Hana, Armita e le altre nella prigione degli stupri


Il valico di Haje Omeran taglia in due la regione a maggioranza curda che si trova a cavallo tra l’ovest dell’Iran e il nord dell’Iraq. Molti curdi hanno parenti su entrambi i lati del confine e normalmente lo attraversano andando avanti e indietro con re

Il valico di Haje Omeran taglia in due la regione a maggioranza curda che si trova a cavallo tra l’ovest dell’Iran e il nord dell’Iraq.

Molti curdi hanno parenti su entrambi i lati del confine e normalmente lo attraversano andando avanti e indietro con relativa facilità.

La repressione in atto nel paese sui manifestanti ha rallentato la marea di attraversamenti al valico tra l’Iran e le montagne del nord dell’Iraq. La paura di un arresto indiscriminato ha reso molti riluttanti a rischiare il viaggio. Lungo il confine tra Iran e Iraq vi sono centri di polizia usati come punti di filtraggio, dove gli arrestati vengono prima interrogati, torturati e poi dislocati nei penitenziari.

Hana è una donna curda-iraniana sulla ventina che aveva intrapreso un pericoloso viaggio lungo i sentieri di montagna per fuggire dall’Iran.

Sua madre aveva ricevuto una telefonata da un funzionario di alto livello della prigione di Mahabad, nel nordovest del paese, che la esortava a non far uscire più di casa le sue figlie “per alcun motivo”.

Ma Hana, imperterrita, si è unita alle proteste con molte altre donne. Ha ballato e ha cantato nelle strade agitando il velo come una bandiera e poi ha dato fuoco ad esso, come è nel rituale di queste manifestazioni.

Ciò ha comportato il suo arresto, la polizia iraniana l’aveva ripresa in un video. La ragazza è stata trattenuta in un centro di detenzione presso una stazione di polizia nella città nordoccidentale di Urmia, capoluogo dell’Azerbaigian occidentale, nel nordovest dell’Iran.

Nel centro di detenzione di Haje Omeran sono rinchiuse circa 30-40 donne e i restanti detenuti sono ragazzi tra i 13 e i 14 anni. “Tutti torturati e violentati”, come ha rivelato Hana.

Il penitenziario di Haje Omeran è un luogo segreto tra le montagne al confine tra Iran e Iraq dove la polizia ha abusato sessualmente di alcuni manifestanti.

La descrizione di testimoni oculari ha permesso la geolocalizzazione della prigione segreta e la CNN l’ha individuata e ne ha ricostruito anche gli interni con l’aiuto di ex prigionieri. Il penitenziario ha al centro un salone con stanze destinate agli interrogatori.

Secondo diverse testimonianze i poliziotti selezionavano le donne considerate belle e in grado di soddisfare i loro appetiti. Un ufficiale sceglieva una di loro e, dalla cella in cui era ristretta, la portava con sé in una stanzetta privata e lì veniva aggredita sessualmente.

Le forze di sicurezza usano lo stupro come arma per reprimere le proteste.

Sono numerose le testimonianze di donne violentate dagli agenti penitenziari riportate in un rapporto pubblicato dalla CNN nel novembre 2022. Secondo questo report, le ragazze stuprate venivano poi trasferite in altre città. Spesso le giovani adolescenti hanno paura di parlare delle violenze subite.

Il caso di Armita Abbasi, una giovane di 21 anni, nata nel 2001 nella città iraniana di Rasht sul Mar Caspio, è davvero terribile.

Quando il 10 ottobre 2022 Armita fu arrestata nella città di Karaj dove abitava, a ovest di Tehran, quasi un mese dopo l’inizio delle manifestazioni, aveva tutti i tratti distintivi di una ragazza della cosiddetta “Generazione Z”. Aveva una pettinatura di biondo platino con lampi multicolori e un piercing al sopracciglio. Indossava lenti a contatto colorate e filmava i gatti del suo soggiorno postando i video su TikTok.

Nelle foto da lei pubblicate sui social indossava spesso una collana con la stella di David, simbolo culturale e religioso ebraico, che ha attirato su di lei l’attenzione della comunità ebraica internazionale, nonostante lei non fosse ebrea.

La rivoluzione le ha cambiato la vita, le forze di sicurezza iraniane l’hanno sottoposta alle peggiori brutalità. Dall’inizio delle rivolte, i post sui social media a nome di Armita sono stati presi di mira dal regime. Non è chiaro se abbia realmente partecipato alle proteste, tuttavia, a differenza della maggior parte dei dissidenti all’interno del paese, non ha reso anonime le sue critiche al regime.

In una dichiarazione del 29 ottobre, il governo l’aveva accusata di essere una “leader fomentatrice dei disordini” per la sua intensa attività sui social. La polizia le aveva fabbricato gravi accuse, tra le quali il possesso di “10 bottiglie molotov” che sarebbero state trovate nel suo appartamento. Una accusa, questa, pretestuosa, sufficiente per infliggerle una pena pesante.

Una serie di account trapelati su Instagram avevano causato scalpore nei giorni successivi al suo arresto e hanno trasformato Armita – come Mahsa Amini e Nika Shahkarami prima di lei – in un simbolo del movimento di protesta.

Sono state rese pubbliche in perfetto anonimato conversazioni tra medici su un servizio di messaggistica privato di Instagram nel corso delle quali si accusava la polizia iraniana di aver torturato e abusato sessualmente e ripetutamente di Armita. Il 18 ottobre la ragazza fu trasportata d’urgenza all’ospedale Imam Ali di Karaj, accompagnata da agenti in borghese.

I medici raccontano che Armita aveva la testa rasata e tremava come una foglia e che erano stati costretti a preparare referti falsi in cui si affermava che la ragazza era ammalata di cancro e che le aggressioni erano avvenute prima del suo arresto.

Ma alcuni medici hanno riferito di essersi trovati di fronte all’orrore di una giovane che aveva subito un brutale stupro che le aveva provocato una grave emorragia rettale.

Le forze di sicurezza di Tehran l’avevano addirittura rapita dall’ospedale e ricondotta nel carcere di Kachui a Karaj per timore che potesse raccontare alla stampa le violenze subite. Solo grazie al coraggio di alcuni medici il suo caso ha comunque ricevuto l’attenzione dei media internazionali.

La famiglia di Abbasi ha raccontato che dal momento dell’arresto e fino al ricovero in ospedale non era riuscita ad avere notizia della loro figlia. Dopo otto giorni di ricerche era stato comunicato loro che la ragazza era ricoverata nell’ospedale di Karaj. I suoi genitori si erano subito precipitati a farle visita, ma non erano riusciti ad incontrarla perché era già stata trasferita dalle forze di sicurezza in un luogo sconosciuto.

Il capo della Procura della provincia di Alborz ha smentito che vi fosse stata una aggressione sessuale nei confronti di Armita come era dichiarato nella denuncia sporta dai familiari. I genitori della ragazza hanno riferito di aver ricevuto una telefonata dalle forze di sicurezza che avevano loro comunicato che se avessero mai voluto rivedere la ragazza, avrebbero dovuto partecipare a un’intervista televisiva nella quale avrebbero dovuto affermare che Armita era stata ricoverata per gravi problemi intestinali di cui soffriva e che le avrebbero provocato una emorragia. Ma i genitori si sono rifiutati di affermare il falso.

La ragazza anche in carcere ha mostrato grande coraggio mettendo in atto uno sciopero della fame assieme ad altre quindici donne detenute per protestare contro le condizioni di detenzione disumane e degradanti, per la tortura inferta ai prigionieri e per la negazione delle cure mediche necessarie. Assieme ad Armita Abbasi hanno scioperato altre due manifestanti di circa ventinove anni, Hamida Zarai e Nilufar Shakri, e la trentaduenne pittrice Elham Modaresi.

Modaresi era stata rapita a Karaj dai pasdaran, ed è stata arrestata perché lottava contro l’apartheid di genere. La giovane artista soffre di una rara malattia del fegato e ha urgente bisogno di cure mediche. È stata sottoposta per otto settimane a torture, sevizie e stupri perché si era rifiutata di firmare false confessioni, ora la sua vita è in pericolo.

Dopo circa tre settimane di sciopero della fame e dopo cento giorni di detenzione, il 7 febbraio 2023 Armita Abassi è stata scarcerata ed ha potuto riabbracciare i suoi cari. Suo padre è andato a prenderla fuori dal carcere, lei è apparsa ancora piena del suo spirito vivace e ribelle.

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Quel che manca alla riforma fiscale


Con il Consiglio dei ministri di ieri è partito il cantiere della riforma fiscale, che durerà l’intera legislatura visto che ci si propone un confronto in Parlamento sulla legge delega per approvarla entro inizio autunno, poi due anni per le misure attuat

Con il Consiglio dei ministri di ieri è partito il cantiere della riforma fiscale, che durerà l’intera legislatura visto che ci si propone un confronto in Parlamento sulla legge delega per approvarla entro inizio autunno, poi due anni per le misure attuative e altri due anni per la loro integrazione e modifica. Le osservazioni qui contenute sono relative ad aspetti di fondo comuni ai diversi testi che si sono succeduti. Su diversi punti la delega assume idee tratte dal testo su cui lavorarono i partiti in Parlamento nella scorsa legislatura. Ma al testo mancano troppi dettagli essenziali, per misurarne e giudicarne davvero gli effetti. Il richiamo iniziale ai princìpi generali della Costituzione, norme Ue e cantieri fiscali Ocse è opportuno, speriamo davvero si riesca a costituzionalizzare come indicatolo Statuto del contribuente, sempre calpestato dallo stato.

Apprezzabile la parte su semplificazione degli adempimenti per il contribuente, e volontà di rafforzare gli interpelli preventivi all’amministrazione tributaria sui mille problemi interpretativi delle norme vigenti: ma è da respingere l’idea di far pagare al contribuente gli interpelli per finanziare Ag Entrate, lo stato non è il Caf dei sindacati. Su Iva e imposte indirette, il progetto di allineamento alle disposizioni Ue è giusto. Bisognerà capire che cosa significhi in termini di scelte su cosa esentare dall’imposta, e su cosa agevolare nel settore dei beni comuni. Non si comprende ancora quali siano le linee d’intervento in materia di rimborsi, croce senza delizia dei soggetti a Iva in questi anni la trasmissione telematica dei dati Iva è stato un vantaggio per lo stato e per la lotta all’evasione, molto meno per i contribuenti adempienti.

L’articolo dedicato alla riforma delle accise enuclea finalità energetiche apprezzabili, come il sostegno alle rinnovabili. Ma manca una riflessione organica sulla necessità di un’unica visione per accise, detrazioni e deduzioni e sussidi di ogni tipo ai soggetti in campo energetico, che configuri una sorte di unico codice fiscale per il settore green-ambientale. Per l’Irpef, l’idea iniziale era di diminuire le aliquote da 4 a 3, accorpando secondo e terzo tra gli attuali scaglioni, dei redditi tra 15 mila e 50 mila euro. In assenza però di dettagli sulla revisione annunciata delle detrazioni/deduzioni Irpef, non è possibile in alcun modo effettuare calcoli di convenienza fiscale. Né sulle aliquote reali che ne deriverebbero davvero (in termini di progressività), né tanto meno sugli effetti conseguenti al bilancio e deficit pubblico.

La bandierina di un’Irpef “tra 5 anni flat tax per tutti” resta uno slogan ideologico valutabile solo nei mesi a venire. E’ tuttavia sin da oggi positivo mirare all’unificazione di trattamento fiscale dei redditi di capitale e dei redditi diversi di natura finanziaria, soggetti oggi a incomprensibili diversi regimi, nonché di rivedere l’attuale tassazione dei fondi pensione.

Il Foglio

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Sabino Cassese – Amministrare la Nazione


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SinTassi


Non c’era nulla da prevedere, perché era scontato che la Banca centrale europea alzasse ulteriormente il tasso d’interesse. Ieri l’Istat ha verificato un rallentamento dell’inflazione a febbraio (+9,1%), ma anche un’accelerazione nel carrello della spesa

Non c’era nulla da prevedere, perché era scontato che la Banca centrale europea alzasse ulteriormente il tasso d’interesse. Ieri l’Istat ha verificato un rallentamento dell’inflazione a febbraio (+9,1%), ma anche un’accelerazione nel carrello della spesa (+12,7%). Va raffreddata. Il mezzo punto era in programma e il 3,5% dell’attuale tasso era previsto.

Poi c’è l’inflazione delle chiacchiere. Vale per i tanti che accusano la Bce di indurre la recessione e fanno pressioni supponendo che l’era dei tassi a zero potesse essere infinita quanto il cammino della speranza. E vale anche per i banchieri centrali che annunciano prima che decideranno sulla base dei dati e poi non aspettano i dati e tracciano aumenti ripetuti, come fosse il cammino della penitenza. Oltre ai tassi d’interesse c’è anche una sintassi del discorso economico: per comunicare con profitto occorre che ci si attenga a un codice, a un linguaggio condiviso. Altrimenti s’assemblano parole senza comporre un significato.

Del linguaggio fanno parte anche i mezzi di comunicazione. Se si vuole evitare che diffondano informazioni nocive, si deve evitare di fornire spiragli interpretativi o consentire che opinioni diverse si prestino a divenire fazioni in lotta. Modello “falchi e colombe”, utile solo ad attirare allocchi. Siccome molta dell’efficacia delle misure monetarie ha a che vedere con le aspettative, l’informazione conta. E la cattiva informazione costa. Non è possibile che un giorno si paventi un nuovo crollo del sistema bancario e si registri un effettivo ribasso in Borsa; il giorno dopo si trascuri d’informare che le Borse sono salite, mentre la banca innesco della crisi globale è già messa in sicurezza dal governo Usa; il giorno appresso riprenda la danza delle banche che saltano, ripartendo dalla Svizzera, con nuovi ribassi borsistici. E così via. Il risultato è che l’informazione comunica il crescere del pericolo e la perdita di ricchezza. Che la realtà sia diversa, a quel punto, conta pure poco.

In Ue abbiamo regole e controlli bancari che non debellano il male nel mondo, ma sono in grado di evitare che si producano casi come quelli statunitense e svizzero. Tale consapevolezza non solo non arriva al pubblico, ma si confondono continuamente le idee, equivocando il ruolo delle banche. Un preventivo contenimento del panico (che di suo è distruttivo) potrebbe consistere nel fare in modo che:

a. tutti i depositi, ovvero i soldi miei che metto sul conto in banca, come anche i soldi della società che amministro e che attendono d’essere utilizzati, siano esenti da qualsiasi rischio: pago la banca perché li custodisca, non vedo perché dovrei pagarla io se sbaglia la banca;

b. oggi la garanzia è fino a 100mila euro, ma un contribuente onesto e ad alto reddito potrebbe ben tenere una liquidità superiore in vista delle tasse, ci manca pure che sia una colpa, quindi la garanzia sarebbe bene salisse;

c. tutti gli investimenti, che siano in azioni od obbligazioni, comportano un rischio: quel rischio è a carico del privato, così come i guadagni sono a suo pro;

d. se comperi le azioni di una banca e quella fallisce perdi i tuoi soldi, come è bene che perdano i loro quanti l’hanno diretta;

e. i soldi del contribuente non entrano in gioco, semmai si fanno funzionare regole e controlli;

f. quelli che si lamentano delle regole stringenti e poi si lamentano dei fallimenti devono essere indicati per svalvolati.

Economie e banche sono interconnesse, per questo i rischi ci sono anche senza colpe specifiche di chi li corre e per questo è importante che la comunicazione sia chiara e rassicurante. Il che porta alla politica: se propongo l’acquisto di un estintore, che non si sa mai, e mi sento rispondere che sto favorendo o addirittura volendo gli incendi, avverto i pompieri ma anche la neurodeliri. I meccanismi di sicurezza bancaria europea devono essere completati e uno di questi è il Meccanismo europeo di stabilità. L’incendio non lo vuole nessuno, ma il rogo lo chiama chi è contro gli estintori.

La Ragione

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Lo stigma berlusconista frena i partiti, ma è Costa il vero alleato di Nordio


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Le porcherie delle banche americane e svizzere ci fanno rivalutare la Bce


Quando crollano grandi banche di Stati piccoli il rischio di panico autoavverante è più alto. Per questo su Credit Suisse si intervenga con urgenza senza andare per il sottile e aggiusti chi ha rotto. È oggettivo che la pignola Banca centrale europea è se

Quando crollano grandi banche di Stati piccoli il rischio di panico autoavverante è più alto. Per questo su Credit Suisse si intervenga con urgenza senza andare per il sottile e aggiusti chi ha rotto. È oggettivo che la pignola Banca centrale europea è sempre più rivalutata da questi fatti che riguardano banche americane e svizzere. Gli europei ci mettono tanto tempo a decidere, ma le crisi non le provocano mai loro. Abbiamo sempre criticato questa pignoleria, ma poi ci viene bene. È giusto, però, che gli scandali delle banche americane li paghino gli americani e gli scandali delle banche svizzere li paghino gli svizzeri.

Credit Suisse ha sette e passa miliardi di franchi svizzeri di perdite. Ha contato molte fuoriuscite di capitali e di depositi. È passata attraverso mille scandali e ha dovuto rinviare l’approvazione del bilancio del 2022 perché è sotto inchiesta della Securities and Exchange Commission (SEC) che vuol dire Commissione per i Titoli e gli Scambi ed è l’ente federale statunitense preposto alla vigilanza delle borse valori. Credit Suisse ha appena fatto un aumento di capitale di 4 miliardi, ma per fargli perdere ogni valore sono bastate poche parole del presidente di Snb, Ammar Al Khudairy, all’intervistatore di Bloomberg TV che gli chiedeva se la banca fosse aperta a fornire ulteriore liquidità al Credit Suisse.

Le parole sono state inequivoche: «La risposta è assolutamente no, per molte ragioni oltre a quelle più semplici, che sono regolatorie e statutarie». La banca saudita è la prima azionista del Credit Suisse con una quota poco sotto il 10%, acquistata lo scorso anno in occasione dell’aumento di capitale del gruppo svizzero. Il titolo era stato fortemente sotto pressione già nella seduta di martedì dopo che la banca aveva ammesso di avere trovato «concrete debolezze» nelle relazioni finanziarie degli ultimi due anni a causa di controlli interni inefficaci. Il mercato dà evidentemente per scontato che alla banca svizzera serva subito un altro aumento di capitale e il fatto che il suo nuovo principale azionista saudita non sia disponibile a scucire altri quattrini ha fatto crollare il mondo.

Qualcuno dirà non completamente a torto che è una caduta fuori luogo, perché il maxi aumento di capitale è avvenuto a febbraio, ma la verità è che i mercati hanno i nervi talmente tesi che basta niente e salta tutto e poi la banca è sotto osservazione da tempo. Di fatto si genera una crisi di sfiducia su Credit Suisse che rischia di diventare una profezia autoavverante anche perché il problema esiste e la banca centrale svizzera ha aperto una linea di liquidità ma non è la Federal Reserve. Se è a rischio una banca grossa e lo Stato al quale appartiene questa banca è uno Stato piccolo il rischio diventa più elevato. Perché i mercati danno più credito alla crisi bancaria e i depositi scappano come lepri.

Le incolpevoli banche italiane e francesi, come tutte quelle europee, crollano e dopo avere pagato il conto delle porcherie americane della banca della Silicon Valley pagano anche quello delle porcherie del colosso bancario svizzero di un Paese che dà lezioni di civiltà a tutti. Bisogna rendersi conto che i nervi sono davvero scoperti ed è bene che la cintura di sicurezza delle banche centrali sia potente, che i depositi siano garantiti, non è il momento questo delle prediche liberali. Però, sia chiaro, aggiusti chi ha rotto. Si intervenga, dunque, con urgenza senza andare troppo per il sottile. La storia irlandese nella grande crisi dei debiti sovrani ci ricorda che quando le banche sono grandi e gli Stati sono piccoli a rischiare di saltare per aria sono gli ultimi. Con tutto quello che c’è in giro di rischi geopolitici e finanziari non è proprio il caso di scherzare con il fuoco.

La pignola Banca centrale europea è sempre più rivalutata da questi fatti che riguardano banche americane e svizzere. Gli europei ci mettono tanto tempo a decidere, ma le crisi non le provocano mai loro. Abbiamo sempre criticato questa pignoleria, questo eccesso di regole, ma poi ci viene bene. Sarebbe giusto a questo punto che gli scandali delle banche americane li paghino gli americani e gli scandali delle banche svizzere li paghino gli svizzeri.

Il Quotidiano del Sud

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Banche e tassi


Silicon Valley Bank non c’entra con le nostre banche e non c’entra con l’Unione europea. Abbiamo regole e controlli decisamente più severi. Un crollo può sempre avvenire, il rischio non è mai eliminabile, ma quel genere di squilibrio nei conti di una banc

Silicon Valley Bank non c’entra con le nostre banche e non c’entra con l’Unione europea. Abbiamo regole e controlli decisamente più severi. Un crollo può sempre avvenire, il rischio non è mai eliminabile, ma quel genere di squilibrio nei conti di una banca no, verrebbe visto prima. Resta il fatto che quel fuoco è acceso e ha indotto il Tesoro statunitense a introdurre una novità: i titoli del debito pubblico verranno considerati garanzie (collaterali) al loro valore di libro e non di mercato. Lo ha qui spiegato ieri Lavaggi: al rialzo dei tassi d’interesse i titoli emessi precedentemente e a un tasso inferiore perdono valore se intendo liquidarli subito, ma restano immutati se attendo la scadenza.

Credit Suisse non c’entra con le nostre banche e con l’Unione europea. Ha da tempo notevoli problemi: erano intervenuti capitali sauditi, che ora annunciano di non rilanciare oltre. La banca ha passività per l’equivalente di 525 miliardi di euro, mentre dopo gli ulteriori crolli ha un valore in Borsa (capitalizzazione) di 7 miliardi. Ad avere allertato i mercati è stata la stessa banca, che non poteva certo nascondere i risultati della revisione (effettuata dalla società indipendente PwC). Ha quindi chiesto l’intervento della Banca centrale svizzera. Come a dire: noi affondiamo, tocca a voi un eventuale salvataggio o la messa in sicurezza.

Questi due incendi non ci riguardano, ma segnalano un problema che ci riguarda: dopo anni di denaro quasi senza costo sono cresciute bolle finanziarie che, a seguito del rialzo dei tassi d’interesse, possono esplodere con conseguenze sistemiche. Il che porta al dilemma delle nostre banche centrali, europea e statunitense. I rialzi dei tassi servono a contrastare l’inflazione. Nessuno, seriamente, contesta quei rialzi. I problemi sono: a. di quanto e che non sia “troppo” (misura indefinita), in modo da non favorire la recessione; b. se le banche centrali annunciano in anticipo i rialzi futuri ne aumentano l’effetto, ma vale per l’inflazione come per gli effetti recessivi; c. se smettono di dare programmi a medio termine vengono accusate di aumentare l’incertezza.

A oggi i tassi saliranno ancora, ma l’efficacia di questa operazione scema proprio all’emergere di taluni effetti sulle banche (è vero che guadagnano di più, ma i titoli in portafoglio perdono valore e i clienti entrano in difficoltà, traslandole sulle banche). Non c’è politica monetaria che funzioni se non accompagnata da politiche fiscali. Detto diversamente: o le banche centrali e i governi si muovono all’unisono o ne deriva una pericolosa cacofonia. Di sicuro, in questa condizione, scaricare le difficoltà politiche sulle banche centrali – così trascinandole in polemiche e dilemmi politici – è il modo sicuro per farsi del male.

A ciascuno la propria parte. E quella di chi governa non consiste nel lamentarsi.

La Ragione

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Difesa, a Tokyo una pietra militare per il futuro di Italia, Giappone e Uk


“Italia, Regno Unito e Giappone sono uniti dallo stesso destino e oggi abbiamo posato una pietra per costruire un futuro importante insieme”. Lo ha dichiarato Guido Crosetto, ministro della Difesa, durante l’incontro avvenuto oggi a Tokyo con gli omologhi

“Italia, Regno Unito e Giappone sono uniti dallo stesso destino e oggi abbiamo posato una pietra per costruire un futuro importante insieme”. Lo ha dichiarato Guido Crosetto, ministro della Difesa, durante l’incontro avvenuto oggi a Tokyo con gli omologhi giapponese Yasukazu Hamada e britannico Ben Wallace. “Una volta Indo-Pacifico e Mediterraneo erano aree considerate lontane tra loro. Oggi, invece, il mondo è diventato sempre più piccolo, le crisi sono aumentate e probabilmente in questo decennio la situazione peggiorerà. Il futuro del Mediterraneo dipende da ciò che succede nell’Indo Pacifico e viceversa. Ed è per questo motivo che le nostre Nazioni devono lavorare e cooperare insieme. Soltanto unendo le forze riusciremo a contrastare la grandezza dei problemi e le sfide future”, ha aggiunto.

AL LAVORO SUL PROSSIMO JET

Al centro dell’incontro, il rafforzamento del partenariato e il programma Global Combat Air Programme. I tre Paesi hanno firmato lo scorso 16 dicembre un memorandum di cooperazione sulla base delle solide e durature relazioni tra i tre Paesi, fondate sui valori di libertà, democrazia, diritti umani e stato di diritto. “Il Gcap”, ha sottolineato il ministro Crosetto, “è una scelta industriale, tecnologica ma è, prima di tutto, una scelta politica di tre importanti Nazioni che hanno deciso di intraprendere un percorso comune che permetterà alle rispettive Forze Armate di cooperare insieme in diversi ambiti”. È un accordo, ha continuato, “di grande rilevanza raggiunto in un delicato momento geopolitico” in quanto “le nostre tre nazioni rafforzano così la loro cooperazione in un progetto che avrà importanti ricadute nel campo tecnologico, dell’innovazione, ricerca e sviluppo nel settore dell’aerospazio, della difesa e sicurezza”.

LA PORTA È APERTA

Il programma per un nuovo velivolo di sesta generazione, come ha ricordato il ministro, potrà allargarsi anche ad altri Paesi: “Porterà un insieme di capacità senza precedenti che risulteranno fondamentali per il mantenimento della stabilità globale, creando i presupposti necessari a garantire lo sviluppo continuo nel campo della difesa per i decenni a venire”. Ieri la Difesa aveva diffuso una nota per smentire le ricostruzioni dell’agenzia Reuters secondo cui il programma avrebbe visto una partecipazione italiana al 20% e quelle britannica e giapponese al 40%. “L’alleanza tra i nostri governi e industrie della Difesa rappresenta un esempio di riferimento per le future collaborazioni internazionali” ha continuato il ministro sottolineando come l’Italia, forte delle proprie esperienze e delle competenze industriali e tecnologiche nel settore dell’aerospazio e nello sviluppo di velivoli militari, veda nel Regno Unito e nel Giappone i partner con i quali rafforzare un modello paritetico e flessibile nella già consolidata cooperazione industriale.

LE OCCASIONI INDUSTRIALI

I ministri hanno, altresì, evidenziato i benefici che questo accordo apporterà dal punto di vista industriale, determinando prosperità e sviluppo ed un incremento della cooperazione tra le rispettive industrie della Difesa che, già al momento, evidenziano ottime relazioni collaborative. Unanime consenso sul contributo che il Gcap fornirà alla sicurezza e allo sviluppo tecnologico dei tre Paesi. Un forte partenariato che avrà ricadute anche nei settori dell’economia, della sicurezza e della stabilità regionale. Nella parte conclusiva della trilaterale hanno partecipato anche gli amministratori delegati di Mitsubishi, Bae e Leonardo, aziende che guidano per Giappone, Regno Unito e Italia il progetto.

IL BILATERALE CON HAMADA

Prima dell’incontro a tre si è tenuto un bilaterale tra Hamada e Crosetto, in cui i ministri hanno sottolineato la volontà di rafforzare ulteriormente le relazioni bilaterali in molteplici dimensioni, incluso cyber defence ed esercitazioni congiunte. Da qui la volontà di rafforzare la collaborazione tra i due Paesi. Uno scambio tra le Forze Armate che include l’addestramento in Italia di piloti giapponesi presso l’International Flight Training School, polo di eccellenza internazionale nell’addestramento di piloti militari. Un altro esempio saranno le campagne addestrative nell’Indo Pacifico alle quali la Difesa italiana parteciperà con assetti e personale della Marina e dell’Aeronautica Militare – entro inizio 2024 dovrebbe essere dispiegata nella regione la portaerei Cavour. Quella dell’Indo-Pacifico, si legge in una nota della Difesa italiana, è un’area di sempre maggiore rilevanza per la stabilità dell’ordine internazionale, per lo sviluppo del commercio, per peso economico, demografico e politico, aspetto che trova conferma anche nell’agenda Nato 2030.


formiche.net/2023/03/italia-gi…

In Fondazione Luigi Einaudi dibattito su norme antimafia e Stato di diritto


“L’inganno. Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene”, l’ultimo libro del giornalista Alessandro Barbano, edito da Marsilio, è stato presentato ieri a Roma nella sede della Fondazione Luigi Einaudi. Dopo i saluti istituzionali del presidente d

“L’inganno. Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene”, l’ultimo libro del giornalista Alessandro Barbano, edito da Marsilio, è stato presentato ieri a Roma nella sede della Fondazione Luigi Einaudi. Dopo i saluti istituzionali del presidente della Fondazione Giuseppe Benedetto, l’autore del libro e il giurista Giovanni Pellegrino, hanno dato vita a un interessante dibattito moderato dal Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi Andrea Cangini.

“Questo libro denuncia come dentro la filiera della giustizia penale, che attraversa il giudizio di prevenzione e il giudizio ordinario vero e proprio, c’è uno slittamento tra il diritto ordinario liberale, che si fonda sulla colpevolezza, e quindi su un fatto costituente reato, e il diritto del sospetto che si fonda sulla pericolosità, che non ha al centro il fatto ma ha al centro l’uomo, l’attore, il quale non viene colpito perché ha commesso un fatto, ma in quanto «pericoloso»”, ha detto Barbano di fronte a un nutrito pubblico di ospiti. “Non si può essere garantisti solo quando conviene o per quello che ci piace, e dire, ad esempio, ‘io sono per la Costituzione, ma mi piace l’ergastolo ostativo’, perché le due cose non stanno insieme”, ha sottolineato. “Si può accettare che in una fase straordinaria, come ad esempio durante una guerra, ci siano delle garanzie che si riducono per un tempo necessariamente breve, come per altro pensava Falcone nel 1992, ma se invece questa compressione diventa permanente è chiaro che il sistema va in contraddizione. E purtroppo questo slittamento, questa sostituzione del diritto della colpevolezza, che è il diritto delle democrazie liberali, con il diritto della pericolosità, che è un diritto autoritario, illiberale, il diritto dei regimi, è presente. È presente nelle interdittive o nel sistema delle confische, che hanno assunto nel nostro paese una dimensione spaventosa”.

Pellegrino, parlamentare di lungo corso e già presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle stragi, sul tema ha osservato: “Il libro di Barbano è un libro coraggioso perché dice alcune scomode verità, e nutre di una casistica fitta di quello che indubbiamente deve essere considerato un risultato che ripugna a comuni sentimenti di giustizia, cioè il fatto che una persona assolta in giudicato dall’accusa di essere mafiosa, o anche soltanto concorrente esterna con la mafia, possa vedere la propria vita distrutta, e il proprio patrimonio azzerato, dalla applicazione di misure di prevenzione antimafia”. Urge una riflessione in merito, ha detto Pellegrino, “ed è necessaria una correzione del sistema che eviti questo iato che c’è tra misure di prevenzione e giudizio di merito”. E ha poi aggiunto: “Non arriveremo a questo risultato se non usciamo dal clima dello scontro tra tifoserie che da sempre caratterizza il dibattito sulla giustizia”.

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Elettronica per il jet del futuro. Ecco l’accordo siglato in Giappone


Un accordo industriale permanente per l’elettronica della Difesa. È questo il cuore dell’accordo siglato nel corso di Dsei Japan, la principale manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato del Giappone, che si terrà a Chiba, vicino Tokyo, fin

Un accordo industriale permanente per l’elettronica della Difesa. È questo il cuore dell’accordo siglato nel corso di Dsei Japan, la principale manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato del Giappone, che si terrà a Chiba, vicino Tokyo, fino al 17 marzo. Le società Mitsubishi Electric in rappresentanza del Giappone, Leonardo UK per il Regno Unito e Leonardo ed Elettronica per l’Italia, rafforzeranno le loro relazioni e valuteranno adeguati modelli operativi, in vista della fase successiva dello sviluppo della prossima fase del sistema aereo di combattimento di sesta generazione, il Global combat air programme (Gcap), che il nostro Paese realizza insieme a Londra e Tokyo. Nel corso dell’evento, tra l’altro, nella giornata di giovedì è previsto il vertice tra i ministri della Difesa italiano, britannico e giapponese Guido Crosetto, Ben Wallace e Yasukazu Hamada per discutere i prossimi passi verso lo sviluppo congiunto del Gcap.

Il caccia di sesta generazione

All’evento giapponese sono presenti tutte le principali aziende responsabili del progetto Gcap, dalla nipponica Mitsubishi Heavy Industries e la britannica BAE Systems, al consorzio italiano composto Avio Aero, Elettronica, Mbda Italia e Leonardo. Il progetto del Gcap prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Gcap di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

La sfida della nuova elettronica avanzata

Nel dettaglio, l’accordo prevede una collaborazione sullo sviluppo del sistema di elettronica avanzata che verrà implementato a bordo della piattaforma Gcap, l’Integrated sensing and non kinetic effects & integrated communication system (Isanke & Ics). Si tratta di una vera e propria rete di sistemi interconnessi in grado di conferire al velivolo capacità superiori in termini di capacità informative e di auto-protezione. La componente Isanke & Ics porterà a bordo del Gcap anche la sensoristica di sesta generazione, introducendo una capacità di sensing, fusione dell’informazione e auto-protezione completamente integrata. In questo modo, la sensoristica sarà in grado di operare in una rete composta da velivoli con e senza equipaggio e come parte di un sistema di sistemi più ampio e multi-dominio per ciascuna nazione. Infine, grazie alla nuova elettronica, sarà possibile per Italia, Giappone e Regno Unito interagire all’interno di operazioni congiunte.

I termini dell’accordo

L’accordo riflette la volontà dei partner di avviare la costruzione di una piattaforma di collaborazione permanente per il conseguimento di un vero e proprio programma tri-nazionale completamente integrato. Questo rende necessario mettere in pratica un approccio che soddisfi le ambizioni di ciascun Paese, in uno spirito di partnership paritaria, e che, al contempo, permetta di rispettare le tempistiche, raggiungendo l’obiettivo del Gcap entro il 2035. A tal fine, sarà utile per le aziende coinvolte attingere alle precedenti esperienze di collaborazione internazionali.

Collaborazioni già avviate

Non è la prima volta, infatti, che le società partner nel Gcap si trovano ad interagire tra loro. Ad esempio, Mitsubishi Electric ha svolto un ruolo chiave nel programma giapponese F-2. In Leonardo, in qualità di partner nel programma Eurofighter Typhoon, sia il team italiano sia quello britannico lavorano al radar a scansione elettronica. Leonardo ed Elettronica, poi, collaborano sul sottosistema di difesa del Typhoon. Leonardo UK e Mitsubishi Electric, invece, lavorano insieme dal 2018 al progetto anglo-giapponese di tecnologia radar Jaguar.


formiche.net/2023/03/elettroni…

Messinscena


Si corre il rischio di far sembrare svegli i soldati giapponesi che, anni dopo la fine del conflitto mondiale, credevano fosse ancora in corso. Il milite nipponico aveva, almeno, l’attenuante dell’isolamento. Mentre qui è tutto un succedersi di spie lumin

Si corre il rischio di far sembrare svegli i soldati giapponesi che, anni dopo la fine del conflitto mondiale, credevano fosse ancora in corso. Il milite nipponico aveva, almeno, l’attenuante dell’isolamento. Mentre qui è tutto un succedersi di spie luminose accese, avvisi orali e scritti, consigli pubblici e privati, siamo giunti al punto che ci si offra di venire a spiegare quel che, all’evidenza, non s’è capito. Eppure tutti sanno che sarà fatto: la riforma del Meccanismo europeo di stabilità deve essere ratificata. Specie ora che una brezza tesa ha scarruffato il crine bancario.

Un anno fa avevamo usato questo stesso titolo: messinscena. Ci ripetiamo, chiedendo ai politici di professione: non sarebbe stato meglio per voi, specie per la destra che ora governa, se la scontata approvazione l’aveste messa in conto alla maggioranza del governo Draghi? Tanto più che era ampia al punto da consentire a qualche giapponese di passare la sua giornata nella giungla. Ora vi tocca deglutire il rospo in esclusiva. Che poi non è affatto un rospo, il che esclude riusciate a trasformarlo in principe. Direte che è diverso e che cambierà, “come se fosse antani”. Vabbè, sbrigatevi. Perché ci sono conseguenze negative rilevanti.

Intanto è umiliante che il ministro dell’economia debba rispondere ai colleghi: scusate, ma è di competenza parlamentare. Come se in Parlamento la maggioranza non l’avesse il governo o come se quella maggioranza fosse pronta a tradire il governo. Ed è imbarazzante che dai vertici del Mes gli rispondano: se non riuscite a spiegare voi a cosa serve, non preoccupatevi, veniamo a farlo noi. Manca solo aggiungano: con un disegnino.

Il che si riflette sulla discussione relativa alla modifica del Patto di stabilità, per noi fondamentale e che presenta luci ed ombre. Fuori dall’Italia nessuno crede che noi si possa non ratificare la riforma del Mes, ma se si continua a perdere tempo quell’increscioso traccheggio potrà essere utilizzato per dire: nessuno ha voluto isolare l’Italia, sono gli italiani che hanno deciso di isolarsi.

Sulla riforma del mercato elettrico il governo Meloni ha tenuto ferma la posizione di quello Draghi, chiedendo il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica da quello del gas, cui si legano altre conseguenze. Ovvio che si tratta di un mercato su cui volano numerosi interessi. Una cosa non basta dirla o chiederla, per poi lamentarne il rigetto, si devono costruire le alleanze. Per noi preziosa quella della Francia. Allearsi non è sposarsi, non è comunione di tutto, ma rispettarsi sì e certi toni polemici non sono il modo più saggio di difendere gli interessi nazionali. È solo una postura a favore di telecamera, ma incorpora la sconfitta.

Sullo stop all’immatricolazione delle auto con carburante tradizionale, fissato al 2035, si sono dette e lette delle corbellerie. Ci sarà, non è stato bocciato manco per niente, il voto è solo rinviato. Se i giornali che credono di appoggiare il governo continueranno a usare quei toni (sul nucleare è stato anche scritto che la Ue lo vieta!!) in realtà gli rendono la vita impossibile. C’è una posizione saggia, ispirata a un sano principio: non si stabilisca quali tipologie di motore le auto dovranno avere, si resti nella neutralità tecnologica, si stabilisca quali emissioni non saranno consentite. Entro il 2035 non si immatricoleranno auto a benzina o diesel. Stabilite le condizioni sarà l’innovazione a regolarsi sulla convenienza dei carburanti sintetici o sulla compatibilità dei biocombustibili. La norma fissa le emissioni, il resto spetta alla tecnologia e al mercato. Se, invece, ci si arrocca su un no che pretende di ridiscutere le emissioni, il risultato sarà che si sarà solo pedina che favorisce il gioco altrui, finendo nell’irrilevanza mentre i tedeschi trattano la mediazione.

Essere isolati è un costo. Essere isolati per un capriccio elettoralistico è da sciocchi. Basta con la messinscena: Mes e gare per il demanio, senza farsi ulteriormente del male.

La Ragione

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L’Ucraina in Europa al più presto


È sconcertante come parte della sinistra politica, sindacale e pubblicistica italiana non comprenda la natura fascista del suprematismo russo. È arrivato il momento di accogliere gli eroi antifascisti nell’Unione europea Ogni giorno penso all’Ucraina, c

È sconcertante come parte della sinistra politica, sindacale e pubblicistica italiana non comprenda la natura fascista del suprematismo russo. È arrivato il momento di accogliere gli eroi antifascisti nell’Unione europea

Ogni giorno penso all’Ucraina, cerco notizie sull’Ucraina, commissiono articoli sull’Ucraina, pubblico un giornale in lingua ucraina, e, guarda che combinazione, mi viene da scrivere solo di Ucraina.
È un’ossessione, forse? È una malattia seria? O, più semplicemente, l’Ucraina è la questione più importante del nostro tempo, del nostro presente e del nostro futuro (per non parlare del presente e del futuro degli ucraini che si devono quotidianamente proteggere dalle bombe dei fanatici russi)?

Solo il 1989 con la caduta del Muro di Berlino e il 2001 con l’attacco islamista a New York hanno per la Generazione X (i fortunati occidentali nati tra il 1965 e il 1989) una rilevanza ideale pari agli anni che stiamo vivendo dal 2022 con l’invasione russa, anche se è cominciata nel 2014 con l’Anschluss della Crimea e del Donbas, e si spera anche in questo 2023 con la vittoria definitiva dell’Ucraina sui criminali di guerra del Cremlino.

Una bella canzone di Dario Brunori di qualche anno fa, “Canzone contro la paura”, a un certo punto diceva «perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare?».

E, appunto, di che altro vuoi parlare se non dell’Ucraina e della sua ammirevole e coraggiosa battaglia contro le tenebre dell’autoritarismo russo che martorizza gli ucraini e minaccia da vicino l’Europa e il modello di vita occidentale.

Non si può parlare d’altro anche perché siamo tutti corresponsabili delle sofferenze del popolo ucraino, non per le ragioni che i fessi ripetono nelle fogne dei talk show italiani («guerra per procura», «colpa della Nato» e altre immonde oscenità), ma perché non ci siamo accorti in tempo delle palesi intenzioni del Cremlino e delle inevitabili conseguenze del suprematismo russo, malgrado fossero ben evidenti già durante la rivoluzione arancione (2004), durante la rivoluzione della dignità (le proteste pro Europa del 2013 a Maidan) e in seguito all’annessione illegale nel 2014 della Crimea e del Donbas.

Uno dei pochi che se ne era accorto in tempo e che invano ci aveva avvertiti è stato Bernard-Henri Levy, uno dei più lucidi intellettuali della nostra epoca, i cui ripetuti e ignorati appelli sono stati appena raccolti dalla Nave di Teseo nel libro “Dunque, la guerra”.
La congiunzione conclusiva, “dunque”, è usata da BHL per sottolineare che la guerra altro non è che la conclusione logica dell’inascoltato grido del 2004 e poi del 2013-2014.

Oggi gli ucraini sono i patrioti e i partigiani dell’Europa, probabilmente gli unici del continente, e combattono contro gli «abiti nuovi del fascismo» (definizione di Paul Berman) indossati da Vladimir Putin.

Questa cosa che una buona parte della sinistra politica, sindacale e pubblicistica italiana non comprenda, o faccia finta di non comprendere, la natura tipicamente fascista dell’ideologia russa alla base dell’aggressione all’Ucraina, e anzi ripeta le bufale della propaganda del Cremlino che sostengono l’opposto, ovvero che gli aggrediti guidati da un presidente ebreo siano loro stessi i fascisti, è un elemento sconcertante e un’ulteriore dimostrazione che viviamo nell’epoca della post verità e della società dove non contano i dati di fatto.

Non esiste niente di più visibile e riconoscibile del bianco e del nero nella questione imperialista russa. Il male è da una sola parte e il bene è sotto attacco indiscriminato.

Chi invoca la complessità o altre ignobili scemenze come «la guerra di Biden» è soltanto un manutengolo del Cremlino.

Non c’è alcuna differenza tra la politica basata sulle bugie di un artista della truffa come Trump e quelle di Putin e dei suoi volenterosi complici di sinistra e di destra nella politica e nella televisione italiana.

Non c’è alcuna differenza tra l’ideologia fascista storica e il revanscismo eurasiatico e antioccidentale di ideologi come Alexander Dugin, uno che è stato allontanato da Putin per eccessivo estremismo senza però perdere lo status di ospite d’onore dei nazibol italiani e del telegiornale Rai diretto dall’attuale ministro italiano della Cultura, nonché agiografo di Putin e di Trump, Gennaro Sangiuliano.

Aggiungo una cosa che alcuni sedicenti intelligentoni, insufflati a loro insaputa dalla disinformazione russa, fastidiosamente ripetono ogni volta che sentono gli amici dell’Ucraina dire “Slava Ukraini”, gloria all’Ucraina, cui gli ucraini rispondono immancabilmente con “Heroiam slava”, Gloria agli eroi, come in un call-and-response tipico della tradizione della musica gospel.

Slava Ukraini, dicono i dotti e i sapienti che ci possiamo permettere in questi tempi impazziti, è uno slogan fascista usato da Stepan Bandera un secolo fa. Bandera era certamente antisemita ed era di simpatie fasciste, anche se le atrocità di cui è accusato in realtà sono state condotte dai suoi seguaci mentre lui era rinchiuso in un lager nazista, ma Bandera era anche un indipendentista ucraino che voleva liberare il suo popolo dal giogo sterminatore di Mosca e per questo si appoggiava alla Germania, tanto poi da essere stato ucciso dai sovietici nel secondo dopoguerra a Monaco di Baviera. Il punto però non è quanto sia deprecabile oggi il pensiero di Bandera negli anni 20 del secolo scorso, ma che l’invocazione gloriosa all’Ucraina si trovi invece nei testi ottocenteschi del principale poeta e scrittore ucraino, il Manzoni e il Dante degli ucraini, Taras Shevchenko:

«La nostra idea, il nostro cantare
Non può morire né cadere…
Ecco dov’è la nostra gloria,
La gloria ch’è dell’Ucraina».

Soprattutto, Slava Ukraini è diventato il segno di riconoscimento dell’indipendenza, della libertà e dello spirito democratico di Kyjiv, coniato nelle fredde notti di Maidan, tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, mentre il fantoccio del Cremlino che guidava l’Ucraina grazie ai brogli elettorali strappava gli accordi di amicizia con l’Europa e sparava sui connazionali che pretendevano il rispetto del processo di integrazione europea e di affrancamento dall’imperialismo russo.

Quindi, sia storicamente sia politicamente, Bandera non detiene né la primogenitura né il senso indipendentista dell’espressione Slava Ukraini, che invece è molto più recente, liberale, democratica e antifascista.

Che fare, quindi, per sostenere ancora la lotta ucraina? Certamente bisogna continuare a informare, ad aiutare (magari donando a Come back alive) e a tenere alto il dibattito pubblico sui pericoli dell’autoritarismo russo e sull’importanza degli aiuti militari a Kyjiv in vista della controffensiva di primavera volta a rimandare l’Armata rossa a casa e in rovina.

Ma forse è arrivato anche il momento di accelerare le procedure di adesione dell’Ucraina all’Europa, di aprire subito i negoziati con cerimonia pubblica e solenne a Kyjiv con tutti i capi di stato e di governo dei ventisette paesi membri. L’Ucraina se lo merita e noi lo dobbiamo ai patrioti e ai partigiani dell’Europa.

Linkiesta

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A Budapest parte il progetto europeo della Fondazione Einaudi sul clima – Il Messaggero


Simona Benedettini, in qualità di Energy Economist del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, aprirà il 16 marzo a Budapest la prima sessione di lavori del progetto europeo “Promoting power purchase agreements to achieve the net- zero target

Simona Benedettini, in qualità di Energy Economist del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, aprirà il 16 marzo a Budapest la prima sessione di lavori del progetto europeo “Promoting power purchase agreements to achieve the net- zero target”, promosso dall’European Liberal Forum, e che vede, tra i partner coinvolti, anche la Friedrich Naumann Foundation (Germania). Nel workshop ungherese Benedettini indicherà le linee guida per lo sviluppo di uno studio comparato volto ad individuare le migliori pratiche applicate negli accordi di fornitura di energia elettrica (fondamentali per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero e per contrastare i cambiamenti climatici), nei diversi Stati aderenti alla ricerca. Parteciperanno, oltre all’Energy Economist che rappresenta la Fondazione Luigi Einaudi di Roma e che si occuperà di sviluppare l’analisi della situazione italiana, Gero Sheck per la Friedrich Naumann Foundation (Germania), Ricardo Silvestre per il Social Liberal Movement (Portogallo), William Hongsong Wang per la Fundacion para el Avance de Libertad (Spagna) e Tomas Babicz per l’Inditsuk Be (Ungheria). L’incontro di Budapest segna l’avvio di un importante iter che svilupperà durante tutto il 2023 un qualificato contributo al dibattito europeo sul clima, animato dalla Fondazione Luigi Einaudi di Roma. In programma anche un secondo workshop che si terrà a Lisbona nel mese di maggio. Due volumi sul tema del risparmio energetico e due relativi policy briefs coroneranno il lavoro scientifico che si concluderà con una grande presentazione finale a Roma entro la fine del 2023.

ilmessaggero.it

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Caccia di sesta generazione. Giovedì il vertice Crosetto-Wallace-Hamada


Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è in Giappone, dove giovedì incontrerà gli omologhi britannico, Ben Wallace, e giapponese, Yasukazu Hamada. Il vertice trilaterale servirà per discutere del futuro del Global combat air programme (Gcap), il caccia

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è in Giappone, dove giovedì incontrerà gli omologhi britannico, Ben Wallace, e giapponese, Yasukazu Hamada. Il vertice trilaterale servirà per discutere del futuro del Global combat air programme (Gcap), il caccia di sesta generazione che i tre Paesi stanno sviluppando insieme, destinato a sostituire i circa novanta caccia F-2 giapponesi e gli oltre duecento Eurofighter di Gran Bretagna e Italia. Per il Paese del Sol levante si tratta della prima grande collaborazione industriale nel settore della Difesa al di fuori degli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale.

Il programma congiunto

L’avvio del programma congiunto risale a dicembre del 2022, quando i governi dei tre Paesi hanno concordato di sviluppare insieme una piattaforma di combattimento aerea di nuova generazione entro il 2035. Nella nota comune, i capi del governo dei tre Paesi sottolinearono in particolare il rispettivo impegno a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, a difesa della democrazia, per cui è necessario istituire “forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile”. Grazie al progetto, Roma, Londra e Tokyo puntano ad accelerare le proprie capacità militari avanzate e il vantaggio tecnologico.

Il Tempest

Il progetto del Tempest prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Tempest di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

Tokyo spinge sulle riforme

Per Tokyo, il Gcap è il primo progetto a tre con due membri della Nato, e il primo dedicato alla difesa sviluppato con nazioni diverse dagli Stati Uniti, l’alleato di sicurezza principale del Giappone. I tre responsabili della Difesa dei tre Paesi potrebbero anche avviare una discussione per esplorare la possibilità di esportare il nuovo caccia ad altri Paesi. In particolare, il governo giapponese starebbe lavorando a una revisione delle regole della nazione sulle esportazioni di attrezzature di difesa, particolarmente rigide in Giappone. Un intento dichiarato anche nella recente Strategia di sicurezza nazionale, aggiornata a dicembre. La misura si inserisce anche nel progetto del gabinetto di Fumio Kishida di modificare le norme pacifiste della Costituzione del Giappone.

DSEI Japan

L’incontro avviene in concomitanza con DSEI Japan, la manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato che si terrà a Chiba dal 15 al 17 marzo. All’evento saranno presenti tutte le principali aziende responsabili del progetto Gcap come la giapponese Mitsubishi Heavy Industries e la britannica BAE Systems, compreso il consorzio italiano che coinvolge Avio Aero, Elettronica, MBDA Italia e Leonardo. Oltre a queste, il programma vede la partecipazione dell’intera filiera della Difesa nazionale, coinvolgendo anche università, centri di ricerca e Pmi nazionali.


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Nuovo budget per il Pentagono. Ecco cosa prevede per ciascuna Forza armata


Il Pentagono ha presentato il suo piano di spesa, dettagliando la richiesta di budget per la Difesa proposta dalla Casa Bianca al Congresso. L’amministrazione Biden ha infatti chiesto 842 miliardi di dollari per il dipartimento della Difesa, un aumento de

Il Pentagono ha presentato il suo piano di spesa, dettagliando la richiesta di budget per la Difesa proposta dalla Casa Bianca al Congresso. L’amministrazione Biden ha infatti chiesto 842 miliardi di dollari per il dipartimento della Difesa, un aumento del 3,2% (circa 25 miliardi) rispetto agli 817 stanziati per l’anno in corso, da destinare soprattutto ai nuovi sistemi unmanned, caccia, missili ipersonici e sottomarini. “La richiesta di bilancio del presidente – ha spiegato il segretario alla Difesa, Lloyd Austin – fornisce le risorse necessarie per affrontare la sfida della Repubblica popolare cinese, le minacce avanzate e persistenti, accelerare l’innovazione e la modernizzazione e garantire la resilienza operativa in un clima in continuo cambiamento”.

Army

Partendo dalle forze di terra, lo US Army ha richiesto 185 miliardi e mezzo di dollari per il proprio budget, ritenuti necessari per mantenere una forza di 452mila militari, lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma e aumentare la propria presenza nel quadrante indo-pacifico. La previsione per l’Esercito è in realtà poco più alta di quella prevista per l’anno in corso, aggiustata soprattutto per far fronte alla inflazione prevista sul Pil statunitense. In particolare, a essere finanziati sono i programmi di acquisizione, ricerca e sviluppo delle piattaforme di prossima generazione. Circa 944 milioni di dollari saranno destinati alla ricerca sulle armi ipersoniche a lungo raggio, con ulteriori 157 milioni per la fase di procurement, 550 milioni andranno ai missili a medio raggio e 657 per i missili di precisione PrSM. Importante anche il programma del Future vertical lift, con la forza armata che ha assegnato 458 milioni alla gara del Future attack reconnaissance aircraft (Fara), l’elicottero d’assalto di prossima generazione che dovrà sostituire l’AH-64D Apache, a cui Sikorsky partecipa con il proprio modello RaiderX.

Navy

Con la nuova richiesta di bilancio il dipartimento della Marina richiede circa 255 miliardi di dollari, 202 destinati alla US Navy e 53 al corpo dei Marines. Nel 2024 la Marina ha deciso di dare priorità all’acquisto di nove navi da combattimento, il secondo sottomarino classe Columbia, due classe Virginia, due cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, due fregate classe Constellation (prodotte insieme all’italiana Fincantieri), una nave rifornimento classe John Lewis e un nuovo tender per sottomarini. Per quanto riguarda le piattaforme navali, la Us Navy prevede lo sviluppo di una nuova arma ipersonica e l’acquisto di ulteriori 88 velivoli, tra cui gli F-35. I fondi finanzieranno anche quattro programmi di munizioni con missili standard, d’attacco, antinave a lungo raggio e aria-aria. Per quanto riguarda lo sviluppo dei programmi del futuro, la Marina investirà sul caccia di nuova generazione F/A-XX, sul sottomarino SSN(X) e sul cacciatorpediniere di nuova generazione.

Marines

Meno fondi, invece, per le unità dei Marines, con il dipartimento che ha deciso di non richiedere alcuna nave per la guerra anfibia, una decisione attesa ma destinata ad essere controversa, con il Congresso che ha recentemente ricevuto uno studio congiunto Marina-Marines in cui si delineavano le necessità di navi di classe L per la flotta. In particolare i vertici del Corpo dei Marines hanno sottolineato l’esigenza di avere almeno 31 navi anfibie. Invece, il budget ha previsto una pausa nell’acquisto di nuove unità per consentire alla Marina di valutare sia il numero di navi sia le capacità necessarie di tali vascelli. Di fronte a questa decisione, i Marines mettono in guardia dal rischio che un numero esiguo di questo tipo di unità mette l’intera capacità anfibia degli Stati Uniti in pericolo.

Air force

Per l’Aeronautica, invece, sono previsti 185,1 miliardi di dollari, una richiesta che andrà soprattutto verso lo sviluppo delle nuove capacità, a partire dal programma del caccia di sesta generazione Next generation air dominance (Ngad) e relativi sottosistemi unmanned. Per l’Usaf si tratta di quasi cinque miliardi e mezzo in più rispetto al budget attuale. In particolare, i fondi per la ricerca e sviluppo raggiungono i 36,2 miliardi, un aumento di quasi il 10%. Trenta miliardi, invece, andranno al procurement, con 4,7 solo per i missili. Nel piano dell’Air force, inoltre, è previsto anche un corposo programma di ritiro dal servizio di diversi velivoli meno aggiornati, e che rischiano di assorbire troppe risorse rispetto alle necessità operative di avere mezzi sempre all’avanguardia. Tra questi compare l’A-10 Warthog, un mezzo che l’Usaf ha cercato più volte di mandare in pensione, trovando però l’opposizione del Congresso. Naturalmente, i pensionamenti saranno bilanciati da una campagna acquisti di un centinaio di nuovi aerei, tra cui 72 caccia, di cui 48 F-35. Per quanto riguarda l’Ngad, invece, l’Usaf ha richiesto due miliardi di dollari, prevedendo di acquistarne un primo lotto da duecento velivoli.

Space force

Un aumento del 12%, quasi quattro miliardi, anche per la Space force, l’ultima nata tra le Forze armate a stelle e strisce, che vede il suo budget arrivare a trenta miliardi di dollari, concentrati soprattutto nella ricerca e sviluppo e nei sistemi di allarme e tracciamento anti-missile. L’incremento riflette in particolare il focus della forza spaziale di rimanere sempre davanti al suo principale avversario, la Cina, che sta modernizzando molto rapidamente il proprio arsenale spaziale. L’obiettivo dell’Ussf è anche quello di costruire una infrastruttura orbitale maggiormente resiliente, in modo da mitigare i potenziali rischi. Rispetto ai sistemi anti-missile, i fondi andranno a due famiglie di satelliti per l’orbita bassa (Leo) e media (Meo). Circa due miliardi e mezzo, meno di quanto previsto con l’ultimo budget, andranno invece a una costellazione di satelliti in orbita geosincrona per la sorveglianza. Il motivo di questa riduzione è stato dato dal segretario per l’Aeronautica (che gestisce anche l’Ussf), Frank Kendall: “la missione è identificare le navi anfibie dirette su Taiwan, non leggere le targhe auto dallo spazio”, un obiettivo raggiungibile anche con meno fondi.


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Drogati


Forse l’espressione “speculare sui morti” non è fra le più raffinate, specie se usata stando al governo, ma ha ragione la destra che accusa la sinistra di utilizzare il tema dell’immigrazione e dei morti per far propaganda. Proprio come la destra fece nei

Forse l’espressione “speculare sui morti” non è fra le più raffinate, specie se usata stando al governo, ma ha ragione la destra che accusa la sinistra di utilizzare il tema dell’immigrazione e dei morti per far propaganda. Proprio come la destra fece nei confronti della sinistra, accusandola di attirare disperati ed essere complice degli scafisti, provocando morti. Naturalmente tale scambio di elevatezze insensate non risolve nulla, ma la tentazione di fare all’altro quel che non vuoi sia fatto a te è così forte da tacitare ogni diverso richiamo. Purtroppo il tema dell’immigrazione non è isolato. Guardiamo a quel che succede sul fronte della giustizia, accogliendo con interesse le parole del sottosegretario, Andrea Delmastro: tiriamo fuori i drogati dal carcere e mandiamoli in comunità. Tesi che ha una storia istruttiva. Vale la pena conoscerla.

Oggi il 30% circa dei detenuti è tossicodipendente. Nessuno è in carcere in quanto drogato, perché drogarsi non è un reato. Ma, a parte il caso di chi fa lo scassinatore e si droga, resta il fatto che per comprare la droga servono i soldi e se non li hai o li hai finiti provvedi commettendo reati. E finisci in carcere. Dice Delmastro: visto che le carceri sono sovraffollate e i drogati starebbero meglio dove li si aiuti a smettere, mettiamoli in comunità. Quello del sovraffollamento è un problema serio, però anche l’approccio sbagliato, parlando di droga. Ma perché una cosa così ovvia non si è già fatta? Questo è il bello.

La proposta di legge per mandare i drogati in comunità e non in carcere fu presentata nel 1984. La firmò l’onorevole Mimmo Pellicanò, appositamente scelto mediano e in solitario, dato che la legge nasceva dal lavoro che avevamo fatto con la Lenad di Piera Piatti (ed altri) e con Vincenzo Muccioli. Andammo a parlare con tutti, da Giorgio Almirante a Luciano Violante, e molti dei nostri interlocutori convenirono e presero parte ad eventi pubblici. Restavano delle differenze, come è bene, ma se il dibattito fosse stato quello che animavamo, la proposta sarebbe divenuta legge nel 1985. Non lo divenne mai. Perché per i sinistri le comunità erano luoghi chiusi e totalizzanti (invece la prigione era bella aperta e socializzante) e per i destri la galera era il meno da augurare a chi corrompeva i giovani e le piazze. Per i sinistri eravamo repressivi e per i destri lascivi. Risultato che vararono il principio della “modica quantità”, con cui la sinistra (assieme alla Dc) pensava di salvare i drogati dal carcere, ma salvando in quel modo il piccolo spaccio, mentre la destra si distinse per lo sport ancora in voga: il rialzo della pena. Nel frattempo molti giudici decidevano di mandare i drogati in comunità, ai domiciliari, mentre altri mandavano in galera i gestori delle comunità, perché s’ostinavano a trattenere quelli mandati da loro agli arresti.

Il governo, però, non ricominci come se 40 anni non fossero passati, perché è cambiata la realtà ed è rimasta uguale l’esigenza. Allora la droga più diffusa era l’eroina, oggi le amfetamine in pasticca (l’eroina spesso torna per far “calare” l’effetto di amfetamine e cocaina). Questo cambia i drogati, che cominciano molto più giovani, e cambia la mitica “crisi d’astinenza”, che non è affatto il problema più grosso. Dice Delmastro che vanno mandati in comunità per essere disintossicati, ma anche questa è cosa minore. Il problema non è togliere la droga, ma metterci dell’altro: voglia di vivere, motivazioni, capacità di lavorare, dignità di un ruolo. Se si fallisce ritorneranno in cella, sicché lo sfollamento sarà temporaneo.

E no, non comincino a parlare di <<patto con le Regioni>>, perché oltre che dalla faziosità insensata la politica va disintossicata dalla dipendenza da miti e funzioni il cui conclamato fallimento è pari al sicuro sbattimento della vita da drogati. I drogati non vedono alternativa e la politica nemmeno, il che li spinge a commettere sempre gli stessi errori, pur sapendo che sono errori.

La Ragione

L'articolo Drogati proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Al sistema bancario Usa servono regole più stringenti


« Le banche saltano in aria per due motivi: carenze di liquidità o problemi di solidità patrimoniale. Ho il sospetto che per questa banca americana sia avvenuto il combinato disposto dei due». Il numero uno dell’Abi, Antonio Patuelli, ha una visione privi

«Le banche saltano in aria per due motivi: carenze di liquidità o problemi di solidità patrimoniale. Ho il sospetto che per questa banca americana sia avvenuto il combinato disposto dei due».
Il numero uno dell’Abi, Antonio Patuelli, ha una visione privilegiata del sistema del credito e mantiene i nervi saldi di fronte alla grande tempesta di Silicon Valley Bank.

Presidente, la vicenda ha radici lontane: è stato Donald Trump ad alzare il tetto per gli attivi di banche come Svb, rendendo meno severi i controlli voluti da Barack Obama.

«Questa banca era stata esonerata da rispettare i requisiti di liquidità, ma la deregulation negli Stati Uniti viene da lontano: è stata una delle cause prima della crisi dei subprime poi del grande crac di Lehman Brothers e ora di Svb».

Basilea 3 impone alle banche europee soprattutto un equilibrio tra attivi e passivi.

«Certo, e la capacità di equilibrio è stato un errore per Svb, perché con una raccolta molto breve non si possono fare investimenti finanziari troppo a lunga scadenza e di conseguenza, per ragioni di liquidità, hanno venduto parte del portafoglio finanziario, cosa che ha portato minusvalenze nel patrimonio, innestando l’aggravamento della crisi».

Il rialzo repentino dei tassi ha cambiato lo scenario: Svb, come altri, era abituata a investire intitoli con redditività elevata causata da un lungo periodo di tassi negativi.

«Vero. Le banche sono società di estrema complessità, non hanno solo due piatti sulla bilancia —l’attivo e il passivo —, per cui l’equilibrio è qualcosa di estremamente complesso, ecco perché il lassismo è rischioso. Quando le banche centrali alzano i tassi di interesse, per gli istituti di credito non è una festa generalizzata. I vantaggi si vedono subito e sono l’aumento dei ricavi, ma gli svantaggi si vedono solo più tardi: la crescita del costo della raccolta e le minusvalenze appunto sui portafogli titoli e le crisi di imprese che si traducono in insolvenze e sofferenze».

Il governatore Ignazio Visco e il consigliere del direttivo Bce Fabio Panetta continuano a chiedere prudenza nell’aumentare i tassi.
«Sono totalmente d’accordo con loro: le manovre sui tassi siano operate con prudenza. Il problema è avere per tutto l’Occidente regole identiche e non norme diverse che favoriscono qualcuno ma non impediscono la crescita delle difficoltà. Chiediamo che le regole sulle due sponde dell’Atlantico siano applicate in maniera identica per ragioni di uguaglianza e presupposti di concorrenza, competitività, prudenza e vigilanza. Semmai da noi c’è un eccesso di regolamentazione mentre le crisi vengono sempre da “Oltremare”». Gli stress test allora servono. «Le regole rigide fanno bene! Sono come le terapie preventive: si sopporta lo sforzo, ma poi se ne hanno benefici».

C’è un rischio sistemico per l’Italia?

«Solo le autorità di vigilanza e il ministro dell’Economia, in quanto presidente del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio, possono avere un quadro completo. Ho letto dichiarazioni rassicuranti di Giorgetti che condivido sulla base di ragionamenti. Primo: Lehman Brothers era una crisi sistemica di una tra le banche più grandi, cosa che non è Svb. Secondo: da Lehman è passato un quindicennio, un periodo usato bene in Europa e Italia per realizzare l’Unione bancaria con la vigilanza unica che ha portato all’aumento delle soglie di patrimonio indispensabile. Terzo: le nostre banche hanno 400 miliardi investiti in titoli di Stato che producono riserve di liquidità e il rischio minusvalenza si combatte con portafogli obbligazionari non a lunghissima scadenza». «La possibilità di un impatto indiretto è qualcosa che dobbiamo monitorare», ha detto Gentiloni. «Saggio Gentiloni, non a caso è commissario economico dell’Ue. Gli effetti indiretti si vedono già da venerdì con andamenti flettenti nelle Borse in Europa». Forse il vero pericolo viene dall’inflazione. «Le imprese hanno già iniziato a ritirare depositi. A seconda delle necessità e delle possibilità, nel senso che costando di più le attività finanziarie per il rialzo dei tassi cercano di aver meno bisogno di prestiti, vediamo che i crediti alle aziende non crescono molto. Auspico quindi che, dopo Svb, la Bce faccia una riflessione in più rispetto alla decisione già annunciata di aumentare ancora i tassi».

Il Corriere della Sera

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 31 marzo 2023, Catania


31 marzo 2023 – Auditorium Ex Chiesa della Purità – Via Santa Maddalena, 39 – CATANIA Saluti istituzionali SALVO ZAPPALÀ, Direttore Dipartimento Giurisprudenza UniCT ENRICO IACHELLO, Presidente AmiciUniCT ANTONINO DISTEFANO, Presidente Ordine degli Avvo

31 marzo 2023 – Auditorium Ex Chiesa della Purità – Via Santa Maddalena, 39 – CATANIA

Saluti istituzionali
SALVO ZAPPALÀ, Direttore Dipartimento Giurisprudenza UniCT
ENRICO IACHELLO, Presidente AmiciUniCT
ANTONINO DISTEFANO, Presidente Ordine degli Avvocati Catania
FRANCESCO ANTILLE, Presidente Camera Penale di Catania

Introduce
NUNZIA DECEMBRINO, Vicepresidente AmiciUniCT

Intervengono
FRANCESCO PAOLO SISTO, Vice Ministro alla Giustizia
FELICE GIUFFRÈ, Ordinario Istituzioni di Diritto Pubblico UniCT, Consigliere CSM
IDA NICOTRA, Ordinario Diritto Costituzionale UniCT
ENRICO TRANTINO, Avvocato Penalista
MARIANO SCIACCA, Presidente Sez. Fallimentare Tribunale di Catania

Modera
ANDREA PRUITI CIARELLO, Avvocato e Membro del CdA della Fondazione Luigi Einaudi

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Presentazione del libro “L’inganno” di Alessandro Barbano


Oggi alle 18.00, presso l’Aula Malagodi si terrà la presentazione del libro “L’inganno – Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene” di Alessandro Barbano Modera Andrea Cangini, Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi Interverranno Al

Oggi alle 18.00, presso l’Aula Malagodi si terrà la presentazione del libro “L’inganno – Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene” di Alessandro Barbano

Modera
Andrea Cangini, Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi

Interverranno
Alessandro Barbano, giornalista e saggista, autore del libro
Giovanni Pellegrino, politico e giurista, già Presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle stragi

L’ingresso all’evento è libero

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 31 marzo 2023, PALERMO


31 marzo 2023 – Aula Magna della Corte d’Appello – Piazza Vittorio Emanuele Orlando – PALERMO Saluti iniziali MATTEO FRASCA, Presidente Corte d’Appello DARIO GRECO, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati CARMELO OCCHIUTO, Componente Giunta

31 marzo 2023 – Aula Magna della Corte d’Appello – Piazza Vittorio Emanuele Orlando – PALERMO

Saluti iniziali
MATTEO FRASCA, Presidente Corte d’Appello
DARIO GRECO, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati
CARMELO OCCHIUTO, Componente Giunta Unione Camere Penali Italiane
LIA SAVA, Procuratore Generale

Intervengono
FRANCESCO PAOLO SISTO, Vice Ministro alla Giustizia
ANTONIO BALSAMO, Presidente del Tribunale di Palermo
GIOACCHINO SBACCHI, Camera Penale di Palermo
DARIO SCALETTA, Consigliere del CSM
GAETANO ARMAO, Avvocato e Professore di Diritto Amministrativo
BARTOLOMEO ROMANO, Professore di Diritto Penale
BENIAMINO MIGLIUCCI, Avvocato

Moderano
FABIO FERRARA, Presidente Camera Penale di Palermo
RICCARDO ARENA, Giornale di Sicilia

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere – 23 marzo 2023, Roma


23 marzo 2023 – Auditorium Cassa Nazionale Forense – Via E. Quirino Visconti, 8 – ROMA Saluti istituzionali VALTER MILITI, Presidente Cassa Forense PAOLO NESTA, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma ANDREA BORGHERESI, Direttore Fon

23 marzo 2023 – Auditorium Cassa Nazionale Forense – Via E. Quirino Visconti, 8 – ROMA

Saluti istituzionali
VALTER MILITI, Presidente Cassa Forense
PAOLO NESTA, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma
ANDREA BORGHERESI, Direttore Fondazione Ordine Avvocati di Roma
GAETANO SCALISE, Presidente Camera Penale di Roma

Intervengono:
FRANCESCO PAOLO SISTO, Vice Ministro alla Giustizia
GIAN DOMENICO CAIAZZA, Presidente Unione delle Camere Penali
BENIAMINO MIGLIUCCI, Avvocato
GIORGIO SPANGHER, Prof. Emerito Procedura Penale a “La Sapienza”

Modera:
GOFFREDO BUCCINI, Corriere della Sera

Sarà presente l’autore

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Il vertice Aukus sui sottomarini nucleari


Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il primo ministro australiano Anthony Albanese e quello britannico Rishi Sunak, si riuniscono alla base navale Point Loma di San Diego per illustrare i dettagli del patto di sicurezza che lega le tra nazioni, il

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il primo ministro australiano Anthony Albanese e quello britannico Rishi Sunak, si riuniscono alla base navale Point Loma di San Diego per illustrare i dettagli del patto di sicurezza che lega le tra nazioni, il cosiddetto Aukus, che rafforza la cooperazione in materia di difesa tra i tre alleati di fronte alla minaccia di una Cina che continua a espandere la sua influenza nell’Indo-Pacifico. L’ultima volta che i leader di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia si sono riuniti per affrontare un avversario nel Pacifico è stato in occasione della Seconda guerra mondiale. Allora il nemico era il Giappone imperialista. Oggi, è l’assertività di Pechino a preoccupare i tre Paesi. Quanto deciso a San Diego è il risultato di un anno e mezzo di negoziato, con l’obiettivo di dotare Canberra di sottomarini a propulsione nucleare, come parte di una più ampia spinta per contrastare la crescente potenza militare di Pechino.

Il piano sui sottomarini

Il piano prevede la collaborazione tra Australia e Regno Unito per la progettazione di una nuova classe di sommergibili basati sulla tecnologia americana, da realizzare entro il 2040, e l’acquisizione entro il 2030 di cinque sottomarini della classe Virginia dagli Stati Uniti, come forza di transizione e di addestramento per formare gli equipaggi australiani che si troveranno a operare sui battelli nucleari. Attualmente solo sei Paesi dispongono di sottomarini a propulsione nucleare: Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e India. L’Australia, la cui flotta è composta da sei sottomarini classe Collins a propulsione diesel, sarà il settimo, una volta che la flotta Aukus sarà dispiegata. I nuovi sommergibili daranno alla Marina australiana una forza navale la cui portata strategica sarebbe notevolmente potenziata grazie alla capacità dei nuovi battelli di rimanere in mare, in immersione, per mesi.

La “classe Aukus”

Tutti e tre i Paesi dovranno investire pesantemente per potenziare la propria base industriale di difesa, con i cantieri statunitensi e britannici già a pieno regime per soddisfare le commesse nazionali. La Gran Bretagna, per esempio, ha investito notevoli risorse nella realizzazione del suo programma Dreadnought, progettato per portare il deterrente nucleare del Regno Unito. I sottomarini di nuova generazione previsti dal patto Aukus dovrebbero avere un design basato su una variante della prossima generazione di sottomarini nucleari del Regno Unito, chiamata SSN (R), destinata a sostituire gli attuali di classe Astute. Al di là delle difficoltà però, il patto Aukus sui sottomarini, legato anche accordo con Italia e Giappone per la costruzione del caccia di sesta generazione Gcap, potrebbe fornire all’industria della Difesa britannica una programmazione con una durata venticinquennale.

Il ruolo degli Stati Uniti

La variante prevista per l’Australia, soprannominata SSN Aukus, vedrà l’ampio utilizzo di tecnologia statunitense, in particolare nei sistemi d’arma e di combattimento, tra cui i missili da crociera Tomahawk della Lockheed Martin e i siluri MK48. L’Aukus sarà probabilmente basato su un modello modificato della classe Astute o Virginia, e il suo costo medio potrebbe aggirarsi tra i cinque e i sette miliardi di dollari. Se si aggiungono i costi degli armamenti e dei sistemi di combattimento, il supporto durante il ciclo di vita e l’addestramento, nonché i necessari investimenti in impianti di produzione in Australia, il costo totale del programma potrebbe salire a 125 miliardi di dollari australiani. Negli Stati Uniti permangono alcune perplessità sulle questioni relative al trasferimento tecnologico dei segreti americani sulla propulsione nucleare, al centro dell’accordo sui sottomarini di Aukus, e ancora più problematica sarebbe la cooperazione in materia di intelligenza artificiale, armi ipersoniche e capacità sottomarine, per le quali i requisiti di trasferimento previsti dal Regolamento sul traffico internazionale di armi impediscono la condivisione di informazioni con cittadini non statunitensi. Tuttavia, considerati i tempi lunghi del programma, è probabile che i tre governi riescano a prevedere delle clausole per consentire questo tipo di movimenti.

La strategia di Londra

Il viaggio di Sunak sulla costa orientale degli Stati Uniti avviene mentre nel Regno Unito il gabinetto presenta al Parlamento la sua Integrated review aggiornata, la dichiarazione completa sulla sua politica estera e di sicurezza dell’esecutivo di Londra. Secondo quanto dichiarato da Downing Street prima del viaggio del premier britannico negli Stati Uniti, “l’Integrated review aggiornata affronterà i gravi rischi della Russia di Putin, il comportamento sempre più preoccupante del Partito comunista cinese e le minacce ibride alla nostra economia e alla nostra sicurezza energetica”. All’interno del programma, quasi tre miliardi di sterline sono destinati alla costruzione di infrastrutture industriali nucleari, programmi di qualificazione nucleare e miglioramento dei servizi di supporto per i sottomarini in servizio. Attività che serviranno anche a sostenere i piani di sviluppo dei nuovi sottomarini nucleari per l’Australia nel contesto del patto Aukus.


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Caccia e sottomarini. Il piano di Londra per avvicinare Atlantico e Pacifico


Cinque miliardi di sterline per i prossimi cinque anni per ricostruire le scorte di munizioni intaccate dagli aiuti all’Ucraina, per modernizzare le capacità nucleare e finanziare la prossima fase dei sottomarini previsti nel patto Aukus. È quanto previst

Cinque miliardi di sterline per i prossimi cinque anni per ricostruire le scorte di munizioni intaccate dagli aiuti all’Ucraina, per modernizzare le capacità nucleare e finanziare la prossima fase dei sottomarini previsti nel patto Aukus. È quanto previsto dalla Integrated review refresh (Irr) del primo ministro britannico Rishi Sunak, la strategia di difesa nazionale del Regno Unito commissionata dal gabinetto di Londra per incorporare le lezioni apprese dalla guerra in Ucraina e ridefinire il modo con cui la Gran Bretagna intende interfacciarsi con la minaccia della Cina. Il nuovo documento si aggiunge al programma quadriennale di spese per la Difesa britannica di 24 miliardi di sterline deciso nel 2020, il più grande aumento di spesa dalla Guerra fredda.

Il nuovo piano di Sunak

La nuova spesa prevista da Downing Street prevede nello specifico poco meno di due miliardi di sterline da destinare al rifornimento delle scorte di armi fornite all’Ucraina e a nuovi investimenti nelle infrastrutture di munizioni del Regno Unito. Tre miliardi, invece, sono da destinare alla costruzione di infrastrutture industriali nucleari, programmi di qualificazione nucleare e miglioramento dei servizi di supporto per i sottomarini in servizio. Attività che serviranno anche a sostenere i piani di sviluppo dei nuovi sottomarini nucleari per l’Australia nel contesto del patto Aukus.

Il patto Aukus

Il programma di Sunak è stato pubblicato mentre il primo ministro si trovava negli Stati Uniti per l’incontro con presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il primo ministro australiano Anthony Albanese proprio per definire i dettagli del patto di sicurezza Aukus che lega le tra nazioni. Il piano, infatti, prevede la collaborazione tra Australia e Regno Unito per la progettazione di una nuova classe di sommergibili basati sulla tecnologia americana, da realizzare entro il 2040, e l’acquisizione entro il 2030 di cinque sottomarini della classe Virginia dagli Stati Uniti, come forza di transizione e di addestramento per formare gli equipaggi australiani che si troveranno a operare sui battelli nucleari.

Il caccia di sesta generazione

All’interno dei tre miliardi è ricompreso anche il programma per il caccia di sesta generazione Global combat air programme (Gcap) che Londra sta sviluppando con Roma e Tokyo. A breve, tra l’altro, potrebbe esserci anche un vertice tra i ministri della Difesa italiano, britannico e giapponese Guido Crosetto, Ben Wallace e Yasukazu Hamada per discutere i prossimi passi verso lo sviluppo congiunto del Gcap, da realizzare a margine di Dsei Japan, la principale manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato del Giappone, che si terrà a Chiba, vicino Tokyo, dal 15 al 17 marzo. Insieme, Aukus e Gcap, rientrano in quello che Londra ha definito il suo “Indo-Pacific tilt”, strumenti che serviranno alla Gran Bretagna per “rafforzare i legami Atlantico-Pacifico”, come si legge nella nota di accompagno al testo indirizzata da Sunak al Parlamento.

Oltre il 2% alla Difesa

Nel testo, inoltre, il primo ministro ha anche segnalato l’ambizione di aumentare la spesa della Difesa al 2,5% del Pil nel lungo periodo, anticipando in qualche modo un trend che potrebbe emergere all’interno della Nato (Anche se i conservatori chiedevano addirittura il 3%). Al momento, il Regno Unito è uno dei pochi Paesi europei dell’Alleanza Atlantica a raggiungere il requisito del 2% del Pil da dedicare alla Difesa. Tuttavia, lo scenario apertosi con l’invasione russa dell’Ucraina ha aperto la prospettiva di aumentare ulteriormente l’obiettivo del 2% previsto nel Galles nel 2014, e il prossimo vertice di Vilnius di luglio potrebbe essere l’occasione per settare un ulteriore aumento. Con la previsione della Irr, Londra sembra voler giocare d’anticipo su questa previsione.


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Jet, sensori e molto altro. L’industria italiana protagonista del Dsei Japan


Ci sarà tanta Italia al prossimo Dsei Japan, la principale manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato del Giappone, che si terrà a Chiba, vicino Tokyo, dal 15 al 17 marzo. Un evento che vedrà la partecipazione delle principali aziende itali

Ci sarà tanta Italia al prossimo Dsei Japan, la principale manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato del Giappone, che si terrà a Chiba, vicino Tokyo, dal 15 al 17 marzo. Un evento che vedrà la partecipazione delle principali aziende italiane del settore, a partire da Leonardo. Protagonista sarà sicuramente il sistema aereo di combattimento di sesta generazione, il Global combat air programme (Gcap), che il nostro Paese realizza insieme a Londra e Tokyo. L’occasione, infatti, potrebbe vedere a margine anche un vertice tra i ministri della Difesa italiano, britannico e giapponese Guido Crosetto, Ben Wallace e Yasukazu Hamada per discutere i prossimi passi verso lo sviluppo congiunto del Gcap.

Il caccia di sesta generazione

All’evento saranno presenti tutte le principali aziende responsabili del progetto Gcap come la giapponese Mitsubishi Heavy Industries e la britannica BAE Systems, compreso il consorzio italiano che partecipa al Gcap composto Avio Aero, Elettronica, Mbda Italia e Leonardo. Un programma, come sottolineato dal senior vice president del gruppo di piazza Monte Grappa per il programma Gcap, Guglielmo Maviglia, che “guiderà la rivoluzione tecnologica che caratterizzerà il nostro settore nei prossimi cinquant’anni”. La sfida principale sarà creare un “sistema dei sistemi multidominio – ha spiegato ancora il manager – con l’aereo che rimarrà la core platform e i vari assetti che saranno interconnessi generando un sistema integrato, che va dalle piattaforme senza pilota agli armamenti” in grado di comunicare con tutti gli altri domini operativi, di terra, mare, aria, spazio e cyber”.

L’Italia sul Gcap

Al programma, per esempio, le italiane Leonardo ed Elettronica partecipano con la giapponese Mitsubishi Electric alla creazione della dimensione sensoristica del caccia di sesta generazione, attraverso lo sviluppo dell’Integrated sensing and nonkinetic effects & integrated communications system (Isanke&Ics). Una vera e propria rete di sistemi interconnessi in grado di conferire al velivolo capacità superiori in termini di sensoristica e di auto-protezione. Altro sistema fondamentale è quello degli effettori, i sistemi offensivi e difensivi di cui sarà dotato il Gicap, al quale partecipa anche Mbda che presenterà al Dsei la prossima generazione di effector da abbinare al caccia del futuro.

Il ruolo di Leonardo

Naturalmente, però, non si parlerà solo del caccia di sesta generazione, e il legame nel settore Difesa tra Italia e Giappone è cresciuto notevolmente nel corso degli anni. Leonardo è presente nel Paese del Sol levante da quarant’anni, fornendo diversi sistemi alle forze armate e di sicurezza nipponiche, a partire dagli oltre 160 elicotteri scelti dalla Marina, la Guardia costiera, la Polizia e le unità antincendio e Sar del Giappone. Al Dsei, la società italiana metterà in mostra il suo elicottero multi-missione AW139M, versione militare del più noto mezzo civile. C’è anche da ricordare che la Forza di auto-difesa aerea giapponese ha scelto la nuova struttura dell’International flight training school (Ifts), realizzata in Sardegna da Leonardo e dall’Aeronautica militare, per l’addestramento dei propri allievi piloti militari, con al centro l’uso dell’addestratore M-346 realizzato dal gruppo di Monte Grappa.

Sistemi all’avanguardia

Al Dsei Leonardo promuoverà dei sistemi avanzati di contromisure expendable attive per i velivoli da combattimento: BriteCloud, basato sulla tecnologia di disturbo Digital radio frequency memory, lanciabile da dispenser standard, progettato per contrastare le minacce a guida radar, e Miysis Dircm a difesa dai missili a guida infrarossa. In mostra anche i radar multifunzione e multi-dominio, fissi e mobili, per la sorveglianza e difesa aerea, terrestre e marittima, e la famiglia di munizioni Vulcano con calibri da 155 mm nella versione terrestre e da 127 mm in quella navale.


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AVVISO AL SINDACO DI BOLOGNA: LA STORIA NON SI CANCELLA, SI STUDIA


La cancel culture non è un’invenzione americana e non è (solo) la conseguenza della degenerazione di quel politicamente corretto tipico di un Paese “giovane” e perciò refrattario al senso della Storia e al sentimento della Tragedia. La cancel culture è na

La cancel culture non è un’invenzione americana e non è (solo) la conseguenza della degenerazione di quel politicamente corretto tipico di un Paese “giovane” e perciò refrattario al senso della Storia e al sentimento della Tragedia. La cancel culture è nata in Italia.

Nell’Italia cattocomunista, afflitta dai sensi di colpa per il Fascismo, la “guerra civile” fu cancellata per ben 45 anni e fu ammessa come fatto storico solo quando, nel 1990, uno studioso “democratico”, Claudio Pavone, così intitolò un suo inequivocabile saggio. Con lo stesso spirito fu proscritta la parola “Patria”. E con essa fu di colpo cancellata e offesa la memoria di Dante, di Petrarca e degli eroi risorgimentali che al sogno della Patria-Italia, libera e unita, dedicarono la propria vita.

La parola Patria, parola che unisce, scomparve così dal vocabolario repubblicano e divenne monopolio esclusivo della destra post fascista. Con un’eccezione che sa di paradosso. Ad utilizzarla con inusitata passione colma di nostalgia fu un Papa, PioXII. “È necessario che voi guardiate alla Patria comune, all’Italia… Certo bisogna dire che non ultimo tra i segni di disorientamento degli animi è questo diminuito amore alla Patria, a questa grande famiglia donataci da Dio”, disse il 23 marzo del 1958 Papa Pacelli incontrando i marchigiani residenti a Roma. Ma le sue parole caddero nel vuoto e la rimozione del concetto di Patria rimase un’anomalia tutta italiana per cinquant’anni ancora.

Non c’è dunque da stupirsi che, si immagina per accreditare la propria identità “di sinistra” e “antifascista”, un giovane sindaco del Pd abbia pensato bene di espungere il sostantivo “patriota” dalla toponomastica cittadina. Non da tutte le targhe, però, ma solo da quelle dedicate ai partigiani. Così ha deciso il primo cittadino di Bologna Matteo Lepore, che nel farlo ha compiuto almeno due torti. Ha fatto in primo luogo torto al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, cui si deve il ritorno in auge del concetto di Patria. Non fu un vezzo, il suo, ma una scelta ragionata figlia della consapevolezza che il patriottismo rappresenta il principale antidoto al nazionalismo e, come sosteneva Altiero Spinelli, il necessario presupposto all’europeismo. Grazie a Ciampi la “Patria” e il “Tricolore” rientrarono a piano titolo nella simbologia repubblicana. E vi rientrarono anche perché, come scrisse Montesquieu ne Lo spirito delle leggi, “ciò che io chiamo Virtù, nella Repubblica, è l’amore della patria, vale a dire l’amore dell’uguaglianza”.

La Patria come elemento unificante, dunque. La Patria come terreno comune dove si coltiva il sacrificio per gli altri. Un concetto richiamato con chiarezza dall’attuale Presidente, Sergio Mattarella, nel discorso con cui concluse l’ultimo, drammatico anno di Covid. Nel volto dei sindaci e dei presidenti di regione, disse Mattarella il 31 dicembre del 2021, «scorgo il volto reale di una Repubblica unita e solidale. È il patriottismo concretamente espresso nella vita della Repubblica”.

Se pensava di fare torto a Giorgia Meloni e a Fratelli d’Italia, che in effetti nel loro abusare della parola “patriota” un po’ ne sviliscono il senso, Matteo Lepore sappia che ha fatto un torto a Carlo Azeglio Ciampi, oltre che alla verità storica e a tutti gli italiani. Ma, soprattutto, ha fatto un torto al, per citare il titolo di un saggio anticonformista di Romolo Gobbi, Mito della Resistenza. Non solo ai Gap, i Gruppi di azione “patriottica” che animarono quella Brigata partigiana non a caso intitolata ad un illustre patriota: Giuseppe Garibaldi. Ma, come ha scritto Massimo Gramellini sul Corriere della Sera, ha fatto torto a quella retorica della Resistenza, immaginiamo condivisa dal sindaco di Bologna, che “da oltre settant’anni cerca di affermare il principio che l’azione dei partigiani non era a favore di una parte, ma dell’Italia intera”. Sì che, conclude Gramellini, “la scelta di sganciare la Resistenza dal patriottismo rischia di offrire una strepitosa arma polemica a chi continua a negare la verità di questa ricostruzione storica”.

Naturalmente, ogni “ricostruzione storica” può essere legittimamente confutata. Ma non cancellando la Storia, bensì studiandola.

Huffington Post

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Energia, a Budapest parte il progetto Europeo della Fondazione Einaudi sui cambiamenti climatici – Promoting Power Purchase Agreements to achieve the net-zero target


Simona Benedettini, in qualità di Energy Economist del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, aprirà il 16 marzo a Budapest la prima sessione di lavori del progetto europeo “Promoting power purchase agreements to achieve the net- zero target

Simona Benedettini, in qualità di Energy Economist del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, aprirà il 16 marzo a Budapest la prima sessione di lavori del progetto europeo “Promoting power purchase agreements to achieve the net- zero target”, promosso dall’European Liberal Forum e che vede, tra i partner coinvolti, anche la Friedrich Naumann Foundation (Germania).

Nel workshop ungherese Benedettini indicherà le linee guida per lo sviluppo di uno studio comparato volto ad individuare le migliori pratiche applicate negli accordi di fornitura di energia elettrica (fondamentali per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero e per contrastare i cambiamenti climatici), nei diversi Stati aderenti alla ricerca. Parteciperanno, oltre all’Energy Economist che rappresenta la Fondazione Luigi Einaudi di Roma e che si occuperà di sviluppare l’analisi della situazione italiana, Gero Sheck per la Friedrich Naumann Foundation (Germania), Ricardo Silvestre per il Social Liberal Movement (Portogallo), William Hongsong Wang per la Fundacion para el Avance de Libertad (Spagna) e Tomas Babicz per l’Inditsuk Be (Ungheria).

L’incontro di Budapest segna l’avvio di un importante lavoro che si svilupperà durante tutto il 2023 con l’intento di dare un qualificato contributo al dibattito europeo sul clima. Già è in programma un secondo workshop a Lisbona nel mese di maggio, due pubblicazioni sul tema e relativi policy brief, per concludere con un grande evento a Roma entro la fine dell’anno.

Context


The recent REPowerEU Plan of the European Commission considers Power Purchase Agreements (PPAs) a key driver to achieve the new 2030 target of 45% share of renewable energy. According to the European Commission, such target is essential to ensure the timely and effective achievement of carbon neutrality in 2050. However, the diffusion of PPAs is facing several challenges across EU Member States due to both market and legislative barriers which are intrinsic to the long-term nature of PPAs. The project intends investigating the legislative and market framework for PPAs in different EU Member States (a preliminary and not conclusive list of countries might include Italy, Hungary, Germany, Spain, Portugal) to identify best practices for the diffusion of PPAs and to contribute to the EU debate on climate policies.

The theme of PPAs communities addresses issues common to the liberal political and ideological area many issues dear to the liberal area, from combating legislative and market barriers through a transnational and supra-national perspective to ecological challenges and economic savings.

Topics: Climate policies, Energy security, Climate neutrality, Net-zero future, FF55, REPowerEU, New Green Deal

VECTOR- Techno-Sustainability

About the event


The event consists in a workshop conceived as a follow up to discuss Power Purchase on a comparative frame and agree on a final publication. Simona Benedetttini (LEF project leader) will animate the workshop to explain to them how she conceived the project and to assist them in the realisation of a cohesive in-depth chapters on a European perspective. Benedettini will help authors reflecting on several issues such as:

  • Identifying policies and market interventions which proved to be effective in promoting PPAs in EU countries
  • Achieving an in-depth understanding on relevant barriers to the diffusion of PPAs
  • Promoting the dissemination of best practices for the diffusion of PPAs
  • Providing a relevant contribution to the EU debate on climate and energy policies

Programme


Wednesday 15 March 2023

10:00 – 19:00 Participants arrival to the Hotel Castle Garden, 40-41 Lovas utca, 1012 Budapest, Hungary

20:00 Meeting at the lobby for welcome and introduction

20:30 Dinner TBD

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

Thursday 16 March 2023

Indítsuk Be Magyarországot Foundation, 2 Rózsahegy utca 1024 Budapest, Hungary

09:30 Introductory Remarks

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi
Speaker: Fjona Merkaj, European Liberal Forum Project Officer

09:45 Promoting Power Purchase Agreements to achieve the net-zero target purpose, objective, and scope

Speaker: Simona Benedettini, Energy Economist, Italy

11:00 Coffee Break

11:15 Dialogue with the participants of the workshop and follow-up in view of the publication of the volume Promoting Power Purchase Agreements

Speaker: Simona Benedettini, Energy Economist, Italy
Speaker: Ricardo Silvestre, MLS, Portugal
Speaker: William Hongsong Wang, Fundación para el Avance de la Libertad, Spain
Speaker: Gero Scheck, FNF, Germany
Speaker: Tamas Babicz, IBM, Hungary

12:30 Highlights of the event goals and conclusive remarks

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

13:00 End of event & lunch with participants

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Start up e innovazione. Il piano di Leonardo che avvicina Roma e Tel Aviv


L’Italia, con Leonardo, rafforza la cooperazione nel campo dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico con Israele. Con l’evento di presentazione della seconda edizione internazionale del Business innovation factory (Bif), l’acceleratore dell’azienda it

L’Italia, con Leonardo, rafforza la cooperazione nel campo dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico con Israele. Con l’evento di presentazione della seconda edizione internazionale del Business innovation factory (Bif), l’acceleratore dell’azienda italiana dedicata alla selezione e al supporto di start up ad alto potenziale innovativo, il gruppo di piazza Monte Grappa ha potuto illustrare le caratteristiche dell’iniziativa in un Paese che si è guadagnato negli ultimi anni il soprannome di Start up Nation, grazie al suo ecosistema estremamente ricco e variegato di realtà all’avanguardia nei campi della scienza e della tecnologia. L’evento, tra l’altro, ha visto la partecipazione del ministro italiano degli Esteri, Antonio Tajani, in visita a Tel Aviv, insieme al ministro per l’Innovazione, scienza e tecnologia di Israele, Ofir Akunis. Una missione, quella di Tajani che, nelle parole del ministro, è servita “a rafforzare la cooperazione politica, economica, scientifica e culturale” tra i due Paesi mediterranei.

La strategia di Leonardo in Israele

L’evento è stato solo l’ultima delle iniziative di Leonardo in Israele, un Paese con il quale stanno crescendo notevolmente le opportunità di partecipazione e collaborazione. A novembre del 2022 la società ha perfezionato il processo di fusione tra la controllata statunitense del gruppo, Leonardo Drs, e la società israeliana Rada Electronic Industries, un accordo che porta anche all’automatica quotazione in borsa di Leonardo Drs al Nasdaq di New York e a Tel Aviv. A febbraio di quest’anno, inoltre, Leonardo ha rinsaldato i rapporti con Israele sul tema dell’innovazione sottoscritto due accordi con Israeli Innovation Authority, un’agenzia pubblica a supporto tecnico e finanziario di progetti innovativi, e con Ramot, una technology transfer company per la valorizzazione della proprietà intellettuale dell’università di Tel Aviv. Come spiegato da Enrico Savio, chief strategy and market Intelligence officer di Leonardo, in un’intervista ad Airpress, questi accordi “si inseriscono nel quadro della strategia di rafforzamento di Leonardo nel mondo come global player, anche attraverso la leva dell’innovazione e quindi la creazione di rapporti strutturali con gli ecosistemi di innovazione più avanzati”

La Start up Nation

Come spiegato ancora da Savio, dunque, “le collaborazioni con Israele terranno in considerazione da una parte, le necessità di Leonardo di attingere all’open innovation come contributo all’innovazione, e dall’altro le specificità e le eccellenze di Israele inserite in un disegno complessivo che include sia i Paesi domestici sia gli altri Paesi strategici.” Tel Aviv, infatti, vanta un ecosistema unico al mondo fatto di settemila start up, cento acceleratori e decine di incubatori attivi, circa 430 fondi di venture capital operanti nell’innovazione, quasi cinquecento centri di ricerca e sviluppo di multinazionali, 17 programmi di Transfer of technology e nove università pubbliche impegnate nella ricerca tecnologica. Negli anni, Israele è diventato un modello virtuoso nel campo dell’innovazione, che contribuisce al 15% del Pil e alimenta il 54% dell’export, occupando poco meno di un milione di lavoratori, su una popolazione di nove milioni e mezzo.

L’acceleratore di piazza Monte Grappa

La Business innovation factory (Bif) è l’acceleratore di start up lanciato dalla società di piazza Monte Grappa a gennaio del 2022, realizzata in partnership con LVenture Group, che punta a sostenere circa dieci aziende innovative all’anno nel loro processo di sviluppo di soluzioni innovative per il settore aerospazio e Difesa. Alle aziende che parteciperanno alla Bif verrà assicurato un sostegno a 360° nei progetti identificati. La nascita dell’acceleratore si inserisce nell’approccio di Leonardo all’innovazione che si fonda, come indicato dal piano strategico di crescita Be Tomorrow 2030, su interazione e collaborazione tra diversi attori, interni ed esterni, per favorire la condivisione di idee e conoscenze, alimentando opportunità di sviluppo di nuove soluzioni tecnologiche.

Le prossime tappe del Business innovation factory

Il roadshow israeliano di Leonardo è solo l’ultima tappa del percorso, che ha visto la società presentarsi a Napoli, Milano, Londra, Monaco, e ha riscosso un notevole successo, con oltre duecento start up, venture capital e innovation hub. L’edizione di quest’anno, in particolare, è stata dedicata ai verticali della “simulazione e gamification” e “networking e cyber-security”. Adesso, i prossimi passi sono la selezione di una short list di enti in grado di accedere, a partire da maggio, alla fase di accelerazione della durata di sei mesi. “Ci auguriamo – ha raccontato Savio – che ai nastri di partenza a maggio potremo avere almeno una start up Israeliana”.


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Tre in Uno


Una carrellata di titoli e annunci ha informato gli italiani dell’imminente riforma fiscale, consistente in tre aliquote Irpef e una flat tax. Peccato che se ci sono tre aliquote non può esserci la flat, ovvero l’aliquota unica, e viceversa. Non si tratta

Una carrellata di titoli e annunci ha informato gli italiani dell’imminente riforma fiscale, consistente in tre aliquote Irpef e una flat tax. Peccato che se ci sono tre aliquote non può esserci la flat, ovvero l’aliquota unica, e viceversa. Non si tratta d’essere esperti di fisco, ma di capire che o è una o sono tre. Il solo caso in cui le due cose coincidono ha a che vedere con il sacro. È come avere annunciato una legge per i bipedi con quattro gambe. La spiegazione c’è e mostra più di quel che quegli annunci nascondono.

Il viceministro all’Economia Maurizio Leo, che conosce bene la materia e ha lunga esperienza, ha detto che la riforma in cantiere conta di avere il valore che ebbe la riforma degli anni Settanta. Ma la riforma che porta il nome di Bruno Visentini, varata nel 1975, era da subito compiuta, non un divenire sottoposto ai marosi della politica, e comportava una modalità di tassazione uguale per i redditi di natura differente. La così detta Visentini bis del 1983 non modificò quell’assetto ma intervenne sui bilanci societari.

Posto che, allo stato attuale, c’è una legge delega già approvata (per sua natura dettagliata nell’elenco e generica nelle modalità) e si dispone soltanto di anticipazioni, per giunta prestate in modo confuso, quel che si prospetta è piuttosto diverso. Fra le altre cose: 1. Le aliquote Irpef (ovvero il reddito delle persone fisiche, la dichiarazione che presentiamo, almeno quanti di noi pagano le imposte) passano da 4 a 3, ma per valutarne gli effetti occorre sapere quali siano e per quali scaglioni di reddito. Se il gettito restasse invariato qualcuno pagherebbe di più e altri meno; se il gettito calasse occorrerebbe sapere quali spese si tagliano; 2. La flat per tutti sarebbe una non flat relativa al reddito incrementale maturato nel corso dell’anno, quindi non scatterebbe lo scaglione successivo ma si pagherebbe un’aliquota diversa (che già non sono più 3); 3. La flat rimane per gli autonomi sotto un certo livello e che accettino il forfettario ma – a parte che anche questa è una non flat, bensì un’aliquota specifica (e daje a vederle aumentare) per determinati redditi – ne discende che trattasi del contrario della riforma Visentini, impostando una tassazione diversa a seconda non del livello ma della tipologia di reddito; 4. La flat vera, (un’aliquota uguale per tutti) resta come l’approdo promesso, ma non si sa con quale rotta e, comunque, anche in questo caso l’opposto della Visentini, che come era restava.

Fin quando non leggeremo i testi non siamo autorizzati a esprimere giudizi sulla riforma in sé. Riordino, semplificazione e lealtà verso il contribuente sono buone cose. Ma non sono quelle che finora leggiamo.

Veniamo alla pressione fiscale, a quanto costa il fisco per i contribuenti onesti. Lo slogan di tutti è che debba diminuire, fin qui è andata bene se non aumentava. Capiamoci: se la pressione fiscale dovesse crescere perché si fa pagare il dovuto agli evasori festeggeremmo, essendo la premessa per farla scendere agli onesti. Ma all’opinione pubblica si fa credere che l’evasore fiscale sia il pescecane approfittatore che s’arricchisce, il che è vero in qualche caso, per il quale è previsto anche il carcere (lallero); la gran parte dell’evasione consiste invece in scontrini non battuti, prestazioni in nero e fatture non fatte, il che comporta un accordo fra fornitore e cliente, mentre nessuno dei due ha la sensazione d’arricchirsi ma ritiene giusto non impoverirsi. Certo, sono disonesti. Ma è disonesto anche far credere che il recupero dell’evasione non riguardi il ricorrente dialogo: «Quanto le devo?», «Con la fattura o senza, nel primo caso c’è anche l’Iva». Chi si prende l’onere politico di spiegarlo, visto che si partì con lo sbagliatissimo piede di limitare anziché incentivare i pagamenti digitali?

Non c’è nessun gusto nel criticare a prescindere. Attendiamo il testo. Ma neanche è piacevole essere presi per quelli che salutano la mirabolante novità dei calvi con la zazzera.

La Ragione

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InSicurezza


Essersi spostati a Cutro, per tenere il Consiglio dei ministri, ha un valore simbolico. Di solidarietà e presidio. Non altro. È stato varato un decreto legge, che è oramai la sola forma d’iniziativa legislativa rimasta che possa sperare di giungere a una

Essersi spostati a Cutro, per tenere il Consiglio dei ministri, ha un valore simbolico. Di solidarietà e presidio. Non altro. È stato varato un decreto legge, che è oramai la sola forma d’iniziativa legislativa rimasta che possa sperare di giungere a una conclusione. Sono anni che vale questo andazzo e, a turno, chi si oppone protesta e chi governa decreta. Salvo scambiarsi le parti. Dopo quello che è successo nessuno se la sente di contestare i requisiti costituzionali della necessità e dell’urgenza. Tutto sta a vederne l’utilità.

Il decreto è bifronte, ma non incoerente, tenendo assieme aperture e repressione. Come qui immaginato. Diventa triennale la programmazione degli ingressi regolari di extracomunitari, mentre la quantità viene fissata da un Dpcm (il così detto “decreto flussi”). È la premessa per far entrare molte più persone, programmandone il numero in anticipo e così rendendo meno complicato lo smaltimento delle pratiche. Chi pensava che la destra al governo portasse con sé meno immigrati, o addirittura nessuno, sarà deluso: ne porta di più. La destra al governo può ben rispondere: ma sono regolari, mentre confermiamo di volere combattere l’immigrazione clandestina. Diciamo che si è giocato molto ad alludere, ma resterà il fatto che i profughi (che hanno diritto a essere accolti) continueranno ad arrivare in modo irregolare. E continueranno a entrare.

Poi c’è il lato repressivo, con pene fino a trent’anni (se il fatto porta al decesso di più persone) per gli scafisti. Il problema delle pene non è fissarle, ma applicarle. In mezzo c’è la giustizia. Difficile supporre che alla guida di una bagnarola sovraffollata si porrà il criminale turco o libico, semmai ci si troverà il picciotto marinaro. Un tribunale non comminerà a lui le pene concepite per il suo capo. E c’è anche il caso che l’imputato sostenga che la sua vita sia in pericolo, se venisse restituito al Paese del boss. A molti sembreranno dettagli o “cavilli”, ma è la ragione per cui la giustizia reale è così diversa da quella suggestivamente annunciata. Il che non autorizza a far spallucce; se l’equivoco si protrae è perché una società sana ha bisogno di ordine e sicurezza, mentre il mondo politico produce sentimentalismi: accoglienza e respingimento, comprensione e repressione. Roba da melodramma, che non risolve alcun dramma.

L’insicurezza colpisce i cittadini normali, accanendosi sui più deboli. Si fa credere che la teppaglia e la miseria che gira attorno alle stazioni o nei quartieri popolari o nelle periferie abbiano qualche cosa a che vedere con gli sbarchi o i clandestini, il che è solo in parte vero, ma il ciondolare da “richiedente asilo” è roba che produciamo noi. Ovvio che non puoi pensare di mandare per anni in galera quello che fa uno scippo o anche solo piscia sotto i portici, si ubriaca e vomita, ma è quello che più impressiona i cittadini. La rapina armata in una villa, con il morto, è gravissima ma la leggiamo sul giornale, mentre gli accampamenti senza legge finiscono di rado sui giornali ma riempiono la giornata del passante. Le forze dell’ordine ci fanno poco e niente, perché è vero che sono obbligate a intervenire ma sanno che non risolve nulla. Non manca la legge, manca la giustizia. I piccoli reati sono i più diffusi, creano più allarme, la punizione è efficace se arriva a distanza di ore. A distanza di anni è una presa in giro.

Per riuscirci devi avere una giustizia commisurata. Non ha senso che viaggi tutto sugli stessi binari. Ed è un gravissimo errore della sinistra considerare l’ordine e la sicurezza come roba di destra, quando non reazionaria. Sono cose vitali. Solo che servono rimedi efficaci, giudici che decidano in un’udienza, pene ragionevoli, non necessariamente detentive. Questo disincentiverebbe, non la testa di leone su un corpo da scoiattolo.

Altrimenti si producono aumenti delle pene per accompagnare l’aumento degli immigrati. Che sarà, forse, urgente e necessario, ma che sia utile è improbabile.

La Ragione

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Il piano della Difesa per colmare le lacune italiane sui carri armati


L’Italia sta valutando la possibilità di acquistare 125 carri armati e veicoli da combattimento di fanteria per colmare alcune lacune in attesa di completare progetti di lungo termine, secondo quanto scritto da DefenseNews. Il conflitto in Ucraina ha ri

L’Italia sta valutando la possibilità di acquistare 125 carri armati e veicoli da combattimento di fanteria per colmare alcune lacune in attesa di completare progetti di lungo termine, secondo quanto scritto da DefenseNews.

Il conflitto in Ucraina ha riportato l’attenzione degli Stati maggiori e degli addetti ai lavori alle tradizionali operazioni belliche terrestri. Nel frattempo è cresciuta in Italia la preoccupazione per l’obsolescenza e l’esaurimento delle scorte di carri armati Ariete e di veicoli da combattimento Dardo. Giovedì scorso, davanti alla commissione parlamentare per la difesa, il Segretario generale della Difesa, generale Luciano Portolano, ha dichiarato che si stanno valutando soluzioni per colmare le lacune.

Sempre DefenseNews riporta che la Difesa italiana prevede un fabbisogno attuale di 250 main battle tanks, di cui 125 potrebbero essere carri Ariete aggiornati. Per quanto riguarda i rimanenti 125, il deputato di Forza Italia Giorgio Mulè, ex sottosegretario alla Difesa, ha affermato che la soluzione più pratica è il leasing, piuttosto che l’acquisto, dei carri armati. Dunque è probabile che Roma noleggerà carri Leopard da nazioni alleate. “Abbiamo bisogno di una modernizzazione urgente: l’ultima volta che abbiamo introdotto nuovi carri armati e veicoli da combattimento è stato negli anni ’80 con i veicoli Ariete e Dardo”, ha detto Mulè citato da DefenseNews.

Allo stesso tempo Portolano ha riferito al Parlamento che la Difesa sta lavorando sui requisiti per i carri armati e i veicoli da combattimento di “prossima generazione” che potrebbero essere sviluppati con il contributo dell’industria italiana. Nel caso dei carri armati, ha citato il Main Ground Combat System lanciato nel 2012 da Francia e Germania e destinato a essere sviluppato dalla tedesca Rheinmetall e da Knds, una joint venture tra la tedesca Kmw e la francese Nexter.

Proprio Rheinmetall ha dichiarato che se Roma acquisterà il suo nuovo veicolo da combattimento Lynx per sostituire l’obsoleto Dardo, potrebbe pensare di costruire il veicolo in Italia. La società tedesca ha infatti annunciato di voler fare un’offerta per acquisire una quota di minoranza del produttore italiano di cannoni Oto Melara. Leonardo aveva già espresso il desiderio di vendere una parte o la totalità dell’azienda, considerandola non-core in quanto intende concentrarsi sull’elettronica, sugli elicotteri, sugli aerei e sulla tecnologia informatica. Oto Melara produce torrette per veicoli da combattimento e cannoni navali che sono stati acquistati dalle marine militari di tutto il mondo.


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Energia, a Budapest parte il progetto Europeo della Fondazione Einaudi sui cambiamenti climatici – Promoting Power Purchase Agreements to achieve the net-zero target.


Simona Benedettini, in qualità di Energy Economist del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, aprirà il 16 marzo a Budapest la prima sessione di lavori del progetto europeo “Promoting power purchase agreements to achieve the net- zero target

Simona Benedettini, in qualità di Energy Economist del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, aprirà il 16 marzo a Budapest la prima sessione di lavori del progetto europeo “Promoting power purchase agreements to achieve the net- zero target”, promosso dall’European Liberal Forum e che vede, tra i partner coinvolti, anche la Friedrich Naumann Foundation (Germania).

Nel workshop ungherese Benedettini indicherà le linee guida per lo sviluppo di uno studio comparato volto ad individuare le migliori pratiche applicate negli accordi di fornitura di energia elettrica (fondamentali per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero e per contrastare i cambiamenti climatici), nei diversi Stati aderenti alla ricerca. Parteciperanno, oltre all’Energy Economist che rappresenta la Fondazione Luigi Einaudi di Roma e che si occuperà di sviluppare l’analisi della situazione italiana, Gero Sheck per la Friedrich Naumann Foundation (Germania), Ricardo Silvestre per il Social Liberal Movement (Portogallo), William Hongsong Wang per la Fundacion para el Avance de Libertad (Spagna) e Tomas Babicz per l’Inditsuk Be (Ungheria).

L’incontro di Budapest segna l’avvio di un importante lavoro che si svilupperà durante tutto il 2023 con l’intento di dare un qualificato contributo al dibattito europeo sul clima. Già è in programma un secondo workshop a Lisbona nel mese di maggio, due pubblicazioni sul tema e relativi policy brief, per concludere con un grande evento a Roma entro la fine dell’anno.

Context


The recent REPowerEU Plan of the European Commission considers Power Purchase Agreements (PPAs) a key driver to achieve the new 2030 target of 45% share of renewable energy. According to the European Commission, such target is essential to ensure the timely and effective achievement of carbon neutrality in 2050. However, the diffusion of PPAs is facing several challenges across EU Member States due to both market and legislative barriers which are intrinsic to the long-term nature of PPAs. The project intends investigating the legislative and market framework for PPAs in different EU Member States (a preliminary and not conclusive list of countries might include Italy, Hungary, Germany, Spain, Portugal) to identify best practices for the diffusion of PPAs and to contribute to the EU debate on climate policies.

The theme of PPAs communities addresses issues common to the liberal political and ideological area many issues dear to the liberal area, from combating legislative and market barriers through a transnational and supra-national perspective to ecological challenges and economic savings.

Topics: Climate policies, Energy security, Climate neutrality, Net-zero future, FF55, REPowerEU, New Green Deal

VECTOR- Techno-Sustainability

About the event


The event consists in a workshop conceived as a follow up to discuss Power Purchase on a comparative frame and agree on a final publication. Simona Benedetttini (LEF project leader) will animate the workshop to explain to them how she conceived the project and to assist them in the realisation of a cohesive in-depth chapters on a European perspective. Benedettini will help authors reflecting on several issues such as:

  • Identifying policies and market interventions which proved to be effective in promoting PPAs in EU countries
  • Achieving an in-depth understanding on relevant barriers to the diffusion of PPAs
  • Promoting the dissemination of best practices for the diffusion of PPAs
  • Providing a relevant contribution to the EU debate on climate and energy policies

Programme


Wednesday 15 March 2023

10:00 – 19:00 Participants arrival to the Hotel Castle Garden, 40-41 Lovas utca, 1012 Budapest, Hungary

20:00 Meeting at the lobby for welcome and introduction

20:30 Dinner TBD

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

Thursday 16 March 2023

Indítsuk Be Magyarországot Foundation, 2 Rózsahegy utca 1024 Budapest, Hungary

09:30 Introductory Remarks

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

Speaker: Fjona Merkaj, European Liberal Forum Project Officer

09:45 Promoting Power Purchase Agreements to achieve the net-zero target purpose, objective, and scope

Speaker: Simona Benedettini, Energy Economist, Italy

11:00 Coffee Break

11:15 Dialogue with the participants of the workshop and follow-up in view of the publication of the volume Promoting Power Purchase Agreements

Speaker: Simona Benedettini, Energy Economist, Italy

Speaker: Ricardo Silvestre, MLS, Portugal

Speaker: William Hongsong Wang, Fundación para el Avance de la Libertad, Spain

Speaker: Gero Scheck, FNF, Germany

Speaker: Tamas Babicz, IBM, Hungary

12:30 Highlights of the event goals and conclusive remarks

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

13:00 End of event & lunch with participants

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Federico Tedeschini: le carriere dei nostri giudicanti – ladiscussione.it


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La piccola Sara, 9 anni, picchiata a sangue per aver indossato male il velo


È proprio vero quanto afferma nei suoi discorsi l’attivista iraniana per i diritti umani Mashi Alinejad. “Il velo è solo un simbolo della protesta, simboleggia l’oppressione ed è paragonabile al Muro di Berlino: se lo si abbatte, l’intero sistema crollerà

È proprio vero quanto afferma nei suoi discorsi l’attivista iraniana per i diritti umani Mashi Alinejad. “Il velo è solo un simbolo della protesta, simboleggia l’oppressione ed è paragonabile al Muro di Berlino: se lo si abbatte, l’intero sistema crollerà”, è questo il grido di libertà delle donne iraniane al mondo.

L’obbligo del velo è il pilastro più debole su cui si fonda la rigida applicazione delle leggi islamiche che costringono le donne alla segregazione e la polizia morale ha il compito di controllare l’abbigliamento delle persone e di arrestare soprattutto le donne che non rispettano leggi islamiche vigenti.

Il regime teocratico non può rinunciare all’applicazione rigida del suo codice di abbigliamento che segrega le donne confinandole in uno spazio di minorità: inferiori agli uomini, dunque. Non può sopportare che da sei mesi le ragazze del liceo e delle università non rispettano più la legge sul velo; con questa rivoluzione, infatti, le donne hanno di fatto già abolito l’obbligo di indossarlo. Ora le donne, quasi ovunque, soprattutto le più giovani, mostrano pubblicamente le loro ciocche al vento. Dopo sei mesi di una coraggiosa lotta a mani nude, al prezzo della vita, con la disobbedienza civile e con gesti gioiosi, ironici e densi di simbolismo, le donne, per le strade, sui mezzi pubblici, nelle scuole e nei campus universitari, ora ostentano i loro fluenti capelli, sciolti o a coda di cavallo, legati in crocchia o modellati in bob.

La cosiddetta polizia morale, tuttavia, continua a terrorizzare le donne di qualsiasi età, a partire dalle bambine di 7 anni.

Sara Shirazi, una fanciulla di appena 9 anni, verso le ore 12 e 40 di venerdì 24 febbraio, tornava a casa tutta allegra e sorridente canticchiando, con il suo scialle poggiato sulle spalle, dopo essere uscita dalla scuola elementare Isfahan. Nel suo percorso verso casa ha incontrato il suo orco impersonato da una donna agente del regime, di nome Razieh Haftbaradaran, che l’ha rimproverata perché il suo foulard non le copriva il capo. Sara non comprendeva il motivo del rimprovero e si è ribellata a questa imposizione ed è stata picchiata duramente al volto e spinta a terra; cadendo ha battuto la testa sul marciapiede.

Alcuni testimoni hanno ripreso la brutale aggressione in un video, diventato virale sui social, in cui si vede la povera Sara seduta sul bordo del marciapiede con i vestiti insanguinati mentre, singhiozzando, cercava con le mani di arginare il sangue che le usciva copiosamente dal naso.

I passanti che l’avevano soccorsa e poi trasportata in ospedale hanno denunciato la donna che l’aveva brutalmente picchiata.

I genitori della bambina sono stati subito minacciati dalle forze volontarie paramilitari basij che hanno loro intimato di non diffondere la notizia dell’aggressione “altrimenti Sara avrebbe fatto la stessa fine di Mahsa Amini”.

L’autrice di tale efferatezza ha cercato di negare l’accaduto e ha inventato una storia di un presunto litigio tra coetanee.

Ma le numerose testimonianze hanno rivelato l’orribile realtà dell’accaduto. Razieh è stata arrestata e Sara portata in ospedale.

Dopo qualche ora, la donna è stata rilasciata e la famiglia minacciata.

Non importa quale sia la loro età, le donne in Iran sono tutte in pericolo, sono segregate come prigioniere nelle mani di un regime orrifico.

La signora, che in nome di un credo religioso aggredisce con violenza una bambina che poteva essere sua figlia, probabilmente non sarà incriminata perché le sue convinzioni coincidono con quelle della Guida Suprema Ali Khamenei che ha promesso tolleranza zero sull’obbligo dell’uso dell’hijad, secondo il codice di abbigliamento islamico reso ancora più rigido subito dopo l’arrivo al potere del presidente Raisi.

Da oltre tre mesi sono in atto veri e propri attacchi con avvelenamento da agenti nervini in diversi licei del paese.

Sono oltre 800 le ragazze senza velo di 120 scuole dell’Iran, in particolare a Qom e a Borujerd, che hanno accusato sintomi da avvelenamento respiratorio. Molte di esse sono finite in ospedale e una ragazza di 11 anni di una delle scuole religiose più prestigiose di Qom, città santa per gli sciiti, è morta. Il suo nome è Fatemeh Rezaei, la sua famiglia sarebbe stata minacciata di non divulgare la notizia e di rimanere in silenzio.

Il movimento giovanile di protesta accusa il regime della Repubblica islamica di volersi vendicare del coraggioso attivismo delle donne che hanno generato un moto di ribellione nonviolenta che sta scardinando le fondamenta ideologiche su cui si basa la teocrazia.

L’opposizione sia in patria che in esilio sostiene che dietro questi gravissimi atti criminali vi sia la mano del regime che avrebbe incaricato gruppi di estremisti religiosi di mettere in atto tali azioni terroristiche nei confronti delle studentesse che si oppongono all’obbligo dell’hijab per escluderle dalle scuole e tenere dunque lontane dall’istruzione pubblica le alunne senza velo che hanno di fatto abbattuto l’apartheid di genere in Iran.

Sotto accusa è l’organizzzazione sciita Hamian-e Velayat, un gruppo estremista religioso che nel passato aveva lanciato attacchi contro i derwishi. Hamian-e Velayat è molto legata al figlio della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei e ai pasdaran. L’obiettivo della parte più radicale del regime sarebbe quelli di terrorizzare la popolazione.

L’avvelenamento di massa degli studenti sta rivelando una strategia terroristica mirante a costringere le adolescenti a indossare l’hijab e a dissuaderle dal manifestare.

Alcuni medici hanno confermato la sintomatologia tipica da avvelenamento da agenti organofosfato che provoca forte sudorazione, eccesso di salivazione, vomito, ipermotilità intestinale, diarrea, perdita momentanea della vista, difficoltà respiratorie e paralisi, fino all’esito della morte. Tali sintomi si possono presentare anche a distanza di due settimane.

La rete Shargh sostiene che durante l’attacco chimico gli assistenti scolastici indossavano mascherine, ma nessuna mascherina era stata distribuita ai ragazzi.

Gli attacchi con avvelenamento da agenti nervini si sono registrati nelle università e nei licei di Tehran, del Khuzestan, Lorestan, Khorasan Razavi, Fars, Isfahan, Alborz, Markazi, Ardabil, Golestan, Yazd, Hamedan, Azerbaigian occidentale e orientale e perfino il Conservatorio femminile di Kardanesh a Tabriz.

Il viceministro della Sanità, Yunus Panahi, è stato costretto a rilasciare una dichiarazione. Ha confermato i casi di avvelenamento e ha ammesso che si tratta di azioni deliberate avanzando sospetti su alcuni gruppi islamisti sciiti estremisti contrari a che le ragazze adolescenti frequentino la scuola. Qualcosa di simile sta accadendo in Afganistan. Ma i manifestanti sostengono che è in atto una strategia da parte delle autorità iraniane mirante a terrorizzare le donne che non intendono osservare l’obbligo del velo. “Vogliono che tutte le scuole, in particolare quelle femminili, vengano chiuse”, affermano.

Il procuratore generale Mohammad Jafar Montazeri ha ordinato un’indagine penale su tali accadimenti. Il portavoce del regime Ali Bahadori Jahromi ha confermato che i Ministeri dell’Intelligence e dell’Istruzione stanno indagando per scoprire la causa degli avvelenamenti.

Ma al momento le autorità della Repubblica islamica sembrano tollerare questi casi di avvelenamento seriali. Nonostante siano trascorsi più di tre mesi dall’inizio degli attacchi chimici nelle scuole, non hanno ancora identificato e arrestato gli autori di tali orribili atti.

Il regime non riuscendo più a far rispettare l’odioso codice di abbigliamento starebbe ricorrendo alla strategia terroristica per costringere le mamme a fare indossare il velo alle loro figlie o a non mandarle più a scuola.

Nei parchi, nei caffè, nei ristoranti, nei centri commerciali, e in tutti i luoghi frequentati dai giovani, le ragazze mostrano il loro capo scoperto.

Per gran parte delle giovani donne, comprese celebrità del mondo dell’arte, dello spettacolo e dello sport, “l’era dell’hijab forzato è ormai finita”.

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Leadership empatica e inclusiva. La lezione del Casd per i comandanti di domani


Chi è un buon leader, e quali sono le caratteristiche che deve possedere per riuscire a guidare le società e le organizzazioni a loro affidate al successo? Sono stati questi gli interrogativi al centro del convegno La mia Leadership promosso dal Centro al
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Chi è un buon leader, e quali sono le caratteristiche che deve possedere per riuscire a guidare le società e le organizzazioni a loro affidate al successo? Sono stati questi gli interrogativi al centro del convegno La mia Leadership promosso dal Centro alti studi per la Difesa (Casd), in collaborazione con Elettronica, e dedicato al delicato tema dell’arte del comando. Lo ha fatto rivolgendosi alle riflessioni di esperti provenienti da realtà molto diverse perché, come ricordato dal presidente del Casd in apertura, l’ammiraglio Giacinto Ottaviani, “la leadership è trasversale, è per quanto gli ambiti siano differenti, esiste sempre il fattore comune della necessità di gestire le risorse”. Non è del resto un caso che il convegno si sia tenuto presso il prestigioso ente militare, come ricordato da Ottaviani infatti, “la leadership è di casa qui”. L’istituto infatti forma i comandanti delle nostre Forze armate e non solo, ricomprendendo militari esteri e dirigenti civili.

L’intelligenza emotiva

Ad aprire il convegno è stata la presentazione del professor Daniel Goleman, che ha illustrato le caratteristiche dell’intelligenza emotiva, quella capacità empatica di cui lo studioso è considerato il teorico fondatore. Per Goleman, infatti, la domanda di partenza per i suoi studi è stata “perché un comandante è più efficace di altri”, a parità di conoscenze tecniche? La risposta sta nell’uso intelligente delle emozioni, nella capacità di auto-coscienza, e nell’empatia, che consente di costruire relazioni efficaci con le persone che si ha intorno. Tutte capacità che sempre più spesso sono ricercate anche dalle aziende, con la richiesta delle cosiddette soft skill che è aumentata negli ultimi anni del 30%, a fronte di un calo della richiesta di hard skill del 40%. Le capacità tecniche, infatti, possono essere considerate il punto di partenza, ma quello che davvero fa la differenza è l’empatia di un leader. “Se le persone amano quello che stanno facendo, si sentono coinvolte, lavorano meglio, e questo aumenta non solo la soddisfazione, la salute fisica e mentale, ma anche i risultati, che in un’azienda significano profitti”. Al contrario, bullizzare, ignorare i bisogni altrui, pretendere dagli altri quello che non si pretende per sé creano leader peggiori. “La leadership, infatti – ha chiosato Goleman – comincia con il saper guidare sé stessi”.

La persona al centro

Al centro di tutte le riflessioni è sempre rimasto costante il ruolo della persona. Come ricordato dal video messaggio inviato dal presidente del Coni, Giovanni Malagò, “sono le persone a fare il ruolo, e non viceversa”, ricordando come troppo spesso si assiste a un abuso della carica senza che vi sia una sostanziale riconoscibilità dell’autorevolezza del leader. L’importanza della persona al centro della riflessione emerge soprattutto in un secolo come questo, “un momento di trasformazione sociale e tecnologico” come ricordato dal ceo di Elettronica, Domitilla Benigni, per cui il leader deve essere in grado di capire e interpretare il cambiamento. Le caratteristiche “di assertività e leader gerarchica” non sono adatte alla nuova società, dove c’è bisogno non di “leader eroi soli al comando, ma gruppi coinvolti in processi diffusi”, più veloci e flessibili. Questo è tanto più importante nel momento in cui si affronta il delicato equilibrio tra umani e macchine, con il ruolo del leader che deve “potenziare il fattore umano nella civiltà delle macchine e digitale”, ha detto ancora Benigni. In questo, dunque, il leader deve essere inclusivo, un tema che si lega anche a quello della leadership al femminile “un aspetto sottovalutato, ma le donne hanno delle caratteristiche distintive di leadership visionaria, con una maggiore visione inclusiva” capace di stimolare e valorizzare il potenziale dei propri collaboratori.

Le qualità di un comandante

E sono proprio i collaboratori i giudici della qualità di un buon leader. “Per rispondere alla domanda se sono stato all’altezza degli uomini e delle donne che ho avuto l’onore di guidare bisogna chiederlo proprio a loro”, ha infatti sottolineato il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. “Tutti cerchiamo un leader” ha aggiunto l’ammiraglio, ricordando come i leader sono coloro “che in un secondo fanno la differenza, capaci di salvare le vite dei propri commilitoni e delle popolazioni loro affidate”. Saper scegliere buoni leader, tra l’altro, è l’arduo compito che spetta ai comandanti. “Ma come si trova un buon leader?” si è domandato Cavo Dragone. La storia aiuta con gli esempi, alcuni citati dall’ammiraglio, da Giovanna D’Arco a Martin Luther King e Nelson Mandela. Il leader, dunque, è chi sa distinguere in un attimo la scelta giusta da quella sbagliata, dando priorità al bene comune, mettendo la dignità al primo posto e pronto al sacrificio per gli altri, “e con una rigida bussola etica e morale, altrimenti ricadrebbe inesorabilmente nella categoria dei tiranni”. Per Cavo Dragone, tra l’altro, il leader spesso si trova nelle ultime file “ma che quando parla fa calare il silenzio” pronto a una vita di responsabilità. Per il capo di Stato maggiore della Difesa, dunque, le virtù di un buon comandante militare sono “principi etici e morali, professionalità, la capacità di pretendere il merito e riconoscerlo negli altri, e l’attitudine militare, il coraggio di optare per la scelta migliore anche e difficile”.

Le virtù di un leader

A guidare il leader, il presidente emerito del Pontificio consiglio della Cultura, Cardinale Gianfranco Ravasi, deve esserci anche una bussola morale ed etica. Una serie di stelle-guida, racconta il sacerdote, già teorizzate dagli autori classici, a partire da Platone, Socrate, fino a Cicerone e passata a Sant’Agostino. “La prima stella è il verum, la verità” la costante ricerca di ciò che è vero nel mondo. “La seconda è il bonum, l’etica, la capacità di distinguere il bene dal male”, spiega ancora Ravasi, che conclude con la terza stella, “il pulchrum, il bello”. Il leader, infatti, deve possedere anche una dignità esteriore, un linguaggio capace di rappresentare in modo coinvolgente il proprio messaggio. Naturalmente, però, per il cardinale il leader deve possedere anche una quarta capacità, l’umiltà, “in latino le due parole che indicano la leadership sono magister, il capo, dal latino magis ‘più’, ma anche minister, che viene da minus ‘meno’, e indica la capacità di mettersi spalla a spalla con i propri subalterni”.


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La vittoria di Pirro dell’Europa sugli USA


« Non vogliamo alimentare guerre commerciali con l’Inflation Reduction Act ma solo un po’ di concorrenza amichevole. Per questo ripetiamo all’Europa, fate come noi, aiutate di più la vostra industria» ha esortato l’altro ieri Jennifer Granholm, la segreta

«Non vogliamo alimentare guerre commerciali con l’Inflation Reduction Act ma solo un po’ di concorrenza amichevole. Per questo ripetiamo all’Europa, fate come noi, aiutate di più la vostra industria» ha esortato l’altro ieri Jennifer Granholm, la segretaria Usa all’Energia, alla vigilia della missione americana di Ursula von der Leyen. Che l’ha letteralmente presa in parola. Quasi in contemporanea all’incontro alla Casa Bianca con il presidente Joe Biden, la presidente della Commissione ha fatto annunciare a Bruxelles il nuovo codice europeo per gli aiuti di Stato, più flessibile per permettere all’industria europea di recuperare i suoi ritardi competitivi e cavalcare al meglio le sfide del clean tech e della transizione climatica e digitale.

È questa la prima risposta concreta dell’Unione europea all’Inflation Reduction Act, il piano americano da 370 miliardi di dollari di sovvenzioni e prestiti per accelerare la conquista della frontiera verde nella produzione di energia, infrastrutture, prodotti puliti, auto elettrica in testa. «Nessuno però intende cadere nella trappola della corsa ai sussidi pubblici a suo tempo orchestrata da Boeing e Airbus» precisa uno dei negoziatori europei. Che avverte una sostanziale sintonia sugli altri temi in agenda, dagli aiuti all’Ucraina all’aggiramento delle sanzioni alla Russia da parte di Paesi terzi – Cina inclusa – alla sicurezza economica.

Dopo gli scontri ad alta tensione, tra le sponde dell’Atlantico spira vento di cooperazione: in tempi di guerra nessuno può uscire troppo dal seminato se non a proprio rischio. E così, dopo le concessioni già fatte in dicembre sui veicoli commerciali Ue in leasing, ammessi al credito di imposta IRA da 7.500 dollari, ora l’Amministrazione Biden è pronta a un passo ulteriore a favore dell’industria europea: l’apertura di negoziati su un nuovo tipo di accordi di libero scambio, di portata limitata, con i Paesi alleati: Ue, Giappone e Gran Bretagna.

Obiettivo, estendere gli incentivi dell’IRA, fino a 3.750 dollari, anche ai fornitori Ue di materie prime sensibili necessarie per produrre batterie di auto elettriche “made in Usa”, riducendo così il quasi monopolio della Cina nel settore. La guerra russa in Ucraina ha ricompattato e arricchito di nuovi membri l’alleanza militare Nato. Ora sicurezza economica e autonomia strategica nelle catene del valore impongono un percorso parallelo di crescente integrazione dell’Occidente sotto lo schiaffo dall’antagonismo cinese nelle industrie e tecnologie del futuro.
Peccato che alla partita a scacchi sul nuovo ordine mondiale, che viaggia verso il vecchio schema dei blocchi contrapposti, l’Europa si sieda, nonostante la grande resilienza mostrata in questo anno di guerra, con troppi ritardi e fragilità irrisolte.

Costretta di fatto a raddoppiare la vecchia scelta dell’opzione americana senza veri margini di potere negoziale con gli Stati Uniti – e men che meno con la Cina – favorendo così di fatto la morte del multilateralismo di cui pure resta fervente e ormai inascoltata paladina. Più nell’immediato, la rappacificazione euro-americana sull’IRA rischia nei fatti di rivelarsi una vittoria di Pirro: la riduzione dei danni ottenuta sulla carta per l’industria europea rischia di fatto di volatilizzarsi al canto delle sirene Usa.

Peggio, di annegare nella guerra degli aiuti di Stato intra-Ue dopo aver scongiurato formalmente quella transatlantica. Da un lato, nonostante l’ammortizzatore del riorientamento flessibile nell’uso dei fondi Ue per i Paesi con pochi margini di manovra finanziaria, la potenza di fuoco dei bilanci di Germania e Francia rischia di far saltare il mercato unico e di avvelenare i rapporti tra i 27 creando di fatto un’Europa economico, industrial-tecnologica a più velocità di sviluppo e di competitività. Dunque, più vulnerabile alle divisioni interne e meno incline alla fiducia reciproca, già faticosa.

Dall’altro lato, le concessioni degli Stati Uniti all’Europa non potranno certo cambiare la realtà di una partnership obbligata, ma decisamente sbilanciata, tra gli scatti della gazzella americana lanciatissima nella corsa al futuro e i riflessi torpidi del pachiderma Europa frenato da regole, burocrazia e governance istituzionale troppo tortuose. Sono passati soltanto 7 mesi dal varo dell’IRA e già più di 100 società dell’indotto dell’auto elettrica hanno annunciato investimenti negli Stati Uniti.

Josu Imaz, amministratore delegato della spagnola Repsol, sedotto dalla «semplicità dell’IRA», quest’anno destinerà il 40% delle spese di bilancio alla scommessa americana e il 25% a quella iberica. Volkswagen potrebbe decidere di rinunciare alla produzione di batterie nell’Europa dell’Est per trasferirsi negli Usa incassando 9-10 miliardi di sovvenzioni IRA: attende solo di sapere la controfferta Ue consentita dal nuovo codice degli aiuti. La giapponese Mitsubishi definisce il sistema americano «un magnete irresistibile per l’industria». Se poi si aggiungono recenti dubbi e ripensamenti legislativi sui ritmi della transizione verde dopo l’esaltazione iniziale, quella europea oggi più che una rincorsa a troppi ostacoli, sembra un labirinto dalle misteriose vie d’uscita.

Il Sole 24 Ore

L'articolo La vittoria di Pirro dell’Europa sugli USA proviene da Fondazione Luigi Einaudi.