Interoperabile e aperta agli alleati. La Difesa di domani per Williamson (Lockheed)


Interconnessione tra le piattaforme, interoperabilità tra alleati, e legami transatlantici bilaterali e all’interno delle alleanze, Nato e Ue. Queste sono le priorità che il generale Michael Williamson, presidente di Lockheed Martin International, di rece

Interconnessione tra le piattaforme, interoperabilità tra alleati, e legami transatlantici bilaterali e all’interno delle alleanze, Nato e Ue. Queste sono le priorità che il generale Michael Williamson, presidente di Lockheed Martin International, di recente in visita in Italia per le celebrazioni del Centenario dell’Aeronautica militare, ha sottolineato, nell’intervista in esclusiva per Airpress, come fondamentali affinché i Paesi occidentali rimangano all’avanguardia nell’assicurare la difesa e la deterrenza delle proprie società. Necessità che dovranno vedere una collaborazione sempre più stretta tra le realtà industriali europee (con un ruolo centrale di quelle italiane) e statunitensi.

Cento anni sono un traguardo importante per l’Aeronautica militare italiana, una storia che ha visto una lunga collaborazione con l’industria statunitense e in particolare con Lockheed Martin…

Lockheed Martin è un partner strategico per la difesa e la sicurezza dell’Italia da oltre settant’anni, ha accompagnato l’ingresso dell’Italia nell’era dei jet attraverso il Lockheed F-104 Starfighter, fino alle soluzioni attuali, tra cui il C-130J Super Hercules, il radar di sorveglianza aerea a lungo raggio TPS-77, il Multiple launch rocket system (Mlrs) e, infine, l’F-35 Lightning II. Attualmente, l’Aeronautica militare italiana gestisce la più grande flotta di F-35 dell’Unione europea ed è uno dei maggiori operatori di flotte di C-130J Super Hercules a livello mondiale.

Come descriverebbe la collaborazione tra la sua azienda e le realtà italiane?

Con i partner industriali italiani lavoriamo su programmi di largo respiro e stiamo contribuendo a guidare la forte crescita del settore. Per esempio, l’industria italiana supporterà l’F-35 per oltre trent’anni attraverso gli impianti di Cameri, gestiti da Leonardo con l’assistenza tecnica di Lockheed Martin. Questi impianti svolgono un ruolo-chiave nella produzione delle ali, nell’assemblaggio finale e nel check-out (Faco) e nella manutenzione, riparazione, revisione e aggiornamento (Mrou). Ad oggi, i contratti per la produzione dell’F-35, stipulati con oltre dieci fornitori italiani, hanno fruttato all’economia del Paese più di quattro miliardi di dollari, con un valore totale che si prevede supererà i dieci miliardi nel corso della durata del programma. Un fattore importante della nostra partnership con l’industria italiana è il continuo trasferimento di tecnologie all’avanguardia e il mantenimento di posti di lavoro qualificati, e c’è un ulteriore potenziale di cooperazione nell’ambito delle nostre future iniziative internazionali sui velivoli rotanti.

Uno dei temi principali affrontati dal capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, il generale Luca Goretti, è stato quello dell’interoperabilità tra sistemi e alleati. Come vede Lockheed Martin questa esigenza di interoperabilità e sicurezza?

I nostri clienti devono affrontare un ambiente geopolitico sempre più complesso e ostile. Ci troviamo in un momento particolarmente importante per la sicurezza regionale, europea e transatlantica, vista la guerra in corso in Ucraina. Per Lockheed Martin, questo non significa solo fornire Javelin e altri equipaggiamenti necessari ma, se guardiamo un po’ più in là, un requisito fondamentale è la capacità di operare in sinergia con gli alleati. Ciò richiede sistemi di difesa modernizzati con reti integrate, senza soluzione di continuità e resilienti che abbraccino tutti i domini: terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico.

Esempio di questa capacità, citato anche dal generale Goretti, è proprio l’F-35…

L’F-35 è in grado di svolgere un ruolo cruciale in questo cambiamento in quanto nodo più avanzato di un’architettura network-centrica per la sicurezza del XXI secolo, grazie all’utilizzo dei suoi sensori avanzati e la sua connettività per raccogliere, analizzare e condividere senza soluzione di continuità informazioni critiche tra piattaforme e servizi. Come dimostrato nella recente esercitazione Falcon Strike su larga scala, l’F-35 consente all’Italia di essere una forza trainante per una maggiore interoperabilità nazionale e alleata, collegando i velivoli delle flotte alleate di F-35 e integrando velivoli di quinta e quarta generazione. Questa consapevolezza situazionale senza precedenti fornisce l’accesso rapido alle informazioni necessarie per superare le minacce in evoluzione.

L’attuale guerra in Ucraina ha aumentato il livello di insicurezza in Europa e molti Paesi si sono trovati nella necessità di aggiornare le proprie difese. Nel settore aereo, questo ha portato all’adozione dell’F-35 in molti Paesi, dalla Germania alla Grecia, dalla Svizzera alla Finlandia. L’Italia ha fatto da apripista, essendo stata tra i primi ad aderire al programma JSF. Ora, la prossima evoluzione sembra essere quella degli elicotteri…

I recenti conflitti in aree altamente contese, come l’Ucraina, dimostrano che c’è una maggiore necessità di capacità di trasformazione dei sistemi ad ala rotante per garantire che la deterrenza e la difesa della NATO rimangano credibili ed efficaci. L’uso della tecnologia X2 per i velivoli rotanti di nuova generazione può fornire soluzioni multi-missione e interoperabilità tra gli alleati, consentendo un ciclo di vita economicamente vantaggioso. Così come l’F-35 è un nodo chiave della rete informativa ad alta quota, la visione è che le piattaforme Future vertical lift siano il “quarterback” a bassa quota, grazie alla connessione con gli altri mezzi della rete e la capacità di dispiegare effettori dalla terza dimensione.

Quali passi ritiene necessari per rimanere all’avanguardia della tecnologia in questo settore?

Lockheed Martin ha lavorato con il ministero della Difesa italiano, in collaborazione con Leonardo, in quanto il dicastero sta valutando l’applicazione della tecnologia X2 per fornire capacità avanzate adatte a soddisfare le sue future esigenze nel settore dell’ala rotante. Non vediamo l’ora di lavorare su un approccio per estendere la tecnologia X2 ai clienti internazionali, in modo simile ad altri programmi internazionali del gruppo. La tecnologia X2, inoltre, può vedere un campo di applicazione anche all’interno dell’iniziativa Next generation rotorcraft capability (Ngrc) della Nato, avviata per sostituire oltre novecento velivoli a elica, ormai obsoleti, delle flotte europee con apparecchi di nuova generazione. La società sta, per questo, partecipando attivamente alla correlata fase di studio della Nato, per contribuire a dare un supporto informativo all’iniziativa.

Sistemi all’avanguardia rafforzano anche la deterrenza e la difesa dello spazio europeo. L’Italia è impegnata nel processo di costruzione di una Difesa comune dell’Ue, complementare a quella Nato, rafforzando in primo luogo il procurement. Qual è l’importanza del progetto di Difesa europea, e come dovrebbe essere strutturata la collaborazione con l’industria statunitense?

Le capacità di deterrenza europee sono particolarmente importanti nell’attuale contesto di instabilità internazionale. I Paesi devono pensare a come le loro capacità nazionali possano essere collegate e interoperabili con i sistemi e le reti dei vicini e degli alleati, in Europa e nell’Atlantico.

Tutti gli sforzi per incrementare la capacità di difesa e gli approvvigionamenti in Europa contribuiranno anche a rafforzare il pilastro europeo all’interno della Nato. La cooperazione transatlantica a livello industriale può contribuire a sostenere il trasferimento di tecnologie all’avanguardia e il mantenimento di posti di lavoro qualificati, basandosi sulle forti partnership esistenti con i principali attori dell’industria europea, come Lockheed Martin e Leonardo in Italia, ma anche sulle nostre capacità produttive, come PZL Mielec in Polonia.

Il raggiungimento dell’interoperabilità tra gli alleati più stretti attraverso un’architettura aperta e piattaforme centrate sulla rete in tutti i settori sarà un fattore critico in una strategia di difesa paneuropea. La nostra visione per la sicurezza del XXI secolo mira a rispondere a questa esigenza e, con sette nazioni dell’Ue che hanno partecipato al programma F-35 fino ad oggi, c’è un enorme potenziale per un ulteriore sviluppo e collaborazione su soluzioni di deterrenza integrate con i partner europei.


formiche.net/2023/05/intervist…

Commissario


L’attenzione si concentra sulle cifre, mentre si dovrebbe prestare maggiore attenzione ai meccanismi. Disastri e risarcimenti passano, mentre le ragioni per cui gli investimenti in sicurezza non sono stati fatti restano. Viviamo una specie di long Covid e

L’attenzione si concentra sulle cifre, mentre si dovrebbe prestare maggiore attenzione ai meccanismi. Disastri e risarcimenti passano, mentre le ragioni per cui gli investimenti in sicurezza non sono stati fatti restano. Viviamo una specie di long Covid economico: più che la prevenzione conta il ristoro.

La cifra è importante: 2 miliardi. Si stima sia un terzo dei danni che saranno successivamente accertati e che, quindi, richiederanno altre spese. Sono sospesi i pagamenti e gli adempimenti fiscali fino alla fine di agosto, mentre le scadenze relative ai mutui e altre pendenze bancarie sono rinviate in virtù del già esistente protocollo firmato dall’Associazione bancaria italiana. Ci saranno sostegni a fondo perduto (vale a dire che i soldi non devono essere restituiti, come per un terzo di quelli europei legati al Pnrr, ma in quel caso sono sostenuti dai contribuenti europei, mentre in questo da quelli italiani) per aziende e professionisti, come per il riacquisto di macchinari.

Una spesa necessaria, è fuori discussione. Ma pur sempre una spesa che non porterà neanche al punto di partenza, prima dell’alluvione, visto che molti danni materiali, a cominciare da quelli ai campi agricoli, non sono recuperabili immediatamente. Se quelle cifre fossero state spese nei lavori strutturali per mettere in sicurezza, incanalare le acque, conservarle per le irrigazioni, pulire i fiumi et cetera, avrebbero creato occasioni di lavoro, ridotto enormemente i danni e, quindi, sarebbero state spese con maggiore profitto e minore dolore. Il che porta alla questione più rilevante e più trascurata, quella dei meccanismi.

Il lato positivo è che quanti guidano il governo e la Regione, Meloni e Bonaccini, hanno ribadito la piena collaborazione istituzionale, talché il disastro sia affrontato senza l’ostacolo d’inutili battibecchi e rimpalli. Dovrebbe essere la regola di sempre, non è detto che regga fino alla fine, comunque è una buona premessa. È intuibile che Meloni avrebbe gradito nominare Bonaccini commissario preposto al ripristino della possibile normalità, incassando il risultato di un governo di destra che incarica un esponente della sinistra o, meglio, chi ha preso più voti a livello nazionale riconosce il ruolo di chi ne ha presi di più a livello regionale. Forse è proprio il significato di quel gradimento ad avere indotto altri governanti – alleati di Meloni ma a lei non così devoti – a mettersi di traverso. Sicché commissario unico è stato nominato il già commissario alla siccità, ovvero il dottor Dell’Aqua (un destino).

Il commissario dovrà predisporre i programmi triennali d’intervento, nei sette distretti idrografici d’Italia. Dovrà farlo perché non è stato mai fatto. Dovranno essere predisposti entro il 30 giugno, inviati al Ministero dell’Ambiente, che poi li trasmetterà a quello dell’Economia, quantificando il fabbisogno per il tempo che andrà dal 2024 al 2026. Per predisporre quel che non fu mai disposto, il commissario se la vedrà anche con i commissari già nominati – tutti straordinari, tutti legati a disastri – ma che a oggi non hanno aggiornato le tre banche dati nazionali che sorvegliano (si fa per dire) l’italico suolo: Rendis per la difesa di detto suolo, FloodCat per le alluvioni e Iffi per le frane. Non abbiamo i programmi triennali previsti dalle leggi, ma manco i dati sulla base dei quali si potrebbe redigerli. Che succede se entro giugno non si finisce il lavoro? Nulla. Magari passa del tempo e poi si nomina un commissario al commissario che coordina i commissari.

Questo è il punto vero, questo il pezzo rotto del meccanismo istituzionale. Si può fantasticare di presidenti eletti e si può anche incoronarli, si possono redigere riforme costituzionali che scolpiscano il potere nel granito, ma se la macchina ha il motore rotto e le ruote quadrate puoi mettere al volante un pilota di Formula 1 acclamato dalle folle, ma potrà fare solo “brum brum” con la bocca. Questa prosaica materia del fare e del realizzare non appassiona però nessuno, né sul palco né in platea. E ci si rivede alla prossima occasione, ristorando l’irristorabile.

La Ragione

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 30 maggio 2023, Trieste


SAla Adriatica, Hotel Hilton, Trieste Interviene: PINO ANTONIONE, President della Società Internazionale di Divulgazione Manlio Cecovini L'articolo Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 30 maggio 2023, Trieste pro

SAla Adriatica, Hotel Hilton, Trieste

Interviene:
PINO ANTONIONE, President della Società Internazionale
di Divulgazione Manlio Cecovini

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Presentazione del libro “La Cina di Xi Jinping. Verso un ordine mondiale sinocentrico?” di Gabriele e Nicola Iuvinale


Si terrà martedì 30 maggio, dalle 14 alle 16, in Sala Nassirya al Senato della Repubblica la presentazione del libro “La Cina di Xi Jinping. Verso un ordine mondiale sinocentrico?” curato da Gabriele e Nicola Iuvinale, edito da Antonio Stango Editore. Una

Si terrà martedì 30 maggio, dalle 14 alle 16, in Sala Nassirya al Senato della Repubblica la presentazione del libro “La Cina di Xi Jinping. Verso un ordine mondiale sinocentrico?” curato da Gabriele e Nicola Iuvinale, edito da Antonio Stango Editore. Una ricerca ampia e minuziosa, condotta mediante fonti open source, che documenta la crescita della Cina negli ultimi venti anni e con essa l’intensificarsi delle minacce alla democrazia, alla sicurezza e all’ordine internazionale basato sulle regole.

Dopo l’apertura del Sen. Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente della Commissione del Senato per le Politiche dell’UE e Presidente del Global Committee for the Rule of Law – Marco Pannella e coordinatore del Dipartimento Politiche Internazionali del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, interverranno: Giulia Pompili, giornalista de Il Foglio, Gabriele Carrer, giornalista di Formiche.net, Arturo Varvelli, capo dell’ufficio di Roma dello European Council on Foreign Relations, Fabrizio Luciolli, presidente del Comitato Atlantico Italiano e membro del Dipartimento Politiche Internazionali del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, Antonio Stango, editore e Presidente della Federazione Italiana Diritti Umani, Gabriele Iuvinale e Nicola Iuvinale Autori, Giovanni Terzi, direttore di The Global News. Modererà Angelo Polimeno Bottai, giornalista e Presidente di Eureca.

Per decenni, le democrazie liberali si sono illuse che la modernizzazione della Cina avrebbe determinato anche la sua democratizzazione. La liberalizzazione economica che avrebbe prodotto libertà politica per i cittadini cinesi, l’impegno diplomatico con l’Occidente e l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio non hanno mitigato l’autoritarismo del Partito Comunista Cinese, come pronosticato invece da molti. Sono stati commessi gravi errori, alimentati anche da un mercantilismo miope che ha scelto di anteporre i propri interessi a quelli generali di sicurezza degli Stati. L’insieme delle regole ed istituzioni internazionali basate sui principi universali democratici sono oggi apertamente minacciati da Cina, Russia, Iran e da altri Paesi accomunati da un sentimento anti-occidentale e revanscista.

Come scrive nella prefazione il Sen. Giulio Terzi: “questo libro contribuisce finalmente a fare chiarezza e a gettare luce su quello che è necessario conoscere: ‘conoscere per deliberare‘, affermava nel secolo scorso un gigante del pensiero liberale come Luigi Einaudi. Dobbiamo aggiungere ‘conoscere, discutere e infine deliberare’ nell’interesse dell’Italia e dell’Europa per non essere ingannati dal progetto di dominio globale antidemocratico della Cina di Xi Jinping.”

Per partecipare occorre accreditarsi scrivendo a matteo.angioli@senato.it

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Cavo Dragone alla Nato? La congiuntura è favorevole. Parla Mauro


Un prestigio notevole, rispetto al quale sono pochi quelli che nel panorama della dirigenza militare europea e internazionale possono mettere sul piatto lo stesso livello. Questo il lusinghiero giudizio che l’ex ministro della Difesa, Mario Mauro, affida

Un prestigio notevole, rispetto al quale sono pochi quelli che nel panorama della dirigenza militare europea e internazionale possono mettere sul piatto lo stesso livello. Questo il lusinghiero giudizio che l’ex ministro della Difesa, Mario Mauro, affida a Formiche.net circa la candidatura del capo di Stato maggiore della Difesa, dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, al ruolo di presidente del Comitato militare dell’Alleanza Atlantica. “Siamo in una congiuntura favorevole”, certifica e nel riflettere sulla possibilità concreta che l’Italia possa ottenere il delicato incarico, richiama anche sulla valutazione del cosiddetto B9, ovvero il vertice del Formato di Bucarest, costituito da Bulgaria, Romania, Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia.

Dopo il passo indietro di Mario Draghi al ruolo di successore di Jens Stoltenberg, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ufficializzato il fatto che l’Italia punta sull’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo di Stato maggiore della Difesa, nel ruolo di presidente del Comitato militare Nato. Secondo lei è una possibilità concreta?

È una possibilità più concreta e lo è ancora di più se gli altri si allineano. Dobbiamo partire da un ricordo che è anche un evidenza dell’ultimo Presidente del Comitato militare italiano, che è stato un ammiraglio della Marina, in quel momento Capo di Stato maggiore della difesa, che risponde al nome di ammiraglio Di Paola, poi ministro della Difesa. Quella è stata l’ultima relazione che ha sorriso ai colori italiani. Quindi dal mio punto di vista ci sono tutte le condizioni perché questo nuovo passaggio possa essere rispondente alle indicazioni del Governo italiano.

Per quali ragioni?

Intanto per il valore della candidatura che è un valore in sé e oggettivamente riconosciuto, sia dal contractor del contesto Nato che dagli americani. Voglio sottolineare, in questo senso, che nel caso di Cavo Dragone stiamo parlando di un pilota della Marina, quindi di un uomo che ha lungamente maturato relazioni con il partner transatlantico. Inoltre si tratta di un uomo che, per l’esperienza nel settore delle missioni internazionali e per la qualità delle attività svolte, è sicuramente ben visto nei contesti militari che fanno capo all’accordo Atlantico.

L’Ammiraglio Cavo Dragone è molto apprezzato in Italia e all’estero, sopratutto negli Usa. Ad aprile si è recato a Washington, dove ha incontrato i vertici del Pentagono e dove è stato intervistato dall’autorevole think tank Atlantic Council. Nominato capo di Stato maggiore della Difesa a novembre 2021, dovrebbe terminare il mandato a novembre 2024. Siamo in una congiuntura favorevole?

Onestamente direi di sì. Primo perché può essere influente la discussione che viene in parallelo sulla definizione del ruolo di Segretario generale della Nato. Ovvero, avendo rinunciato l’Italia o non avendo ritenuto opportuno l’Italia promuovere una candidatura in quel senso lì, ora è più facile fare accordi per un’altra importante, per certi versi quasi equivalente funzione, all’interno della struttura Nato. Ovviamente nelle aspetti negoziali l’Italia ha molte carte da spendere non volendo ricoprire la pedina del segretario generale della Nato. E arrivo anche ad immaginare che, avendo formulato in modo così perentorio e ad altissimo livello, tramite il proprio Ministro degli esteri, la candidatura e averlo fatto con ampio margine sulla definizione, visto che dal punto di vista procedurale l’indicazione verrà attivata a partire dall’apposito comitato militare che si riunirà in settembre, in realtà le mosse italiane avvengono al momento giusto. Se l’ufficializzazione è avvenuta adesso oso immaginare, per l’appunto, che sia stata ampiamente preceduta da negoziati riservati.

Risultato scontato dunque?

No. Anche quando venne nominato Di Paola ci fu un’ultima fase di valutazione che coinvolse tre candidati degnissimi, credo che probabilmente questo sarà anche il tenore del dibattito attuale. Ma per quello che mi consta, normalmente i vertici della diplomazia italiana sono abilissimi in questo tipo di circostanze.

Dal momento che l’Italia è tradizionalmente uno dei principali contributori militari della Nato, sia in termini di truppe che anche di mezzi, una maggiore presenza italiana in posizioni apicali come appunto quella a cui è candidato Cavo Dragone potrebbe sostenere il nostro Paese nell’avanzare le proprie posizioni all’interno della Nato e avere anche un peso specifico diverso?

In realtà la definizione stessa di quell’incarico è già un avanzamento. Dopo l’ammiraglio Di Paola, riprendere il testimone della presenza come Presidente del Comitato militare ha un grande significato di per sé. Oggi, se mi posso permettere, aggiungiamo pure che quel ruolo ha forse ancora maggiore importanza rispetto ad allora, considerata la delicatezza dello scenario, soprattutto in conseguenza della vicenda russo-ucraina e della destabilizzazione dell’area a cavallo del Mediterraneo, quindi intersecando vicende belliche che vanno dal Medio Oriente sino all’Africa. Tutto questo è, oltre che prestigioso per un’eventuale candidatura italiana, anche oggettivamente prioritario rispetto alla definizione dell’interesse nazionale del nostro Paese. Devo però, a questo livello fare una nota che in termini di conoscenza del processo, può essere interessante. Dobbiamo tenere d’occhio il B9.

Ovvero?

Come nella vicenda dell’Unione europea ha ruolo l’accordo di Visegrad, cioè l’accordo tra ex paesi dell’Est che oggi partecipano al progetto europeo, nel contesto Nato ha qualitativamente e quantitativamente peso il cosiddetto B9, vale a dire la liaison privilegiata e particolare di Paesi ex membri dell’Europa dell’Est. Si tratta di un livello che ha il suo oggettivo riconoscimento anche nell’interlocuzione periodica che avviene tra il Presidente americano e questi Paesi, per cui occorrerà mettere a fuoco due elementi: primo, se c’è un candidato del B9; secondo, se questo candidato non ci fosse, dove si orienteranno i voti o le prese di posizione per consenso che passano attraverso la valutazione interna dei Paesi dell’est. Sul punto do per scontato che sia partito un livello di interlocuzione da parte della diplomazia italiana. Aggiungo, sul piano personale, che stiamo parlando di una personalità assoluta, come quella di Cavo Dragone: ha un prestigio notevole, rispetto al quale sono pochi quelli che nel panorama della dirigenza militare europea e internazionale possono mettere sul piatto lo stesso livello di natura.

@FDepalo


formiche.net/2023/05/cavo-drag…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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«Questo video è stato girato a Milano stamattina, la violenza degli agenti è inaudita.
La loro sfortuna, la nostra fortuna, è che si vedono le loro facce.»

nitter.it/LuigiMastro_/status/…

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Gabu1110

@cipper @Dunpiteog @salvadorbs @russandro @maddler concordo su una parte.

Molti non sono assolutamente preparati a gestire compiti di polizia, scambiano quel lavoro per quello di un impiegato.
Invece dovrebbero avere nozioni e capacità di affrontare situazioni problematiche come quella che si è presentata a Milano.

informapirata ⁂ reshared this.

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Oggi spiego cosa comporti non rispettare gli impegni che l’Italia ha assunto verso l’Unione europea riguardo ai fondi del PNRR.

Qualunque cosa decida il governo, la motivi con trasparenza. E tenga presente che tra Mes, concessioni balneari e altro l’Italia si sta giocando la fiducia dell’Europa

⁦‪

editorialedomani.it/economia/c…

Il disOrdine dei giornalisti e le crescenti minacce alla libertà di espressione


Tira una brutta aria per chi crede nella libertà di opinione e nel senso di responsabilità personale di chi fa informazione. Il caso Porro è solo l’ultimo della serie. Prima c’è stato il caso Cairo. Ovvero il fatto che l’editore de La7 dovrà rispondere al

Tira una brutta aria per chi crede nella libertà di opinione e nel senso di responsabilità personale di chi fa informazione. Il caso Porro è solo l’ultimo della serie. Prima c’è stato il caso Cairo. Ovvero il fatto che l’editore de La7 dovrà rispondere alla magistratura della decisione di chiudere la trasmissione di Massimo Giletti. Una scelta imprenditoriale dovuta ai costi esorbitanti e ai ricavi insufficienti? No, un favore alla mafia. Questo è il sospetto. Le indagini sono in corso, la libertà di impresa resterà di conseguenza appesa a un filo fino al giorno in cui, com’è evidente, un provvedimento di archiviazione non chiuderà lo spericolato caso.

È poi scoppiato il caso Natangelo. Il caso è noto. Mario Natangelo ha pubblicato sul Fatto quotidiano una vignetta che ritrae la sorella di Giorgia Meloni, Arianna, a letto non col marito, il ministro meloniano Francesco Lollobrigida, ma con un extracomunitario. “Sostituzione etnica” erano le parole chiave a riecheggiava la recente uscita, con relativa scivolata, del cognato più famoso d’Italia. Vignetta di cattivo gusto, certo, ma da qui a deferire Natangelo al Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti con l’accusa di “sessismo” davvero ne corre.

Stemperata la polemica, si è saputo che, contraddicendo una propria sentenza del 2018, la Corte di Cassazione ha stabilito che fare il saluto romano è reato. Non occorre avere simpatia per i neofascisti per accorgersi di quanto tale sentenza, per quanto intrecciata alle molteplici interpretazioni della legge Mancino, confligga con l’articolo 21 della Costituzione. Quello che, appunto, sancisce “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero”. Diritto che va ovviamente tutelato indipendentemente dal pensiero in questione.

E veniamo così al caso Porro. Caso, in sé, grottesco. Il conduttore di Mediaset è stato deferito al Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti per aver intervistato un viceministro degli Esteri ucraino “senza alcun rappresentate della parte avversa”. Serviva un russo, evidentemente. Come dire, ha celiato Mattia Feltri sulla Stampa di oggi, che se intervisti in Tv la Segre devi obbligatoriamente invitare anche un nazista.

È chiaro che, su queste basi, sarebbe difficile tenere il conto dei talk show che andrebbero sanzionati per amor di deontologia professionale. È altrettanto chiaro che tutto finirà a tarallucci e vino. Ma intanto, e non era un atto dovuto, la macchina disciplinare del glorioso Ordine si è messa in moto ed è partita in quarta per la vanità di chi la guida.

La libertà, evidentemente, al pari del senso del ridicolo, non è in cima ai pensieri dell’Ordine dei giornalisti. Ma l’Ordine dei giornalisti era in cima ai pensieri di Luigi Einaudi. Il quale, in un celebre saggio pubblicato nel 1945 su Risorgimento liberale, così liquidò la questione: “Albi di giornalisti! Idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire altrui di pensare colla propria testa”. Nulla da aggiungere.

Formiche

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Acqua


Il soccorso a quanti hanno visto la furia dell’acqua sommergere le proprie cose e le proprie attività è fuori discussione. In questo come in tutti i casi di disastri naturali. Esistono anche appositi fondi europei, dimostrazione della solidarietà che anim

Il soccorso a quanti hanno visto la furia dell’acqua sommergere le proprie cose e le proprie attività è fuori discussione. In questo come in tutti i casi di disastri naturali. Esistono anche appositi fondi europei, dimostrazione della solidarietà che anima la costruzione dell’Unione europea. Fondi di cui l’Italia è stata ed è il principale beneficiario. E ci sono margini di bilancio italiano. Però non è normale né promettente che le richieste e le rassicurazioni si concentrino sul fatto che i danni saranno rimborsati al 100%. Quello è un modo per risolvere il problema materiale (quelli morali, per non dire quelli umani, sono irrisarcibili) di chi è stato travolto, ma non risolve alcun problema, restando un costo collettivo. Ed è doppiamente preoccupante che si dica «come per il Covid». Come se esistessero i cittadini da una parte e dall’altra (e distante) uno Stato che possa decidere se rimborsare o meno, come se i soldi che oggi distribuisce non fossero i soldi dei cittadini stessi. Sotto forma di maggiori imposizioni, minori prestazioni o maggiore debito. E una cosa non esclude l’altra.

Spesa dovuta, a sua volta dimostrazione della solidarietà fra cittadini, ma che risulta essere una luttuosa dissipazione se poi non si mette mano a quel che serve per evitare che si ripeta, qui o altrove. Dovrebbe essere chiaro il nesso fra il fatto che se piove troppo succede un disastro, mentre se piove troppo poco succede lo stesso un disastro, perché nell’un caso come nell’altro non si dispone di strumenti e siti per raccogliere. Se raccogliamo solo l’11% dell’acqua piovana, poi non ce ne ritroviamo per le irrigazioni; la stessa percentuale diventa funesta se di acqua ne cade troppa, perché correrà via senza bacini di deposito, fino a travolgere chi e cosa si trova sulla sua strada.

L’Italia non è il Sahara, l’acqua c’è ed è pure buona. Ma poi scarseggia se dal bacino al rubinetto se ne perde quasi la metà, se costa poco, se non si fanno investimenti e, difatti, in Ue siamo quelli che la pagano meno e sprecano di più. Al tempo stesso l’Italia non è l’Olanda, non ha vaste aree al di sotto del livello del mare, quindi il lavoro da farsi è cautelarsi dall’alto verso il basso, sapendo che se la piena arriva a valle senza freni o alternative poi si conteranno soltanto danni (e, comunque, anche in Olanda si sono posti il problema delle piogge eccessive e lo affrontano con vasche e bacini di raccolta).

Non si tratta di invocare un novello Leonardo da Vinci, che proprio dove oggi si abbatte l’alluvione progettò canali ancora oggi d’infinita bellezza, ma di fare quel che si sa di dovere fare. Compreso intervenire sui corsi d’acqua in secca per drenare il letto e pulire gli argini, che se oggi ti provi a farlo un bel processo per danno ambientale non te lo toglie nessuno.

Perché non si fa? Perché i governi si succedono, ciascuno lasciando il ricordo di piani con il nome accattivante e la sorte deludente? Perché il governo (ci pensino quelli che discettano di riforme costituzionali) sarebbe il “potere esecutivo”, fin dal suo primo giorno chiamato a fare, realizzare, eseguire, ma da noi è divenuto un affascinante “potere espositivo”: conferenze stampa, decreti con i nomignoli, promesse con la mano sul cuore. Poi tocca a un altro, che ricomincia da capo. Non a fare, ma a esporre.

In questa palude rischiano seriamente di affondare anche i progetti Pnrr: abbozzati pittorescamente dal governo Conte (indimenticabili gli “Stati generali”), sistematizzati in fretta da Draghi (con in maggioranza due dei tre partiti oggi al governo), conosciuti da tutti, di cui il governo Meloni immaginò modifiche, poi taluni dei loro sostennero che i soldi erano troppi, poi che si sarebbero sicuramente usati tutti, poi che non c’era niente d’impossibile, poi che la Commissione era disponibile e poi… interviste. Governare è difficile, ma farlo tirando la palla avanti e in alto è impossibile.

Acqua, quindi. Nel senso che siamo lontani e abbiamo il dramma sia dell’abbondanza che della scarsità.

La Ragione

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Gli F-16 e i rapporti di forza in Ucraina. Scrive Jean


La decisione di consentire la consegna a Kiev di F-16 da parte di altri Paesi che sostengono la resistenza ucraina, ma non di quelli in servizio nelle forze americane, rappresenta un nuovo cauto passo di Washington per ribadire con progressività il suo so

La decisione di consentire la consegna a Kiev di F-16 da parte di altri Paesi che sostengono la resistenza ucraina, ma non di quelli in servizio nelle forze americane, rappresenta un nuovo cauto passo di Washington per ribadire con progressività il suo sostegno a Kiev, evitando eccessivi rischi di escalation e mantenendosi aperta la possibilità di nuove mosse, ad esempio della consegna di propri F-16.

Evidentemente, si tratta di una valutazione politica basata sulla previsione della presumibile risposta del Cremlino, più che sull’impatto che la disponibilità di F-16 avrà sulle capacità operative di Kiev. Si tratta di una ripetizione di quello che è stato il comportamento americano nel sostenere la resistenza ucraina. È stato sempre graduale, con il trasferimento di sistemi d’arma sempre più potenti e con maggiore gittata, come nei casi dei cannoni da 155 mm, poi dei lanciarazzi multipli e, successivamente, ancora dei carri armati. Probabilmente tale gradualità deriva sia dal timore di provocare un crescendo da parte del Cremlino, sia reazioni negative nella propria opinione pubblica e negli alleati. Penso che Washington tema le seconde più della prima. Comunque, il provvedimento annunciato al G-7 parla solo di autorizzazione alla consegna a Kiev degli F-16 e dell’addestramento di piloti e tecnici (per un’ora di volo – un aereo di quarta generazione come l’F-16 richiede 50 ore di lavoro a terra). Non si sa chi fornirà gli aerei, né quando né quanti verranno dati all’Ucraina che ne chiede 200, un numero cioè pari a quelli che aveva prima del conflitto (la Russia ne dispone di quasi 2.000). L’autorizzazione di Washington di dare all’Ucraina aerei costruiti negli Usa, comporta il divieto di impiegarli in attacchi sul territorio russo.

La decisione americana può essere derivata da vari motivi. Primo: ribadire ancora una volta, alla presunta vigilia della controffensiva ucraina, l’intenzione degli Usa di sostenere l’Ucraina, finché la Russia sarà indotta a trattare alle condizioni di Kiev. Certamente Biden conta al riguardo sul fatto che la neutralità del Sud Globale – che in realtà è equivalsa al suo sostegno a Mosca – incomincia a scricchiolare, come si è visto con l’India al G7. Inoltre, con la conferenza di Xian fra la Cina e i cinque Stati dell’Asia Centrale, la Russia ha preso atto che Pechino – “alla faccia” dell’amicizia senza limiti – sta erodendo lo spazio d’influenza russa, dando loro garanzie di sicurezza, evidentemente contro ingerenze di Mosca.

Continuando così, la Russia diverrà vassallo della Cina, che sta forse coordinandosi con gli Usa per far cessare in qualche modo il conflitto in Ucraina. Senza una netta vittoria dell’“operazione militare speciale”, Putin può incominciare a sentirsi perduto. La decisione degli F-16 potrebbe costituire un’ulteriore “spinta” per ammorbidirlo. Terzo, il motivo della decisione di Biden può essere letto come una preparazione per le trattative del post-conflitto. Il loro elemento essenziale consisterà nelle garanzie di sicurezza fornite all’Ucraina contro una ripresa dell’aggressione russa.

La logica seguita al riguardo potrà essere di due tipi. Innanzitutto, l’ammissione in qualche modo informale dell’Ucraina alla Nato. Malgrado tutte le possibili acrobazie diplomatiche, fatte per mascherare la realtà, penso che la soluzione sia inaccettabile per Mosca. La seconda consisterebbe in un forte riarmo di Kiev, tale da metterlo in condizioni di difendersi da solo in caso di ripresa dell’aggressione russa per un tempo adeguato a consentire la mobilitazione di una coalizione internazionale per sostenerlo. Per inciso, è la soluzione suggerita da Antony Blinken, il Segretario di Stato americano ed è quella che sarebbe più accettabile anche in caso di una soluzione coreana, di congelamento del conflitto. Una componente aerea sarebbe assolutamente indispensabile. La larga diffusione dell’F-16 aereo e il fatto che è in corso di sostituzione con aerei di 5° generazione, permette di prevederne una larga disponibilità per trasferirli all’Ucraina a costi ragionevoli.

Gli F-16 non potranno invece significativamente modificare entro l’anno le sorti del Ucraina. Ciò non deriva solo e, neppure tanto, dai tempi perché divengano operativi (è stato suggerito da 2 a 4 mesi per i piloti e almeno 6 mesi per il supporto logistico), quanto perché il loro numero che non supererà di molto – nel stico – un centinaio di esemplari di tale velivolo multiruolo. Nel breve-medio periodo potranno rappresentare una minaccia per il ponte di Kerch e per le navi russe nel Mar Nero, ma non ridurranno significativamente gli attacchi missilistici, molto più di quanto già fanno le difese controaeree ucraine. Impossibile sarà per l’aeronautica ucraina acquisire la superiorità aerea, essenziale per avere un impatto decisivo sul combattimento terrestre. L’Ucraina non potrà attaccare le basi aeree, che sono in territorio russo. Inoltre, la loro azione sarà contrastata dalla poderosa contraerea russa, che si avvale di mezzi modernissimi come gli S-400.

Per valutare l’efficacia del trasferimento degli F-16 contro le unità russe, a parer mio un interessante paragone può essere effettuato con i risultati conseguiti sulle forze serbe in Bosnia-Erzegovina e, soprattutto, nella guerra del Kosovo. In quest’ultima, in 78 giorni di attacchi, la Nato – con 720 aerei Usa e oltre 300 di altri Paesi dell’Alleanza – effettuò circa 27.000 sortite, di cui 7.000 di attacco e bombardamento. La priorità non fu data agli obiettivi militari a cui vennero grosso modo dedicate 2-3.000 sortite, anche per la decisione di Clinton di effettuare una campagna “air-only”. A parte l’Aeronautica serba, i cui Mig-29 e Mig-21 furono distrutti per il 70 e il 40%, l’esercito – postosi al riparo negli abitati e nei boschi – subì perdite irrilevanti (le ho potute rilevare come derelict equipments essendo stato personalmente responsabile dell’Arms Control previsto dagli accordi di Dayton per la ex-Jugoslavia). Si trattò di 14 carri armati, 21 veicoli corazzati e 27 fra mortai e artiglierie, verificati con una certa sorpresa dopo che era stata annunciata la distruzione di 550 mezzi. L’effetto maggiore consistette nell’indurre i serbi a limitare i loro movimenti, senza peraltro far loro cessare gli attacchi e persecuzioni alla popolazione kosovara. Quando Belgrado decise di arrendersi, l’esercito si ritirò dal Kosovo in buon ordine.

Insomma, se l’impatto politico della decisione sugli F-16 è rilevante, quello operativo lo è molto meno. Rappresenta comunque un grosso successo politico per Zelensky e un ottimo tonico per il morale della popolazione e dell’esercito ucraino. Per garantirsi la continuità del sostegno occidentale – specie in prospettiva di una possibile elezione di Trump alla presidenza degli Usa – Kiev ha disperato bisogno – come d’altronde lo ha anche Putin – di un successo nel combattimento terrestre, che resta decisivo. Essenziale al riguardo è l’afflusso di munizioni.


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F-16, ma non solo. I nuovi aiuti militari occidentali per Kyiv


In una mossa significativa per sostenere l’Ucraina nella sua lotta contro l’aggressione russa, gli Stati Uniti hanno ufficialmente autorizzato l’invio di una flotta di caccia F-16 al Paese. Questa decisione rappresenta un forte segnale di sostegno da part

In una mossa significativa per sostenere l’Ucraina nella sua lotta contro l’aggressione russa, gli Stati Uniti hanno ufficialmente autorizzato l’invio di una flotta di caccia F-16 al Paese. Questa decisione rappresenta un forte segnale di sostegno da parte degli Stati Uniti e sottolinea l’impegno dell’amministrazione verso la difesa degli alleati e la stabilità nella regione.

L’obiettivo principale di questa iniziativa è quello di fornire all’Ucraina una capacità di difesa supplementare e un deterrente contro eventuali azioni ostili da parte della Russia. Gli F-16, con la loro comprovata efficienza e versatilità, offriranno un importante supporto aereo all’Ucraina, andando a rimpiazzare gli obsoleti Mig-29 e Sukhoi Su-27 di fabbricazione sovietica, e rafforzando così la sua capacità di difesa e protezione del territorio.

Tuttavia, date le tempistiche richieste per l’addestramento dei piloti e per le necessità logistiche di attrezzature così sofisticate, ad oggi risulta improbabile che Kyiv possa disporre di queste capacità militari in tempo per la preannunciata controffensiva estiva. Inoltre, non è ancora chiaro quali saranno i paesi che coinvolti della fornitura di questi apparecchi.

La notizia dell’autorizzazione di Washington non arriva però da sola. Pochi giorni prima, il Regno Unito ha confermato di voler inviare in supporto all’Ucraina i missili a lungo raggio Storm Shadow: questi ordigni, missili da crociera sviluppati per essere lanciati da velivoli aerei contro bersagli a terra, hanno una portata di fuoco di circa 250 km, ben superiore a quella di 80 km che le Forze Armate Ucraine possono raggiungere fino ad ora grazie all’impiego dei cannoni Himars di fabbricazione statunitense. Robert Wallace, il Ministro della Difesa britannico, ha dichiarato che queste testate saranno fornite in una versione compatibile con i velivoli di epoca sovietica che ad oggi compongono la quasi totalità degli apparecchi dell’aviazione ucraina, al fine di ridurre al minimo i tempi necessari a un loro impiego sul campo. Non è quindi da escludere che gli Storm Shadow vengano utilizzati per sostenere la tanto discussa controffensiva.

Assieme ai missili da crociera, la Gran Bretagna rifornirà le forze di Kyiv con centinaia di loitering munitions (generalmente note come droni kamikaze) prodotte appositamente per sostenere lo sforzo militare ucraino. Il basso costo di produzione e il raggio di fuoco (che si aggira intorno ai 200 km) fanno si che questo tipo di ordigno possa essere utilizzato in modo complementare ai più raffinati ma anche più costosi Storm Shadow.

Timothy Wright, Research Associate for Defense and Military Analysis preso l’International Institute of Strategic Studies, fa notare che la Russia dispone di tutte le capacità necessarie per abbattere con successo missili del calibro dello Storm Shadow; l’impiego di loitering munitions in quantità adeguate potrebbe aumentare la saturazione degli obiettivi, rendendo così più difficile per le già provate capacità anti-aeree ed anti-missile della Federazione Russa intercettare con successo i proiettili di Kyiv. Tuttavia, gli aiuti britannici sono stati concessi dietro la promessa che questi armamenti non saranno utilizzati per colpire bersagli situati sul suolo della Federazione Russa, nel tentativo di prevenire pericolose escalation dalle conseguenze imprevedibili e poco rassicuranti.

Anche la Germania ha annunciato che aumenterà il suo contributo allo sforzo bellico ucraino: la compagnia Hensoldt procurerà 6 nuovi radar TRML-4D che si andranno ad aggiungere ai quattro di cui le Forze Armate Ucraine già dispongono. Questi radar sono capaci di rilevare bersagli altrimenti difficili da individuare, come elicotteri in volo stazionario o missili da crociera che volano a bassa quota.


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Se il pregiudizio etico ispira il posizionamento politico


Attendere 48 ore dai fatti per vedere se tesi nuove si fossero mai affacciare nel dibattito pubblico e infine rassegnarsi di fronte all’inesorabile ripetizione del sempre uguale. Due assunti: le opinioni prescindono regolarmente dai fatti; il pregiudizio

Attendere 48 ore dai fatti per vedere se tesi nuove si fossero mai affacciare nel dibattito pubblico e infine rassegnarsi di fronte all’inesorabile ripetizione del sempre uguale. Due assunti: le opinioni prescindono regolarmente dai fatti; il pregiudizio etico ispira regolarmente il posizionamento politico, a dimostrazione della tesi, in verità acclarata da tempo, che la società e la politica italiana sono quanto di più lontano dalla sensibilità e dal metodo liberale. L’avversario è dunque un nemico, ed è un nemico non per ragioni politiche ma per ragioni etiche.

I fatti sono quelli del Salone del libro di Torino. Ma i fatti, in Italia, sono regolarmente subornati dalle opinioni. L’opinione, a sinistra, è che la destra sia “fascista”. Elly Schlein, Matteo Orfini, Roberto Saviano e Michela Murgia, ovvero i rappresentanti politici e gli ispiratori ideologici dell’odierna sinistra con ambizioni di governo, hanno, con accenti diversi, in fondo detto la stessa cosa: che la destra non accetta il dissenso e che perciò è una destra autoritaria.

Premesso che chi scrive è animato da uno spirito laico tanto dal punto di vista religioso quanto dal punto di vista politico, alcuni fatti balzano agli occhi. Il primo fatto attiene al contesto. Un contesto non politico, il Salone del libro di Torino, dove Eugenia Roccella interveniva non in quanto ministro della Famiglia in carica, ma in quanto autore di un libro. Il libro, edito da Rubettino si intitola “Una famiglia radicale”. È un libro su suo padre, Franco Roccella, e sulla storia umana e politica del Partito radicale da lui fondato assieme a Marco Pannella. Come spesso accade ai figli, vige anche in questo caso il sospetto che abbiano tradito le idee dei padri. Ma ciò attiene, semmai, alla dimensione familiare e nulla toglie al fatto che contestare Eugenia Roccella al Salone di Torino e in occasione della presentazione di un libro sui radicali sia in effetti un fuor d’opera. Il segno che la polemica politica è degradata dalle idee alla persona. Il che non è mai, oggettivamente parlando, un buon segno.

Comunque sia, la contestazione c’è stata, e la sinistra politica e culturale italiana di cui sopra ne ha tratto spunto per dire che Eugenia Roccella era lì per provocare (Saviano) e, che anziché lasciare la sala col chiaro fine di erigersi a martire, avrebbe dovuto accettare il confronto (Schlein, Orgini e Murgia). È il segno che chi, e, tra giornalisti, intellettuali e politici, ve ne sono stati anche molti altri oltre ai quattro citati, ha formulato tale giudizio l’ha fatto prescindendo radicalmente dai fatti.

A scorrere i numerosi video dell’evento, si apprende infatti che Eugenia Roccella ha dato la parola ai propri contestatori e dopo avergli lasciato la ribalta per esprimere le proprie opinioni li ha invitati ad un pubblico confronto. È stato allora che la contestazione, il che, come è stato correttamente osservato da tutti gli interventi “di sinistra”, fa parte di quelle sgradevolezze che chi ambisce a governare deve accettare, si è trasformata nei fatti in violenza. Una cosa, in effetti, è interrompere un evento pubblico per poter mettere in luce le proprie tesi. Altra cosa è tambureggiare senza sosta le proprie tesi fino ad impedire che l’evento pubblico si svolga. È questo che è accaduto.

Intendiamoci, non è una tragedia. È però un segno. O, per meglio dire, è un sintomo. Il sintomo di una malattia che, non certo da oggi, ma in fondo da sempre, affligge, sia detto per verità storica e senza intenti meloniani, la nostra nazione. Ovvero la tendenza ad inquadrare le opinioni opposte alle proprie non sul piano politico ma sul piano etico. Delegittimandole, di conseguenza, in radice.

Cerchiamo di capirci con un esempio. A differenza di Eugenia Roccella, chi scrive è favorevole all’aborto, ma riconosce che si possa essere contrari per ragioni di principio senza per questo essere dei mostri o dei “fascisti”. Non è questo l’approccio mainstream. Sì che, per quanto sia chiaro a ciascuno che questo governo non sovvertirà mai la volontà popolare espressa nel referendum del 1981 promosso dai radicali, ci si comporta come se così fosse. O, peggio, come se nessun dissenso culturale rispetto al diritto di abortire fosse legittimo.

Non è un approccio “politico”. Men che meno è un approccio liberale o “laico”. È un approccio etico. Un approccio forse naturale nell’Italia che si è lasciata per oltre cinquant’anni rappresentare da due chiese: la Dc e il Pci.

È questa, evidentemente, la nostra natura. È questa la nostra condanna.

Huffington Post

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DemOligarchisc di Angelo Lucarella


taglio parlamentari, rischio oligarchia mascherata e metodo psico-demonizzante Essere o non essere padroni della democrazia? Questa è la domanda di fondo dai cui muove i passi il nuovo libro di Angelo Lucarella DemOligarchisc in uscita il prossimo 5 mag

taglio parlamentari, rischio oligarchia mascherata e metodo psico-demonizzante

Essere o non essere padroni della democrazia?

Questa è la domanda di fondo dai cui muove i passi il nuovo libro di Angelo Lucarella DemOligarchisc in uscita il prossimo 5 maggio con La Bussola edizioni di Gioacchino Onorati.

Il saggio, la cui prefazione è di Luciano Violante – Presidente emerito della Camera dei Deputati – analizza il sacro e ed il profano della politica contemporanea riguardo al famoso passaggio del “taglio dei parlamentari”. Attingendo dalle esperienze del passato (greci, romani, ecc.), il saggio di Lucarella cerca di spiegare cosa ha rappresentato il detto fenomeno e come quest’ultimo si ponga in termini di equilibrio del potere tra presente e futuro del Paese.

Un quadro di analisi, quindi, che pone al centro delle riflessioni il ruolo della Costituzione, la forza educatrice di quest’ultima e la comunicazione dei populismi partendo da un fatto cruciale della scorsa legislatura: l’input di Giuseppe Conte, all’epoca dei fatti Presidente del Consiglio dei Ministri, durante una kermesse in pubblica piazza nel 2020.

La DemOligarchisc, come afferma Lucarella nel libro, è il nutrito di paure (ma non solo). Quelle paure che il Paese deve cercare di superare ogni qualvolta si ripresentino sulla scena spinte demonizzanti della politica.

Chi è l’autore?

Angelo Lucarella è giurista, saggista, editorialista, docente a.c. Università degli Studi di Napoli Federico II.

Già vice presidente della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico e delegato italiano (under 40) al G20 Amburgo 2022 industria, imprese e sviluppo economico organizzato da compagini industriali/imprese dei Paesi partecipanti con Ministero economia tedesco.

Componente di cattedra in “Diritto e spazio pubblico” – Facoltà di Scienze Politiche presso Università degli studi internazionali di Roma nonché componente del tavolo di esperti per gli studi sul “reddito universale” – Dipartimento di Scienze Politiche Università internazionale per la Pace dell’ONU (sede di Roma).

Direttore e docente del Dipartimento di studi politici, costituzionali e tributari – Università Federiciana p.re.

Scrive su diverse testate nazionali ed internazionali: La Voce di New York, Italia Oggi, La Ragione, Il Riformista, Il Sole 24 Ore, Affari Italiani, Formiche, Filodiritto ed interviene per il blog della Fondazione Luigi Einaudi.

L’inedito politico-costituzionale del Contratto di Governo (Aracne editrice 2019) è stata la sua prima monografia e successivamente, sempre con Aracne di Gioacchino Onorati, ha pubblicato quattro libri-raccolta.

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La ricetta Usa per innovare la Difesa. Un modello per l’Italia?


I prossimi dieci anni saranno decisivi per la competizione geostrategica tra superpotenze, una gara che si deciderà in particolare sul campo della tecnologia e della ricerca scientifica anche nel campo della Difesa. Mantenere il vantaggio competitivo in q

I prossimi dieci anni saranno decisivi per la competizione geostrategica tra superpotenze, una gara che si deciderà in particolare sul campo della tecnologia e della ricerca scientifica anche nel campo della Difesa. Mantenere il vantaggio competitivo in questi campi, infatti, sarà l’elemento-chiave alla base della deterrenza e, di conseguenza, della sicurezza globale. A dirlo è il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che ha rilasciato di recente la propria Strategia nazionale per la scienza e la tecnologia della Difesa. Un documento nel quale il Pentagono ha raccolto le sue priorità e obiettivi in vista delle crescenti instabilità a livello globale. Già nella National security strategy e nella National defense strategy, Washington aveva registrato che “l’accelerazione del progresso tecnologico e dell’innovazione sono elementi-chiave per garantire la sicurezza nazionale a lungo termine” e che gli Stati Uniti “devono prendere provvedimenti per preservare la leadership e contrastare i concorrenti che hanno preso di mira direttamente questo vantaggio”.

Investire per la nuova era

Del profondo legame che sempre di più lega Difesa e tecnologia ha infatti parlato anche la sottosegretario della Difesa per la Ricerca e l’ingegneria nell’amministrazione Usa, Heidi Shyu, in occasione della sua visita a Roma. “Ci stiamo affacciando in una nuova era strategica – ha detto Shyu – nel corso della quale dobbiamo assicurarci di investire i giusti fondi nello sviluppo tecnologico in una visione di lungo periodo”. Come sottolineato dal sottosegretario americano, dunque, l’obiettivo delle istituzioni, Pentagono in primis, “è quello di assicurare alle forze armate le tecnologie necessarie ad operare, è questo include l’allocazione di investimenti in diverse aree tecnologie essenziali”.

Fare leva sui privati

Biotecnologie, scienze quantistiche, materiali innovativi, network integrati, IA, spazio, interfaccia umano-macchina, energia diretta, ipersonica, sono solo alcune delle aree principali di indagine identificate dalla Strategia Usa. Nei prossimi anni, infatti, le sfide non solo aumenteranno, ma diventeranno più complesse, “i cambiamenti intervenuto nel mercato commerciale hanno alterato le dinamiche per chi crea conoscenza e strumenti all’avanguardia per le Forze armate e il modo con cui gli Stati hanno accesso a queste”. Per questo, recita la nuova strategia, il Pentagono dovrà essere più proattivo nella collaborazione con il settore privato, investendo sulle tecnologie emergenti prima che lo possano fare gli avversari. Per affrontare la sfida, allora, il Pentagono intende “fare leva sui vantaggi asimmetrici americani: lo spirito imprenditoriale, il sistema generativo di idee e di tecnologia diverso e plurale, capace di fornire creatività, innovazione e adattamento senza eguali”. Per questo il legame con le industrie private sarà essenziale, creando un vero e proprio binomio Difesa-industria capace di affrontare e superare le sfide del prossimo futuro.

Le collaborazioni tecnologiche Usa

Le imprese americane, del resto, non sono rimaste indietro, e si moltiplicano le iniziative congiunte con cui le grandi aziende della Difesa a stelle e strisce collaborano con realtà più piccole all’avanguardia dell’innovazione per sviluppare strumenti e soluzioni tecnologici avveniristici. Ne sono esempi la partnership tra L3Harris Technologies and BigBear.ai per integrare i sistemi predittivi sensoristici di quest’ultima con i sistemi di controllo autonomi per i vascelli unmanned (veri e propri droni navali); oppure la collaborazione tra Northrop Grumman e Shield AI per realizzare il nuovo drone per lo Us Army che dovrà rimpiazzare il RQ-7B Shadow. Sempre Shield AI collabora anche con Boeing per esplorare nuove capacità nel campo IA sui programmi di difesa. Lockheed Martin, invece, attraverso la sua campagna di investimento lanciata nel 2007, Lockheed Martin Ventures, ha messo a disposizione un fondo permanente di duecento milioni di dollari, investendo in oltre 35 aziende in tutto il mondo che stanno sviluppando tecnologie all’avanguardia che definiranno il futuro dell’industria della difesa.

Un modello per l’Italia?

Tutto questo potrebbe essere un elemento di riflessione importante anche per il nostro Paese, ovviamente al netto delle particolarità dei diversi ecosistemi industriali. Tuttavia, anche l’Italia è caratterizzata da alcune grandi imprese-campione nel settore della Difesa, alle quali si aggiungono però un elevatissimo numero di piccole e medie imprese e start up ad alto valore innovativo che, se inserite in una rete di collaborazioni, potrebbero fornire all’industria nazionale quel vantaggio competitivo descritto nelle strategie nazionali Usa. In particolare, il nostro Paese può vantare un protagonismo internazionale di rilievo (con Leonardo e Fincantieri al nono e tredicesimo posto a livello mondiale per ricavi nel 2022) e, soprattutto se si guarda allo spazio europeo, assicurarsi una posizione di leadership tecnologica in determinati settori potrebbe sicuramente avvantaggiare il comparto nazionale anche nei programmi congiunti a livello sia Ue, sia internazionale.


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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 31 maggio 2023, Trieste


Sala Tiziano Tessitori – Piazza Oberdan, 5 Saluti iniziali GIAN PIERO GOGLIETTINO Referente Friuli Venezia Giulia FLE Intervengono ANDREA DELMASTRO DELLE VEDOVE Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia MASSIMILIANO FEDRIGA Presidente Regione

Sala Tiziano Tessitori – Piazza Oberdan, 5

Saluti iniziali
GIAN PIERO GOGLIETTINO
Referente Friuli Venezia Giulia FLE

Intervengono
ANDREA DELMASTRO DELLE VEDOVE
Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia
MASSIMILIANO FEDRIGA
Presidente Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 29 maggio 2023, Rovigo


29 maggio 2023 – Sala Consiliare della Provincia di Rovigo – Via L. Ricchieri 10 – ROVIGO Saluti iniziali ENRICO FERRARESE, Presidente della Provincia di Rovigo CRISTIANO CORAZZARI, Assessore alla Cultura Regione Veneto Intervengono ANDREA OSTELLARI, Sott

29 maggio 2023 – Sala Consiliare della Provincia di Rovigo – Via L. Ricchieri 10 – ROVIGO

Saluti iniziali
ENRICO FERRARESE, Presidente della Provincia di Rovigo
CRISTIANO CORAZZARI, Assessore alla Cultura Regione Veneto

Intervengono
ANDREA OSTELLARI, Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia
VALENTINA NOCE, Segretario Particolare del Ministro della Giustizia
MARCO PETTERNELLA, Presidente della Camera Penale Rodigina
FEDERICO VIANELLI, Presidente Camera Penale Trevigiana e UCPV

Modera
PAOLO SOMMAGGIO, Università di Trento

Sarà presente l’autore

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 29 maggio 2023, Treviso


29 maggio 2023 – Aula Magna – Palazzo San Leonardo, Riviera Garibaldi 13/E – TREVISO Saluti istituzionali MANLIO MIELE, Direttore Dipartimento Diritto Privato e Critica del Diritto PIER PAOLO PAULESU, Presidente Scuola di Giurisprudenza SILVIA BISCARO, Vi

29 maggio 2023 – Aula Magna – Palazzo San Leonardo, Riviera Garibaldi 13/E – TREVISO

Saluti istituzionali
MANLIO MIELE, Direttore Dipartimento Diritto Privato e Critica del Diritto
PIER PAOLO PAULESU, Presidente Scuola di Giurisprudenza
SILVIA BISCARO, Vicepresidente COA di Treviso

Con la partecipazione del Ministro della Giustizia CARLO NORDIO intervengono
ANDREA OSTELLARI, Sottosegretario di Stato
ALBERTO QUAGLIOTTO, Direttore carcere di Treviso
FEDERICO VIANELLI, Presidente Camera Penale Trevigiana e UCPV
BENIAMINO MIGLIUCCI, Presidente Fondazione dell’Unione delle Camere Penali

Conclude
PAOLO SOMMAGGIO, Università di Trento

Modera
PAOLO MORO, Università degli Studi di Padova

Sarà presente l’autore

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L’occasione mancata dello Statuto speciale – La Sicilia


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Sovranamente


S’avanza uno strano sovrano, che vuole andare a fondo. Caracolla quanto basta per indurre il sospetto che il Fondo sovrano – previsto dal governo con il provvedimento linguisticamente non sovrano, ovvero “Made in Italy” – possa cascarci addosso come una s

S’avanza uno strano sovrano, che vuole andare a fondo. Caracolla quanto basta per indurre il sospetto che il Fondo sovrano – previsto dal governo con il provvedimento linguisticamente non sovrano, ovvero “Made in Italy” – possa cascarci addosso come una sovrana corbelleria. Intanto perché disvela un equivoco sulla natura stessa di cosa sia un Fondo di quel tipo, facendo finta di non sapere e vedere quale sia il ruolo delle casse statali nella struttura produttiva italiana.

I Fondi sovrani nascono in Paesi con un forte avanzo valutario, quindi prevalentemente esportatori di materie prime (ad esempio i Paesi petroliferi). Il loro scopo non è quello di sostenere le imprese nazionali, il Made in Arabia, ma acquistare quote di produttori all’estero. In questo modo compensano lo squilibrio (per loro positivo) della bilancia valutaria, accrescono influenza in altri mercati, acquisiscono tecnologie e mettono i quattrini dove suppongono che le cose andranno bene, quindi guadagnandoci. E il sovrano, che colà c’è per davvero, ingrassa felice.

Da quel che si capisce e legge, invece, il Fondo sovrano italiano servirebbe a investire in Italia, acquisendo quote di minoranza in aziende che si ritiene bene sostenere. Quindi ce la suoniamo e ce la cantiamo da soli, ma con due terribili stonature. La prima è che toccherebbe al management nominato dalla politica («Lo voglio amico mio», «No, sarà amico mio», «Vabbè, purché non sia amico loro») stabilire quali aziende meritino aiuto. Che già il fatto di chiedere aiuto è segno che non stanno in piedi da sole, ma come fa un finanziere politicamente nominato a sapere cosa sarà promettente o cosa determinante per il futuro delle produzioni nazionali? Non può sapere cosa piacerà, cosa venderà o cosa farà far soldi. E se lo sapesse col piffero che si farebbe nominare nel Fondo, andrebbe a spalar quattrini per i fatti suoi.

La seconda stonatura è che lo Stato italiano già possiede quote di minoranza in società ritenute strategiche e, in questo modo, riempie di sé più della metà delle quotazioni di Borsa. Tipo: Leonardo, Eni, Enel, Fincantieri, tutte le grandi municipalizzate, Ferrovie, Poste e via andando. Ergo il nuovo Fondo, avendo una dotazione finanziaria di appena un miliardo (le aziende elencate ne fanno decine di utili) e dovendo investire in diverse speranze del futuro e dell’identità nazionale (diviso 10 fa 100 milioni; diviso 20 fa 50 e continuate voi), investirà in aziende piccole. Ma che non sono startup perché già esistono da tempo. E da tempo non sono cresciute. E in fretta si dirà, c’è da scommetterci, che non è giusto dare soldi pubblici a chi ha già soldi e profitti, dovendoli destinare ai derelitti, che si accingono a licenziare. Quindi destinati a essere persi. Faranno anche un bando per selezionare gli amici fortunati destinatari o provvederanno con la rubrica personale?

Un Fondo così concepito non ha funzione né respiro. La presenza e l’influenza imprenditoriale italiana nel mondo esistono già. E non ‘fortunatamente’, ma grazie al lavoro e alla visione di tante imprese, alla preparazione dei collaboratori e all’ingegnosità degli innovatori. Sono quelli i grandi ambasciatori del Made in Italy. Per niente disposti a perdere soldi, ma costantemente tenuti a rischiare. Se fai un Fondo sovrano e lo alimenti con credito venduto al risparmio (che sia postale, tramite Cassa depositi e prestiti o bancario, mediante obbligazioni) altro non farai che togliere alimento al credito e al risparmio disponibile per quei campioni delle esportazioni e dell’innovazione. Come se lo Stato non risucchiasse già tanta parte del risparmio privato, per tenere in equilibrio l’enorme debito pubblico.

S’avanza uno strano sovrano, ma prima che proceda alla ulteriore sovrana dilapidazione, impegnato a farsi reuccio accanto allo sceicco, qualcuno avverta la sora Cesira e il sor Augusto – cittadini esemplari nonché contribuenti fedeli – e suggerisca loro di nascondere il portafoglio. Che il reuccio sovrano immaginario ha bisogno di altro frusciante.

La Ragione

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Elementare


Tornare alla scuola elementare sarà utile a capire molto del Paese in cui viviamo. Perché la nostra scuola elementare funziona bene e consegna risultati ragguardevoli. La pandemia ha arrecato danni notevoli, costringendo a tenere i bambini a casa in un’et

Tornare alla scuola elementare sarà utile a capire molto del Paese in cui viviamo. Perché la nostra scuola elementare funziona bene e consegna risultati ragguardevoli. La pandemia ha arrecato danni notevoli, costringendo a tenere i bambini a casa in un’età in cui per apprendere non basta certo un collegamento audio e video, ma quando la scuola elementare può funzionare funziona bene, visto che il 97% dei bambini di quarta elementare sa leggere e – cosa ancora più importante – leggendo apprende. I test fatti nel 2021 da Iea Pirls (Progress in International Reading Literacy Study, test a cura della International Association for the Evaluation of Educational Achievement), collocano l’Italia sopra la media dei Paesi presi in esame, al 14esimo posto su 43. Singapore fa meglio di tutti, totalizzando 587 punti di valutazione dei loro giovani studenti, ma noi ne prendiamo 537. Per dire: la Francia arriva a 514 e si colloca al 23esimo posto, tanto che il titolo di testa di “Le Monde” gridava con dolore questo risultato.

Si può sempre fare meglio, ma evviva le maestre e i maestri. Ma c’è già da considerare una prima nota orribile: la distanza fra il Nord e il Sud dell’Italia non solo si produce già alle scuole elementari, ma in 15 anni è triplicata. Vuol dire che i bambini del Nord se la potrebbero giocare con quelli di Singapore, ma quelli del Sud sarebbero sotto la media. Intollerabile. Per capire il perché dobbiamo guardare a cosa succede dopo.

Quegli stessi bambini, dieci anni dopo, saranno pronti per l’esame di maturità, dove arriveranno sotto la media Ocse (in questo caso il misuratore sono i test Pisa, Programme for International Student Assessment), totalizzando in matematica 487 punti rispetto alla media di 489, in lettura 476 rispetto a 487 (gli estoni sono sopra 500) e in scienze lo sprofondo, con 468 rispetto a 489. Alle elementari andavano meglio dei coetanei francesi o tedeschi, mentre alla fine della secondaria superiore vanno peggio degli uni e degli altri. Si sono rincretiniti? Loro no, sono gli adulti che li circondano ad avere trasformato la scuola in uno stipendificio senza valutazione del merito, degli insegnanti prima e degli studenti dopo. Metterlo, il merito, nel nome del Ministero serve a nulla: va messo nel contratto.

Anche nei buoni risultati delle elementari – aiutati dalla naturale tendenza dei bimbi a crescere, imparare e misurarsi, cosa che splendidamente fanno pure giocando – più si scende verso Sud, considerandolo un ‘posto’ anziché una vocazione, e più i risultati si fanno deludenti. E spesso al Nord gli insegnanti sono del Sud. Non è una questione genetica, ma una degenerazione disoccupazionale.

Siamo noi che ci siamo costruiti questa roba. Ma la cosa più grave non è tanto che la scuola abbia preso la deriva sindacal-assistenziale, ma che attorno a quella si sia costruita una (in)cultura del compatimento, talché tutti i ragazzi sono a rischio trauma se solo qualcuno gli fa osservare che sono capoccioni e che dovrebbero studiare. La cosa grave non è che tanti cerchino di sistemarsi e avere il posto fisso, ma che alle famiglie stia bene così. Guardiamo quei numeri, torniamo alle elementari e tocchiamo con mano come si faccia a rovinare l’avvenire dei ragazzi e quello collettivo.

A questo punto arriva quello che crede di avere un pensiero ficcante e dice: non è vero, sono i più bravi, hanno successo all’estero e se ne vanno perché li pagano di più. Vero, ma non sono la media dei ragazzi che vengono culturalmente impoveriti da questa scuola: sono i privilegiati dalla natura perché più svegli o intraprendenti, dall’avere frequentato una scuola migliore della media offerta in Italia o da una famiglia che li ha mandati all’estero a farsi lingua e ossa. È così che abbiamo realizzato l’inferno classista inseguendo l’illusione egualitaria.

Si può cambiare, anche se temo sia più facile spiegarlo a un bambino di 9 anni che al politicante che prova a prendere il voto dei suoi genitori.

La Ragione

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Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi: L’Università: La politica e le istituzioni


22 maggio 2023 Luigi Einaudi, Uomo politico consente di affrontare tematiche legate ai temi attuali, quali l’impianto costituzionale, il ruolo dei referendum, il ricorso eccessivo alla normazione anche in sede penale, il mutato ruolo del Presidente della

22 maggio 2023

Luigi Einaudi, Uomo politico consente di affrontare tematiche legate ai temi attuali, quali l’impianto costituzionale, il ruolo dei referendum, il ricorso eccessivo alla normazione anche in sede penale, il mutato ruolo del Presidente della Repubblica, le autonomie regionali etc.

Relatori
Bartolomeo Romano, Ordinario di Diritto Penale nell’Università di Palermo e Consigliere giuridico del Ministro della Giustizia
Antonella Sciortino, Ordinario di Diritto costituzionale
Gaetano Armao, Associato di Diritto amministrativo

Progetto Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi

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Ora è il momento degli F-16 a Kiev. L’appello di Tricarico


Mai momento fu e sarà più propizio per equipaggiare l’aeronautica ucraina con velivoli F-16. Una congiuntura favorevole sotto molti aspetti, a iniziare da quello operativo, quello della pressante esigenza di un paese in conflitto e sprovvisto di una compo

Mai momento fu e sarà più propizio per equipaggiare l’aeronautica ucraina con velivoli F-16.

Una congiuntura favorevole sotto molti aspetti, a iniziare da quello operativo, quello della pressante esigenza di un paese in conflitto e sprovvisto di una componente aerotattica di qualità, da inserire in uno scenario molto peculiare, alquanto anomalo e bizzarro, uno scenario in cui non sembra essere stato compreso il principio cardine che l’acquisizione della superiorità aerea è una precondizione irrinunciabile all’avvio e alla prosecuzione di ogni operazione bellica.

Anche il calendario di rinnovo dei sistemi d’arma di svariate aeronautiche occidentali sembra stranamente fasato con le esigenze di Volodymyr Zelensky: Olanda, Danimarca, Portogallo, Norvegia, e in prospettiva Grecia (che di F-16 ne ha molti) stanno dismettendo le loro flotte per equipaggiarsi con F-35. Oltre agli USA che, all’occorrenza, potrebbe privarsi del significativo sovrappiù nei loro hangar.
Per cedere i propri F-16 all’Ucraina, i paesi donatori dovranno essere agevolati mediante un rifasamento del calendario generale di consegna degli F-35 da parte della casa costruttrice Lockheed Martin, in modo che il rimpiazzo degli F-16 ceduti non comporti discontinuità operativa.

Circolano poi le più disparate stime sui tempi necessari all’Ucraina a gestire il nuovo sistema d’arma, stime sulle quali va fatta chiarezza e molte volte forse costruite ad hoc per prender tempo, per frenare la legittima aspirazione ucraina ad avere una componente aerotattica degna di questo nome. O semplicemente perché formulate a caso da soggetti inesperti.

In effetti, tenendo in considerazione che si tratta di una conversione operativa in tempo di guerra, molti passaggi ordinari potrebbero essere saltati a piè pari, soprattutto quelli attinenti alla sicurezza del volo che in condizioni di pace assorbono molto tempo.

L’impegno più oneroso in termini calendariali riguarderebbe un doppio ordine di provvedimenti, il primo riguardante le infrastrutture di volo, hangar, piazzali, pista di volo, vie di rullaggio. Lo F-16, più di ogni altro velivolo simile, succhia impurità da terra, è una sorta di “aspirapolvere” molto performante che ha bisogno di aree di operazioni molto pulite, e a occhio e croce quelle “sovietiche” non lo sono. Pena l’ingestione di oggetti letali per il velivolo; anche una sola vite ingerita nel motore provoca danni irreparabili: il notorio Fod (Foreign object damage), un vero spauracchio per operazioni a terra su superfici poco accudite.

L’altra isteresi significativa riguarda la manutenzione quotidiana dei velivoli, la capacità dei tecnici di metter mano a piccole e grandi riparazioni o interventi di routine sui vari apparati, meccanici, elettronici, idraulici, elettrici.
In termini di tempo, per questo duplice ordine di approntamenti, sarebbero ipotizzabili più o meno sei mesi ognuno, da condurre ovviamente in contemporanea.

Più semplice il discorso dei piloti, volare è un po’ come nuotare o andare in bici, una volta appreso, si può cambiare macchina agevolmente; probabilmente la difficoltà maggiore potrebbe essere la lingua inglese con cui sono scritti i manuali o contrassegnati i vari interruttori e comandi in cabina. Anche avuto riguardo a questa peculiare difficoltà, un pilota esperto potrebbe aver bisogno di massimo due mesi per “volare” la macchina e di altrettanto per usarne correttamente i sistemi e l’armamento.

Da tener presente che lo F-16 è il caccia più maturo al mondo, ne sono stati costruiti in diverse migliaia nelle più disparate varianti, è un velivolo che non riserva più alcun segreto nella manutenzione e nell’impiego e può assolvere a una pluralità di missioni a seconda delle peculiari necessità; in altre parole, se si ritenga di contenere l’uso alla sola difesa aerea, lo si può fare dotando Zelensky della variante e dell’armamento specifici.

In conclusione, non esistono motivi per non rimboccarsi tutti le maniche e dar corso alla transizione dell’Aeronautica ucraina su un sistema d’arma che, più di ogni altro finora fornito, potrebbe riequilibrare le capacità militari tra Davide e Golia.

Mettendo anche fine a una serie di titubanze che non avevano e non hanno motivo di esistere e che hanno finora un atto dovuto e di grande contenuto operativo.


formiche.net/2023/05/f16-ucrai…

Manifesta per la libertà, contro il regime iraniano: Sarina Esmailzadeh uccisa a colpi di manganello


Sarina Esmailzadeh, appena sedicenne, era un’adolescente in cerca di libertà, contraria all’obbligo dell’hijab e si interessava molto ai problemi sociali del popolo iraniano. Amava discutere dei diritti delle donne. Era piena di energia e ballava senza il

Sarina Esmailzadeh, appena sedicenne, era un’adolescente in cerca di libertà, contraria all’obbligo dell’hijab e si interessava molto ai problemi sociali del popolo iraniano. Amava discutere dei diritti delle donne. Era piena di energia e ballava senza il velo con un ragazzo di poco più grande di lei. Lo faceva nel chiuso della sua stanza, davanti alla videocamera del suo computer o ripresa dal suo smartphone.

“Invece di chiamarci contestatrici ci chiamano provocatrici”, diceva, rivolta ai follower del suo canale YouTube, su Telegram e Instagram.

“Ci prendono di mira, anche se siamo a mani nude. Ci colpiscono, ci torturano, ci stuprano, ci accecano o ci ammazzano. Ci hanno stuprate nelle prigioni e torturate anche psicologicamente per spingerci al suicidio una volta uscite dal carcere e, dopo che ci hanno uccise, la tortura colpisce le nostre famiglie, i nostri genitori per indurli a dichiarare che invece siamo morte perché ci siamo suicidate, lanciandoci nel vuoto o perché drogate o ammalate”.

La rivoluzione in Iran, “Donna, Vita, Libertà”, nasce da una lunga storia di movimenti per i diritti delle donne e di attivismo all’interno e all’esterno del paese. Le cittadine iraniane da anni elaborano strategie per sfidare la discriminazione di genere, sia in politica che nella società. Nata e guidata da donne, la rivolta attraversa le divisioni di genere, di classe ed etnia e rappresenta la più seria sfida popolare ai leader teocratici e all’autoritarismo.

A scendere nelle piazze è soprattutto la “Generazione Z”, quella che non ha nulla da perdere; una generazione che rifiuta l’ipocrisia di vivere la libertà solo nello spazio privato e la rivendica ovunque, a cominciare dallo spazio pubblico.

Quella iraniana è anche per questo una rivoluzione nata dalla periferia, dagli ultimi, dalle minoranze delle più remote province del paese e subito divampata nei centri urbani con le donne protagoniste, con la generazione dei ventenni, con gli studenti a cui si sono uniti operai e lavoratori di settori produttivi strategici, che sta rivelando una inedita sintonia tra strati della società da sempre distanti, ma che ora sembrano uniti nella comune alta richiesta di libertà.

Quel che accade in Iran dal 16 settembre 2022 è un evento epocale anche perché allontana la preoccupazione che esisteva fino a poco tempo fa che faceva immaginare un destino per l’Iran drammatico.

Il paese, lacerato lungo linee di frattura etnica e religiosa, faceva presagire la possibilità di una sua balcanizzazione per le profonde divisioni esistenti. Fino a poco tempo fa si temeva che il centro e la periferia avrebbero finito per scontrarsi brutalmente. Fortunatamente sta accadendo il contrario. Grazie alle donne e ai giovanissimi.

La mamma di Sarina si sarebbe tolta la vita, impiccandosi poco dopo aver appreso che le forze di sicurezza iraniane avevano picchiato sua figlia fino alla morte. L’adolescente è stata uccisa da un duro colpo di manganello infertole sulla testa dai miliziani volontari pasdaran dei Guardiani della rivoluzione islamica durante una manifestazione anti regime a Karaj, pochi giorni dopo l’uccisione di Jîna, Mahsa Amini, la ventiduenne curda-iraniana picchiata fino alla morte dalla cosiddetta “polizia morale” di Tehran per presunta violazione del rigido codice di abbigliamento islamico.

Dopo la fine del suo corso di lingua, Sarina si era unita a un raduno di studenti nei pressi della sua scuola per sostenere le proteste.

Durante la manifestazione gli agenti di sicurezza l’hanno colpita violentemente alla testa facendola sanguinare copiosamente.

Le sue amiche l’hanno portata per le cure in una delle abitazioni vicine al luogo dell’aggressione poiché non c’erano le condizioni per il suo trasferimento in ospedale, ma Sarina non ce l’ha fatta ed è morta lì, dissanguata.

Il 23 settembre 2022, intorno alle ore 12, le forze di sicurezza hanno chiamato i familiari di Sarina chiedendo loro di recarsi rapidamente al cimitero per ricevere il corpo senza vita della ragazza e per poter procedere al “ghusul”, l’abluzione secondo il rito islamico che prescrive che il corpo del defunto venga disinfettato e pulito da tutte le impurità visibili.

Affinché la sua famiglia identificasse Sarina, le forze di sicurezza hanno mostrato il suo volto, che ha rivelato numerose ferite; la parte destra della fronte della ragazza era completamente fracassata.

Dopo la sua sepoltura, Hossein Fazeli Harikandi, il capo della magistratura di Alborz, ha affermato che la giovane si sarebbe suicidata lanciandosi dal tetto della casa di sua nonna ad Azimieh, a Karaj, la mattina del 23 settembre.

I pasdaran hanno minacciato sua madre dicendole che non avrebbe mai visto il fratello di Sarina nel caso in cui non avesse suffragato la versione fornita dalle autorità iraniane.

I pasdaran avevano deriso la mamma straziata dal dolore, dicendole che sua figlia era immorale, che era una terrorista perché teorizzava sui social uno stile di vita come quello occidentale. La famiglia stava cercando da due giorni Sarina che non aveva fatto ritorno a casa dal 21 settembre, giorno della sua morte. Dopo averne finalmente visto il corpo martoriato, sua madre, vessata dai pasdaran nel tentativo di metterla a tacere affinché non rivelasse la causa reale della morte di sua figlia, è tornata a casa dove si sarebbe impiccata.

I genitori dei manifestanti uccisi dalle forze paramilitari volontarie chiamate basij che desiderano seppellire i propri figli sono spesso soggetti a severe normative da parte delle autorità iraniane e a un ricatto: quello di poter ottenere la restituzione del corpo del congiunto morto solo in cambio del silenzio.

Sarina era orfana di padre dal 2013, da quando aveva appena sei anni, e viveva con sua madre e col fratello maggiore. La sua mamma era gravemente malata, aveva un tumore al cervello. La ragazza è stata sepolta in una tomba a due piani accanto a suo padre Aref nel cimitero di Behesht Sakineh di Karaj.

Nel quarantesimo giorno dalla sua morte, i compagni di classe di Sarina hanno tenuto una cerimonia commemorativa e hanno rimosso la foto di Khamenei dalla parete della loro classe affiggendo al suo posto la foto della loro compagna. Una sua amica ha scritto sul account Telegram: “La primavera sta arrivando. Anche se ci uccidi, anche se ci tagli la testa, anche se ci colpisci, cosa farai con gli inevitabili germogli?”

Su Telegram e YouTube la giovane ripeteva ai suoi fan: “Non siamo come la generazione precedente, quella, di 20 anni fa, che non sapeva com’era la vita fuori dall’Iran. Noi siamo consapevoli di ciò che accade oggi nel mondo e ci chiediamo cosa abbiamo in meno rispetto agli altri adolescenti che vivono in altri paesi. Perché dobbiamo soffrire costrette a vivere una doppia vita, quella pubblica in cui dobbiamo celare la nostra identità e quella privata nel chiuso delle nostre stanze?”

Nel suo ultimo video su Telegram, Sarina, ha pronunciato queste parole: “Mi sembra di essere in esilio nella mia stessa patria”.

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Un documento della Corte dei Conti del febbraio scorso attestava che la messa in sicurezza di 1,5 milioni di persone con fondi del Pnrr era minata da ritardi, progetti carenti, malfunzionamento del sistema di rendicontazione.

Ne ho scritto su Domani

editorialedomani.it/politica/i…

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Puntare su innovazione e Blue economy. Tutto pronto per Seafuture


È in arrivo l’ottava edizione di Seafuture, uno degli eventi nazionali più importanti nel settore della Blue economy, nonché primo hub del Mare nostrum che prende in considerazione tutti i diversi aspetti di una politica marittima integrata, basata sulla

È in arrivo l’ottava edizione di Seafuture, uno degli eventi nazionali più importanti nel settore della Blue economy, nonché primo hub del Mare nostrum che prende in considerazione tutti i diversi aspetti di una politica marittima integrata, basata sulla strategia “Blue growht” così come indicato dalla Commissione europea. Nella sede della Federazione del Mare si è svolta la conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa, che si svolgerà dal 5 all’8 giugno a La Spezia, in Liguria, ed è organizzata dalla Marina militare insieme all’Italian blue growht.

La presentazione

All’evento di presentazione era presente anche il sottocapo di Stato maggiore della Marina militare, l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, insieme a lui vi erano anche la presidente di Italian blue growht, Cristina Pagani, e il segretario generale della Federazione del mare, Laurence Martin. Seafuture ancor di più quest’anno è fortemente improntata all’internazionalizzazione. “Con grande piacere noto come l’edizione di quest’anno, rispetto alle precedenti, registri il più elevato numero di rappresentanza di Marine straniere, presenti con 28 capi di Stato maggiore e 33 delegati”, ha infatti raccontato il sottocapo. Questa, a detta dell’ammiraglio, rappresenta una “evidente testimonianza della bontà del nostro operato e dell’attrattività dei prodotti e delle tecnologie italiane che riscuotono sempre maggior interesse a livello globale”.

Seafuture

Saranno infatti più di 300 le aziende che esporranno i propri prodotti e servizi nell’area della storica Base Navale della Spezia, di cui 78 imprese straniere provenienti dagli Usa, dal Canada e dagli altri Paesi europei. Tra le realtà industriali saranno presenti anche i principali sponsor dell’iniziativa da Fincantieri a Mbda, da Elettronica a Leonardo. Con l’intervento previsto di 71 delegazioni estere, 12 imbarcazioni ormeggiate nella Dock Area e una vasta area espositiva, Seafuture si prepara ad essere un vero e proprio polo internazionale dedicato al dominio marittimo. A sostenere l’iniziativa, oltre alla Marina militare, vi sono anche Segredifesa e la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad). Non solo, a La Spezia si concentreranno anche iniziative speciali dedicate alla cultura, all’arte e al cinema, andando a delineare un programma di oltre 50 eventi in quattro giorni.

L’importanza della Blue economy

Parallelamente agli appuntamenti descritti, non mancheranno tavole rotonde con lo scopo di promuovere la costruzione di un consenso attorno ai temi della transizione energetica, dell’economia circolare e della salute dell’ambiente marino. Al centro dei dibattiti vi saranno infatti temi di grande attualità e interesse strategico quali la sicurezza marittima, l’electronic warfare, la cyber-security e la difesa underwater. Tutto questo partendo dall’assunto, ribadito dall’ammiraglio Berutti Bergotto, che: “La sicurezza dei mari è fondamentale per la nostra sopravvivenza”.


formiche.net/2023/05/tutto-pro…

Il pensiero di Friedman e l’eredità di Antonio Martino: Messina ricorda il suo ministro liberale


Amici, politici, studiosi, docenti universitari hanno ricordato l’impegno scientifico e politico di Martino, l’eredità del pensiero liberale, il suo legame con Messina e con Milton Friedman di cui fu allievo Milton Friedman e Antonio Martino. Il maestro p

Amici, politici, studiosi, docenti universitari hanno ricordato l’impegno scientifico e politico di Martino, l’eredità del pensiero liberale, il suo legame con Messina e con Milton Friedman di cui fu allievo

Milton Friedman e Antonio Martino. Il maestro premio Nobel e l’allievo diventato a sua volta professore e ministro degli Affari esteri. Un intreccio di personalità eccezionali che passa anche per Messina, terra di origine di Antonio Martino. A poco più di un anno dalla scomparsa, la figura di Antonio Martino è stata ricordata nella sala dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti dell’università su iniziativa dell’istituto Milton Friedman con il convegno “La parola a Friedman ricordando Martino”.

Amici, politici, studiosi, docenti universitari hanno ricordato l’impegno scientifico e politico di Martino, l’eredità del pensiero liberale, il suo legame con Messina e con Milton Friedman di cui fu allievo. E’ venuto fuori il ritratto di un uomo colto, legato all’università cosi come alla sua terra di origine e alle amicizie di una vita. Un uomo impegnato nell’università, era professore e in politica, era tra i fondatori di Forza Italia, che sapeva essere ironico ma soprattutto libero che non ha mai sofferto il confronto con il padre Gaetano, uno dei promotori della comunità europea.

Il ruolo istituzionale e il legame con l’università di Messina è stato ricordato dal prorettore vicario Giovanni Moschella. “Martino e Friedman – ha detto – sono figure importanti non solo per il loro impegno scientifico ma anche per il contributo che hanno dato nell’elaborazione del pensiero economico, dando l’avvio di un nuovo modello di cui ancora vediamo i frutti”. L’assessora regionale Elvira Amata ha ricordato Martino come “un uomo garbato, elegante, che quando parlava di economia riusciva farla comprendere a tutti”. Un ricordo affettuoso anche della senatrice Michaela Biancofiore e della sottosegretaria Matilde Siracusano presenti con un contributo video. L’ultima uscita pubblica di Martino che andò in visita alla fondazione Einaudi è stata ricordata da Renato Loiero, consigliere per le Politiche di bilancio del presidente del consiglio dei ministri, mentre Gaetano Armao, docente di diritto amministrativo già vicepresidente della Regione Sicilia, collegato in video, ha ricordato Martino come “un uomo libero nelle idee che professava e che comunicava non temendo di restare in minoranza, un uomo più fedele alle sue idee che alle tessere di partito”.

gazzettadelsud.it

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Manifesta per la libertà, contro il regime iraniano: Sarina Hesmailzadeh uccisa a colpi di manganello


Sarina Esmailzadeh, appena sedicenne, era un’adolescente in cerca di libertà, contraria all’obbligo dell’hijab e si interessava molto ai problemi sociali del popolo iraniano. Amava discutere dei diritti delle donne. Era piena di energia e ballava senza il

Sarina Esmailzadeh, appena sedicenne, era un’adolescente in cerca di libertà, contraria all’obbligo dell’hijab e si interessava molto ai problemi sociali del popolo iraniano. Amava discutere dei diritti delle donne. Era piena di energia e ballava senza il velo con un ragazzo di poco più grande di lei. Lo faceva nel chiuso della sua stanza, davanti alla videocamera del suo computer o ripresa dal suo smartphone.

“Invece di chiamarci contestatrici ci chiamano provocatrici”, diceva, rivolta ai follower del suo canale YouTube, su Telegram e Instagram.

“Ci prendono di mira, anche se siamo a mani nude. Ci colpiscono, ci torturano, ci stuprano, ci accecano o ci ammazzano. Ci hanno stuprate nelle prigioni e torturate anche psicologicamente per spingerci al suicidio una volta uscite dal carcere e, dopo che ci hanno uccise, la tortura colpisce le nostre famiglie, i nostri genitori per indurli a dichiarare che invece siamo morte perché ci siamo suicidate, lanciandoci nel vuoto o perché drogate o ammalate”.

La rivoluzione in Iran, “Donna, Vita, Libertà”, nasce da una lunga storia di movimenti per i diritti delle donne e di attivismo all’interno e all’esterno del paese. Le cittadine iraniane da anni elaborano strategie per sfidare la discriminazione di genere, sia in politica che nella società. Nata e guidata da donne, la rivolta attraversa le divisioni di genere, di classe ed etnia e rappresenta la più seria sfida popolare ai leader teocratici e all’autoritarismo.

A scendere nelle piazze è soprattutto la “Generazione Z”, quella che non ha nulla da perdere; una generazione che rifiuta l’ipocrisia di vivere la libertà solo nello spazio privato e la rivendica ovunque, a cominciare dallo spazio pubblico.

Quella iraniana è anche per questo una rivoluzione nata dalla periferia, dagli ultimi, dalle minoranze delle più remote province del paese e subito divampata nei centri urbani con le donne protagoniste, con la generazione dei ventenni, con gli studenti a cui si sono uniti operai e lavoratori di settori produttivi strategici, che sta rivelando una inedita sintonia tra strati della società da sempre distanti, ma che ora sembrano uniti nella comune alta richiesta di libertà.

Quel che accade in Iran dal 16 settembre 2022 è un evento epocale anche perché allontana la preoccupazione che esisteva fino a poco tempo fa che faceva immaginare un destino per l’Iran drammatico.

Il paese, lacerato lungo linee di frattura etnica e religiosa, faceva presagire la possibilità di una sua balcanizzazione per le profonde divisioni esistenti. Fino a poco tempo fa si temeva che il centro e la periferia avrebbero finito per scontrarsi brutalmente. Fortunatamente sta accadendo il contrario. Grazie alle donne e ai giovanissimi.

La mamma di Sarina si sarebbe tolta la vita, impiccandosi poco dopo aver appreso che le forze di sicurezza iraniane avevano picchiato sua figlia fino alla morte. L’adolescente è stata uccisa da un duro colpo di manganello infertole sulla testa dai miliziani volontari pasdaran dei Guardiani della rivoluzione islamica durante una manifestazione anti regime a Karaj, pochi giorni dopo l’uccisione di Jîna, Mahsa Amini, la ventiduenne curda-iraniana picchiata fino alla morte dalla cosiddetta “polizia morale” di Tehran per presunta violazione del rigido codice di abbigliamento islamico.

Dopo la fine del suo corso di lingua, Sarina si era unita a un raduno di studenti nei pressi della sua scuola per sostenere le proteste.

Durante la manifestazione gli agenti di sicurezza l’hanno colpita violentemente alla testa facendola sanguinare copiosamente.

Le sue amiche l’hanno portata per le cure in una delle abitazioni vicine al luogo dell’aggressione poiché non c’erano le condizioni per il suo trasferimento in ospedale, ma Sarina non ce l’ha fatta ed è morta lì, dissanguata.

Il 23 settembre 2022, intorno alle ore 12, le forze di sicurezza hanno chiamato i familiari di Sarina chiedendo loro di recarsi rapidamente al cimitero per ricevere il corpo senza vita della ragazza e per poter procedere al “ghusul”, l’abluzione secondo il rito islamico che prescrive che il corpo del defunto venga disinfettato e pulito da tutte le impurità visibili.

Affinché la sua famiglia identificasse Sarina, le forze di sicurezza hanno mostrato il suo volto, che ha rivelato numerose ferite; la parte destra della fronte della ragazza era completamente fracassata.

Dopo la sua sepoltura, Hossein Fazeli Harikandi, il capo della magistratura di Alborz, ha affermato che la giovane si sarebbe suicidata lanciandosi dal tetto della casa di sua nonna ad Azimieh, a Karaj, la mattina del 23 settembre.

I pasdaran hanno minacciato sua madre dicendole che non avrebbe mai visto il fratello di Sarina nel caso in cui non avesse suffragato la versione fornita dalle autorità iraniane.

I pasdaran avevano deriso la mamma straziata dal dolore, dicendole che sua figlia era immorale, che era una terrorista perché teorizzava sui social uno stile di vita come quello occidentale. La famiglia stava cercando da due giorni Sarina che non aveva fatto ritorno a casa dal 21 settembre, giorno della sua morte. Dopo averne finalmente visto il corpo martoriato, sua madre, vessata dai pasdaran nel tentativo di metterla a tacere affinché non rivelasse la causa reale della morte di sua figlia, è tornata a casa dove si sarebbe impiccata.

I genitori dei manifestanti uccisi dalle forze paramilitari volontarie chiamate basij che desiderano seppellire i propri figli sono spesso soggetti a severe normative da parte delle autorità iraniane e a un ricatto: quello di poter ottenere la restituzione del corpo del congiunto morto solo in cambio del silenzio.

Sarina era orfana di padre dal 2013, da quando aveva appena sei anni, e viveva con sua madre e col fratello maggiore. La sua mamma era gravemente malata, aveva un tumore al cervello. La ragazza è stata sepolta in una tomba a due piani accanto a suo padre Aref nel cimitero di Behesht Sakineh di Karaj.

Nel quarantesimo giorno dalla sua morte, i compagni di classe di Sarina hanno tenuto una cerimonia commemorativa e hanno rimosso la foto di Khamenei dalla parete della loro classe affiggendo al suo posto la foto della loro compagna. Una sua amica ha scritto sul account Telegram: “La primavera sta arrivando. Anche se ci uccidi, anche se ci tagli la testa, anche se ci colpisci, cosa farai con gli inevitabili germogli?”

Su Telegram e YouTube la giovane ripeteva ai suoi fan: “Non siamo come la generazione precedente, quella, di 20 anni fa, che non sapeva com’era la vita fuori dall’Iran. Noi siamo consapevoli di ciò che accade oggi nel mondo e ci chiediamo cosa abbiamo in meno rispetto agli altri adolescenti che vivono in altri paesi. Perché dobbiamo soffrire costrette a vivere una doppia vita, quella pubblica in cui dobbiamo celare la nostra identità e quella privata nel chiuso delle nostre stanze?”

Nel suo ultimo video su Telegram, Sarina, ha pronunciato queste parole: “Mi sembra di essere in esilio nella mia stessa patria”.

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Fuori i magistrati dal ministero


Intervista a Sabino Cassese «Fuori i magistrati dal Ministero, solo così si salva l’indipendenza» Ieri mattina abbiamo aperto la nostra terza esperienza al Salone internazionale del Libro di Torino con una intervista al costituzionalista Sabino Cassese. C

Intervista a Sabino Cassese

«Fuori i magistrati dal Ministero, solo così si salva l’indipendenza»


Ieri mattina abbiamo aperto la nostra terza esperienza al Salone internazionale del Libro di Torino con una intervista al costituzionalista Sabino Cassese. Con lui abbiamo parlato di riforme costituzionali e di giustizia e come le prime possono influenzare la seconda. Al termine dell’intervista, che potete rivedere sulla nostra pagina Facebook, abbiamo invitato il professor Cassese a visitare la cella di isolamento che abbiamo allestito nel nostro stand. Dopo averla vista ha dichiarato: «A guardarla, bisogna invece ispirarsi a quella in cui è recluso Anders Behring Breivik», l’autore della strage sull’isola di Utøya il 22 luglio 2011.

Lei in una intervista a Repubblica ha ricordato che il nostro Paese ha avuto 68 governi in 75 anni. Abbiamo un problema. È l’ora di riforme costituzionali?
In realtà esistono tre questioni da affrontare e risolvere: durata, coesione e poteri del Governo. Rispetto a quest’ultimo in questo momento il Governo ha sufficienti poteri soprattutto ora per la concentrazione di potere del presidente del Consiglio nei rapporti internazionali. Inoltre il Governo è diventato il vero legislatore nel nostro Paese: un decreto legge a settimana. E poi si raddoppiano durante il passaggio parlamentare alla conversione. I problemi riguardano invece la durata e la coesione. Per la prima basta stabilire una durata, salvo una sfiducia costruttiva. Per quanto concerne la coesione dando la possibilità al presidente del Consiglio di mettere in riga i ministri recalcitranti, cioè mandarli a casa.

C’è a suo parere un atteggiamento conservativo e in parte anche impaurito da parte del centro-sinistra verso le riforme costituzionali?
Darei una diagnosi di questo tipo: lo Stato è una macchina che non funziona. Tutti quelli che vanno alla sua guida cercano di modificarla per migliorarne il funzionamento. Ma tutti quelli che non hanno il volante in mano si interessano un po’ meno del funzionamento della macchina e qualche volta sono anche contenti che non funzioni se al comando della macchina c’è qualcuno che a loro non garba.

“L’attrazione del Presidente della Repubblica nell’agone politico e il radicale mutamento della sua fisionomia istituzionale avrebbero immediate ricadute sui poteri che attualmente la Carta costituzionale gli attribuisce nell’area del giudiziario: la presidenza del Csm, la nomina di cinque membri della Corte costituzionale, il potere di grazia”. Lo ha evidenziato un articolo pubblicato su Questione Giustizia, la rivista di Magistratura democratica, a firma del direttore Nello Rossi. Lei condivide?
Senza ombra di dubbio ogni riforma costituzionale ha delle implicazioni su altri rami della Costituzione. La Costituzione ha affidato alla presidenza del Consiglio superiore della magistratura al Presidente della Repubblica perché considerato organo di persuasione. È chiaro che se il Capo dello Stato, nella forma massima del presidenzialismo, diventa la persona che determina l’indirizzo politico non può presiedere il Csm. Debbo aggiungere però un piccolo dettaglio.

Prego professore.
Tutti i nostri presidenti della Repubblica hanno presieduto molto poco il Csm, con una eccezione che lascio a lei indovinare.

In un colloquio con il Foglio il ministro Nordio ha detto: “È ovvio che il Nordio editorialista non potrà mai essere uguale al Nordio ministro. Ma fidatevi: non vi deluderemo”. Secondo lei in questi ultimi mesi chi ha prevalso?
Nordio, proprio in un convegno nel quale eravamo entrambi ospiti poco dopo la sua nomina, ha detto chiaramente che le sue posizioni personali vanno poi ponderate con le opinioni dell’organo collegiale di cui fa parte. E mi sembra giusto. Avrei però qualche riserva su tutto quello che ha fatto fino ad ora.

Come mai?
Mi è sembrato, come dire, un Nordio a rallentatore, mi è sembrato paradossale, per una persona che ha parlato per tanto tempo di depenalizzazioni, che si sono aggiunti nuovi reati e perché continua l’occupazione del ministero della Giustizia. Diciamo la verità.

Assolutamente.
Il nostro ordine giudiziario non sarà veramente indipendente fino a che nel ministero della Giustizia ci saranno dei magistrati. Non possono esserci dei magistrati al vertice del potere esecutivo. E lo stesso vale per gli altri ministeri. Quindi da questo punto di vista c’è stata anche una regressione. Sono stati nominati altri magistrati a via Arenula anche in posti prima occupati da funzionari amministrativi. Ribadiamolo questo punto: in un ordinamento nel quale c’è a) la separazione dei poteri b) il principio costituzionale dell’indipendenza della magistratura che ogni giorno i magistrati mangiano a colazione, pranzo e cena riempendoci la testa con l’indipendenza della magistratura, una magistratura indipendente vuol dire una magistratura che non dipende dal potere esecutivo.

Il tema dei fuori-ruolo è un cavallo di battaglia dell’Unione delle Camere Penali e del deputato di Azione Enrico Costa. Un altro è quello della separazione delle carriere: secondo lei si riuscirà a raggiungere questo obiettivo?
La classe politica italiana sostanzialmente vive nel terrore del potere giudiziario. All’interno di esso poche persone dal momento in cui sono mutate le norme costituzionali, cioè da 30 anni, tengono sotto scacco la classe politica italiana. E quindi c’è molta timidezza nell’affrontare questo problema che deriva implicitamente dalla riforma Vassalli. Io non sono molto fiducioso.

Vorrei farle una domanda sulla Corte Costituzionale. Qualche mese fa Quaderni Costituzionali, diretti da Marta Cartabia e Andrea Pugiotto, hanno organizzato un dibattito sulle nuove forme di consultazione della Consulta. Si è discusso anche di dissenting opinion. Lei sarebbe favorevole?
Non solo sono favorevole ma ne ho anche scritto nelle appendici del mio libro “Dentro la Corte”. Ho organizzato anche dei seminari alla Corte quando ero giudice costituzionale. Ho fatto venire dei giudici americani della Corte Suprema a parlare alla Corte Costituzionale su questo tema. E durante il mio mandato in Corte, la Consulta ha discusso per la terza volta di questo argomento. La prima volta i favorevoli erano due, la terza volta tre, quando c’ero io eravamo in quattro. Quindi, lentamente, può darsi che ci arriveremo. Non so quando.

Il Dubbio

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Per l’Italia saranno 35,7 i miliardi destinati al budget Difesa. Le previsioni di Global Data


L’Italia sembra essere pronta ad aumentare il proprio bilancio della Difesa, con l’obiettivo ambizioso di raggiungere quota 35,7 miliardi di euro (pari a circa 38,5 miliardi di dollari, a seconda delle oscillazioni) entro il 2028. Così il governo italiano

L’Italia sembra essere pronta ad aumentare il proprio bilancio della Difesa, con l’obiettivo ambizioso di raggiungere quota 35,7 miliardi di euro (pari a circa 38,5 miliardi di dollari, a seconda delle oscillazioni) entro il 2028. Così il governo italiano si vorrebbe impegnare per rimodulare il budget da destinare al comparto. Ad affermarlo è Global Data, società leader nel settore dell’Intelligence, che prevede appunto una nuova crescita nel bilancio del settore grazie a un aumento di spesa significativo, soprattutto se guardiamo al passato, e se consideriamo il fatto che il budget per la Difesa nel 2024 si attesterà circa sui 29,3 miliardi di euro.

Mancanza di continuità per la strategia di Difesa

Una storia politica nazionale non lineare, caratterizzata da continui cambi al vertice di governo, ha spesso ostacolato una crescita concertata del settore, in termini di investimenti e fondi messi a disposizione del comparto. Nonostante ciò, il bilancio del nostro Paese da destinare alla Difesa ha registrato una crescita modesta nel periodo tra il 2019 e il 2021, con un aumento di budget di 5,3 miliardi di euro, mentre ha subito un’inflessione nel 2022 a causa degli effetti della pandemia da Covid-19 e dell’incertezza economica. Il presidente del Consiglio in carica, Giorgia Meloni, ha inserito nel suo programma il superamento della tradizionale riluttanza italiana alla pianificazione della difesa a lungo termine, prevedendo un aumento di circa 7,6 miliardi di dollari tra il 2023 e il 2028.

Diversi incentivi

Nonostante infatti in Italia non sia ancora diffusa una solida cultura della Difesa, le contingenze dell’attuale scenario geopolitico stanno portando grande attenzione sui temi e le questioni legate alla Difesa, in primis per il perdurare da oltre un anno della guerra russo-ucraina nel cuore dell’Europa. È infatti proprio l’invasione russa di Putin a risultare il principale incentivo all’aumento delle spese militari, dal momento che ha messo in luce non soltanto l’importanza della deterrenza ma anche le debolezze della capacità industriale dell’Occidente. Ad essere fortemente stressate sono infatti soprattutto le capacità di fornire aiuti militari a Kiev, con scorte di armi e munizioni che risultano sempre più prosciugate. Un dato, su tutti, mette ben evidenzia il grande sforzo a cui il Vecchio continente si sta adattando: secondo le stime del governo estone oggi in un mese in Ucraina si consumano più colpi di quelli prodotti in un intero anno in Europa. Sarà proprio tutto questo a spingere le scelte di approvvigionamento in tutta Europa.

Un budget in crescita?

Per il 2023 le spese finali del ministero della Difesa autorizzate dalla legge di bilancio sono pari a circa 27,7 miliardi di euro e rappresentano circa il 3% delle spese finali del bilancio dello Stato – ciò non significa che il nostro Paese abbia raggiunto il 2% del Pil per le spese militari auspicato dalla Nato, dal momento che le due percentuali non sono comparabili perché il volume finanziario complessivo è calcolata dall’Alleanza Atlantica sulla base di criteri e parametri diversi. Alcuni degli stanziamenti, tuttavia, sono presenti negli stati di previsione di altri ministeri, sopra tutti il ministero dell’Economia e delle finanze e il ministero delle Imprese e del made in Italy. Le spese autorizzate dalle varie leggi di bilancio dal 2016 in poi registrano un trend in crescita in termini assoluti, con un picco nel 2023, e il trend, secondo Global Data è destinato solo a crescere.


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Così Fincantieri spinge negli Usa. Siglato accordo per la quarta fregata Constellation


È arrivata l’ufficialità sulla costruzione della quarta fregata della classe Constellation per la US Navy, da parte del gigante nazionale di cantieristica navale Fincantieri, attraverso la sua controllata americana Marinette marine (Fmm). Il contratto, as

È arrivata l’ufficialità sulla costruzione della quarta fregata della classe Constellation per la US Navy, da parte del gigante nazionale di cantieristica navale Fincantieri, attraverso la sua controllata americana Marinette marine (Fmm). Il contratto, assegnato dal Dipartimento della Difesa statunitense, ha un valore di circa 526 milioni di dollari per la costruzione della fregata e rientra nel grande accordo, siglato nel 2020, del valore complessivo di circa 5,5 miliardi di dollari. La realizzazione della prima fregata è iniziata infatti alla fine dello scorso agosto a Marinette, in Wisconsin, e Fmm prevede di consegnare la nave, appunto la futura Uss Constellation, nel 2026.

Puntare all’innovazione

“Il nostro impegno è di supportare la più grande Marina al mondo con una nave che rappresenti il massimo grado possibile di innovazione”. Così, parlando dell’importanza dell’innovazione e delle nuove tecnologie al servizio della Difesa e del suo comparto industriale, ha commentato la firma del nuovo accordo l’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero. La fregata, infatti, sarà pronta anche a operare in un battlefield sempre più digitalizzato. “Guardiamo in particolar modo al profilo digitale delle unità, in termini di cyber-security e data analytics, due fronti fondamentali per la competizione industriale del futuro”, ha poi concluso Folgiero.

La controllata americana

Fmm, che si occuperà di portare avanti l’intesa, rappresenta un po’ la punta di diamante di Fincantieri marine group, responsabile di controllare anche altri due siti sempre nella regione dei Grandi Laghi del Wisconsin: Fincantieri bay shipbuilding e Fincantieri ace marine. Annoverando tra le sue file sia clienti governativi, come la Marina americana, sia commerciali. Fmm è inoltre impegnata nei programmi Littoral combat ships, sempre destinato alla Us Navy, e nei Multi-mission surface combatants (Mmsc), per il regno dell’Arabia Saudita nell’ambito del piano Foreign military sales degli Stati Uniti.

Fregate Constellation

Il programma Constellation è particolarmente significativo per la Marina Usa, come testimonia anche la denominazione scelta per le unità della classe, che ricalca i nomi delle “sei fregate originali” del 1794, le primissime della allora neonata US Navy. Il programma punta a formare la prossima generazione di fregate missilistiche multiruolo, con una richiesta iniziale di dieci unità, aumentabile fino a venti, per affrontare gli scenari del futuro. Fincantieri è stata selezionata nel 2020 per progettare e costruire l’unità capoclasse, con l’ulteriore opzione per altre nove navi, esercitata già per tre unità; oltre a provvedere anche al supporto successivo alla costruzione e all’addestramento degli equipaggi, per un valore complessivo di circa cinque miliardi e mezzo di dollari per Fincantieri. La scelta di Fincantieri per la realizzazione del programma Constellation si è basata sul progetto presentato dalla società, giudicato il più avanzato e innovativo, e strutturato sulla piattaforma delle fregate Fremm, ritenute le migliori al mondo sotto il profilo tecnologico, già nella flotta sotto le insegne italiane.


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Il Piemonte (non) gioca in Difesa. Intervista al governatore Cirio


A fine novembre, in occasione della nona edizione degli Aerospace and Defence Meetings all’Oval Lingotto, inizieranno i lavori per la Città dell’Aerospazio che la Regione sostiene con un investimento di 15 milioni di euro. Lo ha annunciato un mese fa il g

A fine novembre, in occasione della nona edizione degli Aerospace and Defence Meetings all’Oval Lingotto, inizieranno i lavori per la Città dell’Aerospazio che la Regione sostiene con un investimento di 15 milioni di euro. Lo ha annunciato un mese fa il governatore Alberto Cirio, partecipando, assieme all’assessore alle attività produttive Andrea Tronzano, all’incontro organizzato dall’Unione Industriale su “La filiera dell’aerospazio: Difesa e sicurezza in Piemonte – scenari prospettive e opportunità per la valorizzazione delle eccellenze industriali del territorio”, in collaborazione con Leonardo.

Governatore, il tessuto imprenditoriale piemontese è pronto?

Il tessuto imprenditoriale piemontese è senz’altro pronto, come dimostrano i progetti di ricerca industriale per i quali sia i grandi player, sia le Pmi, sia le startup sono state in grado di intercettare importanti finanziamenti sui bandi regionali, nazionali e comunitari. In Piemonte quello dell’aerospazio è un settore che qui poggia su pilastri solidi: oltre 300 aziende, 20.000 addetti, 7 miliardi di giro d’affari di cui circa il 70 per cento destinato ai mercati esteri, Stati Uniti, Francia e Germania in testa. Ci sono grandi realtà internazionali come Leonardo, Avio Aero, Thales Alenia Space, Collins Aerospace, oltre a decine di aziende che compongono la filiera dell’aerospazio e che fanno parte del Distretto aerospaziale.

La Città dell’Aerospazio potrà rafforzare la filiera, affiancando piccole e medie imprese ai grandi nomi?

Proprio nell’ambito del Distretto sono già stati avviati progetti e sperimentate collaborazioni efficaci tra grandi imprese e Pmi, anche nell’ottica della creazione e del rafforzamento di nuove filiere. Tale virtuoso percorso troverà ulteriore slancio con la realizzazione del progetto Città dell’Aerospazio, vista anche la compresenza fisica di laboratori e spazi per didattica.

Che ricadute può avere la Città dell’Aerospazio per il settore manifatturiero?

Le ricadute riguarderanno non solo il rafforzamento del settore aerospaziale in senso stretto, ma anche di tutta quella parte del comparto manifatturiero composto da imprese (diverse e molto innovative) con produzioni e servizi caratterizzati da forte contaminazione tecnologica tra il settore aerospaziale ed altri più o meno contigui. Pensiamo per esempio all’impulso che già oggi dall’aerospazio arriva, e al potenziale che può avere in futuro, alle imprese operanti per l’automotive. Questo tipo di aziende, che in Piemonte sono tante e con consolidate vocazioni produttive, possono convertire una parte della propria produzione verso il settore aerospaziale, con evidenti benefici in termini di capacità del sistema produttivo di affrontare le sfide poste dalla transizione in atto nella mobilità. Sabelt, che è una importante realtà del nostro territorio, già oggi ha diversificato la produzione aggiungendo la componentistica legata all’aerospazio a quella tradizionale dell’automotive.

In autunno dovrebbero partire i primi programmi di Diana, l’acceleratore di startup della Nato, in tandem con alcuni acceleratori. Tra questi ci sono le Officine grandi riparazioni di Torino, per l’aerospazio. Che occasione è per il ruolo internazionale di Torino e del Piemonte?

Sicuramente l’iniziativa potrà valorizzare i soggetti che sul territorio si occupano di favorire l’accelerazione delle iniziative imprenditoriali, come appunto Ogr, nei confronti dei quali la Regione si pone come soggetto di raccordo per facilitare la sinergia e la complementarietà delle varie iniziative e attività. La vivacità del nostro tessuto imprenditoriale ci rende confidenti sul fatto che sarà in grado di sfruttare le occasioni che arriveranno da questi programmi per incrementare ulteriormente la propria valenza internazionale.


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#LaFLEalMassimo – Episodio 93 – Welfare, sanità e conti da quadrare


Apriamo come di consueto con la condanna dell’infame aggressione operata dalla Russia ai danni del popolo ucraino e con l’auspicio che quest’ultimo possa in tempi brevi recuperare l’integrità del proprio territorio e che i suoi cittadini possano tornare a

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Apriamo come di consueto con la condanna dell’infame aggressione operata dalla Russia ai danni del popolo ucraino e con l’auspicio che quest’ultimo possa in tempi brevi recuperare l’integrità del proprio territorio e che i suoi cittadini possano tornare ad una vita normale.

DI recente la scrittrice Murgia ha iniziato a pubblicare sui social il costo dei farmaci che assume per una grave patologia da cui è affetta e che viene in larga misura coperto dal servizio sanitario nazionale.

Si tratta di un’azione meritoria e anche a titolo personale devo dire di aver potuto beneficiare per alcuni familiari di cure dal costo elevato che probabilmente non mi sarei potuto permettere.

Mentre celebriamo questo fondamentale istituto di civiltà è importante anche ricordare la matrice culturale che lo rende possibile e sostenibile nel tempo: sono le società aperte, i regimi democratici e le economie di mercato che possono permettersi di offrire trattamenti sanitari e cure di elevata qualità ai propri cittadini a prescindere dalla capacità del singolo di sostenerne il costo.

È sempre bene ricordare che lo stato sociale che contribuisce a innalzare il nostro tenore di vita non è la gentile concessione di qualche politico populista, che talvolta vorrebbe attribuirsene il merito, ma il risultato finale di un processo distruzione creativa che consentito alla società di innovare ricercando il miglioramento continuo della propria condizione. Così come va ricordato che il finanziamento di questo welfare si regge sulla tassazione che grava su chi è capace di creare valore.

Per concludere è positivo compiacersi perché viviamo in una società dove chi è ammalato o si trova in difficoltà non viene lasciato indietro, ma ricordiamoci che questa costruzione meravigliosa si regge sulla libertà degli individui di fare impresa e lavorare per pagare il conto dello stato sociale di cui tutti beneficiamo.

L'articolo #LaFLEalMassimo – Episodio 93 – Welfare, sanità e conti da quadrare proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Dal Baltico all’Africa. Crosetto presenta l’impegno della Difesa italiana


Dodicimila militari, impegnati in 43 missioni internazionali, con lo scopo di potenziare, e in qualche caso creare, quel livello di sicurezza presupposto per la democrazia e la pace. Questo il cuore dell’intervento del ministro della Difesa, Guido Crosett

Dodicimila militari, impegnati in 43 missioni internazionali, con lo scopo di potenziare, e in qualche caso creare, quel livello di sicurezza presupposto per la democrazia e la pace. Questo il cuore dell’intervento del ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione nelle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato sulla partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali nell’ambito dell’esame delle deliberazioni adottate dal Consiglio dei ministri il 1° maggio 2023. “L’impiego dello strumento militare per il 2023 vedrà i nostri militari operare con una media di circa 7.500 unità” per missione, ha spiegato il ministro, riportando un “onere finanziario complessivo pari a 1,31 miliardi”.

Le missioni

La delibera in esame, nel dettaglio, prevede per il prossimo anno l’impegno dello strumento militare in 43 missioni: 39 proseguono dall’anno precedente, di cui 35 prorogate fino al 31 dicembre 2023 mentre quattro solo al 31 maggio 2023. Queste ultime rappresentano le missioni di nuovo avvio, per le quali è prevista una spesa complessiva di dodici milioni. “La delibera – ha spiegato Crosetto – è in linea con la postura nazionale valutata in seno alle principali organizzazioni internazionali assicura il contributo significativo dei nostri militari”. Delle diverse missioni, nove sono all’interno della Nato, tredici dell’Ue, sette delle Nazioni Unite, mentre quattordici sono attivate all’interno di specifiche coalizioni o su base bilaterale.

Spese per la Difesa

Di fronte a questi crescenti impegni, è riemerso anche il tema delle spese per la Difesa. “Dobbiamo rispettare i patti internazionali presi con la Nato di raggiungere il 2%” ha detto Crosetto, aggiungendo che “se qualcuno pensa che questo sia trasformato immediatamente in armamenti non conosce le idee di questo governo né dell’attuale ministro della Difesa”, sottolineando il valore di supporto alla crescita e alla stabilizzazione che le Forze armate possono fornire ai Paesi interessati dalle operazioni italiane, ponendosi al fianco di quei “Paesi amici” che ne chiedono l’intervento. “I fondi della Difesa debbono creare sicurezza, e la sicurezza si crea in modi diversi” ha detto il ministro, ricordando come “la cornice di sicurezza creata dalle Forze armate è il presupposto per democrazia e pace”, impossibili “se non c’è sicurezza, e la sicurezza si crea grazie all’impiego delle Forze armate e delle forze di polizia”.

Fianco est

L’impegno della Difesa, naturalmente, si concentrerà in primis sulla minaccia derivata dall’invasione russa dell’Ucraina, con la partecipazione alle iniziative messe in atto dalla Nato. Qui l’impegno prevede circa 3.400 unità e seicento mezzi e materiali terresti, oltre a cinque unità navali e circa trenta assetti aerei. In particolare è previsto anche “il dislocamento nel Mar Baltico di un’unità navale con capacità di difesa aerea e missilistica, quale contributo al rafforzamento dello spazio aereo polacco e dell’area euro-atlantica”. Crosetto ha inoltre spiegato che aldilà degli altri impegni già consolidati prima dello scoppio del conflitto, è previsto anche l’avvio di un ulteriore impegno in Slovacchia, “con il dispiegamento di un sistema di difesa anti-aerea e anti-missilistica Samp-T”.

Addestramento ucraino

Prosegue anche l’impegno italiano nell’addestramento dei militari ucraini, non solo quelli destinati a utilizzare il sistema Samp-T, attualmente in Italia per finalizzare la propria formazione, ma anche prendendo parte all’iniziativa dell’Unione europea “di assistenza militare all’Ucraina (Eumam Ucraina), mirata a supportare le forze armate ucraine attraverso attività di addestramento e crescita delle loro capacità operative eseguite in maniera distribuita sul territorio di diversi Paesi membri dell’Unione”. Con una durata iniziale prevista in circa due anni, la missione avrà un comando operativo a Bruxelles e due comandi tattici in Polonia e Germania.

Vertice di Vilnius

L’audizione arriva in vista del vertice Nato di Vilnius, previsto a luglio. Il ministro ha voluto rimarcare come, nonostante ci richiamino “per il livello del nostro investimento in Difesa rispetto al Pil” rimaniamo i secondi contributori della Nato: “Lo siamo stati negli ultimi venti anni, mentre altri, con capacità superiori alle nostre, non hanno dato e non danno un supporto simile a quello fornito dal nostro Paese”. Al vertice, importante sarà anche sottolineare ulteriormente all’Alleanza Atlantica la dovuta attenzione per il fianco sud, “per dire che esiste il fianco Est – dove tutti siamo sempre più impegnati – ma esiste anche un fianco Sud, fondamentale per i destini europei e della Nato”.

Fianco sud

L’impegno italiano si concentrerà, infatti, anche nella principale area di interesse strategico nazionale del Mediterraneo allargato, a partire dall’Africa, la cui crescente fragilità “sempre più oggetto di penetrazione da parte della Russia e della Cina, sia sul piano militare che economico” è caratterizzata “da una condizione di instabilità fuori controllo, generata da problemi endemici connessi con le difficoltà politiche, economiche e sociali” in particolare in Libia, nel Sahel e in Corno d’Africa, ha spiegato Crosetto, preoccupato soprattutto per la presenza di mercenari e milizie straniere, che “crea le basi per fomentare situazioni di instabilità” richiamando il caso del Sudan, dove “non si può escludere un ruolo di influenza esercitato da alcuni militari stranieri”

La sicurezza alla base della stabilità

“La sicurezza del continente africano si basa sulla possibilità di far crescere le condizioni economiche di quel continente” ha spiegato ancora il ministro, “e le missioni internazionali possono creare sicurezza aprendo ospedali e scuole, insegnando a lavorare e facendo cooperazione universitaria”. Un impegno che deve essere necessariamente di lungo periodo. “Non ha senso andare in alcuni Paesi, investire molto, costruire condizioni di sicurezza e andarsene via, avendo come unico risultato quello di aver formato ottime forze di polizia o militari, ma senza aver dato un aiuto a portare un ulteriore sviluppo economico, crescita sociale e culturale”.


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