Calimero


Il Quirinale non è il luogo delle reprimende. Definire “moniti” le parole del Presidente della Repubblica è una forma di pigrizia mentale, mentre sperarci perché siano redarguiti i governanti è l’ultima sponda del naufragio oppositorio. Ciascun Presidente

Il Quirinale non è il luogo delle reprimende. Definire “moniti” le parole del Presidente della Repubblica è una forma di pigrizia mentale, mentre sperarci perché siano redarguiti i governanti è l’ultima sponda del naufragio oppositorio. Ciascun Presidente ha il proprio stile e quello di Sergio Mattarella non s’ispira né alla loquacità né all’interventismo manovratore di qualche suo predecessore. Il vaglio presidenziale – in occasione di disegni di legge o decreti così come di Dpr, vale a dire Decreti del Presidente della Repubblica (che non sono suoi capricci e originano dal governo) – è infine ispirato a criteri e ha finalità assai precise. Viaggia tutto sui binari della Costituzione. Che non vieta, questo il punto, qualche riservato consiglio, restando nella responsabilità del governo stabilire se accoglierlo o meno.

La visita di Giorgia Meloni ieri al Quirinale rientra in queste regole: veniva da importanti incontri internazionali, vale a dire il vertice Nato di Vilnius, e si è recata a “riferire”. La materia era assai comoda, perché in politica estera la presidente del Consiglio è oggi la continuatrice della politica atlantica che fu del governo Draghi (cui soltanto il suo partito si opponeva) nonché della tradizione che stette (e sta) in gran antipatia alla sinistra ideologica, alla destra nazionalista e al cattolicesimo a vocazione mediterranea e terzaforzista. Non è per niente un caso che la sinistra ideologica e la destra nazionalista si siano ritrovate nel guardare verso Mosca con straziante languore. Mannaggia alla storia, che puntualmente li mette fuori gioco.

Ma è ragionevole supporre che fra il Quirinale e Palazzo Chigi non vi sia da discutere soltanto questo comodo tema. Fatte salve le prerogative costituzionali, non credo il Colle intenda entrare nel parapiglia di talune questioni aperte. Ma alla presidente del Consiglio è facile abbia fatto osservare il controsenso di scegliere un magistrato quale ministro della Giustizia, per poi ritrovarsi a far la parte di quanti intendono bastonare i magistrati. Non ha senso. E la trappola scatta quando si commette l’errore di entrare con i piedi istituzionali sbagliati nelle scarpe di vicende giudiziarie specifiche. Quando poi la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, si mette a dire che ha interrogato un figlio e appurato come stanno le cose, pendente una denuncia, le scarpe si sfondano e si rimane a piedi ignudi sull’asfalto rovente. Difatti Meloni ha dovuto prendere nettamente le distanze. Posto che essere indagati non intacca manco per niente la propria innocenza e, semmai, sarebbe una buona occasione per evolvere la destra dicendo: ebbene sì, sostenemmo il contrario, oltraggiammo degli innocenti, ma avevamo torto; posto ciò, sarà pure vero, forse, chissà, ma ci credo poco, che quelle indagini sono delle provocazioni, ma non un buon motivo per cascarci con tutte le scarpe già prematuramente usurate.

Sull’attuazione del regionalismo differenziato – la cui responsabilità ricade su una sinistra irresponsabile – aveva un senso coinvolgere una figura come il professor Sabino Cassese, circondandolo di anziane saggezze di plurima provenienza, ma la frittata non è riuscita. Cosa intendono fare? Soprattutto – si legge negli occhi del Presidente della Repubblica, che dalla bocca non se lo fa uscire – l’unità dell’esecutivo regge alla presenza di contrapposizioni interne piuttosto vivaci? Ed è bello che chi guida il governo e il ministro competente dicano che sul Pnrr è tutto a posto e siamo in anticipo, ma non altrettanto i ministri che poi arrivano in ordine sparso ad avvisare della necessità di cambiare per non arenarsi.

Insomma, temi ce ne sono diversi. Da svolgersi nella riservatezza. Sicuro è che il governo non può cavarsela con una specie di sindrome Calimero (che oggi compie 60 anni, auguri!), talché a ogni successo tende a descriversi come dominus del mondo e a ogni insuccesso lamenta l’avversione a chi è «piccolo e nero». È ora di abbandonare tutto intero il guscio.

La Ragione

L'articolo Calimero proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Paper dello studio “Il valore imprescindibile di carta e penna nei processi di apprendimento”


Per visualizza il paper, click qui L'articolo Paper dello studio “Il valore imprescindibile di carta e penna nei processi di apprendimento” proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/paper-dello-studio-il-valore-impresci
Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Il cul-de-sac di La Russa.

Se attesta che la sim non è di sua pertinenza, ma veniva usata esclusivamente da suo figlio, rischia di sollevare sospetti di evasione fiscale, essendo la sim intestata a una società legata allo studio legale del padre.

Ma se conferma che la sim è coperta da immunità parlamentare, ammette che è di sua pertinenza: allora, se contiene dati delicati, perché l’ha data al ragazzo?

editorialedomani.it/politica/i…

Necessario arrivare alla separazione delle carriere dei magistrati


Il costituzionalista loda l’attivismo del guardasigilli: «Dividere pm e giudici garanzia di indipendenza E che ci sia un “abuso” dell’abuso d’ufficio lo ha detto persino la Corte costituzionale nel 2022» Giovanni Guzzetta, ordinario di Diritto Pubblico e

Il costituzionalista loda l’attivismo del guardasigilli: «Dividere pm e giudici garanzia di indipendenza
E che ci sia un “abuso” dell’abuso d’ufficio lo ha detto persino la Corte costituzionale nel 2022»


Giovanni Guzzetta, ordinario di Diritto Pubblico e costituzionalista di cultura liberale, è da anni in prima fila tra coloro che chiedono la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri e altre riforme della giustizia a tutela delle libertà individuali. «Bene che ci siano delle proposte da parte del guardasigilli, che ci mette la faccia, e bene che se ne discuta», dice a Libero commentando l’iniziativa di Carlo Nordio. «Il dibattito sulla giustizia si trascina da decenni senza che si riesca a fare una discussione laica, perché tutte le parti lucranoi vantaggi della contrapposizione ideologica. Ma i problemi vanno risolti pragmaticamente e con equilibrio».

Equilibrio, almeno in certe dichiarazioni, se ne vede poco. Per il presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, la separazione delle carriere condurrebbe all’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, che diventerebbe discrezionale e sottoposta al controllo del potere politico. «Una cosa molto pericolosa per la democrazia», dice.
«Ho un po’ di difficoltà a comprendere il nesso tra separazione delle carriere e rischio di un’azione penale soggiogata dal controllo politico. Perché la prima questione riguarda una distinzione strutturale. La seconda una modalità di garanzia dell’indipendenza del pm. C’è un salto logico, l’azione penale può essere discrezionale o obbligatoria indipendentemente dalla circostanza che il pm faccia parte dello stesso corpo dei giudici. Mi sembra un modo di agitare fantasmi eludendo il nodo dei problemi»

Qual è questo nodo?
«Sulla separazione delle carriere mi pare difficile mettere in dubbio che l’appartenere allo stesso corpo e alla stessa carriera non possa, almeno astrattamente, indurre ad un atteggiamento di benevolenza verso il collega con cui si è condiviso magari per anni il medesimo ufficio. Né mi ha mai convinto l’affermazione che separando le carriere si priverebbe il pm della cosiddetta “cultura della giurisdizione”, a garanzia di legalità. È un argomento che prova troppo ed è anche un po’ offensivo verso i pubblici ministeri».

Perché “prova troppo”?
«Prova troppo perché, così come tenere unite le carriere può favorire la condivisione di una cultura garantista pressoi pm, può anche favorire la diffusione di una cultura inquisitrice presso i giudici. L’argomento vale in entrambe le direzioni. Poi non capisco perché un funzionario qualificato, come dovrebbe essere un pubblico ministero indipendente, debba essere sospettato per ciò stesso di trasformarsi in un Torquemada solo perché la sua carriera è distinta. Purtroppo la mentalità inquisitrice può esistere – ed esiste, come molti episodi dimostrano – anche in un sistema come l’attuale. Il rischio di abuso si cura in altri modi, innanzitutto con i controlli e con la responsabilità, spezzando la chiusura corporativa che i costituenti temevano e che l’unificazione delle carriere certamente non frena»

Resta il fatto che di abolire l’obbligatorietà dell’azione penale se ne parla da anni.
«Ma tutti sanno che il problema non è abolire l’obbligatorietà dell’azione penale sul piano giuridico, ma trovare soluzioni per la sua inattuazione in via di fatto. Nessuno oggi può dire, con onestà intellettuale, che tutti i reati vengono perseguiti. Allora la domanda è un’altra. Là dove non si riesce a perseguire tutti i reati chi decide la priorità nell’azione? I pm? I capi degli uffici? Il governo? Il parlamento? Questo è il vero quesito».

E lei come risponde?
«Piero Calamandrei pensava che a decidere dovesse essere un “procuratore generale commissario della giustizia”, nominato tra i procuratori generali dal presidente della repubblica su voto delle Camere, componente di diritto del Consiglio dei ministri e passibile di sfiducia da parte delle Camere. E Calamandrei non era cero vittima di tentazioni autoritarie».

Nordio ha presentato il suo primo disegno di legge di riforma del sistema penale. Sull’abuso d’ufficio ha scelto la strada più netta: l’abrogazione della fattispecie. È la scelta giusta?
«L’abuso d’ufficio è forse uno dei reati su cui più si è intervenuti. Perché è un reato “di chiusura” rispetto a quelli più tipici come la corruzione o la concussione. E dunque i suoi contorni finiscono per essere sfuggenti, malgrado gli sforzi per tipizzare la fattispecie. Che ci sia stato un abuso dell’abuso d’ufficio nell’interpretazione e nell’applicazione giurisdizionale lo ha detto persino la Corte costituzionale nella
sentenza 8/2022. E questo ha generato quel fenomeno di amministrazione difensiva e di “paura della firma” che ormai paralizza l’intero Paese. Tutte le riforme tese a limitarlo sono state eluse. Immagino sia per questo motivo che il ministro ha deciso perla via radicale dell’abrogazione».

L’accusa al disegno di Nordio è la solita: abolendo il reato d’abuso d’ufficio si fa un favore a corrotti e corruttori.
«I cittadini dovrebbero sapere che, al di là dell’abuso d’ufficio, il nostro ordinamento è tra quelli in cui esistono più norme repressive, penali, amministrative, disciplinari, civilistiche contro la corruzione. Il problema è che forse la corruzione non si combatte solo con la repressione, ma anche con incentivi a comportamenti virtuosi. Ancora una volta una cultura eccessivamente inquisitrice rischia di determinare effetti
inintenzionali molto dannosi. L’eccesso di legislazione repressiva rischia di condurci alle gride manzoniane o alla cultura da colonna infame».

Il ddl Nordio prevede anche che il pm non possa appellare le sentenze di proscioglimento, salvo che per i reati più gravi. Il guardasigilli usa
un argomento interessante: se l’imputato, per essere condannato, deve essere colpevole «al di là di ogni ragionevole dubbio», basta che il giudice di primo grado l’abbia assolto per creare questo dubbio. La convince?
«Da costituzionalista, non mi avventuro a commentare considerazioni di chi ha un’esperienza specialistica sul campo e conosce ogni sfumatura dell’ordinamento penale. Quel che posso dire è che, soprattutto se limitato ai reati minori, non vedo scandaloso che un proscioglimento sia sufficiente per destinare le risorse che i pm dedicherebbero all’appello verso il perseguimento di altri reati, magari più gravi. Il potenziale repressivo dello Stato è anch’esso una risorsa scarsa».

Dopo quanto avvenuto al sottosegretario Andrea Delmastro, il governo ha deciso di intervenire sul potere del gip di ordinare l’imputazione coatta al pm che vorrebbe archiviare la posizione dell’indagato. Al di là della tempistica, che può far storcere il naso, se il pm ha il monopolio dell’azione penale, come può il gip surrogarlo e costringerlo a fare una cosa in cui non crede?
«A mio parere non si può sostenere che la Costituzione imponga il monopolio dell’azione penale in capo al pm. E aggiungo che, se l’azione penale dev’essere obbligatoria, ci vuole qualcuno che controlli che il pm non rimanga inerte o non chiuda un occhio, magari per una qualche interesse personale. Non mi scandalizza, quindi, che ci siano controlli. Il punto è che, se abbiamo accolto la prospettiva del modello accusatorio, non può essere un giudice a sostituirsi al pm e fare il pm al suo posto. Occorre trovare altre soluzioni».

I divieti di pubblicare le intercettazioni relative alle inchieste giudiziarie sinora sono serviti a nulla. Il ddl del governo dà un giro di vite: giusto farlo o si comprime la libertà d’informazione?
«Non so se sia un giro di vite o il tentativo di arginare un fenomeno che, nelle sue manifestazioni patologiche, rappresenta una violenza alla civiltà giuridica. Soprattutto se, oltre che agli indagati, comunque presunti non
colpevoli fino a condanna definitiva, colpisce tutte le persone che, senza nemmeno entrare nelle indagini, vengono sbattute nelle intercettazioni pubblicate per soddisfare i peggiori istinti voyeuristici».

Altro ragionamento di Nordio: il concetto di concorso esterno in associazione mafiosa «è un ossimoro: o si è esterni, e allora non si è concorrenti, o si è concorrenti, e allora non si è esterni». E dunque occorre tipizzarlo con una norma ad hoc, che oggi non c’è.
«Non sono un penalista e mi muovo con rispetto di fronte a un dibattito che ha una lunga storia e un alto tasso di tecnicità. Non vi sono dubbi sul fatto che il reato di concorso esterno rappresenta una creazione della giurisprudenza, sul quale il legislatore non è mai intervenuto. Fa un po’ riflettere l’idea di concorrere in un reato che consiste nell’associarsi, senza però… associarsi ed essere associati».

Libero

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La coppia Ariete-Leopard funziona. Il gen. Farina spiega perché


Il tema della componente carri per il nostro Esercito è giunto a una svolta decisiva. Il sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare sull’argomento, ha annunciato la decisione del ministro Guido Crosetto di in

Il tema della componente carri per il nostro Esercito è giunto a una svolta decisiva. Il sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare sull’argomento, ha annunciato la decisione del ministro Guido Crosetto di inserire nel Documento di programmazione pluriennale, Dpp 2023-25, il programma di acquisizione di nuovi carri Leopard di ultima generazione con risorse allocate di quattro miliardi di euro su un’esigenza complessiva di circa otto miliardi. Nella stessa sede la senatrice Rauti ha confermato l’iter di ammodernamento di 125 carri italiani Ariete. In totale l’Esercito potrà disporre di 256 sistemi Main battle tank (Mbt) idonei a equipaggiare quattro reggimenti carri più i centri addestramento, cui si aggiungono altri 140 carri Leopard pioniere e gettaponte necessari al supporto della manovra. Questa linea d’azione è per molteplici aspetti la scelta più giusta e ben armonizzata che produrrà vantaggi operativi e ricadute positive per l’industria nazionale e per il complesso di cooperazioni in campo europeo. Vediamo perché.

Innanzitutto l’esigenza operativa: i carri armati e le unità corazzate/meccanizzate sono una componente fondamentale di ogni strumento militare. A fronte di un progressivo deterioramento del quadro di sicurezza nel continente europeo nell’ultimo decennio, l’Esercito italiano ha urgenza di colmare un gap crescente nella sua componente pesante costituita da una brigata corazzata (con due reggimenti carri) e due brigate meccanizzate (con un reggimento carri ciascuna). Il carro Ariete C1, interamente realizzato in Italia e introdotto a fine anni Novanta (di penultima generazione), presenta carenze nella propulsione, protezione e sensoristica. Inoltre, i livelli di efficienza si vanno via via riducendo e consentono di disporre solo di poche decine di carri armati pronti all’impiego, in progressiva diminuzione, su un totale di duecento inizialmente in dotazione. Ecco perché già nel 2018 lo Stato maggiore dell’Esercito, in mancanza di nuovi carri in produzione da parte di Paesi alleati (Usa, Germania, Francia, Uk), si orientò all’ammodernamento dell’Ariete in funzione di gap filler. Scelta ritenuta obbligata, in attesa della realizzazione del nuovo Main battle tank europeo previsto allora agli inizi degli anni Trenta. L’ottima rispondenza dei tre prototipi operativi realizzati dal 2019 al 2022 dal Cio (consorzio Iveco-Oto Melara), ha confermato la fattibilità dell’ammodernamento dell’Ariete, nella versione C2, deciso poi a fine novembre 2022 per 125 esemplari, per un costo totale di circa un miliardo di euro. L’invasione russa in Ucraina ha acuito questa esigenza e reso più urgente per il nostro Paese dotarsi di una componente carri quantitativamente più consistente e basata su standard tecnologici di altissimo livello al pari dei principali Paesi alleati. Al tempo stesso il ritorno della guerra sul nostro continente ha generato la riapertura delle linee di produzione dei carri Leopard da parte tedesca. Una importante opportunità da cogliere per acquisire il Leopard ultima versione (2/A8). Il progetto del nuovo carro europeo cosiddetto Main ground combat system franco-tedesco (per il quale l’Italia ha sino a oggi solo un ruolo di osservatore) continua invece a subire ritardi, e potrebbe entrare in servizio non prima del 2040 anche per far tesoro dei molti ammaestramenti derivanti dalla guerra in Ucraina.

Sorge spontanea a questo punto la domanda: perché non ci si è orientati ad acquisire un’unica linea di nuovi Leopard, ottimizzando la logistica, l’addestramento e il complessivo livello tecnologico? Risposta: soprattutto per questioni di tempi, ma anche di ricadute tecnologiche per l’industria nazionale. Infatti, per il nostro Ariete ammodernato è possibile avere già dalla fine del 2024 un numero di circa 25 esemplari/anno e quindi disporre entro fine 2028 di due reggimenti che garantiscono una brigata corazzata con importanti capacità già dal 2026. Per contro, per i nuovi Leopard, tenendo conto dell’iter parlamentare, degli adempimenti amministrativi e dei tempi per inizio produzione (stimati in 36 mesi dalla firma del contratto) si prevede l’introduzione dei primi esemplari solo a partire dal 2028. In sintesi l’Italia non può permettersi di restare per diversi anni senza una linea carri in un periodo segnato da crescenti minacce e tensioni. Se è vero che l’Ariete ammodernato (C2) non potrà essere all’altezza del Leopard 2/A-8, è altrettanto vero che i miglioramenti alla protezione passiva, al sistema di propulsione e soprattutto all’optronica, navigazione e comando e controllo lo rendono idoneo a fronteggiare situazioni operative complesse. Il nuovo carro tedesco costituisce senza dubbio un notevole salto di qualità soprattutto per il sistema di protezione attiva del tipo Eurotrophy e per le migliori performance relative alla potenza di fuoco e alla mobilità e sarà destinato ad equipaggiare i reggimenti della brigata Ariete, unità di punta corazzata del nostro Esercito.

Questa linea d’azione proposta dal capo di Stato maggiore dell’Esercito, approvata dal capo di Stato maggiore della Difesa e decisa, come detto, dal ministro Crosetto, apre la strada per future positive ricadute in termini tecnologici per la nostra industria terrestre e di collaborazioni in campo europeo che vanno assolutamente ricercate. Si tratta ora di valorizzare nel tempo questa scelta.

È assodato infatti che l’ammodernamento dell’Ariete consentirà al comparto industriale nazionale di adeguarsi agli standard tecnologici nel campo del sistema di propulsione, e soprattutto dei sensori, dell’optronica, del comando e controllo, della navigazione e dell’integrazione nei contesti interforze e multidominio. Si tratta ora di corredare l’acquisizione della nuova linea Leopard con parametri di cooperazione che prevedano preferibilmente anche la produzione e la grande manutenzione in Italia. Il tutto supportato da accordi anche in prospettiva che potranno includere joint ventures per il futuro meccanizzato per la fanteria (Aics- Armoured infantry combat system) che sostituirà il Dardo, altra stringente esigenza per il nostro esercito, per il quale sono già previsti nel Dpp circa ottocento milioni di euro per i prossimi sei anni al fine di sviluppare una famiglia di cingolati concepiti col criterio system of systems. Come risultato aggiuntivo una tale visione produrrebbe ulteriori ampie collaborazioni in campo europeo dove l’Italia otterrebbe una posizione di guida comune, senza andare a traino delle altrui scelte. Ciò anche con respiro di lungo termine con il futuro Mgcs europeo.

In definitiva, il salto quantitativo e tecnologico generato dall’accoppiata Ariete C2 più Leopard 2/A8 e derivati costituisce una risposta rapida e lungimirante per la nostra difesa nel settore dei corazzati. A ciò dovrà far seguito una celere decisione per in nuovo meccanizzato (AICS) e anch’esso dovrà essere frutto di collaborazioni internazionali, anche a vantaggio del pilastro europeo della difesa.


formiche.net/2023/07/coppia-ar…

La coppia Ariete-Leopard funziona. Il gen. Farina spiega perché


Il tema della componente carri per il nostro Esercito è giunto a una svolta decisiva. Il sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare sull’argomento, ha annunciato la decisione del ministro Guido Crosetto di in

Il tema della componente carri per il nostro Esercito è giunto a una svolta decisiva. Il sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare sull’argomento, ha annunciato la decisione del ministro Guido Crosetto di inserire nel Documento di programmazione pluriennale, Dpp 2023-25, il programma di acquisizione di nuovi carri Leopard di ultima generazione con risorse allocate di quattro miliardi di euro su un’esigenza complessiva di circa otto miliardi. Nella stessa sede la senatrice Rauti ha confermato l’iter di ammodernamento di 125 carri italiani Ariete. In totale l’Esercito potrà disporre di 256 sistemi Main battle tank (Mbt) idonei a equipaggiare quattro reggimenti carri più i centri addestramento, cui si aggiungono altri 140 carri Leopard pioniere e gettaponte necessari al supporto della manovra. Questa linea d’azione è per molteplici aspetti la scelta più giusta e ben armonizzata che produrrà vantaggi operativi e ricadute positive per l’industria nazionale e per il complesso di cooperazioni in campo europeo. Vediamo perché.

Innanzitutto l’esigenza operativa: i carri armati e le unità corazzate/meccanizzate sono una componente fondamentale di ogni strumento militare. A fronte di un progressivo deterioramento del quadro di sicurezza nel continente europeo nell’ultimo decennio, l’Esercito italiano ha urgenza di colmare un gap crescente nella sua componente pesante costituita da una brigata corazzata (con due reggimenti carri) e due brigate meccanizzate (con un reggimento carri ciascuna). Il carro Ariete C1, interamente realizzato in Italia e introdotto a fine anni Novanta (di penultima generazione), presenta carenze nella propulsione, protezione e sensoristica. Inoltre, i livelli di efficienza si vanno via via riducendo e consentono di disporre solo di poche decine di carri armati pronti all’impiego, in progressiva diminuzione, su un totale di duecento inizialmente in dotazione. Ecco perché già nel 2018 lo Stato maggiore dell’Esercito, in mancanza di nuovi carri in produzione da parte di Paesi alleati (Usa, Germania, Francia, Uk), si orientò all’ammodernamento dell’Ariete in funzione di gap filler. Scelta ritenuta obbligata, in attesa della realizzazione del nuovo Main battle tank europeo previsto allora agli inizi degli anni Trenta. L’ottima rispondenza dei tre prototipi operativi realizzati dal 2019 al 2022 dal Cio (consorzio Iveco-Oto Melara), ha confermato la fattibilità dell’ammodernamento dell’Ariete, nella versione C2, deciso poi a fine novembre 2022 per 125 esemplari, per un costo totale di circa un miliardo di euro. L’invasione russa in Ucraina ha acuito questa esigenza e reso più urgente per il nostro Paese dotarsi di una componente carri quantitativamente più consistente e basata su standard tecnologici di altissimo livello al pari dei principali Paesi alleati. Al tempo stesso il ritorno della guerra sul nostro continente ha generato la riapertura delle linee di produzione dei carri Leopard da parte tedesca. Una importante opportunità da cogliere per acquisire il Leopard ultima versione (2/A8). Il progetto del nuovo carro europeo cosiddetto Main ground combat system franco-tedesco (per il quale l’Italia ha sino a oggi solo un ruolo di osservatore) continua invece a subire ritardi, e potrebbe entrare in servizio non prima del 2040 anche per far tesoro dei molti ammaestramenti derivanti dalla guerra in Ucraina.

Sorge spontanea a questo punto la domanda: perché non ci si è orientati ad acquisire un’unica linea di nuovi Leopard, ottimizzando la logistica, l’addestramento e il complessivo livello tecnologico? Risposta: soprattutto per questioni di tempi, ma anche di ricadute tecnologiche per l’industria nazionale. Infatti, per il nostro Ariete ammodernato è possibile avere già dalla fine del 2024 un numero di circa 25 esemplari/anno e quindi disporre entro fine 2028 di due reggimenti che garantiscono una brigata corazzata con importanti capacità già dal 2026. Per contro, per i nuovi Leopard, tenendo conto dell’iter parlamentare, degli adempimenti amministrativi e dei tempi per inizio produzione (stimati in 36 mesi dalla firma del contratto) si prevede l’introduzione dei primi esemplari solo a partire dal 2028. In sintesi l’Italia non può permettersi di restare per diversi anni senza una linea carri in un periodo segnato da crescenti minacce e tensioni. Se è vero che l’Ariete ammodernato (C2) non potrà essere all’altezza del Leopard 2/A-8, è altrettanto vero che i miglioramenti alla protezione passiva, al sistema di propulsione e soprattutto all’optronica, navigazione e comando e controllo lo rendono idoneo a fronteggiare situazioni operative complesse. Il nuovo carro tedesco costituisce senza dubbio un notevole salto di qualità soprattutto per il sistema di protezione attiva del tipo Eurotrophy e per le migliori performance relative alla potenza di fuoco e alla mobilità e sarà destinato ad equipaggiare i reggimenti della brigata Ariete, unità di punta corazzata del nostro Esercito.

Questa linea d’azione proposta dal capo di Stato maggiore dell’Esercito, approvata dal capo di Stato maggiore della Difesa e decisa, come detto, dal ministro Crosetto, apre la strada per future positive ricadute in termini tecnologici per la nostra industria terrestre e di collaborazioni in campo europeo che vanno assolutamente ricercate. Si tratta ora di valorizzare nel tempo questa scelta.

È assodato infatti che l’ammodernamento dell’Ariete consentirà al comparto industriale nazionale di adeguarsi agli standard tecnologici nel campo del sistema di propulsione, e soprattutto dei sensori, dell’optronica, del comando e controllo, della navigazione e dell’integrazione nei contesti interforze e multidominio. Si tratta ora di corredare l’acquisizione della nuova linea Leopard con parametri di cooperazione che prevedano preferibilmente anche la produzione e la grande manutenzione in Italia. Il tutto supportato da accordi anche in prospettiva che potranno includere joint ventures per il futuro meccanizzato per la fanteria (Aics- Armoured infantry combat system) che sostituirà il Dardo, altra stringente esigenza per il nostro esercito, per il quale sono già previsti nel Dpp circa ottocento milioni di euro per i prossimi sei anni al fine di sviluppare una famiglia di cingolati concepiti col criterio system of systems. Come risultato aggiuntivo una tale visione produrrebbe ulteriori ampie collaborazioni in campo europeo dove l’Italia otterrebbe una posizione di guida comune, senza andare a traino delle altrui scelte. Ciò anche con respiro di lungo termine con il futuro Mgcs europeo.

In definitiva, il salto quantitativo e tecnologico generato dall’accoppiata Ariete C2 più Leopard 2/A8 e derivati costituisce una risposta rapida e lungimirante per la nostra difesa nel settore dei corazzati. A ciò dovrà far seguito una celere decisione per in nuovo meccanizzato (AICS) e anch’esso dovrà essere frutto di collaborazioni internazionali, anche a vantaggio del pilastro europeo della difesa.


formiche.net/2023/07/la-coppia…

Nato globale. La sfida dell’alleanza post-Vilnius secondo Jean


L’annuale Summit Nato di Vilnius si è concluso quasi come da copione, cioè senza particolari decisioni o, se si vuole, con un successo simile al precedente vertice di Madrid del 2022. Le decisioni erano state prese in anticipo. Sicuramente anche con la “s

L’annuale Summit Nato di Vilnius si è concluso quasi come da copione, cioè senza particolari decisioni o, se si vuole, con un successo simile al precedente vertice di Madrid del 2022. Le decisioni erano state prese in anticipo. Sicuramente anche con la “svolta” di Erdogan sull’entrata della Svezia nell’Alleanza. Il “furbo” venditore di tappeti l’aveva anticipata, consegnando a Zelensky cinque dei capi militari ucraini della Azov. Aveva promesso a Putin di trattenerli in Turchia, ma ha dimostrato di essere consapevole dell’indebolimento del padrone o ex-padrone del Cremlino e dell’esigenza di andare d’accordo con l’Occidente, date le disperate condizioni dell’economia turca.

Tutti si sono allineati con entusiasmo, più o meno sincero, agli orientamenti espressi dagli Usa prima della riunione. In particolare, l’Alleanza Transatlantica ha confermato il mutamento dalla formula “Russia out; America in; Germany down” a quella “Russia out; China away; Nato together”, nuova formulazione dell’”America in” data la necessità, almeno secondo Biden, di “blindare i legami transatlantici dalle possibili “stranezze” isolazioniste di una presidenza Trump. L’allargamento dell’Alleanza all’Indo-Pacifico – in pratica la trasformazione dell’Alleanza da regionale in globale – rappresenta una vittoria di Baker, contrario all’inizio degli anni ’90 al mantenimento della Nato perché troppo costoso rispetto ai vantaggi che ne traevano gli Usa (anche una di Cheney che proponeva di mantenerla solo se diveniva globale). Tale trasformazione, decisa a Madrid, a Vilnius è rimasta nel vago, non tanto per le perplessità della Francia, che ne teme un’ulteriore marginalizzazione, quanto perché riguarda aspetti come trasferimento di tecnologie critiche, commercio e investimenti che riguardano non la Nato, ma l’Ue e gli Usa.

Parimenti nel vago sono rimasti l’aumento dell’interesse dell’alleanza all’Artico e al Fianco Sud. Per entrambi nonostante i ponderosi studi del Saceur – gen. Chris Cavoli – non vi è convergenza di interessi, quindi di obiettivi e di strategie, fra i membri dell’Alleanza. Si rimane, quindi, nel generico delle dichiarazioni di principio, rivolte non tanto all’Alleanza, quanto alla propria opinione pubblica. Anche le ripetute insistenze italiane per il Fianco Sud – Mediterraneo allargato – Africa Subsahariana sono state tali, come le promesse di elevare i bilanci militari europei al 2% del Pil.

Il Summit è stato animato – almeno per i media – dalle proteste di Zelensky per la mancata approvazione di un preciso programma d’accesso del suo paese nelle Nato. Nessuno ci ha fatto particolarmente caso, anche perché l’interessato lo sapeva benissimo. I toni usati erano chiaramente rivolti all’opinione pubblica ucraina. Tali sono stati anche i “richiami all’ordine” della delegazione Usa. Hanno avuto un effetto immediato. Zelensky ha subito cambiato di tono. Alle proteste sono subentrati i ringraziamenti per il sostegno ottenuto e per quello promesso, in pratica un “contentino” per non farlo tornare a casa con le mani vuote. Era in posizione di debolezza, dato che la controffensiva non sta procedendo con il ritmo sperato, creando difficoltà a vari governi che sostengono Kiev rispetto alle loro opinioni pubbliche.

Da segnalare è il fatto che al vertice aleggiava nell’aria la conclusione a cui era giunto a Kiev il Capo della Cia, che cioè un negoziato con la Russia si dovrebbe iniziare anche senza il preventivo ritiro di Mosca dalla Crimea, argomento finora tabù per Zelensky. Egli ha sinora subordinato l’inizio di un negoziato di pace al completo ritiro russo da tutti i territori che erano ucraini all’atto dell’indipendenza nel 1991.

La modifica principale in corso nell’Alleanza rimane comunque la sua trasformazione strisciante da regionale a globale. Le opinioni pubbliche europee non ne sono consapevoli. L’interesse dell’Europa per l’Indo-Pacifico si traduce per esse in qualche più o meno folcloristica crociera nell’Oriente misterioso. Taluni vi si oppongono in nome di un alquanto misteriosa autonomia strategica dell’Europa, che non riesce a elaborare una politica e una strategia comune neppure per l’Africa. A nessuno viene in mente che l’Ue potrebbe provvedere alla propria sicurezza – senza l’apporto determinante degli Usa – solo dotandosi di un arsenale nucleare proprio e della capacità politica di deciderne l’utilizzo per la dissuasione e se necessario per l’impiego. Fino a quando tali premesse non verranno realizzate non vi è alternativa alla Nato e, data l’interdipendenza esistente al mondo, a una Nato globale e non solo regionale e a un sostegno agli Usa nel loro confronto con la Cina.

Occorrerebbe un dibattito approfondito come quello svoltosi negli Usa dopo la “caduta del muro”. Allora si scontrarono le due tendenze contrapposte dell’allargamento a Est dell’Alleanza e del progetto d’integrazione di Mosca in Europa (generosamente finanziata dalla Germania e dagli Usa e anche dall’Italia), sostenuta da studiosi – a parer mio alquanto idealisti se non fuori dalla realtà – come Kennan (che peraltro era stato contrario al containment militare – e non solo economico e culturale – dell’Occidente all’Urss. È una contrapposizione tuttora viva anche nelle discussioni sulle cause del ritorno della Mosca di Putin alle fantasie imperialiste che hanno giustificato l’aggressione di Putin all’Ucraina. L’argomento tornerà centrale qualora, con la vittoria di Trump alle presidenziali del prossimo anno, dovessero prevalere negli Usa le tentazioni isolazioniste.


formiche.net/2023/07/conclusio…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Meloni afferma che l’imputazione coatta, usata nel caso Delmastro, rappresenta un’anomalia procedurale.

Sbagliato, e non lo dico io, ma la Corte costituzionale.

Oggi smonto una per una le affermazioni di Meloni attraverso le sentenze della Corte.

editorialedomani.it/politica/i…

L’Iran rispetti la libertà di opinione


In Italia la libertà di opinione è un diritto costituzionale. Con il presidente della commissione Politiche europee Giulio Terzi di Sant’Agata, ieri ho invitato la presidente del Consiglio nazionale per la resistenza iraniana in Fondazione Luigi Einaudi p

In Italia la libertà di opinione è un diritto costituzionale. Con il presidente della commissione Politiche europee Giulio Terzi di Sant’Agata, ieri ho invitato la presidente del Consiglio nazionale per la resistenza iraniana in Fondazione Luigi Einaudi per esprimere le proprie. A moderare l’incontro è stato il direttore di Formiche.net, Giorgio Rutelli.

Maryam Rajavi ci ha illustrato il proprio manifesto politico e l’ha fatto in forma di decalogo: suffragio universale, pluralismo, libertà di stampa, parità tra i sessi, separazione netta tra Stato e Chiesa, rispetto dei diritti umani, riconoscimento della proprietà privata, abolizione della pena di morte… I capisaldi dello Stato liberale di diritto sbandierati nella casa dei liberali italiani. Che Teheran ne abbia fatto un caso tanto da convocare l’ambasciatore italiano è una circostanza emblematica. Direi rivelatrice. Rivela il grado di fanatismo e di illiberalismo del regime iraniano. Ogni liberale dovrebbe sentirsi offeso.

Accogliendo Maryam Rajavi, ieri ho chiarito quale fosse la posizione della Fondazione: “Il nostro approccio è laico per definizione, noi non parteggiamo per nessuna delle tante organizzazioni della dissidenza iraniana. Noi stiamo dalla parte del popolo iraniano e crediamo che il conflitto tra gli oppositori del regime, veri o presunti che siano, rappresenti il miglior favore che si possa fare alla teocrazia di Teheran”. Il conflitto, in effetti, c’è. Ed è un conflitto violento. In molti non credono alla conversione democratica dei mujahidin della signora Rajavi, in molti ne ricordano il fanatismo e le violenze ai tempi di Komeini e dopo. Ogni dubbio è legittimo. Resta il fatto che quando la Fondazione Luigi Einaudi ha ospitato i rappresentanti di altre organizzazioni non abbiamo avuto reazioni. Ieri la reazione di Teheran è stata esorbitante. Quanto all’accusa di “terrorismo”, è il modo con cui tutte le autocrazie e tutti gli Stati invasori liquidano il dissenso. Capitò anche al nostro Giuseppe Mazzini.

Con spirito einaudiano, non facciamo processi alle intenzioni. Crediamo nel valore della parola, e le parole spese da Maryam Rajavi sono tutte condivisibili. Sono talmente condivisibili che 307 parlamentari italiani hanno firmato il suo appello per un Iran libero e democratico. Delle due, dunque, l’una: la Rajavi è il Diavolo e ci sta ingannando tutti, oppure il Diavolo sta ispirando gli animi di quanti oggi contestano i mujahidin. Una cosa, invece, è certa. Il conflitto tra le organizzazioni del dissenso, conflitto di cui è responsabile anche l’organizzazione della signora Rajavi, fa il gioco non del popolo, ma del regime iraniano.

Formiche

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Ucraina e Indo Pacifico. Le scelte giuste della Nato secondo Calovini


Ucraina e indopacifico: sono questi i due macro temi che scaturiscono al termine del vertice Nato di Vilnius e che testimoniano come la politica internazionale a quelle latitudini sia di primaria rilevanza per le future strategie dell’alleanza. Al vertice

Ucraina e indopacifico: sono questi i due macro temi che scaturiscono al termine del vertice Nato di Vilnius e che testimoniano come la politica internazionale a quelle latitudini sia di primaria rilevanza per le future strategie dell’alleanza.

Al vertice di Vilnius è passata la linea prudente, fortemente voluta da Washington, circa l’ingresso di Kiev nell’alleanza. Significa che, al di là della delusione espressa da Volodymyr Zelensky, l’impostazione degli Stati Uniti è certamente quella che presenta il maggior equilibrio in termini di peso specifico. Il motivo? L’adesione in questo preciso momento dell’Ucraina nella Nato sarebbe stata letta come un vero e proprio azzardo in un frangente estremamente delicato che invece è meritevole di decisioni ragionate e non dettate dalla fretta.

Il vertice dell’alleanza era fisiologicamente focalizzato sulla guerra in Ucraina che, da più di 500 giorni, ha rimesso in discussone ogni equilibrio geopolitico nel vecchio continente, con una serie di altri effetti a catena.

Kiev può comunque ritenersi soddisfatta, dal momento che incassa un dividendo preciso: il supporto alla causa ucraina di tutti i membri dell’alleanza è oggettivo e sincero. Per cui, al di là di qualche fisiologico distinguo, non vi è Governo occidentale che non aiuti Kiev in modo concreto sia sotto l’aspetto politico che sotto l’aspetto militare. Lo dimostra il modus con cui le richieste del Presidente Zelensky sono state esaudite.

In linea generale a Vilnius si è verificato un cambiamento sostanziale rispetto al passato, confermato da tre elementi che meritano di essere evidenziati in questo bilancio post vertice. In primo luogo, seguendo la traccia già impressa a Madrid, al centro del vertice è stata posta la politica internazionale, come da anni non accadeva. Lontani i tempi in cui autorevoli presidenti definivano l’alleanza “obsoleta” (Donald Trump 2017) o “cerebralmente morta” (Emmanuel Macron 2019). Di certo avremmo preferito non dover testare la reazione dell’alleanza dinanzi all’invasione russa ma la compattezza dimostrata è stata notevole e la necessità di un’alleanza militare efficiente e preparata di cui far parte è sotto gli occhi di tutti.

Inoltre l’ambizione di un’Europa potenza militare autonoma sembra aver mostrato le proprie fragilità di fronte alla dura realtà della guerra ed è destinata (per ora?) a rimanere tale. L’Europa – e l’Italia – non possono prescindere dall’altra sponda dell’Atlantico per la propria sicurezza.

In secondo luogo, oltre alla presenza della Svezia prossima all’ingresso nella Nato, al pari della Finlandia, a Vilnius sono stati presenti altri paesi alleati: Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud. Si tratta di un’interessante novità che offre la risposta geopolitica alle nuove sfide che da quelle latitudini si stanno manifestando. L’indo Pacifico è uno scenario di politica internazionale di primo piano che non può essere più tenuto in disparte e che, invece, merita una sempre maggiore attenzione da parte della Nato e dell’occidente.

E’inoltre un dovere programmatico e politico intensificare il dialogo con quei paesi che, come noi, osservano con attenzione, e forse un po’ preoccupazione, la crescita di Pechino non più come forza economica ma soprattutto come potenza militare e nucleare. L’Italia pur non potendo operare un ribilanciamento massiccio verso l’Indo-Pacifico e pur raccomandando che l’Alleanza mantenga un baricentro euro-atlantico (come dimostrato dalla guerra in Ucraina), riconosce che il mondo sta diventando sempre più a trazione asiatica

Infine il terzo elemento che attiene il peso specifico italiano: al di là delle singole e legittime opinioni, va riconosciuto al Governo Meloni di aver effettuato un altro passo significativo nell’ambito della politica internazionale e che ha portato il nostro paese ad essere al centro dello scenario come non avveniva da tempo. L’attivismo del Presidente del Consiglio

in ambito europeo e globale ha avuto come effetto primario quello di ridare autorevolezza all’Italia, smentendo con i fatti chi adombrava lo spettro di un esecutivo inesperto o inaffidabile nelle relazioni internazionali. Non solo la netta vicinanza di Roma a Kiev, ma anche la contingenza di un governo stabile e in grado di interloquire con alleati e altri partners internazionali: ciò aumenta la consapevolezza di una svolta vera per il nostro paese.

Diceva Churchill che non c’è nulla di sbagliato nel cambiamento se è nella giusta direzione. In questo caso credo che l’Alleanza atlantica abbia, con coraggio, fatto la scelta giusta.


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Qual è il problema di Palermo? Il traffico! (diceva Johnny Stecchino)

Per risolvere il problema, fondi europei hanno permesso lo sviluppo di un'app che può rivoluzionare il modo di muoversi in città. Con un gioco!

Nuovo episodio del podcast per Chora Media

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Al Consiglio supremo di Difesa, il governo fa il punto su Vilnius


Dall’Ucraina al Mediterraneo allargato, passando per il vertice Nato di Vilnius e lo stato di approntamento delle Forze armate italiane. Sono stati questi i temi al centro del Consiglio supremo di Difesa, presieduto al Quirinale dal Presidente della Repub

Dall’Ucraina al Mediterraneo allargato, passando per il vertice Nato di Vilnius e lo stato di approntamento delle Forze armate italiane. Sono stati questi i temi al centro del Consiglio supremo di Difesa, presieduto al Quirinale dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e che ha riunito oltre al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, anche i ministri degli Esteri, Antonio Tajani; della Difesa, Guido Crosetto; dell’Economia, Giancarlo Giorgetti; delle Imprese, Adolfo Urso; insieme al capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. In particolare, il presidente Meloni ha illustrato gli esiti del summit atlantico, e soprattutto ha presentato l’iniziativa del governo italiano nel corso dell’incontro lituano nel richiamare l’attenzione dell’Alleanza verso il fianco sud. A margine del Consiglio, inoltre, il presidente Mattarella e il premier Meloni hanno avuto un colloquio di circa un’ora, durante il quale il presidente del Consiglio ha presentato i dossier attualmente in agenda per il governo.

Mediterraneo, cono di interesse della Nato

Come si legge nella nota rilasciata dal Quirinale, “senza il consolidamento politico, sociale ed economico” del continente africano “non è infatti possibile garantire la sicurezza dei Paesi membri dell’Unione europea, che a loro volta sono parte fondamentale dell’Alleanza atlantica”. Da Consiglio è emersa ulteriormente la condizione del Mediterraneo allargato quale oggetto di “speciale attenzione”, in considerazione della sua rilevanza strategica e del suo potenziale quale crocevia di instabilità capace di interessare diverse regioni contemporaneamente. Nel corso del vertice a Vilnius, del resto, la premier aveva definito proprio le acque del Mare nostrum come un “cono di interesse” per la Nato del prossimo futuro.

Presenza internazionale

Tra i temi discussi anche le diverse aree di crisi nelle quali l’Italia è presente con le sue Forze armate. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, i militari italiani sono presenti in un arco che parte dai Paesi baltici per arrivare fino al Sahel, passando per i Balcani e il Medio Oriente. Un’area la cui estensione è, per il Paese, seconda solo a quella dell’ultima Guerra mondiale. Uno sforzo non secondario, che assicura la posizione del Paese nel mutato scenario globale, sempre più complesso e fragilizzato dall’aggressione Russa. A riguardo, il Consiglio di Difesa ha ribadito ulteriormente il sostegno a Kiev, basato sull’aderenza italiana ai valori della libertà, dell’integrità territoriale e l’indipendenza degli Stati, “valori fondanti dell’Unione europea e condizioni essenziali per l’ordine internazionale e la convivenza pacifica dei popoli”.

Lo strumento militare

Questo impegno avrà bisogno di uno strumento militare efficiente e moderno. Per questo il Consiglio ha approfondito il tema della necessità di dotarsi di una politica industriale nazionale per il settore della Difesa, al fine di “assicurare adeguata prontezza e capacità” alle Forze armate, assicurandogli “livelli di efficienza e capacità d’impiego adeguati e sostenibili nel tempo”. Il ministro Crosetto ha illustrato i principi che guideranno la riorganizzazione del dicastero, con finanziamenti adeguati. L’obiettivo è rendere l’organizzazione, in linea con i requisiti Nato, sempre più interforze, capace di “operare su tutti i domini, compresi i nuovi ambiti, quali lo spazio esterno, quello cognitivo e quello subacqueo”.


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La Nato può fare di più. Il punto del generale Tricarico su Vilnius


La soddisfazione e l’ottimismo con cui il summit di Vilnius è stato consegnato alla cronaca (qualcuno ha detto alla Storia) paiono francamente eccessivi e in parte fuori luogo, se si valuta la questione da una prospettiva meno condizionata dagli eventi in

La soddisfazione e l’ottimismo con cui il summit di Vilnius è stato consegnato alla cronaca (qualcuno ha detto alla Storia) paiono francamente eccessivi e in parte fuori luogo, se si valuta la questione da una prospettiva meno condizionata dagli eventi in corso nel centro Europa che -ricordiamolo – dovrebbero riguardare solo in maniera marginale l’Alleanza.

Semmai la Nato è parsa aver smarrito, oltre al senso della sua missione, anche quello della sua identità. Con Vilnius in altre parole essa è parsa stabilmente incamminata verso un mutamento genetico le cui prime avvisaglie erano ormai evidenti ed inequivocabili.

Come valutare altrimenti il fatto che, scorrendo il lungo comunicato finale, non si ravvisi il pur minimo accenno alla necessità di fermare, con un negoziato, il conflitto russo-ucraino, di “impegnarsi, come stabilito dallo Statuto delle Nazioni unite a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui potrebbero essere coinvolte”?

Questo impone la principale ragion d’essere dell’Alleanza, quella fissata in tutta la sua ineludibilità nell’Art. 1 del patto sottoscritto nel 1949. Invece il tema è stato solo sfiorato, anzi eluso, come lascia intendere il punto 9 del comunicato finale laddove si afferma, senza che se ne dia l’evidenza (e tantomeno la prova) che “mentre noi abbiamo sollecitato la Russia ad avviare un negoziato credibile con l’Ucraina, essa non ha mostrato alcuna genuina apertura per una pace giusta e duratura”.

Altra questione, tutt’altro che onorevole, i cui contorni sono ancora incerti, quella del prezzo pagato alla Turchia per il suo assenso all’ingresso della Svezia nell’alleanza.

Ciò che rimane ancora nebuloso è se il presidente turco intenda ancora mantenere la perentorietà del primo momento, ben esplicitata nel Memorandum siglato a fine giugno a Madrid con Svezia e Finlandia, nel richiedere l’estradizione di cittadini turchi, bollati come terroristi da Erdogan ma con tutta probabilità e in larga parte, soggetti dissidenti riparati all’estero, dello stesso tipo tanto per intenderci, di quelli gettati in carcere in Turchia, senza risparmio e senza riguardo, negli ultimi anni.

O se invece, come è parso di capire, la Turchia sarebbe disposta ad accontentarsi della generica rassicurazione della Svezia affinché venga esercitato un controllo più accurato sui comportamenti dei cittadini turchi in territorio svedese.

E anche qui, come valutare se non come bieco il comportamento di una Alleanza, fondata su democrazia, libertà e rispetto dei diritti, quando accetta una clausola liberticida pretesa da un Paese membro e chiude ambedue gli occhi di fronte alla consegna nelle mani di un tiranno di cittadini colpevoli solo di esercitare la libertà di pensiero?

Un terzo punto infine dovrebbe dissuadere, anche e soprattutto noi italiani, dal cantare vittoria al rientro da Vilnius.

Il presumibile e ampiamente previsto mantenimento di una attenzione isterica, e ora maggiormente immotivata, al fianco est dell’Alleanza declasserà ulteriormente la priorità, a lungo rivendicata, di un occhio più attento a ciò che da anni succede dalle nostre parti, nel continente africano e in medio oriente.

Sembra che non si sia considerato che la Russia, per tempi piuttosto lunghi, non costituirà minaccia militare per alcuno e tantomeno per la Nato, anche se Putin volesse insistere nelle sue mire imperiali.

Il suo esercito, ampiamente sopravalutato (anche dagli esperti), sottodimensionato nell’uso di sistemi ad alta tecnologia, sprovvisto di una dottrina di impiego moderna, logoro nel morale, nella leadership e nella disponibilità di mezzi ed armamento, morso senza pausa dalle sanzioni, dovrebbe far dormire sonni tranquilli all’Occidente per almeno i prossimi trenta anni, e solo nell’ipotesi che Putin avvii senza indugio un processo di ripensamento radicale e di riedificazione ex novo del suo strumento miliare.

Se così stanno le cose, perché continuare a partorire, nella migliore delle ipotesi, solo topolini in risposta alle legittime preoccupazioni dei Paesi del sud, e continuare a esorcizzare le comprensibili ma immotivate paure dei Paesi del nord?

Purtroppo, i rischi da sud non sono mai stati sufficientemente approfonditi a un tavolo di concertazione vera; nei comunicati finali dei vari summit, le considerazioni generiche sull’argomento ormai stucchevoli, vengono sistematicamente riciclate senza che si faccia una rassegna seria e complessiva del vasto e variegato panorama africano e mediorientale.

Qualcuno qui da noi è arrivato ad irridere Giorgia Meloni nell’assunto – falso – che il sud dell’Alleanza fosse stato da noi evocato solo in relazione alle migrazioni, ma così non è stato. Più di noi potrebbe argomentare la Francia, costretta a ritirarsi dal Mali dove si era imbarcata in una avventura azzardata senza che i suoi appelli a costruire insieme una forza militare degna di questo nome venisse raccolta da altri Paesi.

E il Mali in qualche maniera, con le dovuta differenze da altri Paesi africani, esprime il modello di una struttura statuale fragile, incapace di provvedere alla propria sicurezza avverso i pericoli di una criminalità dilagante, primo tra tutti il terrorismo mai sopito ma soggetto a una continua regolare espansione e radicamento.

Perché lasciare il Mali e altri in balia di chi, come Wagner ad esempio, o come Egitto, Turchia o altri, interpretano l’eventuale supporto alle istituzioni in pericolo solo in funzione del proprio tornaconto? Tornaconto raramente sovrapponibile allo sradicamento dei fenomeni criminali, talché il Paese assistito possa edificare in tutta sicurezza il proprio futuro.

Tra l’altro, oltre ai gruppi terroristici conosciuti, proprio negli ultimi dieci, quindici anni, quando il sentire comune percepiva come sonnolento il fenomeno criminale e la Nato ripeteva come un disco rotto le sue vaghe promesse, sono nati numerosi gruppi, tutti filiazione dei ceppi principali di Al Qaeda e Isis, che non hanno risparmiato nessun Paese africano, in maniera tanto più insidiosa quanto più fragile era la struttura statuale in cui insistevano.

Questo allora ci si aspetterebbe dalla Nato, che davvero volesse considerare il terrorismo nella sua reale dimensione ed insidiosità. E questo è uno dei motivi per cui alle preoccupazioni vere, non a quelle antirusse, ancora una volta a Vilnius non è stata in grado di dare risposta.

Ovviamente i novanta punti del comunicato finale del summit lituano fornirebbero altrettanti spunti di riflessione, soprattutto se si volesse mettere a punto in prospettiva una Strategic compass, magari destinata a maggiori fortune rispetto a quella elaborata dall’Unione europea. E tuttavia le tre questioni evocate forniscono, da sole e in maniera evidente, la percezione certa della necessità di un cambio radicale di passo atto a rafforzare la Nato, atto a far sì che la Nato resti o torni ad essere quello che è, uno strumento insostituibile per garantire pace, sicurezza e libertà.


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Minorenni


Parliamo dei minorenni abbandonati o che la giustizia ha ritenuto di sottrarre alle famiglie. La delicatezza contabile e istituzionale non toglie nulla a quella umana. Quindi cominciamo col dire che qualsiasi minore sia stato abbandonato o debba essere al

Parliamo dei minorenni abbandonati o che la giustizia ha ritenuto di sottrarre alle famiglie. La delicatezza contabile e istituzionale non toglie nulla a quella umana. Quindi cominciamo col dire che qualsiasi minore sia stato abbandonato o debba essere allontanato da familiari che siano per lui un pericolo, dev’essere sostenuto e protetto al meglio e a cura della spesa pubblica. Quale che sia la provenienza del ragazzino. Solleviamo il problema perché non ci sembra si faccia nel necessario migliore dei modi e perché i conti non tornano.

Quel che pochi sanno è che il costo di questi sostegni ricade sui Comuni di residenza. Sono anni che il sindaco di Sant’Angelo Lomellina, Matteo Grossi, prova a richiamare l’attenzione su questa assurdità. Ma la politica mostra d’essere poco interessata. Quasi che quella spesa incontrollata sia un bene in sé. La cosa aveva un senso, forse, nell’era dei viaggi in carrozza: la popolazione era stanziale e la municipalità conosce meglio di altri i guasti e i fasti del proprio borgo. Ma oggi ci si sposta, si arriva dall’estero, si vive dove neanche si è conosciuti, talché la municipalità ne sa quanto la nazionalità, ovvero poco e niente. In compenso mettere sul conto dei Comuni il pagamento delle rette, relative al mantenimento, non ha alcun senso e rischia di schiantare bilanci assai gracili.

Il che ci porta alla questione dei soldi: per due casi di questo tipo il Comune di Sant’Angelo spende 60.363 euro l’anno, ricevendo indietro dalla Regione Lombardia un terzo della spesa; la stessa Regione, come si può leggere nel suo sito, calcola in 100 euro la retta quotidiana media da pagare. Significa che alla spesa pubblica un minore costa mediamente 36.500 euro all’anno. E qui c’è un primo problema, perché quella cifra è superiore alla dichiarazione dei redditi della gran parte delle famiglie italiane, che oltre ai figli mantengono anche i genitori.

Nel 2022 i minori da ospitare e mantenere in Lombardia erano 3.250. La sola Milano ne ha attualmente in carico 1.300, il doppio dell’anno scorso. E sono stati destinati a 866 “comunità”, che incassano le rette e si trovano anche in altre Regioni, perché il problema è nazionale. Se quei minori fossero stati ospitati per l’intero anno, significherebbe che ogni “comunità” ospita 3,7 ragazzi. Conosco famiglie che hanno un numero più alto di bambini in affido. Ma anche a considerare permanenze inferiori, anche a raddoppiare la media degli ospiti, è evidente che non stiamo parlando di istituti specializzati e attrezzati, con ben maggiore capienza. Il che, forse (e voglio sperare), spiega l’alto costo unitario.

Sempre Regione Lombardia ha stabilito un maggiore stanziamento – pari a 1 milione – per compensare i Comuni che non reggono la spesa. Dividendo quella cifra per i giorni dell’anno e i bambini da accudire, ne deriva per i Comuni un incasso pari a 84 centesimi al giorno, che vanno a cumularsi al terzo già coperto. Quindi spendono 100 e ricevono 34. Non ha senso.

Siccome quel che più è importante sono i bambini, le cose da farsi – qui, ora, subito – sono: a. centralizzare l’intera questione; b. predisporre istituti appositi, con personale adeguatamente preparato; c. controllarli a cura di soggetti indipendenti dagli stessi istituti, il che è impossibile se le “comunità” si contano a migliaia; d. in questo modo fornendo tutto il possibile sostegno ai minorenni e abbattendo i costi unitari con economie di scala (a cominciare dall’alloggio e dal vitto).

Non voglio neanche prendere in considerazione l’ipotesi che quel fiume di spesa, cui i Comuni sono costretti e sul quale non hanno il benché minimo controllo, sia destinato ad assistere più gli assistenti che gli assistiti. Sarebbe orribile. Ma un sistema tanto disfunzionale non è in grado di dare quel che è necessario. Ancora una volta, l’aspetto contabile si rivela quindi il faro più efficace per seguire il sentiero dell’umanità e abbandonare il vicolo cieco dell’ipocrisia.

La Ragione

L'articolo Minorenni proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Il filo che unisce Vilnius al Mediterraneo, e si estende fino al Sudan


Quale il collegamento valoriale tra Vilnius e il Mediterraneo, macro tema agitato da Giorgia Meloni sia nel vertice stesso che nel bilaterale con Recep Tayyip Erdogan? Un primo piano di analisi tocca, evidentemente, i singoli e articolati dossier, di ieri

Quale il collegamento valoriale tra Vilnius e il Mediterraneo, macro tema agitato da Giorgia Meloni sia nel vertice stesso che nel bilaterale con Recep Tayyip Erdogan? Un primo piano di analisi tocca, evidentemente, i singoli e articolati dossier, di ieri e di oggi, che gravitano nel raggio d’azione del mare nostrum e può essere utile ricucirli con il filo italiano per far emergere un principio: non si vive di sola Ucraina e se la Nato non affronterà con parimenti programmazione e impegno anche gli altri nodi, le emergenze future non saranno gestibili, né prevedibili.

Eccone una ricognizione che tocca aree ultrasensibili come Libia, Tunisia, Africa centrale: tutte dimostrano che il mondo è sempre più interconnesso e che il mare nostrum è un quadrante su cui si riflettono le conseguenze del conflitto ucraino.

Libia

La ripresa dei voli diretti tra l’Italia e la Libia rappresenta un indirizzo interessante, non fosse altro perché è una primizia dopo anni di generici intenti e permetterà a Tripoli operare voli diretti per l’Europa in breve tempo. Tocca inoltre il tema dello sviluppo positivo alla voce “contatti tra le aziende dei due Paesi”. L’importanza di riprendere i voli diretti è stata compresa dal governo italiano e l’annuncio della ripresa è giunto dopo un incontro tenutosi a Tripoli, alla presenza del Capo dell’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, dell’ambasciatore d’Italia in Libia, del Capo dell’Ente Generale per l’Aviazione Civile e del ministro delle Comunicazioni. Un passo, questo, che nelle intenzioni accompagna gli sforzi da compiere verso la normalizzazione istituzionale della Libia, su cui Roma sta lavorando da tempo.

Due settimane fa è volato alla Casa Bianca il consigliere per la sicurezza nazionale Ibrahim Bushnaf ricevuto dal direttore del dipartimento Nord Africa presso il Consiglio di sicurezza nazionale, Jeremy Berndt. Nelle stesse ore a Roma si svolgeva il primo incontro tra il nuovo ambasciatore di Libia Muhannad Saeed Ahmed Younes e il Capo dello Stato, che ne ha ricevuto le credenziali.

Tunisia

Dopo la repressione politica del presidente Kais Saied contro il dissenso in Tunisia, l’Europa è stata chiamata a gestire l’instabilità di un Paese sull’orlo del fallimento, che già è trampolino di lancio per migliaia di migranti che stanno arrivando in Italia. L’economia locale è in collasso mentre si attende la decisione del Fondo Monetario Internazionale per i nuovi finanziamenti esteri. Bruxelles e Roma hanno inviato un segnale forte a Tunisi, coagulatosi attorno alla visita congiunta Meloni, von der Leyen, Rutte per affrontare il caso (migranti più crisi finanziaria) attraverso una voce sola e tramite un modello, stimolato da Palazzo Chigi.

Sudan

Dallo scorso mese di aprile il Paese è scosso dagli scontri tra l’esercito sudanese e il principale gruppo paramilitare, le Forze di supporto rapido, definite RSF. La guerra ha provocato migliaia di vittime, tre milioni di sfollati (di cui 700mila in viaggio verso altre aree) e ha aumentato il peso specifico di una gravissima crisi umanitaria che ha lasciato quasi la metà della popolazione in una situazione di fame. Altro effetto connesso è verso i produttori di gomma arabica sudanesi, settore che da 70 anni offre lavoro e sussistenza al Paese, che segnalano un crollo dei prezzi di circa il 60%.

Circa 218mila persone hanno cercato rifugio in Ciad, 60mila in Etiopia, mentre l’Egitto ha già ricevuto oltre 250.000 sudanesi, che rappresentano circa il 60% del numero totale di chi è fuggito e in 146mila sono già giunti in Sud Sudan. Tra gli effetti a catena c’è l’attuazione dell’accordo di pace rivitalizzato del 2018 in Sud Sudan e lo svolgimento delle elezioni alla fine del prossimo anno.

La comunità internazionale si è impegnata a elargire 1,52 miliardi di dollari in risposta all’appello delle Nazioni Unite (per 3 miliardi di dollari) al fine di affrontare la situazione attuale.

Le ultime notizie parlano del rifiuto da parte del ministero degli Esteri allineato con l’esercito del Sudan della proposta di vertice regionale che decida il dispiegamento di forze di mantenimento della pace per proteggere i civili. In questo modo perde consistenza la speranza di porre fine alla guerra. Proprio al fine di stimolare le pari ad una pax, l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad) ha chiesto alle parti rivali di considerare il dispiegamento di una forza regionale e nuovi negoziati di pace. L’offerta di mediazione è stata la prima dopo lo stop dei colloqui a Jeddah.

Libano

Il Paese che vanta il più alto numero di rifugiati al mondo, dal 2019 sconta una crisi economica che si sta progressivamente aggravando. Si tratta della sua peggiore crisi dalla guerra civile del 1975.

Da un lato, dunque, un Paese che sta fallendo; dall’altro la crescita di Hezbollah favorendo al contempo un’aspra lotta all’interno del Parlamento. La valuta locale è in caduta libera, con le proteste dei correntistiche non possono accedere ai propri depositi dove le banche hanno messo un limite ai prelievi di dollari. L’esplosione al porto del 2020 ha comportato danni ingenti e la perdita di forza lavoro che ha fatto schizzare la disoccupazione al 40%. Da suolo libanese, inoltre, vengono anche lanciati razzi contro Israele.

Egitto

La crisi economica in Egitto si è materializzata in virtù del crollo della sterlina egiziana, scesa ai minimi storici rispetto al dollaro. Un forte deficit commerciale ha fatto salire i prezzi dei beni essenziali, con un’inflazione che ora supera il 30%. Il debito sovrano egiziano è difficilmente sostenibile, pari a 169,5 miliardi di dollari alla fine di dicembre 2022. In questo contesto sta prendendo piede la possibilità che il governo di Al-Sisi prenda in considerazione una mossa specifica ma dai risvolti geopolitici chirurgici: la privatizzazione del Canale di Suez verso un player straniero.

L’Economist ha recentemente valutato un contratto di locazione di 99 anni per il canale a circa un miliardo di dollari. Se da un lato il governo potrebbe così provare ad uscire dal pantano economico, dall’altro si ragiona sulle conseguenze geopolitiche di un eventuale acquisto da parte di soggetti esterni dalle fortissime disponibilità. Ad esempio Pechino che, dopo Cosco al Pireo, metterebbe così a segno un altro colpo significativo.


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Maryam Rajavi alla FLE: “Occidente sospenda i rapporti economici con il regime iraniano dei Pasdaran”


“I paesi che si disperano per il tragico destino delle donne iraniane dovrebbero essere conseguenti con questo giusto sentimento di democrazia e libertà e sospendere ogni tipo di relazione commerciale con l’Iran, soprattutto quelle riguardanti i settori b

“I paesi che si disperano per il tragico destino delle donne iraniane dovrebbero essere conseguenti con questo giusto sentimento di democrazia e libertà e sospendere ogni tipo di relazione commerciale con l’Iran, soprattutto quelle riguardanti i settori bancario e petrolifero. Il 90% dei proventi di queste attività finanzia il regime dei pasdaran che a sua volta finanzia il terrorismo in giro per il mondo oltre che la guerra di Putin contro il popolo ucraino e i valori occidentali. Arriverà presto il momento in cui il regime cadrà e l’Iran conoscerà la democrazia, la parità tra uomo e donna, la separazione tra Stato e chiesa, la libertà di stampa, il pluralismo politico e la fine della pena di morte. Solo nelle ultime ventiquattro ore in Iran sono state eseguite tredici condanne capitali”.

Lo ha detto la presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI) Maryam Rajavi durante un incontro organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi. Rajavi è stata accolta dal Segretario generale della Fondazione, Andrea Cangini, e dal presidente della commissione Politiche dell’Unione europea del Senato, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha moderato il dibattito il direttore di formiche.net, Giorgio Rutelli.

Il Senatore Terzi dal canto suo ha sostenuto l’urgenza che la comunità internazionale metta al più presto al bando i Pasdaran come organizzazione terroristica, tesi che Rajavi ha convintamente avallato.

“La Fondazione è al fianco del popolo iraniano sin dall’inizio di questa rivolta”, ha detto Andrea Cangini. “Abbiamo organizzato incontri, convegni, scritto manifesti e lanciato appelli, convinti come siamo che i tempi siano maturi per un cambio di regime con la conseguente affermazione anche in Iran dei valori liberali e democratici”.

L'articolo Maryam Rajavi alla FLE: “Occidente sospenda i rapporti economici con il regime iraniano dei Pasdaran” proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Una Nato attenta alla Cina. Prospettiva indo-pacifica del Summit


Per il secondo anno di fila, la Cina è stato un argomento di interesse del Summit Nato. Come a Madrid nel 2022, anche quest’anno hanno partecipato al vertice Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda — i quattro principali partner dell’Indo Pacif

Per il secondo anno di fila, la Cina è stato un argomento di interesse del Summit Nato. Come a Madrid nel 2022, anche quest’anno hanno partecipato al vertice Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda — i quattro principali partner dell’Indo Pacifico (noti come IP4), attori importanti di una regione che gli Stati Uniti e (non solo) considerano come prima linea del contenimento della crescita di influenza globale cinese.

Strategia ampia e copertura Nato

Un diplomatico spiega in via confidenzale a Formiche.net che sebbene il driver dell’interessamento alla Cina da parte della Nato sia connesso al rafforzamento militare e in parte all’allineamento tattico con la Russia, che resta ancora l’attenzione prioritaria dell’alleanza (soprattutto con la guerra in Ucraina), c’è dell’altro. “La questione dei semiconduttori, delle terre rare, del securitarizzazione delle supply chain, la competizione tecnologica in generale è qualcosa a cui i membri guardano con attenzione quando pensano alla Cina”.

Non è un caso se la Germania abbia approfittato del vertice alleato di Vilnius per mettere in azione la tanto attesa strategia sulla Cina. Il gabinetto del cancelliere Olaf Scholz la passa oggi, giovedì 13 luglio: sarà centrata sul “de-risking” da Pechino, vista da Berlino come un concorrente e un rivale strategico sempre più assertivo, riducendo gradualmente la dipendenza dal Paese piuttosto che sganciandosi dal mercato cinese.

Anche la Lituania ha approfittato del vertice per rendere pubblica la sua strategia per l’Indo Pacifico. Da Vilnius, a un passo dalla Bielorussia alleata di Vladimir Putin, il governo lituano ha usato la presenza dei leader Nato per annunciare l’approfondimento dei rapporti con Taiwan — che già erano costati alla Lituania la risposta violenta di Pechino a colpi di coercizioni economiche (al punto che l’Ue era dovuta intervenire creando uno strumento anti-coercizione perché quello di Vilnius rappresentava un preoccupante precedente).

Narrazioni e interessi

Come si legge nella sintesi del comunicato congiunto del summit, “le ambizioni dichiarate e le politiche coercitive della Repubblica Popolare Cinese (Prc) sfidano i nostri interessi, la nostra sicurezza e i nostri valori”. Sebbene la Nato sottolinei, come di rito, di restare aperta “a un impegno costruttivo con la Prc, anche per costruire una trasparenza reciproca, al fine di salvaguardare gli interessi di sicurezza dell’Alleanza”, rimarca anche la “crescente partnership strategica” tra Pechino e Mosca e i loro “tentativi, che si rafforzano a vicenda, di minare l’ordine internazionale basato sulle regole”.

In punti più ampi, più avanti nella lunga dichiarazione, i leader dell’alleanza hanno anche richiamato la Cina per le “operazioni ibride e cibernetiche dannose e per la sua retorica conflittuale e la disinformazione” e hanno accusato Pechino di sforzarsi “di sovvertire l’ordine internazionale basato sulle regole, anche nei domini spaziale, cibernetico e marittimo”. La dichiarazione ha inoltre espresso preoccupazione per i tentativi della Cina di “controllare settori tecnologici e industriali chiave, infrastrutture critiche, materiali strategici e catene di approvvigionamento” e di “creare dipendenze strategiche”. La Cina impiega “un’ampia gamma di strumenti politici, economici e militari per aumentare la sua impronta globale e proiettare il suo potere, pur rimanendo opaca sulla sua strategia, le sue intenzioni e il suo sviluppo militare”, si legge ancora nel comunicato, che inoltre invita Pechino “ad astenersi dal sostenere in qualsiasi modo lo sforzo bellico della Russia”.

Nel giro di un anno, quell’attenzione messa per la prima volta per iscritto al vertice di Madrid è evidentemente aumentata. È lo stesso linguaggio del comunicato a indicarlo. Il testo, solitamente frutto di scelte semantiche cavillose, menziona la Cina 14 volte, indicando una maggiore risalto che l’alleanza intende dare ad “affrontare le sfide sistemiche poste dalla Prc alla sicurezza euro-atlantica”. Per confronto, nel comunicato del vertice di Madrid la Cina riceveva un’unica menzione come uno dei diversi Paesi “che sfidano i nostri interessi, la nostra sicurezza e i nostri valori e cercano di minare l’ordine internazionale basato sulle regole”.

La Cina detesta

Pechino non può essere soddisfatta. La linea di risposta calca sulla “mentalità da guerra fredda”, argomento retorico che il Partito/Stato usa nella sua narrazione. “Gli Stati Uniti stanno giocando una grande partita a scacchi. La Nato e gli alleati statunitensi nell’Asia-Pacifico vengono tutti utilizzati per promuovere gli interessi geopolitici degli Usa. Condivido la preoccupazione di alcuni osservatori europei che l’Europa possa diventare un vassallo e più dipendente dagli Stati Uniti”, ha scritto Wang Lutong, direttore generale dell’Ufficio europeo del ministero degli Esteri cinese (da notare: come spesso accade, Lutong ha espresso queste sue preoccupazioni contro le forzature della libertà dei singoli stati teoricamente imposte da Washington usando Twitter, un social network che in Cina non si è liberi di usare, ma in cui possono essere aperti invece account per i notabili del Partito e dello Stato).

“Ci opponiamo fermamente al movimento della Nato verso Est, nella regione dell’Asia-Pacifico, e qualsiasi azione che metta a repentaglio i legittimi diritti e interessi della Cina sarà affrontata con una risposta risoluta”, comunica invece il portavoce del ministero degli Esteri. Tuttavia, sebbene l’impegno della Nato con i partner dell’Indo-Pacifico sia generalmente letto attraverso la lente della competizione con la Cina, vale la pena notare che l’IP4 ha livelli diversi di comfort con l’idea di confrontarsi con Pechino.

L’IP4 e la Cina

Il segretario generale Jens Stoltenberg ha tenuto incontri separati con i leader di Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud. In ogni incontro ha esordito ringraziando per l’assistenza fornita all’Ucraina (che come detto resta la principale priorità della Nato) e ha poi offerto sostegno alle principali questioni di interesse del partner. Tuttavia, solo durante il meeting con il primo ministro giapponese, Fumio Kishida, Stoltenberg ha fatto riferimento a Pechino, in particolare al “pesante rafforzamento militare della Cina, alla modernizzazione e all’espansione delle sue forze nucleari”. In quel caso, il segretario generale ha anche sottolineato che l’ufficio di collegamento di cui tanto si è parlato è ancora sul tavolo e “sarà preso in considerazione in futuro”.

Esattamente come nel caso del liaison office, su cui le frenate (molte francesi, ma non solo) erano legate alla necessità di non indispettire eccessivamente Pechino, Stoltenberg ha evitato di menzionare la Cina nei commenti pubblici con gli altri tre leader dell’IP4, perché sia Seul che Canberra e Auckland hanno situazioni più complesse di quelle di Tokyo nel rapporto con Pechino. Tutti e tre vogliono evitare di farsi percepire allineati alla Nato nelle loro strategie di confronto con la Cina. Stoltenberg ha usato argomenti neutri per sottolineare le linee di contatto con i partner. Per esempio: parlando con il presidente sudcoreano, ha riaffermato la preoccupazione della Nato riguardo alla Corea del Nord (anche giustamente, visto il test di un Hwaseongpo-18 di mercoledì 12 giugno); per “il cyber, le nuove tecnologie e anche per contrastare le minacce ibride” con il premier australiano; per “il cambiamento climatico, il cyber e le nuove tecnologie” con il neozelandese.

La Nato in Asia?

Uno degli elementi usciti dal vertice di Vilnius, rimarcato dalla riunione laterale tra l’IP4 e i funzionari dell’alleanza, è la volontà di rafforzare la consapevolezza comune, la solidarietà e la cooperazione sulle minacce emergenti alla sicurezza. È l’ottica della visione comune tra Stoltenberg e Joe Biden, emersa anche nel recente incontro alla Casa Bianca: aumentare la connessione tra Nato e Indo Pacifico.

“È un Summit che conferma quanto anticipato lo scorso anno a Madrid con l’adozione del nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza, nel quale documento per la prima volta in due paragrafi è stata menzionata la Repubblica Popolare Cinese come una sfida agli interessi, alla sicurezza e ai valori dell’Alleanza”, commenta Matteo Bressan, docente di Studi Strategici e Relazioni Internazionali alla Lumsa Master School e analista presso il Nato Defense College Foundation. “Pur essendo un’alleanza regionale, affronta sfide globali, come ricordato dal segretario Stoltenberg: e quindi, nell’ottica del concetto della indivisibilità della sicurezza delle regioni euro-atlantiche e indo-pacifiche, assistiamo al rafforzamento delle partnership con Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud. Tale trend rispecchia il livello di competizione globale tra Washington e Pechino che vede, anche in altre iniziative come il formato Aukus, il coinvolgimento di paesi dell’Indo Pacifico e paesi della Nato in un’ottica di contenimento della Repubblica Popolare Cinese”.


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Dossier, risultati e una notazione sul Vertice Nato di Vilnius. Il bilancio di Alli


Il Vertice Nato di Vilnius non ha certamente deluso le aspettative. Anzitutto, ha ottenuto un risultato importante già prima del proprio inizio, con il via libera della Turchia alla adesione della Svezia. Erdogan è stato, come sempre, un abile negoziatore

Il Vertice Nato di Vilnius non ha certamente deluso le aspettative. Anzitutto, ha ottenuto un risultato importante già prima del proprio inizio, con il via libera della Turchia alla adesione della Svezia. Erdogan è stato, come sempre, un abile negoziatore. Tuttavia mi permetto di dissentire rispetto ai molti che hanno sottolineato come la sua merce di scambio sia stata la fornitura degli F-16 da parte degli Stati Uniti. In realtà, questa decisione era già stata concordata da tempo con Biden, anche perché fa comodo agli stessi Usa e, in fondo, all’intera Alleanza Atlantica, memore dello sgarbo di qualche anno fa, quando Ankara acquistò i sistemi missilistici S-400 dalla Russia.

L’abilità di Erdogan, forse in modo concordato con lo stesso Biden, è stata quella di far coincidere l’annuncio dell’accordo con il vertice, in modo da avere una giustificazione in più per il suo ennesimo cambio di rotta. Un dato che mi sembra invece significativo è che Erdogan ha incassato l’impegno della Svezia a sostenere l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, discorso che apre interessanti prospettive.

Il dato di fatto politicamente rilevante è che l’entrata della Svezia nella Nato, dopo quella della Finlandia, aumenta ulteriormente la sovrapponibilità tra Alleanza Atlantica e Unione Europea. Oggi, con 23 paesi su 27 che appartengono a entrambe le organizzazioni, il 96,5% dei cittadini della Ue è protetto dalla Nato.

Il dossier più spinoso sul tavolo del vertice era sicuramente quello ucraino. Il presidente Zelensky avrebbe auspicato un invito esplicito e ha lamentato la mancanza di una tempistica precisa per l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Se ciò è comprensibile alla luce dei problemi di comunicazione che Kiev ha verso il proprio popolo, martoriato da una guerra assurda, lo stesso Zelensky sa benissimo quanto complessa sia la posizione della Nato, al punto che nella conferenza stampa finale ha attenuato i toni rispetto alle prime reazioni.

Il segretario generale Stoltenberg ha affermato che l’Ucraina non è mai stata così vicina all’Alleanza, e questo è certamente vero alla luce di almeno tre considerazioni.

  • L’eliminazione del requisito del Map (Membership Action Plan), cioè dell’iter normale al quale un Paese aspirante deve sottoporsi, rappresenta un’accelerazione importante del percorso di adesione. E questo non è in contraddizione con l’affermazione che ancora non esistono tutte le condizioni per una entrata immediata, perché comunque quando gli alleati riterranno che tali condizioni siano soddisfatte, l’adesione sarà praticamente automatica. Se un’osservazione si deve da fare, è che l’affermazione esplicita di Stoltenberg circa il fatto che l’entrata dell’Ucraina nella Nato non potrà avvenire prima della fine della guerra, se pure formalmente corretta, costituirà per Putin una ragione in più per giustificare il protrarsi del conflitto.
  • L’istituzione del Nato-Ukraine Council, che ha già tenuto il suo primo incontro con la presenza dei Capi di Stato e di Governo, rappresenta un segnale rilevante, in quanto crea un organismo di consultazione permanente sul modello di quello che fu il Nato-Russia Council che operò dal 2002 al 2022. La sua importanza sul piano politico è senz’altro superiore a quella della preesistente Nato-Ukraine Commission, attiva fin dal 1997.
  • La decisione di arrivare alla completa interoperabilità tra le forze armate ucraine e quelle della Alleanza Atlantica costituisce, infine, un impegno che si tradurrà non solo in ulteriori attività di addestramento, ma anche nella continuità di forniture di apparecchiature e mezzi all’Ucraina da parte degli Alleati.

Queste importanti decisioni hanno visto una unità di intenti e una unanimità tra i Paesi membri che ha pochi precedenti nella storia della Nato, e questo è un dato fondamentale che attesta il rafforzamento dell’Alleanza.

È poi evidente come il livello di deterrenza raggiunto nei confronti della Russia dopo 500 giorni di guerra sia ormai a livelli molto alti. Resta il tema dei costi che ciò ha comportato e comporterà in futuro. Questo ha fatto affermare a qualche leader che l’impiego del 2% del Pil per le spese della difesa non possa più costituire un obiettivo finale, ma sia ora il punto di partenza per un maggiore impegno, anche alla luce delle mutate caratteristiche della sicurezza. È infatti evidente come la guerra in Ucraina non sia legata al solo spazio fisico, ma investa il dominio cibernetico, il controllo dello spazio extra atmosferico, l’uso di tutti gli strumenti della guerra ibrida, dalla disinformazione all’utilizzo dell’energia e delle leve economiche come armi di guerra, e così via.

In questo contesto, è ormai consapevolezza comune che la pace non possa che essere una pace giusta e che essa comporti necessariamente la vittoria sul campo dell’Ucraina. La completa ricostruzione del Paese non potrà avvenire se non in un contesto di libertà, giustizia e sicurezza, e questa sarà pienamente garantita solo con l’entrata nella Nato, unica soluzione che le possa fornire anche l’ombrello nucleare.

Da ultimo – ed è probabilmente l’aspetto più importante – mi è parso che sia chiaro a tutti gli Alleati che la guerra in corso sul fianco est sarà decisiva per il nuovo ordine mondiale che si costruirà dopo la fine del conflitto. Quello attuale, creato dopo la seconda guerra mondiale, è ormai messo in discussione dal crescere dei regimi autocratici che vorrebbero rimodellarlo a proprio uso e consumo. La difesa del popolo ucraino, del quale tutti hanno riconosciuto il quotidiano eroismo nell’affrontare una situazione drammatica e profondamente ingiusta, è la difesa di tutte le democrazie occidentali. E il fatto che la sicurezza sia globale è stato evidente nella presenza a Vilnius delle delegazioni di Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Un segnale di visione strategica soprattutto per la Cina, vero convitato di pietra al tavolo del Summit.

Una sola notazione critica: la sensazione che si sia molto – forse troppo – abbassata l’attenzione rispetto alle minacce provenienti dal fianco sud, di cui ha parlato solo il ministro Tajani nel suo intervento al Public Forum. Pur nell’emergenza assoluta costituita dalla guerra in Ucraina, non possiamo abbassare la guardia neanche sul fronte mediterraneo e medio orientale.

La consapevolezza che ci si trovi di fronte a una decisiva svolta della storia si è respirata a Vilnius in questi due giorni di summit, e ne costituisce forse il dato più rilevante. Al di là dell’affermazione, continuamente ripetuta, che dobbiamo difendere ogni centimetro del territorio dei nostri Paesi, sullo sfondo aleggia la drammatica sensazione che la vera posta in gioco sia la sopravvivenza stessa della democrazia nel mondo.


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Ecov(u)oto


Avete presente quando, specie di notte, parte l’allarme antifurto in un appartamento o in una vettura parcheggiata sotto casa? Più che a fermare i ladri, sempre che esistano e comunque non avendone i mezzi, si pensa che si dovrebbe fermare l’allarme. Temo

Avete presente quando, specie di notte, parte l’allarme antifurto in un appartamento o in una vettura parcheggiata sotto casa? Più che a fermare i ladri, sempre che esistano e comunque non avendone i mezzi, si pensa che si dovrebbe fermare l’allarme. Temo che lo stesso effetto abbiano gli allarmi sul clima, tanto più che – se si pubblicano i dati che provano a dimostrare le morti in eccesso dovute al troppo caldo (61.672 in 35 Paesi europei fra il 30 maggio e il 4 settembre 2022, di cui 18.010 in Italia) – si allarma chi è già allarmato e si lasciano indifferenti gli altri, che non credono sia una realtà o non credono che sia dovuta all’attività umana e comunque non ci credono. Dai sondaggi risulta che un terzo sono gli allarmati e un terzo quelli che non ci credono, il rimanente terzo ammette di non averci capito nulla.

Siccome è evidente che il problema esiste e che se il termometro si sposta (più delle altre estati) verso il rosso non si tratta di una scelta politica, tanto il Parlamento europeo quanto i governi nazionali, riuniti nel Consiglio europeo, puntano a varare regole che limitino e progressivamente cancellino le emissioni che alterano il clima. Se la temperatura globale continuerà l’andamento degli ultimi decenni, sicuramente saranno dolori assai seri e progressivamente irreparabili. Ma, al tempo stesso, è un gioco politico da ragazzi cancellare dalla lavagna il problema climatico, semplicemente negando che esista o che ci si possa fare qualche cosa, lasciarci l’elenco delle misure prese e programmate e additarle come strumenti atti a impoverirci tutti. Il fatto che siano regole europee aiuta a lasciar credere che siano ‘esterne’. E quando sono regole nazionali si dice di averle subite o si fa fatica a difenderle.

Prima di risolvere la faccenda dando del “negazionista” fascisteggiante a chi assume questo atteggiamento, sarà bene comprendere la radice del successo che riscuote. Noi cittadini dell’Unione europea siamo il 6% della popolazione globale, produciamo il 7% delle emissioni che alterano il clima e generiamo il 25% della ricchezza annua globale. Siccome già diminuiamo come popolazione, visto che facciamo pochi figli – mentre, se cancellassimo quel 7%, resterebbe nell’atmosfera (e ne subiremmo le conseguenze) il 93% prodotto da altri – se ne deduce che è in atto un attacco al 25% della ricchezza globale prodotta. In altre parole: ce la portano via. E se si è concordi vuol dire che si è masochisti al servizio di interessi altrui. Se occulti è pure meglio, perché rende più suggestivo il racconto.

Francamente non credo che un uomo di 56 anni come il capo del governo olandese Mark Rutte – che ha guidato quattro governi nel corso di 13 anni, dimostrandosi immune agli attacchi scandalistici e politici – getti la spugna per la questione del ricongiungimento familiare degli immigrati. Problema mediabile e governabile. A spingerlo al ritiro è più probabile che sia la crescita impressionante del Movimento civico-contadino, che in nome degli interessi del contado e della sovranità olandese nega ogni vincolo ambientale relativo a coltivazioni e allevamenti. Il Movimento si avvia a essere il secondo partito olandese e il governo Rutte, nell’interesse dell’Olanda, aveva stretto quei vincoli. Roba simile succede in Svezia, in Finlandia e altrove, mentre le opposizioni (che nella loro radicalità sono prevalentemente di destra) cavalcano il rifiuto di ogni vincolo, come capita a Vox in Spagna, ad AfD in Germania e a Le Pen in Francia.

Se ne deduce che chi è di sinistra vuole salvare l’ambiente mentre chi è di destra no? Piace sostenerlo alla sinistra che non riesce a dire altro, ma è una bubbola. Intanto perché Rutte non è di sinistra, poi perché il confine non passa per via ideologica ma fattuale: chi governa non può non tenere conto della realtà, mentre chi non ha responsabilità raccoglie i voti facendo l’irresponsabile. Epperò le nostre sono democrazie, i voti non possono essere ignorati o considerati un fastidio. Quest’oggi il Parlamento europeo deve votare una direttiva ambientale e il Partito popolare europeo – che di sicuro non è di sinistra e che ne ha condiviso l’elaborazione – si spacca perché i partiti nazionali componenti sentono l’avanzare di quelle opposizioni.

Ciò significa che si deve cambiare filastrocca. Non si deve fare penitenza oggi per avere un mondo migliore domani, giacché consumo oggi e domani si vedrà. Si deve far capire che le scelte del Green New Deal servono anche a far crescere industria europea ecocompatibile, ovvero a mantenere quella quota di ricchezza prodotta e a innovare. Altrimenti il 25% si rattrappisce, il 6% defunge lentamente e la difesa del 7% è la cosa più fessa che si possa immaginare. La discussione delle specifiche misure, dell’equilibrio e della tempistica è ordinaria amministrazione politica.

La Ragione

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Mortaio


C’è un comune interesse della maggioranza e dell’opposizione, un interesse che è poi quello della politica che abbia a cuore la salute delle istituzioni e la propria libertà: passare al lavoro del legislatore, discutere di testi redatti in articolati, evi

C’è un comune interesse della maggioranza e dell’opposizione, un interesse che è poi quello della politica che abbia a cuore la salute delle istituzioni e la propria libertà: passare al lavoro del legislatore, discutere di testi redatti in articolati, evitare di correre appresso a questa o quella iniziativa delle Procure. Tanto si sa noiosamente a memoria come va a finire. Mentre quello che si fatica a comprendere è che ci si perde tutti.

Se il governo pensa di affrontare in questo modo le inchieste già aperte e quelle che si apriranno – su componenti dell’esecutivo o della maggioranza – ha già perso prima di cominciare. Fra le cose perse c’è anche il senso dei limiti e del ridicolo, che soltanto tale smarrimento può giustificare il paragone con Enzo Tortora (che non solo fu arrestato e lungamente detenuto, ma si dimise da parlamentare europeo per affrontare il processo senza alcuna immunità e contestò la scelta di Toni Negri, eletto deputato, di sottrarsi alla giustizia). Che i parenti o gli amici o i colleghi considerino Tizio o Caio innocenti è del tutto irrilevante oltre che fastidioso; quel che conta è che tutti si è innocenti fino a sentenza definitiva che attesti il contrario.

Se l’opposizione pensa di guadagnare un vantaggio dalle indagini aperte su questo o quell’esponente del fronte avverso, ha già perso la partita politica prima di cominciarla. Perché, eventualmente, a vincere sarà un potere esterno e inquietante, che non è affatto quello della “giustizia” bensì quello dell’“accusa”. Prendere il posto dell’avversario demolito per via giudiziaria serve solo ed esclusivamente a ereditarne la sorte di demolito per via giudiziaria.

Che i primi aizzino l’opinione pubblica denunciando il complotto, affermando che non appena si parla di riforma della giustizia ecco che partono le inchieste, è senza senso. Perché sono trent’anni che va avanti così. Altro che sospette coincidenze. Che i secondi aizzino il pubblico invocando la moralità e la giustizia, incapaci di distinguere fra indagine e sentenza, pretendendo conseguenze dalla prima è sconclusionato. Non ci crede più nessuno. Entrambi si rivolgono alle proprie tifoserie, mentre dilaga la sfiducia su quale che sia cosa ed esito costruttivo.

Ed ecco il comune interesse: avviino subito la discussione parlamentare sulle riforme. Alla maggioranza sarà utile per dimostrare che non lasciarsi intimidire non significa rispondere agli avvisi di garanzia con insulti e minacce, ma affrontando il problema di milioni di cittadini la cui vita è rimasta incagliata fra le ruote dentate della malagiustizia. Alle opposizioni sarà possibile non soltanto interloquire fattivamente sulle proposte presentate, ma segnalare quelle mai presentate, perché i mesi passano e il solo testo di cui si dispone è un mozzicone di quel che Carlo Nordio espose come programma al Parlamento. Ci guadagnerebbero entrambi, se solo avessero come orizzonte la sorte collettiva e non unicamente quella dei propri voti e della propria salvezza.

Sarebbe infinitamente più civile il Paese in cui amici e avversari suggerissero agli eventualmente accusati di difendersi nella sola sede propria, ovvero le Aule di giustizia, rinunciando alla sfiancante commedia delle vittime e dei malfattori. Sarebbe un Paese in cui restano, ed è bene che restino, visioni diverse del bene comune e anche della giustizia, ma si condividerebbe il minimo indispensabile, ovvero la convinzione che essere denunciati non significa essere criminali, giacché si potrebbe essere calunniati, ed essere indagati non significa essere colpevoli, perché i prosciolti e gli assolti sono una marea di cittadini.

Se qualcuno pensa di usare le inchieste come mortaio, nel senso di arma, non ha capito niente di trenta e più anni di storia italiana. Ma il guaio è che rischia di finire con l’essere un mortaio da cucina, in cui si pesta inutilmente l’acqua. Che siccome è sporca finisce con il sozzare tutti quelli che si distinguono in questa deprecabile disciplina.

La Ragione

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La Nato di domani oltre Vilnius. Meloni punta tutto su Mediterraneo


Fianco orientale e Mediterraneo: sono questi i due “coni di interesse” che Giorgia Meloni da Vilnius attribuisce alla Nato di domani. Il ragionamento di fondo, in un mondo sempre più incerto, è che questo vertice è riuscito a ribadire una delle certezze c

Fianco orientale e Mediterraneo: sono questi i due “coni di interesse” che Giorgia Meloni da Vilnius attribuisce alla Nato di domani. Il ragionamento di fondo, in un mondo sempre più incerto, è che questo vertice è riuscito a ribadire una delle certezze che abbiamo avuto in questo tempo: “l’unità dell’Alleanza atlantica e la determinazione a difendere i valori e le regole del diritto internazionale senza le quali nessuno di noi sarebbe al sicuro”. Ma per difendere le regole del diritto internazionale e i suoi cittadini, la Nato deve guardare anche oltre l’emergenza orientale. Ovvero al fronte sud dell’Europa.

Ruolo e proiezioni

Quando spiega che l’Italia sostiene gli adattamenti in corso della Nato come confermato dagli importanti contributi nel fianco orientale e nel Mediterraneo, Giorgia Meloni mette l’accento su un passaggio nevralgico: la rivendicazione da parte italiana del ruolo all’interno dell’Alleanza dopo le “incertezze” pro Cina dei governi Conte e il voler assumere decisioni all’altezza in tema di deterrenza e difesa in un momento eccezionale come l’attuale.

E qui si inserisce l’elemento legato all’impegno sul 2% di Pil per la difesa, che secondo il premier deve tenere conto della progressione, della sostenibilità e della responsabilità e della partecipazione al funzionamento dell’Alleanza che ogni alleato assume. “Lo dico da premier di una nazione che con quasi 3 mila uomini è il principale contributore in termini di presenza nelle missioni di pace”.

La considerazione italiana è che occorre fare il meglio per rafforzare autonomia, indipendenza e capacità di difesa. Senza garanzie di sicurezza per l’Ucraina sarebbe molto difficile arrivare alla pace, ha poi osservato, perché lo considera “un tema propedeutico a favorire il processo pace e come Italia abbiamo lavorato a sostenere queste garanzie”.

Migranti e primi risultati

Non solo, quindi, Meloni rivendica il proprio status nella Nato, ma utilizza lo sforzo comune fatto di politiche dedicate, strumenti a supporto e costruzioni di modelli (come quello per la Tunisia), per certificare un passo in avanti alla voce migranti: “Abbiamo un domino di conseguenze che partono dall’Afghanistan e arrivano nel Sahel e nel Corno d’Africa. L’approccio deve essere diverso, ed è il motivo per cui agli occhi di molti italiani non siamo risolutivi. Ma io preferisco metterci di più ma trovare soluzioni strutturali piuttosto che fingere di trovare iniziative spot. È quello a cui sto dedicando maggiore attenzione. Si cominciano a vedere i risultati”.

Il riferimento è allo stanziamento da parte della Commissione europea di un investimento che può arrivare a 15 miliardi sulla dimensione esterna, che corrisponde alla proposta avanzata da Palazzo Chigi.

Africa e Piano Mattei

Ma non è tutto, perché l’analisi del premier va oltre e si spinge nei meandri del continente africano e delle sue contraddizioni, su tutte l’influenza di attori esterni. Quando auspica che molti in Africa aprano gli occhi sulla Wagner scopre un nervo scoperto dell’Ue, che fino ad oggi è stata anticipata sul campo dalla Cina e dalla brigata di Prigozhin a quelle latitudini. Per cui il modo migliore per operare in questo senso è una presenza diversa e maggiore.

“Sono andata a rileggere Machiavelli: qualche secolo fa cercava di spiegare a chi governa una nazione che privarsi del controllo della sicurezza per affidarlo a soggetti esterni poteva essere molto pericoloso – ha aggiunto -. Oggi confido che molti possano aprire gli occhi dopo quello accaduto in Russia, con milizie che si rivoltano contro la propria capitale. A maggior ragione bisogna fare attenzione quando si trovano in terra straniera”. Questi mercenari, ha spiegato, sono “soggetti che possono non avere interessi alla stabilizzazione. L’interesse alla stabilizzazione lo abbiamo noi”. Tradotto in due parole: Libia e Piano Mattei.

Vilnius, conferenza stampa. Seguitemi in diretta. t.co/W5jr8fQnQn

— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) July 12, 2023


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Nato, un vertice di successo con l’impronta di Erdogan. Scrive D’Anna


Se non apparisse ironico si potrebbe dire che a Vilnius Zelensky è quasi Nato. Nei protocolli della diplomazia formale del vertice dell’Alleanza Atlantica, l’adesione dell’Ucraina viene classificata come ancora da decidersi, anche se in realtà é virtualme

Se non apparisse ironico si potrebbe dire che a Vilnius Zelensky è quasi Nato. Nei protocolli della diplomazia formale del vertice dell’Alleanza Atlantica, l’adesione dell’Ucraina viene classificata come ancora da decidersi, anche se in realtà é virtualmente stabilita ed in parte sostanzialmente operativa da 505 giorni, dal momento stesso della brutale invasione da parte della Russia di Putin.

Il gioco della parti sull’ingresso di Kiev nella Nato viene comunque utilizzato da Stati Uniti e Francia per considerare come una compensazione l’invio di missili a lunga gittata che consentiranno alle forze di liberazione ucraine di colpire le retrovie dell’armata d’invasione di Mosca.

In attesa dell’ok della Casa Bianca per il sofisticato sistema di missili tattici Atmcs, il presidente Macron ha già disposto la consegna degli Scalp, acronimo di Système de Croisière Autonome à Longue Portée, la versione francese dei missili inglesi Storm Shadow, che Londra sta già fornendo Kiev dal maggio scorso.

Il governo ucraino, a cominciare da Zelensky, ha realisticamente preso atto delle problematiche strategiche che impongono ai paesi Nato di non offrire alibi a Putin per scatenare una guerra mondiale. Intransigente sulla cooptazione immediata dell’Ucraina, il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden è stato inveceaperturista sull’altra richiesta avanzata da Kiev: la concessione di garanzie di sicurezza anche prima dell’entrata nella Nato.
Biden ha dato un’indicazione precisa, paragonandola all’accordo per il sostegno militare che Washington ha con Israele: non quindi un’alleanza formalizzata in un trattato, ma un accordo di partenariato strategico volto ad accrescere la capacità dell’Ucraina di difendersi dalla Russia.

In primo piano, all’attivo del summit Nato lituano c’è la svolta del presidente turco Recep Erdogan che in pochi giorni ha letteralmente ribaltato la posizione che definiva testualmente di “amico fedele” di Putin.

In attesa di verificare se davvero ad agosto, come annunciato nelle settimane scorse, il Presidente russo si recherà in Turchia, l’Alleanza Atlantica sta analizzando gli effetti delle tre recentissime clamorose mosse anti Cremlino di Erdogan: ha ricevuto con grande enfasi Zelensky a Instambul col quale avrebbe parlato a porte chiuse del dopo conflitto; ha restituito all’Ucraina i comandanti del Battaglione Azov che hanno combattuto i russi asserragliandosi nell’acciaieria Azovstal di Mariupol e che erano stati consegnati da Mosca come ostaggi alla Turchia; e soprattutto dall’oggi al domani ha rimosso il veto che impediva l’ingresso nella Nato della Svezia, scoprendo così totalmente il fronte nord della Russia.

A Vilnius non trapela nei comunicati ufficiali, ma il non detto del vertice Nato confida nel fiuto di Erdogan che potrebbe aver captato segnali d’implosione del regime di Putin. Il bilancio oltremodo positivo di Vilnius comprende, oltre al notevole potenziamento apportato all’Alleanza dall’ ingresso della Svezia, che con la Finlandia completa lo schieramento nord europeo, l’approvazione di nuovi piani di difesa più capillari e completi dalla fine della Guerra Fredda, che tra l’altro prevedono una forza d’intervento rapido di 300.000 truppe comprendente lo schieramento di notevoli forze aero navali, e l’ extension della copertura asiatica della Nato a Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud.

Una extension per rafforzare la cooperazione di sicurezza tra la regione indo-pacifica e euro-atlantica, tenendo conto della Cina, sottolineata dalla significativa partecipazione al vertice di Vilnius del premier giapponese Fumio Kishida e del leader della Corea del Sud. Discorso diverso per Australia e Nuova Zelanda da sempre considerate gemellate alla Nato in quanto facenti parte dei Five Eyes, acronimo dell’alleanza di sorveglianza elettronica globale comprendente anche Canada, Regno Unito e Stati Uniti. In vista delle celebrazioni dell’anno prossimo del 75 esimo anniversario della fondazione della Nato, l’alleanza nella prospettiva del dopo Ucraina si appresta infatti a valutare l’evoluzione di una situazione strategica internazionale che vedrà in primo piano l’ulteriore contrapposizione con la Russa e con La Cina.

Se la Russia è la minaccia attuale, la Cina assume un rilievo di problematicità a più lungo termine. “La minaccia cinese è a lungo termine perché l’economia cinese è molto più forte, pervasiva e totalmente autonoma rispetto a quella russa” spiega Satoru Nagao, esperto di politiche di difesa e sicurezza del think tank statunitense Hudson Institute. E poiché la Russia fa affidamento sulla Cina nell’attuale situazione di guerra e l’influenza di Pechino su Vladimir Putin sta crescendo, la Nato intensificherà i rapporti con Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud e moltiplicherà i contatti con India e Indonesia.

Una Nato globale, allineata anche con i non allineati, ma con baricentro europeo.


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Una strategia Med-Indo-Pacific per la Nato


La regione indo-pacifica è lontana, e sia i politici che il pubblico europeo sono inclini a non guardare così lontano. La preoccupazione per i progetti russi e cinesi sul Mediterraneo, tuttavia, è un’altra storia. O forse parte della stessa storia, ma più

La regione indo-pacifica è lontana, e sia i politici che il pubblico europeo sono inclini a non guardare così lontano. La preoccupazione per i progetti russi e cinesi sul Mediterraneo, tuttavia, è un’altra storia. O forse parte della stessa storia, ma più vicina a noi. Thibault Muzergues è un analista politico senior advisor dell’International Republican Insitute e autore di “War in Europe? From impossible war to improbable peace”, Routledge 2022 e ha una visione piuttosto interessante su quello che la Nato dovrebbe mettere nei suoi prioritari obiettivi. Lo chiama “Med-Indo-Pacific”, una strategia che in sostanza comprenda il Mediterraneo allargato e l’Indo Pacifico, e che dimostra come i due quadranti geostrategici sono sempre più interconnessi.

Messaggio da Vilnius

Il vertice Nato ospitato in Lituania, seppure molto concentrato sulla gestione complessa della guerra russa in Ucraina, ci ha parlato anche di queste interconnessioni. D’altronde Vilnius è di per sé un caso di studio, finito sotto le cose di Russia e Cina negli ultimi due anni. Tuttavia, restano degli scetticismi, anche legati al momento complicato: su tutti Francia e Germania sono poco inclini a deviare l’attenzione della Nato verso l’Indo Pacifico, sottolinea Muzergues, “almeno non mentre la guerra infuria in Europa”. È possibile (se ne parlerà anche altrove in questa newsletter), che la preoccupazione sia legata all’evitare di spostare la Cina, per reazione, apertamente verso la Russia. Preoccupazione per un conflitto aperto con la Cina sono anche parte del pensiero dell’opinione pubblica europea, secondo un recente sondaggio dell’Ecfr.

Una Nato direttamente attiva nell’Indo-Pacifico è quindi uno scenario che sarebbe meglio dimenticare, almeno per il prossimo futuro. “Tuttavia, ciò non significa che l’Alleanza non possa reinventare il proprio ruolo nei confronti della Cina; in questo caso, non si tratterebbe solo di tenere i cinesi fuori, ma piuttosto lontani dall’Europa: ciò risponderebbe alle preoccupazioni degli europei per le incursioni economiche di Pechino nelle economie europee e terrebbe strategicamente i cinesi a distanza di sicurezza nelle vicinanze dell’Europa”, spiega Muzergues.

Contenimento cinese

“Tenere lontani i cinesi potrebbe essere una strategia per l’Europa, visto che i primi hanno recentemente fatto breccia nel vicinato meridionale dell’Europa. Non solo sulla terraferma, in alcune zone dell’Africa e del Medio Oriente, ma anche in mare: non è un caso che l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) abbia costruito la sua prima base militare al di fuori dei confini cinesi a Gibuti, il punto di strozzatura tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso, che a sua volta collega l’Indo-Pacifico e il Mediterraneo”.

“Dopo tutto, il controllo dei punti di strozzatura tra Cina ed Europa, da Gibilterra allo Stretto di Malacca (molti dei quali nel Mediterraneo), è tornato ad essere un problema, soprattutto se si considera che il Mediterraneo è un mare sempre più territorializzato e, di fatto, conteso”, aggiunge l’analista usando tra i vari esempi il grande interessamento delle società cinesi come Cosco ai porti europei nel Mediterraneo.

La maggior parte dei Paesi dell’Europa meridionale è ben consapevole della crescente presenza cinese nel Mediterraneo, di cui è sempre più preoccupata, mentre la maggior parte degli alleati dell’Europa centrale ha capito nel corso degli anni che la strategia di disturbo della Russia si estende anche a sud, dal Mar Nero al Mediterraneo e all’Africa. “Non ci sarebbe molto dissenso nel sostenere una strategia della Nato volta a spingere i russi e i cinesi fuori dai confini meridionali e orientali dell’Europa. E considerando il cruciale legame commerciale tra il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico, sarebbe un modo per coinvolgere gli europei, attraverso una regione strategica più familiare, nella strategia globale americana. Per la Nato, l’Indo-Pacifico potrebbe non essere consensuale, ma una strategia Med-Indo-Pacifico potrebbe essere la chiave per far muovere gli europei”.


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Tra G7 e F-16, Zelensky torna da Vilnius più forte di prima


Il summit di Vilnius, che si è avviato al termine, è stato sicuramente proficuo per l’Ucraina. Anche se la speranza di un piano ben definito per regolare l’accesso all’interno dell’alleanza non si è concretizzata, la quarantottore lituana ha portato comun

Il summit di Vilnius, che si è avviato al termine, è stato sicuramente proficuo per l’Ucraina. Anche se la speranza di un piano ben definito per regolare l’accesso all’interno dell’alleanza non si è concretizzata, la quarantottore lituana ha portato comunque importanti novità per Kyiv.

Nella mattinata di Mercoledì 12 Luglio Amanda Sloat, senior director per l’Europa all’interno del National Security Council statunitense, ha preannunciato che questa sera il presidente statunitense Joe Biden, assieme ad altri leader del G7, annunceranno una forma di impegno a lungo termine atta a garantire la sicurezza dell’Ucraina durante l’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy. “Gli Stati Uniti, insieme ai leader del G7, annunceranno la nostra intenzione di aiutare l’Ucraina a costruire un esercito in grado di difendersi e di scoraggiare un futuro attacco” sono state le parole della funzionaria statunitense.

L’annuncio dovrebbe coincidere con l’inizio di una serie di negoziati bilaterali tra l’Ucraina e ciascuno degli stati del G7 coinvolto nell’iniziativa (ancora non è chiaro quali siano effettivamente gli stati coinvolti in questo processo), portate avanti sotto l’egida di una dichiarazione-ombrello congiunta. Oggetto di queste negoziazioni saranno la fornitura di equipaggiamento bellico a lungo termine, così come l’incremento nella condivisione dei dati di intelligence, nel sostegno alla lotta contro le minacce informatiche e ibride, negli sforzi per l’addestramento e le esercitazioni militari e snello sviluppo della base industriale ucraina.

Quest’iniziativa, che offrirebbe un sostegno costante e in forma strutturata all’Ucraina, è atta a placare, almeno parzialmente, i malesseri di Kyiv e di quei paesi Nato che speravano di vedere uscire dal summit di Vilnius una roadmap ben definita per l’ammissione ucraina all’interno dell’Alleanza atlantica. A questo proposito, la prima ministra dell’Estonia Kaja Kallas ha constatato che gli accordi di sicurezza bilaterali potrebbero offuscare il dibattito sull’adesione dell’Ucraina, e che gli impegni preannunciati non sono sufficienti a scoraggiare la Russia nel lungo termine.

“L’adesione alla Nato darebbe la garanzia che quando c’è un cambio di leadership in alcuni paesi, perché ci sono le elezioni, non cambia l’obbligo di uno stato membro di aiutare l’Ucraina” ha affermato la leader del paese baltico.

Contemporaneamente, a latere del summit di Vilnius alcuni funzionari hanno annunciato la firma di un memorandum che prevede per agosto l’inizio delle sessioni di addestramento di piloti, tecnici e staff di supporto ucraini all’utilizzo dei velivoli multiruolo F-16. I primi addestramenti, condotti da personale di 11 nazioni diverse, avranno luogo in Danimarca, mentre un ulteriore campo sarà adibito nei prossimi mesi in territorio romeno. La notizia è stata rilanciata sul suo profilo Twitter dal ministro della difesa ucraino Oleksii Reznikov, che non esclude un’estensione del programma ad altre tipologie di apparecchi.

“Speriamo di poter vedere i risultati all’inizio del prossimo anno” si augura il ministro della difesa danese Troels Lund Poulsen, anche se al momento non risulta che nessun esemplare di F-16 sia stato effettivamente recapitato alle forze aeree di Kyiv.


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L’Europa è al bivio, servono nuove regole fiscali e di governance


Sintesi della Martin Feldstein Lecture 2023 tenuta dall’ex premier ed già presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, durante la conferenza estiva del National Bureau of Economic Research di Cambridge, Massachusetts. La domanda più importante

Sintesi della Martin Feldstein Lecture 2023 tenuta dall’ex premier ed già presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, durante la conferenza estiva del National Bureau of Economic Research di Cambridge, Massachusetts.

La domanda più importante che dobbiamo porci è se l’Europa possa aprire una strada diversa in direzione dell’unione fiscale.

La Storia ci insegna che di rado i bilanci comuni sono stati creati come appendici all’integrazione monetaria, bensì per garantire obiettivi specifici nell’interesse comune. Fino a oggi l’Europa non ha mai dovuto far fronte a così tanti obiettivi sovranazionali, che non possono essere perseguiti dai singoli Paesi. Stiamo vivendo una serie di importantissime transizioni che richiedono ingenti investimenti comuni. La Commissione Europea ha fissato in più di 600 miliardi l’anno, da qui al 2030, il fabbisogno degli investimenti per la transizione verde. Il settore pubblico dovrà finanziare da un quarto a un quinto di questa cifra.

Stiamo vivendo anche una transizione geopolitica per la quale non possiamo più fare affidamento su Paesi poco amichevoli nei nostri confronti per i nostri approvvigionamenti basilari. Ciò comporta un considerevole cambiamento di indirizzo degli investimenti per aumentare le capacità produttive in patria o nei Paesi partner.

Nel corso della Storia dell’Ue, inoltre, i suoi valori fondanti di pace, democrazia e libertà non sono mai stati messi alla prova come adesso dalla guerra in Ucraina. Una delle prime conseguenze di ciò è che dobbiamo avviare un’altra transizione e dirigerci verso una Difesa europea comune molto più forte, se intendiamo rispettare il target delle spese militari dei Paesi della Nato pari al due per cento del Pil.

Così com’è, però, la compagine istituzionale europea non è adatta per queste transizioni, come evidenzia un paragone con gli Stati Uniti. Negli Usa possiamo constatare una maggiore attenzione per la cosiddetta “arte di governo”, in cui la spesa federale, le modifiche delle regolamentazioni e gli incentivi fiscali si allineano per perseguire gli obiettivi strategici fissati. L’Inflation Reduction Act, per esempio, accelererà simultaneamente la spesa per la transizione verde, attirerà investimenti esteri e ristrutturerà le catene di approvvigionamento a favore dell’America.

L’Europa, all’opposto, è priva di una strategia equivalente che integri la spesa a livello Ue, le direttive sui sussidi pubblici e i piani fiscali nazionali, come dimostra l’esempio del clima.

Una volta scaduto il Recovery Plan, non c’è una proposta per uno strumento federale in sua sostituzione, atto a portare avanti la necessaria spesa per il clima. Le normative sugli aiuti pubblici dei Paesi dell’Ue limitano la capacità delle autorità nazionali di perseguire attivamente una politica industriale verde.

Nell’inerzia, si rischia seriamente di non rispettare i nostri obiettivi climatici e, probabilmente, di perdere la nostra industria di base a beneficio di regioni che hanno meno vincoli. Questo lascia spazio a due opzioni.

Primo, è possibile allentare le normative sugli aiuti di stato e rilassare le regolamentazioni fiscali per assumerci l’onere di una spesa per gli investimenti in pieno. Così facendo, però, si creerà frammentazione, dato che i Paesi con un maggiore margine di bilancio potranno spendere più degli altri. Come abbiamo appreso dall’Accordo di Deauville, la frammentazione non ha senso quando l’obiettivo sovranazionale è tale che i singoli Paesi non possono raggiungerlo da soli. Proprio come l’euro non può essere stabile se vengono meno ingenti parti dell’unione monetaria, così il cambiamento del clima non può essere risolto se un Paese riduce le sue emissioni di anidride carbonica più rapidamente degli altri.

Questo significa che non abbiamo a disposizione che un’unica opzione, la seconda: cogliere l’occasione per ridefinire l’Ue, la sua struttura fiscale e il suo processo decisionale e renderli più adeguati alle sfide che ci troviamo davanti.

La sfida più importante per la zona euro è che per perseguire molteplici obiettivi diversi stiamo facendo affidamento su regolamentazioni fiscali a livello nazionale.

Tenuto conto del ruolo fondamentale di stabilizzazione dei bilanci nazionali, abbiamo bisogno di regolamentazioni che permettano alle politiche controcicliche di reagire agli shock locali. Abbiamo bisogno di garantire l’affidabilità a medio termine delle politiche fiscali nazionali in un contesto post-pandemico caratterizzato da un indebitamento elevatissimo. Garantire la credibilità fiscale implica necessariamente per le regolamentazioni di essere più automatiche e che vi sia meno discrezionalità. Poiché è impossibile mettere a punto regolamentazioni adatte a tutte le situazioni che si presenteranno in futuro, un maggiore automatismo vincolerà sempre la capacità dei governi di reagire a shock imprevisti.

Nello stesso modo, regolamentazioni accettabili richiedono aggiustamenti su orizzonti temporali non troppo lunghi. Il tipo di investimento che ci occorre oggi, però, implica impegni di spesa a lungo termine, molti dei quali proseguiranno ben oltre l’arco di vita dei governi che li sottoscrivono. La Commissione Europea ha cercato di risolvere questi compromessi proponendo una grande attenzione alla regola di spesa collegata alla traiettoria debitoria a medio termine di un Paese.

Poiché costituisce una decentralizzazione dei poteri al centro, l’automatismo normativo può funzionare soltanto se è eguagliato da un livello di spesa maggiore dal centro. Questo è ciò che possiamo vedere negli Stati Uniti, dove la devolution dei poteri nel governo federale rende possibile norme di bilancio perlopiù inflessibili per gli stati.

La zona euro probabilmente non potrà mai replicare una struttura del genere, tenuto conto di quanto sono più grandi i bilanci nazionali rispetto a quelli degli stati americani. Vi sono buoni motivi, tuttavia, per adottarne alcuni elementi.

Lo spazio fiscale asimmetrico europeo – dove alcuni Paesi sono in grado di spendere molto più di altri – è sprecato, in sostanza, quando si tratta di obiettivi condivisi come il clima e la Difesa. Se alcuni Paesi possono spendere liberamente a favore di questi obiettivi ma altri no, l’impatto di tutte le spese sarà in ogni caso inferiore, perché nessun Paese sarà in grado di arrivare alla sicurezza climatica o militare.

Una maggiore emissione di debito comune per finanziare questo investimento in teoria potrebbe espandere lo spazio fiscale collettivo che abbiamo a disposizione. Questo significa, quanto meno, che dovremmo garantire che gli stati membri più indebitati usino lo spazio fiscale per creare una spesa comune che migliori le loro prospettive.

Una possibilità, dunque, consiste nel procedere – come abbiamo fatto finora – con l’integrazione tecnocratica, apportando modifiche tecniche e sperando che le modifiche politiche seguano quanto prima. In definitiva, nel caso dell’euro questo approccio funzionò e l’Ue ne è uscita rafforzata. I costi di quella impresa, però, sono stati elevati, i progressi lenti.

Un’altra possibilità consiste nell’andare avanti con un iter politico vero e proprio, il cui fine sia chiaro dall’inizio e sia sottoscritto da tutti sotto forma di modifica del Trattato europeo. Questa strada non portò a nulla alla metà degli anni Duemila, e da allora i policymaker si sono astenuti dall’imboccarla un’altra volta. Tuttavia, io credo che oggi vi siano maggiori speranze di successo.

Quando l’Ue si allargherà per includere i Balcani e l’Ucraina, sarà indispensabile riaprire i Trattati per garantire di non ripetere gli errori commessi in passato espandendo la nostra periferia senza rafforzare il centro.

Il punto di partenza di qualsiasi cambiamento del Trattato in futuro dovrà essere il riconoscimento di un numero in costante incremento di obiettivi condivisi e la necessità di finanziarli insieme, il che richiede una forma diversa di rappresentatività e di processo decisionale centralizzato. A quel punto, diventerà più realistico incamminarci verso regolamentazioni più automatiche.

Io credo che oggi gli europei siano più pronti di vent’anni fa a imboccare questa strada, perché in verità hanno a disposizione soltanto tre opzioni: la paralisi, l’uscita dall’Ue o l’integrazione.

Dai sondaggi emerge chiaramente che i cittadini si sentono sempre più minacciati dall’esterno, non ultimo da quando è iniziata l’invasione russa. E questo rende la paralisi sempre più inaccettabile.

La Brexit ha tradotto in realtà le motivazioni teoriche a favore dell’uscita dell’Ue e, se i vantaggi di questa scissione appaiono ancora estremamente incerti, i costi sono fin troppo evidenti.

Se dunque la paralisi e l’uscita dall’Ue appaiono poco allettanti, i costi relativi di un’integrazione ulteriore appaiono minori.

Non potremo creare la capacità operativa dell’Ue senza rivedere l’assetto fiscale europeo. In conclusione, la guerra in Ucraina ha ridefinito profondamente la nostra Unione, non soltanto nella sua appartenenza o nei suoi obiettivi condivisi, ma anche nella consapevolezza che ha creato: il nostro futuro è interamente nelle nostre mani.

La Stampa

L'articolo L’Europa è al bivio, servono nuove regole fiscali e di governance proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Ucraina, Turchia e spesa militare. L’intervento di Sullivan al Nato Public Forum


Durante la seconda giornata di lavori al summit Nato di Vilnius, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan è intervenuto al Nato Public Forum, rispondendo alle domande postegli da Cristoph Heusgen, diplomatico tedesco e pre

Durante la seconda giornata di lavori al summit Nato di Vilnius, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan è intervenuto al Nato Public Forum, rispondendo alle domande postegli da Cristoph Heusgen, diplomatico tedesco e presidente della Munich Security Conference.

Il dialogo viene aperto dalla domanda di Heusgen sull’evoluzione nella posizione della Turchia rispetto all’entrata della Svezia nell’Alleanza atlantica, e in particolare sul ruolo avuto da Washington in questo spostamento. Il politico statunitense ha evidenziato come il vero artefice di questa evoluzione sia stato il segretario della Nato Jens Stoltenberg, che ha agito da mediatore tra le posizioni contrastanti di Ankara e Stoccolma fino a raggiungere il punto di compromesso, il sì di Erdogan all’ingresso della Svezia nell’Alleanza. Ha poi aggiunto che gli Stati Uniti si sono limitati ad assumere un ruolo gregario nei confronti dello sforzo di Stoltenberg, con il presidente Joe Biden che ha evidenziato alla sua controparte turca l’importanza fondamentale che l’entrata della Svezia nella Nato avrebbe per la struttura di sicurezza euroatlantica.

Sullivan ha anche negato fermamente la supposizione avanzata dal suo moderatore sulla possibilità di superare l’impasse nella fornitura degli F-16 ad Ankara in cambio della rimozione del veto sulla Svezia, ricordando come Biden lavori da mesi su questa questione, e che il dialogo con il congresso per approvare la fornitura proseguirà dopo l’accordo tra Svezia e Turchia agli stessi ritmi di prima.

Sul disappunto ucraino rispetto agli scarsi progressi raggiunti a Vilnius nei confronti dell’entrata di Kiyv nella Nato, la risposta di Sullivan non lascia spazio a dubbi. Il consigliere per la sicurezza nazionale evidenza come gli Stati membri dell’Alleanza siano d’accordo sul non poter includere l’Ucraina nella Nato fintanto che rimane in guerra con la Russia (poiché esso implicherebbe un estendersi del conflitto all’alleanza stessa secondo l’Articolo 5), così come sulla questione della Membership Action Plan, e ancora sul fatto che Kiyv abbia fatto grandi progressi sul piano delle riforme, progressi che però non sono sufficienti a raggiungere gli standard che tutti gli stati della Nato hanno dovuto rispettare prima di poter diventare membri dell’Alleanza.

Il comunicato rilasciato al termine dei lavori della prima giornata è stato concordato da tutti i leader partecipanti nel rispetto della propria visione, e per come è formulato esso rappresenta la posizione dell’Alleanza come un blocco unico; per arrivare a questo punto ogni stato condivide la sua visione tattica con gli altri, che tramite un processo di reciproca integrazione e mutuo aggiustamento portano alla nascita di una strategia comune basata su principi logici condivisi. “Unità non può essere l’essere d’accordo su ogni singola cosa dall’inizio alla fine”, nota l’amministratore statunitense.

La questione dell’unità è stata particolarmente sottolineata da Sullivan, riecheggiando quanto detto da Biden sull’importanza di mostrarsi uniti davanti a una Russia. Nei 505 giorni trascorsi dall’inizio dell’invasione il presidente russo Vladimir Putin ha più volte cercato il punto di rottura nelle discussioni dell’Alleanza, discussioni che però sono fisiologiche in un’alleanza composta da 31 diverse democrazie con interessi non sempre coincidenti.

Riguardo all’Ucraina, il consigliere di Biden rimarca come tutti i membri della Nato vedono nel lungo periodo l’ottenimento della membership da parte di Kyiv, visione confermata dai risultati del Summit di Vilnius; inoltre, Sullivan sottolinea come gli Stati Uniti (e non solo) siano pronti ad offrire all’Ucraina tutto il sostegno economico e militare necessario per difendersi da Mosca fino al raggiungimento della membership.

L’ultima questione affrontata da Sullivan è quella della “quota del 2%”: Heusgen ricorda che 9 anni fa, al summit in Galles svoltosi all’indomani dell’annessione della Crimea, gli Stati membri si impegnarono a destinare il 2% del proprio Pil alle spese militari; adesso quella del 2% viene vista come una soglia minima, ma alcuni paesi non sono ancora riusciti a raggiungerla, mentre i problemi all’orizzonte (anche non squisitamente militari) continuano a moltiplicarsi. Sullivan nota come negli ultimi 9 anni tutti gli stati membri abbiano comunque accresciuto la loro spesa militare, con alcuni paesi che hanno già raggiunto la soglia prefissata e altri che hanno un piano preciso per farlo; viceversa, come nota il politico americano, ci sono anche paesi che sono ben lontani dal raggiungimento del 2%, e i gap tra la spesa di diversi stati membri continua ad essere importante.

Considerando l’evolversi della situazione geopolitica, l’idea di Sullivan è che il 2% diverrà per forza di cose una soglia minima da estendere ulteriormente; gli Stati Uniti incoraggeranno questo processo e “non saranno timidi nel pressare chiunque rimanga indietro”.


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Tecnologia e innovazione al centro della guerra. Il punto a Vilnius


Gli avvenimenti in Ucraina hanno reso ancor più chiaro quanto sia rilevante l’incidenza della tecnologia sul campo di battaglia e di come stia cambiando la guerra in sé. Dalla competizione strategica, che passa anche per l’innovazione, al Defence innovati

Gli avvenimenti in Ucraina hanno reso ancor più chiaro quanto sia rilevante l’incidenza della tecnologia sul campo di battaglia e di come stia cambiando la guerra in sé. Dalla competizione strategica, che passa anche per l’innovazione, al Defence innovation accelerator for the North Atlantic (Diana) sono stati numerosi i temi al centro del panel “Tech talk: sfruttare le tecnologie emergenti per ottenere vantaggi strategici”, moderato dalla reporter Teri Schultz e tenutosi in occasione del Nato Public Forum, che si tiene in concomitanza del vertice di Vilnius dell’Alleanza atlantica.

Sinergia più stretta con i privati

“Continuo a riferirmi alla guerra russo-ucraina come a una Prima guerra mondiale combattuta con la tecnologia del XXI secolo”, ha esordito la senior policy fellow dell’European council of foreign relations (Ecfr), Ulrike Franke (nella foto). E infatti insieme al ritorno di un conflitto di stampo novecentesco, si è assistito anche a una centralità senza precedenti delle tecnologie disruptive e delle minacce emergenti sul campo di battaglia. Secondo quanto ha raccontato l’esperta, le forze ucraine si stima che abbiano perso circa diecimila droni al mese. Mai nessun conflitto fino ad ora aveva registrato un simile record. Accanto a ciò Franke ha voluto sottolineare il ruolo che ha giocato “la tecnologia in questa aggressione russa all’Ucraina e il ruolo enormemente importante che le aziende private e le aziende civili private stanno continuando a svolgere”, di cui “la maggior parte americane”. Si è visto ad esempio Google mettere una sorta di “ombrello digitale” su numerosi siti ucraini, affinché non potessero essere colpiti da attacchi Dos, o Amazon che ha permesso all’Ucraina di spostare al sicuro sul cloud molte funzioni statali, e ancora Starlink e SpaceX che con i loro satelliti hanno assicurato la connessione internet nel Paese. Per questo per non farsi trovare impreparati in futuro “abbiamo bisogno di legami sempre più stretti tra le aziende private e lo Stato in tempo di pace, in modo che se succede qualcosa si possa intervenire subito”, ha aggiunto ancora l’esperta.

La competizione passa per il tech

“La Nato è stata davvero coraggiosa, in quanto organizzazione sovranazionale, a rendersi conto e a intervenire in questo divario e a guidare il Fondo [Nato Innovation] e l’attività Diana”, ha esordito invece Andrea Traversone, socio amministratore del Fondo per l’innovazione della Nato (Nif). Al Summit Nato di Madrid dello scorso anno infatti i leader dell’Alleanza avevano firmato una lettera d’intenti che impegnasse gli Stati a implementare l’Innovation fund, un fondo di un miliardo di euro che aiuterà nei prossimi 15 anni start up e realtà deep tech a innovare e migliorare la dotazione tecnologica dell’Alleanza Atlantica. L’obiettivo è mantenere il vantaggio tecnologico nella sfida posta da Russia e Cina a vantaggio della sicurezza transatlantica. Tale fondo, secondo Traversone, andrà a colmare un gap di investimento in deep tech che esiste da più di 25 anni. In ottica di competizione è dunque importante che la Nato e i suoi alleati abbiano implementato tale fondo multi-sovrano, per investire ancor più concretamente nell’innovazione e per rendere i cittadini alleati sempre più sicuri.

Tecnologie al servizio dell’innovazione

“Dovremmo essere in grado di ampliare la nostra definizione di tecnologia di sicurezza […] perché stiamo parlando di una tecnologia che ha un’ampia base nell’energia, nel clima […] e c’è una serie di soluzioni là fuori”, ha spiegato la presidente del Consiglio di amministrazione di Diana, Barbara K. McQuiston. Il progetto Diana mira infatti a creare una rete federata di centri di sperimentazione e acceleratori d’innovazione con il compito di supportare le start up innovative facilitando la cooperazione tra settore privato e realtà militari. “Per me la sicurezza economica e nazionale vanno mano nella mano”, ha proseguito McQuiston, secondo cui bisogna essere in grado di lavorare con gli imprenditori, accelerando i loro business nel dual-use, e allo stesso tempo studiare come queste tecnologie e soluzioni lavoreranno sul campo per molte attività portate avanti dalla Nato, ma anche per l’aiuto umanitario e l’emergenza migratoria. Diana il mese scorso ha aperto i primi uffici a Londra, ma in tale progetto è coinvolto anche il nostro Paese, sarà infatti Torino a ospitare l’acceleratore per il settore aerospaziale.


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Dal summit Nato di Vilnius al G7 italiano. La partita del fianco Sud


L’invasione russa dell’Ucraina che ha catalizzato buona parte delle energie e degli impegni sulla sicurezza dell’Est Europa. I nuovi membri, Finlandia e tra qualche tempo Svezia, provenienti da Nord. Lo sguardo sempre più attento verso l’Indo-Pacifico. In

L’invasione russa dell’Ucraina che ha catalizzato buona parte delle energie e degli impegni sulla sicurezza dell’Est Europa. I nuovi membri, Finlandia e tra qualche tempo Svezia, provenienti da Nord. Lo sguardo sempre più attento verso l’Indo-Pacifico. In questo contesto durante il summit Nato di Vilnius, in Lituania, poco spazio è stato dedicato al fianco Sud.

Gli alleati hanno evidenziato nelle dichiarazioni finali che “le sfide interconnesse di sicurezza, demografiche, economiche e politiche” nel vicinato meridionale sono “aggravate dall’impatto del cambiamento climatico, dalla fragilità delle istituzioni, dalle emergenze sanitarie e dall’insicurezza alimentare”. Ciò rende la regione un terreno fertile per gruppi armati, organizzazioni terroristiche, interferenze “destabilizzanti e coercitive” da parte di concorrenti strategici come la Russia e la Cina. Per questo, hanno dato mandato al Consiglio Nord Atlantico di avviare “una riflessione completa e approfondita sulle minacce e le sfide esistenti ed emergenti e sulle opportunità di impegno con i nostri Paesi partner, le organizzazioni internazionali e altri attori rilevanti della regione, da presentare al prossimo vertice del 2024”. Discussione, dunque, rimandata al summit di Washington quando la Nato festeggerà i suoi 75 anni.

E proprio l’anno prossimo la presidenza del G7 sarà dell’Italia, che ha nel vicinato meridionale l’area di maggiore interesse strategico. Il governo Meloni ha annunciato la presentazione a ottobre del Piano Mattei per l’Africa, un progetto di collaborazione “non predatoria” con i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente su dossier come migranti ed energia. Rispetto al summit di quest’anno tenutosi a Hiroshima, in Giappone, il vertice che si svolgerà in Puglia aggiungerà un elemento: il rapporto con il Sud Globale, come ha spiegato nelle scorse settimane l’ambasciatore Luca Ferrari, sherpa G7/G20 a Palazzo Chigi.

Per l’Italia una doppia occasione da capitalizzare.


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L’Italia, la Nato e la Cina. Il corsivo di Laura Harth


Dalle parole ai fatti. Dovrebbe essere quello il motto del governo Meloni dopo l’ottimo comunicato uscito dal summit Nato di Vilnius, in Lituania. Parole più forti che mai dall’Alleanza transatlantica, non solo sull’invasione russa dell’Ucraina, ma anche

Dalle parole ai fatti. Dovrebbe essere quello il motto del governo Meloni dopo l’ottimo comunicato uscito dal summit Nato di Vilnius, in Lituania. Parole più forti che mai dall’Alleanza transatlantica, non solo sull’invasione russa dell’Ucraina, ma anche sul suo partner “senza limiti” nell’attacco frontale all’ordine internazionale basato sulle regole – la Repubblica popolare cinese. Un Paese nelle grinfie di una dittatura feroce che ormai da tempo cerca di imporre il suo modello per una governance mondiale alternativo a quello dei valori universali ribaditi con fermezza dagli alleati Nato. Un Paese che, come sottolinea il comunicato, non ha nessun remore a mettere in campo tutti gli strumenti politici, economici e militari a sua crescente disposizione per sfidare quello stesso ordine che – il regime malgrado – ha permesso alla sua popolazione di uscire dalla povertà più assoluta. Una dittatura che solo l’altro ieri – a 500 giorni esatti dalla guerra unilaterale scatenata da Mosca sul continente europeo – ha dichiarato di voler approfondire ancora il suo partenariato strategico con la Russia di Vladimir Putin per costruire un nuovo ordine mondiale.

Se non bastasse a convincere coloro che ancora credono nella favolosa operazione di disinformatia di una cosiddetta “soluzione cinese” al conflitto in Ucraina, ricordiamo che negli stessi 500 giorni Xi Jinping e la sua corte del Partito comunista cinese non hanno mai condannato l’invasione illegale russa. Mai. Non solo: hanno e continuano a sostenere lo sforzo bellico russo attraverso l’ampio spargimento della disinformazione dentro e fuori dalla Cina, l’aggiramento delle sanzioni imposte dall’alleanza dei Paesi a sostegno dei principi fondamentali della Carte della Nazioni Unite, e – dulcis in fundo – l’aiuto militare diretto.

Ma se dal comunicato Nato emerge un quadro molto chiaro circa la sfida condivisa dal più grande blocco democratico nella storia dell’umanità, esiste ancora grande opacità su un piano di implementazione concreta dei principi elencati e, ancor di più, sullo stato di preparazione allo scenario di un potenziale conflitto intorno a Taiwan. De-risking è la nuova parola d’ordine imposta con successo dall’Unione europea, ma di fatto – salvo rare eccezioni in alcuni campi ben (e troppo?) circoscritti – sembra mancare una strategia complessiva per preparare l’Italia a uno scontro che in termini economici sarebbe apocalittico rispetto alle già asprissime conseguenze della guerra russa. Sebbene sia vero che negli ultimi anni i vari governi italiani hanno fatto saggio uso incrementale del suo Golden Power per mettere al riparo asset strategici, non è altrettanto chiaro qual è il suo apprezzamento dell’esposizione economica italiana a uno shock simile.

La Repubblica popolare cinese da anni sta lavorando sul suo cosiddetto piano di doppia circolazione, che mira a isolare il suo mercato domestico da shock esterni – come le indubbie sanzioni nel caso di una invasione di Taiwan – mentre al contempo cerca di accrescere la sua leva economica esterna per creare dipendenze strategiche e aumentare la sua influenza come ribadisce il comunicato Nato. Precedenti governi italiani sono caduti nella trappola di tale strategia, come evidenziato dalla disastrosa sottoscrizione del memorandum d’intesa sulla Via della Seta, un accordo politico che certamente non ha aiutato a mettere in guardia il mondo imprenditoriale italiano sui rischi dello crescente scontro geopolitico cercato da Pechino.

Il continuo tentennare dell’attuale governo sulla continuazione o meno di quell’accordo certamente non è utile a preparare meglio la società italiana sulle conseguenze di quanto descritto dal summit di Vilnius. Facile immagine le forti pressioni da Pechino o dal mondo imprenditoriale italiano per “non agire in modo che possa far infuriare la Cina”. Serve proprio a quello la famosa leva economica. Ma un governo responsabile, che ha gli occhi ben aperti sulla sfida cinese come emerge dalla sottoscrizione del comunicato Nato, ha l’obbligo di superare le ambiguità del passato. Occorre prepararci al peggio ora per resistere meglio quando arriva. Da chi ha interessi privati diretti in Cina alla società italiana intera.

Lo stesso compito spetta al parlamento, maggioranza e opposizione. Dopo Vilnius, sarebbe più che opportuno che i parlamentari cominciassero a interrogare il governo apertamente non solo sulla questione della Via della Seta, ma anche sull’esposizione economica complessiva del Paese. Quante aziende sono a rischio nel caso di un conflitto e le conseguenti sanzioni? Come sta, se lo sta facendo, il governo comunicando tali rischi con il settore? Quali politiche intende mettere in campo per accrescere la loro comprensione del e resilienza al rischio? Come, sempre se, si stanno preparando le aziende stessi? Per l’interesse dell’Italia: dalle parole ai fatti. Ora.


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Difesa, investimenti e migranti. Patto da 30 miliardi tra Meloni ed Erdogan


Quota trenta. È l’obiettivo italo-turco relativo all’interscambio commerciale tra i due paesi, scaturito tra le altre cose, dall’incontro bilaterale a margine del Vertice Nato di Vilnius tra il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il Presidente tur

Quota trenta. È l’obiettivo italo-turco relativo all’interscambio commerciale tra i due paesi, scaturito tra le altre cose, dall’incontro bilaterale a margine del Vertice Nato di Vilnius tra il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il Presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan. Il faccia a faccia tra i due leader, accompagnati dalle delegazioni, è durato circa 50 minuti, a conferma degli intensi rapporti tra i due Paesi. Focus su difesa, investimenti e migranti.

Scambi

Punto di partenza la relazione solida alla voce difesa, che rende l’asse tra Italia e Turchia intenso: l’obiettivo di un ulteriore slancio nei rapporti economici, per arrivare a un interscambio di 30 miliardi di euro, rappresenta l’impegno comune. Esattamente un anno fa l’allora premier Mario Draghi siglò ad Ankara ben nove accordi di cooperazione in diversi ambiti in occasione del terzo vertice intergovernativo, dopo quelli datati 2008 e 2012. L’Italia è il quarto partner commerciale della Turchia, inoltre Roma e Ankara, in qualità di potenze regionali, condividono interessi comuni nel bacino del Mediterraneo su cui provano ad incidere in aree connesse come Libia, Afghanistan e Libano.

Mediterraneo

Da un lato Giorgia Meloni ha posto l’accento sulla strategia complessiva per il Mediterraneo e il contrasto all’immigrazione clandestina, coagulatasi nel Piano Mattei e ha confermato l’interesse alla collaborazione in diversi settori. Dall’altro appare evidente che, al momento, un dossier su tutti spicca tra i due paesi: la Libia.

L’Italia da tempo sta costruendo uno sforzo diplomatico al fine di offrire supporto alla stabilizzazione istituzionale del paese, con l’auspicio che si tengano al più presto elezioni politiche libere e regolari e parallelamente con Eni svolge un ruolo ormai certificato.

La Turchia continua nelle sue interlocuzioni con il governo locale, al fine di restare centrale nell’area: lo dimostra il recente annuncio del ministro libico del petrolio e del gas, Mohamed Aoun, riguardo al fatto che le società turche sono partner prioritari per la ricerca sismica in Libia, citando la vicinanza geografica e l’esperienza della Turchia nel settore. Più in generale, l’intero versante che va da Gibilterra a Cipro è attraversato da zone economiche esclusive valutate come una straordinaria opportunità commerciale.

Energia

Anche se non è stato ufficialmente oggetto del vertice, il dossier energetico è di fatto uno dei maggiori punti all’interno delle politiche mediterranee che riguardano le relazioni fra i due paesi. Va ricordato che la capacità del Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline (Tanap) che trasporta il gas naturale dall’Azerbaigian alla Turchia e poi in Europa, è stata rafforzata contribuendo non solo alla partnership energetica tra Ankara e Baku ma facendo della Turchia un punto di riferimento. Quest’anno i dati elle esportazioni parlano di 22,2 miliardi di metri cubi di gas attraverso il gasdotto, di cui 10,2 bcm destinati alla Turchia e 12 bcm all’Europa.

Il combinato disposto tra il Baku-Tbilisi-Erzurum, il Tanap e il Tap, è di 40 miliardi di dollari, proprio al fine di aumentare la diversificazione delle risorse dell’Europa alla voce gas naturale. Secondo i dati diffusi dal “Natural Gas Market 2022 Sector Report” dell’Autorità turca di regolamentazione del mercato energetico le spedizioni di gas dall’Azerbaigian alla Turchia quest’anno accusano un aumento di circa 1,5 miliardi di metri cubi rispetto a 12 mesi fa.


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Nordio: la politica ha rinunciato a svolgere il proprio ruolo


Il ministro della Giustizia Carlo Nordio è al centro delle polemiche. E lui, ex magistrato, che deve riformare la magistratura. E contro di lui volano le frecce degli ex colleghi. Mentre il governo è sotto attacco Nordio consegna a Libero in esclusiva la

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio è al centro delle polemiche. E lui, ex magistrato, che deve riformare la magistratura. E contro di lui volano le frecce degli ex colleghi. Mentre il governo è sotto attacco Nordio consegna a Libero in esclusiva la sua verità.

Ministro, l’accusano di essersi accorto dell’incongruità della norma sull’imputazione coatta solo dopo che questa norma ha danneggiato un sottosegretario del suo governo…
«Allora questa incongruità l’ho criticata già dal 1997, nel mio primo libro sulla giustizia e l’ho ripetuta varie volte in mie pubblicazioni successive».

Qual è la ragione?
«È una ragione squisitamente tecnica perché il codice Vassalli che abbiamo recepito nell’88/89 ha mantenuto il controllo giurisdizionale del giudice, in questo caso del Gip, sull’attività del pubblico ministero come faceva una volta il giudice istruttore. Io ho fatto il giudice istruttore e se il giudice istruttore mandava a giudizio l’imputato anche contro il parere del pubblico ministero che ne avesse chiesto l’assoluzione, in tribunale arrivava tutto il fascicolo processuale. Quindi i giudici potevano farsi un’idea di quelle che erano le tesi dell’accusa, della difesa e dello stesso giudice istruttore perché avevano davanti l’intero fascicolo. Con il codice Vassalli, e questo è il punto cruciale in tribunale, ammesso che si faccia il processo, non arriva nulla, il giudice è completamente vergine. Il fascicolo è vuoto. Vi è solo il certificato penale e se c’è, un’ incidente probatorio.

Ma è raro. E nel caso di Delmastro non c’è. Allora cosa succede, qual è la contraddizione che il giudice si trova ad avere davanti un fascicolo vuoto? Il suo unico interlocutore non è il gip che ha fatto l’ordinanza ma è il pubblico ministero stero al quale il giudice chiederà: “Signor pubblico ministero esponga le ragioni dell’accusa”. E il pubblico ministero in questi casi dirà che non ci sono ragioni dell’accusa tanto è vero che verrà chiesto il proscioglimento e quindi il processo è inutile, è contraddittorio. A meno che il giudice non cominci lui a fare tutta una serie di attività… ma questo è in contrasto con il sistema accusatorio dove la prova viene fornita dal dibattito, dal contraddittorio tra accusa e difesa. Torniamo ai principi del vecchio sistema, quando il presidente del tribunale faceva le domande lui, cosa che ancora oggi di tanto in tanto si fa ma questo è irragionevole, è irrazionale perché in contrasto con il sistema accusatorio. Quindi è una questione squisitamente tecnica. Lo dico da anni».

È vero che è pronta una riforma del sistema degli avvisi di garanzia?
«Il disegno di legge che è stato presentato e che adesso va al vaglio dopo la bollinatura e dopo il transito al Quirinale andrà al Parlamento, alla Commissione Giustizia. Il mio lavoro è già stato fatto e non dipende più da me questo. In Parlamento potrà essere modificato, approvato o altro… In questo primo pacchetto che abbiamo presentato visto che volevamo dare un termine ragionevole, entro i primi 8 mesi di governo, abbiamo dato un segnale forte di riforma. Ma c’è una parte che riguarda l’informazione di garanzia ed essenzialmente la sua segretezza. È già stata istituita una commissione per la riforma del codice di procedura penale. Il nostro obbiettivo è attuare integralmente quella che era la volontà del professor Vassalli e realizzarla completamente, ovvero fare un codice di stampo accusatorio anglosassone. Quindi sarà cambiata anche la struttura del registro degli indagati e dell’informazione di garanzia.

Santanchè, Delmastro, La Russa… È in corso un attacco di un pezzo di magistratura al governo? Attaccano per fermare la riforma secondo lei?
«No, secondo me no. Sono fatti tra loro indipendenti e mi rifiuto di pensare a dei magistrati che vogliono interferire nell’azione governativa attraverso azioni giudiziarie. Non si può però negare che ogni volta che si sia provato a fare una riforma della giustizia è sempre stata bloccata con interventi giudiziari. È vero e anche questo io lo scrivo da 25 anni. La colpa però non deriva da una serie di attacchi della magistratura che possono essere di ordine tecnico, o di ordine politico. La colpa è della politica che ha rinunciato al suo ruolo preminente e che si è chinata davanti alle critiche della magistratura. Nessuno vuole impedire alla magistratura di commentare le leggi sotto il profilo tecnico visto sono loro che le applicano. La colpa della politica è stata quella di aderire o meglio inchinarsi alla magistratura senza dire questo:”Noi ascoltiamo le vostre opinioni ma alla fine decidiamo noi e solo noi perché abbiamo un mandato che secondo la Costituzione deriva dal popolo”».

È vero che sta per proporre una legge costituzionale per la separazione delle carriere?
«Noi fino a questo momento non l’abbiamo proposta. Esiste una proposta in Parlamento depositata da altre forze politiche. Una separazione netta delle carriere esigerebbe una riforma costituzionale, come una riforma netta del consiglio superiore della magistratura. Questo è però nel programma di governo».

Ministro, il reato di abuso d’ufficio sarà cancellato?
«Io mi sono battuto fortemente perché venisse cancellato. La proposta è stata accettata dopo ampi dibattiti nell’ambito delle forze politiche della coalizione. È stata approvata dal consiglio dei ministri.
Questo disegno di legge non va sovvertito. Potrà essere ritoccato ma rimane nel suo impianto e quindi io sono certo che il reato d’abuso verrà cancellato. Tra le tante inesattezze che ho ascoltato in questi giorni ci sarebbe quella di una contrarietà dell’Europa. Io già 20 giorni fa in Lussemburgo e l’altro giorno a Tokyo ho incontrato personalmente il commissario per la glustizia in Europa Didier Renders che si è dichiarato perfettamente soddisfatto delle spiegazioni che ho fornito io e non vi è ragione di dubitare che l’Europa abbia qualcosa da dire. Non avremo problemi con l’Europa. Quasi tutti i sindaci italiani, compresi quelli del Pd, soprattutto governatori come De Luca ed Emiliano, si siano dichiarati d’accordo sul fatto che questo reato ha combinato tanti e tanti e tali danni che l’unicomodo è abolirlo».

E non andrebbe cancellato anche il reato fantasma quello di concorso esterno?
«Sul concorso esterno la Commissione per la riforma del Codice Penale che è stata istituita nel 2002 e che era indegnamente presieduta da me aveva all’unanimità deciso che il reato in concorso esterno in associazione mafiosa fosse un reato evanescente e andava completamente rimodulato secondo i criteri di “concorso di persona nel reato” e quindi, in prospettiva, andrà rimodulata. Naturalmente senza interferire minimamente o ridurre la lotta alla mafia»

L’Anm accusa il presidente del Consiglio di delegittimare la magistratura. È un’accusa che secondo lei ha qualche fondamento?
«No. Intanto non mi pare che la presidente del Consiglio abbia pronunciato una sola parola contro la magistratura. Queste reazioni di voler delegittimare i magistrati quando si criticano alcune loro iniziative è quasi una reazione automatica da parte dell’associazione. Lo hanno fatto anche con me un mese fa. Al che io ho risposto che se i magistrati si arrabbiano quando noi critichiamo il loro operato, allora anche i politici hanno ragione ad arrabbiarsi quando vengono inquisiti dai magistrati. Nel mio mondo ideale i magistrati non dovrebbero criticare le leggi e i politici non dovrebbero criticare le sentenze. Una settimana fa ho incontrato i rappresentanti dell’Anm e Santalucia al Ministero».

Che incontro è stato?

«Da un punto di vista personale estremamente cordiale. Abbiamo cercato di individuare i punti che ci uniscono che di più di quelli che ci dividono. A noi interessa essenzialmente una giustizia effciente, rapida ed equa»

Un membro del Csm, Tullio Morello, ha riproposto l’amnistia. Lei è favorevole?

«No. Io credo che in questo momento sia prematuro parlare di amnistia e parlare anche in generale di affievolimento delle pene.
Il garantismo ha due volti: uno è l’enfatizzazione della presunzione di innocenza ma l’altro eguale e simmetrico è quello della certezza della pena. Bisognerebbe prendere in considerazione l’idea che la pena che dev’essere certa, immediata e proporzionata, può anche non coincidere necessariamente con il carcere per i reati minori. E in questo senso noi stiamo lavorando sia sulle pene alternative, sia soprattutto sulla possibilità di ristrutturare delle carceri per detenuti non pericolosi dove ci sia grande spazio per il lavoro e anche per lo sport ai fini anche di un reinserimento nella società secondo il principio della Costituzione.
Per fare questo le nostre carceri necessitano di spazio. Non tutte lo hanno quindi stiamo cercando di recuperare delle caserme dismesse che garantiscano le misure di sicurezza di un carcere, dove poter dirottare i detenuti meno pericolosi e lavorare sul loro recupeго».

Secondo lei il caso La Russa indebolirà la maggioranza?
«No perché la maggioranza guarda ai contenuti del programma di governo che sono condivisi in modo omogeneo da tutti. Ritengo che le vicende delle singole persone sono purtroppo vicende della vita che devono essere commentate nei luoghi opportuni ma che non possono e non devono avere conseguenze politiche».

Libero

L'articolo Nordio: la politica ha rinunciato a svolgere il proprio ruolo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Ucraina, Mediterraneo, Cina e 2%. Tutti gli impegni dei leader Nato


Il summit Nato di Vilnius si chiude con una dichiarazione dei leader in 90 punti. L’ultimo per ringraziare l’ospitalità lituana e darsi appuntamento a Washington, negli Stati Uniti, nel 2024 per il 75° anniversario dell’alleanza e nei Paesi Bassi nel 2025

Il summit Nato di Vilnius si chiude con una dichiarazione dei leader in 90 punti. L’ultimo per ringraziare l’ospitalità lituana e darsi appuntamento a Washington, negli Stati Uniti, nel 2024 per il 75° anniversario dell’alleanza e nei Paesi Bassi nel 2025.

IL FUTURO DELL’UCRAINA

I leder hanno ribadito il sostegno alla sovranità della Georgia e dell’Ucraina. In particolare, la sicurezza di Kyiv “è di grande importanza per gli alleati” e il suo futuro “è nella Nato”. Ribadendo gli impegni del vertice di Bucarest del 2008, i leader hanno riconosciuto che “il percorso dell’Ucraina verso la piena integrazione euro-atlantica è andato oltre la necessità del Piano d’azione per l’adesione”. Ma “saremo in grado di estendere” l’invito soltanto “quando gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte”. Non c’è, dunque, quel calendario richiesto dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

IL VICINATO MERIDIONALE

Quanto al Fianco Sud, priorità italiana, gli alleati evidenziano “le sfide interconnesse di sicurezza, demografiche, economiche e politiche”, “aggravate aggravate dall’impatto del cambiamento climatico, dalla fragilità delle istituzioni, dalle emergenze sanitarie e dall’insicurezza alimentare”. È un terreno fertile per gruppi armati, organizzazioni terroristiche, interferenze “destabilizzanti e coercitive” da parte di concorrenti strategici come la Russia e la Cina. Per questo, i leader hanno dato mandato al Consiglio Nord Atlantico di avviare “una riflessione completa e approfondita sulle minacce e le sfide esistenti ed emergenti e sulle opportunità di impegno con i nostri Paesi partner, le organizzazioni internazionali e altri attori rilevanti della regione, da presentare al prossimo vertice del 2024”.

IL RAPPORTO CON LA CINA

La Cina rappresenta una sfida per “i nostri interessi, la nostra sicurezza e i nostri valori”, si legge nel documento che evidenzia le tattiche di guerra ibrida messe in campo da Pechino. La Cina, continua, “cerca di controllare settori tecnologici e industriali chiave, infrastrutture critiche, materiali strategici e catene di approvvigionamento. Usa la sua leva economica per creare dipendenze strategiche e rafforzare la sua influenza. Cerca di sovvertire l’ordine internazionale basato sulle regole, anche nei settori spaziale, cibernetico e marittimo”. La Nato ribadisce l’apertura a un “impegno costruttivo” con la Cina ma evidenzia anche come il rafforzamento del partenariato strategico tra la Cina e la Russia “sono contrari ai nostri valori e interessi”. Inoltre, gli alleati chiedono alla Cina “di agire in modo responsabile e di astenersi dal fornire aiuti letali alla Russia” e di “cessare di amplificare la falsa narrativa russa che incolpa l’Ucraina e la Nato per la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina”.

LE SPESE MILITARI

I leder hanno ribadito l’impegno a impegniamo a investire annualmente “almeno” il 2% del Pil in difesa. E ancora: “Affermiamo che in molti casi sarà necessaria una spesa superiore al 2% del Pil per colmare le carenze esistenti e soddisfare i requisiti in tutti i settori derivanti da un ordine di sicurezza più contestato”. Infine, si sono impegnati a investire almeno il 20% dei bilanci per la difesa in major equipment, comprese le relative attività di ricerca e sviluppo per “mantenere il nostro vantaggio tecnologico e continuare a modernizzare e riformare le nostre forze e capacità, anche attraverso l’integrazione di tecnologie innovative”.


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Macron annuncia missili per l’Ucraina. Cosa sono gli Scalp


“Ho deciso di aumentare le consegne di armi ed equipaggiamenti per consentire agli ucraini di avere la capacità di colpire in profondità”. Con queste parole il presidente francese Emmanuel Macron, al suo arrivo al vertice Nato di Vilnius, commenta la deci

“Ho deciso di aumentare le consegne di armi ed equipaggiamenti per consentire agli ucraini di avere la capacità di colpire in profondità”. Con queste parole il presidente francese Emmanuel Macron, al suo arrivo al vertice Nato di Vilnius, commenta la decisione francese di rifornire Kiev con missili da crociera a lungo raggio. Nella stessa occasione l’inquilino dell’Eliseo ha sottolineato l’importanza di inviare un messaggio non solo di “di sostegno all’Ucraina”, ma anche “di unità della Nato e di determinazione affinché la Russia non possa vincere questa guerra”.

I missili che Parigi intende recapitare a Kiev, noti in francese come Scalp (Système de Croisière Autonome à Longue Portée), sono lo stesso sistema impiegato anche dalla Royal Air Force con il nome di Storm Shadow, sistema con cui Londra sta già rifornendo Kiev dal maggio scorso.

Proprio per questo motivo i vertici francesi ritengono che questa decisione non rappresenti un’escalation nei confronti di Mosca, le cui Forze Armate impiegano sistemi capaci di colpire da distanze ben maggiori rispetto ai 250 Km di portata della versione dello Scalp destinata all’Ucraina.

Non è stata però diffusa alcun’informazione ufficiale riguardo al numero di ordigni che Parigi intende inviare a Kiev. Una fonte militare francese afferma che gli Scalp non saranno prodotti appositamente ma verranno presi dagli arsenali già esistenti, e che saranno un ‘numero significativo’, mentre una fonte del mondo diplomatico afferma che circa 50 missili saranno inviati all’Ucraina.

Al pari degli Storm Shadow, i missili aria-terra in dotazione alle Forze Armate di Parigi saranno forniti in una versione compatibile con i velivoli ucraini di fabbricazione sovietica, sia per la maggiore disponibilità di questi negli hangar del paese che per accorciare i tempi necessari all’impiego di questi ordigni sul campo di battaglia.

Alla decisione francese fa eco quella di Berlino, che afferma di aver quasi ultimato un ulteriore pacchetto di aiuti militari destinati all’Ucraina, per un valore totale di 700 milioni di euro. Il tempismo di questi annunci è importante, in quanto essi arrivano in concomitanza sia dell’importantissimo vertice Nato di Vilnius che di importanti sviluppi nella controffensiva ucraina: proprio in queste ore i vertici militari ucraini diffondono la notizia per cui le forze armate russe sarebbero intrappolate a Bakhmut, il centro conquistato poche settimane fa dai miliziani della Wagner al termini di scontri durissimi con i soldati di Kiev.

A poche ore dall’annuncio arriva la reazione russa. “Naturalmente, resta da chiarire e determinare esattamente di quale raggio stiamo parlando. Ma dal nostro punto di vista, si tratta di una decisione sbagliata, gravida di conseguenze per l’Ucraina, perché naturalmente ci costringerà a prendere delle contromisure” ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov in un briefing successivo all’annuncio di Macron.


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La strada della Turchia verso l’Ue è già chiusa. La versione di Tzogopoulos


Trovo difficile che la Turchia smetta di minacciare la Grecia e la Repubblica di Cipro o smetta di collaborare con Russia e Cina, dice a Formiche.net Giorgios Tzogopoulos, lecturer presso l’Istituto Europeo di Nizza Cife, fellow presso il Begin Sadat Cent
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Trovo difficile che la Turchia smetta di minacciare la Grecia e la Repubblica di Cipro o smetta di collaborare con Russia e Cina, dice a Formiche.net Giorgios Tzogopoulos, lecturer presso l’Istituto Europeo di Nizza Cife, fellow presso il Begin Sadat Center for Strategic Studies in Israele e presso la Hellenic Foundation for European and Foreign Policy in Grecia. L’occasione è una riflessione sulle mosse di Erdogan a Vilnius, tra aperture alla Nato e contropartite che già ha chiesto a Ue e Kfor. Nel mezzo la consapevolezza che la Turchia crede nel proprio eccezionalismo in politica estera.

Turchia-Nato-Svezia: cosa vuole davvero Erdogan?

Le conversazioni sembrano essere bilaterali – tra Turchia e Svezia – ma sono di natura molto più ampia. Riflettono l’interesse del presidente Erdogan a negoziare con gli Stati Uniti su una varietà di temi, dalla situazione nel Mediterraneo orientale, Medio Oriente e Africa al futuro dell’economia turca e alla profondità della collaborazione di difesa turco-americana. Ciò non significa che il contenuto dei negoziati turco-svedesi, come definiti nel memorandum trilaterale del giugno 2022 (anche con la Finlandia), non sia significativo. Naturalmente, se Washington e Ankara concordano su un modello generale di collaborazione, sarà naturale che Stoccolma e Ankara seguano l’esempio. Questo è ciò che sta accadendo attualmente a Vilnius, anche se dobbiamo attendere i risultati definitivi. L’Assemblea nazionale turca controllata dal partito di Erdogan e dai suoi partner politici avrà l’ultima parola sull’adesione della Svezia alla Nato.

Dopo il suo solido legame con Russia, Cina e Iran perché ora chiede l’ingresso nell’Ue?

La Turchia crede nel proprio eccezionalismo in politica estera. In altre parole, cerca di agire autonomamente e di collaborare sia con l’Occidente che con l’Oriente secondo i propri interessi strategici. Gli Stati Uniti sono preoccupati per queste acrobazie ma non hanno necessariamente la capacità di influenzare la Turchia come avveniva durante il periodo della Guerra Fredda. Ankara, da parte sua, sta cercando modi per dare energia alla sua economia nazionale e diagnostica i rischi nel suo precedente disimpegno dall’Occidente. Quindi cerca di ricongiungersi sia con gli Stati Uniti che con l’Ue. Ovviamente, la strada per l’Ue è quasi completamente chiusa. I riferimenti all’adesione all’Ue possono servire solo a soddisfare l’opinione pubblica turca. Le discussioni in corso tra Ankara e Bruxelles si concentrano su aree in cui può esistere la cooperazione: ad esempio sulla modernizzazione dell’unione doganale, sulla creazione di stabilità nel Mediterraneo orientale e sulla gestione della crisi dei rifugiati. Non creano illusioni sull’adesione della Turchia all’Ue.

La mediazione con l’Ucraina rischia di essere sbilanciata a favore di Mosca?

Ci sono due diverse letture di ciò in relazione alla guerra in Ucraina: alcuni dicono che la Turchia mette a repentaglio l’unità della Nato, mentre altri sostengono che la posizione equilibrata turca crei alcune opportunità per avere un interlocutore della Russia all’interno dell’Alleanza. Nella mia analisi, il problema per l’Occidente va oltre la Turchia. È che così tanti paesi del mondo, compresi i più grandi in termini di popolazione, Cina e India, preferiscono anche non prendere posizione nella guerra in Ucraina. Ciò pone seri ostacoli all’isolamento della Russia nel sistema internazionale e alla massimizzazione dell’efficacia delle sanzioni.

E’ un rischio geopolitico concedere i F16 americani alla Turchia?

A mio parere la questione non è se la Turchia ottenga o meno caccia F-16. È se la Turchia agisce come un tipico e affidabile stato membro della Nato. Se gli Stati Uniti trovano un modo per collegare la vendita dei caccia F-16 all’adeguamento della politica estera turca alle priorità della Nato, allora questa vendita sarà forse utile. Se gli Stati Uniti non lo faranno, la vendita sarà problematica. Personalmente trovo difficile che la Turchia smetta di minacciare la Grecia e la Repubblica di Cipro o smetta di collaborare con Russia e Cina. Ma gli Stati Uniti stanno facendo tutto il possibile per impedire la dissociazione di Ankara dall’Occidente. Successivamente, le tattiche di contrattazione turche produrranno risultati e ciò creerà un brutto precedente per le pratiche diplomatiche in Occidente.

La Bri sta trasformando la Turchia in un molo cinese nel Mediterraneo. Quanto influisce tutto ciò nel quadro generale?

La Cina sta esercitando una politica estera ed economica molto intelligente e attenta, e questo è evidente nel Mediterraneo. La Turchia non è uno stato membro dell’Ue e questo significa che è molto più facile per le aziende cinesi investire lì. In Turchia, ad esempio, non esisterà mai un dibattito simile al dilemma che l’Italia sta attualmente affrontando riguardo alla sua partecipazione alla Bri. Le relazioni sino-turche sono forti e il contributo delle banche e delle imprese cinesi all’economia turca è in rapida evoluzione. Ma credo che dovremmo guardare al quadro generale che è la presenza cinese generale nel Mediterraneo. La Cina gioca la carta dell’interconnettività. La Turchia è un partner importante ma, dal punto di vista cinese, è un anello della catena della Bri.


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Non solo Ucraina. Tutti i piani militari della Nato


Europe first. Per la Nato l’Europa torna prioritaria. Anche se sembra scontato per la gravità e l’ampiezza della minaccia della Russia di Putin, in realtà dopo gli sconvolgimenti provocati dall’11 settembre e dalla guerra ai terroristi islamici, gli inter

Europe first. Per la Nato l’Europa torna prioritaria. Anche se sembra scontato per la gravità e l’ampiezza della minaccia della Russia di Putin, in realtà dopo gli sconvolgimenti provocati dall’11 settembre e dalla guerra ai terroristi islamici, gli interventi in Libia, Afghanistan e Iraq, l’attenzione per il Medio Oriente e il sud est asiatico, l’Alleanza Atlantica rilancia appieno tutti i suoi originari scopi fondativi di deterrenza e difesa dei Paesi membri europei ben oltre le motivazioni del sostegno all’Ucraina.

Oltre alla svolta dell’ingresso della Svezia, a misurare il successo del vertice di Vilnius sarà soprattutto la concreta attuazione dei nuovi piani di difesa e di potenziamento militare strategico dell’Alleanza.

Un rilancio determinante per la funzionalità e l’efficacia di una Nato già proiettata al dopo Kiev.

Il fulcro essenziale è l’approvazione dei nuovi dettagliati piani di difesa globale dell’alleanza dopo la guerra fredda.

Predisposte da Chris Cavoli, il generale americano che ricopre il ruolo di Comandante supremo alleato in Europa, le 4000 pagine top secret prevedono una completa revisione della complessa macchina internazionale militare della Nato e forniscono indicazioni chiare per ogni forza armata alleata su come agire in caso di conflitto. Si tratta dell’evoluzione più sostanziale e concreta dalla caduta del muro di Berlino. Al centro dell’attenzione la Russia, ma senza perdere di vista il terrorismo internazionale. Si comincia con l’elaborazione di tre piani regionali: uno per il nord, che copre l’Atlantico e l’Artico europeo; uno per il centro, che riguarda il Baltico e l’Europa centrale fino alle Alpi; e il piano per il fianco sud dal Mediterraneo e al Mar Nero.

Accanto a questa pianificazione sono previste predisposizioni di interventi per lo spazio, le operazioni informatiche e le forze speciali.

Cinque le priorità immediate: forze terrestri capaci di pronto intervento, in particolare brigate corazzate pesanti; sistemi integrati di difesa aerea e missilistica in grado di proteggere le unità in movimento; potenza di fuoco a lungo raggio missilistica e d’artiglieria; reti digitali per il trasferimento blindato dei dati fra il fronte e il centri di comando; logistica per supportare e rifornire eserciti in tutta Europa.

Entro la fine dell’anno il Generale Cavoli assegnerà ad ogni alleato specifici ruoli in relazione agli ipotetici fronti che potrebbero aprirsi. Battaglioni e brigate dovranno conoscere in anticipo le loro localizzazioni, che si tratti di un’isola norvegese o di una zona dei Carpazi.

I piani forniscono anche indicazioni chiare per ogni forza armata su come agire in caso di conflitto.

Al vertice della Nato dello scorso anno a Madrid, gli alleati hanno concordato di mantenere collettivamente oltre 100.000 truppe pronte per il dispiegamento in meno di dieci giorni, e altre 200.000 in un mese. Altrettanto importante è che ora i paesi membri esplicitino quali unità sono disponibili in qualsiasi momento. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania si sono esercitate su come aumentare rapidamente reparti e schieramenti in Polonia, Lituania ed Estonia. L’Italia probabilmente eseguirà presto un test simile in Bulgaria, mentre la Germania ha annunciato che rischiererà un’intera brigata sul suolo lituano.

Lo scopo è rassicurare gli Stati baltici e dimostrare alla Russia che queste forze sono abbastanza agili da rappresentare un argine sul fronte orientale. Un argine che verrebbe attivato più rapidamente di quanto la Mosca possa avviare una mobilitazione e scatenare un attacco. La nuova pianificazione della Nato non solo mantiene gli eserciti all’erta, ma stabilisce anche priorità per armamenti e investimenti. La difesa collettiva del continente richiede sistemi missilistici, armi pesanti: jet, droni, carri armati e artiglieria.

Vista da Vilnius la Nato è insomma una superpotenza. Lo riconosce anche Emmanuel Macron che tre anni addietro l’aveva definito “un organismo in stato di morte cerebrale” mentre ora l’Alleanza, ammette il Presidente Francese, è stata risvegliata da Putin con “il peggiore degli elettroshock”, l’invasione dell’Ucraina.

Dietro le prospettive di potenziamento complessivo si celano tuttavia varie crepe nazionali. Sul settimanale britannico The Economist, l’International Institute for Strategic Studies evidenzia infatti che attualmente la maggior parte delle nazioni può schierare solo una brigata al completo. E lo stesso vale per le forze navali. Il think tank di Londra aggiunge in proposito la denuncia del Commodoro Carsten Fjord-Larsen della Marina danese che lamenta come nel 2002 la sua flotta avesse schierato 34 unità combattenti, mentre ora le unità sono scese a cinque.

Sul vertice di Vilnius aleggia anche il possibile ruolo dell’Alleanza in Asia. Gli alleati concordano sul fatto che la Cina stia avendo un impatto sempre maggiore sulla sicurezza europea, non da ultimo attraverso l’approfondimento delle sue relazioni con la Russia.

Nessuno si nasconde che oltre che psicologico, il transfert asiatico rappresenta per la Nato una scomoda verità perché se dovesse scoppiare una crisi a Taiwan, l’Europa potrebbe trovarsi esposta e coinvolta. Ma questo attiene al futuro si ritiene non immediatamente prossimo. L’orizzonte del presente è colorato di giallo e di blu, i colori dell’Ucraina liberata dall’incubo di Putin.


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Vi spiego perché il Giappone è sempre più importante per la Nato. Parla Nagao


“Riaffermare la cooperazione con i Paesi che condividono la stessa mentalità nel sostenere l’ordine internazionale basato sulle regole, libero e aperto”: è questo secondo il premier Fumio Kishida l’obiettivo con cui il Giappone partecipa al Summit Nato di

“Riaffermare la cooperazione con i Paesi che condividono la stessa mentalità nel sostenere l’ordine internazionale basato sulle regole, libero e aperto”: è questo secondo il premier Fumio Kishida l’obiettivo con cui il Giappone partecipa al Summit Nato di oggi e domani, 11/12 luglio, a Vilnius. Kishida firmerà un nuovo documento di cooperazione insieme al segretario generale dell’alleanza, Jens Stoltenberg, con cui cercherà di rafforzare la cooperazione tra il Giappone e la Nato in settori quali la sicurezza marittima, la risposta alla disinformazione e lo spazio esterno. Tokyo, secondo le fonti che hanno informato i media, ha sviluppato il documento chiamato “Individually Tailored Partnership Program” con i 31 membri dell’Alleanza Atlantica per rafforzare la cooperazione di sicurezza tra la regione indo-pacifica e euro-atlantica, tenendo conto della Cina. Queste interconnessioni sono parte di una visione strategica che il Giappone eredita dal defunto leader Shinzo Abe e che la guerra in Ucraina ha reso — per Tokyo come per Washington e Bruxelles — una necessità più cogente.

“La questione principale riguarda proprio l’Ucraina: la controffensiva di Kyiv si scontra con una forte linea di difesa della Russia, la Nato deve fornire armi più forti per vincere e dopo gli F-16, sono sul tavolo gli Atamcs, le munizioni a grappolo, eccetera”, spiega Satoru Nagao, esperto di politiche di difesa e sicurezza dell’Hudson Institute, basato a Tokyo. Il Giappone ha consapevolezza della situazione e intende partecipare alle discussioni correnti della Nato, la quale “deve prepararsi a una guerra più lunga: pertanto deve riformare la propria industria della Difesa” se vuole mantenere i ritmi produttivi per aiutare in modo consistente l’Ucraina.

Questo sforzo potrebbe anche avere un obiettivo strategico di preparazione. Se la Russia è la minaccia corrente, la Cina è una questione a lungo termine, ma la Nato si sta preparando a parlarne. “La Cina sta sfidando le regole internazionali che l’Europa ha mantenuto per lungo tempo. La minaccia cinese è a lungo termine perché l’economia cinese è più forte di quella russa. E poiché la Russia fa affidamento sulla Cina nell’attuale situazione di guerra, l’influenza della Cina su Vladimir Putin sta crescendo. Pertanto, la Nato rafforzerà la cooperazione con Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud. Inoltre cercherà di cooperare sempre di più con altri Paesi come l’India”, spiega Nagao. Per l’analista, la decisone presa da Ankara sull’ingresso svedese nell’alleanza indica che la Turchia ritiene l’Ucraina (dunque la Nato) vincente. “Stare dalla parte vincente è vantaggioso. E in effetti, anche l’orientamento dell’India verso gli Stati Uniti e la Francia indica la stessa direzione”, aggiunge.

Tuttavia, secondo Nagao il momento attuale potrebbe non essere perfetto per mostrare una politica sufficientemente forte nei confronti della Cina. “In primo luogo — commenta — se la Nato mostrerà una posizione troppo forte nei confronti della Cina, quest’ultima aumenterà il suo sostegno alla Russia. Attualmente, la Cina sta fornendo molte parti di armi alla Russia, ma non ha fornito molte armi pesanti e munizioni. Se dovesse cambiare linea, la guerra in Ucraina potrebbe risentirne. In secondo luogo, l’anno prossimo gli Stati Uniti dovranno affrontare le elezioni presidenziali. Ciò significa che l’economia del prossimo anno sarà decisiva per le elezioni. Il presidente Joe Biden non vuole imporre sanzioni troppo forti contro la Cina se queste rischiano di danneggiare l’economia statunitense”.

Pertanto, anche se la Nato intende rafforzare le sue relazioni con i partner dell’Indo Pacifico, la sua attività diretta contro la Cina sarà relativamente moderata. L’opposizione della Francia all’ufficio di collegamento della Nato a Tokyo è un caso tipico: Parigi, come la Nato stessa, sa che un liaison office è utile, ma la Francia ha esitato a farlo proprio ora per evitare di indispettire Pechino.

“La Nato ha un ufficio di collegamento in Georgia dal 2010, ne ha avuto uno a Tashkent in Uzbekistan dal 2013 al 2017. Pertanto, la rappresentanza di Tokyo non è strana. Dal punto di vista giapponese, è una mossa gradita. Per molto tempo, Tokyo ha cercato di convincere gli alleati statunitensi in Europa a unirsi ai suoi sforzi per affrontare le sfide della Cina. In alcuni casi, il Giappone ha cercato di cooperare o di aderire a strutture multinazionali orientate all’Occidente, come per esempio il Five Eyes (Six Eyes se il Giappone aderisce), Aukus (Jaukus se il Giappone aderisce)”, ricorda Nagao.

Dietro alla posizione di Parigi c’è solo l’azione di equilibrio con la Cina? “Se quella è la ragione principale, è possibile che la sede di Tokyo sia stata decisa da Stati Uniti e Giappone, e ciò significa che la Francia era fuori da questo negoziato, ma dopo quanto successo con l’Aukus Parigi potrebbe voler essere parte di certe scelte”.

Per Nagao, la Francia vuole dimostrare la propria presenza come indipendente dagli Stati Uniti. “Da quando è iniziata l’aggressione russa in Ucraina, molti Paesi non possono acquistare armi dalla Russia. Ma soprattutto i Paesi del Sud globale, come Brasile, Indonesia e India, vogliono acquistare armi non solo dagli Stati Uniti, ma anche da altri. Così, invece della Russia, scelgono la Francia. L’Indonesia acquista jet da combattimento dalla Francia. L’India acquisterà dalla Francia i jet da combattimento per le sue portaerei e i suoi sottomarini”.

Resta che l’apertura di un ufficio dell’alleanza atlantica a Tokyo potrebbe essere il primo passo per rafforzare la cooperazione tra il Giappone e gli alleati degli Stati Uniti in Europa e per condividere informazioni e percezioni. La Francia si sta opponendo in questo momento, ma l’analista dell’Hudson Institute prevede che in futuro qualcosa sarà concordato, perché le sfide della Cina rappresentano una minaccia seria sia per il Giappone che per l’Europa.

Quale contributo può dare all’alleanza la cooperazione con Tokyo? E in che modo l’alleanza è utile a Tokyo? “Pensiamo a cosa accadrebbe se la Cina attaccasse Taiwan. I Paesi della Nato dovrebbero dispiegare forze militari per evacuare i loro cittadini da Taiwan e dalla Cina. Probabilmente saranno portati a decidere di sostenere gli Stati Uniti nella guerra contro la Cina. In una situazione del genere, quale sarà il territorio in cui la Nato potrà dispiegare le forze militari? Le scelte sono limitate. Giappone o Filippine. È molto probabile che molti Paesi scelgano il Giappone per dispiegare le proprie forze militari. Pertanto, la Nato ha bisogno di informazioni locali per preparare tali operazioni”.

E torna anche in questo la necessità di un ufficio di collegamento, che possa essere un eventuale punto di contatto e organizzazione. Secondo alcuni esperti statunitensi, la Cina potrebbe invadere Taiwan prima del 2027: in tal caso, la collaborazione con il Giappone è “una questione sempre più importante e urgente” per la Nato, chiosa Nagao.


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A Vilnius si deciderà il futuro di Kiev? La versione di Vdovychenko (Cds)


Prime ore del Vertice di Vilnius. La grande novità è la cosiddetta “riconciliazione” tra Svezia e Turchia. Le azioni scandalose che hanno coinvolto il rogo e la deturpazione del Corano, le crescenti richieste di Ankara: tutto ciò ha alzato la posta in gio

Prime ore del Vertice di Vilnius. La grande novità è la cosiddetta “riconciliazione” tra Svezia e Turchia. Le azioni scandalose che hanno coinvolto il rogo e la deturpazione del Corano, le crescenti richieste di Ankara: tutto ciò ha alzato la posta in gioco nei negoziati, giunti a Vilnius.

Tuttavia, tutti gli ucraini rimangono con gli occhi aperti sul futuro del proprio paese. Che tipo di “ombrello di sicurezza” potrebbe essere proposto per Kiev? Quali sono i timori che bloccano gli Stati membri della Nato dal concedere l’adesione all’Ucraina?

Proprio questa mattina, il Segretario Generale della NATO, con un linguaggio diplomatico, parla del “giusto segnale” per l’Ucraina. Tuttavia, il linguaggio della dichiarazione finale deve ancora essere discusso. Come opzione, si propone di scrivere nel documento finale che si tratta di un invito politico all’Ucraina ad aderire alla NATO e di indicare l’impegno politico degli alleati per un rapido avvio dei negoziati di adesione.

È ovvio e chiaro che la posizione degli Stati Uniti è il principale ostacolo che impedisce all’Ucraina di avere un forte impegno politico da parte degli alleati della NATO verso l’adesione. Pertanto, la società ucraina ritiene che, se gli alleati della NATO non sono pronti a invitare formalmente l’Ucraina all’adesione già a Vilnius, a Kiev dovrebbe essere offerta un’opzione intermedia che registrerebbe un significativo cambiamento positivo rispetto ai vertici di Bucarest e Madrid.

La chiave è avere, nella dichiarazione finale del vertice, una frase che sottintenda un riconoscimento inequivocabile da parte degli alleati del fatto che la futura adesione dell’Ucraina all’Alleanza contribuisce alla sicurezza europea e transatlantica. Questo obbligherà coloro che parlano di timori e rischi per la NATO a fare riferimento a questo punto in futuro. C’è l’idea di trovare una nuova forma per l’invito, evitando di menzionare la parola “invito” considerata dannosa per alcuni Paesi. Ad esempio, “riconoscendo il contributo dell’Ucraina alla sicurezza europea e transatlantica, gli alleati confermano la richiesta di adesione dell’Ucraina alla NATO e avviano i negoziati per l’adesione”.

Un’idea importante è quella di aggiungere che l’Alleanza “conferma la candidatura dell’Ucraina” per fare un passo avanti rispetto alla situazione attuale, dove l’Alleanza ha solo preso in considerazione la candidatura di Kiev.

Alla luce del riferimento al summit di Bucarest del 2008 sulla potenziale adesione dell’Ucraina alla NATO, la decisione presa a Vilnius diventa ancor più significativa. L’inclusione di tale riferimento, anche se con l’avvertenza dello sviluppo storico, significherebbe un cambiamento rispetto alle precedenti “formulazioni” politiche. Essa sottolineerebbe gli sforzi coraggiosi mostrati dalle Forze armate ucraine, evidenziando il loro incrollabile impegno a salvaguardare i valori europei. In ultima analisi, ciò serve a dimostrare che l’integrazione dell’Ucraina nella NATO debba essere tempestiva e imprescindibile, a condizione che vengano soddisfatti i prerequisiti di sicurezza.

Sebbene il linguaggio utilizzato possa mancare di precisione, il messaggio complessivo rimane lucido e inequivocabile. La comunità di esperti ucraini ritiene fondamentale l’inserimento nella dichiarazione finale di un’analogia tra la trasformazione “accelerata” di Finlandia e Svezia in alleati della NATO e l’Ucraina. Inoltre, il Ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha scritto un tweet che è apparso sensazionale: ha annunciato che l’Alleanza ha raggiunto un accordo interno e ha deciso di cancellare la fase MAP (il cosiddetto Membership Action Plan) per l’Ucraina. In pratica, questo significa una radicale accelerazione nella procedura di adesione. Si tratta di una richiesta di lunga data di Kiev, che fin dall’inizio ha avuto il pieno e quasi unanime sostegno della comunità nazionale degli esperti ucraini.

In pratica, si parla di modificare la procedura di ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza e di consentirle di aderire rapidamente – similmente a quanto accaduto a Finlandia e Svezia. Poiché l’adesione dei finlandesi alla NATO è stata deliberatamente effettuata il prima possibile e, come eccezione, il MAP è stato annullato per non dare a Mosca il tempo di danneggiarlo, anche l’adesione dell’Ucraina può essere procedere agli stessi ritmi.

È anche importante notare che non è stato il processo di ammissione finlandese o svedese a essere particolarmente veloce, ma il loro processo di invito, e questo dovrebbe essere il punto di riferimento. Quindi, al netto delle riforme realizzate e dell’interoperabilità raggiunta dall’Ucraina, così come il rapido processo di invito alla NATO di Finlandia e Svezia, gli Alleati dovrebbero essere pronti a procedere all’integrazione politica dell’Ucraina.

Nel caso in cui qualcuno volesse parlare ancora di una possibile escalation della Federazione Russa come conseguenza, ecco l’argomento logico: come abbiamo visto l’espansione finlandese, che ha aggiunto più di mille chilometri al confine della Federazione Russa con la NATO, è stata percepita senza alcuna reale protesta o opposizione da parte russa; pertanto, questo successo deve essere ripetuto.


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Al summit di Vilnius, Tajani indica la linea di Roma nella Nato


Nella tarda mattinata dell’11 luglio il ministro degli Esteri Antonio Tajani è intervenuto al Nato Public Forum: in un dialogo con la giornalista Hadley Gamble, conduttrice e corrispondente internazionale per Cbnc, Tajani ha sviscerato l’approccio italian

Nella tarda mattinata dell’11 luglio il ministro degli Esteri Antonio Tajani è intervenuto al Nato Public Forum: in un dialogo con la giornalista Hadley Gamble, conduttrice e corrispondente internazionale per Cbnc, Tajani ha sviscerato l’approccio italiano alle principali questioni di interesse per l’Alleanza Atlantica.

La prima questione affrontata è stata quella del rischio nucleare, e degli esiti del meeting con i vertici dell’Iaea per discutere dei rischi legati alla centrale nucleare di Zaporizhia, meeting a cui Tajani stesso ha preso parte. Il ministro degli Esteri ha ribadito il sostegno italiano alla strategia, perseguita dall’Agenzia, di lavorare alla creazione di una free zone nell’area circostante l’impianto nucleare: l’eventuale raggiungimento di un simile accordo non sarebbe soltanto funzionale al mantenimento di un più elevato livello di sicurezza nei confronti del rischio nucleare, ma anche un primo importante passo all’interno del processo di riappacificazione. Tuttavia, il tintinnare della sciabola nucleare da parte di Mosca rappresenta un grande ostacolo in questa direzione.

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Sulla modernizzazione della difesa collettiva e l’aumento della spesa militare, Tajani ribadisce il forte impegno italiano nei confronti dell’Alleanza e la disponibilità di Roma ad incrementare questo impegno, sia in termini operativi che in termini finanziari. Ma il Ministro degli Esteri rimarca che parallelamente al processo di rafforzamento menzionato, l’Alleanza deve riflettere sul dove e sul come allocare le nuove risorse disponibili, rimanendo concentrata sull’Ucraina ma senza tralasciare altre fonti di instabilità: il bacino mediterraneo con Daesh, Wagner e Boko Haram; l’Iran e la sua questione nucleare; il teatro indo-pacifico.

Riguardo a quest’ultimo, Tajani esprime una dicotomia India-Cina che caratterizza l’approccio italiano. Roma si impegna a dialogare con entrambe, ma in termini diversi. Mentre con Delhi, “la principale democrazia della regione”, il dialogo sembra essere più disteso e gli interessi più coincidenti, con Pechino la situazione è diversa: l’obiettivo della politica estera italiana e dell’Occidente in generale deve essere quello di rapportarsi con la Cina per garantire una competizione economica leale, libera da fenomeni sleali e dannosi come il dumping. In questo senso, il tour cinese del segretario del tesoro statunitense Janet Yellen è stato enfatizzato da Tajani come un esempio virtuoso dell’approccio da adottare.

Quando la moderatrice riporta il focus sul mediterraneo e sul ruolo di “prima linea” svolto dall’Italia, il Ministro degli Esteri denota come le cause di instabilità nella regione siano molteplici: immigrazione, povertà, terrorismo, cambiamento climatico, penetrazione russa. Fattori spesso concatenati tra di loro: ogni contadino che smette di lavorare la terra per le conseguenze del cambiamento climatico è un nuovo potenziale miliziano di Daesh. Per Tajani Bruxelles si dovrebbe fare artefice di un nuovo “Piano Marshall Europeo” atto a garantire una stabilità economica e sociale nella parte di Africa che va dall’area Sub-sahariana al Corno d’Africa, le cui dinamiche impattano fortemente su quelle del bacino mediterraneo.

Riguardo al conflitto ucraino, Tajani evidenzia come l’impegno italiano non sia rivolto contro la Russia, ma soltanto a protezione dell’Ucraina, del diritto internazionale e dei valori di libertà e democrazia, in cui l’Italia si riconosce. E alla domanda della moderatrice sulla disponibilità italiana a continuare a inviare armamenti all’Ucraina anche dopo il 2023, il Ministro degli Esteri afferma che l’Italia è pronta a fare quello che sarà necessario. Sull’integrazione dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica il rappresentante della Farnesina condivide l’approccio americano di lavorare step-by-step e individua il primo di questi passi, una volta terminati gli scontri, nella creazione di un Nato-Ukraine Council, piattaforma politica e militare per cooperare non soltanto riguardo alla questione ucraina, ma sul piano globale.

Su quello che invece riguarda l’engagement politico ed economico dell’Italia verso Kiev, Tajani incita all’azione. L’obiettivo è di ricostruire l’Ucraina e di integrarla nello spazio comune europeo. Ma questa ricostruzione deve iniziare già oggi, per mandare importanti segnali agli attori nazionali e internazionali. Il Ministro degli Esteri sottolinea come gli investimenti e la diplomazia portino risultati importanti citando alcuni casi che vedono direttamente coinvolta l’Italia, come i processi di riappacificazione nell’ex-Yugoslavia o l’organizzazione di eventi multilaterali per discutere di sviluppo economico e di infrastrutture con i paesi partner. Se si tralascia questa dimensione, ammonisce Tajani, c’è il rischio di perdere il sostegno degli apparati locali, regalando preziose opportunità a Mosca e ad altri stati non-europei.


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