La riforma Cartabia accentua per il pm il carattere di “accusatore”


Pubblica accusa o organo di giustizia? Parte nel processo o garante della legalità? La natura del pubblico ministero è una vexata quaestio del dibattito giuridico, mai realmente conclusa. Nota è la definizione di parte imparziale, un bisticcio terminologi

Pubblica accusa o organo di giustizia? Parte nel processo o garante della legalità? La natura del pubblico ministero è una vexata quaestio del dibattito giuridico, mai realmente conclusa. Nota è la definizione di parte imparziale, un bisticcio terminologico, come evidenziato anche dalla Cassazione. Il tema è di estrema rilevanza e di particolare attualità, essendo un nodo cruciale nella strada per la separazione delle carriere. I magistrati requirenti e la Anm propendono per il carattere dell’imparzialità. Al contrario, i penalisti italiani ritengono prevalente la natura di parte del pubblico ministero, a sostegno della necessità di costituire due distinti Csm, come ricordato da Giuseppe Benedetto nel saggio Non diamoci del tu.

La nuova regola di giudizio per l’archiviazione e l’udienza preliminare, tra le più significative modifiche della riforma Cartabia, ha riacceso il dibattito sul punto. Già nel 2021, quando in Parlamento si approvava la legge delega, il Csm e il Procuratore Capo di Bologna, Giuseppe Amato, rilevavano che la prognosi di condanna attribuisse una inedita funzione di controllo al pm. Il vaglio più stringente sul bivio azione/ inazione sarebbe la nitida dimostrazione della natura super partes degli uffici di Procura, che non devono patire la chiusura delle indagini come una “sconfitta”. Ecco, allora, che sarebbero smontate tutte le tesi di coloro che domandano la separazione delle carriere.

A giudizio di chi scrive, la novella in esame è indice dell’esatto contrario, perché, come si dirà, la nuova regola di giudizio avvicinerà molto il pubblico ministero italiano al public prosecutor degli ordinamenti di Common Law.

Una premessa necessaria: il carattere di parte del pubblico ministero non può ovviamente emergere durante le indagini, quando la notizia di reato è ancora sfumata. È in dibattimento, dopo l’esercizio dell’azione, che prevarrà il carattere di “accusatore”. In tal senso, la riforma Cartabia ci fornisce un dato di nitida evidenza: il pubblico ministero eserciterà nel processo soltanto le funzioni d’accusa. Infatti, se ha agito ritenendo di avere elementi a sostegno di una prognosi di condanna, delle due l’una: o si giunge all’accertamento della responsabilità dell’imputato, o ha errato nelle sue valutazioni.

Tertium non datur. Pertanto, il carattere di parte del requirente è accentuato dalla riforma, non ridotto. Non si trascuri, inoltre, il significativo condizionamento psicologico a cui potrebbe essere soggetto il giudice del dibattimento. Si troverà davanti a un fascicolo su cui il pm (e anche il Gup) si è già pronunciato in termini di probabile responsabilità penale. Ne consegue, allora, che le istanze per la separazione delle carriere siano ancor più fondate di prima. La riforma ha prodotto significativi effetti anche sull’azione penale. Non si dimentichi, infatti, che la Corte costituzionale ha dedotto dal principio dell’obbligatorietà il criterio del favor actionis (sent. 88/1991). In tal senso, l’art. 112 Cost. imporrebbe che l’azione sia esercitata ogni qualvolta manchi l’oggettiva infondatezza della notizia di reato. Questo elemento va letto in combinato disposto con la nuova regola per l’iscrizione della notitia criminis: il fatto deve essere determinato, non inverosimile e riconducibile ad una fattispecie incriminatrice. Si rende immediatamente percettibile il maggior ambito di valutazione di cui godrà il magistrato circa l’inizio delle indagini. L’azione penale obbligatoria, già oggetto di evidentissimi deficit di attuazione, potrebbe essere erosa ancor di più dalla riforma. In conclusione, emerge che la nuova regola di giudizio accentui il carattere di parte del pm e si allontani dalla stretta osservazione dell’obbligatorietà dell’azione. Vi è anche un dato empirico che appare schiacciante: l’evidential succiciency è il criterio fondamentale del pubblico ministero nord- americano, che va a dibattimento solo quando è certo della condanna. Infatti, i suoi progressi di carriera dipendono dal numero di “vittorie”. E allora, se così stanno i fatti, la strada non può che essere una: la separazione delle carriere.

Il Dubbio

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Scuola di Liberalismo 2023 – Luigi Marattin, “Tassazione versus vessazione”


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#uncaffèconLuigiEinaudi – Non vi è limite…


Non vi è limite alla quantità di opere pubbliche destinate a rendere più feconda l’opera dei produttori e più bella la vita dei cittadini Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaud
Non vi è limite alla quantità di opere pubbliche destinate a rendere più feconda l’opera dei produttori e più bella la vita dei cittadini

Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

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“Ali per la libertà”. Il generale Davis spiega il suo sì ai caccia a Kyiv


Gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero fornire all’Ucraina aerei da combattimento occidentali ad ala fissa? Sì, in particolare jet da combattimento multiruolo, di fabbricazione occidentale o russa. L’Ucraina merita tutto ciò che l’Occidente può forni

Gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero fornire all’Ucraina aerei da combattimento occidentali ad ala fissa?

Sì, in particolare jet da combattimento multiruolo, di fabbricazione occidentale o russa. L’Ucraina merita tutto ciò che l’Occidente può fornirle per la sua lotta. L’Occidente non dovrebbe farsi scoraggiare dalle minacce bellicose e dalla campagna di disinformazione della Russia e dovrebbe ascoltare l’emozionante richiesta del Presidente Zelenskyy al Parlamento britannico, l’8 febbraio, di fornire “ali per la libertà”.

Questi caccia possono essere utilizzati per rafforzare la difesa dell’Ucraina, basata principalmente su “armi combinate” di terra, contro l’offensiva russa e per riconquistare il territorio occupato illegalmente dalle forze russe.

I piloti e i tecnici ucraini possono imparare a pilotare e a revisionare i caccia che ricevono. Inoltre, si può ritenere che i vertici militari ucraini impiegheranno con successo qualsiasi velivolo venga loro fornito, nel rispetto dei limiti imposti dai leader occidentali.

I piloti ucraini sono stati straordinariamente bravi a continuare a volare in missioni di combattimento, proteggendo e mantenendo una piccolissima forza di MiG ed elicotteri contro una vasta gamma di moderne difese aeree e terrestri russe. Le forze e i leader ucraini hanno dimostrato creatività, ingegno e intraprendenza nell’impiego dei sistemi d’arma terrestri ricevuti dalle nazioni occidentali. Dobbiamo aspettarci che continuino a farlo con qualsiasi velivolo venga loro fornito.

Imparare a pilotare e manutenere i caccia di fabbricazione occidentale richiederà tempo e dovrà essere accompagnato da forniture e strumenti per mantenerli pronti all’uso. Potrebbero essere necessarie ulteriori macchine spazzatrici di piste e strade per rimuovere i detriti. Dovranno essere dispersi, protetti, armati e dispiegati da luoghi con piste sufficientemente lunghe per il decollo e l’atterraggio. Questi sono tutti fattori di pianificazione, ma non motivi per negare i caccia all’Ucraina.

Quali sarebbero i migliori?

L’Ucraina ha bisogno di caccia multiruolo in grado di condurre una serie di attacchi al suolo, interdizione aerea e missioni di difesa aerea e superiorità aerea. I Paesi occidentali dispongono di diversi caccia che potrebbero fare al caso loro, dagli F-16 agli Eurofighter e ai MiG-29. Anche i Gripen e i MiG-21 potrebbero essere disponibili.

Ecco un rapido riassunto di ciò che si può o si potrebbe offrire. L’anno scorso la Polonia si è offerta di fornire 28 MiG-29 recentemente dismessi, un tipo di aereo che l’Ucraina già utilizza. La Slovacchia si è offerta di fornire la sua piccola flotta di MiG-29 (secondo quanto riferito, 11 dei 12 sono stati ritirati nel 2022). Il Regno Unito si è offerto di addestrare i piloti ucraini sui suoi Eurofighter Typhoon, senza specificare il numero o la data in cui potrebbe fornirli. Il Regno Unito ha già pianificato il ritiro di 24 Typhoon entro il 2025. Anche l’Italia, la Spagna e la Germania possiedono questi aerei, anche se nessuno di questi Paesi ha accennato a fornire caccia all’Ucraina.

Gli Stati Uniti, la Danimarca, la Francia, i Paesi Bassi e la Romania non hanno escluso i caccia e hanno aerei disponibili per il trasferimento. Insieme, gli Stati Uniti e la Danimarca dispongono di oltre 1.300 F-16. Il Congresso degli Stati Uniti ha autorizzato l’USAF a ritirare 48 F-16 lo scorso anno. La Romania sta passando dai MiG-21 agli F-16.

In conclusione, sono disponibili numerosi velivoli, ma al momento sono più i contrari che i sostenitori a promuovere il trasferimento di jet occidentali all’Ucraina.

Che differenza farebbero nella guerra?

Se forniti in numero e con velocità sufficienti, i jet da combattimento consentirebbero all’Ucraina di difendere e riconquistare il territorio occupato. Gli aerei da combattimento che operano con funzione di interdizione aerea o di supporto a terra fornirebbero la necessaria capacità di attacco standoff a sostegno delle operazioni difensive e controffensive. Sarebbero in grado di colpire una serie di obiettivi chiave per l’Ucraina, come il comando e le comunicazioni (C2) russo, i rifornimenti e i nodi logistici, la difesa aerea, le capacità di guerra elettronica (EW) e, naturalmente, le unità di manovra (corazzate/meccanizzate/motorizzate) e le unità di fuoco indiretto.

I jet da combattimento in un ruolo di difesa aerea o aria-aria possono sconfiggere i MiG russi e, con il radar e le munizioni giuste, i droni e i missili da crociera. I caccia occidentali hanno generalmente un’avionica migliore, radar migliori, sistemi di guida migliori, contromisure EW migliori e missili migliori rispetto alle loro controparti russe. I jet russi possono essere più manovrabili, ma è improbabile che i piloti russi siano ben addestrati come le loro controparti occidentali o ucraine. L’arrivo di veicoli da combattimento occidentali, di sistemi di fuoco a lungo raggio e di difesa aerea, insieme ai jet da combattimento, consentirebbe una controffensiva di successo per riconquistare il territorio ucraino e sconfiggere l’obiettivo di Putin di annettere e mantenere porzioni dell’Ucraina orientale e meridionale.

Ma ci sono grandi domande a cui rispondere: ci sarà il via libera, quando e in che numero?

In termini di tempistica, supponendo che la decisione venga presa nei prossimi giorni, ci vorranno diverse settimane per addestrare i piloti a pilotare gli aerei di fabbricazione occidentale e alcuni mesi per impiegarli effettivamente. Gli aerei di fabbricazione occidentale non sarebbero disponibili prima dell’autunno, nella migliore delle ipotesi. Ma i MiG-29 e i MiG-21, meno performanti, potrebbero essere integrati molto più rapidamente, forse già quest’estate.

L’anno scorso i dirigenti dell’USAF hanno stimato che ci vorrebbero dalle quattro alle sei settimane per addestrare gli attuali piloti di MiG a pilotare un F-16, e altri tre-sei mesi per utilizzare efficacemente i suoi sensori e sistemi d’arma. I programmi di addestramento dei partner dell’USAF esistono già per l’F-16 e per altri jet di produzione statunitense. L’addestramento degli equipaggi di manutenzione e la spedizione di munizioni, ricambi, strumenti e attrezzature di supporto potrebbero avvenire in contemporanea. La Polonia e la Slovacchia dovrebbero essere incentivate e sostenute nel fornire i loro MiG-29 il prima possibile.

In termini numerici, in Polonia e Slovacchia ci sono abbastanza MiG-29 per formare due squadroni di quattro voli ciascuno (32 aerei in totale), che probabilmente raddoppierebbero la flotta operativa dell’Ucraina. Ci sono abbastanza F-16 disponibili per formare molti altri squadroni, ma i fattori limitanti sarebbero gli allievi piloti e i manutentori ucraini disponibili per l’addestramento, i rifornimenti necessari per armare e sostenere i jet e le infrastrutture per supportarli. E non è troppo presto per iniziare a pensare a lungo termine alla forza aerea di cui l’Ucraina avrà bisogno dopo il conflitto. Una combinazione di F-16 occidentali e MiG-29 di produzione russa potrebbe essere un mix sostenibile.

Se l’Occidente fornisse i jet, ci sarebbe ancora una ragione per negare all’Ucraina le munizioni per l’artiglieria a più lungo raggio?

Le preoccupazioni occidentali sui sistemi a lungo raggio si sono concentrate sul rischio di escalation e di potenziale allargamento della guerra alle nazioni alleate. Le minacce, le spacconate, la disinformazione e la propaganda russe hanno seguito ogni decisione occidentale di fornire all’Ucraina importanti sistemi d’arma.

È tempo che i leader occidentali si impegnino a sostenere l’Ucraina nel suo sforzo di ripristinare la piena integrità territoriale e di opporsi all’aggressione e ai giochi di potere di Putin.

Ciò include la fornitura di munizioni d’artiglieria a più lungo raggio, come la “bomba a piccolo diametro lanciata da terra” (ora in arrivo) e i sistemi missilistici tattici dell’esercito (non ancora approvati). L’Ucraina dovrebbe avere fiducia nell’impiego dei sistemi e delle munizioni occidentali che riceve per ripristinare il territorio occupato e astenersi dal colpire le infrastrutture civili o i civili in Russia.

I leader politici occidentali si sono lentamente mossi con un’assistenza militare sempre maggiore, spinti dalle chiare prove della barbarie della Russia. Ma soprattutto, c’è una necessità esistenziale per l’Occidente di stare al fianco di una nazione europea democratica sotto attacco per prevenire futuri conflitti in Europa; ulteriori esitazioni inviterebbero proprio a questo.

Questo articolo è apparso per la prima volta sul sito del Center for European Policy Analysis con il titolo “Send Western Wings for Ukraine’s Freedom”(traduzione di Formiche.net).


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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: Cerimonia conclusiva della XII Edizione della Scuola di Liberalismo FLE di Messina


Ultimo atto dell’edizione 2022/23 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo, con il patrocinio della Regione

Ultimo atto dell’edizione 2022/23 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo, con il patrocinio della Regione Siciliana e di cinque Ordini professionali (Architetti, Avvocati, Ingegneri, Medici Chirurghi ed Odontoiatri, Notai) di Messina.

Sabato 18 febbraio, a partire dalle ore 9.30, presso l’Auditorium della Gazzetta del Sud (in via Uberto Bonino n. 15/C, Messina), si svolgerà la cerimonia conclusiva della dodicesima edizione messinese del ciclo di lezioni dedicato alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale ed articolatosi in 14 lezioni (di cui 3 tenute in presenza ed 11 erogate in modalità telematica).

A partire dalle 9.30 si terrà la tavola rotonda “Gaetano Martino: Scienziato, Rettore, Statista, Europeista”, nella quale verrà ricordata ed omaggiata la figura dell’on. prof. Gaetano Martino (1900- 1967), docente di Fisiologia umana dapprima presso l’Università di Messina (di cui fu Rettore dal 1943 al 1957) e poi presso l’Università “La Sapienza” di Roma (di cui fu Rettore dal 1966 al 1967), Deputato della Repubblica Italiana dalla I alla IV legislatura, membro dell’Assemblea Costituente, Ministro degli Affari Esteri dal 1954 al 1957 (in tale veste fu promotore della Conferenza di Messina del 1955 a cui parteciparono i Ministri degli Esteri della Comunità europea del carbone e dell’acciaio – CECA, nonché tra i firmatari dei Trattati di Roma del 1957 istitutivi della Comunità economica europea), Presidente del Parlamento europeo dal 1962 al 1964 e, soprattutto, insigne esponente del Partito Liberale Italiano (del quale fu anche Presidente dal 1961 al 1967). L’incontro sarà presieduto ed introdotto dal prof. Pippo Rao (Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina e membro del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi), con i saluti istituzionali del dott. Federico Basile (Sindaco di Messina) e gli interventi del prof. Rosario Battaglia (già Ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Messina, del prof. Salvatore Cuzzocrea (Magnifico Rettore dell’Università di Messina), del prof. Giuseppe Gembillo (Direttore Scientifico della Scuola di Liberalismo di Messina), del dott. Lino Morgante (Presidente della Fondazione Bonino-Pulejo), del prof. Giovanni Moschella (Prorettore Vicario dell’Università di Messina), dell’on. avv. Enzo Palumbo (componente della Commissione Giustizia della Fondazione Luigi Einaudi), del prof. Marcello Saija (Ordinario di Storia delle Istituzioni Politiche presso l’Università di Palermo) e della prof.ssa Angela Villani (Ordinaria di Storia delle Relazioni internazionali presso l’Università di Messina). Le conclusioni saranno affidate all’avv. Giuseppe Benedetto (Presidente della Fondazione Luigi Einaudi).

A seguire, dalle ore 12.30 in poi, si svolgerà la premiazione dei vincitori delle cinque borse di studio, messe in palio a favore dei corsisti (di età inferiore ai 32 anni e frequentanti almeno i 2/3 delle lezioni della Scuola) che hanno svolto delle tesine sui temi oggetto del corso. Le borse di studio, tutte del valore di 500 € ciascuna e tutte intitolate alla memoria dell’on. prof. Gaetano Martino, sono state stanziate dall’Università degli Studi di Messina (in numero di due), dalla Fondazione Bonino-Pulejo, dalla Fondazione Luigi Einaudi e dal Coordinamento messinese della Fondazione Luigi Einaudi.

Della cerimonia di chiusura è prevista la realizzazione di una diretta streaming sulla pagina Facebook della Scuola di Liberalismo di Messina (facebook.com/scuoladiliberalis…).
La partecipazione all’evento è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

Visita la pagina della Scuola di Liberalismo 2022 – Messina

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Modernizzazione, 2% ed export. La Difesa fa il punto in Parlamento


Istituzioni, Forze armate e industria hanno presentato al Parlamento le vulnerabilità e le esigenze del settore della Difesa. Il ministro Guido Crosetto, il capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Pietro Serino, e il presidente di Aiad, Giuseppe Co

Istituzioni, Forze armate e industria hanno presentato al Parlamento le vulnerabilità e le esigenze del settore della Difesa. Il ministro Guido Crosetto, il capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Pietro Serino, e il presidente di Aiad, Giuseppe Cossiga, nel corso di tre diverse audizioni davanti alle commissioni delle Camere, hanno descritto ai legislatori italiani le necessità di cui lo Stato ha bisogno per dotarsi di uno strumento militare adeguato alle necessità dell’attuale scenario globale di insicurezza.

Modernizzare le Forze armate

Gli eventi bellici in Ucraina “hanno evidenziato l’esigenza di mantenere apparati militari efficaci e prontamente impiegabili” ha ricordato il generale Serino, registrando come le specificità operative, con l’ingresso di nuove tecnologie, obblighi l’Esercito a “rinnovare i propri equipaggiamenti e sistemi d’arma”, ripristinando capacità convenzionali e potenziando quelle dei nuovi ambiti operativi, dalla guerra elettronica, ai droni, fino alla difesa contraerea. Per il capo di Stato maggiore, questi processi “richiedono adeguate risorse, certezza, profondità e stabilità degli stanziamenti” e le nuove richieste, se non gestite correttamente, rischiano di pesare negativamente sulla produzione e sulle imprese. Per evitare questo sovraccarico, ha affermato ancora il generale, bisognerebbe giungere a un fondo d’investimento che abbia una profondità temporale di almeno tre anni.

La Difesa fuori dai vincoli di stabilità

Il tema dei fondi per la Difesa, e in particolare il raggiungimento del 2% del Pil da dedicare al settore, è stato affrontato anche dal ministro Crosetto, di ritorno dal vertice Nato di Bruxelles. Come ribadito dal titolare di palazzo Baracchini, l’impegno del 2% assunto nel 2014 è ormai considerato dall’Alleanza Atlantica un punto di partenza, con numerosi Paesi che già spingono per superarlo. Di fronte alle difficoltà economiche del Paese, tuttavia, il ministro è tornato a proporre come misura lo scorporo delle spese della Difesa dai vincoli di bilancio, “l’unico modo per non togliere risorse a interventi sociali”. “Il tema del 2% verrà posto al prossimo vertice di Vilnius – ha ricordato il ministro – e noi rischiamo di essere gli unici a non raggiungerlo o a non essere chiari nei tempi con cui lo raggiungeremo, quando gli altri Paesi già parlano del 3%”.

L’importanza dell’export

Supportare la Difesa, poi, vuol dire anche velocizzare le pratiche interne dello Stato sulle attività relative alle esportazioni del comparto industriale, un settore che da solo vale circa un punto percentuale del Pil nazionale, con un valore, incluso l’indotto, di circa quaranta miliardi di euro. Del fatturato, due terzi proviene dall’export, che rappresenta nel complesso il 13% del saldo commerciale italiano. Di fronte a questa consapevolezza, ha registrato il presidente di Aiad Cossiga, la legge che regola le esportazioni militari “dà poca chiarezza ed è scarsamente immediata” concludendo come ci sarebbe bisogno di “migliorare la rapidità di esecuzione dell’export”.


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#LaFLEalMassimo – Episodio 83 – La lezione di Quaero


Mentre si avvicina l’anniversario dei tragici eventi che hanno riportato la guerra in Europa questa rubrica conferma il proprio sostegno alla popolazione ucraina e la condanna dell’invasione russa. In questi giorni si discute della possibilità che la dime

Mentre si avvicina l’anniversario dei tragici eventi che hanno riportato la guerra in Europa questa rubrica conferma il proprio sostegno alla popolazione ucraina e la condanna dell’invasione russa.

In questi giorni si discute della possibilità che la dimensione significativa dei sussidi previsti dall’Inflation Reduction Act promosso dal presidente Biden possa incentivare diverse imprese europee a delocalizzare verso gli Stati Uniti e sull’opportunità che l’Europa rincorra alcune componenti protezionistiche e politiche di supporto alle imprese locali implementate negli Stati Uniti. La storia recente ci insegna che cercare di tenere il passo con l’innovazione americana a colpi di aiuti di stato non è una buona idea. Come ricordato dal settimanale The Economist agli inizi degli anni duemila, mentre si consolidava il successo di Google tra i motori di ricerca la Francia, con il benestare dell’Unione Europea cercò di sostenere con un sostegno di oltre 100 milioni di euro un’impresa francese, Quero, che si proponeva come campione nazionale e antagonista americano.

Oggi sappiamo come è andata a finire, Google è diventato il motore di ricerca per antonomasia, è entrato nel lessico comune con un verbo sinonimo di ricercare e rientra tra le aziende con la maggiore capitalizzazione di borsa al mondo. Personalmente non conoscevo l’esistenza di Quero prima di averlo letto sul giornale britannico. Dopo gli allentamenti alla normativa sugli aiuti di stato introdotti durante la pandemia,
permane una forte tentazione per i politici delle nazioni europee di riversare ingenti contributi sulle aziende nazionali, nella speranza di tenere il passo con quanto avviene oltreoceano.

Si tratta di un errore di prospettiva con il rischio elevato di ripetere l’esperienza negativa del motore di ricerca francese. In Europa la normativa contro gli aiuti di stato ha funzionato in modo adeguato per evitare dannose politiche protezioniste e anche riguardo alla transizione ecologica sarebbe opportuno resistere alla tentazione di rincorrere gli Stati Uniti con l’unico probabile esito di distruggere denaro dei contribuenti. Invece di imitare in modo maldestro i più forti le nazioni europee dovrebbero concentrarsi sui punti deboli della propria unione: completare gli aspetti ancora carenti del mercato unico, specie per quanto riguarda le attività finanziarie, promuovere maggiori investimenti nella ricerca e sviluppo e incentivare formazione ed educazione. La via europea alla green economy può essere tanto efficace quanto differenziata rispetto a quella degli Stati Uniti.

Slava Ukraini

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InGiustizia


Istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla malagiustizia è la cosa più inutile immaginabile. S’incassa un presunto successo immediato, salvo perdere poi tempo, accertare quello che sappiamo benissimo e non rimediare a un bel niente. Se il mi

Istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla malagiustizia è la cosa più inutile immaginabile. S’incassa un presunto successo immediato, salvo perdere poi tempo, accertare quello che sappiamo benissimo e non rimediare a un bel niente. Se il ministro Nordio non si sbriga a presentare i testi, che portino nel legislativo la realizzazione di quel che ha programmaticamente esposto, si ritroverà macinato da mille urgenze quotidiane, tutte richiedenti pezze e senza possibili soluzioni. La maggioranza di governo pesterà l’acqua nel mortaio, le opposizioni pesteranno i piedi guardandosi bene dall’esporre proposte fattibili, tutti si cimenteranno nel solito sport del moralismo senza etica e saremo sempre fermi non in mezzo al guado, ma in mezzo al guano.

Due parole sull’ultimo (di una lunghissima serie) processo che ha riguardato Silvio Berlusconi: è semplicemente insensato che il contribuente finanzi da anni procedimenti privi di ragionevolezza. Il meretricio non è reato, se volete sapere tutto di questa materia e dei suoi risvolti pratici non dovete prendere libri di diritto, ma un capolavoro di Dino Buzzati: “Un amore” (1963). Ad Antonio piace pensarsi il padrone, ma Adelaide (detta Laide) lo intorta che è una bellezza. Se questa cavolata giudiziaria fosse durata una dozzina d’anni solo per Berlusconi, andrei ad abbracciarlo quale vittima e coglierei l’occasione per manifestargli il disgusto per quanto ha detto sull’Ucraina. Ma riguarda tutti e non possiamo abbracciarci collettivamente. Quindi serve cambiare, non lamentare.

Come? Anche qui, usate la letteratura: “Diario di un giudice” (1955), scritto da Dante Troisi. Non c’è nulla di nuovo, salvo la degenerazione metastatica del male. Fino a quando esisterà un potere irresponsabile di quel che fa, ogni degenerazione sarà possibile e ogni corretto funzionamento impossibile. Oramai anche Beppe Grillo va dicendo che i procedimenti penali riguardanti suoi familiari sono attacchi politici (citofoni a Bonafede, si feliciti per quel che lui stesso ha combinato e si congratuli per l’inciviltà grazie alla quale i suoi familiari sarebbero rimasti sotto processo per il resto della loro vita).

Il giudice deve sempre essere indipendente, ma non irresponsabile. Le sentenze che scriverà devono restare frutto del suo libero convincimento. Se continua a sbagliarle e vengono puntualmente riformate si tratta di un incapace e lo si invita a cambiare mestiere. I procuratori non sono giudici, ma magistrati (quando il giornalismo sarà meno analfabeta ci guadagnerà molto il livello della nostra vita collettiva). Gestendo l’accusa hanno in mano la parte immediata e più spettacolare della giustizia. Un mestiere difficile e che va rispettato, ma se continui a portare sul banco degli imputati cittadini che saranno assolti anche tu vai a fare un’altra cosa, perché crei danno e costi inutili alla giustizia. Contano i risultati. Quindi via il falso dell’obbligatorietà dell’azione penale. Una società funziona se la giustizia funziona, non se i magistrati si travestono da moralizzatori. Tanto più che quel mondo s’è dimostrato infestato e la dipendenza dalle correnti, a scopi carrieristici, è pestilenziale.

Una opposizione che volesse far politica avrebbe la strada spianata, pungolando Nordio a passare dalle parole ai fatti. In questo modo verificherebbe se la maggioranza è pronta a seguirlo o lo hanno mandato avanti perché non aveva e non ha alcuna forza politica. Se le riforme si faranno, se si introdurrà la separazione delle carriere e la responsabilità sarà un gran bene per il Paese e chi se ne importa di chi se ne prenderà il merito. Se non ci si riuscirà l’opposizione avrà un’occasione per far politica e non star lì a fracassarci l’anima su chi debba essere il prossimo egolatra sconfitto.

La politica non è l’opera dei Pupi. Darsi del Marrano facendo cozzare le corazze e ripetendolo tre volte al giorno è scena che ha fatto scappare gli elettori. Di tutti. Entrino nel merito. O cessino il disturbo.

La Ragione

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Fulminati


Stupisce lo stupore. E se non stupisce comunque disturba la superficialità, la grossolanità e la demagogia un tanto al chilo. Lasciamo perdere la politica, che si è tristemente abituati a quanti sperano d’essere creduti quando dicono una cosa e il suo opp

Stupisce lo stupore. E se non stupisce comunque disturba la superficialità, la grossolanità e la demagogia un tanto al chilo. Lasciamo perdere la politica, che si è tristemente abituati a quanti sperano d’essere creduti quando dicono una cosa e il suo opposto, ma qui è una gara populista cui partecipa anche il mondo dell’informazione. Sono gradite le opinioni diverse, ma non le informazioni false, monche o ammiccanti.

L’Europa, dunque, ci toglie le nostre vetture nel 2035. Che non è l’Europa, ma un voto del Parlamento europeo, dove ci si divide per opinioni politiche e non per nazionalità, così come in quello italiano non ci si divide per regioni. Il voto del Parlamento europeo arriva dopo la proposta della Commissione europea, che è già passata al Consiglio europeo. Sede nella quale è stata condivisa dal governo italiano, nell’ottobre del 2022, dopo un consueto negoziato fra i diversi interessi ed esigenze (al Ministero delle attività produttive sedeva l’attuale ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, che, se la memoria non m’inganna, milita nella Lega). La parte relativa alle autovetture è solo un tassello del più generale piano per la decarbonizzazione, con scadenza 2050 e diverse tappe intermedie. Piano che, alla sua adozione, non destò l’opposizione italiana e semmai in diversi lo ritennero in parte rinunciatario. Quindi non è una novità, è già stato approvato dal governo italiano e quella continua a chiamarsi “Unione europea”, non “Europa”, di cui noi continuiamo ad essere parte, sicché non ci impone un bel niente. In ogni caso le vetture a benzina ci saranno anche nel 2055, sempre che trovino un distributore di carburante, perché dal 2035 cesseranno le immatricolazioni, non la circolazione.

Fa specie trovare questo linguaggio approssimativo e stoltamente oppositivo su testate che talora s’impancano a dar lezioni ci coerenza europeista. Semmai sarebbe stato il caso di sottolineare le novità che il voto parlamentare ha introdotto, come gli stadi intermedi di accertamento e controllo che tutto fili liscio, come la necessità di piani finanziari che assecondino la transizione.

E veniamo agli interessi, di cui già parlammo quando la direttiva fu inviata al Parlamento e gli altri, evidentemente, non se ne accorsero. L’attuale mercato delle vetture non lo si conserva neanche volendo, tanto è vero che tutte le case produttrici già affiancano l’ibrido e l’elettrico. Se si allungano i tempi non si fa che ritardare la competitività dei nostri produttori, facendo un regalo a quelli allocati in altre aree del mondo. La favola che la direttiva sarebbe un regalo alla Cina presuppone l’ignoranza di quel mondo. Intanto perché il leader tecnologico si trova, semmai, negli Stati Uniti. Poi perché non stiamo parlando delle batterie che alimentano bici e monopattini (eravamo noi contro quei bonus, anche perché si davano soldi del contribuente a produzioni orientali), ma di accumulatori dove abbiamo noi un vantaggio tecnologico. Che si tratta di tradurre in produttivo, da qui le tappe intermedie.

Le case produttrici non dicono che è sbagliata la direttiva, ma ne approfittano per chiedere sovvenzioni. Cosa ben diversa. Mentre se ne lamenta una parte dell’indotto, perché chi produce pezzi di motore sarà spiazzato, se non riconverte. Ma l’Italia ha un indotto automobilistico vasto, che perderemmo veramente se i produttori europei restassero indietro.

Tutto bene? No. Perché c’è un enorme lavoro da fare nella produzione di energia e nella rete delle colonnine per le ricariche. E perché non c’è ragione al mondo per escludere in sede politica altre soluzioni tecnologiche, come l’idrogeno e i combustibili bio. Il tutto a tacere della questione ambientale, che i medesimi organi d’informazioni trattano con toni accorati, ma in altre pagine. Non comunicanti.

Se la comunità politica talora non brilla per lucidità e coerenza è perché parte di una classe dirigente abitata anche da questo giornalismo. Se si vota e legge di meno, forse una ragione c’è.

La Ragione

L'articolo Fulminati proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Scuola di Liberalismo 2023 – Lorenzo Infantino, “I limiti della conoscenza e la libertà individuale di scelta”


Il liberalismo ha come suo prioritario obiettivo la limitazione del potere pubblico, perché il potere illimitato presuppone l’esistenza di un essere o di essere onniscienti” Prof. Lorenzo Infantino Il 16 febbraio 2023 si è tenuta nell’aula Malagodi la pri
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Il liberalismo ha come suo prioritario obiettivo la limitazione del potere pubblico, perché il potere illimitato presuppone l’esistenza di un essere o di essere onniscienti”

Prof. Lorenzo Infantino


Il 16 febbraio 2023 si è tenuta nell’aula Malagodi la prima lezione della Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi. Davanti a un folto pubblico in presenza e in collegamento, il professor Lorenzo Infantino ci ha parlato dei limiti della conoscenza e della libertà individuale di scelta.

L'articolo Scuola di Liberalismo 2023 – Lorenzo Infantino, “I limiti della conoscenza e la libertà individuale di scelta” proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Israele e la strategia di Leonardo per l’innovazione. Parla Savio


A inizio febbraio Leonardo ha rinsaldato i rapporti con Israele sul tema dell’innovazione, un settore dove Tel Aviv può vantare un ecosistema unico al mondo fatto di 7mila start up, centinaia di acceleratori e decine di incubatori attivi. Il gruppo di Pia

A inizio febbraio Leonardo ha rinsaldato i rapporti con Israele sul tema dell’innovazione, un settore dove Tel Aviv può vantare un ecosistema unico al mondo fatto di 7mila start up, centinaia di acceleratori e decine di incubatori attivi. Il gruppo di Piazza Monte Grappa ha infatti sottoscritto due accordi con Israeli Innovation Authority, un’agenzia pubblica a supporto tecnico e finanziario di progetti innovativi, e con Ramot, una technology transfer company per la valorizzazione della proprietà intellettuale dell’università di Tel Aviv. Gli accordi si inseriscono nella più ampia strategia di rafforzamento di Leonardo nel mondo, come descritto ad Airpress da Enrico Savio, chief strategy and market Intelligence officer di Leonardo.

Di cosa si occuperanno e quali sono gli obiettivi delle due intese?

Gli accordi in oggetto si inseriscono nel quadro della strategia di rafforzamento di Leonardo nel mondo come global player, anche attraverso la leva dell’innovazione e quindi la creazione di rapporti strutturali con gli ecosistemi di innovazione più avanzati. Israeli Innovation Authority (Iia) è l’autorità delegata dal governo israeliano alla promozione dell’innovazione e con l’accordo firmato il 1° febbraio abbiamo voluto rafforzare e ampliare il campo di collaborazione, previsto dall’accordo del 2014, anche ad altri campi dell’innovazione incluso lo scouting di start up. Inoltre, per rendere immediatamente operativo l’accordo, stiamo già lavorando con Iia allo scouting di start up per il programma di accelerazione di Leonardo che si chiama Business innovation factory che quest’anno si focalizza sui verticali di Simulation & gamification, Cybersecurity & networking, ambiti di eccellenza delle start up israeliane.

L’accordo con Ramot che è il technology transfer office dell’università di Tel Aviv, si focalizza su progetti di ricerca su temi di interesse per Leonardo come il cyber, il quantum, i materiali avanzati, i sistemi di guida autonoma, e qualora la collaborazione sia fruttuosa potremmo valutare l’apertura di un Leonardo Lab in Israele. Ramot per Leonardo è un altro gateway sull’innovazione israeliana potendo contare su 30mila studenti di cui 16mila ricercatori, 1,600 brevetti, e con un tessuto di founder di start up di livello mondiale; infatti, si classifica sesto nel mondo per numero di studenti che fondano una start up e settimo per studenti che fondano una start up con valutazioni superiori ai cinquanta milioni di dollari.

Le partnership sembrano inserirsi nel solco dell’operazione Leonardo Drs-Rada. Qual è, in questo senso, il ruolo di Israele nella strategia di crescita del Gruppo a livello internazionale, vista anche l’importanza dell’ecosistema di start up innovative di Tel Aviv?

Per lo sviluppo ed il rafforzamento di Leonardo nel mondo siamo passati da un approccio opportunistico guidato dalla sola opportunità commerciale a un approccio strategico che mira a una presenza strutturale di lungo periodo utilizzando tutte le leve a disposizione del gruppo, incluso l’innovazione, le mergers and acquisitions (M&A), le partnership strategiche, oltre al peso delle relazioni diplomatiche, istituzionali e governative tra l’Italia ed il Paese prescelto. È chiaro che l’approccio strategico richiede investimento di tempo e di risorse importanti e per sua natura deve essere selettivo. Infatti, a valle di un’analisi rigorosa, oltre ai Paesi domestici per il gruppo, quali Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Polonia, abbiamo definito una lista ristretta di Paesi strategici sui quali investire, tra i quali Israele.

L’acquisizione di Rada si inserisce in questo quadro strategico di localizzazione di Leonardo che oggi può contare su circa trecento risorse locali, sul contributo di prodotti e tecnologie all’avanguardia, oltre all’opportunità di aver potuto utilizzare il veicolo di Rada già quotato al Nasdaq ed alla borsa di Tel Aviv per quotare DRS, operazione che avevamo sospeso perché non sussistevano le condizioni. A questo si aggiunge la leva dell’innovazione e quindi la volontà di Leonardo di costruire rapporti strutturali con ecosistemi di Innovazione nei paesi capaci di contribuire al piano strategico Be Tomorrow 2030 che mira a rafforzare il posizionamento competitivo del Gruppo utilizzando anche l’innovazione aperta.

Non abbiamo avuto dubbi ad ingaggiare l’ecosistema di innovazione di Israele che è diventato un modello virtuoso e motore della crescita del Paese, contribuendo al 15% del Pil, al 50,4% dell’export, occupa circa il 10,4% della forza lavoro su una popolazione di nove milioni e mezzo. Inoltre, come startup Nation, consta di oltre settemila start up, 428 fondi di venture capital, più di cento acceleratori, 37 incubatori, quasi cinquecento centri di ricerca e sviluppo di multinazionali, 17 programmi di Transfer of technology, nove università pubbliche.

Le collaborazioni si concentrano soprattutto nei settori strategici della difesa, della cyber-sicurezza e dell’aerospazio. Quali ricadute ci si aspetta sul piano delle tecnologie?

Le collaborazioni con Israele terranno in considerazione da una parte, le necessità di Leonardo di attingere all’open innovation come contributo all’innovazione. Ricordo che Leonardo investe ogni anno in di ricerca e sviluppo il 12, 13% (12,8% nel 2021) del fatturato per un valore pari a 1,8 miliardi di euro nel 2021, e dall’altro le specificità e le eccellenze di Israele inserite in un disegno complessivo che include sia i Paesi domestici sia gli altri Paesi strategici. I temi citati di Simulation & gamification, Cybersecurity & networking sono i verticali della Call for startup che abbiamo lanciato a gennaio 2023 per selezionare dieci team che entreranno nel programma di accelerazione della Business innovation factory Bif23. Quest’anno per promuovere la call faremo un road show in cinque tappe cominciamo da Napoli, proseguiamo con Milano, Monaco, Tel Aviv e finiamo con Londra tutte città in Paesi domestici o strategici. L’adesione è libera e coloro interessati a partecipare ai road show o ad applicare alla Bif23 possono andare sul sito di Leonardo Accelerator.

Una partnership resa possibile anche dal supporto della diplomazia dei due Paesi. Un esempio di sinergia pubblico-privata da mettere a sistema anche per il futuro?

Il supporto delle istituzioni, del governo, dei ministeri e della diplomazia sono tasselli fondamentali per lo sviluppo strategico del gruppo nel mondo. Ci muoviamo in contesti geopolitici complessi dove la competizione è feroce non solo tra aziende ma tra sistemi-Paesi. Basti pensare a come Francia, Regno Unito e Stati Uniti si muovono sullo scacchiere internazionale. Dobbiamo essere tutti co-interessati a favorire la crescita delle grandi aziende nazionali come Leonardo perché ciò vuol dire contribuire alla crescita economica, occupazionali e di competenze dell’Italia migliorando la competitività e la sostenibilità del sistema paese nel suo complesso.

Quali saranno i prossimi passi avviati dalla stipula degli accordi?

Con l’Israeli Innovation Authority come detto siamo già al lavoro per trovare start up di interesse per il programma di accelerazione Bif23 che partirà a maggio, durerà sei mesi e prevede anche la realizzazione di un Proof of concept. Ci auguriamo che ai nastri di partenza a maggio potremo avere almeno una start up Israeliana. Inoltre, come anticipato il 28 febbraio avremo il roadshow della Bif23 a Tel Aviv dove vogliamo far conoscere il gruppo Leonardo agli operatori dell’innovazione in Israele, presentare il programma di accelerazione e attrarre le start up di interesse.


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Se il processo mediatico prevale sul processo reale


Finirà che a difendere i giudici, alla fine, resterà solo il Cav. I numerosi commenti indignati ospitati dai giornali cosiddetti progressisti sul caso dell’assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo Ruby Ter confermano una tendenza preoccupante present

Finirà che a difendere i giudici, alla fine, resterà solo il Cav.
I numerosi commenti indignati ospitati dai giornali cosiddetti progressisti sul caso dell’assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo Ruby Ter confermano una tendenza preoccupante presente all’interno di una particolare categoria giornalistica che per assenza di fantasia potremmo definire con una formula spericolata ma forse efficace: i postini delle procure (Pdp), i giornalisti abituati cioè a presentarsi di fronte all’opinione pubblica travestiti da buche delle lettere dei magistrati.

Nel caso in questione, la tesi esposta dagli indignati di turno è quella di considerare tutto sommato irrilevante la sentenza di assoluzione di
Berlusconi: i fatti, si dice, sono alla luce del sole e non basta una semplice assoluzione, o una semplice svista di qualche magistrato superficiale, come se garantire un giusto processo sia solo un formalismo e non l’essenza dello stato di diritto, per cancellare tutto ciò che è emerso dal processo. E dunque, si dice, nessun dubbio, nessun arretramento: ciò che conta non è la stupida sentenza, ciò che conta è ciò che l’inchiesta ha magnificamente scoperchiato. E lo schema logico del partito del Pdp in fondo è fin troppo semplice: fare della magistratura inquirente l’unica depositaria della verità, dare al processo mediatico un’importanza superiore rispetto al processo reale e considerare tutto ciò che si discosta della verità veicolata dal processo mediatico come un rumore di fondo tipico delle fake news.

Nella cosiddetta giustizia sbrigativa, conta il processo celebrato sui media, non quello celebrato nelle aule dei tribunali, e sulla base di questo schema consolidato, e avallato da alcuni importanti giornali italiani, come Repubblica, come la Stampa, come il Fatto (non sussiste) quotidiano, è possibile continuare ad alimentare in scioltezza una verità alternativa rispetto a quella reale. Conta ciò che si apprende dalle indagini, non l’esito delle indagini. Conta quello che i media raccontano di un processo, non come finisce il processo. Conta la sentenza del tribunale del popolo, non quella del tribunale vero. Ed è anche per questa ragione che l’Italia della buca delle lettere delle procure si ostina da anni a perdere tempo a seguire inchieste che vivono solo nei teoremi del circo mediatico-giudiziario.

Processo sulla Trattativa uno: Carabinieri del Ros accusati di favoreggiamento per la ritardata perquisizione del covo di Riina (l’arresto di Riina è del 1993, l’assoluzione è del 2006).
Processo sulla Trattativa due: Carabinieri del Ros accusati di aver mancato più volte la cattura di Bernardo Provenzano (il presunto non arresto di Provenzano è del 1995, l’assoluzione dei Carabinieri del Ros è del 2017).
Processo sulla Trattativa tre: l’ex ministro Mannino accusato di aver intavolato una trattativa tra lo stato e la mafia (le prime indagini scattano nel 1991, l’assoluzione è del 2020).
Processo sulla Trattativa quattro: i Carabinieri del Ros accusati di “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti” (l’accusa di aver tramato con Cosa nostra, per Mori, Subranni e De Donno, risale al 1994, l’assoluzione è del 2022).

Processo Rubyuno (Berlusconi viene indagato nel 2010 per concussione e viene assolto nel 2015).
Processo Ruby ter (Berlusconi viene assolto in primo grado nel 2023 dall’accusa di corruzione in atti giudiziari dopo undici anni di indagini). Processo “Mafia Capitale” (nel 2020, dopo cinque anni di indagini e di processi, la Cassazione ha escluso il carattere mafioso degli atti criminali commessi a Roma).
Processo Eni-Nigeria (nel 2022 i vertici di Eni, dopo undici anni di indagini, sono stati assolti perché il fatto non sussiste dall’accusa di aver corrotto società petrolifere e politici nigeriani).
Processo Saipem-Algeria (nel 2020 la Cassazione conferma l’assoluzione per i vertici di Saipem per una presunta tangente relativa al 2007). Processo corruzione Finmeccanica (nel 2019 viene confermato dalla Cassazione il proscioglimento per gli ex vertici di Finmeccanica accusati dal 2013 di corruzione internazionale, e che per quell’accusa hanno passato alcuni mesi in carcere).
Processo Boschi-Etruria (il papà dell’ex ministro Maria Elena Boschi finì nel tritacarne giudiziario nel 2015, accusato di bancarotta fraudolenta, ed è stato assolto nel 2022 con formula piena).
Processo Ubi Banca: nel 2021 il tribunale di Bergamo assolve trenta imputati su trentuno al termine del processo sulle presunte irregolarità nella gestione dell’istituto di credito, nel frattempo incorporata in Intesa Sanpaolo (tra gli assolti il banchiere Giovanni Bazoli).

Nell’Italia della giustizia sbrigativa, le sentenze sono solo un’inutile perdita di tempo che rischia di spingere l’opinione pubblica a occuparsi dell’unica fonte di verità possibile: i processi celebrati sui media e non quelli celebrati nelle aule di tribunale. Finirà che a difendere i giudici, alla fine, resterà solo il Cav.

Il Foglio

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Ascanio della Corgna: Introduzione


Ascanio della Corgna è famoso soprattutto per un grande duello, forse il più conosciuto del XVI secolo, ma è soprattutto un eccezionale uomo d’arme e ingegnere militare. Nel primo volume pubblicato con Zhistorica, I PadroniContinue reading

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#uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Non vi è limite…


Non vi è limite alla quantità di opere pubbliche destinate a rendere più feconda l’opera dei produttori e più bella la vita dei cittadini da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943 L'articolo #uncaffèconLuigiEin
Non vi è limite alla quantità di opere pubbliche destinate a rendere più feconda l’opera dei produttori e più bella la vita dei cittadini

da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

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fondazioneluigieinaudi.it/unca…

Innovarmy, come le tecnologie robotiche sono al servizio dell’Esercito


Sistemi robotici e innovazione al servizio dell’Esercito italiano per contrastare le minacce nucleari, biologiche e chimiche (Nbc). Così la Forza armata, nell’ambito della Campagna di sperimentazione concettuale Robotics and autonomous system (Ras), ha sv

Sistemi robotici e innovazione al servizio dell’Esercito italiano per contrastare le minacce nucleari, biologiche e chimiche (Nbc). Così la Forza armata, nell’ambito della Campagna di sperimentazione concettuale Robotics and autonomous system (Ras), ha svolto l’addestramento conclusivo dell’Italian army robotic experiment (Iare). A ospitare l’iniziativa è stata la Scuola interforze per la Difesa Nbc di Rieti, presso la sua area addestrativa Nubich, dotata di diversi scenari attrezzati per poter eseguire molteplici attività pratiche di diverso tipo, da quelle biologiche a quelle radiologiche, oltre che del Cbrn Area control center (Acc), che costituisce la struttura di vertice della Rete nazionale militare di osservazione e segnalazione degli eventi Cbrn (chimica, biologica, radiologica e nucleare). Chiuso il primo ciclo di sperimentazione, ora l’Esercito guarda alla logistica distribuita attraverso il modello Innovarmy, che alimenterà le prossime attività nel settore delle tecnologie all’avanguardia.

Un polo dedicato al contrasto delle minacce Cbrn

La Scuola interforze di Rieti, che costituisce il Polo interforze per la Difesa Nbc, ha ospitato dunque un vero e proprio Open day multistakeholder, coinvolgendo l’industria, le università e i centri di ricerca in cui l’Esercito ha presentato i risultati del primo ciclo di sperimentazione sui Ras. Il Polo, infatti, ha lo scopo di formare il personale delle Forze armate e delle organizzazioni civili coinvolto nel settore Cbrn, fornire pareri e consulenze in questo campo, promuovere seminari e conferenze tematiche, oltre che partecipare con i propri rappresentanti ai gruppi di lavoro della Nato che si occupano di questioni Cbrn.

Tecnologie emergenti a servizio del terrestre

La campagna di sperimentazione sui Ras, implementata dalla Forza armata, è nata per rispondere al bisogno crescente di affrontare le minacce Cbrn crescenti e ha preso il via dall’analisi delle tecnologie emergenti e disruptive, così come dell’impatto che il loro utilizzo può avere sulla modalità di condurre le operazioni militari sul campo. Tale ciclo di sperimentazioni è iniziato l’anno scorso, con lo scopo di approfondire come poter trarre il miglior vantaggio dall’impiego delle tecnologie innovative nell’eseguire i diversi compiti demandati all’Esercito.

La sperimentazione

Nel corso del 2022, le sperimentazioni hanno visto il supporto dell’azienda Milrem robotics, che ha condotto numerosi studi ed esercitazioni, anche sfruttando simulazioni virtuali. Con l’obiettivo di valutare i potenziali benefici derivanti dall’impiego della tecnologia Ras nel condurre attività tattiche in un ambiente urbano. I risultati ottenuti dagli studi hanno permesso sia di sviluppare concetti di impiego sia di acquisire una gran mole di dati e informazioni utili per diverse applicazioni, dall’orientare la strategia di introduzione in servizio dei Ras al supportare il processo generale di sviluppo delle capacità e capabilities della Forza armata terrestre. Seguendo lo sviluppo tracciato dal capo di Stato maggiore dell’Esercito, il generale Pietro Serino, nel report “Esercito 4.0 Proiettati nel futuro”, il prossimo ciclo di sperimentazioni sarà incentrato sulla capacità dei Ras di assolvere compiti di logistica distribuita, oltre che sull’opportunità di utilizzare piattaforme robotiche in quello che viene chiamato “l’ultimo miglio” del campo di battaglia.

Innovarmy

La giornata è stata inoltre l’occasione per presentare Innovarmy. Si tratta del modello di innovazione che l’Esercito applicherà nel corso del prossimo ciclo di sperimentazione. Grazie alla pubblicazione periodica di call tecnologiche, la Forza terrestre conta così di intercettare le nuove tecnologie innovative che possano essere impiegate per essere funzionali alla soluzione di problemi operativi.

(Immagine: Esercito italiano)


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Primati e record. A Firenze si celebrano i primi 100 anni dell’Arma azzurra


Studiare il passato permette di guardare al presente e di immaginare il futuro. Così il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, generale Luca Goretti, ha aperto le celebrazioni per i cento anni dell’Arma azzurra, nel corso del Simposio storico p

Studiare il passato permette di guardare al presente e di immaginare il futuro. Così il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, generale Luca Goretti, ha aperto le celebrazioni per i cento anni dell’Arma azzurra, nel corso del Simposio storico per il Centenario presso il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, a Firenze. Un iniziativa che ha ripercorso insieme a esperti del mondo militare, accademico e giornalistico i passaggi più importanti della storia del volo e, soprattutto, dell’evoluzione della Forza armata, dalla sua fase pionieristica alla nascita a seguito dell’impiego durante la Grande guerra, passando per i primati del primo dopoguerra e i sacrifici della Seconda guerra mondiale, fino alle missioni internazionali di oggi, con uno sguardo rivolto alla dimensione aerospaziale e cyber.

Cento anni di storia

La nascita dell’Aeronautica militare è stata “un articolato processo di trasformazione scaturito dall’importanza dell’impiego del mezzo aereo nella Prima guerra mondiale”, ha infatti ricordato Goretti, segnalando come l’Italia sia stata tra le prime nazioni al mondo, insieme a Regno Unito, Australia e Polonia, a organizzare una Forza armata aera autonoma da Esercito e Marina. “Un secolo di storia, dai primordi dell’aviazione fino all’esplorazione dell’aerospazio” durante il quale l’Aeronautica è sempre stata protagonista delle vicende del Paese, dai conflitti del Novecento, alle missioni di pace del dopoguerra, “fino alla difesa dei cieli dell’Alleanza fin dalla prima notte dello scoppio della guerra in Ucraina”. La storia, come ha ribadito ancora Goretti “non può essere dimenticata”, e dall’Ucraina arriva un chiaro esempio della sua importanza. “Come mi ha raccontato un collega polacco – ha descritto Goretti – gli ucraini vogliono vincere la guerra perché, a differenza degli occidentali, hanno visto il muro di Berlino anche dall’altra parte, e non vogliono tornarci”. Questo esempio, per il comandante dell’Arma azzurra, deve essere un elemento di riflessione sull’impegno che tutte le Forze armate danno per difendere le libertà delle nostre società.

youtube.com/embed/uBzSUMHhfdk

I primordi del volo

Dopo un primo panel dedicato alla storia antica del volo, dagli studi di Leonardo da Vinci all’invenzione dell’aeroplano vero e proprio dei fratelli Wright, durante il quale si sono confrontati Alessandro Barbero, professore presso l’università del Piemonte orientale, Alberto Angela, naturalista, paleontologo ed uno dei più noti divulgatori scientifici del Paese, Roberta Barsanti, direttrice del Museo e della Biblioteca leonardiani di Vinci e il primo maresciallo Michele Palumbo, del Reparto sperimentale di volo di Pratica di Mare, si è entrati nel vivo delle celebrazioni del Centenario ricordando i primissimi passi dell’Arma azzurra.

Una nuova Forza armata

“Per noi il 28 marzo del 1923 (data ufficiale della nascita dell’allora Regia aeronautica) è una data di inizio, allora la vedevano probabilmente come la fine del periodo pionieristico, iniziato in Libia nel 1911 e sviluppato durante la Prima guerra mondiale”. Così lo storico e giornalista Gregory Alegi ha raccontato i primi momenti dell’Aeronautica quale Forza armata indipendente nel secondo panel della giornata moderato dal direttore delle riviste Formiche e Airpress, Flavia Giacobbe. Un momento cruciale nella vita dell’Arma azzurra, dove bisogna ancora costruire tutto. “Costruire una Forza armata vuol dire organizzare in maniera strutturata mezzi, uomini, procedure, materiali in maniera completamente nuova” ha infatti spiegato il generale Alberto Rosso, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica fino al 2021, ricordando come “i primi anni della Regia aeronautica non sono rose e fiori”. Serviranno infatti sette mesi per nominare un comandante generale (che diventerà poi il capo di Stato maggiore) e la Bandiera di guerra verrà consegnata solo a novembre.

Record e primati

Oltre alle difficoltà, è però anche l’epoca dei grandi primati e dei record. “L’Italia, e l’Aeronautica, sono protagoniste dei quotidiani, dei periodici nazionali e internazionali” ha raccontato Vincenzo Grienti, giornalista e storico, ricordando il fervore e l’ammirazione che le imprese aviatorie suscitano sull’opinione pubblica. La vittoria del capitano Mario de Bernardi nella coppa Schneider del 1926, il primato di velocità del maresciallo Francesco Agello, quello d’altezza del tenente colonnello Mario Pezzi, fino ad arrivare alle trasvolate di massa di Italo Balbo. Una stagione straordinaria, che si attutirà solo quando le necessità operative sposteranno l’attenzione sui conflitti, dall’Etiopia, alla Spagna, fino alla guerra mondiale “Budget e risorse limitate spostano l’attenzione sulle operazioni”, ha spiegato infatti Rosso. Le esperienze fatte con i primati, però forniranno la base per la formazione e l’impiego dei piloti militari anche dopo il termine di quella stagione, ha raccontato ancora Alegi, ma purtroppo la guerra interromperà uno sviluppo armonico della Forza armata presa dalle esigenze della guerra.


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Ruby ter e la differenza tra Stato etico e Stato di diritto


Mi incarico, a beneficio del povero lettore perduto fra Ruby, Ruby bis e Ruby ter, nemmeno fosse una delle saghe tribunalizie attorno alle molte stragi della nostra storia, di offrire una sintesi ruvida ed estrema: l’amore mercenario non è reato. E proces

Mi incarico, a beneficio del povero lettore perduto fra Ruby, Ruby bis e Ruby ter, nemmeno fosse una delle saghe tribunalizie attorno alle molte stragi della nostra storia, di offrire una sintesi ruvida ed estrema: l’amore mercenario non è reato. E processare un uomo perché paga per il proprio soddisfacimento, è iniziativa da giustizia di ispirazione iraniana, dove il peccato si confonde col delitto. Ne è seguita una decina abbondante di anni saturi di ridicolo, fra nipoti di Mubarak, cene eleganti, sicurezza nazionale, scandalo internazionale, in cui tutti, a destra e a sinistra, hanno trasformato un affare di Stato in un cinepanettone. O un cinepanettone in un affare di Stato, vedete voi.

Ma c’è un punto sul quale tocca soffermarsi: il cavillo. Molti ieri hanno parlato e scritto di un’assoluzione per vizio di forma, dimenticando una volta di più che la forma è sostanza, e soprattutto se si parla d’amministrazione della giustizia. E cioè, Silvio Berlusconi è stato assolto poiché non si sono potuti utilizzare i verbali delle ragazze, sentite da testimoni anziché da indagate, come invece era necessario. Ora questo viene chiamato cavillo. Ma un testimone se mente rende falsa testimonianza, un indagato invece no, gli è permesso mentire (i codici non sono moralisti, a differenza di chi spesso li governa). Inoltre un testimone è considerato pubblico ufficiale, e la corruzione c’è se c’è un pubblico ufficiale. Se non è testimone ma indagato, niente pubblico ufficiale, niente corruzione. Un cavillo che non cambierà in nessuno di noi il giudizio su Berlusconi, ma stabilisce la differenza fra Stato etico e Stato di diritto.

La Stampa

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«Il pm non cerchi più le prove a favore dell’indagato…»


LA PROVOCAZIONE DEL CELEBRE AVVOCATO: «IO NON HO MAI VISTO UN PUBBLICO MINISTERO CHE TI INTERROMPE PER DIRTI CHE HA FATTO DELLE INDAGINI E INTEGRA LA TESI DIFENSIVA» IL SOTTOSEGRETARIO OSTELLARI, HA DATO INCARICO AGLI UFFICI PREPOSTI PER TROVARE CASI DI P

LA PROVOCAZIONE DEL CELEBRE AVVOCATO: «IO NON HO MAI VISTO UN PUBBLICO MINISTERO CHE TI INTERROMPE PER DIRTI CHE HA FATTO DELLE INDAGINI E INTEGRA LA TESI DIFENSIVA»


IL SOTTOSEGRETARIO OSTELLARI, HA DATO INCARICO AGLI UFFICI PREPOSTI PER TROVARE CASI DI PM CHE HANNO AGITO PER RICERCARE PROVE A SOSTEGNO DELL’INDAGATO

L’avvocato Giuseppe Benedetto è autore del libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere” (ed. Rubbettino, pp. 134, euro 16).
Il presidente della “Fondazione Einaudi” pone all’attenzione dei lettori un tema di strettissima attualità, al centro dell’agenda politica, e da sempre oggetto di un’attenta analisi da parte di Carlo Nordio, che firma la prefazione, ben prima che l’ex magistrato diventasse ministro della Giustizia.

«Le idee sulla separazione delle carriere del ministro Nordio – dice al Dubbio Giuseppe Benedetto -, al di là di quanto scrive nel mio libro, sono nette e chiare da sempre. Una riforma di questo genere, però, passa più che dal governo dal Parlamento. Il timore del pantano parlamentare, comunque, è forte».

Avvocato Benedetto, il suo libro è un manifesto a sostegno della separazione delle carriere?
È una deduzione logica e cronologica. Cronologica perché facciamo una ricostruzione storica della vicenda. Partiamo dal Codice di procedura penale riformato nel 1989 e dalla susseguente riforma costituzionale di dieci anni dopo. Nel libro si sostiene che sono state due riforme che hanno introdotto cambiamenti profondi nel nostro sistema processuale e costituzionale, ma mancano dell’ultimo tassello: il giudice terzo.
Questo non è effettivamente terzo se non c’è una reale separazione della magistratura inquirente da quella giudicante. È un passaggio non di poco conto. La deduzione logica si basa sul fatto che abbiamo cercato di dimostrare alcune tesi non con argomenti da politique politicienne, ma con argomenti politici nel migliore senso del termine, perché la politica alta ci appartiene, anche come Fondazione Einaudi. Ma, soprattutto, con argomenti che evidenziano che il sistema odierno non regge e ci pone al di fuori dalle liberal-democrazie occidentali, sia quelle europee che quelle anglosassoni.

Il Parlamento si sta muovendo. Alla Camera sono state presentate delle proposte di legge per separare giudici e pm. Il Terzo Polo, la Lega e Forza Italia vanno nella stessa direzione. Al momento è assente su questo fronte Fratelli d’Italia. Il legislatore è più determinato rispetto al passato? Il traguardo della separazione è alla portata?
Non me la sento di dire che il traguardo è alla portata. Sarei troppo ottimista. Lo stesso presidente della Commissione Affari Costituzionali ha detto martedì che, se tutto va ve bene, ci vorrebbero almeno due anni e mezzo. In politica due anni e mezzo sono due vite e mezza. Il fatto, però, che ci si muova è positivo. Io ho paura del pantano parlamentare, ma ovviamente bisognerà passare dal Parlamento. Ci potrebbe però essere una alternativa.

A cosa si riferisce?
Il Parlamento potrebbe tenere conto di alcune indicazioni della Fondazione Einaudi: una rapida Assemblea Costituente per rivedere complessivamente la seconda parte della Costituzione. Potrebbe esserci in questo caso una riforma complessiva della giustizia. Siccome si è avviato l’iter parlamentare, mi hanno già chiesto in Parlamento di intervenire in audizione. Porterò le tesi della Fondazione Einaudi. Spero che anche Fratelli d’Italia e il Pd possano fare una riflessione sul tema. Dei quattro progetti presentati sulla separazione delle carriere tre sono esattamente la riproduzione di quello che la Fondazione Einaudi e l’Unione Camere penali hanno presentato sei anni fa, raccogliendo oltre 60mila firme. È un disegno di legge costituzionale, come ricorda l’avvocato Migliucci, nell’introduzione al mio libro. L’altra proposta di Forza Italia si discosta di poco da quanto suggeriamo. Spero che non si avviino varie forme di ostruzionismo da parte di potenti forze politiche e della società presenti nel nostro paese.

Pochi giorni fa lei ha sostenuto che il pm deve sostenere l’accusa nel nostro sistema processuale non ricercare le prove a favore dell’indagato.
Una proposta concreta, ben più di una provocazione, per mettere mano al nostro sistema giudiziario?
È una provocazione. Io non ho mai visto un pubblico ministero che ti interrompe per dirti che ha fatto delle indagini e integra la tesi difensiva. Se poi vogliamo passare dal momento empirico alla teoria, questo è un retaggio classico del sistema inquisitorio. Con il sistema accusatorio le cose vanno diversamente. Dunque, non giriamo attorno al problema. La mia provocazione è stata fatta alla luce del sole, alla
presenza del sottosegretario alla Giustizia Ostellari, il quale ha apprezzato la mia proposta, dando incarico agli uffici preposti per una serie di approfondimenti. A partire dai casi di pm che hanno agito per ricercare prove a sostegno dell’indagato.

Nel suo libro lei dimostra un amore profondo per la toga. Quanto è cambiata la professione forense negli ultimi vent’anni?
La professione forense è completamente cambiata già rispetto a pochi anni fa. Possiamo fare un semplice esempio, prendendo in considerazione la fase antecedente al Covid e quella successiva alla pandemia. Nel post Covid ho difficoltà a relazionarmi con i sistemi informatici che oggi reggono anche il penale. Ma questo è solo un aspetto. I giovani che si avviano alla professione sono favoriti su questo
fronte. È come quando la mia generazione ha iniziato la professione con il nuovo Codice di procedura penale. Ai colleghi che si affacciano alla professione consiglio di utilizzare il “metodo laico”, quello del dubbio. Leonardo Sciascia, lo scrivo pure nel mio libro, lo richiama chiaramente.

Il Dubbio

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#uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – La politica del panem et circenses…


La politica del panem et circenses repugna profondamente allo spirito liberale. da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – La politica del panem et circenses… proviene da F
La politica del panem et circenses repugna profondamente allo spirito liberale.

da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

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L’Italia tra il 2% Nato e le norme Ue. Cos’ha detto Crosetto


“Lo scenario internazionale ci pone di fronte a sfide difficili e problematiche per tutti. È necessaria un’Alleanza forte e coesa e, al contempo, una maggiore cooperazione bilaterale tra Paesi alleati e partner, non solo nel campo militare e nel rapporto

“Lo scenario internazionale ci pone di fronte a sfide difficili e problematiche per tutti. È necessaria un’Alleanza forte e coesa e, al contempo, una maggiore cooperazione bilaterale tra Paesi alleati e partner, non solo nel campo militare e nel rapporto tra Forze Armate, ma anche nel settore industriale e tecnologico”. Così il ministro della Difesa, Guido Crosetto, al termine del Consiglio Atlantico in formato ministri della Difesa che si è tenuto ieri e oggi presso il quartier generale della Nato.

IL MEETING

“Un meeting molto positivo”, ha aggiunto il ministro, commentando le due intense giornate di lavori che lo hanno visto impegnato anche in numerosi incontri bilaterali a con i suoi omologhi titolari di Ministeri della Difesa. La ministeriale è stata l’occasione per fare il punto sugli scenari futuri che la Nato dovrà affrontare e sulle necessità economiche, finanziarie e militari dei Paesi che vogliono contribuire all’Alleanza. I ministri si sono confrontati, in particolare, sull’Ucraina, nonché sull’attuale postura dell’Alleanza in previsione del Summit di Vilnius che si terrà a luglio.

FINLANDIA E SVEZIA

Alla sessione odierna, dedicata alla deterrenza e difesa, hanno anche preso parte, quali rappresentanti di Paesi invitati, i ministri della Difesa finlandese e svedese. “L’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato sarà un valore aggiunto per la nostra difesa collettiva” ha affermato Crosetto.

IL SOSTEGNO ALL’UCRAINA

Ieri il ministro ha incontrato l’omologo ucraino Oleksii Reznikov al quale ha ribadito il più convinto sostegno dell’Italia, insieme agli alleati e partner di Nato e Unione europea, all’Ucraina. Un impegno che mira a garantire la libertà, il diritto all’integrità territoriale, all’indipendenza e alla difesa del popolo ucraino.

L’OBIETTIVO 2%

Tema al centro della riunione e in vista del summit di Vilnius è l’obiettivo Nato del 2% del Pil speso in difesa. L’Italia, ha ricordato Crosetto, è sotto il 2%. “Ci siamo impegnati, tutti i governi si sono impegnati a raggiungerlo entro una data che varia a seconda del governo e a seconda della riunione della Nato” a cui si partecipa. “Mi sono permesso di inserire nelle dibattito, anche se non era sul tavolo, il tema di coniugare l’impegno per la spesa al 2% con i limiti dei parametri europei che obbligano una scelta di quel tipo a subire altri tagli. Ho posto un tema che va al di là della Nato”, e riguarda “soprattutto gli alleati che fanno parte della Nato ma che sono membri dell’Unione europea”. A chi chiedeva se vi sia stata una risposta a questa questione da parte dei paesi Ue membri della Nato, e se qualcuno abbia sostenuto l’idea di uno scorporo del 2% della spesa per la Difesa dal calcolo del deficit nel Patto di stabilità, il ministro ha replicato: “Non facciamo domande e risposte in questi meeting, ognuno fa dei ragionamenti e gli altri sentono quello che i colleghi dicono”.

Il tema “l’ho posto perché l’impegno che pretendono molti alleati della Nato è quello di raggiungere cifre del 3-4%, e alcune nazioni sono già al 4%”, ha continuato. “Io ho parlato della difficoltà in Italia di raggiungere già l’obiettivo che ci siamo dati, e tutti i governi hanno dichiarato di voler raggiungere il 2%. Bisogna essere seri, non si può venire qua e raccontare cose diverse; io ho raccontato quelle che erano le problematiche italiane di collegare quel 2% al bilancio che ogni anno deve approvare il Paese, e alle regole che l’Europa impone collegate col bilancio”.


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Così la Difesa può valorizzare le proprie strutture


Efficientamento energetico, progetti di caserme verdi, autosufficienza e interazione con il pubblico civile. Questi e molti altri temi sono stati affrontati durante la conferenza “La valorizzazione e la gestione del patrimonio immobiliare della difesa”, a

Efficientamento energetico, progetti di caserme verdi, autosufficienza e interazione con il pubblico civile. Questi e molti altri temi sono stati affrontati durante la conferenza “La valorizzazione e la gestione del patrimonio immobiliare della difesa”, a cui hanno partecipato i relatori Salvatore Farina, presidente del Centro Studi dell’Esercito e già capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Giancarlo Gambardella, direttore della Direzione dei Lavori e del Demanio del Segretariato generale della Difesa, Nicola Latorre, direttore generale dell’Agenzia Industrie Difesa, e Andrea Tanzi, presidente di Architecture and Engineering for Defence (Aedef), tenutasi presso il Centro Studi Americani e moderata da Giorgio Rutelli, direttore di Formiche.net.

Il tema della ristrutturazione e messa in efficienza delle caserme e dei distretti militari è direttamente collegato al benessere del personale impiegato, ricorda il generale Farina. Le problematiche che oggi si riscontrano principalmente nelle caserme sono l’obsolescenza delle strutture stesse e il fatto di essere scarsamente efficienti dal punto di vista energetico, oltre ad essere spesso collocate in zone urbane centrali.

Per questi motivi, i nuovi piani già in atto prevedono la costruzione o lo sfruttamento di siti già esistenti tenendo a mente i criteri di standardizzazione e modularità delle unità immobiliari. Il tutto nella cornice della tutela ambientale, del contenimento dei costi e della vicinanza alle aree addestrative. Le nuove strutture di Roma, Pordenone, Foggia e Salerno fungono in questo senso da iniziative-pilota.

Il progetto, che ha ricevuto uno stanziamento da 1,4 miliardi di euro e prevede di arrivare a 4 miliardi, prevede anche un’inedita iniziativa: l’apertura delle aree non sensibili delle strutture alla cittadinanza. La proposta aprirebbe le porte di alcune delle strutture sportive, sociali e ricreative ai familiari dei militari ma anche ai civili.

Ulteriore questione che si pone è quella della valorizzazione degli immobili non più utili per le funzioni militari. Il generale Gambardella si sofferma sul punto. Alcune strutture vengono oggi utilizzate dal mondo universitario, come testimoniato ad esempio dai nuovi poli di Università Cattolica e Università di Padova, oppure dalla futura cessione della caserma Amione di Torino ad amministrazioni pubbliche, con grande risparmio per le casse dello Stato.

Per altre, fa notare il generale, si aprono prospettive interessanti se la Difesa riesce a mettersi nell’ottica dell’imprenditore per rendere gli immobili appetibili sul mercato. Un atteggiamento che si concentra sulla valorizzazione del contesto territoriale per attirare grossi investitori del mercato real estate enfatizzando i possibili usi dell’immobile.

Questi sviluppi, in alcuni casi facilitati dal Pnrr, rischiano di avere carattere occasionale, fa notare Latorre. È quantomai opportuno, dunque, renderli degli sforzi strutturali che tendano all’autonomia del sistema della Difesa. Anche, possibilmente, con un accordo quadro tramite l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani e la Conferenza Stato-Regioni, perché il problema maggiore non è la mancanza di fondi ma la capacità di gestirli.

Pubblico e privato trovano un punto comune nelle infrastrutture, ricorda Andrea Tanzi. Aedef è un consorzio in grado di governare tutti i processi di engineering multidisciplinare a servizio delle infrastrutture per la Difesa, integrando le discipline richieste ed adeguando la propria offerta tecnica. Che si riscontra, ad esempio, nello stabilimento di Cameri per gli F-35, nei servizi della scuola internazionale di volo a Decimomannu, nei servizi di supervisione per la base Eurofighter in Kuwait, o nello stabilimento elicotteristico in Algeria, per citarne alcuni.


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Gli aiuti Nato alla Turchia passano dal terminal di Taranto


Ieri i ministri della Difesa della Nato, riuniti a Bruxelles per partecipare al Consiglio atlantico nel quartiere generale dell’alleanza, hanno osservato prima dell’inizio dell’incontro un minuto di silenzio per esprimere il loro cordoglio verso le popola

Ieri i ministri della Difesa della Nato, riuniti a Bruxelles per partecipare al Consiglio atlantico nel quartiere generale dell’alleanza, hanno osservato prima dell’inizio dell’incontro un minuto di silenzio per esprimere il loro cordoglio verso le popolazioni di Turchia e Siria, colpite lo scorso 6 febbraio dai devastanti terremoti che hanno provocato almeno 41.000 morti.

Nelle stesse ore il comando Nato di Napoli ha annunciato via Twitter che sono iniziati i preparativi per l’invio di 1.000 container di aiuti alla Turchia per il terremoto che ha colpito il Sud del Paese. L’alleanza, tramite la sua Nato Support and Procurement Agency, ha cominciato a trasferirli al terminal container San Cataldo di Taranto gestito dal gruppo turco Yilport. Il presidente Yuksel Yildirim segue da vicino le operazioni, ha spiegato la società.

#NATO Support and Procurement Agency (#NSPA) has begun moving containers stored at its Southern Operational Centre in #Taranto, Italy to their port of embarkation for shipment to Türkiye. pic.twitter.com/V7tBHPmofQ

— NATO JFC Naples (@JFC_Naples) February 14, 2023

Si tratta di un rifugio semi-permanente in grado di ospitare almeno 2.000 persone destinato alla provincia di Hatay. I container dovrebbero essere inviati in due spedizioni da 500 ciascuna. La prima spedizione dovrebbe partire la prossima settimana, ha spiegato il comando Nato di Napoli.

This semi-permanent shelter is capable of housing at least 2,000 people displaced by the earthquakes in #Türkiye, and consists of more than 1,000 shipping containers. pic.twitter.com/matLGt2XJg

— NATO JFC Naples (@JFC_Naples) February 14, 2023

Domani Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, sarà in visita in Turchia. Nella sua agenda ci sono incontri con il presidente Recep Tayyip Erdoǧan e con Mevlüt Çavuşoğlu, ministro degli Esteri, oltre a un sopralluogo nelle aree colpite dai terremoti. Sarà l’occasione “per continuare a discutere con loro di come la Nato e gli alleati della Nato possano fornire sostegno ai soccorsi e contribuire ad alleviare le sofferenze e le conseguenze del terribile terremoto”, ha dichiarato Stoltenberg oggi. Ringraziando i Paesi membri per quanto già fatto, ha raccontato poi di aver concluso la riunione chiedendo un sostegno “ancora maggiore” alla Turchia. “C’è urgente bisogno di un maggior numero di voli strategici”, ha aggiunto.

(Foto: Twitter @JFC_Naples)


formiche.net/2023/02/turchia-n…

Recedenti


Non è stupefacente che si vada in così pochi a votare. Non si tratta solo dell’ultima tornata, ma di una deriva in atto da tempo. Non è questione che riguardi questa o quella parte politica, ma la politica tutta. Altrimenti la frattura fra il discorso pol

Non è stupefacente che si vada in così pochi a votare. Non si tratta solo dell’ultima tornata, ma di una deriva in atto da tempo. Non è questione che riguardi questa o quella parte politica, ma la politica tutta. Altrimenti la frattura fra il discorso politico, in generale il discorso pubblico, e la realtà diventa davvero pericolosa.

Quando si fa cenno alla distanza fra “i politici” (che è già definizione indiscriminata, sicché qualunquista) e la vita di ogni giorno ci si riferisce, per lo più, al tema dei privilegi lontani dai bisogni. Ma è un approccio moralistico, inconcludente, cui il personale politico risponde provando a usare il linguaggio della “gente”, con ciò stesso comunicando che lo ritiene un frullato fra superficiale, rozzo e volgare. Tutta commedia, tutta fuffa. La frattura c’è, ma si allarga da un’altra parte, che è poi quella in cui si trovano tanti dei non votanti.

Il nostro discorso pubblico, che sia fatto dalla politica o dalla comunicazione, ha un vocabolario limitato ai disastri e alla miseria, corredato di concetti che cavalcano i soprusi e le ingiustizie. Siccome poi le cose non cambiano, trattasi di un gigantesco piagnisteo inutile. A questo si aggiunga che avendo un’intonazione rivendicativa, va a finire che, stando sempre sulle premesse e mai nel concreto, finisce con il rivendicare cose opposte. È invece sprovvisto di tesi, idee e suggestioni che maneggino il positivo, la crescita, il progresso. Vediamo perché e il danno che provoca.

L’intera campagna elettorale nazionale, che ha portato alle elezioni del settembre scorso, è stata condotta cantando i salmi della recessione. La gara era a chi si doleva e condoleva di più, a chi andava promettendo più aiuti e sostegni. Una congrega di recedenti. Ma mentre questo andava in scena, il governo Draghi, nella Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza, avvertiva che la crescita 2022 sarebbe stata superiore al previsto e quella del 2023 pari a un +0.6%. Crescita meno sostenuta, ma pur sempre crescita. Che sarebbe l’opposto della recessione. Vabbè, ma Draghi barava per magnificarsi, gli altri che dicevano? Tutti (dalla Commissione Ue all’Ocse) segnalavano crescita, più contenuta, salvo il Fondo monetario. E tutti si sbagliavano, perché all’inizio dell’anno era già acquisito il +0.4% e ora le previsioni volgono verso un +0.8%. Siccome non ci sono né trucchi né miracoli è segno che l’Italia produttiva funziona maglio di quanto si creda, difatti a dicembre si raggiungeva il 60.5% della popolazione attiva occupata (che non è molto, ma lo è per l’Italia) e semmai il problema era ed è quello dei lavoratori mancanti.

Se non ci si tappasse gli occhi davanti a tutto questo ci si concentrerebbe sul cosa può essere fatto per rendere migliore la vita dell’Italia produttiva, sforzandosi di portare quel modello dove le cose non funzionano. Invece si parte dalle cose che non funzionano, le si erige a simbolo d’Italia e ci si pone il problema di come portare via soldi alla parte produttiva per finanziare l’improduttiva. Volete anche il voto?

Abbiamo discusso per settimane di regionalismo differenziato. Il governo ha varato un testo (campa cavallo), dicendo che più si delega e meglio funzioneranno le cose. Poi ne succedono due: a. alle elezioni per le preziosissime regioni non vanno che pochissimi; b. al Consiglio dei ministri di domani (giovedì) dovrebbe arrivare il testo di un decreto relativo al Pnrr, che centralizza competenze e responsabilità, in modo da non perdere il treno. Non conosco il testo, ma concetto corretto. Solo che è diverso da quanto sostenuto una settimana prima del voto.

Non è mica un problema del solo governo o della sola destra: è un costume generalizzato. Che presuppone l’Italia produttiva funzioni e pedali comunque, mentre i voti si vanno a cercare allargando la spesa pubblica corrente e spendendo parole di consolazione e rivendicazione. Così la frattura s’allarga, sentendosi traditi e presi in giro gli uni e gli altri.

La Ragione

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L’evento


Ora è finito. Dalla minoritaria posizione di chi non ne ha seguito una sola serata (tutte nottate, per la precisione), dall’ancor più ristretta cerchia di quanti non ne hanno detto una parola, in corso d’opera, porto il mio omaggio al significativo evento

Ora è finito. Dalla minoritaria posizione di chi non ne ha seguito una sola serata (tutte nottate, per la precisione), dall’ancor più ristretta cerchia di quanti non ne hanno detto una parola, in corso d’opera, porto il mio omaggio al significativo evento. Noi non seguaci del Festival siamo indicati come spocchiosi elitari. Non ho nulla contro le élite, ma ho l’impressione che siano gli entusiasti a sottovalutare, nel bene e nel male, almeno tre aspetti.

1. È uno dei pochi eventi del secolo scorso che porta nel presente l’antico modello comunicativo. Un trionfo del broadcasting: una cosa avviene in un punto, da quello viene trasmesso in tutti gli altri, e anche chi non lo segue è al corrente di quel che accade, perché diventa argomento di generale comunicazione e conversazione. Nel mondo digitale il pubblico si frammenta, ciascuno guarda o ascolta quello che gli pare, destrutturando le basi del discorso comune. Il Festival s’impone come evento e ribalta i rapporti di forza, mettendo il digitale al servizio dell’unicità. Quanti si ostinano a sfuggire verranno comunque raggiunti dall’eco di quel che colà accade.

Si può essere felici o costernati che ciò accada per un concorso canoro, ma è irrilevante. Quel che conta è che si tratta di un esempio, raro, di argomento comune sul quale si possono avere opinioni opposte. Le democrazie funzionavano così e hanno cominciato a funzionare meno da quando ciascuno non ha solo la propria opinione, ma anche la propria realtà. E se il vecchio modello offriva troppo potere agli ideatori del discorso comune, quello della frammentazione offre troppi spazi ai mestatori della sua demolizione.

2. Il Festival ha successo perché ci sono le canzoni, ma ci tiene a non essere un Festival delle canzoni. Non ho misuratoti particolari, ma credo che la gran parte del pubblico segua le canzoni, mentre la pressoché totalità del discorso di contorno è su altro. E il resto, anno dopo anno, da tanti e tanti anni, è sapientemente costruito per far parlare chi non sa cantare. Non c’è Festival senza polemica del Festival. E qui diventa lo specchio di quel che l’intellettualità poco pensata suppone sia la sensibilità degli italiani. Destra e sinistra va sempre bene, in un Paese fazioso, ma il sesso è una miniera inesauribile. Perché sia sfruttato appieno si deve essere rompitori di tabù, che se non ci sono più tocca inventarseli. Tabù, che ridere: <<Che bella pansé che tieni/ che bella pansé che hai/ me la dai?…>>. Nino Taranto, 1953. Poi Renato Carosone. Oggi sarebbero lapidati.

Gli scandalizzati odierni, da mostrare in scena, non sono il pastore sardo e la casalinga di Voghera, di arbasiniana memoria, ma le tatuate beghine del politicamente corretto, pronte a tremar d’indignazione libertaria se solo t’azzardi a dire che una slinguazzata organizzata e solo una gran cafonata, sicché a quel punto le beghine del conformismo che s’immagina anticonformista tuonano: omofobia. Oh beghine care, la fobia, ovvero la paura, è un problema serio, ma non è che l’ossessività sia da meno. L’idea che un complimento spinto sia violenza, se intersessuale, mentre una lingua in bocca sia passione, se omo, pareggia le beghine odierne a quelle del <<non lo fo per piacer mio, ma…>>.

In quanto alla destra e alla sinistra, disse già tutto Giorgio Gaber nel monologo su chi era comunista, del 1991: c’è chi era comunista perché lo spettacolo lo richiedeva, c’è chi era comunista perché prima era fascista. I coraggiosi portatori delle idee scontate.

3. Tuona la destra: fuori la sinistra dalla Rai. Calmatevi. L’avete lottizzata a turno. Fu già di destra, conservando la sinistra, e fu già di sinistra, conservando la destra. Ora rilottizzerete, ma non provateci nemmeno a far credere che sia una svolta. Ascoltate Amadeus, che se ne intende: gli ascolti chiudono il discorso. Verissimo, ma quale? Quello del servizio pubblico, perché quando s’usa quel metro quella che vi spartite è una televisione commerciale, posseduta dallo Stato e finanziata da contribuenti che non vorrebbero contribuire.

Andate pure avanti così, ma amerei non lo faceste a mie spese.

La Ragione

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Vita di impresa: assetti organizzativi e prevenzione dei reati


Il 22 febbraio alle ore 18:00 presso l’aula Malagodi della Fondazione Einaudi si terrà la conferenza dal titolo: “Vita di impresa: assetti organizzativi e prevenzione dei reati” Curatore dell’evento Nino Parisi Saluti introduttivi Andrea Cangini Tavola ro

Il 22 febbraio alle ore 18:00 presso l’aula Malagodi della Fondazione Einaudi si terrà la conferenza dal titolo: “Vita di impresa: assetti organizzativi e prevenzione dei reati

Curatore dell’eventoNino Parisi

Saluti introduttiviAndrea Cangini

Tavola rotonda– Andrea Ostellari
– Antonio Matonti
– Anna Vittoria Chiusano
– Massimiliano Annetta

Sessione di Q&A con i rappresentanti del mondo produttivo
Aperitivo di network
L’evento verrà trasmesso in streaming sui social network della Fondazione

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La sinistra “fuori moda e fuori tema” e una riflessione sull’astensionismo


Al direttore Chiuse le urne nelle due principali regioni italiane, al netto delle percentuali dei singoli partiti o della somma puramente algebrica degli stessi, queste elezioni hanno certificato qualcosa di più profondo, su cui vale indubbiamente la pena

Al direttore

Chiuse le urne nelle due principali regioni italiane, al netto delle percentuali dei singoli partiti o della somma puramente algebrica degli stessi, queste elezioni hanno certificato qualcosa di più profondo, su cui vale indubbiamente la pena soffermarsi e riflettere. Fatte salve eventuali prossime smentite che dobbiamo certamente mettere in conto, al momento è importante analizzare la realtà dei dati “a caldo”.

In questa tornata elettorale, dove, come si diceva, sono andate al voto quelle che senza alcun dubbio possiamo definire le regioni nevralgiche dell’intero paese (una, il Lazio, sede del motore politico nazionale, l’altra, la Lombardia, di quello economico), hanno avuto la meglio i partiti, di maggioranza o di opposizione, meglio strutturati. Non è un problema di leadership: tutti gli attuali movimenti politici, chi più chi meno, hanno un leader facilmente riconoscibile e riconducibile al partito di appartenenza.

Ma non possiamo certamente prescindere da una considerazione oggettiva: la Lega, il Partito democratico e Fratelli d’Italia hanno qualcosa in più. Anzi, qualcosa che agli altri storicamente manca: una struttura e una classe dirigente sedimentata nel tempo e, soprattutto, strutturata. Di questi tre, due di maggioranza e uno di opposizione, che indubbiamente hanno “tenuto” a queste elezioni, c’è altresì da notare che uno (il Pd) è anche momentaneamente senza leader. Tutti e tre provengono da una storia che ha radici profonde, nonostante talvolta il cambio di sigle o di nomi.

La Lega può certamente essere considerato un partito “storico”, anzi, nel panorama parlamentare attuale è quello più longevo tuttora in campo. Se vogliamo, potremmo definirla una sorta di vendetta della politica: non è sufficiente essere un abile oratore, un politico preparato o anche uno straordinario comunicatore: occorre un Partito! Non serve avere tanti vice leader, che poi nella realtà dei fatti sono qualifiche insignificanti, serve invece una solida classe dirigente sui territori.

Una condizione del genere non si costruisce dall’oggi al domani, ci vogliono forza e coraggio (e spesso anche batoste elettorali!), ma è senza dubbio – la storia lo insegna – garanzia certa di durata nel tempo e, soprattutto, di capacità di assorbire i colpi. Non garantisce insomma il successo, le vittorie o gli insuccessi in politica si susseguono e si inseguono, ma garantisce ammortizzatori che possano governare le affermazioni elettorali e cauterizzare le sconfitte.

Possiamo essere certi che da domani i politologi si concentreranno sulla scarsa partecipazione al voto e amenità del genere, ma questi sono dati in linea con l’andamento di tutti o quasi i paesi europei nel momento storico attuale. L’elemento di novità mi pare proprio quello sopra segnalato, ma ci sarà certamente tempo e modo di ritornarci, questa volta “a freddo”.

Giuseppe Benedetto,
Presidente della Fondazione Luigi Einaudi

Il Foglio

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La sinistra “fuori moda e fuori tema” e una riflessione sull’astensionismo


Al direttore Chiuse le urne nelle due principali regioni italiane, al netto delle percentuali dei singoli partiti o della somma puramente algebrica degli stessi, queste elezioni hanno certificato qualcosa di più profondo, su cui vale indubbiamente la pena

Al direttore

Chiuse le urne nelle due principali regioni italiane, al netto delle percentuali dei singoli partiti o della somma puramente algebrica degli stessi, queste elezioni hanno certificato qualcosa di più profondo, su cui vale indubbiamente la pena soffermarsi e riflettere. Fatte salve eventuali prossime smentite che dobbiamo certamente mettere in conto, al momento è importante analizzare la realtà dei dati “a caldo”.

In questa tornata elettorale, dove, come si diceva, sono andate al voto quelle che senza alcun dubbio possiamo definire le regioni nevralgiche dell’intero paese (una, il Lazio, sede del motore politico nazionale, l’altra, la Lombardia, di quello economico), hanno avuto la meglio i partiti, di maggioranza o di opposizione, meglio strutturati. Non è un problema di leadership: tutti gli attuali movimenti politici, chi più chi meno, hanno un leader facilmente riconoscibile e riconducibile al partito di appartenenza.

Ma non possiamo certamente prescindere da una considerazione oggettiva: la Lega, il Partito democratico e Fratelli d’Italia hanno qualcosa in più. Anzi, qualcosa che agli altri storicamente manca: una struttura e una classe dirigente sedimentata nel tempo e, soprattutto, strutturata. Di questi tre, due di maggioranza e uno di opposizione, che indubbiamente hanno “tenuto” a queste elezioni, c’è altresì da notare che uno (il Pd) è anche momentaneamente senza leader. Tutti e tre provengono da una storia che ha radici profonde, nonostante talvolta il cambio di sigle o di nomi.

La Lega può certamente essere considerato un partito “storico”, anzi, nel panorama parlamentare attuale è quello più longevo tuttora in campo. Se vogliamo, potremmo definirla una sorta di vendetta della politica: non è sufficiente essere un abile oratore, un politico preparato o anche uno straordinario comunicatore: occorre un Partito! Non serve avere tanti vice leader, che poi nella realtà dei fatti sono qualifiche insignificanti, serve invece una solida classe dirigente sui territori.

Una condizione del genere non si costruisce dall’oggi al domani, ci vogliono forza e coraggio (e spesso anche batoste elettorali!), ma è senza dubbio – la storia lo insegna – garanzia certa di durata nel tempo e, soprattutto, di capacità di assorbire i colpi. Non garantisce insomma il successo, le vittorie o gli insuccessi in politica si susseguono e si inseguono, ma garantisce ammortizzatori che possano governare le affermazioni elettorali e cauterizzare le sconfitte.

Possiamo essere certi che da domani i politologi si concentreranno sulla scarsa partecipazione al voto e amenità del genere, ma questi sono dati in linea con l’andamento di tutti o quasi i paesi europei nel momento storico attuale. L’elemento di novità mi pare proprio quello sopra segnalato, ma ci sarà certamente tempo e modo di ritornarci, questa volta “a freddo”.

Giuseppe Benedetto,
Presidente della Fondazione Luigi Einaudi

Il Foglio

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Il suicidio dell’Ue sull’elettrico


Serve razionalità civile, politica ed economica per analizzare un suicidio civile, politico ed economico. L’adesione incondizionata dell’Unione europea al totem dell’elettrico coincide con la mutilazione di una specializzazione (il diesel prima di tutto),

Serve razionalità civile, politica ed economica per analizzare un suicidio civile, politico ed economico. L’adesione incondizionata dell’Unione europea al totem dell’elettrico coincide con la mutilazione di una specializzazione (il diesel prima di tutto), con la cessione di sovranità tecnologica (l’elettrico è core business della Cina) e con la prospettiva di una desertificazione industriale, che comprende sia i carmakers sia
la filiera. Questo indebolimento dell’Europa delle fabbriche fa il paio con il rafforzamento dell’America delle fabbriche, che beneficia di un pacchetto di 400 miliardi di dollari –l’Ira, Inflation reduction act – con sussidi diretti alle imprese e sconti fiscali alle famiglie per l’acquisto di prodotti green, come le auto elettriche.

Il contesto europeo nasce dall’innestarsi di due fenomeni psico-politici prima che tecno-produttivi: il diesel gate tedesco e l’ecologismo radicale, con i suoi tratti da pseudo-religione. Il primo ha oscurato nella opinione pubblica europea ogni significativo miglioramento nell’impatto ambientale dei carburanti tradizionali. Il secondo ha ammantato di moralismo ogni discorso pubblico sulle nuove tecnologie. L’elettrico è assurto a dogma che ha cancellato ogni comparazione approfondita sugli effetti in Africa, in Sud America e in Asia dell’estrazione e della lavorazione delle terre rare con cui si fabbricano, per esempio, le batterie. Questo dogma astratto ha trascurato gli effetti reali sui cittadini-consumatori: in teoria i primi beneficiari, nei fatti le vittime di una selezione “classista” di portafoglio, perché le vetture elettriche sono in media più care.

Un dogma ma anche un perno dei nuovi equilibri internazionali, con appunto la Cina in una posizione di leadership funzionale anche alla cessione di sovranità tecnologica da parte dell’Europa. Nell’elettrico servono meno addetti per produrre una automobile. E la componentistica è differente da quella attuale. In questo contesto esiste l’Unione europea. Ma esistono anche la Germania, la Francia e l’Italia. Con le proprie specificità. Sul piano nazionale per il nostro Paese le cose si complicano. Nella dimensione pubblica e nella dimensione privata. La Francia con il suo centralismo e la Germania con il sistema misto governo nazionale-Laender possono finanziare le politiche industriali di transizione con più agio rispetto all’Italia, perché hanno conti nazionali più in ordine. L’altro elemento sono i singoli produttori, appunto, nazionali.

In ogni tecnologia di frontiera la concentrazione delle risorse tecnologiche e finanziarie, scientifiche e manageriali avviene in nodi coesi e corposi, come appunto le grandi imprese, che producono ricadute sulle filiere sottostanti. I produttori tedeschi hanno reagito al dieselgate con imponenti piani di investimento sull’elettrico, beneficiando del connubio con il sistema cinese. Renault e Peugeot hanno nel tempo creato noccioli duri sull’elettrico che, adesso, costituiscono buone radici generative. Nella dinamica di Stellantis – nata dalla fusione formale e dall’annessione sostanziale di Fca a Peugeot – il sistema industriale nazionale italiano sconta un ritardo di trent’anni: la gracilità dei
cicli di investimenti della Fiat negli anni ’90, la debolezza patrimoniale sua e di Chrysler e la sfiducia nel modello di business dell’elettrico di Marchionne hanno favorito lo svuotamento industriale del Paese di origine, l’Italia, dei suoi marchi, dei suoi centri di ricerca e delle sue fabbriche. Questo vale in ogni segmento. Tanto più nell’elettrico.

Il Sole 24 Ore

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#uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Quella che si impone…


[…] Quella che si impone invece è la lotta a fondo contro tutti coloro che nelle industrie, nei commerci, nelle banche, nel possesso terriero hanno chiesto i mezzi del successo ai privilegi, ai monopoli naturali ed artificiali, alla protezione doganale, a

[…] Quella che si impone invece è la lotta a fondo contro tutti coloro che nelle industrie, nei commerci, nelle banche, nel possesso terriero hanno chiesto i mezzi del successo ai privilegi, ai monopoli naturali ed artificiali, alla protezione doganale, ai divieti di impianti di nuovi stabilimenti concorrenti, ai brevetti a catena micidiali per gli inventori veri, ai prezzi alti garantiti dallo Stato.

da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

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La Difesa vale un punto di Pil, ma sull’export… L’audizione di Aiad


Supportare il settore della Difesa e velocizzare le pratiche interne dello Stato sulle attività relative alle esportazioni del comparto. Sono stati questi i nodi principali dell’intervento del presidente della Federazione aziende italiane per l’aerospazio

Supportare il settore della Difesa e velocizzare le pratiche interne dello Stato sulle attività relative alle esportazioni del comparto. Sono stati questi i nodi principali dell’intervento del presidente della Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad) Giuseppe Cossiga, e il segretario generale Carlo Festucci, in audizione di fronte alla commissione Esteri e Difesa del Senato. Queste attività, inoltre, saranno alla base della possibilità di concretizzazione del progetto della Difesa comune europea, che dovrà costruire una piattaforma industriale comune a livello continentale.

Un ecosistema diversificato

I vertici dell’Aiad hanno sottolineato anche i numeri del comparto industriale della difesa e dell’aerospazio in Italia. Sul territorio nazionale si contano 180 aziende federate. La maggior parte sono Pmi (che rappresentano il 10% circa del valore totale), accanto ai grandi campioni nazionali come Leonardo e Fincantieri. Le realtà italiane sono attive in tutti i campi, spaziando nei domini classici di terra, mare (con la nuova realtà in espansione dell’underwater) a aria, fino ai nuovi campi operativi dello spazio e del cyber. A questi si aggiungono le eccellenze della componentistica, degli equipaggiamenti, dei servizi e dell’addestramento per la Difesa e l’aerospazio.

I numeri del comparto

Un settore d’eccellenza, che si riflette anche sul fatturato, pari a circa 17 miliardi di euro. Si tratta più o meno di un intero punto percentuale del Pil nazionale, e nel complesso il valore della produzione, incluso l’indotto, è di circa quaranta miliardi di euro. Due terzi del fatturato, inoltre, proviene dall’export, che rappresenta nel complesso il 13% del saldo commerciale italiano. Di fronte a questa consapevolezza, tuttavia, i Paesi verso i quali l’Italia esporta maggiormente, concentrati nella zona del Medio Oriente, “potrebbero a volte presentare delle criticità anche ai sensi della legge 185” che regola le esportazioni di difesa, ha registrato Cossiga. “La legge – ha proseguito il presidente di Aiad – dà poca chiarezza ed è scarsamente immediata” concludendo come ci sarebbe bisogno di “migliorare la rapidità di esecuzione dell’export”.

Arsenali e Ucraina

Di fronte alla domanda se la fornitura di aiuti militari all’Ucraina possa causare una mancanza di scorte negli arsenali nazionali, il presidente Cossiga ha sottolineato come “le scorte che l’Italia aveva a disposizione non sono sufficienti per fronteggiare una guerra o un conflitto”, una situazione che nel lungo periodo potrebbe essere aggravata dal conflitto tra Russia e Ucraina. Per questo, ha aggiunto “occorre ripensare ad un ripianamento delle scorte militari”.


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Verso la controffensiva di primavera? Austin alza il livello del supporto a Kiev


Continuiamo a lavorare per fornire all’Ucraina una piena e credibile capacità di combattimento, e non solo equipaggiamento. A dirlo è stato il segretario della Difesa americano, Lloyd Austin a margine del nono incontro del Gruppo consultivo di supporto pe

Continuiamo a lavorare per fornire all’Ucraina una piena e credibile capacità di combattimento, e non solo equipaggiamento. A dirlo è stato il segretario della Difesa americano, Lloyd Austin a margine del nono incontro del Gruppo consultivo di supporto per l’Ucraina, l’iniziativa internazionale a livello di ministri della Difesa lanciata proprio dal segretario statunitense. L’incontro, tra l’altro, avviene a dieci giorni dall’anniversario dell’invasione russa in Ucraina, “La prossima settimana – ha ricordato Austin – il mondo segnerà un cupo traguardo, un anno da quando la Russia ha invaso il suo pacifico vicino, l’Ucraina”.

Formare le capacità di combattimento

Le parole di Austin sembrano segnare un cambio di passo importante da parte della coalizione che sostiene il diritto alla difesa di Kiev, passando dalla semplice fornitura di mezzi e materiali a un coinvolgimento più attivo per quanto riguarda la preparazione operativa e delle capacità di combattimento delle Forze armate di Kiev. “Per questo abbiamo deciso di sincronizzare le nostre donazioni in un piano integrato di addestramento” ha spiegato ancora il segretario Usa, che ha anche registrato come nel complesso, i Paesi occidentali abbiano fornito a Kiev oltre otto Brigate di combattimento. Per dare una misura, si tratta secondo l’organica impiegata dallo US Army di unità di manovra di base, di circa cinquemila militari, capaci di operazioni complesse.

Si rafforza il sostegno a Kiev

Le previsioni descritte da Austin, messe a sistema con quanto stabilito nel corso degli appuntamenti precedenti come la fornitura di carri armati e di sistemi missilistici Samp/T, registra un aumento complessivo del sostegno occidentale al Paese invaso. Dopo il fallimento dell’invasione iniziale, l’iniziativa è passata in campo ucraino, in cui nel corso dell’anno si è visto virare dalla sola resistenza a manovre complesse articolate. Grazie alla fornitura di sistemi sempre più sofisticati e, soprattutto, al rafforzarsi di una catena logistica, Kiev è riuscita a recuperare porzioni importanti del proprio territorio.

Verso l’offensiva di primavera?

Secondo diversi analisti e studiosi, quindi, sarebbe possibile prevedere nel corso della primavera l’avvio di una controffensiva generale da parte ucraina, con l’obiettivo ultimo di liberare la maggior parte del proprio Paese occupato. In particolare, si tratterebbe di sgomberare la fascia costiera che collega la Crimea alle repubbliche separatiste. L’aumento qualitativo, oltre che quantitativo, del sostegno dei Paesi guidati dagli Stati Uniti potrebbe dunque fornire le capacità e i mezzi necessari per assicurare la buona riuscita di questa operazione.

Il ruolo dell’Italia

In questo contesto si inserisce anche il supporto garantito dall’Italia, rappresentato al vertice dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, il quale si è anche confrontato direttamente con il segretario Austin su come Italia e Stati Uniti possono affrontare insieme le sfide internazionali e il sostegno al popolo ucraino. Dopo il fallimento dell’operazione speciale, infatti, la Russia ha avviato una campagna di strike aerei con missili e droni diretta alle infrastrutture energetiche di tutta l’Ucraina. Una campagna che ha colpito direttamente anche zone civili. Per proteggersi da questi attacchi Kiev ha richiesto la dotazione del sistema di difesa aerea Samp/T con i missili Aster-30, messi a disposizione a fine gennaio da Roma e Parigi.


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L’astensione è l’ennesimo macigno elettorale per la sinistra italiana


A partire dalle elezioni del 1979 la partecipazione alle consultazioni parlamentari ha subito un progressivo calo che l’ha portata dal 93,4% del 1976 al 63,8% lo scorso 25 settembre 2022. Il dato delle regionali di ieri? Le mitiche periferie, che dalla si

A partire dalle elezioni del 1979 la partecipazione alle consultazioni parlamentari ha subito un progressivo calo che l’ha portata dal 93,4% del 1976 al 63,8% lo scorso 25 settembre 2022. Il dato delle regionali di ieri? Le mitiche periferie, che dalla sinistra sono passate stabilmente alla destra, votano sempre meno. Ci spaventavamo del più grande partito, “l’astensione”, quando era del 40% e ora che è al 60%? Chi sarà eletto (di tutte le liste) brinderà e gli altri no. È sempre più un fatto personale, e del proprio gruppetto, vincere o meno. Solo che stavolta il divorzio con la politica e ancora di più con il centrosinistra (terzo polo incluso) è profondo. Crollo della partecipazione e antipolitica sono due colpi durissimi alla democrazia. Proprio “la gente” si è stufata del “meno peggio” e piuttosto si butta sul nazionalpopulista. Stavolta, anche il cosiddetto “ceto medio riflessivo” si è stufato e ha disertato le urne.

Eppure l’arroganza delle nomenclature dei partiti perdenti è al massimo storico. Ancora credono che uno slogan a Sanremo, il progressismo chic degli influencer o i talk serali, possano sostituire le capacità di rappresentanza di un partito veramente popolare. Rispetto alle regionali precedenti (senza concomitanza con le politiche e su due giorni) vota il 30% di elettori in meno. Non solo, crollano iscrizioni, i comizi finali sono sempre più eventi piccoli, spesso solo online. Lo stesso per congressi e primarie. Tutti a lamentarsi della qualità dei candidati, ma la malattia è più profonda. Non è facile fare attività politica e va ringraziato sempre chi si candida e fa un passo avanti. La partecipazione è crollata in ogni ambito: sociale, sindacale, associativo, politico. Per i gruppi dirigenti non sembra un grosso problema. Tra “pochi”, la pratica della cooptazione funziona anche meglio. Il guaio è che quando ci si auto-coopta si finisce con il non leggere più la realtà. Un esempio? Come si può confondere il giudizio reale sulla sanità di una Regione (che non corrisponde auna buona o cattiva campagna vaccinale) con il “parere” di chi ha un fondo sanitario privato o di chi con due telefonate salta qualsiasi lista d’attesa? È altra cosa ascoltare le esperienze di chi ha bisogno di diagnosi, di cure, di assistenza delle disabilità, dei pronto soccorso, delle terapie dei malati oncologici.

Il nostro stato sociale sta crollando, crescono le persone abbandonate e chi rinuncia a curarsi. Ma è arretrato, da molti anni, per molti italiani. Mentre la politica lo soffoca. Se, dove si governa, la qualità dei servizi sociali è scadente si dà forza a chi vuole smontarli e privatizzare. Ho votato centrosinistra e ritengo che la Lombardia e il sistema degli accreditamenti ai privati non siano un modello da imitare, ma è indubbio che è più facile che dal Lazio ci si vada a curare in Lombardia che non viceversa. Certo è dura gestire perché ci sono responsabilità pregresse, ma almeno non presentiamoci come la terra promessa. E non è un caso che, più in generale, le campagne elettorali siano accolte dal disinteresse, dal “tanto non cambia nulla”. Il candidato è altrettanto “solo”, i partiti non esistono quasi più. È, tuttavia, un bel segnale che i partiti più strutturati nel territorio reggano meglio. Ma anche lì l’insofferenza è notevole. C’è da sperare che almeno stavolta, dopo le sconfitte più cocenti o elezioni senza la metà degli aventi diritto, ci sia il coraggio di fare sul serio. Non come è accaduto prima e dopo il 25 settembre.

E non usate la carta “giovani” mettendo in pista dei “giovani bonsai” di loro stessi. Con la stessa mimica, la stessa furbizia e cinismo per imparare a galleggiare. I meccanismi di legittimazione sono stati tutti indeboliti rafforzando la percezione popolare dell’idea (malsana) che votare non conti nulla. Anche per continuare a dare colpa alla “gente”, che qualche responsabilità la ha pure. Perché se ti informi, acquisisci consapevolezza e scegli in modo veramente libero, ma diventi anche più esigente verso chiti rappresenta. E però ti stufi anche prima della solita minestra che non sa più di nulla, neanche condita con le più necessarie alleanze.

La Repubblica

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Italia e Grecia, tutti i dettagli dell’accordo Fincantieri-Leonardo


Il programma delle corvette della marina ellenica è uno degli obiettivi del memorandum d’intesa (MoU) siglato in Grecia da Fincantieri e Leonardo, a dimostrazione di una oggettiva vitalità dei players italiani che hanno, non solo la possibilità di avviare
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Il programma delle corvette della marina ellenica è uno degli obiettivi del memorandum d’intesa (MoU) siglato in Grecia da Fincantieri e Leonardo, a dimostrazione di una oggettiva vitalità dei players italiani che hanno, non solo la possibilità di avviare una possibile catena di fornitura in Grecia, ma anche di implementare l’accordo con Onex Shipyards & Technologies Group per la creazione di una linea di produzione e manutenzione di corvette lungo tutto il loro ciclo di vita, presso i cantieri ellenici di Elefsis. Più in generale, questa rinnovata cooperazione con l’ecosistema industriale ellenico si inserisce in un momento nevralgico delle iniziative nel Mediterraneo, dove l’Italia è protagonista.

Base Elefsis

Onex Elefsis Shipyards diventerebbe punto cardine “della strategia di Fincantieri qualora il Gruppo, in qualità di prime contractor, si aggiudicasse il programma delle corvette della Marina ellenica promosso dal Ministero della Difesa greco”, recita una nota del colosso italiano. Per questa ragione il Memorandum of Cooperation (MoU) è stato sottoscritto con otto società greche; Sunlight Group Energy Storage Systems S.A.; Eneral Commercial And Industrial S.A.; Farad S.A. Heat Exchangers; Environmental Protection Engineering S.A.; G. Ligeros O.E. (Psyctotherm); Ssa S.A.; Elfon; Tecross S.A.

La tempistica assume ancora più rilevanza dal momento che, come confermato da fonti diplomatiche, il governo conservatore guidato da Kyriakos Mitstotakis punta a chiudere l’ultimo grande programma di equipaggiamenti prima delle elezioni politiche previste nel mese di aprile. I due pretendenti del programma, l’italiana Fincantieri e il gruppo navale francese già collaborano con i due principali cantieri navali del Paese: due mesi fa avevano presentato le loro proposte migliorative per tre corvette, con un budget in entrambi i casi ridotto a 1,65 miliardi di euro, mentre entrambe le parti avevano presentato proposte per coprodurre le navi nei cantieri greci, con Fincantieri che si era alleata con Elefsina Cantieri Navali e i francesi con i Cantieri Navali Skaramangas e il gruppo cantieristico di G. Prokopios. La mossa italiana va nella direzione di coinvolgere maggiormente le aziende greche negli appalti, passaggio che verrà pesato dal governo nella valutazione dei due candidati.

Scenari

Tra l’altro i Cantieri Navali Elefsina sono attesi a breve dalla conclusione del processo di riorganizzazione, con la decisione del tribunale di accelerare la loro messa a regime e quindi renderli operativi entro quattro mesi: il che significa procedere, parallelamente, anche ad accordi con aziende high-tech americane per la rete 5G.

Inoltre entro il 2026 la Marina Ellenica cambierà volto: verranno aggiornate quattro navi pattuglia di classe Machitis (HSY56A) e quattro Mk V SOC, con Spike NLOS di Rafael e ER II ATGM e un sensore elettro-ottico; i quattro sottomarini AIP di classe Papanikolis (Tipo 214HN) e l’unico Okeanos (Tipo 209/1500) riceveranno nuovi siluri Seahake Mod 4 e i sistemi di lancio di esche Leonardo per l’autoprotezione contro le minacce.

Inoltre quattro elicotteri P3 Orion MPA & SIGINT saranno aggiornati e fortemente modernizzati assieme a sette elicotteri MH-60R . L’obiettivo del governo è quello di costruire entro il 2034 una moderna forza navale con 12 fregate, 6 corvette e 8 sottomarini proprio mentre ai 18 caccia Rafale acquistati dalla Francia si sommeranno anche gli F35 (non si sa ancora quanti), come ammesso dal senatore americano Bob Menendez.

Una mossa che nasce cinque anni fa, quella di rimodernare le forze armate greche, quando la consapevolezza del peso specifico ellenico agganciata a doppia mandata al dossier energetico legato ai gasdotti si è tramutata da semplice analisi a obiettivo geopolitico.

@FDepalo

#Fincantieri and #Leonardo signed a number of MoU with potential new Greek suppliers, setting basis for possible long term business relationships. The event took place today in the Onex #Elefsis Shipyards, the cornerstone site of the Group's strategy.
👉 t.co/sSs4E2kj8P pic.twitter.com/S9nBux8xMy

— Fincantieri (@Fincantieri) February 13, 2023


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#uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Alla ribalta della discussione…


Alla ribalta della discussione, i liberali porteranno i seguenti problemi: in primissimo luogo la lotta contro la plutocrazia. da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Al
Alla ribalta della discussione, i liberali porteranno i seguenti problemi: in primissimo luogo la lotta contro la plutocrazia.

da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

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Donne, libertà e diritti umani in Iran


Il 21 febbraio 2023 alle ore 15:00, presso la sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica si terrà la conferenza dal titolo “Donne, libertà e diritti umani in Iran”. Durante l’evento la Fondazione Luigi Einaudi presenterà il suo manifesto “per un

Il 21 febbraio 2023 alle ore 15:00, presso la sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica si terrà la conferenza dal titolo “Donne, libertà e diritti umani in Iran”. Durante l’evento la Fondazione Luigi Einaudi presenterà il suo manifesto “per un Iran libero”.

Il 13 settembre 2022, la donna curda iraniana Mahsa Amini è stata arrestata dalla polizia “morale” iraniana, che regolarmente arresta, detiene arbitrariamente, tortura e maltratta giovani ragazze e donne, secondo loro colpevoli poiché non rispettano l’obbligo di indossare il velo. Mahsa, picchiata violentemente, è morta dopo tre giorni di coma. Da quel giorno su tutto il territorio del Paese dilagano mobilitazioni della società civile e proteste. Le donne dell’Iran manifestano da più di due mesi in nome dei loro diritti fondamentali, tra tutti quello di essere considerate esseri umani e non oggetti o esseri inferiori, quello di essere protagoniste della loro vita e non figure ancillari, quello di essere libere.

Saluti istituzionaliSen. Giulio Terzi di Sant’Agata
Amb. Mark D. Wallace
CEO e fondatore di “PaykanArtCar”

Dr. Hiva Feizi presenta:Masih Alinejad, giornalista e attivista
Hamed Esmaelion

Andrea Cangini,
Segretario Generale della “Fondazione Luigi Einaudi – FLE”, presenta il Manifesto “Per un Iran libero”

Saranno presenti:
Prof. Germano Dottori, analista
Dr. Francesco Galietti, analista

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Un’altra stabilità in Europa è possibile


La Commissione europea, dopo una consultazione durata quasi un anno, ha presentato un progetto sorprendentemente ambizioso e in qualche modo rivoluzionario Questa settimana a Bruxelles inizia la trattativa sul nuovo Patto di stabilità, cioè sulle regole d

La Commissione europea, dopo una consultazione durata quasi un anno, ha presentato un progetto sorprendentemente ambizioso e in qualche modo rivoluzionario


Questa settimana a Bruxelles inizia la trattativa sul nuovo Patto di stabilità, cioè sulle regole di bilancio che dovranno essere re-introdotte in Europa dopo la sospensione — all’inizio della pandemia — della vecchia versione del Patto. In questa trattativa l’Italia sarà rappresentata dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e dal nuovo direttore del Tesoro, Riccardo Barbieri.

Si partirà dalla proposta della Commissione europea la quale, dopo un processo di consultazione durato quasi un anno, lo scorso novembre ha presentato un progetto sorprendentemente ambizioso e in qualche modo rivoluzionario. Viene abbandonato il Patto basato su rigide soglie numeriche, identiche per tutti i Paesi: l’idea è di sostituirlo con piani di riduzione del debito che la Commissione negozierà con ciascun Paese e che saranno valutati chiedendosi se garantirebbero la sostenibilità del debito.

Una seconda innovazione è la proposta di usare, come strumento per garantire la sostenibilità del debito, il percorso della spesa pubblica al netto degli interessi. Mi pare una scelta saggia perché evita che una recessione, e la caduta del gettito fiscale che la accompagna, possano indurre politiche di bilancio pro-cicliche, cioè strette di bilancio che aggravano la recessione. Un approccio fondato su una regola di spesa e su piani a medio termine produce aggiustamenti meno sensibili alle condizioni economiche del Paese.

Infine, l’orizzonte per la riduzione del rapporto debito-Pil, in principio fissato in 4 anni, diventa anch’esso negoziabile. Il vecchio Patto prevedeva che il rapporto scendesse ogni anno di un ventesimo della distanza tra il livello corrente e il 60%. Con le nuove regole gli Stati membri potranno chiedere rientri più graduali, in cambio di riforme e piani di investimento sorvegliati da Bruxelles.

La proposta della Commissione, che ha molti elementi in comune con il progetto italo-francese proposto da Draghi e Macron nel dicembre 2021, si ispira all’esperienza del Pnrr il cui disegno è molto diverso dal vecchio Patto di stabilità. Il patto lasciava ai Paesi tutte le scelte economiche strategiche limitandosi ad imporre loro un insieme uniforme di regole. Il Pnrr invece affida ai Paesi e alla Commissione, che decidono insieme, la scelta di obiettivi comuni (transizione verde, digitalizzazione, riduzione delle disuguaglianze), con una forte discrezionalità nella formulazione dei piani nazionali tenendo conto della realtà istituzionale di ciascuno Paese.

Vecchio Patto e nuove regole differiscono anche nelle modalità di esecuzione. Con il Patto eventuali deviazioni dagli obiettivi concordati erano affrontate solo tramite la moral suasion, e questa non ha mai funzionato. Nel Pnrr invece il mancato rispetto degli impegni può essere sanzionato con la sospensione dei finanziamenti, e finora questa minaccia sembra essere efficace.

Ma dietro queste differenze fra il vecchio Patto e la nuova proposta vi è un diverso modo di ottenere la riduzione del rapporto fra debito pubblico e Pil. Un primo approccio consiste nell’agire sul deficit, riducendolo: contraendo, cioè, la spesa pubblica o aumentando la pressione fiscale. Se la contrazione del deficit avviene troppo rapidamente, e con un sostegno limitato della politica monetaria, oppure aumentando le tasse anziché tagliando le spese (perché molta spesa pubblica, in primis pensioni e sanità, è difficile da tagliare), si provocherà una recessione con il risultato paradossale che il rapporto tra debito pubblico e Pil, anziché scendere, salirà. Se poi la recessione è particolarmente grave, può avere effetti sul potenziale di crescita dell’economia — scoraggiando la creazione di imprese, l’innovazione tecnologica e l’apprendimento di tecniche nuove da parte dei lavoratori — e così avere benefici limitati anche nel medio/lungo periodo. Questo tipo di aggiustamento è stato adottato dall’Unione europea negli anni delle crisi di debito sovrano (2010-13), generando un’ondata di austerità, con il risultato che alla fine il rapporto debito-Pil anziché ridursi è aumentato: fra il 2011 e il 2013, un periodo di intensa austerità, il rapporto debito-Pil aumentò in Italia dal 120 al 132,5 per cento.

Diversamente si possono mettere in campo politiche economiche per favorire un elevato tasso di crescita dell’economia, sia stimolando gli investimenti, privati e pubblici, sia con riforme che migliorino l’allocazione delle risorse produttive, in primis il lavoro. Evidentemente questa seconda strada è preferibile, visto che aumentare la crescita economica è sempre positivo, anche ignorando gli effetti collaterali sulla sostenibilità del debito pubblico. È però anche un approccio più fragile: affinché un programma di investimenti pubblici abbia effetti duraturi sulla crescita, la scelta del tipo di investimenti è cruciale. Questo significa che la scelta di quali investimenti pubblici e quali riforme attuare durante un programma di riduzione del debito richiede una valutazione attenta e realistica di quanto possano contribuire alla crescita della capacità produttiva nel lungo periodo e non solo alla crescita della spesa totale nel breve periodo.

Nel complesso il Pnrr offre un esempio incoraggiante di questo secondo approccio. La crescita italiana degli ultimi due anni ha portato a una discesa veloce del rapporto debito/Pil: da 155 a 147 in soli tre anni. Parte di questa rapida crescita è dovuta a un effetto di recupero dopo la recessione molto acuta del 2020, e parte della crescita è crescita «nominale» dovuta all’inflazione. Ma è utile ricordare che dopo la recessione del 2009 non si era avuta una ripresa altrettanto veloce e l’inflazione era stata a lungo al di sotto dell’obiettivo della Banca Centrale Europea. È ragionevole supporre che la diversa performance dell’economia italiana negli ultimi due anni sia dovuta in parte significativa al supporto fiscale che il Pnrr consente. Non è certo che gli investimenti pubblici fatti grazie ai fondi del Pnrr portino a crescita duratura, ma sicuramente la selezione degli investimenti e delle riforme che li hanno accompagnati è stata guidata da obiettivi di lungo periodo.

L’interesse dell’Italia è tener fermi due punti: restare allineata con la proposta della Commissione, rivendicandone una qualche paternità; insistere su un modello di riduzione del debito fondato su investimenti e crescita. Se il primo richiede capacità di alleanze, il secondo richiede precisi indirizzi di riforme e altrettanto precisi investimenti pubblici, capaci di attivare anche quelli privati, necessari tanto quanto quelli pubblici.

Corriere della Sera

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Coerranti


Bene collaborare, meno nello sbagliare. Si finisce con il trasformare un successo in un regresso. Conta la realtà: nelle ore in cui si concludeva il Consiglio europeo la Russia scatenava un nuovo e massiccio attacco missilistico. Putin non conosce e ricon

Bene collaborare, meno nello sbagliare. Si finisce con il trasformare un successo in un regresso. Conta la realtà: nelle ore in cui si concludeva il Consiglio europeo la Russia scatenava un nuovo e massiccio attacco missilistico. Putin non conosce e riconosce altra strada che quella del massacro, non lascia margini ad alcun negoziato. L’Unione europea ha preso diverse iniziative per aprire una via diplomatica, tutte respinte. Se non c’è la possibilità di negoziare l’Ucraina deve vincere. Questa è la partita. Sono stati commessi tre errori, ci si è trovati a errare insieme, ma insieme si continuerà ad essere erranti, assieme in cammino. I tre errori sono poca cosa rispetto al rinnovato successo: l’Occidente e l’Ue restano compatti, al fianco degli aggrediti.

La decisione di inviare armi all’Ucraina è caldeggiata e condivisa dalle istituzioni dell’Unione, ma è una decisione nazionale. Ciascuno decide per le proprie armi, senza vincoli esterni. Il che comporta delle differenze, anche perché diversi sono i rispettivi arsenali, e può portare a un coordinamento a geometria variabile. E, del resto, quando i leaders di Francia, Germania e Italia andarono assieme a Kiev, in treno, 24 capi di Stato o governo erano assenti. Non per questo “esclusi”. Per Meloni lamentare il mancato invito ad un incontro, all’Eliseo, è stato un errore. Poche ore prima i ministri della difesa di Francia e Italia avevano concordato il da farsi. Se il tedesco si fosse sentito “escluso” avrebbe sbagliato.

Un errore lo ha commesso anche il presidente francese, Macron. Era ragionevole che Zelensky vedesse separatamente il capo del governo britannico, essendo un importante fornitore di aiuti ed esterno all’Ue. Era anche ragionevole che incontrasse le guide di Francia e Germania, che forniscono armi che altri non inviano. Ma non è ragionevole che a un rilievo (sbagliato) Macron risponda che c’è un ruolo speciale di Francia e Germania, perché conosciamo la storia, conosciamo i numeri, ma dentro l’Ue non sono previste specialità. E siccome Macron è fra i più europeisti dei governanti europei, non gli sarà difficile riconoscere l’errore.

Un terzo errore lo ha commesso Zelensky, che in quanto invitato poteva tenersi fuori dalla polemica sugli inviti, ma ha voluto dire che con Macron e Scholz sono stati discussi temi di cui non si può parlare. Allora non lo dire. Perché questo non sposterà di un capello la posizione italiana o di altri europei, ma rischi e costi li corriamo e sosteniamo tutti, sicché ci sono le sedi adatte per parlare senza comiziare.

Questo tris è stato mal giocato, ma resta roba da poco rispetto allo scenario: fin qui si è aiutata l’Ucraina a resistere all’invasione e le armi sono servite ad evitare una vittoria russa (che per ciò stesso ha perso) e lasciare lo spazio ai negoziati, ma se i negoziati vengono esclusi dall’aggressore allora le armi non serviranno più solo a difendersi, ma a vincere. Lo ha capito bene un vecchio conoscitore del mondo, Kissinger, che stupisce sempre per la lucidità e non si smentisce mai in quanto a realismo. Ma questo porta anche a potere considerare l’attacco ucraino alla Crimea, cosa di cui scrive Lenzi a pagina quattro. Stiamo parlando di un passaggio destinato a segnare la storia dei decenni a venire. Chi se ne frega dell’invito, dell’errore e della replica.

Non c’è alternativa sensata al procedere assieme, come europei. C’è una convenienza politica ed economica a farlo integrando le difese e le industrie per la difesa. Non ci sono schieramenti alternativi in Ue (non i Paesi di Visegrad, visto che Polonia e Ungheria sono agli antipodi). Può esserci il rattrappimento nelle propagande vernacolari, fatte da crestuti che credono d’essere galli e sono invece polli.

Ciascuno rappresenta idee e interessi. È normale. I guai cominciano quando ciascuno vuol far vedere che sta rappresentando determinate idee o interessi. A quel punto non mira più al risultato, ma alla rappresentazione. Che sarà quella di un fallimento.

La Ragione

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Giudici e pm: la norma attuale è ipocrita. La separazione delle carriere serve subito – Gazzetta di Reggio


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