Il caso Donzelli e il rimpianto del Parlamento di Luigi Einaudi


Ci sono gli epifenomeni: la grossolanità dell’accusa, la delegittimazione dell’avversario, la diffusione di informazioni riservate, la ricerca di un diversivo mediatico, la mancata comprensione del senso profondo di quel “sindacato ispettivo” che compete

Ci sono gli epifenomeni: la grossolanità dell’accusa, la delegittimazione dell’avversario, la diffusione di informazioni riservate, la ricerca di un diversivo mediatico, la mancata comprensione del senso profondo di quel “sindacato ispettivo” che compete al parlamentare… Gli epifenomeni ci sono tutti, sono piuttosto clamorosi e giornalisticamente gustosi. Non sorprende, dunque, che su questi verta il dibattito pubblico e politico. Dispiace, però, che del fenomeno ci si occupi poco o nulla. Il fenomeno cui va ascritta la vicenda Donzelli è presto detto e riguarda tutti. Potremo definirlo così: la perdita di senso del Parlamento. Cioè delle istituzioni, cioè della democrazia, cioè della politica. La politica intesa come arte della mediazione.

Facciamo un balzo all’indietro nella storia per capire di cosa stiamo parlando. Il 12 maggio 1948, dopo aver giurato come presidente della Repubblica, Einaudi prese la parola davanti al parlamento riunito in seduta comune. Un discorso asciutto, denso, pragmatico come nel temperamento dell’oratore. Tra le altre cose, Luigi Einaudi disse: “Nelle vostre discussioni, signori del parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v’è una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non poter più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto e ad accedere, facendola propria, all’opinione di uomini più saggi di noi”.

Il parlamento come luogo del dibattito. Il parlamento come il luogo in cui, appunto, ci si parla. E naturalmente ci si ascolta. Ci si parla per trasferire agli altri conoscenze, sensibilità e punti di vista nella speranza di convincere chi ascolta della bontà delle proprie posizioni.

Ebbene, quel parlamento non esiste più. O meglio: esiste, ma ha perso di senso. E non solo perché, da decenni e in forma crescente, i governi ne hanno usurpato le prerogative costituzionali abusando della decretazione d’urgenza e dalla questione di fiducia. Il parlamento ha perso di senso perché, nell’era dei social, delle affermazioni icastiche e del narcisismo esasperato, nessuno è più disposto ad ascoltare. I leader entrano in aula nel momento in cui devono intervenire, parlano solo per poter poi postare sui social i loro interventi, si rivolgono idealmente non ai parlamentari ma alle rispettive tifoserie, e non appena finiscono di parlare se ne vanno. Lo fanno i leader, e sempre più spesso lo fanno anche i gregari. Lo ha fatto anche il meloniano Giovanni Donzelli quando, nell’aula di Montecitorio, ha accusato alcuni parlamentari del Pd di collusione con mafiosi e terroristi. Ma a dare scandalo, nonché, possibilmente, a offrire motivo di riflessione, non dovrebbero essere solo le sue infelici parole.

Huffington Post

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Addio, Enzo, uomo perbene


È stato un eccellente giornalista e un politico perbene, la cui immagine pubblica risultò indelebilmente macchiata dalla gogna mediatica cui fu sottoposto, in manette, ai tempi della furia giustizialista di Mani Pulite. Non si lasciò abbattere. Mantenne i

È stato un eccellente giornalista e un politico perbene, la cui immagine pubblica risultò indelebilmente macchiata dalla gogna mediatica cui fu sottoposto, in manette, ai tempi della furia giustizialista di Mani Pulite. Non si lasciò abbattere. Mantenne il buon umore e la curiosità allora, così come li mantenne negli ultimi mesi di convivenza con la malattia. Enzo Carra era un amico personale di molti di noi ed era un amico della Fondazione Luigi Einaudi. Ai suoi familiari le nostre più sentite condoglianze.

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Casona in Canada


Ricordate il Ceta, l’imminente rovina per l’Italia, il selvaggio attacco alle nostre eccellenze? Se lo avete dimenticato condividete la colpa di chi non ricorda le cretinate e consente che si continui con le cretinerie. Se lo ricordate, godetevi il risult

Ricordate il Ceta, l’imminente rovina per l’Italia, il selvaggio attacco alle nostre eccellenze? Se lo avete dimenticato condividete la colpa di chi non ricorda le cretinate e consente che si continui con le cretinerie. Se lo ricordate, godetevi il risultato: dal 2017, data della firma dell’accordo fra Canada e Unione europea, le esportazioni italiane verso il Canada sono aumentate complessivamente del 36.3%, quelle dell’ortofrutta trasformata dell’80%, del 35% per il lattiero caseario e del 24% per vino e bevande. Alla grande. Il tutto con quell’accordo solo provvisoriamente (dal 2017) in vigore, visto che non lo abbiamo ancora ratificato, timorosi che qualcuno riscateni la buriana ottusa e dannosa per gli interessi nazionali. Sia detto chiaramente: i favorevoli al Ceta e agli scambi internazionali facilitati difendono gli interessi italiani, i contrari li offendono, considerandoli inferiori e perdenti. I risultati parlano da soli, a dispetto delle propagande distruttive e antieuropee.

La Ragione

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Senza pace


C’è un solo modo per fermare la guerra: chiarire ai russi che non potranno mai vincerla. Anche la comparsata sanremese aiuta, non perché serva a convincere qualche italiano, ma perché dimostrerà ai russi che qui non si molla. Anche per ragioni di convenie

C’è un solo modo per fermare la guerra: chiarire ai russi che non potranno mai vincerla. Anche la comparsata sanremese aiuta, non perché serva a convincere qualche italiano, ma perché dimostrerà ai russi che qui non si molla. Anche per ragioni di convenienza, di cui si deve parlare senza reticenze. Quindi partiamo da noi, dai sondaggi, dagli svarioni con cui raffiguriamo noi stessi. Adesso ci raccontiamo che molti, forse la maggioranza degli italiani sono contrari all’invio di armi all’Ucraina. In Germania poco più della metà favorevoli all’invio dei carri
armati. Ma noi abbiamo votato da poche settimane, a guerra già aperta da mesi, e la grande maggioranza dei voti è stata raccolta da partiti che non solo non nascondevano, ma menavano (giustamente) vanto degli aiuti agli ucraini, anche fornendo armi. Il governo Draghi poté contare sull’aiuto dell’opposizione, come oggi capita al governo Meloni.

Significa che si verifica una preziosa convergenza, in nome degli interessi nazionali. Come è possibile che gli stessi che votarono in questo modo, poi sarebbero orientati in senso opposto? La prima spiegazione è che i sondaggi non sono affatto obiettivi e il modo in cui si seleziona il campione e pongono le domande è decisivo. Se mi chiedono: sei per la pace? Ovvio che rispondo affermativamente. Far tacere le armi? Certamente. Ma non ho detto niente e non mi hai fatto domande sensate. Chiedimi se penso di darla vinta a un invasore come Putin. A parte i sondaggi, che indirizzano più che sondare, c’è la realtà. Si vede a occhio nudo la stanchezza per la guerra. Si colgono subito le controindicazioni della sovraesposizione di Zelensky. E credo che a questa ampia fetta di opinione pubblica vada data un’indicazione chiara: noi vogliamo il negoziato e il cessate il fuoco, vogliamo al più presto tornare alla normalità commerciale ed è proprio per questo, coerentemente con questo che abbiamo inviato, inviamo e invieremo armi agli ucraini.

Le armi sono essenziali per avere la pace, giacché non ci sarà mai pace fin quando Putin non prenderà atto di avere perso. Ma non si può dargli qualche cosa, un pezzo di terra, una provincia, e farla finita? Chiedono i pacifisti non in pace con la storia e la coscienza. No, non si può. Non è che non voglia Zelensky, non lo vogliono gli ucraini e non conviene a noi. Cedere ci farebbe perdere sicurezza, porterebbe la minaccia alle porte di casa e siccome non sarebbe mai accettato da chi è già stato torturato, violentato e massacrato, che lo vivrebbe come un
tradimento, significherebbe pure garantirsi qualche decennio di terrorismo. No, questa è un’alternativa che non ha nulla di pacifico. Putin ha lungamente lavorato aiutando e foraggiando i nazionalisti europei, ribattezzati “sovranisti”. Ora li ha persi, la sua unica sponda in Occidente sono gli antioccidentali travestiti da pacifisti, per questo vanno affrontati a viso aperto, perché fin quando penserà di potere spaccare l’Occidente proverà a resistere sterminando.

La sua sconfitta è già certificata dalla fine del neutralismo, dalla corsa verso la Nato di Paesi prima estranei. Putin ha lui provocato quel che diceva di volere combattere. Ma continuerà fin quando penserà di potere strappare qualche cosa. Chi vuole la pace, quindi, lavori perché gli sia chiaro che non ha alcuna possibilità di vincere il conflitto. Zelensky a Sanremo è una bazzecola di cui fa specie dover parlare, ma indigna
che tanti non si rendano conto della posta: mica deve convincere qualche italiano, fra una canzone e l’altra, anche perché gli italiani hanno votato in massa chi vuole aiutare l’Ucraina, deve far vedere ai russi che non resta loro neutrale manco più il palcoscenico di Sanremo.

Il che porrà a noi il problema, poi, di salvare la Russia dal destino di vassallaggio cinese cui Putin l’ha destinata. Prima si deve conquistare la pace nel solo modo possibile: mostrandogli che ha perso la guerra. I pacifisti del “Zelensky ha stancato” aiutano la guerra a durare più a lungo.

La Ragione

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L’economia italiana cresce più del previsto: una lezione ai catastrofisti


Perché i dati sorprendenti sull’economia italiana (ma va?) ci ricordano che l’ottimista non è altro che un pessimista bene informato Ha detto ieri il Fondo monetario che la crescita italiana, nel 2023, sarà superiore alle ultime previsioni, passando da

Perché i dati sorprendenti sull’economia italiana (ma va?) ci ricordano che l’ottimista non è altro che un pessimista bene informato

Ha detto ieri il Fondo monetario che la crescita italiana, nel 2023, sarà superiore alle ultime previsioni, passando da una stima, di ottobre, pari a meno 0,2 per cento a una stima di oggi pari a più di 0,6 per cento. Ha detto quattro giorni fa Bankitalia che negli ultimi due anni l’Italia ha creato qualcosa come un milione di nuovi posti di lavoro. Ha detto pochi giorni fa l’Istat che il tasso di occupazione in Italia, pari al 60,5 per cento, non è mai stato così elevato, che la crescita delle retribuzioni contrattuali nel 2022 è stata pari a un più 1,1 per cento, che l’aumento dell’export dell’Italia verso i paesi extra Ue, nonostante la guerra, ha registrato una crescita del 20,2 per cento, che la diseguaglianza in Italia, misurata attraverso l’indice Gini, è passata dal 30,4 per cento al 29,6 per cento e che il rischio di povertà è passato dal 18,6 per cento al 16,8 per cento.

Le notizie sorprendentemente positive che da qualche tempo arrivano sulla nostra economia dovrebbero spingere i catastrofisti di professione a porsi alcune domande delicate sulla natura del pessimismo italiano. Lo psicologo canadese Laurence Peter, conosciuto per aver formulato il famoso “principio di incompetenza”‘, sosteneva che l’economista moderno è “un esperto che domani sarà in grado di spiegare perché le cose che ha predetto ieri non sono accadute oggi”. E probabilmente Laurence Peter oggi non si troverebbe a disagio nel passare in rassegna i molti profeti di sventura che negli ultimi sette mesi, prevedendo recessioni inevitabili, razionamenti ineluttabili, scontri sociali inesorabili, disoccupazioni fulminanti, hanno sottovalutato la capacità dell’Italia di prendersi cura di se stessa anche nei momenti di difficoltà. Su questo giornale sono mesi che invitiamo i lettori a non lasciarsi coinvolgere dalla narrazione catastrofista e a dedicare all’Italia reale, quella che vive nei numeri e non nelle previsioni, un’attenzione non inferiore a quella che di solito viene dedicata alla decodificazione di un’Italia percepita.

Le buone notizie, lo sappiamo, faticano a trovare spesso spazio sui grandi giornali perché molti quotidiani considerano un fatto “notiziabile” solo quando esso risponde alle cattive aspettative alimentate. E d’altronde non potrebbe che essere così: se si dedica tanta energia a costruire una domanda così forte di notizie drammatiche, offrire notizie che vanno in una direzione diversa rischia di disorientare i lettori e di mettere a rischio un’industria, come quella del catastrofismo, che da anni ormai, tra pubblicazioni, sceneggiati e casi editoriali, produce un fatturato comunque degno di nota. Quello che spesso però non viene compreso è che un giornalista che asseconda, senza farsi domande, un racconto aprioristicamente negativo dell’Italia non è un giornalista che compie in modo impeccabile il suo “scomodo” mestiere di watchdog, ma è viceversa un giornalista che sceglie di alimentare in modo scientifico e acritico una retorica che ha a sua volta delle conseguenze. anche dal punto di vista economico.

A metà gennaio, tanto per dirne una, l’Istat ha registrato un dato significativo e apparentemente contraddittorio. Da un lato, una diminuzione del clima di fiducia dei consumatori (da 102,5 a 100,9). Dall’altro un aumento del clima di fiducia delle imprese (da 107,9 a 109,1). L’Istat ha spiegato che il ripiegamento della fiducia dei consumatori non è dovuto solo al caro prezzi – anch’esso, benzina a parte, in via di miglioramento – ma è dovuto a un’evoluzione negativa delle opinioni relative alla propria situazione e a quella del paese. La valorizzazione dell’Italia percepita su quella reale ha un suo impatto questo sì recessivo e oggi forse persino Oscar Wilde avrebbe buone ragioni per correggere la sua definizione di pessimista. Wilde sosteneva che il pessimista non è nient’altro che un ottimista ben informato. I fatti di questi mesi ci dicono in modo inequivocabile che l’ottimista non è altro che un pessimista bene informato. Viva l’ottimismo.

Il Foglio

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Italia e Francia insieme per la difesa aerea dell’Ucraina


L’Italia unisce le forze con la Francia per fornire all’Ucraina il sistema di difesa aerea Samp/T e relativi missili Aster-30. La Difesa francese ha confermato la notizia di un ordine congiunto di 700 missili, inizialmente riportata da L’Opinion. Ovviamen

L’Italia unisce le forze con la Francia per fornire all’Ucraina il sistema di difesa aerea Samp/T e relativi missili Aster-30. La Difesa francese ha confermato la notizia di un ordine congiunto di 700 missili, inizialmente riportata da L’Opinion. Ovviamente non si intende che tutti e 700 i missili andranno all’Ucraina (numeri e dettagli restano riservati), ma che le riserve che saranno consegnate per difendere Kiyv saranno ricostituite nel prossimo futuro con questa nuova fornitura. Il ministro Guido Crosetto ha affermato che “i partner e gli Ucraini ne saranno felici”, in un’intervista al Financial Times.

Kiyv aveva chiesto a Italia e Francia di fornire questo sistema, tra i più avanzati al mondo, per proteggere le proprie infrastrutture critiche dai quotidiani bombardamenti missilistici russi. Nel fine settimana era arrivata la notizia della luce verde da parte dei due ministri della Difesa, Crosetto e Lecornu, che si erano incontrati a Roma.

Rimane comunque il riserbo sugli armamenti forniti all’Ucraina. Crosetto ha annunciato che il prossimo pacchetto “probabilmente” conterrà “armi di difesa contro gli attacchi missilistici russi”, ma ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli. Martedì l’omologo ucraino Oleksiy Reznikov ha detto di avere accolto con favore “i progressi sul sistema Samp/T” e un funzionario francese ha confermato che “le discussioni tecniche sono progredite notevolmente”.

L’Italia dovrebbe provvedere alla fornitura dei sistemi di lancio, mentre la Francia invierebbe i missili. Già gli Stati Uniti e la Germania hanno garantito l’invio del sistema Patriot, mentre i Paesi Bassi hanno dichiarato che sosterranno lo sforzo ucraino con due lanciatori e alcuni missili.

“L’Italia risponderà alle richieste dell’Ucraina nei limiti delle sue possibilità e dei mezzi di cui dispone”, ha dichiarato Crosetto. “Daremo tutto quello che possiamo dare senza mettere a rischio la difesa italiana”.

Riguardo al prossimo futuro Crosetto esprime dubbi sulla possibilità di colloqui di pace: “Penso che Putin sarebbe disposto a sacrificare tutti i suoi giovani uomini pur di non ritirarsi più di quanto si sia già ritirato finora”. Ma un mancato sostegno occidentale alle forze ucraine sarebbe un pericoloso segnale del fatto che i partner non sono più in grado di “garantire il rispetto delle regole internazionali”.

Che cos’è e come funziona il sistema missilistico Samp/T


formiche.net/2023/01/sistema-m…


formiche.net/2023/02/sampt-dif…

Concorsi


Per filosofare si deve prima mangiare, ma per mangiare si deve guadagnare, per guadagnare lavorare, per lavorare sapere qualche cosa. Allora l’incapacità di filosofare, intesa come mancanza del sapere, farà scarseggiare il mangiare. A quel punto resta sol

Per filosofare si deve prima mangiare, ma per mangiare si deve guadagnare, per guadagnare lavorare, per lavorare sapere qualche cosa. Allora l’incapacità di filosofare, intesa come mancanza del sapere, farà scarseggiare il mangiare. A quel punto resta solo l’elargire sovvenzioni pubbliche, ma la povertà resterà il marchio della vita di troppi. Se si presta attenzione alle condizioni della scuola si coglie un concretissimo meccanismo di distruzione pubblica. I concorsi stanno diventando un oltraggio al buon senso. Il problema sociale sarebbe quello di diffondere l’istruzione, ma il problema politico e sindacale è quello di sistemare 500mila “precari”. Termine con il quale s’identifica chi sembra stia subendo un sopruso, mentre è l’incarnazione del sopruso di chi già insegna senza mai avere vinto un concorso e che, in virtù di ciò, conta di poterlo fare per il resto della vita. Ci si occupa del posto di lavoro dell’insegnante, mentre il servizio reso agli studenti è dettaglio residuale. I 500mila sono quelli che si trovano in cattedra da tre anni, in questo momento i supplenti sono 217mila, mentre 1 milione 900mila languono nelle varie graduatorie, popolate da persone che il concorso non lo vinsero. Fra questi si conta di “stabilizzarne”, ovvero
metterne definitivamente in cattedra, qualche decina di migliaia, mediante concorsi dedicati e facilitati. Il che è illogico, perché si dovrebbe semmai fare un concorso aperto a tutti, mettendo in cattedra i più bravi, partendo dal presupposto che chi insegna da tre anni è avvantaggiato dall’esperienza. Invece gli si abbassa l’ostacolo, perché quello normale non lo supererebbe.

All’ultimo concorso per insegnanti di matematica ben il 90% dei candidati non ha superato la prova scritta. Il che spiega come mai l’Italia si trova in fondo alle classifiche europee, giocandosela solo con Romania e Bulgaria, circa le capacità matematiche degli studenti. Con la conseguenza che i figli delle famiglie più povere, economicamente e culturalmente, hanno percentuali di analfabetismo matematico quattro volte superiori a quelle di famiglie che possono permettersi aiuti privati. Nel 2017 si tenne un concorso per dirigente scolastico, i presidi di un tempo. Ora in Parlamento si discute la proposta di consentire a chi fu bocciato di seguire un corso di 120 ore per poi superare una prova facilitata e andare a spiegare agli altri come si fa a insegnare. È dovuto intervenire il Consiglio di Stato per depennare dalle graduatorie gli
“asteriscati”, vale a dire i dirigenti bocciati e inseriti cautelativamente (hai visto mai facciano ricorso) in rampa di lancio. Il che spiega perché si prova a ripescarli in Parlamento, con asteriscata solidarietà.

Il governo Draghi mise da parte 300 milioni per premiare il merito, fra gli insegnanti. Ora che il merito si trova nel nome del ministero si prova a usarli per il rinnovo contrattuale, quindi distribuirli con demerito. Il ministro dell’istruzione ha sostenuto che gli stipendi degli insegnanti possono essere differenziati per aree geografiche, ma devono esserlo per merito, specie quelli che vanno dove i risultati sono peggiori e riescono a migliorarli. In quanto alla spesa fuori dal patto di stabilità, sempre sua idea, è l’eterna illusione di chi crede che il problema siano i parametri, mentre servono a difendere dagli effetti devastanti del troppo debito venduto sui mercati. Se spegni l’allarme antincendio ottieni il silenzio, ma incenerisci la casa.

La materia viene trattata in sindacalese e giustificata in politichese, ma si traduce in una fregatura per i poveri e gli svantaggiati, che non solo si vedono sottrarre uno strumento per assicurare ai propri figli che il mangiare non divorzi dal filosofare, ma, concentrandosi nelle aree e nei quartieri meno ricchi, finiscono anche con il frequentare le scuole peggiori. Questa ciclopica ingiustizia non trova rappresentanza politica, ma
neanche culturale. Segno che i prodotti della distruzione pubblica si diffondono.

La Ragione

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Magistratura. In Sala Zonca la presentazione del libro “Non diamoci del Tu” sul Sì alla separazione delle carriere – www.vogheranews.it


Il Circolo culturale “Il Vogherese”, congiuntamente alla Fondazione Luigi Einaudi, organizza nella giornata di sabato 4 Febbraio 2023, alle ore 11 presso la sala Zonca (ingresso via Emilia angolo piazza Meardi) la presentazione del libro di Giuseppe Bened

Il Circolo culturale “Il Vogherese”, congiuntamente alla Fondazione Luigi Einaudi, organizza nella giornata di sabato 4 Febbraio 2023, alle ore 11 presso la sala Zonca (ingresso via Emilia angolo piazza Meardi) la presentazione del libro di Giuseppe Benedetto “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere”.

Alla presentazione interverranno, oltre all’autore, l’avv. Giuseppe Benedetto (Presidente della Fondazione Einaudi): Paolo Affronti, Alida Battistella, Davide Giacalone (scrittore e giornalista di RTL 102.5 e direttore del Quotidiano “La Ragione”); Fabrizio Palenzona (vice Presidente Nazionale Confcommercio e presidente Prelios SpA); e Massimiliano Annetta (avvocato penalista con studi in Firenze, Roma e Milano; docente universitario di diritto penale l’Università IUL di Firenze).

Il moderatore della presentazione sarà Nicola Affronti. L’evento è aperto a chiunque, non è prevista la prenotazione.

Il libro porta la prefazione dell’attuale Ministro della Giustizia: Carlo Nordio, che scrive. ”Che il giudice e l’accusatore siano colleghi è una singolarità tutta italiana. Un’anomalia politica e sociale che si perpetua da decenni. Questo libro evidenzia tale stortura ed auspica un cambiamento radicale del sistema giustizia, illustrando l’urgente necessità della separazione delle carriere affinché si possa raggiungere realmente l’autonomia della giurisdizione. Un rigoroso lavoro di approfondimento scientifico, una minuziosa cura della ricostruzione storica, uno scrigno di passione civile che emerge da ogni pagina, questo e tanto altro è “Non diamoci del tu.”

vogheranews.it

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Magistrati indipendenti dal Parlamento? Permettetemi di dubitare – Il Dubbio


Siamo tutti contenti e soddisfatti quando ripetiamo il mantra “la magistratura deve essere indipendente”. Ma poi è forse il caso di chiedersi: indipendente da chi e da cosa? Indipendente dall’esecutivo (cioè da governo)? Benissimo, siamo tutti d’accordo.

Siamo tutti contenti e soddisfatti quando ripetiamo il mantra “la magistratura deve essere indipendente”. Ma poi è forse il caso di chiedersi: indipendente da chi e da cosa? Indipendente dall’esecutivo (cioè da governo)? Benissimo, siamo tutti d’accordo. Per carità. Tuteliamo le vestali del diritto, anche se ci permettiamo sommessamente di osservare che in tanti Stati democratici, vedi la Francia per tutti, la pubblica accusa è alle dirette dipendenze del governo. Ma in Italia questo nessuno lo vuole!

La questione si complica un po’ quando la magistratura militante interpreta l’indipendenza come indipendenza dal Parlamento. E lì non solo chi si richiama alle liberal-democrazie dei Paesi occidentali non può essere d’accordo, ma occorre denunciare la pericolosa deriva eversiva che ne conseguirebbe rispetto ai principi costituzionali.

Il Parlamento è il luogo sacro (direbbe Einaudi) dove in una democrazia si estrinseca il volere del cittadino-elettore. Se vi fosse un corpo dello Stato che potesse agire al di fuori della volontà popolare, quello sarebbe fuorilegge. Volontà popolare che si esprime attraverso gli atti del Parlamento, cioè le leggi. Dunque, ogni corpo dello Stato, compresa la magistratura, deve osservare le leggi del Parlamento. In caso contrario, verrebbe meno lo Stato di diritto.

L’art. 101 della Costituzione dispone che “i giudici sono soggetti soltanto alle legge” e l’art. 112 sancisce l’obbligatorietà dell’azione penale. Ne deriva, ovviamente, che il Ministro della Giustizia non possa impartire direttive. Allo stesso tempo, però, ne consegue che il giudice e il pubblico ministero debbano osservare la legge come il prete segue gli insegnamenti del vangelo. Dovrebbero essere ispirati da una fedeltà assoluta verso la legge, sacra verrebbe da dire. Non è altro che un corollario del principio di divisione dei poteri: il legislativo produce le norme e il giudiziario le applica. È agevole dedurre che più il giudice si allontana dalla lettera della legge e maggiori sono i pericoli di sentenze discrezionali, ispirate più dai sentimenti e dalle opinioni personali piuttosto che dai sacri principi del diritto.

Qui giungiamo alle principali contraddizioni dei nostri tempi. La “discrezionalità giudiziaria” regna imperante, come sanno tutti coloro che entrano nelle aule dei tribunali. La Corte di Cassazione riscrive le leggi con poteri creativi e i pubblici ministeri scelgono autonomamente quali reati perseguire in via prioritaria. In tutto ciò, a fronte di una politica corresponsabile, trionfano le norme penali indeterminate, come il traffico illecito di influenze. Un reato talmente generico che ogni procura d’Italia lo riempie del significato che più le aggrada.

Dunque, a differenza di quel che pensavano i nostri Costituenti, taluni magistrati italiani non si sentono affatto soggetti alla legge. Chi parla di “lettera della legge” oggigiorno è qualificato come un temibile nostalgico del passato. Invece, come ricordato da Andrea Davola nella postfazione al mio libro “Non diamoci del tu”, la tradizione italiana del diritto pianta le sue radici nel positivismo giuridico, che trova il suo principio ispiratore proprio nell’interpretazione letterale.

Conosciamo bene il sistema anglosassone fondato sul giusnaturalismo, dove le sentenze non sono una rigida applicazione delle norme, ma sono frutto delle sensibilità politico-culturale del singolo magistrato. Ma i nostri esimi pm fanno finta di ignorare che ivi il rappresentante della pubblica accusa non solo è sotto lo stretto controllo dell’esecutivo, ma addirittura nel caso degli USA spesso viene direttamente eletto dai cittadini. Di fronte ad una prospettiva del genere alcuni pubblici ministeri minaccerebbero di darsi fuoco nella pubblica piazza, accompagnati dal coro delle prefiche del giustizialismo militante.

Ma non è finita qui, purtroppo. Alla luce di una discrezionalità giudiziaria senza alcun indirizzo del Parlamento, la ANM ha pensato bene di poter iniziare a commentare e contestare le leggi sotto il profilo strettamente politico.

Se il Parlamento intende introdurre dei criteri seri di valutazione del magistrato, la ANM pensa bene di scioperare. Se la maggioranza parlamentare ritiene che vi sia un problema di indiscriminata pubblicazione delle intercettazioni, taluni pm non esitano a mostrare la loro contrarietà. Ma a che titolo lo fanno? Sono soggetti alla legge, o adesso vorrebbero anche scriverle? Chissà cosa penserebbe Montesquieu…

Il Dubbio, 1 febbraio 2023 pag. 9

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Europa e Italia, i due pesi del governo sulla concorrenza


« Non disturbare chi vuole fare» è il motto dell’attuale esecutivo. Lo ha spiegato Giorgia Meloni nel suo discorso di insediamento il 25 ottobre scorso. Alla luce dell’azione di governo svolta sin qui, però, la logica che sembra prevalere è un’altra, ossi

«Non disturbare chi vuole fare» è il motto dell’attuale esecutivo. Lo ha spiegato Giorgia Meloni nel suo discorso di insediamento il 25 ottobre scorso. Alla luce dell’azione di governo svolta sin qui, però, la logica che sembra prevalere è un’altra, ossia «non disturbare chi vuole fare, ma solo se sta già facendo». Sotto questo aspetto, la questione dei balneari è emblematica. Meloni ha (giustamente)bloccato (per quanto ancora?) il tentativo dei due partiti alleati, Lega e Forza Italia, di estendere oltre il 31 dicembre 2023 la proroga alle concessioni. Lo stop, tuttavia, non rappresenta un cambio diposizione. Semplicemente un modo per prendere tempo (i decreti legislativi sono stati rinviati di qualche mese) e trovare una soluzione duratura. L’obiettivo, ha spiegato la leader di Fratelli d’Italia, «è mettere in sicurezza quegli imprenditori. Vanno difesi da una direttiva che non andava applicata». In buona sostanza, i balneari che vogliono fare non devono essere disturbati.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: e gli altri? Chi difende coloro che attualmente non fanno ma che vorrebbero fare? E che sia chiaro: raggruppare questi potenziali imprenditori sotto un’unica categoria, quella delle multinazionali che comprano le nostre spiagge per pochi soldi, è davvero fuorviante. Vi sono tanti giovani capaci che vorrebbero iniziare un’attività. Se non diamo loro la possibilità di entrare nel settore una volta che si sono formati, inutile parlare di merito. Una parola, che val la pena ricordare, Meloni ha voluto aggiungere nella denominazione del ministero dell’Istruzione. Peraltro, garantendo pari opportunità di accesso per tutti, non solo per gli insider, si crea un circolo virtuoso che genera benefici per l’intera collettività, a cominciare dai consumatori in termini di minori prezzi e maggiore efficienza dei servizi offerti. Si chiama concorrenza.

L’alternativa è quella di tutelare e, di conseguenza, avvantaggiare solo pochi privilegiati. Ma così non si cresce. La premier sembra esserne consapevole. Lo dimostra la posizione assunta su un altro versante, quello degli aiuti di Stato. Meloni è contraria a un mero allentamento della normativa europea perché, ha spiegato, «determinerebbe una distorsione del mercato interno». I Paesi con spazio fiscale, quindi con basso debito ed elevata capacità di spesa, possono sostenere dipiù e meglio le proprie imprese. Una dinamica che si è già verificata nel passato biennio in cui le regole comunitarie sono state sospese: basti pensare che le imprese tedesche e francesi hanno ricevuto il settantacinque per cento degli aiuti. Proseguire su questa strada significherebbe far saltare il mercato unico, la libera concorrenza. Non è questo il modo per «risolvere il problema della scarsa competitività delle nostre aziende» ha ammonito Meloni. C’è, allora, da chiedersi perché chi è alla guida del nostro Paese invochi (giustamente) in sede europea uguali opportunità ma, poi, in casa protegga una determinata categoria di imprenditori a danno di altri? Agli occhi dei nostri partner questa “distinzione” è difficile da comprendere. Per questo il negoziato sul pacchetto di aiuti per sostenere l’industria europea rischia di partire in salita.

Un gruppo di Paesi, tra cui l’Italia, vorrebbe istituire un Fondo sovrano europeo alla stregua di quello creato per il Next Generation Eu (Ngeu). L’idea di nuovo debito comune è, invece, invisa a (molti) Paesi del Nord che sono già contributori netti del Ngeu. Prima di erogare nuovi finanziamenti vogliono essere certi che questi strumenti siano in grado di garantire la convergenza delle economie dell’Unione. Che cosa significa? I fondi devono servire a colmare i divari di crescita di chi è rimasto indietro. Solo per fare un esempio, devono essere utilizzati per far crescere le imprese vincenti non per tenere in vita quelle decotte. Ciò rafforza i singoli Stati membri e l’Europa nel suo insieme. Nella pratica, i governi beneficiari netti, come quello italiano, devono proseguire nel percorso di investimenti e riforme. Come è noto, la concorrenza è una delle priorità del nostro Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Le concessioni balneari non ne fanno parte. Ma, certamente, le resistenze dell’attuale governo a metterle a gara non lasciano ben sperare sulla volontà reale di cambiare una volta per tutte l’economia.

La Stampa

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 11 febbraio 2023, Padova


11 febbraio 2023, ore 11:00 – Sala Paladin Palazzo Moroni Via del Municipio, 1 PADOVA saluti iniziali ELEONORA MOSCO intervengono LEONARDO ARNAU FRANCESCO CAVALLA ANDREA OSTELLARI modera ALDA VANZAN Giornalista de Il Gazzettino L'articolo Presentazione d

11 febbraio 2023, ore 11:00 – Sala Paladin Palazzo Moroni Via del Municipio, 1 PADOVA

saluti iniziali
ELEONORA MOSCO

intervengono
LEONARDO ARNAU
FRANCESCO CAVALLA
ANDREA OSTELLARI

modera
ALDA VANZANGiornalista de Il Gazzettino

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Le molte anime pacifiste con cui la Meloni dovrà fare i conti


È una parte tutt’altro che marginale della società civile e della sua rappresentanza politica e sociale. Dai sondaggi risulta che solo un elettore su tre condivida la scelta del governo di inviare armi all’Ucraina, oltre il 50% dei cittadini italiani non

È una parte tutt’altro che marginale della società civile e della sua rappresentanza politica e sociale. Dai sondaggi risulta che solo un elettore su tre condivida la scelta del governo di inviare armi all’Ucraina, oltre il 50% dei cittadini italiani non la approva. Gli danno voce il Movimento 5stelle, il Vaticano, la Cgil, un pezzo di Pd, diversi giornali, parecchi intellettuali, giornalisti, scrittori, artisti, associazioni di sinistra, circoli di destra…

Se vi fossero una comune matrice culturale e una volontà politica condivisa, sarebbe una grande, grandissima questione democratica. Sappiamo, però, che quell’abbondante metà dell’opinione pubblica italiana e il variegato mondo “pacifista” che gli dà voce appartengono a mondi e sono soggetti a logiche assai diverse. Questo non elimina il problema, ma lo depotenzia almeno un po’.

Moltissimo conta, tra le rappresentanze politiche di destra come tra quelle di sinistra, l’antiamericanismo. Molto conta l’idealismo cattolico, dimentico del fatto che il concetto di “guerra giusta” fu teorizzato sia da sant’Agostino sia da san Tommaso, che nell’Antico Testamento il profeta Isaia dice che “la spada di Dio è coperta di sangue” e che nel Nuovo Testamento si annunci che “chi pone mano alla spada, perirà di spada”. Molto contano l’opportunismo, la demagogia e l’irresponsabilità di diversi leader politici e di non pochi cosiddetti intellettuali. Molto conta, come accadde negli anni Settanta, la capacità di condizionamento economico che l’aggressore (l’Unione Sovietica ieri, la Russia putiniana oggi) riesce ad esercitare sui soggetti politici e sociali italiani. Molto conta che le élite politiche abbiano pensato di poter espungere il concetto di guerra dal dibattito pubblico: le missioni sono sempre “di pace”, quando l’Italia bombardò la Serbia parlammo di “operazioni difesa integrata” e anche oggi qualifichiamo gli armamenti che doverosamente inviamo in Ucraina come “sistemi di difesa”.

Insomma, abbiamo disabituato i cittadini italiani a considerare la guerra come una possibilità, a volte come una necessità. E, tra un messaggio demagogico e l’altro, abbiamo mancato di svolgere quella funzione pedagogica essenziale affinché la difesa dei principi liberali e democratici su cui si fondano la cultura e la prassi occidentali venissero realmente avvertiti e condivisi.

È tardi, certo, ma forse non è troppo tardi. Mario Draghi non lo fece quanto avrebbe dovuto. È nell’interesse politico e nel dovere istituzionale di Giorgia Meloni farsi carico del tentativo di spiegare ad un’opinione pubblica impaurita, preda dall’ansia e comprensibilmente concentrata sulle ricadute economiche negative del conflitto, quale sia davvero la posta in palio.

Perché è vero che quella metà abbondante degli italiani contrari a difendere l’Ucraina è soggetta a spinte diverse, è vero che diversissime sono le spinte ideali e gli interessi materiali che muovono i loro rappresentanti politici e sociali, ma è difficile pensare di poter andare avanti nel doveroso sostegno al popolo ucraino e ai principi liberali e democratici europei ed occidentali cui Vladimir Putin ha dichiarato guerra senza il consenso, almeno, della metà più uno degli elettori e dei corpi sociali che bene o male, e più o meno ipocritamente, li rappresentano.

Huffington Post

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#laFLEalMassimo – Episodio 80 – Shoah: il dovere di scegliere da che parte stare


Nuovo episodio della FLE al Massimo, come di consueto apriamo ricordando il sostegno di questa rubrica alla popolazione Ucraina ingiustamente oppressa dalla follia imperialista di Putin e ricordando anche che il mese prossimo il conflitto che ancora imper

Nuovo episodio della FLE al Massimo, come di consueto apriamo ricordando il sostegno di questa rubrica alla popolazione Ucraina ingiustamente oppressa dalla follia imperialista di Putin e ricordando anche che il mese prossimo il conflitto che ancora imperversa alle porte
dei nostri paesi raggiungerà la durata di un anno.

In questo periodo cade la celebrazione del Giorno della Memoria, per ricordate l’abisso
disumano della Shoah e l’eccidio di milioni di vittime innocenti. In particolare vorrei soffermarmi sul ruolo dei complici e di coloro che invece si sono rifiutati di collaborare con il genocidio tracciando un parallelo col mondo in cui viviamo oggi.

E’ troppo facile e troppo comodo illudersi che la Shoah sia il delitto compiuto da un limitato numero di mostri che fatichiamo a definire umani. Non è così. L’enorme scritta all’ingresso del memoriale della Shoah di Milano ci ricorda che è stata l’INDIFFERENZA e la collaborazione passiva e attiva di chi si è voltato dall’altra parte a rendere possibile lo sterminio sistematico degli Ebrei e di altri oppositori del regime nazista.

Dunque la storia ci insegna che viene il momento in cui siamo obbligati a scegliere, se stare dalla parte di chi teorizza e mette in pratica lo sterminio di altri esseri umani innocenti oppure se stare dalla parte dei giusti, quelli che anche a rischio della propria vita si sono rifiutati di collaborare e salvando anche una vita sola alla volta, hanno salvato il mondo intero.

Per noi che abbiamo la fortuna di non vivere in prima persona la tragedia delle persecuzioni razziali e della guerra il Giorno della Memoria è un momento di riflessione e di comprensione di come sia necessario prevenire il diffondersi delle ideologie che negano il valore della vita umana prima l’orrore diventi realtà. Ricordiamo per imparare a non ripetere gli errori del passato.

Purtroppo ancora oggi i diritti umani di milioni di persone vengono calpestati ogni giorno in molti paesi dalla Russia di Putin all’Iran passando per la Cina e per tutti i luoghi dove la libertà individuale non è ancora un valore consolidato. Abbiamo il dovere morale di non
volarci dall’altra parte per non essere complici di un orrore che, se non viene fermato per tempo, arriverà a bussare alle nostre porte come la vicenda dell’eroico popolo ucraino ci testimonia ogni giorno.

Slava Ukraïni!

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Dal Tempest alla sfida cinese. Tokyo avvicina Atlantico e Pacifico (anche via Roma)


Nessun partner Nato è altrettanto vicino o capace del Giappone. A dirlo è stato il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, in visita a Tokyo per un incontro con il primo ministro nipponico, Fumio Kishida. Un incontro per parlare del

Nessun partner Nato è altrettanto vicino o capace del Giappone. A dirlo è stato il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, in visita a Tokyo per un incontro con il primo ministro nipponico, Fumio Kishida. Un incontro per parlare delle sfide alla sicurezza globale che legano il Paese del Sol levante all’Alleanza e, soprattutto, la prova della rinnovata centralità del Giappone negli affari internazionali. In particolare, la visita rappresenta la dimostrazione di quanto Atlantico e Pacifico siano ormai vicini, e di come la tendenza Nato sia di osservare sempre più da vicino il quadrante orientale, come fonte della principale minaccia strategica globale del prossimo futuro. I due leader, infatti, hanno concordato una dichiarazione congiunta che definisce l’ambizione condivisa di rafforzare ulteriormente la cooperazione Nato-Giappone.

Le minacce per Atlantico e Pacifico

Al centro del colloquio Stoltenberg e Kishida hanno discusso delle sfide crescenti che arrivano dalla regione, a partire dall’assertività globale della Cina, fino alle provocazioni militari della Corea del Nord. Anche il Giappone ha riconosciuto come la crisi aperta dall’invasione russa dell’Ucraina sta avendo delle ripercussioni che non si limitano all’Europa, definita da parte nipponica una sfida all’ordine internazionale. A preoccupare, in particolare, sono i legami tra Mosca e Pechino, con Stoltenberg che avverte come la Cina “sta osservando da vicino e sta imparando lezioni che potrebbero influenzare le sue decisioni future”. Di fronte a questo scenario è necessario che la Nato e il Giappone rimangano uniti e fermi per proteggere la libertà e la democrazia dalle spinte dei regimi autoritari contro l’ordine internazionale basato sulle regole.

Il rinnovato protagonismo di Tokyo

Il segretario generale ha inoltre elogiato il Giappone per la sua nuova Strategia di sicurezza nazionale e la Strategia di difesa nazionale, che definiscono un livello di ambizione più elevato, tra cui nuove capacità e un aumento della spesa per la difesa. I documenti erano già stati apprezzati anche da parte americana, nel corso della visita del primo ministro Kishida alla Casa bianca a metà gennaio. Nei tre testi, infatti, Tokyo ha concretizzato la volontà del Giappone di acquisire nuove capacità e di aumentare i fondi per la Difesa, raggiungendo quota 2% del Pil entro il 2027. Un ulteriore dimostrazione della volontà del Giappone di abbandonare il suo tradizionale pacifismo dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il livello sempre più elevato di assertività cinese.

Il programma Gcap

La visita di Stoltenberg è iniziata alla base aerea di Iruma, dove ha incontrato il ministro della Difesa, Toshiro Ino, e il capo di Stato maggiore della Forza di auto-difesa aerea giapponese (Jasdf) generale Shunji Izutsu. Tra gli assetti mostrati al segretario generale, anche gli aerei cargo schierati proprio nella base che Tokyo ha impiegato per rifornire sostegno all’Ucraina. Proprio nel settore aereo, tra l’altro, Tokyo è impegnata con Londra e Roma sul progetto del caccia di sesta generazione Global combat air programme (Gcap), comunemente noto come Tempest. Per Kishida, il programma Gcap in particolare potrà gettare “le fondamenta di una cooperazione bilaterale di medio e lungo periodo nell’ambito della sicurezza”.

Un avvicinamento che passa per Roma

Legami che vedono Tokyo sempre più vicina anche al nostro Paese, con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che dovrebbe recarsi nell’arcipelago a breve. Durante il tour europeo di Kishida di inizio anno, il premier giapponese ha del resto incontrato a Roma il presidente Giorgia Meloni. Un vertice che era servito a elevare le relazioni italo-nipponiche a “partenariato strategico”, prevedendo anche un meccanismo di consultazioni bilaterali Esteri-Difesa simile a quello attivo tra Tokyo e Washington nel contesto dei colloqui “2+2”, la riunione periodica e sistemica tra i ministri relativi dei due Paesi.


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La Russia di nuovo contro Crosetto. L’affondo dell’amb. Razov


Nuovo attacco della diplomazia russa al governo italiano. Da giorni nel mirino c’è – non a caso, vista l’urgenza dell’invio di nuove armi all’Ucraina – Guido Crosetto, ministro della Difesa, già criticato da Dimitri Medvedev, vicepresidente del consiglio

Nuovo attacco della diplomazia russa al governo italiano. Da giorni nel mirino c’è – non a caso, vista l’urgenza dell’invio di nuove armi all’Ucraina – Guido Crosetto, ministro della Difesa, già criticato da Dimitri Medvedev, vicepresidente del consiglio di sicurezza russo. Il ministro aveva detto, durante la conferenza organizzata da Formiche e Airpress, che la terza guerra mondiale inizierebbe nel momento in cui i carri armati russi arrivassero a Kiev, rilanciando l’aiuto italiano all’Ucraina.

Oggi ad attaccarlo ci pensa Sergey Razov, ambasciatore russo a Roma. “Dall’anno scorso”, cioè in risposta all’invasione russa dell’Ucraina e sotto il governo Draghi prima e Meloni poi, l’Italia ha compiuto passi “per impedire unilateralmente i contatti, distruggere i canali di dialogo bilaterale attivi in precedenza”, scrive la feluce. “Sono sicuro”, aggiunge rivolgendosi a Crosetto, “che troverebbe molto difficile citare una qualsiasi iniziativa adottata nella stessa direzione da parte russa”.

Non fosse, ci permettiamo di evidenziare noi, per l’invasione dell’Ucraina, un Paese sovrano.

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Nato e jet di sesta generazione. Incontro Italia-Svezia a SegreDifesa


Si è svolto oggi presso Palazzo Guidoni, sede di SegreDifesa, il comitato bilaterale tra Italia e Svezia. Il generale di corpo d’armata Luciano Portolano, segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, ha guidato la delegazione it

Si è svolto oggi presso Palazzo Guidoni, sede di SegreDifesa, il comitato bilaterale tra Italia e Svezia. Il generale di corpo d’armata Luciano Portolano, segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, ha guidato la delegazione italiana. Carl Göran Mårtensson, direttore nazionale degli armamenti, quella svedese.

I RAPPORTI BILATERALI

Il segretario generale, dopo aver esteso alla controparte scandinava il saluto del ministro della Difesa Guido Crosetto, ha tenuto a evidenziare come gli ottimi rapporti tra i due Paesi, le cui relazioni sono da sempre improntate alla collaborazione e alla stabilità, agevolino un proficuo scambio di informazioni. In tale contesto, le delegazioni hanno illustrato le reciproche posizioni in tema di politica di difesa e sulle prospettive nazionali circa la situazione della sicurezza in Europa, con particolare riferimento alle rispettive iniziative in supporto all’Ucraina all’interno dello Ukrainian Defence Contact Group. Mårtensson, nell’esprimere la propria soddisfazione per gli argomenti oggetto di trattazione in sede di bilaterale, ha portato i saluti dal ministro della Difesa Pål Jonson, con l’auspicio che i rapporti tra i due Paesi possano essere ulteriormente rafforzati.

I TEMI DELL’INCONTRO

Il Comitato bilaterale ha consentito di affrontare diversi argomenti in tema di procurement della difesa. In particolare, nel domino terrestre, sono state discusse alcune iniziative di cooperazione europea, quali il Multinational Cooperation on All-Terrain Vehicles (MATV) e il Main Ground Combat System (MGCS). Nel dominio navale, si è puntato a favorire lo scambio di informazioni nel settore dei siluri pesanti, con l’auspicio di una futura cooperazione tra le rispettive forze navali e, in merito al dominio aereo, si è rilevato il forte interesse svedese per il Global Combat Air Programme (GCAP), progetto lanciato quasi due mesi fa da Italia, Regno Unito e Giappone per il caccia di sesta generazione, già da tempo considerato un’iniziativa di estremo valore che determinerà le future capacità operative e industriali di settore, definendo anche i livelli di sovranità operativa e tecnologica che i Paesi partecipanti saranno in grado di esprimere. Nelle scorse settimane, Giappone e Svezia hanno firmato un accordo sul trasferimento di tecnologia e difesa che potrebbe spianare la strada per l’ingresso della seconda nel GCAP, il cui obiettivo è la fusione tra il giapponese F-X e l’anglo-italiano (e un po’ svedese) Tempest.

LO SPAZIO

Nel dominio spaziale, e più specificamente nell’ambito della cooperazione militare sulle capacità di osservazione della Terra, sarà sviluppata con la Svezia una collaborazione per valutare la possibilità di utilizzo del sito Esrange Space Center di Kyrun – all’interno del circolo polare artico – con lo scopo di incrementare le capacità operative dei satelliti della difesa italiana.

IL CONTESTO UE E NATO

In chiusura, si è discusso dell’opportunità di procurement congiunto per la proposta di progetti da finanziare in ambito europeo all’interno dello “European Defence Industry Reinforcement trough common Procurement Act” (EDIRPA), che consentirà di far fronte anche alle crescenti difficoltà di approvvigionamento di equipaggiamenti e risorse, soprattutto in questo momento storico che ha portato la Svezia a chiedere ufficialmente di poter aderire alla Nato, a seguito dell’accresciuta percezione di una minaccia russa nell’area scandinava.


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La possibile soluzione per l’Ucraina. L’ipotesi del gen. Tricarico


Assumere l’impegno formale che la Nato si fermerà ai suoi confini attuali in cambio del ritiro totale delle truppe russe dall’Ucraina e tutelare i russi di Ucraina con uno status speciale che veda riconosciuti tutti i loro diritti. Questa una ipotesi di s

Assumere l’impegno formale che la Nato si fermerà ai suoi confini attuali in cambio del ritiro totale delle truppe russe dall’Ucraina e tutelare i russi di Ucraina con uno status speciale che veda riconosciuti tutti i loro diritti. Questa una ipotesi di soluzione al conflitto russo ucraino, semplice, razionale, del tutto accettabile per le parti in causa. Vediamo perché, cercando al contempo di immaginare i verosimili impedimenti da parte di una comunità internazionale che sembra aver smarrito il buon senso e la volontà di porre fine a una guerra all’ultimo sangue.

Intanto, congelare la geografia della Nato significa probabilmente mantenere una “promessa” a suo tempo fatta a Gorbachev, in virtù della quale l’Alleanza non si sarebbe allargata di un pollice a est. Promessa da qualcuno oggi disconosciuta e comunque mai formalizzata.

Abbiamo visto poi come è andata a finire, una vera e propria migrazione di ormai tredici nuovi membri, dalla Polonia all’ultimo arrivato, il Montenegro, tutti con l’incoraggiamento e il plauso dell’Alleanza e la fissazione, tuttora condivisa e indiscussa, della politica della open door policy.

Lo stop formale all’espansione della Nato non incontrerebbe però l’entusiasmo – per usare un eufemismo – di un immaginabile gruppo di Paesi membri e, soprattutto, dell’azionista di maggioranza. Ma è altrettanto vero che quegli stessi Paesi dovrebbero spiegare con argomentazioni convincenti quale vantaggio ha l’Alleanza, tra l’altro alla ricerca di una identità in parte smarrita, a incorporare la Macedonia del Nord, la Bosnia, il Kossovo o perfino la Georgia, Paesi costituenti nel loro insieme a un vero e proprio campo minato sul cammino della distensione e della stabilità dell’area.

Per contro la Russia, che a più riprese e in tempi diversi aveva percepito, a torto o a ragione, l’allargamento della Nato come una minaccia, denunciandone l’immanenza, e rubricandolo come fattore dirimente per la propria sicurezza, dovrebbe ritenersi pienamente appagata con la chiusura delle porte ad altre candidature ai propri confini. E potrebbe, con buona ragione, portare a casa un risultato più che dignitoso agli occhi dei propri cittadini e della comunità internazionale.

Il vero problema rimarrebbe la condizione dei russi del Donbass e di Crimea, un problema che comunque vada a finire, rimarrà centrale. Prima o poi quindi, a prescindere dall’assetto finale in cui sfocerà il conflitto, le minoranze di etnia russa andranno messe al riparo dalle vecchie e dalle nuove contrapposizioni, dalle vendette per antichi e recenti rancori. Va in altre parole elaborato per loro uno status peculiare che recepisca ogni aspettativa e la tramuti in tutela, proteggendo così da discriminazioni, rivalse, persecuzioni o rappresaglie.

Non sarà agevole ma neppure difficile redigere un protocollo condiviso, garantito dalle Nazioni Unite e applicato sotto la sorveglianza di una forza multinazionale da dispiegare nell’area a cura dei Paesi meno implicati nella diatriba russo ucraina, sotto ogni profilo.

L’alternativa non è al momento in vista, tanto più che nessuno è stato in grado finora di immaginare o proporre uno end state per Russia e Ucraina. O meglio, se si vuole continuare compatti sulla linea indicata dal segretario alla Difesa statunitense, Loyd Austin il 26 aprile a Ramstein e mai smentita o modificata, secondo la quale l’obiettivo è quello di ridurre Putin all’impotenza militare, allora bisognerà che fin d’ora noi europei avviamo una accurata riflessione sulle possibili conseguenze di avere alle porte di casa una Russia in balìa di sviluppi imprevedibili e certamente difficilmente controllabili.


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La Marina alla prova dell’underwater. Intervista all’amm. Credendino


Il Mediterraneo allargato è ormai riconosciuto quale scenario strategico di riferimento del nostro Paese, e la principale regione dove si svolgono gli interessi nazionali italiani. Dal Golfo Persico a quello di Guinea, passando per il Mare nostrum, la Mar
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Il Mediterraneo allargato è ormai riconosciuto quale scenario strategico di riferimento del nostro Paese, e la principale regione dove si svolgono gli interessi nazionali italiani. Dal Golfo Persico a quello di Guinea, passando per il Mare nostrum, la Marina militare è chiamata a vigilare e pattugliare queste acque, anche sotto la superficie mare. Sempre più importante è, infatti, la dimensione underwater, dove passano i collegamenti energetici e delle comunicazioni. Un dominio che ha bisogno di regole, investimenti e tecnologie. Di tutto questo, Airpress ne ha parlato con il capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Enrico Credendino.

Ammiraglio, l’Italia sta giocando la sua partita per concorrere alla leadership nel Mediterraneo. In questa sfida la Marina militare italiana ha un ruolo centrale. Quali sono i principali obiettivi che, di concerto con le altre Forze armate e il governo, la Marina vuole ottenere nel 2023?

Il ministero della Difesa ha di recente emanato la sua nuova Direttiva strategica per la sicurezza nel Mediterraneo allargato, il primo documento governativo per che definisce l’Italia una potenza regionale a prevalente connotazione marittima. Il documento inquadra, dunque, l’attività militare italiana nel Mare nostrum, in un’ottica interforze, multidimensionale e inter-agenzia, ma con un fattore-chiave: il mare. L’Italia riconosce la sua “marittimità”, una proiezione dove lavorano tutte le Forze armate, ma che richiede naturalmente una presenza e un elevatissimo impegno per la Marina militare, soprattutto rispetto al passato.

Un impegno reso più importante anche dall’invasione russa…

Gli effetti della guerra in Ucraina si vedono soprattutto con l’aumento della flotta russa nel Mediterraneo, che ha raggiunto livelli anche superiori rispetto alla Guerra fredda. Al momento ci sono una decina di navi russe, ma si sono toccate quote anche di una ventina, alle quali si aggiungono le oltre venti stazionate nel Mar Nero. Una presenza che di per sé non è una minaccia diretta all’Italia, ma aumenta la tensione e richiede alla Marina di essere più presente, con una media di 15/20 unità in mare al giorno, tra navi, sommergibili e aerei. Inoltre, gli Stati Uniti hanno spostato il loro focus all’Indo-Pacifico, e sebbene ora ci sia un gruppo portaerei Usa in risposta al conflitto ucraino, prima o poi se ne andrà e quando la situazione si normalizzerà sarà dislocata in Indo-pacifico. Starà allora all’Italia assumere la responsabilità di presidiare il Mare Nostrum.

Nello scenario mediterraneo acquista un ruolo chiave la base di Taranto. Che ruolo avrà la città pugliese nel suo ruolo di Comando Multinazionale Marittimo per il Sud della Nato? Che tipo di implementazioni della struttura saranno messe in campo, e con che tempi?

Taranto rappresenta la principale base navale della Marina, con le navi combattenti di prima linea e il gruppo portaerei. A questa si associano la base aerea di Grottaglie, e la base del gruppo anfibio di Brindisi. Messe insieme, queste risorse esprimono la capacità expeditionary dell’Italia, uno dei pochi Paesi al mondo ad avere la possibilità di mettere in mare una Expeditionary Task Force (Etf), la somma tra il gruppo anfibio e il gruppo portaerei con gli F-35. In questo contesto, Taranto si sta sviluppando secondo il progetto “Base blu”, che prevede nei prossimi dieci anni un investimento importante per ammodernare le banchine e le infrastrutture della base e, insieme al cosiddetto “piano Brin”, l’arsenale. Nella base, inoltre, si sta istituendo il Comando Multinazionale Marittimo per il Sud della Nato, un comando marittimo “deployable” che sarà operativo nel 2024. Si tratterà di personale sempre pronto a imbarcarsi per gestire le operazioni in ambito Nato, lavorando con il comando Joint di Napoli o il Comando marittimo dell’Alleanza.

Le Forze armate italiane hanno ormai adottato l’approccio all-domain come dottrina per la pianificazione delle operazioni. Come si declina questo approccio per la dimensione marittima, pensiamo in particolare alle capacità anfibie o a quelle aeronavali?

La Marina è all-domain e interforze per sua stessa natura, operando sopra, sotto, sulla e vicino la superficie del mare da sempre, a fianco delle Forze Armate e, appieno, parte integrante della Difesa. Per cui abbiamo fin dalla nascita la mentalità a operare in tutte le dimensioni, e l’all-domain non è che una evoluzione di questo, con l’aggiunta del cyber e dello spazio. Inoltre, tutte le nuove unità navali sono pensate per operare nel multi-dominio, con la nave che è già, di fatto, un sistema di sistemi, dovendo integrare i diversi assetti di piattaforma e gli eventuali mezzi imbarcati, oggi, anche unmanned.

Quali sono i principali orientamenti strategici e quali le soluzioni operative individuate per garantire la sicurezza delle infrastrutture sottomarine, sempre più strategiche e la cui importanza è stata messa in risalto anche dal danneggiamento del Nord Stream 2?

Subito dopo il sabotaggio del gasdotto Nord Stream 2, avvenuto in mar Baltico nel settembre 2022, è stata attivata la missione Fondali Sicuri che prevede l’impiego di unità di superficie, cacciamine e ulteriori assetti specialistici, per la sorveglianza delle infrastrutture strategiche sottomarine nazionali. L’attenzione verso tale settore delle operazioni è altissima.

Del resto, occorre considerare che il dominio subacqueo costituisce la nuova, vera, quinta dimensione fisica. Oggi si parla di terra, mare, cielo e spazio, e per mare si intende tutto. Invece, le leggi fisiche che regolano la dimensione subacquea sono completamente diverse da quelle che caratterizzano la superfice del mare. Peraltro, nonostante si creda che Internet viaggi prevalentemente via satellite, ben il 98% dei dati passa attraverso dorsali e connessioni situate sotto la superficie del mare. In particolare, sui fondali del Mediterraneo sono stesi cavi per le comunicazioni tra Europa, Asia e Africa, oltre alle condotte energetiche che dall’Algeria, dalla Tunisia, dall’Albania arrivano in Italia. La Marina dovrà dunque essere in grado di vigilare l’underwater, e per questo, occorrerà sviluppare nuove tecnologie, investire fondi considerevoli e, soprattutto, fare sinergia. In tal senso, in esito a una risoluzione della precedente legislatura, è stato attivato a La Spezia il Polo nazionale della subacquea, la cui guida è affidata alla Marina, e che coinvolgerà tutto il cluster marittimo che lavora sul mondo subacqueo, dai ministeri della Difesa e delle Imprese, all’università e all’industria.

Quali sono le priorità per il mondo underwater?

Il problema è che si è investito molto poco sul mondo subacqueo. Si è investito di più nel settore spaziale che in quello underwater, con il risultato che oggi conosciamo meglio la superficie di Giove che non i fondali marini, inesplorati per il 98%. Ma lo spazio è lontano, quello di cui stiamo parlando invece è casa nostra. Mancano poi delle regole, perché non c’è un’autorità per lo spazio subacqueo. Bisogna ancora definire dove inizia la dimensione subacquea: se nello spazio il confine è a cento chilometri di altezza (la cosiddetta linea di Karman), sott’acqua dov’è? Dove arriva l’onda elettromagnetica o dove arriva la luce? A livello legale, inoltre, è quasi impossibile attribuire la responsabilità in caso di incidenti, intenzionali o accidentali, a causa della difficoltà di osservare il mondo sottomarino. I satelliti non vedono sott’acqua, perché l’onda elettromagnetica non arriva sotto la superficie del mare. È un mondo le cui regole fisiche impongono soluzioni ad hoc, con profondità che nel Mediterraneo arrivano fino a cinquemila metri, dove non si può intervenire con gli operatori, perché gli scafandri ci consentono di operare fino a un massimo di circa trecento metri. Sarà quindi un mondo abitato essenzialmente da sciami di droni rilasciati da una nave madre, anch’essa unmanned, controllato anche da network di sensori di fondo, come le cortine e catene idrofoniche

Alla luce dei rapporti complicati tra Italia e Francia, ritiene che questo potrebbe avere degli impatti sulla collaborazione cantieristica tra i due Paesi?

Sinceramente non credo. Sicuramente da un punto di vista tecnico, a livello operativo, stiamo lavorando in totale sintonia con i francesi. Di recente la Marina militare italiana ha messo a disposizione del gruppo portaerei francese una nave per circa un mese, e ho ricevuto il ringraziamento personale del comandante della Marine nationale, l’ammiraglio Pierre Vandier, che tra l’altro a settembre del 2022 ha ricevuto l’onore al merito della Repubblica italiana. Io stesso sono stato l’unico capo di Forza armata straniero invitato il 14 luglio scorso alla sfilata per il Giorno della Bastiglia a Parigi.

Quali sono le missioni all’estero più sensibili per la Marina militare italiana nel 2023?

La Marina lavora ed è presente in tutto il Mediterraneo allargato. La nuova operazione Mediterraneo sicuro ha esteso l’area della missione Mare sicuro – inizialmente limitata alle acque antistanti la Libia – fino a comprendere le acque delle Baleari fino alla Siria e i Dardanelli a est, dove abbiamo sempre almeno sei unità in mare, tra navi e sommergibili. La missione è anche una dichiarazione agli alleati del fatto che l’Italia vuole assumere, e siamo seri nel farlo, la responsabilità della sicurezza nel Mediterraneo. La Marina è poi presente nel Golfo di Guinea, dove passano diversi interessi energetici e mercantili, a contrasto di un importante fenomeno di pirateria. Siamo presenti ormai da tempo in Somalia con la missione Ue Atalanta, grazie alla quale il fenomeno della pirateria in Corno d’Africa è stato posto sotto controllo e, più di recente, nello stretto di Hormuz con la nuova operazione europea Agenor-Emasoh. Prosegue, inoltre, in mar rosso, l’impegno del pattugliamento nell’ambito della Multinational Force Observers sotto egida delle Nazioni Unite e non escludo, nel 2023, l’impegno nella Maritime Task Force in Libano, anch’essa sotto Onu (Mtf – Unifil), per la quale l’Italia ha anche assicurato la disponibilità ad acquisire il Comando. Abbiamo poi una nave nell’Artico per vigilare sulla possibile apertura della rotta artica e a breve nave Morosini si addestrerà insieme agli alleati e alle marine amiche nell’Indo-Pacifico. Un’occasione anche per contribuire alla possibile esportazione del prodotto nazionale. Infine, a luglio il Vespucci partirà per il giro del mondo.


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Politica, industria e Forze armate. Lo sforzo collettivo per la Difesa Ue


La Difesa europea è una necessità improcrastinabile. È il cuore di quanto emerso nel corso dell’evento “Prospettive europee per una Difesa comune”, promosso da Formiche e Airpress, in collaborazione con le rappresentanze in Italia del Parlamento e della C

La Difesa europea è una necessità improcrastinabile. È il cuore di quanto emerso nel corso dell’evento “Prospettive europee per una Difesa comune”, promosso da Formiche e Airpress, in collaborazione con le rappresentanze in Italia del Parlamento e della Commissione europee Roma. Per il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenuto all’evento: “stiamo vivendo una situazione che ha cambiato completamente lo scenario di riferimento nel quale pensavamo di vivere, e questo ha messo in difficoltà le difese europee”.

Dopo anni di illusione che la guerra non potesse tornare in Europa, ci si è accorti che non è così. Per questo, l’obiettivo è “accelerare i processi iniziati in modo burocratico qualche anno fa, l’Europa ha subito una forte accelerazione nella consapevolezza di aver bisogno di una visione comune”. Tuttavia “non si fanno questi passaggi epocali in 27”, c’è bisogno di leader “che si prendono sulle spalle la responsabilità di indicare la strada, una linea che prevale che diventa chiara a tutti che è l’unica”.

Evitare la Terza guerra mondiale

Il ministro è anche intervenuto sul perché ci sia bisogno di tenere alta la guardia, soprattutto dopo lo sconvolgimento causato dall’invasione russa: “Vorrei parlare a quelli che dicono ‘dando le armi all’Ucraina, alimentiamo l’escalation verso la Terza guerra mondiale’. Secondo me, la Terza guerra mondiale inizierebbe nel momento in cui i carri armati russi arrivassero a Kiev e ai confini dell’Europa”. L’unico modo per fermare questo scenario è dunque fare in modo “che i carri armati russi non arrivino a Kiev, e chi dice qualcosa di diverso non conosce la realtà, non conosce il punto limite che molti Paesi della Nato non possono vedere oltrepassato”. Un commento che poche ore dopo ha scatenato la risposta del vicepresidente del consiglio di sicurezza russo Dimitri Medvedev, che ha attaccato il ministro definendolo “uno sciocco” (qui la replica di Crosetto).

Lo scenario dopo l’Ucraina

La guerra in Ucraina, se da un lato ha dimostrato la “positiva unità mantenuta dall’Unione europea e dalle democrazie occidentali” ha registrato il rappresentante in Italia del Parlamento europeo, Carlo Corazza, dall’alto ha fatto emergere anche le lacune e i limiti della costruzione europea: “non abbiamo una unione della Difesa, e vediamo con quanta fatica approviamo i pacchetti di sanzioni, con sempre lo Stato di turno che usa il suo diritto di veto a fini ricattatori”. Questi limiti si vedono anche nelle capacità militari, “meno importanti di quanto pensavamo, la somma dei Ventisette, con anche il Regno Unito, superano gli investimenti della Russia e si avvicinano a quello degli Usa, ma lo fanno in modo inefficiente, in ordine sparso, con duplicazioni e non sfruttando le sinergie”. Come ha ricordato ancora Corazza, infatti, “l’80% degli investimenti è a livello nazionale, e il 90% della ricerca”.

La sfida del presente

“L’Europa, per vedersi riconosciuta come soggetto, deve assolutamente rafforzare la propria unione politica”. Ha rimarcarlo è stata il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi, secondo la quale “l’unione politica è propedeutica all’unione della Difesa”. Per il sottosegretario, l’Ue ha compiuto degli errori, quando si divide internamente a livello di politica estera, di difesa comune e sul budget per la difesa, venendo percepita come un “soggetto debole”. L’aggressione russa ha dato orizzonti “diversi e cupi, ed è ovvio che bisogna rivedere assetti ed equilibri”. “L’Europa deve più efficacemente spostare l’asse rispetto gli interessi esclusivi dei singoli Stati, allargando il ventaglio di proposte concrete e risorse”. Importante anche il legame transatlantico: “Avere una difesa comune, una soggettività militare, non vuol dire sganciarci dalla Nato, che rimane il nostro principale punto di riferimento”. Ma per l’Europa, “la difesa è la sfida del presente, va fatta subito”.

Serve la maggioranza qualificata

Come notato dal rappresentante in Italia della Commissione europea, Antonio Parenti, la discussione sulla difesa comune è stata portata “molto più avanti da parte dei militari rispetto alla politica, a cui spesso è mancata la volontà di fare quel passio in più verso una politica estera comune”. Per il rappresentante, dunque, è necessario un cambio di passo fondamentale: bisogna prendere decisioni a maggioranza qualificata in politica estera”. Di fronte ai limiti che esistono ancora in Europa, con 140 sistemi d’arma diversi, “oggi c’è il bisogno evidente di chiedere alla politica di imbarcarsi senza ritorno verso una politica estera e di difesa comuni, perché le due sono inscindibili”.

Un’architettura solida

“Quando si parla di difesa europea spesso la si mette in contrapposizione con la Nato; in realtà sono due cose profondamente diverse” ha spiegato il direttore della divisione Capacità dell’Eda, generale Stefano Cont: “La Nato risponde al bisogno della difesa dell’Europa, che non può che essere transatlantica”, mentre la Difesa europea mira essenzialmente a tre obiettivi: l’efficienza della spesa e dell’interoperabilità, il rafforzamento della base tecnologica e industriale e la capacità di agire autonomamente laddove la Nato o gli alleati non europei “non hanno competenza o non sono interessati”. Come ricordato da Cont, l’Europa spende complessivamente circa 230 miliardi di euro in Difesa, un terzo degli Stati Uniti: “dovremmo allora avere un terzo delle capacità Usa, cosa che non è”. Quello che serve, allora, è una solida architettura per la Difesa europea, basata su ripartizioni di ruoli, competenze e funzioni tra enti che già esistono”.

Integrazione industriale

Anche a livello industriale “la cooperazione è inevitabile”, ha detto il managing director di Mbda Italia, Lorenzo Mariani, registrando come esistano due livelli per l’integrazione della base produttiva europea “uno è i programmi di cooperazione, l’altro è l’integrazione tra industrie”. Sui programmi comuni, per Marina non c’è scelta: “Mbda è nata su tre progetti di cooperazione, l’Aster, il Meteor e lo Strom shadow, assorbendo i costi di sviluppo per oltre dieci miliardi; senza, non sarebbe stato possibile per le nazioni non solo avere tutti e tre i sistemi, ma probabilmente neanche uno”. I costi, con l’aumento delle esigenze e dei livelli tecnologici, inoltre, sta anche aumentando, rendendo sempre più indispensabile cooperare. Dal punto di vista dell’integrazione, questo renderebbe più facile accedere ai programmi di cooperazione. “A livello del mercato è evidente che avere la forza di più compagnie, e il supporto di più governi, aumenta la penetrazione commerciale dei prodotti”.

Militarizzare la Difesa Ue

Una strada la indica il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone: “le due dimensioni che devono essere perseguite si articolano in una parte operativa e in una cooperativa”. Per quanto riguarda la prima, si tratta di “sostenere la forza European rapid deployment capacity (Eurdc)” e una operazionalizzazione, una “militarizzazione”, come la definisce l’ammiraglio, delle strutture della Difesa europea. “Come il Military planning and conduct capability (Mpcc) che deve diventare il quartier generale operativo dell’Ue ed esercitare realmente il comando e controllo” dell’Eurdc. Inoltre “va scissa la parte staff dell’Eums dal Mpcc, entrambi sotto un elemento militare di valore politico-strategico opportuno che “possa agire nella direzione operativa, di policy strategica e di dottrina”. La seconda direttrice, della cooperazione, spinge verso il joint procurement come reale apporto alla deterrenza bisogna possedere “una tecnologia tale da dissuadere qualunque aggressore”.


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I Samp/T all’Ucraina dopo l’intesa Italia-Francia


Italia e Francia hanno ordinato 700 missili terra-aria Aster-30, che vengono lanciati con il sistema di difesa aerea Samp/T. La decisione è stata presa ieri a Roma, dove il ministro della Difesa Guido Crosetto ha incontrato l’omologo francese Sebastien Le

Italia e Francia hanno ordinato 700 missili terra-aria Aster-30, che vengono lanciati con il sistema di difesa aerea Samp/T. La decisione è stata presa ieri a Roma, dove il ministro della Difesa Guido Crosetto ha incontrato l’omologo francese Sebastien Lecornu, riferisce L’Opinion.

L’obiettivo è rimpolpare le scorte dopo che Parigi e Roma si apprestano a consegnare un sistema Samp/T e un numero imprecisato di missili Aster-30 all’Ucraina. Normalmente passano circa tre anni tra l’ordine e la consegna, ma i governi hanno detto di voler sollecitare ad accorciare i tempi il consorzio produttore Mbda, partecipato da Airbus, Bae Systems e Leonardo.

I due ministri hanno poi confermato la sintonia e il comune impegno nel sostegno all’Ucraina e per la difesa del fianco Est della Nato ribadendo, ancora una volta, che l’obiettivo principale è sempre il raggiungimento di una pace giusta. “La guerra scatenata dalla Russia rappresenta la più grave minaccia per la pace e la stabilità del continente europeo a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, una chiara violazione dei principi di integrità e inviolabilità dei confini territoriali, del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite”, si legge.

Ma cos’è il missile Aster-30? Si tratta di un sistema missilistico terra-aria sviluppato a partire dai primi anni 2000 nell’ambito del programma italo-francese Fsaf (Famille de Sol-Air Futurs) dal consorzio europeo Eurosam (formato da Mbda Italia, Mbda Francia e Thales). Uno dei sistemi più avanzati al mondo, raggiunge la velocità di Mach 4.5, ovvero quattro volte e mezzo la velocità del suono, e ha una gittata superiore ai 100 chilometri. Ne abbiamo scritto in questo approfondimento.


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Il sesto decreto armi la prossima settimana. La conferma di Crosetto a Formiche


“Oggi per la prima volta posso dirvi che penso che la prossima settimana potrebbe nascere il sesto decreto, che potrebbe diventare operativo nelle settimane successive”. Lo ha dichiarato Guido Crosetto, a margine dell’evento odierno organizzato da Formich
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“Oggi per la prima volta posso dirvi che penso che la prossima settimana potrebbe nascere il sesto decreto, che potrebbe diventare operativo nelle settimane successive”. Lo ha dichiarato Guido Crosetto, a margine dell’evento odierno organizzato da Formiche e Airpress allo Spazio Europa di Roma.

L’INCONTRO CON LECORNU

È stato un colloquio “lungo e cordiale” quello con collega Sébastien Lecornu, ministro delle Forze armate francese. I due, si apprende da una nota, hanno confermato la sintonia e il comune impegno nel sostegno all’Ucraina e per la difesa del fianco Est della Nato ribadendo, ancora una volta, che l’obiettivo principale è sempre il raggiungimento di una pace giusta. “La guerra scatenata dalla Russia rappresenta la più grave minaccia per la pace e la stabilità del continente europeo a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, una chiara violazione dei principi di integrità e inviolabilità dei confini territoriali, del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite”, si legge.

FOCUS MEDITERRANEO

Inoltre, Italia e Francia riconoscono la vitale importanza del Mediterraneo per la sicurezza e gli interessi comuni. Questa regione, confine dell’Europa, è interessata dalla maggior parte delle sfide geopolitiche internazionali: l’inasprimento della concorrenza strategica, la libertà di navigazione e il rischio di conflitti ad alta intensità potrebbero mettere in pericolo le rotte commerciali, i rifornimenti energetici e le principali dorsali di comunicazione. Numerosi sono i fattori di crisi, legati tra loro, fortemente destabilizzanti tra cui l’aumento della minaccia terroristica, la crisi migratoria e il cambiamento climatico. Uno scenario geostrategico complesso, ulteriormente peggiorato a causa dell’aggressione subita dall’Ucraina il 24 febbraio scorso. I due ministri hanno poi approfondito ulteriori tematiche di interesse, quali la sicurezza del fianco Sud dell’Alleanza, l’impegno dell’Europa in Africa, il rafforzamento della difesa europea e della collaborazione tra le rispettive Forze armate.

LE PAROLE DI CROSETTO…

“È importante che Italia e Francia e che le Forze armate dei nostri Paesi, cooperino progettando quella che sarà la nostra sicurezza del futuro”, ha detto il ministro Crosetto, che, nel tracciare un quadro del colloquio odierno, ha aggiunto: “Oggi abbiamo affrontato numerosi temi, in primis la sicurezza dei nostri due Paesi partendo dal fronte Est e quello che sta succedendo e continua a succedere in Ucraina. Abbiamo parlato anche della sicurezza del Mediterraneo allargato, del Centro e Nord Africa, della cooperazione in campo militare e industriale e della possibilità di costruire insieme una visione di sicurezza e difesa che abbia il coraggio di pensare non soltanto ai nostri due Paesi e al Mediterraneo allargato ma al futuro della difesa europea”.

… E QUELLE DI LECORNU

“I rapporti nel settore della Difesa fra Francia e Italia sono solidi”, ha dichiarato il ministro Lecornu. “Oggi a Roma con Guido Crosetto abbiamo avuto uno dei nostri scambi regolari, iniziati in occasione di una bilaterale a Tolone pochi giorni dopo la sua nomina. Con lo stesso spirito costruttivo abbiamo riaffermato la nostra volontà di portare avanti la nostra agenda di sostegno militare all’Ucraina, di proteggere il Mediterraneo dalle nuove minacce e dì studiare l’accrescimento delle capacità di produzione comuni per quanto riguarda la difesa terra-aria”, ha aggiunto. Il riferimento sembra essere ai Samp/T, un sistema missilistico terra-aria sviluppato a partire dai primi anni 2000 nell’ambito del programma italo-francese Fsaf e richiesto dalle autorità ucraine.

LA SINTONIA

Perfetta sintonia tra i due ministri anche riguardo gli altri diversi punti in agenda, recita ancora la nota. Prioritariamente, il rafforzamento della cooperazione tra Italia e Francia nell’ambito della difesa, come già emerso durante l’incontro bilaterale dello scorso novembre a Tolone, e in occasione dei consessi e delle riunioni internazionali avvenuti negli ultimi mesi.


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I carri armati occidentali faranno la differenza in Ucraina. Parola del generale Davis


La decisione di inviare carri armati occidentali è rilevante (cioè, farà la differenza?) Sì, i carri armati occidentali sono importanti. I carri armati in generale potrebbero fare la differenza per l’Ucraina, ma quelli occidentali in particolare hanno più

La decisione di inviare carri armati occidentali è rilevante (cioè, farà la differenza?)

Sì, i carri armati occidentali sono importanti. I carri armati in generale potrebbero fare la differenza per l’Ucraina, ma quelli occidentali in particolare hanno più probabilità di farla, in quanto sono in grado di offrire prestazioni superiori rispetto a quelli russi. Essi rappresentano la principale risorsa per le manovre in combattimenti ad alta intensità. Forniscono la capacità di difendersi o di attaccare, di mantenere il terreno o di riprendere il territorio. Offrono una combinazione di potenza di fuoco precisa, protezione e velocità che, in numero sufficiente, può rompere l’attuale situazione di stallo.

Le prime due domande fondamentali per l’Ucraina saranno: quanti e quando? A partire dal 25 gennaio, il numero di carri armati occidentali potrebbe superare di gran lunga il centinaio. Il tempismo è fondamentale. Ci vorrà tempo per preparare, spedire, trasferire, addestrare (equipaggi, leader e unità), organizzare il combattimento e fare esercitazioni per le future operazioni. Solo le ultime due cose devono avvenire in Ucraina.

L’altra questione fondamentale sarà la sostenibilità, che sarà determinata dalle risposte a diverse domande. Per esempio, che prestazioni potranno avere questi carri armati (e i veicoli di recupero) nelle dure condizioni di combattimento invernali attese? In che misura i tecnici della logistica saranno in grado di fornire le munizioni, i pezzi giusti e il carburante sufficiente dove/quando necessario? Le nazioni donatrici forniranno le munizioni, i prodotti lubrificanti e le parti di ricambio in modo tempestivo? In che misura gli equipaggi e le unità saranno in grado di mantenere i vari carri armati pronti all’uso? Ci saranno grandi strutture di riparazione con gli strumenti e i meccanici esperti necessari per riportare in battaglia i carri armati danneggiati?

Queste e altre domande fanno certamente parte della pianificazione in corso da parte degli alleati e dell’Ucraina.

Cosa ne faranno (cioè, che tipo di unità si formeranno intorno a loro?)

I comandanti militari ucraini dovranno considerare diverse opzioni. Dato che gli Stati Uniti e la Germania stanno inviando veicoli da combattimento di fanteria meccanizzati (IFV) e la Francia sta inviando carri armati leggeri, i comandanti ucraini potrebbero impiegare carri armati e IFV in schieramenti di carri armati puri o di “armi combinate”.

Il numero di carri armati di cui si parla potrebbe essere utilizzato per costituire tre battaglioni di carri armati e forse uno o più battaglioni di “armi combinate” contenenti una singola compagnia di carri armati e diverse compagnie di fanteria meccanizzata.

In alternativa, i carri armati e gli IFV potrebbero formare battaglioni di carri armati pesanti o di fanteria meccanizzata ad “armi combinate”, in cui una o due compagnie di carri armati sono abbinate a una o due compagnie di fanteria meccanizzata in formazioni di battaglione. I numeri annunciati potrebbero supportare nove battaglioni di armi combinate o di carri/IFV puri organizzati in tre brigate pesanti.

Sono (Leopard, Challenger e Abrams) migliori di quelli che hanno i russi?

Tutti e tre sono migliori di quelli che i russi stanno usando attualmente e significativamente migliori di quelli che le forze ucraine hanno attualmente (compresi i carri armati russi catturati). Per un buon confronto si veda qui.

Quando potrebbero essere pronte ad entrare in azione queste unità?

Al momento ci sono troppe incognite per stabilire quando i carri armati saranno pronti per essere utilizzati dalle forze ucraine. Le nazioni che li inviano capiscono l’urgenza di far entrare in azione questi carri armati e altri veicoli da combattimento. Una stima prudente è di tre mesi. Ma la necessità è madre dell’invenzione e padre dell’adattamento. I tecnici logistici, i soldati e i leader ucraini probabilmente ci sorprenderanno per la loro capacità di acquisire competenze sufficienti e di integrare i veicoli e gli equipaggi nelle formazioni da combattimento in tempi record.

I numeri per paese sono relativamente piccoli e teoricamente potrebbero essere preparati per la spedizione in poche settimane. Per i carri armati statunitensi potrebbe essere necessario un mese o poco più. Tuttavia, le nazioni dovranno inviare parti e strumenti, lubrificanti, forse rimorchi pesanti e veicoli di recupero. Dovranno inviare una serie di addestratori per equipaggi, leader, meccanici e logisti. Potrebbero inviare squadre di assistenti nella vicina Polonia per aiutare nelle riparazioni specialistiche e nella pianificazione logistica.

I Paesi donatori e l’Ucraina dovranno identificare i luoghi per l’addestramento individuale, dei leader e delle unità. L’Ucraina dovrà identificare e spostare equipaggi, quadri, meccanici e logistici. Un addestramento individuale, dei leader e delle unità di qualità sarà fondamentale per il successo e l’impiego. Idealmente, l’addestramento delle unità sarà fino al livello di battaglione, simulerà le condizioni di combattimento e sarà di tipo combinato, comprendendo fanteria, artiglieria, ingegneri e difesa aerea. Una volta in Ucraina, il movimento nascosto verso il fronte, l’integrazione e le prove prima del combattimento saranno probabilmente le fasi finali.

Possono essere mantenuti?

Finché i Paesi donatori saranno in grado di garantire la catena di rifornimento per ottenere i pezzi di ricambio, i lubrificanti, gli strumenti e le munizioni giusti nelle quantità e con la tempestività di cui le forze ucraine hanno bisogno per sostenere i vari veicoli e le armi inviate, sono certo che i leader e i soldati ucraini faranno il resto.

Il primo non sarà un compito facile, poiché i carri armati (come gli IFV, l’artiglieria e le attrezzature di difesa aerea) hanno motori complessi, comunicazioni, elettronica, armamenti, dispositivi di visione e navigazione, telemetrie e altro ancora. I Leopard 2 possono essere più facili da mantenere rispetto ai Challenger o agli Abrams, ma sono tutti sistemi complessi. Senza dubbio ci saranno delle sfide.

Tuttavia, scommetto sugli ucraini, che ci hanno sorpreso più volte con la loro intraprendenza, ingegnosità e, soprattutto, con la loro capacità di imparare, adattarsi e migliorare nelle condizioni più difficili.

I comandanti russi dovrebbero essere preoccupati dall’arrivo dei carri armati occidentali?

Sì. Sono già preoccupati dalle prospettive e lo è anche la leadership russa. Possiamo aspettarci sia una campagna di propaganda a tutto campo per minimizzare l’importanza del loro arrivo sul campo di battaglia ucraino, sia affermazioni opposte secondo cui si tratterebbe di un’escalation inaccettabile da parte dei Paesi occidentali e della Nato, con l’obiettivo di seminare dubbi tra le fazioni politiche occidentali meno convinte.

Questo articolo è apparso per la prima volta sul sito del Center for European Policy Analysis con il titolo “How Western Tanks Will Make a Difference in Ukraine” (traduzione di Formiche.net).


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Il potere politico è stato “invaso” dall’ordine giudiziario


Se i problemi della giustizia continuano ad essere trattati come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini (e dei Neri e dei Bianchi), non vi sono vie di uscita. Vediamo quali sono i problemi, uno per uno, e quale giudizio dare sulla situazione e sulle propost

Se i problemi della giustizia continuano ad essere trattati come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini (e dei Neri e dei Bianchi), non vi sono vie di uscita. Vediamo quali sono i problemi, uno per uno, e quale giudizio dare sulla situazione e sulle proposte.

1) Lo stato della giustizia.
Al termine del terzo trimestre dell’anno scorso, erano pendenti complessivamente 4 milioni e 400 mila cause civili e penali. La situazione dell’arretrato è migliorata nell’ultimo decennio, ma è egualmente grave: è da maglia nera nell’area del Consiglio d’Europa, secondo i dati della Commissione europea per l’efficienza della giustizia. Perché un giudizio di primo grado, civile o penale, venga concluso è necessario, in media, un tempo tre volte superiore a quello europeo; in appello il tempo è sei volte superiore per un giudizio civile e dieci volte superiore per un giudizio penale; in Cassazione è nove volte superiore per un giudizio civile e due volte superiore per un giudizio penale. Se questi sono i dati, si può dire che la giustizia non abbia bisogno di una riforma profonda?

2) L’opera della ministra Marta Cartabia.
Ha avviato e realizzato la creazione dell’ufficio per il processo, ha avviato, con due apposite deleghe, seguite dai decreti delegati, la riforma dei processi civili e penali, ha affrontato la questione della separazione delle carriere, delle porte girevoli tra politica e magistratura, dell’ordinamento giudiziario e dell’elezione del CSM. Si è discusso a lungo, animatamente e con ingiustificato allarmismo, nei giorni scorsi, della questione dell’ampliamento dei processi a querela di parte per i reati minori. E si è rilevato che non dovevano esservi inclusi i reati contro la persona e il patrimonio, quando aggravati dal metodo mafioso (un problema, peraltro, che già si poneva per qualsiasi reato procedibile a querela da quando esiste l’aggravante mafiosa, cioè dagli anni Novanta). Il governo in carica ha preparato un correttivo, esteso a un altro problema che addirittura esiste dal 1930 e che riguarda tutti reati procedibili a querela: non si può eseguire un arresto in flagranza se è assente o irreperibile la vittima e non può quindi essere presentata una querela. Si può negare che mai era stato fatto tanto, nella direzione giusta, in così poco tempo, e che il giudizio positivo sull’intero disegno di riforma — assai esteso — non può esser diminuito dalla correzione operata, limitata ad aspetti molto circoscritti e peraltro prevista dalla stessa legge di delega, che dava al governo il potere di correggere i decreti delegati?

3) La disciplina delle intercettazioni.
I dati del Ministero della Giustizia dicono che nel 2021 sono state 95 mila, tre volte quelle che si fanno in Francia e più di trenta volte quelle che si fanno nel Regno Unito, due Paesi che hanno ora più di 8 milioni di abitanti rispetto all’Italia (ma meno infiltrazioni mafiose di quelle del nostro Paese). Il costo annuale, in Italia, è di 200 milioni, e ogni Procura faceva fino a ieri per conto suo, tanto che un decreto interministeriale del 6 ottobre dell’anno scorso ha dovuto definire in maniera uniforme prestazioni, obblighi dei fornitori, garanzie di durata, comunicazioni amministrative, procedure di fatturazione, controlli e monitoraggio. Sulle intercettazioni la questione è se debbano essere uno strumento generale o (come oggi avviene) limitato a taluni reati particolarmente gravi; se possano essere estese a procedimenti penali o persone diverse da quelle per cui le intercettazioni sono autorizzate dal giudice; se debbano coinvolgere anche i reati connessi; se e in quali limiti debbano essere rese pubbliche. Alcuni limiti sono stati disposti due anni fa con la riforma del ministro Orlando, ma sembrano insufficienti. Lo dimostra la pubblicità data a una conversazione intercettata in Veneto qualche giorno fa, tra persone non indagate. Come si può negare che il rispetto della libertà e della vita privata delle persone richieda norme più stringenti, limitate strettamente a particolari reati, alle sole persone indagate e con rigido rispetto della riservatezza, come dispone espressamente anche la Costituzione? Tanto più che le intercettazioni non possono esser considerate mezzo esclusivo di prova e che la pubblicità che in modi diversi finiscono per avere inquina il dibattito pubblico e si presta ad usi politici diparte.

4) La giustizia nello spazio pubblico.
Rispetto all’immagine tradizionale del magistrato appartato, silenzioso, che parla con le sentenze, rispettato nella società, l’attuale immagine pubblica del magistrato (quale si evince dal comportamento di quelli più chiassosi) è molto diversa: loquace, battagliero, onnipresente, sindacalizzato, circondato da crescente sfiducia. Il pubblico ha l’impressione che la magistratura costituisca un corpo che prende parte alla politica dei partiti, quindi non imparziale: vede magistrati in servizio attivo impegnati nella preparazione delle leggi, ai vertici del corpo esecutivo della giustizia (il ministero), operanti in regioni ed enti locali con funzioni amministrative. E tutto questo mentre più di 4 milioni di controversie attendono un giudizio. Qualche volta, il magistrato-procuratore appare come un giustiziere pronto a comprimere quelle libertà di cui dovrebbe essere il difensore istituzionale. La stessa circostanza che la giustizia sia divenuta uno dei principali problemi politico-partitici segnala un’anomalia del sistema, perché dalla giustizia ci si aspetta un passo diverso rispetto a quello della politica, in quanto essa è legittimata dal diritto, non dal voto. Si ha, quindi, l’impressione che i magistrati che stanno sulla ribalta stiano facendo un danno a sé stessi, al proprio ruolo e alla categoria alla quale appartengono, perdendo autorevolezza, apparendo meno imparziali e distruggendo quell’immagine di terzietà e quel patrimonio di fiducia che la magistratura deve assolutamente conservare.

5) Che cosa è urgente fare.
Se questa è la situazione della giustizia, occorre porre rapidamente rimedio alle principali disfunzioni. L’ordine giudiziario non sarà veramente indipendente finché occuperà i vertici del ministero, perché indipendenza comporta separatezza dal potere esecutivo. In secondo luogo, una giustizia che arriva in ritardo — generando nel processo penale elevati tassi di prescrizione dei reati — è necessariamente ingiusta e quindi occorre misurare la performance e aumentare la produttività, anche attraverso la digitalizzazione su cui ha puntato la recente riforma, ciò che si può fare senza interferire con la piena indipendenza. In terzo luogo, occorre creare un archivio e un osservatorio delle migliori pratiche (che vi sono e sono facilmente identificabili), perché tutti vi si ispirino. Infine, ci si dovrebbe rendere conto che magistrati combattenti, anche negli studi televisivi e sui giornali, finiscono per essere (o per essere considerati) magistrati di parte. La Costituzione si preoccupa di assicurare l’indipendenza dell’ordine giudiziario da invasioni esterne. È accaduto il contrario: l’affermarsi di magistrati combattenti, organizzati in associazioni che ritengono l’ordine giudiziario un corpo separato dotato di autogoverno, salvo partecipare all’attività legislativa e amministrativa, e quindi scavalcare la separazione dei poteri, ha finito per creare una politicizzazione endogena del corpo.

Il Corriere della Sera

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Certo che i medici italiani hanno l’età media più alta d’Europa. Ma questa non è l’eccezione cui rimediare, bensì la regola di cui tenere conto. Quell’età media è la più alta non perché i giovani non vogliano fare i medici, ma perché i giovani scarseggian

Certo che i medici italiani hanno l’età media più alta d’Europa. Ma questa non è l’eccezione cui rimediare, bensì la regola di cui tenere conto. Quell’età media è la più alta non perché i giovani non vogliano fare i medici, ma perché i giovani scarseggiano e la nostra età media cresce ogni anno. Il che discende dall’andamento demografico, sicché si tratta di una questione con cui si devono necessariamente fare i conti.
Spostare l’età di pensionamento dei medici a 72 anni, sebbene su base volontaria, serve a ridurre l’emergenza nell’immediato, non a risolvere il problema. Se la metà a più di 60 anni, comunque, al massimo entro un decennio, ammesso vogliano tutti lavorare più a lungo, ce ne saranno la metà di oggi. E se l’età media degli infermieri è più bassa ciò non discende da una maggiore vocazione giovanile a quel lavoro, ma dal fatto che molti sono immigrati.

Il lato positivo di questa assai difficile situazione è che dimostra quanto sia illusorio continuare a spostare in avanti l’affrontare tre problemi: a. la natalità; b. l’immigrazione (e di che qualità); c. il sistema pensionistico. Non potremo essere un mondo di vecchi assistiti da vecchi con vecchi che finanziano la pensione dei vecchi. Dopo di che gli stessi che sostengono sia un diritto andare in pensione il prima possibile si ritrovano, una volta cambiato argomento, a sperare che i medici non ci vadano neanche all’età prevista dalla legge (che è ben più alta di quella reale, 67 contro 63). Politica cieca.

La Ragione

L'articolo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Autonomia strategica e tecnologica. L’accordo sul caccia di sesta generazione


Una piattaforma nazionale di lavoro collaborativo per lo sviluppo del Global combat air programme (Gcap), il progetto per la realizzazione del caccia di sesta generazione che l’Italia sta portando avanti con Regno Unito e Giappone. È questo il nodo centra

Una piattaforma nazionale di lavoro collaborativo per lo sviluppo del Global combat air programme (Gcap), il progetto per la realizzazione del caccia di sesta generazione che l’Italia sta portando avanti con Regno Unito e Giappone. È questo il nodo centrale dell’accordo stretto tra il team italiano di aziende che partecipa al programma internazionale, composto da Leonardo, in qualità di partner strategico, Elettronica, Avio Aero e MBDA Italia per supportare l’azione del ministero della Difesa nella seconda fase di sviluppo del sistema, quella di concept & assessment, e nelle attività di dimostrazione del programma. Per il programma, l’Italia ha già stanziato sei miliardi di investimenti da dedicare ad attività di ricerca e sviluppo tecnologico su aree di interesse strategico. Presupposto che consentirà alle industrie nazionali di partecipare alla futura fase di sviluppo del sistema.

Il Gcap

Il progetto Gcap, conosciuto anche come Tempest, prevede lo sviluppo di un sistema di sistemi integrato per il combattimento aereo, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso e provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione alla penetrazione in profondità, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Gcap di essere multidominio fin dalla sua concezione, progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

Il ruolo delle industrie italiane

Il risultato è importante anche per la partecipazione delle industrie del nostro Paese al programma. Leonardo, Avio Aero, Elettronica, MBDA Italia e l’intera filiera della Difesa nazionale sono infatti coinvolte da protagoniste al progetto, un programma che coinvolgerà anche università, centri di ricerca e Pmi nazionali. A livello internazionale, poi, le realtà industriali collaboreranno allo sviluppo delle tecnologie insieme ai rispettivi campioni di Regno Unito e Giappone, come BAE Systems Mitsubishi Heavy Industries, Rolls-Royce, IHI Corporation, Mitsubishi Electric e le divisioni UK di Leonardo e MBDA.

Eccellenza internazionale

Per l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, l’accordo rappresenta “un tassello cruciale in un percorso che punta a rendere disponibili quelle tecnologie innovative che assicureranno alle nostre capacità di difesa il necessario salto generazionale”. Un fattore che contribuirà soprattutto a raggiungere per il nostro Paese “il più alto livello di eccellenza e di autonomia strategica”. Importante, per il manager del gruppo di piazza Monte Grappa, anche la rilevanza internazionale che un progetto come il caccia di sesta generazione assicura alle realtà italiane. Con il Gcap “le aziende italiane giocano un ruolo fondamentale per il futuro dell’industria della difesa, anche a livello internazionale” ha sottolineato infatti Profumo, registrando il contestuale rafforzamento delle capacità delle nostre Forze armate e i ritorni positivi in termini di “progresso tecnologico, economico e sociale per l’intero sistema-Paese”

Le necessità del contesto geopolitico

“Il contesto geopolitico che stiamo vivendo sottolinea quanto sia di vitale importanza raggiungere l’adeguato livello di prontezza, di interoperabilità e di disponibilità di tecnologie, per essere preparati a gestire le crisi che ci investono”, ha ricordato il presidente e amministratore delegato di Elettronica, Enzo Benigni, sottolineando come la partecipazione qualificata dell’industria italiana nel programma Gcap possa diventare un “patrimonio nazionale, europeo e internazionale, contribuendo a rendere concreti i concetti di autonomia strategica e di sovranità tecnologica”, che porterà il comparto nazionale ed europeo dall’era Typhoon “ultimo grande programma europeo di sviluppo di una piattaforma aerea, a quello di una piattaforma aerea di sistemi di sesta generazione”.

Investimenti e collaborazioni

Per Riccardo Procacci, amministratore delegato di Avio Aero, il programma Gcap “contribuirà a fornire un supporto adeguato alle Forze armate”, soprattutto alla luce dello “sfidante contesto geopolitico attuale” che “necessita di soluzioni tecnologiche che mettano al centro l’eccellenza operativa e la capacità di adattamento ai futuri scenari”. In questo senso, fondamentale sarà non solo mettere a disposizione le capacità industriali e le eccellenze tecnologiche, ma anche continuare a investire nello sviluppo di soluzioni all’avanguardia con il supporto e il coinvolgimento di “università, i centri di ricerca e le Pmi”.

Sistemi complessi di difesa aerea

Il coinvolgimento di queste realtà, tra l’altro dovrà essere gestita “in modo cooperativo le tecnologie a supporto del sistema di sistemi” relative anche agli effector, ha registrato l’executive group director Sales and business development di MBDA Group e amministratore delegato di MBDA Italia, Lorenzo Mariani, aggiungendo come “Tali tecnologie saranno alla base dei sistemi complessi per la difesa aerea nazionale. La capacità di contrastare le minacce più sfidanti sarà un elemento chiave delle prestazioni del sistema di combattimento aereo di sesta generazione”.


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Scuola di Liberalismo 2022 – Messina: lezione di Davide Giacalone e Francesco Pira sul tema “Il liberalismo ed il totalitarismo nelle forme di comunicazione”


Decimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta princi

Decimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articola in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La decima lezione si svolgerà giovedì 26 gennaio, dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’aula “V. Tomeo” del Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell’Università di Messina (sita al 1° piano del plesso in Via Malpighi n. 1, Messina). Dopo una presentazione introduttiva da parte del prof. Pippo Rao (Direttore Generale della Scuola), seguirà un dibattito sul tema “Il Liberalismo ed il totalitarismo nelle forme di comunicazione”, sempre di grande attualità e ricco di spunti di riflessione; le relazioni saranno svolte da Davide Giacalone (giornalista, scrittore e saggista, direttore del quotidiano “La Ragione – LeAli alla Libertà”, nonché Vice Presidente della Fondazione Luigi Einaudi) e dal prof. Francesco Pira (Docente di Comunicazione e Giornalismo presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università di Messina). Della lezione sarà realizzata anche una diretta streaming sulla pagina Facebook della Scuola di Liberalismo di Messina.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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Riservisti anche per il cyber. Le ragioni secondo l’avv. Mele


“La possibilità di dotarsi di una propria capacità cyber, sia offensiva che difensiva” rappresenta uno degli “elementi imprescindibili atti a garantire l’efficacia d’impiego delle Forze armate”, ha spiegato oggi Guido Crosetto, ministro della Difesa, illu

“La possibilità di dotarsi di una propria capacità cyber, sia offensiva che difensiva” rappresenta uno degli “elementi imprescindibili atti a garantire l’efficacia d’impiego delle Forze armate”, ha spiegato oggi Guido Crosetto, ministro della Difesa, illustrando le linee programmatiche del suo dicastero nel corso dell’audizione con le commissioni riunite Difesa della Camera e Affari esteri e Difesa del Senato. Il ministro, ha indicato tra le linee di azione da seguite la revisione dello strumento della riserva.

“Negli ultimi 20 anni la Riserva Selezionata ha arricchito i nostri contingenti con professionalità specifiche quanto mai necessarie anche negli scenari moderni”, ha spiegato con riferimento ad analisti, esperti di informatica ed elettronica e alcune figure nel campo ingegneristico. “Questo strumento va ora integrato, per numero e qualità, con una ulteriore aliquota di ‘completamento’ da alimentare sia con il personale che lascia il servizio attivo dopo una ferma prefissata sia, se necessario, con personale privo di pregresse esperienze militari”, ha aggiunto.

“Le parole del ministro Crosetto sono importanti e rappresentano una svolta”, commenta l’avvocato Stefano Mele, partner e responsabile del dipartimento cybersecurity law dello Studio legale Gianni & Origoni. “Anche alla luce dei recenti sviluppi geopolitici con la guerra in Ucraina, è cruciale creare una ‘Civilian Cyber Force’ nel ministero della Difesa con una riserva da chiamare in casi di esigenze specifiche o di crisi di natura cibernetica non gestibili dalle aliquote già in forza. In questo contesto, assume un’importanza decisiva la cooperazione civile-militare anche per il settore cyber”, aggiunge.

L’avvocato avanza poi un’altra proposta: una modifica alla normativa vigente per “creare uno specifico ruolo Interforze in ambito cyber (con l’indicazione di peculiari specialità operative, tecniche, gestionali e legali), al fine di essere competitivi nelle assunzioni e soprattutto nel mantenimento nella forza armata delle risorse arruolate e formate. Garantire, di conseguenza, tutto il percorso di carriera anche agli ufficiali che vogliano specializzarsi e restare nel ruolo cyber”.

In relazione all’introduzione nel nostro ordinamento delle misure di intelligence di contrasto in ambito cibernetico, invece, l’avvocato Mele individua un ulteriore miglioramento possibile: “Creare un assetto altamente specializzato formato da operatori intelligence e militari qualificati nelle operazioni cibernetiche, il quale lavori fianco a fianco quotidianamente per creare i presupposti operativi utili al presidente del Consiglio dei ministri per sfruttare, in caso di necessità, l’opzione della reazione legittima nel ciberspazio ad un attacco subìto”, conclude.


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Ghiotta Occasione


Fa piacere sentir dire, dalla presidente del Consiglio, che gli aiuti di Stato determinano una <<distorsione del mercato interno>>. Fa piacere perché eravamo abituati a sentir parlare di nazionalizzazioni e interventi pubblici a sostegno, né la cosa si li

Fa piacere sentir dire, dalla presidente del Consiglio, che gli aiuti di Stato determinano una <<distorsione del mercato interno>>. Fa piacere perché eravamo abituati a sentir parlare di nazionalizzazioni e interventi pubblici a sostegno, né la cosa si limitava a una sola persona o a una sola forza politica. In occasioni diverse lo hanno detto un po’ tutti e durante la pandemia è diventato costume generale. Però, effettivamente, è distorsivo. La cosa è tanto più rilevante in quanto investe, dopo l’annuncio tedesco di un programma di “aiuti” per 200 miliardi, i rapporti fra Paesi dell’Unione europea. Chi può spendere avvantaggia i propri operatori economici, chi non può li vedrà penalizzati. È così che stanno le cose? Sì e no.

Sono le regole europee a proibire gli aiuti di Stato, ovvero dei soldi dei contribuenti usati per sostenere questa o quella impresa. È uno di quei “vincoli” che sembravano tanto detestabili e, invece, servono ad evitare distorsioni. Perché con i soldi propri un Paese non può farci quel che vuole? Perché si trova in un mercato comune e se aiuta imprese altrimenti non concorrenziali danneggia sia i concorrenti che l’intero mercato. Tale (giusto) principio era stato vivacemente contestato dall’intero partito unico della spesa pubblica italiana, ma con un vantaggio per chi stava all’opposizione: mentre i governanti devono pur sempre fare i conti con la cassa, gli oppositori reclamavano la protezione per qualsiasi cosa, anche la più bollita.

Quella regola europea è stata sospesa (non cancellata) durante la pandemia, perché non esistevano (sono stati approntati dopo) strumenti comuni e le chiusure rischiavano di far fallire imprese altrimenti sane e competitive. Si è autorizzata, insomma, la terapia intensiva economica. Con l’obiettivo di uscirne al più presto, come da quella sanitaria. Sul limitare della sospensione i tedeschi hanno annunciato il loro piano. Se lo possono permettere perché prima della pandemia i loro conti erano in ordine, il loro debito nei parametri, al contrario della Francia, che naviga attorno al 100% in rapporto al prodotto interno lordo, o dell’Italia, che da tempo si trova oltre l’ultima boa di sicurezza. Una consistente parte di quei debiti sono stati accumulati per proteggere questa o quella impresa o rendita nazionali. Ora si deve impedirlo ai tedeschi?

La Germania è nei guai. Il colpo della rinuncia al gas russo è ben più forte che da noi, la loro ripresa ben più lenta (anche se noi siamo ancora 3 punti percentuali di pil sotto al 2008, ma siamo stati più reattivi rispetto al 2020), hanno un nuovo governo disorientato, devono fare i conti con la modifica della strategia ad Est e con una Francia che non rinnega l’asse portante dell’Ue, ma guarda anche altrove. Per noi italiani c’è un ulteriore dettaglio: una parte consistente del nostro sistema produttivo lavora in sinergia con quello tedesco, sicché è come se mettessero 200 miliardi per sostenere i nostri committenti. Non una brutta notizia.

La cosa va valutata sotto un altro profilo, offrendo un’occasione preziosa al governo italiano. Gli aiuti di Stato nuocciono a chi li riceve. Nell’immediato possono essere salvifici, ma finiscono con il disincentivare qualità e innovazione. Avete presente la Duna o l’Arna? Intestate quella roba agli aiuti di Stato. Gli aiuti, inoltre, sono una droga che dà assuefazione e tolleranza: non si riesce a smettere e ne serve sempre di più. Senza contare che quegli aiuti scatenano le pressioni politiche e sindacali, cui i governi faticano a resistere.

Eppure gli Usa lo stanno facendo, creando una distorsione interna (e ci riguarda poco), ma anche esterna, rispetto all’intero mercato europeo. Ed ecco l’occasione, che consente al governo Meloni di vestire panni europeisti nuovi di zecca: che sia una risposta Ue, non nazionale. Il che comporta delegare e garantire. (Ricordando che c’è sempre da ratificare la riforma del Mes e che rinviare non allevia il dolore per chi ne disse falsi e spropositi, ma lo aumenta).

La Ragione

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Nordio e Meloni, simul stabunt simul cadent


Carlo Nordio non è più, solo, un ministro del governo. È ormai diventato la cartina di tornasole della capacità riformista e della caratura liberale di Giorgia Meloni. La prova del nove della sua aritmetica politica e culturale. Difendere e realizzare le

Carlo Nordio non è più, solo, un ministro del governo. È ormai diventato la cartina di tornasole della capacità riformista e della caratura liberale di Giorgia Meloni. La prova del nove della sua aritmetica politica e culturale. Difendere e realizzare le idee di Nordio in materia di Giustizia per Giorgia Meloni è, dunque, una questione vitale: ne va della propria credibilità.

Non è chiaro se lo abbia scelto più per le sue idee o più per la sua autorevolezza. Sicuramente ha usato la sua autorevolezza per impedire che Forza Italia occupasse ancora una volta il ministero della Giustizia ad uso del Cavaliere e che Matteo Salvini ci mandasse Giulia Bongiorno, su cui la premier, così come buona parte degli eletti leghisti, ha serie riserve. Nordio era il più conosciuto, il più stimato, il più autorevole tra i possibili candidati alla funzione di Guardasigilli. E ciò ha consentito a Giorgia Meloni di imporne il nome agli alleati.

Ma non meno note dell’uomo erano le idee che professava. Anni di editoriali, di interviste e di partecipazioni televisive hanno fatto di Carlo Nordio il più riconoscibile e riconosciuto alfiere dei principi garantisti e liberali applicati al sistema giudiziario. Una scelta caratterizzante e innovativa per Giorgia Meloni, il cui partito è da sempre attraversato da un certo populismo giudiziario ammantato da logica securitaria. Una scelta inattesa e coraggiosa, dunque. Anche perché l’impressione è che, semmai le contingenze politiche dovessero imporglielo, difficilmente Giorgia Meloni potrà riuscire a soffocare l’impeto riformista del proprio ministro. Il motivo è semplice: alla verde età di 75 anni, Carlo Nordio non si preoccupa tanto della cronaca quanto della Storia. È questa la sua passione, questa è la sua ambizione. Nordio è un intellettuale che ambisce ad essere ricordato per le proprie idee e per la propria coerenza nel difenderle. Quando parla in un’aula del Parlamento, si capisce che pensa a quel che di lui resterà nero su bianco nei resoconti parlamentari. Un atteggiamento poco “politico”, forse. Ma è l’unico atteggiamento possibile volendo sperare in una sistematica correzione del nostro sistema giudiziario coerente con i principi dello Stato di diritto.

Giorgia Meloni lo ha fortemente voluto, con altrettanta forza dovrà difenderne l’azione.

Formiche

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Magistratura e separazione delle carriere, il dibattito – lanazione.it


Tanti ieri hanno affollato l’ex chiesino San Giovanni per la presentazione del libro sulla separazione delle carriere ‘Non diamoci del tu’ dell’avvocato e presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto. Presente anche una nutrita rappresent

Tanti ieri hanno affollato l’ex chiesino San Giovanni per la presentazione del libro sulla separazione delle carriere ‘Non diamoci del tu’ dell’avvocato e presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto. Presente anche una nutrita rappresentanza del corpo forense di Prato con in prima fila la Camera Penale. Sul palco, nell’incontro organizzato dal laboratorio politico di area liberale, riformista ed europeista, Prato Riparte, accanto a Giuseppe Benedetto c’erano Andrea Cangini (foto), già direttore di QN e del Resto del Carlino ed eletto senatore nel 2018; Benedetta Frucci consigliere politico presso il Gruppo parlamentare di Italia Viva al Senato specializzata in Diritto pubblico-parlamentare; e Marco Mariani, professore universitario e autore di numerose pubblicazioni. Il tema della separazione delle carriere in magistratura è particolarmente attuale. Il libro di Giuseppe Benedetto riporta la prefazione di Carlo Nordio, attuale Ministro della Giustizia, che proprio nella sua nuova veste sta iniziando probabilmente un percorso che porterà la magistratura in quel solco indicato da Giuseppe Benedetto nel ‘Non diamoci del tu’ fra giudici, pubblici ministeri e imputati.

lanazione.it

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Serve una Strategia di sicurezza nazionale. L’audizione di Crosetto


Intervenendo davanti alle commissioni riunite Difesa di Camera e Senato, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha illustrato le linee programmatiche di palazzo Baracchini per l’evoluzione dello strumento militare nazionale. L’attenzione è rivolta in p

Intervenendo davanti alle commissioni riunite Difesa di Camera e Senato, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha illustrato le linee programmatiche di palazzo Baracchini per l’evoluzione dello strumento militare nazionale. L’attenzione è rivolta in particolare alle sfide che attendono il Paese nel prossimo futuro, con un contesto globale che impone un ripensamento dello strumento militare nazionale. Dopo il periodo caratterizzato dal principale uso delle Forze armate in missioni di pace, bisogna prendere atto del ritorno della conflittualità nello scacchiere globale. Per mettere in condizione i nostri uomini e donne in uniforme di affrontare queste sfide, la priorità è lo sviluppo di capacità e tecnologie, meglio se nazionali, da incentivare attraverso investimenti certi e sicuri.

Serve una Strategia di sicurezza nazionale

“Per anni ci siamo illusi di vivere in un mondo caratterizzato dalla fine dei conflitti di natura ideologica e strategica” ha spiegato il ministro facendo un’analisi dello scenario geopolitico nel quale si muove la Difesa, aggiungendo come “su queste certezze abbiamo costruito uno strumento politico-militare focalizzato principalmente alla conduzione di missioni internazionali di pace”. Invece, “questo presente sembra un ritorno in chiave tecnologicamente evoluta agli orrori dei conflitti mondiali del secolo scorso”, una realizzazione che deve portare all’evoluzione dello strumento militare del paese. Per questo, secondo il ministro “si dovrà partire dalla stesura di una chiara Strategia di sicurezza nazionale”, valida per tutte le diramazioni dello Stato “per il conseguimento di obiettivi sinergicamente definiti all’interno di una visione unitaria dell’interesse nazionale”

Sfide di cambiamento e trasformazione

Di fronte alle nuove minacce, dunque, le Forze armate devono evolversi per affrontare al meglio le sfide sul futuro, soprattutto nel “modo di pensare la Difesa a 360°”. La visione del ministro è chiara: “dovremo realizzare un Sistema Difesa sinergico nelle sue componenti”, a partire dalle componenti delle Forze armate, che non dovranno più semplicemente essere in grado di agire nel multidominio, ma dovranno “essere multidominio”. Questo si potrà ottenere integrando la formazione del personale, e mettendo insieme in chiave interforze tutti quegli assetti la cui necessità è comune a tutte le Forze armate, evitando duplicazioni, come sul piano ordinativo, logistico, tecnologico e normativo, e unificando settori e servizi comuni, dalla difesa Cbrn, alla sanità, fino allo spazio e al cyber, nel lungo termine.

La tecnologia richiede investimenti

La capacità di agire dello strumento militare è, naturalmente, correlata alla tecnologia. “dal punto di vista militare siamo nel pieno di una nuova rivoluzione, dettata dal tentativo di più potenze di raggiungere la supremazia nello sviluppo delle nuove tecnologie” ha spiegato Crosetto. Sistemi unmanned, capacità cyber, l’uso dello spazio, fino alla IA, sono elementi sempre più imprescindibili per la Difesa, il cui possesso deve essere garantito in maniera autonoma al sistema nazionale. Per raggiungere questo obiettivo c’è bisogno della “certezza e la stabilità dei finanziamenti” valorizzando le capacità industriali del Paese e dando un concreto supporto all’export. Il modello proposto dal ministro è quindi la definizione di una legge triennale sull’investimento per la Difesa “che accorpi in un’unica manovra i volumi finanziari relativi a 3 provvedimenti successivi, con profondità a 17 anni”.

Come fare a “ripristinare le scorte per la difesa nazionale, contando i materiali impiegati nell’aiuto dell’Ucraina?”, si chiede. “L’unico modo che mi è venuto in mente, che è tecnico, è quello di escludere gli investimenti della Difesa dal calcolo del Patto di stabilità. Non significa che noi diminuiremmo il debito, significherebbe che non ci sarebbe concorrenza tra tipi di spese. Il ministro Giorgetti ha condiviso, l’abbiamo posta sul tavolo all’Europa come hanno fatto altri Paesi, perché in questo momento nessun Paese può tagliare le spese per la difesa”, ha precisato nelle repliche.

Autonomia strategica e Golden power

La sfida globale richiede al nostro Paese di assicurarsi “una base industriale solida e tecnologicamente avanzata, non vulnerabile a tentativi di penetrazione straniera ed in grado di sostenere la propria proiezione internazionale”. Interrogato dai membri della commissione sul tema, il ministro ha voluto ribadire che “spesso, nonostante siano presenti tecnologie nostrane rilevanti, riteniamo che quelle estere possano essere migliori”, mentre per alcune tecnologie “bisogna mantenere la sovranità nazionale”, in particolare per il cyber. È quindi necessario “sviluppare un piano per il supporto dell’Industria nazionale, anche attraverso l’applicazione in ambito Difesa dei poteri speciali, la cosiddetta Golden power” finalizzati alla tutela di asset e know-how strategici nazionali.

Una nuova postura nelle missioni

Sullo scenario internazionale, inoltre, il ministro ha sottolineato come sia necessario un cambio di passo del Paese all’interno delle principali alleanze, con il ruolo della Difesa che “non può limitarsi meramente a quello di nazione contributrice di truppe”. Per Crosetto, l’Italia deve aumentare la propria rilevanza e capacità autonoma di influenzare processi e operazioni in ambito internazionale. Il ministro ha sottolineato segnali positivo, come “l’essere riusciti a far riconoscere dalla Nato la priorità del Fianco Sud” nel Concetto strategico. Tuttavia, per il ministro, è necessario adottare “un postura più matura nei confronti delle operazioni militari”, auspicando l’assunzione di posizioni di leadership all’interno delle operazioni multinazionali, venendo coinvolti nei processi di pianificazione. Occorre “avviare un processo di revisione della postura con cui vengono generati i contributi nazionali, per arrivare a proiettare non più solo elementi di forza da asservire agli obiettivi elaborati da altri, ma moduli operativi completi di capacità di pianificazione, esecuzione e gestione delle operazioni militari”.


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Che cos’è e come funziona il sistema missilistico Samp/T


Dopo il via libera definitivo di ieri del Parlamento al decreto Ucraina, due appuntamenti cruciali sull’agenda odierna di Guido Crosetto, ministro della Difesa: ore 8 presentazione delle linee programmatiche della Difesa nel corso dell’audizione con le co

Dopo il via libera definitivo di ieri del Parlamento al decreto Ucraina, due appuntamenti cruciali sull’agenda odierna di Guido Crosetto, ministro della Difesa: ore 8 presentazione delle linee programmatiche della Difesa nel corso dell’audizione con le commissioni riunite Difesa della Camera e Affari esteri e Difesa del Senato; ore 16 audizione al Copasir. Venerdì scorso, in occasione della riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina a Ramstein, il ministro aveva chiarito che l’Italia “è pronta a fare la sua parte”. Domenica, alla trasmissione Che tempo che fa su Rai Tre, Crosetto ha confermato: “Il sesto decreto sulle armi da inviare all’Ucraina ci sarà” e “darà all’Ucraina la possibilità di difendersi dagli attacchi aerei”. “In collaborazione con la Francia stiamo finalizzando l’invio del Samp/T, e comunque ci sono altre azioni a cui lavoriamo riservatamente”, ha dichiarato poi Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, al Corriere della Sera.

CHE COS’È IL SAMP/T?

Ma che cos’è il Samp/T? Si tratta di un sistema missilistico terra-aria sviluppato a partire dai primi anni 2000 nell’ambito del programma italo-francese Fsaf (Famille de Sol-Air Futurs, cioè Famiglia di Sistemi superficie aria) dal consorzio europeo Eurosam (formato da Mbda Italia, Mbda Francia e Thales). Come si legge sul sito dell’Esercito italiano, il Samp/T “nasce dall’esigenza di disporre di un sistema missilistico a media portata idoneo a operare in nuovi scenari operativi, prioritariamente caratterizzati da driving factors quali ridotti tempi di reazione contro la minaccia aerea, elevata mobilità e possibilità di adeguare il dispositivo secondo tempi commisurati alla dinamicità della manovra”. Inoltre, l’attuale versione del sistema ha capacità di avanguardia nel contrasto delle minacce aeree e dei missili balistici tattici a corto raggio.

LE BATTERIE IN DOTAZIONE

L’Esercito italiano ha in dotazione cinque batterie del valore di circa un miliardo di euro. Dall’entrata in servizio del sistema nel 2013, sono state impiegate in molteplici attività operative e addestrative, recita la stessa fonte. In particolare, fra il 2015 ed il 2016 un’unità Samp/T è stata schierata a Roma per la sorveglianza dei cieli della capitale in occasione del Giubileo straordinario della Misericordia; contemporaneamente una seconda batteria ha operato in Turchia nell’ambito dell’operazione Nato “Active Fence” dal giugno 2016 al dicembre 2019, garantendo la sorveglianza, 24 ore su 24, della città di Kahramanmaras, sul confine Sud-Est dell’Alleanza Atlantica, contro missili balistici tattici provenienti dal territorio siriano. Ogni anno le batterie Samp/T hanno preso parte al principale evento esercitativo della Difesa, la Joint Stars presso il Poligono interforze di Salto di Quirra in Sardegna, dove hanno dimostrato la piena interoperabilità coi sistemi di difesa aerea nazionale anche in presenza di Electronic Warfare. Inoltre il Samp/T è stato inserito nel programma Nato “Active Layered Theatre Ballistic Missile”, nato con la finalità di realizzare la difesa di aree o di obbiettivi vitali di interesse dell’Alleanza dalla minaccia missilistica. Infine, è stato recentemente approvato lo schieramento di una batteria Samp/T in Kuwait nell’ambito dell’Operazione Inherent Resolve.

I MODULI

La batteria Samp/T è costituita dai seguenti moduli: il modulo di ingaggio costituisce l’elemento dove si esercita il controllo tattico del sistema; nel modulo di comando si esercita la pianificazione della missione, la supervisione della missione in corso e il coordinamento del supporto logistico; il radar multifunzione Arabel 90 effettua la scoperta, l’acquisizione, l’identificazione e l’inseguimento del bersagli; il modulo gruppo elettrogeno viene utilizzato per alimentare il radar; è caratterizzato dalla presenza di un doppio gruppo elettrogeno al fine di garantire la continuità di esercizio; il modulo lanciatore terrestre è equipaggiato con 8 missili Aster30; il missile di tipologia a lancio verticale con guida terminale a seeker attivo; il modulo ricarica terrestre impiegato per effettuare le operazioni di caricamento e scaricamento delle celle dei missili sul lanciatore.

(Foto da https://www.esercito.difesa.it/)


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#uncaffèconluigieinaudi ☕ – Liberali non possono illudere il popolo…


Liberali non possono illudere il popolo promettendogli ricchezze e prosperità e larghi guadagni […] Essi promettono soltanto quel che sanno di poter mantenere da Lineamenti di una politica economica liberale, Roma, Movimento Liberale Italiano, 1943 L'art
Liberali non possono illudere il popolo promettendogli ricchezze e prosperità e larghi guadagni […] Essi promettono soltanto quel che sanno di poter mantenere


da Lineamenti di una politica economica liberale, Roma, Movimento Liberale Italiano, 1943

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SFondi Ue


La ricchezza è creata solo dalle imprese e dai lavoratori. I governi non creano ricchezza. Va già bene quando riescono a fare in modo che imprese e lavoratori svolgano la loro funzione senza intralci e con adeguate difese dalla violazione delle regole. I

La ricchezza è creata solo dalle imprese e dai lavoratori. I governi non creano ricchezza. Va già bene quando riescono a fare in modo che imprese e lavoratori svolgano la loro funzione senza intralci e con adeguate difese dalla violazione delle regole. I governi intermediano i soldi presi ai contribuenti e destinati a pagare spese collettive. Più o meno assennate, dipende dai governi, ma anche dai cittadini che votano i governanti. Quei soldi non sono “dello Stato”, come se vi fosse un generatore esterno di quattrini, ma dei contribuenti onesti. Altri soldi possono essere presi in prestito, il che comporta impegnare quel che i contribuenti verseranno in futuro. Visto che si moltiplicano i fondi europei è bene che questa premessa sia chiara, ricordando che anche quelli sono soldi dei contribuenti. In quel caso europei.

La raccolta fiscale e la spesa pubblica hanno un senso positivo quando i soldi che prendo al contribuente li destino a rendere migliore la vita di tutti. E se li destino ad un altro contribuente, perché bisognoso, opero per la giustizia sociale, rendendo migliore la vita di tutti. Se prendo male la mira e consegno i soldi del contribuente onesto a un evasore fiscale, che allo Stato guercio sembra povero, rendo peggiore la vita di tutti. Ha un senso togliere soldi a chi li ha guadagnati, impedendogli di comprare una nuova chitarra, se riesco ad impiegarli per fare in modo che si investa e lavori meglio, talché la mancata chitarra odierna possa essere un contrabbasso domani. Veniamo a noi.

Oggi l’Italia è il principale percettore dei soldi dei contribuenti europei, versati nei fondi di Ngeu. Da una parte è un impegno verso tutti, dall’altra un’occasione da non perdere. Quel che è decisivo non è quanti ne prendiamo, meno ancora l’umiliante “quanti ce ne danno”, meno che mai il delirante “quanti ce ne siamo accaparrati”, ma: che ci facciamo. Se li si userà per recuperare arretratezze competitive, insufficienze strutturali, squilibri territoriali, ci avremo guadagnato noi e ci avranno guadagnato tutti i contribuenti europei, che vivranno in un mercato più dinamico e ricco. Per riuscirci, però, è necessario accompagnare la spesa per investimenti al lavoro per riformare e cambiare quel che non aveva funzionato. Se continui a prendere l’acqua con lo scolapasta l’importante non è a quanta acqua puoi attingere, ma quanto sei scemo, dissipatore e sempre a secco. Nessuno di noi crede che il mondo cambi aumentando le licenze taxi o mettendo a gara gli stabilimenti balneari, ma se non si è capaci di fare manco quello, se ci si cala le braghe davanti a cose così limitate, è segno che si stanno buttando i soldi. E se i contribuenti europei si arrabbiassero avrebbero ragione.

Ora si parla di un fondo sovrano europeo, destinato a tenere alta la competitività delle nostre imprese. Alla competitività, però, dovrebbero pensare da sole, semmai reclamando scuole funzionanti, giustizia efficiente e burocrazia non demente. Eppure quel fondo può servire, se destinato a compensare squilibri da altri introdotti: gli Usa aiutano le loro imprese nella transizione energetica? se non faremo altrettanto ci sarebbe uno svantaggio. Il che significa non dividere i fondi in quote Paese, ma destinarli all’obiettivo da raggiungere e alle imprese coerenti. Chi non ne ha non becca un soldo. Ma questo porta a un altro problema: chi stabilisce quali sono gli obiettivi giusti? L’impresa che li indovina cresce, quella che li sbaglia fallisce. Se sposto la decisione a livello politico resta solo il contribuente che paga e la pianificazione che impera.

C’è un long covid inquietante, consistente nell’uso smodato del termine: aiuti. E c’è un long covid letale: neanche più le forze politiche sembrano capire che questa è materia politica. Fondi e debito europei sono una meraviglia, ma occorre l’intelligenza, quindi la politica istruita, per stabilire cosa vogliamo ottenere e come. Mentre resta escluso che tu sia sovrano nello sprecare i soldi miei.

La Ragione

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere”- 4 febbraio 2023, Sant’Angelo Lomellina


4 febbraio 2023 – Teatro – Società Agricola Santangelese, via Mazzini, 61 – SANT’ANGELO LOMELLINA Introduce MATTEO GROSSI Intervengono MASSIMILIANO ANNETTA DAVIDE GIACALONE L'articolo Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle car

4 febbraio 2023 – Teatro – Società Agricola Santangelese, via Mazzini, 61 – SANT’ANGELO LOMELLINA

Introduce
MATTEO GROSSI

Intervengono
MASSIMILIANO ANNETTA
DAVIDE GIACALONE

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Armi a Kyiv, la Camera dà luce verde. Domani Crosetto al Copasir


Oggi la Camera ha dato il via libera definitivo al decreto legge Ucraina, che proroga al fino 31 dicembre 2023 la cessione da parte italiana di materiali militari al Paese impegnato nel conflitto iniziato dalla Russia. M5S E AVS CONTRARI Il testo è stato

Oggi la Camera ha dato il via libera definitivo al decreto legge Ucraina, che proroga al fino 31 dicembre 2023 la cessione da parte italiana di materiali militari al Paese impegnato nel conflitto iniziato dalla Russia.

M5S E AVS CONTRARI

Il testo è stato definitivamente approvato a Montecitorio con 215 voti a favore e 46 contrari (Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi Sinistra e il deputato Paolo Ciani del Partito democratico). Dichiarando il voto contrario del Movimento 5 Stelle, il deputato Marco Pellegrini ha definito “inaccettabile” l’aggressione russa – ma non ha mai citato il leader Vladimir Putin – e dichiarato in Aula: “Durante questo anno la strategia dell’Occidente si è focalizzata sull’invio costante di armi e così facendo ci stiamo avvicinando pericolosamente allo scoppio di un conflitto ancor più vasto, magari con l’utilizzo di armi nucleari, come più volte ha minacciato di poter fare o di voler fare la Federazione Russa. Adesso invece servono negoziati di pace, non armi. Fermatevi! Fermatevi prima che sia troppo tardi”.

LE DICHIARAZIONI DI CALOVINI (FDI)

Con il via libera, “l’Italia si pone ancora una volta in prima linea a sostegno di Kiev e a fianco degli storici alleati. Il governo Meloni, insieme a Fratelli d’Italia, è compatto al fianco del popolo ucraino, vittima della brutale invasione russa del febbraio scorso”, ha dichiarato Giangiacomo Calovini, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Affari esteri a Montecitorio. “L’Italia, qualora ci fossero stati incomprensibili dubbi, si conferma un partner serio e affidabile a livello internazionale, sempre dalla parte dell’Alleanza Atlantica e a favore della libertà e della democrazia. Il nostro ruolo a livello geopolitico è chiaro e faremo tutto ciò che è necessario per assicurare una pace giusta all’Ucraina”, ha aggiunto.

IL SESTO PACCHETTO IN PREPARAZIONE

Pellegrini è uno dei membri del Copasir che domani ha in agenda l’audizione di Guido Crosetto, ministro della Difesa. Quest’ultimo nei giorni scorsi ha dichiarato che il sesto decreto di aiuti all’Ucraina, il primo del governo presieduto da Giorgia Meloni, è “in preparazione”. Venerdì, in occasione della riunione del Gruppo di Contatto per la difesa dell’Ucraina a Ramstein, in Germania, aveva riferito che ci si aspetta “nelle prossime settimane un inasprimento della guerra con un aumento esponenziale degli attacchi via terra” e ha aggiunto che “bisogna passare dalle parole ai fatti nel più breve tempo possibile”.

DOMANI CROSETTO AL COPASIR

Domani alle ore 8, il ministro verrà ascoltato dalle commissioni riunite Difesa e Affari esteri, sulle linee programmatiche del suo dicastero. Nella stessa giornata, alle ore 16, Crosetto sarà in audizione al Copasir. È attraverso il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica a Palazzo San Macuto che, nel caso in cui decreto venga secretato così come annunciato, verrà informato il Parlamento. “In collaborazione con la Francia stiamo finalizzando l’invio del Samp-T, e comunque ci sono altre azioni a cui lavoriamo riservatamente”, ha dichiarato nei giorni scorsi Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, al Corriere della Sera.


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