L’interesse


L’Italia è una sola. L’occasione dei fondi europei Ngeu e del connesso piano Pnrr è una sola. Il governo italiano è uno solo e quello in carica non so se durerà un’intera legislatura (che poi il problema non è durare, bensì operare), ma è sicuramente in c

L’Italia è una sola. L’occasione dei fondi europei Ngeu e del connesso piano Pnrr è una sola. Il governo italiano è uno solo e quello in carica non so se durerà un’intera legislatura (che poi il problema non è durare, bensì operare), ma è sicuramente in carica nel tempo determinante perché quei vitali investimenti siano realizzati. Uno solo è l’interesse dell’Italia, sicché sperare, per faziosità, che fallisca è una follia autolesionista. Non di meno che fallisca è possibile e alcune avvisaglie ci sono. Di questo dovrebbe occuparsi chi non vive solo di rivalse del passato e di tifo nel presente.

Gli interessi dell’Italia non sono gli interessi di una parte. Sbagliano gli oppositori che rimproverano al governo l’assenza a una cena. Sbaglia il governo a ingrugnirsi per l’assenza. Quel che conta è che Zelensky viene a consolidare la via d’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea e che quella fu idea che nessuno più del governo italiano caldeggiò, lavorandoci concretamente. Non un “altro” governo, ma “il” governo. Il solo esistente. Patriottismo è questo, non la fanfara, il dir “Nazione” o il far spettacolo della Costituzione.

Nella convivenza europea il problema non è la farina di grilli o la classe energetica delle case, che son cretinate demagogiche messe in giro fidandosi del fatto che chi ascolta non sappia di che si tratta, nel mentre mangia lumache e controlla il bollino blu della caldaia. Il nostro problema è il debito. E non lo si gestisce salmodiando “elasticità, elasticità”. Se si hanno delle idee, devono essere europee.

1. Abbiamo il debito pubblico più alto, in rapporto al prodotto interno lordo, con la sola e non esaltate eccezione della Grecia. 2. Ma il club che supera il 100% si allarga e il nostro debito complessivo, pubblico più privato, è in linea con quello degli altri grandi europei. 3. Il debito complessivo, nel mondo, è oggi pari ad uno spaventoso 420% del prodotto globale. 4. I tassi d’interesse crescono e quello sarà un problema di tutti. Allora non mi metto a dire che se i tedeschi spendono di più per sostenere le loro aziende allora io devo potere indebitarmi di più, perché quel maggiore debito diventerà un peso per le mie, mica per le loro aziende. Non spero che tutto il debito italiano sia posseduto da italiani, perché è come dire che i risparmi degli italiani servono ad alimentare la spesa pubblica corrente, impoverendosi e perdendo occasioni di crescita nel mondo. Provo a pensare europeo e proporre una strada.

A. L’euro e il mercato comune europeo sono un vantaggio competitivo, una parte considerevole dei debiti nazionali è posseduto dalla Banca centrale europea, che se ne disfaccia è un bene, che finisca sul mercato può essere un problema, la cosa migliore sarebbe disporre di un’agenzia Ue del debito. B. Quei debiti non saranno mai cancellati (salvo che non si vada in bancarotta, nel qual caso averli venduti solo ai propri cittadini sarebbe una brutale fregatura) o ripagati, ma vanno assorbiti. C. Per farlo l’agenzia del debito aiuta a tenere i tassi reali bassi. D. L’Italia ha interesse, ma nessuna credibilità a proporlo se non ci sbrighiamo almeno a ratificare la riforma del Mes.

Non basta. Ha ragione Meloni a dire che il modo per tenere in equilibrio il debito è crescere. Per crescere serve competitività, che è data da innovazione e concorrenza. Ma se vedo il governo inchiodato sui balneari ne deduco che non cresceranno mai. In tutti i sensi.

Il pubblico di casa può essere intrattenuto in vario modo, ma alla fine conta il risultato. Meloni (e con lei Giorgetti) hanno assimilato la lezione impartita dal disastro del primo governo Conte, con i Salvini e i Di Maio che volevano dar lezioni all’“Europa”. L’odierna consapevolezza della delicatezza dei conti è molto apprezzabile. Si perde tempo, però, se si pensa di rappresentare gli interessi italiani in Ue, laddove si devono indirizzare gli interessi Ue a essere coerenti con quelli nazionali. Fa tenerezza sentir reclamare più Europa e più unità, da chi ha predicato meno integrazione e più nazionalità. Pensare europeo o non pesare nazionale.

La Ragione

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Un nuovo laboratorio di analisi letteraria – Gazzetta del Sud


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#laFLEalMassimo – Episodio 82 – Sanremo Zelensky Pizza e Mandolino


Mentre agli occhi del mondo l’invasione dell’Ucraina appare come una evidente tragedia i media italici sono invasi dalla farsa legata all’intervento a Sanremo del presidente Zelensky prima promesso e poi sostituito dalla lettura di un messaggio a cura del

Mentre agli occhi del mondo l’invasione dell’Ucraina appare come una evidente tragedia i media italici sono invasi dalla farsa legata all’intervento a Sanremo del presidente Zelensky prima promesso e poi sostituito dalla lettura di un messaggio a cura del bravo presentatore.

La fugace parentesi della presidenza Draghi ci aveva illuso per qualche momento che l’Italia potesse posizionarsi tra le società aperte e le democrazie libere, quelle capaci di gestire i rigurgiti interni di intolleranza, la fascinazione dei miserabili verso il totalitarismo e non ultimo il criminale sostegno di pochi alla sanguinaria espansione di Putin.

Ma l’episodio di Sanremo ci riporta alla realtà dove il nostro paese , da Lampedusa a Bolzano, rimane il paese della pizza e del mandolino, che non mescola la serietà delle canzonette con gli spettri lontani di una guerra che rimane sullo sfondo della televisione per chi la guarda ancora.

Poco altro da dire e da commentare se non la traduzione di qualche passaggio del discorso di Roberta Metsola: “Siamo qui oggi, in questa occasione storica, per dare il benvenuto al Parlamento europeo al Presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelenskyy. È passato quasi un anno dalla brutale e illegale invasione dell’Ucraina sovrana da parte della Russia.

In tutto questo tempo, signor Presidente, la sua leadership ha ispirato il suo popolo e ha ispirato ogni angolo del mondo. Quando il mondo pensa all’Ucraina, pensa a eroi che lottano contro le avversità, a Davide che batte Golia. Nonostante le bombe che cadono ogni giorno, il suo grano continua a nutrire il mondo. Quando un terremoto devastante ha colpito la Turchia e la Siria, vi siete alzati e avete inviato soccorritori, attrezzature e competenze. Questa è vera solidarietà.

Capiamo che non state combattendo solo per i vostri valori, ma anche per i nostri. Per quegli ideali che ci legano come sorelle e fratelli. Che ci rendono tutti europei. Perché l’Ucraina è Europa e il futuro della vostra nazione è nell’Unione Europea. E voglio ripetere la promessa che vi ho fatto quando ci siamo incontrati a Kiev lo scorso aprile: vi copriamo le spalle. Eravamo con voi allora, siamo con voi ora, saremo con voi fino a quando sarà necessario.

La libertà prevarrà. La pace regnerà. Voi vincerete.”

Slava Ukraini

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Inflessibili


Oggi è riunito il Consiglio europeo, i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione europea. Si chiuderà domani e i temi in agenda sono diversi. Due spiccano sugli altri: l’impegno al fianco dell’Ucraina e la gestione di bilancio e fondi esistenti, co

Oggi è riunito il Consiglio europeo, i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione europea. Si chiuderà domani e i temi in agenda sono diversi. Due spiccano sugli altri: l’impegno al fianco dell’Ucraina e la gestione di bilancio e fondi esistenti, con sullo sfondo la possibilità di alimentarne altri mediante ulteriore debito comune. Un modo piccino e provinciale di guardare le cose consiste nel concentrarsi sul presunto “peso” dell’Italia, che è poi un modo per usare le questioni europee a fini interni. Più serio capire che non si tratta più di stabilire quanto ciascuno sia rilevante, ma quanto le decisioni prese saranno rilevanti per ciascuno. E i due temi citati sono decisivi per l’Ue e determinanti per l’Italia.

A Kiev non ci sarebbe stato motivo, nel mentre si è in guerra, per aprire questioni di avvicendamenti ministeriali. Lo hanno fatto perché la loro difesa dipende dalla solidarietà occidentale e dal procedere dell’integrazione in Ue, ponendo poi il problema Nato. Per questa ragione si adeguano alle nostre regole e Zelensky prenderà parte, da esterno, alla riunione.

È stato il governo italiano il primo e il più netto nell’affermare che l’Ucraina sarebbe dovuta entrare nell’Ue. Lo fece quando le titubanze di altri erano forti e non prive di fondamento. Draghi trascinò Macron e Scholz su un treno, verso Kiev. Attenzione, questo è un punto rilevantissimo: non è che “capeggiò” o “contò”, serve a nulla questo approccio miserrimo, ma ragionò da europeo, dentro il meccanismo istituzionale e decisionale europeo, proponendo una scelta europea. Il passato in Bce lo ha aiutato. Si è affermato un indirizzo politico che si propone come europeo, inflessibile. Non si disperda quel patrimonio, perché la riunione che comincia oggi, su quel fronte, è un nostro successo.

Le polemicuzze vernacolari dicono: i ministri dell’economia francese e tedesca sono andati negli Usa assieme e senza gli altri, senza di noi. Irrilevante, perché l’interesse che rappresentavano, ovvero che gli aiuti di Stato Usa non squilibrino la concorrenza, è comune. Questa partita si gioca pensando europeo, altrimenti resta la scopetta al bar sotto casa. Al Consiglio, però, si confronteranno punti di vista e interessi diversi. Il perdente per vocazione ci tiene a far sapere d’essersi battuto. Il vincente è disposto a tacere il proprio successo, puntando alla sostanza.

Polemizzare con l’aumento dei tassi d’interesse è da perdenti. All’Italia farebbe comodo che un’istituzione europea, per esempio il Mes, che la viltà e stoltezza impediscono ancora di ratificare, si faccia carico dei titoli del debito pubblico che, lentamente, la Bce dismetterà. Significa debito comune. I tedeschi e non solo, giustamente, fanno osservare che di quattrini ce ne sono fin troppi, in giro, e che la caratteristica dei fondi europei è che tutti ne vogliono di più, ma poi se ne spendono di meno. E qui arriva una delle richieste del governo italiano: usare quelli non spesi per potenziare il Pnrr, tenendo conto dell’inflazione. Terreno scivoloso, sul quale non faranno fatica a spingerci per poi vederci pattinare, perché è come dire: siamo stati incapaci di spendere, consentiteci di riprovarci nel mentre abbiamo un’altra montagna di fondi da investire. Non è una posizione esaltante.

Invece d’invocare flessibilità, che alle orecchie altrui suona come “incapacità”, si faccia valere che sull’Ucraina l’iniziativa fu nostra perché fu europea e su quel tema abbiamo una maggioranza politica che supera quella di governo, ben più di quel che accade in altri Paesi, mentre sul Pnrr l’impostazione si deve a un governo sostenuto da quasi tutti e l’inflessibile impegno a realizzarlo richiede solo d’essere accompagnato dalla collaborazione della Commissione Ue. Nel frattempo ricordando che sia per l’Ucraina che per i conti, la difesa comune europea passa dall’industria europea della difesa. E la nostra è forte. Il solo modo per portare a casa dei risultati è pensare europeo. Inflessibilmente.

La Ragione

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Quel pasticcio italiano del PM a due teste – Il Giornale


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Separazione delle carriere: la riforma ora o mai più – Gazzetta di Reggio


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Separazione delle carriere, ne parla Benedetto – ilrestodelcarlino.it


Sarà presentato stasera alle 18 alla Sala del Palazzo del Capitano dell’Hotel Posta in piazza del Monte 2 il libro “Non diamoci del Tu” di Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi. “I tempi sono maturi per la separazione delle carrier

Sarà presentato stasera alle 18 alla Sala del Palazzo del Capitano dell’Hotel Posta in piazza del Monte 2 il libro “Non diamoci del Tu” di Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi.

“I tempi sono maturi per la separazione delle carriere tra Magistratura giudicante e Magistratura requirente – spiega Benedetto – Il mio libro “Non diamoci del tu”, cerca di spiegare perché questa non possiamo che definirla la “riforma delle riforme”, senza la quale nessun approccio riformatore per la Giustizia è attuabile in Italia. L’anomalia tutta nostra della carriera unica va superata nell’interesse della Giustizia stessa e del Paese”.

Il prof Benedetto dialogherà con altri ospiti della serata: il sottosegretario alla Giustizia senatore Andrea Ostellari, l’onorevole Benedetta Fiorini, l’avvocato. Giuseppina Rubinetti e il prof Giulio Garuti.

Abbiamo chiesto all’onorevole Fiorini il suo punto di vista: “Il libro del Presidente Giuseppe Benedetto evidenzia una stortura, che con il Governo Meloni abbiamo finalmente la possibilità di risolvere, auspicando un cambiamento radicale del sistema giustizia, illustrando l’urgente necessità della separazione delle carriere affinché si possa raggiungere realmente l’autonomia della giurisdizione. Questo vuole essere un momento di confronto, di dialogo per parlare di un tema così importante ma così ostico per molti dei cittadini fino a quando poi non tocca la vita di ciascuno di noi… la giustizia non ha e non deve avere colori politici”.

L’evento sarà moderato da Stefano Zurlo de “Il Giornale”, che saprà sviscerare le insidie e le peculiarità di un argomento tanto fondamentale quanto di difficile trattazione nel nostro Paese.

ilrestodelcarlino.it

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Giustizia, Lega Reggio: siamo per la separazione delle carriere – 24emilia.com


Venerdì 10 febbraio alle ore 18.00 all’Hotel Posta (p.zza del Monte n.2) verrà presentato «Non diamoci del Tu» di Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi. Che il giudice e l’accusatore siano colleghi è una singolarità tutta italiana.

Venerdì 10 febbraio alle ore 18.00 all’Hotel Posta (p.zza del Monte n.2) verrà presentato «Non diamoci del Tu» di Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi.
Che il giudice e l’accusatore siano colleghi è una singolarità tutta italiana. Un’anomalia politica e sociale che si perpetua da decenni. Il libro di Giuseppe Benedetto evidenzia tale stortura ed auspica un cambiamento del sistema giustizia, illustrando l’urgente necessità della separazione delle carriere affinché si possa raggiungere realmente l’autonomia della giurisdizione. Un rigoroso lavoro di approfondimento scientifico, una minuziosa cura della ricostruzione storica, uno scrigno di passione civile che emerge da ogni pagina, questo e tanto altro è «Non diamoci del tu».

Sarà inoltre l’occasione per riflettere ad ampio raggio delle criticità del sistema giudiziario italiano e dei tanti temi riguardanti la giustizia penale e civile, a partire dai quesiti referendari dello scorso 12 giugno, che potranno essere oggetto di riforma.
Temi di stretta attualità, che coinvolgono la vita di tutti i cittadini e il futuro della nostra società.
L’evento sarà moderato da Stefano Zurlo de “Il Giornale” e vi sarà la presenza del Sottosegretario Andrea Ostellari, dell’ On Benedetta Fiorini, dell’Avv. Giuseppina Rubinetti e del prof e avvocato Giulio Garuti.

Saranno inoltre presenti Matteo Rancan, Commissario della Lega Emilia e Capogruppo della Lega in Regione, Roberto Salati, segretario provinciale Lega Reggio Emilia e Alessandro Rinaldi, segretario cittadino Lega Reggio Emilia.

24emilia.com

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Addio ad Aldo Canovari, editore libero e liberale


È scomparso il fondatore di Liberilibri, appassionato difensore della cultura dei diritti individuali L’editore Aldo Canovari se n’è andato in una fredda notte invernale dopo aver lottato con una malattia che gli aveva tolto il corpo ma non la mente. Era

È scomparso il fondatore di Liberilibri, appassionato difensore della cultura dei diritti individuali


L’editore Aldo Canovari se n’è andato in una fredda notte invernale dopo aver lottato con una malattia che gli aveva tolto il corpo ma non la mente. Era nato a Macerata nel 1946 e il 14 febbraio avrebbe compiuto 77 anni. La sua creatura più importante è la casa editrice Liberilibri e se noi oggi possiamo leggere in italiano le opere di Anthony Collins, Walter Block, Albert Jay Nock, Ayn Rand, Michael Novak, Murray N. Rothbard, Elie Kedourie e persino Bruno Leoni e tanti altri lo dobbiamo alla fede liberale di Canovari che la fondò nel 1986: testi curatissimi, copertine essenziali e il marchio col personaggio del Buchernarr il «pazzo per i libri».

Per Canovari il liberalismo non era solo una dottrina politica, ma ragione e amore per la vita libera. La Liberilibri non era stata concepita solo come un progetto editoriale, ma come un’attività culturale che tramite la diffusione di opere o non tradotte in Italia o poco conosciute puntava ad ampliare la cultura della libertà nella patria di Croce e Einaudi sì, ma anche in un Paese a forte vocazione statalista e con il primato dei cattolici e dei marxisti. A scalfire tale primato mirava Canovari innestando sulla tradizione liberale e liberista l’anima libertaria e anarcocapitalista: così oggi se la cultura italiana coltiva una coscienza più ampia della libertà, lo deve a questo piccolo grande editore che non ha esitato a battersi contro il giustizialismo, il fiscalismo, lo statalismo, la censura per difendere la libertà di pensare, agire, scegliere, fosse anche la libertà di sbagliare.

Lo diceva lui stesso curando il volume Sui libri malvagi : «La potenza di fuoco dei libri è altissima ed è capace, rendendo possibile la conoscenza e il confronto d’idee, di modificare inveterate convinzioni, sovvertire istituzioni politiche e religiose, ed anche sbaragliare eserciti». Parole che testimoniano l’attualità di Canovari: più passerà il tempo e più la sua grandezza si manifesterà come un eterno «discorso sul pensiero libero».

Corriere della Sera

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Fisc(hi)o


Il senso dell’incontro a Palazzo Chigi è chiaro e positivo: il governo non può arretrare, rispetto al programma esposto in tema di giustizia, al tempo stesso non può avanzare rompendo a testate il fuoco di sbarramento acceso con polemiche strumentali e in

Il senso dell’incontro a Palazzo Chigi è chiaro e positivo: il governo non può arretrare, rispetto al programma esposto in tema di giustizia, al tempo stesso non può avanzare rompendo a testate il fuoco di sbarramento acceso con polemiche strumentali e infondate, provando a mettere in bocca al ministro Nordio cose che non ha mai detto, quindi ribadisce gli obiettivi e il punto più rilevante e decisivo, ovvero la separazione delle carriere oltre quanto già disposto dalla riforma Cartabia, ma abbassa i toni, allunga i tempi e apre al dialogo. L’ultima cosa è anche una perfida ironia, visto che il ministro è magistrato da una vita e lo rimarrà intellettualmente a vita, diciamo che farà un giro d’ascolti fra le correnti, mentre il problema politico vero resta in capo al Partito democratico: se non coglie l’occasione di dare una mano a un’impostazione civile e responsabile, non prona alle corporazioni, si ritroverà in futuro, magari con diverso nome, prigioniero di quel che ancora lo tiene in vincoli.

Sul fronte della scuola, dopo avere iscritto il “merito” nella carta intestata ministeriale, si trovano a dover guadare il fiume del rinnovo contrattuale. Se riusciranno a metterci meccanismi e somme premiali per gli insegnanti meritevoli, avranno fatto un ottimo lavoro. Altrimenti potranno contare sul trofeo impagliato che ogni ministro mette sulla propria scrivania: la modifica degli esami di maturità. La più inutile, frequentata e velocemente abbandonata riforma della storia, dal 1861 ad oggi. Avere approcciato il tema con l’evocazione delle gabbie salariali, quando le scuole meno qualificate si trovano dove il costo della vita è inferiore, è stato gesto di generosa imperizia. Circa i rapporti internazionali, la solidarietà atlantica e la collocazione europea, conti e vincoli compresi, siamo nel campo della continuità. Come è bene che sia. Certo che si possono introdurre novità (magari si riuscisse a stabilizzare la Libia, il che comporta sintonia con Francia e Ue, ma anche sponda Usa per gli altri Paesi coinvolti nell’area), ma non modificherebbero la sana continuità. Chi temeva o sperava in sfracelli, ne prenderà
atto.

Il tema su cui il governo può far risuonare un fischio di scossa e novità, conciliando la propria identità politica con l’assennatezza delle proposte, il tema su cui, al tempo stesso, potrebbe sentirsi un fischio di fine dei giochi preliminari, è quello fiscale. Sì, è vero che il punto di partenza è la “flat tax”, che non ci sarà, ma qui le riforme di oggi possono camuffarsi con la propaganda di ieri, lavorando sulla “flat” per questo o quel gruppo di contribuenti, per un determinato reddito o un altro, che è l’opposto della “flat”, in realtà è un regime forfettario come altri già ne sono stati varati, ma il travestimento può riuscire. Più interessante quel che viene presentato come uno stadio di passaggio, ma è in sé già sostanza, ovvero la riduzione del numero delle aliquote.

In qualsiasi modo lo si realizzi comporta che, nelle aree a cavallo dell’aliquota cancellata, ragionevolmente le intermedie, qualcuno pagherà di meno e qualcuno dovrà pagare di più. Non meno interessante vedere come ci si muoverà sul lato delle detrazioni e degli adempimenti, in modo che il fisco non sia oltraggioso oltre che esoso. Il governo non potrà permettersi sgravi che generino un calo delle entrate e quando tocca riformare “a gettito costante” è evidente che non si susciterà la felicità, ma sarebbe già molto la ragionevolezza e la serenità. Il governo prenda il tempo necessario. Non senta la fregola dell’intervista e dell’annuncio. Non consenta la gara di visibilità fra colleghi ministri e fra alleati di maggioranza. Energia sprecata che consuma le batterie. Fin qui è stata proprio la moderazione nell’esibizione a farne il tema più promettente e affidabile. Cancellare un’aliquota non è la rivoluzione, ma è un apprezzabile gesto verso quei (troppo pochi) italiani che pagano il conto per tutti.

La Ragione

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Bonus edilizi, di gratuito non c’è nulla


Si fa presto a dire “gratuitamente”. Giorgia Meloni aveva segnalato, a chi come Giuseppe Conte ne aveva fatto uno slogan politico-elettorale riguardo alla ristrutturazione delle case pagata integralmente dallo stato, che il concetto teneva in scarsa consi

Si fa presto a dire “gratuitamente”. Giorgia Meloni aveva segnalato, a chi come Giuseppe Conte ne aveva fatto uno slogan politico-elettorale riguardo alla ristrutturazione delle case pagata integralmente dallo stato, che il concetto teneva in scarsa considerazione i contribuenti che effettivamente ne avrebbero sopportato l’onere. A dare sostanza alle parole della presidente del Consiglio sono arrivati, nei giorni scorsi, i dati sui crediti d’imposta diffusi dal direttore generale delle Finanze del Mef, Giovanni Spalletta, pochi giorni fa in audizione al Senato: i bonus edilizi sono costati, al momento, 110 miliardi di euro. Una cifra abnorme, pari a circa 6 punti di pil. Secondo i dati forniti da Spalletta la spesa complessiva è composta da 61,2 miliardi per il Superbonus, 19 miliardi per il Bonus facciate e 29,9 miliardi per gli altri bonus edilizi.

Ma ancora più sorprendente del totale è lo scostamento della spesa rispetto alle previsioni, pari a37,8 miliardi. Che è attribuibile al Superbonus (con una spesa di 24,7 miliardi in più dei 36,5previsti) e al Bonus facciate (con una spesa di 19 miliardi rispetto ai 5,9 previsti), mentre gli altri bonus sono in linea con lo stanziamento (29,9 miliardi). Questo buco di bilancio, sempre secondo la relazione del Mef, determinerà per gli anni 2023-2026 “un peggioramento della previsione delle imposte dirette per importi compresi tra gli 8 e i 10 miliardi di euro in ciascun anno”. Circa mezzopunto di pil all’anno.

Ma in realtà il buco di bilancio è molto più ampio. Perché, come ammette lo stesso direttore generale del dipartimento delle Finanze, questi dati sono riferiti alle previsioni tendenziali incluse nella Nadef di novembre e “la stima degli oneri per il Superbonus 110 per cento potrebbe subire un ulteriore incremento, considerando gli ultimi dati pubblicati da Enea a tutto dicembre 2022”. E in effetti, considerando i dati più recenti disponibili di Enea, quelli fino al 31 gennaio 2023, la spesa complessiva per il Superbonus è lievitata a 71,7 miliardi. Quindi la spesa complessiva per i bonus edilizi supera i 120 miliardi. Per avere una pietra di paragone, basta considerare che l’importo totale del Pnrr è pari a 190 miliardi, ma su un arco temporale molto più lungo. Oppure, che la spesa complessiva dell’Italia per affrontare la più grave crisi energetica degli ultimi 50 anni è stata paria circa 60 miliardi. La metà.

Il confronto è poi impietoso se si fa un paragone con gli altri crediti d’imposta, ad esempio quelli per accompagnare la transizione digitale e per incentivare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Ebbene, la stima del Mef per le agevolazioni fiscali “Transizione4.0” e per R&D è inferiore a 15 miliardi complessivi. Circa dieci volte meno dei bonus edilizi, nonostante l’Italia abbia una spesa per ricerca e sviluppo che è
nettamente inferiore alla media europea. Oltre a essere costati uno sproposito, i bonus edilizi ideati nel 2020 sono stati il veicolo di “ampi fenomeni di abuso” per effetto della revisione della normativa sulla cessione dei crediti, rivista dal governo Conte e dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che ha reso la vendita “pressoché illimitata senza prevedere specifici presìdi di garanzia”. Ciò vuol dire che questo nuovo mercato dei crediti, scrive ora il Mef, ha prodotto “fenomeni di frode di entità particolarmente rilevante… che hanno portato all’emersione di crediti, rivelatisi inesistenti, per oltre 4 miliardi di euro”. Si tratta, insomma, di quella falla per l’Erario che ha costretto Mario Draghi a metterci una pezza con una stretta sulle cessioni e che, un anno fa, portò il solitamente misurato ministro dell’Economia Daniele Franco a parlare delle “truffe più grandi mai viste nella storia della Repubblica”.

Accanto a queste considerazioni contabili, la sinistra, ora che il Pd sta facendo un congresso e sta rivedendo in maniera critica il suo passato al governo, dovrebbe aprire una riflessione sugli effetti redistributivi. Perché, come ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti riferendosi al Superbonus contiano e al Bonus facciate franceschiniano, “mai nella storia una misura che costasse così tanto è andata a beneficio di così pochi”. A dispetto di tanta retorica sulla diseguaglianza e sulla progressività, il governo rossogiallo ha approvato bonus tra i più costosi e regressivi: lo stato ha rifatto le case ai ricchi con i soldi dei poveri. Gratuitamente per i proprietari, 120 miliardi per i contribuenti.

Il Foglio

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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione di Giuseppe Giordano sul tema “la società aperta e i suoi nemici”


Penultimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta pri

Penultimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articola in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La tredicesima lezione si svolgerà giovedì 9 febbraio, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta dal prof. Giuseppe Giordano (Ordinario di Storia della Filosofia presso l’Università di Messina, nonché Direttore del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne – DICAM presso lo stesso Ateneo), che relazionerà sull’opera “La società aperta e i suoi nemici” di Karl Popper, influente saggio di filosofia politica incentrato sul concetto di “società aperta” e sulla critica allo storicismo e al determinismo.

In tale occasione verranno altresì comunicate le tracce delle tesine, la cui redazione (riservata a chi abbia un’età inferiore ai 32 anni e abbia frequentato almeno i 2/3 delle lezioni del corso) dà diritto a concorrere alla aggiudicazione delle borse di studio messe in palio. La consegna degli elaborati da parte dei corsisti interessati è fissata alle ore 12.00 del 16 febbraio.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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Emergenza


La più grande emergenza è smetterla d’inventare emergenze per distrarci, smetterla di praticare lo sport ottuso di polemizzare sul niente facendo finta che sia il tutto, senza mai approfondirne il merito, senza studiare e far pensare. Non lo si fa perché

La più grande emergenza è smetterla d’inventare emergenze per distrarci, smetterla di praticare lo sport ottuso di polemizzare sul niente facendo finta che sia il tutto, senza mai approfondirne il merito, senza studiare e far pensare. Non lo si fa perché si crede che l’opinione pubblica si stanchi, s’annoi e forse è anche vero, ma pure questa pagliacceria stufa. Quel che oggi è vitale domani manco più lo si ricorda.

Tre mesi fa l’emergenza erano quattro svalvolati strafatti che si radunavano illegittimamente per ascoltare musica, poi dispersi in mezza giornata. Ora tutti parlano del 41 bis, i più senza sapere di quale legge e che c’è scritto, usando concetti volgari come “carcere duro”, che non è quanto previsto dalla giusta finalità di quell’articolo, applicato talora con modalità sbagliate perché incivili. È un modo insensato di procedere. Per non dire poi dell’ever green: l’immigrazione e gli sbarchi, la gran parte dei quali (giustamente) avviene a cura della Guardia Costiera. Ma mentre si fomenta la zuffa fra buonisti e cattivisti, aperturisti e chiusuristi, abbracciamoci e detestiamoci, nessuno ha il fegato di avvertire: state facendo il dibattito sbagliato, perché il problema non è come fermarli, ma quali fare entrare. E vedrete che, nel merito, la faccenda è complicata.

Il decreto flussi, ne scriveva ieri Giuliani, prevede 82.705 ingressi per l’anno in corso. Il Documento di economia e finanza ne considera 170mila all’anno, ogni anno, il minimo necessario per tenere in equilibrio i conti previdenziali. La Banca d’Italia calcola in 375mila i lavoratori in più, da qui al 2026, necessari per la sola attuazione del Pnrr, posto che in quello stesso lasso di tempo l’offerta di lavoro, per ragioni demografiche, diminuirà di 630mila unità. E noi parliamo di come finanziare chi non lavora e come fermare chi vuole venire a farlo? Una classe politica appena appena capace di guardare oltre la scadenza elettorale del prossimo capo condominio (che oramai tutto è segnale, trend e sfida), farebbe i conti con due problemi colossali: a. come qualificare e spingere al lavoro gli italiani che ne stanno fuori e comunque consumano e campano senza miseria; b. come far entrare chi vuole lavorare, scegliendone le qualifiche. Scegliendoli, quello è il problema. Perché (sempre Bd’I) 95.600 serviranno nell’edilizia, ma 27.700 nell’informatica, 30.600 nella gestione del personale, 16.600 nella ricerca e sviluppo e via andando. Tutte cose per cui i nostri devono studiare, mica solo i giovani, mentre gli ingressi non siano di sola manovalanza. Non ci si prendono i voti, in questo modo? Allora sarà bene votarsi a qualche divinità, perché il tempo passa e il problema cresce.

Neanche il debito pubblico è un’emergenza, perché il macigno è lì da decenni. Oramai è una drammatica permanenza e i tassi crescono. Eppure si sente solo parlare di come avere più soldi da spendere, considerando noioso discutere il come, il dove e il perché. Un ulteriore debito per investire ha senso, un solo altro centesimo per consumare è folle. Troppo debito cancella libertà e sovranità. Si è fatto credere che ci siano soldi per tutto, ma ne servano sempre di ulteriori per qualche altra cosa. Servono per le fonti energetiche rinnovabili, ma poi gli impianti restano sulla carta perché non si parte mai a farli. E questa non è una fatalità, ma una trappola che abbiamo costruito con le nostre mani. Una politica seria non annuncia fantastiliardi per inventare il sole e il vento, ma affronta il difficile problema di quali vincoli rimuovere, quali responsabilità attribuire, quali controlli effettuare. Invece si pensa di prendere un problema continentale o globale e regionalizzarlo. Provincializziamolo, anzi no municipalizziamolo, quartierizziamolo, ciascuno comperi una dinamo e pedali, che è ugualmente ridicolo, ma almeno ci si tiene in forma.

L’invenzione delle emergenze aiuta la politica, di destra e sinistra sopra e sotto, a non misurarsi con la realtà. Continueranno, se avranno seguito.

La Ragione

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La guerra obbliga l’Europa ad unirsi in quanto “civiltà delle libertà”


La guerra scatenata da Putin con l’invasione dell’Ucraina cambia l’ordine mondiale, la struttura del mondo globale; il conflitto appare endemico, senza una vera soluzione, scuote un terreno che non si assesterà. Lo dico all’inizio in massima sintesi: la g

La guerra scatenata da Putin con l’invasione dell’Ucraina cambia l’ordine mondiale, la struttura del mondo globale; il conflitto appare endemico, senza una vera soluzione, scuote un terreno che non si assesterà. Lo dico all’inizio in massima sintesi: la guerra segna la fine della globalizzazione, intesa come capacità dell’interdipendenza economico-commerciale di muovere verso la formazione di un ordine mondiale più unificato e pacifico, una sorta di nuovo cosmopolitismo. È una data che, in questo senso, fa epoca. Nella civiltà europea, che l’espansione universale del commercio e l’indebolimento della fermezza delle frontiere potessero formare l’unità della Terra è idea risalente, in forme diverse, al pensiero illuministico da Montesquieu al Kant della «pace perpetua». Ma allora, dall’interno stesso della civiltà europea, fu Hegel a coprire di ironia questa idea giudicata illusoria, ricollocando le cose al loro posto, e rivendicando, in quegli anni, la centralità degli Stati.

Oggi, naturalmente, il problema si pone in termini tutti diversi, e anche qui voglio indicarlo nel suo tratto essenziale: è lo scontro in atto e in potenza tra il «potere orientale» e il «potere occidentale» a rendere impossibile la prospettiva indicata, che ha vissuto anni felici e insieme illusori per qualche decennio, dopo la caduta dell’impero sovietico e i successivi tentativi di democratizzazione falliti. Dal 2000 giunge Putin, e la scena lentamente muta alla radice, complice, ma non decisiva, la crisi finanziaria del 2007.

Ora, con Putin, il potere orientale torna non come erede diretto dell’Unione Sovietica (se non per minima parte: si legga Putin aspro critico di Lenin proprio sulla questione ucraina,) ma come rivendicazione di una rappresentazione della civiltà della grande e Santa Russia, della sua missione universale, risalente, in condizioni diverse, al potere zarista, convinta di poter misurare la propria civiltà con quella di un Occidente visto già allora in declino e preda della corruzione, e vincere la partita. Coinvolta perfino la Chiesa ortodossa, la vera Chiesa cristiana. Idea peraltro antica che ha avuto come uno degli alfieri nientemeno che il grandissimo Dostoevskij.

Convinzione sul declino dell’Occidente che la Russia condivide, sia pure con differenze nascenti da culture diverse e ruoli differenti nel mondo, con la Cina, ed è la ragione per le quale è in atto il riavvicinamento tra le due grandi potenze asiatiche con un nucleo di Stati diffusi dappertutto che, ogià stanno da quella parte, o pencolano incerti come l’India. È questa idea che sta cambiando la struttura del mondo e che restituisce alla invasione dell’Ucraina il suo significato, per questo l’Occidente ha l’obbligo di una resistenza attiva. Ma prima di guardare a possibili e contrastati sviluppi di questa lettura del tema, voglio chiarire che cosa intendo per «potere orientale» — espressione usata da Ernst Junger nel «Nodo di Gordio» recensito qualche giorno fa dal Corriere della Sera — : è quel potere che, riaffermato con convinta violenza, segna, dicevo, la fine della globalizzazione e la riapertura della grande giostra tra gli Stati e gli imperi-potenza. È qualcosa di più di una autocrazia.

È l’idea radicata di un potere che non può incontrare la libertà, strutturato come una «forza tellurica» (Junger) che fa dell’Asia quasi una terra sacra, dove il potere chiede solo obbedienza in presenza di scopi assoluti, e che usa la crudeltà come mezzo per concentrare il potere.
In Russia si è sempre governato così, e la libertà — come sentimento e come legge, propria di Occidente — è stata sempre esclusa. Anche le grandi riforme economiche di Pietro il Grande, nel XVIII secolo, che suscitarono entusiasmi in Europa, non sfiorarono nemmeno le libertà civili e la legittimità del potere. Il problema di Putin è difendere ed espandere le frontiere del potere orientale, impedendo con ogni mezzo che il sentimento di libertà si espanda ai suoi confini, ecco la profonda ragione della guerra. Profonda, quasi armata di una metafisica sull’idea di uomo, sull’isolamento di chi domina e chiede solo obbedienza, in vista di una missione. Asia contro Europa, dai tempi originari, con una tensione che ha avuto anche tratti religiosi nella storia lontana, ma non tanto.

Junger dice che il gioco degli scacchi non poteva che provenire da Oriente, perciò l’uccisione del re chiude la partita. Dunque, la resistenza dell’Occidente è per la propria sopravvivenza come continente della libertà, nel momento in cui potere e libertà fanno sempre più difficoltà ad incontrarsi anche al suo interno. Qui decisiva è l’Europa, più ancora dell’America, e dire questo significa porre all’Europa un compito immenso quanto decisivo, e forse per lei impossibile. La lotta si svolge ai confini di Europa, ma non è solo questa la ragione della necessità che essa cerchi una nuova centralità. È l’atteggiamento dell’Europa centro di civiltà, dove nasce Occidente, che deve rinascere, e lo può fare solo se rivendica e afferma il carattere unitario del proprio essere civiltà della libertà, dove il potere non può chiedere solo obbedienza,
una libertà anzitutto interiore che si forma su una idea dell’uomo e che poi diventa legittimazione e Legge.

Questo è lo scontro, carico, semi si consente l’espressione, di filosofia; sono due visioni consolidate del potere che si scontrano, ma è doloroso dirlo: si consolida nel mondo il potere senza libertà, si indebolisce l’altro, anche se lo scontro è del tutto aperto. Siamo a un punto cruciale della storia. Tra potere orientale e potere occidentale ora non c’è mediazione possibile, lo scontro è appena incominciato, questo significa chela globalizzazione come pacifica celebrazione della interdipendenza è finita, e si apre la lotta per un nuovo ordine del mondo.

Corriere della Sera

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Regionalismo scombiccherato


Da giorni si sta parlando del nulla. Ci si accapiglia scompostamente sul 41 bis dell’ordinamento penitenziario avendo l’unanimità nel mantenerlo e zero proposte su come modificarlo per renderlo civile. Sotto lo schiumare delle polemiche restano le faccend

Da giorni si sta parlando del nulla. Ci si accapiglia scompostamente sul 41 bis dell’ordinamento penitenziario avendo l’unanimità nel mantenerlo e zero proposte su come modificarlo per renderlo civile. Sotto lo schiumare delle polemiche restano le faccende di sostanza, come la quella del regionalismo differenziato, che così come è stato concepito non funzionerà mai.

Importante la voce di un costituzionalista che citiamo non perché la sua firma ha onorato La Ragione, ma perché è stato capo di gabinetto in questo governo, proprio sul fronte delle riforme istituzionali. Tutto si può dire di Alfonso Celotto, ma non che sia pregiudizialmente ostile al governo. Dice Celotto: <<Il rischio maggiore è la confusione. Serve un chiarimento su chi ha la competenza nei diversi settori. E questa riforma non chiarisce affatto. Andiamo verso il federalismo? Allora c’è bisogno di un intervento sulla Costituzione. In caso contrario, rischiamo di incappare in una serie di conflitti fra Stato e Regioni. In pratica, di complicare ancor più la situazione a livello burocratico>>.

Quel che sottolinea è logicamente e giuridicamente insuperabile e solo a causa di una politica fatta di slogan e inutili contrapposizioni non è politicamente centrale. In materia di regionalismo non ci sono schieramenti esenti da colpe, il che dovrebbe indurre a creare un dialogo istituzionale per uscire dal pasticcio combinato dalla sinistra nel 2001. Invece è ripartita una corsa fra estremismi. ScassaStato.

La Ragione

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Concorrenza, i rischi della disunità europea


Tra Stati Uniti ed Europa è colossale la posta in gioco sull’IRA, l’Inflation Reduction Act americano in vigore dal 1° marzo, almeno quanto quella sulla guerra d’Ucraina. In ballo, le nuove fondamenta verdi e digitali dell’industria del futuro. Tra meno d

Tra Stati Uniti ed Europa è colossale la posta in gioco sull’IRA, l’Inflation Reduction Act americano in vigore dal 1° marzo, almeno quanto quella sulla guerra d’Ucraina. In ballo, le nuove fondamenta verdi e digitali dell’industria del futuro. Tra meno di un mese sarà operativo il piano Usa da 369miliardi di sovvenzioni, per finanziare la corsa all’industria verde senza esclusione di colpi, compreso il drenaggio di capitali Ue. L’Europa vuole scongiurare la guerra dei sussidi, la propria deindustrializzazione, un conflitto commerciale e procurare nuovo futuro e non lenta agonia alla sua industria. Logica avrebbe quindi voluto che la missione di oggi a Washington fosse stata di statura europea o che, in formato ridotto, includesse almeno l’Italia, con una produzione manifatturiera seconda nell’Ue solo a quella tedesca. Invece a discutere con gli Stati Uniti di interessi europei collettivi davvero vitali, è andato il tandem franco-tedesco, i ministri delle Finanze Bruno Le Maire e tedesco Robert Habeck.

In fondo c’è da rallegrarsi che, malgrado i pesanti danni che rischia di infliggere all’intera industria europea, l’IRA almeno un successo europeo l’abbia ottenuto, rappezzando i cocci del dialogo in panne tra Parigi e Berlino. Sarebbe un’ottima notizia per l’Unione impegnata in un durissimo negoziato con gli Usa se non ci fosse il sospetto che, a tacitare i malumori reciproci, più che la forza del superiore interesse collettivo sia stata l’ansia di tutelare i rispettivi interessi industriali nazionali. Storie vecchie ma solo in parte. Perché il duo non gioca in casa ma a Washington: e i Trattati Ue affidano le politiche della concorrenza e commerciale a Bruxelles, non a Berlino o Parigi. Perché, peggio, da quando il codice Ue degli aiuti di Stato è stato ammorbidito con il Covid prima, la guerra ucraina poi e a breve l’IRA, Francia e Germania hanno sovvenzionato le rispettive economie e industrie con ben il 77% del totale degli aiuti autorizzati da Bruxelles.

Con l’IRA saranno ancora più soft, per la pressione franco-tedesca, le nuove regole presentate dalla Commissione che saranno discusse a 27 dal vertice di dopodomani e approvate a fine marzo. Per ora hanno l’impronta della legge del più forte, di chi ha e vuole usare la sua maggiore potenza di fuoco finanziaria a scapito di chi non ce l’ha. Ma, senza il contrappeso di un Fondo Sovrano europeo per ridurre i divari intra-Ue, andrà in pezzi il mercato unico indispensabile all’industria europea per reggere alla concorrenza di Stati Uniti e Cina. Quando si fa protezionismo in casa, che si possa poi condannare quello altrui e anche negoziarci sopra, è un esercizio spudorato che toglie credibilità all’Europa e ai suoi pesi massimi. Sarà rissa al vertice di Bruxelles, 25contro 2, un altro miracolo dell’IRA. Senza un serio riequilibrio delle regole sugli aiuti però sarà l’Europa a perdere. E non è detto che vinceranno le industrie tedesche e francesi.

Il Sole 24 Ore

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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione di Antonio Pileggi sul tema “I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione”


Dodicesimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta pr

Dodicesimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articola in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La dodicesima lezione si svolgerà lunedì 6 febbraio, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta dall’avv. Antonio Pileggi (già Provveditore agli Studi e Direttore generale dell’INVALSI – Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione – nonché componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi), che relazionerà sull’opera “I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione” di Marco Minghetti, eminente statista della Destra Storica, Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia e, soprattutto, uno dei principali teorici del pensiero politico liberale. La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 27 febbraio 2023, Napoli


27 febbraio 2023 – Società Napoletana di Storia Patria, Castel Nuovo – Via Vittorio Emanuele III, 310 – NAPOLI introduce UGO DE FLAVIIS intervengono VINCENZO DE LUCA ANTONIO LEPRE modera ANDREA CANGINI L'articolo Presentazione del libro “Non diamoci del

27 febbraio 2023 – Società Napoletana di Storia Patria, Castel Nuovo – Via Vittorio Emanuele III, 310 – NAPOLI

introduce
UGO DE FLAVIIS

intervengono
VINCENZO DE LUCA
ANTONIO LEPRE

modera
ANDREA CANGINI

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 20 febbraio 2023, Reggio Calabria


20 febbraio 2023, ore 15:30 – Sala F. Perri, Palazzo Alvaro – Piazza Italia – REGGIO CALABRIA saluti iniziali MARIA GRAZIA ARENA GIOVANNI BOMBARDIERI PASQUALE FOTI ROSARIO MARIA INFANTINO BRUNO MUSCOLO ROBERTO OCCHIUTO CARMELO VERSACE intervengono GIANDOM

20 febbraio 2023, ore 15:30 – Sala F. Perri, Palazzo Alvaro – Piazza Italia – REGGIO CALABRIA

saluti iniziali
MARIA GRAZIA ARENA
GIOVANNI BOMBARDIERI
PASQUALE FOTI
ROSARIO MARIA INFANTINO
BRUNO MUSCOLO
ROBERTO OCCHIUTO
CARMELO VERSACE

intervengono
GIANDOMENICO CAIAZZA
MARIA ROSARIA GUGLIELMI
ANDREA PELLICINI
GIUSEPPE SANTALUCIA

modera
ANTONINO CURATOLA

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 10 febbraio 2023, Reggio Emilia


10 febbraio 2023, ore 18:00 – Sala Palazzo del Capitano, Hotel Posta Piazza del Monte, 2 – REGGIO EMILIA intervengono BENEDETTA FIORINI GIULIO GARUTI ANDREA OSTELLARI GIUSEPPINA RUBINETTI modera STEFANO ZURLO L'articolo Presentazione del libro “Non diamo

10 febbraio 2023, ore 18:00 – Sala Palazzo del Capitano, Hotel Posta Piazza del Monte, 2 – REGGIO EMILIA

intervengono
BENEDETTA FIORINI
GIULIO GARUTI
ANDREA OSTELLARI
GIUSEPPINA RUBINETTI

modera
STEFANO ZURLO

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L’importanza di un presidente della Repubblica terzo


Eletto nel 2018 in Senato, il mio primo atto nel ruolo di legislatore fu depositare un disegno di legge costituzionale per trasformare la nostra repubblica parlamentare in un sistema semipresidenziale su modello francese. Un presidente della Repubblica el

Eletto nel 2018 in Senato, il mio primo atto nel ruolo di legislatore fu depositare un disegno di legge costituzionale per trasformare la nostra repubblica parlamentare in un sistema semipresidenziale su modello francese. Un presidente della Repubblica eletto direttamente, un governo che governi, una democrazia decidente erano i miei obiettivi; il sistema in vigore dal 1993 nei Comuni con più di 15mila abitanti il mio idealtipo.

Oggi quel disegno di legge costituzionale non lo ripresenterei.

L’esperienza parlamentare mi ha infatti consentito di osservare da vicino alcune peculiarità del nostro sistema politico e quello che ho visto mi ha fatto riflettere. Fenomeni noti, ma una cosa è studiarli, cosa diversa è viverli dall’interno delle Istituzioni.

Il primo è largamente acquisito: abbiamo una classe politica mediamente inadeguata e tendenzialmente sottomessa a leader dotati di una modesta sensibilità istituzionale e caratterizzati da una spiccata tendenza alla demagogia e all’irresponsabilità. Leader strutturalmente precari, dunque naturalmente orientati a politiche di breve respiro dal forte impatto sui conti pubblici. Il Parlamento ha smesso ormai da anni di essere la camera di compensazione del potere esecutivo e di affinamento del processo legislativo: siamo sicuri che, senza contrappesi istituzionali, un presidente della Repubblica eletto direttamente eserciterebbe il proprio inappellabile potere nell’interesse duraturo dello Stato piuttosto che nel proprio interesse politico del momento?

Penso a chi erano gli uomini forti della politica all’inizio della scorsa legislatura, penso al ruolo di supplenza, di indirizzo e di temperamento svolto da Sergio Mattarella e mi chiedo: se non avessimo avuto un presidente della Repubblica autorevole perché terzo e se al suo posto ci fosse stato uno di quei leader politici legittimato dall’elezione diretta, cosa sarebbe stato dell’Italia? Cosa sarebbe stato dei nostri conti pubblici, della nostra coesione sociale e della nostra collocazione internazionale? Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare risposte rassicuranti.

Se a ciò aggiungiamo che la politica al tempo dei social incoraggia la conflittualità e la superficialità e che conflittualità e superficialità appartengono da sempre al nostro carattere nazionale, beh, credo sinceramente che rinunciare al ruolo riequilibratore dell’attuale presidenza della Repubblica per sostituirlo con la figura di un capo dello Stato eletto direttamente, e perciò dotato di pieni poteri, sarebbe un errore. Un errore potenzialmente fatale.

L’efficacia e l’efficienza del governo possono essere assicurate dall’elezione diretta del presidente del Consiglio così come da due o tre riforme costituzionali in linea con la storia parlamentare della nostra Repubblica. Ma Dio salvi il Quirinale, la cui terzietà ci impedisce di essere fino (in fondo) quello che in fondo siamo e non potremmo non essere.

Huffington Post

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L’importanza di un presidente della Repubblica terzo


Eletto nel 2018 in Senato, il mio primo atto nel ruolo di legislatore fu depositare un disegno di legge costituzionale per trasformare la nostra repubblica parlamentare in un sistema semipresidenziale su modello francese. Un presidente della Repubblica el

Eletto nel 2018 in Senato, il mio primo atto nel ruolo di legislatore fu depositare un disegno di legge costituzionale per trasformare la nostra repubblica parlamentare in un sistema semipresidenziale su modello francese. Un presidente della Repubblica eletto direttamente, un governo che governi, una democrazia decidente erano i miei obiettivi; il sistema in vigore dal 1993 nei Comuni con più di 15mila abitanti il mio idealtipo.

Oggi quel disegno di legge costituzionale non lo ripresenterei.

L’esperienza parlamentare mi ha infatti consentito di osservare da vicino alcune peculiarità del nostro sistema politico e quello che ho visto mi ha fatto riflettere. Fenomeni noti, ma una cosa è studiarli, cosa diversa è viverli dall’interno delle Istituzioni.

Il primo è largamente acquisito: abbiamo una classe politica mediamente inadeguata e tendenzialmente sottomessa a leader dotati di una modesta sensibilità istituzionale e caratterizzati da una spiccata tendenza alla demagogia e all’irresponsabilità. Leader strutturalmente precari, dunque naturalmente orientati a politiche di breve respiro dal forte impatto sui conti pubblici. Il Parlamento ha smesso ormai da anni di essere la camera di compensazione del potere esecutivo e di affinamento del processo legislativo: siamo sicuri che, senza contrappesi istituzionali, un presidente della Repubblica eletto direttamente eserciterebbe il proprio inappellabile potere nell’interesse duraturo dello Stato piuttosto che nel proprio interesse politico del momento?

Penso a chi erano gli uomini forti della politica all’inizio della scorsa legislatura, penso al ruolo di supplenza, di indirizzo e di temperamento svolto da Sergio Mattarella e mi chiedo: se non avessimo avuto un presidente della Repubblica autorevole perché terzo e se al suo posto ci fosse stato uno di quei leader politici legittimato dall’elezione diretta, cosa sarebbe stato dell’Italia? Cosa sarebbe stato dei nostri conti pubblici, della nostra coesione sociale e della nostra collocazione internazionale? Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare risposte rassicuranti.

Se a ciò aggiungiamo che la politica al tempo dei social incoraggia la conflittualità e la superficialità e che conflittualità e superficialità appartengono da sempre al nostro carattere nazionale, beh, credo sinceramente che rinunciare al ruolo riequilibratore dell’attuale presidenza della Repubblica per sostituirlo con la figura di un capo dello Stato eletto direttamente, e perciò dotato di pieni poteri, sarebbe un errore. Un errore potenzialmente fatale.

L’efficacia e l’efficienza del governo possono essere assicurate dall’elezione diretta del presidente del Consiglio così come da due o tre riforme costituzionali in linea con la storia parlamentare della nostra Repubblica. Ma Dio salvi il Quirinale, la cui terzietà ci impedisce di essere fino (in fondo) quello che in fondo siamo e non potremmo non essere.

Huffington Post

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Gesticolare


Non è una faccenda tecnica, per esperti di telecomunicazioni o gnomi della finanza, e riguarda tutti. Al fondo le cose stanno in modo semplice. E per il governo Meloni può essere una grana, ma anche un’opportunità. Il mercato ha sempre bisogno di regole,

Non è una faccenda tecnica, per esperti di telecomunicazioni o gnomi della finanza, e riguarda tutti. Al fondo le cose stanno in modo semplice. E per il governo Meloni può essere una grana, ma anche un’opportunità.

Il mercato ha sempre bisogno di regole, altrimenti non esiste. L’anarcocapitalismo non è né anarchico né capitalistico, è giungla. Le regole cambiano nel tempo, si aggiornano e cercano di non essere scavalcate dalla tecnologia. Le leggi spettano al legislatore, che sia nazionale o sovranazionale, con accordi fra stati o parlamenti sovranazionali, mentre regolamenti e altri atti amministrativi sono di competenza esecutiva, che sia il governo nazionale o altro organo sovranazionale. Diciamo, per semplificare, che le regole sono roba che spetta allo Stato, sebbene latamente inteso. Cosa succede se lo Stato, oltre a fissare le regole, si mette a giocare?

Se per il giocatore pubblico non valgono le regole imposte agli altri, siamo fuori dallo Stato di diritto e in dittatura. Rossa o nera, non cambia. Non è il nostro caso, naturalmente. Lo Stato può giocare, come effettivamente fa, utilizzando società di forma privata, ma di cui ha il controllo. Esempi: Eni, Enel, Leonardo e via elencando. In questo caso, se la società è quotata in Borsa, lo Stato è come se dicesse: gestisco questa impresa e se tu privato vuoi partecipare, investendo, ma accettando di non prendere mai la guida, sei il benvenuto. Ciascuno è libero di decidere. Certo, un margine d’equivoco rimane, perché chi fissa le regole, garantisce i controlli ed eventualmente, nei tribunali, dirime le controversie è anche diretto protagonista di quelle, sicché il sospetto che la sua mano sia più invadente che invisibile è legittimo. Esempio: la Rai.

Però capita anche, come nel caso di cui ora ci occupiamo, che lo Stato si dedichi a regolare, ma poi comincia a giocare e lo fa sotto mentite spoglie, finendo pure in minoranza. A quel punto il frammisto di gestire e regolare rischia d’essere uno scomposto gesticolare.

Erano società pubbliche, quotate in Borsa e senza debiti. Erano diventate delle multinazionali: Sip, Italcable e Telespazio, controllate dalla finanziaria Stet, a sua volta parte del mondo Iri. Storia lunga, gloriosa, poi straziante, andiamo oltre. Si decide, giustamente, di consegnare le società fuse (Telecom Italia, poi Tim) al mercato. Lo Stato esce e fissa le regole. Quelle regole furono violate e lo Stato si girò dall’altra parte. Tanto per ricordare: governo D’Alema e Consob diretta da chi poi divenne parlamentare di quel partito. Società sventrata e depauperata.

Le azioni Tim sono oggi il mano di investitori esteri per il 44% e della francese Vivendi per quasi il 24%. La Cassa depositi e prestiti (che non è lo Stato, ma è lì per conto del governo) ne possiede quasi il 10%. La società ha debiti per 25 miliardi e il fondo statunitense ne offre 20 per prendersi la rete. Il Consiglio d’amministrazione di Tim deciderà il 24 febbraio e sarebbe saggio acconsentisse, per due ragioni: a. perché rifiutare espone gli amministratori a responsabilità personale; b. perché tanto non conta nulla, visto che poi deciderà il governo. Il quale ha in tasca il golden power, che di dorato ha poco, perché qualora affermasse di volere tenere la rete in mani italiane (essendo ora in mani straniere) gli toccherebbe metterci i 20 miliardi. E non è finita, perché al CdA non hanno preso parte né il presidente di FiberCop, concorrente nella rete, né quello della Cdp, che stava negoziando con Vivendi e, per giunta, è azionista anche di FiberCop. In mezzo alle reti c’è anche Sparkle, che governa quelle internazionali ad alta sensibilità di sicurezza, non solo italiana (c’è anche Israele). Un casotto.

Se il governo s’incaponisse a volere la rete unica e italica, si troverebbe in una brutta trappola. Ma può cogliere l’occasione per dire: mi sono stufato di gesticolare e mi rimetto a regolare, perché l’interesse degli italiani non consiste nell’intestazione delle azioni, ma negli investimenti e funzionamento della rete. Sarebbe un modo per cavarne le gambe e ridare un senso al gioco.

La Ragione

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Al via l’edizione 2023 della scuola di liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi – Linkiesta.it


Dal 16 febbraio al 25 maggio si potrà assistere dal vivo od online a quindici lezioni tenute da grandi esperti di politica, economia e giornalismo sui temi liberali Anche quest’anno, col titolo “Liberi di scegliere”, la Fondazione Luigi Einaudi darà vit

Dal 16 febbraio al 25 maggio si potrà assistere dal vivo od online a quindici lezioni tenute da grandi esperti di politica, economia e giornalismo sui temi liberali

Anche quest’anno, col titolo “Liberi di scegliere”, la Fondazione Luigi Einaudi darà vita alla Scuola di liberalismo. Una quindicina di lezioni, dal 16 febbraio al 25 maggio, cui sarà possibile assistere in presenza presso l’aula Malagodi della Fondazione in via della Conciliazione 10 a Roma, o via zoom. Qui per iscriversi

Aprirà i lavori il professor Lorenzo Infantino con una lezione sui “Limiti della conoscenza e la libertà individuale di scelta”, li concluderà il professor Sabino Cassese con una lezione dal titolo “Lo Stato in discussione”. Tra l’uno e l’altro, Alessandro De Nicola parlerà di “Hume, Ricardo, Smith e i vantaggi del commercio internazionale”, Ferruccio De Bortoli parlerà di “Concorrenza immaginaria”, Kathleen Stock di “Diritti individuali e identità gender”, Raimondo Cubeddu di “Liberalismo e religione”, Davide Giacalone del “Senso di colpa dell’Occidente” e via elencando.

«Mai come oggi si avverte il bisogno di rinsaldare negli eletti e negli elettori quei principi liberali su cui si fonda lo Stato di diritto. Mai come oggi si avverte il bisogno di realismo e competenza. La nostra Scuola di liberalismo serve anche a questo», ha dichiararo Andrea Cangini, Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi.

Linkiesta.it

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Vi spiego la sfida spaziale per Israele. Parla Dan Blumberg (Isa)


La presenza internazionale alla Conferenza spaziale internazionale Ilan Ramon, svoltasi questa settimana a Tel Aviv, è stata “enorme”, racconta il professor Dan Blumberg, presidente dell’Agenzia spaziale israeliana (Isa). Alcuni dei più importanti attori

La presenza internazionale alla Conferenza spaziale internazionale Ilan Ramon, svoltasi questa settimana a Tel Aviv, è stata “enorme”, racconta il professor Dan Blumberg, presidente dell’Agenzia spaziale israeliana (Isa). Alcuni dei più importanti attori dei maggiori Paesi “spaziali” hanno partecipato all’evento. “Vedono Israele come una calamita, vogliono entrare in contatto con la comunità, vogliono entrare in contatto con le nostre startup, vogliono guardare le applicazioni che stiamo sviluppando e vogliono lavorare con noi”. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per questa intervista esclusiva.

Com’è cambiato il settore spaziale in questi anni?

Il settore spaziale è stato alimentato per molti, molti anni soprattutto dalla geopolitica. E dalla competizione tra nazioni e culture. La corsa allo spazio durante la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti era un modo per dimostrare ciò che si poteva fare tecnologicamente e raccogliere informazioni da luoghi lontani. Per questo motivo e per il costo dell’accesso allo Spazio, la maggior parte degli investimenti era su base nazionale. Negli ultimi dieci anni c’è stato un cambiamento significativo con l’ingresso di imprese e società private nell’arena spaziale.

Che cos’è cambiato?

Quando gli Stati Uniti hanno installato il Gps, non lo hanno fatto per permetterci di usare Waze o Google Maps. Il motivo era principalmente militare. Poi abbiamo capito che potevamo usare il Gps per molte altre cose, per migliorare le nostre vite. E poi abbiamo iniziato a vedere aziende private che si occupano delle applicazioni a valle dell’utilizzo delle risorse spaziali e investono nella realizzazione e nel lancio di nuovi sistemi spaziali.

Che fase stiamo attraversando?

Ci troviamo in un vero e proprio punto di svolta: da investimenti nazionali a investimenti privati con una crescita significativa e massiccia dell’attività spaziale. Inoltre, si è assistito a una vasta riduzione dei costi da investire per inviare un satellite nello Spazio.

Come stanno cambiando i rapporti tra pubblico e privato?

Gli Stati nazione saranno sempre in competizione tra loro per mostrare la qualità della vita e le conquiste tecnologiche raggiunte, e questa è la natura dell’umanità, almeno per ora. Ma detto questo, probabilmente si assisterà a uno sforzo parallelo tra investimenti nazionali e privati. Ci saranno ancora investimenti governativi, ma attraverso aziende private.

Quello di un attacco a satelliti è lo scenario peggiore in un conflitto moderno?

L’evento più pericoloso in qualsiasi guerra è, innanzitutto, un danno alle infrastrutture civili. Non credo che i satelliti siano lo scenario peggiore in caso di guerra, ma il modo in cui le superpotenze si sono evolute, le loro alleanze sui satelliti sono diventate significative. E qualsiasi blackout o azione contro di essi avrà un impatto sostanziale anche a terra. Quindi potrebbe innescare un effetto domino.

Che ruolo ha Israele nel settore spaziale?

Israele è stato l’ottavo Paese al mondo a ottenere il pieno accesso allo Spazio, il che significa costruire un satellite, lanciarlo dal proprio territorio e gestirlo. Questo è avvenuto già nel 1988. Sono pochi i Paesi al mondo che hanno questo tipo di accesso e allora erano soprattutto le superpotenze o le nazioni molto grandi ad averlo. Oggi Israele ha sempre più aziende che guardano allo Spazio come a una risorsa. Il Paese capisce che può essere un motore di crescita per l’economia. Stiamo cercando di sviluppare un ecosistema per creare un motore di crescita basato sullo Spazio. Al momento ci sono circa 60 aziende direttamente coinvolte in attività spaziali. E speriamo di raddoppiare la cifra entro il decennio. Almeno.

Parliamo di ecosistema, una parola che spesso si sente in Israele quando si parla di cybersecurity. In che cosa consiste quando parliamo di Spazio?

Nel corso della mia carriera ho lavorato intensamente alla costruzione dell’ecosistema cyber. Oggi possiamo costruire anche un ecosistema intorno allo Spazio con ricerca accademica, investimenti governativi, coinvolgimento di piccole, medie e grandi aziende e sensibilizzazione della popolazione su ciò che stiamo facendo. In modo leggermente diverso dalla cybersecurity. L’ecosistema spaziale sarà probabilmente più piccolo di quello della cybersecurity. Ma detto questo, l’ecosistema spaziale è costituito da tecnologie molto più profonde e comprende sia software sia hardware.

Quanto è importante per un Paese come Israele la cooperazione spaziale?

Israele è un Paese piccolo. E lo spazio è costoso. Quindi dobbiamo collaborare con altri Paesi. Basti pensare che sulla Stazione Spaziale Internazionale, i russi, gli americani e altri stanno lavorando insieme a causa degli enormi costi di accesso e di volo nello Spazio. Anche Israele sta lavorando con gli alleati per utilizzare congiuntamente lo Spazio come risorsa per proteggere e rafforzare la loro società. E l’Italia è uno dei Paesi con cui lavoriamo.

A livello bilaterale o tramite l’Unione europea?

Entrambi. Lavoriamo con l’Europa: siamo fortemente coinvolti nella ricerca attraverso programmi come Horizon Europe. E lavoriamo anche con Paesi specifici in Europa, come Italia, Germania e Francia. Non siamo membri dell’Agenzia spaziale europea purtroppo. Israele potrebbe trarre notevoli vantaggi dall’essere un membro dell’Agenzia spaziale europea, e credo che quest’ultima trarrebbe beneficio dall’avere Israele in quella comunità.


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Tutti i nodi da sciogliere sul pallone aerostatico cinese. Il punto di Alegi


Il Pentagono ha rivelato di aver individuato un pallone spia che dalle coste della Cina ha raggiunto i cieli del Montana dopo un viaggio attraverso il Pacifico e il Canada nordoccidentale. Pechino si è scusata dello sconfinamento di quello che ha definito

Il Pentagono ha rivelato di aver individuato un pallone spia che dalle coste della Cina ha raggiunto i cieli del Montana dopo un viaggio attraverso il Pacifico e il Canada nordoccidentale. Pechino si è scusata dello sconfinamento di quello che ha definito un pallone-sonda meteorologico, ma l’effetto ha portato il segretario di Stato Antony Blinken a rimandare il proprio viaggio nella Repubblica Popolare. Una risposta forte a quello che è stato percepito da Washington come un grave sconfinamento da parte del Paese di Mezzo. Al di là degli effetti, rimangono alcuni interrogativi sulla questione. Airpress ne ha parlato con lo storico ed esperto aeronautico, Gregory Alegi.

La presenza del pallone aerostatico cinese sui cieli degli Stati Uniti che messaggio lancia?

L’arrivo di un pallone, che Pechino dichiara meteorologico, sul continente nord americano, passato prima dal Canada e arrivato poi sui cieli degli Stati Uniti, significa senz’altro una disponibilità da parte cinese a correre dei rischi politici. Quali siano, invece, le informazioni che la Cina si aspettava di raccogliere è più difficile da dire. Di certo, essendo i palloni di questo tipo grandi e molto visibili, il calcolo deve necessariamente tenere conto del fatto che si tratti di un mezzo assolutamente non stealth, e che una missione condotta con questo tipo di aerostato sarà invariabilmente identificata per quella che è.

E che missione potrebbe essere?

La Cina possiede un programma spaziale estremamente sviluppato, comprensivo di una stazione spaziale in orbita, e ha numerosi satelliti spia, presumibilmente di buon livello. È difficile, quindi, che cercasse di raccogliere immagini attraverso il pallone, perché in grado di ottenerle per via satellitare. Quindi bisogna immaginare che il pallone cercasse di ottenere informazioni non disponibili attraverso le infrastrutture orbitali, come per esempio emissioni elettromagnetiche e radio di particolari siti e sistemi all’interno del continente. Ma è soltanto una supposizione.

E dunque qual era l’obiettivo di Pechino?

Stati Uniti e Cina, come facevano una volta Stati Uniti e Unione Sovietica, fanno costantemente missioni per raccogliere informazioni di vario tipo sull’avversario. Gli Usa impiegano regolarmente anche gli aeroplani, che si spingono fino ai limiti dello spazio aereo cinese, dove vengono puntualmente intercettati dalle difese aeree di Pechino. La Cina, però, non può fare altrettanto, perché non dispone di basi vicine al territorio statunitense. Se questa lettura è corretta, allora il pallone potrebbe essere la certificazione che Pechino non possiede uno strumento migliore per spiare gli Usa al di sotto della linea di Kármán. Si possono invece escludere missioni di carattere operativo, come quelle che tentarono i giapponesi durante la seconda guerra mondiale, quando tentarono di incendiare le foreste della costa orientale Usa con palloni – più piccoli di quello cinese – che avrebbero dovuto sganciare bombe incendiarie. Ma per appiccare un incendio non c’è bisogno di puntare un obiettivo specifico. Per raccogliere informazioni, invece, bisogna essere un obiettivo specifico, cosa che per definizione un pallone non può fare.

Sicuramente i sistemi di identificazione, come il Norad, erano consapevoli della presenza del pallone cinese già da tempo. Come mai annunciarne la presenza solo con l’aerostato già sui cieli del Montana?

Gli Stati Uniti hanno dato pochissimi dettagli, ma tra questi c’è che il pallone era stato avvistato da diversi giorni. In effetti, le dimensioni dell’oggetto ne fanno un bersaglio radar molto facile. La lentezza di spostamento lo rende facile da seguire e probabilmente è stato avvistato molto prima che entrasse nello spazio aereo americano. Washington ha anche dichiarato di aver lanciato dei caccia F-22 per identificare il pallone. Tutto questo da un alto chiarisce che non è comparso improvvisamente nei cieli del Montana, e fa pensare che gli Usa abbiano rivelato solo ora questa presenza per un preciso calcolo politico.

Quale?

Il segretario di Stato Blinken avrebbe dovuto recarsi in Cina, la prima visita di Stato da sei anni. L’annuncio del pallone arriva dopo l’accordo con le Filippine per quattro nuove grandi basi americane e sembra suggerire che gli Stati Uniti volessero arrivare al tavolo da una posizione di vantaggio psicologico, con la certificazione dell’invadenza cinese e la consapevolezza pubblica delle mosse concrete messe in campo per contrastarla, schierando nuove forze nel Pacifico. Tutto questo per mettere i cinesi sulla difensiva diplomatica.

Tra le giustificazioni apportate da Washington sul mancato abbattimento del pallone c’è stata l’incolumità delle persone a terra. Perché allora non abbatterlo sul Pacifico?

Il fatto di non averlo abbattuto finora si collega con le caratteristiche dell’aerostato, che per la sua natura lenta e identificabile può essere abbattuto in qualunque momento. Tra l’altro, se dovesse cadere in territorio Usa, si potrebbero recuperare gli strumenti di bordo su cui poter fare tutte le analisi del caso. Tra l’altro, per sua natura, un pallone aerostatico è leggero, ed è improbabile che faccia grossi danni in superficie. Nel mancato abbattimento allora hanno forse giocato due fattori. Primo, la certezza di poter cogliere i cinesi in flagranza, e secondo la tranquillità di poterlo fare in qualunque momento. Probabilmente nella decisione del Pentagono ha anche giocato una conoscenza dei dettagli del pallone molto maggiore di quella rivelata.


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Una Grand strategy italiana? Camporini legge il vertice Tajani-Crosetto


fUna visione univoca, sinergica e continuativa nel tempo per assicurare un’azione coerente del Paese nel lungo periodo per affrontare le tante sfide strategiche internazionali. È l’obiettivo prefissato al tavolo Esteri-Difesa, il primo dell’era Giorgia Me

fUna visione univoca, sinergica e continuativa nel tempo per assicurare un’azione coerente del Paese nel lungo periodo per affrontare le tante sfide strategiche internazionali. È l’obiettivo prefissato al tavolo Esteri-Difesa, il primo dell’era Giorgia Meloni, che ha visto il confronto tra i ministri responsabili, Antonio Tajani e Guido Crosetto. Una iniziativa che si è posta lo scopo di approfondire insieme le tematiche di comune interesse per cui è necessaria un coordinamento tra Difesa e diplomazia. L’incontro nasce in parte sulla scia dei risultati positivi raccolti dai due ministri nel corso delle visite natalizie nei Balcani. Una dimostrazione dell’unità del governo sullo scenario internazionale. Nell’occasione si era consolidata la volontà di stringere i legami e il coordinamento tra dicasteri per favorire il raggiungimento di risultati positivi, assicurando una continuità d’azione nel tempo.

Le sfide

Tanti i temi sul tavolo, a partire dal prossimo vertice Nato di Vilnius e le problematiche legate al fianco est e sud dell’Alleanza. L’invasione russa dell’Ucraina ha infatti spostato, come necessario, l’attenzione a oriente, ma tra gli obiettivi che il governo si è posto c’è anche quello di non far dimenticare a Bruxelles le problematiche legate al meridione, strettamente legate anche alle instabilità causate dal conflitto. Per questo al tavolo si è parlato di Mediterraneo allargato e della strategia italiana per l’Africa, oltre che naturalmente l’impegno a sostegno di Kiev. Importante anche il confronto sulla prossima delibera missioni del 2023.

Una strategia per l’Italia

Per il ministro Tajani “nell’attuale contesto di crisi in Europa e alla luce dei riflessi in altre aree strategiche è essenziale uno stretto coordinamento e scambio d’informazioni tra Esteri e Difesa”. Parole a cui ha fatto eco Crosetto: “Difesa e Esteri devono muoversi all’estero insieme e nell’interesse dell’Italia”. Per il responsabile di Palazzo Baracchini “l’attuale situazione all’orizzonte è colma di sfide. Ciò impone scelte immediate, pragmatiche e, soprattutto, condivise”. Per il capo della diplomazia, dunque, il Paese deve “rafforzare la capacità di influenzare i processi decisionali politico-militari nei consessi internazionali”. “Una strada che il governo e il presidente Meloni stanno percorrendo in maniera corale”, ha aggiunto Crosetto, che ha registrato come per raggiungere l’obiettivo “occorra una visione strategica a venti trent’anni”.

La cooperazione è indispensabile

“Esteri e Difesa sono facce della stessa medaglia”, ha commentato ad Airpress il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica. “o ha naturalmente il suo compito e la sua libertà d’azione, ma è inconcepibile che la Difesa prenda decisioni senza una visione condivisa con gli Esteri”. Per il generale, troppo spesso in passato ci sono stati “rapporti molto stretti e proficui tra Palazzo Baracchini e la Farnesina a livello tecnico ma mancava un rapporto diretto tra i due ministri”. Si concordavano cose a livello operativo, “ma mancava la benedizione finale del vertice, con momenti con ministri che non si parlavano proprio, creando diverse difficoltà”.

Una consuetudine necessaria

C’è invece bisogno di una collegialità del governo, registra ancora Camporini in modo che quando ci sono tematiche precise sono tutti coinvolti e tutti remano dalla stessa parte. “L’importante di questi incontri è farli” precisa il generale, perché “una volta che si stabilisce una consuetudine, che sia formalizzata o meno è secondario”. Una previsione che non dovrebbe nemmeno essere limitata a Esteri e Difesa, ma coinvolgere il Mimit “per le parti di propria competenza” e gli altri dicasteri per le aree di loro responsabilità. “L’incontro Esteri-Difesa deve essere una cosa assolutamente di routine – conclude Camporini – in modo che da questi incontri scaturiscano direttive precise per gli organismi tecnici in modo da permettere agli operatori di lavorare con serenità ed efficacia”.


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Via libera al sesto pacchetto di aiuti per Kyiv. Roma e Parigi pronte a inviare il Samp/T


“L’Italia ha fatto ogni sforzo per dare una mano a 360 gradi”, ha dichiarato Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, in visita a Berlino, in Germania. “Stiamo lavorando con la Francia sulla difesa missilistica, siamo arrivati al nostro sesto pacchetto d

“L’Italia ha fatto ogni sforzo per dare una mano a 360 gradi”, ha dichiarato Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, in visita a Berlino, in Germania. “Stiamo lavorando con la Francia sulla difesa missilistica, siamo arrivati al nostro sesto pacchetto di aiuti”, ha continuato. “Noi ci siamo e non faremo mancare il nostro sostegno per arrivare al dialogo. Aiutare l’Ucraina per portare gli attori al tavolo. Sarà a Kiev prima del 24 febbraio”, ha annunciato. Il sesto pacchetto è stato pubblicato oggi in Gazzetta Ufficiale: si tratta di un decreto del ministro della Difesa data 31 gennaio 2023. L’allegato con i dettagli delle forniture è secretato, come accaduto per i cinque decreti precedenti approvati dal governo Draghi.

Oggi pomeriggio Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha avuto un colloquio telefonico con Sébastien Lecornu, ministro francese delle Forze armate. Oggetto della telefonata, sulla scia della visita a Roma del ministro francese, il sostegno militare fornito dai due Paesi all’Ucraina. I due ministri, si legge in una nota, hanno definito gli ultimi dettagli tecnici tra Italia e Francia per la consegna all’Ucraina, nella primavera 2023, del sistema di difesa antiaerea Samp/T, il primo sistema anti-missile europeo di fabbricazione italo-francese che consentirà all’Ucraina di difendersi dagli attacchi dei droni, missili e aerei russi, proteggendo una parte cospicua del territorio ucraino.

“La fornitura di tale sistema risponde all’emergenza espressa da Oleksii Reznikov, ministro ucraino della Difesa, ai suoi omologhi francese e italiano, di proteggere le popolazioni e le infrastrutture civili dagli attacchi aerei russi”, recita la nota. “L’Ucraina ha anche acquisito un sistema radar dalla Francia al fine di rafforzare l’efficacia del sistema antiaereo Samp/T che Roma e Parigi forniranno congiuntamente. La consegna di questo sistema integra il sostegno già fornito da Italia e Francia per quanto riguarda la difesa aerea e ambiti ad essa correlati. I ministri, italiano e francese, hanno inoltre ribadito la loro determinazione a proseguire il sostegno all’Ucraina a favore della difesa della sua sovranità e della sua integrità territoriale di fronte all’aggressione russa”, conclude la dichiarazione.


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#laFLEalMassimo – Episodio 81 – Istruzione Merito e Pari Opportunità


Bentornati alla FLE al Massimo, si avvicina l’anniversario dell’invasione Russa ai danni del popolo Ucraino e questa rubrica continua ad manifestare in apertura sostegno al paese aggredito e condanna per l’aggressore. Venendo al nostro paese ha fatto disc

Bentornati alla FLE al Massimo, si avvicina l’anniversario dell’invasione Russa ai danni del popolo Ucraino e questa rubrica continua ad manifestare in apertura sostegno al paese aggredito e condanna per l’aggressore.

Venendo al nostro paese ha fatto discutere l’ipotesi avanzata dal ministro per l’istruzione ed il merito di un trattamento differenziato dei docenti che lavorano nelle aree del paese dove il costo della vita è più elevato.

Premesso che in astratto non si tratta di un’idea peregrina e che là dove i mercati funzionano correttamente e non vi sono distorsioni le retribuzioni dovrebbero muoversi nella direzione indicata dal ministro in una rubrica che parla di libertà personale appare opportuno fare qualche passo indietro e porsi alcune domande in prospettiva.

Ma il merito che è stato introdotto nel nome del ministero ha qualche importanza oppure viene menzionato solo per strizzare l’occhio a una parte (peraltro minoritaria a mio avviso) dell’elettorato di riferimento per la maggioranza di governo?

Se mettiamo mano alla retribuzione di alcuni dipendenti pubblici non sarà il caso di prendere in considerazione anche l’ipotesi di premiare chi fa di più e meglio? Se invece ci vogliamo concentrare sulle pari opportunità e dunque offrire a chi lavora in aree diverse del paese le stesse condizioni di partenza, perché limitarsi ai professori? Cos’anno di speciale a parte essere un gruppo di elettori che si muove in modo coordinato?

La risposta soffia nel vento è la verità sconveniente è che in un paese culturalmente corporativo e al più socialista premiare il merito non interessa a nessuno perché in modo diretto o indiretto implica punire o evidenziare il demerito e la negligenza un prospettiva tabù che tutti i partiti politici rifuggono come la kriptonite per il Supereroe per antonomasia.

Non sia mai che si guardi alla scuola e all’insegnamento come un servizio da garantire agli studenti, anche per favorire il funzionamento di un ascensore sociale bloccato da tempo, il focus è sempre sugli interessi di chi nella scuola lavora e mai su quelli che da questa istituzione dovrebbero apprendere gli strumenti per orientarsi in un mondo sempre più complesso.

Discorso complicato che approfondiremo nelle prossime puntata dalla FLE al Massimo

Slava Ukraïni!

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Scuola di liberalismo 2023: “Liberi di scegliere”, intervista ad Andrea Cangini


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Competenze tech per l’aeronavale. Il nuovo centro della GdF secondo Cioffi


In un periodo che vede nuovamente al centro il dominio marittimo e l’Aeronautica festeggiare il suo centesimo anniversario, arriva un nuovo alleato per gli equipaggi delle operazioni aeronavali della Guardia di Finanza (GdF): una piattaforma per l’addestr

In un periodo che vede nuovamente al centro il dominio marittimo e l’Aeronautica festeggiare il suo centesimo anniversario, arriva un nuovo alleato per gli equipaggi delle operazioni aeronavali della Guardia di Finanza (GdF): una piattaforma per l’addestramento che fa affidamento sull’impiego delle tecnologie disruptive e sulle collaborazioni con l’industria della Difesa, per integrare aeromobili e sistemi di missione virtuali, in modo da favorire l’interoperabilità sul campo di battaglia. Si tratta del primo Centro di simulazione di operazioni aeronavali della Guardia di Finanza, inaugurato alla base di Pratica di Mare, alle porte di Roma. Un progetto frutto delle sinergie tra le competenze operative del Corpo e i servizi ad alta tecnologia di Leonardo. La nuova struttura rappresenta un vero e proprio esempio di integrazione di tecnologie all’avanguardia in uno stesso ambiente virtuale, in modo da permettere di riprodurre accuratamente gli elicotteri e aerei della società di piazza Monte Grappa in dotazione alla Guardia di Finanza, impiegati per i più svariati compiti operativi. A questi, oltre al centro di comando a terra per il coordinamento delle operazioni, si aggiungono un simulatore di scenario, realizzato sempre da Leonardo, in grado di riprodurre l’ambiente in cui operano mezzi e personale in modo cooperativo; e un simulatore di plancia di una nave, sviluppato in sinergia con Cetena (Fincantieri), che permette di integrare anche la presenza di unità di superficie in ambiente marittimo. Della natura del nuovo centro e del valore aggiunto che potrà portare al sistema-Paese, ne abbiamo parlato con il direttore generale di Leonardo, Lucio Valerio Cioffi.

Di che cosa si occuperà il nuovo Centro di simulazione di operazioni aeronavali?

Il nuovo centro rappresenta un ambiente virtuale unico che garantisce l’addestramento efficace e sicuro degli equipaggi nell’impiego di aeromobili e sistemi di missione nell’ambito di scenari complessi. Grazie all’impiego di avanzate capacità di simulazione, il personale verrà addestrato in un ambiente in grado di replicare, con elevato realismo, il livello di interoperabilità rappresentato dagli scenari multidominio, attuali e futuri, nei quali il dispositivo aeronavale della Guardia di Finanza è chiamato a svolgere i propri compiti istituzionali di sicurezza, sorveglianza, pattugliamento e salvataggio.

Quali sono le principali tecnologie innovative che caratterizzano il nuovo Centro?

Nello specifico, i sistemi di simulazione di tipo “mini motion”, introdotti per la prima volta in assoluto, comprendono Enhanced training device (Etd e-Motion) degli elicotteri AW169 e AW139 e dei velivoli P-72B di Leonardo, pienamente rappresentativi delle prestazioni, dell’avionica e dei cockpit degli aeromobili. Non solo, sono in grado di fornire agli equipaggi anche un’adeguata e realistica risposta “fisica”, grazie agli efficaci attuatori integrati sulle piattaforme. Alla formazione dei piloti si aggiunge poi quella degli specialisti, addetti alla gestione dei sistemi di missione Airborne tactical observation and surveillance (Atos) di Leonardo per le piattaforme AW139 e P-72B, e degli operatori al verricello di recupero in cabina, con un ambiente di realtà virtuale altamente immersivo, dedicato alle missioni di ricerca e soccorso. Stiamo inoltre mettendo a fattor comune, nell’ottica One company, le tecnologie distintive nel campo della simulazione e training inizialmente disseminate nelle Divisioni.

A livello europeo il nuovo centro rappresenta un unicum. Che impatti avrà questa nuova realtà sulla proiezione internazionale del Paese?

La Guardia di Finanza è pronta a diventare con questo centro un modello di riferimento con una soluzione di addestramento tecnologicamente all’avanguardia, cui potranno guardare con estremo interesse le forze di sicurezza di tutto il mondo.

Naturalmente, il contributo del comparto industriale è stato indispensabile. Qual è stato, nel dettaglio, il ruolo di Leonardo nella realizzazione del Centro?

Lo sviluppo è stato avviato alla fine del 2020, sulla base delle specifiche della Guardia di Finanza e abbiamo messo in campo in poco tempo le più avanzate e innovative tecnologie di Leonardo in ambito training and simulation, un settore su cui negli ultimi anni abbiamo puntato molto. Come anticipato, abbiamo contribuito con i sistemi di simulazioni delle nostre piattaforme e sistemi di missione di cui si è dotata negli ultimi anni la Guardia di Finanza. Non solo, abbiamo contribuito anche all’adeguamento dell’hangar ‘L’ della base di Pratica di Mare e oggi il centro di addestramento della Guardia di Finanza è pienamente inserito nel network delle nostre training academy, con standard addestrativi di livello internazionale.

Leonardo ha ormai un consolidato expertise nel campo dell’addestramento delle forze aeree. Oltre al nuovo Centro c’è, per esempio, la Ifts di Decimomannu dell’Aeronautica. Come crede possa evolvere questa competenza specifica del Gruppo?

L’International flight training school (Ifts) è il frutto della collaborazione strategica tra l’Aeronautica militare e Leonardo per la realizzazione di un centro avanzato di addestramento al volo per i piloti militari delle aeronautiche di tutto il mondo. Grazie al nuovo campus di Decimomannu, l’Italia potrà essere il riferimento internazionale per il training dei piloti militari destinati a volare sui caccia di prima linea. Si tratta di un nuovo modello di formazione e addestramento, già scelto da altri Paesi quali Qatar, Giappone, Germania e Singapore. Un progetto che fa leva sull’expertise e le più che consolidate tradizioni dell’Arma Azzurra nel settore dell’addestramento al volo militare, e sull’eccellenza tecnologica di Leonardo rappresentata dal sistema integrato di addestramento basato sull’M-346. Un ruolo-chiave lo gioca anche l’innovativa tecnologia Lvc (Live, virtual and constructive), che consente agli allievi di interagire, attraverso il simulatore, con i piloti in volo nell’ambito della stessa missione addestrativa. Un ambiente di simulazione integrato quindi dove reale e virtuale si fondono in un unico scenario operativo. I piloti sugli aerei vedono sulle loro visiere ciò che i piloti sui simulatori vedono sui propri monitor a terra. Con la riproduzione di scenari complessi è possibile simulare operazioni che coinvolgano fino a dieci aerei tra forze amiche e nemiche che interagiscono come se stessero tutti volando nello stesso cielo. Definirla realtà aumentata è, pertanto, quasi riduttivo.

In che modo il nuovo centro si inquadra nella politica industriale della società?

Il miglioramento costante nell’approccio al cliente, attraverso una forte spinta allo sviluppo commerciale, un consolidamento delle attività di customer support e un ampliamento dell’offerta di servizi di addestramento, rappresenta uno dei punti-chiave della nostra politica industriale. Al cui interno si inquadra la crescente importanza delle attività di training portate avanti dall’azienda, che fanno di Leonardo un player mondiale nei servizi professionali di addestramento civile e militare per piloti, operatori di bordo e manutentori, di aeromobili ad ala fissa ed ala rotante.


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Da Enzo Tortora a Enzo Carra, l’esibizione dell’imputato in ceppi


La morte di Enzo Carra mi ha imposto di andare a rivedere le immagini in cui, portavoce dell’ex segretario democristiano Arnaldo Forlani, nel marzo del ’93 fu condotto in schiavettoni nell’aula del tribunale di Milano. Rivista trent’anni dopo, è una foto

La morte di Enzo Carra mi ha imposto di andare a rivedere le immagini in cui, portavoce dell’ex segretario democristiano Arnaldo Forlani, nel marzo del ’93 fu condotto in schiavettoni nell’aula del tribunale di Milano. Rivista trent’anni dopo, è una foto spaventosa. Non fosse per i carabinieri, sembra un sequestrato sull’Aspromonte. A me la raccontò così: gli infilarono gli schiavettoni prima di accompagnarlo alla sfilata fra giornalisti, fotografi, cameraman in attesa lungo un corridoio. Ero l’immagine della Dc trascinata in catene e processata, mi disse. C’entra un po’ con un altro Enzo, Enzo Tortora, che dieci anni prima era stato ammanettato e offerto alle telecamere convocate per la grande occasione. Ma mentre Carra è un uomo umiliato e sgomento, Tortora stende le braccia perché le manette si vedano bene, perché si veda bene l’enormità, perché quelle manette non siano l’atto d’accusa contro di lui ma contro il potere che porta l’innocente in ceppi.

Mercoledì, l’amministrazione guidata da Giorgio Gori ha deciso di intitolare a Tortora i giardini davanti al tribunale di Bergamo, dove appena più che ventenne esordì da cronista giudiziario, ragazzetto sventato convinto che, per farne un posto migliore, il mondo andasse sgominato. La notizia mi ha un po’ commosso. Magari la targa – giardini Enzo Tortora – aiuterà qualche mio giovane erede della stampa bergamasca a
comprendere presto, prima di quanto ci sia voluto a me, che la sacralità della giustizia risiede nel dovere di impedire che si faccia ingiusta. E forse alla memoria di Carra basterebbe gli fosse intitolato anche solo un alberello.

La Stampa

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Presentazione del libro “La torre di Ermengarda” di Maria Teresa Guerra


Mercoledì 8 febbraio, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, si terrà la presentazione del libro “La torre di Ermengarda” di Maria Teresa Guerra. Sarà presente l’autrice. L'articolo Presen

Mercoledì 8 febbraio, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, si terrà la presentazione del libro “La torre di Ermengarda” di Maria Teresa Guerra.

Sarà presente l’autrice.

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Parte la scuola di liberalismo, Chiude Cassese – quotidiano.net


Anche quest’anno, col titolo “Liberi di scegliere”, la Fondazione Luigi Einaudi darà vita alla Scuola di liberalismo. Una quindicina di lezioni, dal 16 febbraio al 25 maggio, cui sarà possibile assistere in presenza a Roma, o via zoom. Per informazioni o

Anche quest’anno, col titolo “Liberi di scegliere”, la Fondazione Luigi Einaudi darà vita alla Scuola di liberalismo. Una quindicina di lezioni, dal 16 febbraio al 25 maggio, cui sarà possibile assistere in presenza a Roma, o via zoom. Per informazioni o per iscriversi: www.fondazioneluigieinaudi.itscuola-di-liberalismo. Aprirà i lavori il professor Lorenzo Infantino con una lezione sui “Limiti della conoscenza e la libertà individuale di scelta”, li concluderà il professor Sabino Cassese (nella foto). “Mai come oggi – spiega Andrea Cangini, segretario generale della Fondazione Einaudi – si avverte il bisogno di rinsaldare quei principi liberali su cui si fonda lo Stato di diritto”.

Quotidiano.net

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Differenziata


Inutile girarci attorno: il regionalismo differenziato è un pasticcio insensato che non potrà mai funzionare. In queste ore non prende forma, ma ulteriormente sforma la Costituzione che la sinistra scassò nel 2001. E non è una questione di parti politiche

Inutile girarci attorno: il regionalismo differenziato è un pasticcio insensato che non potrà mai funzionare. In queste ore non prende forma, ma ulteriormente sforma la Costituzione che la sinistra scassò nel 2001. E non è una questione di parti politiche, tanto che la destra odierna reclama l’applicazione di una (pessima) riforma che fece la sinistra. Semmai si tratta di parti in commedia, di chi vuol recitare la parte dell’autonomista senza disporre di cultura dell’autonomia. Non stiamo parlando di centralismo e regionalismo, ma di propagandismo privo di realismo.

Tutto si muove nel vago e nell’approssimativo. L’autonomia differenziata può <<riguardare una o più materie, o più ambiti di materie>>. Come giocare a mosca cieca. L’ancoraggio di chi pensa di compensare e mitigare sarebbero i Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni da fornire ai cittadini, ma la loro fissazione è rimandata a un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri e il loro finanziamento resta materia da seduta spiritica. Come se non si potesse partire dal disastro della regionalizzazione sanitaria, che ha distrutto il sistema sanitario nazionale, ha trasformato le regioni in enti sanitari che destinano a quello l’80% della spesa, generato debiti nascosti sotto i tappetini regionali (fin quando non si sarà costretti a contabilizzarli nel debito pubblico nazionale, e saranno dolori seri) e creato cittadini con sanità funzionante e cittadini senza. Una volta negoziata la differenziata regionale, diversa regione per regione, quell’assetto resta fermo per 10 anni, può essere disdetto un anno prima della scadenza, altrimenti resta tacitamente rinnovato. Come fosse un rapporto fra diverse statualità e non un’articolazione del medesimo Stato, nel qual caso non avrebbe senso questa bislacca regola. Il tutto finanziato con il trattenimento in sede regionale di quote crescenti della fiscalità generale. Ovvero il fallimento culturale dell’autonomia.

Ove fosse una cosa seria partirebbe capovolgendo proprio questo assunto: l’amministrazione centrale fa scendere le proprie pretese fiscali, tagliando la spesa e liberandosi di competenze, sicché toccherebbe alla mano che domani spenderà adoperarsi per incassare, imponendo tributi. Autonoma è solo la mano che spende i soldi che incassa dai cittadini, non quella che reclama parte dei soldi che ai cittadini sono tolti da altri. Altrimenti si crea un caos fiscale in cui io contribuente non so mai chi è che mi sta portando via soldi e perché. Ove la mano fosse la stessa potrei decidere, alle prossime elezioni, se stringerla o mozzarla. Invece me le trovo alleate nel prelevare, litigiose nello spartire e nascoste nel risponderne. Questo non è autonomismo, questa è una classe differenziale di partitanti parolai.

Questa minestra riscaldata senza mai essere stata cucinata e che non potrà mai essere digerita può consentire, come folkloristicamente già si vede, a una regione di stabilire che in quella non si può mettere meno di 4 a scuola, che, se non altro, rivela quale reale timore affligge gli astanti. Ed è facile prevedere, come per la spazzatura, che ci sarà qualche posto in cui la differenziata sarà presa seriamente, mentre in altri si butterà tutto nell’indifferenziata. Anche perché alla prima crisi, al primo problema per affrontare il quale mancano i soldi il presidente regionale della differenziata reclamerà l’intervento dello Stato, per metterci una toppa e sganciare altri quattrini. Un trionfo d’irresponsabilità fiscale e confusione istituzionale.

Ergo: possono fare quel che credono, mediare fra impostazioni e modelli opposti, portare a casa la bandiera già smandrappata e, come la sinistra del 2001, scassare senza pagare i danni, ma resta sicuro che questa roba non potrà mai funzionare. Sarà solo l’ennesimo capitolo del propagandismo senza cultura dell’autonomia, i cui scarti finiranno nel mucchio dell’indifferenziata raccolta d’orrori legislativi. O, meglio, non se ne farà nulla.

La Ragione

L'articolo Differenziata proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Dal Consiglio Ue oltre mezzo miliardo per l’Ucraina. Il settimo pacchetto aiuti


Un settimo pacchetto di aiuti del valore di mezzo miliardo di euro e lo stanziamento di 45 milioni per sostenere le attività di formazione della missione di assistenza militare dell’Unione europea (Eumam Ucraina). Così, in vista del vertice di domani tra

Un settimo pacchetto di aiuti del valore di mezzo miliardo di euro e lo stanziamento di 45 milioni per sostenere le attività di formazione della missione di assistenza militare dell’Unione europea (Eumam Ucraina). Così, in vista del vertice di domani tra l’Unione europea e l’Ucraina – il primo dalla concessione dello status di Paese candidato all’Ucraina –, il Consiglio dell’Ue ha adottato delle nuove misure per lo Strumento europeo per la pace (Epf), in modo da fornire ulteriore assistenza militare alle Forze armate ucraine.

Bruxelles a sostegno di Kiev

Si tratta di misure che mandano un messaggio chiaro e inequivocabile a detta dell’alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell: “Continueremo a sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario”. Grazie ai nuovi fondi “l’Ucraina dovrebbe ricevere tutte le attrezzature militari necessarie e la formazione militare di cui ha bisogno per difendere il proprio territorio e la sua popolazione dalla guerra di aggressione della Russia”, ha continuato Borrell. Quest’ultima decisione porta alla cifra record di 3,6 miliardi il contributo totale dell’Ue all’Epf in favore dell’Ucraina. Con gli ultimi fondi allocati, si vogliono fornire le attrezzature non letali necessarie, oltre a tutti i servizi collegati alle attività di formazione. Saranno infatti 15 mila i nuovi soldati addestrati grazie all’Eumam.

I passi precedenti

Quello odierno è il settimo pacchetto di aiuti in favore delle forze ucraine nella cornice dell’Epf, i precedenti erano stati stanziati l’anno scorso: il 28 febbraio, il 23 marzo, il 13 aprile, il 23 maggio, il 21 luglio e il 17 ottobre. Proprio al 17 ottobre risale inoltre la decisione di istituire l’Eumam Ucraina per la durata di due anni. Una missione che cerca di rispondere alle richieste avanzate dal Paese invaso all’alto rappresentante, per garantire alle forze ucraine una formazione militare individuale, collettiva e specializzata, nonché un miglior coordinamento della formazione fornita da Paesi diversi.

Prossimo vertice Ue-Ucraina

Al momento la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si trova in Ucraina con altri 15 membri del collegio dei commissari dell’Ue. Pronta a incontrare domani il presidente Volodymyr Zelensky, e alcuni membri del governo del Paese insieme al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in occasione di quello che sarà il 24esimo vertice tra Ue-Ucraina, ma il primo da quando il Paese ha ottenuto lo status di Paese candidato all’Unione europea lo scorso giugno, pochi mesi dopo la presentazione della domanda di adesione. Al centro del vertice si discuterà il percorso di adesione del Paese, ma non solo, all’ordine del giorno si prevede di affrontare anche la sicurezza alimentare internazionale e la cooperazione sui temi della ricostruzione e dell’assistenza, nonché nei settori dell’energia e della connettività sempre più strategici sul piano internazionale.

Strumento europeo per la pace

L’European peace facility, istituito a marzo 2021, è un fondo fuori bilancio atto a consolidare la capacità europea di prevenire i conflitti, costruire la pace e rafforzare così la sicurezza internazionale sostituendo e ampliando gli strumenti precedenti quali Athena. Nel periodo 2021-2027 il massimale finanziario di cui può disporre il fondo ammonta a circa 5,7 miliardi di euro, con un massimale annuo che è passato da 420 milioni di euro nel 2021 a oltre un miliardo nel 2027, determinato anche da un criterio di ripartizione fondato sul reddito nazionale lordo di ogni Paese. L’Epf, atto a rafforzare le capacità militari europee, si basa su due pilastri: operazioni, con cui vengono finanziati i costi delle missioni nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune (Psdc); e assistenza, per finanziare l’azione Ue in favore di Paesi terzi e organizzazioni.


formiche.net/2023/02/pacchetti…

Cooperazione, difesa e jet. Si consolida il dialogo Italia-Giappone


Un’occasione per consolidare la partnership tra Italia e Giappone e dare continuità al dialogo nel settore della Difesa. È stato questo il cuore dell’incontro tra Guido Crosetto, ministro della Difesa italiano, e Atsuo Suzuki, vice ministro della Difesa g

Un’occasione per consolidare la partnership tra Italia e Giappone e dare continuità al dialogo nel settore della Difesa. È stato questo il cuore dell’incontro tra Guido Crosetto, ministro della Difesa italiano, e Atsuo Suzuki, vice ministro della Difesa giapponese. L’obiettivo era potenziare ulteriormente il dialogo già esistente tra Roma e Tokyo e la collaborazione bilaterale tra Forze armate. Capitolo importante, naturalmente, è quello della collaborazione italo-giapponese, insieme al Regno Unito, sul caccia di sesta generazione Global combat air programme (Gcap).

DIREZIONE TOKYO

L’incontro, inoltre, ha preceduto il programmato viaggio del ministro italiano in Giappone. Come raccontato in precedenza su Formiche.net, potrebbe essere parte di un più ampio viaggio asiatico con tappa anche in Indonesia per incontrare l’omologo Prabowo Subianto, dal quale era giunto, in occasione del bilaterale di dicembre a Roma, “l’apprezzamento per l’impegno dell’Italia nell’attuale quadro geostrategico e per le sue eccellenze tecnologiche”.

IL RUOLO DI ROMA

L’incontro odierno conferma da una parte il crescente attivismo di Tokyo sul piano internazionale, e dall’altra riconosce al nostro Paese un ruolo centrale nella relazione sempre più stretta tra il Giappone e l’Occidente. Del resto, durante il suo tour euro-americano di inizio anno, Fumio Kishida, primo ministro giapponese, ha incontrato a Roma Giorgia Meloni, presidente del Consiglio. Un vertice che era servito a elevare le relazioni italo-nipponiche a “partenariato strategico”, prevedendo anche un meccanismo di consultazioni bilaterali Esteri-Difesa che dovrebbe riunirsi per la prima volta nel corso di quest’anno, come riportato su Formiche.net in precedenza.

IL JET DI SESTA GENERAZIONE

Il programma Gcap “può rappresentare un volàno importante per i rapporti commerciali ed economici tra Roma e Tokyo”, ha spiegato il ministro Crosetto in una recente intervista a Formiche.net. “Avrà importanti ricadute sui settori produttivi, anche in ambito civile, e sui settori di ricerca e sviluppo”. Il progetto prevede lo sviluppo di un sistema di sistemi integrato per il combattimento aereo, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso e provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione alla penetrazione in profondità, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Gcap di essere multidominio fin dalla sua concezione, progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

IL RUOLO DELLE INDUSTRIE ITALIANE

Di recente, inoltre, il team italiano di aziende che partecipa al programma internazionale, composto da Leonardo, in qualità di partner strategico, Elettronica, Avio Aero e Mbda Italia, ha siglato un accordo per il supporto all’azione del ministero della Difesa e per l’avvio della seconda fase di sviluppo del sistema, quella di concept & assessment, e nelle attività di dimostrazione del programma. A livello internazionale, quindi, le realtà industriali potranno collaborare alla pari allo sviluppo delle tecnologie insieme ai rispettivi campioni del Giappone, come Mitsubishi Heavy Industries, IHI Corporation e Mitsubishi Electric, e del Regno Unito, Bae Systems, Rolls-Royce, e le divisioni Uk di Leonardo e Mbda.


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Scuola di Liberalismo 2022 – Messina: lezione di Eugenio Guccione sul tema “Battaglie per la libertà”


Undicesimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta pr

Undicesimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articola in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La undicesima lezione si svolgerà giovedì 2 febbraio, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta dal prof. Eugenio Guccione (già Ordinario di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università di Palermo), che relazionerà sull’opera “Battaglie per la libertà” di Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano nel 1919 e, in generale, una delle figure più influenti e lungimiranti del panorama politico, culturale e sociale del Novecento italiano.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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