GiustaMente


Non è alla memoria di chi non c’è più che si deve dedicare la riforma della giustizia; la si deve fare avendo memoria dei danni devastanti arrecati dalla malagiustizia alla vita economica, civile e anche politica. Se il capitolo giustizia è uno di quelli

Non è alla memoria di chi non c’è più che si deve dedicare la riforma della giustizia; la si deve fare avendo memoria dei danni devastanti arrecati dalla malagiustizia alla vita economica, civile e anche politica. Se il capitolo giustizia è uno di quelli del Pnrr non è perché a qualcuno importi – presso la Commissione europea – della spartitocrazia correntizia imperante nel mondo delle toghe, ma perché senza giustizia funzionante non ci sarà mai un mercato regolarmente funzionante, sicché i soldi investiti saranno in gran parte buttati. L’idea che la riforma della giustizia abbia a che vedere con la sorte soltanto di qualche politico è fra le più stolte che si possano immaginare. Purtroppo avvalorata da politicanti senza cultura e giornalisti senza dirittura.

Oggi un disegno di legge dovrebbe essere approvato in Consiglio dei ministri, poi inizierà il suo iter parlamentare. Quattro sono le condizioni affinché non si riveli un petardo bagnato e si concilino giustizia e uso della mente.

1. Vedremo il contenuto, ma questo è sicuramente soltanto un pezzo di quel che serve. L’altro deve viaggiare sul binario della riforma costituzionale che, evitando i vizi del recente passato, dev’essere puntuale e specifica, non una macedonia. Qualsiasi riforma ordinaria è destinata a restare lettera morta senza separazione delle carriere e cancellazione dell’obbligatorietà dell’azione penale.

2. Cambiare le leggi è una parte del lavoro, che diventa inutile se non si cambiano l’organizzazione degli uffici e la carriera dei magistrati, sottraendo quest’ultima alle correnti e dotandola di indici oggettivi di capacità e merito. Ad Aosta servono mediamente 211 giorni per definire una causa civile. Non sono pochi, ma a Vallo della Lucania – vigenti le medesime leggi e procedure – ce ne vogliono 1.518 e a Isernia 1.337. Con l’eccezione di Marsala (dove ce ne vogliono 221), l’intero Sud è messo assai male. Dopo di che è inutile cercare cause antropologiche del mancato decollo produttivo di lande in cui la legalità non è assicurata in tribunale. A ogni guasto si può porre rimedio, ma non se il guastatore ammanicato fa più carriera del risanatore abbandonato. Su questo punto c’entrano poco le leggi generali e molto l’organizzazione e il fallimento del Consiglio superiore della magistratura. Cui non si rimedia senza smantellare la correntocrazia che se n’è impadronita.

3. Servono a nulla gli scontri di parole vuote. Serve a nulla mostrarsi corrucciati e puntare sull’ignoranza di chi ascolta. Nessuno vuole impedire che si arrestino i delinquenti, che si puniscano i corrotti o che si intercettino i criminali. La questione è che finiscono in custodia cautelare troppi cittadini che saranno poi assolti, che si aprono indagini e si portano a processo per abuso amministratori che saranno quasi tutti assolti e che si diffondono conversazioni private sputtananti e non pertinenti. Occhieggiare la telecamera per dire che «La gente deve sapere» o che «I criminali vanno fermati», senza affrontare la realtà che documenta quanto appena riassunto, è da imbroglioni. L’equilibrio non è facile né scontato. In compenso lo squilibrio è evidente.

4. Nel Pnrr è stato scritto che il carico dei procedimenti deve diminuire del 20-25%. In realtà servirebbe farlo scendere dell’80%. Ma come si fa? Non si possono certo lasciare correre reati erroneamente definiti “minori” né impedire a un cittadino di far causa a un altro. Ma si possono far funzionare riti alternativi, avvertendo che l’accusato ha diritto di accedere a un processo, ma nel caso di condanna paga anche il disturbo; altrimenti la si risolve prima, con un considerevole sconto. E si può stabilire che le cause civili relative al vicino che annaffia il geranio e m’inonda il pianerottolo oppure al ristorante che emana puzze siano decise in una mesata, sentite le parti. Altrimenti, se rimangono a litigare per 1.518 giorni, va a finire che il vicino lo ammazzano e i gerani glieli portano sulla tomba, dopo avere festeggiato al ristorante puteolente.

La Ragione

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Elettronica cambia volto. Enzo Benigni racconta la nascita di ELT Group


Elettronica diventa ELT Group, con un nuovo segno grafico rappresentato da una sfera dalla quale si propagano delle onde elettromagnetiche. L’azienda ha presentato il suo nuovo volto in occasione del Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio d

Elettronica diventa ELT Group, con un nuovo segno grafico rappresentato da una sfera dalla quale si propagano delle onde elettromagnetiche. L’azienda ha presentato il suo nuovo volto in occasione del Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Le Bourget, a Parigi. Il nuovo logo dell’azienda diventa una sfera dalla quale si propagano delle onde elettromagnetiche, un modo per veicolare le tre priorità di indirizzo di questa nuova evoluzione: la dominance dello spettro elettromagnetico in ogni dominio, la proiezione globale dell’azienda e l’accresciuta capacità di protezione di asset, persone e dati. Anche il claim scelto per accompagnare questo cambio di identità visiva segue i tratti di questa evoluzione: “Shaping technology, Global protection”.

Il piano di ELT Group

L’evoluzione segue la visione strategica dell’azienda guidata dal piano industriale Tenet 2030, i cui primi risultati sono stati presentati sempre a Le Bourget. Obiettivi del gruppo sono una dimensione sempre più globale e multidominio, capace di seguire i nuovi trend relativi alle piattaforme all’avanguardia, a partire dal caccia di sesta generazione Global combat air program (Gcap), a cui l’azienda partecipa. Priorità centrali saranno anche l’accesso allo spazio e l’accrescimento delle competenze cyber. Per quanto riguarda la sicurezza dello spettro elettromagnetico nello spazio, ELT Group ha realizzato il suo prima payload per attività di Signal Intelligence, Scorpio, messo in orbita bassa con un Falcon 9 di Space X ad aprile. In ambito cyber, invece, ELT Group fa affidamento sulla propria partecipata Cy4Gate con diverse tecnologie, dalle soluzioni anti-drone Adrian a quelle più specifiche per le reti IT/OT come l’Hybrid cyber digital twin, una piattaforma realizzata per facilitare l’identificazione di vulnerabilità e relative contromisure.

ELT Group. Una nuova visione strategica e una nuova identità

A presentare la nuova identità dell’azienda ci pensa il suo presidente e amministratore delegato, Enzo Benigni, di cui riproponiamo l’editoriale.

“Due anni fa la nostra azienda ha ragionato su una nuova visione strategica, sintetizzata nel piano industriale Tenet 2030, per cogliere al meglio le possibilità offerte da una competenza core nel governo dello spettro elettromagnetico, rispetto al nostro ambito di riferimento, e per farne un abilitante per un approccio multidominio.

In uno scenario rappresentato dalla profonda digitalizzazione e dalla necessità di soluzioni complesse, la gestione dell’Emso (Electromagnetic spectrum operations) sta conferendo una superiorità informativa e di reazione che la nostra azienda ha oggi tradotto in una visione strategica aziendale più ampia e più efficace: rafforzamento della competenza core nel mercato primario della Difesa, ma anche ingresso in nuovi mercati e in nuove geografie.

I trend più recenti hanno mostrato come la competenza di nicchia della nostra azienda potesse essere messa a servizio di nuovi domini, come lo Spazio e la Biodifesa, ed abilitare anche un approccio multidominio nel primario mercato di riferimento. Il progetto avionico di sesta generazione Gcap (Global combat air program) è solo il primo di una serie destinata a rivoluzionare il modo in cui il mondo della Difesa affronterà le minacce emergenti.

A distanza di soli due anni, questa strategia ha iniziato già a tradursi in risultati.

Innanzitutto nella forza di una presenza sempre più globale: l’azienda ha oggi undici sedi commerciali in evoluzione in tre continenti e, oltre alla Germania, ha costituito un’altra azienda di diritto locale nel Golfo, avendo una crescente presenza nel portafoglio ordini del mercato extra Eu.
L’azienda si è mossa in nuovi mercati come quello innovativo della Biodifesa: il successo della tecnologia di contrasto ai virus respiratori E4Shield ha incoraggiato a costituire una newco E4Life, presentata poche settimane fa e che ha l’ambizione di far evolvere ulteriormente la tecnologia – che oggi non inattiva solo il covid, ma anche i virus influenzali e nel futuro speriamo anche i batteri – e di portarla con efficacia sul mercato.

Il 15 aprile in nostro payload “Scorpio” è stato portato in orbita Leo dal Falcon 9 di Space X e sta conducendo la sua missione di raccolta di dati marittimi non classificati per intercettare possibili attività illecite. Abbiamo così dimostrato che le nostre tecnologie possono essere usate anche nel dominio Spazio, dove abbiamo già pensato ad una roadmap più articolata per attività di intelligence e protezione che presenteremo a breve.

Per affrontare al meglio nel mercato questa nuova visione strategica abbiamo pensato di rappresentare questa dinamicità anche nelle scelte di comunicazione, attraverso un nuovo brand che, senza disperdere la radice del nome tradizionale ELT, potesse riallineare l’immagine al noto piano strategico per presentarsi sul mercato con un brand unico.

ELT Group sarà l’identità unica con cui appariremo in tutti i mercati, dalla Germania agli Uae e ovunque è presente nel mondo e in tutti i domini, da quello della Difesa a quello della Biodifesa, e nelle geografie e nei mercati che verranno in futuro.

ELT Group avrà la forza di un one brand in tutti i mercati e di un’offerta commerciale unica, ma molto più ampia costruita grazie alle realtà facenti parte del Gruppo.

Nella rinnovata strategia aziendale le partnership avranno un ruolo fondamentale, sono state quelle che finora hanno permesso nel tempo di generare newco di valore quali Cy4Gate e E4Life, che nella nuova visione strategica conserveranno il loro brand ma rendendo evidente la loro appartenenza ad ELT Group.

Infine in questa nuova architettura aziendale avrà un ruolo fondamentale il New Tech Lab, che sarà il luogo della ricerca di ulteriori soluzioni non convenzionali nell’uso dello spettro elettromagnetico, ma anche un punto di contatto con enti di ricerca ed università, e di collaborazione con nuovi partner per fare in modo che l’intelligenza ingegneristica di ELT Group possa continuare a generare soluzioni sempre più innovative e sostenibili per la difesa di persone, asset e dati nel mondo della Difesa, ma non solo.

“Shaping Tecnologies, Global protection” è il claim che sintetizza questa ambizione”.


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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 24 giugno 2023, Capo d’Orlando


Saluti istituzionali Franco Ingrillì Sindaco Capo D’Orlando Domenico Magistro Presidente Camera Penale di Patti Lara Trifilò Presidente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Patti Antonella Marchese Responsabile della Scuola Territoriale della Camera Pe

Saluti istituzionali

Franco Ingrillì Sindaco Capo D’Orlando

Domenico Magistro Presidente Camera Penale di Patti

Lara Trifilò Presidente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Patti

Antonella Marchese Responsabile della Scuola Territoriale della Camera Penale di Patti

Con la partecipazione del Viceministro Francesco Paolo Sisto intervengono:

Carmelo Occhiuto Consigliere della Giunta UCPI

Andrea Pruiti Ciarello Presidente Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella

Modera Franco Perdichizzi Giornalista de “La Gazzetta del Sud”

Evento accreditato presso il COA di Patti (2 CF)

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 23 giugno 2023, Messina


Saluti istituzionali Franco Ingrillì Sindaco Capo D’Orlando Domenico Magistro Presidente Camera Penale di Patti Lara Trifilò Presidente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Patti Antonella Marchese Responsabile della Scuola Territoriale della Camera Pe

Saluti istituzionali

Franco Ingrillì Sindaco Capo D’Orlando

Domenico Magistro Presidente Camera Penale di Patti

Lara Trifilò Presidente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Patti

Antonella Marchese Responsabile della Scuola Territoriale della Camera Penale di Patti

Con la partecipazione del Viceministro Francesco Paolo Sisto intervengono:

Carmelo Occhiuto Consigliere della Giunta UCPI

Andrea Pruiti Ciarello Presidente Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella

Modera Franco Perdichizzi Giornalista de “La Gazzetta del Sud”

Evento accreditato presso il COA di Patti (2 CF)

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I numeri (e gli obiettivi) del nuovo complesso militare-industriale europeo


L’autonomia strategica europea rimane ancora sulla carta, perlomeno per quello che riguarda la dimensione degli armamenti. L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio del 2022 sembrava essere stata una doccia fredda per molti leader nazionali ed europei,

L’autonomia strategica europea rimane ancora sulla carta, perlomeno per quello che riguarda la dimensione degli armamenti. L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio del 2022 sembrava essere stata una doccia fredda per molti leader nazionali ed europei, che li ha convinti che ‘la Storia non fosse finita’ e che la potenza militare avrebbe giocato un ruolo di primo piano nelle dinamiche geopolitiche del XXI secolo.

Con il passare dei mesi, lo sforzo coordinato dei paesi membri ha permesso all’Unione di sostenere la resistenza di Kyiv all’invasione russa con armi, munizioni ed altri equipaggiamenti non letali. Mentre questi pacchetti di aiuti venivano confezionati, a Bruxelles così come nelle capitali europee diventava sempre più chiaro il fatto che l’arsenale militare europeo fosse ridotto agli sgoccioli.
Il progressivo svuotamento degli arsenali non suggeriva solamente l’impossibilità dell’Unione a continuare a inviare rifornimenti all’Ucraina; esso implicava che, in caso di escalation, l’Europa non avrebbe avuto gli armamenti sufficienti a difendere sé stessa.

Di fronte al manifestarsi di un tale scenario, la reazione Europea è stata netta: investire nella difesa. Non solo produrre di più, ma anche incrementare le capacità produttive, moltiplicando gli impianti e lavorando per ridurre le dipendenze da paesi non alleati all’interno delle varie supply chains, fino a farle scomparire definitivamente.

Tuttavia, nonostante i grandi proclami, sul piano pratico ci sono stati scarsi sforzi in questa direzione. A cavallo tra maggio e giugno, il Parlamento europeo ha espresso parere favorevole sulla proposta della Commissione (denominata Act in Support of Ammunition Production, o Asap) di destinare 500 milioni di euro all’incremento della capacità produttiva europea di munizioni e missili. Un evento importante, ma ancora non sufficiente.

Sul lato dell’offerta c’è stato qualche movimento, in risposta alla richiesta urgente di prodotti da parte dei governi di tutta Europa. Saab, Mbda, Thales, Nexter e Rheinmetall hanno incrementato i loro output su base mensile e/o annuale, per venire incontro all’elevata domanda di questi mesi. Ma sono solo risultati temporanei validi nel breve periodo, raggiunti istituendo turni supplementari, acquistando nuovi macchinari, dando priorità agli armamenti che scarseggiano maggiormente, coordinandosi con i fornitori e assumendo più lavoratori. Per portare la produzione ad un nuovo livello, servono investimenti e contratti a lungo termine.

Contratti che fino ad ora non sono stati firmati dalle autorità politiche. C’è qualche rara eccezione: Krauss-Maffei Wegmann ha ricevuto una commessa da parte del governo tedesco per la costruzione di 18 nuovi Leopard 2 (volti a rimpiazzare quelli mandati in Ucraina; Rheinmetall ha stipulato accordi sulla produzione di munizioni per un valore totale di più di 500 milioni di euro (la stessa cifra dell’Asap) con vari paesi europei; Nexter sta producendo munizioni da 155 mm acquistate di Helsinki. Ma allo stesso tempo, si continua a guardare all’estero. La Polonia (notoriamente più atlantista che europeista) ha stipulato contratti da più di 10 miliardi di dollari con aziende statunitensi per l’acquisto dei Main Battle Tanks Abrams e dei caccia multiruolo (F-35), a cui sembra essere interessata anche la Romania. Mentre Danimarca e Olanda hanno acquistato da Israele importanti porzioni di materiale militare.

“È un mercato molto specifico. Non c’è domanda privata, e le aziende dipendono molto dai rapporti con i governi” commenta la direttrice del programma military expenditure and arms production dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), Lucie Béraud-Sudreau. Finchè i governi non firmano accordi ufficiali, stanziando risorse economiche, i risultati saranno obbligatoriamente limitati. Lo rende esplicito il Ceo di Nexter, Nicolas Chamussy, rivolgendosi ai parlamentari francesi:”Ad oggi, lo sforzo di mobilitazione rimane in gran parte autofinanziato, stiamo raggiungendo il limite massimo. Questo autofinanziamento si ferma dove inizia l’imperativo di una buona gestione per le aziende private come noi.”

L’aumento delle spese militari è una delle grandi questioni (ri)emerse dallo scoppio del conflitto in Ucraina. Molti paesi membri della Nato stanno incrementando il budget dedicato, ma sono ancora lontani dal destinare il 2% del proprio Pil alle spese per la difesa, secondo quanto richiesto dalle regole dell’Alleanza. Mentre qualcuno già mira ad alzare la soglia al 3%. Le azioni dei prossimi mesi, così come quelle dei prossimi anni, saranno fondamentali per capire se e quanto l’Europa voglia veramente dotarsi di un Autonomia Strategica sul piano della produzione militare.


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#laFLEalMassimo – Episodio 97 – Imprese Strategiche e Interesse Nazionale


Questa rubrica continua a ribadire il proprio sostegno al popolo Ucraino e la rilevanza non solo umanitaria della vicenda è confermata dai recenti riferimenti da parte del governatore della banca d’Italia e dell’ex presidente della BCE che hanno sottoline

Questa rubrica continua a ribadire il proprio sostegno al popolo Ucraino e la rilevanza non solo umanitaria della vicenda è confermata dai recenti riferimenti da parte del governatore della banca d’Italia e dell’ex presidente della BCE che hanno sottolineato come il sostegno alla nazione invasa dalla Russia costituisca una priorità non solo dal punto di vista umanitario e civile, ma anche un presupposto fondamentale per il ripristino di un sistema di relazioni internazionali che sia fondato sul rispetto della sovranità di ciascun popolo e sul contrasto deciso di qualunque forma di espansionismo militare.

Molta dell’attenzione mediatica di questi giorni è stata catturata dalla dipartita di Silvio Berlusconi e in questa sede eviterò qualsiasi forma di giudizio politico, storico e sociale che risulterebbe ridondante rispetto a quanto già espresso in passato.

Vorrei invece prendere spunto dai rumors su una possibile vendita della società Media For Europe e sui discorsi che già si sprecano in merito agli interessi nazionali e alle cordate di salvatori nazionalisti che tanti danni hanno arrecato al nostro paese.

In un’epoca in cui le guerre si possono combattere anche e soprattutto per mezzo di tecnologie e rapporti commerciali, sarebbe ingenuo negare che esistano dei legittimi interessi nazionali da tutelare. Tuttavia, occorre resistere in modo deciso alle derive protezioniste e alla invadenza del potere politico sul tessuto imprenditoriale.

Con le dovute cautele rispetto ai regimi che in tutto o in parte non possono definirsi compiutamente democratici è bene pensare ancora che la somma dei paesi che hanno adottato un modello di società aperta possano essere considerati un unico mercato globale, nel quale non è rilevante a fini politici la nazionalità delle imprese e anzi nel quale è positivo che possa esservi una salutare concorrenza tra i paesi per offrire un ambiente favorevole ai lavoratori e alle imprese.

youtu.be/Ns5eKSgUHN0

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Enzo #Tortora 18 maggio 1988 – 17 giugno 2023


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Sostegno a Kiev e revisione dei piani regionali. La Nato ha gli occhi puntati su Vilnius


Maggior impegno per gli investimenti in Difesa e la preparazione del prossimo vertice di Vilnius in programma a luglio. Così si è conclusa la seconda giornata del Consiglio del nord atlantico, a livello di ministri della Difesa, che si tiene questi giorni

Maggior impegno per gli investimenti in Difesa e la preparazione del prossimo vertice di Vilnius in programma a luglio. Così si è conclusa la seconda giornata del Consiglio del nord atlantico, a livello di ministri della Difesa, che si tiene questi giorni al quartier generale della Nato a Bruxelles, presieduta dal segretario generale uscente, Jens Stoltenberg. Uno dei punti fondamentali ruota intorno all’appello del numero uno dell’Alleanza atlantica sul fatto che gli alleati dovrebbero prendere impegni più ambizioni per le spese in Difesa: “Il 2% del Pil deve essere una base di partenza, non il tetto degli investimenti”. Tra i ministri della Difesa presenti, vi era anche l’italiano Guido Crosetto, che a margine della riunione ha incontrato l’omologo britannico Ben Wallace, l’omologa canadese Anita Anand, e i ministri Martin Sklenar e Todor Tagarev rispettivamente in rappresentanza di Slovacchia e Bulgaria.

I bilaterali di Crosetto al Summit

Nel corso del lungo incontro con il ministro inglese, al centro vi era la volontà di rafforzare la cooperazione industriale bilaterale nell’ambito della Difesa. Come scritto su Twitter da Crosetto tale intesa “è destinata a rafforzarsi ulteriormente sulla scorta del partenariato strategico che lega i nostri Paesi in particolare col progetto Global combat air programme (Gcap)”. Anche durante il meeting con la ministra Anand si è posta l’attenzione sulla “comune volontà di instaurare una più stretta collaborazione nel settore della Difesa”, oltre a esprimere reciproco apprezzamento per l’impegno profuso in impegni multinazionali. Mentre, dopo aver ribadito ancora la volontà di cementare l’intesa a tema difesa, da Sklenar è “giunto apprezzamento per il sistema di difesa aerea italiano Samp-T rischierato in Slovacchia”, ha raccontato ancora il ministro Crosetto. Infine, con Tagarev si è affrontato il tema della “cooperazione tra le nostre Forze armate, in particolare nel Multinational battlegroup Bulgaria a guida italiana per la sicurezza del fianco Est dell’Alleanza”, ha concluso Crosetto.

Misure per l’Ucraina

La situazione sul campo in Ucraina continua a vedere scontri giornalieri tra Mosca e Kiev. Come ha raccontato Stoltenberg “le forze ucraine hanno intensificato le operazioni lungo la linea del fronte e stanno facendo progressi”, ma in ogni caso “devono affrontare un terreno difficile, con truppe russe trincerate e combattimenti feroci”. Ed è evidente come in un tale contesto di tensioni, un maggiore sostegno all’Ucraina si dimostra ancora una priorità per gli alleati. Ed è in questo quadro che si inseriscono le iniziative di Olanda e Danimarca di addestrare a partire da questa estate i piloti ucraini all’uso dei velivoli F-16; così come l’iniziatva inglese, che mira invece a fornire missili di difesa aerea a corto e medio raggio alle forze ucraine. Inoltre, la Nato è al lavoro anche per l’istituzione di un nuovo consiglio Nato-Ucraina. Tuttavia, al summit in Lituania “non si parlerà di un invito all’Ucraina di adesione alla Nato”, ha anticipato Stoltenberg, ma si cercheranno piuttosto “soluzioni per portare più vicino l’Ucraina alla Nato”.

La questione svedese

Mentre l’entrata della Finlandia nella Nato è ormai realtà, lo stesso non si può dire per la Svezia. Proprio pochi giorni fa ad Ankara vi è stato, come ha spiegato Stoltenberg, un incontro nella cornice del “meccanismo creato lo scorso anno che riunisce Svezia, Finlandia, Turchia e Nato” che “non ha naturalmente risolto tutte le principali questioni, ma si è tenuto in un atmosfera costruttiva e abbiamo visto alcuni progressi” sul processo di adesione della Svezia all’Alleanza. Tale meccanismo è avvenuto a un paio di settimane dall’incontro fra il segretario generale della Nato e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, in cui i due avevano “concordato di convocare il meccanismo per verificare i progressi del percorso di adesione della Svezia”. “La Svezia è pronta” a entrare nell’Alleanza, ha ribadito Stoltenberg, rimarcando che la Nato continuerà ad adoperarsi affinché ciò avvenga “il prima possibile”.

Revisione dei piani regionali

Secondo quanto anticipato a Bruxelles, a Vilnius verranno presi anche provvedimenti per rafforzare la deterrenza e la Difesa dell’Alleanza, grazie a nuovi piani regionali. “Per la prima volta dai tempi della Guerra fredda, stiamo collegando completamente la pianificazione della nostra Difesa collettiva con la pianificazione delle nostre forze, capacità, comando e controllo”, ha infatti anticipato Stoltenberg, aggiungendo anche che vi sarà anche un programma di esercitazioni potenziato per le truppe alleate. Così la Nato si appresta ad avere “più di 300mila soldati in alta prontezza, con il supporto di notevoli capacità aeree e marittime, per difendere ogni centimetro del territorio alleato da qualsiasi minaccia”, ha concluso il numero uno della Nato.

Un punto sul nucleare

La recente dichiarazione di Mosca in merito all’intenzione di voler schierare armi nucleari in Bielorussia è stata presa molto sul serio dagli alleati ed è stata argomento di discussione nel corso della riunione del Nuclear planning group della Nato. “Abbiamo visto alcuni preparativi in corso, seguiremo da vicino ciò che stanno facendo e resteremo vigili”, ha dichiarato infatti Stoltenberg, sottolineando però che “a ora non c’è stato alcun cambiamento nella postura nucleare russa che richieda un cambiamento nella nostra postura, ma valuteremo costantemente cosa fare”. Mantenendosi nel frattempo preparati a rispondere a ogni potenziale minaccia.


formiche.net/2023/06/vertice-m…

In Iran nel mese di maggio sono stati condannati a morte 146 detenuti


Il mese di maggio ha visto le esecuzioni per impiccagione di almeno 146 detenuti in Iran, quasi tutti prigionieri politici, tra cui tre donne. Una delle tre donne giustiziate era Madineh Sabzevan di 39 anni, mamma di cinque figli. È stata impiccata perché

Il mese di maggio ha visto le esecuzioni per impiccagione di almeno 146 detenuti in Iran, quasi tutti prigionieri politici, tra cui tre donne.
Una delle tre donne giustiziate era Madineh Sabzevan di 39 anni, mamma di cinque figli. È stata impiccata perché accusata di essere implicata in un traffico di droga nonostante che il 13 agosto 2017 il parlamento dei mullah, l’Assemblea consultiva islamica (Majles), avesse approvato un disegno di legge per limitare la pena di morte ai signori della droga e alle loro organizzazioni criminali e punire solo con il carcere i piccoli spacciatori.
Ma questa legge è tuttora applicata in maniera molto estensiva ed è spesso utilizzata per condannare a morte gli oppositori politici che vengono accusati di “muovere guerra contro Dio (moharebeh)”, di “terrorismo” e di “spaccio di stupefacenti” che implica la colpa di “diffondere la corruzione sulla terra (Mofsed-e-filarz)” e di essere “trasgressori dell’ordine morale”.
Dunque, anche se la maggior parte degli spacciatori di droga non sono veri contrabbandieri o capibanda, ma sono consumatori costretti al crimini per la loro dipendenza o a causa della povertà, della disoccupazione e della disperazione, spesso vengono condannati comunque a morte perché la loro vera colpa è di aver espresso pubblicamente contrarietà e opposizione al regime in loro discorsi o nei loro scritti o per aver partecipato a manifestazioni di protesta.
Tutti i giorni si assiste a sit-in di madri con i loro bambini anche molto piccoli davanti ai palazzi dei tribunali rivoluzionari degli ayatollah o davanti alle prigioni di varie città del paese.
A Tehran, come a Isfahan, a Karaj, a Sanadaj, nel Kurdistan iraniano, a Bandar Abbas e fino a Zahedan, nella regione del Belucistan, le mamme manifestano davanti ai palazzi di giustizia e alle carceri esortando le autorità a non giustiziare i loro cari.
Protestano con veemenza per il crescente numero di esecuzioni e hanno chiesto l’immediata sospensione degli ingiusti ordini di impiccagione decisi per i loro congiunti. Sfidano i colpi dei fucili dei paramilitari delle forze volontarie basij dei pasdaran; sfidano i proiettili a pallini dei fucili da caccia; sfidano i gas lacrimogeni di nuova generazione, altamente irritanti.
Il 19 maggio, a Isfahan, durante le proteste notturne contro l’esecuzione di tre prigionieri politici, circa 100 persone, tra cui 40 mamme, sono state arrestate a Tehran e trasferite nelle carceri di Evin, di Qarchak e Greater solo per aver chiesto clemenza per i loro figli.
L’esecuzione di così tante persone in un solo mese ha portato tremende sofferenze alle loro madri, alle mogli e in particolare alle famiglie dei manifestanti arrestati durante le rivolte per Mahsa Amini del 2022-2023.
Le famiglie dei manifestanti giustiziati,come quelle di Saleh Mir-Hashemi, di Majid Kazemi e di Saeed Yaghoubi, hanno sofferto molto perché i i pasdaran non hanno permesso di seppellire i loro figli. Le forze di sicurezza hanno seppellito i tre manifestanti in tre luoghi distanti e non hanno permesso alle loro famiglie di tenere alcuna cerimonia funebre.
Le autorità dell’intelligence iraniana hanno chiamato il fratello di Majid Kazemi e gli hanno detto di unirsi a loro senza dirlo a nessuno. Poi hanno portato il corpo di Majid in un luogo remoto e lo hanno seppellito in un fosso molto piccolo per lui. Hanno detto al fratello del defunto di chiamare a casa e di far sapere ai genitori dove era stato seppellito il loro figlio.
Nonostante ciò, le autorità hanno arrestato e detenuto arbitrariamente la sorella e due fratelli del manifestante giustiziato, come avvertimento mafioso mirante a costringere la famiglia al silenzio.
Per quanto riguarda il giovane campione di karate, Saleh Mir-Hashemi, le autorità carcerarie avevano assicurato a sua madre che non lo avrebbero giustiziato, ma invece lo hanno fatto. La povera mamma di Saleh ha denunciato il fatto che avevano ammanettato suo marito per impedirgli di andare al funerale e che li avevano di fatto tenuti sotto sequestrato per alcuni giorni impedendo loro di tenere la cerimonia funebre. “Hanno ammanettato suo padre, ci hanno impedito di uscire di casa, hanno portato il corpo di Saleh in un villaggio remoto e l’hanno seppellito lì. Non ci hanno permesso di tenere alcuna cerimonia”, ha denunciato la mamma di Saleh.
Sono queste tattiche di un regime mafioso per incutere terrore e impedire che la morte brutale dei manifestanti possa alimentare nuove rivolte e che le cerimonie funebri possano trasformarsi in moti rivoluzionari.
Mamme di curdi e di beluci uccisi dalle forze di sicurezza, sono loro, le donne che stanno pagando il prezzo più elevato.
All’allarmante aumento delle esecuzioni seguono tattiche del regime per prevenire lo scoppio di altre rivolte da parte di una popolazione, in particolare giovanile, insofferente, molto arrabbiata, che non ha nulla da perdere e che quindi desidera il rovesciamento del regime.
Le autorità iraniane usano anche tattiche ingannevoli per placare le rivolte come quella della finta amnistia proclamata nel gennaio 2023, quando avevano annunciato la scarcerazione a 82 mila prigionieri, 22 mila dei quali erano manifestanti. Poco dopo, però, la Magistratura ha cominciato a convocare i manifestanti che aveva precedentemente scarcerato e a rimetterli in carcere con altre accuse.
Un’altra tattica utilizzata è stata quella degli attacchi chimici alle studentesse, che sono continuati per sei mesi, per mettere a tacere le coraggiose donne che mostravano, fiere, le loro ciocche al vento.
La magistratura del regime sta ora convocando anche i giornalisti precedentemente rilasciati a febbraio, affermando falsamente di aver concesso loro l’amnistia. Tuttavia, la giornalista Maryam Vahidian è stata condannata a quattro anni di carcere.
Marzieh Mahmoudi, giornalista e direttrice di Tejaratnews, è stata condannata dal tribunale a pagare una sanzione pecuniaria di 24 milioni di toman per aver pubblicato un singolo tweet, contestando il linguaggio altamente volgare usato dal mullah Hamid Rasaii, un ex deputato, contro la libertà.
Il 20 maggio, Nasim Sultan Beigi, una giornalista ed ex attivista studentesca, è comparsa davanti al quarto ramo dell’ufficio del procuratore di Evin per difendersi dalle accuse di “propaganda contro lo stato”. La signora Sultan Beigi era stata arrestata in un aeroporto l’11 gennaio 2023 e rilasciata su cauzione il 6 febbraio scorso.
Nel frattempo, il 21 maggio, Vida Rabbani, un’altra giornalista, è stata trasferita dalla prigione di Evin all’ospedale Taleghani di Tehran per la somministrazione di cure mediche urgenti. Negli ultimi due mesi era stata alle prese con forti mal di testa, ma le autorità competenti si erano fermamente opposte al trasferimento in una struttura medica esterna.
I processi a porte chiuse a due note giornaliste, recluse dal settembre 2022 nel carcere di Evin per aver riferito della morte e della cerimonia di sepoltura di Mahsa Amini, si sono svolti presso il tribunale rivoluzionario di Tehran il 29 e 30 maggio scorso. Alle due giornaliste, Niloufar Hamedi e a Elaheh Mohammadi, non è stato permesso di incontrare i loro avvocati.
Il processo alla signora Hamedi è durato solo due ore e ai suoi avvocati difensori non è stato concesso il tempo di presentare alcuna difesa. La signora Hamedi ha respinto le accuse contro di lei, tra cui quella di spionaggio per presunta “collaborazione con il governo nemico (USA)” e di “propaganda contro lo stato”.
I manifestanti prigionieri in Iran vengono sistematicamente torturati e tenuti in celle di isolamento al buio, senza cibo e acqua; spesso sia le donne che gli uomini vengono stuprati; non hanno diritto ad un avvocato difensore né a contattare o a ricevere visite di legali o di attivisti per i diritti umani.
Si stima che dall’inizio della rivolta giovanile, dal 16 settembre 2022, dopo l’uccisione di Mahsa Amini, almeno 130 avvocati di tutte le province del Paese, tra cui dozzine di donne, siano stati convocati o arrestati dalla magistratura. Le accuse vanno dall’abuso dell’esercizio della loro professione alle opinioni espresse sui social media, considerate espressioni di “inimicizia e odio contro Dio”.
Il trend è in aumento. Nel solo maggio 2023 sono stati settanta gli avvocati convocati e arrestati. I procedimenti sono per lo più condotti dal tribunale di sicurezza che ha sede nella famigerata prigione di Evin a Tehran. Contro di essi non sono state formulate pubblicamente accuse specifiche.
Gli avvocati vengono costretti durante le udienze a firmare una “lettera di impegno” in cui si obbligano a rispettare le disposizioni della magistratura come condizione per il loro rilascio su cauzione. Nella lettera viene espresso “rammarico” per le proteste insorte a livello nazionale e l’impegno a non contattare “reti di legali o organizzazioni per i diritti umani fuori dal paese, perché considerati elementi controrivoluzionari”. Una tale pratica è considerata una minaccia alla sicurezza del paese e può essere perseguita anche con l’ergastolo o con la condanna a morte.
È questa una tattica che mira a incutere timore e ad esercitare pressione sugli avvocati, affinché non sostengano le proteste e i manifestanti.
Il regime iraniano cerca così di mettere a tacere le voci dissenzienti e di sopprimere le aspirazioni del loro popolo. Tuttavia, larghi strati della popolazione, in particolare le donne, rimangono resilienti e determinate a continuare la coraggiosa e pacifica lotta intrapresa per un futuro migliore di libertà e di democrazia.

L'articolo In Iran nel mese di maggio sono stati condannati a morte 146 detenuti proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

In Iran nel mese di maggio sono state condannati a morte 146 detenuti


Il mese di maggio ha visto le esecuzioni per impiccagione di almeno 146 detenuti in Iran, quasi tutti prigionieri politici, tra cui tre donne. Una delle tre donne giustiziate era Madineh Sabzevan di 39 anni, mamma di cinque figli. È stata impiccata perché

Il mese di maggio ha visto le esecuzioni per impiccagione di almeno 146 detenuti in Iran, quasi tutti prigionieri politici, tra cui tre donne.
Una delle tre donne giustiziate era Madineh Sabzevan di 39 anni, mamma di cinque figli. È stata impiccata perché accusata di essere implicata in un traffico di droga nonostante che il 13 agosto 2017 il parlamento dei mullah, l’Assemblea consultiva islamica (Majles), avesse approvato un disegno di legge per limitare la pena di morte ai signori della droga e alle loro organizzazioni criminali e punire solo con il carcere i piccoli spacciatori.
Ma questa legge è tuttora applicata in maniera molto estensiva ed è spesso utilizzata per condannare a morte gli oppositori politici che vengono accusati di “muovere guerra contro Dio (moharebeh)”, di “terrorismo” e di “spaccio di stupefacenti” che implica la colpa di “diffondere la corruzione sulla terra (Mofsed-e-filarz)” e di essere “trasgressori dell’ordine morale”.
Dunque, anche se la maggior parte degli spacciatori di droga non sono veri contrabbandieri o capibanda, ma sono consumatori costretti al crimini per la loro dipendenza o a causa della povertà, della disoccupazione e della disperazione, spesso vengono condannati comunque a morte perché la loro vera colpa è di aver espresso pubblicamente contrarietà e opposizione al regime in loro discorsi o nei loro scritti o per aver partecipato a manifestazioni di protesta.
Tutti i giorni si assiste a sit-in di madri con i loro bambini anche molto piccoli davanti ai palazzi dei tribunali rivoluzionari degli ayatollah o davanti alle prigioni di varie città del paese.
A Tehran, come a Isfahan, a Karaj, a Sanadaj, nel Kurdistan iraniano, a Bandar Abbas e fino a Zahedan, nella regione del Belucistan, le mamme manifestano davanti ai palazzi di giustizia e alle carceri esortando le autorità a non giustiziare i loro cari.
Protestano con veemenza per il crescente numero di esecuzioni e hanno chiesto l’immediata sospensione degli ingiusti ordini di impiccagione decisi per i loro congiunti. Sfidano i colpi dei fucili dei paramilitari delle forze volontarie basij dei pasdaran; sfidano i proiettili a pallini dei fucili da caccia; sfidano i gas lacrimogeni di nuova generazione, altamente irritanti.
Il 19 maggio, a Isfahan, durante le proteste notturne contro l’esecuzione di tre prigionieri politici, circa 100 persone, tra cui 40 mamme, sono state arrestate a Tehran e trasferite nelle carceri di Evin, di Qarchak e Greater solo per aver chiesto clemenza per i loro figli.
L’esecuzione di così tante persone in un solo mese ha portato tremende sofferenze alle loro madri, alle mogli e in particolare alle famiglie dei manifestanti arrestati durante le rivolte per Mahsa Amini del 2022-2023.
Le famiglie dei manifestanti giustiziati,come quelle di Saleh Mir-Hashemi, di Majid Kazemi e di Saeed Yaghoubi, hanno sofferto molto perché i i pasdaran non hanno permesso di seppellire i loro figli. Le forze di sicurezza hanno seppellito i tre manifestanti in tre luoghi distanti e non hanno permesso alle loro famiglie di tenere alcuna cerimonia funebre.
Le autorità dell’intelligence iraniana hanno chiamato il fratello di Majid Kazemi e gli hanno detto di unirsi a loro senza dirlo a nessuno. Poi hanno portato il corpo di Majid in un luogo remoto e lo hanno seppellito in un fosso molto piccolo per lui. Hanno detto al fratello del defunto di chiamare a casa e di far sapere ai genitori dove era stato seppellito il loro figlio.
Nonostante ciò, le autorità hanno arrestato e detenuto arbitrariamente la sorella e due fratelli del manifestante giustiziato, come avvertimento mafioso mirante a costringere la famiglia al silenzio.
Per quanto riguarda il giovane campione di karate, Saleh Mir-Hashemi, le autorità carcerarie avevano assicurato a sua madre che non lo avrebbero giustiziato, ma invece lo hanno fatto. La povera mamma di Saleh ha denunciato il fatto che avevano ammanettato suo marito per impedirgli di andare al funerale e che li avevano di fatto tenuti sotto sequestrato per alcuni giorni impedendo loro di tenere la cerimonia funebre. “Hanno ammanettato suo padre, ci hanno impedito di uscire di casa, hanno portato il corpo di Saleh in un villaggio remoto e l’hanno seppellito lì. Non ci hanno permesso di tenere alcuna cerimonia”, ha denunciato la mamma di Saleh.
Sono queste tattiche di un regime mafioso per incutere terrore e impedire che la morte brutale dei manifestanti possa alimentare nuove rivolte e che le cerimonie funebri possano trasformarsi in moti rivoluzionari.
Mamme di curdi e di beluci uccisi dalle forze di sicurezza, sono loro, le donne che stanno pagando il prezzo più elevato.
All’allarmante aumento delle esecuzioni seguono tattiche del regime per prevenire lo scoppio di altre rivolte da parte di una popolazione, in particolare giovanile, insofferente, molto arrabbiata, che non ha nulla da perdere e che quindi desidera il rovesciamento del regime.
Le autorità iraniane usano anche tattiche ingannevoli per placare le rivolte come quella della finta amnistia proclamata nel gennaio 2023, quando avevano annunciato la scarcerazione a 82 mila prigionieri, 22 mila dei quali erano manifestanti. Poco dopo, però, la Magistratura ha cominciato a convocare i manifestanti che aveva precedentemente scarcerato e a rimetterli in carcere con altre accuse.
Un’altra tattica utilizzata è stata quella degli attacchi chimici alle studentesse, che sono continuati per sei mesi, per mettere a tacere le coraggiose donne che mostravano, fiere, le loro ciocche al vento.
La magistratura del regime sta ora convocando anche i giornalisti precedentemente rilasciati a febbraio, affermando falsamente di aver concesso loro l’amnistia. Tuttavia, la giornalista Maryam Vahidian è stata condannata a quattro anni di carcere.
Marzieh Mahmoudi, giornalista e direttrice di Tejaratnews, è stata condannata dal tribunale a pagare una sanzione pecuniaria di 24 milioni di toman per aver pubblicato un singolo tweet, contestando il linguaggio altamente volgare usato dal mullah Hamid Rasaii, un ex deputato, contro la libertà.
Il 20 maggio, Nasim Sultan Beigi, una giornalista ed ex attivista studentesca, è comparsa davanti al quarto ramo dell’ufficio del procuratore di Evin per difendersi dalle accuse di “propaganda contro lo stato”. La signora Sultan Beigi era stata arrestata in un aeroporto l’11 gennaio 2023 e rilasciata su cauzione il 6 febbraio scorso.
Nel frattempo, il 21 maggio, Vida Rabbani, un’altra giornalista, è stata trasferita dalla prigione di Evin all’ospedale Taleghani di Tehran per la somministrazione di cure mediche urgenti. Negli ultimi due mesi era stata alle prese con forti mal di testa, ma le autorità competenti si erano fermamente opposte al trasferimento in una struttura medica esterna.
I processi a porte chiuse a due note giornaliste, recluse dal settembre 2022 nel carcere di Evin per aver riferito della morte e della cerimonia di sepoltura di Mahsa Amini, si sono svolti presso il tribunale rivoluzionario di Tehran il 29 e 30 maggio scorso. Alle due giornaliste, Niloufar Hamedi e a Elaheh Mohammadi, non è stato permesso di incontrare i loro avvocati.
Il processo alla signora Hamedi è durato solo due ore e ai suoi avvocati difensori non è stato concesso il tempo di presentare alcuna difesa. La signora Hamedi ha respinto le accuse contro di lei, tra cui quella di spionaggio per presunta “collaborazione con il governo nemico (USA)” e di “propaganda contro lo stato”.
I manifestanti prigionieri in Iran vengono sistematicamente torturati e tenuti in celle di isolamento al buio, senza cibo e acqua; spesso sia le donne che gli uomini vengono stuprati; non hanno diritto ad un avvocato difensore né a contattare o a ricevere visite di legali o di attivisti per i diritti umani.
Si stima che dall’inizio della rivolta giovanile, dal 16 settembre 2022, dopo l’uccisione di Mahsa Amini, almeno 130 avvocati di tutte le province del Paese, tra cui dozzine di donne, siano stati convocati o arrestati dalla magistratura. Le accuse vanno dall’abuso dell’esercizio della loro professione alle opinioni espresse sui social media, considerate espressioni di “inimicizia e odio contro Dio”.
Il trend è in aumento. Nel solo maggio 2023 sono stati settanta gli avvocati convocati e arrestati. I procedimenti sono per lo più condotti dal tribunale di sicurezza che ha sede nella famigerata prigione di Evin a Tehran. Contro di essi non sono state formulate pubblicamente accuse specifiche.
Gli avvocati vengono costretti durante le udienze a firmare una “lettera di impegno” in cui si obbligano a rispettare le disposizioni della magistratura come condizione per il loro rilascio su cauzione. Nella lettera viene espresso “rammarico” per le proteste insorte a livello nazionale e l’impegno a non contattare “reti di legali o organizzazioni per i diritti umani fuori dal paese, perché considerati elementi controrivoluzionari”. Una tale pratica è considerata una minaccia alla sicurezza del paese e può essere perseguita anche con l’ergastolo o con la condanna a morte.
È questa una tattica che mira a incutere timore e ad esercitare pressione sugli avvocati, affinché non sostengano le proteste e i manifestanti.
Il regime iraniano cerca così di mettere a tacere le voci dissenzienti e di sopprimere le aspirazioni del loro popolo. Tuttavia, larghi strati della popolazione, in particolare le donne, rimangono resilienti e determinate a continuare la coraggiosa e pacifica lotta intrapresa per un futuro migliore di libertà e di democrazia.

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Ecco perché una legge per limitare l’uso dei social ai giovanissimi non è illiberale


Premessa doverosa a scanso di equivoci: ammesso ne abbia mai realmente avuti, non ho rapporti politici con Azione dalle scorse elezioni. Non è, dunque, per fedeltà alla linea, e non può essere per piaggeria, scrivere che Carlo Calenda stavolta l’ha detta

Premessa doverosa a scanso di equivoci: ammesso ne abbia mai realmente avuti, non ho rapporti politici con Azione dalle scorse elezioni. Non è, dunque, per fedeltà alla linea, e non può essere per piaggeria, scrivere che Carlo Calenda stavolta l’ha detta giusta. Il leader di Azione ha presentato un disegno di legge per vietare i social network ai minori di 13 anni e consentirne l’uso solo col consenso dei genitori dai 13 ai 15.

L’annuncio è stato accolto da un coro di polemiche, eppure una norma simile esiste già. Un regolamento europeo fissa a 16 anni l’età minima per iscriversi a un social. In Italia, grazie anche alle pressioni grilline, il limite è stato abbassato a 13 anni. Ma poiché i gestori dei social non controllano e i genitori spesso mentono, il risultato è che l’87% dei bambini tra i 10 e i 14 anni è iscritto a un social network. Il problema, dunque, è trovare il modo per rendere effettivo il divieto.

Ma che si tratti di un principio condivisibile e nient’affatto illiberale lo dicono i dati e ancor prima dei dati lo dicono le considerazioni dei tanti, tantissimi “pentiti del Web”. Così, alla rinfusa. Tim Berners-Lee, creatore del primo sito Web al mondo: «Il Web ha rovinato l’umanità invece di servirla… è arrivato a produrre un fenomeno che in larga scala è antiumano». Tim Kendall, ex direttore della monetizzazione di Facebook: «I nostri servizi stanno uccidendo le persone e le stanno spingendo a suicidarsi». Tristan Harris, ex dirigente di Google: «Squadre di ingegneri hackerano la psicologia delle persone per tenerle connesse e fargli fare quello che vogliono. Abbiamo creato un Frankenstein digitale incontrollabile». Sean Parker, creatore di Napster e primo presidente di Facebook: «Solo Dio sa i danni che i social network hanno creato al cervello dei nostri figli».

Quando, all’inizio della scorsa legislatura, avviai in commissione Istruzione del Senato l’indagine conoscitiva sull’impatto del Web nei processi di apprendimento dei più giovani, da cui il libro “CocaWeb, una generazione da salvare”, del fenomeno si parlava ancora poco. Ormai non si parla d’altro. Il tema è stato rappresentato con chiarezza dal World Happiness Report presentato nel 2019 alle Nazioni Unite. Uno dei suoi estensori, l’economista della Columbia University di New York, Jeffrey Sachs, l’ha messa così: «Dall’introduzione del primo iPhone in poi, abbiamo avuto un deterioramento misurabile nella felicità, soprattutto tra i giovani. Crescono le manifestazioni di ansia, stress, perdita di sonno, depressione. Peggiorano le interazioni sociali…”.

Da allora è stato un crescendo. Un’inchiesta del Financial Times ha messo in relazione i suicidi e i disagi psicologici dei più giovani con la loro frequentazione dei social e più in generale del web. Negli Stati Uniti sono già state intentate 147 cause collettive contro i Giganti del Web. La massima autorità sanitaria statunitense, il “Surgeon General”, ha accusato Facebook, Tik Tok, Instagram e via elencando di “arrecare gravi danni alla salute mentale dei giovani”. Dalla Francia al Regno Unito, nei parlamenti di mezzo mondo si discutono leggi volte a temperare un fenomeno la cui gravità è ormai di dominio pubblico e che la maggior parte dei politici tende ad ignorare per paura dell’impopolarità e/o per acquiescenza nei confronti della lobby più potente della storia umana, quella dei Giganti del Web.

Il punto, dunque, non riguarda il se, ma il come. Come impedire dal punto di vista tecnologico ed amministrativo che norme volte a proteggere la salute mentale e fisica dei giovanissimi vengano sistematicamente eluse.

Huffington Post

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Deterrenza mediterranea. Arriva la super portaerei Uss Ford


La più moderna portaerei della Marina degli Stati Uniti, nonché la più grande al mondo, ha fatto il suo ingresso nelle acque del Mediterraneo. La Uss Gerald R. Ford, che recentemente è stata sotto il comando della Nato per una serie di attività per la sic

La più moderna portaerei della Marina degli Stati Uniti, nonché la più grande al mondo, ha fatto il suo ingresso nelle acque del Mediterraneo. La Uss Gerald R. Ford, che recentemente è stata sotto il comando della Nato per una serie di attività per la sicurezza marittima e l’addestramento delle forze alleate nel mar di Norvegia, è stata accolta nelle acque del Mare nostrum dall’incrociatore missilistico classe Ticonderoga, Uss Normandy, dalla portaerei classe Nimitz, Uss Roosevelt e dalla fregata classe Bergamini (una Fremm), Alpino.

Uss Gerald R. Ford

La superportaerei a propulsione nucleare Uss Gerald R. Ford è lunga 333 metri, è alta 76 metri e pesa circa centomila tonnellate. Oltre a un equipaggio di quasi cinquemila persone, trasporta a bordo novanta velivoli da combattimento, tra caccia, aerei da trasporto e sorveglianza aeronavale ed elicotteri. Non è un caso che questo tipo di unità, le più grandi esistenti sul pianeta, siano la spina dorsale della proiezione di potenza degli Stati Uniti a livello globale. Una sola di queste navi, infatti, è capace di esprimere un potere di combattimento superiore a quello di numerosi Stati. La classe Ford, di cui l’unità entrata nel Mediterraneo è la capoclasse, è entrata in servizio nel 2017, dopo circa sei anni dall’ordine, rimpiazzando dopo mezzo secolo di onorato servizio la Uss Enterprise. Di questa classe sono previste ulteriori tre navi, la Uss John F. Kennedy, che nel 2024 rimpiazzerà la Uss Nimitz, la nuova Uss Enterprise, destinata a sostituire nel 2025 la Uss Eisenhower, e la Uss Doris Miller.

La presenza Usa

Gli Stati Uniti hanno sempre mantenuto la presenza di almeno una portaerei nel Mediterraneo, una presenza rafforzata a partire dall’invasione russa dell’Ucraina, a cominciare dalla Uss Bush e dalla Uss Truman. L’ingresso del Ford rappresenta un ulteriore potenziamento della presenza di deterrenza degli Stati Uniti nelle acque mediterranee. “La nostra presenza in mare, attraverso questo schieramento, servirà a rassicurare i nostri alleati e partner che le rotte marittime rimarranno aperte, e le nostre operazioni congiunte dimostreranno il nostro impegno all’interoperabilità e alla stabilità marittima” ha commentato il comandante del 12° Carrier strike group, a cui appartiene il Ford, contrammiraglio Greg Huffman. Il gruppo portaerei è in viaggio da maggio, parte del suo schieramento che lo vedrà attraversare praticamente tutti i mari del mondo. Per ora, la pianificazione della Us Navy prevede una sua presenza stabile nel Mediterraneo.

Le tensioni nel Mediterraneo

Dallo scoppio della guerra in Ucraina, le acque del Mediterraneo sono state attraversate da una crescente tensione, arrivando in alcuni momenti a vedere in mare ben quattro gruppi portaerei alleati: italiano, francese, americano e il gruppo anfibio spagnolo. Una densità da Guerra fredda. Questa presenza alleata è in risposta al crescere di unità russe nel bacino, soprattutto sottomarini, che talvolta si sono spinti anche molto in prossimità delle coste alleate, anche italiane. A preoccupare anche la potenziale escalation asimmetrica da parte dei russi, in particolare nell’underwater, dove c’è il rischio di attacchi russi ai gasdotti o ai cavi sottomarini per le telecomunicazioni che attraversano il Mare nostrum.


formiche.net/2023/06/uss-ford-…

Italia pronta a essere capofila Satcom della Nato. Il commento del gen. Cipelletti


L’Italia diventa leader nelle comunicazioni satellitari dell’Alleanza atlantica. È il risultato dell’incontro tenutosi a Torino, presso il Circolo unificato dell’Esercito, dei vertici del programma Nato Satcom services 6th generation (NSS6G); che ha visto

L’Italia diventa leader nelle comunicazioni satellitari dell’Alleanza atlantica. È il risultato dell’incontro tenutosi a Torino, presso il Circolo unificato dell’Esercito, dei vertici del programma Nato Satcom services 6th generation (NSS6G); che ha visto riunirsi il Services review meeting (Srm) e il Joint services steering commitee (Jssc). “L’incontro dei vertici è stata un’ulteriore occasione in cui si è confermata la crescente rilevanza strategica del dominio operativo spazio”, ha commentato in esclusiva ad Airpress il Capo dell’ufficio generale spazio dello Stato maggiore della Difesa, il generale Davide Cipelletti, che ha partecipato al meeting in rappresentanza dell’Italia. Il generale ha poi aggiunto che: “La Difesa italiana ha confermato il suo ruolo di attore principale nella fornitura di comunicazioni satellitari sicure e affidabili alla Nato, ottenendo all’unanimità l’approvazione ad assumere la leadership programmatica del NSS6G a partire dal 2024”. Rivelando così che dal prossimo anno sarà l’Italia la capofila di questo importante programma spaziale alleato.

Contributo italiano

Il nostro Paese, in qualità di uno dei principali contributori del programma, attraverso la sua Difesa mette a disposizione dell’Alleanza una porzione delle capacità Satcom della propria costellazione di satelliti Sicral, il sistema di telecomunicazioni italiano che assicura le comunicazioni strategiche anche in caso di guerra. Tali satelliti, oltre a soddisfare le esigenze operative del settore della Difesa, rappresentano anche un rilevantissimo asset strategico per la resilienza della rete di telecomunicazioni in operazioni di sicurezza nazionale, nonché di intervento in caso di pubbliche calamità, a supporto delle Istituzioni governative e delle organizzazioni civili.

Il ruolo dell’Ufficio generale spazio

Il generale Cipelletti in occasione dell’incontro nel capoluogo piemontese ha favorito la conoscenza e la promozione delle realtà industriali locali del Distretto aerospaziale Piemonte grazie a confronti e visite aziendali che testimoniano il legame profondo che unisce la Difesa e il comparto dell’industria aerospaziale nazionale. L’Ufficio generale spazio infatti accentra in sé tutte le funzioni connesse con l’evoluzione della dottrina, l’avvio di nuovi programmi, lo sviluppo di partnership nazionali e internazionali e l’evoluzione delle capacità spaziali.

Il programma Nato NSS6G

Il programma NSS6G poggia le fondamenta su un memorandum di intesa che regola la fornitura di capacità dei servizi di comunicazione satellitare (Satcom) alla Nato communication and information agency (Ncia) da parte di un consorzio multinazionale. Ad oggi fanno parte del gruppo, denominato Quadrilateral consortium (Qc): Francia, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti. La Nato si affida infatti moltissimo alle orbite per condurre un’ampia gamma di attività, che vanno dalla raccolta di informazioni e navigazione alla localizzazione di forze in tutto il mondo, fino al rilevamento di lanci missilistici. Lo spazio è dunque essenziale per il mantenimento di una postura di deterrenza da parte dell’Alleanza. Dopo aver accumulato più di 15 anni di esperienza nella fornitura di servizi Satcom, la Nato si è dotata di un nuovo progetto di servizi satellitari che possano migliorare le capacità satellitare della Nato: il NSS6G. Già nel 2019 l’Alleanza aveva autorizzato l’allocazione di un miliardo di euro per i servizi Satcom per i successivi 15 anni. L’accordo stretto dalla Ncia – appunto tra Francia, Italia, Regno Unito e Stati Uniti – ha consentito dunque ai quattro Paesi alleati, a partire dal 2020, di fornire alla Nato la capacità spaziale dei loro programmi militari Satcom affinché l’Alleanza diventi più resiliente sul piano spaziale, oltre che più flessibile nella conduzione delle operazioni. Il progetto NSS6G è da considerarsi il successore del progetto di quinta generazione Nato Satcom Post-2000, che ha fornito servizi Satcom alla Nato dal 2005 al 2019.

[Foto: ministero della Difesa]


formiche.net/2023/06/vertice-s…

“Così si sanano i veri “abusi”: quelli dei pm. E ora, carriere separate” – Il Dubbio


Il ministro della giustizia, il liberale Carlo Nordio, è stato di parola. Il Consiglio dei Ministri ha infatti approvato un DdL di riforma di alcuni istituti del codice penale e del codice di procedura penale. Sono riforme di segno sicuramente garantista

Il ministro della giustizia, il liberale Carlo Nordio, è stato di parola. Il Consiglio dei Ministri ha infatti approvato un DdL di riforma di alcuni istituti del codice penale e del codice di procedura penale. Sono riforme di segno sicuramente garantista che vanno incontro al cittadino.
Rivolte né ai magistrati, né agli avvocati e neanche agli imputati, ma proprio a tutti noi.
Montesquieu nel suo Lo spirito delle leggi scriveva “dalla bontà delle leggi penali dipende principalmente la libertà del cittadino”. Non vi è alcun dubbio che questa riforma vada nel senso auspicato da Charles-Louis de Secondat.

Vigileremo sull’iter parlamentare della riforma. Siamo consapevoli di quali e quante trappole ci saranno sulla sua strada. Le caste si sono già messe in moto per ostacolarla. Ci auguriamo che i partiti di maggioranza e quelli di minoranza che già si sono dichiarati favorevoli, Azione e Italia Viva, siano vigili e non cedano alla pressione delle potenti corporazioni che remeranno contro.

La riforma si limita a sanare gli abusi: l’abuso delle misure cautelari, l’abuso delle intercettazioni, l’abuso dell’abuso d’ufficio e alcuni altri abusi minori. In questo senso è una riforma contro gli abusi di certa magistratura nota alle cronache. Non è poco.
Ma sento il dovere civico di dire proprio oggi a chiare lettere, che questa come tante altre riforme che abbiamo visto o che vedremo in tema di giustizia sarà resa vana senza la riforma di sistema: la separazione delle carriere.

Sin quando chi contesterà reati, chi proporrà misure restrittive, chi cercherà prove a carico resterà collega (parente stretto) di chi su quei reati, su quelle misure, dovrà decidere e avere l’ultima parola (il Giudice), il cortocircuito del nostro sistema non avrà fine.
Facile e amara previsione.

Il Dubbio, 16 giugno 2023

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Premio Luigi Einaudi – Edizione 2023


La Fondazione Luigi Einaudi assegnerà il Premio “Luigi Einaudi” 2023 al Presidente dell’Abi Antonio Patuelli in ragione della coerenza di una vita spesa nella diffusione di alti principi etici di libertà e responsabilità nel solco degli insegnamenti di Lu

La Fondazione Luigi Einaudi assegnerà il Premio “Luigi Einaudi” 2023 al Presidente dell’Abi Antonio Patuelli in ragione della coerenza di una vita spesa nella diffusione di alti principi etici di libertà e responsabilità nel solco degli insegnamenti di Luigi Einaudi.

La cerimonia di consegna del Premio si terrà martedì 20 giugno 2023 alle ore 18.00, presso la sede della Fondazione Luigi Einaudi, a Roma, in via della Conciliazione 10.

Nell’occasione, il Presidente Patuelli terra una lectio magistralis.

L’evento sarà trasmesso in diretta streaming su tutti i canali social della Fondazione

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Dall’Ucraina all’Indo-Pacifico. L’agenda della ministeriale Difesa della Nato


Una fitta agenda dei lavori sta caratterizzando la riunione del Consiglio del nord atlantico, a livello di ministri della Difesa, che si tiene questi giorni al quartier generale della Nato a Bruxelles ed è presieduta dal segretario generale uscente, Jens

Una fitta agenda dei lavori sta caratterizzando la riunione del Consiglio del nord atlantico, a livello di ministri della Difesa, che si tiene questi giorni al quartier generale della Nato a Bruxelles ed è presieduta dal segretario generale uscente, Jens Stoltenberg. Al centro, ovviamente, il sostegno all’Ucraina e l’elaborazione di un piano a lungo termine, oltre alla preparazione del prossimo importante vertice di Vilnius dell’Alleanza Atlantica che si terrà a luglio. “Vediamo che il sostegno della Nato sta dando dei risultati e sta facendo la differenza sul campo di battaglia ogni giorno”, ha raccontato Stoltenberg in una dichiarazione congiunta con il ministro della Difesa ucraino, Oleksji Reznikov.

Il supporto all’Ucraina, anche con un nuovo piano

“Dobbiamo assicurarci che il presidente Putin non vinca questa guerra e che l’Ucraina prevalga come uno Stato sovrano e indipendente”, ha aggiunto ancora Stoltenberg. In questo senso il supporto fornito dai Paesi alleati si rivela molto significativo. E per questo “i membri della Nato stanno lavorando per completare un piano per fornire supporto a lungo termine all’Ucraina”, hanno reso noto alcune fonti diplomatiche Usa e Ue citate da Reuters, tuttavia “ci sono ancora divisioni su quale sia il modo migliore per garantire la sicurezza dell’Ucraina fino a quando il Paese non potrà aderire all’alleanza militare”. A Vilnius si discuterà anche di tale piano. In questo scenario Stoltenberg si aspetta nuovi impegni da parte degli alleati, proprio come fatto dagli Stati Uniti: “Sono appena arrivato da Washington e il presidente degli Usa Biden ha annunciato, solo un paio di giorni fa, un nuovo pacchetto significativo con più munizioni, più munizioni per la difesa aerea e altri tipi di supporto militare, e abbiamo visto anche diversi altri alleati europei, negli ultimi giorni, annunciare un maggiore sostegno”. Nel frattempo sul campo la controffensiva ucraina prosegue, “ma non sappiamo ancora se sarà il punto di svolta del conflitto”, ha continuato il segretario della Nato.

Coalizione alleata per i caccia

“Abbiamo avuto dai nostri alleati l’importante notizia della nascita di una coalizione per i caccia. Abbiamo ricevuto l’impegno dei nostri partner che i training (dei piloti) cominceranno e che costruiremo insieme questo consorzio”. Così ha spiegato Reznikov, in una dichiarazione congiunta con Stoltenberg. Il ministro ucraino ha poi spiegato quali saranno i prossimi passi, che vedranno innanzitutto in azione gli F-16, con Olanda e Danimarca a fare da leader, seguiti dalla notizia che i partner svedesi faranno testare le proprie capacità. “Sono sicuro che presto avremo una coalizione per le forze aeree così che noi rimarremo lo scudo orientale dell’Ue e lo scudo orientale della Nato”, ha aggiunto Reznikov. “In futuro le forze armate ucraine saranno lo scudo orientale dell’Europa e della Nato”, ha concluso infine ministro ucraino.

Rafforzare partnership indo-pacifiche

Nell’ultimo Concetto strategico della Nato per la prima volta la Cina veniva descritta come un Paese che rappresenta a tutti gli effetti una sfida ai valori e alla sicurezza degli alleati. Il concetto è stato ribadito anche da Stoltenberg, che ha parlato della Nato come di “un’alleanza tra Nord America e Europa che rimarrà tale”, aggiungendo che al momento non è nei programmi dell’Alleanza “trasformarsi in un’organizzazione globale con membri provenienti dall’Asia”. Per questo motivo, ha proseguito il numero uno della Nato, “abbiamo deciso di rafforzare ulteriormente la nostra partnership con i nostri partner indo-pacifici: Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia. Abbiamo invitato i leader di questi Paesi a venire a Vilnius e apprezziamo molto il rafforzamento della partnership con loro”.

Il punto con l’industria degli armamenti

Al centro delle intense giornate di meeting, si tiene anche un incontro con i produttori di armamenti dei Paesi alleati, per discutere dell’incremento della produzione in seguito alla progressiva erosione delle scorte. “Abbiamo invitato piccoli, medi e grandi produttori dell’industria della Difesa dell’Alleanza a un evento informale. In questo modo i ministri della Difesa possono discutere direttamente con l’industria il modo migliore per aumentare la produzione, rendere sicure le nostre catene di approvvigionamento e rimuovere gli ostacoli alla cooperazione”, ha spiegato Stoltenberg. All’evento sono stati invitati a partecipare anche l’Ucraina e l’Unione europea. “Mi aspetto che i ministri della Difesa esamineranno un nuovo Piano d’azione per la produzione della Difesa, che i leader concorderanno al vertice di Vilnius in materia di affari”, ha proseguito ancora Stoltenberg, sottolineando inoltre l’importanza di migliorare l’interoperabilità.

In arrivo un centro inglese per la sicurezza marittima

La protezione delle infrastrutture critiche sottomarine, dopo il sabotaggio del Nord Stream, è diventato un dossier sempre più strategico e la Nato risponde con l’istituzione di un nuovo Centro marittimo per l’Alleanza all’interno del Comando marittimo nel Regno Unito. L’appello lo ha lanciato sempre Stoltenberg spiegando che: “il Centro aumenterà la nostra consapevolezza situazionale e migliorerà la presenza marittima per la deterrenza e la difesa”.

L’interrogativo sul prossimo segretario

Quello di Vilnius sarà un summit cruciale e non solo perché a oltre un anno di distanza dall’ultimo vertice di Madrid la situazione geopolitica nel Vecchio continente è diventata più critica, ma anche perché in quell’occasione si dovrà scegliere il successore di Stoltenberg, il quale proprio questi giorni a Bruxelles ha confermato di “non ricercare intenzionalmente un’estensione del mandato”. Tra i più papabili si fa il nome del primo ministro danese, Mette Frederiksen, ma in lizza c’è anche il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace.

[Foto: NATO]


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Leonardo rivoluziona l’organigramma. Focus su innovazione e agilità aziendale


Da Piazza Monte Grappa arriva la notizia della nuova struttura organizzativa del Gruppo, che inaugura l’era del nuovo amministratore delegato e direttore generale, Roberto Cingolani. La governance di Leonardo si compatta, passando da tredici a otto riport

Da Piazza Monte Grappa arriva la notizia della nuova struttura organizzativa del Gruppo, che inaugura l’era del nuovo amministratore delegato e direttore generale, Roberto Cingolani. La governance di Leonardo si compatta, passando da tredici a otto riporti dell’ad. “La nuova struttura, semplificata, garantirà un modello gestionale snello che al contempo rafforza il team manageriale”, ha spiegato l’ad Cingolani, “l’obiettivo è assicurare una conduzione del business più agile e affrontare con successo le sfide che pone un mercato sempre più dinamico e competitivo a livello internazionale”.

Nasce la Condirezione generale

Principale novità dell’assetto voluto da Cingolani è l’istituzione della Condirezione generale business & operation, incaricata di coordinare le divisioni e le unità di business dell’azienda, alla cui guida è stato posto Lorenzo Mariani, già managing director di Mbda Italia. L’obiettivo dichiarato della nuova Condirezione è quello di rafforzare ulteriormente l’attuale core business dell’azienda.

Gli obiettivi della ristrutturazione

Nei suoi obiettivi, la ristrutturazione dell’organigramma punta in particolare sulle nuove tecnologie e l’innovazione. Nelle intenzioni dell’azienda, infatti, emerge la volontà di accelerare ulteriormente il percorso di crescita di Leonardo nei settori cyber e spazio, con la strutturazione di un presidio organizzativo dedicato. Altra previsione è la creazione di una nuova struttura organizzativa che unisca Strategie e Tecnologie. Infine, Monte Grappa punta anche sul rafforzamento dell’integrazione dei principi di sostenibilità all’interno della strategia aziendale, da realizzare attraverso l’ingaggio degli stakeholders sui temi degli indici Esg, i misuratori della sostenibilità ambientale, sociale e di governance delle aziende che tradizionalmente hanno limitato l’investimento nelle realtà dell’aerospazio e della Difesa (presupposti rimessi in discussione dalla crisi scaturita dall’invasione russa dell’Ucraina).

Le divisioni di Leonardo

Per quanto riguarda i ruoli a guida delle diverse ripartizioni, Monte Grappa potenzia la struttura che dovrà coordinare l’azione dell’azienda nello spazio, affidata a Franco Ongaro, arrivato a Leonardo dall’Agenzia spaziale europea. L’ipotesi è la realizzazione di una divisione spazio da affiancare alle attuali: elicotteri, velivoli, aerostrutture, elettronica e cyber security. Alle direzioni di queste, Gian Piero Cutillo resta all’ala rotante, Marco Zoff confermato ai velivoli e Stefano Bortoli ad aerostrutture. A guidare l’elettronica, alla cui guida c’era Gabriele Pierallini, diventato ad di Telespazio al posto di Luigi Pasquali, attuale coordinatore delle attività spaziali di Leonardo.


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Il vero “abuso d’ufficio” è quello dei pm


Secondo il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, una delle ragioni per cui il governo sbaglia ad abolire il reato di abuso d’ufficio – lo abolirà oggi in Consiglio dei ministri – è il trascurabile numero di condanne. Nel

Secondo il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, una delle ragioni per cui il governo sbaglia ad abolire il reato di abuso d’ufficio – lo abolirà oggi in Consiglio dei ministri – è il trascurabile numero di condanne. Nel 2021, ventisette. E a me, al contrario, è subito sembrata la ragione più solida per abolirlo. Perché a fare spavento non è il numero di condanne, ma il numero di indagini avviate dalle procure: nello stesso anno, 5 mila e 418. Cioè in Italia, compresi weekend, Pasqua e Natale, vengono aperti quasi quindici fascicoli al giorno, e siccome i pm in Italia sono poco più di duemila, ognuno di loro, ogni anno, deve lavorarsene due e mezzo. Di questi 5 mila e 418 procedimenti, 4 mila e 622 si sono chiusi nell’ufficio del Giudice delle indagini preliminari: nove condanne e 4 mila 613 archiviazioni. E così, già l’ottantacinque per cento delle indagini finisce in nulla. Le restanti, che raggiungono il rango di dibattimento in tribunale, si sono concluse con diciotto condanne. Se aggiungiamo i trentacinque patteggiamenti, arriviamo a sessantadue colpevoli su 5 mila e 418. Ed eccoci alla sintesi: 1.1 per cento di condanne e 98.9 di assoluzioni o archiviazioni. Bisogna aggiungere un altro paio di dettagli. Primo, anche quelle sessantadue condanne saranno lievi, perché lieve è il reato, e mai tali da mandare il condannato in carcere. Secondo, tutti quei bei numerini sono persone che per un bel po’ resteranno nell’angoscia delle grinfie della giustizia (senza contare il tempo e il denaro buttati dalla finestra). E tutto questo a me pare l’unico vero grande abuso.

La Stampa

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Einaudi: il pensiero e l’azione – “L’economista” con Emma Galli


Con la Professoressa Emma Galli analizziamo l’attualità del pensiero economico di Luigi Einaudi, Rubrica “Einaudi: il pensiero e l’azione” L'articolo Einaudi: il pensiero e l’azione – “L’economista” con Emma Galli proviene da Fondazione Luigi Einaudi. h

Con la Professoressa Emma Galli analizziamo l’attualità del pensiero economico di Luigi Einaudi,

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Rubrica “Einaudi: il pensiero e l’azione”

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Difesa underwater. Buttitta (Engineering) presenta le nuove tecnologie sottomarine


La dimensione sottomarina è ormai riconosciuta a livello nazionale come uno spazio strategico per la crescita, lo sviluppo e la sicurezza del Paese. Sotto la superficie del mare, infatti, passano cavi Internet e condotte energetiche che uniscono tra loro

La dimensione sottomarina è ormai riconosciuta a livello nazionale come uno spazio strategico per la crescita, lo sviluppo e la sicurezza del Paese. Sotto la superficie del mare, infatti, passano cavi Internet e condotte energetiche che uniscono tra loro i continenti., infrastrutture che dovranno essere protette e difese. Di recente, all’inaugurazione dell’ottava edizione del forum internazionale dedicato alle tecnologie per il mare, SeaFuture, a La Spezia, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha sottolineato l’importanza strategica della dimensione underwater: “Nei prossimi decenni, sarà il mondo subacqueo a porci la sfida della sicurezza”. Un mondo, quello subacqueo, che avrà bisogno di nuove tecnologie e soluzioni per poter essere sfruttato appieno in modo efficace e sostenibile. Di questo, Airpress ha parlato con Dario Buttitta, executive vice president Pa and healthcare di Engineering, digital transformation company italiana con oltre settanta sedi in tutto il mondo specializzata in innovazione digitale.

Quali sono le principali proprietà della futura azione umana sotto la superficie del mare?

Finora la dimensione subacquea è stata utilizzata prevalentemente per lo sfruttamento del sottosuolo e come principale via di comunicazione per il passaggio dei cavi: gran parte delle fibre ottiche che trasportano segnali telefonici e dati internet passano sott’acqua, così come le linee di alimentazione energetica e di rifornimento. Per il resto, i fondali sottomarini sono un mondo per lo più inesplorato, che apre diversi possibili scenari all’azione umana. Negli ultimi anni, si è riconosciuta l’importanza delle attività marine nell’economia del Mediterraneo e nel suo potenziale sviluppo, in particolare per l’Italia, favorita com’è dalla sua geografia. In parallelo emerge la sfida di bilanciare la crescita economica con la sostenibilità ambientale, poiché gli ecosistemi marini sono sempre più minacciati dalla pressione umana, e le coste e le infrastrutture costiere sono estremamente vulnerabili al cambiamento climatico.

Come riuscire a tenere insieme sviluppo e sostenibilità?

È fondamentale che qualsiasi sviluppo futuro al di sotto della superficie del mare non prescinda da un approccio sostenibile: che si tratti di estrazione delle risorse minerarie, di cui i fondali sono ricchissimi, di agricoltura sottomarina, che sembra possa avere un minore impatto ambientale rispetto a quella sulla terraferma, o della realizzazione di strutture fisse sul fondale marino adatte per la vita umana, ogni strategia di intervento va valutata in termini di impatto ambientale e di rispetto dell’ecosistema marino. Per questo le grandi aziende che operano in questo settore sono chiamate a ripensare il business cercando opportunità sostenibili, ad esempio attivando partnership con le università o con biologi marini per definire insieme strategie a lungo termine volte a sostenere una crescita economica intelligente, sostenibile e inclusiva nei settori marino e marittimo.

Questo approccio è in linea con l’iniziativa Blue growth della Commissione europea, che riconosce il potenziale inutilizzato degli oceani, dei mari e delle coste dell’Europa come motore dell’economia verde europea: un volano per la creazione di nuove opportunità di lavoro e di nuove aziende maniera sostenibile, attraverso la promozione della ricerca, del trasferimento tecnologico e del partenariato tra ricerca scientifica e settore industriale.

Quando si parla di underwater, ci si riferisce a uno spazio amplissimo, che dovrà essere monitorato costantemente per garantire la sicurezza delle infrastrutture che passano sui fondali marini. Questo richiederà piattaforme sempre più autonome, con capacità di intelligenza artificiale all’avanguardia…

La capacità di monitorare vaste aree sottomarine, prima ancora che di proteggerle, richiede alcune caratteristiche fondamentali per i sistemi underwater del futuro. La principale è probabilmente l’autonomia: poiché nel mondo underwater sarà sempre più importante il ruolo dei droni subacquei, capaci di immergersi a grandi profondità e destinati alla sorveglianza e alla protezione delle infrastrutture, va da sé che dovranno essere dotati di grande autonomia in termini di range, distanza e di ore di movimento. Questo apre un problema legato al rifornimento: i motori endotermici sott’acqua non sono utilizzabili perché hanno bisogno di ossigeno. Tutto ciò che deve funzionare sott’acqua funziona con alimentazione elettrica, per cui c’è la necessità di avere delle batterie capaci di garantire una grande autonomia, molto maggiore rispetto a quella disponibile attualmente. Il concetto di autonomia si può declinare anche nella capacità di operare in maniera indipendente. In questo senso diventa fondamentale il contributo delle nuove tecnologie informatiche come l’Intelligenza artificiale per programmare una missione o per riprogrammarla in autonomia in caso di eventi imprevisti.

Quali altre caratteristiche dovranno avere i sistemi underwater del futuro?

È importante che i sistemi subacquei siano dotati di resilienza, sia ai fattori ambientali di utilizzo che dal punto di vista della sicurezza. Un’altra caratteristica strategica dei sistemi underwater del futuro è la capacità di geolocalizzazione: un drone sottomarino non può fare affidamento alle tecnologie utilizzate sulla terra (il Gps sott’acqua non funziona), per cui bisognerà investire su altri sistemi efficienti di geolocalizzazione al di sotto del livello del mare. L’ultimo aspetto che vale la pena citare è l’interoperabilità. Anche se la legge internazionale prevede delle suddivisioni di responsabilità territoriale, il mare non ha confini, per cui garantire l’interoperabilità di sistemi e dati a livello almeno europeo sarebbe importante se si vuole garantire una efficiente capacità di sorveglianza e intervento.

Il mondo subacqueo è caratterizzato da un ambiente estremo, con pressioni elevatissime e difficoltà di visione e monitoraggio dello spazio sottomarino. Come dovranno configurarsi, allora, i sensori dei nuovi sistemi underwater, per permettergli di identificare e tracciare le potenziali minacce?

Si sta esplorando in letteratura la possibilità di utilizzare i cavi in fibra ottica, già collocati al di sotto del mare con altri scopi primari, per monitorare quello che accade: si è scoperto che lo spostamento di masse d’acqua entro certe distanze dalle infrastrutture di comunicazione viene registrato dai cavi in fibra ottica. Utilizzando questi dati, in linea teorica, è possibile determinare se lo spostamento di masse d’acqua in prossimità delle infrastrutture subacquee sia causato da fenomeni naturali come i terremoti o da target subacquei in movimento.

E per quanto riguarda le nuove soluzioni?

Proprio perché le distanze sono molto ampie, probabilmente in futuro bisognerà immaginare una rete di sensori collocati stabilmente sotto il livello del mare, tra loro interconnessi e in grado di aggiornare la situazione subacquea in tempo reale e in modo molto preciso. Associata a questa rete di sensori, che siano quelli che conosciamo oggi o altri più innovativi come quelli in fibra ottica, sarà necessario affiancare una rete di “attuatori”, ossia dei dispositivi che possano intervenire in tempo molto breve per verificare con più precisione quello che sta accadendo ovvero per scongiurare una possibile minaccia. Immaginiamo quindi il lavoro congiunto di queste reti subacquee di sensori e degli attuatori, oggetti autonomi che possono essere comandati e raggiungere un determinato punto al di sotto della superficie del mare per acquisire informazioni aggiuntive o per scongiurare una minaccia.

La gestione di questa rete formata dalle piattaforme classiche e dai sensori e i veicoli automatizzati di nuova generazione richiederà l’utilizzo anche di nuovi sistemi di gestione dei mezzi. Un compito non facile, vista la difficoltà di comunicare sott’acqua e l’aumentata quantità di dati restituita dai nuovi sistemi. Quali sono le principali difficoltà, e quali le soluzioni, per gestire le operazioni sottomarine?

Il principale problema con cui ci si confronta sott’acqua è la comunicazione, perché le onde elettromagnetiche non si propagano e c’è scarsa visibilità. Possiamo fare affidamento solo alle onde acustiche, che tuttavia sono variabili a causa dell’impatto delle condizioni meteo marine, della temperatura e della salinità del mare. Una possibile risposta a queste criticità è quella di creare le cosiddette Sea bed infrastructure, ossia delle infrastrutture residenti sul fondale marino, connesse a terra per gli aspetti di potenza, energia e trasmissione dati, che fungono da centri di appoggio per tutti i sensori, le tecnologie, i droni che operano sotto al mare. In questa direzione sta andando anche la Commissione europea con il Fondo europeo della Difesa (Edf), che quest’anno mette a bando 45 milioni di euro proprio per proposte relative alla realizzazione di Sea bed infrastructure.


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Accomunati


Una morte non inattesa ha messo il mondo della comunicazione nelle condizioni di prepararsi. Fin troppo, visto il diluvio di parole e pagine sulla scomparsa di Silvio Berlusconi. Le parole più interessanti, però, sono le poche usate da Romano Prodi (cui v

Una morte non inattesa ha messo il mondo della comunicazione nelle condizioni di prepararsi. Fin troppo, visto il diluvio di parole e pagine sulla scomparsa di Silvio Berlusconi. Le parole più interessanti, però, sono le poche usate da Romano Prodi (cui va un pensiero per la scomparsa della moglie): siamo stati rivali, non nemici, accomunati dall’idea che la sorte dell’Italia sia legata a quella dell’Unione europea. Due concetti semplici, che dovrebbero essere scontati. Ma c’è almeno un’altra cosa che li accomuna: sono stati sconfitti. E ci riguarda tutti.

Berlusconi e Prodi si sono stati vinti e vincenti a turno. Il secondo è stato il solo avversario elettorale capace di battere il primo. Ovvio che si tratta di persone e storie completamente diverse, ma poterono gareggiare e misurarsi sul filo di lana perché entrambi incarnazione di un’Italia reale. Tutti e due cattolici senza venature mistiche. Prodi era democristiano, Berlusconi raccontava con orgoglio le giovanili campagne fatte per la Democrazia cristiana. Tutti e due interpreti in continuità della politica estera italiana, atlantista quanto basta e mediterranea nell’anima. Nella mente di molti, complice il modo in cui interpretarono quella stagione di battaglia elettorale, sono uno l’opposto dell’altro, ma nella realtà avrebbero anche potuto governare assieme. Al di là di questo, che a taluni sembrerà una bestemmia, c’è qualche cosa di assai più profondo: divennero ciascuno espressione di un’Italia gemella, che si specchia nell’altra e non si riconosce. È quello il nostro problema collettivo: non le differenze – che siano benedette – ma le somiglianze pretestuosamente neglette.

Jorge Luis Borges immagina, in bellissime pagine, l’epico scontro dottrinale fra due teologici, che si combattono con ogni mezzo; una volta morti potranno trovarsi al cospetto della divinità e chiedere chi dei due avesse ragione; saranno sorpresi dall’apprendere che dio non distingue l’uno dall’altro e forse crede siano la stessa persona. Ecco, più o meno. Ma i nostri due connazionali erano divisi proprio da quello che li univa: il bipolarismo praticato a forza, sicché ciascuno, per battere l’altro, s’alleava con chi effettivamente detestava e sentiva come nemico l’altro o taluni degli alleati dell’altro. E ciascuno vinse e perse la partita elettorale, salvo poi non riuscire a governare non per la forza degli oppositori, ma per l’interdizione di una parte degli alleati arruolati per vincere. Un labirinto culturale e morale che forse avrebbe affascinato Borges, ma che ha imprigionato l’Italia.

La morte può portare commozione o meditazione, non c’è alcun motivo per cui debba portare falsificazione. Berlusconi è stato un combattente epico, tenace, indomito. Ha resistito ad assalti che avrebbero stroncato chiunque. Nulla toglie a questa sua determinazione il fatto che sia stato sconfitto. Berlusconi e Prodi hanno perso la loro partita politica. E non è affatto un caso che siano stati sconfitti dal lievitare di un mondo, a destra e a sinistra, che s’è presentato antieuropeista e anche più mistico che devoto. Non è un caso, ma un sintomo rilevante: l’Italia che s’indebolisce e perde ruolo internazionale, perché perde visione, si rattrappisce e cerca nel nazionalismo provinciale le ragioni di un’identità folkloristica, sconoscendone le altre radici. Prodi battuto dalla sinistra che lui aveva portato alla vittoria, Berlusconi dalla destra che lui aveva portato al mondo. L’uno costretto a contare i franchi tiratori, l’altro a contare i punti di una dichiarazione al Quirinale, dove gli avevano tolto la parola.

Si è generato un vuoto di idee che destra e sinistra sperano di nascondere dietro le presunte identità, che sono faziosità. Un vuoto che si è misurato di recente, con un governo di passaggio che visione europea e globale ne aveva in abbondanza. Vissuto come il farmaco che viene somministrato nei Risvegli di Oliver Sacks, quando il paziente ritrova la propria vita. Ma dura poco. E due citazioni sono già troppe, che sembra ci sia della cultura.

La Ragione

L'articolo Accomunati proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Ieri sono morte centinaia di persone migranti in un naufragio.

Dopo quest'ennesima tragedia, suona ancor più come una farsa quello che è stato definito uno "storico accordo" UE sulle migrazioni. Accordo che riduce i diritti dei migranti e li espone a maggiori rischi. Accordo che non allevia il peso dei paesi di primo ingresso, non prevedendo ricollocamenti obbligatori.

editorialedomani.it/politica/i…

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Accelerare l’export della Difesa. Ecco il piano del Pentagono


Migliorare la comprensione dei requisiti dei partner, consentire revisioni efficienti per il rilascio della tecnologia, fornire rapidamente agli alleati le capacità necessarie, accelerare il supporto all’acquisizione di sistemi, espandere la capacità dell

Migliorare la comprensione dei requisiti dei partner, consentire revisioni efficienti per il rilascio della tecnologia, fornire rapidamente agli alleati le capacità necessarie, accelerare il supporto all’acquisizione di sistemi, espandere la capacità della base industriale della difesa e garantire l’ampio sostegno governativo. Sono questi i sei punti-chiave per migliorare e accelerare l’impegno del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti a migliorare il programma Foreign military sales (Fms) evidenziati dal Tiger team, una task force istituita nell’agosto del 2022 dal segretario della Difesa, Lloyd Austin per affrontare le inefficienze nel trasferimento di piattaforme di difesa da parte degli Stati Uniti a Paesi alleati e partner.

I Foreign military sales

Il programma Foreign military sales consente al governo degli Stati Uniti di utilizzare il sistema di acquisizione del dipartimento della Difesa per acquistare piattaforme militari per conto dei Paesi amici degli Stati Uniti. Il programma è gestito dalla Defense security cooperation agency ed è autorizzato dall’Arms export control act, sotto la supervisione del dipartimento di Stato. L’obiettivo del Tiger team voluto da Austin, un termine nato in ambito militare che definisce una squadra incaricata di mettere sotto pressione le difese amiche per identificarne le vulnerabilità, è quello di portare avanti la direzione della strategia di difesa nazionale Usa. Il team ha analizzato tutte le fasi del processo del programma Fms, individuando best practice e identificando le vulnerabilità sistemiche. Il team ha anche incorporato il feedback delle nazioni partner e dell’industria statunitense sui modi per migliorare l’efficienza dell’attuazione del processo Fms.

Riforme del DoD

Il Team voluto da segretario è composto da rappresentanti di alto livello provenienti da tutto il dipartimento della Difesa, co-diretto dal vice-sottosegretario alla Difesa per le acquisizioni e la manutenzione, Radha Plumb, e dal vice-sottosegretario alla Difesa per le politiche, Sasha Baker. Inoltre, per attuare le raccomandazioni elaborate dal Tiger team, il dipartimento ha istituito l’Fms Continuous process improvement board (Cpib) che fungerà da struttura interna di governance permanente. Il Cpib, che riferisce direttamente al segretario della Difesa, sarà responsabile dell’attuazione delle raccomandazioni, della misurazione dell’impatto e della continua ricerca di aree di miglioramento del processo complessivo.

Misure per migliorare la collaborazione

Il segretario Austin ha quindi dato istruzioni alle agenzie che si occupano dell’Fms di implementare i risultati del Tiger team. In primo luogo, accelereranno le discussioni con gli alleati sui requisiti per accedere al programma, in modo da ridurre eventuali ritardi. A questo proposito, il dipartimento ha intenzione di modificare il modo gestisce l’intera materia di cooperazione di sicurezza, istituendo un servizio di cooperazione per la sicurezza della Difesa parallelo a quello degli addetti militari presenti nelle varie ambasciate. Inoltre, per ridurre gli ostacoli all’esportazione di capacità-chiave, il dipartimento statunitense rivedrà e aggiornerà le politiche pertinenti e conferirà ai funzionari responsabili il potere di migliorare l’efficienza della revisione e del rilascio di tecnologia per la difesa agli alleati e ai Paesi partner.

Accelerare i programmi Fms

Per sostenere ulteriormente le esigenze di sicurezza dei Paesi alleati, il dipartimento della Difesa svilupperà una metodologia per facilitare i Non-programs of record, ovvero l’invio all’estero di attrezzature che non fanno più parte dell’inventario militare statunitense. Per far avanzare le priorità di acquisizione Fms e le tempistiche di aggiudicazione per gli alleati e le nazioni partner, il dipartimento stabilirà nuovi standard di aggiudicazione dei contratti e svilupperà nuovi sistemi per monitorare i processi Fms.

Riforme interne

Guardando verso il lato domestico della questione, per ridurre i tempi di produzione dei sistemi militari il dipartimento incorporerà i requisiti degli alleati e dei partner negli sforzi in corso per espandere la capacità produttiva della Difesa statunitense. Ciò comprenderà lo sviluppo di uno studio completo per incentivare gli investimenti e la creazione di nuove capacità per quelle piattaforme, sistemi e servizi necessari ma la cui disponibilità risulti limitata. Su questo, la strategia individuata dal Pentagono comprenderà l’uso di contratti pluriennali, un maggiore utilizzo del Fondo speciale per le acquisizioni della difesa, analisi previsionali quinquennali della domanda dei partner e un impegno costante con la base industriale nazionale. Infine, il dipartimento della Difesa ha intenzione di potenziare la propria collaborazione con il dipartimento di Stato e con le altre istituzioni parte dei processi per l’Fms, compreso il Congresso.


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La Velocità delle Navi a Vela nell’Antichità


La velocità della navi a vela dall’antichità all’avvento delle navi a motore è un argomento che mi ha sempre affascinato. Da un lato, mi impressiona pensare a questi navigatori che attraversavano il Mediterraneo in lungoContinue reading

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L’impronta


Dire che Silvio Berlusconi ha impresso un’impronta profonda nella storia d’Italia è dire una cosa ovvia. Si deve essere capaci di andare oltre ed esprimere un giudizio. La sua scomparsa dovrebbe aiutare a farlo senza più il bisogno di contrastarlo od osan

Dire che Silvio Berlusconi ha impresso un’impronta profonda nella storia d’Italia è dire una cosa ovvia. Si deve essere capaci di andare oltre ed esprimere un giudizio. La sua scomparsa dovrebbe aiutare a farlo senza più il bisogno di contrastarlo od osannarlo per convenienza e senza l’ipocrisia del cordoglio di maniera. Lui ha seguito una sua traiettoria. Quanti lo hanno accompagnato o contestato non sono stati in grado di farlo in modo efficace e guardando al futuro.

Partire dalla televisione aiuta molto a capire quel che è poi successo in politica. Tanto la sinistra comunista quanto il centro democristiano s’illusero di fermare il suo irrompere nei teleschermi accampando ostacoli di ordine tecnologico (la limitatezza delle frequenze) o giuridico (l’assenza di legittimità alle trasmissioni nazionali). Erano balle. Non capirono nulla di quel che stava succedendo e finirono con il favorirlo: le frequenze c’erano ed erano abbondanti, come sarebbe stato in grado di dimostrare chiunque possedesse un telecomando, mentre un anacronistico divieto d’interconnessione era aggirabile mettendo in onda la stessa cosa, nello stesso momento, da punti diversi d’emissione. Quando s’accorsero di star difendendo l’impossibile s’incattivirono, perdendo ulteriormente lucidità.

Fu un cambiamento positivo? Sì. Gli italiani ebbero a disposizione più contenuti e più voci. Quel che interessava al protagonista del nuovo mercato non era convincere gli italiani di un’idea o un’altra, ma di attirarne l’attenzione e vendere pubblicità. Nessuno volle ammettere quel che accadde allora e che poi sarebbe accaduto pari pari in politica: per contrapporsi a Berlusconi e fermarlo, la Rai (di Biagio Agnes) si berlusconizzò. Finanziata dal canone si mise masochisticamente a fare la gara dell’audience, perdendo identità. Ancora oggi la si lottizza, ma supporre che sia un’operazione culturale è potentemente ridicolo.

In politica portò, nel 1994, un’idea inedita non solo in Repubblica ma in tutta intera la storia democratica italiana: il bipolarismo. Prendo chiunque pur di battere gli “altri”. Nel breve volgere di due anni la sinistra fu berlusconizzata: mettiamoci con chiunque pur di batterlo. Sono e siamo ancora lì. E, scomparso l’innovatore, c’è il forte rischio che ci si resti.

Fu un cambiamento positivo? Sì e no. Fu positivo perché interdisse la vittoria annunciata di chi aveva vilmente cavalcato il giustizialismo antipolitico e antiparlamentare. La sinistra pagò un prezzo altissimo all’avere regolato in quel modo i conti con i socialisti di Bettino Craxi e, ancora oggi, non è capace di analizzare quell’errore. Ma la medaglia aveva un risvolto: dominando il polo di centrodestra, Berlusconi finì con il bloccare l’evoluzione della destra. Quella che era stata nostalgica del fascismo – sotto la guida prima di Giorgio Almirante e poi del suo delfino Gianfranco Fini – capì di dovere liberarsi da quel passato, ma pagò il provare a far concorrenza alla forza di Berlusconi. Perse. Mentre cresceva un’altra destra, che non era nostalgica del ventennio ma che si era formata negli anni Settanta e nello squadrismo in lotta con la violenza dell’estrema sinistra, allora molto forte. Di questa destra è figlia Giorgia Meloni, che l’ha corroborata con un nazionalismo antieuropeista che oggi è la sua più nociva zavorra, tanto da esporla alle incursioni della destra che la avversa e lì vuole farla restare. Si è smarrito il lavoro dei padri e si sono inchiodati i figli a un’era, scomparsa, di sprangate e pistolettate.

Berlusconi perse la forza di cambiare gli equilibri, dopo averli dominati. Quando tutti impararono da lui a sondare e seguire gli istinti dell’opinione pubblica (anziché indirizzarli), lui rimase solo a pensare che, però, dei limiti ci sono e che non si può vendere qualsiasi cosa pur di far fatturato o prendere voti. Oggi che se ne va un innovatore si spera che, almeno, una cosa da lui si sia imparata: chi pensa di occupare il futuro con gli schemi del passato è un bene che sia sconfitto.

La Ragione

L'articolo L’impronta proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Una sola cosa Berlusconi non “inventò”: il bipolarismo


Era mosso da quegli istinti primordiali che l’economista John Maynard Keynes chiamava “spiriti animali” e che appartengono agli imprenditori geniali: coloro che vedono quel che gli altri non vedono e di conseguenza realizzano quel che gli altri non immagi

Era mosso da quegli istinti primordiali che l’economista John Maynard Keynes chiamava “spiriti animali” e che appartengono agli imprenditori geniali: coloro che vedono quel che gli altri non vedono e di conseguenza realizzano quel che gli altri non immaginano. L’imprenditore Silvio Berlusconi era così, il politico Berlusconi Silvio tutto sommato pure. Perciò, dalla prima emittente televisiva privata nazionale al partito di Forza Italia, i giornali di oggi danno conto con dovizia di particolari del caleidoscopio delle “invenzioni” indiscutibilmente attribuibili alla visione berlusconiana. Tutto vero, tutto giusto. C’è solo un’invenzione oggi attribuita da quasi tutti al talento del Cavaliere che in realtà non fu merito suo: il bipolarismo.

Silvio Berlusconi non ha, come hanno scritto in molti, “inventato il bipolarismo”. Il bipolarismo l’hanno inventato, o per meglio dire importato, Mario Segni e Marco Pannella attraverso i referendum del 1991 e del 1992. E gli italiani hanno fatto propria la novità tanto da obbligare il Parlamento a trasformarla in legge. Accadde con l’approvazione, nell’estate del ‘93, della legge elettorale che portava il nome dell’attuale presidente della Repubblica. La legge Mattarella.

Silvio Berlusconi scese in campo sei mesi dopo e poiché le regole del gioco partitico erano quelle bipolari ne sfruttò al massimo le potenzialità. Si fosse trovato in un contesto proporzionale avrebbe puntato tutto solo su Forza Italia, magari cercando di cooptare i partitini estranei alla sinistra. Trovandosi, invece, in un contesto maggioritario diede forma al centrodestra riunendo in un’alleanza tutti i soggetti politici estranei alle sinistre.

Il genio visionario di Berlusconi consistette, allora, nel dare per scontato che un partito ferocemente secessionista come la Lega potesse convivere e governare con un partito orgogliosamente nazionalista come il Movimento sociale italiano. Ma non scommise su un possibile comune denominatore politico: scommise su se stesso. Così come fece politica estera confidando non nelle potenzialità del Paese e nella storia d’Italia, ma nelle proprie capacità di mediazione umana ancor prima che politica, con lo stesso spirito il Cavaliere mise Bossi insieme a Fini e diede vita al centrodestra di governo. Una formula che si reggeva sul suo carisma, sulla sua capacità di mediazione e sulla centralità della sua creatura politica. Forza Italia. Non è un caso che, pur avendo la Lega abbandonato il secessionismo e la destra superato il post fascismo, da quando il carisma di Silvio Berlusconi ha cominciato ad appannarsi e Forza Italia ha iniziato a perdere voti, quella formula coalizionale sopravviva solo grazie all’ambizione dei singoli contraenti ma con una conflittualità interna che mai si era vista prima. Una conflittualità che, in tempi recenti, indusse Berlusconi a confidare tutta la propria amarezza per “essere costretto” dal sistema maggioritario e bipolare a convivere con Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Formiche

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Per combattere la violenza contro le donne servono più risorse, e soprattutto una profonda azione culturale, non nuove norme. Il mio commento, punto per punto, alle misure previste dal disegno di legge del governo sulla violenza di genere

editorialedomani.it/politica/i…

Fece della parola liberale uno slogan di massa, non pensò mai di lasciare


Tra i suoi meriti principali, l’aver fatto della parola “liberale” uno slogan di massa da marchio d’élite qual era. Quella che fu la nobile matrice culturale e politica dello Stato unitario negli anni della Prima repubblica rimase schiacciata tra due chie

Tra i suoi meriti principali, l’aver fatto della parola “liberale” uno slogan di massa da marchio d’élite qual era. Quella che fu la nobile matrice culturale e politica dello Stato unitario negli anni della Prima repubblica rimase schiacciata tra due chiese che insieme rappresentavano due terzi dell’elettorato e della società. Condizione tanto spiacevole quanto difficile.

Eppure, l’esordio nell’era post fascista fu a dir poco favorevole. Il pensiero e lo stile liberali influenzarono la Costituzione repubblicana, ispirarono la ricostruzione post bellica e con Luigi Einaudi incarnarono al meglio le nuove Istituzioni democratiche. Dopo di che quasi scomparvero. I liberali si videro costretti al ruolo di testimonianza attiva ma minoritaria in un contesto politico e sociale ormai dominato dall’ideologia e dallo statalismo. Ovvero dalla Dc e dal Pci, le due “chiese” di cui sopra.

Dopo Mani Pulite, Silvio Berlusconi ha colmato un vuoto di rappresentanza politica, quello dell’elettorato cosiddetto di centrodestra, e gli ha dato un nome: liberale. La “rivoluzione liberale”. La parola “liberale” cessa allora di essere pregiudizialmente associata ad una minoranza privilegiata e un po’ egoista secondo una falsa credenza allora assai diffusa e oggi non del tutto scomparsa per diventare, finalmente, “popolare”. Da quel momento in poi, indipendentemente dal grado di corrispondenza tra la teoria e la pratica, grazie a Silvio Berlusconi in Italia è ragionevolmente possibile pensare di poter ottenere la maggioranza relativa dei voti su una piattaforma politica “liberale”. Ne consegue che chi ne avesse l’autorevolezza e le capacità potrà ora disporre su larga scala elettorale del metodo, dei principi e del realismo tipicamente liberali, e questo è un bene per la concretezza del confronto politico. Dunque per l’efficacia dei governi, dunque per il futuro dell’Italia.

Quanto al futuro di Forza Italia, ricordo come fosse oggi un episodio di tre anni fa.

In serata era previsto un incontro, nella sala Koch del Senato, tra Silvio Berlusconi e i membri dei gruppi parlamentari di Forza Italia. Andai a trovare il Presidente nel pomeriggio a Palazzo Grazioli. Era di cattivo umore. Il partito non mordeva, la demagogia di Salvini lo urtava, la stanchezza fisica lo irritava. Seguì uno sfogo: «Sono stanco, non ho più le energie di un tempo, la mia immagine pubblica è cambiata a causa dell’età. Quando mi capita di incontrare dei giovani mi rendo conto di non potergli più dare una prospettiva di futuro…».

Berlusconi mi chiese cosa avrei fatto se fossi stato al suo posto. «Andrei all’incontro con i miei parlamentari, ne indicherei uno e direi “vi presento la persona che da oggi rappresenterà il nostro futuro”», risposi con sprezzo non tanto del pericolo quanto del ridicolo. Gli feci anche un nome, un nome di donna, ma più che sul nome la sua attenzione si appuntò sul concetto generale. La risposta fu lapidaria, in effetti disarmante. Berlusconi mi guardò come si guarda un vecchio amico improvvisamente consegnato alla follia: con tenerezza e sconcerto. Si indicò il petto con il dito indice della mano destra e disse: «E io?». Discorso chiuso, fu l’ultima volta che ebbi l’opportunità di incontrarlo a quattr’occhi.

Come tutti i grandi uomini della Storia eccetto Charles de Gaulle e pochi altri, Silvio Berlusconi non ha mai preso in considerazione l’idea di compiere un passo indietro, si è sempre considerato insostituibile e ha sempre ritenuto che dopo di lui il diluvio avrebbe fatto scomparire la sua creatura politica (e fors’anche il mondo) consacrandone il fondatore all’immortalità.

Ecco, a quanto pare ci siamo.

Formiche

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Fece della parola liberale uno slogan di massa, non pensò mai di lasciare


Tra i suoi meriti principali, l’aver fatto della parola “liberale” uno slogan di massa da marchio d’élite qual era. Quella che fu la nobile matrice culturale e politica dello Stato unitario negli anni della Prima repubblica rimase schiacciata tra due chie

Tra i suoi meriti principali, l’aver fatto della parola “liberale” uno slogan di massa da marchio d’élite qual era. Quella che fu la nobile matrice culturale e politica dello Stato unitario negli anni della Prima repubblica rimase schiacciata tra due chiese che insieme rappresentavano due terzi dell’elettorato e della società. Condizione tanto spiacevole quanto difficile.

Eppure, l’esordio nell’era post fascista fu a dir poco favorevole. Il pensiero e lo stile liberali influenzarono la Costituzione repubblicana, ispirarono la ricostruzione post bellica e con Luigi Einaudi incarnarono al meglio le nuove Istituzioni democratiche. Dopo di che quasi scomparvero. I liberali si videro costretti al ruolo di testimonianza attiva ma minoritaria in un contesto politico e sociale ormai dominato dall’ideologia e dallo statalismo. Ovvero dalla Dc e dal Pci, le due “chiese” di cui sopra.

Dopo Mani Pulite, Silvio Berlusconi ha colmato un vuoto di rappresentanza politica, quello dell’elettorato cosiddetto di centrodestra, e gli ha dato un nome: liberale. La “rivoluzione liberale”. La parola “liberale” cessa allora di essere pregiudizialmente associata ad una minoranza privilegiata e un po’ egoista secondo una falsa credenza allora assai diffusa e oggi non del tutto scomparsa per diventare, finalmente, “popolare”. Da quel momento in poi, indipendentemente dal grado di corrispondenza tra la teoria e la pratica, grazie a Silvio Berlusconi in Italia è ragionevolmente possibile pensare di poter ottenere la maggioranza relativa dei voti su una piattaforma politica “liberale”. Ne consegue che chi ne avesse l’autorevolezza e le capacità potrà ora disporre su larga scala elettorale del metodo, dei principi e del realismo tipicamente liberali, e questo è un bene per la concretezza del confronto politico. Dunque per l’efficacia dei governi, dunque per il futuro dell’Italia.

Quanto al futuro di Forza Italia, ricordo come fosse oggi un episodio di tre anni fa.

In serata era previsto un incontro, nella sala Koch del Senato, tra Silvio Berlusconi e i membri dei gruppi parlamentari di Forza Italia. Andai a trovare il Presidente nel pomeriggio a Palazzo Grazioli. Era di cattivo umore. Il partito non mordeva, la demagogia di Salvini lo urtava, la stanchezza fisica lo irritava. Seguì uno sfogo: «Sono stanco, non ho più le energie di un tempo, la mia immagine pubblica è cambiata a causa dell’età. Quando mi capita di incontrare dei giovani mi rendo conto di non potergli più dare una prospettiva di futuro…».

Berlusconi mi chiese cosa avrei fatto se fossi stato al suo posto. «Andrei all’incontro con i miei parlamentari, ne indicherei uno e direi “vi presento la persona che da oggi rappresenterà il nostro futuro”», risposi con sprezzo non tanto del pericolo quanto del ridicolo. Gli feci anche un nome, un nome di donna, ma più che sul nome la sua attenzione si appuntò sul concetto generale. La risposta fu lapidaria, in effetti disarmante. Berlusconi mi guardò come si guarda un vecchio amico improvvisamente consegnato alla follia: con tenerezza e sconcerto. Si indicò il petto con il dito indice della mano destra e disse: «E io?». Discorso chiuso, fu l’ultima volta che ebbi l’opportunità di incontrarlo a quattr’occhi.

Come tutti i grandi uomini della Storia eccetto Charles de Gaulle e pochi altri, Silvio Berlusconi non ha mai preso in considerazione l’idea di compiere un passo indietro, si è sempre considerato insostituibile e ha sempre ritenuto che dopo di lui il diluvio avrebbe fatto scomparire la sua creatura politica (e fors’anche il mondo) consacrandone il fondatore all’immortalità.

Ecco, a quanto pare ci siamo.

Formiche

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Arrotare


Il governo sta valutando la possibilità e la necessità di utilizzare nel caso di Pirelli il golden power, ovvero il potere di interdire una operazione di mercato ove ritenga in pericolo gli interessi nazionali. È una scelta difficile, perché altera pesant

Il governo sta valutando la possibilità e la necessità di utilizzare nel caso di Pirelli il golden power, ovvero il potere di interdire una operazione di mercato ove ritenga in pericolo gli interessi nazionali. È una scelta difficile, perché altera pesantemente le regole. Si tratta di capire se è anche una scelta necessaria, oltre che opportuna.

Pirelli è uno dei marchi storici dell’industria italiana, da anni affidata alla gestione di Marco Tronchetti Provera. È stata anche protagonista di una non fortunata avventura di acquisto e gestione di Telecom Italia. Quotata in Borsa fin dal 1922, nel 2015 ne venne annunciata l’uscita (delisting) e la vendita della quota di maggioranza ai cinesi di ChemChina, presenti pure soci russi. Nel 2016 vengono ritirate anche le azioni di risparmio. Nel 2017, con il suo nuovo assetto, la società torna alla Borsa di Milano. I soci hanno degli accordi fra di loro, compreso il patto che Tronchetti Provera – pur detenendo una quota di minoranza – resti vice presidente esecutivo, in pratica il dominus della società.

Non facciamola complicata: si tratta di una società privata, la precedente proprietà ha scelto di vendere, ha trovato soci cinesi disposti a metterci molti soldi. Sono affari loro. Ora salta fuori, però, che nel succedersi delle vicende societarie e degli assetti di vertice, il socio cinese (nel frattempo divenuto Sinochem), se non subito fra tre anni potrebbe trovarsi a contare di più. Da qui la preoccupazione governativa sulla sorte di un marchio italiano. Soltanto che una storia simile si presta poco ai nazionalismi economici e la possibile interdizione potrebbe arrecare, quella sì, un grave danno all’Italia, arrotandone l’affidabilità.

Perché i casi sono due. Nel primo potrebbe darsi che il socio italiano superstite, la Camfin di Marco Tronchetti Provera, lamenti una violazione degli accordi da parte dei cinesi. In questo caso non ha che da rivolgersi a un tribunale, spiegando di avere ceduto il controllo azionario pattuendo la permanenza in mani italiani del controllo industriale, soltanto che i detentori del pacchetto più grosso ora vogliono fare di testa loro. Il giudice si farà portare il testo degli accordi, leggerà le memorie delle parti e deciderà chi ha torto e chi ragione. Nel secondo caso gli investitori del 2015 avevano in animo fin dall’inizio, com’è legittimo, di assumere un ruolo nel tempo sempre più importante. Il che è anche normale e risponde al principio che fra studentelli si riassumeva motteggiando «Articolo quinto, chi ci ha messo i soldi ha vinto».

Il primo caso è escluso che sia di competenza governativa e che possa essere affrontato usando il golden power, perché sarebbe come dire che i tribunali italiani sono inaffidabili o inutili. Nel secondo caso l’uso di quel potere altererebbe le regole di mercato e aprirebbe un contenzioso in cui il socio che si vede portare via quel che ha già pagato è improbabile prenda la cosa in modo spiritoso. Né serve a molto accampare la ‘scoperta’ che il socio cinese si uniforma alle direttive del suo governo, intanto perché sarebbe superiore all’ammissibile ingenuità pensare che avvenga il contrario e poi perché il nostro Stato è legato a quello cinese dal malauguratamente firmato accordo “Via della seta”, cui aderimmo unici (fra i Paesi del G7) quando era in carica il primo governo Conte e il vice presidente di allora è il medesimo vice presidente di oggi: Matteo Salvini. In pratica il governo italiano di ora, ove siedono taluni che sedevano nel governo di allora, userebbe un potere societario per contraddire quel che stabilì il governo italiano. E non stiamo parlando di epoche lontane, ma della scorsa legislatura.

Se quella cessione di quote, in capo a un marchio così importante nella nostra storia, era da considerarsi nocumento degli interessi generali si doveva dirlo nel 2015. Farlo adesso consegna un messaggio inquietante non agli investitori cinesi, ma a qualsiasi investitore internazionale: occhio, che in Italia cambia il governo e cambiano anche le regole del gioco. E questo è un punto troppo delicato, per potersene prendere gioco.

La Ragione

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RiCrescita


Le cose vanno bene. Il ritmo di crescita della ricchezza prodotta in Italia sarà superiore alla media europea. Da ultimo è stato l’Ocse a rivedere la previsione: da un +0,6% a un +1,2%. Un bel raddoppio. E allora, sentite, non sarà meglio farla finita con

Le cose vanno bene. Il ritmo di crescita della ricchezza prodotta in Italia sarà superiore alla media europea. Da ultimo è stato l’Ocse a rivedere la previsione: da un +0,6% a un +1,2%. Un bel raddoppio. E allora, sentite, non sarà meglio farla finita con la gnagnera del Pnrr, un po’ prendere atto e un po’ festeggiare che non se ne farà niente, liberarsi delle pretese e dei controlli e tirare dritto per i fatti nostri? Tanto s’è capito che le cose non andranno come sarebbero dovute andare. Ci sono ragioni decisive per cui la risposta a questa domanda è non soltanto «No», ma oscilla fra «Sei scemo» e «Sei matto».

Veniamo da molti anni in cui siamo cresciuti assai meno della media europea, talché il ritardo accumulato è forte. Le cause di questo respiro troppo corto sono molteplici, ma fra queste spiccano: la bassa percentuale di popolazione attiva al lavoro; la cattiva qualificazione della risorsa umana (cattiva scuola); la scarsa propensione all’innovazione tecnologica, con conseguente zoppicare della produttività; pubblica amministrazione che ostacola e rallenta, quando non impantana; impressionanti dislivelli territoriali, senza che le zone meno sviluppate trovino slancio per crescere, dilagando evasione fiscale e previdenziale, il che induce ulteriore regresso, anche civile. Possiamo ben parlare di giovani splendidamente laureati e fabbriche all’avanguardia, ma la musica complessiva è quella cacofonia, non riaccordata negli ultimi tre anni.

A favorirci sono stati la crescita dei mercati internazionali, dopo la pandemia, che ha spinto i nostri (straordinari) campioni delle esportazioni; la ripresa del mercato interno; la fiducia generata dal non vedere soltanto nero nel futuro e il moltiplicarsi di turisti, con annessa crescita (mai abbastanza) dei servizi. È cresciuto il Pil, ma è cresciuta anche l’occupazione. Bene. Ma basterà che l’orizzonte si scurisca e ci vorrà un attimo a tornare in coda e in ritardo.

Perché dovrebbe scurirsi? La Banca centrale europea ha alzato i tassi d’interesse. Lo ha fatto meno dell’omologa statunitense, ma li ha alzati. Una tale misura serve a far scendere la liquidità in circolazione e a raffreddare il rischio dell’esondazione inflattiva. Dall’altra parte ha un prezzo sul fronte della crescita: non a caso l’Associazione bancaria italiana (che teoricamente ci guadagna) teme che non pochi clienti imprenditoriali non reggano e divengano insolventi. Comunque è stato fatto. Contemporaneamente sono crollati i prezzi delle materie prime energetiche, cui era stata data la responsabilità dell’inflazione. E… purtroppo l’inflazione è scesa troppo poco, dimostrando d’essere alimentata dall’interno (ad esempio speculando sul rialzo dei prezzi e non facendoli scendere al calare dei costi). Ciò porta i tassi a crescere ancora. Più lentamente, ma cresceranno.

Ed eccoci al punto: se un Paese patologicamente indebitato – nel mentre festeggia il successo della vendita di titoli del debito, che costano molto ai contribuenti e rendono non abbastanza a chi li acquista – perde l’occasione di fondi europei per un terzo regalati e due terzi a tasso d’interesse inferiore a quello di mercato, non è che torna dov’era prima ma scivola più indietro. Perché dimostra che non sarà in grado di riassorbire gli squilibri e le insufficienze che ne rallentavano la crescita. Pur esistendo i campioni del Made in Italy.

A quel punto la politica tornerà alla tribale divisione fra chi difende le rendite esistenti (comprese quelle che alimenteranno l’inflazione con il caro ombrelloni o fanno sì che non si trovi un taxi) e chi si ergerà a difensore dei redditi fissi erosi dall’inflazione, reclamando più debito per compensare. Come il drogato in crisi d’astinenza, che non cerca di cambiare vita ma va a caccia di droga. Gli uni e gli altri alla ricerca di un colpevole con cui distrarre dalle proprie responsabilità.

Per questo la risposta all’iniziale domanda è «No»: senza maggiore crescita, senza la capacità di ricrescere su quanto si è cresciuti in questi tre anni, non si galleggia ma si vomita per gli sbattimenti.

La Ragione

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#laFLEalMassimo – Episodio 96 – Draghi, Ucraina e futuro dell’UE


Se nello scorso episodio mi sono compiaciuto per i riferimenti all’ingiusta invasine dell’Ucraina nelle considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia, vorrei aprire questo evidenziando come anche il recente discorso tenuto da Mario Draghi al

Se nello scorso episodio mi sono compiaciuto per i riferimenti all’ingiusta invasine dell’Ucraina nelle considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia, vorrei aprire questo evidenziando come anche il recente discorso tenuto da Mario Draghi al MIT di Boston ha visto questa tematica come elemento centrale e punto di partenza per tutte le considerazioni sul futuro degli equilibri internazionali e dell’unione Euroea.

Dunque non è una mia fissazione, ma anche illustri banchieri centrali e illuminati osservatori indipendenti da qualsisi interesse politico e di parte concordano sulla centralità della questione Ucraina come determinante fondamentale per il futuro di tutte le società aperte.

Con la usuale chiarezza e lucidità Draghi ci ha ricordato che l’Ucraina deve vincere e deve entrare a far parte della Nato e dell’Unione Europea. Questo insieme di stati che di fronte all’aggressione russa è riuscita a trovare una rara unità di intenti, ma che ha ancora molta strada da fare in tema di difesa comune, necessaria per supportare e integrare l’operato della NATO e per bilanciare gli equilibri internazionali messi in discussione dal folle espansionismo russo.

Ci attende un futuro complicato, fatto di tassi di interesse e di inflazione probabilmente più elevati della media degli ultimi decenni, margini di manovra più ridotti per la politica fiscale e la necessità di affrontare enormi sfide di carattere sociale, politico ed economico dal cambiamento climatico all’intelligenza artificiale. La strada che ci porta in quel futuro parte dal sostegno che saremo in grado di dare oggi all’Ucraina in una battaglia dove la posta in gioco, per chi non l’avesse ancora capito è la nostra libertà e il nostro futuro.

youtu.be/f8DXSw5VF-I

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Italia-Germania, tutte le occasioni di cooperazione nella Difesa. Paper Iai


Mentre scriviamo, in Europa si sta consumando una guerra su larga scala che vede una potenza nucleare nel ruolo di aggressore. Crimini di guerra contro i civili vengono commessi su vasta scala e, a fine giugno 2023, più di otto milioni di profughi hanno a

Mentre scriviamo, in Europa si sta consumando una guerra su larga scala che vede una potenza nucleare nel ruolo di aggressore. Crimini di guerra contro i civili vengono commessi su vasta scala e, a fine giugno 2023, più di otto milioni di profughi hanno attraversato i confini comunitari per cercare rifugio nell’Ue Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, l’invasione immotivata dell’Ucraina da parte della Russia rappresenta probabilmente la più grande sfida ai diritti umani mai lanciata dopo la Seconda guerra mondiale. La guerra ha deteriorato la sicurezza globale e l’ambiente macroeconomico globale, mentre l’inflazione, l’emergenza alimentare e l’aggravarsi della crisi climatica si rafforzano a vicenda.

Alla luce di tutto ciò, gli attuali assetti di difesa dell’Ue sono al momento insufficienti per rafforzare un pilastro europeo nella Nato, per non parlare di lasciare la porta aperta a una vera autonomia strategica. Gli obiettivi pratici fissati dalla Bussola Strategica nel 2022 (come la creazione di un contingente rapidamente schierabile di 5.000 unità) sono evidentemente inadatti ad affrontare le principali sfide militari convenzionali provenienti dalla Russia, ma anche da un potenziale conflitto a Taiwan o nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa.

Consapevole di questa situazione, nel 2022 la Commissione Ue ha lanciato l’European Defence Industry Reinforcement through Common Procurement Act (Edirpa), uno strumento che dovrebbe veicolare progetti di acquisizione comuni di armi, mezzi e munizioni fornendo agli Stati membri disposti a cooperare sia incentivi finanziari che una piattaforma di approvvigionamento comune.

L’effetto di questa nuova strategia per stimolare l’industria della Difesa europea rimane ancora tutto da vedere e dipenderà in larga misura dalla sua attuazione; l’impatto di istituzioni come il Fondo europeo per la Difesa e Edirpa saranno comunque limitati se gli stanziamenti saranno destinati a un’ulteriore frammentazione degli assetti militari e a ulteriori duplicazioni capacitive nei vari domini.

L’Italia e la Germania sembrano essere sul punto di firmare un “Piano d’azione italo-tedesco” per l’espansione della cooperazione bilaterale, che si prevede comprenderà una serie di questioni che spaziano dalle questioni industriali alla politica estera. Tra i settori di cooperazione previsti, la difesa è uno dei più importanti. Le due nazioni sono infatti pilastri della base industriale e tecnologica della difesa europea e ospitano rinomati “prime contractor” come Leonardo, Rheinmetall, ThyssenKrupp AG e Fincantieri. Gli investimenti di queste due nazioni in acquisizioni, ricerca e sviluppo rappresentano una parte significativa delle spese militari totali europee. Questa posizione privilegiata nel panorama dell’Ue rende ancora più significativo l’impegno di Roma e Berlino ad aumentare le spese militari come reazione all’aggressione russa.

Esistono tuttavia differenze nelle priorità strategiche dei due Paesi. I crescenti investimenti italiani nella difesa nell’ultimo decennio si sono concentrati principalmente sul miglioramento della capacità delle forze armate di proiettare potenza nel “Mediterraneo allargato”, creando ad esempio il gruppo d’assalto di portaerei Cavour e un gruppo da sbarco anfibio. La Germania, invece, sta enfatizzando il ritorno alla difesa del territorio: ha recentemente (ri)istituito strutture come un quartier generale territoriale (Territorialen Führungskommando) per le operazioni interne e il supporto logistico alle operazioni alleate in Europa, mettendo il fianco orientale in primo piano nella sua visione strategica.

La guerra in Ucraina sta comunque offrendo alle due nazioni l’opportunità di sfruttare la loro complementarietà in diversi settori, a partire da importanti investimenti per colmare basilari lacune capacitive nella difesa aerea terrestre, da una maggiore attenzione alle tecnologie a duplice uso e dalla promozione di un processo di approvvigionamento più integrato che dia priorità alle munizioni e allo sviluppo di fattori abilitanti strategici come le capacità cibernetiche e spaziali.

I due Paesi dovrebbero inoltre impegnarsi in acquisizioni congiunte, in quanto unico modo per preservare e potenziare la base industriale e tecnologica di difesa europea in seguito a un’impennata senza precedenti della domanda di beni militari. Lo scalpore suscitato in Francia e in Italia dall’iniziativa tedesca European Sky Shield, che sembra favorire i sistemi di difesa missilistica terrestre di produzione statunitense e israeliana a scapito dei loro omologhi europei, è indicativo: in caso di emergenza, oggi ci sono pochi possibili partner commerciali che potrebbero essere coinvolti in acquisti comuni senza compromettere esistenti piani di sviluppo a medio e lungo termine. Pertanto, una cooperazione rafforzata nel campo delle acquisizioni consentirebbe una comunicazione più trasparente con i partner internazionali, promuovendo l’eccellenza delle due industrie nazionali senza alimentare spinte protezionistiche che sprecherebbero risorse (o efficienza) in progetti poco lungimiranti.

L’Italia e la Germania ospitano un gran numero di piccole e medie imprese (PMI) nel settore della difesa, che spesso detengono le chiavi del vantaggio competitivo delle due nazioni in settori quali la sensoristica e la guerra elettronica e cibernetica. Entrambe le nazioni hanno interesse a influenzare i programmi europei, come l’Edf, per stimolare più efficacemente l’innovazione all’interno dei rispettivi ecosistemi della difesa.

Allo stesso modo, i due Paesi dovrebbero creare sinergie all’interno delle iniziative finanziate dall’Edf. L’Italia e la Germania stanno già lavorando insieme al programma MALE RPAS (European medium-altitude, long endurance, remotely piloted aircraft system), un progetto Pesco cofinanziato dall’Edf e gestito dall’Occar che ha l’obiettivo di dotare l’Europa di un sistema di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) moderno e competitivo. È interessante notare che entrambi i Paesi condividono sensibilità simili quando si tratta di impiegare droni armati, nonostante l’Italia abbia deciso di armare i propri droni senza il decennale dibattito parlamentare e pubblico che ha caratterizzato la decisione della Germania di dotare i propri droni Heron TP di armi. Inoltre, sia Roma che Berlino sono estremamente caute quando si tratta di automazione, e gli interlocutori militari di entrambi i Paesi sottolineano l’importanza di mantenere un controllo umano.

Lo spazio è un’altra area di potenziale cooperazione. La protezione degli asset italiani (difesa da attacchi cinetici e minacce informatiche) è un tema centrale della Strategia nazionale di sicurezza spaziale che Roma ha elaborato nel 2019. La cooperazione con Berlino potrebbe rafforzare le complementarietà nei settori con una forte componente elettronica. Le due nazioni stanno lavorando congiuntamente su fattori abilitanti strategici attraverso il Defence of Space Assets (DoSA), un’iniziativa Pesco il cui obiettivo è fornire addestramento per operazioni militari spaziali, resilienza spaziale oltre che accesso e svolgimento di operazioni nello spazio. Entrambi questi progetti – ovviamente avviati prima dello scoppio della guerra in Ucraina – sono evidentemente legati alle prossime sfide di difesa che l’Europa, e quindi i due Paesi, si troveranno ad affrontare in un prossimo futuro.

La cooperazione è realizzabile anche nel campo dell’elettronica, che comporta capacità intersettoriali con benefici dual-use per il settore civile. A questo proposito, l’acquisizione della tedesca Hensoldt da parte di Leonardo è incoraggiante, perché potrebbe facilitare la creazione di economie di scala nel settore e aprire la strada a nuove collaborazioni in altri settori. In particolare, si potrebbe ipotizzare un sostegno reciproco nei settori dell’avionica, del teaming manned-unmanned e delle tecnologie combat cloud. Data la decisione della Germania di acquistare i jet multiruolo F-35 per sostituire la sua obsoleta flotta di Tornado, Berlino potrebbe trarre grande vantaggio dalle relazioni speciali di Roma con le industrie aerospaziali statunitensi e britanniche, nonché dalla sua esperienza nel programma F-35 attraverso lo stabilimento di produzione di Cameri.

Un altro settore in cui la cooperazione dovrebbe essere rafforzata è quello delle tecnologie subacquee. In questo campo, le aziende italiane e tedesche stanno già collaborando e la realizzazione del sottomarino U212 NFS è un buon esempio dei brillanti risultati che si possono ottenere insieme. La collaborazione tra Fincantieri e ThyssenKrupp potrebbe essere approfondita anche in considerazione del crescente interesse per l’ambiente sottomarino e per la ricerca sui veicoli subacquei senza pilota (Uuv). La necessità di proteggere le infrastrutture critiche dei fondali marini nel bacino del Mediterraneo rende l’Italia un partner interessante per la Germania, che è particolarmente allarmata per il possibile riproporsi di un sabotaggio simile a quello del Nord Stream. L’istituzione della Cellula di protezione delle infrastrutture critiche sottomarine della Nato, guidata dalla Germania, potrebbe offrire ulteriori possibilità di cooperazione bilaterale e multilaterale in questo senso.

La Germania e l’Italia dovrebbero collaborare di più anche per quanto riguarda i sistemi terrestri, in particolare carri armati e veicoli meccanizzati. La Germania ha una forte leadership europea in questo settore, mentre l’Italia ha alcune esperienze positive con il Centauro e una nicchia non trascurabile di produzione di torrette. La sfida sarà quella di facilitare la partecipazione italiana al progetto Main Ground Combat System (Mgcs), gestito dal consorzio franco-tedesco Knds. Dal punto di vista tedesco, l’Mgcs dovrebbe favorire un consolidamento a livello europeo delle tecnologie e della produzione di sistemi terrestri. Un contributo italiano, con l’adesione al consorzio e la sua trasformazione in una vera e propria iniziativa europea, sarebbe particolarmente opportuno vista l’urgente necessità dell’Italia di modernizzare la propria flotta corazzata, ma anche di aumentare le capacità produttive complessive dell’Europa e di soddisfare la crescente domanda continentale di carri armati. Inoltre, l’Italia sta attualmente esaminando le opzioni per la creazione di un nuovo polo per i sistemi terrestri, al fine di razionalizzare l’attuale catena di fornitura industriale e acquistare un successore del veicolo da combattimento di fanteria (IFV) Dardo. L’offerta di Rheinmetall di produrre il suo nuovo IFV Lynx in partnership con aziende italiane all’interno dei confini nazionali dovrebbe essere considerata con attenzione, al fine di promuovere le necessarie economie di scala in questo settore.

Un’altra allettante area di cooperazione bilaterale per Berlino potrebbe essere una partnership volta a sostenere la decisione di rendere la Bundeswehr più ecologica. La Germania ha già dimostrato una crescente consapevolezza dell’impatto ambientale delle sue attività militari. Questa correlazione è riconosciuta sia dalla Nato che dall’Ue e si ritiene che sia particolarmente significativa in tre campi (elencati in ordine decrescente di importanza): l’inquinamento statico prodotto dalle caserme e da altri edifici della difesa; l’inquinamento generato dai sistemi stessi e dalla mobilità militare; la dispersione di munizioni o altri rifiuti, in particolare in mare. L’Italia, da parte sua, ha già elaborato una strategia per affrontare il dilemma tra difesa e transizione ecologica. La parte più importante di questa strategia consiste in un piano per controllare l’approvvigionamento energetico di tutte le installazioni militari sul territorio italiano, rinnovare le infrastrutture vitali per la difesa e aumentare la sostenibilità della mobilità militare. La ricerca di fonti energetiche alternative per le forze armate, come i pannelli solari, potrebbe ridurre la dipendenza delle basi operative avanzate dalle forniture di petrolio, che sono particolarmente suscettibili agli attacchi della guerriglia quando sono dislocate in territori contesi.

La cosiddetta Zeitenwende si sta rivelando tutt’altro che facile da rispettare per la Germania, mentre l’Italia deve ancora dimostrare di percepire l’urgenza di un cambio di passo nella spesa per la difesa. In questa situazione, la cooperazione tra i due Stati può contribuire ad alleggerire il peso imposto dai cambiamenti radicali che entrambi i Paesi dovranno attuare nelle loro politiche di difesa. I bilanci della difesa di entrambi i Paesi sono attualmente in fase di aumento, ma se da un lato ciò si è reso necessario dopo un lungo periodo di sottofinanziamento delle rispettive forze armate, dall’altro comporta alcuni rischi. Il pericolo principale è che sia Berlino che Roma utilizzino il concetto di autonomia strategica europea per placare i propri campioni industriali nazionali, anziché attuare effettivamente i piani di rafforzamento delle iniziative di difesa dell’Ue. Nonostante alcuni segnali positivi, non si sa quanto del fondo speciale tedesco da 100 miliardi di euro sarà investito in progetti multinazionali di armamento strategico. Rischi analoghi sono presenti in Italia, che ha un forte bisogno di ricostituire le proprie scorte dopo le ultime spedizioni in Ucraina.

L’autentico impegno europeo delle due nazioni dovrebbe inevitabilmente tradursi in sforzi congiunti, a partire dal progresso tecnologico e industriale. Italia e Germania si sono dichiarate disponibili ad aumentare le spese per la difesa al 2% del Pil, come concordato al vertice Nato del 2014 in Galles. Questa vecchia soglia, che dopo il 24 febbraio 2022 è diventata un punto di partenza piuttosto che un traguardo per molti all’interno dell’Alleanza, non migliorerà necessariamente il profilo di difesa dell’Ue. Al contrario, aumenti nazionali delle spese di difesa, se non coordinati, possono paradossalmente essere dannosi per l’autonomia strategica dell’Ue. A seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la necessità impellente di molti Paesi dell’Ue di acquistare o aggiornare le armi ha un impatto negativo sulla base industriale europea. In futuro, i Paesi inclini alla cooperazione, come Germania e Italia, dovrebbero massimizzare il potenziale delle sinergie strategiche, industriali e culturali nel settore della difesa. Questa cooperazione dovrebbe iniziare come uno sforzo bilaterale nel quadro del prossimo Piano d’azione italo-tedesco e, quando possibile, tradursi in iniziative bilaterali nell’industria della difesa. Avviare progetti pragmatici e generare realtà industriali e politiche è il metodo più efficace per far progredire l’integrazione europea. Questo obiettivo può essere raggiunto più facilmente partendo da una prospettiva bilaterale, pur rimanendo aperti all’eventuale partecipazione di altre nazioni dell’Ue.

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A Difesa dell’industria. Cosa insegna il caso del cargo turco


La polizia giudiziaria – Gico del Nucleo di Polizia economico-finanziaria e Roan della Guardia di finanza e Squadra Mobile di Napoli – hanno denunciato a piede libero tre dei 15 immigrati che erano a bordo della nave turca per porto d’armi. I due coltelli

La polizia giudiziaria – Gico del Nucleo di Polizia economico-finanziaria e Roan della Guardia di finanza e Squadra Mobile di Napoli – hanno denunciato a piede libero tre dei 15 immigrati che erano a bordo della nave turca per porto d’armi. I due coltelli e il taglierino trovati sono stati sequestrati. I 13 uomini saranno accompagnati in un centro di accoglienza; le due donne, una incinta, sono invece in ospedale per accertamenti. La parola passa ora alla Procura: rimane in piedi l’ipotesi dirottamento che nei prossimi giorni sarà valutata dal sostituto procuratore Enrica Parascandolo.

LE INDAGINI

Polizia e Gdf hanno ascoltato nella notte, in Questura, il comandante della nave e i 15 immigrati. Il comandante ha riferito agli inquirenti di aver visto due di loro armati di coltello che si aggiravano nella zona macchine della nave dove però non sono riusciti a entrare. A questo punto i due si sono ricongiunti con gli altri. Per questo motivo ha lanciato l’allarme: non è chiaro l’uso che volessero fare dei coltelli.

LA NAVE RIMANE A NAPOLI

La nave Galata Seaway, che era diretta in Francia, resterà per il momento a Napoli, dove è stata scortata ieri sera dopo l’intervento dei marò del San Marco. Nei confronti dei 15 immigrati – che hanno detto di essere siriani, iracheni e afghani – verranno applicate le procedure ordinarie previste per i migranti, in attesa delle valutazioni che la Procura di Napoli farà nei prossimi giorni.

IL COMMENTO DI TORLIZZI

Il tentato dirottamento della nave cargo turca sancisce “un cambio di paradigma che evidenzia quanto fondamentale sarà il ruolo che la Difesa giocherà a protezione dell’Industria”, ha scritto su LinkedIn Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, membro del comitato scientifico del Policy Observatory della Luiss e consigliere del ministro della Difesa. “Dobbiamo oramai fare i conti con un contesto totalmente diverso rispetto al passato in cui non si potranno più applicare gli schemi classici della Difesa e dell’Industria, privilegiando invece modelli di natura ibrida. La difesa 4.0 non è solo carri armati, aerei e navi, ma è anche uno strumento a protezione (e agevolatore di sviluppo) del sistema Paese”, ha aggiunto.


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Aiuta gli ultimi in Iran nella associazione degli avvocati di Kerman: Maryam Arvin viene uccisa dal regime


Difendeva i manifestanti, la giovane avvocata Maryam Arvin, ed è stata per questo motivo ammazzata. Aveva 29 anni, si era appena sposata ed era molto attiva nella difesa dei diritti degli ultimi nell’Associazione degli avvocati di Kerman. La dottoressa Ar

Difendeva i manifestanti, la giovane avvocata Maryam Arvin, ed è stata per questo motivo ammazzata.

Aveva 29 anni, si era appena sposata ed era molto attiva nella difesa dei diritti degli ultimi nell’Associazione degli avvocati di Kerman.

La dottoressa Arvin seguiva, “pro bono”, i casi di donne indigenti, di minori abusati e di bambini lavoratori.

Era stata arrestata in un tribunale di Sirjan il 26 novembre 2022 mentre assisteva giovani manifestanti per la libertà dell’Iran detenuti nel carcere di Sirjan.

Il 13 dicembre 2022, Maryam Arvin era stata rilasciata su cauzione e nei giorni successivi il tribunale avrebbe dovuto emettere un verdetto contro di lei, ma il 7 febbraio 2023 l’associazione degli avvocati di Kerman annunciò che Arvin era deceduta due mesi dopo la sua scarcerazione. La causa della sua morte non è stata specificata in alcuna dichiarazione ufficiale delle autorità sanitarie.

Negli ultimi mesi della prima metà del 2023, con l’affievolirsi delle manifestazioni nelle strade dei grandi centri urbani dell’Iran, diversi giovani, donne e uomini, arrestati durante le proteste per Mahsa Amini, sono morti in circostanze sospette solo poche settimane dopo la loro scarcerazione, spesso avvenuta su cauzione. In tutti questi numerosi casi è stato indicato il “suicidio” come causa della loro morte.

Si tratta di centinaia di casi come quelli recenti di Yalda Aghafazli, Arshia Imamgholi e Mohsen Jafarirad: tutte ragazze decedute subito dopo essere state scarcerate. Tali casi, accuratamente documentati dalle organizzazioni per i diritti umani, hanno suscitato molte denunce sul trattamento riservato dalle autorità iraniane ai manifestanti prigionieri.

Secondo la magistratura iraniana l’avvocato Maryam Arvin si sarebbe tolta la vita iniettandosi droga.

Tayyebeh Nazari, insegnante di Letteratura nelle scuole superiori di Sirjan, madre dell’avvocata attivista deceduta, sostiene invece che la morte di sua figlia è stata provocata dalle conseguenze di un avvelenamento avvenuto in carcere.

Il 29 maggio 2023, la signora Nazari ha scritto sul suo account Instagram che sua figlia, Maryam Arvin, arrestata per aver difeso i suoi clienti, è stata uccisa dalle autorità carcerarie a seguito di iniezioni di quantità eccessive di tranquillanti e sedativi.

I sanitari del carcere di Sirjan parlano, in anonimato, di ferite atroci inflitte sul corpo della giovane avvocata.

Tayyebeh Nazari ha anche rivelato che una settimana dopo la morte di sua figlia, lei stessa era stata condannata in contumacia, dalla sezione 103 del tribunale penale di Kerman, a una pena detentiva di 15 mesi, una multa di un milione di toman e a 40 frustate, solo per aver denunciato la reale causa della morte di sua figlia.

La mamma di Arvin racconta delle atroci violenze fisiche subite da sua figlia. Racconta che pochi giorni prima della sua morte, un ufficiale donna delle basij, di nome Zahra Alizadeh, meglio nota come “Mobina”, insieme a un suo collega dell’intelligence della Forza di sicurezza dello Stato, di nome Hamid Zeydabadi, durante una udienza avevano ammanettato Maryam Arvin nel corridoio del tribunale che poi le tolsero il velo e che la trascinarono a terra tirandola per i capelli per poi picchiarla e torturarla in una cella di isolamento.

In verità i manifestanti arrestati non hanno diritto ad un avvocato di fiducia, indipendente, né a contattare e a ricevere visite di familiari. Gli avvocati che “difendono” gli oppositori della teocrazia sono nominati dal regime, mentre quelli indipendenti non sono autorizzati a occuparsi dei casi dei loro clienti, forniscono solo consulenza legale alle famiglie e trasmettono informazioni ai detenuti, ma spesso anche gli avvocati indipendenti vengono arrestati, come è accaduto a Maryam Arvin. Per questo le autorità giudiziarie iraniane possono nel silenzio e nell’indifferenza totali costringere i giovani a confessioni forzate. La procedura utilizzata è la seguente: i prigionieri vengono sistematicamente torturati e tenuti in celle di isolamento al buio, senza cibo e acqua; spesso sia le donne che gli uomini vengono stuprati; non hanno diritto ad un avvocato difensore né a contattare o a ricevere visite di legali o di attivisti per i diritti umani.

Si stima che dall’inizio della rivolta giovanile, dal 16 settembre 2022, dopo l’uccisione di Mahsa Amini, almeno 130 avvocati di tutte le province del Paese, tra cui dozzine di donne, siano stati convocati o arrestati dalla magistratura. Le accuse vanno dall’abuso dell’esercizio della loro professione alle opinioni espresse sui social media, considerate espressioni di “inimicizia e odio contro Dio”.

Il trend è in aumento. Nel solo maggio 2023 sono stati settanta gli avvocati convocati e arrestati. I procedimenti sono per lo più condotti dal tribunale di sicurezza che ha sede nella famigerata prigione di Evin a Tehran. Contro di essi non sono state formulate pubblicamente accuse specifiche.

Gli avvocati vengono costretti durante le udienze a firmare una “lettera di impegno” in cui si obbligano a rispettare le disposizioni della magistratura come condizione per il loro rilascio su cauzione. Nella lettera viene espresso “rammarico” per le proteste insorte a livello nazionale e l’impegno a non contattare “reti di legali o organizzazioni per i diritti umani fuori dal paese, perché considerati elementi controrivoluzionari”. Una tale pratica è considerata una minaccia alla sicurezza del paese e può essere perseguita anche con l’ergastolo o con la condanna a morte.

È questa una tattica che mira a incutere timore e ad esercitare pressione sugli avvocati, affinché non sostengano le proteste e i manifestanti.

Il 14 maggio 2023, la sezione 29 del tribunale rivoluzionario di Tehran ha condannato la signora Marzieh Nikara, un insigne avvocato per i diritti umani, a un anno di reclusione. Un altro avvocato per i diritti umani, Farzaneh Zilabi, è stata condannata a un anno e mezzo di reclusione dal tribunale rivoluzionario di Ahvaz.

Nazanin Salari, Forough Sheikhol, Eslami Vatani, Tutia Partovi Amoli, Mitra Izadifar, Marjan Esfahanian, Samin Cheraghi e Sara Hamzezadeh sono state le ultime avvocate a comparire davanti al tribunale di Tehran.

Il numero crescente di avvocati convocati presso il tribunale di sicurezza di Tehran sta sollevando allarme presso le organizzazioni per i diritti umani, soprattutto per l’aumento del rischio che vengano giustiziati i manifestanti senza accesso a una difesa indipendente ed equa come prescrivono tutte le convenzioni internazionali.

Il regime clericale ha finora giustiziato almeno quindici manifestanti, di cui tre il 19 maggio 2023 e nel solo mese di maggio sono stati giustiziati per impiccagione almeno 142 prigionieri.

La rivoluzione dei giovani e delle minoranze per la liberazione dell’Iran dalla Repubblica islamica sta attraversando una fase di stallo, ma il regime repressivo e il boia sono all’opera, in una intensa attività, sotto gli occhi indifferenti del mondo libero e delle sue istituzioni internazionali, come quella della Corte penale internazionale.

L'articolo Aiuta gli ultimi in Iran nella associazione degli avvocati di Kerman: Maryam Arvin viene uccisa dal regime proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Regolamenti militari a immagine di Xi. Tra reclutamento e renitenza


Pechino aggiorna le sue regole per la coscrizione. La motivazione ufficiale è quella di aggiornare i regolamenti militari in modo da attuare il “Pensiero di Xi Jinping” sul rafforzamento delle Forze armate e migliorare la qualità dei soldati di leva dell’

Pechino aggiorna le sue regole per la coscrizione. La motivazione ufficiale è quella di aggiornare i regolamenti militari in modo da attuare il “Pensiero di Xi Jinping” sul rafforzamento delle Forze armate e migliorare la qualità dei soldati di leva dell’Esercito popolare di liberazione (Pla). Tuttavia, l’analisi delle misure contenute delle decisioni prese dalla Commissione militare centrale (Cmc) rivelano le lacune che preoccupano gli strateghi della Repubblica popolare riguardo alle capacità del proprio personale in uniforme. Da nuove misure per il reclutamento, a nuove previsioni per le punizioni da infliggere di fronte a un diverso tipo di reati relativi alla renitenza alla leva, fino a misure per attirare (e trattenere in uniforme) personale qualificato.

Un nuovo capitolo sulla coscrizione di guerra

La principale riforma vede l’aggiunta di un intero nuovo capitolo al regolamento relativo alla coscrizione in tempo di guerra. Le nuove norme consentono ora al Cmc di modificare a piacimento i requisiti per la leva a seguito di un ordine di mobilitazione nazionale per la Difesa del Paese. Tra le misure, anche la possibilità di richiamare in servizio, in caso di guerra, gli ex-soldati come supplemento delle unità in servizio attivo. Questa misura, oltre a rivelare il fatto che gli strateghi cinesi stanno effettivamente riflettendo sulla possibilità di un conflitto, scopre anche un vulnus all’interno delle stesse Forze armate di Pechino: la fidelizzazione del personale. I soldati, specialmente i più istruiti, tendono infatti a lasciare la vita militare al termine dei due anni di ferma, scoraggiati dalle dure condizioni e attirate dalle migliori condizioni economiche e lavorative del settore privato. Già ne 2021 la leadership cinese revisionò la politica di smobilitare il personale di leva che non avesse raggiunto il grado di sottufficiale, permettendo anche ai soldati di truppa un “secondo arruolamento”. L’ulteriore rafforzamento di queste misure tradirebbe un mancato raggiungimento degli obbiettivi sperati con la prima riforma.

Misure ancora più rigide per chi si sottrae dalla leva

Nei nuovi regolamenti sono state anche rafforzate le punizioni sui reati in caso di renitenza alla leva, il rifiuto di prestare il servizio una volta reclutati, il sostegno a chi cerca di evitare il reclutamento (definito ufficialmente “ostacolare i cittadini all’adempimento dei loro obblighi militari”). Oltre a multe salate (oltre i seimila dollari), le nuove pene prevedono l’impossibilità di iscriversi all’università, andare all’estero, ottenere sussidi statali, essere impiegati nel servizio civile o nelle imprese statali, o persino ricevere una licenza commerciale. L’inasprimento delle regole fa trapelare come il problema di chi cerca di evitare il servizio militare sia più grave di quanto ufficialmente riconosciuto.

Il Dragone punta a soldati più performanti

A questo si aggiunge un problema legato al bacino stesso di reclutamento. Il nuovo regolamento prevede controlli ulteriori sugli esami fisici. In particolare, nuove ispezioni saranno attivate qualora in un gruppo di reclute un numero eccessivo di candidati non dovesse superare l’esame fisico. Queste misure affrontano il problema della scarsa forma fisica delle Pla, un problema riconosciuto fin dal 2013 e causato dallo stile di vita sedentario di molti cittadini cinesi, con elevati casi di sovrappeso e miopia. Un problema che ha visto crescere anche il numero di infortuni tra le reclute in addestramento. Questi problemi, tra l’altro, sembrano affliggere anche il personale già reclutato nel corso del proprio periodo di ferma, diminuendo la qualità delle prestazioni nel corso dei periodici momenti di esercitazione.

Il ruolo dell’istruzione

Una ulteriore misura enfatizza la richiesta per personale militare con istruzione universitaria, o in generale di militari con competenze specifiche tecnico-specialistiche. Lo stesso Xi ha definito la qualità del personale la chiave per un esercito di livello mondiale. Tra le misure adottate c’è quella di concentrare maggiormente l’attenzione nel reclutamento di cittadini con un background familiare urbano, un elemento fortemente correlato con il livello di istruzione. Altro incentivo viene dalla ristrutturazione del reclutamento per attirare i neo-laureati offrendo condizioni professionali di qualità, spendibili eventualmente anche dopo il periodo di ferma. Il focus, in questo senso, si rivolge soprattutto alle facoltà Stem, identificando i laureati in materie tecniche avanzate e con competenze specifiche come necessarie per una forza armata moderna e pronta a scenari di combattimento ad alto valore tecnologico.


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Dobbiamo garantire la vittoria all’Ucraina, non c’è alternativa per l’Unione europea


Signore e signori, È meraviglioso tornare al Mit tra tanti amici. Ed è un grande onore ricevere il Premio Miriam Pozen. Nel 2020, il Premio Miriam Pozen inaugurale è stato assegnato a Stan Fischer. Stan è stato un vero gigante della politica, grazie al su

Signore e signori,
È meraviglioso tornare al Mit tra tanti amici. Ed è un grande onore ricevere il Premio Miriam Pozen. Nel 2020, il Premio Miriam Pozen inaugurale è stato assegnato a Stan Fischer. Stan è stato un vero gigante della politica, grazie al suo equilibrio, alla sua acutezza e alla sua esperienza. Per me è stato anche un amico, un mentore, un modello. Mi sento immensamente privilegiato a seguire le sue orme.

La mia conferenza di oggi attingerà dalle mie esperienze come banchiere centrale e primo ministro italiano. Vorrei soffermarmi sui due eventi che, insieme alle crescenti tensioni con la Cina, hanno dominato le relazioni internazionali e l’economia globale nell’ultimo anno e mezzo: la guerra in Ucraina e il ritorno dell’inflazione. Questi eventi hanno colto di sorpresa i responsabili politici.

Pensavamo che le istituzioni che avevamo costruito, insieme ai legami economici e commerciali, sarebbero state sufficienti a prevenire una nuova guerra di aggressione in Europa. E credevamo che le banche centrali indipendenti avessero acquisito la capacità di contenere le aspettative di inflazione, al punto da temere una stagnazione secolare. Con il senno di poi, sosterrò che questi due eventi epocali non sono nati dal nulla e non sono scollegati tra loro. Sono piuttosto entrambi la conseguenza di un cambio di paradigma che negli ultimi venticinque anni ha silenziosamente spostato la geopolitica globale dalla competizione al conflitto.

Questo cambio di paradigma potrebbe portare a tassi di crescita potenziale più bassi e richiederebbe politiche che portino a deficit di bilancio e tassi di interesse più elevati. Negli anni Novanta, molti credevano che il processo di globalizzazione fosse inarrestabile e che avrebbe diffuso i valori liberali e democratici in tutto il mondo. Lo sviluppo del settore privato, il buon funzionamento dei mercati, la straordinaria crescita degli investimenti esteri diretti e l’espansione del commercio mondiale erano obiettivi visti come favorevoli non solo alla prosperità per tutti, ma anche alla democrazia per tutti.

L’opinione dominante era che i valori globali sarebbero stati convergenti e che questa convergenza avrebbe rimodellato le relazioni internazionali per i decenni a venire. E si presumeva che le istituzioni internazionali sarebbero state sufficienti a correggere le distorsioni derivanti dalla globalizzazione – ad esempio in materia di clima, concorrenza e diritti di proprietà – e che le istituzioni nazionali avrebbero corretto le disuguaglianze. Due esempi hanno rivelato le carenze di questa visione consensuale della globalizzazione.

Il primo, forse il più simbolico e consequenziale, è stato l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), nonostante non fosse (e non sia) un’economia di mercato, nell’ipotesi che lo sarebbe diventata. Sebbene questa decisione abbia portato a una storica riduzione della povertà globale e abbia avvantaggiato i consumatori e le imprese occidentali, ha avuto un forte impatto sociale, politico e ambientale. La Wto si è dimostrata incapace di contenerlo.

In secondo luogo, la pretesa che la diffusione del libero mercato avrebbe diffuso anche i valori della democrazia liberale è stata infranta dall’esempio della Russia. L’occidente ha visto l’ascesa di Vladimir Putin come un segno dell’inevitabile modernizzazione della Russia, e ha accolto Mosca nelle sedi multilaterali, a partire dal G7 e dal G20. Abbiamo ipotizzato che i legami economici e commerciali che abbiamo creato con la Russia sarebbero stati una garanzia di prosperità, un motore di democratizzazione, un preludio a una pace duratura. Tuttavia, Putin non ha mai accettato i cambiamenti politici e territoriali dopo la fine dell’Unione sovietica.

Dalla Georgia alla Crimea, il governo russo ha violato ripetutamente la sacralità dei confini internazionali, perseguendo un piano premeditato per ripristinare il suo passato imperiale. I contratti che avevamo firmato con la Russia, in particolare per la fornitura di gas naturale, sarebbero diventati uno strumento di ricatto. Mentre noi eravamo impegnati a celebrare la fine della storia, la storia stava preparando il suo ritorno. Anche le nostre istituzioni nazionali si sono dimostrate sorprese da questa sfida. La rivolta contro l’ordine liberale multilaterale ha preso forza, a causa della sua percepita iniquità e della mancanza di garanzie.

Nel 2016, l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e il referendum sulla Brexit in Europa hanno mostrato una diffusa insoddisfazione nei confronti del modello economico e politico esistente. Gli elettori chiedevano una maggiore protezione e un maggiore controllo. Volevano un ruolo più centrale per lo stato, che è tornato in primo piano. La pandemia di Covid-19 ha accelerato la tendenza ad allontanarsi dal primato dei mercati.

In Europa ci siamo subito resi conto che troppe catene di approvvigionamento erano fuori dal nostro controllo interno in un momento critico. L’esempio più chiaro e pericoloso è stata la catena di fornitura di beni medici essenziali – dai dispositivi di protezione ai vaccini – dove i governi hanno dovuto assumere una posizione più assertiva. Anche il settore pubblico ha assunto un ruolo centrale nel sostenere l’economia durante le chiusure e nell’avviare la ripresa alla riapertura. I bilanci statali hanno protetto i posti di lavoro, i salari e le imprese, una mossa che si è rivelata saggia per limitare i danni dello choc pandemico.

Ma proprio quando pensavamo di aver vinto la guerra contro il Covid-19, un nuovo conflitto è arrivato a minacciare la nostra prosperità e sicurezza collettiva: la brutale invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Non si è trattato di un atto di follia imprevedibile. E’ stato il premeditato passo successivo dell’agenda del presidente Putin e un duro colpo per l’Ue. I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica. Sono i valori emersi dopo il bagno di sangue della Seconda guerra mondiale. Ed è per questo motivo che per gli Stati Uniti, l’Europa e i suoi alleati non c’è alternativa a garantire che l’Ucraina vinca questa guerra.

Accettare una vittoria russa o un pareggio confuso indebolirebbe fatalmente altri stati confinanti e invierebbe agli autocrati il messaggio che l’Ue è pronta a scendere a compromessi su ciò che rappresenta, su ciò che è. Segnalerebbe inoltre ai nostri partner orientali che il nostro impegno per la loro libertà e indipendenza – un pilastro della nostra politica estera – non è poi così incrollabile. In breve, infliggerebbe un colpo esistenziale all’Ue. Vincere questa guerra per l’Europa significa avere una pace stabile, e oggi questa prospettiva appare difficile.

L’invasione dell’Ucraina fa parte di una strategia a lungo termine e delirante di Putin: recuperare l’influenza passata dell’Unione sovietica, e l’esistenza del suo governo è ormai intimamente legata al suo successo. Ci vorrebbe un cambiamento politico interno a Mosca perché la Russia abbandoni i suoi obiettivi, ma non c’è alcun segno che tale cambiamento si verifichi. Le conseguenze geopolitiche di un conflitto prolungato al confine orientale dell’Europa sono molto significative. Quanto prima ce ne renderemo conto, tanto meglio saremo preparati.

In primo luogo, l’Ue deve essere disposta a rafforzare le proprie capacità di difesa. Questo è essenziale per aiutare l’Ucraina per tutto il tempo necessario e per fornire una deterrenza significativa contro la Russia.

In secondo luogo, dobbiamo essere pronti a iniziare un percorso con l’Ucraina che porti alla sua adesione alla Nato. L’alternativa è inviare sempre più armi e costruire un accordo tra l’Ucraina e tutti i suoi alleati in questa guerra con elementi di difesa reciproca che ricordino il trattato che lega gli Stati Uniti alla Corea del sud. Ma un tale accordo sarebbe difficile da raggiungere e da attuare. Non avrebbe pari potere rispetto alla Russia e, come ha osservato Henry Kissinger, non legherebbe la strategia nazionale dell’Ucraina a quella globale. Inoltre, credo che il contesto storico e politico sia diverso da quello coreano. Se questo si dovesse rivelare il corso degli eventi più probabile, l’incertezza e l’instabilità che ne deriverebbero potrebbero essere notevoli.

In terzo luogo, dobbiamo prepararci a un periodo prolungato in cui l’economia globale si comporterà in modo molto diverso dal recente passato. Ed è qui che si intersecano i cambiamenti geopolitici e le dinamiche inflazionistiche. La guerra in Ucraina ha contribuito all’aumento delle pressioni inflazionistiche a breve termine, ma è anche probabile che inneschi cambiamenti duraturi che preannunciano un aumento dell’inflazione in futuro.

Nel breve periodo, l’impennata dei prezzi dell’energia, l’aggravarsi delle strozzature dal lato dell’offerta a causa dell’interruzione delle catene del valore e le perturbazioni nei mercati dei cereali e di altri prodotti alimentari hanno spinto l’inflazione a livelli che non si vedevano da decenni.

Questi fattori dal lato dell’offerta sono stati inizialmente la principale fonte di inflazione in Europa, in quanto le imprese hanno dovuto aumentare i prezzi in risposta all’aumento dei costi energetici e di altro tipo. Negli Stati Uniti, le successive ondate di stimoli fiscali hanno reso l’inflazione un fenomeno prevalentemente dal lato della domanda. In entrambi i casi, però, le banche centrali sono dovute intervenire per riportare il tasso d’inflazione verso i loro obiettivi, un’azione che avevano quasi dimenticato dopo un decennio di bassa inflazione.

Con il senno di poi, è probabile che le autorità monetarie avrebbero dovuto diagnosticare in anticipo il ritorno di un’inflazione persistente. Ma soprattutto in Europa, data la natura di choc guidato dall’offerta, non è chiaro se agire più rapidamente avrebbe arginato di molto l’accelerazione dei prezzi. L’incapacità dei governi di accordarsi tempestivamente su un tetto di prezzo per il gas naturale ha reso il lavoro della Banca centrale europea molto più difficile. In ogni caso, quando le banche centrali sono intervenute, hanno dimostrato un forte impegno a tenere sotto controllo l’inflazione e hanno in gran parte recuperato il tempo perduto. L’aumento dei tassi si sta ora diffondendo nell’economia e ci sono segnali di rallentamento nel settore manifatturiero. Tuttavia, i servizi e soprattutto il turismo rimangono forti e i mercati del lavoro rimangono generalmente rigidi rispetto agli standard storici.

L’inflazione si sta dimostrando più resiliente di quanto le banche centrali avessero inizialmente ipotizzato. La lotta contro l’inflazione non è finita e probabilmente richiederà una cauta prosecuzione della stretta monetaria, sia attraverso tassi di interesse ancora più elevati, sia allungando i tempi per invertire la rotta. Tuttavia, le diverse fonti dello choc inflazionistico nelle varie giurisdizioni hanno implicazioni per il compito che attende le banche centrali.

Negli Stati Uniti, l’inflazione è stata in gran parte trainata da un’impennata del reddito disponibile delle famiglie durante la pandemia e da un conseguente aumento del risparmio, che da allora è stato progressivamente ridotto. Un fattore chiave sono stati i trasferimenti fiscali durante e dopo la pandemia, che hanno più che compensato la crescita del reddito disponibile superiore al trend nel 2020 e 2021. Tuttavia, il reddito disponibile è ora in gran parte tornato al trend e la politica fiscale è tornata a un orientamento meno espansivo. Ciò suggerisce che l’attuale impulso ai consumi – e la pressione sui prezzi che ha prodotto – svanirà una volta esaurito il risparmio in eccesso. Inoltre, anche se la creazione di posti di lavoro negli Stati Uniti rimane forte, vi sono dubbi sul fatto che i salari assumeranno il ruolo di motore delle pressioni inflazionistiche una volta che la spesa si sarà normalizzata.

I salari nominali sono fortemente aumentati, ma manca l’evidenza che la crescita dei salari abbia guidato la crescita dei prezzi. Piuttosto, i salari sembrano aver risposto allo stesso fattore comune di eccesso di domanda e dovrebbero quindi diminuire man mano che la domanda diminuisce. Nell’area dell’euro le sfide sono diverse.

Finora l’inflazione non è stata trainata da un eccesso di domanda. A differenza degli Stati Uniti, i consumi reali totali nell’area dell’euro sono ancora al di sotto del livello pre-pandemico e ben al di sotto del trend pre-pandemico. Questo netto contrasto riflette il fatto che l’area dell’euro ha subìto un enorme choc delle ragioni di scambio a causa della crisi energetica, che ha allo stesso tempo aumentato i costi e trasferito le entrate al resto del mondo. Le imprese hanno reagito finora modificando il loro comportamento in materia di prezzi: anziché assorbire i costi più elevati nei margini, come avevano fatto per la maggior parte del decennio precedente, hanno trasferito tali costi sui consumatori, mantenendo o addirittura aumentando i loro profitti.

I lavoratori, invece, non sono riusciti a evitare una perdita di reddito reale. Alla fine dello scorso anno i salari reali erano ancora inferiori di circa il 4 per cento rispetto ai livelli pre-pandemia. E, data la natura inerziale della maggior parte delle contrattazioni salariali in Europa, questo processo si protrarrà nel tempo fino al recupero delle perdite salariali reali.

Un periodo più lungo di aumento dei salari comporta naturalmente rischi più elevati che l’inflazione diventi persistente, soprattutto se le imprese continueranno a mantenere il comportamento dei prezzi che abbiamo osservato finora. Per eliminare questi rischi, quindi, la domanda deve essere sufficientemente contenuta da ridurre il potere di determinazione dei prezzi e impedire alle imprese di trasferire ai consumatori i futuri aumenti salariali. D’altra parte, con la diminuzione della domanda, le imprese potrebbero assorbire parte degli aumenti salariali impliciti nei contratti di lavoro per i prossimi 1-2 anni. Al netto di altri fattori, il grado di stretta monetaria futura dipende dall’interazione tra imprese e manodopera e dalla profondità degli effetti delle decisioni monetarie passate.

In generale, non mi aspetto che problemi di stabilità finanziaria ostacolino il processo. Le attuali difficoltà bancarie non sono in alcun modo paragonabili alla crisi finanziaria, e andrebbero affrontate con misure ad hoc, come è stato fatto finora. Date le dimensioni limitate di queste crisi, i governi dovrebbero finanziare, quando necessario, ogni intervento necessario, evitando di creare un conflitto per le banche centrali tra il perseguimento degli obiettivi di politica monetaria e quelli di stabilità finanziaria. L’esperienza degli anni Settanta è ancora ben chiara a tutti noi e oggi né i governi né le banche centrali vogliono assistere a un de-ancoraggio delle aspettative di inflazione.

Alla fine, le banche centrali riusciranno a riportare il tasso di inflazione ai loro obiettivi. Ma quando le conseguenze a lungo termine della guerra diventeranno visibili, l’economia avrà un aspetto molto diverso da quello a cui siamo abituati. Una guerra prolungata tra Russia e Ucraina e le continue tensioni geopolitiche con la Cina continueranno a pesare sul tasso di crescita potenziale dell’economia globale.

Inoltre, il desiderio di garantire che le catene di approvvigionamento siano resistenti agli choc geopolitici significa che i paesi saranno più disposti ad acquistare beni da fornitori affidabili e affini, anche se non sono i più economici, e a investire nel reshoring della produzione critica in patria. Questo porterà a un aumento della capacità produttiva nelle economie occidentali, ma non necessariamente della portata e dell’efficienza necessarie a garantire che l’inflazione rimanga bassa come in passato. Allo stesso tempo, mi aspetto che i governi gestiscano deficit di bilancio sempre più elevati.

Le sfide che dobbiamo affrontare – dalla crisi climatica, alla necessità di rafforzare le nostre catene di approvvigionamento critiche, alla difesa, soprattutto nell’Ue – richiederanno investimenti pubblici sostanziali che non possono essere finanziati solo attraverso aumenti delle tasse. Questi livelli più elevati di spesa pubblica eserciteranno un’ulteriore pressione sull’inflazione, in aggiunta ad altri possibili choc dal lato dell’offerta di energia e altri beni.

Nel lungo periodo, è probabile che i tassi di interesse rimangano più alti di quanto non siano stati nell’ultimo decennio. Allo stesso tempo, la bassa crescita potenziale, i tassi più alti e gli elevati livelli di debito post-pandemia sono un cocktail volatile – e le banche centrali che tollerano l’inflazione non saranno la soluzione.

Le banche centrali devono certamente essere molto attente al loro impatto sulla crescita, in modo da evitare inutili sofferenze. Ma il compito di ridisegnare le politiche fiscali in questo nuovo contesto spetterà principalmente ai governi. Dovranno imparare di nuovo a vivere in un mondo in cui lo spazio fiscale non è infinito, come sembrava essere il caso quando i tassi di crescita superavano sostanzialmente i costi di finanziamento.

E, se alcune delle lezioni degli ultimi trent’anni sono state comprese, sarà necessario prestare molta più attenzione alla composizione della politica fiscale.

Questa dovrebbe essere concepita per aumentare la crescita potenziale, proteggendo e includendo allo stesso tempo coloro che hanno più bisogno di aiuto. Naturalmente questo quadro potrebbe cambiare radicalmente se un’ondata di potenti innovazioni, come l’intelligenza artificiale, dovessero scuotere il mondo e aumentare la crescita globale. Sebbene sia difficile prevedere tutte le implicazioni di un simile evento, una cosa è chiara: i governi, gli stati e le istituzioni devono rispondere in modo proattivo per garantire l’inclusione e la protezione di tutti coloro che sarebbero influenzati negativamente da questi sviluppi.

In tutto questo, l’Ue dovrà affrontare sfide sovranazionali senza precedenti. L’Ue è stata per molti versi al centro dell’esperimento di globalizzazione, ma considerare la creazione del mercato unico e dell’euro solo come un’estensione di questo processo sarebbe una lettura parziale. Il progetto è sempre stato più ambizioso. L’Ue è stata eccezionale in due importanti dimensioni.

Il modello sociale europeo ha garantito una rete di sicurezza più solida per coloro che sono rimasti indietro rispetto al resto del mondo. Inoltre, l’Ue disponeva di regole e istituzioni collettive forti che, per quanto imperfette, garantivano una maggiore protezione contro gli effetti collaterali del libero mercato. Ma l’Ue non è stata concepita per trasformare il peso economico in potere militare e diplomatico. Ecco perché la risposta europea alla Russia rappresenta una svolta.

Ora, la guerra in Ucraina, come mai prima d’ora, ha dimostrato l’unità dell’Ue nel difendere i suoi valori fondanti, andando oltre le priorità nazionali dei singoli paesi. Questa unità sarà cruciale negli anni a venire. Sarà fondamentale per ridisegnare l’Unione in modo da accogliere al suo interno l’Ucraina, i paesi balcanici e quelli dell’Europa orientale; per organizzare un sistema di difesa europeo che sia complementare e accrescitivo rispetto alla Nato; e per superare tutte le altre sfide sovranazionali che dobbiamo affrontare collettivamente: in primis la transizione climatica e la sicurezza energetica, per adattare le nostre istituzioni, e soprattutto il processo decisionale, al nuovo contesto. E tutto questo senza indebolire la protezione sociale che rende l’Ue unica.

Insisto sull’unità perché è l’unica strada percorribile: i singoli paesi europei, per quanto forti, sono troppo piccoli per affrontare queste sfide da soli. E più queste sfide sono grandi, più il cammino verso un’unica entità politica, economica e sociale, per quanto lungo e difficile, diventa inevitabile. Il nostro viaggio, iniziato molti anni fa e accelerato con la creazione dell’euro, continua.

Oggi ho parlato dei nostri tempi difficili. Ma i tempi non sono mai stati facili. Sono arrivato qui nell’agosto del 1972. Mentre ero studente, c’è stata la guerra dello Yom Kippur, diversi choc dei prezzi del petrolio, il crollo del sistema monetario internazionale, il terrorismo imperversava in tutto il mondo e l’inflazione era fuori controllo, solo per citare alcuni eventi di quel tempo, e naturalmente eravamo in piena Guerra fredda. Siamo stati in grado di superare queste sfide, e sono certo che lo saremo anche in futuro, grazie a donne e uomini preparati e ispirati.

Voglio rendere un tributo di gratitudine al Mit e più in generale a tutte le istituzioni scientifiche ed educative per il loro immenso contributo nel preparare e ispirare generazioni di donne e uomini simili nel loro servizio al mondo.

Grazie.

L'articolo Dobbiamo garantire la vittoria all’Ucraina, non c’è alternativa per l’Unione europea proviene da Fondazione Luigi Einaudi.