Artificiale


La battuta è che non si deve avere paura dell’intelligenza artificiale, bensì della stupidità naturale. Ma, fra articoli di fantascienza a sfondo horror e l’entusiasmo per potere delegare la scrittura dei compiti a casa e degli articoli a un computer, que

La battuta è che non si deve avere paura dell’intelligenza artificiale, bensì della stupidità naturale. Ma, fra articoli di fantascienza a sfondo horror e l’entusiasmo per potere delegare la scrittura dei compiti a casa e degli articoli a un computer, quel che colpisce è l’assenza di sensibilità politica, il buio di consapevolezza su cosa quel genere di problema comporta. Che non è mettersi in gara con Isaac Asimov a chi la immagina più fantastica o più tragica, bensì valutare se sia opportuno che un provvedimento del garante della privacy collochi l’Italia accanto a Cina, Corea del Nord e Russia, chiudendo gli accessi a una delle applicazioni AI (artificial intelligence), ovvero Chat Gpt.

Di cosa si deve avere paura? Il garante ha rilevato un trattamento opaco dei dati personali, a fronte di una capacità elevata di ciucciarli via. Ho l’impressione sia un rilievo a fondamento più analogico che digitale, ovvero la rispondenza a leggi e regolamenti, laddove, comunque, tutto quel mondo di applicazioni e interazioni non fa che costantemente portare via i dati personali. Cosa che, in alcuni casi, si è felici che avvenga: la piattaforma che uso per comprare libri mi fornisce suggerimenti e mi dà indicazioni su edizioni e lingue che non potrei raggiungere. In altri casi siamo nel criminale, come la rivendita di profilazioni. Fin qui, tutto sommato, ce la possiamo vedere fra il commerciale e il penale.

Però c’è anche la grandiosa potenza che AI può portare nel mondo connesso. Si deve averne paura? Dipende. Potrebbe essere utile in talune ricerche scientifiche e mediche, grazie all’enorme memoria e capacità di calcolo. Anzi, una delle cose che una regolamentazione dovrebbe imporre è proprio lo standard di interoperabilità, di modo che nessuno possa provare a portarsi via o bucare il pallone intelligente. E se la potenza superasse l’intelligenza umana? Sarebbe una creazione umana. E se una volta accumulati dati e interazioni l’AI sviluppasse anche sinapsi capaci di darle una “coscienza”? È uno sfondo adatto al citato Asimov o al grande Philip K. Dick (androidi e “Blade Runner”), ove il punto di contatto (facciamo scongiuri) era la consapevolezza della morte. Non lo sappiamo, può darsi accada, ma resto convinto che puoi imitare i poeti ermetici dopo avere letto l’ermetismo, non prima, Picasso dopo Pablo, non prima.

Insomma, il pericolo vero e immediato non è tanto che le macchine scappino di mano, ma che scappino quelli che hanno le macchine in mano. Perché tutto quel sistema, nato inseguendo una specie di ideale digito-libertario, ha generato l’opposto, è in mano a pochissimi, la cui potenza economica supera quella di molti Stati nazionali. Epperò sappiamo che innovazione e avanzamenti sono favoriti dalla concorrenza, che richiede trasparenza e monitoraggio, impossibili dove le concentrazioni diventano troppo forti e capaci di abusare del proprio potere. E noi qui stiamo. Questo è il problema. E la fortissima capacità d’inquinamento civile e democratico, mediante diffusione di notizie false rese verosimili, esclude che la faccenda si dirima con le buone intenzioni e le promesse di bontà.

In altre parole, servono regole. E qui arriva il nodo politico: sull’AI, come sulla carne coltivata, uno Stato nazionale può decidere di farsi fuori con le proprie mani, ma non ha la forza di metterle su un sistema così non localizzato e potente. E siccome le forze del male sono sempre in agguato, bisogna dotarsi della forza necessaria. Il che comporta regole sovranazionali e, se possibile, internazionali. Noi abbiamo l’Unione europea, che discute da tempo il tema, e relazioni commerciali occidentali. Quella è la sede. Ma non per un convegno di studi, bensì per delega di sovranità ed elaborazione di regole e strumenti, che hanno aspetti tecnici, ma sostanza tutta politica. Il guaio è che la politica non c’è. Ignora. E si torna al punto di partenza: occhio alla stupidità di chi pensa che proibendo ricerca e mercato si ottenga altro che immiserimento.

La Ragione

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Così Nave Morosini porta il sistema-paese Italia nell’Indo Pacifico


“La missione che state per intraprendere è molto impegnativa ma allo stesso tempo affascinante, vi invidio e se potessi tornare indietro nel tempo farei la scelta di vita che voi avete intrapreso, arruolandomi in Marina Militare. Vi supporterò per tutta l

“La missione che state per intraprendere è molto impegnativa ma allo stesso tempo affascinante, vi invidio e se potessi tornare indietro nel tempo farei la scelta di vita che voi avete intrapreso, arruolandomi in Marina Militare. Vi supporterò per tutta la durata della campagna con convinzione ed orgoglio”, così il sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago ha salutato l’equipaggio di Nave Francesco Morosini in partenza da La Spezia per l’Indo Pacifico.

Presenza nel cuore dell’Indo Pacifico

Nave Morosini, seconda imbarcazione della classe Pattugliatori Polivalenti d’Altura (Ppa) della Marina Militare è salpata ieri dalla base navale ligure per una campagna in estremo oriente che durerà 5 mesi. “Tenete alto l’onore e la bandiera della Marina Militare”, ha detto il capo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio di squadra Enrico Credendino.

L’attività, che terminerà a settembre, vedrà l’unità italiana fare scalo in oltre una dozzina di porti e “farsi testimone del sistema Paese e dell’eccellenza dell’industria nazionale”, spiega la Marina, navigando “in un’area dove la nostra Marina manca da diversi anni, un mondo che conosciamo poco, ma su cui insiste un forte interesse strategico, militare, diplomatico e politico”, come ha commentato Credendino.

Ruolo duale e attività complementare

Il ruolo che Morosini svolge va oltre al valore militare del dispiegamento. Queste attività duali e complementari infatti permettono all’Italia di marcare una presenza fisica all’interno del più vivace dei quadranti globali, ambito di sfide e opportunità geopolitiche che segneranno il futuro. Attività che permetterà di “sviluppare sinergie addestrative con marine estere quali Giappone, Australia, Regno Unito, Stati Uniti d’America”, garantendo un’alta visibilità alla Marina e più in generale al Paese, e consentirà “di mostrare la nostra bandiera in acque molto complicate, per certi versi anche più districate di quelle del Mediterraneo”.

Tra le attività previste, per la promozione dell’eccellenza industriale della Difesa, la presenza al Singapore International Maritime Defence Exhibition (Imdex) e al Langkawi International Maritime ad Aerospace Exhibition (Lima). A seguire è prevista la partecipazione, nel Mar Cinese meridionale, all’esercitazione “Komodo 23” a conduzione indonesiana e incentrata sulla ricerca, il salvataggio e l’evacuazione di civili durante una situazione di crisi nella regione e che vedrà il coinvolgimento di tutti i principali paesi dell’area asiatica affacciati sull’Oceano Pacifico.

Gli scali nei porti amici

Durante la campagna il pattugliatore si spingerà fino all’estremo oriente e solcherà le acque del Mar Cinese – particolarmente sensibili perché oggetto delle rivendicazioni egemoniche di Pechino che coinvolgono vari partner italiani, come Giappone, Vietnam, Filippine e Taiwan. Arriverà a toccare i porti di Yokosuka, in Giappone (scalo previsto dal 14 al 18 giugno), dove si trova la base della Settimana Flotta statunitense. Successivamente, dal 21 al 24 giugno sarà a Pusan, in Corea del Sud. Le attività di Naval Diplomacy saranno effettuate in 15 porti di 14 Paesi dell’Indo Pacifico.

Tra gli altri porti toccati, Ho Chi Min (Vietnam), Bangkok (Thailandia), Langkawi (Malesia), Mumbai (India), Muscat (Oman), Karachi (Pakistan) e Jeddah (Arabia Saudita). Ma la nave farà scalo anche a Gibuti, dove l’Italia ha una base extraterritoriale, partecipando nelle acque del Corno d’Africa all’operazione antipirateria “Atalanta” e nel Mare Arabico Settentrionale e Golfo Persico/Arabico all’operazione “Agenor”, dimostrando come per Roma esiste continuità geostrategica tra gli ambiti del Mediterraneo allargato e quelli dell’Indo Pacifico – come d’altronde già dimostrato dalla recente attività a cui ha partecipato Nave Bergamini insieme a marine Usa e Ue.

Campagna orientale

“La campagna del Morosini in Estremo Oriente è una missione importante per una serie di “prime”: oltre ad essere la prima missione operativa assegnata alla nave e al suo equipaggio, è la prima volta che il Morosini opererà fuori dal bacino del Mediterraneo, in cui l’equipaggio dimostrerà le capacità acquisite durante la fase di addestramento. Sarà anche il primo momento per testare l’efficienza della piattaforma in un dispiegamento a lunga distanza dalle acque italiane”, ha dichiarato il comandante in capo della Squadra navale, l’ammiraglio di squadra Aurelio De Carolis.

La Morosini non sarà l’unica nave della Marina Militare italiana a navigare nelle acque dell’Estremo Oriente nel 2023. Anche la nave scuola Amerigo Vespucci transiterà in questa regione marittima durante la sua campagna di navigazione intorno al mondo che durerà dal prossimo luglio al febbraio 2025. Per quanto riguarda la potenziale campagna nella stessa area di un gruppo portaerei della Marina incentrato sulla portaerei Stovl Cavour, “per il momento non è in fase di pianificazione”, ha risposto l’ammiraglio De Carolis a una specifica domanda dei media. Il dispiegamento, altrove confermato, potrebbe avvenire anche nel 2024 inoltrato, dunque ancora la pianificazione potrebbe non essere stata avviata.

Qualità Made in Italy

“Parallelamente, questa campagna consentirà di mostrare, in importanti contesti internazionali, l’alto contenuto di innovazioni tecnologiche di questa moderna classe di navi che è stata sviluppata dall’industria della difesa italiana”, ha aggiunto De Carolis.

La Morosini è una nave altamente tecnologica, al suo primo impiego operativo dopo la consegna alla Marina Militare Italiana da parte di Fincantieri tramite l’agenzia Occar il 22 ottobre 2022 e l’assegnazione alla 1ª Divisione Navale della Marina Militare Italiana con sede a La Spezia. La costruzione e l’allestimento sono stati condotti nell’ambito del Centro Nuove Costruzioni e Allestimenti ITN (Marinalles) e dell’Ufficio Nuove Costruzioni Navali (Utnav) della Direzione Armamento Navale del Ministero della Difesa.

Oltre all’equipaggio, il Ppa Morosini imbarca per il dispiegamento in Estremo Oriente un distaccamento di volo con un elicottero SH-90A di NHIndustries, un team del gruppo sommozzatori del GOS (Gruppo Operativo Subacquei) del Comando Consubin e un distaccamento della Brigata San Marco per le attività di sicurezza e anfibie.


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Stabilità della regione e nuove collaborazioni. La visita di Crosetto in Libano


In prossimità della Pasqua, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si è recato in Libano per portare gli auguri da parte dell’Italia al Paese, che sta attraversando una complessa fase di instabilità, e alla missione Mibil (Missione militare bilaterale

In prossimità della Pasqua, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si è recato in Libano per portare gli auguri da parte dell’Italia al Paese, che sta attraversando una complessa fase di instabilità, e alla missione Mibil (Missione militare bilaterale italiana in Libano). “La capacità di interagire, dialogare e trovare strumenti di cooperazione inediti è il fiore all’occhiello delle nostre Forze armate. A voi che collaborate per l’addestramento delle Forze armate libanesi porto gli auguri di Buona Pasqua e il grazie dell’Italia”. Così è intervenuto il ministro, accompagnato nel corso della sua visita dall’ambasciatore d’Italia in Libano Nicoletta Bombardiere. Insieme hanno incontrato il personale Mibil, che vede alla guida il colonnello Angelo Sacco, volgendo un saluto riconoscente e grato dello Stato e dell’Italia intera al personale del contingente italiano impegnato nel territorio libanese.

La visita del ministro

I militari italiani sono infatti impegnati per la pace e la stabilità di un’area molto delicata, alla luce anche delle tensioni di queste ore nel sud del Paese. Nel rivolgere il suo saluto a tutti i militari presenti, il ministro ha aggiunto inoltre che: “Ho fortemente voluto essere qui, in prossimità della Pasqua, per portarvi i saluti dello Stato che in occasione delle feste si stringe ancora più a voi, lontani da casa ma non dall’affetto dell’Italia”. Durante la sua permanenza in Libano, l’agenda di Crosetto ha previsto diversi colloqui istituzionali.

L’impegno italiano in Libano

“Le Forze armate libanesi sono fondamentali per la stabilità e la sicurezza. L’Italia continuerà a fornire il proprio supporto nei rapporti bilaterali e in ambito Unifil” (United Nations interim force in Lebanon), ha spiegato il ministro nel corso di un incontro con il comandante delle Forze armate libanesi (Laf), Joseph Kalil Aoun. Non solo, nel corso della sua visita Crosetto ha incontrato anche il ministro della Difesa del Paese, Maurice Sleem. Si trattava del primo incontro tra i due ministri, ed è stata l’occasione per costruire un nuovo dialogo volto alla cooperazione. “L’impegno italiano per il Libano, Paese amico, deve coinvolgere vari settori. Non solo quello della Difesa. Contribuiremo a supportare anche gli ambiti politico, culturale e della cooperazione economica”, ha infatti raccontato Crosetto.

La stabilità regionale

Non solo militari, gli incontri istituzionali tenuti dal ministro Crosetto a Beirut hanno visto anche una riunione con il Primo ministro della Repubblica libanese, Najib Mikati. Occasione non solo per rimarcare il solido legame di amicizia tra i due Paesi del Mediterraneo allargato, ma anche per confermare la continuità dell’impegno italiano per la stabilità regionale. “Il Libano è uno snodo fondamentale per la stabilità regionale e dell’intero Mediterraneo. In queste ore difficili è necessario un ancora maggiore impegno per la pace e la sicurezza regionale affinché la situazione non degeneri”, ha concluso il ministro Crosetto.


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L’incontenibile voglia di vivere di Silvio Berlusconi


Telefonata a sorpresa dal San Raffaele: «Ce la farò anche questa volta Sono sempre riuscito a risollevarmi» Alle 9,48 del mattino ti arriva la telefonata che non ti aspetti dal reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Raffaele di Milano. All’altr

Telefonata a sorpresa dal San Raffaele: «Ce la farò anche questa volta
Sono sempre riuscito a risollevarmi»

Alle 9,48 del mattino ti arriva la telefonata che non ti aspetti dal reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Raffaele di Milano. All’altro capo del telefono Paolo Berlusconi, sempre accanto al Cavaliere in queste ore insieme alla consorte Marta Fascina, devota come sempre, e ai figli, ti dice: «Vuole parlarti Silvio». Sono parole che riscaldano il cuore dopo 24 ore in cui l’intero Paese è stato investito da una ridda di voci sulla salute di un personaggio che mai come ora è al centro dell’attenzione di un’Italia partecipe, affettuosa, preoccupata. Il tono del presidente, ovviamente, non è quello di sempre, ma la voce è ferma e la voglia di parlare è tanta, anche se attorno a lui gli consigliano, a volte gli intimano, di non affaticarsi.

Ma il Cav, non è una novità, ha lo spirito del guerriero. Saluta cortese come al solito e la prima frase che gli esce di bocca ha il sapore di una promessa: «È dura, ma ce la farò anche questa volta». L’uomo è così. È temprato. Indomito. Come gli eroi greci. In fondo la sua vita è una lunga battaglia che ha avuto pagine epiche. Irripetibili. E il coraggio e la caparbietà sono qualità che gli hanno sempre riconosciuto tutti, pure i suoi avversari. Anche i più feroci.

C’è una vita che lo dimostra. Non c’è prova più vera, più convincente dei successi e dei momenti difficili che Berlusconi ha trascorso per comprendere che il personaggio non conosce la parola resa. Tantomeno ora. La storia di un imprenditore di successo che si è fatto largo da solo. Che ha costruito case, ha inventato la tv commerciale in Italia, ha vinto tutto con il Milan. Un personaggio che non ha mai accettato la sconfitta. «Sono riuscito – racconta al telefono -, anche in situazioni difficili e delicate, a ritirarmi su». Ricordi di ieri, un promemoria per l’oggi.

È impossibile già solo immaginare un Cavaliere che si arrende, che si dà per vinto. Ogni volta che si è trovato in un vicolo chiuso, in una situazione complicata, Berlusconi ha sempre trovato una via d’uscita. Basta pensare a ciò che avvenne nel 1994. Un’intera classe dirigente spazzata via, insieme a tutti i partiti che avevano governato nel dopoguerra, e il rischio di una vittoria dei comunisti. Comunisti veri, non il Pd di oggi. E lui, il Cav, all’apice come imprenditore con in mente quanto gli avevano raccontato dell’Urss, dei cento milioni di morti provocati dalla dittatura, che deve decidere il da farsi. «Quando studiavo dai Salesiani – è l’aneddoto che racconta al telefono – ho avuto un esule russo che era fuggito dall’Unione Sovietica come insegnante di religione. Non ci ha mai parlato di religione, ma ci ha raccontato per filo e per segno ciò che avveniva al di là del Muro. Ci diceva: in Russia oggi hai tre possibilità: o scappi all’estero, o finisci in carcere, o, peggio, sottoterra».

Nel ’94 Berlusconi era solo, tormentato da un dubbio amletico sulla scelta da compiere. Lì in quella stanza al San Raffaele ricorda quel momento: «Chiesi ai miei sondaggisti se si poteva evitare la vittoria dei comunisti. Mi dissero di sì. “Ma solo se scende in campo lei”. Lo feci». Se metti in fila tutte queste vicende ti accorgi che il Cav di sfide ne ha veramente vinte tante nella sua vita. Alcune davvero ardue, per alcuni versi impossibili. Prove che possono anche consumare. Basta pensare alla persecuzione giudiziaria a cui è stato sottoposto. Chi ha un minimo di onestà intellettuale non può definirla in modo diverso. Una miriade di processi, di atti giudiziari, di sentenze, di carte che avrebbero sfiancato chiunque. Il meccanismo perverso di eliminazione per via giudiziaria degli avversari politici era in voga nei regimi autoritari. Con la sua vicenda è stato importato anche nelle democrazie. Lo hanno ribattezzato il modello italiano. Roba da non credere.

Del resto, come potevi credere che nel Duemila ci fossero ancora i giacobini in certe procure, addirittura con indosso le toghe? Eppure anche lì è stato condannato solo una volta in un processo, per usare un eufemismo, “truffa” che aveva un solo obiettivo: eliminarlo dalla scena politica. «E la ragione – osserva il Cavaliere – è tutta in quello splendido articolo che don Gianni (Baget Bozzo, ndr) scrisse il 22gennaio del 2004 per il Giornale sulla vittoria di Forza Italia nel ’94». Chi non ha la memoria di Berlusconi deve andarselo a rileggere. «La speranza di Berlusconi in quelle elezioni – scriveva il don20 anni fa – non fu quella di vincere, ma quella di far intervenire il popolo, di impedire che i cattocomunisti espropriassero il popolo senza che gli fosse consentito il diritto di parola. E Forza Italia vinse le elezioni. Ciò non tolse a Berlusconi l’ostilità delle procure, dei comunisti…

I magistrati ancora oggi non demordono: ma chi cerca le farfalle sotto l’arco di Tito?». Appunto, quella vittoria le toghe prestate alla politica non l’hanno mai perdonata. E hanno trasformato tutti questi anni in un calvario. Ma il Cav, indomito (l’aggettivo è quanto mai adatto) è ancora lì. «Ce la farò anche questa volta», è l’impegno. La telefonata volge al termine perché le preghiere di chi gli è accanto, di chi lo implora di non stancarsi, di riposare si fanno ancora più accorate. Il paziente cede malvolentieri. Lui, come nessuno, ha voglia di parlare, ha voglia di fare, ha voglia di vivere. «Appena esco di qui – è l’invito prima dei saluti – ci vediamo».

Il Giornale

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Cyber resilience e cyber solidarity. Lo scudo informatico Ue


Migliorare il rilevamento degli attacchi subiti nella fase primordiale (evitando così effetti ben più gravi) al fine di confezionare una risposta continentale nel solco della cosiddetta Cyber Solidarietà. Questo l’obiettivo dello “scudo informatico europe

Migliorare il rilevamento degli attacchi subiti nella fase primordiale (evitando così effetti ben più gravi) al fine di confezionare una risposta continentale nel solco della cosiddetta Cyber Solidarietà. Questo l’obiettivo dello “scudo informatico europeo” che proverà ad essere strumento comune contro la guerra cibernetica che corre sotto le spoglie del malware. Oggi possono passare fino a 190 giorni per rilevare un attacco, il nuovo scudo punta a trasformare quei sei mesi in poche ore.

Forum Cybersecurity

Se ne è discusso a Lille in occasione dell’International Forum on Cybersecurity (Fic), nella consapevolezza che con la guerra in Ucraina gli attacchi informatici sono aumentati del 140% in Europa. In questo contesto, è la tesi del commissario europeo per il Mercato interno Thierry Breton, la mutualizzazione e il coordinamento delle forze a livello europeo diventa più che mai necessario “perché la minaccia si allargherà”, ha sottolineato.

Non a caso gli attacchi son aumentati contro quei paesi che inviano armi all’Ucraina, per cui il nuovo regolamento denominato “Cyber Resilience Act” ha l’obiettivo di incoraggiare i paesi interessati a compiere azioni offensive una volta identificato il responsabile di un attacco. L’Unione Europea intende dotarsi di questa clava legislativa al fine di cerchiare in rosso alcune regole comuni in attesa del pieno recepimento della direttiva Nis2, previsto per il 2024, che impone nuovi obblighi di sicurezza alle imprese.

Assistenza reciproca

Nello specifico verrà attrezzata un’infrastruttura europea di centri operativi di sicurezza (Soc) che tramite l’intelligenza artificiale proverà ad intercettare i primi segnali degli attacchi. Secondo Breton questa iniziativa difensiva sarà “una sorta di cupola di protezione europea, il nostro Cyber Galileo”. Ma non è tutto, perché all’interno della progettazione troverà spazio anche il rafforzamento della sicurezza delle infrastrutture critiche: “L’Europa deve attrezzarsi meglio per affrontare un attacco grave. Dobbiamo scambiare più informazioni tra di noi, creare una vera capacità operativa per la gestione congiunta delle crisi e gettare le basi per una vera solidarietà europea e per l’assistenza reciproca. Questo è il senso del meccanismo di emergenza informatica che sarà incluso anche nell’imminente legge sulla solidarietà informatica”.

Così come esiste una protezione civile in caso di calamità naturale, deve esistere una protezione civile per il cyber, magari traendo insegnamento da quanto sta accadendo in Ucraina. Inoltre andrà implementato il pacchetto di strumenti per la cybersecurity 5G, che secondo Breton è un elemento strategico, dopo che già gli Stati membri hanno detto no ai cosiddetti fornitori ad alto rischio dalle loro reti: “Invito gli Stati membri e gli operatori telefonici, di cui sono responsabili, a prendere le misure necessarie. Non c’è tempo da perdere”.

Cina e Golden power

L’investimento ammonterà a più di 1 miliardo di euro, due terzi dei quali saranno finanziati dall’Europa, il tutto a pochi giorni dal lancio del regolamento europeo “Cyber Solidarity Act“, mentre entro un anno verranno costruiti centri operativi di sicurezza per rafforzare la sicurezza informatica degli Stati membri anche per ovviare ai tentativi di penetrazione cinese.


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Spartiacque


Non possono esserci dubbi sul fatto che Silvio Berlusconi abbia e avrà un posto di rilievo nella storia d’Italia. Vive un momento difficile e gli si augura il meglio, che per lui è non smettere di combattere. Superata, con il tempo, una divisione incentra

Non possono esserci dubbi sul fatto che Silvio Berlusconi abbia e avrà un posto di rilievo nella storia d’Italia. Vive un momento difficile e gli si augura il meglio, che per lui è non smettere di combattere. Superata, con il tempo, una divisione incentrata sulla sua persona, c’è da scommettere che anche gli storici si divideranno sul significato da dare alla sua vicenda umana, imprenditoriale e politica. Che non sono tre, naturalmente, ma una sola.

La determinazione e l’efficacia dell’imprenditore non hanno bisogno d’essere argomentate. I risultati sono evidenti. Ma due abbagli hanno accompagnato il giudizio degli altri sulle sue avventure. Dal debutto edilizio al trionfo televisivo è stato visto come destrutturatore e innovatore, in realtà era un restauratore di abitudini e costumi. Gli italiani s’erano già laicizzati e urbanizzati. Lui non inventò quel processo, lo seppe interpretare come nessun altro. A chi viveva in città riproponeva la comunità, il villaggio, il verde, gli spazi per i bambini. A chi guardava la televisione riproponeva l’intrattenimento per famiglie, con un occhio al bar dello sport e l’altro all’avanspettacolo. Lui stesso si descriveva come interprete del nuovo che avanza inesorabile, ma era il conservatore dell’eterno che si conserva indelebile. Sul piano imprenditoriale trovò avversari in quelli che si credevano monopolisti dell’innovazione televisiva, ergo difensori del monopolio spartitorio aziendale. Certo che seppe aggregare la politica disposta a sostenerlo, ma vinse perché era sull’onda dell’inevitabile, di quel che poi successe ovunque e che negli Stati Uniti era già successo. Chi lo accusò di cambiare i costumi degli italiani, debosciandoli, non capì nulla della sua forza: un uomo con il marketing incorporato, un arcitaliano conservatore e modernizzatore.

Per forza poi non capirono lo sbarco in politica e quel che sarebbe successo. Quando annunciò la <<discesa in campo>> la sinistra festeggiò. Qualcuno fece osservare che si sarebbe potuto obiettare sulla legittimità della candidatura, a causa delle concessioni televisive. Tesi a mio avviso infondata, ma più importante la risposta: zitti, che un candidato così ci aiuta a rendere legittima la prossima e sicura vittoria. Persero.

La sua “invenzione”, ancora una volta, era l’innovazione di una conservazione: tutti assieme, non importa chi, pur di battere la sinistra. Stravinse dopo le elezioni, quando la sinistra si berlusconizzò: tutti assieme, pur di fermarlo. Nacque così una stagione i cui sussulti agonici sono ancora in corso: non più proporzionale, mai maggioritaria, ritagliata sui capi, ma con la necessità dei partiti, non più ideologica, ma incapace di contenuti. Lui è stato lo spartiacque, ma le acque si sono poi riconfuse in un’altalena elettorale senza sbocchi e continuità.

Avrà il suo posto nella storia, ma la maledizione è che lui e gli altri non hanno dimostrato senso della storia. Anche in questo non c’è novità, che nella storia non credeva neanche Giulio Andreotti. Credere nella storia significa non solo essere, ed eccome se lui è, ma anche puntare a sopravvivere, a indirizzare il futuro, a lasciare il segno. Una concezione estranea al cattolicesimo secolare, proibita al comunismo che la storia spera sia dimenticata, forse presente in famiglie liberali divise e minoritarie.

Impossibile negare il merito politico di avere trasportato nel gioco democratico palese (il quello degli scambi parlamentari c’era già) la destra che era stata fascista. Ma non ha fatto mai nulla per aiutarla a non essere più fascista. Anzi, vide come rivale (quale era, in effetti) quel processo di affrancamento, all’epoca di Fini. Ed è così che l’innovatore conservatore si ritrova in una scena senza che si sia stati capaci di ulteriormente innovare e senza molto che valga la pena conservare. Non lo capirono perché lui è veramente popolare e popolano, da miliardario, mentre gli apologeti del proletariato è da decenni che non hanno più nulla da dire ai popolani.

Non c’è alcun dubbio: ha il suo posto nella storia. Resta da stabilire quale sia la storia.

La Ragione

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#LaFLEalmassimo -Episodio88- Privacy Chat GPT e aggiornamento della legge


Ribadisco sempre in apertura il sostegno di questa rubrica all’Ucraina contro la intollerabile e criminale invasione operata dalla Russia. Nello scorso episodio abbiamo parlato di una moratoria sulla intelligenza artificiale e successivamente abbiamo assi

Ribadisco sempre in apertura il sostegno di questa rubrica all’Ucraina contro la intollerabile e criminale invasione operata dalla Russia.

Nello scorso episodio abbiamo parlato di una moratoria sulla intelligenza artificiale e successivamente abbiamo assistito alla sospensione del servizio di Chat GPT in Italia in seguito ad alcune obiezioni mosse dal Garante della Privacy

In questa sede non intendo discutere nel merito le contestazioni anche se alcune appaiono abbastanza deboli come il riferimento alla tutela dei minori, che in realtà dovrebbe valere per qualsiasi servizio accessibile via internet e l’utilizzo di dati personali resi pubblici da soggetti terzi.

La riflessione che voglio fare riguarda l’attualità della legge e il suo rapporto con la libertà individuale. La buona legge aiuta i cittadini a prevenire e dirimere i conflitti d’interesse e migliorare l’interazione con gli altri membri della società. Una legge cattiva, obsoleta o inadeguata crea disagi maggiori rispetto ai problemi che risolve e favorisce alcuni interessi o gli interessi di alcuni a scapito degli altri. Questo tipo di leggi vanno riviste e ripensate e quelli che vorrebbero piegare la società al rispetto religioso di leggi non più appropriate non hanno compreso qual è il senso di darsi regole e leggi.

E’ probabile che si trovi presto un accordo per riaprire il servizio di Chat GPT in Italia ed è probabile che la vicenda si riduca ad un incidente di percorso, tuttavia è importante che in un epoca in cui le innovazioni si succedono ad un ritmo forsennato e tratti strutturali della società cambiano con frequenza l’approccio alla promulgazione e alla vigilanza sul rispetto delle leggi sia per quanto possibile aperto e flessibile e teso ad seguire e adeguarsi ai cambiamenti tenendo fermi i valori e le basi degli interessi da tutelari, ma senza ostacolare il progresso che la storia ci insegna essere inarrestabile e ineluttabile.

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Europa sempre più dipendente dagli USA, la svolta che serve


In Italia tendiamo a occuparci delle prossime elezioni europee 2024 con fumose analisi intorno all’ipotesi se Giorgia Meloni riuscirà con il gruppo dei conservatori a stringere un’alleanza in Ue che ribalti l’intesa tra popolari e socialisti, lasciando Sa

In Italia tendiamo a occuparci delle prossime elezioni europee 2024 con fumose analisi intorno all’ipotesi se Giorgia Meloni riuscirà con il gruppo dei conservatori a stringere un’alleanza in Ue che ribalti l’intesa tra popolari e socialisti, lasciando Salvini isolato. E delle prossime presidenziali Usa facendo colore sul processo a Trump, come sua ideale vittimizzazione per tornare alla Casa Bianca. In realtà dovremmo guardare a tutt’altro. Viviamo nell’impressione che l’Europa, prima nella risposta al Covid con strumenti cooperativi come il Next Generation Eu e il Sure e il nuovo Mes, poi nella risposta comune all’invasione russa dell’Ucraina, abbia fortemente ripreso in mano le redini di un ruolo protagonista, rispetto alla tradizionale dipendenza strutturale dagli Usa condita in salsa “rispetto per Putin”. Quando nel 2019 nacque la Commissione Von der Leyen, il suo primo discorso sembrò a tutti una risposta fiera agli anni di Trump, che flirtava con Putin e malsopportava gli alleati europei della Nato. Ma poi è andata davvero così, oppure no? I numeri dicono l’esatto opposto.

Possiamo scrivere paginate intere sulla visita di Macron e della presidente della Commissione Ue in Cina. Ma oggi siamo molto più dipendenti dagli Usa di quanto lo fossimo 15 anni fa. Nel 2008 l’economia Ue valeva 16,2 trilioni di dollari, quella degli Usa 14,7 trilioni. Nel 2022 l’economia Usa è salita a oltre 25 trilioni di dollari, quella europea neanche sommando il Regno Unito arrivava a 20 trilioni. E se si toglie il Regno Unito l’economia americana vale oltre metà più di quella Ue. Continuano ad avvenire in dollari circa l’88 per cento degli scambi commerciali mondiali. Il dollaro continua a denominare oltre il 60 per cento delle riserve ufficiali scambiabili mondiali, l’euro è fermo al 21 per cento, mentre sala la quota del renmimbi cinese. Al dominio tecnologico delle grandi piattaforme hitech Usa – Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft – la Ue risponde con multe e misure antitrust, non con capacità di propri campioni europei (come ha fatto la Cina). Il bilancio militare Usa dal 2008 al 2022 è salito da 665 miliardi a oltre un trilione di dollari (ai più di 800 miliardi del Pentagono vanno aggiunti molti programmi tecnologici pubblico-privati).

La spesa militare dei paesi Ue intanto saliva solo da 303 a 325 miliardi di dollari. L’investimento Usa in alte tecnologie per la difesa resta oltre sette volte maggiore della somma a tal fine prevista da tutti i programmi nazionali separati dei membri Ue. Nel 2017 l’Ue aveva annunciato l’obiettivo di adottare programmi congiunti di sviluppo e acquisto di sistemi di difesa pari al 35 per cento della spesa a tal fine dei diversi membri: con tutti gli sforzi compiuti nel sistema congiunto Occar, siamo fermi a meno del 18 per cento. La politica estera e di difesa europea resta un capitolo tutto da costruire: ogni governo difende le sue vocazioni e interessi nazionali.

L’atteggiamento cautissimo con Putin subito dopo l’invasione tenuto da Parigi e Berlino ha fatto cadere ai minimi ogni credibilità del tradizionale traino franco-tedesco agli occhi di tutti i paesi esteuropei membri dell’Ue e della Nato. Ad aprile 2022 il premier polacco Morawiecki fulminò Macron chiedendogli: “Crede di trattare con Putin che invade l’Ucraina? Noi abbiamo imparato che non si tratta con Hitler e Stalin che ci invasero”. Non sono poche decine di carri Leopard all’Ucraina a mutare questo bilancio. Se si paragona alla politica europea la visione complessiva mondiale contenuta nella Us National Security Strategy rilasciata nell’ottobre 2022, in cui si concilia la necessità di sostenere assolutamente l’Ucraina senza perdere di vista il fatto che la Cina appare come l’unico vero grande soggetto internazionale che ha volontà e strumenti economici e militari per tentare di costruire un intero sistema internazionale alternativo a quello basato su libertà e mercato, l’Europa fa la figura di un velleitario émigrée dell’Ancien Régime.

Di fronte a questa prospettiva, con tutto il rispetto per chi giudica le vicende mondiali dal cortiletto delle guerre per bande italiote, la scelta alle prossime elezioni europee è tra chi vuole davvero un’Europa la cui economia e politica di difesa siano meno vassalle delle virate americane e meno soggette ai raid di Putin, e chi invece si culla in nazionalismi e glorie del passato che ci fanno impoverire, indebolire e inginocchiare. (Su questi temi, consiglio un bel saggio di Jana Puglierin e Jeremy Shapiro, sul sito dell’European Council of Foregin Relations).

Il Foglio

L'articolo Europa sempre più dipendente dagli USA, la svolta che serve proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Anche l’Italia dice no ai test antisatellite. Mentre Russia e Cina…


“L’Italia si impegna a non condurre test distruttivi di missili antisatellite ad ascesa diretta”. Questa la dichiarazione inequivocabile del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani, r

“L’Italia si impegna a non condurre test distruttivi di missili antisatellite ad ascesa diretta”. Questa la dichiarazione inequivocabile del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani, resa nota da una nota della Farnesina. La decisione fa seguito all’adozione da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, co-sponsorizzata dall’Italia, della risoluzione 77/41 dello scorso dicembre. Il documento infatti chiede agli Stati membri dell’Onu di impegnarsi a non condurre test distruttivi di missili anti-satellite ad ascesa diretta. Così il governo italiano prosegue nella direzione di rendere più sicuro e sostenibile lo spazio extra-atmosferico.

La postura italiana sugli Asat

“L’Italia continuerà a lavorare attivamente e costruttivamente per aumentare la sicurezza e la sostenibilità dello spazio extra-atmosferico, un bene collettivo importantissimo per gli interessi vitali di tutte le nazioni”, ha proseguito il ministro Tajani. E anche in questo settore non mancano le partnership e le intese con altri Paesi: “Siamo al fianco dei nostri principali partner atlantici e occidentali per sostenere e rafforzare un ordine internazionale per lo spazio basato su regole e libero da conflitti”. Ricordiamo infatti che i test antisatellite (Asat), utilizzati per distruggere satelliti potenzialmente in fine vita, rappresentano un rischio sia per la sostenibilità delle orbite, a causa delle grandi quantità di detriti spaziali che si formano (ad esempio in caso di attacchi cinetici), sia per la pericolosità delle orbite dove aumentano le probabilità di avere impatti diffusi e irreversibili sull’ambiente spaziale.

Posizione condivisa da Francia e Usa…

Così l’Italia si unisce a quei Paesi che hanno già detto no ai test Asat. Tra questi spiccano Stati Uniti e Francia. Proprio a dicembre scorso la Francia si è aggiunta alla decisione degli Stati Uniti – annunciata da Kamala Harris ad aprile 2022 – di rispettare l’impegno di non condurre test missilistici antisatellitari. In un comunicato rilasciato all’epoca dai ministeri di Esteri e Difesa, la decisione francese veniva motivata come passo verso un “ambiente spaziale sicuro e stabile”, dal momento che tali test “hanno causato una grande quantità di detriti, che possono portare a gravi conseguenze per la sicurezza spaziale, in particolare compromettendo l’integrità dei satelliti in orbita”.

… ma non da Cina e Russia

Postura diversa invece quella di Cina e Russia, che ancora non hanno fatto dichiarazioni simili, ma anzi continuano a sviluppare armi e sistemi antisatellite, contribuendo alla militarizzazione delle orbite. La Cina ha lanciato nel 2007 il suo primo test Asat a 800 chilometri di altitudine contro il proprio satellite Fengyun-1C, creando più di 3mila detriti (il test più distruttivo di sempre), molti dei quali ancora fluttuano in orbita. Era al tempo il primo Paese, dopo Usa e Russia, a essersi dotato di queste tipologie di armi (oggi a completare il quartetto si è aggiunta anche l’India). Ad oggi, la Cina è il secondo Paese per satelliti operativi in orbita, dopo gli Usa, e sta continuando a lavorare a diverse tecnologie anti-satellite, tra cui laser e disturbatori di comunicazione.

Anche la Russia, dal canto suo, prosegue nello sviluppo di diverse armi antisatellite, di ogni tipo: da quelle cinetiche alle non cinetiche, da quelle elettroniche fino alle armi cyber. Così Mosca sta rilanciando l’eredità sovietica, concentrandosi su tecniche di “Active space defence”, come dimostrano gli oltre dieci test condotti dal sistema Asat Nudol dal 2014. Senza dimenticare quando, a novembre 2021, la Russia ha svolto un test con missile anti-satellite ad ascesa diretta colpendo il satellite Cosmos 1408 non più in uso e creando oltre 1500 pezzi di detriti orbitali.


formiche.net/2023/04/italia-te…

Motori silenziosi (italiani) per i sottomarini Usa


I nuovi sottomarini strategici degli Stati Uniti avranno a bordo componenti per il sistema di propulsione Made in Leonardo. È quanto previsto dal contratto dal valore di circa un miliardo di dollari assegnato dalla Us Navy alla sussidiaria americana del g

I nuovi sottomarini strategici degli Stati Uniti avranno a bordo componenti per il sistema di propulsione Made in Leonardo. È quanto previsto dal contratto dal valore di circa un miliardo di dollari assegnato dalla Us Navy alla sussidiaria americana del gruppo di Piazza Monte Grappa, Leonardo DRS. Le componenti andranno a sostenere i sistemi integrati di propulsione elettrica dei sottomarini classe Columbia, di cui la marina militare a stelle e strisce sta pianificando di acquisire i primi quatto entro il 2028. Il programma per i nuovi battelli è di massima priorità per il Pentagono e la Marina Usa, il cui obiettivo è sostituire la flotta di sottomarini balistici classe Ohio, i cui battelli saranno dismessi, uno all’anno, a partire dal 2027. La classe Columbia assumerà il ruolo di componente sottomarina nella triade nucleare strategica degli Stati Uniti.

Le componenti di Leonardo DRS

“Siamo orgogliosi di collaborare con General Dynamics Electric Boat e con la Marina degli Stati Uniti per fornire componenti all’avanguardia che sono il cuore di questa piattaforma critica della Marina”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Leonardo DRS, Bill Lynn, confermando la dedizione dell’azienda nei confronti delle Forze armate nello “sviluppo di sistemi innovativi per le piattaforme di prossima generazione, fondamentali per la sicurezza nazionale, come il sottomarino balistico classe Columbia”. I componenti saranno prodotti negli stabilimenti della società di Fitchburg in Massachusetts, di Menominee Falls in Wisconsin, e di Danbury in Connecticut. Altri componenti saranno invece realizzati nello stabilimento DRS di High Ridge, nel Missouri.

La classe Columbia

I sottomarini Columbia funzioneranno con una propulsione elettrica, cioè utilizzeranno un motore elettrico per far girare le proprie eliche invece dei classici sistemi di propulsione meccanici utilizzati nei precedenti sottomarini, elemento che garantirà una minore firma acustica, rendendo i mezzi più silenziosi e meno individuabili. Una caratteristica essenziale per i sottomarini. Come tutti i sottomarini della Marina degli Stati Uniti, l’energia continuerà ad essere fornita da un reattore nucleare, classificando i nuovi battelli come sottomarini nucleari. Il reattore, infatti, servirà per scaldare l’acqua trasformandola in vapore, e le turbine trasformeranno il calore di questo vapore in energia meccanica, che sarà a sua volta convertita in energia elettrica da utilizzare per far girare le pale per la propulsione e tutti gli altri sistemi di bordo.

La crescita del gruppo negli Usa

L’annuncio arriva dal salone Navy League Sea Air & Space 2023, al quale partecipa anche Leonardo, nel corso del quale l’azienda italiana ha potuto presentare le proprie soluzioni e tecnologie all’avanguardia al mercato statunitense. Come dichiarato da Thomas Smitham, responsabile dell’Unità Organizzativa US Business Development, “Leonardo ha tutte le carte in regola per crescere ulteriormente negli Stati Uniti”, dove conta già settemila dipendenti e collabora con tutte le Forze armate Usa. “Vogliamo continuare a crescere in modo significativo qui, in un mercato per noi domestico, proseguendo nello sviluppo della nostra presenza”, a continuato Smitham.

Le altre piattaforme

Nel corso del salone, il gruppo ha mostrato anche le altre tecnologie e piattaforme su cui collabora con le Forze armate Usa, a partire dai TH-73A Thrasher, di cui è prime contractor, che sarà utilizzato per addestrare la prossima generazione dei piloti di elicotteri di tutte le forze navali di Washington, Us Navy, Corpo dei Marines e Guardia costiera. Per quest’ultima, tra l’altro, Leonardo fornisce quattordici velivoli HC-27J per la sorveglianza marittima, con il gruppo che ha anche recentemente ricevuto un contratto dallo Us Special operations command per progettare una versione modificata del C-27J operati dalla forze speciali della Guardia costiera.

L’addestratore M-346

Leonardo ha poi proposto alla Us Navy anche il suo addestratore M-346, l’addestratore per i piloti destinati alla linea caccia basato sul sistema Live, virtual constructive (Lvc), che consente agli allievi di interagire, attraverso il simulatore, con i piloti in volo nell’ambito della stessa missione addestrativa in un ambiente di simulazione integrato dove reale e virtuale si fondono in un unico scenario operativo. I mezzi, attualmente impiegati da diverse nazioni e, in Italia, nella International flight training school di Decimomannu, potrebbero fornire una soluzione alla Marina a stelle e strisce per i suoi programmi di Undergraduate jet training system e Tactical surrogate aircraft.


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La scarsa empatia di media, istituzioni e rappresentanze sociali nasce dalla loro tendenza a delegittimarsi reciprocamente


Sintesi dell’intervento del Segretario generale Andrea Cangini al convegno “Eisi, verso un indice nazionale di empatia nei processi decisionali e di informazione” che la Fondazione e Vera Comunicazione hanno tenuto oggi in Senato Dall’indagine curata da V

Sintesi dell’intervento del Segretario generale Andrea Cangini al convegno “Eisi, verso un indice nazionale di empatia nei processi decisionali e di informazione” che la Fondazione e Vera Comunicazione hanno tenuto oggi in Senato

Dall’indagine curata da Vera comunicazione e Fondazione Luigi Einaudi presentata oggi in Senato risulta che i capi azienda italiani considerano poco empatiche le Istituzioni, così come le rappresentanze sociali e i media. Per inquadrare il fenomeno è bene fare una premessa fondata su due casi di studio relativamente recenti. Eccoli.

Nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali del 2004, gli psicologi Drew Westen, Stefan Haman e Clint Kilts selezionarono due gruppi di militanti politici, il primo composto da 15 democratici convinti, il secondo da altrettanti non meno convinti repubblicani. Collegarono, dunque, ciascuno di loro ad una macchina che attraverso la risonanza magnetica ne verificava le reazioni cerebrali e gli sottoposero una serie di affermazioni in video del candidato repubblicano (George W. Bush) e di quello democratico (John Kerry), molte delle quali denunciavano evidenti contraddizioni. Come sospettavano, la stragrande maggioranza dei militanti democratici percepì nitidamente le contraddizioni di Bush, mentre non avvertì affatto quelle di Kerry. E viceversa.

Ancora. Questa volta la ricerca è stata condotta dagli psicologi americani Nalini Ambady e Bob Rosental. Selezionato il solito campione rappresentativo di cittadini statunitensi, mostrarono loro dei video lunghi appena una trentina di secondi nei quali, uno dopo l’altro, si vedeva il volto di alcuni professori universitari ripresi mentre tenevano la loro lezione all’inizio del semestre. Impossibile, però, ascoltarne la voce o percepire il tenore dei loro argomenti: l’audio era stato disattivato. Alle “cavie” fu allora chiesto di stilare una classifica dei professori più affidabili, quelli ritenuti più <capaci> e più <sicuri di sé>. Ebbene, il loro parere (lo ricordiamo: frutto di pure sensazioni) nella quasi totalità dei casi coincise con il parere che gli studenti di quegli stessi professori formularono al termine dei corsi semestrali, dunque sulla base di un’esperienza concreta.

Questo per dire che i giudizi umani sono spesso frutto di preconcetti o dinamiche irrazionali e che la cosiddetta empatia può essere intesa anche come un dono di natura: o ce l’hai o non ce l’hai. Quel che vale per le singole persone vale anche per le categorie, a maggior ragione per i soggetti pubblici o istituzionali. Un esempio. Nei primi anni Novanta, sulla scia di Mani Pulite, l’indice di popolarità della magistratura era alle stelle. Oggi, sulla scia del caso Palamara, dalle stelle è precipitato alle stalle. Eppure il sistema giudiziario italiano è sempre lo stesso. Non è una giustificazione, è una constatazione.

I bassi indici di empatia che i manager italiani attribuiscono a istituzioni, rappresentanze sociali e media non stupiscono. Empatia vuol dire fiducia, e viviamo tempi in cui la sfiducia è massima. La sfiducia nel futuro, la sfiducia nella politica, la sfiducia in ogni genere di autorità. Fino ad oggi, l’errore dei soggetti testati è stato quello di pensare di cavarsela aggredendo il soggetto confinante. I giornalisti attaccano i politici e le rappresentanze sociali, i politici attaccano le rappresentanze sociali e i giornalisti, le rappresentanze sociali si attaccano tra loro e attaccano giornalisti e politici. Tutti si delegittimano, l’immagine di nessuno se ne avvantaggia.

Proposta rivoluzionaria: e se ciascuno svolgesse il proprio ruolo col massimo della dedizione e del senso del dovere possibili?

L'articolo La scarsa empatia di media, istituzioni e rappresentanze sociali nasce dalla loro tendenza a delegittimarsi reciprocamente proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

La scarsa empatia di media, istituzioni e rappresentanze sociali nasce dalla loro tendenza a delegittimarsi reciprocamente


Sintesi dell’intervento del Segretario generale Andrea Cangini al convegno “Eisi, verso un indice nazionale di empatia nei processi decisionali e di informazione” che la Fondazione e Vera Comunicazione hanno tenuto oggi in Senato Dall’indagine curata da V

Sintesi dell’intervento del Segretario generale Andrea Cangini al convegno “Eisi, verso un indice nazionale di empatia nei processi decisionali e di informazione” che la Fondazione e Vera Comunicazione hanno tenuto oggi in Senato

Dall’indagine curata da Vera comunicazione e Fondazione Luigi Einaudi presentata oggi in Senato risulta che i capi azienda italiani considerano poco empatiche le Istituzioni, così come le rappresentanze sociali e i media. Per inquadrare il fenomeno è bene fare una premessa fondata su due casi di studio relativamente recenti. Eccoli.

Nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali del 2004, gli psicologi Drew Westen, Stefan Haman e Clint Kilts selezionarono due gruppi di militanti politici, il primo composto da 15 democratici convinti, il secondo da altrettanti non meno convinti repubblicani. Collegarono, dunque, ciascuno di loro ad una macchina che attraverso la risonanza magnetica ne verificava le reazioni cerebrali e gli sottoposero una serie di affermazioni in video del candidato repubblicano (George W. Bush) e di quello democratico (John Kerry), molte delle quali denunciavano evidenti contraddizioni. Come sospettavano, la stragrande maggioranza dei militanti democratici percepì nitidamente le contraddizioni di Bush, mentre non avvertì affatto quelle di Kerry. E viceversa.

Ancora. Questa volta la ricerca è stata condotta dagli psicologi americani Nalini Ambady e Bob Rosental. Selezionato il solito campione rappresentativo di cittadini statunitensi, mostrarono loro dei video lunghi appena una trentina di secondi nei quali, uno dopo l’altro, si vedeva il volto di alcuni professori universitari ripresi mentre tenevano la loro lezione all’inizio del semestre. Impossibile, però, ascoltarne la voce o percepire il tenore dei loro argomenti: l’audio era stato disattivato. Alle “cavie” fu allora chiesto di stilare una classifica dei professori più affidabili, quelli ritenuti più <capaci> e più <sicuri di sé>. Ebbene, il loro parere (lo ricordiamo: frutto di pure sensazioni) nella quasi totalità dei casi coincise con il parere che gli studenti di quegli stessi professori formularono al termine dei corsi semestrali, dunque sulla base di un’esperienza concreta.

Questo per dire che i giudizi umani sono spesso frutto di preconcetti o dinamiche irrazionali e che la cosiddetta empatia può essere intesa anche come un dono di natura: o ce l’hai o non ce l’hai. Quel che vale per le singole persone vale anche per le categorie, a maggior ragione per i soggetti pubblici o istituzionali. Un esempio. Nei primi anni Novanta, sulla scia di Mani Pulite, l’indice di popolarità della magistratura era alle stelle. Oggi, sulla scia del caso Palamara, dalle stelle è precipitato alle stalle. Eppure il sistema giudiziario italiano è sempre lo stesso. Non è una giustificazione, è una constatazione.

I bassi indici di empatia che i manager italiani attribuiscono a istituzioni, rappresentanze sociali e media non stupiscono. Empatia vuol dire fiducia, e viviamo tempi in cui la sfiducia è massima. La sfiducia nel futuro, la sfiducia nella politica, la sfiducia in ogni genere di autorità. Fino ad oggi, l’errore dei soggetti testati è stato quello di pensare di cavarsela aggredendo il soggetto confinante. I giornalisti attaccano i politici e le rappresentanze sociali, i politici attaccano le rappresentanze sociali e i giornalisti, le rappresentanze sociali si attaccano tra loro e attaccano giornalisti e politici. Tutti si delegittimano, l’immagine di nessuno se ne avvantaggia.

Proposta rivoluzionaria: e se ciascuno svolgesse il proprio ruolo col massimo della dedizione e del senso del dovere possibili?

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Esecutivo


Non è un’esclusiva dell’attuale governo, ma questa è un’aggravante. Le tifoserie si soddisfano del dire: “anche quelli di prima”. Peccato che non solo aggrava il problema, ma fra quelli di prima ci sono anche quelli di adesso. Capita e capitò, dunque, di

Non è un’esclusiva dell’attuale governo, ma questa è un’aggravante. Le tifoserie si soddisfano del dire: “anche quelli di prima”. Peccato che non solo aggrava il problema, ma fra quelli di prima ci sono anche quelli di adesso. Capita e capitò, dunque, di sentire questo o quel ministro lamentare l’inefficienza della burocrazia, gli ostacoli alle realizzazioni, i tempi lunghi e non sempre concludenti della macchina pubblica. Colpisce il fatto che lo dicano non immaginando che tocchi a chi governa rimediare. E non si tratta soltanto di distrazione o demagogia, ma di una modifica profonda che l’istituzione governo ha subìto, quasi del tutto perdendo la funzione propria originaria.

In tutti gli Stati di diritto il potere del governo è denominato “esecutivo”. Vale a dire che ha il compito e il potere di eseguire quel che ritiene utile al Paese, sulla base delle leggi elaborate dal Parlamento, denominato “legislativo”. Il giudiziario è, o dovrebbe essere, estraneo alla politica. La Costituzione assegna al governo due possibili strumenti d’iniziativa legislativa: la presentazione al Parlamento di disegni di legge e l’emanazione di decreti legge, in entrambi i casi essendo necessaria la firma del Presidente della Repubblica. Firma che serve non a garantire la costituzionalità (altrimenti che ci starebbe a fare la Corte costituzionale?), ma che quell’iniziativa non scassi la Costituzione.

I disegni di legge non hanno avuto grande fortuna e, difatti, se ne presentano pochi. Sono sottoposti al normale iter parlamentare e quelli che incorporano una delega al governo stesso, affinché emani i decreti attuativi, hanno anche la maledizione d’essere disattesi e disertati dai governi stessi che li vollero. Furoreggiano, invece, i decreti legge. Avevano l’originaria funzione – nei rari casi di “necessità e urgenza” – di intervenire al volo e mettere una pezza dove si è creata un’emergenza o è esplosa una contraddizione legislativa. Hanno assunto la ben diversa funzione di principale strumento di governo, capace di occupare la gran parte dei lavori parlamentari. Ciò perché entrano in vigore subito e devono essere convertiti entro sessanta giorni.

Morale poco morale: il governo ha smesso d’essere un potere esecutivo ed è divenuto una fonte legislativa, sicché qualsiasi problema si tende ad affrontarlo con gli strumenti della legislazione e non dell’amministrazione, con il fare leggi anziché amministrare. Ecco perché il Pnrr s’inceppa, come prima s’inceppava altro: perché il governo dispone di pochi gestori (manager), di pochi esecutori e di un esercito di amministrativisti e consiglieri giuridici, mentre gran parte dei ministri non ci si raccapezza, non conosce la macchina dell’amministrazione e ciascuno pensa d’impadronirsene cambiando la legge. Risultato: non si capisce più neanche la legge, divenuta una storia infinita che ricomincia da dove termina.

C’è una colpa della politica – coadiuvata da tanto giornalismo – che seleziona protagonisti senza appigli a numeri o fatti, elaboratori immaginifici di parole bastevoli a sé stesse. Ma c’è anche una colpa dell’Italia produttiva, con tanti esecutori eccellenti, che snobba la vita politica e si presta solo a qualche rara lezione, tenuta in aule prive di alunni interessati.

La Ragione

L'articolo Esecutivo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Aiuti militari per contenere la Cina. Così Tokyo cambia strategia


L’annuncio di aiuti militari rompe ufficialmente decenni di pacifismo sancito dalla Costituzione giapponese. Una mossa obbligata per contenere l’aggressività di Pechino, mentre Tokyo si ritaglia un ruolo peculiare nell’area, pur rimanendo alleato degli Stati Uniti

@Politica interna, europea e internazionale

Mercoledì il Giappone ha annunciato che modificherà la propria legislazione per poter fornire assistenza finanziaria a Paesi terzi allo scopo di potenziarne le difese militari. Questa è la prima dipartita inequivocabile dalle regole interne che vietavano l’uso di aiuti internazionali per scopi militari. Tokyo si trova a dover fronteggiare una Cina sempre più potente e aggressiva.

L'articolo di Matteo Turato su Formiche

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Squilibrati


Ci si è resi conto che la strada dello scaricabarile conduce alla perdizione. Provare a dare la colpa ad altri può eccitare qualche forsennato digitale che non ha capito la più ovvia delle cose: quando si è al governo non serve essere “contro”, si deve di

Ci si è resi conto che la strada dello scaricabarile conduce alla perdizione. Provare a dare la colpa ad altri può eccitare qualche forsennato digitale che non ha capito la più ovvia delle cose: quando si è al governo non serve essere “contro”, si deve dimostrare di saper realizzare qualche cosa, altrimenti continuerà ad andare come va dal 1994: lo scorso vincitore sarà il prossimo perdente, fino a consunzione. Se le riforme e gli investimenti legati a Next generation Eu si rivelassero un fallimento il governo di destra ne sarebbe seppellito. Ma siccome sarebbe anche una tragedia per l’Italia, sbaglia chiunque, opposizioni comprese, punti su quel fallimento per sbarazzarsi dei vincitori delle scorse elezioni. Ergo: fermare le corride a chiacchiere e mettere la testa sui problemi. Perché il governo è a un bivio e quelli non sono solo affari loro, ma di tutti.

Da una parte, preoccupati di riuscire ad utilizzare una grande quantità di soldi, si potrebbe essere tentati di accedere alla tesi che già molti amministratori locali, di diverso colore politico, sostengono: dirigiamoli dove si sa spenderli, i progetti sono già pronti e le stazioni appaltanti funzionanti. Tesi non priva di fondamento, ma che comporta la rinuncia a superare gli squilibri infrastrutturali e territoriali, che anzi sarebbero accresciuti. Dall’altra parte non si può non vedere che se si tiene a mente la missione del riequilibrio si deve fare i conti con un sistema amministrativo meridionale disfunzionale, limaccioso e clientelare. E noi terroni non ne usciremo mai, se non cominceremo almeno a dircelo. Quindi si dovrebbe centralizzare la gestione dei fondi, magari creando un organismo specificamente dedicato e chiamandoci non un esercito di amministrativisti, ma un plotone di realizzatori, presenti in tante imprese di successo (come anche in giganti pubblici).

Non è una scelta facile ed è tutta politica, ma è da squilibrati pensare di tenersi gli squilibri e neanche investire i soldi, solo perché al bivio non si sa quale strada imboccare.

Un esempio: la scuola. Al Vinitaly, prezioso appuntamento di un settore d’eccellenza, cresciuto con investimenti e cultura, s’è detto che piuttosto che poltrire meglio mandare i giovani a zappare. Ma basta guardare una vigna e visitare una cantina per sapere che quello non è lavoro bracciantile, ma altamente specializzato. Serve conoscenza. Il che vale per quasi tutto, nell’era digitale. La scuola funziona da ascensore sociale se meritocratica e selettiva, altrimenti funge da morfina sociale. Per averla efficiente servono insegnanti selezionati e continua valutazione dei risultati. Questa non è una cosa da regione o provincia, ma da Stato nazionale che anche questa missione ha fallito. Ed è l’esempio perfetto di coincidenza fra riforma, innovazione digitale, modifica contrattuale, interazione con la produzione e investimento strutturale. L’alternativa non è tirare a campare, ma destinarsi a capitolare perdendo quello che fu un vantaggio nazionale.

La scuola è stata gestita, a turno, da destra e sinistra. Se qualcuno vuol sostenere di avere avuto dei successi si accomodi pure al concorso faccia tosta. Hanno fallito perché sono rimasti dentro uno schema già morto. Il Pnrr è un’occasione per forzare l’uscita e riprendere a correre, perché unisce gli scopi e li dota di risorse finanziarie. Se dovessimo fallire questo appuntamento non è che sarà un male per la destra o per la sinistra e un vantaggio per questo o quello, ma uno svergognamento generale, capace solo di giustificare una classe dirigente che non conosce la storia, non sa far di conto ed è convinta il congiuntivo sia un’infezione che prende agli occhi. Una classe dirigente che per avere consensi cerca i propri simili in ignoranza, giornalisti compresi, e invoca gli avversari, unica ragione della loro identità.

L’occasione per uscirne c’è. La responsabilità di un eventuale fallimento non sarà divisa equamente, ma esploderà violentemente su tutti. Meglio evitarlo.

La Ragione

L'articolo Squilibrati proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Meno emotività e più realismo. Alegi legge l’intervista al gen. Milley


La retorica di una prossima guerra tra Stati Uniti e Cina è “sopravvalutata”. E c’è da fidarsi se a dirlo è il capo di Stato maggiore congiunto delle Forze armate Usa, il generale Mark Milley, nel corso di una intervista con Defense One. In particolare, i

La retorica di una prossima guerra tra Stati Uniti e Cina è “sopravvalutata”. E c’è da fidarsi se a dirlo è il capo di Stato maggiore congiunto delle Forze armate Usa, il generale Mark Milley, nel corso di una intervista con Defense One. In particolare, il generale ha messo in guardia dalla retorica pericolosa che le due superpotenze sarebbero “sull’orlo di un conflitto” a seguito di una imminente invasione cinese di Taiwan. Per il generale, infatti, occupare l’isola sarebbe un’operazione “estremamente difficile” per le forze militari di Pechino. Naturalmente, la situazione è lontana dalla stabilità, e Washington deve continuare a supportare Taipei con tutte le capacità militari di cui l’isola ha bisogno. “Penso però – ha detto Milley – che gli Usa debbano affrontare la questione con più realismo e meno emotività”, portando le Forze armate a dominare in tutti i settori per dissuadere Pechino “fin dall’inizio”.

Il pericolo della retorica

L’ottica del generale è in particolare orientata all’onda di panico che ha coinvolto in particolare i legislatori Usa a seguito della crisi rappresentata dall’apparire sui cieli statunitensi dei palloni aerostatici cinesi. Nelle ultime settimane i membri del Congresso hanno infatti rivolto al generale Milley e al segretario alla Difesa, Lloyd Austin, una lunga lista di preoccupazioni nei confronti di Pechino, dai chip all’arsenale nucleare. Nervosismi che hanno trovato il concorde sforzo dei due vertici, politico e militare, dello strumento difensivo a stelle e strisce per abbassare la tensione e ribadire che la guerra con Cina (e Russia) non né imminente, né inevitabile. “Penso che ci sia molta retorica che potrebbe creare la percezione che la guerra sia proprio dietro l’angolo” ha detto Milley, registrando che sebbene la possibilità di un incidente che porti all’escalation sia sempre possibile, “la retorica stessa potrebbe contribuire a surriscaldare l’ambiente”.

La lettura di Alegi

Per Gregory Alegi, storico e professore di storia americana e di studi strategici interpellato da Airpress, “la preoccupazione degli Usa nei confronti della Cina come competitore strategico ha ormai più di vent’anni. Numerose azioni stanno a testimoniarlo, dal Pivot to Asia di Obama agli accordi Aukus per i sommergibili, in chiara chiave di contenimento della sfida cinese nel Pacifico. Nulla di questo viene negato dal gen. Milley nella sua intervista”. Per Alegi, allora, la preoccupazione del generale sembra essere piuttosto quella “di una sfida autoalimentante nella quale le reciproche preoccupazioni dei due soggetti alimentano una corsa agli armamenti e un clima di tensione maggiore di quello naturale”. In questo senso, l’avvertimento “più che militare sembra essere di tipo politico, rivolto quindi a chi usa una retorica più incendiaria del necessario”.

La sfida su Taiwan

Per lo storico, allora, l’intervista al generale Milley deve essere letta su due livelli diversi. Il primo, esplicito, “è relativo alle capacità difensive di Taiwan. Il secondo, implicito, è la capacità degli Stati Uniti di proteggere l’isola e dissuadere la Cina dall’intervento armato”. A queste due posizioni corrispondono la necessità di riequipaggiare velocemente Taipei, “il cui margine qualitativo rispetto a Pechino va erodendosi, basti pensare alla rapidissima accelerazione cinese nello spazio, con tutto ciò che comporta per le comunicazioni e le osservazioni militari, o ai caccia di quarta e quinta generazione”. Da questo punto di vista, per Alegi, Taiwan non è riuscita a tenere il passo “con i cugini continentali, anche perché in passato le amministrazioni a stelle e strisce hanno tentato di non provocare la Cina”. Oggi questo si traduce in una relativa arretratezza o complessiva parità tra i due Paesi. “Questo senza trascurare i rapporti puramente numerici, come abbiamo visto in Ucraina anche una forza relativamente meno avanzata può ottenere successi parziali semplicemente tentando di saturare i sistemi avversari”.

La corsa tra aquila e dragone

“L’altro aspetto, quello americano, riguarda invece la quantità” ha continuato Alegi. “Non c’è dubbio che i sistemi Usa siano largamente superiori a quelli cinesi”, ma i numeri relativamente modesti, ulteriormente ridotti dagli invii di materiali in Ucraina, “rendono più che lecita la domanda sulla capacità Usa di affrontare due guerre di grandi dimensioni ancorché non necessariamente avanzate”. Per lo storico, i dati sul consumo di proiettili di artiglieria o missili Stinger “sono probabilmente solo la punta dell’iceberg dei problemi di forze armate che per quindici anni hanno combattuto contro avversari qualitativamente e numericamente inferiori”. Da questo punto di vista “gettare acqua sul fuoco in pubblico – come sta facendo Milley – può servire a prendere tempo per ripensare e ribilanciare lo strumento militare statunitense, nonché per rinforzare gli alleati chiave in quello scacchiere come Giappone e Corea del Sud”.

Lo sguardo di lungo periodo di Milley

“Più che negare la competizione con la Cina, mi sembra che Milley suggerisca di non allarmare i cinesi per non innescare una spirale competitiva alla quale gli USA al momento non sono pronti”, ha concluso Alegi, aggiungendo come “questo fatto, frutto di almeno trent’anni di decisioni e amministrazioni precedenti, non muterebbe neppure con un cambio di inquilino alla Casa bianca”, perché “costruire fabbriche, approvvigionare materiali strategici, ridisegnare le catene di fornitura e altri aspetti sono processi che richiedono molti anni, scavallando inevitabilmente il quadriennio di questo o quel presidente”.


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Budget difesa e vincoli di bilancio. Crosetto e la strada (in salita) verso il 2%


L’impegno italiano per raggiungere il traguardo del 2% del Pil da dedicare alla Difesa è stato confermato da tutti i governi, e quello attuale non fa eccezione. Sul tema è intervenuto infatti il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ad Agorà su Rai3

L’impegno italiano per raggiungere il traguardo del 2% del Pil da dedicare alla Difesa è stato confermato da tutti i governi, e quello attuale non fa eccezione. Sul tema è intervenuto infatti il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ad Agorà su Rai3 ha ribadito come, però, “l’unico che ha avuto il coraggio di dire a un’assemblea della Nato che non era un impegno facile per motivi economici è stato il sottoscritto” registrando con “stupore” il fatto che i membri dei governi precedenti “che invece non hanno mai detto nulla, adesso ci abbiano ripensato” dopo che tutti “si erano espressi mantenendo l’impegno” assunto al vertice Nato del Galles nel 2014.

Lo scorporo dal Patto di stabilità

La questione riguarda la proposta avanzata dal titolare di palazzo Baracchini di scorporare le spese della Difesa dai vincoli di bilancio, “l’unico modo per non togliere risorse a interventi sociali”, come aveva spiegato lo stesso ministro in audizione alle Camere. La proposta del ministro è stata anche già presentata a Bruxelles. Per il ministro, tra l’altro, l’impegno del 2% assunto nel 2014 è ormai considerato dall’Alleanza Atlantica un punto di partenza, con numerosi Paesi che già spingono per superarlo: “Il tema del 2% verrà posto al prossimo vertice di Vilnius della Nato– ha recentemente ricordato il ministro in Parlamento – e noi rischiamo di essere gli unici a non raggiungerlo o a non essere chiari nei tempi con cui lo raggiungeremo, quando gli altri Paesi già parlano del 3%”.

I numeri di Mediobanca

Il commento del ministro arriva insieme allo studio condotto da Area Studi Mediobanca sui conti annuali di oltre 240 multinazionali industriali mondiali, con un focus dedicato ai principali gruppi mondiali della Difesa. I dati raccolti dall’Area Studi Mediobanca rivelano un trend generale per il quale lo scenario mondiale è diventato più insicuro, aumentando le necessità di dotarsi di adeguati sistemi di deterrenza e difesa. Indubbiamente, ad aver contribuito a questo rapido deterioramento del quadro globale di sicurezza è intervenuta l’invasione russa dell’Ucraina, che ha riportato la guerra ai confini dell’Europa dopo oltre settant’anni di relativa pace. Come conseguenza le spese per la Difesa hanno raggiunto il massimo storico di 2.113 miliardi di dollari, pari al 2,2% del Pil mondiale.

I requisiti Nato

In questo quadro il nostro Paese sta gradualmente innalzando la propria spesa con l’obiettivo di raggiungere la soglia del 2% (circa 40 miliardi di euro, ne mancano ancora circa dieci), entro il 2028, prevedendo naturalmente anche la partecipazione a missioni, operazioni e altre attività. La spesa prevista si baserebbe principalmente sui fondi del ministero della Difesa, ma vedrebbe la partecipazione anche del ministero delle Imprese e quello dell’Economia. All’interno dell’Alleanza, l’Italia rimane tra i venti Paesi, su trenta, a non aver ancora raggiunto il livello previsto in Galles. Ad oggi solo Grecia (3,9%), Stati Uniti (3,5%), Croazia (2,7%), Lettonia (2,3%), Regno Unito ed Estonia (2,2%), Polonia (2,1%), Portogallo, Turchia (2,1%) e Lituania (2,0%) spendono quanto previsto, e dall’est dell’Europa aumentano le voci che chiedono un aumento della soglia minima.

Le mosse di Parigi

Nelle stesse ore arriva dalla Francia l’annuncio di un aumento “senza precedenti” delle proprie spese militari nel bilancio nazionale. La misura sarebbe contenuta nel disegno di legge di programmazione militare d’oltralpe per il periodo 2024-2030, presentato in Consiglio dei ministri. La misura contiene aumenti dai tre ai quattro miliardi di euro per le Forze armate di Parigi. Prima d’ora nessun budget francese era stato così elevato, raggiungendo i 413 miliardi. Da qui al 2030 ci sarà quindi una crescita costante, con un aumento di 3,1 miliardi nel 2024, tre all’anno tra il 2025 e il 2027 e di 4,3 miliardi all’anno fino dal 2028 in poi. Un piano che supera l’attuale quinquennio del presidente Emmanuel Macron. Il budget è orientato a rafforzare la deterrenza nucleare e la capacità di affrontare un conflitto ad alta intensità, oltre che potenziare le capacità nei nuovi domini operativi del cyber, dello spazio e dell’underwater. Tra le priorità anche la modernizzazione dell’artiglieria a lungo raggio, l’inizio della costruzione della prossima portaerei, e i programmi per l’aereo e il carro armato di prossima generazione.


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Riformare l’Italia, l’occasione che Draghi non colse


C’è, per dirla con Giuseppe Prezzolini, l’Italia dei furbi: abbiamo fatto man bassa dei fondi disponibili più di ogni altro Paese europeo, incuranti del fatto che buona parte di essi erano prestiti e non regalie. E c’è, per dirla con Leo Longanesi, l’Ital

C’è, per dirla con Giuseppe Prezzolini, l’Italia dei furbi: abbiamo fatto man bassa dei fondi disponibili più di ogni altro Paese europeo, incuranti del fatto che buona parte di essi erano prestiti e non regalie. E c’è, per dirla con Leo Longanesi, l’Italia ingovernabile e ingovernata: abbiamo redatto 180mila progetti, ne abbiamo completato l’1%, abbiamo speso il 6% dei finanziamenti ottenuti. Ci sono, dunque, nella vicenda Pnrr, tutta le nostre fragilità e tutti i nostri peggiori vizi nazionali.

Siamo l’unico Stato occidentale che per affrontare le crisi globali che la Storia ci ha ingratamente imposto ha dovuto commissariate il governo dei partiti con personalità esterne alla politica (da Ciampi, a Monti, a Draghi). Siamo l’unico Paese occidentale che, non avendo una pubblica amministrazione funzionante e un sistema politico efficiente, dai terremoti alle pandemie si è regolarmente affidato ai poteri eccezionali di commissari straordinari. “È ora di un generale Figluolo per il Pnrr”, invoca, non a torto, il direttore del Foglio, Claudio Cerasa.

Questa è la nostra maledizione, questa la nostra condanna. C’erano, forse, le condizioni per redimerci e correggerci. Ma non le abbiamo colte. È probabile che gli storici racconteranno la parentesi di Mario Draghi come la grande occasione persa dall’Italia. Forse l’ultima. Un governo da stato di eccezione, un raro senso di responsabilità nazionale: c’erano le condizioni, con Mario Draghi plenipotenziario a palazzo Chigi, per incoraggiare il parlamento a varare, rilegittimandosi, quelle riforme istituzionali di cui parliamo da quarant’anni. Ma non è stato fatto. C’erano le condizioni per rivoluzionare la pubblica amministrazione all’insegna dell’efficacia, dell’efficienza, del merito e della responsabilità individuale. Ma, evidentemente, neanche questo è stato fatto.

Non siamo cambiati, dunque. E perciò continueremo a dimenarci penosamente alle prese con problemi oggettivamente complessi, ma che i nostri partner/competitor padroneggiano meglio di noi.

Formiche

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Cresce l’industria della Difesa globale (con Leonardo e Fincantieri). Il report Mediobanca


Le spese per la Difesa raggiungono il massimo storico di 2.113 miliardi di dollari, pari al 2,2% del Pil mondiale, segnando di conseguenza una crescita delle aziende di settore in tutti gli indici economici. È quanto emerge dall’esame condotto dall’Area S

Le spese per la Difesa raggiungono il massimo storico di 2.113 miliardi di dollari, pari al 2,2% del Pil mondiale, segnando di conseguenza una crescita delle aziende di settore in tutti gli indici economici. È quanto emerge dall’esame condotto dall’Area Studi Mediobanca sui conti annuali di oltre 240 multinazionali industriali mondiali, suddivise per comparto, con un focus dedicato ai principali gruppi mondiali della Difesa. Lo studio, infatti, si concentra sui primi trenta gruppi del settore (i cui ricavi superino il miliardo e mezzo di euro). Già la loro distribuzione geografica, quindici nei soli Stati Uniti, dieci in Europa e cinque in Asia, dà la misura delle proporzioni e degli equilibri che esistono sul mercato dell’aerospazio e difesa, il cosiddetto As&D, con Washington che ancora si posiziona saldamente alla guida del comparto.

La spesa mondiale per la Difesa

Come riporta lo studio, infatti, agli Stati Uniti fa capo il 37,9% della spesa mondiale per la Difesa, seguita a notevole distanza dalla Cina al 13,9 (una differenza di oltre due volte e mezzo). L’Italia in questo scenario si pone poco fuori la top ten, all’undicesimo posto (quarta in Europa) con una spesa di 32 miliardi di dollari, un punto e mezzo percentuale della spesa globale. Ma al di là dei singoli numeri, pur importanti, a fare davvero la differenza per il primato a stelle e strisce è la qualità dei propri sistemi. Gli Usa, infatti, nel decennio 2012-2021 hanno ridotto di circa il 6% la spesa per l’approvvigionamento di armi, ben più che controbilanciata dagli aumenti di quella per la ricerca e lo sviluppo, con una crescita del 24%. Questo aumento, dice lo studio “suggerisce che gli Stati Uniti si stanno concentrando maggiormente sulle tecnologie di nuova generazione Il governo degli Stati Uniti ha ripetutamente sottolineato la necessità di preservare il vantaggio tecnologico americano rispetto ai concorrenti”.

Oltre gli indici Esg

I dati raccolti dall’Area Studi Mediobanca rivelano un trend generale per il quale lo scenario mondiale è diventato più insicuro, aumentando le necessità di dotarsi di adeguati sistemi di deterrenza e difesa. Indubbiamente, ad aver contribuito a questo rapido deterioramento del quadro globale di sicurezza è intervenuta l’invasione russa dell’Ucraina, che ha riportato la guerra ai confini dell’Europa dopo oltre settant’anni di relativa pace. Questo quadro ha avuto un suo riflesso nei bilanci delle società, con gli investimenti che sono aumentati a una velocità tripla rispetto ai ricavi. Il “rinnovato valore della sicurezza”, registra lo studio, è stato apprezzato dalle Borse e dagli investitori, un impulso che ha portato al superamento dei vincoli Esg che tradizionalmente hanno penalizzato le industrie di settore. “Il mutato contesto geopolitico, il riconoscimento della deterrenza come strumento di conservazione della pace e l’esigenza di tutelare i valori democratici hanno aperto il dibattito sulla riconsiderazione della compatibilità tra sostenibilità e investimento nei capitali delle imprese della Difesa”.

I risultati italiani

Nel complesso le trenta multinazionali dell’As&D hanno realizzato ricavi complessivi nel core business Difesa per oltre 315 miliardi di euro, con una capitalizzazione in Borsa di 721 miliardi di euro al marzo 2023, lo 0.8% del valore complessivo delle piazze affari mondiali. Tra queste trenta, sono presenti anche le italiane Leonardo, che entra nella top ten al nono posto, e Fincantieri al tredicesimo (ma che escludendo i giganti Usa che dominano i primi posti, diventano rispettivamente terza e quarta in Europa e a livello mondiale). Rispettivamente i due gruppi nazionali registrano un fatturato di 14,7 e 7,3 miliardi di euro.

Di questi ricavi, l’83% per Leonardo e il 32% per Fincantieri provengono dal comparto Difesa. Interessante, tra l’altro, notare che agli estremi della classifica sulle percentuali del business provenienti dal settore di Difesa si collocano la francese Naval Group (100%) e Fincantieri, le quali insieme hanno costituito la joint venture paritaria Naviris per migliorare il supporto alle rispettive Marine, aumentare l’esportazione, sviluppare nuove tecnologie e aumentare la competitività cantieristica dei due Paesi. La classifica cambia se si guarda invece agli investimenti, con Fincantieri che ottiene il sesto posto globale con il 4% del fatturato 2022, e Leonardo al dodicesimo con il 3,3%, entrambi sopra la media internazionale.


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Gli Accordi di Abramo nella dimensione europea. Terzi: “Importante collaborazione tra Paesi firmatari degli accordi e il mondo Euro-Atlantico”


“Nella preoccupante situazione che si è determinata con l’aggressione russa all’Ucraina e all’Europa, accompagnata dal rafforzamento dell’asse Mosca-Pechino, il valore degli Accordi di Abramo risiede sempre più nella ricerca della stabilità, nella ricostr

“Nella preoccupante situazione che si è determinata con l’aggressione russa all’Ucraina e all’Europa, accompagnata dal rafforzamento dell’asse Mosca-Pechino, il valore degli Accordi di Abramo risiede sempre più nella ricerca della stabilità, nella ricostruzione delle basi essenziali per la deterrenza nel rifiuto dell’utilizzo della forza, nell’azione diplomatica e in una crescente collaborazione dei Paesi firmatari degli accordi con il mondo Euro-Atlantico”, lo ha detto Giulio Terzi di Sant’Agata, senatore di Fratelli d’Italia e, presidente della commissione Politiche dell’Unione europea, intervenendo ieri al convegno organizzato della Fondazione Luigi Einaudi proprio per parlare dell’importanza degli Accordi di Abramo in chiave occidentale, con la prospettiva di allargare l’orizzonte dell’operatività di tale intesa anche al continente europeo, per sviluppare nuove relazioni economiche e commerciali tra l’Ue e i Paesi degli Accordi.

Oltre a Terzi di Sant’Agata, hanno preso parte all’incontro anche Alon Bar, ambasciatore d’Israele in Italia, Naser M.Y. Al Balooshi, ambasciatore del Bahrain in Italia, Nicola Monti, amministratore delegato di Edison, Fiamma Nirenstein, senior member Jerusalem center of public affairs, Gabriele Carrer, giornalista di Formiche.net, e Fabrizio William Luciolli, presidente del Comitato Atlantico in Italia. Nell’aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, priva di posti a sedere liberi per il gran numero di ospiti venuti a seguire il convegno, ha aperto il dibattito il segretario generale della Fondazione, Andrea Cangini, che ha poi lasciato la parola a Simona Benedettini, membro del comitato scientifico della FLE e moderatrice dell’incontro.

“Il rafforzamento della collaborazione tra gli Stati membri dell’UE e tutti i Paesi degli Accordi di Abramo è sempre più necessario”, ha sottolineato Terzi, “soprattutto dopo le intese fra Iran e Arabia Saudita. Da essi può giungere un rafforzamento dello Stato di diritto nell’ordinamento internazionale, una maggior cooperazione sul piano della sicurezza con il contrasto alla proliferazione nucleare iraniana, una collaborazione tecnologica e di sviluppo e una significativa crescita commerciale visto che, per quanto riguarda l’interscambio dell’Italia con i cinque paesi degli Accordi di Abramo, tra il 2021 e il 2022 il nostro Paese ha registrato un incremento complessivo del 25%”.

Questo scenario è stato confermato anche dall’ambasciatore di Israele in Italia Alon Bar, che ha spiegato come gli investimenti in Israele da parte dei Paesi della regione, anche nel quadro degli Accordi di Abramo, stiano aumentando in modo significativo. “L’accordo di libero scambio firmato nel 2022 con gli Emirati Arabi Uniti ed entrato in vigore lo scorso primo aprile ne è un esempio. Nel 2021, il commercio bilaterale raggiungeva 1,2 miliardi di dollari; nel 2022 i 2,5 miliardi di dollari, mentre nei primi mesi del 2023 abbiamo raggiunto i 5 miliardi di dollari. Entro il 2027 ci aspettiamo di andare oltre i 10 miliardi”, ha detto l’ambasciatore, evidenziando il lavoro da parte di entrambi i governi per rafforzare la cooperazione e facilitare gli investimenti.

L’ambasciatore di Bahrein in Italia, Naser M.Y. Al Balooshi, si è invece soffermato sull’importanza della stabilità politica come elemento essenziale per lo sviluppo economico in Medio Oriente. “Possiamo vedere – ha detto – come la firma degli Accordi di Abramo e la normalizzazione delle relazioni diplomatiche abbia soddisfatto la dimensione del commercio in quanto i rapporti commerciali si sono di gran lunga rafforzati, ma hanno anche favorito la sicurezza nella regione”.

Al termine del convegno, significativo è stato l’intervento dell’amministratore delegato di Edison, Nicola Monti, che ha ricordato quanto sia importante “alimentare il percorso di diversificazione nell’approvvigionamento energetico anche attraverso la collaborazione tra le diverse aree geografiche”. Questo perché, ha detto, “il settore dell’energia è uno strumento di collaborazione e cooperazione tra i Paesi, così come un elemento di stabilità, ricchezza e competitività per il settore industriale di qualsiasi Paese”.

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Chi è Alessandra Bruni, nuova presidente di Enav


Alessandra Bruni è stata nominata presidente di Enav, in vista dell’assemblea che dovrà ratificare le decisioni del governo. Laureata in Giurisprudenza all’Università Sapienza di Roma, nel 1990 entra nei ruoli dell’Avvocatura generale dello Stato. Dal 200

Alessandra Bruni è stata nominata presidente di Enav, in vista dell’assemblea che dovrà ratificare le decisioni del governo. Laureata in Giurisprudenza all’Università Sapienza di Roma, nel 1990 entra nei ruoli dell’Avvocatura generale dello Stato. Dal 2003 è consulente giuridico di Sace, dal 2018 di Simest. Dal 2007 è membro della Commissione interministeriale per le risorse minerarie e gli idrocarburi presso il Mise, con compiti tecnico consultivi per la ricerca mineraria di base, per la coltivazione degli idrocarburi e per le royalties.

Da avvocato dello Stato ha seguito processi penali di assoluta rilevanza per le istituzioni, dal processo Calipari a Mafia Capitale, oltre a una serie casi sui danni da amianto. È esperta di gestione dei beni confiscati alla mafia e reati ambientali.

Dal 2003 al 2013 è stata anche docente alla Sapienza di Roma per la scuola di specializzazione delle professioni legali e dal 2004 al 2010 ha insegnato Diritto processuale civile all’Università “Guglielmo Marconi”. Dal 2017 è presidente della Corte federale di appello della Federazione italiana sport equestri e dal 2018 è presidente della Corte federale di appello della Federazione italiana tiro con l’arco. Dal 2003 al 2015 ha ricoperto l’incarico di consulente giuridico e poi di direttore dell’ufficio legale della fondazione Teatro dell’Opera di Roma. È autrice della monografia “La difesa dello Stato nel processo” e ha collaborato alla redazione di vari volumi giuridici


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L’identità che manca alla Destra di governo


Perché lo fanno? Perché illustri dirigenti politici, manager pubblici, uomini di governo e alte cariche istituzionali di Fratelli d’Italia continuano a gettare generose e improvvise secchiate di benzina sulla fiamma sempre ardente dell’antifascismo milita

Perché lo fanno? Perché illustri dirigenti politici, manager pubblici, uomini di governo e alte cariche istituzionali di Fratelli d’Italia continuano a gettare generose e improvvise secchiate di benzina sulla fiamma sempre ardente dell’antifascismo militante?

Escludiamo, per logica politica, che lo facciano col deliberato intento di ricompattare le opposizioni e di mettere in allarme i partner, i mercati e le Istituzioni europee. Escludiamo anche, per carità di Patria, che lo facciano per faciloneria, per superficialità o per vanità personale.

Se lo fanno, c’è da credere che lo facciano spinti da un calcolo di convenienza politica oppure trascinati da un istinto primario irrefrenabile. La ragione politica, se ci fosse, non potrebbe che essere questa: catalizzare l’attenzione mediatica sulla questione fascista per distrarre l’opinione pubblica dai gravi impasse del governo sul Pnrr e soprattutto sui migranti, e al tempo stesso dare un segnale di coerenza ideale ad una base elettorale prossima a ravvisare, secondo la martellante retorica di un decennio trascorso dal partito interamente all’opposizione, il cedimento della Destra di governo alle dinamiche dell’Europa e agli interessi dell’America. Ci sarebbe una logica, certo, anche se si tratterebbe di una logica miope. Miope perché ai consensi guadagnati in patria fanno da contraltare lo scetticismo e la sfiducia internazionali: elementi che, in un mondo globalizzato e in una fase politica interamente giocata sulla scena europea ed estera, pesano sul futuro e sull’efficacia del governo ben più di qualche punto percentuale perso nei sondaggi di opinione.

No, troppa grazia. Difficile pensare ad una regia, difficile credere si tratti di una, per così dire, raffinata strategia politica. Non resta, allora altra spiegazione se non quella dell’istinto primario. Un istinto identitario, un istinto di sopravvivenza. La reazione naturale all’orrore del vuoto percepito dell’identità presente e alla mancanza di un copione nuovo da recitare con metodo Stanislavskij per mettersi al passo con i tempi. È come se una parte non trascurabile dei dirigenti di Fratelli d’Italia facesse fatica a calarsi nella narrazione meloniana e non percepisse il senso politico della strada intrapresa. È stata, in effetti, una svolta a freddo. Una narrazione ancora giovane imposta da una realtà in rapido mutamento e dal precipitare degli eventi internazionali: la guerra in Ucraina, la rinnovata centralità dei valori liberali, le sfide della modernità, la consapevolezza che non è possibile resistere al governo dell’Italia schierando l’Italia contro l’Europa. È su questi assi che dovrebbe prendere forma la nuova identità della destra di governo. Ma la forma si sforma, il disegno non si completa, il nuovo quadro non suscita emozioni né scatena sentimenti. E senza il mastice delle emozioni e la calce dei sentimenti le identità politiche faticano ad affermarsi e a stare in piedi.

È una condizione che spaventa, disorienta, atterrisce. Occorrerebbe una decisa azione di pedagogia politica, ma Giorgia Meloni stenta ad attuarla. Occorrerebbe una nuova retorica identitaria calata nella modernità, ma nel mondo degli intellettuali meloniani non si vede chi possa farsene carico. Non resta, allora, che abbandonarsi ai vecchi istinti e, a 78 dalla fine del Fascismo e a 28 dalla svolta di Fiuggi, rifugiarsi nelle antiche identità, pur sapendo che con la testa pervicacemente rivolta al passato sarà difficile costruirsi un futuro.

Fatte tutte le opportune distinzioni, qualcosa di simile sta accadendo anche alle sinistre. Al Pd della Schlein e ai grillini di Conte. L’identità, tema cui il politologo Francia Fukuyama ha dedicato un recente saggio, è con tutta evidenza il tema dell’epoca.

Huffington Post

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Elicotteri, F-35 e Fregate. I piani di Lockheed Martin che avvicinano Italia e Usa


Caccia di quinta generazione, elicotteri del futuro, collaborazioni globali e interconnessione tra piattaforme. Sono solo alcuni dei programmi illustrati a Roma dal management di Lockheed Martin, il gigante industriale della Difesa statunitense, che ha un

Caccia di quinta generazione, elicotteri del futuro, collaborazioni globali e interconnessione tra piattaforme. Sono solo alcuni dei programmi illustrati a Roma dal management di Lockheed Martin, il gigante industriale della Difesa statunitense, che ha una lunga e consolidata collaborazione con il nostro Paese. “L’Italia ha da poco festeggiato i cento anni della sua Aeronautica militare” ha infatti ricordato Jonathan Hoyle, chief executive Europe, “con la quale ci lega una collaborazione da settant’anni” esemplificata dall’F-35. Il caccia stesso, come sottolineato dal manager è “assemblato e costruito a Cameri in partnership con Leonardo”, unico Paese in Europa ad avere sul suo territorio un centro di produzione del caccia di quinta generazione. Altro partner importante di Lockheed Martin è Fincantieri, “con la quale l’azienda collabora sulle Littoral Combat Ship della US Navy” nei cantieri del gruppo italiano in Wisconsin e “sulle nuove fregate della classe Constellation”.

Il legame atlantico passa per l’F-35

Per Hoyle, proprio l’F-35 rappresenta un esempio dei legami che uniscono l’Europa e gli Usa, anche attraverso l’Italia. Il vicepresidente Aeronautics del gruppo, Randy Howard ha aggiunto che: “Tutti i novecento aerei consegnati finora nel mondo hanno componenti italiane a bordo”. A Cameri, infatti, vengono prodotte le ali non solo per i mezzi italiani “ma di tutti i caccia a livello mondiale”. Attualmente il nostro Paese opera 17 F-35 in versione A e sei in versione B, dei novanta totali (sessanta A e trenta B), dalle basi aeree di Ghedi, Amendola, Taranto a bordo di Nave Cavour e in futuro opererà anche dalla base di Grottaglie in appoggio alla portaerei.

Un cammino secolare. Il record dell’Aeronautica e di Sikorsky

Quello con l’F-35 e la Lockheed, però, non è l’unico legame che unisce il nostro Paese al gruppo statunitense. “L’Italia compra i nostri prodotti dal 1953” ha infatti raccontato Jeff White, vice presidente Strategy and business development di Sikorsky, componente del gruppo LM dedicata all’elicotteristica, che tra l’altro condivide con l’Arma azzurra il compimento di cento anni di attività. Le Forze armate nazionali hanno espresso il loro interessamento per la tecnologia del Future vertical lift sviluppata da Sikorsky. “Al momento ci stiamo concentrando sul programma statunitense per l’elicottero di nuova generazione Future Vertival Lift (FVL)- il Future Attack Reconnaissance Aircraft (FARA)”, ha spiegato ancora White. I sistemi della società sono basati sulla tecnologia X2, che prevede un doppio rotore coassiale con un propulsore spingente. “Le sue velocità superano i duecento nodi – ha illustrato il manager – con il prototipo Defiant X che ha raggiunto i 250 nodi. Sono mezzi estremamente manovrabili, veloci e capaci di volare molto bassi”.

Il Future Vertical Lift (FVL)

Tutti elementi che saranno cruciali negli scenari contesi e contestati del futuro, come ha spiegato il direttore Future Vertical Lift international di Sikorsky, l’italiano Luigi Piantadosi: “Gli elicotteri del prossimo futuro dovranno essere più capaci di sopravvivere, avere raggi d’azione più ampi, ed essere capaci di volare molto velocemente, molto bassi, sfruttando corridoi molto stretti”. Agilità e manovrabilità saranno dunque essenziali, tutte caratteristiche garantite dalla tecnologia X2. Inoltre, ha aggiunto Piantadosi, “la struttura dei sistemi sarà basata su una architettura guidata dal principio del Modular Open System Architecture (MOSA)”, capace di integrarsi con gli altri mezzi e velivoli attualmente in servizio nei diversi domini operativi militari. Come ribadito da Piantadosi, la combinazione delle pale contro-rotanti e il propulsore di coda “garantiscono agli apparecchi una incredibile capacità di virata stretta”. Infatti, per questi apparecchi di nuova generazione “la capacità di sopravvivenza sarà l’elemento chiave nel futuro” unita all’elevata manovrabilità dei mezzi permetterà agli apparecchi di evitare con più facilità le minacce anche in ambienti contestati. Anche l’Italia sta osservando con attenzione l’evoluzione di queste tecnologie, e il ministero della Difesa “è attualmente impegnato nello studio per stabilire le necessità degli ambienti operativi nei quali dovranno agire le Forze armate e le tecnologie future nell’ala rotante”.

Il Nato Next Generation Rotorcraft Capability (NGRC)

L’Italia, inoltre, partecipa al Nato Next Generation Rotorcraft Capability, programma che ha l’obiettivo di sviluppare un elicottero capace di raggiungere velocità, distanze, e altezze superiori ai modelli attuali e che vedrà Sikorsky avanzare la sua proposta per uno sviluppo basato sulla tecnologia X2. Alla domanda di Airpress sui prossimi passi che l’azienda intende compiere riguardo al programma NGRC, Piantadosi ha spiegato che l’Alleanza intende sviluppare il NGRC attraverso cinque studi, tre aperti all’industria e due interni. “Per quanto riguarda i tre aperti, saranno probabilmente studi concentrati sulle nuove tecnologie, sui nuovi sistemi di propulsione e su come l’industria vede l’architettura Modular Open System” mentre gli studi interni della Nato saranno più focalizzati sui requisiti. “L’azienda – ha concluso Piantadosi – è stata invitata a seguire una presolicitation conference, insieme ad altre industrie, e crediamo che questa possa essere davvero una grande opportunità per la Nato per capire veramente cosa serve, quali sono i nuovi requisiti base, e per noi un’occasione per dimostrare veramente cosa la nostra tecnologia può fare per la Nato”.


formiche.net/2023/04/elicotter…

Paulette Jiles – Notizie dal mondo


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RinCorsa


Non può che far piacere il drastico calo del peso delle bollette della luce: -55,3% per il prossimo trimestre, con alle spalle un altro -19,5%. Anche il gas è in rapida discesa. Ma sarebbe colpevole non leggere il significato politico di questi dati. E sa

Non può che far piacere il drastico calo del peso delle bollette della luce: -55,3% per il prossimo trimestre, con alle spalle un altro -19,5%. Anche il gas è in rapida discesa. Ma sarebbe colpevole non leggere il significato politico di questi dati. E sarebbe dannoso non comprenderne le conseguenze.

Si torni con la mente ai giorni iniziali della criminale guerra scatenata da Putin in Ucraina. In quelle ore l’Occidente compì scelte che determinarono la sconfitta politica del Cremlino, preludio del disastro militare che si è poi visto. La condanna fu unanime, come le sanzioni e la decisione di affrancarsi dalle forniture russe di gas. Furono allora formulate delle ragionevoli previsioni, che si sono dimostrate esatte nonostante lo scatenarsi dello scetticismo dei putinofili:
1. La totale autonomia dal gas russo è stata raggiunta prima del tempo stabilito (complice un inverno mite) e il prezzo che oggi paghiamo è inferiore a quello di prima della guerra (rammentando che era salito a causa dell’aumento della domanda, dopo i blocchi produttivi imposti dalla pandemia);
2. La febbre dei prezzi (compensata da imponente spesa pubblica a sostegno dei consumi) ha avuto anch’essa la durata prevista e si rientra nella normalità, se non la si alimenta dall’interno;
3. L’effetto delle sanzioni sull’economia russa non è stato immediato, lo si disse subito, tanto più che gli acquisti di gas sono aumentati per riempire le riserve, ma si è dimostrato devastante e inesorabile, mandando la Russia in una recessione più profonda e declassandola a colonia cinese.

Le cose sono andate come si era detto. La guerra continua, purtroppo, e continuerà fin quando Putin potrà preservare sé stesso mandando al massacro la Russia e i russi. Spera che l’Occidente si fiacchi ma ha ottenuto l’esatto opposto, ovvero la corsa di tutti i Paesi dell’area a chiedere la protezione occidentale. Dietro il calo delle bollette c’è un vasto significato politico. Davanti, però, c’è una prospettiva di ripresa della corsa. Il governo fa bene ad affievolire e gradualmente far sparire i sostegni ai consumi, che non avendo più una motivazione patologica sarebbero solo distorsivi e inflattivi. Ma ora si deve anche smontare la retorica del Pnrr inattuabile per il cambio dei prezzi delle materie prime. La fase antecedente agli investimenti è quella delle riforme, nella quale si deve far lavorare la politica e il Parlamento, senza un centesimo di costi aggiuntivi. Mentre i costi dei materiali rientrano gradualmente nella normalità.

Il 2023 era previsto come un anno di rallentamento, ma di crescita. E anche questa previsione si è rivelata esatta, nonostante quasi tutte le forze politiche avessero fatto una campagna elettorale intestata a una recessione che non c’era. Ora siamo a uno snodo decisivo, perché l’uso razionale e tempestivo dei fondi europei fa la differenza – per l’anno in corso e quelli a venire – fra il ritorno a crescite asfittiche (erose dal costo del debito) e il consolidamento della eccezionale corsa fatta nel 2021 e nel 2022 (che erode il debito). Questo è lo spazio e l’occasione della RinCorsa. A impedircelo possono essere solo l’ignavia politica e l’incapacità pratica, che neanche un mago riuscirebbe mai a nascondere dietro la balla dei ritardi ereditati. Per non dire della bislacca tesi secondo cui i soldi a disposizione (buona parte dei quali regalati) sono “troppi”.

Qui sia concessa una considerazione politica. Il governo ha una vasta maggioranza e una opposizione divisa e dedita alla radicalizzazione. Il solo modo che ha per andare in crisi è sgretolarsi, il che non appare probabile. Per la destra, se non s’impantana nel passato, è l’occasione per cambiare il proprio futuro. Il che comporta la necessità di affrancarsi subito da slogan e concetti che servivano solo a essere “contro”, dai balneari al Mes. Le riforme non procedono proprio a causa di quel corteggiare ogni misero interesse che serva a danneggiare chi governa. Governano loro, è ora di cambiare.

La Ragione

L'articolo RinCorsa proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Trattato Start, ombre cinesi dietro l’escalation Usa-Russia. Scrive Secci


La sopravvivenza del trattato sulla riduzione e controllo degli armamenti strategici Start, firmato da Washington e Mosca nel 1991 e rinnovato più volte, è sempre più a rischio. Lo scorso 24 febbraio, giorno in cui ricorreva l’anniversario dell’intervento

La sopravvivenza del trattato sulla riduzione e controllo degli armamenti strategici Start, firmato da Washington e Mosca nel 1991 e rinnovato più volte, è sempre più a rischio.

Lo scorso 24 febbraio, giorno in cui ricorreva l’anniversario dell’intervento militare in Ucraina, il presidente Vladimir Putin annunciava la sospensione dell’accordo per parte russa. L’aver voluto sottolineare che si trattava di una sospensione e non di un ritiro, sembrava voler dare all’iniziativa un valore più simbolico e di facciata, soprattutto per il morale sul fronte interno, lasciando intendere che il Cremlino avrebbe comunque rispettato le disposizioni dell’intesa. Una nota del ministero degli Esteri confermava questo assunto, tutto sommato ottimistico.

Sennonché, questa settimana, sono trapelate alcune notizie che hanno messo in luce l’effettiva postura diplomatica e giuridica del Cremlino sul rispetto dell’accordo. Nel corso dell’audizione alla sottocommissione Forze strategiche del 28 marzo, l’assistente segretario alla Difesa americano per le politiche spaziali, John Plumb, ha comunicato ai presenti che la Russia aveva interrotto il flusso di comunicazioni e notifiche giornaliere previste dall’intesa.

Lo Start, infatti, non si limita a fissare limiti numerici per la detenzione e schieramento degli armamenti strategici (missili intercontinentali, terrestri e navali; bombardieri e sommergibili da attacco nucleare; testate atomiche di potenziale superiore a quello tattico), ma comprende precisi meccanismi di verifica e controllo di adempimento. Tra questi, si ricordano: ispezioni a basi e siti dove sono posizionati gli armamenti (18 sopralluoghi l’anno per parte); invio di report dettagliati su vettori e testate (ogni 6 mesi); notifica di qualsiasi aggiornamento sul numero e caratteristiche tecniche dei dispostivi strategici e sulle strutture dove sono schierati (frequenza giornaliera).

L’importanza delle clausole di controllo deriva dalla capacità di garantire concretezza, rispetto e, quindi, tenuta dell’accordo. Nel momento in cui, uno o più strumenti di accertamento venissero a mancare, le garanzie di sicurezza a fondamento dell’intesa vacillerebbero, o cadrebbero del tutto.

Per quel che riguarda le ispezioni sui siti, esse sono state sospese, causa pandemia, da marzo 2020: da allora non sono più riprese. A novembre era in programma un meeting al Cairo, secondo il format previsto dal trattato (Bilateral Consultative Commission), ma è stato annullato pochi giorni prima della data dell’incontro.

Ispezioni a parte, anche le ultime due modalità di controllo sono ormai decadute. Nel corso dell’audizione alla sottocommissione Forze strategiche, infatti, l’assistente segretario della Difesa ha annunciato che i russi, a seguito di colloqui diplomatici intercorsi il giorno prima, hanno dichiarato di non voler trasmettere neppure il report semestrale con i dettagli numerici e tecnico-operativi di vettori e testate. In sostanza, da parte russa, viene a mancare qualsiasi forma di accertamento sul rispetto delle clausole del trattato.

A causa di questa postura politico-strategica, col fine dichiarato di riportare i russi al rispetto dell’accordo, gli Stati Uniti hanno deciso di non trasmettere il report semestrale di loro competenza, il cui invio era previsto entro la fine del mese di marzo. Per ora, la Casa Bianca sembrerebbe orientata a non rispettare solo questa scadenza: non è stato specificato, infatti, se questa misura sia definitiva o provvisoria. Inoltre, le notifiche contenenti aggiornamenti sullo stato di vettori, basi e testate, continueranno ad essere trasmesse quotidianamente al Cremlino.

Washington ha voluto lanciare un segnale a Mosca, dimostrando che gli Stati Uniti non sono disposti a rispettare unilateralmente l’accordo anche perché, col tempo, nulla esclude che possano crearsi pericolosi squilibri strategici, con inevitabili rischi alla difesa e sicurezza dell’area euroatlantica (deterrenza Nato).

La notizia dell’inadempimento russo al trattato Start cade in un momento di rinnovata escalation nucleare in Europa, dovuta al trasferimento, previsto per luglio, di testate atomiche in Bielorussia. Quest’ultima decisione è stata annunciata pochi giorni dopo la visita del Presidente cinese Xi Jinping a Mosca. Nulla esclude che la nuova postura nucleare russa sia in qualche modo influenzata, o apertamente sostenuta, da Pechino. Ciò vale, soprattutto, per la tenuta del trattato Start.

Tra le due parti dell’accordo, la Federazione Russa è stata quella più propensa al rinnovo (validità estesa sino a febbraio 2026). Lascia pertanto quantomeno perplessi l’atteggiamento del Cremlino degli ultimi mesi: dopo essersi fortemente impegnato per il prolungamento del trattato, esso non rispetta più alcuna clausola di verifica e controllo, decretando di fatto, per parte russa, la sua fine.

La guerra in Ucraina, salvo l’intenzione di barattare il rispetto dell’accordo in trattative per la risoluzione del conflitto, non dovrebbe aver influenzato questo processo: si tratta di uno scontro che riguarda un Paese e un continente, l’Europa, sul quale difficilmente potrebbero essere impiegati gli armamenti regolamentati dallo Start.

Potrebbe essere più plausibile, invece, una spinta cinese: la presenza, sul piano giuridico e morale, di un accordo che garantisce un valido sistema di controllo sugli armamenti strategici, fissando limiti numerici su vettori e testate, potrebbe essere, nel lungo periodo, un problema. Nel pieno del programma di riarmo, infatti, la Repubblica Popolare potrebbe essere, un domani, ufficialmente invitata a farne parte.

Di un’estensione dell’accordo ai cinesi, tra l’altro, si parlò ampiamente in sede di rinnovo del trattato. Questo potrebbe essere il motivo per cui gli americani hanno risposto in maniera misurata alle inosservanze russe: mantenere un approccio diplomatico per ottenere garanzie di sicurezza dai russi oggi, ma anche (e, forse, soprattutto) per richiederle ai cinesi domani.

Il trattato Start, simbolo e ultimo pilastro rimasto in piedi del processo di disarmo e controllo degli armamenti della Guerra Fredda, è appeso al filo degli aggiornamenti quotidiani trasmessi dagli americani ai russi. Il suo futuro potrebbe essere deciso dal confronto tra diplomazia a breve termine (sempre più americana e sempre meno russa), da una parte, ed esigenze di sicurezza euroatlantica di lungo termine, dall’altra. Se prevarrà la prima, il trattato sarà salvo; in caso contrario, non perderanno solo Washington e Bruxelles, ma la stessa Mosca. E a festeggiare vittoria sarà solo Pechino.


formiche.net/2023/04/usa-russi…

Masoumeh aveva 14 anni, è stata stuprata e uccisa dai pasdaran


Masoumeh aveva 14 anni e viveva in un quartiere povero di Tehran e, quotidianamente, con alcune sue compagne di classe metteva in atto un’azione di disobbedienza civile che consisteva nel togliersi il velo davanti ai ritratti della guida suprema Ali Khame

Masoumeh aveva 14 anni e viveva in un quartiere povero di Tehran e, quotidianamente, con alcune sue compagne di classe metteva in atto un’azione di disobbedienza civile che consisteva nel togliersi il velo davanti ai ritratti della guida suprema Ali Khamenei e del fondatore della Repubblica islamica, Ruḥollāh Khomeynī, mostrando il dito medio. Le telecamere l’hanno identificata ed è stata arrestata.

Masoumeh aveva detto no all’hijab e manifestava pubblicamente il suo rifiuto di rispettare il codice di abbigliamento islamico postando sui suoi social le foto delle performance messe in atto a scuola con le sue amiche. In queste foto le ragazze erano riprese di spalla con i neri e lucenti capelli sciolti, raccolti in trecce o a coda di cavallo, con l’hijab in una mano e con l’altra mostravano il dito medio.

Le milizie pasdaran l’avevano identificata attraverso le telecamere di videosorveglianza e l’avevano arrestata dopo aver fatto irruzione nella sua scuola. Poco dopo è finita in ospedale per una grave emorragia vaginale, è entrata in coma ed è morta.

“La Repubblica islamica in Iran è come l’Isis”, gridano i manifestanti. Usa la violenza contro le donne, anche adolescenti, per una perversa rieducazione ad una aberrante loro nozione di castità e mettere a tacere le giovani.

In un recente e dettagliato rapporto della CNN, ripreso dal “New York Times”, si descrive la nuova strategia adottata dalle autorità iraniane per imporre il rispetto del rigido codice di abbigliamento femminile dopo il fallimento della cosiddetta “polizia morale” mostratasi del tutto inefficace nella repressione delle donne coraggiosamente in rivolta.

Ora gli agenti della buoncostume sembrano scomparsi dagli angoli delle strade e nella repressione sono impiegate direttamente le guardie rivoluzionarie che dopo segnalazioni e rilevamenti con telecamere di videosorveglianza si recano a casa, nelle scuole e nelle università ad arrestare le ragazze senza velo con l’accusa di “immoralità” per poi aggredirle sessualmente. I rapporti riferiscono testimonianze di una tattica organizzata dello “stupro” praticata dai cosiddetti agenti di sicurezza della Repubblica islamica.

La madre di Masoumeh, che intendeva rivelare l’orrore che aveva vissuto la propria figlia, è scomparsa. Non si ha più notizia di lei.

Riferire sul numero di aggressioni sessuali e confermarle è difficile perché le vittime rimangono in silenzio per vergogna, per paura o per il grave trauma subito. La CNN riferisce che in alcuni casi gli agenti di sicurezza filmano le vittime durante gli stupri per costringerle a rimanere in silenzio.

In questa dettagliata inchiesta vi sono i racconti spaventosi di medici che hanno preso in cura le vittime dello stupro e, coperti, dall’anonimato, hanno svelato orrori indicibili.

Oltre quattro di decenni di propaganda statale nel sistema educativo sarebbero dovuti servire a fare il lavaggio del cervello ai minori condizionandone la formazione. Ma la Repubblica islamica ora si rende conto del suo fallimento e sta ricorrendo ad una vera e propria pratica terroristica ricorrendo a rapimenti, torture, avvelenamenti e stupri, diventati un modus operandi distintivo della pratica di repressione delle rivolte innescate il 16 settembre 2022 dall’uccisione della giovane ragazza curda, Mahsa Amini.

In una sua dichiarazione, l’Unicef ha denunciato le «continue irruzioni e perquisizioni condotte in alcune scuole dell’Iran» e, secondo l’Associazione per la protezione dei bambini con sede a Tehran, almeno 60 minori sono stati uccisi dall’inizio delle proteste. «La Repubblica islamica fa parte di quella manciata di paesi che ancora giustiziano i minorenni, quindi non sorprende che stia ricorrendo a uccisioni e torture per reprimere il dissenso, la libertà di parola e la libertà di pensiero anche dei bambini».

Masoumeh non è stata l’unica ragazza ad aver subito questa atroce violenza che l’ha condotta alla morte. A Karaj una ragazza di 20 anni è stata arrestata con l’accusa di aver guidato le proteste e poi rilasciata dal centro di detenzione. I medici che l’avevano presa in cura hanno raccontato in anonimato che “la giovanissima donna era giunta in ospedale con i capelli rasati, con le gambe che le tremavano e con l’ano lacerato”. Dopo le cure mediche era stata di nuova tradotta in carcere e nulla si è più saputo di lei.

Nell’agosto del 2021 il presidente Ebrahim Raisi aveva inasprito la legge sull’hijab, imponendo un codice di abbigliamento più rigido e accaniti pedinamenti per farlo rispettare. La polizia morale aveva installato telecamere di videosorveglianza nei pressi di scuole, università e uffici e ad ogni angolo di piazze e strade. Ora le telecamere sono presenti anche nelle aule delle scuole di ogni ordine e grado.

Ricordiamo il caso di Nika Shakarami, una ragazza di 16 anni che nell’ottobre scorso diede fuoco al suo chador. Nika amava cantare in pubblico a capo scoperto. Fu arrestata. Dopo qualche giorno, le autorità della Repubblica islamica annunciarono la sua morte che sarebbe avvenuta a causa di un incidente. Ma l’autopsia ha invece accertato la vera causa del suo decesso: il suo bacino, il suo cranio, le sue braccia, le sue gambe erano completamente fratturate.

Nima Nouri, aveva 17 anni, è stato assassinato a Karaj dalle milizie pasdaran che gli avevano sparato due colpi di arma da fuoco. Due mesi prima della sua uccisione aveva pubblicato un messaggio su Instagram in cui lanciava un appello chiedendo di unirsi alle manifestazioni: “Sono pronto a sacrificare la mia vita per questo”, aveva scritto.

I genitori di Nima hanno commemorato la morte del loro figliolo liberando colombe bianche sulla sua tomba. Sua madre urlava il suo nome, suo padre si colpiva in testa come se avesse voluto inveire contro colui che aveva ucciso il figlio.

L’organizzazione umanitaria curda Hengaw documenta gli orrori che avvengono nelle carceri iraniane dove sono rinchiusi anche minori. In una di queste, trenta ragazze minorenni sono state messe in una cella che poteva contenere al massimo cinque persone ed erano sotto il controllo di carcerieri maschi. Erano tutte accusate di aver bruciato il loro velo e di aver insultato la guida Suprema Ali Khamenei. Queste giovanissime ragazze alle quali sono state negate le cure mediche necessarie, sono state rinchiuse in celle senza servizi igienici e lavabi, senza cibo, senza acqua, esposti al freddo e in isolamento prolungato.

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Il botolo


Si alimenta la discussione pubblica con una continua ansia della punizione, salvo poi invocare il condono innanzi a eccessi punitivi. Partiamo dall’ennesimo “scudo”, che nell’oscillare fra pena e perdono anche il vocabolario è divenuto monotono. L’ultimo

Si alimenta la discussione pubblica con una continua ansia della punizione, salvo poi invocare il condono innanzi a eccessi punitivi. Partiamo dall’ennesimo “scudo”, che nell’oscillare fra pena e perdono anche il vocabolario è divenuto monotono. L’ultimo ha a che vedere con il fisco, che in quanto a condoni è talmente aduso da togliere significato e credibilità alle punizioni.

Il governo ha in animo una complessiva e radicale riforma fiscale, puntando a tre le aliquote per i redditi delle persone fisiche (attualmente sono quattro), salvo moltiplicarle con delle false flat tax che sono differenziali regimi forfettari. Che una maggioranza di centrodestra già votò una legge delega per portare le aliquote a due e poi fece cadere la delega trasformando la rivoluzione nell’eterna restaurazione, neanche se lo ricorda più nessuno. In ogni caso, avendo aperto quel cantiere sarebbe ragionevole portarci ogni altra questione fiscale, rendendo omaggio alla coerenza e all’organicità. Niente da fare, lo “scudo” ha preso forma in un articolo che si trova dentro a un decreto intitolato alle “bollette”. Cosa c’entri lo sa il cielo.

Neanche il tempo di emanarlo e già c’è chi strilla all’“ennesimo condono”. Che fra gli strillanti vi siano i condonatori della volta precedente è gustosa osservazione a cura dell’estrema minoranza che ancora rende omaggio alla memoria. Ma non è un condono. A questo giro è buon senso. Se ho fatto una regolare dichiarazione ma poi non ho versato il dovuto sono sicuramente un evasore fiscale, il che innesca un procedimento penale. Li si definisce anche “evasori per necessità”, senza neanche apprezzare il ridicolo che se la necessità può giustificare l’irregolarità è segno che la regola ha necessità d’essere rivista. No, sono soggetti che hanno usato diversamente i soldi. Colpevoli, quindi. Ma se riconoscono la colpa e si dispongono a pagare (con ammenda) è evidente che il procedimento penale debba fermarsi e poi estinguersi all’estinzione del debito. Altrimenti casca anche l’interesse a saldarlo.

Diversi i casi – che pure si era provato a inserire (e vedrete che qualche emendamento ci riproverà) – di chi la dichiarazione non l’ha proprio presentata o l’ha presentata falsa. Nei quali casi la punizione non può essere estinta dal pagare dopo essere stati beccati: punizione più pagamento, non pagamento al posto della punizione.

Strilli si sentono anche sul fronte del codice appalti, di cui ci siamo già occupati. In questo caso gli strillanti ritengono che si sia semplificato troppo, mentre a me pare non lo si sia fatto abbastanza. Senza le vecchie regole e limiti, dice anche l’autorevole Autorità contro la corruzione, gli appalti andranno a parenti e amici. Come se, vigente e vigilante la citata Autorità, non capiti di già. Qui il punto non è scambiare velocità con onestà, anche perché l’esperienza c’insegna che il malaffare prospera nella lentezza. Servono la (prevista) digitalizzazione, la tracciabilità e leggibilità di tutti gli affidamenti e la corrispondenza fra potere e responsabilità (nel senso sia di “colpa” che di “merito”).

Pensare che il male del mondo si elimini ispezionando le anime è metodo sicuro per far affermare quelle dannate. Il disincentivo a delinquere deriva da regole chiare e punizione assai probabile, in caso di devianza (XVIII secolo, Cesare Beccaria op. cit.). Posto che le regole non devono essere spaventose, è sano che il fisco e la giustizia mettano una certa strizza, talché fregare gli altri induca la paura d’essere fregati. Epperò i due esempi citati hanno una cosa in comune: non ci crede nessuno – né alla regola né alla punizione – se la giustizia è inesistente o in gara con i bradipi. Il nodo è quello e si tende a non occuparsene. Che fine hanno fatto i propositi di Carlo Nordio? Perché se lo si costringe addirittura a difendere l’idea che chi tortura sia punito, è solare che resteremo vittime del supplizio imposto dalla severità orale condita con l’insipienza reale. Il “bau bau” del botolo.

La Ragione

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La censura di YouTube a Martino e alla Fle è inquietante, siamo alla dittatura dell’algoritmo


Intervista al professor Salvatore Sica Quella dell’algoritmo, oltre ad essere una rivoluzione, rischia di trasformarsi in una “dittatura” se non regolamentata adeguatamente. Qualche giorno fa ha suscitato scalpore la decisione del canale YouTube di oscura

Intervista al professor Salvatore Sica

Quella dell’algoritmo, oltre ad essere una rivoluzione, rischia di trasformarsi in una “dittatura” se non regolamentata adeguatamente. Qualche giorno fa ha suscitato scalpore la decisione del canale YouTube di oscurare per una settimana la pagina della Fondazione Einaudi, che non può certo essere definita una organizzazione sovversiva. Il motivo? La pubblicazione di una lezione di Antonio Martino (accademico ed esponente di spicco di Forza Italia, scomparso lo scorso anno) alla “Scuola di liberalismo”. Nel video l’ex ministro si esprime sulla gestione della pandemia da parte del governo. Di qui l’iniziativa della piattaforma online, che, come ha comunicato la stessa Fondazione Einaudi, «non ammette affermazioni relative ai vaccini per il Covid-19 che contraddicono il parere di esperti appartenenti ad autorità sanitarie locali o all’Oms». Abbiamo approfondito la vicenda con Salvatore Sica, avvocato e ordinario di Diritto privato nell’Università di Salerno. «Ogni giorno in più – dice –, quando mettiamo contenuti, diventiamo proporzionalmente e parallelamente schiavi della rete»

Professor Sica, prende corpo una nuova forma di censura? Chi diffonde idee non gradite ai gestori dei social viene messo alla porta?

In realtà non abbiamo nulla di nuovo. Semplicemente, la vicenda che stiamo commentando è uno degli ultimi atti che si stanno comunque verificando da anni. Vale a dire l’auto-attribuzione che si sono fatte le piattaforme online, soggetti privati, di censurare addirittura le idee. Era immaginabile che si arrivasse a questo. L’ultimo episodio, quello che ha riguardato la Fondazione Einaudi, è abbastanza inquietante. Non stiamo parlando di un politico o di una celebrità dello spettacolo, ma di un professore universitario, che, all’interno di una rispettabilissima organizzazione, manifesta realmente una opinione. La censura applicata segue qualche criterio algoritmico di ricerca della parola chiave. È bastato elaborare, per esempio, la parola “vaccino”, perché l’algoritmo arrivasse a delle conclusioni affrettate.

Un procedimento non esente da gravi errori?

Sicuramente. Nel caso che stiamo commentando non è avvenuta nessuna riflessione sul contesto, sulla autorevolezza e sulle argomentazioni del dichiarante. Le conclusioni, affrettate, alle quali si è giunti sono state quelle di considerare le dichiarazioni espresse incompatibili con la linea di pensiero della piattaforma.

Internet non è solo una “prateria” dove si può correre liberi?

Che non si possa e non si debba correre liberi su internet lo sosteniamo da tempo. L’esigenza di regole è, pertanto, chiara. Il problema è che le regole non possono farle i gestori del meccanismo stesso. Soprattutto, questo controllo non può essere realizzato da parte di soggetti privati con criteri quasi automatici. La mia sensazione è che si proceda ad una ricerca algoritmica dei contenuti da eliminare. Questo, per me, è aberrante.

Lei ha fatto riferimento alle regole. Chi le deve scrivere? I legislatori nazionali che ruolo dovrebbero ricoprire in questo particolare momento storico?

I legislatori nazionali devono, innanzitutto, perdere la timidezza nei confronti delle piattaforme. Devono recuperare il ruolo del diritto che fa le regole e le amministra. Va sconfitta, una volta per tutte, l’idea che la rete sia una arena virtuale libera per un verso, ma per un altro verso l’idea che il controllo sulla rete sia relegato ai privati. Per fare questo occorre un urgente intervento normativo. Meglio se a livello sovranazionale, ma si può anche partire dal livello nazionale.

Il controllo dei contenuti a chi potrebbe essere delegato? Va regolamentato?

Non c’è alternativa: il controllo dovrebbe essere o giudiziale, con carattere di urgenza, o con l’intervento di una autorità indipendente anche una tra quelle già esistenti. Dipende dal tipo di scelta che si compie. Tendenzialmente, sarei favorevole al controllo giudiziale, ma con interventi sul rito perché tutto possa svolgersi con grande rapidità.

Le grandi piattaforme online possono condizionare la libertà d’opinione. La censura nella quale è incappata la Fondazione Einaudi è emblematica. Il cittadino comune è ancora più vulnerabile?

Io affermerei, invece, che condizionano la libertà di opinione. Non ho alcun dubbio su questo tema. D’altra parte se ci spostiamo in un altro ambito, ad esempio, il diritto d’autore, la vicenda del rifiuto della convenzione per la gestione dei diritti d’autore da parte di Meta nei confronti della Siae è emblematica. Assistiamo ad una situazione di abuso di posizione dominante in cui vengono dettate le condizioni per un accordo. In senso inverso il rifiuto dell’accordo è conseguentemente la negazione della messa a disposizione dei prodotti in rete. In sostanza le piattaforme si dichiarano arbitri unilaterali sempre di più, ogni giorno di più, del contenente e del contenuto della rete.

Se da un lato YouTube censura, dall’altro il Big Tech è accusato di aver favorito con il proprio algoritmo la circolazione di messaggi di propaganda del terrorismo islamico. Il riferimento è alla vicenda della famiglia di una delle vittime delle stragi di Parigi del 2015, che ha citato in giudizio Google e la piattaforma di YouTube. Non mancano le contraddizioni nella prateria dei contenuti di internet?

Siamo di fronte contemporaneamente all’arbitrio e ad un controllo che segue soltanto criteri algoritmici. L’intelligenza artificiale fa le maglie della rete con la conseguenza, come è noto, che, se non governata dall’uomo, è quanto di più stupido possa esistere. Si può arrivare, quindi, al paradosso che il professor Antonio Marino venga censurato. Così come si può arrivare al paradosso che il mio stesso nome, magari dopo questa intervista, vada incontro allo stesso destino dei contenuti della Fondazione Einaudi. L’intelligenza artificiale è utile, ma è uno strumento al quale non si può attribuire capacità pensante. Non dimentichiamo che l’immissione dei dati algoritmici viene fatta sempre dagli uomini, da organizzazioni e da imprese. Se non si interviene subito, lo scenario che abbiamo difronte sarà agghiacciante ed inquietante. Ecco perché è importante che le autorità facciano la loro parte ancora di più, sostenendo i giudici con una attività formativa sulle nuove tematiche che ci circondano. Si sostenga la magistratura in questa battaglia di recupero del terreno del diritto.

Il Dubbio

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#laFLEalmassimo – Episodio 87- Intelligenza Artificiale e Luddismo


Fino a quando il conflitto tra Russia e Ucraina non avrà fine con la definitiva sconfitta dell’invasore questa rubrica continuerà a ribadire il proprio sostegno alla nazione invasa La lettera aperta che richiede sei mesi di moratoria sugli sviluppi dell’i

Fino a quando il conflitto tra Russia e Ucraina non avrà fine con la definitiva sconfitta dell’invasore questa rubrica continuerà a ribadire il proprio sostegno alla nazione invasa

La lettera aperta che richiede sei mesi di moratoria sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale non convince. I rischi potenziali legati a questa nuova tecnologia sono concreti e molto rilevanti, potrebbero mettere a repentaglio le fondamenta stesse dalla nostra società e delle istituzioni democratiche influenzando le nostre scelte e inostri comportamenti attraverso informazioni manipolate.

Tuttavia è un rischio anche cercare di limitare lo sviluppo di quella che potrebbe essere la più grande rivoluzione tecnologica nella storia dell’umanità: quali istituzioni politiche sono sufficientemente indipendenti da poterla regolare? Quali esperti sono abbastanza competenti da poterne comprendere i limiti e intervenire?

Non lo sappiamo e non possiamo saperlo. La storia dell’evoluzione umana a livello tanto biologico quanto sociale si è sviluppata attraverso errori e correzioni, tentativi e fallimenti e anche in questa fase delicata affidarsi sacrificare la libertà di scelta e di sviluppo della ricerca scenica non sembra una strategia giustificata da motivazioni convincenti.

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Allarme


Adesso l’allarme è forte e non servirà a nulla affrontarlo con lo scaricabarile. L’appuntamento con i fondi europei Next Generation EU e con il piano italiano Pnrr è decisivo per il futuro e ha implicazioni delicatissime, relative anche alla sicurezza naz

Adesso l’allarme è forte e non servirà a nulla affrontarlo con lo scaricabarile. L’appuntamento con i fondi europei Next Generation EU e con il piano italiano Pnrr è decisivo per il futuro e ha implicazioni delicatissime, relative anche alla sicurezza nazionale. Fallirlo è un’ipotesi neanche contemplabile. Esibirsi quotidianamente nel dare per scontati ritardi e impossibilità è da incoscienti. Supporre di potere raccontare che la colpa è del governo precedente non è solo inutile, è anche autolesionista: due dei tre partiti che compongono l’attuale governo ne facevano parte; chi governa oggi conosceva la situazione; i controlli confermarono che non c’erano ritardi; mentre ora, purtroppo, sono anche relativi alle riforme, quindi privi di qualsiasi giustificazione. E neanche serve farne oggetto di polemiche contro il governo Meloni. Un fallimento sarebbe di tutti.

Sarebbe un disastro per diverse ragioni, dalle quali ometto l’ovvia perdita dei quattrini.
1. Risulterebbe evidente che quando l’Italia chiede di potere fare più deficit non lo indirizza agli investimenti, di cui non è capace, ma alla spesa corrente, alla dilapidazione, sicché sarebbe facile e doveroso rispondere seccamente: No.
2. Ogni richiesta di ulteriore debito comune, con destinazioni nobilissime, verrebbe ridicolizzata dall’avere sprecato l’opportunità del debito comune esistente.
3. Ogni lamentela relativa all’essere stati “lasciati da soli” susciterebbe impietosita ilarità, visto che il Paese cui i contribuenti europei volevano regalare più soldi e prestarne a tassi agevolati ha declinato l’offerta e stabilito di non saperli usare.
4. Alla prossima speculazione sui debiti sovrani, essendo il nostro il più grosso, saremo da soli e abbracciati a quello, perché saremmo stati noi a volerlo tenere alto deprimendo la crescita del prodotto interno e respingendo gli investimenti.

È talmente evidente la dimensione della tragedia da avere portato ad una inversione delle parti: governanti italiani che ripetono di non potercela fare e controllori europei che smorzano e incoraggiano. I primi cercano scuse, i secondi capiscono la gravità delle conseguenze. Se non si riesce, come si dice con linguaggio da zappatori, “a mettere a terra” quegli investimenti finirà campata per aria ogni altra pretesa.

Quindi: testa bassa e pedalare. La si faccia finita con le parole a vanvera. Si negozi quel che serve, sempre che lo abbiano capito. E, per la miseria, il codice appalti che parte da luglio è già tardi, ma la legge concorrenza che si rinvia per gli ambulanti e le svendite, non avendo il coraggio di occuparsi dei balneari, è un segno evidente di rincretinimento da demagogia elettorale: un interesse miserrimo che ferma un gigantesco interesse generale. È impressionante che non si capisca quanto la concorrenza serva non alla gioia delle gare, ma a favorire investimenti e crescita. Che se si proteggono le sacche delle piccole rendite si penalizzano le grandi innovazioni. Che se corteggi quattro corporativi portatori di voti gli italiani che possono vanno in vacanza e a lavorare all’estero. Anti nazionale è proprio questa politica cieca al futuro e tronfia di parole dal significato sconosciuto. È impressionante non si capisca che un sistema appalti funziona se funziona la giustizia, non se si mettono un centinaio di guardiani della morale. Che costano, rallentano e producono immoralità. Il ponte di Genova è stato realizzato usando le regole europee. Almeno copiate.

E se l’opposizione spera di cavarsela assistendo al fallimento governativo si sbaglia. Dall’opposizione si fanno proposte, si reclama giustizia funzionante, separazione delle carriere, si tallona il governo perché renda fatti le parole del suo ministro della giustizia, si chiede più mercato aperto e più formazione, non ci si mette a difendere le arretratezze che troncano le gambe al governo, non si difendono le corporazioni che dal governo non possono più coprire. Perché in quel modo si è uguali. E ugualmente fallimentari.

La Ragione

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La concretezza che manca al Pnrr


Il rinvio di un mese per il versamento della terza rata da 19 miliardi di euro non farà la differenza, nella storia del Piano di ripresa e resilienza dell’Italia. Se non altro, perché comunque quei fondi non sarebbero stati spesi nei prossimi trenta giorn

Il rinvio di un mese per il versamento della terza rata da 19 miliardi di euro non farà la differenza, nella storia del Piano di ripresa e resilienza dell’Italia. Se non altro, perché comunque quei fondi non sarebbero stati spesi nei prossimi trenta giorni. Probabilmente neppure nei prossimi sessanta o novanta. Dunque per il momento i 19 miliardi possono restare tranquillamente a Bruxelles per arrivare magari tra qualche settimana. Ci sono già altri 67 miliardi di fondi del Recovery che, in gran parte, attendono ancora sui conti del Tesoro in Italia. La Corte dei conti ha appena certificato che l’assorbimento delle risorse procede a rilento, appena il 12 per cento del totale fra il 2020 e il 2022.
Tuttavia, se siamo onesti, non è questo oggi il principale problema del Pnrr.

Era chiaro dall’inizio che gran parte della spesa sarebbe arrivata a partire da quest’anno, perché prima andavano pensati e sviluppati i progetti, bandite le gare d’appalto, aperti i cantieri. Almeno altri tre problemi oggi sono più urgenti, se l’Italia vuole sperare che il suo più grande programma d’investimenti dal dopoguerra non vada essenzialmente sprecato. Il primo riguarda il merito di alcuni dei piani originari, quelli che il governo di Mario Draghi mandò a Bruxelles nella primavera del 2021. Anche se ora lo si dimentica, quel progetto non nacque in condizioni normali. Dal giorno del giuramento, Draghi e i suoi ebbero non più di un mese per rivedere e riscrivere tutto prima di spedire il loro documento a Bruxelles. Inevitabile dunque che alcune delle incoerenze di oggi riflettano la fretta di allora. Gli stadi di Firenze e Venezia non hanno niente a che fare con la logica del Recovery ed è comprensibile che l’attuale governo si chieda perché la Commissione non abbia mai sollevato il problema prima, mentre lo fa ora.

La sperimentazione del trasporto su gomma all’idrogeno non sembra praticabile. I trattori o treni all’idrogeno, non ne parliamo. Anche i campi eolici off-shore nel Mediterraneo sono idee audaci, non progetti realizzabili a costi competitivi. Dunque il ministro degli Affari europei Raffaele Fitto ha ragione, quando dice che vuole tagliare alcuni piani e sostituirli con altri. Il punto è attuare questo disegno in pratica e questo è il secondo problema: a quanto pare, la Commissione europea non avverte (ancora) molta concretezza da parte italiana nell’indicare nuove direzioni di marcia e nel farle vivere nella realtà. Il governo ha ancora un mese per riscrivere alcune parti del Pnrr, dunque è presto per i processi alle intenzioni. Come fa la Casa Bianca con l’Inflation Reduction Act, l’innovazione digitale e la transizione energetica potrebbero essere affidata in buona parte delle imprese sul mercato tramite ampi crediti d’imposta sugli investimenti, finanziati dai fondi del Pnrr.

Ma qui si innesta la terza questione su cui si gioca il futuro del Piano: come funziona e chi fa funzionare il cervello di questa macchina da (almeno) 191 miliardi di euro? La risposta ufficiale è che un recente decreto ha definitivamente spostato la struttura centrale del Pnrr dal ministero dell’Economia a Palazzo Chigi e presto dovrebbe disporre di 70 funzionari (fra cui quattro dirigenti generali). Manca solo la conversione del decreto e si potrà procedere alle assunzioni. Nella pratica però questa struttura centrale per ora fatica ad assolvere alle funzioni necessarie. Non sempre si trovano funzionari competenti e sì, anche capaci di parlare inglese, che conducano i negoziati a Bruxelles.

Nella Commissione Ue qualcuno si è stupito di vedere Fitto, che come ministro opera a livello politico, trattare direttamente con un’alta funzionaria della struttura europea quale Céline Gauer (la direttrice generale per il Recovery). Quell’incontro dà il senso della solitudine del ministro. A parti invertite, è come se un commissario Ue venisse a Roma per parlare personalmente con uno sconosciuto direttore generale di un ministero. In Italia ci chiederemmo se quel commissario non ha una struttura tecnica che lavori per lui. La solitudine di Fitto spiega anche perché attorno al Recovery regni quella che l’associazione Openpolis — scrive Marco Galluzzo sul Corriere ieri —definisce una «mancanza assoluta di trasparenza». Forse non è il governo a nascondere la realtà ai cittadini. Più probabile che siano alcuni rami dell’amministrazione a evitare accuratamente di condividere i dettagli del loro settore con Palazzo Chigi. Per esempio, il ministero dell’Istruzione sta spiegando quanti Comuni lanciano i bandi per gli asili nido del Pnrr e per quanti posti? Nessuno sembra saperne molto.

Anche per questo servirebbe una struttura tecnica efficace al centro del sistema, per tenere al passo gli uffici decentrati come faceva il sottosegretario Roberto Garofoli sotto Draghi. La partita non è persa, resta tutta da giocare. Lo è soprattutto se si evitano dualismi e gelosie fra strutture dello Stato, che portano alcuni a tifare per il fallimento. Ma a perdere, in quel caso, saremmo tutti.

Corriere della Sera

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Spiazzati


Ci sono piazze il cui significato trascende la ragione per cui si sono riempite di manifestanti. Piazze diverse e distanti – da Tel Aviv a Parigi, passando per Berlino – non riconducibili a una comune matrice ma che pure pongono un comune problema alle de

Ci sono piazze il cui significato trascende la ragione per cui si sono riempite di manifestanti. Piazze diverse e distanti – da Tel Aviv a Parigi, passando per Berlino – non riconducibili a una comune matrice ma che pure pongono un comune problema alle democrazie. Non agli altri, perché in Russia, in Corea del Nord, in Iran non si può manifestare e se lo si fa si finisce ammazzati o deportati. In Israele il governo ha fatto un passo indietro, in Francia s’invita il presidente a negoziare, a Berlino s’attende di capire se resteranno immobili. Prima o dopo anche le nostre piazze torneranno a farsi sentire. E non sono le forze politiche a riempirle, semmai provano a inseguirle. Che peso e ruolo hanno le piazze, in una realtà post ideologica?

Le piazze non sono il “popolo”, come pretendono. Ne sono una parte. Le piazze che manifestano contro i governi si oppongono al responso elettorale, cui tutti i cittadini hanno libero accesso. Nelle democrazie governa chi conquista la maggioranza degli eletti (che non è affatto detto sia la maggioranza dei voti) oppure riesce a coalizzare, dopo il voto, una maggioranza parlamentare. Ma, in democrazia, governare non è sinonimo di comandare. Ed è qui che la piazza trova il suo spazio, è qui che il gioco democratico deve dimostrare equilibrio.

Macron ha vinto le elezioni presidenziali dicendo chiaro e tondo che si sarebbe dovuto riformare il sistema pensionistico, lavorando più a lungo. È necessario e inevitabile. La maggioranza dei francesi lo ha scelto per l’Eliseo. Onorare il mandato significa alzare l’età pensionabile. Lo dicono in molti e in diversi Paesi: sono stato eletto per fare una cosa, ho il diritto e il dovere di farla. Ma nelle democrazie il consenso si conquista ogni giorno, la maggioranza parlamentare si può perderla ben prima delle elezioni (Macron la perse alle elezioni) e se succede il finimondo per appena due anni di posticipo pensionistico significa che la pentola bolliva per altre ragioni. E qui si giunge alla prima conclusione, che si vede a Tel Aviv come a Parigi: in democrazia governa la maggioranza elettorale, ma le istituzioni democratiche sono più importanti della maggioranza elettorale. Nel senso che quest’ultima non deve forzarle.

Non è una questione di buon costume, ma di sostanza. Sono convinto che le mie idee siano migliori di quelle dell’avversario e le mie soluzioni più utili al Paese, ma devo anche sapere che la cosa più importante è che le idee vincenti potrebbero essere domani diverse, quindi non è la presunta bontà di quello in cui credo che possa autorizzarmi a forzare l’equilibrio istituzionale. Netanyahu ci ha provato e il risultato si è visto.

I guai diventano ingestibili in due casi: quando si fronteggiano ideologie opposte e quando gareggiano faziosità vuote. Il primo caso lo vivemmo nel secolo scorso, diventando sempre più ricchi e liberi perché non facemmo mai vincere (dopo la guerra e la sua tragica esperienza) nessuna delle due ideologie. Il secondo lo viviamo oggi. Contro le proposte di Macron non ce ne sono di diverse, razionali, ma il ribellismo “anti”. Gran parte dei populismi nasce dalla critica alle promesse che gli altri non onorarono, ma prende voti grazie a promesse insensate e mirabolanti, che nel migliore dei casi saranno tradite.

Ed è la seconda conclusione: nessuno riesce a governare le democrazie se non pensandosi governante di tutti, non solo della propria parte. E i partiti servono ad avere una visione temporale che superi l’orizzonte del capetto momentaneo. Il che sì, porta a mediare continuamente, tenendo anche un occhio alla piazza, che non è sovversiva proprio perché dentro un sistema di approssimazioni e non di presunte perfezioni. E quando la piazza diventa anti sistema, se anziché reclamare inizia a sfasciare, ove la politica di governo non se la sia fatta sotto dalla spiegazione si passa alla repressione.

Quando la democrazia funziona spiazza estremismi e personalismi. Quando ne resta prigioniera s’ammala.

La Ragione

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Perché l’Italia non invierà truppe in Ucraina. Crosetto in audizione alla Camera


Si è svolto alla Camera dei Deputati il question time con diversi ministri, trasmesso dalla Rai in diretta televisiva dall’aula di Montecitorio a cura di Rai Parlamento. Insieme al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, al ministro delle Infrastrutture e

Si è svolto alla Camera dei Deputati il question time con diversi ministri, trasmesso dalla Rai in diretta televisiva dall’aula di Montecitorio a cura di Rai Parlamento. Insieme al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, al ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Matteo Salvini, e alla ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Marina Elvira Calderone, ha risposto alle interrogazioni anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto che si è espresso in merito ad alcuni aspetti sugli aiuti militari a Kiev e sulle ricadute per il settore della Difesa italiano.

Niente truppe italiane in Ucraina

“L’Italia non ha alcuna intenzione di inviare truppe sul campo” in Ucraina, ha subito precisato il ministro Crosetto, volendo spegnere le ultime speculazioni sulla questione. Mentre prosegue, invece, il supporto italiano a Kiev in termini di fornitura di aiuti militari. La cessione di materiale all’Ucraina, come osservato infatti da Crosetto, “si inserisce nel normale ciclo di vita logistico degli equipaggiamenti, che prevede un continuo aggiornamento agli standard tecnologici più avanzati”. Così il nostro Paese si impegna a restare innovativo e a “mantenere lo strumento militare all’avanguardia permettendone la necessaria interoperabilità con le Forze armate dei nostri alleati”, come ha spiegato ancora Crosetto.

La questione delle scorte

Alla luce di questo, si “rende fisiologico procedere a un continuo ripianamento delle scorte, sia per termine di vita operativo sia per l’ammodernamento degli stessi a prescindere dall’esigenza ucraina, è da sempre così”, ha osservato il ministro della Difesa, specificando come il ripristino delle scorte vada fatto a prescindere dalle contingenze ucraine, sia per motivi legati alla fine del ciclo operativo sia per l’ammodernamento dei sistemi. Le esigenze di Difesa nazionale impongono infatti a detta di Crosetto “la disponibilità di scorte adeguate”. Le riflessioni del ministro sulla “necessità di ripristinare le scorte sono riferite al complesso dei materiali ceduti, inclusi quelli ricompresi nei precedenti cinque decreti decisi da un altro governo”.

Il supporto europeo

In questo quadro è bene richiamare in causa lo strumento europeo dell’European peace facility (Epf), istituito a marzo 2021 come strumento fuori bilancio per rafforzare la capacità dell’Ue di agire come fornitore di sicurezza globale. Altra competenza dell’Epf è quello di “reintegrare economicamente lo sforzo profuso dagli Stati membri a supporto dell’Ucraina a seguito dall’aggressione subita da parte della Federazione russa”, come ha ricordo il ministro della Difesa. “L’Italia, al pari di altri Stati membri, ha avuto accesso all’Epf e allo stato attuale vede l’assegnazione di una prima tranche di fondi a parziale rimborso del controvalore economico delle forniture cedute che sarà erogata in tre fasi nel corso del triennio 2023-2025”, ha infine concluso Crosetto spiegando come si andrà a delineare il supporto profuso da parte dell’Ue per venire incontro agli sforzi italiani nel sostenere l’Ucraina.

I sistemi Samp/T

Il ministro nel corso dell’audizione è intervenuto anche in merito alla fornitura – in coordinamento con la Francia – a Kiev dei sistemi Samp/T. Si tratta di un sistema missilistico terra-aria di difesa aerea sviluppato a partire dai primi anni 2000 nell’ambito del programma italo-francese Fsaf (Famille de Sol-Air Futurs, cioè Famiglia di Sistemi superficie aria) dal consorzio europeo Eurosam (formato da Mbda Italia, Mbda Francia e Thales). Il nostro Paese sta “rendendo disponibili alcune componenti di un assetto non operativo, e successivamente il necessario addestramento del personale”, ha spiegato Crosetto. “Ritengo sia giusto addestrare il personale a difendere le città ucraine dagli attacchi missilistici russi”, ha proseguito il ministro precisando infine che: “Non è un materiale che serve ad attaccare ma serve a difendersi dagli attacchi russi e sono contento di poter addestrare le persone che potranno difendere le città, gli ospedali e le infrastrutture ucraine dagli attacchi missilistici ostili”.


formiche.net/2023/03/audizione…

Ecco i nuovi volti di Naviris. Annunciate le nomine per il Cda


Passaggio di testimone ai vertici di Naviris. Sono state deliberate le nomine dei nuovi membri del Consiglio di amministrazione della joint venture tra l’italiana Fincantieri e la francese Naval Group. Questa partnership, nata nel 2020 dal desiderio comun

Passaggio di testimone ai vertici di Naviris. Sono state deliberate le nomine dei nuovi membri del Consiglio di amministrazione della joint venture tra l’italiana Fincantieri e la francese Naval Group. Questa partnership, nata nel 2020 dal desiderio comune delle due società di eccellere nell’industria navalmeccanica, si è sviluppata nel corso degli ultimi anni e si prepara ora ad assumere una nuova guida con l’ufficialità sui volti del nuovo top management.

Il nuovo management

Tra le nuove nomine troviamo l’incarico del presidente della joint venture, ruolo che verrà ricoperto dall’attuale amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero. Al suo fianco, Damien Raby nel ruolo di amministratore delegato, che vanta alle sue spalle più di otto anni da direttore a Naval Group. Infine, nella posizione di direttore operativo è stato confermato Enrico Bonetti, che ricopre il ruolo fin dalla nascita di Naviris. Vista la paritaria partecipazione delle due società facenti parte della joint venture, viene garantita una rappresentanza paritetica all’interno dello stesso consiglio di amministrazione.

Le origini

Naviris è nata nel 2020 grazie alla partnership tra Fincantieri, già leader nel settore di costruzione navale per la sua diversificazione e innovazione, e Naval Group, conosciuta in tutto il mondo per la sua tecnologia all’avanguardia nel settore della Difesa navale. Alla base dell’accordo, vi è infatti la convinzione che una solida collaborazione tra le realtà dell’industria navale europea sia necessaria per fare del Vecchio continente un attore leader nel settore della Difesa. La joint venture ha oggi la propria sede centrale a Genova e presenta un’ulteriore filiale a Ollioules, in Francia. Il team di Naviris, composto per metà da dipendenti italiani e per metà da lavoratori francesi, si concentra principalmente su progetti binazionali e orientati all’export.

Il progetto per la sovranità europea nel settore navale

Nel luglio 2022, la Commissione europea ha selezionato la proposta di Naviris nell’ambito del bando Modular and multirole patrol corvette (Mmpc), un progetto di cooperazione strutturata permanente. In tale contesto, la joint venture, a capo di un consorzio composto da Fincantieri, Naval Group e Navantia, proponeva la massimizzazione delle sinergie e della collaborazione tra i cantieri navali europei. Per raggiungere tale obiettivo, il consorzio si proponeva di sviluppare insieme una nuova nave per garantire una sovranità europea nel settore delle navi di secondo linea.

Il rapporto con l’Occar

Nel corso della sua esistenza, Naviris ha operato su una serie di importanti progetti. Poco dopo la sua nascita, nel luglio 2020, Naviris ha concluso un contratto con l’Organizzazione europea per la cooperazione in materia di armamenti (Occar) per avviare uno studio circa la fattibilità sull’ammodernamento di mezza vita (Mlu) dei quattro cacciatorpediniere di classe Horizon francesi e italiani. Nell’ambito dello stesso progetto, completati gli studi, Naviris si è impegnata nella fase di negoziazione con Occar per riuscire a ottenere il contratto che copra l’Mlu per le quattro unità. Non solo, Naviris ha anche concluso con Occar un contratto della durata di quattro anni per svolgere attività di ricerca e sviluppo su temi di ricerca congiunta.


formiche.net/2023/03/nuove-nom…

Il sogno che manca all’Europa


Povera Europa, trincea estrema dei diritti, delle regole e delle garanzie, oggi così frastornata e genuflessa. Irriconoscibile. A Bruxelles ho visto la notte d’inverno inghiottire il gigantesco palazzo dell’Unione mentre per strada sciami di lobbisti e fu

Povera Europa, trincea estrema dei diritti, delle regole e delle garanzie, oggi così frastornata e genuflessa. Irriconoscibile. A Bruxelles ho visto la notte d’inverno inghiottire il gigantesco palazzo dell’Unione mentre per strada sciami di lobbisti e funzionari andavano in cerca dell’aperitivo. C’erano l’industria farmaceutica, i rappresentanti del gas e del carbone, i venditori di software. Mancava il sogno. Era assente quell’affascinante profumo di diversità che fiutavo già da bambino, a Trieste, nelle ninne nanne in tedesco della nonna, nella nostalgia dei profughi istriani e dalmati, nel confine alle porte di casa e nella quotidiana intimità col mondo slavo…

Per una vita non ho fatto che cercarti, Europa. Ti ho viaggiata per mare e per terra, a piedi e su treni d’inverno, dall’Atlantico all’Egeo, dall’Artico a Odessa, da Trieste a Kiev e Mosca, e da Berlino a Istanbul. Mi sono affacciato dai Carpazi sulla pianura dove il Sole arriva dagli Urali, ti ho seguita lungo il luccichio del Danubio, del Niemen e del Guadalquivir. Dall’Irlanda alla Turchia, ho bussato ai monasteri che ti hanno salvata dalla devastazione barbarica. Ho esposto la tua bandiera, ti ho dedicato libri. Dalle Alpi alla Sicilia, mi sono sfinito per narrarti, nelle piazze, nelle scuole e in compagnia di un’orchestra sinfonica di giovani, stupendi figli tuoi, venuti da Italia, Inghilterra, Austria, Russia e altrove.

Mai ho trovato nel mondo un concentrato di diversità paragonabile al tuo. Ma ora dove sei finita? Nessuna comunione di popoli può reggere in assenza di un epos delle origini. Le regole e i programmi non bastano. Per questo, quando anche il sogno è perduto, non resta che il mito. E per questo ho scritto Canto per Europa: per attivare una narrativa nuova partendo da una storia più antica e radicale di quella dei padri fondatori. Un ancoraggio su cui costruire un patriottismo comune capace di combattere la deriva verso la frammentazione. Europa è «il sogno di chi viene respinto», commenta uno dei protagonisti della storia, intuendo che l’utopia della Terra del tramonto vive più nel cuore stremato dei migranti che in quello dei popoli dell’Unione. Egli sa che in quelle genti in fuga cova un desiderio disperato e lancinante, un “Mal d’Europa” per certi aspetti simmetrico al “Mal d’Africa” che può esistere in alcuni occidentali.

Ma ecco come tutto è cominciato. Era una notte, a Santa Maria di Leuca, dove Jonio e Adriatico si toccano spumeggiando ai piedi di un grande faro. Una chiatta di migranti era naufragata e, alla luce delle fotoelettriche, un sacco bianco era stato deposto sul molo da una motovedetta. Conteneva, mi dissero, il corpo di una somala incinta, una di molte donne annegate, forse scaraventate tra le onde dagli scafisti. Accanto a quel corpo, un uomo in piedi, un ciclope possente, in lacrime come un bambino. Un palombaro, che aveva conosciuto il peggio del mare, un testimone di questo Mediterraneo mattatoio e cimitero. Cosa aveva visto per piangere a quel modo? Da allora, la donna senza volto cominciò a svegliarmi, notte dopo notte. Chiedeva di avere un nome, una storia. Era il gennaio del 2016. Non ebbi pace finché, nel luglio dello stesso anno, in Sicilia, vissi una nuova epifania. Centinaia di profughi stavano sbarcando da una nave di soccorso a Porto Empedocle. Venivano da Siria, Egitto, Afghanistan. Erano stati al largo più di un mese, rifiutati da tutti. Scendevano barcollando da una passerella con addosso dei salvagente gialli. La nave emanava puzza di vomito e cherosene. Le donne, una dozzina, quasi tutte siriane, furono separate dagli uomini e condotte su uno spazio di banchina casualmente coperto da un grande telo turchino. Lì si sedettero in cerchio, come per condividere ritualmente, guardandosi negli occhi, la solennità del momento.

Fu un tuffo al cuore. Il cerchio giallo in campo blu disegnava la mia costellazione, la bandiera dell’Unione. E proprio in quell’attimo una delle donne cominciò a cantare, a bassa voce, un’incantevole nenia d’Oriente che al mio orecchio parve esprimere il dolore della patria perduta e insieme la speranza di un mondo nuovo. La giovane avrà avuto vent’anni. I capelli neri tagliavano come un’ala di corvo un profilo semita affilato che sembrava separare due facce di una stessa moneta. Una era dolce, materna; l’altra esprimeva la durezza della volontà. Un’ambivalenza che riassumeva il mistero del Femminile. La ragazza siriana, che aveva attraversato il mare con paura, dava un’identità alla donna del sacco bianco. Una faccia, una voce, un nome. Come avevo fatto a non accorgermi che il mio continente era femmina, come l’Asia o l’America? Tutta colpa di un inutile articolo. Bastò toglierlo, bastò dire ad alta voce “Europa”, anziché “l’Europa”, e la terra dei miei avi si fece carne. Apparve per ciò che era: una creatura da difendere, non più un brandello di carta geografica. Così riletta, generava un nome proprio, innescava una narrazione, creava un legame, un’appartenenza. Quella che si accende in alcuni di noi quando siamo lontani da casa o quando ci accorgiamo di quanto difficile e precaria sia la vita nel resto del mondo.

Non avrei più dimenticato quella piccola migrante. Mettendomi di fronte al destino di un continente fatto di popoli venuti da lontano, essa reincarnava il mito della principessa fenicia di nome Europa, rapita da Giove-toro e traghettata a forza verso il grande capolinea della notte. A Porto Empedocle capii che la donna, non il dio stupratore, era la protagonista di quella storia. Essa svelava l’essenza femminile del nostro mondo assediato da bellicose autocrazie maschiliste, e la nostra discendenza da una creatura d’Oriente, portatrice di sangue nuovo. Chiariva che il nostro legame con l’Asia era indissolubile e l’unico nostro vero confine stava a ovest, sul grande nulla dell’oceano. Confermava la nostra appartenenza al Mediterraneo, il mare della complessità, dove erano nate la democrazia, la filosofia e la tutela dei diritti. Un mondo baciato dalla fortuna, benedetto da un dio sceso tra i mortali per farsi carne in una donna.

La gente ha sete di senso, di storie. La spasmodica attenzione che esprime quando le racconti il mito denuncia il vuoto narrativo in cui è abbandonata dalla politica e dalle istituzioni. È magnifico vedere centinaia di occhi accendersi quando spieghi che l’Occidente siamo noi, non l’Oltreoceano, perché “Europa” deriva da “Erebu”, parola dell’accadico, antica lingua mesopotamica, e vuol dire “Terra del tramonto”, il luogo dove si inabissa il firmamento; oppure quando ricordi il pensiero che Eschilo espresse dopo la vittoria dei suoi Greci sull’Asia persiana: «I vincitori si salveranno solo se sapranno rispettare i templi e gli dei dei vinti».

Europa è il Partenone che non viene distrutto, ma che da tempio diventa chiesa, poi moschea e poi museo. È civiltà costruita sulle colonne dei vinti. È la tragedia greca che rappresenta il dolore degli sconfitti (vedi la tragedia I Persiani) come le indegnità dei vincitori (vedi l’Iliade, dove gli Achei massacrano donne e bambini a Troia). È una cultura che non nasconde la bestia che è in noi, al contrario della propaganda ipocrita che oggi spaccia per ethos il diritto brutale del più forte. Europa è la generazione immensa dei primi monaci benedettini che, senz’armi, cristianizzano milioni di barbari. È Enea — eroe asiatico come Europa —sconfitto, che fugge da Troia distrutta col padre sulle spalle e il figlioletto per mano, diventa migrante e, attraverso Roma, fonda una potenza continentale dove gli imperatori saranno anche spagnoli, africani, illirici.

Perché le nazioni si imbevono di miti e l’Europa no? In questo vuoto ci ritroviamo soli e balbettanti sul baratro di un mondo virtuale che ci distoglie da una realtà di saccheggio e cinismo. Il paradosso è che, oggi, i popoli dell’Unione si conoscono tra loro assai meno di quando esistevano i confini.

La Repubblica

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Appaltare


Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe licenziare il testo del nuovo codice appalti. Un adempimento previsto dal Pnrr. Una riforma necessaria. Ci sono indicazioni positive e buone intenzioni, ma farle funzionare è cosa diversa. Se è lecito un consiglio n

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe licenziare il testo del nuovo codice appalti. Un adempimento previsto dal Pnrr. Una riforma necessaria. Ci sono indicazioni positive e buone intenzioni, ma farle funzionare è cosa diversa. Se è lecito un consiglio non richiesto, nell’illustrare il nuovo codice sarebbe meglio non utilizzare concetti come: semplificazione, sveltimento e sblocco. Portano sfortuna, sono stati già ripetutamente spesi in passato, salvo complicare, rallentare e bloccare. Veniamo alla sostanza.

Il 9 marzo scorso, riunendosi a Cutro, il governo varò un decreto legge per la costruzione di nuovi centri dove ospitare gli sbarcati. Più che giusto. Per riuscire a realizzarli, però, il decreto prevede che siano derogate le norme del codice appalti, considerate ostative. Si riferisce alle norme in vigore, non alla riforma, ma siccome si tratta del medesimo governo e dato che da quel 9 marzo a oggi non s’è certo costruito alcun centro, c’è da chiedersi se avevano consapevolezza di sospendere quel che si apprestavano a cambiare o se sapevano che il cambiamento non avrebbe dato effetti immediati, quindi compatibili con l’emergenza.

Molte delle norme che saranno introdotte sono di buon senso, ma ce ne sono anche che fanno alzare il sopracciglio. Perché qualsiasi norma non vive di vita propria, ma dentro un sistema di diritto e se quello si storce anche il buon senso devia. Non è un caso che la Corte dei conti, già con riferimento alle altre “semplificazioni” (vedete che porta male?) ha avuto modo di osservare che si deve stare attenti a non favorire la mafia. Ma come è possibile che, ogni volta che si parla di investimenti e appalti, immediatamente dopo arrivino gli allarmi per il crimine? La spiegazione non sta negli appalti e la soluzione del problema, quindi, sta solo marginalmente nelle regole del gioco – codice degli appalti compreso – ma soprattutto nel modo in cui (non) funziona il nostro sistema di diritto. Qualsiasi testo resterà lettera morta, producendo morte degli investimenti, se non si guarda a quel sistema.

Le regole possono essere più o meno appropriate e ragionevoli. Corruzione e malaffare, del resto, non possono essere cancellati dalla storia, non c’è alcun modo di debellarli del tutto e infatti esistono ovunque (con i dispotismi imparagonabilmente più corrotti delle democrazie, con la differenza che nelle seconde se ne parla e nei primi è vietato). Il congegno funziona se comunque delle regole sono fissate, possibilmente chiare e rispettabili, talché ove taluno sia sospettato di averle infrante sia condotto davanti a un giudice, il quale assolverà se l’accusa è infondata e condannerà a giusta pena ove sia dimostrata. Concettualmente è un meccanismo facile. Il difficile, da noi, è trovare il giudice. Il giudizio arriva a babbo morto e opera mai realizzata, lungamente bloccata e spesa lievitata. Nel frattempo è andato in scena il solito e incivile spettacolo dell’accusa, i sospettati sono stati indicati al pubblico disprezzo, sicché i soli determinati a concludere comunque l’affare sono i male intenzionati, che del pubblico disprezzo se ne fregano, mentre i bene intenzionati si chiedono per quale ragione debbano giocarsi la reputazione. In questa palude chiunque abbia perso una gara farà ricorso, chiunque debba esprimere un parere lo renderà sgusciante, chiunque debba mettere una firma sarà preso dai crampi. Per rimediare, allora, s’inventano controlli preventivi e autorità etiche che peggiorano la situazione, moltiplicano i ritardi e non prevengono un bel niente.

Se il governo, come ha fatto a Cutro, deroga e sospende, ammette che con le regole esistenti non si può fare nulla. Se inventa scudi per i sindaci che firmano va a finire che favorisce anche i lestofanti, se per loro li esclude allora non si fideranno gli altri. E nessuna regola potrà mai funzionare se mentre la partita è in corso l’arbitro è in bagno. Un Paese senza giustizia non riesce a far le cose giuste. Il nuovo codice, naturalmente, non cambia il sistema e mantiene in vita la pretesa preventiva. La prima cosa non è di sua competenza, la seconda può indurlo a precoce senescenza.

La Ragione

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In volo verso il futuro. Così l’Aeronautica festeggia i suoi cento anni


L’Aeronautica militare ha compiuto i suoi primi cento anni. “Il 28 marzo del 1923 nasceva la Regia aeronautica indipendente, con una propria uniforme e propri distintivi di grado e specialità” ha raccontato il capo di Stato maggiore dell’Arma azzurra, gen

L’Aeronautica militare ha compiuto i suoi primi cento anni. “Il 28 marzo del 1923 nasceva la Regia aeronautica indipendente, con una propria uniforme e propri distintivi di grado e specialità” ha raccontato il capo di Stato maggiore dell’Arma azzurra, generale Luca Goretti, in occasione delle celebrazioni per il Centenario nella cornice della terrazza del Pincio, a Roma. Un evento che ha permesso di festeggiare lo storico traguardo, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, del ministro della Difesa, Guido Crosetto, del capo di Stato maggiore della Difesa, Giuseppe Cavo Dragone, e degli altri comandanti di Forza armata e autorità civili, militari e religiose. Presenti le bandiere di guerra e d’istituto di tutti i reparti della forza armata e la bandiera di guerra dell’Aeronautica, a cui il Capo dello Stato ha consegnato l’onorificenza di cavaliere dell’Ordine militare d’Italia proprio per il suo impegno secolare sui “cieli d’Italia e del mondo”.

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L’impegno quotidiano dell’Arma azzurra

Una Forza armata centenaria ma che “forte del sui patrimonio, e del supporto delle istituzioni, è sempre riuscita ad anticipare il progresso, oggi anche nei nuovi domini dello spazio e del cyber” ha raccontato ancora Goretti, “sfide del futuro che siamo pronti ad affrontare”. La bandiera, allora, diventa “il simbolo di una storia fatta di valori, passione, attaccamento alle istituzioni e custode del ricordo e della memoria di chi ci ha preceduto e fatto grande l’Aeronautica” ha detto Goretti, che ha voluto ricordare anche coloro che hanno compiuto l’estremo sacrificio tra le fila dell’Aeronautica, fino al recente incidente di Guidoni in cui hanno perso la vita il colonnello Giuseppe Cipriano e il maggiore Marco Menghello. Dal passato arriva la storia di chi ha costruito l’arma aerea, fino a farla diventare oggi “consapevole del suo ruolo, apprezzata nei consessi internazionali, e pronta ad affrontare tutte le sfide che l’aspettano con spirito di squadra”, frutto dell’impegno quotidiano degli uomini e delle donne in uniforme azzurra che quotidianamente “senza mai tirarsi indietro, in silenzio fanno quanto hanno giurato di fare: il proprio dovere, sempre, da cento anni”.

La sicurezza dal cielo

“Una volta che abbiate conosciuto il volo, camminerete sulla terra guardando il cielo, perché là siete stati e là desidererete tornare”. È con questa citazione di Leonardo Da Vinci che il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Cavo Dragone, ha voluto salutare l’Arma azzurra. Non abbiamo mai metabolizzato la conquista dei cieli, e il volo con finisce mai di sorprenderci. L’Aeronautica, con i suoi uomini e donne, dimostra ogni giorno la padronanza dell’ecosistema con i suoi mezzi e la tecnologia all’avanguardia” ha continuato Cavo Dragone, aggiungendo come “noi cittadini sappiamo che qualcuno veglia su di noi, sui cieli, giorno e notte, in qualunque condizione meteo”. Una squadra di eccezionali italiani, concittadini dei quali essere orgogliosi”.

Cento anni e non sentirli

Per il ministro Crosetto, nonostante i cento anni, l’Aeronautica si mantiene giovane “con lo sguardo sempre in avanti e la passione per l’innovazione”. Il Centenario, allora, “non è un punto di arrivo, ma la capitalizzazione di quanto fatto pronti a raggiungere vette sempre più alte”. Tutto dell’Arma azzurro parla di futuro, “una memoria che non trattiene a terra, ma fa volare sempre più in alto”. Il ministro ha poi voluto ricordare i tanti impegni assunti dalla Forza armata a tutela della sicurezza dei cittadini e degli interessi italiani, dal ponte aereo in Afghanistan agli aiuti in Turchia e Siria, dallo sforzo sui fianchi est e nord dell’Alleanza dopo l’invasione russa dell’Ucraina, passando per il supporto insostituibile nel corso della pandemia, con i voli in biocontenimento. “In cento anni il mondo è cambiato, ma non le qualità migliori dell’Aeronautica” che ha saputo costruirsi in questo secolo “qualcosa di oltre al successo delle missioni: l’affetto degli italiani” con la sua capacità di coniugare umanità e tecnica, ben rappresentato dalle Frecce tricolori “che uniscono tutti gli italiani durante i momenti più significativi della Repubblica”. E allora, l’augurio del ministro è che il motto dell’Arma azzurra, “Con valore verso le stelle” rappresenti anche il cammino dell’Italia, nella sicurezza che, “tra cento anni, l’Aeronautica militare sarà ancora qui, a vigilare sui cieli e nello spazio”.

Una parata aerea

Protagonisti della manifestazione, naturalmente, i velivoli dell’Arma azzurra. Hanno infatti attraversato i cieli di Roma, a rappresentare idealmente quelli di tutta la nazione, ben 74 apparecchi della Forza armata, a rappresentare tutte le diverse capacità espresse dall’Aeronautica. Dagli elicotteri multiruolo HH-101 agli arei per il collegamento P-180, passando per i C-130J della Lockheed Martine e i C-27J di Leonardo, velivoli per il trasporto tattico e strategico, fino ai KC767 per il rifornimento in volo. Presenti anche gli assetti per la sorveglianza aerea, come i P-72A per il pattugliamento marittimo, che vede infatti la partecipazione di equipaggi misti Aeronautica-Marina, i G550 CAEW, velivoli all’avanguardia per la sorveglianza con capacità di comando e controllo, in grado di verificare l’impermeabilità dello spazio aereo alleato e di allertare la difesa aerea nel caso di minaccia, e il 350ER per le operazioni Sigint. In volo anche i cosiddetti velivoli bianchi, impiegati per il trasporto delle autorità nazionali e per i voli sanitari d’urgenza, come gli Airbus A319 e i Falcon 50 e 900, e l’addestratore all’avanguardia T-346, realizzato da Leonardo, e utilizzato per formare i piloti destinati ai velivoli di ultima generazione presso la International flight training school di Decimomannu. Non potevano mancare poi i caccia veri e propri, le prime linee della difesa aerea, con i Panavia Tornado, gli Eurofighter, protagonisti dell’Air policing condotta dall’Italia e, naturalmente, gli F-35. A concludere la cerimonia, il passaggio dei nove Aermacchi MB-339PAN delle Frecce tricolori.


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La complicata e necessaria relazione tra politica e Aeronautica spiegata da Tricarico


Non è una novità che l’Italia sia disattenta ai problemi della sicurezza e della Difesa e che il mondo della politica sia stato e sia fondamentalmente allineato e in sintonia con tale colpevole incultura. Sono pochi i ministri della Difesa che nel secondo

Non è una novità che l’Italia sia disattenta ai problemi della sicurezza e della Difesa e che il mondo della politica sia stato e sia fondamentalmente allineato e in sintonia con tale colpevole incultura. Sono pochi i ministri della Difesa che nel secondo dopoguerra si sono discostati da tale peculiarità socio-politica del nostro Paese, interpretando in maniera più attenta, concreta e professionale il loro mandato.

Pur con una casistica di comportamenti ampia, non è però facile valutare se il generale disinteresse per il mondo militare sia stato un vantaggio o un inconveniente, un peso che abbia influito sulla preparazione e sull’adeguatezza delle Forze armate all’assolvimento della loro missione. Personalmente propendo per la prima ipotesi, ossia che, anche per come il mondo politico è mutato, le Forze armate abbiano potuto agire praticamente “indisturbate”, al riparo dell’attenzione dell’opinione pubblica e della politica.

Immaginiamo, ad esempio, che aiuto avrebbe potuto dare un presidente del Consiglio convinto – come è realmente successo – che i sistemi d’arma siano catalogabili in offensivi e difensivi, e su queste basi approntare lo strumento militare. Sono semplici e pure oscenità che avrebbero segnato la discussione pubblica e impedito un sostanziale processo di allestimento dello strumento militare.

Invece le Forze armate hanno avuto mano libera nelle attività progettuali e operative, pur dovendo tollerare rumori di fondo quali le critiche per fenomeni deleteri interni o scelte messe in sindacato perché in certi momenti era inevitabile che l’opinione pubblica non se ne occupasse.

Fortuna ha voluto che la briglia sia stata lasciata sciolta a servitori dello Stato, a persone perbene che hanno messo l’autonomia loro concessa al servizio del pubblico interesse, impiegando le risorse secondo criteri di buona amministrazione.

L’Aeronautica in particolare si è portata avanti in specifiche capacità pregiate o perfino abilitanti, grazie sia ai criteri di buon management citati, sia all’esperienza sul campo, quando è stata chiamata (praticamente sempre) a integrare missioni internazionali di pace o di guerra. L’armamento di precisione è figlio della prima guerra del Golfo e del ruolo in essa avuto dal generale Mario Arpino, il quale ha promosso e monitorato la crescita nel settore. Anche l’Unmanned è un output della guerra dei Balcani del 1999: il primo vero debutto operativo dei droni allora ancora imperfetti e disarmati, mostrò con estrema chiarezza le loro potenzialità militari. L’Aeronautica militare prese il treno al volo e l’impegno degli anni successivi l’ha portata a essere leader europea nell’utilizzo degli Uav. La guerra dei Balcani ha anche permesso di organizzare meglio le capacità di comando e controllo di operazioni belliche complesse. Le operazioni del 1999 furono un valido banco di prova per professionalizzare gli operatori, mettere a punto le strutture, gli apparati e i collegamenti necessari, individuare le procedure più corrette per gestire con efficacia operazioni militari complesse. Oggi, questo livello di professionalità lo abbiamo noi più di chiunque altro in Europa.

Il caccia di quinta generazione è un rilevante esempio di come la Forza armata sia riuscita a raggiungere traguardi importanti, bruciando sul filo di lana gli altri europei, nonostante la palla al piede di una stampa pessima e di una politica troppo attenta agli umori della gente più che alla Difesa. Quando è scoppiata la polemica sui costi del programma F-35 era ormai tardi per fare dietrofront, i passaggi governativi e parlamentari di autorizzazione al prosieguo nel programma, compiuti nella sonnolenza generale, erano così vincolanti che il treno ha dovuto proseguire senza stop, nonostante un’ipotizzabile paletta rossa della politica e forse anche dell’industria di settore.

Una rassegna delle eccellenze raggiunte dalla nostra Aeronautica negli ultimi anni deve registrare la capacità Caew, che è già ora una componente aggiornata di punta a nostra disposizione e che in prospettiva, con il completamento della flotta di piattaforme airborne, non avrà pari anche dal punto di vista dimensionale, oltre che qualitativo. Oggi però è necessaria un’inversione di tendenza e il quadro politico, anche per le sollecitazioni della guerra in Ucraina, sembra voler accettare un ruolo più attivo. Un’inversione di tendenza in cui la politica può aiutare il mondo militare a portare in Europa le capacità così faticosamente messe a punto, affinché le eccellenze acquisite siano i pilastri su cui edificare uno strumento militare comune.

Sarebbe imperdonabile – ma non incredibile, dati i nostri trascorsi – che l’Italia si presentasse al laboratorio di una Difesa comune come portatrice d’acqua e non come elemento trainante in uno scenario in cui è in grado di esprimere il meglio a livello internazionale. Perché questa è la fine che si farebbe se la politica non comprendesse le prospettive nazionali nell’impresa comune e non rivendicasse un ruolo-guida. Ma per farlo serve un cambio radicale di registro, per acquisire consapevolezza di quanto le nostre Forze armate siano avanti rispetto ad altri Paesi. Pretendendo giustamente di indicare la strada ad altri rimasti più indietro, mediante un ruolo-guida, quando (si spera presto) si comincerà a costruire un dispositivo europeo di Difesa comune e quando le responsabilità andranno suddivise secondo le capacità e non altri parametri in cui il nostro Paese potrebbe ancora essere tenuto fuori dal salotto buono.


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