Se la Cina arranca e l’India corre
Una nuova era della globalizzazione si sta aprendo, i segnali abbondano. La Cina vede ridimensionarsi il proprio ruolo di «fabbrica del mondo». Nuovi investimenti delle multinazionali privilegiano altri Paesi emergenti come l’India. Vi si aggiunge una parziale reindustrializzazione dell’Occidente, in particolare per le produzioni che ci servono nella transizione ecologica. In America un milione di posti di lavoro sono già «rimpatriati» dall’estero in due anni, per effetto delle politiche industriali di Biden. Con qualche ritardo, l’Europa segue: in futuro vogliamo avere il controllo di produzioni strategiche e quindi riportarle più vicine a casa nostra. Colpisce il divario tra questi segnali precursori di cambiamenti, e un dibattito italiano che li ignora. Il reddito di cittadinanza, comunque lo si voglia riformare, punta ad attenuare fenomeni di povertà pre-esistenti. Ma come evitare che i «figli dei poveri di oggi» siano costretti anche loro a vivere di assistenza in futuro? A quali mestieri dovremmo indirizzarli e formarli? Il Welfare non deve monopolizzare la nostra attenzione fino al punto di impedirci di preparare il futuro: dove tornerà attuale una vocazione industriale, anche se di tipo nuovo. Gli adattamenti in corso in America, Cina, India, Europa, sono collegati fra loro. L’economista americano Adam Posen lancia una metafora: secondo lui l’economia cinese soffre di «longCovid». È una sindrome che con il vero Coronavirus c’entra solo in parte, perché cominciò molto prima. Dal 2015 a oggi i consumi di beni durevoli (come le automobili) nella Repubblica Popolare si sono ridotti di un terzo. Per gli investimenti delle imprese la caduta è stata ancora più pesante, il loro livello odierno è inferiore di due terzi rispetto a dov’erano nel 2015. Nello stesso periodo la quota del risparmio delle famiglie cinesi in proporzione al Pil è cresciuta del 50%. Il declino si estende su un periodo di otto anni e quindi va ben oltre lo shock della pandemia, chiama in causa dei problemi antecedenti. Quei dati disegnano un quadro di sfiducia: le imprese non riprendono a investire se non in piccola parte, i consumatori non tornano a spendere come prima, invece accantonano risparmio per paura. Di che cosa hanno paura i cinesi? Di un ritorno allo statalismo che riduce la libertà d’iniziativa privata nella seconda economia mondiale. Il clima di sfiducia che cala sull’economia cinese ha altre concause. C’è l’iper-nazionalismo di Xi che genera ostilità verso gli investitori stranieri: la Repubblica Popolare del 2023 è meno accogliente per le imprese estere. C’è la crisi del settore immobiliare. C’è infine l’offensiva che viene da fuori, l’antagonismo degli Stati Uniti (i dazi di Trump dal 2017, poi l’embargo tecnologico di Biden su alcuni semiconduttori). Queste sono aggravanti. Il cambiamento fondamentale secondo Posen è il ritorno di un arbitrio da parte del regime comunista nelle sue interferenze su molte attività economiche. Lo conferma la recente propensione a leggi d’emergenza, in nome della sicurezza nazionale, che da un momento all’altro possono cambiare le condizioni dell’attività d’impresa. «Grazie» a Xi Jinping, l’India diventa una parziale alternativa. Da Apple a Tesla l’elenco delle multinazionali americane che costruiscono fabbriche in India si allunga. Nel corso degli ultimi otto anni la sua produzione elettronica è quasi quadruplicata. L’industria elettronica è proprio il settore su cui punta il premier Narendra Modi per la transizione «farm- to-factory» cioè dai campi alle fabbriche. Nei piani del governo di New Delhi il 60% dell’esodo di manodopera dall’agricoltura dovrebbe essere assorbito dall’elettronica. È un remake di quel che accadde in altri Paesi asiatici, dal Giappone alla Corea del Sud e da Taiwan alla stessa Repubblica Popolare cinese. Nel rimescolamento di ruoli che trasforma le frontiere della globalizzazione, l’Occidente viene coinvolto non solo per le strategie delle sue multinazionali. Prima la pandemia, poi la guerra inUcraina (e la complicità di Xi Jinping con Vladimir Putin) hanno iniettato nelle politiche economiche nuove considerazioni strategiche. Includono la transizione verso la sostenibilità. Non è accettabile una situazione in cui tutte le nostre batterie elettriche, pannelli solari e pale eoliche dipendono dal ben volere di un leader comunista a Pechino. La politica industriale di Biden ha accumulato ormai una potenza di fuoco che si avvicina ai mille miliardi, tanti sono gli aiuti pubblici infilati a vario titolo nelle pieghe di tutte le manovre legislative approvate dal Congresso negli ultimi due anni. L’Europa segue la strada tracciata dagliStati Uniti, un po’ in ordine sparso, ma già i sussidi messi in campo dalla Germania sono ragguardevoli. Reindustrializzare l’Occidente è una bella occasione di crescita se la sappiamo cogliere. L’Italia ha una robusta tradizione manifatturiera. Sta facendo il necessario per rafforzarla, cogliendo le nuove opportunità? Per facilitare il mestiere d’impresa l’elenco delle cose da fare è lungo e dovrebbe figurare al centro del discorso pubblico. Uno dei temi è adeguare la nostra forza lavoro. Il tipo di formazione che ricevono i ragazzi italiani si sta convertendo a questo nuovo modello di sviluppo, dove torneremo anche a progettare, fabbricare, installare cose che finora ci arrivavano su navi porta container da Shanghai? Si parla perfino — giustamente — di un ritorno dell’attività estrattiva, visto che minerali e terre rare per la transizione ecologica esistono anche nel nostro sottosuolo e il monopolio cinese è solo dovuto a scelte politiche. Vent’anni fa l’Italia arrivò impreparata allo shock che fu l’irruzione della Cina nell’economia globale. Oggi la sua parziale ritirata ci pone delle sfide nuove. A seguire il dibattito in corso sul reddito di cittadinanza — che avrebbe potuto svolgersi in termini identici in un’altra epoca — si ha l’impressione che siamo ancora una volta in ritardo.
Corriere della Sera
L'articolo Se la Cina arranca e l’India corre proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
De-risking e gallio, i rischi per la difesa e la sicurezza nazionale
Due metalli per semiconduttori, con un consumo globale complessivo stimato dall’industria di circa 800 tonnellate all’anno e con un crescente peso nelle tecnologie militari, digitali e green, sono entrati di prepotenza nella ‘guerra’ commerciale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina, mentre l’industria già si prepara per affrontare le potenziali implicazioni dei nuovi controlli sulle esportazioni imposti da Pechino.
A circa una settimana dall’entrata in vigore delle misure imposte dal ministero del Commercio cinese citando interessi di sicurezza nazionale, come si leggeva nella nota pubblicata circa un mese fa, è ancora poco chiaro quali saranno le reali conseguenze sui mercati globali. O cosa sia necessario per ottenere la licenza o comportare un divieto, secondo quanto annunciato dal Ministero. Tuttavia, i produttori cinesi dovranno fornire informazioni dettagliate sui clienti, per verificare quale ne sia l’utilizzo finale, se civile o militare. La Cina potrebbe quindi essere principalmente interessata a controllare i Paesi a cui vengono fornite queste materie prime.
La tempistica dell’annuncio, appena prima della visita in Cina del Segretario al Tesoro statunitense Janet Yellen e un giorno dopo l’annuncio di nuove limitazioni alle esportazioni di apparecchiature avanzate per la produzione di chip, ha portato alcuni operatori di mercato a concludere che la mossa della Cina fosse più simbolica che guidata da motivi pratici. In realtà, la legislazione che introduce restrizioni per le esportazioni di materiali o tecnologie ritenute strategiche o ‘sensibili’ è in vigore da tempo, introdotta nell’ottobre 2020, ma la natura e l’entrata in vigore della misura hanno creato un’enorme incertezza. Più evidente è il controllo della Cina di questo materiale critico, che rischia di creare una vulnerabilità per le supply chain di un numero considerevole di applicazioni e tecnologie.
UN MATERIALE RIVOLUZIONARIO…
Il gallio, così come il germanio, hanno una lunga storia che inizia nell’industria dei semiconduttori. Il primo chip per computer al mondo è stato realizzato nel 1958 con il germanio, anche se è stato rapidamente soppiantato dal silicio, molto più economico e abbondante. Più recentemente, il gallio è stato il primo metallo ad essere adottato su larga scala, sotto forma di arseniuro di gallio (GaAs) e nitruro di gallio (GaN), in una nuova classe di materiali in rapida evoluzione chiamata compaund semiconductors. Ad oggi, il silicio rimane il principale materiale per fabbricare i microchip, con la produzione di wafer al silicio concentrata in Giappone. Ma la scienza dei materiali ha fatto passi da gigante. Oggi il gallio è cruciale per una serie di applicazioni high-tech, dai cavi in fibra ottica alle stazioni per le telecomunicazioni 5G, dalle rilevatori termini ai laser, dai LED ai pannelli solari per satelliti e al controllo dei sistemi di power management per batterie e motori dei veicoli elettrici (EV).
Questa nuova generazione di materiali offre intervalli energetici (band gap nel lessico dell’ingegneria elettronica) più ampi rispetto al silicio per reggere la potenza e le frequenze necessarie nelle applicazioni di amplificazione. Il GaN è anche più efficiente dal punto di vista energetico rispetto al silicio, potendo gestire più tensioni in un’area più piccola. Il gallio, un metallo morbido e bluastro, non compare diffusamente a livello geologico, in quanto viene recuperato come sottoprodotto dell’alluminio dalla lavorazione bauxite, ad un livello di concentrazione molto basso (circa 50 parti per milione). Vi sono alcuni giacimenti di zinco che contengono importanti concentrazioni di gallio, che potrebbero offrire una valida alternativa per diversificare l’attuale fornitura del metallo.
Un recente brief report del Center for Strategic and International Studies (CSIS), think tank di Washington, ricostruisce alcuni importanti dettagli nella storia scientifica e industriale intorno al gallio. Le straordinarie proprietà chimico-fisiche siano state scoperte negli Stati Uniti e con il tempo perfezionate nelle applicazioni end-use dal Defense Advanced Research Project Agency (DARPA) sin dalla fine degli anni 70’. Lo sviluppo dell’arsenuro di gallio è stato al centro della leadership americana nello sviluppo del sistema GPS, dei missili teleguidati e dei radar più avanzati. Anche il nitruro di gallio è stato lanciato, attraverso la ricerca applicata del DARPA, per lo sviluppo di radar ancora più sofisticati. Nel 2019, Raytheon si è assicurata un contratto dal Pentagono da oltre 380 milioni di dollari per lo sviluppo di chip al nitruro di gallio per i missili Patriot dello US Army. Nel 2022 è seguito un contratto da 3,2 miliardi di dollari per equipaggiare fino a 31 navi con radar AN/SPY-6 alimentati a GaN, tra cui i nuovi cacciatorpediniere Arleigh Burke classe Flight III, le portaerei e le navi anfibie della Marina.
Come anticipato, come per il 5G e gli EV, l’importanza del gallio è destinata a crescere. Quasi l’80% del gallio consumato nel mondo è sotto forma di wafer di GaN, GaAs e fosfuro di gallio (GaP), utilizzati principalmente nei semiconduttori e nelle apparecchiature di telecomunicazione. Mentre i continui progressi nella produzione di chip spingono i limiti della legge di Moore, gli esperti del settore considerano i composti di gallio una alternativa per spingere ancora oltre l’avanzamento dell’elettronica miniaturizzata. Questi trend di mercato e tecnologici dovrebbero portare a una crescita annua del 25% del mercato globale dei chip GaN fino al 2030 e si stima, come riporta il CSIS, che le applicazioni per la difesa rappresenteranno circa la metà di questo aumento. Negli USA attualmente vi sono importanti produttori come Wolfspeed e ONsemi, mentre in Europa la tedesca Infineon e l’olandese NXP già sviluppano e producono chip al nitruro di gallio. Seppur queste aziende guardino al mercato civile (automotive e telecomunicazioni), il crescente peso del nitruro di gallio per le tecnologie militari rende la supply chain particolarmente esposta, a sottolineare il valore strategico del gallio per la modernizzazione militare degli Stati Uniti e degli alleati vis-a-vis con Pechino.
CONTROLLATO DALLA CINA…
Secondo i dati dello US Geological Survey, che classifica il gallio come critico sin dal 2018, al 2022 la Cina produceva il 98% del gallio allo stato puro, principalmente come sottoprodotto dell’alluminio. La storia della presa di Pechino su questo materiale strategico segue, infatti, la progressiva delocalizzazione dell’industria siderurgia ed estrattiva che ha consegnato, in un pattern simile, nelle mani di Pechino anche l’estrazione e raffinazione delle terre rare fino alla produzione di magneti permanenti al neodimio (altro punto critico per la base industriale della difesa americana). Grazie a ingenti sussidi governativi e incentivi fiscali, la Cina ha decuplicato la produzione di alluminio (da 4,2 a 40,2 milioni di tonnellate) tra il 2000 e il 2022. Oggi le industrie cinesi, tra cui Chinalco (azienda a controllo statale) forniscono circa il 59% dell’alluminio mondiale.
Table 1 | Analisi del rischio di approvvigionamento delle materie prime. Fonte: CSIS su studio elaborato dallo US Geological Survey.
Avendo conquistato il settore dell’alluminio, la Cina ha così potuto gettare la base per assorbire la produzione globale di gallio. Come? Attraverso l’implementazione, da parte del governo centrale, di una rigorosa politica industriale. I risultati sono evidenti: dal 2005 al 2015 la produzione cinese di gallio è esplosa da 22 tonnellate metriche a 444 tonnellate metriche. La rapida ascesa della Cina nel settore ha creato un eccesso di offerta nel mercato globale, innescando gravi fluttuazioni nei prezzi del gallio per gran parte degli anni 10’ del XXI secolo. Di conseguenza, i principali fornitori nel Regno Unito, Germania, Ungheria e Kazakistan sono stati costretti a chiudere la produzione.
La dimensione relativa di questo mercato non deve ingannare: secondo una stima dello USGS, un’interruzione del 30% delle forniture di gallio potrebbe causare un calo di 602 miliardi di dollari nella produzione economica degli Stati Uniti, pari al 2,1% del prodotto interno lordo. Un leverage economico notevolissimo, senza contare le ricadute sulla sicurezza nazionale qualora si verificassero interruzioni delle forniture per l’industria della difesa. Tra il 2018 e il 2021, gli USA hanno importato gallio metallico per un valore medio di 5 milioni di dollari e wafer all’arsenuro di gallio per 220 milioni di dollari. Cifre che giustificano la convenienza economica delle importazioni, ma non il loro valore strategico: il 53% proveniva dalla Cina, seguita da Giappone (16%), Germania (13%), Ucraina (5%) e altri paesi (16%) secondo i dati della US Critical Mineral Association.
Ma come accaduto per altri minerali e metalli critici, nel giro di un decennio la dipendenza è passata a stadi a maggior valor aggiunto dal momento che il governo cinese ha deciso di investire nel settore, e in piccole-medie imprese innovative, per abilitare il suo sviluppo tecnologico. Per raggiungere questo obiettivo, Pechino sta sostenendo attivamente le aziende cinesi nel superare gli Stati Uniti e i loro alleati per diventare leader mondiale nella produzione di semiconduttori a base di gallio. Il 14° Piano quinquennale, il principale programma economico nazionale cinese pubblicato nel 2021, identifica i semiconduttori ad ampio bandgap – in particolare il GaN un altro composto, il carburo di silicio – come un’area chiave.
L’obiettivo: saltare, a piè pari, il vantaggio tecnologico occidentale basato sulla manifattura di chip basati sul silicio, facendo leva sulle nuove applicazioni (strategiche) del gallio. Un mercato relativamente recente, ma destinato come evidenziato pocanzi a maturare molto velocemente, come per gli EV. Chi riuscirà a costruire vantaggi competitivi, se ne aggiudicherà una buona fetta. L’industria dei veicoli elettrici ha bisogno di gallio metallico da aggiungere ai magneti di terre rare al neodimio ad alte prestazioni nei motori. La domanda è in crescita e, secondo le stime dell’industria, si aggira attualmente intorno alle 130 tonnellate annue. La Cina ne ricava la maggior parte per la sua industria dei magneti, mentre il Giappone ne consuma circa 30 t/a.
“Man mano che l’industria dei semiconduttori passa dal silicio al gallio, la Cina si sta preparando a ad assumere la posizione di leader”, le parole di Hao Xiaopeng dello State Key Laboratory of Crystal Materials.
E LE POSSIBILI CONTROMISURE…
Come riporta il CSIS, lo sforzo della Cina di controllare il mercato è stato multidimensionale, compresi spionaggio e acquisizioni strategiche. Proprio per la criticità del gallio, le autorità statunitensi sono intervenute più volte per tutelare aziende americane ed europee: nel 2010 una giuria federale del Massachusetts aveva condannato due cittadini cinesi per aver esportato illegalmente componenti elettronici vietati per l’esportazione e contenenti tecnologia GaAs a enti militari in Cina. Nel 2015 il Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti (CFIUS) ha bloccato un’offerta di 2,9 miliardi di dollari da parte di investitori cinesi per la filiale di componenti LED di Philips. Il CFIUS ha citato, a motivazione del suo giudizio negativo, che la Cina ricercasse tecnologia GaN dell’azienda per scopi militari. Sempre il CFIUS ha interdetto un’offerta di 713 milioni di dollari da parte di un’azienda cinese per la filiale statunitense del produttore tedesco di chip GaN Axitron, citando le minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Nel 2018 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha incriminato due persone per aver sottratto tecnologie riservate a Wolfspeed (e uno dei principali fornitori dell’esercito americano) e destinate a due dei principali centri di sviluppo radar dell’Esercito di Liberazione della Cina (PLA).
Il governo statunitense ha imposto tariffe sulle importazioni di gallio cinese e di molti altri metalli e composti all’inizio della guerra commerciale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina nel 2018. Anche i prodotti chimici e gli ossidi di germanio erano soggetti alle tariffe, inizialmente imposte al 10% e successivamente sono salite al 25%. Sebbene l’obiettivo fosse quello di “creare condizioni di parità”, gli industriali si sono lamentati del fatto che le tariffe hanno aumentato gli oneri per i produttori statunitensi, ma non hanno incrementato l’offerta di metalli e materiali critici.
Come per altri materiali critici, come lito e grafite su cui gli USA, tramite gli incentivi federali dell’Inflation Reduction Act (IRA) cercano di aumentare la produzione domestica, non esistono soluzioni rapide e indolori per diversificare l’offerta e attuare una strategia di de-risking dalla Cina. Il gallio, così come il germanio, viene attivamente riciclato negli Stati Uniti e in Europa. Tra i fornitori figurano l’azienda canadese Neo Performance Materials, la statunitense Indium e la belga Umicore. Pochi giorni dopo l’annuncio delle autorità cinesi sui futuri export controls, i vertici della Commissione europea hanno contattato Mytilineos Energy & Metals, un produttore greco di alluminio, per valutare la possibilità di produrre gallio come sottoprodotto della sua raffineria che trasforma la bauxite in alluminio. L’Europa importa circa il 70% del suo fabbisogno interno dalla Cina.
Tra le soluzioni elecante dal CSIS, vi sono il ricorso al Defense Production Act (DPA) già invocato dall’amministrazione Trump e i seguito da quella Biden per incentivare la produzione di materiali strategici, la collaborazione con i partner oltreoceano come l’Australia, che possiede significative riserve di bauxite, incentivare il riciclo, lo stoccaggio e una maggiore trasparenza nei flussi e nei dati di mercato, lungo tutta la catena del valore. Sforzi necessari, ma che rimarranno complessi per la natura ristretta del mercato, vista da molti operatori come una barriera all’ingresso di fronte allo strapotere cinese.
Oggi tratto la vicenda che riguarda il ministro Crosetto. Da quanto emerge, il problema non sono le norme sui controlli, che qualcuno vorrebbe eliminare, ma una carenza di procedure interne sulle modalità di svolgimento dei controlli stessi.
editorialedomani.it/fatti/doss…
Il problema non sono le Sos ma protocolli che funzionino meglio
La vicenda che vede coinvolto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, con il sospetto di un eventuale “dossieraggio” di cui il ministro sarebbe ... Scopri di più!Vitalba Azzollini (Domani)
Pëtr Arkad'evič Stolypin reshared this.
Taxi, una riforma a metà
Mentre turisti e cittadini girano in cerca di un taxi per le città bollenti come l’anima vagula e blandula cantata dall’imperatore Adriano, a rischio di diventare pallidula, rigida, nudula, nella defatigante attesa di trovarne uno, oggi il governo dovrebbe emanare un decreto per risolvere in modo categorico e definitivo per tutti il problema dei taxi. Da quel che si apprende, si procederà su due piani: la possibilità per alcuni Comuni di aumentare fino a un massimo del 20% le licenze taxi e come ciliegina l’accordo, patrocinato dal ministero delle Infrastrutture, tra associazioni di discoteche e cooperative taxi per offrire un passaggio gratuito a casa quando la notte si supera il tasso etilico consentito dalla legge per guidare l’automobile. Partiamo dal punto importante vale a dire la riforma dei taxi. L’aumento delle licenze avverrebbe attraverso concorsi
straordinari indetti solo da alcuni grandi Comuni per gli attuali licenziatari, i loro sostituti alla guida e chi è in possesso dei requisiti necessari e si affaccerebbe per la prima volta al mestiere, con preferenza di assegnazione alle prime due categorie; i proventi del “contributo” per le nuove licenze verrebbe poi versato ai tassisti odierni per ristorarli della maggior concorrenza. I Comuni potrebbero poi aggiungere licenze temporanee in caso di grandi eventi, come il Giubileo a Roma o le Olimpiadi a Milano, ma riservate solo a chi ha già la licenza (che evidentemente poi subaffitterà quella temporanea). Infine, ci sarebbe il via libera alla doppia guida, in modo tale che grazie a una sola licenza possano guidare due conducenti in orari diversi, meccanismo già in vigore in alcune città ma che non ha avuto grande successo (forse per alcune limitazioni a esso attaccate). Infine, il governo prevede ulteriori incentivi fiscali per l’acquisto di veicoli non inquinanti: un sussidio non si nega mai. Che dire? Piuttosto di niente meglio piuttosto. Quindi, la doppia guida senza troppi lacciuoli qualche autovettura in più per le strade dovrebbe portarla. Ma limitare il numero di licenze a concorso al 20% in più rispetto ad ora e solo per alcune città non ha molto senso, vista la domanda che si è creata rispetto al servizio disponibile. Inoltre, se i Comuni potranno ma non dovranno bandire nuove licenze – permanenti o temporanee -, rischiano di rimanere in ostaggio della categoria e delle sue proteste, esattamente come ora. Né nulla si preannuncia sulla liberalizzazione dei servizi per gli Ncc (auto a noleggio), flessibilità delle tariffe, piattaforme informatiche. Eppure, la scarsezza di autovetture danneggia i consumatori – incluse le persone più fragili – e l’economia che, a causa della mancanza di offerta, perde Pil potenziale. L’Autorità antitrust (Agcm), che ha aperto l’ennesima indagine per accertare eventuali pratiche restrittive, già da anni ha individuato varie soluzioni per aprire il mercato. Infatti, nel parere del 2017, pur affermando che “non esiste alcun diritto acquisito a una eventuale compensazione nei confronti degli attuali possessori di licenza” (giusto!), l’Agcm si dichiarò “consapevole che la possibilità di successo delle riforme in senso pro-concorrenziale sono strettamente legate all’adozione di misure idonee a limitare quanto più possibile l’impatto sociale dell’apertura del mercato”. Tre furono le proposte: 1) l’assegnazione a ogni tassista di una licenza supplementare con obbligo di rivendita sul mercato; 2) la vendita dello stesso numero di licenze da parte dei comuni con assegnazione del ricavato agli attuali licenziatari; 3) prevedere due tipologie di operatori, quelli gravati da obblighi di servizio pubblico (i tassisti) e quelli liberi (tipoUber), con i secondi che compensano i primi per il privilegio. Un gruppo di deputati (primi firmatari Marattin e Pastorella) ha presentato un ddl ispirato alla prima soluzione (quindi senza oneri per i contribuenti) più altre liberalizzazioni tariffarie, per le piattaforme e per gli Ncc. È la soluzione più semplice e immediata ancorché non perfetta. Tuttavia, quello che bisogna evitare è un’ulteriore falsa riforma che ci lasci più o meno al punto di partenza. Oppure qualche bizzarro esperimento che inciti tutti a uscire un po’ brilli dalla discoteca per scroccare un passaggio in taxi a carico del contribuente (escluso – giustamente – che conducenti o gestori della discoteca ci perdano soldi). Un decreto Mojito in piena regola per confermare che il nostro Paese è il più buffo del mondo.
La Stampa
L'articolo Taxi, una riforma a metà proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Collaborazione aerea più stretta tra Roma e Tokyo. Al via l’esercitazione nell’Indo Pacifico
Italia e Giappone insieme nei cieli dell’Indo-Pacifico. I velivoli dell’Aeronautica militare italiana sono infatti atterrati in Giappone, pronti a cimentarsi nell’esercitazione congiunta con la Japan air self-defense force (Jasdf), che prenderà il via in questi giorni nell’ambito della cooperazione Italia-Giappone. Ad accoglierli all’arrivo alla base aerea giapponese di Komatsu, in segno di amicizia, vi era un velivolo F-15 con la livrea celebrativa del centenario dell’Arma azzurra. L’esercitazione permetterà alle due Forze aeree di addestrarsi insieme su diverse attività in scenari operativi, accrescendo così le reciproche competenze in termini di interoperabilità e di capacità operativa e testando la capacità di expeditionary del nostro Paese nell’operare anche in contesti lontani dai confini nazionali. L’Italia ha infatti portato nel Paese del Sol levante velivoli dalle caratteristiche di impiego molto diverse tra loro, tra cui: tre caccia F-35 provenienti dal 32° Stormo di Amendola e uno dal 6° Stormo di Ghedi, tre KC-767° di cui due in versione tanker, il nuovo Conformal airborne early warning (Caew) G-550 e i velivoli da trasporto tattico C-130J in assetto Sar. La collaborazione stretta tra Roma e Tokyo comprende inoltre la formazione dei piloti presso l’International flight training school (Ifts) a Decimomannu e la partecipazione al progetto Global combat air programme (Gcap) per il caccia di nuova generazione.
Lo schieramento
Gli aerei militari italiani sono partiti il 30 luglio dalle basi di Pratica di Mare, Amendola e Pisa, per poi fare scalo a Doha (Qatar), Malé (Maldive) e Singapore, dove hanno dovuto attendere due giorni che il tifone Khanun perdesse forza e rendesse nuovamente agibili i cieli del Mar Cinese Orientale, permettendo così l’atterraggio finale alla base di Komatsu, nella prefettura di Ishikawa. Lo rischieramento di velivoli così diversi a oltre 10mila chilometri dai confini nazionali, è stata un banco di prova per l’Aeronautica di competenze avanzate di comando e controllo, oltre che una dimostrazione concreta della varietà di assetti che compongono la spina dorsale del potere aerospaziale nazionale. “Oggi è un giorno importante e simbolico per l’aviazione italiana e giapponese” ha commentato l’arrivo dei velivoli il Mission commander del rischieramento in Giappone, Luca Crovatti, riferendosi al raid Roma-Tokyo del 1920. “All’epoca, due coraggiosi piloti italiani arrivarono in Giappone dopo tre mesi di viaggio a bordo di semplici biplani. Quest’anno, nel centenario dell’Aeronautica militare, abbiamo replicato questo viaggio con assetti tra i più avanzati al mondo”. Il colonnello Crovatti ha poi spiegato come si svolgeranno le esercitazioni: “Nei prossimi giorni, i nostri piloti, operatori di volo e tecnici si addestreranno insieme ai colleghi giapponesi della Kōkū Jieitai, per condividere tecniche, obiettivi addestrativi e procedure operative”.
Collaborazione italo-giapponese
A fine giugno, tra l’altro, si sono incontrati a Palazzo Aeronautica a Roma i ministri della Difesa dei Paesi Gcap. Presenti per l’Italia Guido Crosetto, ministro della Difesa, per il Regno Unito Ben Wallace, segretario alla Difesa, e per il Giappone Atsuo Suzuki, viceministro della Difesa. L’incontro si è svolto in un clima positivo, e ha permesso di compiere passi in avanti verso la costituzione del consorzio alla base del Gcap. Il vertice è seguito a quello avvenuto a marzo in Giappone, quando Crosetto e Wallace incontrarono il ministro Yasukazu Hamada per discutere i prossimi passi verso lo sviluppo congiunto del Gcap, a margine del Dsei Japan, la principale manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato giapponese. Una nuova riunione a tre potrebbe tenersi entro l’autunno. E, se la rotazione venisse rispettata, si dovrebbe tenere su suolo britannico, con la presenza del viceministro Suzuki.
Il Gcap
Il progetto del Global combat air programme prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Tempest di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.
Il programma congiunto
L’avvio del programma risale a dicembre del 2022, quando i governi di Roma, Londra e Tokyo hanno concordato di sviluppare insieme una piattaforma di combattimento aerea di nuova generazione entro il 2035. Nella nota comune, i capi del governo dei tre Paesi sottolinearono in particolare il rispettivo impegno a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, a difesa della democrazia, per cui è necessario istituire “forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile”. Grazie al progetto, Roma, Londra e Tokyo puntano ad accelerare le proprie capacità militari avanzate e il vantaggio tecnologico. Ad aprile, tra l’altro, l’Italia ha lanciato la Gcap acceleration initiative per accelerare lo sviluppo di tecnologie relative al Global combat air programme. Destinata a aziende e centri di ricerca, lo scopo dell’iniziativa è raccogliere le migliori proposte volte per la piattaforma Gcap per lavorare insieme a soluzioni innovative che possano essere applicate nel processo di maturazione tecnologica.
Le altre esercitazioni del Giappone
L’esercitazione italiana segue quella in corso sempre in Giappone tra Parigi e Tokyo, la prima tra jet di combattimento tra i due Paesi. La Forza di autodifesa aerea giapponese partecipa con tre caccia F-15 e due F-2, un aereo da trasporto KC-767 e un aereo da trasporto C-2, mentre la Forza aerea e spaziale francese schiera due caccia Dassault Rafale, un aereo da trasporto Airbus A330 Multi-Role Tanker e un aereo da trasporto Airbus A400M, oltre a un contingente di circa 120 militari. L’iniziativa dimostra soprattutto il forte impegno della Francia ad espandere la propria presenza nell’Indo-Pacifico. L’ambito aereo dell’esercitazione franco-giapponese è anche significativo, dal momento che Tokyo fa parte del programma per il caccia di sesta generazione con Italia e Uk Gcap, parallelo (e concorrente) a quello franco-tedesco Fcas. Il ministero della Difesa giapponese ha spiegato che la manovra ha l’obiettivo di “approfondire la cooperazione bilaterale nel campo della difesa a beneficio di un Indo-Pacifico libero e aperto”.
[Foto: Aeronautica militare]
La situazione sul campo ucraino, tra controffensiva e tensioni al Cremlino. Il punto di Jean
Molti speravano che la tanto annunciata controffensiva ucraina ripetesse i successi che aveva avuto quella dello scorso settembre nell’area di Kharkiv, con penetrazioni profonde nelle difese russe. Anche prima dell’ammutinamento della Wagner, gli ucraini e i loro sostenitori erano consapevoli della crisi esistente nel vertice politico-militare russo. Lo stesso Putin sembrava incerto e demotivato. Non riusciva a far smettere gli insulti e le pesanti accuse di inefficienza e tradimento rivolte da Prigozhin al Ministro della difesa Shoigu e al Capo di Stato Maggiore Generale (SMG) Gerasimov.
Esse non si erano ancora estese alla critica distruttiva della “narrativa” usata da Putin per giustificare l’aggressione all’Ucraina e che tanto eco trovano in quelli che l’Economist denomina “gli utili idioti putiniani”, numerosi anche in Italia (genocidio dei russofoni da parte di Kiev, minaccia della Nato, inesistenza dell’Ucraina come nazione e sua “scippo” da parte di di nazisti e, secondo Kirill, anche di gay, e così via).
Tutto ciò faceva pensare che una sconfitta anche solo tattica facesse esplodere la crisi e inducesse il Cremlino a trattare. Una completa sconfitta era giudicata impossibile, eccetto nella propaganda di Kiev. Zelensky la propagandava anche perché la riteneva essenziale anche per mantenere unita la coalizione occidentale che lo sostiene. Elemento essenziale era la speranza di una rivolta dei militari russi, unica forza in grado di spodestare Putin dal Cremlino.
Manca in Russia un organismo, come era il Politburo nell’Urss, in grado di sfiduciare un presidente, come accadde a Kruscev due anni dopo la crisi dei missili di Cuba. Finchè Putin rimarrà al potere, qualsiasi accordo è impossibile. Non sono in gioco solo l’obiettivo di trasformare la Russia in una grande potenza globale, ma anche la sua sopravvivenza politica e forse anche fisica. Stranamente, non è stata mai dedicata molta attenzione ai rapporti civili-militari in Russia.
Tensioni fra il Cremlino e la “casta” degli ufficiali sono iniziate una ventina di anni fa e erano esplose quando nel 2001, per la prima volta nella storia russa, la carica ministro della difesa divenuto Sergei Ivanov, non proveniente dal mondo militare, ma ex-capo dell’Fsb e facente parte del “cerchio magico” che aveva seguito Putin da San Pietroburgo a Mosca. La frase pronunciata da Putin in tale occasione (“con la nomina di Ivanov, è iniziata la smilitarizzazione della società russa”) è indicativa delle tensioni esistenti fra le FF.AA. e i Servizi d’intelligence). Si trattava dell’atto conclusivo di un processo iniziatosi con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Europa centrorientale e baltica. Finì allora l’autonomia, di tipo prussiano, della casta degli ufficiali. Nell’Urss, come nell’impero zarista, era “pagata” con l’astensione dalla politica dei militari e con cospicui loro privilegi economici e statutari. Ora vedevano minacciato il loro status.
La drastica ristrutturazione delle FF.AA. fu imposta dal 2007 dal secondo ministro civile della difesa – Anatoly Serdyukov – appartenente anch’esso al “cerchio magico” sanpietroburghese. Al Ministero si verificarono vere e baruffe, con dimissioni del Capo di SMG. La situazione era divenuta tanto insostenibile che Serdyukov dovette essere sostituito da Sergei Shoigu nel 2012, con il mandato di attenuare gli attriti fra Putin e i militari. La frattura però rimase. Si estese al corpo degli ufficiali, rompendone la tradizionale unità. Si crearono lotte per il potere e pesanti faide fra le varie “cordate”.
Ad esempio il gen. Surovikin, scomparso dopo l’ammutinamento della Wagner e ideatore della linea fortificata che ha arrestato la controffensiva ucraina, e il popolare gen. Popov, comandante della 58^ Armata, destituito brutalmente, appartenevano al gruppo dei riformisti di Serdyukov. Sono stati loro a far fallire la controffensiva ucraina e a indurre Kiev a mutarne strategia, dopo i primi baldanzosi e sanguinosi assalti di giugno con mezzi corazzati alle linee fortificate russe. Gli ucraini subirono allora enormi perdite, persero molti soldati e un quinto dei carri e mezzi corazzati ricevuti dall’Occidente, rioccupando solo una minima parte dei territori perduti.
Come Putin anche Zelensky è prigioniero dei propri slogan, non tanto per il morale delle proprie truppe e popolazione, che dimostrano un’incredibile tenuta, quanto per mantenere unita la coalizione che lo sostiene, resa vulnerabile dalla contestazione dei governi che sostengono l’Ucraina. Soprattutto in Europa, molti continuano a credere alla possibilità di compromesso con Putin, che non consista in una resa all’Ucraina e che una vittoria russa possa placare – e non invece stimolare, come credo – gli “appetiti imperiali” di Mosca.
Come quelli di Putin, gli obiettivi di Zelensky non sono mutati: raggiungere il Mar d’Azov e rompere il “ponte terrestre” fra la Russia e la Crimea, da tenere sotto la minaccia delle artiglierie ucraine, rendendone a Mosca troppo onerosa l’annessione. L’odio suscitato dalla brutalità e dai bombardamenti russi sulla popolazione e le infrastrutture ucraine rendono improbabile una riduzione degli obiettivi politici di Zelensky: la rioccupazione di tutto il territorio ucraino del 1991 e la subordinazione di qualsiasi accordo con Mosca a serie garanzie di sicurezza. Lo si voglia o no, ciò implica un coinvolgimento della Nato, che un nuovo governo russo potrebbe accettare solo in cambio di garanzie di sicurezza per la Russia, in pratica con l’impegno della Cina. È su questi che occorrerebbe puntare, offrendo a un nuovo governo russo condizioni accettabili. La richiesta alleata di resa incondizionata rese impossibile una tempestiva rivolta dei generali tedeschi contro Hitler.
Il punto centrale del dibattito sugli aiuti da dare all’Ucraina consiste nell’alternativa fra il fornirle un consistente numero di carri Abrams e F-16, oppure nel darle nuovi mezzi di fuoco terrestre in profondità, nella cui utilizzazione strategica gli ucraini si sono dimostrati molto capaci, come lo sono nell’impiego di drones terrestri e navali, con consistenti effetti più psicologici che militari sui russi. Questi ultimi sono meno resilienti alla minaccia. Non lottano per la sopravvivenza della loro patria come gli ucraini.
La consegna da parte Usa di nuovi e più potenti mezzi di fuoco potrebbe invece aumentare di molto le capacità d’attrito degli ucraini e, in particolare, provocare il collasso logistico delle forze russe. La superiorità ucraina nel fuoco in profondità è diminuita rispetto al passato, perché i missili terrestri disponibili – in particolare quelli dei lanciarazzi multipli Himars (gittata 84 km) – sono a guida Gps, intercettabili e resi imprecisi dalle rinnovate capacità russe di guerra elettronica. I nuovi mezzi che dovrebbero essere dati massicciamente a Kiev sono i Glsdb (Ground Based Small Diameter Bombs), con capacità di lanciare a 150 km una bomba da 113 kg; e l’Atacms (Army Tactical Missile System), con bomba di 227 kg e gittata di 300 Km. Entrambi sono a guida inerziale, non intercettabili dai russi.
Già ora le forze russe denunciano una carenza di munizioni, anche perché i loro depositi, come quelli di carburante, sono gli obiettivi privilegiati delle azioni di fuoco ucraine. L’arrivo dei nuovi mezzi, potrebbe mettere in grave crisi le forze russe, determinando l’“evento” per una rivolta militare armi sta aumentando la centralità della “guerra dei droni”. A parer mio, carri e cacciabombardieri non possono far molto per superare i 30 km di profondità che hanno le linee fortificate russe. Kiev deve accettare il fatto che il blitzkrieg della controffensiva non è possibile, anche perché le perdite dei suoi cittadini-soldati, necessari per la ricostruzione, sarebbero troppo rilevanti.
A parte tutto, gli Abrams hanno un motore a turbina, per la cui manutenzione è necessario personale altamente specializzato. Gli F-16, a parte le efficienti difese controaeree russe, sarebbero vulnerabili alla contro-aviazione russa e non disponibili prima della fine del 2023. A nulla servirebbe una nuova mobilitazione. L’aumento dell’età di leva da 27 a 30 anni non è stato fatto per aumentare gli effettivi militari, ma per evitare che i figli della borghesia, con la scusa di studi e di attività lavorative indispensabili, sfuggano al servizio militare. La Russia non potrebbe addestrare, armare e rifornire i 5 milioni di soldati di cui taluni hanno favoleggiato.
Ben(e)detto del 5 agosto 2023
Fatti e PNRR
L'articolo Fatti e PNRR proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Il taglio dei parlamentari ha compromesso il Parlamento, la demagogia mina la democrazia
La demagogia è il peggior nemico della democrazia. Due esempi. Il taglio lineare e demagogico della rappresentanza parlamentare ha reso quasi ingovernabili la Camera e soprattutto il Senato. I parlamentari sono pochi, gli incarichi troppi. Gli eletti rimbalzano, dunque, da una commissione parlamentare all’altra e dalle commissioni all’aula senza avere né il tempo né il modo di studiare adeguatamente i dossier, di riflettere sui problemi, di calibrare i propri interventi legislativi. Gli errori si moltiplicano (ultimo, il via libera, poi rientrato, della maggioranza alla patrimoniale proposta da Nicola Fratonianni), la superficialità ne cosegue come regola generale. E ne consegue il malfunzionamento del Parlamento, cioè del cuore della democrazia rappresentativa. Un danno non tanto per i rappresentanti del popolo, quanto per il popolo che dai parlamentari è rappresentato. Un limite oggettivo alla qualità del nostro sistema democratico.
Il secondo esempio è di carattere generale. Da ormai trent’anni la politica viene raccontata dai media, e molto spesso anche dagli stessi politici, come una questione che attiene prevalentemente al privilegio e al malaffare. Una questione di Casta, appunto. Ne cosegue che, salvo pochi idealisti, le persone perbene e competenti girano alla larga dall’agone politico. Chi ha un mestiere se lo tiene stretto: perché compromettere la propria carriera per avventurarsi in politica squalificandosi socialmente e, essendo la politica la più pericolosa tra le “professioni”, mettendo a rischio la serenità propria e della propria famiglia?
Inutile, dunque, lamentarsi per la modesta qualità del ceto politico. Inutile stupirsi se i presidenti del Consiglio incaricati non trovano ministri all’altezza della funzione che dovrebbero ricoprire e se i partiti non riescono ad attirare dalla cosiddetta società civile personalità di spessore da candidare a sindaco di una grande città. È la logica conseguenza di trent’anni di ipocrisie, di demagogia e di populismo. Anche in questo caso, evidentemente, a subire il danno non è la Casta: è il popolo.
L’impressione è che si sia giunti ad un punto di non ritorno. Ne abbiamo avuto amara contezza in questi giorni. Nell’arco delle 24 ore successive all’intervento con cui Piero Fassino a Montecitorio ha difeso gli emolumenti dei parlamentari, su 600 tra senatori e deputati c’è n’è stato solo uno che ha osato schierarsi in maniera inequivocabile dalla sua parte. Si chiama Roberto Bagnasco, è una seconda fila di Forza Italia. Molti si sono accaniti sull’ex segretario dei Ds, e tra i tanti i più sferzanti sono stati Conte e Salvini in memoria delle antiche ed evidentemente mai sopite liason populiste. Tutti gli altri hanno preferito tacere.
“Demagoghi!”, ha detto Bagnasco. E ha detto bene. Non l’ha detto in difesa della Casta, l’ha detto in difesa della democrazia. Ma nessuno se n’è accorto.
L'articolo Il taglio dei parlamentari ha compromesso il Parlamento, la demagogia mina la democrazia proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
La Cina e il suo sforzo “olistico” contro Usa e alleati
“La Cina sta conducendo una campagna senza precedenti al di sotto della soglia del conflitto armato per espandere l’influenza del Partito comunista cinese […] e indebolire gli Stati Uniti e i suoi partner. Questa campagna implica sofisticate attività di spionaggio cinese, operazioni informatiche offensive, disinformazione sulle piattaforme social, coercizione economica e operazioni di influenza su aziende, università e altre organizzazioni”.
Questo il quadro di massima tratteggiato dagli autori di “Competing Without Fighting” (competere senza combattere), l’ultimo rapporto del think tank Center for Strategic and International Studies, che approfondisce ciascuna di queste tematiche per mappare quelle che definisce “attività di guerra politica cinese”. Che vanno viste nel loro insieme, perche l’approccio di Pechino è “whole-of-state” – olistico e trasversale, appoggiato su una serie di istituzioni e condotto in innumerevoli ambiti da un’ampia gamma di attori statali e non.
LA LEZIONE DELLA GUERRA FREDDA
Il faro del rapporto Csis è George Kennan, architetto della strategia di contenimento dell’Urss durante la Guerra fredda e mente dietro le linee guida del Dipartimento di Stato Usa sulla guerra politica “che sono tuttora valide nell’ottica della competizione odierna con la Cina”. Secondo Kennan, una parte significativa della competizione tra grandi potenze riguarda le attività al di sotto della soglia della guerra convenzionale e nucleare. “Oggi la Cina è fortemente coinvolta in molte di queste attività”, l’oggetto del rapporto, che evidenzia anche le “notevoli debolezze e vulnerabilità” cinesi su cui fare leva. Ma è imperativo che la strategia di risposta sia condivisa dagli alleati occidentali e coerente con i principi e valori democratici.
TEMPERATURA IN AUMENTO
Le istituzioni Usa sono di gran lunga l’obiettivo preferito della Cina, come evidenzia il rapporto, a partire dalla formazione, dove il Dragone “sta conducendo una campagna sempre più attiva e aggressiva per penetrare in un’ampia gamma di istituzioni”. La portata di queste azioni “è senza precedenti”; un alto funzionario dell’Fbi ha dichiarato agli autori del rapporto che l’agenzia non ha “mai visto un tale livello di attività di intelligence e di influenza cinese all’interno e intorno al territorio nazionale”.
Ne è prova il numero altissimo di arresti e incriminazioni per “spionaggio, operazioni informatiche e campagne di influenza illegali” negli ultimi dodici mesi. Spiccano il condirettore di un think tank che avrebbe agito come agente cinese e una lunga serie di attacchi informatici aggressivi contro alti funzionari del governo statunitense e aziende come Microsoft. In parallelo, il Dragone porta avanti l’espansione di siti di raccolta di intelligence nei Paesi come Cuba.
CACCIA AI DISSIDENTI ESPATRIATI
Nel mentre la Cina ha condotto “una vasta campagna di monitoraggio, molestia e coercizione nei confronti di residenti negli Stati Uniti e in altri Paesi, nell’ambito di uno sforzo di rimpatrio extralegale noto come Operazione Fox Hunt”. Quest’anno l’Fbi ha arrestato due individui che gestivano una stazione di polizia illegale a Manhattan – non dissimile da quelle comparse anche in Italia e nel resto d’Europa. E il Dipartimento di giustizia ha “incriminato decine di funzionari” del Ministero cinese per la Pubblica sicurezza per aver condotto intimidazioni online contro cittadini cinesi residenti negli Usa che avevano criticato Pechino.
INTELLIGENCE E SPIONAGGIO INDUSTRIALE
Le azioni cinesi contro gli Usa “sono più estese di quanto si sappia” e si sviluppano in una serie di ambiti, a partire dalle sopracitate operazioni di intelligence che riguardano le persone, il monitoraggio di segnali e altri metodi di raccolta dell’informazione in modo pervasivo. Sul versante informatico, le organizzazioni cinesi (comprese le unità dell’esercito) mandano avanti una campagna “contro le aziende statunitensi e internazionali, le università, le agenzie governative, i media, i think tank, le ong e altri obiettivi”.
Lo scopo di questo sforzo è aiutare la Cina a superare l’Occidente, saltando le fasi di ricerca e sviluppo di nuove tecnologie e impossessandosi dei segreti industriali, ma anche “influenzare il pubblico estero e nazionale, assistere le campagne militari offensive e di migliorare le capacità di intelligenza artificiale e di big data analysis del Paese”.
DISINFORMAZIONE E CONTROLLO DELL’IMMAGINE
È appunto sul fronte dell’influenza che gli autori del Csis – e non solo loro – identificano una campagna di informazione e disinformazione globale “volta a influenzare il processo decisionale e il sostegno popolare per ottenere un vantaggio competitivo” e provare a controllare l’immagine della Cina all’estero “anche influenzando aziende, organizzazioni e individui che criticano la Cina”, dall’Associazione nazionale di basketball (Nba) agli studios di Hollywood, senza dimenticare di influenzare le persone ben posizionate per amplificare i messaggi preferiti dal Partito comunista su questioni politiche, economiche e non solo.
AZIONI MILITARI IRREGOLARI
Questo campo è appannaggio di una serie di attori, spiega il rapporto, che comprendono esercito, marina, aeronautica, forze missilistiche e milizie marittime cinesi, ma anche organizzazioni di ricerca e società di sicurezza private legate allo Stato. Tutti sono “coinvolti in sforzi diffusi per espandere l’influenza cinese” ma restando “al di sotto della soglia del conflitto armato”, e oltre a proteggere gli interessi cinesi nel Mar Cinese Meridionale ci sono “quasi due dozzine di società di sicurezza private cinesi che operano all’estero, tra cui in Africa, Medio Oriente, Asia e America Latina”, secondo i dati raccolti dal think tank statunitense.
COERCIZIONE ECONOMICA
Lo studio si concentra anche sugli sforzi internazionali della Cina di penetrare, o tentare di farlo, in quasi tutti i settori dell’economia statunitense e di molti suoi partner. In parallelo c’è lo sforzo di coercizione, ossia minacciare di imporre costi (o incentivi) per influenzare Paesi terzi e ottenere un vantaggio competitivo. La strategia regina in questo campo è la Nuova Via della Seta, intesa come “parte di un più ampio sforzo per influenzare i governi stranieri”. Il Csis rileva l’importanza particolare della cosiddetta Via della Seta Digitale “che mira a diffondere l’influenza cinese attraverso le telecomunicazioni, il commercio elettronico, l’hardware” ma anche il software di marche cinesi.
GLI OBIETTIVI DI PECHINO
Questa vera e propria guerra politica ha diversi scopi, ma i più importanti sono la conservazione del ruolo governativo del Partito comunista cinese e l’espansione dell’influenza cinese, che va di pari parro all’indebolimento degli Usa nell’ambito della competizione globale. Obiettivi che la strategia nazionale definisce come il “grande ringiovanimento della nazione cinese su tutti i fronti”, perseguiti attraverso una guerra non guerreggiata per evitarne, appunto, una convenzionale e astenersi dal provocare altri Paesi.
COME SI PUÒ REAGIRE: IN DIFESA…
Alla luce di tutto questo, scrivono gli autori, Usa e partner “sono stati lenti nell’identificare e contrastare la guerra politica cinese. Questa situazione deve cambiare”. Una strategia di risposta efficace prevede diverse componenti fondamentali, che vanno fondate sui principi democratici “che restano fondamentali nella lotta contro i regimi autoritari”. Dopodiché si passa alle misure difensive, tra cui più controspionaggio (con più risorse e agenti con competenze di cinese mandarino) e l’integrazione della strategia nazionale e locale.
… E ALL’ATTACCO
Il Csis immagina anche “la conduzione di una campagna offensiva più efficace” da parte di Usa e partner. Gli alleati occidentali possono puntare all’indebolimento del Grande Firewall, sostenendo le attività in grado di creare varchi nel “muro” attorno alla sfera internet cinese attraverso istituzioni e attori terzi come le ong. Ma anche creare “un blocco multilaterale per contrastare la coercizione economica cinese”, cosa che richiede “uno sforzo collettivo da parte di Stati Uniti, Australia, Corea del Sud, Giappone, India e altri Paesi, tra cui quelli europei”.
Questo ultimo concetto prevede che i Paesi interessati si mettano nelle condizioni di “sanzionare la Cina in risposta alle minacce o alle azioni cinesi non conformi alle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e finalizzate a raggiungere obiettivi politici cinesi non legati al commercio”. Si potrebbe anche creare “un fondo di compensazione collettiva per le perdite e offrire mercati alternativi di esportazione o importazione per deviare il commercio in risposta alle sanzioni cinesi”, per scoraggiare uno scenario simile a quanto accaduto con la Lituania.
Infine, essendo la competizione Cina-Occidente imperniata anche sullo sviluppo tecnologico, servirà “aumentare la competitività del settore privato nelle tecnologie emergenti” sviluppando partenariati pubblico-privati per competere più efficacemente con il Dragone nelle aree come il Sud Globale. Qui la reazione passerebbe dalle risposte europee e statunitensi alla Via della Seta (Global Gateway, Build Back Better World, e il più recente Blue Dot Network) ma anche da sostegni coordinati alle aziende tecnologiche che tentano di competere con quelle cinesi nei Paesi terzi.
L’esorbitante numero delle partecipate di Stato
Il consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva, il 26 luglio scorso, il nuovo regolamento di organizzazione del ministero dell’Economia e delle finanze. Si è così conclusa la procedura iniziata il 16 marzo per istituire un Dipartimento dell’economia, composto da tre direzioni generali, incaricato delle funzioni che riguardano il patrimonio pubblico, le società partecipate e gli interventi finanziari nell’economia; separato dal Dipartimento del tesoro, che continuerà a interessarsi di macroeconomia, del debito pubblico e della vigilanza sul sistema bancario e finanziario. Se si aggiunge il Dipartimento della giustizia tributaria, istituito di recente, il ministero dell’Economia e delle finanze passa così da quattro a sei dipartimenti.
Compito principale del Dipartimento dell’economia è di interessarsi delle società con partecipazione pubblica, dello Stato e di altri enti. Il nuovo «Direttore generale dell’economia», come si chiamerà il capo del Dipartimento, ha un compito difficile che è però agevolato da tre rapporti, che sono stati presentati negli ultimi sette mesi, sulle partecipazioni pubbliche, il primo, nel dicembre scorso, proprio dal Dipartimento del tesoro, il secondo nel gennaio dall’Istat, e il terzo negli ultimi giorni dal Servizio per il controllo parlamentare della Camera dei deputati.
Si tratta di tre «radiografie» dello «Stato arcipelago», della grande galassia delle società private in cui partecipano i poteri pubblici. Il loro numero, calcolato dall’Istat, ammonta a 7.969, con 908.511 addetti. Se ci si limita, come fa il Servizio per il controllo parlamentare, alle sole società controllate, si tratta di 3.448 società, con 582.669 addetti.
Queste società sono in continuo movimento. Il loro numero si è ridotto, dal 2012 al 2020, di un quarto, ma, nello stesso tempo, si è arricchito di nuove società, come quella per il trasporto aereo, quella per la decarbonizzazione del settore siderurgico, quella per la produzione di energia da fonti rinnovabili, quella per la promozione dell’efficienza energetica.
Dai tre rapporti citati emerge, innanzitutto, l’ottimo funzionamento dei tre organismi che li hanno prodotti, il Dipartimento del Tesoro, l’Istat e il Servizio per il controllo parlamentare. Si tratta di organismi che svolgono bene la loro funzione, censendo le società di primo, di secondo e di terzo livello, elencando i loro amministratori, le loro scadenze, le più diverse problematiche del settore industriale pubblico.
Da questi rapporti, in particolare dall’ultimo, emerge, però, anche che vi sono 559 società prive di dipendenti e 327 con un numero di dipendenti inferiore al numero degli stessi amministratori. Si tratta di società sostanzialmente vuote, dei meri schermi, sui quali dovrebbero esercitarsi i poteri di controllo dello Stato.
La seconda conclusione preoccupante riguarda la razionalizzazione prevista sette anni fa dal Testo unico delle società partecipate. Questa è ferma o va a rilento, tanto che il rapporto conclude che vi è un «basso tasso di adeguamento delle amministrazioni alle prescrizioni del legislatore di adottare misure di razionalizzazione». Un vero e proprio grido di allarme è quello che segnala che poco più del 44 per cento delle partecipate non rispetta uno o più parametri previsti dalla legge come condizione per il loro mantenimento in vita e che delle amministrazioni partecipanti solo poco più dell’82 per cento assolve gli obblighi di comunicazione dei dati. Se ne può dedurre che le amministrazioni difendono le loro partecipazioni e che talvolta lo stesso Parlamento autorizza la disapplicazione dell’obbligo di alienazione. Su questi punti critici dovrebbe esercitarsi il controllo governativo e parlamentare.
La relazione del Servizio per il controllo parlamentare analizza anche il provvedimento del 31 gennaio del 2023 con cui è stata definita la procedura di nomina degli amministratori. Questa merita una valutazione positiva, perché assicura sia il rispetto dei criteri di scelta, sia la trasparenza.
Un punto critico dell’assetto delle partecipazioni pubbliche, quale emerge in particolare dall’ultimo rapporto, riguarda la continua tensione tra il ricorso allo strumento privatistico della società per azioni, e i limiti di ordine pubblicistico che vengono disposti, sia direttamente dalle norme, sia dalle amministrazioni vigilanti, per evitare asimmetrie ed eccessiva discrezionalità. Se, da un lato, si ricorre al codice civile per assicurarsi i vantaggi dell’elasticità, dall’altro, come accade per le retribuzioni degli amministratori delle partecipate, si stabiliscono limiti che riproducono quelle gabbie pubbliche che con il ricorso al codice civile si volevano evitare.
Infine, stupisce che di un numero così cospicuo di addetti, quasi un milione, non tenga conto la Ragioneria generale dello Stato, che pure ha sede nello stesso ministero, nel calcolo degli addetti alla macchina pubblica. Questo consente di giungere erroneamente alla conclusione che il numero delle persone legate al settore pubblico allargato è inferiore a quello di altri Paesi di analoghe dimensioni, avvalorando la tesi che occorra procedere a maggiori assunzioni, che però costituirebbero un peso per la finanza pubblica e un danno per la macchina dello Stato.
L'articolo L’esorbitante numero delle partecipate di Stato proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
SFondi
Che esistano opinioni e interessi diversi, nell’indirizzare la spesa pubblica – sia essa alimentata dalla raccolta fiscale, dalla creazione di debito o da fondi europei – è naturale. In questo consiste la politica: tenere in coerenza un’idea di società con le scelte pratiche fatte giorno dopo giorno. E siccome è naturale che si abbiano idee diverse di società, con ovvie e lecite ricadute nel campo degli interessi, lo è anche che ci si scontri su come e dove indirizzare la spesa pubblica. Accapigliarsi, invece, non sulla destinazione e finalità della spesa, bensì sulla corrispondenza fra spese annunciate e coperture effettive – cioè sull’esistenza o meno di disponibilità economiche e sulla loro coerenza nei capitoli di bilancio – non soltanto non è naturale, ma è segno di caos. E quel che si vede è il caos.
Tanto più che, nel caso delle scelte relative ai fondi di Next Generation Eu (ovvero soldi destinati alle future generazioni), in Italia strutturate secondo quanto contenuto nel Pnrr (ove le due “r” stanno per “rinascita e resilienza”, non per “relazioni e redistribuzioni”), la condivisione dovrebbe essere ampia. Per non dire totale, visto che, chiacchiere a parte, per le voci più rilevanti e per più del 90% dei fondi si tratta del Piano elaborato dal governo Draghi, allora sostenuto da chi oggi è all’opposizione, fatto proprio e in parte emendato da chi allora era all’opposizione. Ragione per cui mentre un dibattito sulla destinazione dei fondi sarebbe da seguire con interesse, quello sull’esistenza dei fondi sostitutivi è da seguirsi con diffidenza.
Dice il ministro Fitto che non ci sono problemi e che tutto è regolarmente coperto, anche per quelle voci che sarebbero uscite dal novero del Piano, per essere coperte con la normale spesa pubblica. A noi farebbe piacere prendere per buone quelle parole, se non fosse che è la stessa fonte che assicurava non vi fossero ritardi di nessun tipo. E del resto, a nutrire dei dubbi non è soltanto l’Ufficio parlamentare di bilancio, ma anche sindaci che si vedono sottratti i fondi (e vabbè, magari fanno capo all’opposizione) e presidenti di Regione che sostengono di avere appreso i cambiamenti a cose fatte (ivi compreso il presidente del Friuli Venezia Giulia, che è un esponente della Lega).
A questo si aggiunga che il Pnrr, come qui ripetuto fin oltre la noia, non è soltanto lo strumento finalizzato all’uso dei fondi europei (per due terzi prestati a tassi di favore e per un terzo regalati, meglio non dimenticarlo), ma anche un già tracciato percorso di riforme. Necessarie a sottrarre l’Italia al pantano improduttivo nel quale si trova a marinare da lustri. E quelle riforme sono non soltanto in sicuro ritardo, non soltanto già riviste al ribasso (ad esempio nel rispetto dei tempi processuali, il che comporta rinuncia alla civiltà), ma stiamo passando l’estate a discutere oziosamente di una cosa che era già risolta nel disegno di legge sulla concorrenza elaborato dal governo Draghi e smontato da chi oggi governa, sui taxi, e si allunga ridicolmente la palla sui balneari, nel mentre l’estate sta finendo (Righeira, op. cit.) con aumenti dei prezzi fuori da ogni relazione con i costi e con l’inflazione. Se manco con tassisti e balneari si riesce a fare i conti e sbloccare l’Italia, chi crederà mai alla determinazione, ma forse anche alla volontà, di affrontare altre e più rilevanti partite?
Quindi: la rissa contabile deve finire subito. Se non siete capaci chiamate una società di certificazione. Mentre, con il dovuto rispetto per gli affaticamenti parlamentari, sarà il caso di osservare che nessun settore produttivo si ferma del tutto per le ferie. A meno che i parlamentari ritengano non produttivo il lavoro che svolgono, nel qual caso non ci sarebbe motivo di tornare da cinque settimane di ferie.
Non si tratta soltanto di essere seri sui fondi, rispetto ai quali ci si gioca la crescita futura e la credibilità presente, ma di cessare l’approssimazione e la prepotenza parolaia che fanno da sfondo al non commendevole spettacolo.
La Ragione
L'articolo SFondi proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Prima dell’approvazione alla Camera del ddl sul reato universale di gestazione per altri, sono avvenute molte audizioni di giuristi. Le ho lette una per una: sollevano diverse critiche, alcune delle quali avevo espresso anch’io.
Oggi su @valigiablu
valigiablu.it/gestazione-per-a…
Gestazione per altri (GPA) e reato universale: cosa dicono gli esperti
Cosa hanno detto i giuristi ascoltati durante l'iter legislativo della legge per rendere la gestazione per altri (GPA) reato universale?Vitalba Azzollini (Valigia Blu)
reshared this
Export militare, arriva la riforma. Ecco il Comitato interministeriale
Dopo la modifica dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento decisa la scorsa settimana, il governo voterà al Consiglio dei ministri di lunedì un disegno di legge che modifica le previsioni della legge 185, la norma che regola l’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali d’armamento. La principale riforma vede la reintroduzione presso la presidenza del Consiglio dei ministri del Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa (Cisd), soppresso nel 1993. L’organo si occuperà di formulare gli indirizzi generali per l’applicazione della stessa legge 185, e in generale delle politiche di scambio nel settore della difesa. Una misura che, come riportato dalla legge stessa, segue “l’esigenza dello sviluppo tecnologico e industriale connesso alla politica di difesa e di produzione degli armamenti”.
Faranno parte del Cisd, che sarà presieduto direttamente dal presidente del Consiglio, i ministri degli Affari esteri, dell’Interno, della Difesa, dell’Economia e delle finanze, delle Imprese e del Made in Italy. Le funzioni di segretario saranno svolte dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con funzioni di segretario e alle sue riunioni potranno essere invitati di volta in volta anche altri ministri, qualora interessati al dossier in corso di valutazione.
La misura è stata ripetutamente invocata diverse volte dall’intero settore, con l’obiettivo di portare la responsabilità di una materia delicata come l’import-export militare sotto l’autorità politica più elevata. L’obiettivo di riunire la materia in un comitato di ministri ad hoc è rendere quella che adesso è una responsabilità, anche personale, di una sola figura – nella fattispecie il direttore dell’Uama – una responsabilità invece condivisa a livello politico. Una volta effettuata questa decisione dall’esecutivo, l’Uama potrebbe semplicemente occuparsi di rilasciare le dovute documentazioni e supervisionare la corretta applicazione amministrativa delle misure previste dalla legge.
Al momento, infatti, il ministro plenipotenziario che guida l’Uama ha una responsabilità diretta circa le decisioni da prendere sulla possibilità o meno di esportare (o importare) da un determinato Paese. Spetta a questo funzionario, dunque, una decisione molto delicata e un esame molto approfondito sull’aderenza di potenziali partner commerciali internazionali ai prerequisiti legali previsti dalla legge italiana, primo fra tutto il rispetto dei diritti umani. Compito non facile e potenzialmente foriero di implicazioni enormi.
Una modifica come quella prevista dal nuovo disegno di legge permetterebbe invece di accelerare i procedimenti sui permessi all’esportazione di sistemi d’arma, settore su cui si basa non solo la sostenibilità finanziaria del settore della difesa, ma l’economia stessa del Paese. Quasi il 70% del fatturato industriale del settore, infatti, dipende dall’export, un fatturato che vale 17 miliardi di euro, più o meno un intero punto percentuale di Pil. Del resto è stata proprio la Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad), nella sua ultima assemblea a Roma, ospitata dal Centro alti studi della Difesa (Casd), a lanciare l’allarme sulla flessione dell’export italiano della difesa, con le autorizzazioni alle esportazioni in continua decrescita dal 2016.
Ben(e)detto del 3 agosto 2023
Fallimento
Il reddito di cittadinanza è stato un fallimento. Un costoso fallimento che oggi genera disordini e proteste. Quanti furono favorevoli dovrebbero comprenderne il perché e fare proposte (possibilmente realistiche), indicando come rimediare. Anche quanti furono contrari dovrebbero studiare le cause del fallimento, in modo da potere fare proposte (possibilmente realistiche) su cosa comunque cambiare. Invece chi votò contro tutta questa roba, come il Partito democratico, veste a lutto perché verrebbe soppresso quel che non avrebbero voluto far nascere; chi votò a favore, come la Lega, inneggia alla morte di quello alla cui nascita inneggiò; e chi fu contrario e ora vuol cancellare s’industria a trovare i correttivi per riuscire a prolungare i pagamenti.
La promessa del governo, ad esempio, è quella di pagare comunque 350 euro al mese a quanti si iscriveranno agli appositi corsi di formazione. Si discute se pagare all’iscrizione o dall’inizio del corso, corrispondendo anche gli arretrati. Siccome abbiamo già collaudata esperienza dei corsi di aggiornamento professionale assegnati alla gestione delle varie corporazioni (quella dei giornalisti compresa e in testa) – che sono insulti al buon senso e meritevoli solo della firma di presenza o, meglio ancora, della rivendicata assenza – è fondato il dubbio che possa trattarsi, in tutto o in parte, di roba d’analoga inutilità e dispendiosità. Siccome il mondo produttivo non fa che lamentare l’assenza di manodopera e di lavoratori adeguatamente formati, s’indirizzino lì i soldi: organizzate i corsi, fatelo a spese vostre, formate le persone che vi servono e formatele a quel che vi serve; all’esito del corso e all’attivazione del contratto vi verrà versato il corrispettivo di quel che sarebbe costato riattivare il pagamento al disoccupato nel mentre resta disoccupato. Le aziende fanno un investimento utile a loro stesse; la spesa pubblica s’indirizza a una pubblica utilità e scuce alla creazione di un posto di lavoro; il disoccupato cessa d’essere tale e festeggia.
A parte qualche bislacco teorizzatore del diritto al reddito per affrancarsi dal lavoro – che è teoria concepibile soltanto nella nullafacenza e nella consuetudine all’evasione fiscale – lo scopo dichiarato del reddito di cittadinanza era quello di agganciare i disoccupati (gli inoccupabili sono altra faccenda e per gli inabili esistevano sostegni anche prima ed è giusto che rimangano), metterli in contatto con chi era in grado di indirizzarli al lavoro e, quindi, farli assumere e cessare di sussidiarli. Com’era facilmente prevedibile non ha funzionato e, anzi, è finita che anche i navigator hanno manifestato per essere mantenuti nel loro ruolo. Che se fossero stati in grado di trovare il lavoro a qualcuno, forse ci sarebbero già andati. A esito di questa entusiasmante esperienza – vivendo nel Paese in cui i disoccupati sono tanti, ma i lavoratori mancanti sono di più – ciò che oggi sarebbe utile non è fare una Commissione parlamentare d’inchiesta per ripetere a pappagallo i dati già prodotti dalla Guardia di Finanza circa i raggiri, ma ascoltare qualche cosa di serio sul (non) funzionamento dei Centri per l’impiego. Che non funzionano da prima del 2019, quando il primo governo Conte si vantò di avere cancellato la povertà.
Sarebbe saggio proporre: a. una banca dati nazionale unica dell’assistenza; b. la collaborazione regolata dei Centri pubblici e privati per la ricerca di personale e del lavoro; c. corsi di formazione che non servano a pagare formatori altrimenti disoccupati. Sarebbe sensato avere forze politiche più sensibili alle esigenze produttive e sarebbe sensato di averne di più sensibili alla condizione dei disoccupati. Parlandosi concretamente scoprirebbero di avere il comune interesse alla crescita di occupazione e produttività.
L’assistenzialismo non è un triste obbligo derivato dalla povertà, ma una triste scelta deresponsabilizzante che genera povertà. La quale dilaga – come dimostra il trasformismo piagnucoloso – in povertà di idee politiche.
La Ragione
L'articolo Fallimento proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Abusando degli scioperi la Cgil, come disse Turati, uccide la gallina dalle uova d’oro
Quando, a inizio Novecento, il marxismo rappresentava ancora il sol dell’avvenir, gli imprenditori erano chiamati “padroni” e per conflitto sociale si intendeva la lotta di classe, c’era chi nell’abuso del diritto di sciopero introdotto dal governo Giolitti vedeva un rischio mortale per la sinistra in generale e per il movimento operaio in particolare. Era il leader socialista, di cultura riformista, Filippo Turati, che titolò “Scioperi vani” un pensoso articolo pubblicato sulla rivista milanese “Lotta di classe”. Vi si legge un avvertimento: “Lo sciopero è mezzo di estrema difesa, da usarsene con ogni riguardo”. L’articolo entusiasmò il giovane liberale Luigi Einaudi, che pure era distante anni luce dall’interpretazione marxista dell’economia e della società. “Non esito a dire che questo è uno degli articoli più notevoli usciti dalla penna di Filippo Turati”, scrisse Einaudi.
Turati ribadì più volte il concetto, fino a trasformalo in un vero e proprio monito: “State attenti con gli scioperi, che rischiate di uccidere la gallina dalle uova d’oro”. Non fu ascoltato. Di lì a poco, tra il 1919 e il 1920, l’Italia visse il suo “biennio rosso” fatto di scioperi selvaggi, manifestazioni di piazza e violenze politiche d’ogni sorta, spalancando di conseguenza le porte della Storia al Fascismo in quanto fenomeno d’ordine. “La gallina dalle uova d’oro” finì in pentola per il successivo ventennio.
Sarebbe il caso che Maurizio Landini ripartisse da Filippo Turati. O quantomeno leggesse i resoconti del dibattito che nel 1947 animò i membri dell’Assemblea costituente. Pochi, ad esempio il fondatore dell’Uomo qualunque Guglielmo Giannini, erano contrati a riconoscere il diritto di sciopero (regolato per legge) in Costituzione. Tutti, anche il celebre segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio, mettevano in guardia dall’uso “politico” di tale diritto.
C’è da credere che tanto Turati quanto Di Vittorio avrebbero considerato “politico”, e pertanto sconveniente, lo sciopero generale annunciato nelle scorse settimane per l’autunno da Maurizio Landini contro la legge di bilancio del governo Meloni. Legge di bilancio di cui ancora non vi è traccia. Del resto, si tratta dello stesso Landini che, al pari di mezzo Pd, disse peste e corna del reddito di cittadinanza quando fu approvato dal primo governo Conte, ma ora che il governo Meloni lo ha smontato lo difende a spada tratta. Dallo sciopero preventivo al reddito tardivo, tutto lascia credere che si annunci un autunno caldo. Caldissimo.
Non resta che augurarsi che un soprassalto di buonsenso indirizzi le scelte e governi il linguaggio di vecchi e nuovi capipopolo. La povertà non è stata abolita, il malessere esiste. La brace delle tensioni sociali è sempre viva, a soffiarci sopra con intenti demagogici si rischia di alimentare una fiamma destinata a sfuggire ad ogni controllo.
L'articolo Abusando degli scioperi la Cgil, come disse Turati, uccide la gallina dalle uova d’oro proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Un taxi chiamato desiderio.
Dalle riforme non fatte, alle riforme proposte, a quelle da fare, unico denominatore: i tassisti si oppongono a qualunque cambiamento.
Intanto l'Antitrust apre un'indagine su Pos, tassametri e altro, mentre la Corte di Giustizia UE smonta il sistema delle licenze limitate a tutela di una certa categoria. Il messaggio ai tassisti italiani è molto chiaro.
Di questo e altro scrivo oggi su Domani
editorialedomani.it/politica/i…
La riforma impossibile dei taxi. Ma ora il caos è vera emergenza
L’Antitrust avvia una verifica sui disservizi. Il governo promette una soluzione, ma in passato hanno fallito tutti. Intanto però arriva una ... Scopri di più!Vitalba Azzollini (Domani)
reshared this
DeCrescita
Non è un annuncio di recessione. La crescita annua resta positiva e positivo è il risultato del secondo trimestre 2023 rispetto al secondo trimestre 2022. Ma l’Istat comunica che quel risultato, rispetto al primo trimestre dell’anno in corso, fa registrare un non piacevole -0,3%. È una stima, ma è anche un fatto. E con i fatti si devono fare i conti.
Confindustria da settimane lancia allarmi sulla produzione industriale. Nel conto si deve mettere anche il fatto che il comparto agricolo e gli allevamenti della Romagna sono finiti sott’acqua. Per rimediare ci vorrà del tempo. Il nostro settore industriale è fortemente integrato con quello tedesco, che non è messo bene (per questo avvertivamo che se quel governo intende spendere soldi del suo contribuente per aiutarlo, anziché «Fermati» gli si deve dire «Sbrigati e concorda in sede Ue»). Il lato servizi continua ad andare bene, ma senza maggiore concorrenza produce più inflazione. Il turismo va molto bene, ma non ha la forza d’invertire il rinculo che ora si registra.
A questo si aggiunga che i conti pubblici italiani sono stati calibrati su una crescita a +0,9% (questa la previsione contenuta nel Documento di economia e finanza), che è ancora alla portata, semmai passibile di ritocco per uno zerovirgola, ove dovesse verificarsi una mancata crescita nella seconda metà dell’anno. Quindi: niente panico. Ma anche: niente sorrisi ebeti.
Ci eravamo premurati di osservare che non è stato confortante ascoltare, dopo le ultime previsioni del Fondo monetario internazionale, commenti fuori luogo e festeggiamenti perché «cresciamo più di Francia e Germania». Da tre anni cresciamo bene e più di altri – senza recuperare il ritardo prima accumulato – ma siamo in decelerazione. Sarebbe ottuso accusare il governo dell’odierno -0,3%, ma lo era anche appizzare la crescita sul suo petto rigonfio. Non è una questione da politicanti in propaganda ininterrotta, ma assai pratica e concreta: non è stato fatto nulla, né in un senso né nell’altro.
Qui si crede che sia un merito non avere combinato sfracelli e non essere usciti dal seminato (Ero dipinta come un mostro e non è successo nulla, il “mostro” è propaganda, il “nulla” è realtà). Il governo Meloni ha il merito di non avere toccato i binari tracciati dal governo Draghi, ma su quelli viaggiano i nostri conti pubblici. Talora arrancando in salita. Mentre per quel che riguarda la crescita futura, da costruire, la partita decisiva non è soltanto farsi dare (sia pure in ritardo) le rate dei fondi europei legati al Pnrr: la partita decisiva è attuare quel piano e trasformare i quattrini in investimenti produttivi. Come, del resto, onorare il piano anche sul lato delle riforme e, al momento, è tutto fermo. Ricordiamoci che se abbiamo davanti soltanto un -0,3% è anche perché il turismo tira, ma noi accogliamo i turisti stranieri senza taxi e spediamo quelli italiani su spiagge regalate ai concessionari, nel frattempo avviando un ridicolissimo censimento di beni pubblici che dovrebbero essere sempre e costantemente censiti. Tutti segni che siamo fermi.
Inoltre: le scelte della Banca centrale europea danno i loro frutti e l’inflazione scende, attestandosi ora a un 6%. Che è sempre alto, ma in discesa. Però l’inflazione sul carrello della spesa resta sopra il 10% e serve a nulla parlare di controlli e Mister prezzi. La più efficace arma contro la speculazione è la concorrenza, il che presuppone anche cancellazione dell’evasione fiscale. Ricordate il debutto del governo contro il Pos e per un maggiore uso del contante? Pessimo modo di cominciare.
Le forze politiche continuino pure il loro inutile sventolio di bandiere senza contenuto. Il governo si glori di quel che non ha fatto e le opposizioni lo accusino per colpe che non ci sono. Ma poi c’è la realtà e quella di ieri non è una sirena che annuncia disastri, ma un allarme che dovrebbe indurre a non perdere tempo. Anche perché quello dilapidato nel balletto del Pnrr lo contabilizzeremo fra qualche mese.
La Ragione
L'articolo DeCrescita proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Troppa isteria sui dati economici
Aveva appena finito di dire che l’Italia stava attraversando un periodo di crescita ben più alto degli altri Paesi europei e che per questo aveva recuperato credibilità, che Giorgia Meloni si vede pubblicare dall’Istat dati sul Pil del secondo trimestre di quest’anno che hanno deluso tutti. Nel trimestre l’Italia è tornata ad essere il fanalino di coda dell’area euro, l’unico Paese ad avere davanti al tasso di crescita un segno meno, insieme a Austria e Lettonia. Abbiamo fatto un -0,3% (anzi per essere precisi -0,34%), contro il +0,3% della media. Ma come era sbagliato prima esultare prematuramente, sarebbe ora sbagliato dare troppa importanza al dato di un singolo trimestre. Vediamo perché e quali sono comunque i rischi.
A parte il fatto che si tratta ancora di dati preliminari, se guardiamo alla crescita nel complesso della prima parte dell’anno, l’Italia sta nella media europea. Il nostro dato del secondo trimestre segue un primo trimestre che era stato ben più forte di quello degli altri Paesi. Avevamo fatto un +0,6%, contro una crescita zero dell’area euro. Nel complesso dei due trimestri quindi la nostra crescita è più o meno dello 0,3% proprio come l’area euro. Siamo nella media. Se poi guardiamo le cose su un orizzonte più lungo, nonostante questa battuta d’arresto, tra i principali Paesi europei siamo ancora quelli che hanno fatto meglio dal periodo pre-Covid.
Siamo del 2,2% sopra al Pil del quarto trimestre del 2019. La Francia sta all’1,7%, la Spagna, che pure negli ultimi trimestri è cresciuta come un treno, allo 0,4% e la Germania allo 0,2%. Già, la Germania. Sappiamo quanto il nostro settore industriale sia legato a quello tedesco, sia come concorrenti sia come fornitori di prodotti intermedi. La bassa crescita tedesca pesa sul nostro settore industriale che si sta contraendo, mentre i servizi sono ancora in leggera crescita. La Germania ha migliorato nel secondo trimestre il proprio andamento: dopo due trimestri di calo, il Pil tedesco si è almeno stabilizzato tra marzo e giugno. Ma l’economia resta debole, il che contribuisce a spiegare anche questo nostro trimestre di debolezza.
Infine, nel complesso del 2023, centrare l’obiettivo di crescita del Pil per l’anno fissato dal governo nel Documento di Economia e Finanza di aprile (1%) è ancora del tutto possibile. Basterebbe che crescessimo dello 0,3% nel terzo trimestre (in linea con la media degli ultimi due trimestri) e dello 0,2% nel quarto. Quindi, per quanto brutto sia il dato dell’Istat, è prematuro lanciare segnali d’allarme. Non vorrei però apparire come quello che minimizza comunque la questione, per cui passiamo ora alle cose che ci debbono preoccupare.
La prima è che i problemi della Germania potrebbero continuare. La Germania avrebbe la possibilità, dato il suo basso debito di prendere misure espansive (visto i livelli ancora alti di inflazione potrebbero per esempio tagliare un po’ le imposte indirette), ma si sa che i tedeschi mollano i cordoni della borsa solo in presenza di una pesante recessione: mica si spaventano per qualche segno negativo del Pil.
La seconda cosa che preoccupa sono i dati sui consumi che sono in discesa. Prima o poi doveva succedere. L’aumento dei prezzi riduce la capacità di spesa delle famiglie, visto che gli stipendi dei lavoratori sono cresciuti meno dei prezzi. Per un po’ le famiglie vanno avanti a spendere, riducendo i propri risparmi, ma la cosa non può durare per sempre. Fra l’altro anche il risparmio accumulato in passato è stato pesantemente eroso dall’inflazione, a vantaggio dello stato il cui debito, diretto o indiretto, verso le famiglie italiane è sceso parecchio in termini reali.
La terza riguarda la Bce. Ho sostenuto che quanto ha fatto finora non è sbagliato. Il livello attuale dei tassi di interesse compensa a mala pena l’erosione del valore dei prestiti causato dall’inflazione futura. I tassi reali (cioè al netto dell’inflazione) sono vicini allo zero. Ma cosa farà d’ora in avanti la Bce? Il fatto che l’economia europea stia ancora crescendo, che l’inflazione di base rimanga fissa 5,5% e che, per la prima
volta dal 2021 sia più bassa di quella totale suggeriscono un possibile ulteriore aumento dei tassi di intesse dopo la pausa di agosto. Dobbiamo sperare che ad agosto ci sia qualche segnale di miglioramento altrimenti temo che potrebbe arrivare un altro aggiustamento di un quarto di punto. Tutto sommato, il dato sul Pil non è di per sé allarmante, ma è indubbio che i rischi sono aumentati.
L'articolo Troppa isteria sui dati economici proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Il Palamento legiferi sul fine vita
Niente di straordinario, è stata solo «una risposta civile ad una cittadina che chiedeva di poter gestire il suo fine vita in modo libero e consapevole». Così il governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia, ha spiegato la decisione della giunta che presiede di accompagnare alla morte una malata oncologia terminale, Gloria. «Noi – ha detto – abbiamo semplicemente dato attuazione ad una sentenza della Corte costituzionale, quella che nel 2019 si è espressa sul caso del dj Fabo». Quella sentenza denunciava un vuoto legislativo e incoraggiava il Parlamento a colmarlo. Mai incoraggiamento fu più vano: il Parlamento è rimasto inerte sul delicato tema del fine vita, delegando così a regioni e magistratura il potere legislativo che la Costituzione gli attribuisce in via esclusiva.
Difficile andare avanti così. Difficile perché l’età media si allunga ma non per questo si accorcia la lista delle patologie gravi e invalidanti che affliggono uomini e donne soprattutto in età avanzata.
In «Utopia», riflettendo sulla condizione del malato grave inguaribile, Tommaso Moro esorta «sacerdoti e magistrati» ad accettare che quando «il vivere è diventato per lui una tortura, sia anzi lui stesso, animato da serena fiducia, a liberarsi di sua mano di quell’esistenza penosa come da una prigione o da un supplizio, oppure a consentire di sua volontà che siano gli altri a strapparnelo». Nel Cinquecento, il cattolico Tommaso Moro, beatificato da Leone XIII nel 1889, proclamato santo da Pio XI nel 1939 e dichiarato patrono dei governanti e dei politici da Giovanni Paolo II, non poteva sapere che un giorno la scienza medica e la tecnica applicata alla medicina avrebbero consentito a milioni di persone di allontanare la morte senza per questo poter riguadagnare la vita. È sgradevole ammetterlo, ma se anche Dio o il destino ci eviteranno malattie o traumi gravemente invalidanti, sappiamo che trascorrere l’ultima fase della vita immobilizzati su un letto senza la speranza di poterci un giorno alzare e/o attaccati a una macchina senza la possibilità di affrancarcene è quello che accadrà a buona parte di noi. E allora sarebbe giusto che chi non ce la fa più potesse sottrarsi a un dolore senza fine e sarebbe caritatevole che altri potessero eseguire la sua libera volontà nel caso in cui non si trovi nella condizione di attuare i propri propositi da solo. Ma, questo è il convincimento di chi scrive, solo in questo caso. Chi è in grado di darsi la morte, ma non lo fa, non dovrebbe poter delegare un’azione per cui non è evidentemente pronto; chi non è fisicamente in grado di darsi la morte, ma è condannato a sopravvivere in un limbo della vita, ha il diritto che la sua volontà sia doverosamente rispettata.
È per questo che due anni fa non ho firmato il referendum promosso dai radicali. Perché depenalizzava indistintamente l’omicidio del consenziente, di fatto tendendo all’introduzione in Italia del modello eutanasico olandese. Un modello a mio giudizio eccessivo, che sottrae la persona alle proprie responsabilità e presenta il rischio di pericolose degenerazioni. Mi fermerei un po’ prima, ma sempre in linea con il pensiero di San Tommaso Moro. Pensiero su cui la Chiesa e i parlamentari “cattolici” farebbero bene a riflettere.
Rispetto profondamente la sensibilità di chi rifiuta l’eutanasia per sè e per i propri familiari, ma sono convinto che rispettare la sensibilità di chi la pensa diversamente sia una scelta pienamente liberale e, lo dico con rispetto, di carità cristiana. È una questione, come ha correttamente detto Luca Zaia, «di civiltà».
L'articolo Il Palamento legiferi sul fine vita proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Occidente
Bella la fotografia che ritrae la nostra presidente del Consiglio accanto al presidente degli Stati Uniti. Ma si deve guardare a quel che c’è dietro. Su quelle due poltrone si sono già seduti altri, in rappresentanza dei due Paesi, ma la situazione non è sempre la stessa. Dietro quel ritratto c’è un’idea di Occidente tutt’altro che scontata e in divenire.
Finita la guerra (1945) e nata la Repubblica (1946), quando si trattò di decidere se essere parte dell’Alleanza atlantica (1949) ci fu, in Italia, un durissimo scontro. Era contraria la sinistra a dominanza comunista, perché la Nato sarebbe stata contrapposta all’impero sovietico. E l’Italia, come premurosamente ci veniva ricordato urlandolo in piazza, era il Paese non sottoposto all’Urss con il “più grande partito comunista”, di stretta osservanza e dipendenza economica sovietica. Era contraria anche la destra nostalgica del fascismo, il Movimento sociale la cui fiamma brucia ancora nel simbolo di Fratelli d’Italia. Il che era comprensibile, visto che la guerra la vollero dall’altra parte, quella del torto marcio. Ed era contraria una parte significativa del mondo cattolico, che restava antioccidentale e a vocazione disallineata e mediterranea. De Gasperi e Sforza seppero farsi valere.
Ma sarebbe sbagliato pensare che le divisioni di allora fossero appena nate, perché affondano le radici nella stessa Unità d’Italia. Gli Stati Uniti riconobbero subito la Repubblica Romana (1849) – di Armellini, Mazzini e Saffi – avversata dal Vaticano e dai papalini. Le parole papaline di allora additavano la Repubblica quale nemica della fede e dei sacri costumi italiani (alla Kirill e Putin). E dopo l’Unità (1861) si dovette attendere degli anni prima di riuscire a liberare Roma dai papalini (1870) e farne la Capitale. E i papalini di allora non erano la ridicola nobiltà nera che vendette le terre e le dimore ai palazzinari.
Si potrebbe e dovrebbe continuare a lungo, perché serve a capire che questi sentimenti sedimentano e generano quella cosa che si ripete come luogo comune, l’Italia “a cavallo” o “terra di confine”. Il Paese che può dirsi dalla parte di Israele, ma assicurare ai terroristi palestinesi di usarlo come base logistica (furono casualmente arrestati con un missile!), a patto di non eseguire attentati in Italia (così detto “Lodo Moro”). Magari l’ignoranza li mette al riparo dalla consapevolezza, ma grande parte degli antioccidentali odierni, di destra e di sinistra, hanno un conto aperto con il processo unitario e con lo Stato laico. Per tante ragioni, che qui non c’è spazio per approfondire, la nostra storia nazionale non ha proceduto a digerire e interiorizzare, preferendo deglutire e accantonare. Non a caso riusciamo a far polemiche demenziali ad ogni 25 aprile.
Quella foto alla Casa Bianca ritrae una governante italiana che condivise quei sentimenti dell’Italia perdente, criticando anche le blande sanzioni alla Russia, dopo l’invasione della Crimea. Una governante che guida una coalizione in cui quel modo di vedere era stato prevalente. Ma lei siede lì, mentre un Bolsonaro non c’è mai riuscito e un Orban non ci riuscirà. Perché dietro c’è la criminale aggressione di Putin all’Ucraina e la nettissima scelta di continuare la linea occidentalista di Draghi.
Quella foto è il ritratto dell’Occidente: area di democrazie, in cui è non solo legittimo, ma doveroso che vi siano idee e partiti diversi e contrapposti, ma in cui non può essere messa in discussione la difesa dell’Occidente. Pena l’esclusione dal governo (la conventio ad escludendum del Pci) o quella del proprio Paese dal novero delle libertà, prosperità e sicurezza. Questo Meloni lo ha capito e interiorizzato. Ed è un bene per l’Italia. Anche la sinistra lo ha capito e, nel punto critico, s’è fatta guidare da ex democristiani come Letta e Guerini. Ma non lo ha interiorizzato, perché rimproverando alla destra di non avere fatto i conti con l’essere stati fascisti ha evitato di fare i conti con l’essere stati comunisti.
L'articolo Occidente proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Sfrontati
Bella cosa la realtà, anche quando presenta problemi, anche quando è dolorosa, perché costringe a fare i conti con le sfrontatezze ideologiche e demagogiche. E vince sempre la realtà. Per vincerne le difficoltà si può usare solo il realismo, anche nel caso in cui si tenda a modelli diversi. E, nel caso degli accordi europei sull’immigrazione, la realtà contiene importanti opportunità. Tutto sta a saperle cogliere, anziché scappare nell’irrealtà del partito preso.
L’accordo europeo che si voleva essere “storico”, quello che era in continuità con il passato, ma che si voleva travestire da svolta possibile solo grazie alla forza con cui si erano fatti valere gli interessi nazionali, s’arresta perché i medesimi Paesi che la destra aveva eletto ad esempio e guida, quelli di Visegrad, in testa Polonia e Ungheria, più l’Austria, oppongono un rifiuto. Una storia già rivista, solo che ora la destra italiana si trova dall’altra parte e governa (non certo per la prima volta). Un nuovo equilibrio si troverà, come si è sempre trovato, ma l’inciampo insegna molte cose.
La questione specifica è relativa all’eventualità di dovere far fronte non solo a un flusso eccessivo di emigranti, ma anche al fatto che qualche Paese provi a specularci (come ha fatto, da ultimo ma non prima, la Bielorussia). In questo caso – si stabiliva – la pressione si ripartisce, non essendo giusto che si scarichi sul Paese la cui frontiera è più esposta, visto che è comunque una frontiera esterna dell’intera Unione europea. I renitenti lo rifiutano. Sicché a lasciare soli i più esposti sono gli stessi che ieri erano indicati come esemplari. La rottura non è una novità, visto che la destra governante l’Italia si trova (giustamente) sul fronte opposto a quello dell’Ungheria del vecchio amico Orban, circa la condanna della criminale invasione russa e la difesa degli ucraini.
Nel mentre si lavora allo sblocco si tragga insegnamento dal blocco: se si vuole far funzionare meglio l’Ue si deve potere decidere più spesso a maggioranza. Il che coincide con gli interessi italiani e comporta molta più Ue. Non meno. Il tema dell’immigrazione e della sicurezza, tanto caro alla destra, è l’occasione per imparare e cambiare.
Bisogna sapere distinguere un fenomeno epocale, che non è affatto un’emergenza, bensì una permanenza, dall’altra questione, relativa al bisogno nazionale degli immigrati. Un bisogno che è italiano, ma condiviso con tutte le potenze industriali e produttive europee. Il fenomeno epocale reclama accordi europei, altrimenti saltano le frontiere. Chi si preoccupa solo delle proprie non ha capito nulla del fenomeno e si regola in base alle proprie convenienze propagandistiche. Anche il bisogno italiano richiede cambiamenti, che, almeno in parte, ci sono già stati.
Intanto il governo di destra ha varato un decreto flussi con due elementi positivi: primo, è triennale; secondo, è il più alto numero fin qui programmato e consentito. Nonostante ciò, la previsione di ingressi regolari (giustamente distinti dall’afflusso incontrollato) è ancora inferiore al bisogno del sistema produttivo e familiare. Senza più numerosi ingressi si ferma anche il già claudicante Pnrr. Ma sarà la forza della realtà a far cambiare quei numeri, non potendo abbandonarsi al facile ed irresponsabile giochino di far credere che la colpa sia sempre di altri.
Poi c’è la legge che porta il nome di Bossi e Fini, quindi una legge della destra (vedete che c’è già stata, al governo!): è in vigore da più di venti anni, non ha mai funzionato e non ha mai difeso nulla, ma ora è la destra stessa a cambiarla perché, come di ripete da lustri, rende difficilissimi gli ingressi regolari. Sicché un extracomunitario che abbia già lavorato, anche all’estero, per ditte italiane può direttamente entrare.
Bella cosa la realtà. Meglio ancora se si saprà usarla per traslocarci i consensi che si sono raccolti negandola. Meglio realisti che sfrontati, visto che s’è pure perso il vecchio amato fronte.
L'articolo Sfrontati proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Il bluff della mappatura delle concessioni balneari.
Il governo mira a dimostrare che le spiagge non sono un bene scarso, quindi la Bolkestein non si applica.
Ma una sentenza del Consiglio di Stato ha già smontato il bluff.
Oggi su Domani
editorialedomani.it/fatti/conc…
Il bluff del governo Meloni sulla mappatura delle spiagge
Dopo aver deciso a febbraio 2023 un’ulteriore proroga delle stesse, nonostante ogni nuova proroga fosse stata preventivamente dichiarata ... Scopri di più!Vitalba Azzollini (Domani)
reshared this
In difesa, l’Europa faccia di più. Il premier sposa la linea americana
L’incontro del presidente del Consiglio Giorgia Meloni con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden è stata l’occasione per affrontare i temi cruciali della difesa, sia dal punto di vista bilaterale, sia da quello dei legami che uniscono le due sponde dell’Atlantico nella Nato. Temi su cui la diplomazia italiana ha lavorato fin dalla missione a Washington del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Oltre a ribadire l’assoluta intenzione di entrambi i Paesi di continuare a sostenere l’Ucraina nel suo sforzo di resistenza dall’invasione russa, l’incontro ha permesso ai due leader di discutere in profondità l’architettura stessa della difesa che interessa direttamente l’Italia e gli Stati Uniti.
Rispondendo in conferenza stampa a una domanda sull’autonomia europea, Giorgia Meloni ha ribadito ulteriormente come a suo giudizio, l’Europa abbia “abdicato” alle proprie responsabilità. Un tema che secondo il presidente del consiglio è emerso anche nel corso del vertice Nato di Vilnius. Se l’Europa desidera avere un’autonomia politica, è il ragionamento, è tempo che agisca di conseguenza. Lungi dall’essere una visione alternativa all’alleanza transatlantica, il punto del premier è chiaro “deve esistere una colonna americana e una colonna europea della Nato”.
Una interpretazione che è assolutamente in linea con quanto si chiede da molto tempo dagli Stati Uniti, indipendentemente dall’inquilino della Casa Bianca. Per Meloni, “gran parte del peso della Difesa” globale ed europea è stato portato dai soli Usa. Una condizione che, come sottolineano tutte le riflessioni strategiche a stelle e strisce, non può continuare, soprattutto di fronte alle sfide globali che attendono lo strumento militare americano, Cina in primis. Una posizione esplicitamente assunta anche dal capo del governo italiano.
Il tema, naturalmente, si lega immediatamente allo sforzo nazionale di aumentare la spesa militare. Un impegno che, ha tenuto a ricordare il presidente, il suo partito ha preso anche da “unico partito di opposizione”. Quello del 2% del Pil da destinare alla difesa è del resto un tema su cui il governo si è impegnato fin dal primo giorno, senza tuttavia nascondere le difficoltà di raggiungere l’obiettivo date le condizioni economiche del nostro Paese, come più volte espresso anche dal ministro Crosetto. Ma l’impegno ribadito da Meloni a Biden traccia una linea da seguire. Non si tratta, infatti, di conseguire dall’oggi al domani tale traguardo – impegno irrealizzabile e poco credibile – quanto invece di dare segnali e rassicurazioni visibili e quantificabili della traiettoria intrapresa dall’Italia in questo senso, di graduale e sistematico aumento delle spese per l’apparato militare.
Una priorità di cui potrebbe beneficiare l’Alleanza, naturalmente, ma anche il Paese stesso. “I nostri destini sono indissolubilmente legati” ha detto Meloni, aggiungendo però che i rispettivi interessi possono “non essere sempre perfettamente sovrapposti”. Ancora una volta, non si tratta di agire in maniera slegata o “terza” rispetto a quelli che sono gli interessi transatlantici, quanto piuttosto assumersi la responsabilità di quei dossier su cui gli Usa non hanno immediato interesse o nei quali non possono agire.
Un esempio di questo, portato proprio da Meloni, è quello dell’Africa, del Sahel e del Mediterraneo allargato. Qui “c’è margine per ciascuno di fare il proprio lavoro” ha detto il premier, portando avanti un lavoro “nell’interesse di tutti”. Autonomia, dunque, ma come valore aggiunto per l’Alleanza, nella speranza che i Partner possano seguire la strada indicata dall’Italia. Il riconoscimento che Washington ha riconosciuto alla leadership italiana nella regione, del resto, potrebbe anche fungere da stimolo per gli altri Paesi europei in questo senso.
Primo semestre di Leonardo. Ecco i risultati, in attesa del nuovo Piano industriale
Di fronte all’aumento nella richiesta di sicurezza, legata al contesto geopolitico internazionale, è sicuramente cresciuta la domanda di sistemi di Difesa tradizionali, a cui però si aggiungono anche le necessità di sicurezza nei nuovi domini dello spazio e del cyber. È quanto emerge dai risultati per il primo semestre ottenuti da Leonardo, il primo sotto la presidenza di Stefano Pontecorvo, che confermano le Guidance per l’intero anno formulate in sede di predisposizione del bilancio al 31 dicembre 2022. I primi sei mesi dell’anno hanno registrato risultati solidi, soprattutto in termini di crescita degli ordini, aumento di profittabilità e rafforzamento della performance di cassa. A fare la differenza per il gruppo di piazza Monte Grappa è intervenuto appunto il potenziamento dei settori a maggior crescita, quello extra-atmosferico e quello informatico.
I numeri
Nel primo semestre dell’anno i ricavi si sono attestati a 6,9 miliardi di euro, +6,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il flusso di cassa operativo (Focf) è negativo per circa 517 milioni, in netto miglioramento rispetto al dato del 2022, negativo per 973 milioni. L’indebitamento scende ben del 24%, arrivando a 3,637 miliardi, dai quasi 4,8 milioni del 2022, grazie al minore assorbimento di cassa. Con ordini pari a 8,7 miliardi, il portafoglio ordini arriva alla cifra record di a 40 miliardi, assicurando una copertura di lavoro ben superiore a due anni e mezzo. Una crescita trainata soprattutto dall’ottima performance della divisione Elicotteri grazie agli ordini del ministero della Difesa austriaco e della Us Air force, oltre a una crescita degli ordinativi per l’Elettronica per la difesa e sicurezza. L’Ebita è pari a 430 milioni, +5,7%. Si conferma, quindi, il solido il business legato al settore militare e governativo.
La Guidance
Il Gruppo conferma dunque le previsioni per l’intero anno formulate in sede di predisposizione del Bilancio 2022. Per l’anno in corso si prevedono nuovi ordinativi pari a circa 17 miliardi, con un occhio particolare per i nuovi mercati in espansione. Per i ricavi la Guidance indica una forbice tra 15 e 15,6 miliardi, comunque, in crescita rispetto al 2022 grazie anche “alla ripresa delle consegne di B-787” da parte della divisione Aerostrutture. Anche la redditività è prevista in aumento, con Ebita previsto tra 1,2 e 1,3 miliardi. Il flusso di cassa è atteso a circa 600 milioni, mentre l’indebitamento dovrebbe scendere a 2,6 miliardi.
Il commento
Per Roberto Cingolani, amministratore delegato, “l’azienda si dimostra solida e i risultati sono promettenti, anche prospetticamente”. Per l’ad, il gruppo è “in una fase di predisposizione del nuovo Piano industriale che vedrà la luce all’inizio del prossimo anno”. Pilastri di questo nuovo Piano saranno “il consolidamento del core business con un focus particolare sui prodotti per la difesa e l’allargamento a nuove iniziative, con il potenziamento dei settori a maggior crescita, come spazio e cyber-sicurezza”. Per Cingolani, l’obbiettivo è dare “un rinnovato impulso alla digitalizzazione di tutto il nostro portafoglio prodotti per accrescere ulteriormente la nostra competitività su tutti i mercati, in Italia e all’estero”.
Nucleo climatico
youtube.com/embed/CCaVznOERmk?…
L'articolo Nucleo climatico proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
La faziosità che impedisce di affrontare i problemi
Dalla lezione di un grande studioso della democrazia, Giovanni Sartori, si ricava che quando la polarizzazione politica è elevata l’opposizione tende ad essere «irresponsabile»: si contrappone frontalmente al governo su tutto. Senza ombra di realismo. Ciò spiega la drastica e repentina mutazione che subiscono i partiti quando passano dall’opposizione al governo e viceversa. Giorgia Meloni, prima di vincere le elezioni, aveva (tranne che sull’Ucraina) la tipica postura dell’oppositore irresponsabile nel senso di Sartori. Meloni al governo è un’altra cosa. Il Pd ha fatto il tragitto contrario: era una cosa quando faceva parte della maggioranza di governo guidata da Mario Draghi, è un’altra cosa fuori dall’area di governo. Quando sono all’opposizione il partito di destra o il partito di sinistra si fanno guidare, rispettivamente, dal principio pas d’ennemis à droite (niente nemici a destra) e pas d’ennemis à gauche (niente nemici a sinistra). Ciò alimenta la costante delegittimazione reciproca fra governi e partiti di opposizione. Riflette le divisioni che esistono nel Paese. Ma tende anche a perpetuarle e a esasperarle.
Viviamo in una fase storica nella quale la polarizzazione politica è aumentata in tante democrazie (si pensi agli Stati Uniti) ma l’Italia fa storia a sé. La nostra era una democrazia polarizzata (quando molte altre non lo erano) ai tempi della Guerra fredda. Ed è rimasta tale. Con l’aggravante che mentre un tempo l’esistenza di forti partiti riusciva a contenere, almeno in parte, le pressioni divaricanti, oggi che quei forti partiti non ci sono più l’opera di contenimento è assai più faticosa e spesso impossibile.
Le conseguenze sono pesanti. Quando predomina lo spirito di fazione affrontare i problemi del Paese diventa impossibile. Sia perché chi governa — ovviamente costretto ora a fare i conti con la realtà — non può mai liberarsi completamente delle scorie accumulate nella fase dell’opposizione irresponsabile. Sia perché non è pungolato da una opposizione che sappia confrontarsi con i problemi anziché innalzare muri ideologici. I problemi del Paese sono noti: insufficiente crescita economica, declino demografico, mali antichi dell’amministrazione, malfunzionamento dell’amministrazione della giustizia, deterioramento del sistema scolastico, prestazioni di welfare mal distribuite e con ampie sacche di inefficienza, necessità di governare i flussi migratori, obbligo di conciliare le misure per fronteggiare il cambiamento climatico con la salvaguardia della forza industriale del Paese. Grandi e difficilissimi problemi che richiederebbero una convergenza di intenti, chiamare il Paese a riconoscersi in alcune idee-forza. Una cosa è dividersi, come è normale in democrazia, su proposte diverse ma volte a uno stesso scopo. Altro è dare libero sfogo allo spirito di fazione e a uno scontro ideologico che inghiotte tutto e che nasconde anziché rendere visibili i termini del problema che si dovrebbe affrontare.
Prendiamo, ad esempio, il caso della scuola. Basta leggere i risultati dei test Invalsi per capire che stiamo segando il ramo su cui siamo seduti. Stiamo dilapidando, prima ancora di averlo formato, un grande capitale umano. Ma senza capitale umano non si va da nessuna parte. I successi economici «asiatici» (della Cina e non solo), da tanti ammirati, sono, prima di tutto, il prodotto di sistemi educativi di prim’ordine. Qualunque professore con una lunga esperienza sorride quando sente dire che ci sono tanti giovani bravi e preparati. Certo che ci sono, come ci sono sempre stati. Ma il problema di un sistema educativo è, prima di tutto, quello di preparare decentemente la fascia media (i bravi, quelli che hanno vocazione per lo studio, se la cavano comunque). Il cedimento strutturale della scuola ha riguardato la fascia media. È in questa fascia che l’impreparazione dilaga. Con gravi danni, in prospettiva, per l’economia e le professioni. E anche per la democrazia. Interessi corporativi e faziosità ideologica impediscono di ammetterlo. E di cercare i rimedi.
Oppure si prenda il tema dell’immigrazione. In un Paese in crisi di natalità c’è un grande bisogno di immigrati. Ma c’è anche bisogno di assorbirli senza provocare forti «sbreghi» nel tessuto sociale e culturale. Qualcuno può affermare che il tema, da quando si è imposto all’opinione pubblica, sia stato affrontato, da destra e da sinistra, in modo non ideologico? C’è ora qualche segnale di un atteggiamento più pragmatico ma è ancora troppo presto per giudicare. È comunque un altro argomento su cui il riconoscimento di un interesse comune dovrebbe spingere a cercare convergenze anziché contrapposizioni frontali.
Se la polarizzazione politica impedisce di riconoscere la natura delle sfide e di cercare convergenze, dobbiamo allora sperare nell’emergere di forze capaci di affrontare con pragmatismo i problemi che incombono e che riescano a mettere nell’angolo gli ideologizzati delle varie fazioni? Dobbiamo cioè aspettare che si formi, al centro dello schieramento, una opposizione responsabile? Si sente spesso dire che esisterebbero vaste praterie che aspettano solo di ricevere una offerta politica credibile. Qualche tempo addietro lo pensava anche chi scrive. Ma forse era un’illusione. In un sistema polarizzato, chi rifiuta lo spirito di fazione fatica a fare passare messaggi che prendano di petto i problemi. La faziosità occupa la scena. Non solo una offerta politica credibile del tipo indicato, al momento, non si vede. Ma se ci fosse non è detto che avrebbe successo, che riuscirebbe a intercettare tanti elettori.
In teoria la democrazia appartiene al novero dei regimi moderati. In un regime moderato la demagogia è tenuta a freno, relegata ai margini dello spazio pubblico. Per questa ragione, forse, la forte polarizzazione registrata negli ultimi anni in tante democrazie occidentali potrà essere prima o poi riassorbita. Però il nostro Paese non ha mai conosciuto la suddetta moderazione. Fino ad oggi, tuttavia, la democrazia italiana è riuscita a sopravvivere. Forse è l’eccezione che conferma la regola. Forse è solo il frutto di fortunate circostanze. Caso e fortuna hanno comunque giocato a nostro favore. Si spera che continuino a farlo.
L'articolo La faziosità che impedisce di affrontare i problemi proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Export della difesa. Cosa può succedere con la riforma dell’Uama
Il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare un regolamento che modifica l’organizzazione della Farnesina. Tra le misure adottate ce n’è una che riguarda l’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento, l’Uama, nella quale si chiarisce ulteriormente che tra le competenze dell’unità rientra l’applicazione di tutti i regimi di controllo di importazioni ed esportazioni non attribuiti ad altra struttura del ministero. Tra questi sono inclusi i regimi sanzionatori e gli embarghi e i regimi di controllo previsti dai regolamenti anti-tortura e contro la pena di morte.
In pratica, si specifica il fatto che è l’ente delegato a supervisionare l’import-export militare a gestire i dossier relativi a quali sono quei Paesi verso i quali è possibile esportare materiale d’armamento. Nella vigente legislazione infatti, contenuta nel decreto del Presidente della Repubblica del 19 maggio 2010, n. 95, è esplicato solo il ruolo di rilascio delle autorizzazioni per l’interscambio di armamenti e dei certificati per le imprese. Quello che può sembrare una mera chiarificazione di qualcosa già in atto, potrebbe invece essere il primo passo verso una modifica più profonda della supervisione che lo Stato attua nei confronti del mercato della difesa.
Al momento, infatti, il ministro plenipotenziario che guida l’Uama ha una responsabilità diretta circa le decisioni da prendere sulla possibilità o meno di esportare (o importare) da un determinato Paese. Spetta a questo funzionario, dunque, una decisione molto delicata e un esame molto approfondito sull’aderenza di potenziali partner commerciali internazionale ai prerequisiti legali previsti dalla legge italiana, primo fra tutto il rispetto dei diritti umani. Compito non facile e potenzialmente foriero di implicazioni enormi.
Da più parti, dunque, si è più volte invocata una riforma che modifichi l’autorità, e quindi la responsabilità, di tali decisioni. Tra le misure suggerite c’è il trasferimento di queste competenze al livello di una commissione ad hoc di ministri, sotto l’egida della Presidenza del Consiglio, che coinvolga tutti i dicasteri interessati al tema, dagli Esteri alla Difesa, l’Impresa, l’Economia e così via. L’obiettivo è rendere quella che adesso è una responsabilità, anche personale, di una sola figura una responsabilità invece condivisa a livello politico. Una volta effettuata questa decisione dall’esecutivo, l’Uama potrebbe semplicemente occuparsi di rilasciare le dovute documentazioni e supervisionare la corretta applicazione amministrativa delle misure previste dalla legge.
Una modifica di questo tipo permetterebbe di accelerare i procedimenti sui permessi all’esportazione di sistemi d’arma, settore su cui si basa non solo la sostenibilità finanziaria del settore della difesa, ma l’economia stessa del Paese. Quasi il 70% del fatturato industriale del settore, infatti, dipende dall’export, un fatturato che vale 17 miliardi di euro, più o meno un intero punto percentuale di Pil. Del resto è stata proprio la Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad), nella sua ultima assemblea a Roma, ospitata del Centro alti studi della Difesa (Casd), a lanciare l’allarme sulla flessione dell’export della difesa italiano, con le autorizzazioni all’esportazioni in continua decrescita dal 2016.
Meteoropatici
Il Fondo monetario internazionale e la Banca d’Italia, non isolati e solitari, calcolano il danno economico e la mancata crescita dovuti a un clima che colpisce la produzione e la vita civile. Lo spirito del Green Deal europeo è l’opposto, ovvero fare di questi disagi un’occasione di crescita tecnologica e produttiva. Gli elevati costi di questa operazione, la massa finanziaria che è necessario mobilitare, sono un’occasione per ottenere anche maggiore integrazione nell’Unione europea, generando debito comune destinato a farvi fronte. È la sola chiave per vivere il cambiamento climatico senza abbandonarsi al panico o alle litanie penitenziali. La colpa non è quel che si è fatto (nella nostra Ue la produzione di gas che alterano il clima è scesa ben più che altrove), ma quel che non si sarebbe in grado di fare.
Posto che i roghi che devastano il Sud sono favoriti dal clima, ma innescati da criminali, e che gli alberi che cascano sono sì fatalità, ma favorite dalla mancata cura delle piante in ambito cittadino, non è possibile che tutta la discussione sulle conseguenze delle bizzarrie climatiche si concentri sui risarcimenti o sui soldi per non lavorare. La Covid economy ha avvalorato l’idea che bastino una legge e un ristoro per far fronte a tutto, occultando il fatto che i finanziatori sarebbero i contribuenti – quindi il sistema produttivo e i cittadini – con l’esclusione degli evasori fiscali. Ragioniamo piuttosto su cosa fare ora, per affrontare i nuovi problemi.
Per ragionare dobbiamo sgomberare il campo dalle impuntature. Le ideologie del secolo scorso fornirono a moltissimi una spiegazione del mondo, salvo far fare loro la figura dei cretini che credevano a cose inesistenti e quando esistenti mortifere. Il complottismo succeduto alle smentite ideologiche serve a giustificare i propri fallimenti, imputandoli alle forze del male. L’odio contro gli “altri” serve a far credere a chi non ha niente da dire di poter dire qualche cosa. Millenaristi e strafottenti sono accolite d’inutili invasati. Certo che il dubbio e il dubitare sono premessa di ricerca e ragionevolezza, ma non hanno nulla a che vedere con l’ignavia e la rassegnazione inerte.
Qualsiasi misura di contenimento delle cause, o supposte tali, dei cambiamenti climatici richiede tempo. Quindi non sono un tempo inaccettabile i 10-15 anni necessari per far partire centrali nucleari di ultima generazione, che non emettono un fiato climalterante. Non c’è bisogno di convocare alcun referendum, si tratta di avere la responsabilità di operare. Subito. Il referendum, semmai, lo convochino i contrari. A questo giro sarà più difficile difendere il mondo a carbone e petrolio.
Nel frattempo non sarà cancellata la tropicalizzazione dei fenomeni, ma si può ben lavorare e investire nel salvare le acque per la siccità e nell’imbrigliarle quando piove troppo. Si tratta della stessa cosa. Si possono avere acquedotti decenti e non i colabrodo malanno comune. Si può fiscalmente favorire l’investimento privato teso a rendere energeticamente più sicure le abitazioni e ad assicurarle. Si può rendere operativi gli investimenti in fonti rinnovabili, visto che quel che si rinnova è l’eterna ed estenuante chiacchiera su impianti e permessi. Si può utilizzare la spinta del Pnrr per non perdere colpi e vantaggi nella corsa verso la sicurezza a terra e la vivibilità metropolitana. Si possono rendere esistenti le colonnine per ricaricare le vetture elettriche o ibride, senza animare l’insulsa rissa su se quei motori siano popolari o elitari (il trasporto pubblico sarebbe degno di città vivibili).
Che l’allarme sia de sinistra mentre lo strafottersene sia de destra è divisione che può esistere solo in culture in cui la destra e la sinistra anticapitaliste e antimercatiste sanno soltanto produrre pregiudizi e miseria. Degne discendenti dei padri criminali del secolo scorso. Non ci serve un mondo che soffre il clima, meteoropatico: servono idee e classi dirigenti che il futuro lo sappiano immaginare a partire dal presente reale.
L'articolo Meteoropatici proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Giusto fermarsi
Bisogna stare attenti a non farsi prendere dal partito preso, a non valutare questa o quella proposta a seconda di chi la fa, a non soffiare sul fuoco del luogo comune e della faziosità. L’idea, avanzata in un ordine del giorno da sei senatori di Fratelli d’Italia, tesa a fermare al primo grado il contenzioso fiscale nel caso in cui il giudice abbia dato ragione al contribuente, è giusta. E non c’entra un bel niente con la compiacenza verso l’evasione fiscale.
In materia fiscale la destra ha fatto la campagna elettorale e poi annunciato il proprio indirizzo di governo, proponendo la flat tax per tutti. È una tale corbelleria che per sostenerla sono costretti a barare sul significato di flat e a spostarne l’avvento alla fine della legislatura. Il cielo provveda. Poi è stata la Lega a proporre altri e osceni condoni, che sono schiaffi in faccia ai contribuenti che pagano il dovuto. Ma non è che, se penso questo, sono poi tenuto a dire che vada male qualsiasi cosa dicano.
I sei senatori scrivono: «Le modalità di gestione del contenzioso tributario non sempre sono caratterizzate da una gestione efficiente e imparziale». Se la lingua italiana la si rispettasse, oltre a esaltarla sconoscendola, non sarebbe male. Ma quel che propongono è giusto: se il giudice riconosce che il contribuente ha ragione non ha senso continuare. Anche perché: a. è l’Agenzia delle Entrate che mi chiede di pagare un determinato tributo od ottemperare a un adempimento; b. io cittadino obietto che no, non è dovuto e mi rivolgo a un giudice che, per giunta, fa capo all’amministrazione fiscale; c. il giudice riconosce che sono nel giusto; d. la differenza fra me e l’Agenzia è che io pago, mentre la controparte è pagata per reclamare. Le parti non sono affatto sullo stesso piano.
Sostiene l’ottimo Luigi Marattin, di Italia Viva: allora lo stesso criterio deve valere per tutti i processi, anche civili. No, vale e deve valere in tutti i casi in cui è lo Stato ad accusarmi e, quindi, spetta allo Stato dimostrare che sono colpevole o evasore. E se mi assolvono non ha il diritto di continuare a dire che sono un criminale o un evasore (al quotidiano “la Repubblica” ieri hanno messo in pagina il peggiore giustizialismo, partendo dalla presunzione di colpevolezza ed evasione). Nel civile è diverso, perché un cittadino ne cita un altro.
Piuttosto: si sono accorti che nel processo contabile (Corte dei conti) manca il terzo grado e l’accusato non ha manco il diritto di parlare? Prima di dire che tutti i processi hanno tre gradi, provino ad approfondire.
In sintesi: se lo Stato accusa, è lo Stato che deve dimostrare; se non ci riesce davanti al primo giudice non può inchiodarmi a vita nei ricorsi. Per la teorizzazione opposta rivolgersi all’inciviltà giuridica del governo Conte e all’abolizione della prescrizione.
L'articolo Giusto fermarsi proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Giovanni Mariotti – Piccoli Addii
L'articolo Giovanni Mariotti – Piccoli Addii proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Chi è il generale David Allvin. Nuovo capo dell’Usaf
Il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha annunciato di aver scelto il generale David Allvin quale prossimo capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare. Attualmente Allvin ricopre la posizione di vice capo di Stato maggiore dell’Usaf, sostituirà il generale Charles Q. Brown Jr., scelto da Biden come prossimo chairman of the Joint chiefs of staff, l’equivalente a stelle e strisce del capo di Stato maggiore della Difesa. Allvin ha ricoperto diverse posizioni al Pentagono e alla Nato. Prima di ricoprire il ruolo di vice capo, è stato direttore per la strategia, i piani e la politica presso lo Joint chiefs of staff.
Chi è il generale Allvin
Il generale Allvin è un pilota con oltre 4.600 ore di volo all’attivo, tra cui 800 ore spese in volti test di su più di trenta aerei e cento ore di volo in combattimento in Iraq e Afghanistan. Ha iniziato la sua carriera nell’Aeronautica militare Usa come pilota di aerei da carico dopo essersi diplomato all’Accademia aeronautica. Una volta confermato, si troverà a guidare la più potente forza aerea del mondo in un momento cruciale per il servizio, che sta cercando di liberarsi dei suoi sistemi d’arma obsoleti e passare alla prossima generazione di strumenti del potere aereo. Il suo mandato di capo durerebbe quattro anni, il che rientrerebbe nell’orizzonte temporale del 2027 che, secondo alcuni analisti e funzionari del Pentagono, è la data entro la quale la Cina potrebbe tentare un’operazione di forza con l’invasione di Taiwan.
Il blocco repubblicano
Insieme a quelle dell’ammiraglio Lisa Franchetti, indicata da Biden prossima capo delle Operazioni navali (prima donna a ricoprire l’incarico), dell’ammiraglio Samuel Paparo – che era in lizza per la stessa posizione di Franchetti – alla posizione di comandante del Comando Indo-Pacifico e del vice ammiraglio Stephen Koehler alla posizione di comandante della Flotta del Pacifico, la nomina di Allvin dovrà ora essere confermata dal Senato in autunno. Le tempistiche sulle conferme, però, non sono sicure. Il senatore repubblicano dell’Alabama, Tommy Tuberville, sta mantenendo sospese le votazioni sulle nomine all’interno del Pentagono in protesta contro le politiche del dipartimento della Difesa sull’aborto. Attualmente, infatti, le militari di stanza in uno stato dell’Unione dove l’aborto è limitato o illegale possono ottenere un congedo temporaneo e il rimborso spese per viaggiare verso uno stato che permette la procedura sanitaria. Il blocco di Tuberville sta tenendo in sospeso la conferma di oltre 250 ufficiali superiori, tra cui quella di comandante dei Marines, un posto mai rimasto vacante nella secolare storia del Corpo.
Raffaele Mattioli, il banchiere umanista
Il 27 luglio di cinquant’anni fa scomparve Raffele Mattioli, il più prestigioso banchiere italiano del Novecento (Luigi Einaudi lo fu come “banchiere centrale”, quale Governatore di Banca d’Italia). Mattioli fu al tempo stesso uomo di insigne cultura, “banchiere umanista”, tecnico di prim’ordine, attento utilizzatore delle nuove tecnologie, profondo conoscitore dei rischi dell’attività bancaria, come il rischio di liquidità, la cui sottostima fu una delle cause principali della grave crisi bancaria degli anni Trenta del secolo scorso.
Fu Giovanni Malagodi colui che conobbe meglio Mattioli e che ha lasciato un “Profilo di Raffaele Mattioli” dove compì anche una sintetica autobiografia dei suoi anni giovanili, ricordò il padre Olindo, di Cento (fra Ferrara e Bologna), prestigioso giornalista e banchiere, grande amico di Giovanni Giolitti col quale collaborò a scrivere le sue “Memorie” (Giovanni mi raccontò che lui, ventenne, ne corresse le bozze).
Per Malagodi, Mattioli era un «uomo multiforme», come «tutti constatavano giornalmente». In ognuna delle forme della sua attività era instancabile, le alternava, le approfondiva senza riposo.
C’era in lui una vera e propria incapacità all’ozio, per quanto elegante o mascherato. Fino all’estremo lesse, indagò e discusse. Amava citare il detto di Croce: «In ozio stupido la morte non ci può trovare». Malagodi approfondì innanzitutto i riferimenti culturali di Mattioli trovando in Benedetto Croce il suo punto di riferimento. Al banchiere Mattioli, Malagodi dedicò quasi una storia, in larga parte autobiografica, della Banca Commerciale Italiana, dalle sue difficoltà al suo salvataggio, negli anni Trenta, da parte della allora neocostituita IRI, ai difficilissimi anni della seconda guerra mondiale.
E, poi, i tragici eventi mesi dell’Italia divisa in due, quindi la ricostruzione dell’Italia postbellica, gli anni cinquanta. Malagodi ricordava in particolare l’imponente e continua opera di Mattioli nel campo della cultura con l’acquisto e lo sviluppo della Casa editrice Ricciardi, la fondazione dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli, il contributo alla creazione della Fondazione Longhi di Firenze, le amicizie con innumerevoli uomini, da Cabiati, Einaudi e Sraffa nel campo economico a Pancrazi e a Schiaffini nel campo della critica, a Bacchelli nel campo della creazione letteraria e storica, e a tanti altri. Amicizia, per lui, voleva sempre dire scambio di idee, stimolo, apertura ai suggerimenti altrui.
Nell’ottobre 1934 Malagodi, su incarico di Mattioli, espose al Comitato della Direzione Centrale della Banca Commerciale Italiana il proprio rapporto per la riorganizzazione delle filiali italiane: Malagodi ridefiniva tutti gli aspetti del lavoro di filiale, nessuno escluso, con una metodologia e sistematicità che in superficie potrebbero apparire quasi non umane, ma erano frutto della sua nitida razionalità e del suo grande entusiasmo ed impegno nel lavoro.
Gli organi direttivi della Comit, guidati da Mattioli, approvarono subito il piano di Malagodi che implicava, dopo la grande crisi bancaria, anche un’opera di aggiornamento degli organici per compiti nettamente superiori rispetto a quelli precedenti. I questionari che Malagodi definiva per le strutture corrispondevano ai pilastri della riforma da lui ideata assieme a Mattioli: serietà, capacità di collaborare, senso di iniziativa e di responsabilità da un lato, e dall’altro conoscenze tecniche sui vari settori bancari. Per Mattioli, Malagodi realizzò anche il famoso “modulo 253” che fu scritto da Giovanni in sole ventiquattro ore e rappresentò la base della riorganizzazione bancaria italiana comprendente, come Malagodi stesso scrisse, «un’esposizione sistematica di come si debba studiare un credito ordinario e determinarne la validità, la liquidità e la redditività per la banca che lo concede».
L'articolo Raffaele Mattioli, il banchiere umanista proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Come la guerra in Ucraina ridisegnerà lo scenario geopolitico europeo
La sicurezza e la stabilità del continente europeo sono sempre state una priorità fondamentale per gli Stati Uniti. Un elemento chiave di questa stabilità era, seppur sotto traccia, quello di impedire la nascita di un’entità unificante che potesse trasformare l’Europa in un potente concorrente strategico.
Durante la guerra fredda, quando l’Unione Sovietica era il principale avversario, la presenza fisica militare statunitense fu considerata la soluzione migliore per arrivare all’obiettivo e la Nato l’elemento operativo per raggiungerlo. In virtù di una minaccia comune, l’unificazione militare delle nazioni europee occidentali nella Nato permise di bloccare il dominio dell’Urss sul continente, mentre una abile politica di divide et impera impedì la trasformazione della nascente Ue in una entità politica abbastanza forte da competere con la leadership degli Stati Uniti.
Dopo la guerra fredda, per quasi trent’anni, l’allargamento a est dell’Ue e della Nato è stato funzionale a espandere l’area di sicurezza e stabilità in Europa, riducendo al contempo le possibilità di una rinascita della Russia e quindi di una rinnovata minaccia. La ridotta rilevanza della Nato, dovuta al meno probabile confronto militare, fu compensata da un maggiore sforzo nell’affrontare la stabilizzazione e la pacificazione di diverse aree del mondo divenute instabili anche a causa della fine del confronto bipolare, della frammentazione geopolitica e del conseguente vuoto di potere.
L’ascesa della Cina come nuovo concorrente strategico e il naturale spostamento verso il Pacifico degli interessi statunitensi, insieme a un costo valutato troppo alto per risultati troppo limitati dello sforzo di stabilizzazione a livello mondiale, hanno portato gli Usa a ricercare una nuova strategia per risolvere un importante dilemma geopolitico: come affrontare la nuova minaccia nel Pacifico pur continuando a garantire la stabilità del continente europeo nei termini voluti. In sintesi, le domande a cui dare risposta erano:
Come migliorare la capacità degli alleati europei di esprimere una loro più credibile deterrenza nei confronti della Russia insieme a una capacità di affrontare in modo più autonomo le questioni di sicurezza regionale, impedendo allo stesso tempo all’Unione europea di diventare un centro di potere indipendente?
Come allineare i Paesi dell’Ue in un nuovo confronto strategico, guidato dagli Stati Uniti, con la Cina in forte crescita?
Come prevenire ogni possibile influenza o potere della Russia sull’Europa o un’intesa euro-russa basata su interessi economici comuni?
Per la prima domanda, la risposta fu trovata nei nuovi impegni Nato (2% del Pil per la difesa e 20% di quello per gli investimenti), nella richiesta di una maggiore condivisione degli oneri (burden sharing) e nel consentire agli Stati membri dell’Ue di sviluppare una maggiore coordinazione e collaborazione in materia di difesa. Allo stesso tempo, tuttavia, gli Usa hanno ricercato e mantenuto una forte intesa bilaterale per la difesa con i Paesi dell’Est (e non solo), anche attraverso la fornitura privilegiata di equipaggiamenti americani, per garantire il predominio della Nato su qualsiasi iniziativa Ue ed evitare qualsiasi disaccoppiamento (decoupling) militare tra Usa e Ue.
Per dare risposta alla seconda domanda, la soluzione è stata trovata mantenendo una forte rilevanza della Nato quale organismo non solo per la difesa collettiva dell’Europa, ma anche come principale riferimento per la Difesa tout-court, aprendo allo stesso tempo sempre più la Nato ai partner asiatici. Inoltre, sviluppando un accresciuto dibattito tra gli alleati sulle possibili minacce provenienti dall’area del Pacifico, l’obiettivo rimane quello di portare la Nato a essere più coinvolta nel nuovo shift strategico degli Stati Uniti, assicurando in tal modo, come minimo, un allineamento delle nazioni europee con gli Stati Uniti nel nuovo confronto geopolitico.
Passando al terzo punto, il modo per ridurre le crescenti relazioni Ue-Russia, basate sullo scambio di prodotti e risorse finanziarie in cambio di risorse naturali, è stato a lungo problema irrisolto per gli Usa. Senza alcuna minaccia evidente, infatti, le considerazioni economiche sono sempre state predominanti su quelle geopolitiche e strategiche, specialmente nelle nazioni europee abituate a considerare la pace permanente come un obiettivo raggiunto e la deterrenza degli Stati Uniti attraverso la Nato come un dato di fatto per sempre.
L’aggressione russa all’Ucraina ha generato un cambiamento in questa situazione, aprendo a uno scenario con due possibili esiti.
Pragmaticamente, sia in caso di guadagni territoriali Ucraini con l’offensiva in corso o di uno stallo intorno a una linea da stabilire, il confronto militare attivo Ucraina-Russia diminuirà fino a quasi diventare residuale, a causa del fatto che entrambi i contendenti sono esausti e bisognosi di tempo per recuperare. Anche con una solida tregua, tuttavia, un conflitto congelato o una disputa irrisolta nell’est europeo creeranno comunque un nuovo scenario geopolitico.
Un esito sicuramente positivo del conflitto in corso per gli Stati Uniti, quindi, sarebbe una Europa divisa in tre aree geopolitiche: una Russia indebolita, bisognosa di molto tempo per riprendersi, con molti problemi interni e limitata dalle sanzioni in corso, e uno spazio europeo gestito da un debole coordinamento dell’Ue e composto da due parti distinte, una orientale (Baltico, Paesi nordici, sud-est europeo e Ucraina) e una occidentale composta dalle originarie nazioni dell’Ue. Queste due diverse entità geopolitiche faranno entrambe parte del blocco europeo formalmente a guida Ue, pacificato e stabile, ma il primo gruppo (orientale) resterà politicamente molto più orientato agli Stati Uniti e alla Nato, per evidenti e pressanti esigenze di difesa verso la Russia.
Operativamente, tale blocco impedirà ogni possibile evoluzione dell’Ue verso l’obiettivo di diventare un attore geopolitico significativo. Al secondo gruppo di nazioni, quindi, sarà impedito di raggiungere un più alto grado di unità mediante un più alto grado di autonomia strategica, così condannando tutte le nazioni europee a un ruolo subordinato agli Stati Uniti e all’irrilevanza geopolitica. Situazione, quest’ultima, certamente non favorevole al perseguimento dei legittimi interessi delle singole nazioni o comuni.
Gli Stati membri originari dell’Ue, tuttavia, potrebbero evitare questo scenario cogliendo l’opportunità della mutata situazione di sicurezza e agendo rapidamente per prevenire le condizioni che potrebbero portare a tale risultato. Invece di occuparsi di attività di breve termine e corto respiro, i Paesi più willing and able dell’Ue dovrebbero concordare un’agenda politica con chiare attività da fare per ridefinire l’architettura di sicurezza e difesa dell’Ue, gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli, eventualmente accettando, come è stato con l’euro, un iniziale diverso grado di integrazione.
Questa strategia comporterebbe in qualche modo un ritorno alle origini nell’utilizzo della Pesco o la messa a punto di un nuovo analogo strumento per consentire agli Stati membri originari dell’Ue (con qualche altro partner) di accelerare la costruzione di un’Europa della difesa più integrata sul piano politico, militare e industriale in grado di esprimere un’adeguata sovranità strategica, lasciando aperta la strada per successivi allargamenti ma solo a condizione che non avvenga a discapito della condivisione di questo obiettivo.
Air diplomacy, così l’Aeronautica italiana si esercita in Giappone
L’Aeronautica militare e la Forza di autodifesa giapponese (Jasdf) condurranno una esercitazione militare congiunta che vedrà i velivoli delle due Forze armate addestrarsi insieme su diverse attività in scenario operativo sul sedime della base aerea giapponese di Komatsu. L’esercitazione, che si svolgerà dal 4 all’8 agosto, vedrà rischierare in Giappone diversi assetti aerei. L’Italia porterà in Giappone velivoli dalle caratteristiche di impiego molto diverse, inclusi i caccia di quinta generazione F-35, i tanker KC-767A, il nuovissimo Caew (Conformal airborne early warning) G-550 e i velivoli da trasporto tattico C-130J. L’invio di mezzi e personale nel Paese del Sol levante richiederà una complessa e minuziosa operazione logistica, che sarà anche un importante test della rete di comando e controllo e della propria capacità di proiettare, sostenere e far operare assetti in un teatro lontano (definita expeditionary).
La presenza italiana nell’Indo-Pacifico
L’iniziativa congiunta nell’arcipelago ha sicuramente l’importante ruolo di rafforzare i legami tra Roma e Tokyo ed è volta ad accrescere ulteriormente le competenze delle reciproche Forze aeree in termini di interoperabilità e di capacità operativa, rientra nell’ambito dei più ampi rapporti di collaborazione tra Italia e Giappone, e rappresenta anche un ulteriore tassello nell’interessamento del nostro Paese nella regione dell’Indo-Pacifico. Questo rapporto, che include anche l’accordo tra Aeronautica militare e Jasdf per la formazione dei piloti presso l’International flight training school (Ifts), basata a Decimomannu, è caratterizzato anche dalla collaborazione sul progetto per il caccia di nuova generazione Global combat air programme (Gcap).
Collaborazione italo-giapponese
A fine giugno, tra l’altro, si sono incontrati a Palazzo Aeronautica a Roma i ministri della Difesa dei Paesi Gcap. Presenti per l’Italia Guido Crosetto, ministro della Difesa, per il Regno Unito Ben Wallace, segretario alla Difesa, e per il Giappone Atsuo Suzuki, viceministro della Difesa. L’incontro si è svolto in un clima positivo, e ha permesso di compiere passi in avanti verso la costituzione del consorzio alla base del Gcap. Il vertice è seguito a quello avvenuto a marzo in Giappone, quando Crosetto e Wallace incontrarono il ministro Yasukazu Hamada per discutere i prossimi passi verso lo sviluppo congiunto del Gcap, a margine del Dsei Japan, la principale manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato giapponese. Una nuova riunione a tre potrebbe tenersi entro l’autunno. E, se la rotazione venisse rispettata, si dovrebbe tenere su suolo britannico, con la presenza del viceministro Suzuki.
Il Gcap
Il progetto del Global combat air programme prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Tempest di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.
Il programma congiunto
L’avvio del programma risale a dicembre del 2022, quando i governi di Roma, Londra e Tokyo hanno concordato di sviluppare insieme una piattaforma di combattimento aerea di nuova generazione entro il 2035. Nella nota comune, i capi del governo dei tre Paesi sottolinearono in particolare il rispettivo impegno a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, a difesa della democrazia, per cui è necessario istituire “forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile”. Grazie al progetto, Roma, Londra e Tokyo puntano ad accelerare le proprie capacità militari avanzate e il vantaggio tecnologico. Ad aprile, tra l’altro, l’Italia ha lanciato la Gcap acceleration initiative per accelerare lo sviluppo di tecnologie relative al Global combat air programme. Destinata a aziende e centri di ricerca, lo scopo dell’iniziativa è raccogliere le migliori proposte volte per la piattaforma Gcap per lavorare insieme a soluzioni innovative che possano essere applicate nel processo di maturazione tecnologica.
Le altre esercitazioni del Giappone
L’esercitazione italiana seguirà quella in corso sempre in Giappone tra Parigi e Tokyo, la prima tra jet di combattimento tra i due Paesi. La Forza di autodifesa aerea giapponese parteciperà con tre caccia F-15 e due F-2, un aereo da trasporto KC-767 e un aereo da trasporto C-2, mentre la Forza aerea e spaziale francese schiererà due caccia Dassault Rafale, un aereo da trasporto Airbus A330 Multi-Role Tanker e un aereo da trasporto Airbus A400M, oltre a un contingente di circa 120 militari. L’iniziativa dimostra soprattutto il forte impegno della Francia ad espandere la propria presenza nell’Indo-Pacifico. L’ambito aereo nella quale l’esercitazione franco-giapponese è anche significativo, dal momento che Tokyo fa parte del programma per il caccia di sesta generazione con Italia e Uk Gcap, parallelo (e concorrente) a quello franco-tedesco Fcas.
mORA
in reply to Vitalba • • •