Scacco a Putin. L’invettiva di Garri Kasparov al summit Nato


Cosa ci fa uno scacchista al Summit Nato? Non si tratta di un giocatore qualsiasi ma del celebre Grande maestro Garry Kasparov, intervenuto in occasione del Nato Public Forum di Vilnius nel panel “Non lasciare nessuno indietro: l’imperativo della sicurezz

Cosa ci fa uno scacchista al Summit Nato? Non si tratta di un giocatore qualsiasi ma del celebre Grande maestro Garry Kasparov, intervenuto in occasione del Nato Public Forum di Vilnius nel panel “Non lasciare nessuno indietro: l’imperativo della sicurezza umana”, moderato da Vivian Salama, giornalista per la sicurezza nazionale del Wall Street Journal. Considerato uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi e una vera e propria leggenda per la disciplina, Kasparov è stato campione del mondo di scacchi dal 1985 al 2000, per poi ritirarsi dalle scacchiere nel 2005 e iniziare il suo cammino come attivista contro Vladimir Putin. Questo nuovo percorso lo ha portato a divenire inoltre leader e fondatore del partito Fronte civile unito, un movimento politico e sociale ispirato a ideali socialdemocrazia e liberalismo sociale in forte contrasto con la politica del Cremlino.

Performance mafiosa

Dopo i fatidici e chiacchierati eventi del 24 giugno, un alone di mistero continua a permanere sulla sorte del leader del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, nell’era “post-golpe”. “Qualunque sia il nome da dare alla performance di Prigozhin, ammutinamento, ribellione […] da tempo sostengo che analizzando la Russia di Putin dobbiamo cercare il padrino: è uno stato mafioso. La sfida di Prigozhin va vista da questo punto di vista”, ha spiegato Kasparov. A detta dell’attivista esiste infatti una vera e propria mafia di San Pietroburgo, sempre più preoccupata di perdere i propri affari e opportunità di business, a causa delle ripercussioni economiche della guerra in Ucraina, più che del conflitto e delle sue ragioni in sé.

Sgretolamento della società civile russa

Nel frattempo, il largo consenso intorno alla figura di Putin va a indebolirsi e scalfirsi progressivamente con l’avanzare del conflitto, e secondo l’ex campione del mondo “sempre più persone all’interno della cerchia ristretta di Putin sono davvero preoccupate per le sue politiche fallimentari”. A detta sua oggi questo è esacerbato dal fatto che “in Russia non esista una società civile”, a causa dell’operato di un regime post-sovietico che ha trascorso gli ultimi decenni a prendere man mano sempre più controllo dello spazio pubblico limitando il dissenso.

Una sfida all’Alleanza

Fin dall’inizio dell’invasione del territorio ucraino, Mosca non ha lasciato spazio a molti dubbi nel dichiarare che “non è una guerra contro l’Ucraina, è una guerra contro la Nato”, come ha riportato Kasparov. Secondo lo scacchista, la liberazione della Russia, da quello che lui ha definito il “fascismo di Putin”, non potrà vedere la luce fino a che “la bandiera ucraina verrà issata a Sebastopoli” (in Crimea). Il punto è quindi agire anche sui cuori e le menti: “Bisogna uccidere l’idea dell’impero nella mente dei russi. Devono capire che la guerra è persa. Se la storia russa è una guida, i cambiamenti in Russia sono iniziati proprio con le guerre perse”.

La guerra di valori

Un po’ come fatto già all’inizio dell’invasione russa, a febbraio 2022 con le sue “8 mosse contro Putin”, il Grande maestro ha proposto la sua personale ricetta strategica per dare uno scacco matto al presidente russo, il che in questo caso coincide con la vittoria ucraina nella guerra in corso. I tre elementi che porteranno alla vittoria le forze di Kiev secondo lui saranno infatti: “liberazione, riparazione e giustizia”. Ed è proprio questo terzo elemento a essere portante nel dividere l’élite russa, “per inviare un messaggio molto chiaro: tutti i criminali di guerra saranno consegnati alla giustizia”. In tale quadro Kasparov ha dato inoltre una sua risposta al grande dibattito intorno alla questione se si tratti di una guerra della Russia o di Putin, affermando che: “Purtroppo ora è la guerra della Russia e ogni cittadino russo, me compreso, ha la responsabilità collettiva dei crimini commessi in Ucraina”. Il conflitto veste dunque i panni di guerra di valori che, come ha spiegato ancora Kasparov, “non può finire al tavolo dei negoziati”. E l’augurio è che la guerra finisca il prima possibile e che la Russia post conflitto rifletta seriamente sulla sua trasformazione “da impero a confederazione e repubblica”, ha concluso il Grande maestro.


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Non c’è Nato se Kyiv perde. Ma gli alleati si dividono sull’adesione


“Se l’Ucraina non vince come nazione democratica e indipendente non ci sarà motivo di discutere delle garanzie di sicurezza o dell’ingresso nella Nato”, ha detto Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, in apertura del summit di Vilnius, in Litua

“Se l’Ucraina non vince come nazione democratica e indipendente non ci sarà motivo di discutere delle garanzie di sicurezza o dell’ingresso nella Nato”, ha detto Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, in apertura del summit di Vilnius, in Lituania. “Il presidente Volodymyr Zelensky sarà con noi questa sera a cena e domani per inaugurare il Consiglio Nato-Ucraina: sono certo che gli alleati lanceranno un messaggio forte per sottolineare la necessità che l’Ucraina si avvicini alla Nato”, ha continuato.

Ma le bozze del comunicato finale non prevedono un percorso definito per l’ingresso dell’Ucraina. Nel comunicato finale del summit di Vilnius, infatti, dovrebbe figurare soltanto un passaggio in cui i leader della Nato dichiarano di essere pronti a “estendere all’Ucraina l’invito a entrare nell’Alleanza quando gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte”. Lo si apprende da fonti qualificate. I negoziati però sono ancora in corso e il linguaggio finale “non è ancora del tutto stabile”.

L’assenza di un calendario è “inaudito e assurdo”, ha tuonato Zelensky. Sul suo canale Telegram, il presidente ucraino ha sostenuto che l’incertezza sul futuro di Kyiv nella Nato incoraggia la Russia a continuare la guerra: “L’incertezza è debolezza”, ha scritto. “Rispettiamo i nostri alleati”, ha continuato. “Apprezziamo la sicurezza condivisa. E apprezziamo sempre una conversazione aperta. Ma anche l’Ucraina merita rispetto”.

Sarà il G7 a emettere una dichiarazione sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ha annunciato il cancelliere tedesco Olaf Scholz arrivando al summit. La dichiarazione potrebbe anche arrivare domani, dicono fonti diplomatiche, ma tutto dipenderà dagli ultimi contatti fra le capitali. Il formato potrebbe anche essere quello del cosiddetto “G7 plus”, quindi anche con la Corea del Sud.

Berlino ha anche annunciato che invierà a Kyiv armi supplementari per un valore di 700 milioni di euro. Secondo contributore in termini di aiuti militari all’Ucraina dopo gli Stati Uniti, la Germania aveva già annunciato il 13 maggio consegne di armi per 2,7 miliardi di euro. Anche Parigi ha promesso nuove armi. La Francia, infatti, invierà all’Ucraina missili a lungo raggio Scalp, ha annunciato il presidente Emmanuel Macron al vertice Nato. Gli Scalp aiuteranno le forze di Kyiv a colpire obiettivi in profondità dietro le linee russe e sono già forniti da Londra con il nome di Storm Shadow.

Le forniture di missili a lungo raggio all’Ucraina da parte della Francia sono un errore che avrà conseguenze per l’Ucraina, ha detto Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, nel suo quotidiano colloquio con i giornalisti. La Russia dovrà stabilire la portata esatta dei missili, ha aggiunto. Analogamente, ha prospettato “evidenti implicazioni negative” per la sicurezza della Russia connesse all’adesione della Svezia alla Nato e che “risponderà” con misure analoghe a quelle adottate dopo l’ingresso della Finlandia nell’Alleanza atlantica. “I leader europei non sembrano capire che spostare le infrastrutture della Nato verso i confini della Russia è un errore”, ha rincarato Peskov, ribadendo che la situazione attuale nasce dalla “avanzata” Nato verso l’Europa centrale e orientale. Sul vertice di Vilnius ha affermato che è pervaso di “spirito anti-russo”.


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Il Nato Public Forum al Summit di Vilnius. I video dell’evento


Pomeriggio 11 luglio Mattina 11 luglio L’11 e 12 luglio 2023, i capi di Stato e di governo della Nato si sono riuniti a Vilnius, in Lituania, in occasione del vertice dell’Alleanza Atlantica che dovrà affrontare le sfide dell’attuale contesto di sicurezza

Pomeriggio 11 luglio

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Mattina 11 luglio

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L’11 e 12 luglio 2023, i capi di Stato e di governo della Nato si sono riuniti a Vilnius, in Lituania, in occasione del vertice dell’Alleanza Atlantica che dovrà affrontare le sfide dell’attuale contesto di sicurezza internazionale.

Per l’occasione, l’Alleanza, insieme al Centro Studi sull’Europa Orientale, al German Marshall Fund degli Stati Uniti, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco e al Consiglio Atlantico organizza il Nato Public Forum, un evento pubblico che mira a promuovere una migliore comprensione delle politiche e degli obiettivi della Nato e delle decisioni che saranno adottate al vertice di Vilnius, di cui Formiche è Partner istituzionale per l’Italia.

Il Forum presenta una serie di tavole rotonde, dibattiti e sessioni interattive su vari argomenti dell’agenda della Nato attraverso il dialogo e l’impegno di un gruppo unico e diversificato di parti interessate, dai capi di Stato e di governo e dai ministri, agli esperti di sicurezza internazionale, agli opinionisti, agli accademici, ai giornalisti e ai giovani.


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Cosa porta Seul verso Bruxelles (sede di Nato e Ue). Conversazione con Frassineti


Il presidente sudcoreano, Yoon Suk-yeol, sarà uno dei protagonisti asiatici al Summit Nato di Vilnius che parte oggi, 11 luglio. Invitato di primo piano e host dell’incontro dell’AP4, ossia della riunione separata che l’alleanza dedicherà ai quattro partn

Il presidente sudcoreano, Yoon Suk-yeol, sarà uno dei protagonisti asiatici al Summit Nato di Vilnius che parte oggi, 11 luglio. Invitato di primo piano e host dell’incontro dell’AP4, ossia della riunione separata che l’alleanza dedicherà ai quattro partner dell’Asia Pacifico – Corea del Sud, Giappone, Australia, Nuova Zelanda.

Sin dalla sua elezione nel maggio 2022, Yoon ha spinto per rafforzare la cooperazione in ambito di sicurezza con l’Europa e gli altri alleati degli Stati Uniti (in primis con il Giappone, con cui le relazioni stanno rifiorendo dopo anni di attriti), per scoraggiare le minacce nucleari e missilistiche della Corea del Nord, per approfondire la cooperazione internazionale in materia di sicurezza anche a seguito delle tensioni con la Cina. L’obiettivo è aumentare il proprio contributo alle sfide globali (non ultimo sfruttando un ruolo attivo nell’invasione della Russia in Ucraina).

L’anno scorso a Madrid era stata la prima volta in cui i quattro leader dell’Asia-Pacifico partecipavano a un vertice della Nato. In quell’occasione, l’allora neo-eletto presidente Yoon aveva affermato che i nuovi conflitti e la competizione globale rappresentano una minaccia per i valori universali. Quest’anno, la sua presenza “rafforzerà la cooperazione con l’alleanza e invierà un monito unito che la comunità internazionale non tollererà le attività illegali della Corea del Nord”, ha dichiarato un funzionario sudcoreano che ha informato i giornalisti sull’agenda del presidente.

Storico alleato degli Stati Uniti e oggi ottavo esportatore di armi su scala globale, la Corea del Sud durante il vertice potrebbe subire nuove pressioni per fornire armi all’Ucraina (Seul si è limitata ad autorizzare l’invio del c.d. ‘materiale non letale’ che include attrezzature per lo sminamento e ambulanze). Finora l’amministrazione di Yoon ha resistito, diffidando dell’influenza russa sulla Corea del Nord. Alcuni rumors diffusi dai media sudcoreani hanno fatto intendere che Yoon potrebbe visitare l’Ucraina come parte del suo viaggio, replicando un passaggio simile del giapponese Fumio Kishida. Ci sono state parziali smentite, quello che è certo è che il sudcoreano passerà anche dalla Polonia. Seul e Varsavia hanno notevolmente rafforzato i propri rapporti economici e strategici, anche per quanto riguarda il commercio di armi e l’energia nucleare.

La Polonia è diventata una destinazione chiave per le esportazioni dell’industria della difesa sudcoreana, soprattutto all’indomani dell’aggressione russa all’Ucraina che ha imposto un’accelerazione ai piani di Varsavia per rinnovare le proprie forze armate. L’anno scorso le aziende sudcoreane hanno firmato contratti per un valore stimato tra 15 e 20 miliardi di dollari – la vendita più cospicua mai realizzata dall’industria della difesa sudcoreana – per fornire all’esercito polacco carri armati, munizioni e obici semoventi. Choi Sang-mok, segretario presidenziale per la politica economica, ha dichiarato che la visita in Polonia di Yoon aiuterà anche a rafforzare le catene di approvvigionamento, a garantire nuovi mercati di esportazione e a espandere la cooperazione nella ricostruzione dell’Ucraina.

Cooperazione su vasta scala

Il momento centrale della presenza di Yoon al summit di Vilnius sarà la firma di un accordo per istituzionalizzare la cooperazione tra la Corea del Sud e la Nato, ricorda Francesca Frassineti, ricercatrice dell’Università di Bologna e di Ispi, esperta di penisola coreana e regione indo-pacifica. L’intesa riguarderà 11 settori tra cui la non proliferazione, la cyber sicurezza e le tecnologie emergenti. “Vale la pena ricordare – continua Frassineti che parla con Formiche.net da Seul, dove ha recentemente presentato un paper accademico proprio sulle relazioni tra Nato e Seul – che in termini di cooperazione nel dominio cibernetico la Corea del Sud nel 2022 è stata inserita nel Nato Cooperative Cyber Defense Center of Excellence con sede a Tallin, un passaggio che ha anticipato l’inaugurazione, lo scorso novembre, della rappresentanza diplomatica della Repubblica di Corea presso la Nato a Bruxelles”.

“L’aspetto interessante che riguarda la posizione sudcoreana è la continuità tra l’attuale amministrazione conservatrice e quella precedente guidata invece dai democratico-progressisti. Seul sta rafforzando la narrazione e il messaggio circa la volontà di potenziare i legami con la Nato e l’Unione europea; con quest’ultima la Corea del Sud celebra propro quest’anno il 60º anniversario delle relazioni diplomatiche”, spiega Frassineti. Moon Jae-in, il leader del Partito Democratico che ha preceduto alla presidenza Yoon, era stato il primo a mandare un inviato speciale presso l’Ue, scelta presa anche dall’attuale presidente Yoon. “Questa maggiore attenzione nei confronti dell’Europa è indice di una rinnovata consapevolezza da parte sudcoreana che l’Ue può essere molto più che un partner economico-commerciale. I recenti accordi in materia di fornitura di risorse per la difesa con diversi Paesi dell’Europa orientale, alcuni di questi anche membri della Nato, aggiungono un elemento nuovo e approfondiscono il partenariato anche in materia di difesa e sicurezza”, aggiunge l’esperta. All’inizio dell’anno, incontrando il riconfermato segretario generale Jens Stoltenberg, Yoon ha ribadito l’impegno sudcoreano a essere molto più di un “partner across the globe”. “Possiamo aspettarci — continua Frassineti — che Yoon a Vilnius cercherà di mettere a frutto gli sforzi compiuti negli ultimi dodici mesi per accrescere il profilo internazionale della Corea del Sud, muovendosi diversamente rispetto allo scorso anno quando aveva presenziato fresco di elezione e con pochissima esperienza politica. Probabilmente riceverà un tipo di accoglienza più attenta da parte degli altri leader. Certo, resta aperta la questione del sostegno militare all’Ucraina in quanto la posizione del governo di Seul ha scontentato molti”.

Qual è il feedback a livello di opinione pubblica di questo orientamento strategico sudcoreano? “In generale – risponde Frassineti – un maggiore attivismo a livello internazionale è visto positivamente. Nel caso del partenariato strategico con l’Ue e, più recentemente, di legami più stretti con la Nato, si osserva un sostegno bipartisan da parte dei due principali schieramenti politici. A livello di opinione pubblica la percezione dell’Europa è molto positiva, soprattutto tra i giovani, anche grazie alle attività di public diplomacy condotte dalla rappresentanza dell’Ue in Corea del Sud e all’operato dei centri di eccellenza Jean Monnet all’interno delle principali università del Paese”.

Se per l’amministrazione Moon l’area di interesse principale per la politica estera sudcoreano era in realtà il Sudest asiatico e non in prima battuta l’Europa, con Yoon si nota un una riconsiderazione in tal senso soprattutto dovuta alla necessità di mantenere saldi i rapporti con gli Stati Uniti e all’impatto della guerra in Ucraina. Per Frassineti, i tentativi sudcoreani di approfondire i legami con i partner europei stanno avendo buoni risultati probabilmente anche per il fatto che negli ultimi anni la Corea del Sud così come alcuni Paesi europei sono stati il bersaglio della coercizione proveniente dalla Cina e dalla Russia. “Si osserva una crescente convergenza nella percezione della minaccia tra europei e partner asiatici. Quando a Seul si valutava la posizione da prendere sulla crisi ucraina, e soprattutto la vendita di armi alla Polonia, la Russia aveva minacciato esplicitamente la Corea del Sud. Yoon in quell’occasione aveva dimostrato di saper reggere la sfida. Con molta probabilità la risposta del suo governo sarebbe molto diversa nel caso in cui le stesse pressioni arrivassero dalla Cina”.

L’attuale amministrazione conservatrice ha dimostrato l’intenzione di portare avanti una politica estera allineata a quella statunitense e di esporsi, almeno a parole, contro i tentativi di ribaltare l’ordine liberale internazionale fondato su regole condivise, ma con Pechino permangono criticità e forme di interdipendenza complesse da gestire. Anche a questo per Seul serve l’allineamento con la Nato.


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La Nato si occupi di più della lotta alle interferenze russe e cinesi, dice Cesa


Inizia oggi il summit Nato a Vilnius, in Lituania, alla viglia del quale la Turchia ha dato il suo via libera all’adesione della Svezia. Ne parliamo con Lorenzo Cesa, segretario dell’Unione di Centro ed eletto alla Camera nella lista Noi moderati, nuovo p

Inizia oggi il summit Nato a Vilnius, in Lituania, alla viglia del quale la Turchia ha dato il suo via libera all’adesione della Svezia. Ne parliamo con Lorenzo Cesa, segretario dell’Unione di Centro ed eletto alla Camera nella lista Noi moderati, nuovo presidente della delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato.

Come valuta il rinnovo del mandato di segretario generale della Nato per Jens Stoltenberg?

Non possiamo che vedere positivamente la riconferma di Jens Stoltenberg. Riteniamo, infatti, che soprattutto in un momento delicato come quello attuale, a livello internazionale, nell’area euro-atlantica, ci sia bisogno di stabilità e di continuità per gli assetti organizzativi della Nato.

Come si presenta l’Italia al summit di Vilnius?

L’Italia – che è uno dei Paesi fondatori dell’Alleanza Atlantica, nonché il secondo Paese per numero di truppe impegnate in missioni Nato e il quinto contributore in termini finanziari – ha sempre avuto un ruolo cruciale nella Nato e al summit a Vilnius intende svolgere un ruolo da protagonista, anche e soprattutto relativamente all’attuale politica estera che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il governo italiano stanno promuovendo sull’area del Mediterraneo.

Il Consiglio Nato-Ucraina che verrà inaugurato rappresenta un primo passo verso l’adesione dell’Ucraina all’alleanza? È il “chiaro segnale” che ha auspicato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky?

Sicuramente sì. Ben venga il fatto che venga istituita la Commissione permanente Nato-Ucraina, un impegno importante teso a consolidare i rapporti tra i Paesi dell’Alleanza e Kyiv. È chiaramente un segnale positivo e di apertura che rappresenta un passo in avanti nel percorso verso l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza atlantica, anche se – come ha detto, con molto realismo, il presidente Volodymyr Zelensky –, sarà possibile farlo solo al termine del conflitto con la Russia. Nel frattempo, l’Italia continuerà a sostenere Kyiv nel conflitto contro la Federazione russa.

Quasi quattro anni fa il presidente francese Emmanuel Macron definiva la Nato in stato di “morte cerebrale”. Com’è cambiata da allora l’alleanza?

Dopo il crollo del muro di Berlino, si pensava, forse, che della Nato non ci fosse più bisogno. Oggi, invece, è cambiata completamente la percezione: con lo scoppio della guerra in Ucraina, si è tornati a capire la centralità e il rilievo dell’Alleanza che ha ripreso i valori originari adattandosi ai nuovi scenari geopolitici.

Quali sono gli impegni futuri per la Nato?

Ci focalizzeremo su come contribuire al rafforzamento della postura dell’Alleanza Atlantica, aumentando le potenzialità di difesa dei Paesi membri, con l’adeguamento delle spese militari e concordando nuovi impegni e investimenti che vadano oltre il livello minimo del 2% del Pil. Su questo tema, come delegazione italiana, abbiamo sollevato una questione importante: specificare quali siano le voci che rientrano nel 2% come, per esempio, gli investimenti nella cybersecurity, il contrasto al terrorismo, le crisi alimentari e così via. L’altro importante obiettivo che ci prefiggiamo è svolgere un ruolo più incisivo nell’ambito del Dialogo mediterraneo. In questo contesto, sarà cruciale l’attività del Gruppo speciale Mediterraneo Medio Oriente, nato proprio su iniziativa italiana, e sarà fondamentale spingere sui partenariati stimolando la cooperazione. Proprio per dare risalto a questi aspetti/temi, nella primavera del 2024, si svolgerà in Italia la conferenza sul Dialogo mediterraneo con la finalità di allargarci anche ad altri Paesi dell’Unione africana e del Medio Oriente.

Negli ultimi scorsi in Italia si è tornati a parlare di interferenze russe e di tentativi di destabilizzare la collocazione internazionale del nostro Paese, anche tramite denaro. L’Italia ha l’antidoto per resistere a quante attività?

È evidente che sono questioni che riguardano tutti i Paesi e non solo l’Italia. È altrettanto chiaro che come Nato dovremo sempre di più occuparci di questi argomenti, ovvero proteggere più efficacemente le vulnerabilità dell’Occidente dalle nuove minacce e sfide non solo provenienti dalla Russia ma anche dalla Cina.

Come può fare in questo senso l’Italia l’anno prossimo da presidente del G7?

Come ho sottolineato prima, è fondamentale che vi sia collaborazione tra i Paesi per affrontare questo importante tema. Servono risposte univoche per fare in modo che queste risposte siano efficaci su un argomento così delicato e complesso. L’Italia, che avrà il compito di presiedere il G7, come sempre, assumerà un ruolo di primo piano contribuendo, in maniera attiva, ad individuare iniziative condivise con gli altri Paesi.


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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Arroganza e sciatteria. Il governo dell’insaputismo

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Oggi individuo alcuni elementi comuni alle vicende Santanché, Delmastro, La Russa. Elementi che finiscono per divenire la cifra distintiva del governo, e non portano mai a un buon esito.

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Violante: L’Anm viola la costituzione


Presidente Luciano Violante, lei è stato prima nella magistratura e poi nella politica. Chi ha ragione nell’ennesimo scontro? «Quando gli stessi conflitti politici si ripetono, noiosamente per decenni, bisogna andare alla radice». Vale a dire? «Alla rinun

Presidente Luciano Violante, lei è stato prima nella magistratura e poi nella politica. Chi ha ragione nell’ennesimo scontro?
«Quando gli stessi conflitti politici si ripetono, noiosamente per decenni, bisogna andare alla radice».

Vale a dire?
«Alla rinuncia della politica all’esercizio della propria sovranità in favore della magistratura avvenuta a partire dagli anni “80».

Cosa intende?
«Per non assumersi responsabilità, la politica ha delegato ai giudici non i processi ai singoli imputati di terrorismo, di mafia o di corruzione. Ma la stessa lotta al terrorismo, alla mafia, alla corruzione. E perciò i magistrati sono diventati, di fatto, compartecipi della sovranità . Per questo l’associazione che li rappresenta si muove a volte come titolare di una sovranità. È una stortura democratica».

Allora ha torto la magistratura?
«Bisogna tornare alla Costituzione. La politica, tutta, deve riconquistare la propria sovranità».

Come?
«Oggi i problemi più urgenti sono posti a mio avviso da atteggiamenti dell’Anm non congrui con la rappresentanza di un potere che deve essere terzo. Deve sostenere le proprie ragioni con modalità conformi al ruolo costituzionale della magistratura».

Non pensa che difendendo il valore dell’autonomia e dell’indipendenza l’Anm stia tutelando, come sostiene, anche i diritti dei cittadini?
«Può darsi. Ma l’Anm rappresenta i magistrati non i cittadini. I titolari della rappresentanza generale stanno in Parlamento, non nei tribunali. I contenuti sono a volte condivisibili. Ma il tono, il costume, avrebbe detto Machiavelli, non è condivisibile».

Perché, che tono è?
«Quello di chi si attribuisce un ruolo di rappresentanza generale e si costituisce come controparte del governo o di alcuni suoi membri».

Rispetto agli argomenti ciò non è secondario?
«No. È decisivo. Perché disegna un ruolo. E in questo momento l’Anm rischia di far diventare l’intera magistratura controparte del governo. Ma non lo è, e non può esserlo, a pena di far perdere alla magistratura quella credibilità che è il fondamento della sua legittimazione».

Il sospetto della premier è che parte della magistratura, ispirata da «pezzi grossi del Pd», voglia fermare la riforma Nordio. Lei, che da anni è sospettato di essere il «Grande vecchio» di queste manovre, pensa sia vero?
«Allora forse ero il Grande Giovane (ride ndr). Questi sospetti sono la banalizzazione di temi complessi. Chi governa, qualunque colore abbia, ha un problema di legittimazione quotidiana. Perché, non ogni 5 anni, ma ormai ogni ora, le notizie, vere e false, si propagano velocemente e rendono sempre più inquieto il mare della politica».

E quindi?
«I governi subiscono una sindrome di accerchiamento. Era già successo a Renzi, a Conte, a Berlusconi. Prodi criticò, non senza ragione, alcuni interventi della giustizia amministrativa. Fa parte della dinamica politica. Ma la magistratura deve mantenere la propria autorevolezza, non deve cedere al complesso del ring. Rischia di logorare la propria credibilità, magari cedendo alle sirene di parti interessate, che domani sarebbero pronte a voltare le spalle. Quando è accaduto, si sono trovati all’hotel Champagne».

A pilotare nomine. In quel caso cos’era?
«Una delle cose peggiori: una contrattazione tra politici e magistrati, nell’interesse non della giustizia ma di alcuni singoli».

Il governo mette in fila i casi La Russa, Santanché e Delmastro e formula il sospetto che sia iniziata un’offensiva pre elettorale in vista delle Europee. È così?
«Non vedo questo rischio, anche perché si vota ogni anno. E, come è noto, chi è sotto procedimento in genere guadagna voti, non li perde»

Si riferisce a Berlusconi?
«Anche a Trump».

Il governo reagisce accelerando sulla separazione delle carriere. È la soluzione?
«Sono contrario. Con il sottosegretario Delmastro il pm ha chiesto una cosa e il giudice ne ha fatta un’altra. Più separati di così! In Francia e in Germania è considerato positivo per la professionalità di un magistrato il cambio di funzioni».

Allora come uscirne?
«Mi occupo di diritto da più di mezzo secolo e ho maturato una forte diffidenza nei confronti della invocazione di regole quando mancano i costumi, le educazioni. È una questione di etica pubblica. Ci servono migliori comportamenti da parte di tutti».

L’Anm rivendica il diritto di dare pareri tecnici sulla riforma Nordio. Sbaglia?
«No; ha le competenze per farlo. E alcune osservazioni, come quelle sulla impraticabilità pratica del collegio di tre giudici per le decisioni sulla libertà, sono esatte. Ma non come controparte».

Allora?
«Deve prendere posizione nello spirito della leale collaborazione tra istituzioni, più volte richiamata dalla Consulta. Anche quando l’altra parte non lo fa. Non deve cadere nella trappola del litigio».

Faceva parte dei saggi della Riforme Calderoli Si è dimesso anche lei. Perché?
«Come ho detto al Ministro Calderoli e al Professor Cassese non avevo il tempo necessario per seguire con attenzione una riforma così decisiva per i diritti dei cittadini. Ho avvertito anche alcuni colleghi».

Condivide obiezioni degli altri che si sono dimessi?
«Il punto di fondo è che sui diritti essenziali dei cittadini deve intervenire il Parlamento».

Corriere della Sera

L'articolo Violante: L’Anm viola la costituzione proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Quale Nato dopo il nuovo Concetto strategico? Le riflessioni di Natalizia e Temine


“Investire nella Nato è il miglior modo per garantire il legame duraturo tra gli alleati europei e nordamericani, contribuendo contestualmente alla pace e alla stabilità globali. Condivideremo equamente responsabilità e rischi per la nostra difesa e sicur

“Investire nella Nato è il miglior modo per garantire il legame duraturo tra gli alleati europei e nordamericani, contribuendo contestualmente alla pace e alla stabilità globali. Condivideremo equamente responsabilità e rischi per la nostra difesa e sicurezza. La Nato è indispensabile per la sicurezza euroatlantica”. Le conclusioni del Concetto strategico 2022 forniscono una risposta sintetica – e quanto mai efficace – a tre domande ricorrenti sia per quanti studiano le alleanze, che per i decisori politici del passato e del presente: perché allearsi? Quindi, con chi allearsi? E, infine, cosa fare con gli alleati?

L’assenza di una risposta soddisfacente o il sorgere di dubbi rispetto a tali quesiti non di rado ha determinato lo scioglimento di alleanze oppure impedito a rapporti di partnership – anche intensi – di trasformarsi in alleanze. A essi non si è potuta sottrarre la Nato quando si è trovata ad attraversare i numerosi passaggi cruciali che hanno segnato gli ultimi trent’anni, come la fine della Guerra fredda, le guerre nei Balcani, gli attacchi dell’11 settembre 2001 e il riemergere di potenze revisioniste.

Se la presenza di un nemico dai tratti titanici come l’Unione Sovietica nel 1949 aveva costituito un incentivo decisivo per il superamento dei motivi di tensione nelle relazioni transatlantiche, la sua scomparsa rese sotto certi versi più difficile la conferma degli impegni assunti in passato di fronte al radicale mutamento intervenuto sul piano politico e strategico tra il 1989 e il 1991. Come suggerito dalla letteratura scientifica sul tema, d’altronde, le alleanze tendono a sciogliersi quando la minaccia contro cui si formano cessa di gravare sui suoi membri.

Rispetto a questa “regolarità” della vita politica internazionale e nonostante le diverse prospettive che emersero in quegli anni sul tema, l’Alleanza Atlantica ha costituito una rilevante eccezione. Se il primo ministro britannico Margareth Thatcher aveva profilato la possibilità di preservare la Nato entro i confini del 1989 e mantenere surrettiziamente in vita il Patto di Varsavia come foglia di fico utile a evitare che Mosca si sentisse umiliata, il ministro degli Esteri della Repubblica Federale Tedesca Hans-Dietrich Genscher propose di unire Nato e Patto di Varsavia all’interno di un nuovo progetto di sicurezza collettiva. La proposta di una nuova architettura di sicurezza paneuropea trovava anche l’appoggio di Michail Gorbachev, che confidava in una sorta di scambio tra l’apporto di Mosca alla fine della Guerra fredda e l’ottenimento al suo interno di una sorta di condizione di primus inter pares insieme a Washington.

Numerosi ex-dissidenti dell’Europa centro-orientale e i movimenti pacifisti, dal canto loro, proponevano la demilitarizzazione del continente come unico viatico per la pace. Fu solo l’affacciarsi all’orizzonte di nuove fonti di preoccupazione – come l’imprevedibilità degli esiti del processo di riunificazione tedesca, il tentato golpe in Urss e l’inizio delle violenze in Jugoslavia – unita alla volontà dell’amministrazione Bush sr. di non dissipare il primato americano in Europa e alla sua indisponibilità a mantenervi l’impegno militare americano all’interno di un nuovo sistema di sicurezza che fu possibile trovare una modalità di adattamento condivisa a un contesto in evoluzione, così come espressa nel Concetto strategico Nato del 1991.

Il completamento del cammino verso la democrazia e il libero mercato di alcuni paesi ex-comunisti, il perdurare dei conflitti nei Balcani, le pulizie etniche che li contraddistinsero e le prime formulazioni del cosiddetto “interventismo umanitario”, tuttavia, rilanciarono ben presto il dibattito intra-alleato su membership, minacce e raggio d’azione. Se gli Stati Uniti accantonarono la linea attendista sull’allargamento dell’Alleanza così come tenuta fino a metà anni Novanta, le potenze europee mostrarono i loro limiti nel mantenere la sicurezza sul continente senza il sostegno americano e accettarono il ripensamento in senso preventivo e unilaterale delle modalità di intervento della Nato. Da questo ulteriore dibattito scaturì il Concetto Strategico del 1999, che enunciava espressamente la politica dell’Open door, includeva le emergenze umanitarie tra le principali minacce alla sicurezza dei paesi membri, sanciva la necessità di agire d’anticipo contro i pericoli imminenti e, infine, estendeva il perimetro d’azione dell’Alleanza rispetto al dettato degli art. 5 e 6 del Trattato di Washington.

Membership, finalità e perimetro operativo, tuttavia, erano destinate di lì a poco a essere rimesse ancora in discussione dalla lunga scia di sangue che il fenomeno jihadista avrebbe lasciato dietro di sé a partire dall’11 settembre 2001. Se all’indomani degli attacchi di al-Qaeda la coesione tra gli alleati risultò massima, tanto da far scattare per la prima volta la clausola della mutua assistenza militare contenuta nell’art. 5 del Patto Atlantico, le tensioni sulla presenza e le responsabilità della Nato in Afghanistan, sull’ipotesi di sostenere il regime change in Iraq e sui nuovi allargamenti a est avrebbero rilanciato un vivace dibattito tra gli Stati Uniti e gli alleati meno allineati – Francia e Germania in testa.

La presenza di un nemico nuovo sotto molteplici punti di vista, capace di colpire successivamente anche in Europa, indusse comunque le parti a trovare un terreno di incontro nella disponibilità a stabilire forme nuove di collaborazione esterna all’Alleanza per il contrasto al terrorismo, contribuire alla stabilizzazione di paesi in via di fallimento, dotare la Nato di una capacità di risposta rapida in grado di essere dislocata ovunque necessario e, quindi, di estendere ulteriormente il concetto di missione out of area. Una nuova fase dei rapporti transatlantici ha così preso forma, risultando immortalata nei tre core tasks della difesa collettiva, gestione delle crisi e sicurezza cooperativa così come definiti nel Concetto strategico 2010.

Nell’ultimo decennio la perdita di potere relativa degli Stati Uniti e dei loro alleati, la Brexit, il dibattito sull’autonomia strategica, così come la sfida contro l’ordine liberale delle potenze revisioniste, le minacce costanti che provengono dal Fianco sud e quelle emergenti dalle dimensioni cyber e spaziale, hanno contribuito al materializzarsi dell’ennesimo stress test per la Nato e – più in generale – per le relazioni transatlantiche.

Lo shock provocato dall’aggressione russa all’Ucraina, tuttavia, ha parzialmente smorzato le crescenti frizioni che stavano prendendo forma tra gli alleati in vista della stesura di un nuovo Concetto Strategico. Gli ha permesso, infatti, di fugare ogni dubbio sorto in merito alla necessità del perdurare della Nato, così come espresso sia da parte europea – soprattutto francese – che americana – in maniera particolarmente corrosiva negli anni dell’amministrazione Trump. Li ha indotti, inoltre, ad aumentare – o a promettere di aumentare – le proprie spese militari coerentemente con il Defence investment pledge.

Tre posizioni distinte – e non così facilmente conciliabili – sul futuro della Nato restano comunque sullo sfondo. Quella dei paesi dell’est, convinti che l’Alleanza debba continuare a occuparsi della stessa minaccia di sempre – la Russia – con gli stessi strumenti di sempre – deterrenza e difesa. Quella dei paesi dell’Europa meridionale – Italia in testa – che le chiedono di interessarsi paritariamente alle minacce provenienti dal Fianco est e dal Fianco sud, sviluppando ancor di più gli strumenti legati alla gestione delle crisi. Quelli anglosassoni, invece, che ambiscono a trasformarla in un’alleanza sempre più globale, sia allargandone ulteriormente il raggio d’azione, che rilanciando gli impegni in temi di sicurezza cooperativa.

Gli eventi seguiti al 24 febbraio 2022 hanno inevitabilmente rafforzato la prima delle tre posizioni, che ha contribuito più delle altre a modellare il nuovo Concetto strategico. Tale evoluzione, tuttavia, sembra assomigliare più alla classica polvere messa sotto il tappeto che a una vera e propria nuova soluzione, come dimostrano anche i contenuti dell’ultima National security strategy o della Global Britain che non sono del tutto sovrapponibili a quelli del Concetto strategico 2022 o all’ambiguità delle posizioni di alcuni paesi dell’Europa occidentale – quella francese su tutte – nei confronti di Mosca e Pechino. Nel medio termine, quindi, è verosimile che le diverse prospettive degli alleati tornino a fare capolino e la trasformazione in politiche della sintesi trovata al summit di Madrid rappresenti la grande sfida – anzitutto di carattere interno – cui l’Alleanza Atlantica dovrà far fronte da qui al 2030.

I temi del presente estratto sono più diffusamente trattati nel volume “La Nato verso il 2030. Continuità e discontinuità nelle relazioni transatlantiche dopo il nuovo Concetto strategico” (il Mulino, 2023), pubblicato nell’ambito del progetto Comdol+ del Centro studi Geopolitica.info con Cemas Sapienza, Dispi università di Genova, Unint, Unitelma Sapienza e sostenuto dall’Uap del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale.


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Dal Mediterraneo al 2% per la Difesa. Ecco i dossier italiani a Vilnius


Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro della Difesa, Guido Crosetto, sono arrivati nelle repubbliche baltiche, in vista del vertice dell’Alleanza Atlantica che si svolgerà a Vilnius martedì 11 e mercoledì 12 luglio. Prima di raggiunger

Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro della Difesa, Guido Crosetto, sono arrivati nelle repubbliche baltiche, in vista del vertice dell’Alleanza Atlantica che si svolgerà a Vilnius martedì 11 e mercoledì 12 luglio. Prima di raggiungere la capitale lituana, Meloni e Crosetto hanno fatto tappa a Riga, in Lettonia, dove hanno incontrato il Contingente italiano Baltic task group impegnato nell’operazione Baltic guardian, una delle iniziative messe in campo in ambito Nato per rafforzare la difesa e la deterrenza del fianco orientale atlantico a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. L’occasione ha permesso al ministro Crosetto anche di incontrare la collega lettone, Ināra Mūrniece. La presenza dei militari italiani nel baltico è la plastica dimostrazione della complessità e dello sforzo che ogni singolo Paese Nato sta attraversando di fronte alle sfide che attendono lo spazio transatlantico nel prossimo futuro e che saranno al centro del summit alleato. L’Italia, tra l’altro, si presenta con una serie di dossier cruciali, dalla spesa militare al 2%, alle iniziative per la prodizione di munizionamento e per l’innovazione per la Difesa, fino alla sfida del Mediterraneo allargato, area di principale interesse nazionale, le cui fragilità dovranno essere affrontate da tutti i Paesi alleati.

La questione del 2%

Tra i temi che saranno affrontati in Lituania, uno che è stato al centro anche del dibattito nazionale è il raggiungimento del 2% del Pil da dedicare alla Difesa. Un impegno assunto al vertice Nato del Galles nel 2014 e confermato da tutti i governi. Sul tema, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha posto un focus in particolare, e il ministro Crosetto ha ribadito più volte, anche in sede Atlantica, che non si tratta di un impegno facile per l’economia del Paese. L’inquilino di palazzo Baracchini ha anche presentato a Bruxelles la proposta di scorporare le spese della Difesa dai vincoli di bilancio, definito l’unico modo investire senza dover togliere risorse a interventi sociali. L’impegno del 2%, tra l’altro, è ormai considerato dall’Alleanza Atlantica un punto di partenza, con numerosi Paesi che già spingono per superarlo, e Crosetto ha più volte lanciato l’allarme per l’Italia di rischiare di diventare l’unico Paese alleato a non raggiungerlo o a non essere chiaro nei tempi con cui lo verrà raggiunto, mentre “gli altri Paesi già parlano del 3%”.

I requisiti Nato

Il nostro Paese sta gradualmente innalzando la propria spesa con l’obiettivo di raggiungere la soglia del 2% (circa 40 miliardi di euro, ne mancano ancora circa dieci), entro il 2028, prevedendo naturalmente anche la partecipazione a missioni, operazioni e altre attività. La spesa prevista si baserebbe principalmente sui fondi del ministero della Difesa, ma vedrebbe la partecipazione anche del ministero delle Imprese e Made in Italy e quello dell’Economia. All’interno dell’Alleanza, l’Italia rimane tra i venti Paesi, su trenta, a non aver ancora raggiunto il livello previsto in Galles. Ad oggi solo Grecia (3,9%), Stati Uniti (3,5%), Croazia (2,7%), Lettonia (2,3%), Regno Unito ed Estonia (2,2%), Polonia (2,1%), Portogallo, Turchia (2,1%) e Lituania (2,0%) spendono quanto previsto, e dall’est dell’Europa aumentano le voci che chiedono un aumento della soglia minima.

Munizioni e tecnologia

Le spese da destinare alla Difesa si collegano a un altro aspetto fondamentale, emerso in particolare a seguito dell’impegno assunto dall’Italia di inviare aiuti, anche militari, a Kiev: la produzione di munizionamento. Il consumo di munizioni sui campi ucraini ha dimostrato come l’industria occidentale non sia in grado di mantenere la produzione necessaria per affrontare un conflitto su grande scala. A Vilnius la Nato dovrà riflettere su quali decisioni dovranno essere poste in essere per assicurare il potenziamento della produttività con una pianificazione di medio-lungo periodo. A questo si unisce anche la necessità di spingere sull’innovazione tecnologica delle soluzioni e delle piattaforme per la Difesa. L’Italia in questo campo ha un ruolo di primo piano, dato che ospita a Torino una delle articolazioni della rete del Defence innovation accelerator for the North Atlantic (Diana), la rete federata di centri di sperimentazione e acceleratori d’innovazione con il compito di supportare le start up innovative facilitando la cooperazione tra settore privato e realtà militari lanciato dall’Alleanza Atlantica con l’agenda Nato 2030.

Impegno sul fianco sud

Altro tema che vedrà impegnato il nostro Paese sarà portare all’attenzione degli alleati il concetto che la sicurezza del Mediterraneo è parte essenziale del sistema di difesa transatlantico. Al di là della corrente crisi lungo il fianco orientale della Nato, dove l’Italia partecipa in prima linea con mezzi e militari al rafforzato dispositivo alleato di deterrenza, e in prospettiva artico, il Mare nostrum è oggi – e nel vicino futuro – un’area la cui instabilità coinvolge da vicino non solo i Paesi del meridione europeo, ma l’intero Vecchio continente. Energia, informazioni, materie prime e semilavorati passano sulle sue acque, le cui rotte devono essere mantenute aperte e sicure. A questo si aggiungono le crisi che attraversano il continente africano, economica, climatica e sociale, le cui ripercussioni saranno di portata epocale se non affrontate anche in seno alla Nato.

Una condizione aggravata ulteriormente dalla guerra russa in Ucraina, come dimostrato dalla crescente presenza di navi e sommergibili della Federazione russa nel bacino, a cui di recente si è aggiunto un gruppo navale cinese composto da tre navi moderne. È chiaro che l’Italia giocherà un ruolo di primo piano, ma la portata globale delle sfide non può prescindere un’azione congiunta anche da parte degli alleati transatlantici. Un concetto che di recente il ministro Crosetto ha affrontato anche con l’omologo statunitense Lloyd Austin, che ha sua volta ha riconosciuto il ruolo dell’Italia quale “alleato fondamentale sul fianco sud della Nato”, apprezzandone il “robusto contributo per la sicurezza nel mondo dai Balcani, il Medio Oriente l’Africa” e in prospettiva verso l’Indo-Pacifico.


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Lukashenko non sopravvive senza Putin. Parla la leader dell’opposizione bielorussa Tikhanovskaya


Svetlana Tikhanovskaya è stata in visita a Roma nei giorni scorsi. La leader dell’opposizione democratica bielorussa, che vive in esilio da tre anni, ha incontrato Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e mi

Svetlana Tikhanovskaya è stata in visita a Roma nei giorni scorsi. La leader dell’opposizione democratica bielorussa, che vive in esilio da tre anni, ha incontrato Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, e alcuni parlamentari italiani. Meloni le ha confermato la piena solidarietà del governo italiano alle forze dell’opposizione democratica bielorussa. “L’Italia è da sempre forte sostenitrice del nostro movimento democratico e sono stata qui per discutere di come sviluppare la nostra cooperazione”, spiega Tikhanovskaya a Formiche.net.

Tanti i temi al centro della visita: la situazione dei diritti umani in Bielorussia, le nuove minacce alla sicurezza regionale derivanti dal dispiegamento di armi nucleari e dalla presenza di mercenari Wagner e l’impegno dell’opposizione per portare il dittatore Alexander Lukashenko davanti alla Corte penale internazionale sul rapimento di bambini ucraini.

È soddisfatta dei suoi incontri a Roma?

Mi sento tra amici in Italia e sono rimasta colpita dal sostegno e dalla solidarietà nei confronti della Bielorussia. Ho partecipato al lancio del gruppo di amicizia con la Bielorussia al Parlamento italiano, è un segnale fortissimo per tutto il nostro popolo. In tutti i miei incontri ho ricevuto forti espressioni di sostegno. Inoltre, sono felice che qui ci sia una diaspora bielorussa molto attiva, che aiuta attivamente il movimento democratico bielorusso e l’Ucraina.

Cosa può fare l’Italia per la Bielorussia?

Chiedo ai nostri amici italiani di sostenerci nell’isolare il regime di Minsk con sanzioni più efficaci e mirate contro il regime e la Russia, tra cui sanzioni economiche e individuali, e sanzioni alla Russia per aver minato la nostra sovranità. Chiediamo inoltre di sostenere chi si batte a difesa dei diritti umani, i media e le famiglie dei perseguitati. Chiediamo sostegno per sollevare la questione della Bielorussia al prossimo vertice della Nato a Vilnius e per assicurarci che la voce dei bielorussi sia ascoltata in tutte le organizzazioni internazionali. Spero inoltre che si possa instaurare una collaborazione tra il settore privato italiano e quello bielorusso e che l’Italia possa ospitare personalità della cultura bielorussa e offrire stage e borse di studio a giovani bielorussi. È un investimento nel nostro futuro.

Cosa è cambiato nelle relazioni con i Paesi occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina?

L’invasione russa dell’Ucraina ha aumentato la consapevolezza dell’importanza strategica della Bielorussia e del suo ruolo nella sicurezza regionale. Questo ha portato a un aumento del dialogo e delle consultazioni tra le nostre forze democratiche e i governi occidentali. Ha sottolineato la realtà delle minacce poste dai regimi autocratici, rafforzando la necessità della democrazia, del rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto. Tuttavia, pur apprezzando il sostegno internazionale, continuiamo a chiedere azioni più decisive, come già detto. È fondamentale che l’Occidente continui a sostenere il popolo bielorusso nella sua lotta per la democrazia, i diritti umani e la libertà.

Lukashenko è stato, almeno ufficialmente, il mediatore tra il presidente russo Vladimir Putin e Yevgeny Prigozhin dopo l’ammutinamento del gruppo Wagner. Qual è la situazione per il dittatore bielorusso?

Lukashenko non può sopravvivere un giorno senza Putin. Ecco perché è intervenuto come mediatore mentre Prigozhin marciava verso Mosca. Ed è per questo che sta soddisfacendo tutte le richieste del Cremlino. Questi due dittatori sono legati e cadranno insieme. Lukashenko non ha alcuna base o sostegno all’interno della Bielorussia: dipende completamente da Putin.

Quale ruolo ha avuto secondo lei nell’accordo tra Putin e Prigozhin?

Il ruolo di Lukashenko in tutto questo è stato molto esagerato. Non era altro che un messaggero di Putin per Prigozhin. Naturalmente Putin indebolito significa anche Lukashenko indebolito, quindi è nel suo interesse evitare il crollo del regime di Mosca. Ma sarebbe un grosso errore vederlo come mediatore di pace. Non ci si può fidare di lui e non rappresenta nessuno se non sé stesso. Purtroppo, la presenza di truppe russe, di armi nucleari e ora di Prigozhin sul nostro territorio rappresenta una minaccia diretta alla nostra sovranità. È anche una minaccia per i nostri vicini. Non possiamo escludere che la Russia lanci un altro attacco all’Ucraina dalla Bielorussia o che Lukashenko e Putin tentino nuove provocazioni ai confini. Allo stesso tempo, indebolendo Lukashenko, indeboliamo anche la Russia: la Bielorussia libera sarà la più grande sanzione contro la Russia e il miglior sostegno per l’Ucraina.


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Niente ufficio Nato a Tokyo (per ora). L’agenda di Kishida al summit


La Nato è pronta a rinviare la decisione di istituire un ufficio di collegamento a Tokyo all’autunno o più tardi. Lo ha rivelato Nikkei alla vigilia dell’inizio del summit di Vilnius, in Lituania. Il giornale giapponese ha ricordato l’opposizione alla pro

La Nato è pronta a rinviare la decisione di istituire un ufficio di collegamento a Tokyo all’autunno o più tardi. Lo ha rivelato Nikkei alla vigilia dell’inizio del summit di Vilnius, in Lituania. Il giornale giapponese ha ricordato l’opposizione alla proposta del segretario generale Jens Stoltenberg della Francia, preoccupata per le relazioni con la Cina, e ha evidenziato come i 31 membri cercheranno di superare le divergenze e finalizzare la decisione entro la fine dell’anno. È un punto “meno prioritario” nell’agenda del summit, hanno spiegato fonti diplomatiche che lavorano sul documento finale al giornale.

Durante un briefing con i giornalisti a cui Formiche.net ha partecipato, un funzionario del ministero degli Esteri giapponese non ha voluto commentare le “questioni interne” alla Nato aggiungendo che Tokyo “osserva ciò che accade” nell’Alleanza in merito all’ufficio di collegamento.

Due i temi di fondo della missione del primo ministro giapponese Fumio Kishida in Lituania e in Belgio: confermare l’impegno del Giappone assieme alla Nato e all’Unione europea per rafforzare la cooperazione nell’Indo-Pacifico; migliorare il coordinamento con i Paesi like-minded a difesa dell’ordine internazionale libero e aperto, come recita anche il comunicato finale del G7 di Hiroshima, in Giappone.

A Vilnius, Kishida parteciperà a una sessione con i 31 membri della Nato e i partner dell’Asia-Pacifico (il cosiddetto AP4: Giappone, Australia, Repubblica di Corea e Nuova Zelanda). La sua presenza segue quella storica dell’anno scorso, la prima per un primo ministro giapponese al vertice alleato. Come 12 mesi fa, in cima all’agenda del summit c’è il contesto di sicurezza internazionale sconvolto dall’invasione russa dell’Ucraina: un fattore che ha accelerato l’impegno giapponese in Europa e quelli europeo e statunitense nell’Indo-Pacifico. È l’interconnessione tra i quadranti euro-atlantico e indo-pacifico che Kishida richiama spesso e che riguarda anche, inevitabilmente, la competizione con la Cina. Il primo ministro poi avrà anche alcuni incontri bilaterali a Vilnius. Un funzionario del ministero degli Esteri giapponese non ha potuto offrire ulteriori dettagli sugli incontri rispondendo a una domanda di Formiche.net sulla possibilità di un incontro con Giorgia Meloni, presidente del Consiglio.

A Bruxelles, Kishida prenderà parte al vertice Ue-Giappone con Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Si parlerà di cooperazione in materia di sicurezza e di economia, comprese le misure per il digitale e il cambiamento climatico. In particolare, Kishida chiederà ai leader europei di abolire le restrizioni sull’importazione sui prodotti alimentari giapponesi.

Venerdì il primo ministro farà rientro a Tokyo per ripartire domenica alla volta del Medio Oriente verso Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. È questo l’esatto ambito geostrategico in cui si snodano le interconnessioni che muovono le orientazioni di Kishida, seguendo per altro (pur con caratteristiche proprio) la visione del suo predecessore Shinzo Abe. Un’eredità che ha un valore nelle scelte dell’attuale Giappone (anche perché si muove di pari passo con quella di altre potenze asiatiche come la Cina o l’India, e Tokyo non intende restare indietro).

Dall’adozione, a dicembre dello scorso anno, di tre nuovi documenti sulla sicurezza, tra cui una nuova Strategia di sicurezza nazionale che delinea piani audaci per una “capacità di contrasto”, all’approvazione a marzo di un bilancio che mira a raddoppiare la spesa per la difesa entro il 2027, il Giappone nominalmente pacifista ha subito una trasformazione. Il carattere securitario di questo orientamento è dovuto sia alla riscoperta della necessità strategica di approfondire la sfera di influenza nell’Indo Pacifico, sia all’altrettanto necessaria volontà di gestire l’attivismo cinese.

E il passaggio della guerra russa in Ucraina è stato determinante. Tokyo ha compreso – nell’ambito di un processo strategico già avviato – che quell’evoluzione richiedesse una spinta tattica. Allineare la risposta a Mosca con quella occidentale – chiaramente guidata dalla Nato – diventava una forma di condivisione del proprio destino con partner come Stati Uniti e Unione Europea, anche pensando a una potenziale trasposizione di quello scenario in Asia, con la Cina protagonista (magari a Taiwan?).

È vero che la mossa di bloccare l’apertura del liaison office giapponese è stata spinta anche dalla volontà francese. L’Eliseo ha infatti ufficialmente commentato con la stampa: “Non siamo favorevoli per una questione di principio. Nato significa Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico”. E ancora: “Per quanto riguarda l’ufficio, le stesse autorità giapponesi ci hanno detto di non essere estremamente interessate”. Ma è altrettanto vero che al di là della posizione di Parigi, secondo qualche critico tenuta per non indispettire eccessivamente Pechino che aveva attaccato l’apertura dell’ufficio nipponico della Nato, è piuttosto evidente che la sovrapposizione è in corso.

La Nato sta da tempo aumentando la propria attenzione alla Cina, anche perché la Cina sta aumentando le sue relazioni con la Russia e in più di un’occasione alzato critiche contro l’alleanza. Nell’ambito di questo shift strategico, è quasi impossibile pensare che Tokyo non acquisisca peso maggiore nelle dinamiche della Nato, così come la Nato potrebbe aumentare le proprie attività nell’Indo Pacifico.


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Tutte le pretese di Erdogan al vertice di Vilnius


Una vigilia delicata e al contempo altamente complessa quella che il vertice di Vilnius affronta con la novità rappresentata dalla proposta turca relativa all’ingresso di Ankara nell’Ue, propedeutico alla ratifica della Svezia nella Nato. Una mossa, quell

Una vigilia delicata e al contempo altamente complessa quella che il vertice di Vilnius affronta con la novità rappresentata dalla proposta turca relativa all’ingresso di Ankara nell’Ue, propedeutico alla ratifica della Svezia nella Nato. Una mossa, quella di Recep Tayyip Erdogan, che se da un lato apre l’ennesimo fronte politico in seno allo status ibrido della Turchia (membro dell’alleanza, ma al contempo alleato strutturato di Russia, Cina e Iran), dall’altro certifica le nuove ambizioni del presidente da poco vincitore nelle urne.

Ue e Nato

“Apriamo prima la strada alla Turchia nella Ue e poi spianeremo la strada alla Svezia, proprio come abbiamo fatto con la Finlandia”, parole che Erdogan rilascia prima di imbarcarsi sul volo diretto a Vilnius dove domani si aprirà il vertice della Nato. Ufficialmente il suo obiettivo è subordinare la ratifica turca circa l’ingresso della Svezia nell’Alleanza all’apertura all’adesione della Turchia alla Ue. Secondo il presidente turco “i progressi del processo per l’ingresso della Svezia nella Nato dipendono dall’applicazione dei principi compresi con il memorandum trilaterale”.

Secca la replica di Bruxelles, secondo cui “l’allargamento non è legato alla Nato e non è una sorpresa dire che i due processi sono separati”, quasi a voler disinnescare una mina che Erdogan ha deciso di sistemare sotto il tavolo del meeting di Vilnius, aggiungendo un fronte alla già critica situazione che tocca la guerra in Ucraina e le relazioni con la Russia. La portavoce della Commissione Ue, Dana Spinant, ha precisato che si tratta di un processo che guarda al merito e che i due processi non possono che essere separati.

Della questione hanno parlato il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e il Segretario di Stato americano Anthony Blinken con il tentativo di sbloccare l’impasse mentre Erdogan ha aggiunto che la porta della Nato per l’Ucraina è aperta: “Una fine giusta e duratura della guerra, giungere alla pace, faciliterà molto la procedura di ingresso dell’Ucraina nella Nato”.

Turchia e Usa

Appare di tutta evidenza come la mossa turca si inserisca all’interno di un quadro altamente complesso, con il giocatore Erdogan impegnato su più tavoli. “Mi aspetto di risolvere con Biden problemi su acquisto degli F-16 – ha spiegato ancora – rattristati che questione sia collegata ad adesione Svezia in Nato”. Parole che, nel solco delle posizioni già espresse nell’ultimo triennio, toccano le relazioni turco-americane alla voce difesa, con la richiesta dei caccia dopo che la Grecia ha acquistato 18 Rafale e ha prenotato due F-35. Nel vertice pre-Vilnius, Erdogan ha avuto modo si reiterare la sua richiesta a Biden ma ha poi scelto il piglio del sarcasmo per mettere a fuoco la questione: “Il rispettato Biden ha detto di aver mobilitato tutti i suoi sforzi su questo tema. Vuole lo stesso da noi. Il problema con l’F-16 riguarda una questione di rafforzamento generale della Nato contro i nemici. E c’è un prezzo, noi abbiamo pagato 1,45 miliardi di dollari. Non abbiamo visto alcuna reazione. Discuteremo la questione a Vilnius. Spero che in questo incontro risolveremo la questione. Siamo rattristati dal fatto che la questione sia collegata all’adesione della Svezia alla Nato. Si tratta di questioni diverse”.

Scenari

Ma non è tutto, perché la pirotecnica presenza di Erdogan in Lettonia comprende anche le relazioni turco-russe con, all’orizzonte, la prossima visita di Vladimir Putin ad Ankara, che segue idealmente quella di Volodymyr Zelensky di due giorni fa. Secondo il Cremlino ancora non ci sarebbe una data ufficiale, ma è chiaro l’indirizzo che Erdogan vorrebbe imprimere a questo prisma di temi, tutti interconnessi: farsi concavo e convesso con Kiev e Mosca, avanzare ulteriori richieste all’Ue, premere con la Nato per le imminenti esigenze dell’alleanza e costruirsi così una nuova narrazione che accompagni geopoliticamente il suo mandato da presidente.


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Moro Crater Massacre: Una Carneficina di Civili Filippini


La tragica storia del Moro Crater Massacre del 1906 nelle Filippine. Uno sguardo sul contesto storico, i dettagli dell’evento e le sue durature conseguenze nelle relazioni tra gli Stati Uniti e le Filippine. Contesto StoricoContinue reading

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Bombe a grappolo, tra necessità e doppiopesismi. Scrive il gen. Tricarico


Confidai proprio a Formiche nell’ottobre 2015 l’incredulità nel constatare come i russi facessero ricorso, senza battere ciglio, alle cluster bomb in Siria, all’avvio delle operazioni militari a sostegno del regime di Assad. Le immagini televisive che mi

Confidai proprio a Formiche nell’ottobre 2015 l’incredulità nel constatare come i russi facessero ricorso, senza battere ciglio, alle cluster bomb in Siria, all’avvio delle operazioni militari a sostegno del regime di Assad.

Le immagini televisive che mi capitò di vedere sul Tg5, inequivoche nel mostrare l’impatto di bombe a grappolo, e che a un riscontro si confermarono autentiche perché messe in circolazione proprio dai media russi, non suscitarono però allarme e disapprovazione. L’onda di sdegno di oggi di tutti i Paesi che hanno bandito l’uso delle cluster bomb, nel caso siriano (e in tutte le altre circostanze meno note) non diede alcun cenno di vita, sostanziando un doppiopesismo che pare ormai la regola imperante in ogni valutazione.

Eppure nel caso di Zelensky vi sono numerose ragioni, non solo tecniche, che dovrebbero far chiudere un occhio a chi grida, più o meno forte, allo scandalo e si adopera affinché gli ucraini non abbiano un sistema d’arma quanto mai necessario in questo momento.

Innanzitutto sul terreno si sono verosimilmente create le condizioni perché non si metta a rischio la vita di non combattenti, di civili innocenti.
Infatti i territori contesi paiono in larga parte popolati da soli soldati, separati da una linea di confronto lungo la quale, per profondità contenute, i reparti russi tentano di resistere alla pressione Ucraina. Con i loro armamenti più o meno pesanti, acquartieramenti, comandi, depositi di munizioni, carburante, mezzi di traporto e altro. Il tutto contenuto in ben identificabili e perimetrabili aree geografiche.

Pare insomma lo scenario ideale per l’impiego delle bombe a grappolo, l’esatto scenario per cui queste furono pensate; come scenario ideale era ad esempio quello delle chilometriche carovane di mezzi militari russi in marcia verso Kiev, quando si pensava che questa potesse cadere in pochi giorni.

Poi, per far dormire sonni tranquilli – se questo è il problema – a chi oggi cerca di intralciare la fornitura agli ucraini di bombe a grappolo, sarebbe sufficiente pretendere la garanzia – facilmente verificabile – di una pianificazione oculata delle missioni di volo o di artiglieria, in modo che le aree ad alta densità di reparti russi sia delimitata geograficamente con adeguato margine di sicurezza. Con una Intelligence da fonte satellitare o anche da piccoli droni, indispensabile a disegnare con esattezza l’area da saturare, e i più appropriati parametri dei sistemi d’arma, primo tra tutti lo spolettamento della quota di apertura dei contenitori delle bombette.

Si eviterebbe così con sufficiente accuratezza che le cluster bomb provochino significativi e indesiderati danni collaterali.

C’è però il concreto problema delle bombe inesplose, un problema per il quale sono circolate informazioni artefatte, soprattutto nelle cifre, nelle dimensioni del pericolo derivante dall’incappare in una bomba ancora attiva. Si è parlato addirittura del 40% sul totale dell’armamento lanciato, una cifra che francamente non trova riscontro nelle percentuali medie osservate sul campo.

Gli Stati Uniti pare si siano impegnati nel fornire Cluster il cui tasso di mancata attivazione sia contenuto al 3% o qualcosa di simile e credo che attorno a tale cifra si aggiri di norma il tasso di inefficienza degli armamenti in circolazione.

In ogni caso andrebbe attivata, a ostilità concluse, una opera di bonifica, che sarebbe però certamente meno ardua di quella comunque da attuare e volta a disattivare le ben più insidiose mine antiuomo delle quali i russi hanno disseminato i territori occupati.

Il problema pertanto non esiste, considerato che siamo in guerra; o comunque non è nei termini in cui è stato rappresentato dai media.

Esso inoltre andrebbe inquadrato in un’ottica complessiva in cui un Paese, aggredito, ridotto in una sua cospicua parte a un cumulo di macerie da un avversario che non ha risparmiato barbarie e crudeltà, che ha usato ogni arma propria ed impropria in maniera indiscriminata, ecco si vorrebbe che questo paese, già costretto da una serie di bizzarre limitazioni come quella di non poter usare la forza fuori dai propri confini, non potesse venire dotato di un tipo di armamento tutto sommato meno letale di ogni altro osservato in questa guerra e che più di ogni altro ora gli sarebbe necessario per liberare i propri territori da un invasore, tra l’altro aduso ad impiegare senza restrizioni, anche e soprattutto morali, proprio quel tipo di armi.


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Responsabili


Tutto questo è di indicibile noia e inutilità. Gli uni continueranno ad accusare il magistrato che inquisisce un politico amico d’essere politicizzato, mentre il problema è l’incapacità della politica di stabilire regole che preservino l’indipendenza del

Tutto questo è di indicibile noia e inutilità. Gli uni continueranno ad accusare il magistrato che inquisisce un politico amico d’essere politicizzato, mentre il problema è l’incapacità della politica di stabilire regole che preservino l’indipendenza del giudizio e il rispetto dei diritti individuali. Fra i quali non c’è soltanto la libertà, ma anche l’onorabilità. Mentre gli altri politici continueranno a chiamare “giustizia” l’ipotesi d’accusa, perché incapaci di elaborare accuse men che generiche e sloganistiche in campo politico. Gli uni e gli altri rimproverandosi a vicenda d’essere forcaioli a fasi alterne. Se può servire: lo siete stati quasi tutti ed è uno spettacolo penoso.

Concentriamoci sulle vie d’uscita. Ne segnalo due, pertinenti a quanto succede in queste ore. Una normativa e l’altra culturale o, se si preferisce, di costume.

1. In nessuno Stato di diritto esiste la possibilità che si impedisca a un procuratore di svolgere un’indagine. O, per meglio dire, sistemi come quello francese o tedesco prevedono che si possa farlo – dato che il procuratore dipende dal governo – ma presuppongono che il governo si assuma la responsabilità di quella scelta. Difatti accade assai di rado e mai riguardo a politici. Il procuratore non è un “giudice”, ma un magistrato che non giudica nessuno, cura le indagini e sostiene l’accusa. Se qualcuno chiama “giudice” il procuratore pensate all’ortopedico che chiami “femore” l’osso del vostro braccio e scappate via lontano: quello vi ammazza. Non è un giudice, ma deve essere libero di indagare, naturalmente nel rispetto della legge.

Quel che serve non è esercitare un controllo politico sull’attività delle Procure, ma farlo sui risultati che ottengono. La produttività può ben essere misurata anche in questo campo e chi lo nega cerca soltanto di non essere misurato. Si cancelli l’obbligatorietà dell’azione penale e si introduca la responsabilità: sei libero di indagare e accusare, ma se cumuli casi di cittadini che hai accusato e che sono stati assolti togli il disturbo. Può darsi che tu sia sfortunato, più facilmente sei incapace e potresti essere prevenuto o politicizzato, in ogni caso vai allontanato.

2. Dalle stanze del governo sono uscite parole intrise di preoccupante nervosismo circa i casi Delmastro e Santanchè. Che sono pure due cose di non gran rilievo. Se la prendono con questo piglio, se immaginano di potere condurre una battaglia non per la riforma della giustizia (più che giusta) ma per difendersi dalle iniziative giudiziarie, hanno già perso in partenza. Come altri prima di loro. Usino la civiltà, con un pizzico di sana malizia.

In questi giorni un politico del Partito democratico, Mario Oliverio, ha ricevuto un avviso di garanzia. È stato sparato sui mezzi d’informazione con il solito clamore conformista, con il solito servile ossequio copista nei confronti dell’accusa. Non si ricorderà mai abbastanza che non ci sarebbe una politica così ridotta se non avessimo un giornalismo corrivo al peggio. Soltanto che quella stessa persona è già stata accusata di altri reati infamanti, s’è messa in scena la stessa danza tribale, salvo poi – in silenzio e dopo tempo – essere assolta. Dunque, fra i tanti che ne avete, trovate un parlamentare della destra che dica: non conosco la posizione personale di Oliverio, non tocca a me giudicare, ma per me resta, ai sensi della Costituzione, un innocente fino a prova del contrario. Punto. Non aggiunga altro, che gli viene male. Punto.

Soltanto questo autorizzerebbe a chiedere reciprocità, nel rispetto del diritto e dei diritti individuali. Mentre da decenni, con oramai bolsa barbarie, praticano la reciprocità nell’inciviltà. Avviso ai deliranti: è diventato noioso, si sa già che è inutile, ciascuno resterà prigioniero delle infamità che dice e l’inquisitore oggi accusato d’essere rosso domani lo sarà d’essere nero, in un massacro della giustizia di cui fa le spese non il politico inquisito (e dai suoi protetto), ma il cittadino di cui a nessuno importa un fico secco.

La Ragione

L'articolo Responsabili proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Bombe a grappolo all’Ucraina? Jean spiega la controversa decisione Usa


Gli Usa forniranno all’Ucraina proiettili a grappolo per obici da 155 mm e forse per lanciarazzi multipli HIMARS. Le bombe a grappolo (cluster bomb), sviluppate dalla Germania durante la Seconda Guerra Mondiale, sono armi areali, lanciabili da vettori ter

Gli Usa forniranno all’Ucraina proiettili a grappolo per obici da 155 mm e forse per lanciarazzi multipli HIMARS. Le bombe a grappolo (cluster bomb), sviluppate dalla Germania durante la Seconda Guerra Mondiale, sono armi areali, lanciabili da vettori terrestri o aerei. Gli Usa forniranno all’Ucraina quelle per artiglieri da 155 mm, considerate fondamentali per neutralizzare le fanterie russe trincerate nel Sud-Est dell’Ucraina, al fine di guadagnare il tempo necessario allo sminamento indispensabile per la creazione di brecce nel dispositivo russo, potentemente fortificato, senza far subire perdite eccessive alle truppe d’assalto ucraine. L’artiglieria costituisce il mezzo indispensabile per la controffensiva di Kiev, che si trova a corto di munizioni, dati i ritardi che subisce la mobilitazione industriale occidentale e l’esaurimento delle scorte Nato.

Le bombe a grappolo modello M 864 – che costituiscono almeno in un primo tempo la massa di quelle che saranno fornite dagli Usa – contengono, a seconda dell’anno di fabbricazione, da 72 a 86 sub-munizioni o bombette, che si disperdono in un’area delle dimensioni di un campo di calcio. Entrano nelle trincee, rendendole impercorribili. Un numero ridotto dei tipi più recenti è programmato per autodistruggersi entro 48 ore dall’arrivo sul terreno, in modo da non costituire per anni, come le mine antiuomo, un pericolo per la popolazione e obbligare a difficili e costose operazioni di bonifica. Particolarmente vulnerabili sono i bambini attirati dal fatto che le bombette sono simili a palline. Si è rinunciato a colorarle per facilitare la bonifica, dato che la cosa ne faciliterebbe la neutralizzazione da parte del nemico.

La percentuale dei mancati funzionamenti (dud rate) delle M 864 è discussa: varia dall’1,2 al 5% (mediamente 2,35% secondo il Pentagono). Raggiunge il 20% secondo le organizzazioni umanitarie, portate a sottolinearne la pericolosità nel post-conflitto.

Sono condannate dalla “Convenzione di Dublino” del 2008 le cluster bomb, 111 Stati l’hanno firmata, rinunciando al loro uso, stoccaggio, trasferimento e costruzione. Gli Usa, come la Russia, la Cina l’India, ecc. non vi hanno aderito. Allora il Pentagono affermò che non poteva rinunciarvi, data la loro efficacia e il fatto che Stati potenzialmente ostili agli Usa le mantenevano nei loro arsenali. Le organizzazioni umanitarie assimilano le bombe a grappolo alle mine antiuomo e le condanno con l’eccezione di quelle utilizzate per lanciare fili metallici per creare cortocircuiti alle reti elettriche, impiegate dalla Nato nel 1999 nella guerra del Kosovo. Gli Stati europei – incluso l’UK – hanno firmato la Convenzione e si sono dichiarati contrari alla decisione Usa di consegnare all’Ucraina di “bombe a grappolo”.

Di fatto, sia Kiev che Mosca hanno impiegato consistenti quantità di bombe a grappolo attingendo ai depositi ex-sovietici. La decisione di Biden è stata contestata anche da parte di taluni parlamentari democratici, preoccupati non solo della reazione avversa degli alleati (anche dell’Italia, con qualche “distinguo” da parte di Londra), ma anche dalla preoccupazione di perdere la “verginità morale” nel sostegno all’Ucraina. Interessante è perciò esaminare i motivi che hanno indotto Biden a prendere tale decisione, da tempo sollecitata da Zelensky.

Dell’efficacia militare contro le linee fortificate russe, si è già parlato, unitamente alla preoccupazione di Kiev di ridurre le perdite dei propri soldati e di accelerare la controffensiva, in modo anche da consolidare il sostegno occidentale all’Ucraina. Sono fatti più importanti delle critiche rivolte all’uso di armi tanto odiose per le opinioni pubbliche. Il loro trasferimento a Kiev mobiliterà non solo “gli utili idioti di Putin” ma anche le organizzazioni umanitarie. A poco vale la promessa di Zelensky di utilizzarle solo sul territorio ucraino, in aree non abitate. In caso di successo, le forze ucraine nella loro avanzata dovranno attraversare le aree contaminate da bombette inesplose, subendo perdite, come quelle Usa che in Iraq nel 2003 persero 21 soldati.

Oltre che per la loro efficacia contro i trinceramenti, il motivo essenziale che ha indotto Biden a decidere di fornire bombe a grappolo all’Ucraina consiste nella carenza delle scorte di munizionamento convenzionale, a cui fanno riscontro i grandi “stocks” di quelli di bombe a grappolo (si parla di 4,7 milioni di proietti, di cui mezzo milione di M 864) e nel fatto che la controffensiva ucraina, sta proseguendo con consistenti perdite e a velocità inferiore a quanto desiderabile per neutralizzare il punto più debole della resistenza ucraina: la saldezza della coalizione che appoggia Kiev. È probabile che l’argomento entrerà nel dibattito politico italiano, con le solite accuse di un’Europa asservita agli Usa.

In ogni caso, la sofferta decisione di Biden non verrà mutata. Verrà sicuramente discussa al Summit Atlantico. Ma si troverà qualche giustificazione per confermarla. L’unica possibilità di una sua modifica sta nel rafforzarsi dell’opposizione della sinistra dei democratici americani. Il costo di una rinuncia sarebbe comunque molto pesante per gli ucraini. Pagherebbero con un aumento di caduti per la mancanza di adeguati rifornimenti di munizioni e i “pudori” delle opinioni pubbliche occidentali.


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Gli Usa e il fianco Sud. Il vertice Nato visto dall’amb. Julianne Smith


A Vilnius la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina sarà al centro delle riflessioni dei Paesi alleati, ma si affronteranno anche le sfide del futuro con una visione a 360 gradi. Saranno annunciate diverse iniziative legate alla missione prin

A Vilnius la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina sarà al centro delle riflessioni dei Paesi alleati, ma si affronteranno anche le sfide del futuro con una visione a 360 gradi. Saranno annunciate diverse iniziative legate alla missione principale della Nato – la deterrenza e la difesa – e vedremo anche proposte legate alle nuove questioni della competizione globale, dalla sicurezza informatica e dal clima ai problemi economici e sanitari globali. Questa è la forza della Nato: continuare a evolversi, creare nuovi partenariati e rafforzare quelli esistenti, rimanendo impegnati fornire ai nostri amici ucraini tutto il sostegno di cui hanno bisogno.

I partenariati saranno preziosi, soprattutto perché la Nato è intenzionata ad allargare il suo sguardo a livello globale. Per la prima volta l’Alleanza transatlantica ha incluso la Cina come competitor nel suo Concetto strategico, lanciato al vertice di Madrid dello scorso anno. Per la prima volta gli alleati hanno convenuto che Pechino rappresenta una sfida sistemica. Riteniamo, infatti, che i cinesi stiano cercando di erodere l’attuale sistema internazionale basato sulle regole, creato più di settant’anni fa. Di conseguenza, l’Alleanza sta cercando di rafforzare le sue relazioni con alcuni Paesi dell’Indo-Pacifico. Al vertice di Vilnius parteciperanno i leader di quattro di questi partner: Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e Giappone. Insieme, potremo affrontare le sfide comuni. Inoltre, l’Alleanza sta cercando di creare una serie di strumenti per proteggere la Nato da alcune delle sfide che la Cina potrebbe porre nell’area euroatlantica. Su questo punto, alcuni ritengono che la Nato stia cercando di espandersi nella regione indo-pacifica. Non è così. La Nato è un’alleanza difensiva nella regione europea e nordatlantica, ma la sua missione è proteggere i Paesi membri dalle sfide che si profilano all’orizzonte anche da altri quadranti.

Quindi il nostro obiettivo non è l’eventuale adesione di questi Paesi partner alla Nato, ma piuttosto lavorare insieme su grandi questioni globali come la sicurezza informatica, la disinformazione e altre sfide comuni. Oltre all’Indo-Pacifico, inoltre, l’Alleanza ha obiettivi chiari anche per il fianco meridionale. La Nato ha attualmente più di quaranta Paesi partner in tutto il mondo, molti dei quali si trovano proprio nella regione meridionale della Nato, nel Mediterraneo, in Africa e in Medio Oriente. Gli alleati hanno numerosi programmi in queste regioni e molti di questi Stati hanno espresso interesse a rafforzare i loro partenariati con l’Alleanza in varie forme. Alcuni desiderano avere maggiori input dalla Nato nella riforma dei loro sistemi di sicurezza interna; altri vorrebbero la partecipazione degli Alleati per migliorare la loro sicurezza informatica; altri ancora chiedono aiuto per contrastare le campagne di disinformazione che Cina e Russia stanno portando avanti nelle loro regioni. Su tutti questi partenariati incombe tuttavia una minaccia comune: l’instabilità.

Diversi partner vorrebbero rafforzare il loro rapporto con la Nato proprio per garantire una maggiore stabilità ai loro vicini e alle loro regioni. Questo ruolo è fondamentale per l’Alleanza e al vertice si cercheranno nuove iniziative da mettere in atto ora e nei prossimi anni. Su questi temi gli Stati Uniti e l’Italia possono dare un grande contributo lavorando insieme. I nostri due Paesi condividono relazioni bilaterali molto forti, abbiamo una lunga storia di lavoro e collaborazione in sfide sia nella zona euroatlantica sia in altre regioni del mondo. L’Italia ospita 30mila soldati statunitensi con le loro famiglie e svolge un ruolo cruciale di leadership all’interno dell’Alleanza, continuando a sostenere l’Ucraina con assistenza economica, umanitaria e di sicurezza, oltre a essere leader in diverse operazioni e missioni della Nato. Per quanto riguarda il futuro, ci sarà sicuramente una maggiore cooperazione, anche nel G7, nelle relazioni tra Stati Uniti e Unione europea e nelle Nazioni Unite. Insieme, Washington e Roma continueranno a lavorare sulle sfide globali come il cambiamento climatico, la migrazione o le questioni sanitarie ed economiche.

Articolo apparso sul numero 144 della rivista Airpress


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Dialogo e partenariati, la ricetta dell’amb. Peronaci per il summit di Vilnius


Ci troviamo in un momento di preparazione del prossimo vertice Nato a Vilnius, un appuntamento importante, che servirà a riaffermare l’unità tra alleati e la determinazione a contrastare la guerra di aggressione all’Ucraina. In Lituania, l’Alleanza prende

Ci troviamo in un momento di preparazione del prossimo vertice Nato a Vilnius, un appuntamento importante, che servirà a riaffermare l’unità tra alleati e la determinazione a contrastare la guerra di aggressione all’Ucraina. In Lituania, l’Alleanza prenderà delle decisioni strategiche che porteranno non solo al rafforzamento degli assetti, ma a una riorganizzazione complessiva con uno sguardo di medio-lungo periodo. Come ribadito anche nel corso del recente tour europeo del presidente ucraino Zelensky, il messaggio che la Nato vuole mandare è chiaro: “Siamo più forti di quando la guerra è iniziata”.

Il secondo messaggio che i Paesi alleati intendono veicolare è quello di una Nato aperta e interessata a dialogare a 360 gradi attraverso l’attivazione di diversi partenariati politici, secondo una direttiva illustrata anche dal Concetto strategico di Madrid.

Non è un caso che al summit lituano saranno presenti anche i partner dell’Asia-Pacifico, i cosiddetti Paesi AP4 (Australia, Giappone, Repubblica di Corea e Nuova Zelanda), in una visione della sicurezza globale concretamente integrata. Non mancheranno, del resto, decisioni rispetto al rafforzamento delle partnership con i Paesi del fianco sud, dall’Africa del nord al Golfo. Un’azione che la Nato sta portando avanti da diversi anni attraverso programmi come i Dialoghi mediterranei e l’Iniziativa di cooperazione di Istanbul. Progetti importanti, che prevedono anche lo sviluppo di missioni operative. Ne è un esempio la missione Nato in Iraq, che si sta evolvendo da una presenza puramente difensiva a un’attività di partenariato per la riforma della sicurezza interna con una piena ownership degli iracheni.

La Nato, dunque, può offrire un contributo concreto a quella che nel Concetto strategico è stata definita la sicurezza cooperativa. Un contributo reso più importante, in questo momento, dalla necessità di rispondere a una guerra ma che ci deve veder lavorare anche, e forse soprattutto, prima e dopo i conflitti, attraverso quelle attività di prevenzione e stabilizzazione che rappresentano uno dei core task identificati dal documento redatto a Madrid nel 2022.

Il Concetto strategico, infatti, individua due minacce principali; la Russia e il terrorismo. La prima è concentrata sul fianco est, la seconda a sud. Ma il punto centrale è la consapevolezza di come tutte queste minacce siano integrate tra loro. Atlantico e Mediterraneo, del resto, sono collegati attraverso il Golfo all’oceano Indiano e al Pacifico. Uno degli obiettivi di Vilnius, allora, sarà approfondire tutti i partenariati politici. Dobbiamo essere consapevoli, infatti, che senza una presenza forte di Paesi che si basano sui valori democratici e sullo stato di diritto, in molte regioni del mondo altri attori, come Russia e Cina, stanno occupando spazi che un domani sarà molto difficile recuperare.

Di fronte a questo scenario, fondamentale sarà ribadire l’unità di intenti tra gli alleati, e in particolare la relazione che lega l’Italia e gli Stati Uniti. Gli Usa, infatti, sanno di trovare nel nostro Paese oltre che un alleato, un amico. Gli italiani hanno una tradizionale presenza degli Stati Uniti e una profonda gratitudine per il loro ruolo dopo la Seconda guerra mondiale nel percorso che ha portato alla Nato e a questo sistema internazionale che riteniamo sia da difendere. Una comprensione che va al di là dei semplici rapporti tra governi e che lega le due comunità di cittadini. L’Italia, inoltre, può dare agli Stati Uniti una presenza nelle organizzazioni internazionali, a partire dall’Unione europea, aperta alla continua cooperazione transatlantica.

Con l’ingresso della Finlandia, e presto della Svezia, ci sarà anche molta più Europa nella Nato, e sarà di conseguenza ancora più importante costruire un rapporto forte tra le due sponde dell’Atlantico. Il supporto degli alleati americani potrà anche aiutare i Paesi membri dell’Ue a costruire il progetto della Difesa comune. Nel Vecchio continente, infatti, spendiamo molto per la nostra sicurezza, ma se continueremo a spendere divisi, lo faremo male. La collaborazione transatlantica potrebbe invece aiutare a investire meglio le risorse europee. Una necessità che caratterizza anche l’Italia, che a Vilnius riconfermerà in pieno l’impegno al necessario incremento delle spese per la Difesa fino a raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil.

Abbiamo un percorso di avvicinamento a questo traguardo, rafforzato dalla consapevolezza che, come indicano i dati economici, l’Italia è il Paese che in Europa crescerà di più, a 1,2%. Ma oltre a quanto spendere, è importante come spendere. L’Italia fornisce all’alleanza anche capacità e contributi effettivi. Il nostro Paese partecipa ai battlegroup che vanno dalla Lettonia fino alla Bulgaria e fornisce assetti aerei pregiati per le attività di air policing dell’Alleanza lungo tutto il fianco settentrionale e orientale. A Vilnius, dunque, verranno gettate le basi per il futuro dell’Alleanza, un futuro che dipende dalla capacità della Nato di adattarsi alle nuove realtà. Il prossimo anno, a Washington, festeggeremo i 75 anni della fondazione del Patto atlantico, e come italiani, e soprattutto come alleati, avremo davvero qualcosa di cui essere orgogliosi.

Articolo apparso sul numero 144 della rivista Airpress


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Dall’Italia servono proposte concrete per il Sud della Nato. I consigli di Minuto-Rizzo


Quello di Vilnius è un vertice molto atteso, anche perché si trova proprio ai confini con la Russia mentre perdura la sua invasione dell’Ucraina. Si tratterà quindi di un evento dalla grande valenza simbolica. Sarà importante anche perché, almeno nelle pr

Quello di Vilnius è un vertice molto atteso, anche perché si trova proprio ai confini con la Russia mentre perdura la sua invasione dell’Ucraina. Si tratterà quindi di un evento dalla grande valenza simbolica. Sarà importante anche perché, almeno nelle previsioni, dovrebbe essere scelto il prossimo segretario generale della Nato, con il mandato di Jens Stoltenberg che scade a settembre. Un tema tutt’altro che scontato, anche perché al momento l’unico candidato in qualche modo ufficializzato è il ministro della Difesa britannico, mentre c’è meno chiarezza su eventuali altri nomi. Naturalmente tra i molti temi sul tavolo delle discussioni, al centro ci sarà l’andamento della guerra in Ucraina. Fare previsioni in questo senso è molto difficile, perché si corre sempre il rischio di essere smentiti da come evolve la situazione sul campo. Quello che tuttavia sembra emergere è che in occidente ci sia una certa aria di vittoria. L’impressione generale, insomma, è quella che la Russia si stia dimostrando più debole di quello che si pensava all’inizio, e che in qualche modo i russi siano arrivati al massimo della loro penetrazione all’interno dell’Ucraina invasa.

Questo fa emergere due elementi importanti. Primo, la riconferma degli aiuti per Kiev. Qui si inserisce un tema che riguarda gli Stati Uniti, dal momento che l’indebitamento complessivo americano impatterà sulle spese future degli Usa, e l’aiuto americano potrebbe quindi rallentare. L’aiuto americano potrebbe quindi rallentare, per evitare lo sfondamento del tetto del deficit. Sul tema sono in corso i negoziati a Washington per vedere come estendere tale termine, ma nel frattempo questo elemento caratterizzerà di certo il dibattito tra gli alleati. Il secondo elemento rilevante è il possibile allargamento della Nato anche alla Svezia. Il vertice avviene dopo la rielezione di Erdogan in Turchia, ed è una questione che non può ulteriormente essere rinviata. A luglio, allora, potremmo assistere all’adesione formale anche di Stoccolma. Questo porta a un cambiamento forte dell’Alleanza, con la dimensione nordica che diventa molto più preponderante rispetto a prima.

Altra questione, invece, è l’ipotesi di un ingresso ucraino nella Nato, che per ora resta molto improbabile, almeno nei termini di una membership ufficiale. Quello che più probabilmente avverrà, in linea con quanto già è in atto, è un avvicinamento ucraino al Patto atlantico per quanto riguarda l’operatività e altre forme di sostegno alla sicurezza. Accanto a questi temi centrali, l’agenda Nato dovrà affrontare anche la sfida sistemica posta dalla Cina: non è un caso che al summit siano stati invitati quattro Paesi amici della Nato dell’indo-pacifico, com’era già successo a Madrid. Tuttavia, per quanto l’Asia sia assolutamente un tema centrale, esistono anche sfide sistemiche che arrivano dal sud, dal Mediterraneo, dal Medio Oriente, dal Sahel e dalla regione dei grandi laghi africani. Sono contesti molto fragili, in cui si intrecciano temi come la migrazione, la sicurezza e il terrorismo, che è tutt’altro che scomparso. Tuttavia non possiamo aspettarci, come Paese, che siano i lituani (solo per fare un esempio) a portare al tavolo delle discussioni il fianco sud. C’è una sensibilità nordico-orientale che vede come minaccia esistenziale la Russia, nei cui confronti è necessario vincere (nonostante i termini di questa ricercata vittoria rimangano poco chiari) e che al vertice avrà sicuramente enfasi.

L’Italia, allora, dovrebbe farsi portatrice di un’attenzione più specifica nei confronti del Mare nostrum, se possibile alleandosi con gli altri Paesi mediterranei a partire dalla Spagna, il Portogallo, la Grecia e magari la Francia, anche perché non si può parlare genericamente di una “attenzione verso il Mediterraneo”. Certo molte iniziative sono già state prese: la Nato ha già avviato diversi partenariati in tutta la regione, dal Medio Oriente, al Golfo, fino al Maghreb, basati su azioni concrete per rafforzare i contatti, creare una cultura comune, fornire assistenza tecnica perché questi Paesi possano costruire istituzioni di sicurezza moderne. È quella che la Nato chiama “cooperative security”. E l’Alleanza Atlantica ha due iniziative che si citano ormai troppo poco, e che andrebbero recuperate: il Dialogo mediterraneo e l’Iniziativa di cooperazione di Istanbul. Due progetti multilaterali, cui partecipano in totale undici Paesi, che dovrebbero essere rivitalizzati. Sembra invece che la Nato si sia un po’ dimenticata di tali questioni, con la maggioranza degli alleati che guarda ad altro. Ne è un esempio il fatto che a Madrid siano state invitate solo Giordania e Mauritania. Sono allora i Paesi Nato del sud che hanno interesse a cercare di creare un consenso intorno a questi temi.

I partenariati, del resto, sono fondamentali per un’alleanza nata per difendere i Paesi dell’Europa occidentale (oggi allargata anche a quella centrorientale) e del Nord America dalla minaccia dell’allora Unione Sovietica. Oggi l’Alleanza Atlantica si è trasformata, dopo la fine della Guerra fredda e le crisi in Jugoslavia, in un’organizzazione di sicurezza, il cui compito è quello di proiettare stabilità anche a livello regionale e globale. Questo si traduce nella necessità di creare legami, condividere idee e coltivare una rete di Paesi che la pensa, più o meno, allo stesso modo. Nel nostro Paese non c’è storicamente una grande cultura tecnica sulla sicurezza. Ci sono certamente alcuni grandi obiettivi di carattere generale, ma non basta. Questo governo in realtà parte bene, a livello dei principi. Vediamo il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e quello della Difesa tutti orientati nello stesso senso su questi temi. Ora, però, bisogna formulare proposte specifiche, anche recuperando i partenariati già avviati. Troppo spesso l’opinione pubblica dimentica che l’Italia è un membro fondatore della Nato, che ha partecipato e partecipa da protagonista a tutte le operazioni dell’Alleanza, assumendone talvolta anche il comando. È stata per vent’anni in Afghanistan ed è il quinto contributore dell’Alleanza. Anche di recente il nostro Paese ha dislocato le sue Forze armate per la protezione aerea dei Paesi baltici, oltre a schierare truppe in battlegroup nell’Europa dell’est.

La situazione attuale è caratterizzata naturalmente dalla guerra in Ucraina, con tutte le incognite sul quando e come finirà, al netto di un indebolimento russo i cui effetti sono ancora da comprendere. Quindi, come si è detto, l’attenzione è fortemente spostata verso oriente e, in prospettiva, a settentrione. Di fronte a questa evoluzione c’è dunque bisogno di azioni e proposte. E l’Italia ha tutte le carte in regola per farsi sentire.

Articolo apparso sul numero 144 della rivista Airpress


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Basta un Patto nord-atlantico o la sfida si è allargata? Risponde Benedikt Franke


Il prossimo vertice Nato di Vilnius sarà un’importante occasione per fare il punto sulla guerra in corso in Europa e sulle sue conseguenze per la futura posizione dell’Alleanza. Oltre all’integrazione della Finlandia e, si spera, della Svezia, il futuro r

Il prossimo vertice Nato di Vilnius sarà un’importante occasione per fare il punto sulla guerra in corso in Europa e sulle sue conseguenze per la futura posizione dell’Alleanza. Oltre all’integrazione della Finlandia e, si spera, della Svezia, il futuro rapporto con l’Ucraina sarà in primo piano nelle discussioni. Sebbene un’adesione immediata alla Nato sia altamente improbabile, potremmo finalmente assistere a un piano d’azione per l’adesione di Kiev chiaramente definito, che delinei i passi da compiere e le condizioni da soddisfare. Sarebbe un grande miglioramento rispetto alla continua ripetizione del memorandum di Budapest ai vertici precedenti. Come minimo, dovremmo sperare in alcune concrete garanzie di sicurezza. Il vertice sarà anche un momento cruciale per pensare al di là dell’Ucraina e allinearsi ulteriormente sulle sfide più ampie che dobbiamo affrontare.

La brutale invasione della Russia è solo il segno più evidente del tentativo delle potenze revisioniste di erodere l’ordine internazionale basato sulle regole, ma non è certo l’unico. Che si tratti delle ambizioni sfrenate della Cina nel mar Cinese meridionale o della disintegrazione in corso del Sudan, del conflitto persistente in Medio Oriente o del crescente malcontento nel sud globale, le sfide agli interessi fondamentali dell’Alleanza sono numerose. La Nato dovrà farci i conti, e non solo con queste. Se a ciò si aggiungono pressanti meta-sfide come il cambiamento climatico, la competizione tecnologica o il non allineamento, si arriva al vertice più geopolitico di sempre.

Ciò pone la questione di quanto “nord-atlantica” possa e debba rimanere la Nato alla luce di sfide così globali. Possiamo davvero blindare la nostra stanza e permetterci di ignorare ciò che accade nel resto della casa? Oppure dobbiamo aprirci ad altre regioni e alleanze, coinvolgere altri alleati ed elaborare una strategia in cui la forza della Nato aiuti la più ampia comunità liberaldemocratica a prevalere contro coloro che cercano di eroderla, minarla e, infine, sconfiggerla? La Nato ha già dato la risposta e credo che sia quella giusta. Il raggiungimento e il contemporaneo rafforzamento del nucleo principale sono stati al centro della strategia della Nato per decenni, ma ciò che abbiamo visto in preparazione del vertice di Vilnius ha una marcia in più. Avendo accettato l’imperativo di alzare il tiro di fronte a quella che noi tedeschi chiamiamo affettuosamente zeitenwende (cioè un punto di inflessione nella geopolitica), gli alleati stanno spingendo molto in patria e, a quanto pare, ancora di più all’estero.

L’intensificarsi delle relazioni tra Nato e Giappone ne è un esempio. Il Giappone si è recentemente dotato di una nuova strategia di sicurezza nazionale che privilegia la cooperazione con Paesi e alleanze affini. La Nato è un alleato naturale per quel Paese. Non solo condivide gli stessi valori fondamentali, ma la sua esperienza nel dissuadere (con successo) un rivale espansionistico chiaramente definito per decenni contiene molti insegnamenti preziosi per lo Stato asiatico, sempre più preoccupato per le ambizioni incontrollate della Cina. Per sottolineare questa crescente amicizia, la Nato ha annunciato l’apertura di un ufficio a Tokyo e il primo ministro giapponese parteciperà al vertice di Vilnius. Alcuni sperano addirittura che questo sia il primo passo verso un’eventuale adesione del Giappone – e anche dell’Australia e della Nuova Zelanda – all’Alleanza.

Sebbene un’alleanza regionale basata sul modello della Nato (e in definitiva sugli stessi standard operativi e militari) sia probabilmente quanto di più lontano si possa (e si debba) sognare, il passaggio a una maggiore cooperazione è sotto gli occhi di tutti. Non è necessario guardare fino all’Indo-Pacifico per riconoscere la necessità e l’utilità che la Nato si spinga oltre l’Atlantico settentrionale. Che si tratti del Mediterraneo meridionale, del mar Nero o del golfo di Guinea, la difesa del territorio e dei valori Nato non inizia dai confini dell’Alleanza. Difesa e deterrenza globali non sono certo un approccio inedito per la Nato, ma le crescenti ambizioni illiberali e revisioniste obbligano l’Alleanza a riempirlo rapidamente di contenuti. È importante sottolineare che questo non deve essere visto (e definito) come “espansione”.

La Nato non si sta spostando verso est o verso sud, ma i Paesi dell’est e del sud si stanno spostando verso nord e verso ovest. Questi Stati si rendono sempre più conto degli enormi vantaggi che derivano da relazioni più strette con l’alleanza di maggior successo al mondo. In qualsiasi modo la si guardi, la Nato ha mantenuto tutti i suoi membri al sicuro in un lungo periodo di cambiamenti senza precedenti. È quindi il potere di attrazione (non di spinta) della Nato che gli illiberali di questo mondo dovrebbero temere di più. Dovremmo mantenerlo tale!

Articolo apparso sul numero 144 della rivista Airpress


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Verso il summit. Il ruolo italiano nella Nato spiegato da Cesa


In prospettiva del prossimo vertice Nato che si terrà a Vilnius a luglio, vorrei innanzitutto esprimere un auspicio: ovvero che si arrivi a un completamento degli iter previsti per gli ingressi dei nuovi Paesi nell’Alleanza Atlantica, tra cui la Svezia, s

In prospettiva del prossimo vertice Nato che si terrà a Vilnius a luglio, vorrei innanzitutto esprimere un auspicio: ovvero che si arrivi a un completamento degli iter previsti per gli ingressi dei nuovi Paesi nell’Alleanza Atlantica, tra cui la Svezia, secondo quanto previsto al precedente summit Madrid. Proprio di recente abbiamo infatti assistito all’ingresso della Finlandia che, tra l’altro, ha appena partecipato a pieno titolo per la prima volta ai lavori dell’Assemblea parlamentare della Nato, in Lussemburgo. Durante la quattro giorni della sessione primaverile della Nato ha partecipato anche l’Italia, che in quell’occasione ha preso parte a un incontro bilaterale con la delegazione dell’Ucraina, che ha ringraziato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il governo italiano per il sostegno profuso del nostro Paese durante gli ultimi oltre dodici mesi di guerra. Oltre a ribadire la volontà ucraina di aderire all’Alleanza Atlantica ma con molto realismo, il presidente Volodymyr Zelensky è infatti consapevole che sarà possibile farlo solo al termine del conflitto con la Russia.

Come Paesi membri della Nato, a Vilnius, ci focalizzeremo su come contribuire alla discussione sul rafforzamento della postura dell’Alleanza Atlantica lungo i sui confini, aumentando così le potenzialità di difesa come elemento di deterrenza nei confronti di Paesi come la Russia. Uno degli obiettivi principali del vertice di luglio, come previsto dal Documento sottoscritto in Lussemburgo, sarà l’adeguamento delle spese militari, concordando nuovi impegni e investimenti per la Difesa anche oltre il 2024, superando il livello minimo del 2% del Pil già richiesto dalla Nato. Su questo tema, come delegazione italiana, abbiamo tra l’altro sollevato un’importante questione: specificare quali siano le voci che rientrano nel 2%, come ad esempio gli investimenti in cyber-security, il contrasto al terrorismo, le crisi alimentari, e così via. Inoltre, siamo convinti che si debba lavorare per far passare un messaggio-chiave, e cioè che investire sugli armamenti significa investire sulla Difesa e sulla libertà dei nostri popoli e delle nostre democrazie, che rappresentano valori fondanti dell’Alleanza euroatlantica.

La delegazione parlamentare italiana in Lussemburgo, sia durante i lavori in Assemblea sia all’interno del Comitato permanente, ha sottolineato anche la necessità di porre maggiore attenzione nei confronti del Dialogo Mediterraneo. Si tratta di un’iniziativa avviata nel 1994, che attualmente coinvolge sette Paesi non-Nato: Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Mauritania, Marocco e Tunisia. Come delegazione italiana, dopo una serie di incontri con la presidente dell’Assemblea, Joëlle Garriaud-Maylam, e con il Comitato permanente, abbiamo ottenuto in tale quadro un importante risultato. Nella primavera del 2024, si svolgerà infatti in Italia una conferenza sul Dialogo Mediterraneo che pensiamo possa avere come sfondo le città di Roma, Napoli e Palermo, con l’obiettivo di allargare questo dialogo anche ad altri Paesi dell’Unione africana e del Medio Oriente.

L’Italia, lo ricordiamo, è infatti uno dei Paesi fondatori dell’Alleanza Atlantica, nonché il secondo Paese per numero di truppe impegnate in missioni Nato e il quinto contributore del Patto Atlantico. Il nostro Paese ha dunque sempre avuto un ruolo cruciale, anche in una prospettiva storica. Basti pensare al Gruppo speciale Mediterraneo e Medio Oriente, nato proprio su iniziativa italiana. Nell’attuale scenario geopolitico è importante quindi rilanciare questo gruppo e questo tema, anche alla luce dell’attuale politica estera italiana che la presidente Meloni e il governo stanno promuovendo, in cui il Mediterraneo allargato rappresenta una regione prioritaria. L’esperienza dell’Ucraina ci insegna infatti che non si può sottovalutare nulla. Penso al quadro di instabilità che interessa Paesi-chiave del Mare nostrum come, ad esempio, la Tunisia o, ancora, il Libano. Sono situazioni che come Italia devono interessarci da molto vicino.

La chiave potrà dunque davvero essere, come viene di recente ribadito in più occasioni, di spingere sui partenariati con i Paesi del Mediterraneo. Il Dialogo Mediterraneo della Nato si basa infatti su due pilastri: stimolare un dialogo politico e incentivare la cooperazione pratica. Sono sempre più centrali, dunque, il ruolo del Comitato politico e la forma stessa del partenariato, che è responsabile di tutte le partnership. Questo tema è fondamentale: noi italiani torneremo ad essere protagonisti nell’area mediterranea e siamo pronti per farlo.

Articolo apparso sul numero 144 della rivista Airpress


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La “rivoluzione” garantista di Giorgia Meloni


Dopo Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, è il turno di Giorgia Meloni. Con una differenza, però. Mentre i primi due presidenti del Consiglio furono personalmente toccati dalle indagini giudiziarie, di cui denunciarono di conseguenza la regia “politica”, Gio

Dopo Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, è il turno di Giorgia Meloni. Con una differenza, però. Mentre i primi due presidenti del Consiglio furono personalmente toccati dalle indagini giudiziarie, di cui denunciarono di conseguenza la regia “politica”, Giorgia Meloni non è direttamente parte in causa. Lo è, però, il suo inner circle.

Si cominciò con i fedelissimi lombardi Carlo Fidanza e Nicola Procaccini per arrivare oggi a Delmastro, alla Santanchè e, da ultimo, al figlio di quell’Ignazio La Russa che della Santanchè è il principale sponsor in Fratelli d’Italia. Casi diversissimi tra loro. Casi che Giorgia Meloni ha voluto drammatizzare facendo filtrare un’interpretazione tutta politica, accusando la magistratura di svolgere “un ruolo attivo di opposizione” così “inaugurando anzitempo la campagna elettorale per le Europee”.

Insomma, a differenza dei suoi predecessori, è stata la presidente del Consiglio a fare di sè il contraltare dell’eterno conflitto tra politica e magistratura. Un atteggiamento che polverizza la storia giustizialista di Fratelli d’Italia e che interrompe bruscamente la catena di richieste di dimissioni di cui in passato la stessa Meloni, dalla Guidi alla Boschi, si fece portavoce.

Se fosse una vera “rivoluzione culturale” Giorgia Meloni dovrebbe difendere le donne e gli uomini del proprio governo anche in caso di rinvio a giudizio. Ma, almeno per il ministro Santanchè, è opinione diffusa che ciò non accadrà. Vedremo l’atteggiamento che la premier assumerà nei confronti del sottosegretario Delmastro, oggetto di una evidente forzatura giudiziaria del Gip, che l’ha inquisito coattivamente per rivelazione di segreto d’ufficio contro il parere della Procura che per quel reato aveva chiesto l’archiviazione.

La drammatizzazione meloniana si regge su un teorema nient’affatto forzato: la magistratura aggredisce FdI per bloccare la riforma della Giustizia annunciata, e solo in parte avviata, dal ministro Nordio. A sostenere la tesi non sono solo i giornali riconducibili al governo. Lo ha fatto anche Marcello Sorgi sulla Stampa. “L’annuncio della riforma – ha scritto oggi Sorgi – è considerato un tradimento ed ha messo in allarme le correnti togate” che prima hanno cercato di depotenziare le misure care a Nordio facendo pressioni sul sottosegretario a palazzo Chigi Alfredo Mantovano, un ex magistrato, “e poi, a mali estremi, l’estremo rimedio delle inchieste”.

Si misureranno nei prossimi giorni la reale portata delle inchieste giudiziarie e la tempra del garantismo di Giorgia Meloni. Certo è che, con l’Italia calata, sia pure da non belligerante, in un contesto bellico, col Pnrr da gestire, la crisi migratoria da fronteggiare e le riforme da avviare, appare sconfortante doversi occupare anziché di alta politica di bassa cucina giudiziaria. È la maledizione italiana. Una condizione che dai primi anni Novanta vede la poltica subornata da una magistratura incline ad incarnare una certa idea di etica pubblica piuttosto che ad applicare le leggi nel rispetto dei principi fondamentali dello Stato di diritto.

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Grecale


Con coraggio leonino, anziché affrontare la questione del Meccanismo europeo di stabilità hanno preferito rimandare tutto. Una furbata ottusa, che prolunga lo strazio. Almeno si utilizzi il tempo per fiutare l’aria che tira: in particolare il Grecale, ven

Con coraggio leonino, anziché affrontare la questione del Meccanismo europeo di stabilità hanno preferito rimandare tutto. Una furbata ottusa, che prolunga lo strazio. Almeno si utilizzi il tempo per fiutare l’aria che tira: in particolare il Grecale, vento che soffia dalla Grecia.

La leggenda vuole che la Grecia sia stata sderenata dall’austerità, imposta dall’Unione europea, per salvare le banche tedesche. I greci sono stati affamati, lasciati senza soldi, costretti a vendere tutto, senza sanità. Una leggenda che va fortissimo presso tutti quelli che non sono greci e la cui fondatezza è ben rappresentata dalla bizzarra tesi secondo cui il Mes non va ratificato perché s’è ben visto gli effetti che ha avuto in Grecia. Peccato il Mes manco esistesse, all’epoca. E comunque è già stato ratificato. La Grecia ha anche ratificato la riforma (manca soltanto l’Italia), lo ha pure usato e con soddisfazione. La leggenda, insomma, si diffonde presso i boccaloni. Veniamo alla realtà.

La Grecia paga un tasso d’interesse, sul suo enorme debito (168% del Pil), inferiore a quello che paga l’Italia (con un debito intorno al 142% del Pil); lo vede scendere più rapidamente (nel 2027 sarà inferiore al nostro); ha un avanzo primario superiore al nostro. La sua economia cresce più velocemente della nostra (le previsioni dicono: +2,3% nel 2023; +3% nel 2024; + 1,3% nel 2025 e + 1,1% nel 2026). Eppure nel 2009 la Grecia era in ginocchio. Allora fu Giorgos Papandreou a comunicare ufficialmente quanto l’Istituto greco di statistica aveva appurato: i bilanci trasmessi dai precedenti governi erano falsi. Fu una tempesta violentissima e la Grecia fu salvata dall’intervento degli altri Paesi europei. Che pasticciarono all’inizio (proprio perché non esisteva il Mes) ma intervennero.

L’attuale capo del governo Kyriakos Mitsotakis – trionfalmente rieletto e che dispone della maggioranza assoluta, leader di Nuova Democrazia (partito conservatore che aderisce al Partito popolare europeo) – fu allora favorevole alle misure europee. Era già membro del governo di Antonis Samaras, dopo la drammatica crisi, e si distinse per la riforma della pubblica amministrazione, la riduzione della spesa pubblica e il licenziamento di circa 10mila dipendenti pubblici inutili. Poi le elezioni le vinse il partito Syriza, guidato da Alexis Tsipras, che prima raccolse il dissenso dal governo Samaras, cavalcando l’opposizione alle misure di risanamento, ma poi ebbe il merito di attuarle e di rompere con il suo ministro tanto caro ai populisti di sinistra: Gianis Varoufakis. Per capirsi: i seguaci della leggenda che vuole la Grecia sderenata pendono dalle labbra di Varoufakis, ma fanno fatica a capire che i greci manco un seggio gli hanno dato. Niente voti, conta un piffero. I greci, quelli veri, badano ai loro interessi e a crescere, non alle leggende farlocche.

Ora Mitsotakis annuncia che non soltanto ridurrà il debito riducendo la spesa (il che gli consentirà di fare ulteriormente scendere la pressione fiscale), ma i debiti bilaterali con alcuni Paesi Ue, per un valore di 5,3 miliardi, li rimborsa ora e se ne libera. Il che rende la Grecia ancora più credibile sui mercati e favorisce i finanziamenti. Il tutto non nascondendolo agli elettori e men che meno prendendo i voti raccontando cose opposte a quelle che sarà poi necessario fare, ma dicendo papale papale che il solo modo per lasciarsi alle spalle il falso in bilancio è pubblicare dati affidabili e il solo per rimediare al crollo patito è crescere. Dentro l’Ue, anche ratificando il Mes.

Visto che si sono presi quattro inutilissimi mesi per pensarci prima di fare l’ovvio, ovvero ratificare la riforma del Mes, provino a usarli anche per studiare il caso greco. Possibilmente quello vero, lasciando la fuffa a quanti si ritrovano uniti dall’antieuropeismo, all’estrema destra come all’estrema sinistra. Fiutino il Grecale, non perché il governo greco sia perfetto, ma perché ha trovato una via conservatrice che porta da qualche parte.

La Ragione

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Tra i tagli di Scholz la Difesa fa eccezione. Ecco la proposta tedesca


La Difesa è l’eccezione e non la regola. Questo il risultato del Consiglio dei ministri della Germania, che proprio questa settimana ha approvato una bozza di bilancio per il prossimo anno che prevede una generale riduzione delle spese, ma non per il sett

La Difesa è l’eccezione e non la regola. Questo il risultato del Consiglio dei ministri della Germania, che proprio questa settimana ha approvato una bozza di bilancio per il prossimo anno che prevede una generale riduzione delle spese, ma non per il settore della Difesa.

L’eccezione non fa la regola

Il piano del governo del cancelliere Olaf Scholz prevede infatti una spesa di circa 445,7 miliardi di euro per il 2024, in diminuzione del 7% rispetto ai 476,3 miliardi di euro preventivati per il 2023; a fronte però di una spesa per la Difesa che aumenterà di 1,7 miliardi di euro rispetto a quest’anno, raggiungendo così quota 51,8 miliardi di euro nel 2024. Un dato che, seppur in controtendenza rispetto ai diversi tagli, è inferiore alle aspettative auspicate dal ministro della Difesa, Boris Pistorius, e dall’ambizioso piano dei “100 miliardi” annunciato lo scorso anno per modernizzare la Bundeswehr, l’esercito tedesco con la più grande operazione di riarmo degli ultimi 70 anni di storia tedesca.

Il budget per la Difesa

Alla luce dello scoppio della guerra in Ucraina, Berlino si era detta volenterosa a rivedere la propria filosofia militare per perseguire l’obiettivo di raggiungere la soglia del 2% del Pil da destinare alla Difesa, così come richiesto dalla Nato a partire dal vertice del 2014 in Galles. Un obiettivo ambizioso che la Germania punta a raggiungere entro la fine del decennio. Il prossimo step per stabilire con certezza quanti saranno i fondi da destinare alla Difesa, avverrà a dicembre, quando il Parlamento tedesco sarà chiamato ad approvare la versione finale del bilancio.

La proposta di Berlino

A giugno scorso il Bundesrat aveva dato il via libera definitivo al fondo speciale da 100 miliardi di euro per il potenziamento e la modernizzazione della Bundeswehr, che dalla sua formazione nel 1955 non ha mai subito un rinnovamento di tale portata. Una somma talmente consistente da comportare una modifica stessa della Costituzione. Per anni infatti dopo la fine della Guerra fredda, la Germania era stata nel mirino delle critiche per la sua parsimonia nelle spese militari. Ancor prima della celebre frase dell’ex presidente Usa, Donald Trump, “Angela, devi pagare”. L’obiettivo del 2% fissato dalla Nato, tuttavia, è finora rimasto lettera morta, nonostante dal 2015 – in seguito all’annessione russa della Crimea – la spesa militare tedesca sia aumentata, ma senza però mai superare l’1,5% del Pil. In un’intervista rilasciata a fine gennaio al quotidiano Sueddeutsche zeitung, il ministro Pistorius aveva dichiarato che i 100 miliardi “non sarebbero bastati” ” a raggiungere gli obiettivi per cui è stato istituito a seguito della guerra mossa dalla Russia contro l’Ucraina.


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La governance aziendale: una nuova sfida tra manager e azionisti attivisti.


La settimana scorsa il mondo delle corporation americane ha vissuto un po’ di turbamento. Infatti, si sono svolte le elezioni per il consiglio di amministrazione di Masimo, una società che produce apparecchi e soluzioni tecnologiche per il settore sanitar

La settimana scorsa il mondo delle corporation americane ha vissuto un po’ di turbamento. Infatti, si sono svolte le elezioni per il consiglio di amministrazione di Masimo, una società che produce apparecchi e soluzioni tecnologiche per il settore sanitario ed ha una capitalizzazione di borsa di 8,5 md di dollari (per dare il senso delle proporzioni, Telecom, Leonardo o Unipol in borsa valgono meno di così).

Ebbene, dopo una lunga battaglia per assicurarsi le deleghe, il fondo attivista Politan ha ottenuto ben 2 dei 5 membri del board. Hanno votato a suo favore la maggioranza dei 20 azionisti più rilevanti di Masimo anche a seguito delle raccomandazioni delle società di consulenza specializzate Institutional Shareholders Services e Glass Lewis.

Il fondo, che detiene il 9% della società, si è avvalso di una recente norma approvata dalla Securities Exchange Commission (SEC, l’autorità dei mercati finanziari statunitense) che consente di votare singoli candidati nel CdA, un po’ come mettere le preferenze alle elezioni politiche.

Questa nuova regola ha molto incoraggiato le iniziative dei soci attivisti che potremmo sinteticamente definire come chi utilizza la sua partecipazione in una società quotata in borsa per esercitare pressioni sul management affinché adotti un determinato approccio. Invero, prendendo come esempio l’elezione di candidati indipendenti e alternativi a quelli della lista di maggioranza o presentata dal consiglio uscente, dall’1 giugno 2022 al 31 maggio di quest’anno essi sono stati ben 88 contro i 77 dell’anno passato.

L’approvazione della norma da parte della SEC aveva peraltro creato numerose preoccupazioni da parte di chi paventava il disturbo nelle assemblee societarie da parte di azionisti poco interessati al buon funzionamento e alla redditività dell’impresa ma a loro particolari fini, sia di lucro che politico-sociali.

Le grandi società quotate hanno pertanto cominciato a cambiare gli statuti per rendere più difficile la vita ai “disturbatori” ma questo non li ha scoraggiati. E, in effetti, gli attivisti raramente sono sognatori che combattono le battaglie per la pace nel mondo o la foca monaca, ma piuttosto fondi pensione, hedge fund, investitori individuali come il famoso Carl Icahn, fondi di investimento o di private equity.

Le risoluzioni che vengono approvate dall’assemblea hanno spesso a che fare con una migliore governance del gruppo, sia a livello assembleare che di consiglio (81% dei casi, secondo la Harvard Law School), compenso degli amministratori (un argomento particolarmente sensibile negli USA dove i CEO sono strapagati rispetto al resto del mondo), contributi politici e solo nel 32% dei casi riguardano il cambiamento climatico.

In Italia il potere dell’assemblea e degli azionisti è lievemente superiore a quello che si registra negli Stati Uniti. Le liste di minoranza sono in vigore da lustri e -salvo alcuni casi particolari- in genere rappresentano “il mercato”, vale a dire gli investitori istituzionali. I soci hanno soglie basse per far inserire argomenti all’ordine del giorno, votano il bilancio, eleggono i sindaci, mentre quelli di minoranza hanno più difficoltà che negli USA per far causa agli amministratori.

La domanda che dobbiamo tuttavia porci è la seguente: la presenza di azionisti attivisti rappresenta un bene o un fardello per le imprese quotate?

Orbene, in questi anni è stata vivace la dialettica tra chi propugna lo shareholder value e la visione contrattualistica della società il cui scopo dovrebbe essere aumentare il benessere degli azionisti e chi invece ritiene che l’impresa debba rispondere anche agli stakeholders (dipendenti, creditori, clienti, comunità locali, fornitori). Ci sono infine i cosiddetti istituzionalisti per i quali l’impresa ha interessi e valori propri che non necessariamente coincidono con quelli dei soci né, d’altra parte, con quelli degli stakeholder.

Ebbene, l’esperienza fin qui fatta sembra dimostrare che quando hanno i giusti strumenti giuridici a disposizione, i soci di minoranza mirano a massimizzare il valore a lungo termine della società. Possono essere molesti o aggressivi o motivati principalmente dal loro self-interest ma, come avrebbe detto Adam Smith, l’azionista “perseguendo il proprio interesse frequentemente promuove quello della società [civile] più efficacemente di quando intende realmente promuoverlo”. Persino quando vengono votate risoluzioni relative ai principi ESG, l’ottica assembleare è che la mancanza di trasparenza da parte della società sui rischi legati al cambiamento climatico o pratiche inadeguate per la salute o sicurezza sul lavoro siano comportamenti pericolosi innanzitutto per il valore e la sostenibilità della società, per lo shareholder value, insomma.

Gli studi più recenti notano un declino della performance societaria immediatamente dopo una campagna di soci attivisti, seguita da una ripresa, specialmente quando si richiede una rappresentanza all’interno dei CdA o il rispetto dei diritti degli azionisti (Barros, Guedes et alii 2023); meno efficaci sono le campagne che cercano di influire su singole operazioni e strategie.

Questa dovrebbe essere la direzione da prendere: laddove una maggiore vigilanza stimola l’efficienza dei manager, pretendere di governare l’impresa al loro posto dall’ assise assembleare è invece illusorio.

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Presentazione del libro “La nuova disciplina dei contratti pubblici. Commento al D.Lgs. 31 marzo 2023, n. 36″ di Brunella Bruno, Marco Mariani, Emilio Toma


Martedì 11 luglio alle ore 17:30 presso l’AulaMalagodi, la Fondazione Luigi Einaudi vi invita al convegno dal titolo “La nuova disciplina dei contratti pubblici” (Giappichelli editore), a margine del quale verrà presentato il libro “La nuova disciplina de

Martedì 11 luglio alle ore 17:30 presso l’AulaMalagodi, la Fondazione Luigi Einaudi vi invita al convegno dal titolo “La nuova disciplina dei contratti pubblici” (Giappichelli editore), a margine del quale verrà presentato il libro “La nuova disciplina dei contratti pubblici. Commento al D.Lgs. 31 marzo 2023, n. 36″ di Brunella Bruno, Marco Mariani, Emilio Toma

Saluti introduttivi

Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi

Modera

Marco Mariani, Direttore Affari europei Fondazione Luigi Einaudi

Inverventi

Massimiliano Annetta, Docente di diritto penale

Brunella Bruno, Consigliere di Stato

Emilio Toma, Avvocato amministrativista

Conclusioni

Tommaso Miele, Presidente aggiunto della Corte dei Conti

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Congiunti


Il modo in cui si discute delle alleanze europee, di come ciascun partito si prepara alle prossime elezioni e di quali congiunti politici si circonda, racconta molto della nostra vita politica. 1. Lo scontro non è tanto fra destra e sinistra, ma fra europ

Il modo in cui si discute delle alleanze europee, di come ciascun partito si prepara alle prossime elezioni e di quali congiunti politici si circonda, racconta molto della nostra vita politica.

1. Lo scontro non è tanto fra destra e sinistra, ma fra europeisti e antieuropeisti. Un gruppo di destra, presieduto da Meloni, si chiama “Conservatori”, ma non è che i popolari siano dei rivoluzionari. Sono anch’essi dei conservatori e fra le loro file ci sono componenti oggettivamente di destra. Il problema è quello di trovare una maggioranza europeista che a sinistra si vorrebbe più marcatamente progressista e a destra più marcatamente conservatrice, ma comunque europeista. Non è che questo escluda l’estrema destra, ma si prende atto che tanto l’estrema destra quanto l’estrema sinistra sono antieuropeiste, sicché nessuna componente politica seria intende allearsi con loro.

2. Tale condizione ricorda che non si può e non si deve procedere come da noi si fa da troppo tempo, ovvero chiamando gli elettori a essere contro gli “altri”, sopportando per ciò stesso congiunti incompatibili. La politica non può essere solo negativa, non può consistere soltanto nella contrapposizione faziosa, perché così procedendo si finisce con lo sfilare sotto bandiere senza contenuto, come gli ignavi nell’Antinferno dantesco. Occorrono anche valori comuni e proposizioni. Quindi la maggioranza deve essere europeista, altrimenti non esiste. Poi si può essere europeisti di destra o di sinistra, ma non si può essere antieuropeisti nella maggioranza europea.

3. E questo ci porta a una delle cose più insopportabili del nostro modo di fare politica: non prendere e non prendersi mai sul serio. Chi propose di uscire dall’euro è antieuropeista. E ce ne sono a destra come a sinistra. Ma non è che prima proponi di uscire dall’euro, poi vai al governo e dici di volere usare tutti gli euro dei finanziamenti europei, perché è roba da biforcuti. Quanti fra i no-euro sostengono oggi di non procedere in coerenza con quel che dissero per “senso di responsabilità” nei confronti degli interessi italiani, stanno chiaramente dicendo d’essere stati degli irresponsabili contro gli interessi italiani. Ed è pure vero. Solo che da noi si pensa che quel che si disse non abbia valore, che il trasformismo rivergini anche i bordelli, mentre fra persone serie si riconosce il diritto di cambiare idea, ma dopo avere avvertito d’essersi sbagliati. Siccome, però, sono gli stessi che oggi impediscono l’ovvia e scontata ratifica della riforma del Meccanismo europeo di stabilità, il messaggio che se ne trae è: non ci siamo sbagliati, eravamo e siamo antieuropeisti, solo lo nascondiamo per potere governare. Brutta roba.

Quindi il problema non è affatto che Forza Italia indichi alla Lega con chi non deve allearsi né che la Lega rivendichi il diritto di fare quel che gli pare, ma che entrambi ammettano che si possa governare in Italia con chi è o comunque è alleato con gli antieuropeisti, continuando a dirsi europeista. E questo è trasformismo, inaffidabilità, furbizia stolta. In ogni caso non è un atteggiamento ammissibile al Parlamento europeo. Tutto qui.

Quel che sarebbe utile, all’intera Ue, è potere andare alle elezioni europee disponendo di liste europee. Non soltanto di affiliazioni nazionali di famiglie europee, ma di liste autenticamente europee. In mancanza di questo ci si riduce alle guerre dialettali, condotte nel girone fuori casa. Il che vale per la destra oggi al governo, ma anche per la sinistra che fu antieuropeista, si convertì all’europeismo per governare e non si capisce più da che parte stia neanche sulla dirimente questione ucraina (se il Pd si allea con chi è contro l’invio di armi si ritrova più anti che europeista). E vale anche per il così detto terzo polo, che sta concorrendo per la conquista della seconda elle: non si tratta di fare i macroniani de’ noantri, ma di presentarsi condividendo idee economiche e istituzionali, non soltanto sperare di superare il quorum.

La Ragione

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Europee, la differenza la retorica e la realtà


Nel garbuglio delle dichiarazioni più o meno conflittuali dei leader del centrodestra in vista delle prossime elezioni europee si intravedono almeno due bluff. Il primo è quello di Matteo Salvini. Il leader leghista cerca come meglio può di erodere i cons

Nel garbuglio delle dichiarazioni più o meno conflittuali dei leader del centrodestra in vista delle prossime elezioni europee si intravedono almeno due bluff. Il primo è quello di Matteo Salvini.

Il leader leghista cerca come meglio può di erodere i consensi di Giorgia Meloni e per farlo dà libero sfogo a quel sentimento antieuropeista che fino alle scorse Politiche caratterizzava anche Fratelli d’Italia. È una strategia spregiudicata, che compromette l’immagine dell’Italia come Paese affidabile agli occhi delle istituzioni europee e dei mercati finanziari. Ma quando Salvini invoca una maggioranza organica di centrodestra in Europa analoga a quella che governa l’Italia sa di chiedere l’impossibile. Così come i gollisti francesi non concepiscono alcun accordo politico con il Fronte nazionale di Marine Le Pen, i Cristiano democratici tedeschi non lo concepiscono con i neonazisti di Alternativa per la Germania (AfD). Nel negare tale prospettiva (“con Salvini è senz’altro possibile un’alleanza in Europa, il problema sono a AfD e Le Pen, che sono antieuropeisti”) Antonio Tajani ha dunque detto quel che tutti sanno. Anche Salvini. Il quale si arrocca di conseguenza nel gruppo europeo di Identità e democrazia assieme a Le Pen e AfD senza avere alcuna concreta possibilità di uscirne. Un bluff ai limiti del masochismo politico.

Ma è, tutto sommato, un bluff anche quello di Giorgia Meloni, che teorizza un’alleanza tra il Ppe e i Conservatori fingendo di non sapere che ad oggi tale alleanza non avrebbe i numeri per costituire una maggioranza all’Europarlamento. Come ha ricordato Giovanni Orsina sulla Stampa, a Bruxelles la maggioranza necessaria per eleggere il presidente della Commissione conta infatti 353 europarlamentari, ma per una navigazione politica vagamente serena ne occorrerebbero 400. Se il prossimo anno gli attuali sondaggi verranno confermati dal voto dei cittadini, i Conservatori saranno 83: troppo pochi per dar vita ad un’alleanza di governo con i soli popolari (la somma dei due partiti darebbe 248 parlamentari) senza Identità e democrazia. Ad oggi, pertanto, una coalizione su modello di quella che nel 2019 elesse Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea appare l’unica prospettiva realistica, dal momento che i socialisti vengono accreditati dai sondaggi di ben 142 parlamentari.

È dunque cominciata la campagna elettorale per le europee. È cominciata con due bluff e con un conflitto interno alla maggioranza che può forse fare l’interesse di questo o quel leader, ma che ci certo non fa l’interesse dell’Italia.

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Bisogna aumentare la produzione di munizioni. Il punto del gen. Portolano


L’attuale modello produttivo del munizionamento può sembrare vantaggioso in tempo di pace, ma espone i suoi limiti in situazioni di crisi, quando la domanda aumenta in maniera inaspettata. È questo il nodo centrale espresso dal segretario generale della D

L’attuale modello produttivo del munizionamento può sembrare vantaggioso in tempo di pace, ma espone i suoi limiti in situazioni di crisi, quando la domanda aumenta in maniera inaspettata. È questo il nodo centrale espresso dal segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, generale Luciano Portolano, in audizione davanti alla commissione Esteri e Difesa del Senato, nell’ambito dell’analisi sulla legge a sostegno della produzione di munizioni. “Nel settore della produzione di armamenti abbiamo assistito a un cambiamento da un’economia strategica ad un’economia di mercato” ha detto il generale, sottolineando come tale approccio abbia “condotto a un sistema economico sempre più interconnesso che ha portato negli anni a preferire dinamiche di delocalizzazione e frammentazione dei processi produttivi con la conseguente perdita di alcune capacità produttive essenziali”.

L’efficienza nella produzione in tempo di crisi

In particolare, si è affermato secondo Portolano un modello di supply chain definito just in time “in cui la produzione è perfettamente allineata alla domanda e non si prevedono scorte di magazzino”. Tale modello just in time ha prodotto due effetti, secondo Portolano: “ha intaccato la sovranità tecnologica e l’autonomia strategica dei Paesi europei” dipendenti dall’estero per le materie prime, semilavorati e sottocomponenti. Tutto ciò “ha ridotto la flessibilità di adeguamento della produzione in caso di aumento inatteso della domanda”, una soluzione economicamente valida se in pace, ma assolutamente inadatta di fronte alle crisi.

Le lezioni ucraine

Ovviamente, la guerra in Ucraina è un momento di crisi per l’intero Occidente. Alla guerra scatenata dal Cremlino, l’Europa ha risposto supportando Kiev “attingendo alle proprie scorte di armamenti e munizioni”, che tuttavia “si stanno dimostrando non adeguate a sostenere lo sforzo ucraino intenso e prolungato”. Di fronte a questa realizzazione i Paesi hanno cercato di aumentare la produzione, ma il tentativo ha fatto emergere ulteriori due aspetti: “il sottodimensionamento della capacità produttiva, tarata per sostenere la domanda tipica del tempo di pace, e la presenza di numerose vulnerabilità nella catena di approvvigionamento”. Ci troviamo, per il generale, nel paradosso per cui l’Occidente “sta supportando un Paese in guerra con una logica del tempo di pace”, una sfida “a cui non eravamo preparati”.

Gli opifici nazionali

Per il generale, l’obbiettivo è chiaro, incrementare la produzione: “La necessità del ramp up si applica allo stesso modo sia alla produzione di munizioni e missili sia a quella di nuovi sistemi d’arma”, con un focus speciale, dettato dall’urgenza, sulle munizioni, “perché se non saremo in grado di assicurare un adeguato livello di disponibilità in tempi rapidi potremmo mettere a rischio la possibilità di successo dello sforzo ucraino”. Senza le munizioni, infatti, anche i sistemi più all’avanguardia non funzionano. La soluzione? Per il generale è investire “sugli opifici nazionali, anche beneficiando dei finanziamenti dell’Ue” un modo per dare più flessibilità al sistema, conferendo “maggiore autonomia nella gestione dei processi produttivi, garantendo flessibilità al sistema di difesa nazionale, che acquisirebbe la capacità di modulare la produzione in funzione delle esigenze” oltre ad assicurare una maggiore “indipendenza da attori esterni, autonomia strategica e resilienza nazionale”.


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Europea, podcast @chora_media - II episodio

Da Algemesí, comune nella Comunità di Valencia, a Ceva, provincia di Cuneo. Oggi parlo del metodo per contrastare la dispersione scolastica nato nel paesino piemontese, e che si è diffuso in vari Stati europei.

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Minimalìa


Anche sul salario minimo si rischia l’ennesima malìa, fra magica aspettativa e inutile seduzione. L’ennesima sfida fra sbandieratori, non troppo attenti al significato dei vessilli che sventolano. Lo strumento è così vario che, al contrario del purgante c

Anche sul salario minimo si rischia l’ennesima malìa, fra magica aspettativa e inutile seduzione. L’ennesima sfida fra sbandieratori, non troppo attenti al significato dei vessilli che sventolano. Lo strumento è così vario che, al contrario del purgante che conoscemmo con Carosello, non <<basta la parola>>.

La prima questione è già equivoca in sé, ovvero dovere stabilire se quel minimo lo si iscrive in una legge o lo si regola con i contratti. L’opposizione e la Cgil, vorrebbero la prima cosa, mentre il governo, Cisl e Uil la seconda. Messa così non ha senso, perché i contratti collettivi esistenti hanno già un minimo retributivo applicabile, mentre ha senso parlare di salario minimo generale solo se la legge lo impone quale punto di partenza di ogni altra contrattazione. Quindi: a. in Italia esiste già per circa l’85% dei lavoratori dipendenti, assunti con contratti collettivi; b. se lo si vuole fissare per tutti occorre usare la legge. Solo che si usa “salario minimo” avendo ciascuno in mente ipotesi e rappresentazioni diverse.

Una cosa è la retribuzione minima consentita per ogni ora lavorata, altra la retribuzione minima consentita tenendo conto anche della tredicesima, del trattamento fine rapporto e di altri premi. Nel secondo caso la legge diventa uno strumento troppo rigido e non si può che cedere il passo alla contrattazione. Il che porta dritto allo stabilire il livello cui fissarlo. Mi pare ci si orienti sui 9 euro, ma anche questo significa poco se non si capisce cosa è compreso e cosa escluso. Dentro il mercato unico europeo, tanto per capirsi, si adottano salari minimi nazionali che vanno da circa 2 euro a poco più di 13. E ci vuole fantasia per supporre che si stia parlando delle stesse cose.

Sono diverse le regolamentazioni nazionali, ma anche il potere d’acquisto e il tasso d’inflazione. E questo vale anche dentro i nostri confini, sicché un salario minimo fissato a X sarà più alto dove il costo della vita è più basso e viceversa. Quindi non sarebbe uguale neanche fra due lavoratori italiani. Con uno strambo risultato: sembrerebbero favoriti gli italiani delle aree meno sviluppate, mentre buona parte di quelle tipologie salariali si concentra nei servizi, che si trovano prevalentemente nelle aree più sviluppate; mentre il lavoro in condizioni di sostanziale schiavitù, soprattutto nei campi, è e resterà in nero, quindi immune dal minimo codificato.

In queste condizioni supporre che il salario minimo cancelli il lavoro povero ha l’aria d’essere una pia illusione, rischiando, in alcune aree e settori di cancellare il lavoro, spingendo l’impresa fuori mercato. Tutto questo non significa né che le cose vadano bene come vanno, né che ci si debba rassegnare a che vadano male, significa, però, che portare il lavoro povero ad essere prima dignitosamente e poi lautamente retribuito non è una questione che si risolva tondeggiando le parole con cui compitare l’ennesimo decreto, destinato a sempiterna attesa della propria attuazione, bensì lavorando sulle ragioni profonde di quella condizione: 1. scarsa formazione del lavoratore, rimediabile, specie per i giovani, con il far funzionare non solo le scuole, ma anche gli aggiornamenti continui; 2. scarsa meritocrazia retributiva, che si rimedia con maggiore competizione ed elasticità del mercato del lavoro (che aiuterebbe anche il sindacato ad avere un ruolo più attivo nel lavoro e nel sottrarsi alla sorte presente, di rappresentare più che altro pensionati).

Perché la discussione abbia un senso è necessario, almeno, che si scriva sulla lavagna il significato delle parole, di modo da cogliere non solo le evocazioni sentimentali, ma le conseguenze fattuali delle posizioni di ciascuno. Altrimenti ci si muove nel solito “significante” lacaniano, il cui lato divertente è che quasi nessuno capisce quel che legge e dice, mentre quelli che dicono di capirlo o sono fra i re degli allocchi o concorrono per la corona degli imbonitori. La malìa non aiuta, fosse anche mini.

La Ragione

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Investimenti, tecnologia e export. Le necessità della Difesa per l’Aiad


Sulla Difesa, non possiamo sprecare né risorse, né tempo, il Paese non può permetterselo. A dirlo è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenendo all’assemblea dell’Aiad, la Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicu

Sulla Difesa, non possiamo sprecare né risorse, né tempo, il Paese non può permetterselo. A dirlo è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenendo all’assemblea dell’Aiad, la Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, svoltasi a Roma, ospitata del Centro alti studi della Difesa (Casd) guidato dall’ammiraglio Giacinto Ottaviani. Per il ministro “i soldi pubblici sono troppo importanti per essere sprecati” e per questo sarà necessaria una cooperazione tra industria e Difesa costante e quotidiana. “Dalle vostre capacità dipende il futuro delle Forze armate – ha continuato Crosetto rivolgendosi alle aziende – dal vostro lavoro dipende il fatto che i soldati che difendono il Paese siano i più sicuri al mondo”. Una questione da cui dipende la stessa sicurezza della nazione “perché è la deterrenza ciò che ci salva dal conflitto, deterrenza che dipende dalla tecnologia, che a sua volta dipende dalle capacità espresse dal settore industriale della Difesa e dell’aerospazio”.

Una politica industriale della Difesa

Per il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, “i tempi sono maturi per una politica industriale della Difesa e dell’aerospazio”. Secondo l’ammiraglio, “l’industria deve essere messa in grado di produrre le capacità necessarie ai bisogni delle Forze armate”. In questo senso, i piani strategici messi in campo dal ministero della Difesa, possono fornire “l’architrave per una politica industriale” realistica, che punti all’ammodernamento delle forze, mantenendo al contempo la sovranità tecnologica nazionale. Per migliorare l’ecosistema industriale, ha continuato l’ammiraglio, bisogna mettere in campo alcune misure che “aumentino la trasparenza delle misure amministrativi, con i processi autorizzativi che devono essere intellegibili anche alle aziende per permettere la strutturazione della loro programmazione”. Per il capo di Stato maggiore, inoltre, il tempo sarà un fattore-chiave, e l’attuale finestra temporale è positiva e va colta. “abbiamo un governo con un’ampia solidità, un ministro profondo conoscitore del settore, e risorse adeguate”, a cui si aggiunge il fatto che la guerra in Ucraina “ha squarciato la coltre di negatività e mistificazione che avvolgeva l’importanza della Difesa e le necessità di uno strumento militare all’altezza”.

L’export della Difesa

Di fondamentale importanza, ha sottolineato sempre il ministro, l’aspetto delle esportazioni della Difesa, fonte fondamentale di finanziamento per le società del settore. Per questo, per il ministro, uno degli obiettivi del comparto sarà anche quello di realizzare prodotti “che hanno un mercato internazionale”, un orizzonte senza il quale non sarebbero sostenibili nel lungo periodo. Quello delle esportazioni è stato un tema toccato anche dal segretario generale di Aiad, Carlo Festucci, che ha presieduto l’iniziativa insieme al presidente della Federazione, Giuseppe Cossiga, che sul tema ha voluto sottolineare “i limiti della legge 185” sulle esportazioni di materiale d’armamento e la necessità di una “banca completamente dedicata a sostenere le esportazioni, e in particolare l’export della Difesa”. L’obiettivo, per Festucci, è riuscire a mettere tutti i fattori nazionali a sistema per essere competitivi a livello internazionale: “La competitività è una esigenza europea – ha sottolineato il segretario generale – e dobbiamo presentarci all’estero come un blocco compatto; l’Aiad vuole essere un aggregatore di realtà”.

La competitività globale

“Abbiamo tutto l’interesse a che le nostre realtà abbiamo successo internazionale, perché oggi il 70% del fatturato industriale viene dall’export”, ha sottolineato anche il segretario generale della Difesa e direttore nazionale armamenti, generale Luciano Portolano. “C’è una consapevolezza internazionale della necessità di colmare i gap tecnologico, cosa che espone il sistema a dinamiche di mercato competitive”. Da una parte, ha spiegato ancora il generale Portolano, cìè la tendenza a rifornirsi da piattaforme off-the-shelf, dall’all’altra una difesa dell’autonomia strategica e sovranità tecnologica europea. “Le soluzioni più idonee – per il generale – non sono quelle più estreme”. Serve invece una strategia che faccia convergere le esigenze di sviluppo militare con obiettivi di crescita e competitività delle industrie. Le strade da percorrere per raggiungere tale obiettivo sono tre, gli accordi government-to-government (G2G); quelli government-to-business (G2B) e infine quelli business-to-business (B2B). I primi “offrono soluzioni rapide off-the-shelf e per quei Paesi senza una struttura consolidata per il procurement; nelle situazioni dove esiste un processo competitivo è necessario spingere su iniziative G2B, mentre il B2B è valido con quelle nazioni che vogliono aumentare il proprio know how aziendale”, principi che possono valere anche quando si parla di procurement nazionale.

Parola all’industria

“Stiamo assistendo a due cambiamenti epocali”, ha detto l’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, nella sua prima uscita ufficiale da manager del gruppo di Piazza Monte Grappa. “Da un lato da Difesa è fatta da ‘bullet and byte’, dove i Paesi più forti sono quelli con una capacità di calcolo pro capite più alta, e dall’altro la Difesa sta inglobando sempre più nuovi concetti di sicurezza, delle infrastrutture, dell’energia, fino a quella alimentare”. Inoltre, la guerra in Ucraina, al di là della tragedia umana, ha anche dimostrato la necessità impellente di dotarsi di una Difesa adeguata. Come registrato dal presidente di Elt Group, Enzo Benigni, adesso “c’è un allineamento stellare tra il governo, un ministro che conosce i problemi della difesa profondamente, con il quale colloquiare”. Per il presidente di Fincantieri, Claudio Graziano, è necessario comprendere che le aziende della Difesa “lavorano sempre in un ambiente geopolitico” e che fanno parte “dei quattro poteri dello Stato, oltre a quello politico, militare e diplomatico”.

Lo spazio globale, tra l’altro, è fondamentale anche per quanto riguarda la supply chain, come ha ricordato l’amministratore delegato di Iveco Defence Vehicles, Claudio Catalano, “sempre più spesso abbiamo sofferto sospensioni o rallentamenti sui contratti per la ritardata o mancata autorizzazione all’esportazione da parte di un Paese fornitore”, una contingenza che ha portato l’azienda a sviluppare in Italia la maggior parte della propria catena del valore “elementi essenziali verso l’autonomia strategia e la sovranità tecnologica”. Ruolo-chiave lo giocheranno anche le piccole e medie imprese “la spina dorsale del Paese” come le ha definite Antonio Alunni, in rappresentanza delle Pmi all’assemblea Aiad. La collaborazione tra piccole e grandi imprese, allora, può essere la chiave verso un aumento di competitività che faccia posizionare il Paese al meglio nella competizione internazionale.


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Il futuro della Nato e il ruolo dell’Italia. Lo studio del Comitato atlantico


All’approssimarsi del vertice di Vilnius, che riunirà i capi di Stato e di governo dei Paesi Nato per fornire una nuova direzione strategica all’Alleanza, è giunto il momento di fare il punto sulle sfide che intraprenderà la Nato e le possibilità per il n

All’approssimarsi del vertice di Vilnius, che riunirà i capi di Stato e di governo dei Paesi Nato per fornire una nuova direzione strategica all’Alleanza, è giunto il momento di fare il punto sulle sfide che intraprenderà la Nato e le possibilità per il nostro Paese. Questi sono stati i temi al centro dell’evento “Il futuro della Nato e il ruolo dell’Italia”, organizzato dal Comitato atlantico italiano e promosso dal senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione politiche dell’Ue. Un confronto volto a promuovere una riflessione sui futuri assetti geopolitici e strategici che la Comunità euro-atlantica, e più in generale l’Occidente, sono chiamati ad affrontare. Riflessione che prende vita nell’approfondita analisi redatta dal Comitato atlantico italiano, volta a individuare le strategie efficaci per tutelare e promuovere gli interessi nazionali in ambito euro-atlantico, con una particolare attenzione al Mediterraneo allargato.

Lo studio

È stata la Sala caduti di Nassirya del Senato a fare da sfondo alla presentazione del nuovo studio del Comitato (scaricabile al link) che raccoglie nelle sue 40 pagine elementi di riflessione e proposte destinate a rafforzare il ruolo dell’Italia nella Nato. “È più di un policy paper”, ha infatti raccontato Fabrizio W. Luciolli, presidente del Comitato atlantico italiano, che ha posto l’accento sullo “scenario di epocale complessità che attende il vertice di Vilnius e che richiede una riflessione profonda”, così come “una straordinaria capacità di adattare gli strumenti al mutare dello scenario di sicurezza”. Tra le molte sfide che attendono l’Alleanza, rientrano anche le strategie per sostenere una piena sinergia tra la Nato stessa e l’Ue, così come tra la Comunità euro-atlantica e altre organizzazioni internazionali like-minded. Per provvedere al meglio a tali esigenze di sicurezza, lo studio intende anche promuovere una comprensione più diffusa della necessità di destinare il 2% del Pil all’Alleanza atlantica, per poter far fronte ai suoi compiti di deterrenza e difesa. Sul punto, come ha osservato il vice presidente del Senato Maurizio Gasparri, siamo “in ritardo” sull’adeguamento della spesa militare al livello richiesto dall’Alleanza.

Occhi puntati sul Dragone

Il summit si prepara dunque a essere storico per la Nato, anche in risposta alla sfida sistemica e valoriale della Cina e le instabilità del Sud. “La Cina è un alleato della Russia sul piano politico”, ha osservato Terzi, mentre “per l’Europa e l’Occidente è un Paese partner, ma anche un avversario sistemico”. Tuttavia, l’auspicio è che in futuro possa diventare sempre più un concorrente costruttivo. In tale contesto, le tensioni del quadrante Indo-Pacifico, e in particolare “ciò che avviene attorno a Taiwan, rappresenta una sfida a tutto il mondo ma soprattutto una sfida all’Occidente”, ha evidenziato ancora Terzi, parlando inoltre dell’indivisibilità della sicurezza, delle diverse infrastrutture della Nuova via della seta e facendo cenno al processo di trasformazione che vede Pechino fondere sempre più gli strumenti civili e militari.

Il ruolo italiano

Di fronte a una Nato che è ormai “cambiata totalmente”, come osservato dall’onorevole Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare Nato, “è sempre più centrale occuparsi dell’Alleanza Atlantica” e “rafforzare il ruolo dell’Europa nella Nato”, e l’Italia può fare la sua parte. In quanto secondo Paese Nato contributore in termini di risorse umane e quinto sul piano finanziario, l’Italia è pronta quindi a giocare un ruolo da protagonista in seno all’Alleanza, soprattutto se guarderà sempre più al Mediterraneo allargato.


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Il mio 4 luglio in difesa della libertà


Quando dettero vita a una repubblica basata sulle libertà dell’individuo e sul pluralismo politico, impegnandosi a vivere da «Stati liberi e indipendenti», i padri fondatori dell’America cambiarono la Storia. Quello fu ed è il più grandioso tentativo mai

Quando dettero vita a una repubblica basata sulle libertà dell’individuo e sul pluralismo politico, impegnandosi a vivere da «Stati liberi e indipendenti», i padri fondatori dell’America cambiarono la Storia. Quello fu ed è il più grandioso tentativo mai fatto di affrancare l’umanità dalla tirannide, e mise fine a secoli di sudditanza per creare un nuovo tipo di Nazione, in cui tutti sono uguali e vivono liberi.

Questa realtà straordinaria fu creata il 4 luglio 1776. Il 24 febbraio 2022 noi ucraini abbiamo fatto la stessa scelta. Il popolo americano si è schierato dalla nostra parte e, ne sono sicuro, resterà al nostro
fianco fino alla fine.

Oggi, mentre gli americani celebrano la loro libertà e la loro indipendenza, noi festeggiamo con voi, sognando il giorno in cui ogni centimetro quadrato di Ucraina sarà libero dalla tirannide che cerca di annientarci.

Più o meno una decina di anni fa, l’attuale leader della Russia scrisse che «l’America non è un’eccezione». Quello che ha fatto in seguito dimostra ciò che intendeva dire.

Nel corso della Storia umana, molti dittatori hanno dichiarato di avere un’influenza globale, ma nessuno di loro è riuscito a ispirare il resto del genere umano a lottare per il meglio della natura umana. Per questo, gli odierni tiranni della Russia – come tutti i tiranni – sono sostanzialmente deboli e con il passare del tempo il loro regime si sgretolerà. Quando odia l’America e ne nega il ruolo eccezionale nella lotta per la libertà, il despota in sostanza ammette la sua inevitabile sconfitta. All’assolutismo russo io dico che il mondo ha bisogno di più eccezionalismo americano, nondimeno.

Nel 2014, quando scesero in piazza per scacciare il tiranno appoggiato dai russi, gli ucraini lo fecero perché volevano a tutti i costi essere liberi, far parte dell’Occidente, essere governati dagli ideali forgiati durante la Rivoluzione Americana, l’idea che «tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti vi sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità».

Nel 2022, quando ha invaso l’Ucraina, la Russia ha provato non soltanto ad assoggettare tutto il popolo ucraino al regime dittatoriale di Vladimir Putin, ma anche ad annientare gli ideali che ispirano gli uomini a essere liberi. Da quando l’Ucraina si è conquistata l’indipendenza, gli ucraini hanno sempre sostenuto la democrazia, hanno difeso la dignità di ogni individuo, hanno lottato per vivere in un mondo libero insieme alle altre nazioni europee.

Se osserva l’Ucraina, la tirannide russa vede di non essere né eterna né sostenibile: un’Ucraina libera e indipendente; un’Ucraina forte e democratica che diffonde la vera democrazia e la libertà qui, sul fianco
orientale dell’Europa, e soprattutto in Russia. Un’Ucraina integrata nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord e nell’Occidente è garanzia che la libertà continuerà a prevalere e la pace trionferà.

La dittatura russa sta cercando in ogni modo possibile di attirare altri nemici della libertà, in particolare il regime iraniano che cerca di intimorire le libere nazioni di tutto il mondo e che fornisce alla Russia armi che tutti i giorni massacrano innocenti civili ucraini. Se la Russia dovesse prevalere sull’Ucraina – Dio non volesse -, altri Paesi si sentirebbero incoraggiati a prendere le armi e fare guerra ai popoli liberi di altre regioni del pianeta. La Russia si sentirebbe spronata ad invadere l’Europa ancor più in profondità, arrivando a un confronto diretto con la Nato.

Tutti gli scenari di questo tipo possono essere nullificati soltanto con la difesa a oltranza della libertà, di coloro che aspirano a essere liberi e delle alleanze nate a tutela della libertà.

Noi ucraini e voi americani non rinunceremo mai alla libertà.

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Edith Wharton – L’età dell’innocenza


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Il gusto tutto francese per la violenza


Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre non era algerino e non crebbe in una banlieu. Crebbe ad Arras, nel nord della Francia, figlio di un avvocato e discendente di una famiglia che nell’ancien régime esercitava la professione notarile. Eppure,

Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre non era algerino e non crebbe in una banlieu. Crebbe ad Arras, nel nord della Francia, figlio di un avvocato e discendente di una famiglia che nell’ancien régime esercitava la professione notarile. Eppure, prima di rimetterci a sua volta la testa, Robespierre e con i suoi giacobini fecero della violenza lo strumento della loro lotta politica e, in difesa del “popolo”, aggredirono il Potere e giustiziarono serenamente diverse migliaia di concittadini. Lo fecero, naturalmente, in nome della democrazia e della giustizia sociale.

Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i capipopolo che nel maggio del 1968 animarono la rivolta, una “rivoluzione mancata” secondo molti, che infiammò tutte le democrazie occidentali tanto da dare all’anno che la partorì la dignità maiuscola d’un fatto storico: il Sessantotto. Una radicale delegittimazione del potere costituito, dei suoi principi, dei suoi miti e dei suoi simboli.

Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i tanti terroristi italiani e non solo italiani a cui lo Stato francese ha riconosciuto e riconosce un diritto d’asilo, con ciò dimostrando quanto sia insito nel carattere nazionale francese, tanto da diventare principio ispiratore della prassi istituzionale, il riconoscimento della sovversione violenta come frutto della naturale ricerca della libertà e, in coerenza con la teoria dell’abate, francese, Sieyés, il tirannicidio come atto profondamente legittimo, per non dire doveroso.

Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i capi e i militanti dell’Oas, il movimento paramilitare insurrezionalista che negli anni Sessanta si oppose a suon di bombe all’indipendenza dell’Algeria in nome di una Grande Francia imperialista. In ciò rappresentando solo una piccola tessera del variopinto mosaico di cui si compone l’estremismo culturale e politico della destra francese: dal padre di tutti i razzisti, il marchese de Gobineau, all’Affaire Dreyfus, all’Action Francaise, al cattolico Joseph De Maistre, alla Repubblica di Vichy… fino a Jean-Marie Le Pen e soprattutto a sua figlia Marine. Tutti fenomeni politici piuttosto estremi ma sempre radicati in segmenti nient’affatto marginali della società francese, di cui hanno espresso ed esprimono fedelmente sentimenti e pulsioni.

Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i leader della rivolta dei gilet gialli e le centinaia di migliaia di loro seguaci che dal novembre 2018 hanno paralizzato Parigi e altre duecento città francesi formalmente per protestare contro l’aumento del prezzo della benzina. Erano rappresentanti del cosiddetto ceto medio. Ceto precipitato socialmente, in Francia come ovunque, in conseguenza della crisi finanziaria del 2008.

Si parla tanto di integrazione. Ed è un bene che se ne parli, essendo il tema evidentemente centrale. Tuttavia, visti i precedenti storici e tenendo conto del fatto che ad animare le rivolte odierne in Francia sono le seconde e terze generazioni di immigrati, dunque cittadini francesi a tutti gli effetti, viene da pensare che questa violenta rivolta dei ventenni magrebini sia il miglior segno della loro avvenuta integrazione. Ora che sono francesi, dei francesi possono legittimamente esercitare la violenza. Ovviamente giustificata con nobili motivazioni di giustizia sociale.

L’anomalia è che ai ribelli stavolta mancano una matrice culturale e una rappresentanza politica. Il monito e che, come la Storia insegna, il più delle volte le peculiarità “rivoluzionarie” francesi si sono fatte prassi nell’intero mondo occidentale, capitalista e industrializzato.

Huffington Post

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Carrellata


L’inflazione è scesa, ma troppo poco. Si è passati, su base annua, dal 7,6% di maggio al 6,4% di giugno. Considerato il ribasso consistente (rispetto ai picchi) delle materie prime energetiche, è segno che l’aumento dei prezzi è retto anche da fenomeni in

L’inflazione è scesa, ma troppo poco. Si è passati, su base annua, dal 7,6% di maggio al 6,4% di giugno. Considerato il ribasso consistente (rispetto ai picchi) delle materie prime energetiche, è segno che l’aumento dei prezzi è retto anche da fenomeni interni. L’ultimo bollettino della Banca centrale europea è chiaro: non si segnalano dinamiche salariali inflattive; non sono i salari a crescere, semmai i profitti delle aziende. Quando questo succede è segno che i produttori possono ancora puntare sul rialzo dei prezzi, senza perdere quote di mercato. È da qui che si deve partire, se non si vuol fare soltanto delle sciocche e inutilissime polemiche sul rialzo dei tassi d’interesse.

Non è senza significato che il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli – dopo avere ripetutamente avvertito circa il rischio che quei rialzi mettano in difficoltà i debitori, quindi poi le banche – dica ora, chiaro e tondo: «Temo che un certo rallentamento dell’attività economica sia inevitabile quando si combatte duramente l’inflazione, che è la più brutta delle malattie». Ha ragione. Per capire quanto sia brutta si deve tornare ai dati di giugno e alla segnalata discesa, perché i salari restano fermi, mentre l’aumento dei prodotti alimentari è all’11,2%. Il morso è molto forte, tenuto conto che i redditi più bassi hanno una spesa maggiormente concentrata in quei prodotti i cui prezzi crescono di più. Far polemiche sul rialzo dei mutui a tasso variabile (di cui nessuno parlava quando i ratei calavano) significa ignorare questa realtà. Come anche quella di famiglie e settore privato che hanno 10mila miliardi sui conti correnti, quindi risparmi che perdono valore.

Ma c’è un altro aspetto, in quei dati di giugno, da tenere in conto: le comunicazioni registrano un aumento di appena lo 0,5%, i trasporti addirittura diminuiscono i prezzi (-0,2%). Significa che una delle armi migliori contro l’inflazione è la concorrenza, che interdice le speculazioni. Facciamo un esempio concreto, in questa pazzotica estate in cui non si trovano i taxi e in cui i sindaci di Roma e Milano si accorgono che dovrebbero aumentare le licenze, dopo che la maggioranza parlamentare bloccò le positive novità che il governo Draghi avrebbe voluto introdurre: se hai un aereo da prendere e se non vuoi andare in aeroporto il giorno prima (considerato che non si accettano più prenotazioni, che i tempi d’attesa sono diventati lunghissimi e che spesso ci si sente rispondere che «non ci sono vetture disponibili nella sua zona»), si finisce con il rivolgersi ai noleggiatori con conducente, la cui tariffa – dal centro di Roma all’aeroporto di Fiumicino – è di 60 euro, 10 in più rispetto a quella fissa dei taxi. Dunque si accetta di pagare il 20% in più, il che alimenta l’inflazione. Generata, in questo caso, da scarsa concorrenza e non disponibilità di vetture. È il corporativismo a generare prezzi più alti. Il governo che lo favorisce spinge il rialzo dei prezzi. Poi si maschera con polemiche irragionevoli contro la Bce.

A pagare di più il carrello della spesa sono le stesse persone che se vorranno andare al mare pagheranno rialzi ben superiori al tasso medio d’inflazione. Meno concorrenza significa prezzi crescenti e spinta inflattiva. Il tutto scaricato sulle spalle più deboli, quelle dei redditi fissi che non crescono. Né serve dire: fateli crescere. Perché questo può portare non pochi produttori fuori mercato e gli altri a scaricare sui prezzi i costi più alti.

La via virtuosa consiste nell’usare i fondi europei per investimenti che compensino il raffreddamento economico, nel frattempo facendo crescere la concorrenza per interdire le speculazioni. Il resto sono parole perse, demagogia inconcludente, speranza di trovare un colpevole esterno per coprire le incapacità interne. E la cosa drammatica non è soltanto che il governo sembra preferire la demagogia, ma che l’opposizione pensa di superarlo su quella e non sul pragmatismo e sulla serietà.

La Ragione

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Comando


Non c’è organizzazione che possa funzionare senza chiarezza della linea gerarchica, senza sapere chi fa cosa e chi prevale su chi. Non c’è organizzazione che possa salvarsi da devianze e degenerazioni se al potere di comando non corrisponde la responsabil

Non c’è organizzazione che possa funzionare senza chiarezza della linea gerarchica, senza sapere chi fa cosa e chi prevale su chi. Non c’è organizzazione che possa salvarsi da devianze e degenerazioni se al potere di comando non corrisponde la responsabilità e, di converso, se la responsabilità non corrisponde ad un potere. Nominare dei commissari, ovvero sostituire la linea gerarchica con un accentramento di potere e responsabilità, può risolvere un problema, ma può diventare a sua volta un problema.

Prendiamo il caso del Generale Francesco Paolo Figliuolo. Esperto di logistica, ha dato prova non buona, ma eccellente nell’organizzare la vaccinazione di massa. Organizzazione perfetta, file ordinate e veloci, rari i casi di intemperanze o sprechi di tempo. Dovrebbe essere normale, ma guardate quel che succede -per dirne una- nel rilascio dei passaporti e ricordiamoci che un lavoro ben fatto va apprezzato anche perché non consueto. Ma in quel caso era indubbio che ci si trovasse davanti ad una emergenza e che dovessero essere approntati strumenti altrettanto d’emergenza. Ora il generale Figliuolo è commissario per l’alluvione in Romagna. Escluso che si discutano le sue capacità, apprezzata la continuità con le scelte del governo Draghi, in che consiste l’emergenza? I giorni terribili dell’alluvione sono alle spalle e, dopo due mesi, non si tratta di approntare i soccorsi. Le “missioni” sono due: a. fare in modo che dopo l’efficienza dei soccorsi non ci sia il vuoto negli accertamenti dei danni e nella ricostruzione di ciò che è andato perso; b. eseguire i lavori per la messa in sicurezza dei corsi d’acqua e delle infrastrutture. Due “missioni” che dovrebbero essere (state) assolte dalle istituzioni amministrative esistenti. Nominare un commissario non tappa una falla improvvisamente apertasi, ma sfiducia l’organizzazione istituzionale “normale”.

È solo un esempio, perché molti altri se ne potrebbero fare (ci sono sistemi sanitari commissariati da decenni, che per la durata segnalano la necessità di commissariare il commissariamento). Nessun sistema istituzionale è perfetto, sicché metterli costantemente a punto è la normalità. Non è normale codificare linee di comando per poi puntualmente derogarle. Non lo è accentrare le competenze e i poteri nel mentre si pretende di decentrarli ancora di più. Anche perché in questo bailamme va a finire che si smarrisce la riconoscibilità sia del potere che della responsabilità, non sapendo più chi fa cosa, chi prevale su chi e chi ne risponde. Nel caso delle acque siamo arrivati all’assurdo di un commissario nazionale che sovraintende a commissari locali, nel mentre si pretende che la faccenda sia di competenza regionale.

Né ha alcun senso pensare di affrontare la contraddizione rafforzando il mandato in capo a chi governa, perché i presidenti delle Regioni sono già eletti direttamente, ma non per questo (come si è visto) non possono essere scavalcati dai commissari. Affiancare il regionalismo ancora più marcato con una specie (imprecisata) di presidenzialismo governativo, quindi, non è un modo per trovare un equilibrio, ma per cuocere lo stufato di montone mettendoci anche la rana pescatrice e la liquirizia.

A taluno potrà sembrare un tema adatto a perditempo che si suppongono cultori degli equilibri e funzionamenti istituzionali, ma giusto ieri, sul Corriere della Sera, il prof. Sabino Cassese non ha lanciato un allarme, ma direttamente un’accusa: molti decreti legge -che fanno del governante un legislatore- sono come la minestra di Gian Burrasca, fatta con la risciacquatura dei piatti: sovrapposti, scoordinati, incoerenti, prolissi e non funzionanti. E di Cassese non si può dire che non sia cultore della materia o che sia prevenuto contro il governo in carica.

Dietro tutto questo c’è la voragine del procedere per proclami e senza capacità esecutiva. Parole e fatti che divorziano. Sarebbe un tema per la politica, ove esistesse e non si dedicasse alle suggestioni anziché alla realtà.

La Ragione

L'articolo Comando proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Oggi (domani su carta) affronto punto per punto le inesattezze dette da Meloni nelle comunicazioni a Camera e Senato, nonché a margine del consiglio europeo.

Certe imprecisioni (eufemismo) vanno smontate con risolutezza, senza sconti. Non siamo in molti a farlo.

editorialedomani.it/politica/i…

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