paragonato ai droni economici contro cui sono state usate negli ultimi anni: a titolo informativo, i “Lancet” prodotti dalla Kalashnikov hanno un costo di produzione unitario che si aggira intorno ai 35.000 dollari, gli “Shahed” iraniani costano circa 20.000 dollari a pezzo. Mentre i dirigenti di Anduril hanno dichiarato che il prezzo del Roadrunner è attualmente “a sei cifre” e che si abbasserà ulteriormente quando inizierà la produzione in scala.

“Penso che l’America debba avere il maggior numero di missili Patriot che siamo in grado di costruire, ma è impraticabile immaginare di schierare le batterie Patriot in tutti questi siti che ora sono all’interno dell’anello di minaccia” ha dichiarato Chris Brose, responsabile della strategia dell’azienda, che ha poi delineato la visione del marchio sul futuro del Roadrunner : “Vediamo molte capacità di difesa aerea che richiedono un’enorme quantità di manodopera e un’enorme quantità di lavoro manuale per integrare i sistemi e avvicinare le capacità. La nostra convinzione è che, se si combatte contro sistemi su larga scala, bisogna essere in grado di sfruttare l’autonomia per risolvere il problema”. A Brose fa eco il fondatore di Anduril Palmer Luckey, che asserisce tranchant: “Non c’è motivo per cui non si possano avere centomila Roadrunner in tutto il mondo pronti a fare le loro cose con un numero molto ridotto di persone che li gestiscono tutti”.

I due hanno anche asserito che la versione letale del Roadrunner è stata “oggetto di valutazione operativa”, ma che è vietato dire dove o se è stata impiegata. Logicamente, il primo teatro immaginabile è quello dell’Ucraina, dove, come ricorda Samuel Bendett, esperto di droni presso il Center for New American Security, potrebbe essere stato utilizzato per intercettare le numerose loitering munitions che sono diventate un modo efficace per le forze russe di colpire obiettivi ucraini stazionari. “In Ucraina sono in corso molte sperimentazioni, da entrambe le parti. E presumo che molte innovazioni statunitensi saranno costruite pensando all’Ucraina”.


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Il modello Usa per l’export militare Ue? Opportunità e rischi secondo Braghini


Una certa agitazione a Bruxelles sta inducendo l’Europa a esplorare nuove modalità di procurement e nuovi strumenti per una loro accelerazione. Le agitazioni sono legate alle difficoltà nelle forniture militari all’Ucraina, nonché alle recenti e significa

Una certa agitazione a Bruxelles sta inducendo l’Europa a esplorare nuove modalità di procurement e nuovi strumenti per una loro accelerazione. Le agitazioni sono legate alle difficoltà nelle forniture militari all’Ucraina, nonché alle recenti e significative acquisizioni off-the-shelf da parte di diversi Paesi ricorrendo allo strumento dei Foreign military sales (Fms) Usa a discapito dei sistemi prodotti nell’Ue.

La Commissione europea sembra aver mostrato interesse (e sta avviando una consultazione) per un meccanismo simile o equivalente al Foreign military sales – utilizzando il meccanismo degli accordi governo–governo o g2g – che fornisce un vantaggio competitivo agli Usa, non esiste in Europa ed è normalmente utilizzato dai Paesi membri e alleati. In estrema sintesi il tema può inquadrarsi in modo semplicistico come segue.
L’Fms ha il vantaggio di operare direttamente con l’amministrazione Usa in modo strutturato, offre condizioni favorevoli per la vendita di prodotti (economie di scala, standardizzazione), crea partnership di lungo termine per servizi di addestramento e di supporto logistico. Sono previsti anche accordi commerciali diretti con licenze di esportazione e possibilità di finanziamenti.

In pratica un cliente estero può inviare la richiesta di una specifica capacità agli Usa con la richiesta di un unico fornitore. Il governo statunitense individua la migliore opzione che sia interoperabile con la difesa a stelle e strisce, e che provenga da stock o riguardi prodotti nuovi già presenti nei reparti del Pentagono. Il processo di negoziazione prevede notifica e approvazione da parte del Congresso e stretti controlli da parte del dipartimento di Stato.

In Europa, l’idea di un Fms europeo rientrava negli anni recenti tra le proposte discusse tra gli stakeholder e studi esterni circa nuove misure per promuovere la Base industriale e tecnologica di difesa europea (Edtib), ma non ebbe seguito per contrarietà della Commissione europea e della Francia, motivata dalla non trasparenza e dagli effetti negativi sulla concorrenza.

Il meccanismo del g2g, attenendosi ai rapporti tra i governi (è un tipo di accordi in crescita), in quanto tale fuoriesce dalle competenze comunitarie, ma rimane pur sempre soggetto alle regole e ai principi dei Trattati Ue e alle esclusioni della direttiva 2009/81. L’Ue emanò una linea guida interpretativa dove si identifica il limite tra qualificazione per l’esclusione dalla concorrenza e l’abuso discriminatorio.

Nel primo caso sono ammessi sia per gli equipaggiamenti da stock esistenti usati o in surplus rispetto ai requisiti, sia per i nuovi equipaggiamenti quando la competizione è assente o impraticabile come la presenza di uno solo operatore, o in presenza di prodotti equivalenti in Europa quando si garantisce trasparenza, pubblicità, equità di trattamento.

Nel secondo caso si ha un abuso discriminatorio quando si tratta di surplus acquisito in eccesso per rivendite.

Il tema risulta senza dubbio di una certa complessità interpretativa e di utilizzo.

Se l’esigenza di norme o procedure più semplici e veloci è acquisita a fattor comune, sarà interessante capire come risponderanno i Paesi membri alle proposte della Commissione europea per un Fms europeo nell’ambito della prevista strategia Ue per l’industria difesa: in termini legali (revisione delle norme operanti? ribaltamento dei principi del mercato interno come è stato per i sussidi durante il Covid? assunzione di nuove competenze Ue in materia di difesa?) ma anche organizzativi (servirà un’autorità europea ad hoc?).


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Tutto sull’iniziativa spaziale a guida Usa a cui si è unita l’Italia


L’Italia aumenta la propria presenza nel settore spaziale militare, e rafforza allo stesso tempo la collaborazione con gli Stati Uniti e i suoi principali alleati. È questo l’effetto raggiunto con la firma di ieri da parte del sottosegretario alla Difesa,

L’Italia aumenta la propria presenza nel settore spaziale militare, e rafforza allo stesso tempo la collaborazione con gli Stati Uniti e i suoi principali alleati. È questo l’effetto raggiunto con la firma di ieri da parte del sottosegretario alla Difesa, Isabella Rauti, delegata dal ministro Guido Crosetto, con la quale la Difesa del nostro Paese è entrata a far parte del Combined space operations (CSpO). Questa iniziativa internazionale ha come obiettivo il potenziamento dell’interoperabilità tra alleati in capacità-chiave come la space domain awareness, il supporto dalle orbite alle forze operative di terra, mare e aria, la gestione di lanci e rientri e delle operazioni nello spazio. Il progetto venne lanciato nel 2014 dall’allora comandante dello Us Space command (Usspacecom), il generale John “Jay” Raymond (che nel 2019 sarebbe diventato il primo comandante della Us Space force), e riunì in un primo momento la comunità di Paesi di lingua inglese: oltre agli Usa, il Regno Unito, il Canada e l’Australia. Nel 2015 aderì anche la Nuova Zelanda, ma il vero passo decisivo fu l’apertura nel 2020 a Francia e Germania, allargando la partecipazione al di là dei confini dell’anglosfera.

L’adesione di ieri dell’Italia è stata accompagnata anche da quella del Giappone, formalizzata nel corso di un incontro dei Paesi CSpO a Berlino al quale hanno preso parte anche il capo della Forza di auto-difesa aerea giapponese, il generale Hiroaki Uchikura, e il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, generale Luca Goretti. Proprio il generale Goretti, intervenendo a ottobre al Mitchell institute for aerospace studies, aveva registrato quanto “i conflitti odierni richiedano una sinergia in tutti i campi” e una spinta verso “l’interoperabilità delle Forze armate di Paesi diversi”, confermando quanto fosse forte in questo senso “la collaborazione tra Italia e Stati Uniti”.

Il traguardo di ieri è solo l’ultimo passo di un percorso di rafforzamento della partnership con Washington nel campo spaziale svolto dalle Forze armate. Già nel 2022, nel corso di un incontro con il generale Raymond, il capo di Stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, aveva precisato come si auspicasse di “proseguire nel rafforzamento della cooperazione con la Difesa Usa nel settore spaziale e di dare impulso all’adesione al CSpO”. Ad aprile, il Memorandum of agreement siglato dal Capo ufficio generale spazio, generale Davide Cipelletti, eil comandante dello Usspacecom, generale James Dickinson, aveva stabilito l’assegnazione di un ufficiale di collegamento italiano permanente proprio presso il comando spaziale Usa.

Per l’Italia entrare nello CSpO è la rappresentazione dell’ambizione del Paese di voler stare insieme ai grandi player della Difesa spaziale. Condividere risorse e migliorare la cooperazione tra alleati è fondamentale per il nostro Paese, ed essere inseriti in un framework di sicurezza come il CSpO è un passaggio irrinunciabile.


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Presentazione del libro “Colpevoli e Vincenti” di Davide Giacalone


Introduzione Giuseppe Benedetto Interverranno Davide Giacalone Mariastella Gelmini Raffaella Paita Modera Andrea Pancani L'articolo Presentazione del libro “Colpevoli e Vincenti” di Davide Giacalone proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fond

Introduzione
Giuseppe Benedetto

Interverranno
Davide Giacalone
Mariastella Gelmini
Raffaella Paita

Modera
Andrea Pancani

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Così l’Aeronautica e Leonardo addestrano i piloti svedesi


Un ulteriore significativo passo per la sicurezza dei cieli europei. Così il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Luca Goretti, ha definito l’adesione della Svezia al programma che vedrà i piloti del Paese scandinavo addestrarsi in Italia. La

Un ulteriore significativo passo per la sicurezza dei cieli europei. Così il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Luca Goretti, ha definito l’adesione della Svezia al programma che vedrà i piloti del Paese scandinavo addestrarsi in Italia. La firma dell’accordo, avvenuta in modalità “a distanza”, ha visto oltre al generale italiano, anche la sigla del capo di Stato maggiore dell’aviazione svedese, il generale Jonas Wikman. Come sottolineato ancora da Goretti: “Trovare intese e sinergie tra Paesi che condividono spazi e orientamenti è sempre produttivo. Lavorare con i colleghi svedesi rappresenterà un’occasione di crescita per entrambi i Paesi”. La Svezia, infatti, è solo l’ultimo dei Paesi che hanno richiesto di formare i propri piloti alla International flight training school (Ifts) di Decimomannu, la scuola di volo avanzato gestita insieme da Leonardo e dall’Aeronautica militare per la formazione dei piloti militari italiani e stranierei, dopo Austria, Canada, Germania, Giappone, Qatar, Singapore, Regno Unito, Arabia Saudita, Svezia e Kuwait.

L’accordo

L’accordo tra i due Paesi, infatti, vedrà l’invio di piloti militari svedesi ai corsi di addestramento al volo in Italia. L’intesa prevede un inserimento costante negli anni di allievi piloti e istruttori di volo dell’Aeronautica svedese, distribuiti nell’arco di un decennio, per un totale di oltre cento allievi e una decina di piloti istruttori. Il percorso formativo di questi aviatori si svolgerà presso il 61° Stormo, sia di livello basico (le Fasi 2 e 3 dell’iter addestrativo), presso la base di Galatina, sia di livello avanzato (Fase 4) presso il 212° Gruppo, quest’ultimo basato sulla International flight training school (Ifts) di Decimomannu.

L’International flight training school

La struttura sarda è una vera e propria accademia del volo in grado di ospitare allievi, personale tecnico e le infrastrutture logistiche con una flotta di 22 velivoli T-346A, piattaforme considerate particolarmente efficaci per la formazione di piloti destinati ad un’ampia gamma di caccia delle ultime generazioni, tra cui gli F-35, gli Eurofighter e i Gripen. Come sottolineato da Goretti, l’accordo ““rappresenta inoltre un altro fondamentale tassello per il progetto Ifts, sul quale il Sistema Paese sta investendo con fiducia, convinzione e, soprattutto, risultati”, un progetto “nato grazie al pieno e convinto supporto del Ministero della Difesa e che si regge anche sulla proficua e collaudata sinergia con Leonardo”.

Un’avanguardia globale

Un intero edificio della Ifts è dedicato al Ground based training system (Gbts) il moderno sistema di addestramento basato su sistemi di simulazione di ultima generazione basati sui sistemi sviluppati da Leonardo dotati di un avanzato software che permette agli allievi al simulatore di “volare” in coppia con un pilota effettivamente in volo in quel momento, condividendo le stesse sensazioni e gli stessi dati tramite il data link, riducendo così i tempi per diventare operativi. Una tecnologia all’avanguardia che ha trasformato la International flight training school in un punto di riferimento mondiale per l’addestramento dei piloti militari.


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Stop ai V-22 Osprey. La Difesa Usa mette a terra i suoi convertiplani


L’intero servizio navale e l’aeronautica militare Usa hanno messo a terra i propri convertiplani Osprey V-22 (mezzi in grado di decollare e atterrare verticalmente come un elicottero, ma di ruotare le eliche anteriori per poter volare alla velocità che si

L’intero servizio navale e l’aeronautica militare Usa hanno messo a terra i propri convertiplani Osprey V-22 (mezzi in grado di decollare e atterrare verticalmente come un elicottero, ma di ruotare le eliche anteriori per poter volare alla velocità che si avvicina ad aerei ad ala fissa), dopo l’incidente che il 29 novembre è costato la vita a otto militari Usa. Una decisione senza precedenti, che coinvolge l’intera flotta di V-22 dell’Air force, della Marina e del corpo dei Marines. Centinaia di velivoli sono ora tenuti a terra in attesa che le indagini sull’incidente chiariscano se a causare la caduta dell’Osprey sia stato un errore umano o un malfunzionamento dell’apparecchio, e in quest’ultimo caso, se il guasto riguardava quella singola macchina o potrebbe coinvolgere l’intera linea di V-22. Il motivo delle preoccupazioni che hanno spinto le Forze armate a stelle e strisce a bloccare i voli di tutta la flotta è nei dubbi crescenti circa la sicurezza dell’Osprey, macchina che ha accumulato diversi incidenti nel corso della sua relativamente breve vita di servizio. I primi rumours che stanno girando ma da verificare puntano il dito su “problemi strutturali del velivolo”, se così fosse sarebbe davvero un problema di dimensioni enormi.

Il “fabbrica-vedove”

Il V-22 Osprey, sviluppato da un’alleanza strategica fra Bell Helicopter (del gruppo Textron) e Boeing, è un aereo multiruolo da combattimento che utilizza tecnologie convertiplano per unire la capacità di volo verticale dell’elicottero con la velocità e autonomia dell’aereo ad ala fissa. Tuttavia, nel corso del tempo, queste macchine si sono guadagnate il nome di “fabbrica vedove” (Widowmaker), degli incidenti che si sono verificati fin dalle fasi iniziali di sviluppo e test. Tra il 1991 e il 2000, quattro incidenti con trenta vittime spinsero i Marines a lasciare a terra i propri Ospray, parte di un’unità sperimentale. Dall’entrata in servizio nel 2005, e l’inizio delle attività operative nel 2007, il mezzo ha subito tredici incidenti, di cui quattro negli ultimi due anni, portando a un totale di 53 vittime. L’ultimo incidente ha rinnovato l’attenzione sulla sicurezza del velivolo, in particolare su un problema meccanico alla frizione, e sui dubbi riguardo al fatto che tutte le parti dell’Osprey siano state prodotte secondo le specifiche di sicurezza.

Tokyo blocca i voli

Anche il Giappone, l’unica altra nazione ad utilizzare gli Osprey, ha sospeso tutti i voli della propria flotta di 14 veicoli. A Tokyo, il segretario stampa del ministero della Difesa, Akira Mogi, ha dichiarato martedì che il dispiegamento degli Osprey è molto importante per la difesa del Giappone sud-occidentale, a maggior ragione a causa delle attuali preoccupazioni per la sicurezza regionale. Mogi ha detto che i funzionari della difesa giapponese stanno esaminando le informazioni condivise dagli Stati Uniti per determinare se le risposte militari statunitensi sono adeguate, ma ha aggiunto che le informazioni condivise finora sono insufficienti.

Quale futuro per i convertiplani?

I problemi legati al V-22 Osprey potrebbero gettare qualche ombra anche su un altro progetto per un convertiplano trirotore della Bell, il V-280, il mezzo scelto dall’Esercito degli Stati Uniti per sostituire i propri elicotteri UH-60 Black Hawk, in servizio dagli anni Settanta, nel contesto della gara denominata Future Long-Range Assault Aicraft (FLRAA). La Bell ha ricevuto un contratto da 232 milioni di dollari, la prima tranche di quello che potrebbe essere un accordo da 7,1 miliardi di dollari per lo sviluppo del progetto e un primo lotto di velivoli. Un primo prototipo potrebbe arrivare nel 2025, ma lo US Army dovrà assegnare altri contratti prima che ciò avvenga. Anche in questo caso girano molti rumours sui ritardi già accumulati dal programma.

Lo scenario indo-pacifico

Il tema è di portata strategica non solo per quanto riguarda il futuro del mezzo. Non è un caso che numerosi di questi incidenti siano avvenuti nella regione dell’Indo-Pacifico, l’ultimo dei quali appunto nelle acque antistanti il Giappone. Le dimensioni del teatro, la distanza tra isole, e la necessità in caso di conflitto di muovere rapidamente e a grandi distanze militari, mezzi ed equipaggiamento, richiedono alle Forze armate responsabili della difesa del quadrante (Stati Uniti in primis, insieme al Giappone e agli altri Paesi alleati come l’Australia), mezzi in grado di garantire la necessaria mobilità strategica. Di fronte alla minaccia rappresentata dalla Cina, per gli Usa è indispensabile avere a disposizione mezzi veloci come un aereo, ma in grado allo stesso tempo di atterrare anche in spazi ridotti (come le isole dell’Indo-Pacifico, appunto).


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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8 dicembre, prima pagina su Domani

Alcune criticità giuridiche, finora poco considerate, potranno far crollare la costruzione su cui si basa l'accordo con l'Albania per i migranti.

Criticità destinate a essere risolte nelle aule dei tribunali.

editorialedomani.it/fatti/un-p…

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Armi chimiche, subacquea e… Gli emendamenti della Difesa alla Manovra


Tra gli emendamenti del governo alla Legge di Bilancio ce ne sono quattro proposti dalla Difesa. Le votazioni in commissione al Senato attese per mercoledì prossimo. Distruzione delle armi chimiche L’emendamento autorizza la spesa di euro 800.000, per cia

Tra gli emendamenti del governo alla Legge di Bilancio ce ne sono quattro proposti dalla Difesa. Le votazioni in commissione al Senato attese per mercoledì prossimo.

Distruzione delle armi chimiche

L’emendamento autorizza la spesa di euro 800.000, per ciascuno degli anni dal 2024 al 2026, al fine di proseguire le attività di proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e loro distruzione.

Ridenominazione dei progetti navali di rilevanza strategica nazionale

L’emendamento include tra i progetti di rilevanza strategica nazionale finanziati dal fondo di cui all’articolo 1, comma 712, della legge di bilancio 2022 anche i progetti del settore subacqueo (e navale).

Rifinanziamento del Nato Innovation Fund

L’emendamento modifica l’art. 69, comma 2, portando da 1 milione a 7.726.500 euro per l’anno 2024 lo stanziamento per far fronte agli impegni derivanti dalla sottoscrizione del fondo.

Polo nazionale della subacquea

L’emendamento porta da 2 a 3 milioni di euro, a decorrere dal 2024, l’ammontare delle risorse stanziate per le attività svolte dal Polo nazionale della subacquea.

Proroga stato di emergenza crisi Ucraina

La Protezione Civile ha proposto un emendamento che prevede la proroga al 31.12.2024 lo stato di emergenza relativo all’esigenza di assicurare le misure di soccorso e assistenza in favore della popolazione ucraina.


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Dindarolo


Il calendario è inesorabile e il negoziato destinato a modificare il contenuto del “Patto europeo di stabilità e crescita” entra nella sua fase finale. Un accordo è nell’interesse e nella volontà di tutti. Bisogna stare attenti a non banalizzare e non rid

Il calendario è inesorabile e il negoziato destinato a modificare il contenuto del “Patto europeo di stabilità e crescita” entra nella sua fase finale. Un accordo è nell’interesse e nella volontà di tutti. Bisogna stare attenti a non banalizzare e non ridurre tutto a slogan, finendo con il capovolgere la realtà.

Nel programma del nostro attuale governo – come in tanti altri nel passato – c’è l’impegno a ridurre il deficit e il debito. Quindi non è una cosa marziana e che viene da fuori, ma un interesse italiano che va realizzato da dentro. La discussione si concentra su come interpretare la stabilità e promuovere la crescita. Per capirci: se affermo che tutti i debiti pubblici devono tornare entro il 60% del Prodotto interno lordo entro un paio d’anni non sto promuovendo la stabilità ma innescando il caos, perché è vero che ridurre il debito è cosa ottima, ma farlo in modo violento è dissennato; né promuovo la crescita se faccio crescere la spesa pubblica e ne dilapido la sostanza, come si è fatto con il bonus 110%. Non basta dire “rigore” per intendere “stabilità” e non basta dire “spesa” per intendere “crescita”. Su questo si discute, nell’interesse della ricchezza e del salvadanaio comune e nazionale, naturalmente tenendo presente non solo la condizione oggettiva, ma anche l’affidabilità di ciascun Paese europeo. E no, non giova all’Italia avere scelto di usare la sospensione del Patto – indotta dalla pandemia – per aprire i rubinetti dei bonus che portano male, come non giova avere esponenti del governo che rivendicano alleanze politiche ritenute impraticabili e ripugnanti da tutti gli altri (compresi i loro stessi alleati di governo). Mentre giova avere dimostrato moderazione nello scrivere la legge di bilancio, come giova l’inequivocabile posizione europeista e atlantista del governo (anche a dispetto di certe parole del passato). E qui si viene a una questione politica, non soltanto nostra.

Dice Matteo Salvini che i suoi amici europei, ovvero quelli che gli altri non vogliono neanche frequentare, propongono «un’Europa diversa da quella plasmata (male) dai socialisti». Quali socialisti? Quando? La presidenza del Parlamento europeo e della Commissione sono in capo a due esponenti del Partito popolare, la Bce è presieduta da chi stava con Sarkozy. In passato? Quelli che avviarono il processo d’integrazione erano popolari, democristiani e liberali. Non solo la storia e il presente smentiscono lo slogan salviniano, ma la sostanza lo capovolge del tutto: il socialista, se la mettiamo su questo piano, è lui.

Le politiche di rigore economico e di equilibrio di bilancio sono di destra. Non sono reazionarie (come taluni degli alleati della Lega odierna), ma sono di destra. Le politiche che puntano ad allargare la spesa pubblica e il ruolo dello Stato nel mercato sono di sinistra. Il braccino corto è di destra, la manica larga è di sinistra. E se si esce dal mondo delle tifoserie ideologiche è ragionevole che gli elettori che pensano di dovere pagare votino i primi, mentre quelli che sperano d’incassare votino i secondi. Per giunta i primi vogliono meno spesa per avere meno tasse, mentre i secondi pensano che più tasse aiutino la spesa sociale. La cosa paradossale è dirsi di destra per poi rivendicare il diritto alla politica spendarola socialisteggiante (che la sinistra ragionevole ripudia in tutta Europa). È un non senso.

Siccome conta la sostanza, il confronto sul Patto si fa sull’equilibrio fra stabilità e crescita, non su quelle menate fantasiose e inconcludenti. A tal proposito è oscuro il perché i governi, da anni, non usino l’importante patrimonio immobiliare pubblico (non sfruttato e che si deteriora) per abbattere il debito senza ricorrere a tasse. Da ultimo ne ha parlato Carlo Messina, ceo di Banca Intesa, ma è idea vecchia. E sana, che indicherebbe una volontà di non usare il dindarolo soltanto per spendere, ma anche per rimpinguarlo e non dissanguarlo con i debiti. Un’idea che rafforzerebbe la credibilità.

La Ragione

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L’AIE aderisce all’Osservatorio “Carta, penna e digitale” della Fondazione Einaudi


L’Associazione italiana editori (AIE) ha aderito quest’oggi all’Osservatorio “Carta, penna & digitale” della Fondazione Luigi Einaudi. Un progetto nato per promuovere, soprattutto nei giovani, l’importanza della lettura su carta e della scrittura a mano,
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L’Associazione italiana editori (AIE) ha aderito quest’oggi all’Osservatorio “Carta, penna & digitale” della Fondazione Luigi Einaudi. Un progetto nato per promuovere, soprattutto nei giovani, l’importanza della lettura su carta e della scrittura a mano, abitudini imprescindibili per un corretto sviluppo delle attività cognitive. Significativa è, dunque, l’adesione di AIE, presieduta da Innocenzo Cipolletta: la più antica associazione di categoria italiana, da sempre attenta a questi temi. L’Osservatorio, al quale hanno già aderito i confindustriali di Federazione Carta e Grafica e Comieco, è stato presentato a novembre a Milano alla fiera BookCity e riproposto oggi a Roma in occasione della Fiera internazionale della piccola e media editoria, “Più libri più liberi”. Di fronte a una platea di studenti delle scuole secondarie.

“Luigi Einaudi riteneva che una società è sana quando ciascuna persona è messa nelle condizioni di realizzare al massimo le proprie potenzialità. Sta accadendo esattamente il contrario”, ha detto il Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini. “Nessun pregiudizio sul digitale, che sta trasformando e migliorando le nostre vite, ma carta e penna sono letteralmente insostituibili”, sottolinea.

Lo scorso luglio, la Fondazione Luigi Einaudi ha presentato in Senato uno studio che, compendiando le principali ricerche scientifiche internazionali, ha dimostrato l’importanza della scrittura a mano e della lettura su carta, soprattutto nel mondo dell’Istruzione. Perdere queste consuetudini significherebbe compromettere il pensiero logico-lineare, impoverire il linguaggio, limitare la conoscenza, fiaccare la memoria. Un danno alla persona, un danno alla società. A conclusioni analoghe sono recentemente giunti sia il governo svedese sia l’Economist britannico.

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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione del prof. Giovanni Moschella sul tema “La scelta del Premier nei sistemi parlamentari”


Dodicesimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua t

Dodicesimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.

La dodicesima lezione si svolgerà giovedì 7 dicembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’Aula n. 6 del Dipartimento “COSPECS” (ex Magistero) dell’Università di Messina (sito in via Concezione n. 6, Messina); dell’incontro sarà altresì realizzata una diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.

La lezione sarà tenuta dal prof. Giovanni Moschella (Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “La scelta del Premier nei sistemi parlamentari” di Salvatore Bonfiglio.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.

Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.

Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM

Pippo Rao, Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina

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Sostenere Letta


Gianni Letta ha la fama d’essere morbido e avvolgente, una specie di Coccolino della politica. Ma conosce i tessuti ruvidi che l’esercizio del potere può costringere a indossare, come conosce il gelo cui può lasciare l’esserne spogliati. L’educazione e la

Gianni Letta ha la fama d’essere morbido e avvolgente, una specie di Coccolino della politica. Ma conosce i tessuti ruvidi che l’esercizio del potere può costringere a indossare, come conosce il gelo cui può lasciare l’esserne spogliati. L’educazione e la ragionevolezza lo inducono a non fare mai degli scontri una questione personale, incarnando la gravitas – oramai sconosciuta – di istituzioni che sopravvivono ai loro abitanti. Quel che ha detto, a proposito della riforma costituzionale, è chiaro: ammesso si faccia, il testo deve ancora essere scritto.

I poteri del Presidente della Repubblica non sono il punto decisivo, ma quello indicativo. Al Quirinale abitò il pontefice quando era anche re. In quelle stanze passeggiò il re che non era papa. Quando vi fecero ingresso i presidenti era chiaro che non sarebbero stati né come l’uno né come l’altro, benché non fosse chiaro cosa sarebbero stati e, del resto, ciascuno ha interpretato a suo modo la funzione e gestito diversamente i poteri. Basterà un solo esempio, quello della presidenza del Consiglio superiore della magistratura: chi non voleva mancare e chi non voleva andare. La Costituzione era sempre la stessa. Il punto non sono i poteri, ma l’idea che si ha degli squilibri politici. Noi appassionati possiamo scucuzzarci all’infinito, ma non è in accademia che la questione va affrontata.

I sistemi istituzionali non sono belli o brutti in sé, così come le leggi elettorali. Funzionano se sono fra loro coerenti e adatti al Paese in cui vengono usati. Se voto all’americana non divento americano, ma distorco quel sistema con il peso della mia storia (prego osservare la fine fatta dal processo accusatorio, all’americana). Il tema dominante della storia italiana non è rendere stabile il potere, ma evitare che le crisi destabilizzino il Paese. Se non è a tutti chiaro è perché c’imbrogliamo per i fatti nostri: chiamiamo “era berlusconiana” una stagione in cui l’eroe eponimo non vinse mai due elezioni di seguito, mentre intitoliamo alle crisi continue l’“era democristiana”, con la Dc che dal 1948 al 1994 non perse mai le elezioni mentre le maggioranze di governo raccoglievano sempre la maggioranza assoluta dei voti degli italiani, cosa mai più avvenuta dal 1994. Dicono: ma i governi cadevano sempre. Vero, ma si rifacevano simili e con le stesse persone. In fondo ne abbiamo avuti quattro: centrismo, centrosinistra, solidarietà nazionale e pentapartito. La nostra stabilità nazionale poggiava sull’instabilità politica. Il che porta al Quirinale.

Puoi eleggere direttamente il capo del governo, puoi contare i voti con un sistema che consegni ai vincitori la maggioranza assoluta degli eletti, ma ci farai la birra quando, la mattina dopo, si divideranno: il capo eletto non avrà più la maggioranza e se non c’è un punto di caduta istituzionale si passa a quello elettorale. E farlo troppo spesso porta male.

Come osserva Armaroli, la maggioranza di Meloni è ampia e senza alternative, quindi è forte e stabile, lasciando poco margine al Colle. Vero. Ma non so se avete avuto cuore di seguire quel che sta facendo Salvini che, se non riuscirà a far saltare i nervi a Meloni, comunque costringerà Tajani a far osservare che anche lui è ancora fra i viventi. È dal 1994 che le elezioni vengono vinte da false coalizioni, come falsa è quella oggi all’opposizione. Non c’è riforma costituzionale che possa cancellare questa evidenza. Interrare la nostra storia e questa evidenza sotto il cemento della riforma costituzionale serve soltanto a farne il Seveso della politica: quattro gocce di pioggia e salta tutto. Non si rimedia mai a una liquidità politica con una cementificazione costituzionale.

Einaudi non era Gronchi e, per nostra fortuna, Mattarella non è Scalfaro, ma è utile un luogo dove il pallone venga preso in mano prima che chi è in difficoltà lo squarci. Tutto qui, facile e inaggirabile. Poi, oh, possiamo pure continuare nella fiera dell’analfabetismo e chiamare “premier” il presidente del Consiglio. La cosa mi sollazza, perché dove il premier c’è veramente sono già al terzo, senza elezioni.

La Ragione

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L’oligarchia che manca all’Italia


Nella recente televisiva autocritica di Beppe Grillo c’è un aspetto che non va lasciato cadere, perché non riguarda l’ambigua psicologia del personaggio, ma riguarda la battaglia più dura che Grillo ha condotto, e con successo: la battaglia contro la conc

Nella recente televisiva autocritica di Beppe Grillo c’è un aspetto che non va lasciato cadere, perché non riguarda l’ambigua psicologia del personaggio, ma riguarda la battaglia più dura che Grillo ha condotto, e con successo: la battaglia contro la concentrazione dei poteri, l’oligarchia, la «casta», per usare un termine non suo. Egli ha nel tempo coltivato un diffuso disprezzo verso quei pochi ambienti e quei pochi personaggi che conoscono la complessità del potere e sono attrezzati per gestirla (si tratti di banchieri internazionali o di opinionisti domestici). Un disprezzo che continua a circolare anche dopo il definitivo declino del grillismo di lotta e di governo.
Certo, non va più di moda la violenza del «vaffa» urlato in piazza contro i grandi potenti, ma la polemica antioligarchica è costante e cattiva. La si ritrova nella contestazione degli «esperti» di ogni tipo; nella diffusa polemica verso i «tecnici» e i «governi tecnici», oscuri promotori di ribaltoni trasformisti; nelle perfide ironie sui «migliori» (da Monti a Draghi); nella ferocia contro il «nonnetto amante di incarichi» Giuliano Amato (il più bravo premier degli ultimi cinquant’anni); nella propensione a negare ad alcuni parlamentari l’uso della propria conclamata professionalità (specie se di avvocato); nella stessa estemporanea propensione a eliminare la figura dei senatori a vita, finora unico spazio di inclusione istituzionale di competenze non politiche.

Tempi cupi per i bravi, verrebbe da dire, riandando con la memoria all’episodio dell’antica Atene, quando Aristide domandò ad un cittadino perché stesse votando per il suo ostracismo, e quello rispose «Questo Aristide non lo conosco neppure, ma sono stufo di sentir dire che è il più bravo di tutti».
Ma non è il caso di adagiarsi in citazioni dotte, visto che i «vaffa» della piazza di Grillo hanno prodotto ripulse antioligarchiche e un progressivo disfacimento dei processi decisionali, specie di quelli dello Stato. In altre parole, c’è una crisi della cultura di governo che è una silenziosa conseguenza della crisi degli apparati decisionali, laddove si intrecciano la dimensione politica, quella tecnica e quella di alta amministrazione. Non si può negare l’attuale crollo di tali apparati. Di fatto, abbiamo governi senza più «segreterie tecniche» nei ministeri (è lontano il tempo in cui nella segreteria tecnica di Andreatta e poi di Goria al Tesoro lavoravano insieme Cipolletta, Draghi, Cappugi, un relazionale capo di gabinetto e un silenzioso Ragioniere generale). Al tempo stesso, i dirigenti generali, dopo la sciagurata introduzione dello spoil system non sono più l’asse portante delle decisioni amministrative e non hanno interesse ad avere traguardi alti e di medio periodo. La lunga propensione alle carriere interne non c’è più, visto che nelle stanze ministeriali lavorano masse di persone in affitto, pagate dalle società di consulenza; e queste ultime in più hanno con il tempo dimenticato la propria base culturale, cioè la consulenza strategica. Certo, in alcune carriere pubbliche (quella prefettizia come quella militare) resta un orgoglio di classe dirigente, ma si tratta di una minoranza: il resto è testimonianza della profezia antioligarchica di Grillo e seguaci (basti rileggersi il recente volume di Mariana Mazzucato, titolato «Il grande imbroglio»).

Ma in una società sempre più complessa, ogni struttura socioeconomica (dalle imprese individuali alle aziende di logistica, a quelle di servizio collettivo, alle centrali sindacali) ha un bisogno irrinunciabile di una cultura capace di interpretare e governare la complessità circostante. E non bastano i «cerchi magici» intorno al leader, come non bastano piccole oligarchie familiari. Verrebbe quindi da implorare «aridateci una oligarchia», ma sarebbe un puro annuncio volontaristico; sarebbe meglio dire «ricostruiamo una oligarchia», sapendo che essa non nasce per editto del principe o per trasversale manovra di confraternite, ma matura lentamente e con pazienza e serietà intrecciando tante vecchie e nuove relazioni interpersonali. Ma proprio su quelle relazioni ha inciso la colonna portante dell’ideologia del «vaffa» come negazione della normale relazionalità fra le persone, come radice della rottura di ogni rapporto. Ma questo è un altro discorso, più delicato e difficile.

Corriere della Sera

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Catture di Corsari Musulmani sulle Coste Italiane


Le incursioni corsare dal nordafrica e dalle coste dell’Impero Ottomano hanno flagellato la nostra penisola per lungo tempo. Nel corso di queste razzie o di battaglie navali, capitava che marinai e corsari (specie nordafricani) finisseroContinue reading

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#carnecoltivata

Alla Commissione Ue vanno notificati disegni di legge che ostacolano la libera circolazione. Il governo ha notificato la legge firmata.
Perché il Quirinale l’ha consentito, firmando? E perché l’Ue chiude un occhio?
Ho scritto ciò che non si legge altrove. Forse perché il diritto Ue lo conoscono in pochi, quindi pochi si rendono conto dello sfregio al diritto

editorialedomani.it/giustizia/…

Serve un Fondo per la Sovranità Digitale dell’Ue


L’Unione Europea è attualmente impegnata in negoziati decisivi riguardanti la legge sull’intelligenza artificiale, un processo che determinerà se questa normativa emergerà come un modello globale per un approccio progressivo e rigoroso alla regolamentazio

L’Unione Europea è attualmente impegnata in negoziati decisivi riguardanti la legge sull’intelligenza artificiale, un processo che determinerà se questa normativa emergerà come un modello globale per un approccio progressivo e rigoroso alla regolamentazione dell’IA. Ciò include l’implementazione di norme stringenti per le applicazioni IA di alto rischio, la trasparenza obbligatoria e la protezione dei diritti fondamentali. Tuttavia, persiste il timore che questa legislazione possa subire l’influenza delle grandi corporazioni nel settore dell’intelligenza artificiale, degradandola a un semplice codice di condotta volontario. Questo scenario potrebbe aggravare le già presenti disparità di potere e gli impatti negativi dell’intelligenza artificiale sulla società. Gli eventi recenti di OpenAI, inclusi il controverso licenziamento e la successiva reintegrazione delCEO Sam Altman, e le potenziali dimissioni collettive dei dipendenti, riflettono la natura imprevedibile, volubile e ancora immatura del governo del settore.

Aggiungendo a ciò, le questioni legali di OpenAI legate all’uso non autorizzato di contenuti protetti da diritto d’autore nella formazione dei suoi modelli di intelligenza artificiale, insieme a una supervisione normativa e misure di sicurezza inadeguate, enfatizzano la necessità impellente di una legislazione chiara e globale sull’IA. Queste dinamiche critiche non dovrebbero essere lasciate alla sola autoregolamentazione delle entità commerciali operanti in ambito privato. Oltre all’AI Act, l’Ue ha introdotto regolamenti come il Digital Market Act e il Digital Services Act per limitare il predominio dei colossi tecnologici, promuovendo una concorrenza equa e la tutela dei consumatori. Nonostante ciò, la semplice regolamentazione del potere delle Big Tech non basta. La crescente dipendenza dell’Europa dall’importazione di tecnologie solleva preoccupazioni significative per la sua autonomia digitale e la competitività economica e industriale. Di fronte a questa sfida, l’Europa deve concentrarsi sull’investimento nel proprio settore tecnologico e sostenere soluzioni aperte, sovrane e indipendenti che riflettano i valori e le esigenze europee. È
fondamentale che l’UE intensifichi gli investimenti nella ricerca, nell’innovazione e nelle infrastrutture pubbliche digitali. Promuovendo standard etici, indirizzando strategicamente sussidi e appalti pubblici, l’Europa può affermarsi come un leader tecnologico, dove l’innovazione serve il bene comune e enfatizza la necessità di un nuovo patto sociale nel tecno-capitalismo che affronti non solo le sfide immediate ma anche le implicazioni a lungo termine per l’occupazione,
i diritti dei lavoratori, la creatività, l’istruzione e le norme sociali.

Immaginiamo un futuro dove gli agenti di intelligenza artificiale diventano mediatori essenziali in tutte le nostre interazioni digitali, custodi della conoscenza umana. In questa nuova era di Internet, è cruciale che tali piattaforme rimangano aperte e universalmente accessibili, e non cadano sotto il controllo dei giganti tecnologici della Silicon Valley. Il controllo centralizzato di queste piattaforme potrebbe manipolare l’opinione pubblica, influenzare la cultura e amplificare pregiudizi legati a razza, genere, salute e classe sociale. Pertanto, è vitale che questi sistemi di intelligenza artificiale siano gestiti come beni comuni digitali, con un impegno costante verso la trasparenza, la responsabilità democratica e la supervisione pubblica. L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk ha scatenato un acceso dibattito in Europa sull’urgenza di sviluppare piattaforme sociali native, regolate secondo principi democratici. Il modello di business attuale delle piattaforme
sociali e l’ingombrante influenza dei tycoon tecnologici nell’ambito pubblico intensificano le preoccupazioni relative alla diffusione di fake news, discorsi d’odio e ideologie estremiste. È imprescindibile che queste nuove piattaforme sociali europee siano costruite basandosi su principi come l’open source, l’interoperabilità e la privacy. Questo impegno mira a creare uno spazio pubblico digitale europeo che promuova valori di pluralismo, privacy e libertà di espressione, resistente alle manipolazioni dei movimenti populisti e agli interessi particolari.

In vista delle prossime elezioni europee, è fondamentale definire una strategia complessiva e destinare investimenti significativi. Un Fondo per la Sovranità Digitale dell’UE da dieci miliardi di euro potrebbe essere il trampolino di lancio per armonizzare e potenziare le iniziative nazionali ed europee ancora frammentate. Questo fondo sosterrebbe lo sviluppo di modelli e applicazioni di intelligenza artificiale aperti e sovrani, infrastrutture di dati, piattaforme europee per la diffusione di conoscenza e contenuti digitali, identità digitali che tutelano la privacy e sistemi di pagamento digitale. Tali strumenti sono cruciali per forgiare un’alternativa pubblica ai servizi e alle applicazioni digitali paneuropee, stimolando mercati open source e interoperabili in settori chiave come la mobilità intelligente, lo sviluppo urbano, l’assistenza sanitaria, la partecipazione civica, l’istruzione e la cultura, integrando le normative europee su fisco, diritti del lavoro e licenze.
Il progresso nelle infrastrutture digitali pubbliche nelle città europee sta raggiungendo traguardi significativi. Focalizzandosi su concetti come la cittadinanza digitale, la sovranità dei dati, le tecnologie che tutelano la privacy e l’autodeterminazione algoritmica di lavoratori e cittadini, l’Europa può emergere come un leader nella società digitale, ponendo le persone e l’interesse pubblico al centro delle sue politiche. L’Europa deve prendere l’iniziativa, tracciando un proprio percorso nell’era digitale e offrendo un’alternativa convincente al predominio tecnologico degli Stati Uniti e della Cina.

Questo modello, allineato agli obiettivi delle Nazioni Unite di promuovere e governare efficacemente i beni pubblici digitali, enfatizza il ruolo della tecnologia in armonia con i valori democratici, inserendosi in un contesto sociale più ampio che mira a promuovere la giustizia sociale e ambientale e a ridurre le disuguaglianze.

Il Sole 24 Ore

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Primo Levi – Se questo è un uomo


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La forza della legalità e del senso del dovere


La Camera Civile di Firenze ha organizzato, in condivisione con la Fondazione per la Formazione Forense, il Comune di Firenze, l’Ordine degli Avvocati di Firenze, Fondazione Spadolini, Fondazione Luigi Einaudi, e con il patrocinio della Federazione delle
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La Camera Civile di Firenze ha organizzato, in condivisione con la Fondazione per la Formazione Forense, il Comune di Firenze, l’Ordine degli Avvocati di Firenze, Fondazione Spadolini, Fondazione Luigi Einaudi, e con il patrocinio della Federazione delle Camere Civili, UNCC e Università degli Studi di Firenze, un interessante convegno dal titolo “La forza della legalità e del senso del dovere”, coordinato dal Prof. Pier Francesco Lotito e con illustri partecipanti, tra cui la Presidente della Corte di Cassazione Dott.ssa Margherita Cassano, l’Avv. Umberto Ambrosoli e il nostro Direttore degli affari europei Avv. Prof. Marco Mariani

Programma

Dario Nardella – Sindaco di Firenze
Avv. Sergio Paparo – Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Firenze
Avv. Francesca Cappellini – Presidente Camera Civile di Firenze e Federazione delle Camere Civili della Toscana
Prof.ssa Irene Stolzi – Direttore Dipartimento Scienze Giuridiche Università di Firenze
Avv. Prof. Marco Mariani – Direttore degli affari europei della Fondazione Luigi Einaudi
Prof. Cosimo Ceccuti – Presidente della Fondazione Spadolini Nuova Antologia

Introduce e coordina

Prof. Pier Francesco Lotito Università degli Studi di Firenze

Relatori

Dott.ssa Margherita Cassano – Presidente della Suprema Corte di Cassazione
Dott. Ettore Squillace Greco – Procuratore Generale della Corte di Appello di Firenze
Avv. Umberto Ambrosoli – Foro di Milano
Avv. Gaetano Viciconte – Vice Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Firenze

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