Passi avanti sul caccia del futuro. Crosetto incontra Wallace e Suzuki a Roma


Oggi pomeriggio a Palazzo Aeronautica a Roma si è tenuto un incontro Italia-Regno Unito-Giappone sul Global combat air programme (Gcap), il progetto che vede i tre Paesi collaborare per la realizzazione del velivolo da combattimento del futuro destinato a

Oggi pomeriggio a Palazzo Aeronautica a Roma si è tenuto un incontro Italia-Regno Unito-Giappone sul Global combat air programme (Gcap), il progetto che vede i tre Paesi collaborare per la realizzazione del velivolo da combattimento del futuro destinato a sostituire i circa 90 caccia F-2 giapponesi e gli oltre 200 Eurofighter britannici e italiani. Presenti per l’Italia Guido Crosetto, ministro della Difesa, per il Regno Unito Ben Wallace, segretario alla Difesa, e per il Giappone Atsuo Suzuki, viceministro della Difesa. L’incontro si è svolto in un clima positivo, spiegano fonti di Formiche.net. Ciò ha permesso di compiere passi in avanti verso la costituzione del consorzio alla base del Gcap.

Una collaborazione globale

Come affermato dal ministro Crosetto a margine dell’incontro, “l’Italia sta fornendo un significativo contributo tecnologico e industriale al settore aerospaziale globale”, aggiungendo come il Gcap sia “un’iniziativa di successo che racchiuderà le migliori competenze nel panorama aerospaziale globale, per cui l’Italia sta fornendo un significativo contributo tecnologico e industriale”. Il vertice segue quello avvenuto a marzo in Giappone, quando Crosetto e Wallace incontrarono il ministro Yasukazu Hamada per discutere i prossimi passi verso lo sviluppo congiunto del Gcap, a margine del Dsei Japan, la principale manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato giapponese. Una nuova riunione a tre potrebbe tenersi entro l’autunno. E, se la rotazione venisse rispettata, si dovrebbe tenere su suolo britannico, con la presenza del viceministro Suzuki.

Il Gcap

Il progetto del Global combat air programme prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Tempest di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

Il programma congiunto

L’avvio del programma risale a dicembre del 2022, quando i governi di Roma, Londra e Tokyo hanno concordato di sviluppare insieme una piattaforma di combattimento aerea di nuova generazione entro il 2035. Nella nota comune, i capi del governo dei tre Paesi sottolinearono in particolare il rispettivo impegno a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, a difesa della democrazia, per cui è necessario istituire “forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile”. Grazie al progetto, Roma, Londra e Tokyo puntano ad accelerare le proprie capacità militari avanzate e il vantaggio tecnologico. Ad aprile, tra l’altro, l’Italia ha lanciato la Gcap acceleration initiative per accelerare lo sviluppo di tecnologie relative al Global combat air programme. Destinata a aziende e centri di ricerca, lo scopo dell’iniziativa è raccogliere le migliori proposte volte per la piattaforma Gcap per lavorare insieme a soluzioni innovative che possano essere applicate nel processo di maturazione tecnologica.


formiche.net/2023/06/vertice-g…

I pericoli di un salario minimo in chiave etica


Sembra sia stato soprattutto Carlo Calenda, nei giorni scorsi, a infervorarsi per l’idea di proporre una legge sul salario minimo legale che abbia il sostegno di tutti i partiti di opposizione. E si capisce bene perché: quella del salario minimo legale è,

Sembra sia stato soprattutto Carlo Calenda, nei giorni scorsi, a infervorarsi per l’idea di proporre una legge sul salario minimo legale che abbia il sostegno di tutti i partiti di opposizione. E si capisce bene perché: quella del salario minimo legale è, finora, l’unica proposta che potrebbe coalizzare non solo Pd e Cinque Stelle, ma anche i partiti del Terzo Polo (Azione e Italia viva).
È una buona idea? Per certi versi è un’idea sacrosanta. Secondo una mia stima di pochi anni fa, in Italia esiste un’infrastruttura para-schiavistica di circa 3 milioni e mezzo di persone che lavorano in condizioni di precarietà, insicurezza e bassi salari non degne di un Paese civile (il caso limite sono gli immigrati addetti alla raccolta di frutta e ortaggi).

Altre stime suggeriscono che, a seconda del livello a cui verrebbe fissato il minimo legale, i beneficiari di aumenti salariali potrebbero oscillare nel Paese fra uno e 3 milioni di lavoratori.
C’è un problema, tuttavia. In Italia i salari effettivi variano enormemente in funzione del settore produttivo, del costo della vita, della produttività. Inoltre, una parte delle micro-attività che impiegano manodopera male o malissimo pagata hanno margini estremamente ridotti, e non sarebbero in grado di sostenere gli aumenti salariali richiesti.
In concreto, significa che la fissazione di un salario minimo legale a 9 o 10 euro lordi, uniforme su tutto il territorio nazionale, avrebbe effetti a loro volta tutt’altro che uniformi.

Nei contesti ad alta produttività porterebbe a miglioramenti retributivi sostanziali, in quelli a bassa produttività condurrebbe alla chiusura di attività che operano al limite della redditività (sempre, beninteso, che governo e sindacati si impegnino a far rispettare la legge, anziché continuare a chiudere ipocritamente un occhio come si è sempre fatto in passato). In concreto, vorrebbe dire: salari più alti in molte realtà del centro-nord, più disoccupati in molte aree del sud.
Se i meccanismi fondamentali sono questi, forse sarebbe il caso di considerare l’ipotesi di un salario minimo legale differenziato per settore e zona del Paese, in modo da non penalizzare troppo le attività con la produttività più bassa.

Saprà l’opposizione di sinistra muoversi in questa direzione? È improbabile, vista la tendenza di Pd e Cinque Stelle ad affrontare tutte le questioni in termini etici e di principio, anziché in termini pragmatici e realistici. E non è questione di Schlein o non-Schlein, perché quella tendenza era già in atto in epoca pre-Schlein, e non su temi secondari. Pensiamo all’approccio ideologico in materia di immigrazione e accoglienza, o alla disastrosa gestione del Ddl Zan sull’omotransfobia, quando per preservare la purezza politica venne rifiutata l’offerta della destra di approvare il disegno di legge Scalfarotto (un’ottima legge, priva dei difetti del Ddl Zan).
È verosimile che tutta la discussione che partirà sui contenuti esatti della proposta di salario minimo legale verterà sul suo livello, con i riformisti a tirare per un livello ragionevole, e i massimalisti per un livello irragionevole ma auto-gratificante. Il risultato sarà che il governo
avrà gioco facile a ignorare le proposte dell’opposizione, mostrandone l’irrealismo e gli effetti perversi.

Eppure dovrebbe essere chiaro che è il modo peggiore per provare a costruire un campo largo. Per riconquistare la fiducia degli italiani, ai progressisti serve mostrarsi in grado di fare proposte così sensate che risulti difficile rifiutarle. E incalzare il governo a farle rispettare.
Proporre un salario minimo elevato, uguale in tutta Italia, e quindi impossibile da rispettare per molte imprese, può scaldare il cuore dei militanti più ideologizzati o moralisti. Ma difficilmente può convincere la maggioranza degli italiani.

Il Gazzettino

L'articolo I pericoli di un salario minimo in chiave etica proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

#LaFLEalMassimo – Episodio 99 – Wagner, l’inizio della fine


Da quanto la Russia ha invaso l’Ucraina, questa rubrica si è schierata dalla parte del popolo che è stato vittima di questa ingiusta aggressione. Purtroppo sui media italiani continuano a circolare notizie false, fuorvianti e di vera e propria propaganda

Da quanto la Russia ha invaso l’Ucraina, questa rubrica si è schierata dalla parte del popolo che è stato vittima di questa ingiusta aggressione. Purtroppo sui media italiani continuano a circolare notizie false, fuorvianti e di vera e propria propaganda a supporto del regime di Putin.

Per questo motivo è fondamentale sottolineare come la vicenda dell’insurrezione dei mercenari della Wagner costituisca un importante segnale di debolezza del regime russo di cui gli italiani hanno diritto di essere informati.

Il 24 giugno, una banda di mercenari armati ha attraversato il Paese senza quasi incontrare resistenza, percorrendo circa 750 km in un solo giorno, prendendo il controllo di due grandi città e arrivando a 200 km da Mosca prima di arrestarsi.

Il dittatore che ha fallito nel riformare la Russia mentre l’epoca dei combustibili fossili volge al termine, che ha fallito come comandante militare a 16 dall’inizio di una operazione speciale che sarebbe dovuta durare pochi giorni, oggi si dimostra incapace di garantire la sicurezza dello Stato. Putin sembra intenzionato a ristabilire la propria autorità con repressioni e purghe, ma si tratta dell’ennesimo tentativo di prepotenza da parte di un comandante sempre più debole e possiamo augurarci che il fallimento definitivo che porterà alla sua deposizione non sia lontano.

Dunque è bene che gli italiani siano informati e riflettano su questo, invece ascoltare i serpenti incantatori che vagheggiano di compromessi inaccettabili e soluzioni irrealizzabili. La controffensiva ucraina avanza e Putin è sempre più debole come testimoniato dall’ammutinamento della Wagner

Slava Ucraini

youtube.com/embed/zH_gqZwdnX8?…

L'articolo #LaFLEalMassimo – Episodio 99 – Wagner, l’inizio della fine proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

FeroceMente


Non va. Non si tratta (soltanto) di differenti opinioni. Non va proprio l’impostazione, non va provare ad aggredire quando tutti sanno come va a finire. Non va perché a forza di dare per scontato come va a finire – occupando il tempo a sostenere il contra

Non va. Non si tratta (soltanto) di differenti opinioni. Non va proprio l’impostazione, non va provare ad aggredire quando tutti sanno come va a finire. Non va perché a forza di dare per scontato come va a finire – occupando il tempo a sostenere il contrario – c’è anche il rischio che finisca male. E non finirebbe male per questa o quella persona, forza o schieramento politico, ma per l’Italia. E no, non va.

Si dà per scontato che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità sarà ratificata. Intanto perché è ragionevole e non pone alcun problema. Poi perché 26 Paesi su 27 lo hanno già fatto. Le forze politiche che oggi governano hanno utilizzato la bandiera del Mes per sventolare il loro antieuropeismo, mentre il partito di governo che si dice europeista (Forza Italia) è oggi preso da una sorta d’invidia del passato e finisce con il rendere più difficile anziché più facile l’inversione a U. Risultato: si rinvia.

Fosse solo il rinvio sarebbe disdicevole, ma non distruttivo. Il rischio grosso consiste nell’usare il Mes come argomento d’attacco nel momento in cui è aperta la discussione sulla riforma del Patto di stabilità. Il rischio è credere che si conta di più se si strilla di più. È un rischio grosso, perché attizza le tifoserie ma marginalizza e depotenzia l’Italia. Se poi ci si mette anche la critica al rialzo dei tassi d’interesse – stra annunciato e scontato – si calca un terreno minato.

Il Mes non è oggetto di scambio, proprio perché siamo soli. Totalmente soli. Provare a usarlo suona come ricatto. E da una posizione di debolezza non è un’idea brillante. In questo modo non si rafforzano, ma si indeboliscono le richieste sul Patto di stabilità. Come se non bastasse, quelle richieste – come al solito, come da vent’anni a questa parte – si concentrano nel chiedere maggiore larghezza di deficit pubblico (con il trucco della diversa contabilizzazione di alcune spese), ovvero scelte che sono inflattive nel mentre non soltanto l’intero mondo con economie di mercato prova a frenare l’inflazione, ma l’Italia è uno dei Paesi più esposti al rischio d’incendio.

L’inflazione sega i risparmi e pialla i guadagni. Dopo anni di tassi molto bassi e facilitazioni monetarie la Banca centrale europea interpretò male il riaffacciarsi dell’inflazione, vedendola come effetto esclusivo del rialzo delle materie prime. Quindi esterna. Difatti, mentre la Banca centrale Usa alzava i tassi, da noi restavano fermi. Per questo ritardo la Bce è stata criticata. I critici odierni dei rialzi hanno scoperto in ritardo quell’originaria sottovalutazione e provano a riproporla come una genialata. Invece i prezzi esterni sono calati e in parte crollati, mentre l’inflazione resta troppo alta, segno che è alimentata anche dall’interno.

Si possono avere idee e proposte diverse, sul come far fronte. È evidente che non basterà mai usare esclusivamente il rialzo dei tassi. Ma se la critica al rialzo dei tassi viene da chi è seduto su un mostruoso debito pubblico, per giunta negando l’esistenza stessa di strumenti di soccorso in caso di crisi, è come se uno seduto su un cumulo di tritolo minacciasse di buttare la cicca accesa: gli altri si scansano, ma quello salta.

L’interesse dell’Italia è: a. puntare a che i rialzi non raffreddino la positiva crescita, il che comporta l’uso tempestivo e sapiente dei fondi Ngeu; b. approfittare di quei soldi e delle connesse riforme per favorire la concorrenza, utilissima per far scendere i prezzi e stroncare le speculazioni; c. negoziare un Patto di stabilità che non comporti vincoli automatici senza portare la discrezionalità delle scelte fuori dai confini nazionali. Affrontare ferocemente questi temi finisce con il fornire la ferocia ai tifosi e a giocarsi la mente del governare e guardare al futuro. Su a. c’è nebbia fitta; su b. siamo fermi o peggio; su c. la si butta in caciara.

Finché c’è guerra in Ucraina il governo Meloni è solido perché positivo, data l’opposizione allo sbando e gli alleati sbandati al Cremlino. Ma guai a credere che ciò renda tutto utilizzabile, perché c’è sempre un poi.

La Ragione

L'articolo FeroceMente proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Drogati


Una discussione inutile, drogata in sé. Proprio per questo è una discussione utile a capire il modo insensato con cui i problemi si sventolano anziché affrontarli. L’incapacità di stare alla realtà si traduce in abilità nell’agitare sentimenti. Tipo: proi

Una discussione inutile, drogata in sé. Proprio per questo è una discussione utile a capire il modo insensato con cui i problemi si sventolano anziché affrontarli. L’incapacità di stare alla realtà si traduce in abilità nell’agitare sentimenti. Tipo: proibizionismo e antiproibizionismo. Il primo inficiato da falso moralismo, il secondo da falso libertarismo.

Toccante l’impeto con cui il deputato Riccardo Magi ha rimproverato a Meloni il fallimento del proibizionismo, così come Giorgia Meloni rimproverava a Magi le rovine del permissivismo. Magi ha fatto un gran piacere a Meloni, trasformando un’oziosa ritualità della ricorrenza (basta con queste “giornate”) in un’occasione per marcare ancora il territorio elettorale. Facciano, assieme, un favore a sé stessi e leggano la nostra legislazione in materia, nella quale convivono il permissivismo e il proibizionismo. Drogarsi è lecito, la dose personale si può ben averla e usarla, è già legalizzata, mentre procurarsi la droga e procurarla è illecito. In una legislazione ipocrita e contenente gli opposti, partitanti pronti a tutto per la visibilità si contestano a vicenda il fallimento della metà intestata all’altro. Insensato.

Ma insensato è anche l’approccio. Posto che lo spinello è mito da boomer e che i ragazzi di oggi sono assediati da droghe ricreative devastanti, pasticche amfetaminiche e cannabis con contenuto spropositato di Thc (il principio attivo), roba che frulla il cervello, facciamo finta che si stia parlando seriamente e vediamo perché il gioco “legalizzare o proibire” non ha senso, così giocato. Magi brandisce un cartello: «Cannabis, se non ci pensa lo Stato ci pensa la mafia». Tesi: se si legalizzasse si sottrarrebbe mercato alla mafia. Balla, perché nessuno sano di mente (spero) immagina di dare spinelli ai tredicenni o di fornirne in quantità industriali o di fornire anche cocaina, eroina, amfetamine et similia. Quindi: date il bentornato alla mafia. Se lo scopo fosse quello di debellare le mafie (che si dedicherebbero ad altro), allora la sola ricetta sensata sarebbe fornire tutto a tutti. Ma una coglioneria simile non l’ho mai sentita dire da nessuno.

D’altra parte, del resto, non conosco persone che vogliano far scontare il carcere ai minorenni, ma manco ai maggiorenni sol perché si sono drogati. Vincenzo Muccioli creò San Patrignano per NON mandarli in carcere e a quello sottrarli. Vabbè, dicono, ma puniamo severissimamente lo spaccio. Chi credete di trovare a spacciare, il mafioso? Ci trovate un relitto umano che si droga a sua volta (così potrà dire che è per uso personale). La lancia punitiva è ciondoloni, se priva del sostegno al recupero. Perché disintossicarsi non è stare senza droga, ma vivere senza sentirne il bisogno.

Se in una legislazione ci metti il pietismo e rinunci all’interventismo educativo il risultato è la sceneggiata: «Hai fallito tu!», «No, hai fallito tu!». Passiamo ai film e agli “esempi”. Ci sono fior di film che descrivono i drogati come rottami umani, ragazzi e ragazze in vendita per potere accelerare la propria fine. Ci sono, eccome. Ma ci sono anche quelli con il manager che sniffa e domina, inala e scopa, inghiotte e gode. La tragedia è l’assenza di realtà: non tutti i drogati sono relitti, ci vuole (poco) tempo per arrivarci, ma tutti quelli che sentono di dominarla ne saranno dominati. Dipende a quale stadio li incontri. Tutti i persi nella droga sono partiti dall’idea di sapersi gestire. Tutti non ci sono riusciti.

Allora i temi pubblici sono due: 1. sballarsi, con qualsiasi cosa ci si sballi, non è mai libertà: è il sintomo di un male e la premessa della perdita della libertà, chi ama la libertà odia lo sballo; 2. reprimere ha senso se l’altra mano soccorre, ma per reprimere seriamente si deve proibire, non acconsentire a seconda dei casi.

Se non si ha capacità e determinazione per scegliere, si resta in bilico. Ecco perché quel battibecco inutile è esemplare: drogata non è mica soltanto la discussione sulla droga.

La Ragione

L'articolo Drogati proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Non solo Wagner. Ecco tutte le milizie private russe


Sebbene si tratti di un fenomeno non esattamente recente – la prima Private Military Company, i “Lupi dello Zar”, risale al 1992 – dal punto di vista del diritto russo, gli attori non statali come le PMC sono oggi considerati illegali. Ciononostante, poic

Sebbene si tratti di un fenomeno non esattamente recente – la prima Private Military Company, i “Lupi dello Zar”, risale al 1992 – dal punto di vista del diritto russo, gli attori non statali come le PMC sono oggi considerati illegali. Ciononostante, poiché tutte le PMC attualmente attive sono in un modo o nell’altro collegate al Cremlino o ne promuovono comunque gli interessi, i vertici di queste organizzazioni godono di un regime di impunità de facto. L’unica eccezione a questa regola si presenta quando una di esse cade in disgrazia con la leadership moscovita, o entra in un aperto e logorante conflitto con le Forze Armate regolari tale da incorrere nel coinvolgimento della magistratura. In questo caso, in base alle leggi vigenti nella Federazione Russa, si può incorrere nella smobilitazione forzata e nell’arresto della leadership qualora quest’ultima non ottemperi alle richieste del Governo.

Questo è stato il caso della Wagner Corp. che come abbiamo avuto modo di apprendere in queste ore ha rifiutato di smobilitare le truppe entro la scadenza del 1 Luglio decidendo piuttosto di muovere contro il Cremlino in quello che molti hanno definito, troppo prematuramente, un tentativo di colpo di stato. Grazie alla mediazione del presidente Lukashenko e del Governatore di Tula, Alexei Dyumin, la veloce ribellione di Yevgeny Prigozhin si è risolta in quello che diversi analisti vedono come un riposizionamento della Wagner in Bielorussia, proprio quando il paese ha ricevuto da Mosca ingenti aiuti militari che includono una discreta capacità di deterrenza nucleare.

Da qui non è escluso che Wagner possa continuare la propria partecipazione al conflitto ucraino, aprendo un fronte nord pericolosamente vicino a Kyiv, da cui sarebbe in grado di lanciare operazioni di infiltrazione e interferenza che velocizzerebbero il logoramento delle capacità militari ucraine. La riapertura dei centri di reclutamento e addestramento in Siberia, unitamente alle voci di diverse basi Wagner in costruzione in Bielorussia, non fanno che confermare la senzazione che quanto successo la scorsa settimana non abbia scritto la parola fine per le attività di questa PMC, né tantomeno per il conflitto. Ma se Wagner è la punta di lancia del sistema di guerra asimetrica del Cremlino, non mancano altre risorse nell’ambito della guerra ibrida.

Attualmente il sistema delle PMC russe è composto da circa 40 gruppi che operano in 34 paesi. Circa il 70% di questi gruppi opera in Ucraina, e almeno la metà di essi sono stati creati dopo il 2022 esclusivamente per partecipare alle ostilità contro Kyiv, mentre i restanti operano tipicamente in Siria (almeno dal 2011), Iraq (dal 2003) e Africa centrale, a sostegno degli interessi russi di lungo periodo e come forze di protezione degli approvvigionamenti di risorse. Dati raccolti all’inizio del 2023 vedono 19 PMC schierate in Africa principalmente a controllo delle risorse minerarie, 10 PMC operative in Asia e Medioriente, 4 PMC attive in Europa e almeno 1 gruppo attivo in Sud America. A farla da padrone è ovviamente la Wagner, che opera in almeno 18 paesi, seguita dal Gruppo Patriot in 7 nazioni e dal gruppo ENOT (“procioni” in russo) che è attivo in 6 paesi.

Prima di entrare nel dettaglio di alcune di queste sigle è necessario comprendere le ragioni della scelta del Cremlino di contribuire a creare e sostenere un ecosistema così complesso e potenzialmente pericoloso. Esistono naturalmente diverse ragioni che hanno permesso alle PMC di prosperare. Come dato di contesto non va dimenticata la geografia della Russia, uno stato esteso tra Europa e Asia, e la sua tendenza storica all’accentramento del potere: entrambi questi fattori hanno da sempre creato le condizioni ideali per l’esistenza di forze armate territoriali o claniche. Venendo alla situazione contemporanea, in primo luogo le PMC rappresentano uno strumento altamente flessibile e adatto a condurre guerre ibride senza il coinvolgimento diretto dello stato che avrebbe ingenti ripercussioni ufficiali sulle relazioni internazionali. In secondo luogo le operazioni delle PMC sono finanziate per la maggior parte da oligarchi, come ad esempio Yevgeny Prigozhin, Gennady Timchenko, Oleg Deripaska o Sergey Isakov per citarne alcuni, e non dallo stato.

Sebbene esistano canali di finanziamento e meccanismi di subordinazione che le connettono alle istituzioni statali, non vi è un impatto diretto sul bilancio ufficiale del Paese e le PMC operano in un sistema di libera concorrenza e di mercato. Ciò fa si che le PMC siano più economiche da mantenere rispetto alle truppe regolari, garantendo al tempo stesso un più elevato livello tecnologico e una maggiore manovrabilità operativa. Inoltre, lo status di soggetti privati di cui godono le PMC si traduce nella non necessità di monitorarne le perdite e dunque esse non vengono registrate tra le perdite ufficiali. A questo va aggiunto che gli individui che si uniscono alle PMC stipulano contratti volontari di diritto privato e quindi l’amministrazione dello stato non è responsabile nei confronti delle famiglie degli eventuali caduti durante le operazioni.

Un altro vantaggio delle PMC è rappresentato dalla loro composizione, essendo esse formate principalmente da personale selezionato tra i veterani in grado di svolgere missioni più complesse, ma con la possibilità di reclutare velocemente personale a basso costo da usare come “carne da macello”. Infine, col tempo le PMC sono diventate una sorta di status simbol per gli oligarchi che, non diversamente dai nobili e leader locali del passato, hanno cominciato ad impiegarle per proteggere se stessi e le proprie ricchezze, anche in previsione di un possibile collasso o di un colpo di stato in Russia. Venendo a quali sono e come operano le principali PMC russe, non possiamo ovviamente che partire da Wagner.

Fondato ufficialmente nel 2014, all’epoca dell’invasione della Crimea, ma nato dall’unione di diverse PMC, il Gruppo Wagner conta oggi tra i 40 e i 50 mila operatori ed è attivo in Ucraina, Siria, Repubblica Centrafricana, Libia, Sudan, Sud Sudan, Ciad, Mozambico, Congo, Mali, Bielorussia, Burundi, Guinea-Bissau, Venezuela, Nigeria, Madagascar, Botswana, Comore, Ruanda e Lesotho. In ordine di importanza, segue lo spinoff neonazista di Wagner, specializzato in operazioni speciali: il famigerato gruppo Rusich fondato nel 2009 e incorporato come componente autonoma in Wagner nel 2014, attivo con varie decide di operatori in Ucraina, Siria e Repubblica Centrafricana.

A questi si affianca la Legione Imperiale Russa, falange armata del Movimento Imperiale Russo fondata nel 2002, che con diverse centinaia di militanti si occupa prevalentemente delle operazioni di controllo delle province del Donbass, ma ha recentemente esteso la propria attività in Libia e Siria. Infine, nel 2017, é entrata in scena la Sewa Security Services, gestita da un ex dipendente del ministero dell’Interno russo, Evgeny Khodotov, a capo anche della società M-Finance associata a Prigozhin che opera esclusivamente in Repubblica Centroafricana. Tra le PMC non direttamente legate a Wagner va citata il Gruppo RSB, società che dal 2005 offre consulenze e servizi di protezione con uffici legalmente operanti in Africa e Unione Europea e che a detta degli analisti è finanziata e controllata direttamente dall’FSB.

RSB può contare su un numero imprecisato di operatori che operano in Ucraina, Sri Lanka, Libia, nel Golfo di Aden, lo Stretto di Malacca e in Guinea. Esiste inoltre il Centro R, un gruppo di circa 500 operatori finanziati dagli oligarchi Gennady Timchenko e Oleg Deripaska e subordinato al Ministero della Difesa russo. A differenza di altre PMC, il Centro R, nato nel 2018, si occupa esclusivamente di protezione installazioni in Ucraina, Siria, Iraq, Georgia e Somalia un po’ come succede nel caso del servizio di protezione delle installazioni di Gazprom. La lista potrebbe continuare a lungo, ma vogliamo limitarci a segnalare solo altri quattro tra i gruppi più interessanti attualmente attivi. Cominciamo dal Gruppo Patriot, creatura del Ministro della Difesa Sergei Shoigu fondata nel 2018, attivo in Ucraina, Siria, Yemen, Repubblica Centrafricana, Burundi, Sudan e Gabon.

Seguono gli Zar’s Wolves, il gruppo più antico, guidato oggi da Dmitry Olegovich Rogozin, dal 2011 al 2018 Vice Primo Ministro della Federazione Russa, e che opera esclusivamente in Ucraina. Proprio questi due gruppi potrebbero rimpiazzare la Wagner in diversi teatri operativi. Infine, due casi di PMC che si appoggiano sul crowdfunding, ovvero le micro donazioni individuali: la Andreyevsky Krest PMC, un’iniziativa lanciata dalla Chiesa Ortodossa per l’addestramento degli operatori da inviare in Ucraina che ha probabilmente contribuito alla preparazione di più di 2000 individui nei suoi cinque anni di vita, e la Akhmat PMC, una forza composta da circa 4000 operatori e controllata dal leader ceceno Kadyrov.

Concludendo questo breve excursus riteniamo che sia di fondamentale importanza continuare a monitorare l’ecosistema delle PMC russe, non solo come chiave di lettura del conflitto in Ucraina, ma anche e soprattutto per valutare pienamente l’evolversi della politica estera russa e degli equilibri interni di Mosca.


formiche.net/2023/06/non-solo-…

Ohibò, il taglio dei parlamentari ha minato la qualità del lavoro degli eletti


Hanno vinto i cinque stelle. Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno, dicevano. Missione compiuta. E’ talmente aperto, che tutti scappano. L’antipolitica funziona infatti, ed è il Parlamento a non funzionare più. Da quando è stato ridotto il l

Hanno vinto i cinque stelle. Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno, dicevano. Missione compiuta. E’ talmente aperto, che tutti scappano. L’antipolitica funziona infatti, ed è il Parlamento a non funzionare più. Da quando è stato ridotto il loro numero, considerato da essi stessi un costo da mangiapane a tradimento, deputati e senatori disertano con sistematicità il lavoro in commissione, cioè quella cosa che prima dava un senso alle loro giornate da anonimi pigiatasti d’Aula. Prima ne frequentavano una, studiavano, votavano, emendavano. Ma poiché ormai di commissioni costoro se ne devono accollare due o tre finisce che non solo non studiano più, ma devono pure scegliere dove andare. Quindi in genere si assentano (tranne quando si vota e scatta il gettone).

Negli uffici della Camera, invece, dal 2021, cioè da quando è entrato in vigore il taglio degli stipendi, altra mossa plebeista e paragrillina, i dipendenti neo assunti si dimettono a un ritmo mai visto in settant’anni di storia repubblicana. Pare che in molti non avessero capito che i loro stipendi, limati di un buon 20 per cento, non erano più quelli ottimi di chi alla Camera già ci lavorava. Tra i 76 assistenti parlamentari appena assunti a Montecitorio, per dire, in 10 non hanno preso servizio. Dieci su settantasei. Insomma la riduzione del numero dei parlamentari, che doveva portare risparmio, provoca assenteismo e superficialità. Mentre il taglio degli stipendi ai dipendenti (deciso nel 2017 e applicato dal 2021) sta determinando una fuga di giovani dalla macchina burocratica del Parlamento. Erano stati appena assunti 8 tecnici informatici? Se ne sono dimessi in 3.

Si sono dimessi anche 6 segretari parlamentari neo assunti, mentre gli altri hanno avanzato la prima richiesta sindacale: un “permesso studio” al fine di avere tempo di preparare un altro concorso, e salutare la Camera. E infatti due sono le scene paradigmatiche in Parlamento da qualche tempo. La prima è quella del senatore medio, mettiamo Claudio Borghi della Lega, uno a caso, che fa parte di ben tre commissioni. Eccolo mentre si affaccia sulla soglia della commissione Affari europei: “Oggi si vota?”. Gli dicono di no. Niente gettone. E lui: zac, fila via verso la commissione Bilancio o verso il Copasir. Scena numero due. Montecitorio, corridoio. Ecco un giovane commesso che sta curvo sul manuale di diritto pubblico. Sta preparando un concorso. Se ne vuole andare pure lui. Nemmeno Grillo saprebbe spiegarci meglio di così l’effetto della parola “vaffanculo”.

Il Foglio

L'articolo Ohibò, il taglio dei parlamentari ha minato la qualità del lavoro degli eletti proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Dino Buzzati – Cronache terrestri


https://youtu.be/ol-8TSyFr-8 L'articolo Dino Buzzati – Cronache terrestri proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dino-buzzati-cronache-terrestri/ https://www.fondazioneluigieinaudi.it/feed
Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Quattro puntate, quattro progetti, quattro storie che attestano il ruolo dell’Unione Europea nella vita concreta e nello sviluppo delle persone e delle imprese. La mia voce racconta tutto questo per il podcast Europea di #ChoraMedia

open.spotify.com/show/5R6gpBTE…

ImPotenza


Come in tutti i sistemi dispostici e secondo la tradizione degli scontri di potere in Russia, l’opacità regna sovrana. Al punto che, nel torbido, ciascuno può vedere muoversi quel che gli pare: chi l’astuto inganno putiniano per consolidare il potere, chi

Come in tutti i sistemi dispostici e secondo la tradizione degli scontri di potere in Russia, l’opacità regna sovrana. Al punto che, nel torbido, ciascuno può vedere muoversi quel che gli pare: chi l’astuto inganno putiniano per consolidare il potere, chi il liquefarsi dell’intera Russia. Il guaio di concentrare lo sguardo sul torbido è quello di non riuscire a mettere a fuoco i fatti evidenti, che sono due: a. lo smottare del fronte interno è una conseguenza della sconfitta su quello esterno ucraino, talché la grande potenza militare che mosse alla conquista del piccolo Paese da masticare alla svelta è lì, trincerata come può, spinta alla criminalità di far saltare le dighe, pur di non vedere il contrattacco degli ucraini sfondare le proprie linee; b. fin dall’inizio era chiara la rissosa rivalità fra le forze armate russe e i mercenari della Wagner, con le prime che consideravano l’invasione un errore e i secondi un’occasione, ma prima di sabato si vedeva Putin tenere al guinzaglio i suoi cagnacci, ora si vede il dominatore che viene dominato. Che sia sotto tutela delle forze armate o dei mercenari non è chiaro, ma la potenza ha generato impotenza.

La guerra russa in Ucraina è persa fin dall’inizio. Ora porta Putin a finire. Il disegno imperialista e neozarista si è dimostrato per quel che è: un’allucinazione mistico-nazionalista che porta con sé la riduzione della Russia a vassallo della Cina. Chi ha pensato d’essere espressione della storia russa ha dimostrato di non conoscerla o, meglio, di averne assorbito una versione mitica, incapace di imparare dagli errori del passato.

Con tre conseguenze si dovranno fare i conti, nel torbido.

1. I tempi restano incerti e, anzi, quelli della guerra rischiano di allungarsi. È escluso possa farlo Putin, che lo ha sempre rifiutato, ma è ben difficile che altri siano in condizioni e in tempi prevedibili capaci di negoziare una conclusione. Incerti anche i tempi e le modalità della fine di Putin, che sarà un bene per l’umanità e per la Russia.

2. Nello scontro russo non ci sono buoni e cattivi, non ci sono “i nostri” e, con ogni probabilità, quel che succederà dopo la fine sarà orribile quanto quel che c’era. Prigozhin, che riconosce essere tutte balle quelle raccontate sulla minaccia o provocazione della Nato, non per questo diventa un “amico”. Resta un macellaio prezzolato. Ma l’esistenza stessa dello scontro dimostra che le sanzioni (che hanno funzionato eccome) hanno morso gli equilibri economici del potere e dei suoi complici; dimostra che il sostegno politico, civile e di forniture militari all’Ucraina è stato non soltanto giusto ma utile ed efficace. Quindi si continua.

3. La chiave che ha serrato Putin nel suo dannato labirinto è stata quella dell’unità occidentale, che lui aveva escluso. Quello è stato l’atto politico decisivo. Non sufficiente, certo, ma decisivo. E sarebbe spreco di opportunità e di peso se qui da noi non lo si capisse, continuando a biascicare di debolezza europea o di divisioni Nato o dei danni subiti. I danni sono frutto di una scelta criminale, fatta da Putin. Il resto è stata una conquista di maturità politica. Che ora va evoluta, certamente, sul terreno sia dell’integrazione militare che del dialogo diplomatico, ricordando che non è nei nostri interessi la dissoluzione russa, mentre siamo tenuti al confronto costante, anche difficile, con Cina e India.

La torsione guerrafondaia voluta da Putin ha spaccato il suo mondo, anziché il nostro. Non di meno ha generato squilibri pericolosi, i cui effetti devono ancora vedersi. Il convertirsi alla finzione pacifista e alla negoziazione sbracante di quello che fu il vecchio filocomunismo e il suo predecessore filozarista è soltanto l’ultimo travestimento di una natura profonda, che ha in uggia l’Occidente proprio perché orgogliosamente imperfetto nel suo essere libero e democratico. Gli adoratori delle perfezioni dispotiche avranno presto un nuovo cadavere storico su cui versare le loro lacrime.

La Ragione

L'articolo ImPotenza proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

#IranWomenasAllMankind, il documento di Fondazione Einaudi ed ELF: “Tenere alta l’attenzione sull’Iran”


Un appello ai media italiani affinché mantengano alta l’attenzione sull’Iran, la vicinanza al popolo iraniano che si oppone al regime teocratico e militare e un richiamo alle diverse forze della diaspora iraniana affinché superino le rispettive diffidenze
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

Un appello ai media italiani affinché mantengano alta l’attenzione sull’Iran, la vicinanza al popolo iraniano che si oppone al regime teocratico e militare e un richiamo alle diverse forze della diaspora iraniana affinché superino le rispettive diffidenze e si uniscano contro l’avversario comune rappresentato dal regime. Sono i tre punti emersi nel dibattito, organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi in collaborazione con European Liberal Forum, che si è svolto questa mattina nella sede della Fondazione e si è concluso con la condivisione un documento.

Dal 16 settembre 2022, dopo la morte della 22enne curda Mahsa Amini all’indomani del suo arresto da parte della polizia morale iraniana, Teheran è diventata teatro di una serie di proteste che intrecciano la questione femminile e delle libertà dell’uomo. Per ragionare di questa grave emergenza, la Fondazione Luigi Einaudi ed ELF hanno promosso a Roma una tavola rotonda, a seguito della quale si è scelto di lanciare l’hashtag: Iran Women as All Mankind (#IWAM).

Un dibattito plurale tra esperti liberali di cultura, politica e società iraniana e politici italiani di vario orientamento, in cui è stata fatta una panoramica approfondita e critica della resistenza civica iraniana delle donne e di come supportare questo fenomeno, tema chiave anche in vista delle imminenti elezioni europee. Si è trattato di un primo step per ragionare su proposte legislative da promuovere in sede europea.

All’incontro hanno partecipato Andrea Cangini, Segretario generale Fondazione Luigi Einaudi, Catharina Rinzema, MEP Volkspartij voor Vrijheid/Renew Europe, Renata Gravina, Researcher Sapienza, Fondazione Luigi Einaudi, Melissa Amirkhizy, European Liberal Forum, Antonio Stango, Italian Federation for Human Rights, Elisabetta Zamparutti, former MP Nessuno tocchi Caino, Luciana Borsatti, independent journalist, Alberto Pagani, Partito Democratico, Paolo Formentini, Lega, Lia Quartapelle, Partito Democratico, Andrea Orsini, Forza Italia.

La Fondazione Luigi Einaudi ed ELF si battono per far mettere in cima all’agenda del Parlamento europeo il dibattito sull’Iran, perché convinti che la liberazione delle donne iraniane equivalga al libero sviluppo del genere umano.


L'articolo #IranWomenasAllMankind, il documento di Fondazione Einaudi ed ELF: “Tenere alta l’attenzione sull’Iran” proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

#IWAM

articolo Iran


testo Leggi l’appello, click qui L'articolo articolo Iran proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/articolo-iran/ https://www.fondazioneluigieinaudi.it/feed
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

testo

Leggi l’appello, click qui


L'articolo articolo Iran proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Formiche è partner istituzionale del Nato Public Forum al Summit di Vilnius


L’11 e 12 luglio 2023, i capi di Stato e di governo della Nato si riuniranno a Vilnius, in Lituania, in occasione del vertice dell’Alleanza Atlantica che dovrà affrontare le sfide dell’attuale contesto di sicurezza internazionale. Per l’occasione, l’Allea

L’11 e 12 luglio 2023, i capi di Stato e di governo della Nato si riuniranno a Vilnius, in Lituania, in occasione del vertice dell’Alleanza Atlantica che dovrà affrontare le sfide dell’attuale contesto di sicurezza internazionale. Per l’occasione, l’Alleanza, insieme al Centro Studi sull’Europa Orientale, al German Marshall Fund degli Stati Uniti, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco e al Consiglio Atlantico organizza il Nato Public Forum, un evento pubblico che mira a promuovere una migliore comprensione delle politiche e degli obiettivi della Nato e delle decisioni che saranno adottate al vertice di Vilnius.

Formiche, Partner istituzionale Nato

Quest’anno, Formiche sarà Partner istituzionale per l’Italia del Nato Public Forum. Sui nostri canali sarà dunque possibile seguire l’evento e, fino ad allora, promuoveremo tutti gli aggiornamenti che prepareranno la strada all’importante vertice lituano. Attraverso il dialogo e l’impegno di un gruppo unico e diversificato di parti interessate, dai capi di Stato e di governo e dai ministri, agli esperti di sicurezza internazionale, agli opinionisti, agli accademici, ai giornalisti e ai giovani, il Forum presenterà una serie di tavole rotonde, dibattiti e sessioni interattive su vari argomenti dell’agenda della Nato. In qualità di Partner istituzionale, invitiamo chi volesse partecipare al dibattito online aperto dalla Nato a registrarsi alla piattaforma web dell’iniziativa.

I temi del vertice

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina sono molte le sfide in corso per la sicurezza dell’Alleanza Atlantica. Lo scenario globale appare infatti fortemente destabilizzato dalla guerra e aumentano le minacce provenienti da un ambiente sempre più fragile. Di fronte a tale contesto, la Nato è decisa a mantenere e rafforzare la sua posizione di deterrenza, con l’obiettivo di continuare a garantire la difesa e la sicurezza dello spazio euro-atlantico per fronteggiare le minacce emergenti, da quelle ibride a quelle provenienti dal quadrante Indo-Pacifico. In questo scenario c’è molta attesa per il vertice dell’Alleanza di quest’anno, che si terrà a luglio a Vilnius, nel quale ci si confronterà per affrontare le nuove minacce, da quella russa e, in prospettiva, cinese, senza dimenticare l’instabilità del Mediterraneo allargato.


formiche.net/2023/06/formiche-…

Storia della Crimea: un saggio storico e politico del 1787


La storia della Crimea, pur essendo relativa a una piccola penisola affacciata sul Mar Nero, è davvero ricchissima. Sulle fondamenta greche, romane e, soprattutto, romane d’oriente, si innestarono sia il commercio e l’ingegneria genovese cheContinue reading

The post Storia della Crimea: un saggio storico e politico del 1787 appeared first on Zhistorica.

Ustica, la retorica degli anniversari rallenta la ricerca dei responsabili


Scrive Repubblica che il DC-9 Itavia caduto il 27 giugno 1980 vicino Ustica sarebbe stato abbattuto da un missile lanciato da caccia francesi decollati da Solenzara, in Corsica, e da una portaerei. Secondo una vignetta che campeggia sul muro esterno del M
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

Scrive Repubblica che il DC-9 Itavia caduto il 27 giugno 1980 vicino Ustica sarebbe stato abbattuto da un missile lanciato da caccia francesi decollati da Solenzara, in Corsica, e da una portaerei. Secondo una vignetta che campeggia sul muro esterno del Museo della Memoria di Bologna, quella notte il cielo di Ustica sarebbe stato pieno di caccia americani. Per il giornalista Claudio Gatti, la responsabilità della morte di 81 italiani innocenti sarebbe invece degli israeliani. Potrebbe bastare questo a spiegare perché l’assunto della battaglia aerea non sia riuscita ad affermarsi nei processi penali: l’assoluta assenza di segni di impatto di missile sul relitto recuperato in mare e di aerei intorno al DC-9 sulle registrazioni dei radar fu rilevata sin dal 31 luglio 1998 dai pubblici ministeri (non dagli avvocati difensori, si badi bene!).

A 25 anni di distanza, sembra prenderne atto anche la Procura di Roma, che secondo Repubblica si preparerebbe ad archiviare l’inchiesta riaperta nel 2007 dopo le rivelazioni dell’ex presidente Francesco Cossiga sulla responsabilità francese. Benché il reato di strage non vada mai in prescrizione, è chiaro che senza un’indagine attiva le probabilità di dare un nome agli esecutori materiali e ai mandanti dell’attentato è pari a zero. Eppure, come in ogni anniversario, la teoria del missile viene riproposta alla pubblica opinione non solo come l’unica possibile ma addirittura come quella confermata dalle sentenze. Non è così.

L’ipotesi della battaglia aerea avanzata da Rosario Priore – che, come giudice istruttore, non ha mai sentenziato sulla colpevolezza, limitandosi a ordinare il rinvio a giudizio di alcuni militari, poi assolti – non ha mai superato rigorosa analisi del dibattimento penale. Dopo i pubblici ministeri, la bocciarono la Corte d’assise, la Corte d’appello e la Corte di Cassazione. La Corte dei conti rifiutò di addebitare ai generali il costo del recupero del relitto, del quale qualcuno riteneva inutile disporre per un rigoroso esame tecnico. Perché?

È presto detto. Con la disponibilità di oltre il 90% del relitto, il Collegio peritale d’ufficio – nominato, cioè, non dalle parti ma dal giudice istruttore – concluse infatti all’unanimità che ad abbattere il DC-9 era stata una bomba. Presieduto dal prof. Aurelio Misiti e composto da alcuni dei maggiori esperti internazionali, il Collegio prima certificò l’assenza di tracce di missile (piccoli ma fitti fori di schegge proiettate dall’esplosione della testata a una certa distanza dal bersaglio) e poi individuò la posizione della bomba nella toilette. A dimostrarlo stavano un tubo tondo reso piatto da una pressione di 392 kg/cm2 e il lavabo accartocciato e bucherellato come un merletto. I due pezzi furono esibiti in Assise ma, curiosamente, non sono presenti a Bologna. (A proposito: la conclusione della bomba è spesso criticata per l’incertezza del suo posizionamento, peraltro confinato a un raggio di qualche decina di centimetri. Curiosamente, la stessa univocità non è richiesta ai caccia, che possono essere diversi, venire da basi diverse, lanciare missili diversi, senza che ciò infici la credibilità del racconto). Contemporaneamente, i radaristi escludevano la presenza di aerei in un raggio di cinquanta-sessanta miglia dal DC-9.

Di fronte a questi fatti tecnici, il partito del missile (peraltro abbandonato anche da Priore, che nelle ultime fasi d’indagine aveva sterzato verso la “quasi collisione”) si affida piuttosto alle testimonianze orali, indifferentemente di Cossiga o dell’ex marinaio Brian Sandlin. È il trionfo della “narrazione” sulla scienza, tanto che nel 2005 i giudici d’appello si spingono a scrivere che “l’accusa non è altrimenti dimostrabile se non affermando come certo quanto sopra ipotizzato ma non è chi non veda in esso la trama di un libro di spionaggio ma non un argomento degno di una pronuncia giudiziale”.

E la bomba? È vero che, come scrive Repubblica, nei messaggi del centro Sismi di Beirut non se trova cenno? Mica tanto. Alle 10 del mattino del 27 giugno, il colonnello Stefano Giovannone invia a Sirio, un non meglio identificato vertice dei Servizi, un messaggio urgente. “2013 Habet informatomi tarda serata due sei [26 giugno] che Fplp avrebbe deciso riprendere totale libertà azione senza dar corso ulteriori contatti, in seguito mancato accoglimento sollecitata noto spostamento data procedimento appello in conseguenza psicosi et reazione negativa determinatasi in Italia seguito rivelazioni PECCI [sic] su aspetti fornitura armi da palestinesi at Bravo Charlie [sic].” Nel Regno Unito e in Francia questo, insieme alla perizia d’ufficio, sarebbe bastato a indagare sulla bomba che undici ore dopo disintegrò in cielo il DC-9. Loro hanno scoperto esecutori e mandanti delle bombe di Lockerbie (1988) e del Ciad (1989). In Italia c’è invece chi in nome del missile cerca la testimonianza o il documento che da soli invalidino il relitto, 1.750.000 pagine di istruttoria, quattromila testimoni, 277 udienze (comprese otto in videoconferenza con gli Usa), 115 tra perizie e consulenze, ottanta rogatorie internazionali (di cui 36, che hanno tutte avuto puntuale risposta, a Francia e Usa). Sarà mica per questo che, dopo 43 anni, i responsabili di Ustica dormono sonni tranquilli?


formiche.net/2023/06/retorica-…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Oggi smonto l’affermazione di Roccella per cui l’aborto non è un diritto.

Sarebbe grave, e mistificatorio, se s’insinuasse il dubbio che le difficoltà nel ricorrere all’aborto dipendano dal fatto che esso non sia un vero e proprio diritto

editorialedomani.it/politica/i…

È ufficiale, il gigante russo ha i piedi d’argilla


Non sappiamo cosa accadrà in Russia, se il leader dei mercenari della Wagner Yevgheny Prigozhin cadrà misteriosamente da una finestra di Minsk, se la milizia sarà smantellata, se il capo di Stato maggiore Valerij Gerasimov e il ministro della difesa Serge

Non sappiamo cosa accadrà in Russia, se il leader dei mercenari della Wagner Yevgheny Prigozhin cadrà misteriosamente da una finestra di Minsk, se la milizia sarà smantellata, se il capo di Stato maggiore Valerij Gerasimov e il ministro della difesa Sergei Shoigu saranno rimossi dai loro incarichi o se Vladimir Putin, la cui immagine di uomo forte è stata gravemente lesa dal tentato golpe, riuscirà a recuperare credibilità agli occhi dell’establishment e della popolazione. Una cosa però è chiara: se la Wagner ha impiegato nove sanguinosi mesi per conquistare Bakhmut in Ucraina e sole nove ore per spingersi fino alle porte di Mosca, lo Stato russo si è rivelato un gigante dai piedi d’argilla.

Da questo fatto nascono tre riflessioni. La prima riguarda il nesso tra l’andamento di una guerra esterna e la tenuta interna di un regime. Le sconfitte militari in Russia hanno spesso generato sconquassi interni, sebbene in forme e tempi diversi. Nel 1905, la sconfitta contro il Giappone creò le condizioni per la prima rivoluzione. Nel 1917, la prima guerra mondiale diede il la alla seconda rivoluzione: prima quella di febbraio, poi quella d’ottobre, che a sua volta scaturì in una guerra civile. Nel 1991, due anni dopo la ritirata dall’Afghanistan, ci fu l’implosione dell’Unione sovietica. Questa fu preceduta da un tentato colpo di Stato contro Mikhail Gorbachev. Il tentativo fallì dopo tre giorni, ma fu solo questione di tempo perché venisse giù il castello di carta sovietico. La sconfitta strategica russa in Ucraina, determinata dal fallimento dell’unico vero obiettivo di guerra di Putin – eradicare l’Ucraina come Stato libero, democratico e indipendente da Mosca – causerà sconvolgimenti interni. Non ci è dato sapere se assomiglieranno più al 1905, al 1917 o al 1991, o se saranno cambiamenti immediati o scaglionati nel tempo. La storia si ripete, sebbene non allo stesso modo. Ma è evidente che il tentato golpe di Prigozhin, il primo dopo oltre trent’anni, è l’atto più eclatante di una crisi profonda in Russia.

Da qui discende la seconda riflessione: gli eventi delle ultime ore validano quella che viene definita la “teoria della vittoria” di Kyiv. In guerra, ogni combattente ha una sua “teoria della vittoria”, cioè un’idea di come raggiungere, militarmente, i propri obiettivi. La “teoria della vittoria” russa fa perno sull’inconsistenza dello Stato e dell’identità dell’Ucraina, così come sulla mollezza dell’Occidente, cioè le condizioni che – secondo il Cremlino – avrebbero dovuto portare Mosca a prevalere. L’invalidazione di queste premesse ha aperto la via alla sconfitta strategica russa. Per contro, per gli ucraini, la vittoria – ossia la liberazione del territorio e della popolazione occupati – è improbabile attraverso il solo strumento militare. Gli ucraini sanno di non avere le capacità militari per ristabilire l’integrità dei confini del 1991. Ma credono che una sconfitta relativa della Russia – ad esempio con la liberazione delle regioni del sud mettendo in discussione l’occupazione della Crimea, oppure con la riconquista di parte dei territori del Donbas persi nel 2014 – possa generare instabilità a Mosca, e che in questo caos si possa aprire un varco per liberare il resto del loro Paese. Il tentato golpe di Prigozhin suggerisce che la “teoria della vittoria” dell’Ucraina è quantomeno plausibile. Per le potenze occidentali che sostengono Kyiv questo dato è fondamentale. La guerra probabilmente sarà ancora lunga, ma l’Ucraina è sulla strada giusta.

L’ultima riflessione va, in un certo senso, in direzione opposta: l’Occidente non ha alcun potere su ciò che accade in Russia, per quanto terribile ciò sia. Capiamoci: l’Europa e gli Stati Uniti possono influenzare la vittoria dell’Ucraina. Sostegno militare, ricostruzione e adesione alle istituzioni euro-atlantiche sono ingredienti chiave della vittoria di Kyiv. Al contrario, gli sviluppi interni in Russia sono totalmente al di fuori della nostra sfera di controllo. E qui sta il più grande dei paradossi: nei primi anni Duemila, con le rivoluzioni colorate in Georgia e proprio in Ucraina, Putin si era convinto che dietro le rivolte nello spazio post-sovietico ci fosse la “longa manus” dell’Occidente, il cui vero obiettivo era un cambio di regime a Mosca. Il capo del Cremlino non ha mai creduto, infatti, che queste rivoluzioni potessero essere genuinamente animate dall’interno. Oggi si ritrova a fare i conti con la stessa situazione, ma stavolta in casa sua. Prigozhin è una sua creatura, un Frankenstein creato non dalla Cia, dalla Nato, dall’Ue o da Soros, ma dalle sue stesse mani. L’Occidente non può che stare alla finestra: non abbiamo il men che minimo potere sulla faida interna in Russia, né candidati che vorremmo vedere al potere. È Putin il solo artefice della sua eventuale disfatta. Qualche mese fa, alla domanda su chi fossero i consiglieri più ascoltati da Putin, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov rispose: “Caterina (la Grande), Pietro (il Grande) e Ivan (il Terribile)”. Sbagliava. Sembrerebbe, semmai, che Putin stia dando retta a Nicola II. L’ultimo imperatore.

La Stampa

L'articolo È ufficiale, il gigante russo ha i piedi d’argilla proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Ustica, la verità si basi sui fatti. La lettera di Cavazza e Bartolucci (Avdau)


Siamo due donne, drammaticamente colpite dalla tragedia della caduta del DC9 Itavia del 27 giugno 1980. Una di noi ha perso la madre quando aveva solo 17 anni, un’età critica in cui gli affetti familiari sono importantissimi. L’altra ha vissuto per 43 ann

Siamo due donne, drammaticamente colpite dalla tragedia della caduta del DC9 Itavia del 27 giugno 1980. Una di noi ha perso la madre quando aveva solo 17 anni, un’età critica in cui gli affetti familiari sono importantissimi. L’altra ha vissuto per 43 anni, e tuttora vive, il dramma di un padre costantemente accusato, prima dalla giustizia, poi dall’opinione pubblica, di avere tradito la Patria, ignorando che i fatti di cui era accusato non erano mai esistiti.

Siamo la presidente onoraria e la presidente dell’Associazione per la verità sul disastro aereo di Ustica, una associazione di gente per bene che ha per scopo sociale quello di perseguire la verità in tutto ciò che riguarda la tragica vicenda di Ustica. Ribadiamo: la Verità a caratteri maiuscoli, la verità che parta da fatti veri, non da fantasie, supposizioni e invenzioni. Sì, perché la verità che viene richiamata dalla maggior parte dei media non è verità; è una storia fondata su falsità.

È una falsità quella che il giudice istruttore Rosario Priore abbia emesso una sentenza in cui affermava che ci fosse stata una battaglia aerea, che il DC-9 fosse stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea. Priore non ha mai emesso sentenze di quel genere, essendo lui un giudice istruttore. Si trattava, invece, solo una sua ipotesi, in base alla quale rinviò a giudizio i vertici dell’Aeronautica militare. A conclusione di quel giudizio, la Corte d’appello, a pagina 87 del documento emesso a riguardo, scrisse testualmente: “la conclusione cui perviene l’accusa […] può essere accettabile come ipotesi accusatoria, sia pure fondata su elementi incerti ed equivoci da dimostrare, ma è inaccettabile quale motivazione di una sentenza in quanto si dà per certo un risultato partendo da dati del tutto ipotetici e peraltro del tutto sconfessati dagli elementi probatori certi ed inequivocabili come sopra messo in evidenza”. È sufficientemente chiaro?

È una falsità quella della presenza di aerei estranei in prossimità del DC9 Itavia, visto che già la Corte d’assise a pagina 135 scrive che “Il dibattimento ha d’altra parte dimostrato l’infondatezza dell’ipotesi del G.I. sulla battaglia aerea” e la Corte d’appello ha aggiunto a pagina 115 della propria sentenza che “nessun velivolo ha attraversato la rotta dell’aereo Itavia, non essendo stata rilevata traccia di essi dai radar militari e civili, le cui registrazioni sono state riportate su nastri da tutti i tecnici unanimemente ritenuti perfettamente integri”. Dovremmo quindi dire che i giudici di una Corte d’assise e di una Corte d’appello hanno così smaccatamente mentito?

Di menzogne è piena la narrativa corrente essendo basata su supposizioni, congetture, fatti totalmente inventati che perdurano da oltre quattro decenni. A tutto ciò si aggiungono le offese, come quelle recentemente formulate da Daria Bonfietti “che è solo una provocazione offensiva il continuo contrapporsi, sistematicamente, alle iniziative dell’Associazione delle vittime, rappresentante delle esigenze di giustizia e verità dei familiari liberamente associati” e “che è soltanto un’offesa alla dignità organizzare visite al Museo per la memoria di Ustica schiumanti rabbia e risentimento”. Il Museo per la memoria non può essere monopolio di un gruppo, anche perché, “è un luogo che deve rimanere ‘un tempio della memoria’” per tutti i parenti delle vittime, visto che certamente raccoglie gli effetti personali anche della madre di una di noi. La nostra visita al Museo è stata improntata al massimo rispetto delle vittime, delle loro famiglie e di ciò che il Museo si propone di rappresentare.

Chi cerca sinceramente la verità cominci a mettere da parte le falsità di cui è infarcita la storia di Ustica. La verità è unica, e noi, e la nostra associazione, lo stiamo facendo.


formiche.net/2023/06/ustica-la…

Scuola digitale? Il valore imprescindibile di carta e penna


Martedì 18 luglio 2023 alle ore 11:00 presso la Sala Zuccari del Senato della Repubblica, sarà presentato il paper “Scuola digitale? Il valore imprescindibile di carta e penna“, su iniziativa del Senatore Marco Scurria. Intervengono: ANDREA CANGINI, Segre

Martedì 18 luglio 2023 alle ore 11:00 presso la Sala Zuccari del Senato della Repubblica, sarà presentato il paper “Scuola digitale? Il valore imprescindibile di carta e penna“, su iniziativa del Senatore Marco Scurria.

Intervengono:
ANDREA CANGINI, Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi

ALESSANDRA GHISLERI, Direttrice di Euromedia Research

MASSIMO AMMANITI, Psicoanalista

MARIA TERESA MORASSO, Grafologa

MASSIMO DONÀ, Filosofo

SERGIO RUSSO, Insegnante

DIEGO CIULLI, Direttore Politiche pubbliche Google Italia

Conclude il Ministro dell’Istruzione GIUSEPPE VALDITARA

L'articolo Scuola digitale? Il valore imprescindibile di carta e penna proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Usa e Italia amici di vecchia di data. Crosetto incontra Austin


Un’amicizia speciale. È questo il legame che unisce il nostro Paese agli Stati Uniti, come ci ha tenuto a sottolineare il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in visita ufficiale a Washington per incontrare il segretario alla Difesa americana, Lloyd Aus

Un’amicizia speciale. È questo il legame che unisce il nostro Paese agli Stati Uniti, come ci ha tenuto a sottolineare il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in visita ufficiale a Washington per incontrare il segretario alla Difesa americana, Lloyd Austin. Dopo la nota di colore che ha visto Crosetto e Austin scambiarsi battute sulla reciproca altezza, i due si sono incontrati al Pentagono per parlare del rapporto bilaterale che unisce i due Paesi. Un vero e proprio “colloquio costruttivo a 360 gradi”, come lo ha definito Crosetto su Twitter. Sul tavolo diversi dossier, dalla rilevanza del Fianco sud della Nato, al Mediterraneo allargato, dai Balcani all’importanza dell’Africa, fino alla collaborazione bilaterale e multilaterale con alleati e partner.

La visita del ministro

Il ministro Crosetto ha innanzitutto ringraziato il suo omologo per i molti militari statunitensi dispiegati nel nostro Paese, i quali “fanno parte della nostra nazione come i nostri militari” e “fanno parte della nostra storia i tanti cimiteri di soldati americani in Italia”. E sono proprio questi soldati a ricordarci come “nella nostra lotta per diventare una democrazia e una Repubblica”, ha poi proseguito Crosetto. Proprio questa mattina inoltre, il ministro della Difesa italiana ha visitato il Cimitero militare di Arlington, creato durante la guerra di secessione. Una visita che ha lo ha “onorato” e lo ha colpito più di quanto si aspettasse. Per rendere omaggio ai caduti, Crosetto ha deposto una corona di fiori e, come ha riferito il ministero della Difesa, ha visitato “un locale museo che ripercorre i momenti salienti della storia americana e raccoglie gli omaggi dei rappresentanti delle Forze armate straniere che hanno visitato il cimitero”.

Una tradizione all’insegna della collaborazione

La cooperazione tra Italia e Stati Uniti ha radici nel passato e li vede ora uniti “da un legame speciale di amicizia”, come ha sottolineato Crosetto. Da oltre 70 anni i soldati americani vengono ospitati dal nostro Paese e non si può non far riferimento al fatto che, “gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo fondamentale nella nostra lotta per diventare un democrazia e una repubblica, e il colloquio di oggi è una occasione per parlare di ciò che vogliamo continuare a fare insieme”, ha spiegato ancora il ministro italiano. “L’Italia è un alleato fondamentale sul fianco sud della Nato, apprezziamo il suo robusto contributo per la sicurezza nel mondo, in ambito Nato, Ue e Onu, con la partecipazione a molte missioni internazionali, dai Balcani all’Artico, dal Medio Oriente all’Africa e ora all’Indo-Pacifico”, ha poi spiegato Austin.

Il sostegno all’Ucraina

Parlando invece del coinvolgimento dei due Paesi a sostegno dell’Ucraina, il segretario Usa ci ha tenuto a evidenziare come “l’Italia non ha mai pensato un momento da che parte stare nel conflitto ucraino e continua a sostenere Kiev anche con governi diversi”. Infatti, fin dalle primissime fasi dell’invasione russa dello scorso 24 febbraio, l’Italia, di concerto con i Paesi alleati della Nato, non si sono mai tirati indietro nel fornire aiuti militari e umanitari al Paese aggredito. Per questo Austin ha ringraziato il nostro Paese per l’assistenza fornita in questi oltre 15 mesi di conflitto.


formiche.net/2023/06/crosetto-…

#laFLEalMassimo – Episodio 98 – Imprese e Cervelli in Fuga


Questa rubrica ribadisce in apertura il sostegno alla causa del popolo Ucraino ingiustamente invaso dalla Russia e ribadisce Si licet magnis componere Parva che la rilevanza di questa tragedia umanitaria per gli equilibri sociopolitici mondiali si sono pr

Questa rubrica ribadisce in apertura il sostegno alla causa del popolo Ucraino ingiustamente invaso dalla Russia e ribadisce Si licet magnis componere Parva che la rilevanza di questa tragedia umanitaria per gli equilibri sociopolitici mondiali si sono pronunciati banchieri centrali di oggi e di ieri come Visco e Draghi.

Di recente si è discusso della possibilità che la Brembo, una importante azienda italiana che produce impianti frenanti, possa trasferire la propria sede legale nei Paesi Bassi come peraltro hanno fatto in passato altri nomi importanti.

L’elemento di attenzione è che la sede fiscale dell’impresa rimarrebbe in Italia, così come le azioni continuerebbero ad essere quotate alla borsa di Milano.

La nota dolente è che si tratta dell’ennesima conferma di quanto il nostro apparato giuridico e istituzionale sia inadeguato alla presenza di grandi imprese multinazionali. Non si può gridare con demagogia alla fuga dalla tasse, ma occorre prendere atto che si tratta di una scelta strategica per non sacrificare le aspirazioni globali di una grande impresa italiana.

Siamo dunque un paese dal quale oltre ai cervelli in fuga, che si spostano alla ricerca di ambienti più fertili e meritocratici, anche le aziende più innovative e vocate all’eccellenza sono costrette a uscire se vogliono perseguire l’obiettivo concreto di sviluppare il proprio potenziale.

I problemi dalle distorsioni del sistema giuridico alle inefficienze della pubblica amministrazione sono ampiamente noti, come sono note le soluzioni e le riforme necessarie. Possiamo chiederci per quanto ancora competenze, capitali, energie individuali dovranno defluire dal nostro paese prima che ci si renda conto che sono questi oggi i fattori determinanti la ricchezza delle nazioni e che, in mancanza di una drastica inversione di tendenza ci attende un futuro di povertà e arretratezza rispetto ai paesi a noi comparabili.

youtube.com/embed/1vUyi1PqvXE?…

Rubrica #laflealmassimo

L'articolo #laFLEalMassimo – Episodio 98 – Imprese e Cervelli in Fuga proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

PaurOso


In Italia i poveri sono notevolmente diminuiti e anche la distanza reddituale fra chi guadagna di più e chi di meno. Siccome questa affermazione – che non teme smentite dai dati ufficiali, regolarmente raccolti con metodologie che si usano in tutta Europa

In Italia i poveri sono notevolmente diminuiti e anche la distanza reddituale fra chi guadagna di più e chi di meno. Siccome questa affermazione – che non teme smentite dai dati ufficiali, regolarmente raccolti con metodologie che si usano in tutta Europa – fa a pugni con la percezione di molti e con le propagande di informatori e politici, vale la pena di prestare attenzione e cercare di capire cosa generi sentimenti così negativi.

Dobbiamo a Marco Fortis, Fondazione Edison, il lavoro di scavo in dati già pubblici ma non pubblicati (si trovano su “Il Sole 24 Ore” di ieri). Nel senso che quando sono negativi vengono urlati – magari senza essere spiegati – mentre quando dicono altro li si trascura, commettendo un doppio errore, di raffigurazione e di indirizzo.

Secondo i dati diffusi dall’Istat, il 20,1% degli italiani è a rischio povertà. Una condizione nella quale ci si trova quando si consuma meno del 60% dei consumi mediani (che sono inferiori a quelli medi). Considerato che in quei consumi ci sono anche le vacanze, risulta evidente che un povero nell’Italia di oggi è più ricco di un povero degli anni Cinquanta. Ma se quello è il “rischio”, andiamo a vedere i dati di quanti si trovano in “severa deprivazione materiale e sociale”, ovvero i calcolati come già poveri (sono tali quanti non sono in grado di soddisfare almeno 7 di 13 bisogni basici, fra i quali c’è una cena fuori casa la settimana, la connessione Internet a casa e il potere svagarsi fuori casa e a pagamento). Ebbene: sono diminuiti moltissimo, passando fra il 2015 e oggi dal 12 al 4,5% degli italiani. In Francia e in Germania sono cresciuti, collocandosi rispettivamente al 7,5 e al 6,1%. Tale risultato si è forse ottenuto con politiche di sostegno o assistenza? No, con la crescita dell’occupazione e della produzione. Il mercato è stato più “sociale” della politica. In quanto alla distanza fra redditi alti e bassi – che in tutto il mondo si misura con il coefficiente di Gini (uno statistico italiano) – è diminuita, non aumentata. Tenuto presente che in Italia era già bassa. Non siamo mica gli Usa e molti di quelli che parlano della distanza cresciuta hanno in mente i miliardari americani.

E allora, va tutto bene? Viviamo nel migliore dei mondi? Questo è l’approccio retorico di chi non ha nulla da dire se non lamentare e dolere. No, non va tutto bene e per diverse ragioni. Intanto perché in un Paese che cresce più velocemente le distanze reddituali aumentano e non è un male. Poi perché si fa comunicazione e politica mescolando impoverimento e povertà, che non sono affatto la stessa cosa (posso essere impoverito e restare benestante). Se non si parte dalla realtà reale e anche dai miglioramenti non si saprà mai cosa funziona e perché, cosa non funziona e va cambiato. Se la raffigurazione è soltanto negativa serve esclusivamente a spendere di più, ovvero a sperperare i soldi dei contribuenti.

E poi c’è un nodo: l’inflazione erode il potere d’acquisto, mentre i redditi (mediamente) non crescono. Ciò comporta che il ceto medio che si trova poco al di sopra della povertà cominci a coltivare la paura di scivolare in basso. Questo è il sentimento spaventoso, che può diventare assai nocivo, specie se alimentato con conferme che non sono reali. Come trovarsi in un reparto ospedaliero in cui si diffonde la notizia del moltiplicarsi dei morti, mentre non viene detta una parola sui dimessi: per forza che hai paura.

Non si tratta di usare il colore rosa o il nero, men che meno l’essere filo o contro chi governa. Se si trucca la percezione della realtà non si racconta cosa serva a scacciare la paura: scuola meritocratica, che riscatti chi è in coda alla società; elasticità nel mondo del lavoro, per entrarci assai più numerosi; meno fisco e previdenza, destinati a pagare privilegi e rendite altrui. E l’occasione c’è, ora, con i fondi europei Ngeu. È il tempo di saper osare, anziché sprecarlo a consolare e promettere come risolutivo un assistenzialismo che è impoverente e debilitante.

La Ragione

L'articolo PaurOso proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Taxiiiii


La sola cosa che otterranno è l’allargarsi dell’illegalità e dell’evasione fiscale. L’assurdo blocco del mercato dei taxi – assieme all’insabbiata questione dei balneari – resterà negli annali quale esempio d’impoverimento collettivo e distorcimento del m

La sola cosa che otterranno è l’allargarsi dell’illegalità e dell’evasione fiscale. L’assurdo blocco del mercato dei taxi – assieme all’insabbiata questione dei balneari – resterà negli annali quale esempio d’impoverimento collettivo e distorcimento del mercato, indotto da piccole corporazioni agguerrite e da forze politiche vili. Plurale senza confini di maggioranza e opposizione visto che, nella scorsa legislatura, a stralciare i taxi dalla legge sulla concorrenza furono la destra e la sinistra, unite contro quanto era stato predisposto dal governo Draghi (di cui pure erano parte).

Il taxi non si può più prenotare e non si trovano vetture libere, non presso villaggi sperduti ma direttamente a Piazza San Babila a Milano e a Piazza di Spagna a Roma. Presso stazioni e aeroporti le file comportano un tempo di percorrenza terrestre di pochi chilometri largamente superiore a quello impiegato per volare da una città all’altra. Il risultato non è che i tassisti guadagnino di più, ma che s’impedisce la concorrenza accrescendo l’offerta con macchine che si muovono in un mercato parallelo, spesso amministrato dai singoli tassisti (al cliente danno il numero di cellulare e quando un taxi non si trova mandano un amico). Tutto in rigorosa assenza di licenze e tassametro, con conseguente evasione fiscale.

Non assegnare nuove licenze porta al commercio illegale delle esistenti. Illegale perché mascherato da cessione – magari a cooperative – e perché non adeguatamente fiscalizzato. Le cifre di cui si parla, nel mercato reale, sono inoltre incompatibili con i redditi dichiarati da un tassista: chi è il matto che paga una licenza quanto l’incasso di dieci anni? Dice il ministro del Turismo che la faccenda riguarda i Comuni. Bisognerebbe chiederle perché mai, allora, era nella legge sulla concorrenza ed è stata stralciata per essere poi abbandonata al nulla. O se crede che siano i Comuni a dovere fare i decreti attuativi relativi alla legge del 2019, mai fatti.

Lo spettro qual è, Uber? A parte il fatto che alcune grosse cooperative di tassisti hanno già fatto un accordo con Uber – sicché non si può dire neanche per scherzo che sia contro i tassisti, semmai invisa ad alcuni – il modello secondo cui il pagamento avviene automaticamente e con carta di credito già registrata dovrebbe comunque essere sostenuto da un governo che volesse contrastare l’evasione fiscale, magari ricordandosi di mostrarsi solidale con i contribuenti onesti, a partire dal tassista di Bologna che ha raccontato come altri evadono e s’è ritrovato con le ruote tagliate. Ove il governo, naturalmente, non si consideri un esattore di pizzo.

La Ragione

L'articolo Taxiiiii proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Niente ChatGpt per il Pentagono. Come la difesa americana immagina l’IA


L’Intelligenza Artificiale è senza dubbio una delle scoperte che impatteranno maggiormente lo sviluppo dell’essere umano nei decenni a venire. ChatGpt rappresenta soltanto la sua versione embrionale, un prototipo di quello che potranno essere le applicazi

L’Intelligenza Artificiale è senza dubbio una delle scoperte che impatteranno maggiormente lo sviluppo dell’essere umano nei decenni a venire. ChatGpt rappresenta soltanto la sua versione embrionale, un prototipo di quello che potranno essere le applicazioni future di questa tecnologia. Ma proprio in quanto prototipo, il prodotto di OpenAI possiede ancora troppe inefficienze e troppi limiti. Motivi per cui i leader militari hanno deciso di guardare altrove.

Ospite del Defense One Tech Summit, evento a cadenza annuale che esplora come le tecnologie emergenti stiano plasmando le tattiche militari e le strategie di sicurezza nazionale del futuro, il deputy chief technology officer for critical technologies del Pentagono Maynard Holliday ha dichiarato che l’apparato della Difesa statunitense non intende utilizzare ChatGpt, perlomeno nella sua versione attuale.

“I modelli linguistici di simili dimensioni hanno una grandissima utilità, e contiamo molto di utilizzare lo strumento dei modelli generativi basati sull’intelligenza artificiale, ma sfrutteremo soltanto le nostre banche dati. I nostri modelli saranno sviluppati sui dati del Dipartimento della Difesa e istruiti con i nostri dati, e utilizzeranno i nostri metodi di calcolo, così potremo ricevere feedback su cui svolgere un lavoro d’analisi”, sono state le parole di Holliday.

Il dirigente del Pentagono ha inoltre aggiunto che in questi giorni si riunirà un gruppo di lavoro atto a individuare quali possano essere i casi d’uso dell’intelligenza artificiale, utilizzando come base lo stato dell’arte accademico e industriale per quello che riguarda questi modelli linguistici.

Dalle parole di Holliday si può interpretare quale criterio abbia spinto il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti a preferire uno sviluppo ex-novo (accrescendo quindi sia i tempi che le risorse richieste) di un modello di intelligenza artificiale piuttosto che appoggiarsi, almeno nelle strutture fondamentali, a sistemi già disponibili: una sana mancanza di fiducia.

I modelli linguistici attualmente disponibili al grande pubblico (ChatGpt, Bard, Claude, Sage e altri) basano il loro funzionamento su un archivio dati di dimensioni mastodontiche, attingendo da milioni di risorse disponibili online. Risorse che non devono per forza essere veritiere, come abbiamo imparato a nostre spese negli ultimi anni. Essendo uno strumento prettamente militare, un’intelligenza artificiale destinata ad un impiego bellico è intrinsecamente portata a raggiungere il massimo grado di efficienza possibile in un dato contesto e a date condizioni. L’utilizzo di informazioni devianti rischierebbe di compromettere quest’efficienza, vanificando così l’impiego operativo di questi strumenti.

Oltre alla base informativa, Holliday ha posto l’accento anche sull’importanza del processo di calcolo della macchina. La conoscenza diretta e specifica dei modelli utilizzati dall’intelligenza artificiale garantirebbe da una parte un utilizzo più efficiente degli stessi nello svolgimento di determinati compiti assegnati, e dall’altra contribuirebbe a prevenire il verificarsi di incidenti indesiderati, con possibili effetti collaterali.

Poche settimane fa era stata riportata una notizia che aveva fatto scalpore: in uno scenario simulato dall’aviazione statunitense (non è ancora ben chiaro se tale scenario fosse solo un esercizio teorico o il risultato di una simulazione vera e propria), un drone guidato dall’intelligenza artificiale avrebbe aperto il fuoco contro l’essere umano al vertice della sua catena di comando gerarchica. Tale fatto sarebbe stato legato ad un’interpretazione ‘errata’ (se così può essere definita) degli ordini impartiti al drone.

Proprio per evitare di incappare in scenari simili, i vertici militari statunitensi preferiscono spendere tempo e risorse nella realizzazione di un sistema ‘intelligente’ più facilmente controllabile e meno incline a fughe in avanti come quella appena riportata. Anche a costo di ritardare la loro comparsa sui teatri delle operazioni. Comparsa che, ad oggi, non risulta poi così urgente.


formiche.net/2023/06/chatgpt-p…

Presentazione del libro “Il diritto dei controlli societari” di Alessandro De Nicola


saluti introduttivi ANDREA CANGINI, Segretario General Fondazione Luigi Einaudi intervengono NICCOLÒ ABRIANI, Ordinario di Diritto commerciale. Università di Firenze MARGHERITA BIANCHINI, Vice Direttore Generale Responsabile del Settore Diritto Societario

saluti introduttivi
ANDREA CANGINI, Segretario General Fondazione Luigi Einaudi

intervengono

NICCOLÒ ABRIANI, Ordinario di Diritto commerciale. Università di Firenze

MARGHERITA BIANCHINI, Vice Direttore Generale Responsabile del Settore Diritto Societario, Assonime

ALESSANDRO DE NICOLA, Senior Partner, Orrick

GIULIO FAZIO, Avvocato e già Direttore Affari Legali e Societari, Enel

L'articolo Presentazione del libro “Il diritto dei controlli societari” di Alessandro De Nicola proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Nave Morosini in Giappone. L’Italia rafforza la presenza nell’Indo Pacifico


Il pattugliatore polivalente d’altura italiano Nave Morosini ha fatto il suo ingresso nella base militare di Yokosuka, in Giappone, a poca distanza dalla capitale Tokyo. A darne l’annuncio l’ambasciata italiana, che ha rivolto il proprio “caloroso benvenu

Il pattugliatore polivalente d’altura italiano Nave Morosini ha fatto il suo ingresso nella base militare di Yokosuka, in Giappone, a poca distanza dalla capitale Tokyo. A darne l’annuncio l’ambasciata italiana, che ha rivolto il proprio “caloroso benvenuto” alla nave militare e al suo equipaggio, definendola un “gioiello tecnologico della Marina Militare” il cui arrivo nel Paese del Sol levante “rafforza la collaborazione tra Italia e Giappone e testimonia l’impegno italiano in un’area strategica come l’Indo-Pacifico”. L’unità italiana si trova nell’Indo-Pacifico da inizio aprile, schierata all’interno del dispositivo del Carrier strike group 5 (Csg 5), il gruppo portaerei statunitense assegnato alla settima flotta Usa, parte della Flotta Usa del Pacifico. Il gruppo da battaglia, attualmente operante nel mar Cinese meridionale, è assegnato alla protezione della portaerei nucleare Classe Nimitz Uss Ronald Regan. Insieme al Morosini sono presenti almeno tre incrociatori Classe Ticonderoga e una squadriglia di sette cacciatorpediniere Classe Arleigh Burke. Per il pattugliatore italiano si tratta di una opportunità per prendere parte alle attività addestrative e operative guidate dalla portaerei americana, una prima volta per il Morosini. L’impegno della Marina nell’Indo-Pacifico, inoltre, potrebbe prevedere l’invio nel 2024 anche di Nave Cavour

Il pattugliatore Morosini

Il secondo dei sette pattugliatori polivalenti d’altura (in versione Light) previsti nel piano di rinnovamento della Marina avviato nel 2015 sotto l’egida dell’Organizzazione per la cooperazione congiunta in materia di armamenti (Occar), il Francesco Morosini è una nave elevata flessibilità operativa, concepita per svolgere una molteplicità di compiti, dal pattugliamento, al trasporto logistico, fino al combattimento. Il Morosini, in particolare, integra alcune novità ingegneristiche all’avanguardia che la rendono tra le unità più avanzate in mare. A partire dalla sua doppia prora sfalsata, che permette al pattugliatore di ridurre la formazione ondosa, permettendo un aumento di idrodinamicità (e quindi di velocità) riducendo al contempo i consumi. Ma la vera rivoluzione è il Naval cockpit, una postazione per la condotta della nave simile alla cabina di pilotaggio di un aereo che permette a due soli operatori sia di dirigere la navigazione, sia di gestire le operazioni aero-navali da una sola postazione integrata. Sul Morosini, inoltre, è distaccato un SH-90A, una squadra di sommozzatori del Gruppo operativo subacquei e un distaccamento di fucilieri della brigata marina San Marco.

Il valore geopolitico del dispiegamento

Come l’ambasciata guidata dalla feluca Gianluigi Benedetti ricorda, lo schieramento del Morosini ha un valore politico, di diplomazia militare e industriale. Innanzitutto, rafforza ulteriormente l’allineamento tra Roma e Tokyo: la partnership italo-giapponese sta vivendo un momento di particolare vivacità, frutto anche del programma militare Global Combat Air Programme (Gcap), “un ambizioso progetto volto allo sviluppo di un aereo da caccia di nuova generazione entro il 2035”, come lo definisce Palazzo Chigi. Il driver della Difesa, e dell’industria collegata, è uno degli elementi centrali in questa fase delle relazioni, e si estende nel quadro ampio delle attività italiane nell’Indo Pacifico – regione nevralgica in cui ormai anche Roma riconosce necessaria la presenza. Ed è proprio attraverso partnership come il Gcap e attività come quelle del Morosini che si sviluppa quella presenza – elemento fondamentale perché, come spiegavano fonti regionali, “nell’Indo Pacifico conta esserci”.

Il ruolo dell’Italia

E la presenza del Morosini a Yokosuka ha un valore ancora più ampio se si considera che la città portuale nella penisola di Miura custodisce uno dei cuori nevralgici e strategici della regione: la sede della Settima Flotta statunitense, quella che risponde appunto all’Indo Pacific Command. La sovrapposizione non è casuale, le attività italiane nella regione vanno inquadrate all’interno di uno schema largo che riguarda la strategia occidentale, condivisa da Usa e Ue (e tendenzialmente dalla Nato, con l’Indo Pacifico che sarà argomento di prima importanza nell’imminente vertice di Vilnius, come lo è stato lo scorso anno a Madrid). Il Morosini segna un approfondimento delle attività italiane nella regione fino alla porzione più lontana dalla Penisola, ma segue la traiettoria di quella sovrapposizioni di interessi tra Oriente e Occidente – tra destini del quadrante Euro Atlantico e quelli dell’Indo Pacifico – che sono una delle visioni distintive del pensiero del primo ministro nipponico, Kishida Fumio. Pensieri condivisi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha parlato proprio a proposito di queste interconnessioni durante la visita a Nuova Delhi: davanti a lei c’era il premier Narendra Modi, altro partner strategico italiano nell’Indo Pacifico, in questi giorni alla Casa Bianca.


formiche.net/2023/06/morosini-…

Premio Luigi Einaudi 2023 – Antonio Patuelli


L’intervento integrale del presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi) Antonio Patuelli durante la cerimonia di consegna della mezza pera di bronzo, ‘Premio Einaudi – Edizione 2023’, che si è svolta ieri nell’aula Malagodi della Fondazione Luigi

L’intervento integrale del presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi) Antonio Patuelli durante la cerimonia di consegna della mezza pera di bronzo, ‘Premio Einaudi – Edizione 2023’, che si è svolta ieri nell’aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi”

youtube.com/embed/uI_KtU12eRY?…

L'articolo Premio Luigi Einaudi 2023 – Antonio Patuelli proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Il piano di Xi per ristrutturare la difesa cinese


Il congresso del Partito Comunista Cinese dell’Ottobre 2022 è stato un evento attesissimo dagli osservatori di tutto il mondo. Al netto di eventi imprevisti quel consesso avrebbe consacrato la leadership di Xi Jinping, confermandolo come segretario del Pa

Il congresso del Partito Comunista Cinese dell’Ottobre 2022 è stato un evento attesissimo dagli osservatori di tutto il mondo. Al netto di eventi imprevisti quel consesso avrebbe consacrato la leadership di Xi Jinping, confermandolo come segretario del Partito Comunista Cinese per un terzo mandato per una durata al potere che non si vedeva dai tempi di Mao Zedong. Come è poi effettivamente accaduto.

Oltre allo spettacolo principale, il Congresso ha offerto numerosi side event agli analisti politici mondiali. Tra questi, vi è stata la nomina di tredici nuovi membri del Politburo, l’organo di gestione del Partito e centro nevralgico del sistema decisionale dell’autocrazia del Dragone. Alcuni di questi erano figure in carriera già note ai più, mentre altre avevano fino avevano tenuto fino a quel momento un profilo più basso. Ma tutti i tredici neonominati avevano una caratteristica che li accomunava l’un l’altro: anziché provenire da una carriera prettamente politica, il background di questi personaggi era individuabile nei settori più ‘strategici’ dell’apparato militare-industriale del Dragone. Una mossa aperta a molteplici interpretazioni, anche complementari; due sono quelle più immediate.

La prima è che questa serie di nomine rappresenti l’ennesima manovra di Xi per rendere più saldo il suo controllo sul Partito Comunista, e di conseguenza sullo Stato cinese. Nulla di eclatante, molti altri lo avevano fatto prima di lui. La particolarità sta però nella caratteristica comune ai prescelti già evidenziata poc’anzi. Uomini con una lunga carriera politica alle spalle, costruita sulla creazione di network e sulle trame nascoste, avrebbero rappresentato delle mine vaganti per il lungimirante Segretario. Al contrario, personalità cresciute in un sistema più vicino a quello delle Forze Armate sono cresciute seguendo i principi della lealtà e del rispetto, rendendoli molto meno suscettibili a manovre di palazzo atte a rovesciare il sistema di potere attuale.

La seconda riguarda invece l’impronta che Xi vuole dare a questo nuovo mandato. Non è certo un segreto che il leader comunista voglia potenziare le capacità militari cinesi, soprattutto sul livello qualitativo; né tantomeno lo è il fatto che il sistema centralizzato da lui promosso nella stragrande maggioranza delle dimensioni del suo governo possa risultare inefficiente per quel che riguarda l’innovazione tecnologico-militare. Far assurgere ai ranghi più alti del potere tecnocrati ben consapevoli delle problematiche e delle criticità dei rispettivi settori rappresenta sicuramente un passo importante per cercare di smuovere la situazione.

La direttrice su cui si basa il rinnovato sforzo cinese è quella della “military-civil fusion”: una collaborazione strutturata tra mondo civile e mondo militare, che vede il secondo sfruttare le innovazioni promosse dal primo, sulla carta molto più adatto a sviluppare tecnologie all’avanguardia. Non a caso, negli ultimi anni si è iniziato a parlare con sempre maggiore frequenza delle caratteristiche dual-use di determinati beni, che possono avere un duplice utilizzo sia nel campo della pace che in quello della guerra.

Ma l’aspetto più importante, soprattutto per gli osservatori esterni, è il cosiddetto Technology Transfer. Questa definizione indica la tecnica cinese di acquisire il know-how più avanzato di compagnie civili occidentali ‘leader nel settore’ grazie a strumenti di carattere economico-giuridico, per poi importarlo all’interno dei propri confini ed applicarlo allo sviluppo di nuovi sistemi militari. L’esempio del gruppo Kuang-Chi è significativo. Prima di essere sanzionato dall’Ufficio per l’Industria e la Sicurezza statunitense alla fine del 2020 quest’azienda (con sede a Shenzhen ma guidata da dirigenti di formazione statunitense e con partner negli Stati Uniti, Israele, Canada, Europa e Singapore) aveva investito centinaia di milioni di dollari nello sviluppo di prodotti con potenziali applicazioni militari. Per il beneficio diretto di Pechino.

L’evolversi della situazione geopolitica mondiale negli ultimi anni ha reso ancora più impellente il bisogno degli stati (e in particolare dei quelli considerati come ‘superpotenze’) di dotarsi non solo di Forze Armate all’avanguardia, ma anche di un apparato economico-industriale in grado di supportarle. E Xi non sembra voler nascondere il suo intento di realizzare quest’ambizione.


formiche.net/2023/06/xi-partit…

Daphne Du Maurier – Rebecca la prima moglie


https://youtu.be/kY1n7Sml_60 L'articolo Daphne Du Maurier – Rebecca la prima moglie proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/daphne-du-maurier-rebecca-la-prima-moglie/ https://www.fondazioneluigieinaudi.it/feed

Cineserie


Il governo ha scelto di utilizzare il golden power e mettere in sicurezza il controllo italiano di Pirelli. Non s’è levato un fiato critico, nessun oppositore s’è opposto e anche la stampa che solitamente dipinge Meloni come un rischio per l’Italia ne ha

Il governo ha scelto di utilizzare il golden power e mettere in sicurezza il controllo italiano di Pirelli. Non s’è levato un fiato critico, nessun oppositore s’è opposto e anche la stampa che solitamente dipinge Meloni come un rischio per l’Italia ne ha festeggiato la determinazione, elevandola a baluardo dell’Occidente democratico. Innanzi a tanta concordia nazionale non resterebbe che compiacersi. Quando si parla d’interessi reali si ottengono reali coesioni. Che bello. Se non fosse che il corale afflato si realizza su una mossa che introduce uno scivoloso precedente.

Vale la pena di capire, perché in questo racconto c’è moltissimo del capitalismo italiano senza capitali. Il primo azionista di Pirelli sono i cinesi di Sicochem, con 37,01%. Cinesi sono anche due altri azionisti, dal nome con un significato inequivocabile: Silk Road Fund (9,2%) e LongMarch (3,68%). In mano cinese si trova il 49,71% del capitale Pirelli. Il loro ingresso risale al 2015, quando i loro soldi servirono per sostituire i russi di Rosneft (con la Russia che aveva già preso la Crimea, nel 2014). Nell’azionariato Pirelli c’è una quota di Camfin, pari al 14,1%, che esercita un potere di voto largamente superiore, definito nei patti parasociali. Camfin viene indicata dai giornali come la finanziaria che fa capo a Marco Tronchetti Provera, ma il suo primo azionista è ancora la cinese LongMarch. Anche in questo caso i patti parasociali stabiliscono che gli italiani hanno diritti di voto superiori alle quote azionarie. In altre parole, ci sono azioni che contano di più pur avendo il medesimo valore unitario. Affari loro, resta il curioso fatto che questo genere di controllo societario viene denominato “scatole cinesi”. In questo caso piene di cinesi veri.

Nel 2020 gli Stati Uniti già indicavano quelle filiere cinesi come facenti capo ai militari e al governo, predisponendo le sanzioni. Mentre l’Italia non soltanto li aveva in casa, ma firmava gli accordi governativi per la “Via della seta”. Cosa è cambiato?

Da parte cinese (c’è un documento dello scorso novembre) le società azioniste di Pirelli – come tutte le altre importanti – sono state richiamate alla coerenza con i piani industriali di Xi Jinping. Dall’altra la Russia ha invaso l’Ucraina e la Cina s’è collocata al fianco di Putin, sebbene più per mangiarselo che per aiutarlo. Quindi, mentre gli azionisti cinesi cercano di fare quel che è ovvio nel nostro (nostro) sistema capitalistico – ovvero far corrispondere il potere ai soldi messi – l’azionista italiano si rivolge al governo segnalando il pericolo. Che si fa, considerando che non siamo in guerra ma c’è la guerra?

Esistevano due strade: a. vedetevela davanti a un giudice; b. si interviene a tutela di una tecnologia che ha a che vedere con la sicurezza nazionale, in questo caso congelando le azioni in mano cinese. Ma si deve indicare quale sia la tecnologia e che sia la geolocalizzazione delle ruote e l’accumulazione di dati in cloud è un po’ pochino, considerato che quella roba è a bordo di qualsiasi cosa e vettura. Il governo ha scelto una terza strada: afferma il valore strategico della tecnologia ma non congela le azioni, bensì modifica i patti parasociali, alzando il numero di consiglieri che Camfin può nominare. La Camfin in cui il primo azionista è cinese, sicché domani lo si dovrà forse rifare anche per Camfin.

Delle due l’una: o c’è la guerra e il capitale cinese non è gradito, in questo caso prima si prende una decisione politica d’indirizzo governativo (ma noi siamo ancora dentro la “Via della seta”) e poi si restituiscono i soldi, salutando; oppure si sta solo difendendo un azionista che ha messo soldi per la minoranza di quel che domina, introducendo un precedente che il cielo solo sa dove possa portare. Nel frattempo danneggiando tutte le imprese italiane – piccole, medie e grandi – che con i cinesi, da anni, fanno o provano a far affari.

Bella la concordia. O forse manca qualcuno che abbia saputo pensarci e voluto dirlo.

La Ragione

L'articolo Cineserie proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Oggi esamino la riforma della giustizia, in modo super partes, come sempre, anche attraverso le osservazioni a favore o contro di esimi giuristi. Credo sia un buon modo per consentire alle persone di andare oltre il chiacchiericcio di certi talk show e farsi un’idea più fondata.

editorialedomani.it/politica/i…

reshared this

Ad Antonio Patuelli il Premio Einaudi 2023


Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ha ricevuto questa sera a Roma il “Premio Einaudi – Edizione 2023”. Il riconoscimento, arrivato su decisione unanime del Consiglio di amministrazione della Fondazione Luigi Einaudi, è stato conferito “in ragione d

Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ha ricevuto questa sera a Roma il “Premio Einaudi – Edizione 2023”. Il riconoscimento, arrivato su decisione unanime del Consiglio di amministrazione della Fondazione Luigi Einaudi, è stato conferito “in ragione della coerenza di una vita spesa nella diffusione di alti principi di libertà e responsabilità nel solco degli insegnamenti di Luigi Einaudi”.

La cerimonia di consegna della mezza pera di bronzo si è svolta nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, priva di posti vuoti e piena di giornalisti. Dopo i saluti iniziali del presidente della Fondazione, Giuseppe Benedetto, ha aperto l’incontro il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, con un ricordo che lo lega al presidente Patuelli. ”Nella mia vita ho cambiato idea su molte cose – ha detto – ma mai sull’idea liberale, con Antonio Patuelli, seppure sia più giovane di me, ho condiviso l’esperienza, e la militanza, nel partito liberale italiano”.

Ha preso poi la parola Andrea Cangini che ha salutato l’amico Patuelli e ha detto ai presenti: “si tratta di un riconoscimento più che meritato alla persona e allo stile con cui la persona ha interpretato le diverse funzioni che ha ricoperto fino ad oggi nel corso della propria carriera politica, economica e finanziaria. In perfetto stile einaudiano si è dedicato alla divulgazione e alla comprensione dei fatti, e questo lo ha reso un giornalista eccellente oltre che un pedagogo della coscienza e della conoscenza nazionale”.

“I metodi della libertà servono a perseguire i principi della libertà” ha detto Patuelli, nella sua lezione che ha chiuso l’incontro, ripercorrendo la figura di Einaudi, sottolineandone la profonda “intransigenza morale. Il suo approccio – ha aggiunto – non era da ‘liberista’, e lo scriveva lui stesso. Lui non era attento solo alle libertà economiche, e dopo l’omicidio Matteotti ebbe il coraggio fino al ’35 di andare in Senato a parlare contro la guerra d’Etiopia. Cosa è attuale del suo insegnamento? L’alta moralità, il coniugare sempre doveri e diritti. Se non si rispettano i doveri, i diritti non sussistono. I doveri sono innanzitutto quelli costituzionali, ci deve essere sempre un uguale ossequio per entrambi”.

Einaudi, ha concluso, “fu l’antitesi della demagogia, un memorabile moralista, ma molto pratico. Era per l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, quella dei punti di partenza, una uguaglianza che non si realizza abbassando chi sta in alto, ma innalzando chi sta in basso e mettendolo nelle condizioni di competere”.

L'articolo Ad Antonio Patuelli il Premio Einaudi 2023 proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Per stringere i legami con gli Usa, l’Italia punti alle Operazioni spaziali combinate


Un biglietto da visita dell’Italia in tutto il mondo. Così il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha definito l’industria dell’aerospazio nazionale nel corso della sua recente visita al Salone aeronautico di Le Bourget, vicino Parigi. Alla fiera france

Un biglietto da visita dell’Italia in tutto il mondo. Così il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha definito l’industria dell’aerospazio nazionale nel corso della sua recente visita al Salone aeronautico di Le Bourget, vicino Parigi. Alla fiera francese, infatti, oltre al settore dell’aviazione anche lo spazio extra-atmosferico è stato protagonista, con la presentazione di nuove soluzioni e tecnologie. Il ministro stesso è stato accolto dal presidente dell’Agenzia spaziale italiana, Teodoro Valente, presso lo stand dell’agenzia presente al salone. Ma per l’Italia, l’ambito spaziale non è solo un aspetto industriale, ma un vero e proprio asset strategico per affrontare le sfide del prossimo futuro.

E proprio lo Spazio inteso come dominio operativo potrebbe essere uno dei dossier che il ministro Crosetto potrebbe affrontare in un prossimo incontro insieme al segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin. Di recente, entrambi hanno partecipato al Consiglio del nord atlantico, a livello di ministri della Difesa, da poco concluso a Bruxelles, nel corso del quale sono state affrontate le diverse side strategiche che dovranno essere affrontate al prossimo summit Nato di Vilnius, a luglio.

Sia Roma, sia Washington hanno un set di priorità strategiche, sulle quali esistono importanti punti di convergenza. Per l’Italia, la regione di primario interesse strategico resta il Mediterraneo allargato e l’Africa, dove la presenza a stelle e strisce sarà fondamentale per arginare la crescente penetrazione di Mosca e Pechino. Un impegno, quello Usa, ribadito al ministro Crosetto dallo stesso capo di Stato maggiore congiunto delle Forze armate statunitensi, Mark A. Milley, in visita a marzo a Roma per incontrare gli omologhi africani nel corso dell’African chiefs of Defense conference, ospitata da Palazzo Baracchini.

Gli Stati Uniti, tuttavia, sono al momento concentrati sulla partita che si gioca nell’Indo-Pacifico, dove la Repubblica popolare cinese rappresenta secondo Washington la principale minaccia non solo alla sicurezza degli Stati Uniti, ma all’intera stabilità globale. Qui il nostro Paese ha già dimostrato di essere pronto a fare la sua parte, compatibilmente con le risorse disponibili. L’aspetto più visibile è certamente la partecipazione italiana al Global combat air programme (Gcap), il caccia di sesta generazione sviluppato insieme a Regno Unito e Giappone. Tokyo, inoltre, addestra i propri piloti militari in Sardegna, presso la International flight training school (Ifts) dell’Aeronautica militare. Inoltre, la Marina militare italiana invierà a inizio 2024 Nave Cavour nelle acque indo-pacifiche.

In questo quadro, la collaborazione transatlantica oltre l’atmosfera è un argomento che potrebbe sicuramente beneficiare da un’ulteriore crescita di protagonismo da parte italiana. Il tema è stato affrontato anche dalle recenti visite a Washington di giugno dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e del ministro delle Imprese e del Made in Italy con delega alle politiche spaziali e aerospaziali, Adolfo Urso, con quest’ultimo che ha incontrato l’executive secretary del Nation space council americano, Chirag Parikh. Una serie di appuntamenti che sono anche serviti a preparare il campo al prossimo viaggio negli States del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel corso del quale dovrebbe anche incontrare la vice presidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, chair del National space council.

La collaborazione spaziale tra Italia e Stati Uniti, tra l’altro, potrebbe basarsi su iniziative molto concrete, da quella per l’accesso al servizio cifrato del Gps, allo scambio di dati e informazioni di Space situational awareness (Ssa), fino alla sigla ad aprile di un memorandum d’intesa tra l’Ufficio generale spazio dello Stato maggiore della Difesa e lo United States Space Command (Usspacecom) per l’assegnazione di un ufficiale di collegamento italiano permanente presso il comando spaziale statunitense. L’accordo consentirà di condividere con l’Usspacecom le competenze e le conoscenze acquisite grazie alle Forze armate italiane e faciliterà le comunicazioni tra le unità spaziali di Roma e Washington. Non solo, la presenza del militare italiano potrà anche moltiplicare le opportunità di partnership tra i due Paesi nel settore spaziale della Difesa.

Tra le iniziative a cui il nostro Paese potrebbe ambire per incrementare il proprio livello di impegno nella cooperazione spaziale militare c’è la partecipazione al progetto lanciato proprio dallo Usspacecom: la Combined Space Operation initiative (CSpO). Nata nel 2014 grazie all’allora comandante di Usspacecom, il generale John “Jay” Raymond (che sarebbe poi diventato il primo comandante della Us Space force), il CSpO servì a riunire gli Usa, l’Australia, il Canada e il Regno Unito in un forum di collaborazione per coordinare le attività nel dominio spaziale. Nel 2015 aderì anche la Nuova Zelanda, ma il vero passo decisivo fu l’allargamento nel 2020 a Francia e Germania, allargando la partecipazione al di là dei tradizionali confini dell’anglosfera. Le aree di interesse del CSpO comprendono la space domain awareness, il supporto alle forze operative dalle orbite, la gestione di lanci e rientri e le operazioni di contingenza. Campi in cui l’Italia ha tutte le carte in regola per poter partecipare da protagonista.


formiche.net/2023/06/operazion…

A Le Bourget, Roma e Parigi rafforzano la cooperazione sugli acquisti militari


Roma e Parigi stringono la cooperazione nel procurement militare e nell’individuazione di possibili programmi di cooperazione. L’occasione è stata la visita del segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti italiano, il generale L

Roma e Parigi stringono la cooperazione nel procurement militare e nell’individuazione di possibili programmi di cooperazione. L’occasione è stata la visita del segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti italiano, il generale Luciano Portolano, e il delegato generale della Direzione generale degli armamenti francese, il generale Thierry Carlier, nel corso del Salone aeronautico internazionale in corso in questi giorni a Le Bourget. Oltre alla Roadmap capability relativa alle acquisizioni della Difesa, i due ufficiali hanno anche siglato il memorandum d’intesa relativo all’aggiornamento di mezza vita dei cacciatorpediniere classe Orizzonte (fregate di primo rango classe Horizon secondo la nomenclatura transalpina), che prevede l’ammodernamento delle stesse a cura della joint venture Naviris.

Gli accordi di Le Bourget

L’obiettivo dell’incontro è stato anche quello di promuovere e consolidare ulteriormente i rapporti tra i due Paesi inerenti alla cooperazione bilaterale nel settore del procurement e dare impulso allo sviluppo sinergico di capacità tecnologiche e industriali strategiche attraverso programmi internazionali. Traguardi che, tra l’altro, discendono da quanto previsto nel trattato del Quirinale, firmato nel 2020 dal presidente del Consiglio italiano e dal presidente della Repubblica francese, che individua i programmi di possibile cooperazione tra le parti per intensificare il dialogo nei settori tecnico e operativo della difesa e sviluppare la cooperazione nel settore dell’accrescimento di capacità d’interesse comune. Inoltre, esso prevede anche l’impegno a rafforzare la cooperazione tra le rispettive industrie di difesa e sicurezza, promuovendo delle alleanze strutturali, e rafforzando la collaborazione nel settore spaziale, al fine di migliorare le capacità di operare congiuntamente nello spazio.

La cooperazione di Difesa

La sigla dei documenti segue la visita al salone aeronautico del ministro della Difesa, Guido Crosetto, conclusa con l’incontro con il presidente Emmanuel Macron. L’occasione è servita anche a fare un punto insieme a diversi omologhi europei sui principali punti di sviluppo per fronteggiare congiuntamente le sfide del presente e del futuro, e riflettere su come condividere gli orientamenti nazionali per coordinare gli sforzi di ciascun Paese. Prima dell’inquilino dell’Eliseo, il ministro italiano ha avuto l’opportunità di incontrarsi anche con il commissario per il Mercato interno dell’Ue, Thierry Breton, e con il ministro della Difesa di Israele, Yoav Gallant. Come registrato da Crosetto, infatti, la presenza delle realtà italiane a Le Bourget “è sempre più forte” e l’obiettivo del salone è quello di “valorizzare l’industria nazionale del settore aerospazio, biglietto da visita dell’Italia riconosciuto in tutto il mondo in un ambito destinato a divenire, sempre più, pilastro portante della geopolitica futura”.

Il salone di Le Bourget

L’air show biennale di Le Bourget di quest’anno si è presentato come il salone della ripresa, dopo gli anni della pandemia che hanno duramente colpito in particolare il settore aeronautico e le catene di approvvigionamento del settore aerospazio e difesa in generale. In particolare, l’edizione 2023 del Salone è la prima dopo l’annullamento a causa del Covid di quella che doveva essere la scorsa edizione del 2021. L’area espositiva a nord di Parigi di 125mila metri quadri accoglie 158 velivoli, tra aerei, droni ed elicotteri, dai mastodonti dell’aeronautica civile e i bombardieri strategici, fino ai velivoli senza pilota elettrici, passando per i caccia e gli aerei da combattimento. Gli espositori provengono da tutto il globo, e alla fiera partecipano 141 società italiane. Nel 2022 il settore dell’industria aerospaziale ha ritrovato una certa dinamicità, facendo registrare un fatturato di 62,7 miliardi di euro che, pur rappresentando il +13.6% rispetto al 2021, è ancora lontano dai 74,3 miliardi di euro del 2019.


formiche.net/2023/06/lebourget…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Come avevo ipotizzato sin da gennaio, la pubblicazione della cartella clinica di Matteo Messina Denaro è avvenuta in violazione di una serie di regole in tema di privacy e di deontologia dei giornalisti.

Sono arrivate le sanzioni irrogate dal Garante Privacy. Mio commento su Domani

editorialedomani.it/idee/comme…

reshared this

Cosa farà il centro Nato per le infrastrutture sottomarine


La scorsa settimana, durante la ministeriale Difesa della Nato a Bruxelles, gli alleati hanno dato il via libera a Centro marittimo per la sicurezza delle infrastrutture critiche sottomarine che sorgerà nel Comando marittimo alleato di Northwood, a Nord-O

La scorsa settimana, durante la ministeriale Difesa della Nato a Bruxelles, gli alleati hanno dato il via libera a Centro marittimo per la sicurezza delle infrastrutture critiche sottomarine che sorgerà nel Comando marittimo alleato di Northwood, a Nord-Ovest di Londra. L’obiettivo è rafforzare il coordinamento tra gli alleati, condividere le competenze con l’industria e assicurare un quadro della minaccia e delle migliori pratiche a livello Nato. Tra le responsabilità del nuovo centro c’è la creazione di un nuovo sistema di sorveglianza per monitorare l’Atlantico, il Mare del Nord, il Mar Baltico, il Mar Mediterraneo e il Mar Nero.

Dopo il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Baltico, avvenuto lo scorso anno, la Nato ha istituito una Cellula di protezione delle infrastrutture critiche sottomarine per monitorare meglio gasdotti e cavi sottomarini ritenuti particolarmente a rischio attacco da droni e sottomarini. Il tenente generale Hans-Werner Wiermann, a capo della nuova cellula, ha dichiarato che l’incidente di Nord Stream ha dimostrato il “chiaro e attuale pericolo che corrono le nostre infrastrutture critiche sottomarine”. Queste includono linee elettriche, unità di rigassificazione, raffinerie, centrali nucleari, nonché centrali idroelettriche, parchi eolici e centrali solari.

Il mese scorso, David Cattler, assistente segretario generale della Nato per l’intelligence, ha dichiarato a Politico che la Russia è attivamente impegnata nella mappatura delle infrastrutture civili nei Paesi dell’alleanza, comprese le risorse sottomarine. Ha descritto la possibilità di un attacco russo come un “rischio significativo” e ha osservato che Mosca ha tutte le risorse necessarie per effettuare un attacco se vuole vendicarsi del sostegno occidentale all’Ucraina. “I russi sono più attivi di quanto li abbiamo visti negli ultimi anni” nei sondaggi sottomarini, ha dichiarato. “Quando si osservano le prove delle loro attività ora, i luoghi in cui stanno effettuando i rilevamenti, sovrapposti a questa infrastruttura critica sottomarina… si può vedere che stanno almeno segnalando che hanno l’intenzione e la capacità di agire”.

L’allarme è stato lanciato anche da Giuseppe Cavo Dragone, capo di Stato maggiore della Difesa (e candidato dal governo Meloni per la presidenza del Comitato militare Nato), intervenuto pochi giorni fa all’evento “L’Italia, il Mediterraneo allargato e il dominio subacqueo” dell’Istituto Affari Internazionali. La Russia, ha spiegato, “non nasconde di voler estendere il proprio raggio d’azione in tutta questa importante fascia territoriale, nonché a tutto il Mediterraneo, anche attraverso le sue spiccate capacità nel settore underwater (manned e unmanned), ampliando le minacce a cui possono essere esposte le infrastrutture critiche e le dorsali marittime di nostro interesse strategico”.

La scorsa settimana Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Russia, ha lanciato una minaccia esplicita all’Occidente: Mosca ha il diritto “morale” di distruggere le infrastrutture critiche sottomarine dopo l’esplosione dei gasdotti Nord Stream (che il fedelissimo del leader Vladimir Putin ritiene essere stati sabotati dall’Occidente).

(Foto: Official U.S. Navy Page, Flickr)


formiche.net/2023/06/nato-cent…

Iranian Women as All Mankind


Renata Gravina Researcher Sapienza, Fondazione Luigi Einaudi Melissa Amirkhizy ELF, European Liberal Forum Antonio Stango FIDU, Italian Federation for Human Rights Elisabetta Zamparutti former MP, Nessuno tocchi Caino Luciana Borsatti independent journali

Renata Gravina Researcher Sapienza, Fondazione Luigi Einaudi

Melissa Amirkhizy ELF, European Liberal Forum

Antonio Stango FIDU, Italian Federation for Human Rights

Elisabetta Zamparutti former MP, Nessuno tocchi Caino

Luciana Borsatti independent journalist

Alberto Pagani PD, Partito Democratico

Marco Formentini Lega

Lia Quartapelle PD, Partito Democratico

Andrea Orsini FI, Forza Italia

L'articolo Iranian Women as All Mankind proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

È l’europeismo l’eredità berlusconiana che Meloni dovrà raccogliere


Pur se descritto come il primo dei populisti, non si ricordano suoi cedimenti alla demagogia antieuropeista. Non lo fece quand’era al governo e non lo fece neanche durante i lunghi e non facili anni trascorsi all’opposizione. In questo, Silvio Berlusconi

Pur se descritto come il primo dei populisti, non si ricordano suoi cedimenti alla demagogia antieuropeista. Non lo fece quand’era al governo e non lo fece neanche durante i lunghi e non facili anni trascorsi all’opposizione. In questo, Silvio Berlusconi ha dimostrato una serietà e un realismo che mal si conciliano con la retorica che lo ha descritto come un leader tutto furbizie, spettacolo e sondaggi. Ebbene, se, com’è naturale che sia, Giorgia Meloni vorrà davvero incassare l’eredità politica berlusconiana è questo il punto su cui non le saranno consentite deroghe. Il che, se avrà la capacità di porsi in un’ottica non politicistica ma storicistica e culturale, si rivelerà un obiettivo alla sua portata senza bisogno di particolari abiure o compromessi imbarazzanti. Vediamo perché.

Ciclicamente riaffiora nella polemica politica e sulle terze pagine dei giornali la contrapposizione quasi etica tra patriottismo nazionale e patriottismo europeo. Come se i due orizzonti fossero fisiologicamente alternativi e l’uno rappresentasse fatalmente la negazione dell’altro. Non è questo che pensavano i più autorevoli tra gli europeisti italiani. E se ci liberiamo dai pregiudizi non è questo che suggerisce la ragione politica. I fondatori dell’Europa sostennero infatti sin dagli anni Cinquanta quel che il realismo ci induce a credere oggi: che i due sentimenti, perché di questo si tratta, possono e debbono convivere. Sono complementari, rappresentano l’uno la forza e il giusto limite dell’altro.

Carlo Magno, Luigi XIV e Napoleone Bonaparte cercarono di unire l’Europa senza rispettare le diversità nazionali. Fu questo l’errore da cui discese la caducità dei loro successi militari e diplomatici. I padri dell’europeismo trassero lezione dalla Storia ed evitarono di incorrere nel medesimo sbaglio. Uno per tutti, Altiero Spinelli. L’estensore del Manifesto di Ventotene aveva ben chiaro che “l’amore della Patria è una delle forze elementari che più arricchiscono la vita dell’individuo, dandogli l’immediato senso di una comunità di destino con altri esseri umani” e perciò teorizzò la nascita di una “Federazione europea” fondata non sul mito illuministico della Dea Ragione, ma “sulle comunità nazionali” e sul loro naturale sentimento patriottico e terragno.

La lezione di Spinelli è stata recepita dalle Istitutzioni europee. La Carta dei diritti ufficializzata a Nizza nel 2000, infatti, all’articolo 22 sancisce il rispetto della “diversità culturale” e sin dal Preambolo chiarisce che lo sviluppo dei valori dell’Unione non può realizzarsi a discapito “delle culture e delle tradizioni dei popoli d’Europa”. Si noti l’uso del plurale: non il popolo europeo, ma i popoli d’Europa. Concetto che Luigi Einaudi teorizzò già a fine Ottocento parlando di “Stati Uniti d’Europa”. Cioè di un’Europa fondata sulle diverse comunità nazionali e da queste indiscutibilmente arricchita. Del resto, come scrisse Benedetto Croce nella Storia d’Europa, “nazione è concetto spirituale e storico e perciò in divenire, e non naturalistico e immobile come quello di razza”.

Appare, dunque, oggi piuttosto chiaro che, nell’era della globalizzazione e dei revanchismi imperialistici, il divenire degli Stati nazionali europei sia l’europeismo. I due sentimenti non confliggono, si contemperano e rappresentano l’uno la salvezza dell’altro. A Giorgia Meloni conviene prenderne atto, e rifondare sulla duplice identità nazionale ed europea una destra che per governare non può pensare basti una manovra di avvicinamento iperpoliticista al Ppe. Servono (anche) una cultura e una retorica nuove. Così nuove da apparire vecchie come l’europeismo delle origini.

Huffington Post

L'articolo È l’europeismo l’eredità berlusconiana che Meloni dovrà raccogliere proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

EsAgitati


Boom! A leggere proclami e reclami, tonitruanti dichiarazioni e frementi indignazioni – il tutto amplificato ed estremizzato dai giornali, senza che ce ne sia alcun bisogno – sembra ogni giorno che si sia in procinto della fine del mondo o di un mondo nuo

Boom! A leggere proclami e reclami, tonitruanti dichiarazioni e frementi indignazioni – il tutto amplificato ed estremizzato dai giornali, senza che ce ne sia alcun bisogno – sembra ogni giorno che si sia in procinto della fine del mondo o di un mondo nuovo, a seconda dei gusti, senza che il giorno appresso ci si ricordi più nemmeno di che diamine si stesse discutendo. Già presi dall’esagitazione per un nuovo tema e fronte. Non so se serva ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. È comunque un efficacissimo sistema per perdere credibilità.

Prendete il capitolo giustizia: sembra che tutto sia stato riformato o demolito (sempre a seconda dei gusti), mentre invece non è cambiato proprio niente. Il Consiglio dei ministri ha soltanto approvato un disegno di legge dalla portata tematica limitata, che non ha manco iniziato il suo iter parlamentare. Altro che «Fatta la riforma», come strillano i titoli. Se si monta una gran caciara è perché si ritengono più importanti l’annuncio e la denuncia rispetto alla sostanza. Che poi, per carità, non si può avere tutto e subito e quel disegno è un buon punto d’inizio, che condivido. Ma non è una buona cosa che le opposizioni – comprese quelle (Azione e Italia Viva) che dicono di condividere il merito – non sappiano fare altro mestiere che il coro o il controcanto.

Avrebbero potuto osservare: 1. È singolare che il governo ci tenga a far sapere che il disegno preparato dal ministro Nordio è stato approvato all’unanimità, come se intendessero coprire dissensi, inducendo così a chiederci quali contrasti abbiano accompagnato tutte le decisioni in cui non s’è rimarcata l’unanimità; 2. Cancellazione dell’obbligatorietà dell’azione penale e separazione delle carriere non possono che viaggiare sul diverso binario delle riforme costituzionali, ma i due treni sarebbero dovuti partire assieme, mentre del secondo non c’è traccia neanche in officina; 3. Il disegno affronta soltanto alcuni punti, sicché sarebbe interessante sapere se, per il ministro e il governo, esauriscono i temi della legislazione ordinaria o se pensano di predisporre altri disegni. Nel primo caso sarebbe un moncherino; nel secondo si vorrebbe sapere quando arriveranno gli altri pezzi, se lo spezzatino serve ad agevolare i lavori parlamentari o se sul resto non c’era l’unanimità.

Così, tanto per dare l’impressione che opporsi non è soltanto il fare oggi quel che i governanti odierni fecero ieri – ovvero paventare sfracelli e piangere miseria – salvo poi dare del disfattista a chi dice esattamente le medesime cose (sbagliate) quando ci si trova al governo. Oramai la “sindrome Salvini” s’è impadronita di tanti e ha fatto scuola: basta che s’avvicini una telecamera e s’attacca a enumerare titoli, categorie, tragedie. Non una parola su possibili soluzioni o proposte, che tanto non c’è tempo e i seguaci si sono già stancati.

È da esagitati anche supporre che un evento – uno solo, benché finale come la morte – autorizzi a scrivere la storia in un giorno, lamentando gli altri che sia stata in un giorno riscritta. La storia ha bisogno di tempo. E non è mai, dicasi mai, una sola. Di sicuro uno storico che osi definirsi tale non va a copiare dagli atti giudiziari né si fa trascinare dall’amore o dall’odio. Difatti uno storico lavora su fatti non contemporanei, altrimenti sarebbe un cronista. L’esagitazione del presentismo, del credere che esista soltanto il tempo presente e soltanto in e per quello valga la pena agitarsi, spinge a raccontare ogni giorno e ogni fatto come epocale. Ho contato tre «più grandi romanzieri contemporanei» morti di recente. Come se un libro o una persona avessero maggior valore e il lutto desti maggior dolore nel caso in cui si tratti del “più” qualche cosa. In ogni caso: diteglielo da vivi, che magari fa loro piacere.

L’impressione è che tanta esagerazione ed esagitazione non derivino dalla consapevolezza che si sia innanzi a passaggi decisivi, ma dal bisogno di far credere importanti delle decisioni che sono di passaggio.

La Ragione

L'articolo EsAgitati proviene da Fondazione Luigi Einaudi.