Il Segretario Generale Andrea Cangini sarà ospite a Coffee Break – La7


Il Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi Andrea Cangini sarà ospite a Coffee Break, su La7, il giorno mercoledì 25 gennaio dalle ore 09:40. L'articolo Il Segretario Generale Andrea Cangini sarà ospite a Coffee Break – La7 proviene da Fondazi

Il Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi Andrea Cangini sarà ospite a Coffee Break, su La7, il giorno mercoledì 25 gennaio dalle ore 09:40.

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Innovazione, il dilemma tra competizione e sopravvivenza


Da tempo si sente parlare dell’innovazione come una leva potenzialmente a disposizione per l’azienda per mantenere la propria competitività, ma anche necessaria per affrontare gli attuali mercati sempre più globalizzati. Indubbiamente la c.d. transizione

Da tempo si sente parlare dell’innovazione come una leva potenzialmente a disposizione per l’azienda per mantenere la propria competitività, ma anche necessaria per affrontare gli attuali mercati sempre più globalizzati. Indubbiamente la c.d. transizione digitale già ha cambiato in maniera profonda e decisiva le aspettative ed i comportamenti culturali e le dinamiche di mercato in tutti i settori, e si manifesta in termini di “capacità digitali” in senso lato (anche in termini di canali o asset aziendali) che sono fortemente differenziali rispetto al precedente contesto già di pochi anni fa: per questo si cita spesso il concetto di “digital disruption”. La velocità con la quale gli effetti della digital disruption si sono mostrati in ogni ambito e contesto settoriale, amplificata dalla “globalizzazione” che caratterizza ormai quasi tutti i mercati, ha dimostrato che difficilmente le aziende avranno la possibilità di sopravvivere se non mostrano una rapida capacità di adattamento al contesto evolutivo del mercato. Basti pensare all’accelerazione avuta durante e dopo la pandemia Covid.

Dunque più che un’opportunità, o una leva per le aziende/ manager particolarmente preziosa per i grandi e complessi progetti di trasformazione (post merger integration, turn around, ecc.), l’innovazione attualmente rappresenta l’attitudine indispensabile necessaria per garantire la propria sopravvivenza. L’innovazione si associa molto spesso ad “invenzioni” tecnologiche sofisticate in grado di cambiare completamente un settore di business, ma nel recente passato sono state le innovazioni di processo che più frequentemente hanno cambiato completamente la catena del valore del business anche in mercati consolidati e maturi, ne è un esempio emblematico Uber. A prescindere da ogni considerazione relativa al quadro normativo e regolatorio, dove ciascuno può avere una propria posizione, è certamente evidente come una tecnologia disponibile e diffusa applicata in modo innovativo abbia potuto cambiare un intero settore in modo irreversibile.

La progressiva digitalizzazione delle imprese e la pressione competitiva da parte di aziende provenienti da mercati internazionali obbliga, a mio avviso, le aziende nazionali ad identificare interventi di utilizzo della tecnologia disponibile per rendere il proprio modello di business più solido meno rischioso, rafforzando l’efficacia ed in alcuni casi l’efficienza nel rapporto con il proprio mercato. “L’innovazione di processo”, intendendola nell’accezione più ampia del termine, identifica interventi per favorire l’adozione delle tecnologie disponibili da parte delle aziende per accelerare il proprio processo di digitalizzazione. Ad esempio un ambito che ritengo di grande efficacia per avviare progetti di digitalizzazione, che allo stesso tempo è di relativa facilità di implementazione, è l’applicazione della Robotic Process Automation (RPA) ovvero l’automazione attraverso applicativi di robotizzazione di processi aziendali che possono essere applicati a qualsiasi ambito. Non si tratta necessariamente di un’applicazione di intelligenza artificiale, ma anche solo di rendere automatiche attraverso un software attività operative o di controllo che oggi rappresentano molto spesso attività a basso valore aggiunto. La robotizzazione dei processi ha moltissime valenze es. in alcuni casi rende economicamente sostenibili alcuni controlli di business e quindi più efficace l’impatto sul proprio mercato, in altri casi elimina inefficienze di processo, in attività a bassissimo valore aggiunto. Inoltre rappresenta in alcuni casi anche un più agevole modalità di lettura dei dati di business a fronte di un minore sforzo di integrazione tra sistemi a supporto dell’azienda, in special modo nelle medie aziende.

In azienda la digitalizzazione dovrebbe essere un elemento portante della strategia aziendale, volto a cogliere nuove opportunità o rendere più sostenibili il proprio modello di business, infatti la trasformazione digitale:

  • non consiste esclusivamente nell’implementazione e adozione delle nuove tecnologie, ma rappresenta l’occasione per ripensare il proprio modello di business, renderlo scalabile e migliorarne la competitività
  • consente di sviluppare internamente nuove competenze orami necessarie per competere, creando una cultura aziendale reattiva ai cambiamenti dei propri mercati di riferimento
  • definisce nuove modalità di interazione con il proprio ecosistema (clienti/fornitori), con lo scopo di facilitare la scalabilità del business (es. c.d. “integrazione a monte”)

L’innovazione generata attraverso la trasformazione digitale con l’uso di tecnologia già disponibile, per il fatto che non richiede ingenti investimenti, consente l’utilizzo più efficiente del capitale e quindi una maggiore crescita a parità di risorse investite.

La crescita dimensionale è un tema centrale per la competitività dell’azienda, è opinione oramai diffusa, anche alla luce delle evidenze di mercato, che per competere in una dimensione ormai sempre più globale è certamente necessario avere una dimensione adeguata, intesa come la dimensione che consente ad una impresa di avere la capacità di anticipare nuovi trend ed allo stesso modo di aumentarne la resilienza in momenti di shock improvvisi. Nei momenti di crisi è mostrato dalle evidenze che le aziende leader consolidano ulteriormente la propria posizione competitiva.

Il tessuto tipico del nostro paese è caratterizzato da una presenza maggiore delle Piccole e Medie Imprese (c.d. PMI) rispetto agli altri paesi Europei. La classificazione comunitaria prevede la classificazione delle aziende per numero di addetti mostra che in Italia mostra che sulle ca. 4,2 milioni di imprese nel 2020, quelle con più di 50 addetti sono circa 27’000 e generano il 57% del valore della produzione, il 69% degli investimenti ed impiegano piu del 50% dei lavoratori dipendenti.

I medesimi dati di 5 anni prima mostrano come l’incremento della numerica delle aziende con più di 50 addetti sia cresciuta del 5%, mostrando una crescita percentuale più che doppia in termini degli investimenti lordi in beni materiali e dei lavoratori dipendenti. Interessante sarà avere un confronti con le stesse dimensioni post pandemia covid.

La competitività del nostro Paese è certamente condizionata dalla crescita del tessuto delle imprese nazionali in mercati oramai aperti e globalizzati e certamente le iniziative del Governo volte alla modernizzazione del nostro sistema produttivo vanno in questa direzione.
Sono sicuramente trainanti in questa ottica le aziende medio-grandi capaci anche di creare un indotto ed un ecosistema diffuso ed adeguato per il nuovo contesto competitivo.

Certamente la digitalizzazione delle imprese gioca anche un ruolo chiave per avere per l’export, in questo senso ridurre il gap rispetto agli altri paesi dell’e-commerce nazionale potrebbe rappresentare una leva per favorire la commercializzazione dei prodotti Made in italy e favorire la riprese delle filiere produttive nazionali.

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Investire in Difesa per contare di più nella Nato. Scrive Dreosto (Lega)


Il mutato scenario geopolitico in seguito all’invasione della Federazione Russa dell’Ucraina ha accelerato alcune dinamiche che impongono un rafforzamento della difesa e della sicurezza dell’Italia. La concorrenza strategica proveniente da attori ostili s

Il mutato scenario geopolitico in seguito all’invasione della Federazione Russa dell’Ucraina ha accelerato alcune dinamiche che impongono un rafforzamento della difesa e della sicurezza dell’Italia.

La concorrenza strategica proveniente da attori ostili statuali (e non) è destinata a crescere nei prossimi anni e saremo chiamati ad affrontare delle sfide alle quali non possiamo e non dobbiamo farci trovare impreparati. Queste sfide stanno evolvendo e al contempo stanno divenendo sempre più complesse. Proprio la crisi ucraina ha dimostrato la pericolosità della guerra ibrida poiché accanto a minacce cosiddette tradizionali e prevenienti dai domini classici come quello terrestre, aereo e navale, si sono aggiunte altre tipologie di azioni ostili ibride provenienti dal cyberspazio, dallo spazio o con azioni di interferenza attraverso campagne di disinformazione e propaganda.

Per questo e considerando l’ampliamento del concetto di minaccia alla sicurezza nazionale, è necessario rafforzare le difese sia tradizionali che ibride e armonizzare il sistema Paese proiettato verso l’estero proprio per innovarlo e rafforzarlo.

Considerando la ritrovata nuova centralità del Mediterraneo allargato, quadrante di primario interesse per il nostro Paese, l’Italia si riscopre in una posizione strategica in cui grazie alle missioni all’estero e alla rete diplomatica, ricopre un ruolo chiave per la ricerca della pace e della stabilità in un’area interessata da fenomeni crescenti di destabilizzazione e da conflitti di intensità variabile.

Le missioni di autorevoli esponenti di questo governo – dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ai ministri Matteo Piantedosi (Interno), Antonio Tajani (Esteri) e Guido Crosetto (Difesa) – in aree strategiche per l’interesse nazionale italiano come Algeria, Egitto, Balcani, Tunisia, fanno capire quanta attenzione ci sia da parte di questa maggioranza al fronte Sud della Nato e come sia necessario che noi italiani torniamo ad esercitare un’influenza decisiva in quell’area che fu il Mare Nostrum. Dalla sicurezza dei corridoi per l’approvvigionamento energetico (e qua un occhio di particolare interesse dovrebbe essere rivolto al potenziale del gasdotto Eastmed), ai cavi sottomarini per la trasmissione dei dati ai flussi migratori che possono essere utilizzati da attori ostili come arma per una guerra ibrida, il Mediterraneo è cruciale per la sicurezza non solo del nostro Paese, ma dell’Europa intera. L’Italia ha la possibilità di essere il capofila tra gli alleati per ricoprire un ruolo strategico per la sicurezza di tutti i partner internazionali e per accrescere anche il suo peso specifico nei consessi internazionali e non possiamo perdere questa occasione.

Inoltre, con una struttura organizzativa di esteri e difesa armonizzata e integrata in ambito nazionale – anche con i centri di eccellenza per la ricerca e le università – e internazionale con i nostri partner europei e dell’Alleanza Atlantica, si pongono le basi per inserirsi anche in nuove iniziative industriali – che daranno vita a una rivoluzione tecnologica nei domini classici e in quelli cyber e spazio nonché nell’ambiente cognitivo – per affrontare con competitività le nuove sfide provenienti da ambienti ostili e dalle nuove tecnologie.

In questa direzione va l’inserimento nell’ultima legge di bilancio della partecipazione dell’Italia al fondo Nato Innovation Fund, strumento chiave per investimenti per tecnologie duali rilevanti per la sicurezza dell’Alleanza Atlantica. Esempio che conferma gli impegni assunti dall’Italia in sede internazionale con i partner e alleati. Bene anche i finanziamenti al fondo per l’attuazione della strategia nazionale per la cyber sicurezza, per favorire investimenti per l’autonomia tecnologica e che deve andare di pari passo con il rafforzamento dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Come detto, la cyber sicurezza deve essere una priorità per difenderci da attori ostili e da minacce ibride alle quali non possiamo farci trovare impreparati.

Di particolare interesse anche la nascita del Polo nazionale della subacquea. Necessità derivante dalla crescente domanda di protezione delle infrastrutture critiche nazionali sottomarine come i corridoi strategici legati all’approvvigionamento energetico, alla connettività, alla presenza di gasdotti e di dorsali sottomarini per la trasmissione del traffico dati e che come tali devono essere sorvegliati e protetti.

Ma più in generale, vorrei evidenziare come sia necessario anche aprire una riflessione su come coniugare al meglio gli aiuti per il sacrosanto diritto di autodifesa dell’Ucraina con il mantenimento degli strumenti tecnologici e high-tech necessari per la difesa territoriale dell’Italia. Alcuni, prima del 24 febbraio, caldeggiavano gli smantellamenti delle forze armate e consideravano estinta un minaccia militare esterna mentre ora è chiaro a tutti – o almeno dovrebbe esserlo – l’importanza di continuare ad avere un esercito, un’aeronautica e una marina capaci di saper proteggere il Paese e reagire ove e quando necessario, con tutti i sistemi e gli strumenti di ultima generazione. Ecco che l’investimento nel comparto Difesa si è riscoperto cruciale e, come detto, è necessario aprire anche un dibattito sui tempi di rimpiazzamento degli armamenti che decidiamo di offrire e magari lavorare alacremente per completare la dotazione di sistemi di difesa nazionali. È necessario dare impulso e accelerare la produzione di strumentazioni strategiche e di alto livello tecnologico per la Difesa nostra, dell’Alleanza Atlantica e per dare più incisività ai nostri contingenti militari all’estero.

Per cui bene investire in Difesa ma attenzione a farlo in maniera sinergica e strutturata per evitare che parte degli sforzi risultino vani. Penso e ritengo che una maggiore collaborazione a livello europeo sia auspicabile ma sempre rimarcando una fondamentale cooperazione con l’Alleanza Atlantica e con gli alleati d’oltreoceano. Se si chiede di essere ascoltati e avere una voce in capitolo all’interno della Nato è necessario che il costo di questa non pesi solo sulle spalle di alcuni. È necessario che l’Italia faccia la propria parte, anche dal punto di vista economico. Investire in Difesa significa rispettare i patti presi con i partner internazionali e dimostrarsi affidabili, puntare su innovazione e ricerca tecnologica e garantire anche gli aspetti occupazionali.


formiche.net/2023/01/investire…

#uncaffèconluigieinaudi ☕ – Questo è il compito storico e permanente…


Questo è il compito storico e permanente […] della città industriale: consentire all’uomo di dedicare la maggior parte del suo tempo a procacciarsi i beni d’ozio, i beni che sono connessi con fini proprii della vita; e poiché i fini della vita sono varii
Questo è il compito storico e permanente […] della città industriale: consentire all’uomo di dedicare la maggior parte del suo tempo a procacciarsi i beni d’ozio, i beni che sono connessi con fini proprii della vita; e poiché i fini della vita sono varii e infiniti, vario e ricco e infinito è il campo a cui l’ingegno umano può applicarsi, in maniere genialmente diverse e tutte attraenti e tutte liberamente scelte, per fornire i beni d’ozio


da Dell’uomo, fine o mezzo, e dei beni d’ozio, «Rivista di storia economica», settembre-dicembre 1942

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Senza carri, per Kiev la strada è il dominio aereo. L’opinione del gen. Tricarico


Tra le tante anomalie dottrinarie che il conflitto russo ucraino sta elargendo a piene mani, una in particolare sta mettendo radici diffuse che rischiano di divenire profonde, irreversibilmente: quello dei carri armati ad alta efficacia come unica soluzio

Tra le tante anomalie dottrinarie che il conflitto russo ucraino sta elargendo a piene mani, una in particolare sta mettendo radici diffuse che rischiano di divenire profonde, irreversibilmente: quello dei carri armati ad alta efficacia come unica soluzione per liberare i territori invasi dagli omologhi carri russi. Una valutazione questa quantomeno parziale se non proprio errata.

Ormai la peculiare situazione di scenario dovrebbe far comprendere che il bandolo della matassa sta nell’acquisizione della superiorità aerea. E che come al solito una confrontazione militare non può iniziare senza acquisire il controllo dei cieli; nel caso ucraino non pare un risultato complicato, stante l’improbabilità che i russi possano contare sul governo indisturbato degli spazi aerei annessi, come avvenuto per i territori sottostanti.

Se quindi, come è ragionevole pensare, Zelensky è ancora padrone dei propri spazi aerei o ne può acquisire il controllo con contenuto impegno, i mezzi migliori per liberarsi dai carri armati, i più efficaci e soprattutto più sicuri sono quelli aerei, come elicotteri da combattimento, droni e, qualora se ne potesse creare la disponibilità, le cannoniere volanti, vere e proprie armi micidiali in quei contesti contro bersagli mobili, i cosiddetti target di opportunità.

Con rispetto alle dovute differenze – ma solo dimensionali, non certo qualitative – nel conflitto dei Balcani del 1999, i carri serbi furono neutralizzati uno ad uno degli A10, dagli F16 e dai droni ancora agli albori dell’uso militare, che venivano appunto utilizzati per la ricerca e per “l’illuminazione laser” dei bersagli contro cui avrebbe fatto fuoco un velivolo in abbinamento cooperativo al drone. E nei Balcani i primi giorni (due o tre non di più, se non ricordo male) furono dedicati all’acquisizione della superiorità aerea, che fu poi agevole mantenere per tutta la durata del conflitto.

In altre parole, l’esercito ucraino dovrebbe neutralizzare, ammesso che ve ne siano, i sistemi di difesa aerea che i russi dovessero aver predisposto nell’area. Bonificata la quale, non comporterebbe rischi eccessivi il mettersi alla ricerca dei carri russi e di altri bersagli, facendo affidamento su una intelligence sul terreno che sicuramente non manca o su quella che i Paesi alleati stanno fornendo con continuità, puntualità e dovizia di dettagli.
Inoltre, da parte Ucraina, andrà fatta una scelta inevitabile a salvaguardia o meno degli equipaggi di volo: tener conto o trascurare la minaccia contraerea con i missili portatili all’infrarosso? Si tratta di sistemi di difficile individuazione e pertanto rischiosi per i piloti ucraini fino ad una quota di cinquemila metri circa. Si dovrà vietare ai piloti a volare sotto questa quota o si accetterà il rischio di scendere di quota di volta in volta e rischiare di incappare in un missile all’infrarosso?

Questa è la strada che mi sentirei di suggerire e di strutturare agli amici ucraini, con l’aiuto di tutti, magari a integrazione di un irrobustimento della componente terrestre e bypassando cosi il poco comprensibile e tanto meno condivisibile ostacolo tedesco.


formiche.net/2023/01/carri-kie…

Francesco Rocca e il “fascismo sostanziale” di certa sinistra che nega la funzione rieducativa della pena


Non conosco Francesco Rocca e non ho rapporti col centrodestra da quando, lo scorso 20 luglio, votai la fiducia a Mario Draghi in Senato. Epperò, c’è qualcosa che non torna. Non torna, ad esempio, il fatto che più d’un giornale di sinistra accusi il candi

Non conosco Francesco Rocca e non ho rapporti col centrodestra da quando, lo scorso 20 luglio, votai la fiducia a Mario Draghi in Senato. Epperò, c’è qualcosa che non torna.

Non torna, ad esempio, il fatto che più d’un giornale di sinistra accusi il candidato del centrodestra alla Regione Lazio di essere più o meno fascista e al tempo stesso di essersi macchiato di un reato in gioventù. Il reato fu in effetti orribile: spaccio di eroina. Francesco Rocca aveva 19 anni. Fu arrestato, nel 1987 fu condannato, collaborò con la giustizia, scontò una condanna a tre anni e due mesi di reclusione.

Ora, secondo la Costituzione italiana e secondo i principi universali dello Stato di diritto su cui si fonda il nostro ordinamento giudiziario, la funzione della pena non è afflittiva, ma rieducativa. Vige, cioè, il presupposto che la persona possa redimersi. Presupposto negato, spesso, da una certa destra, che la sinistra qualifica “fascista”, la quale ha fatto del “buttare la chiave” la propria retorica.

Ebbene, il giovane Francesco Rocca ha sbagliato e per il suo errore ha pagato. Poi si è rifatto una vita. Si è laureato in Giurisprudenza, ha lavorato come avvocato per la Caritas, è infine diventato presidente della Croce Rossa italiana. Eppure, Repubblica non è il solo giornale a iniziare le proprie cronache con una inesorabile “spacciava eroina” (articolo di Francesco Merlo del 16 gennaio). Si comincia così, per poi dargli di fascista a causa della propria militanza politica nelle organizzazioni giovanili del Movimento sociale italiano. Titolo emblematico: “Commissario Rocca, il nero di Ostia dalla galera al palazzo”. Viene, allora, da domandarsi quale sia, nella becera semplificazione dei giorni nostri, la differenza tra fascismo formale e fascismo sostanziale. Viene da chiedersi se davvero il bel mondo progressista sia così lontano da quel determinismo fascista il cui teorico incombere tanto li allarma.

Francesco Rocca si è difeso dicendo grossomodo così: “Ero giovane, ho sbagliato, ma del resto anche Eugenio Scalfari sbagliò nel celebrare il fascismo in gioventù”. Non l’avesse mai fatto. Michele Serra, sempre su Repubblica, lo ha subito canzonato e in un certo senso bastonato. “Scalfari ha fatto e scritto in favore della democrazia italiana, e dunque dell’antifascismo, più di quanto Rocca potrebbe fare per il post fascismo…”, ha scritto. Come se l’essere stati antifascisti a fascismo sconfitto fosse la stessa cosa dell’essere stati antifascisti a fascismo imperante.

Poi è venuta fuori l’inchiesta giudiziaria ai danni del patron di Unicusano Stefano Bandecchi. Si è allora saputo che Bandecchi, accusato di evasione fiscale, ha dato ben 10mila euro di contributo elettorale a Francesco Rocca (che poi li ha restituiti) e giù titoli e articoli per mettere in evidenza l’insano rapporto tra il candidato del centrodestra e l’evasore fiscale. Il quale, sia detto per inciso, aveva finanziato anche il Pd, il candidato del Terzo Polo D’Amato, il Movimento 5 Stelle…

Formiche

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Scuola di Liberalismo 2022 – Messina: lezione di Annamaria Anselmo sul tema “1984 di Orwell”


Nono appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principa

Nono appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articola in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La nona lezione si svolgerà lunedì 23 gennaio, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta dalla prof.ssa Annamaria Anselmo (Ordinario di Storia della Filosofia presso l’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “1984” di George Orwell, celeberrimo romanzo di fantascienza distopica (scritto nel 1948) che racconta le vicende ambientate in un ipotetico mondo futuro dominato da un governo di stampo totalitario, capeggiato dal “Grande Fratello”: un misterioso personaggio che nessuno ha mai visto e che tiene costantemente sotto controllo la vita dei cittadini, mediante l’uso di speciali teleschermi.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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Quinquennio


Ogni tanto lo ripetono, come fosse un’improvvisa scoperta o una sicurezza incerta, sicché meglio rammentarla a sé stessi: dureremo cinque anni. Tutto sta a capire cosa significhi, quell’auspicato lustro. Che una legislatura duri cinque anni è scritto nell

Ogni tanto lo ripetono, come fosse un’improvvisa scoperta o una sicurezza incerta, sicché meglio rammentarla a sé stessi: dureremo cinque anni. Tutto sta a capire cosa significhi, quell’auspicato lustro. Che una legislatura duri cinque anni è scritto nella Costituzione, entrata in vigore il primo gennaio del 1948. Non una novità. Lo stesso testo prevede che il Presidente della Repubblica possa sciogliere prima, ma perché ciò avvenga non basta un capriccio, occorre che in Parlamento non ci sia più una maggioranza funzionante. Il che porta al governo: durante tutto il corso della legislatura i parlamentari sono sempre gli stessi, salvo luttuosi trapassi, quindi il primo governo che riceve la fiducia può avere durata quinquennale, pari alla legislatura, se i fiduciosi votanti non cambiano idea. A far cadere un governo non è chi non lo ha mai voluto, ma chi lo volle e ci ha ripensato. Che dureranno cinque anni, quindi, lo dicano a sé stessi. Sperando di convincersi.

Veniamo subito alle questioni di contenuto, le sole che contano, le sole su cui si dura utilmente o inutilmente o non si dura proprio. Prima un’osservazione che spero induca prudenza: la maggioranza parlamentare (non il governo, qui la confusione diventerebbe velenosa) propone riforme costituzionali, convinta – come tanti – che la stabilità, la durata quinquennale, sia faccenda costituzionale. Non è mai vero, in nessun sistema. Si vince prendendo più voti e si governa mantenendo il consenso. In democrazia governare non è sinonimo di comandare. Si è ripetuto alla noia che l’Italia ha sempre avuto governi di breve durata, ma dal 1948 al 1992 ne conto quattro: centrismo, centrosinistra, parentesi solidarietà nazionale e pentapartito. Con frequenti ribilanciamenti e incarnazioni, è vero, ma se guardate alle altre democrazie europee troverete le stesse varianti, semmai i nostri governanti (Andreotti su tutti) assai più stabili – direi intramontabili – che altrove. Dunque intendono durare cinque anni, in questo quadro costituzionale. A quel che si vede ora, non saranno certo le opposizioni a rendere più difficile il traguardo. I demolitori, semmai, li hanno dentro.

A mettere in difficoltà il ministro Nordio, a far tremare le giuste, ragionevoli e fin ovvie cose che sostiene non è l’opposizione politica in Parlamento (posto che una parte di quella, Azione, lo sostiene), ma l’urto corporativo delle Procure. Tanto che è toccato a un ex pm avvertire il pericolo che la politica si lasci intimidire dai pm. Allora: la maggioranza e il governo reggono alla grande l’opposizione parlamentare, ma reggono quella delle Procure? Non si divideranno, sotto quella pressione, e Nordio si dimetterà? Serve a nulla appellarsi al quinquennio, piuttosto dovrebbero passare ai fatti: a parte i decreti buco e pezza, da che parte comincia e in che tempi la riforma della giustizia? Gli aspetti costituzionali vanno nella pentola delle altre riforme o vengono cucinati a parte? Le risposte servono ora, non nell’arco dei quinquennio.

Che il governo cambi dei funzionari, anche alti, ci sta. Ma non è bello sorridere all’idea che il ragioniere generale paghi i 44 rilievi alla legge di bilancio. Pensare che debba plaudire è come volere un sistema d’allarme antincendio che non diffonda allarme e non irrori i presenti.

Si cambi pure il direttore generale all’Economia, ma quale indirizzo si fornisce al nuovo? Servono indicazioni sul negoziato del patto di stabilità, sulla vendita di titoli del debito, sulla gestione dei pacchetti azionari di società quotate in Borsa. A noi importa poco che sia Tizio o Caio, ma se prendo Tizio perché più competente e coerente con l’indirizzo del governo è buona cosa; se prendo l’amico perché tanto fanno la stessa cosa è faccenda mediocre; se la preferenza va a chi farà quel che dico, senza farmene discutere in Parlamento, è pessima faccenda.

Le risposte non possono attendere cinque anni, perché senza quelle sarebbe un pentaspreco a marinare nel nulla. Ammesso che, in quel modo, il quinquennio non si riduca a un quinto.

La Ragione

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Scatenare


Non sta scritto da nessuna parte che il 2023 debba essere un anno di sconfitte e recessione. Tutto sta a non innamorarsi delle sconfitte e della recessione, quali ottime giustificazioni delle mancate realizzazioni. All’alba del 2021 l’Italia era in condiz

Non sta scritto da nessuna parte che il 2023 debba essere un anno di sconfitte e recessione. Tutto sta a non innamorarsi delle sconfitte e della recessione, quali ottime giustificazioni delle mancate realizzazioni. All’alba del 2021 l’Italia era in condizioni miserevoli, sotto il peso di una recessione brutale e con un mondo politico sfasciato. In quelle condizioni abbiamo inanellato un biennio di crescita senza pari nel recente (e anche meno recente) passato. Nessun miracolo, ma fiducia trasmessa a imprese e lavoratori. Troppo facile prevedere malanni in un anno che sarà di rallentamento economico globale, ma meglio prenderla con il piglio di Mario Moretti Polegato (Geox): possiamo crescere, l’Unione europea ha un ruolo crescente, continueremo a vivere in un mondo di scambi globali.

Ricordiamoci che noi cittadini Ue siamo meno del 7% della popolazione globale, generiamo il 25% della ricchezza globale prodotta ogni anno e consumiamo il 50% della spesa sociale mondiale. Siamo una ricca potenza, spesso all’insaputa di tanti polemisti europei ma antieuropei. Che la presidente della Commissione europea parli di un fondo comune per lo sviluppo industriale, finanziato con emissioni di titoli europei, è un punto rilevante. Ha ragione il governo tedesco a osservare che molti fondi europei sono ancora non spesi, ma – anziché trarne motivo per battibecchi improduttivi – se ne colga il contenuto rilevante: abbiamo molta energia ancora da mettere a frutto. Che la presidente della Banca centrale europea ribadisca l’opportunità delle scelte anti inflattive, come farà anche oggi (sperando abbia un testo scritto da leggere), è cosa ovvia e rientra nella missione istituzionale, ma anziché avviare geremiadi sarebbe bene osservare che i tassi sono cresciuti (assai meno che negli Usa), che sappiamo tutti che cresceranno di qualche cosa ancora ma che lo spread scende e si tiene basso. Vuol dire che, in assenza di mattane, gli investitori non vedono un rischio maggiore. Il che rende irragionevole che vogliano suggerirlo loro taluni ministri italiani.

Oltre tutto, se si ratificasse di gran carriera il Mes, si darebbe maggiore forza al disegno che fu di Draghi e Macron di farne una agenzia capace di assorbire i titoli dei debiti pubblici che la Bce – lentamente e gradualmente – venderà. Con il che il nostro debito pubblico rimarrebbe un macigno, ma poggiato su affidabili colonne. Se il motore produttivo globale rallenterà, nel 2023 avremo una spinta minore dalle esportazioni ma avremo una spinta maggiore dagli investimenti, grazie ai fondi Ngeu. Cerchiamo di fare in modo di non mettere anche quelli nella triste lista del non speso. E avranno un effetto propulsivo fantastico se messi in sinergia con riforme e investimenti privati.

Non è una confortante premessa che si discuta di intercettazioni come se fossero la giustizia italiana, per giunta facendo finta di non sapere che si chiamano con lo stesso nome cose assai diverse. Il risultato non sarà sapere chi è più per la giustizia, ma accertare che piacciono le discussioni più inutili. Non è confortante neanche sapere che, come hanno ripetutamente chiarito i conti di “Itinerari previdenziali”, mentre ai pensionati che hanno pagato i contributi si taglia l’adeguamento della pensione a quelli che non lo fecero e hanno le minime si fanno
ulteriori regali. Non è rassicurante sapere che la spesa per l’assistenza è cresciuta fra il 2008 e il 2021 del 97,7%, ovvero il triplo della spesa pensionistica, passando da 73 a 144,2 miliardi. Tanto più che i poveri crescono assieme alla spesa per la povertà e si ha la cattiva impressione che non siano i poveri in aumento a generare la spesa, ma la spesa in aumento a generare i poveri, ovvero quanti si mettono nella condizione di potere prendere quei soldi.

Recessivo è tenersi strette le idee che generano assistenzialismo, il pietismo senza pietà. Aiutare i poveri non è spendere perché restino tali ma investire, riformare, cambiare, formare e scatenare. Le condizioni ci sono.

La Ragione

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Sì alle intercettazioni ai fini delle indagini, no alla gogna mediatica. Scrive l’avv. Benedetto


Niente bavagli, ma siccome non possiamo appellarci all’etica della responsabilità in un campo minato come è quello delle intercettazioni, agiamo a monte. L’opinione dell’avvocato Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi Diciamocelo co

Niente bavagli, ma siccome non possiamo appellarci all’etica della responsabilità in un campo minato come è quello delle intercettazioni, agiamo a monte. L’opinione dell’avvocato Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi

Diciamocelo con franchezza cosa sono divenute oggi le intercettazioni? Rappresentano la tortura dei giorni nostri, perché chi ci incappa, vede il suo nome e la sua vita spesso rovinati per sempre. Non per le intercettazioni, ma per le successive, a volte indiscriminate, pubblicazioni. Oggi non c’è bisogno della violenza fisica, basta quella informatica.

Quando dopo il XIII secolo tramontò l’Inquisizione, la frase tipica che da quel momento si trova nelle minute degli interrogatori è “confessionem esse veram, non factam vi tormentorum” (la confessione è valida, non resa sotto la violenza). Ecco, riguardo alle intercettazioni oggi si dovrebbe scrivere a verbale: le intercettazioni sono da portare a processo, solo se non preventivamente diffuse e pubblicate erga omnes. Come si ottiene ciò?

Questo è un problema. In realtà un falso problema. Perché ha ragione il sottosegretario Andrea Ostellari quando dice: la libertà di una democrazia si misura anche dalla possibilità della stampa di pubblicare opinioni (e ci mancherebbe altro!) e notizie scomode, ma questo non può trasformarsi in diritto alla gogna”.

E allora, niente bavagli. Ma siccome non possiamo appellarci all’etica della responsabilità in un campo minato come è quello delle intercettazioni, agiamo a monte. Enrico Costa segnala un dato giustissimo, ben conosciuto da tutti gli operatori della giustizia, quello di passare ai giornali le ordinanze di custodia cautelare in versione integrale. E poiché li sono riportate, per l’appunto “integralmente” tutte le intercettazioni, ecco che il gioco è fatto.

Il detto popolare “fatta la legge (divieto di pubblicazione delle intercettazioni irrilevanti) gabbato lo Santo” trova sostanza.

Altra cautela possibile quella proposta dall’U.C.P.I., per cui sono utilizzabili solo le intercettazioni relative ai reati per i quali un Giudice le ha specificatamente autorizzate. Dunque niente intercettazioni “a strascico”.

Insomma la questione centrale è sempre la stessa, l’uso di uno strumento importante per le indagini e l’abuso che se ne fa.

Uso o abuso.

Sempre nel quadro della nostra carta fondamentale che recita all’art. 15 “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”.

È la Costituzione della Repubblica Italiana.

formiche.it

L'articolo Sì alle intercettazioni ai fini delle indagini, no alla gogna mediatica. Scrive l’avv. Benedetto proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

#uncaffèconluigieinaudi☕ – La sostanza dell’economia trafficante


La sostanza dell’economia trafficante o capitalistica che gli affiliati chiamano «economia di concorrenza», non sta nel rendere schiavi gli uomini delle cose, si nell’opposto concetto di liberare gli uomini dalla schiavitù di lavorare così duramente come
La sostanza dell’economia trafficante o capitalistica che gli affiliati chiamano «economia di concorrenza», non sta nel rendere schiavi gli uomini delle cose, si nell’opposto concetto di liberare gli uomini dalla schiavitù di lavorare così duramente come prima per ottenere la stessa quantità di cose.


da Dell’uomo, fine o mezzo, e dei beni d’ozio, «Rivista di storia economica», settembre-dicembre 1942

L'articolo #uncaffèconluigieinaudi☕ – La sostanza dell’economia trafficante proviene da Fondazione Luigi Einaudi.


fondazioneluigieinaudi.it/unca…

Isabella Rauti racconta il mondo della Difesa. In punta di anfibi


Dal sostegno alla difesa transatlantica all’attenzione per il Mediterraneo, passando per le necessità e le fide delle nostre Forze armate, fino al ruolo fondamentale ricoperto dalle donne in uniforme. Questi alcuni dei temi toccati dall’ebook “In punta di

Dal sostegno alla difesa transatlantica all’attenzione per il Mediterraneo, passando per le necessità e le fide delle nostre Forze armate, fino al ruolo fondamentale ricoperto dalle donne in uniforme. Questi alcuni dei temi toccati dall’ebook “In punta di anfibi” del sottosegretario alla Difesa, Isabella Rauti, presentato ieri presso lo Studio Curtis, Mallet-Prevost, Colt & Mosle LLP alla presenza di vertici politici, militari e industriali del Paese. Un volume che ha raccolto alcune delle rubriche tenute dal sottosegretario sulla rivista Airpress tra il 2017 e la sua nomina al governo. Un racconto esaustivo, che attraversa periodi diversi delle recenti vicende delle Forze armate nazionali, ponendo l’accento sull’importanza che lo sviluppo di una “cultura della Difesa” ha per il Paese e l’opinione pubblica.

Per una cultura strategica

“La guerra in Ucraina ha fatto da effetto disvelante per l’opinione pubblica, che la guerra è un fenomeno presente, possibile, e pende sulle nostre teste”, ha spiegato Gabriele Natalizia, coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info che ha curato l’introduzione al volume del sottosegretario. Secondo il ricercatore, la guerra in ucraina ha “scioccato l’opinione pubblica”, un fenomeno ritenuto ormai passato, o relegato ad aree geografiche percepite come periferiche, è tornato in Europa, a pochi chilometri dall’Italia. “Già da un decennio gli esperti parlavano di questa possibilità”, ha sottolineato, ricordando come di questi temi le riviste Airpress e Formiche ne parlavano già dal 2017 “dedicando una rubrica speciale alla politica militare, di cui il sottosegretario Rauti era l’autrice, in una fase dove a livello di opinione pubblica, non se ne parlava”. Un lavoro che ha contribuito ad alimentare il dibattito e che è capace di definire in maniera specifica l’interesse nazionale grazie alla definizione di una “cultura strategica”.

Donne e forze armate

Sicuramente, un aspetto molto presente nel volume del sottosegretario è il ruolo delle donne in uniforme. “La data fondamentale è il 1999, quando con la legge 380 si apre all’ingresso delle donne nelle Forze armate”, avvenuto effettivamente nel 2000. “Cadeva un muro che nessuno voleva mantenere in piedi”, ha raccontato ancora Rauti, “ma i tempi sono andati un po’ lunghi. Una data non solo simbolica, ma concretamente importante”. Sulla domanda se il Paese sia indietro da questo punto di vista, il sottosegretario risponde: “La crescita è costante, e siamo gli unici, tra gli Alleati, ad avere una sezione dedicata presso lo Stato maggiore della Difesa a politiche di genere”. Tema importante è stato anche quello della maternità. “Le scelte di maternità non sono assorbite in qualsiasi ambito lavorativo, risultando penalizzanti ovunque”. Tuttavia, nelle Forze armate, dove “le gerarchie le fanno i gradi”, il pregiudizio e la discriminazione verso le donne che caratterizzano ancora diversi settori produttivi trovano minore radicamento. “Il grado fa gerarchia, fa disciplina e fa sistema” indipendentemente dal genere.

Gli impegni della Difesa

Per quanto riguarda gli impegni attuali delle Forze armate, dal Baltico all’oceano Indiano, il sottosegretario ha commentato come ci siano scenari di instabilità “aperti a tutte le latitudini”. Massima attenzione va naturalmente al Mediterraneo allegato, ai Balcani, al Medio oriente, ai fronti sud ed est dell’Alleanza. “Tutto è diventato strategico, e la postura aggressiva russa ha creato ulteriori instabilità”. Oggi più che mai, dunque, diventa importante l’impegno Nato, Onu e Ue. Nonostante questo impegno, che vede l’Italia protagonista, rimangono alcune lacune nella cultura della Difesa nazionale. “Non penso che ci sia una avversione culturale – specifica però Rauti – gli italiani amano le Forze armate. Il problema è la percezione, legata a scarsa conoscenza” di quello che concretamente fanno i militari italiani. “Dobbiamo comunicare di più e meglio quello che facciamo nel mondo come costruttori di pace”.

Realismo politico e militare

Di fronte alle instabilità globali, c’è bisogno di un’assunzione di “realismo politico e militare”, ha detto ancora Rauti, chiamando in causa gli aspetti addestrativi delle forze militari italiane. “Dobbiamo guardare la realtà del conflitto, che undici mesi fa nessuno aveva immaginato; siamo ripiombati in un clima di guerra vicino casa”. In questo contesto, allora, “l’addestramento è fondamentale, non può essere eluso. Dobbiamo prepararci a fronteggiare sfide diverse, multi-dominio, una complessità che richiede una formazione sempre più sofisticata”.

Obiettivo 2%

Per quanto riguarda l’obiettivo del 2% da destinare alla Difesa, il sottosegretario è stata chiara: “Abbiamo preso degli impegni, e siamo abituati a rispettarli”. Naturalmente permangono le criticità, non tutti i Paesi hanno raggiunto la quota stabilita in Galles, tra cui l’Italia. Tuttavia, il nostro Paese “ha dedicato l’1,17% nel 2019 e l’1,54 nel 2021. Non siamo lontanissimi dall’obiettivo”. Per Rauti “quello che conta è che abbiamo approvato un emendamento per il raggiungimento della quota entro il 2028, che può significare anche prima”. Ma per questo “l’assenso parlamentare è fondamentale”.

Industria della Difesa e programmi

Sulle dotazioni e gli equipaggiamenti per le Forze armate italiane di domani “l’obiettivo del governo è quello di avere uno strumento militare bilanciato, equilibrato in tutte le sue componenti terrestri, navali, aeree”. Questo obiettivo si intreccia naturalmente con gli sviluppi dell’industria della Difesa “e con la sempre più necessaria sovranità tecnologica che dobbiamo garantire, tutelare e monitorare”. C’è quindi la necessitò di uno sviluppo capacitivo da intrecciare con la competenza, l’innovazione e la competitività internazionale dell’industria. Naturalmente, “l’Italia non può farlo da sola, ma deve sapersi porre con in partner a testa alta”, assumendo la leadership laddove in grado di farlo e stabilendo accordi di collaborazione negli altri settori.


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Il cambio di passo di Ramstein. Tocci (Iai) legge il vertice per l’Ucraina


Si è aperta una fase nuova del supporto occidentale all’Ucraina aggredita e potenzialmente un cambio di passo per l’andamento dello stesso conflitto. È accaduto ieri al vertice di Ramstein, in Germania, del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, l

Si è aperta una fase nuova del supporto occidentale all’Ucraina aggredita e potenzialmente un cambio di passo per l’andamento dello stesso conflitto. È accaduto ieri al vertice di Ramstein, in Germania, del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, l’iniziativa lanciata dal segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin per coordinare gli sforzi degli oltre 40 Stati che inviano materiali miliari a Kiev. Al netto delle titubanze che ancora permangono a Berlino sulla concessione o meno dei carri armati Leopard, è innegabile che gli alleati abbiano aumentato il livello del materiale che intendono inviare.

Le nuove dotazioni

In prima linea ancora gli Stati Uniti, con un pacchetto da 2,5 miliardi di dollari: veicoli corazzati da combattimento (Bradley e Stryker) e antimine, veicoli da trasporto M998 Humvee. Il Regno Unito ha promesso 600 missili Brimstone, che si aggiungono ai carri armati pesanti Challenger 2. La Danimarca una ventina di cannoni Caesar. La Svezia i semoventi Archer. La Polonia si è detta pronta a consegnare 14 carri Leopard. Anche l’Italia, per voce del ministro della Difesa Guido Crosetto, continuerà a fare la sua parte “bisogna passare dalle parole ai fatti nel più breve tempo possibile”. Tutti i mezzi decisi al vertice segnano un cambio di passo. Sono mezzi più pesanti, con gittate maggiori e potenze di fuoco più elevate. Sono i segni che qualcosa sta cambiando.

Una fase di svolta nel conflitto

“Al netto del dettaglio tecnico ‘Leopardi sì, Leopard no’, il punto di fondo è che Ramstein si colloca in quella che andrei a definire una fase di svolta, una inflection politica della guerra”, spiega ad Airpress Nathalie Tocci, direttore dell’Istituto affari internazionali (Iai). Una fase la cui specificità può essere determinata da due fattori principali. Il primo: “c’è una crescente consapevolezza diffusa che il presidente russo Vladimir Putin non vuole negoziare e che l’assetto del Cremlino è quello di continuare a pianificare una escalation da parte russa”. L’aspetto da comunicare, spiega ancora Tocci, è che “Ramstein, o le decisioni occidentali sugli armamenti, non segnano o causano una escalation con Mosca, ma sono una risposta a un piano russo di escalation, di trasformazione dell’operazione speciale in una nuova guerra patriottica, anche in vista di una eventuale seconda mobilitazione”.

Per Kiev non ci sarà una seconda opportunità

Il secondo, più implicito, “è il fatto che Putin è intenzionato a continuare senza limitazioni, al contrario dell’Occidente, a partire dagli Stati Uniti, non vogliono che la guerra continui”. Per il direttore dello Iai si sta dunque aprendo una fase nuova, che porterà alla controffensiva ucraina “verosimilmente nella tarda primavera”. Questa controffensiva “sarà frutto delle decisioni sugli armamenti che i Paesi occidentali stando dando a Kiev”. Infatti, in questa fase del conflitto Kiev “dovrà liberare più territorio possibile, perché probabilmente non ci sarà una seconda occasione: quello che c’è da mettere in campo va messo adesso”. Con Ramstein, questa consapevolezza sembra essersi consolidata in Occidente. Si è superato, conclude Tocci, “il pensiero di non volere l’escalation. A escalation russa verificata, il passaggio successivo dell’Occidente deve essere ‘come reagiamo?’”.


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Arginare Nordio? Dubito. Contro di lui assedio giustizialista – Il Dubbio


Parla Giuseppe Benedetto, avvocato e presidente della Fondazione Einaudi: «Lo attaccano perché può scardinare il sistema» Giuseppe Benedetto, avvocato e presidente della Fondazione Einaudi, del cui consiglio di amministrazione Carlo Nordio è stato compone

Parla Giuseppe Benedetto, avvocato e presidente della Fondazione Einaudi: «Lo attaccano perché può scardinare il sistema»

Giuseppe Benedetto, avvocato e presidente della Fondazione Einaudi, del cui consiglio di amministrazione Carlo Nordio è stato componente dal 5 dicembre 2018 fino alla sua nomina a ministro della Giustizia: che impressione ha di questi primi mesi del Guardasigilli a via Arenula?

Senz’altro positiva. Sottoscriviamo tutto quello che il ministro ha annunciato e ci auguriamo che presto si possa passare alla concreta realizzazione di una riforma della giustizia che attendiamo da anni. Qualche timida ma positiva indicazione è venuta dalla Cartabia, ora è necessario che da Nordio venga quella spinta per procedere oltre.

Ci sono spinte diverse all’interno del governo in tema di giustizia, tant’è che sarebbe in atto un tentativo di contenere il ministro, così come riportano le cronache giornalistiche. Nordio rischia di essere messo ai margini?

A me piace parlare per fatti concludenti e non per interpretazioni giornalistiche. Ogni giorno leggo di rappresentanti dei vari partiti della maggioranza che prendono le distanze da Nordio. Non possiamo metterci seriamente a seguire voci, impressioni o illazioni. Valutiamolo con i provvedimenti. Certamente se da qui a sei mesi nessuno dei propositi annunciati da Nordio sarà sulla via della realizzazione ne trarremo delle conclusioni, che probabilmente non saranno lusinghiere per questo governo. Ma siamo ancora alle prime battute e limitandoci alle dichiarazioni dico che sono positive.

C’è un aspetto che in molti evidenziano: il suo essere stato per tutta la vita fuori dai palazzi e, in particolare, fuori da quelli romani. Questo suo “spaesamento” è un limite o un vantaggio?

La distanza dai palazzi e dalle sue logiche può essere un vantaggio. Lo svantaggio è che la macchina complessa di un ministero – e in particolare uno come quello di via Arenula – per essere governata ha bisogno o di un’esperienza pregressa o di un accelerato corso di “formazione”. Nordio stesso ha sempre detto che non si è mai occupato, in questo senso, di pubblica amministrazione e dunque il tempo glielo dobbiamo concedere. Ma ripassando le storie personali e politiche di tutti i precedenti ministri della Giustizia non so quanti avessero l’esperienza necessaria.

La giustizia è sempre il terreno di scontro privilegiato tra i partiti ma forse anche quello sul quale, alla fine, si interviene di meno. La fondazione Einaudi, anche insieme allo stesso Nordio, ha più volte proposto delle ricette ed indicato urgenze ed emergenze. Che suggerimenti dà al ministro?

Come ripeto quotidianamente, la riforma delle riforme necessaria per il Paese è quella della separazione delle carriere. Ci ho scritto anche un libro, la cui prefazione è di Carlo Nordio, dal titolo “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere”. Oggi con i magistrati alcuni temi non sono più un tabù, però su questo non si può avere un confronto civile, approfondito e chiarificatore. La risposta è sempre: “Non è quello il problema”. Ma se per la Fondazione Einaudi, per l’Unione delle Camere penali – assieme alla quale abbiamo depositato parecchi anni fa una proposta di legge costituzionale – e i Radicali questo tema è fondamentale, perché i magistrati non vogliono affrontarlo? Dalla separazione delle carriere si dipanano mille cunicoli spesso invisibili e sotterranei. Ne dico solo uno: le valutazioni dei magistrati. Come ben sa si valutano tra di loro e la valutazione è sempre l’eccellenza. Il fascicolo delle performance, tra le riforme più semplici della Cartabia, ha addirittura provocato uno sciopero. Com’è possibile? Perché in Italia la casta è questa. I magistrati sono gli unici che ritengono di non poter essere valutati da nessuno. E dunque, la separazione delle carriere e il doppio Csm – perché noi non vogliamo un pm sottoposto al governo o a qualcun altro – servirebbero, ad esempio, per evitare questo genere di intrecci. Perché anche se si tratta di persone perbene può venire il dubbio che oggi il giudizio lusinghiero dell’uno possa servire per ottenere un domani un giudizio altrettanto lusinghiero dell’altro.

E come si realizza questa separazione?

La Fondazione Einaudi ha proposto una snella assemblea costituente per la riforma complessiva della seconda parte della Costituzione. Siamo molto scettici sulla possibilità che una bicamerale, viste le sorti infauste di tutte le bicamerali, possa essere la soluzione. Bisogna dare la parola agli elettori per eleggere 100 costituenti che possano mettere mano complessivamente, senza sbrindellarla a pezzetti, alla nostra Costituzione.

Ha avuto modo di confrontarsi col ministro in questi mesi?

Nelle settimane scorse Nordio, assieme al professore Sabino Cassese, ha partecipato alla presentazione del mio libro a Roma e ha ribadito che il suo essere ministro non gli fa cambiare idee. Certo, il suo ruolo comporta anche momenti di comprensibile equilibrio, perché fa parte di una maggioranza e ha delle responsabilità, ma ha ribadito che se gli fanno fare le cose in cui crede bene, altrimenti si dimette. Beh, è strano che un ministro dica questo subito dopo essere stato nominato: questo è il segno della determinazione di Nordio.

Quindi per tornare alla domanda sui presunti tentativi di arginamento mi sembra che la risposta sia: è difficile che lo consenta.

Non ho motivo di ritenere che Nordio pensi una cosa e ne dica un’altra. Ma lo constateremo empiricamente.

Il tema più divisivo, in questo momento, è quello delle intercettazioni e il ministro è sotto attacco per le sue idee. Lei condivide la sua posizione?

Le intercettazioni, per come sono in Italia, sono una vera indecenza e negare che siano state usate anche per fini poco nobili sarebbe offendere l’intelligenza degli italiani. Nordio è stato netto sul fatto di non voler toccare le intercettazioni, anche le più invasive, purché rispettose della persona umana, contro i reati di mafia. Ma solo chi non è mai entrato in un’aula di giustizia o non abbia mai avuto parte ad un processo può difendere questo sistema. Stiamo attenti, delle intercettazioni si può fare strame, inoltre non sono una prova, ma un mezzo di ricerca della prova. Ma a quanti processi assistiamo, ogni giorno, in cui gli unici elementi di prova portati a giudizio dall’accusa sono solo le intercettazioni? Le indagini non si fanno più e negare questo è violentare barbaramente la verità. Contro Nordio si sta creando un fronte compatto di manettari, tagliagole, giustizialisti di ogni specie perché vedono in lui l’uomo che può scardinare il sistema. Ma a me piacerebbe vivere in un Paese in cui Nordio è la normalità, non l’eccezione.

Simona Musco, Il Dubbio, pagina 1 e 2 del 21 gennaio 2023

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 4 febbraio 2023, Voghera


4 febbraio 2023, ore 11 – Sala Zonca, Piazza Meardi (Angolo Via Emilia) – Voghera intervengono PAOLO AFFRONTI ALIDA BATTISTELLA DAVIDE GIACALONE FABRIZIO PALENZONA modera NICOLA AFFRONTI L'articolo Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separaz

4 febbraio 2023, ore 11 – Sala Zonca, Piazza Meardi (Angolo Via Emilia) – Voghera

intervengono
PAOLO AFFRONTI
ALIDA BATTISTELLA
DAVIDE GIACALONE
FABRIZIO PALENZONA

modera
NICOLA AFFRONTI

L'articolo Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 4 febbraio 2023, Voghera proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Chi pensa che il 2% alla Difesa sia un target insufficiente


Il prossimo mese i ministri della Difesa dei Paesi Nato si riuniranno a Bruxelles per discutere degli aumenti di budget nel settore. Il tema è oggetto di dibattito già dal 2014, quando gli alleati promisero di aumentare la spesa per la Difesa al 2% dei Pi

Il prossimo mese i ministri della Difesa dei Paesi Nato si riuniranno a Bruxelles per discutere degli aumenti di budget nel settore. Il tema è oggetto di dibattito già dal 2014, quando gli alleati promisero di aumentare la spesa per la Difesa al 2% dei Pil nazionali.

Come sostiene Patrick Turner, già Assistant Secretary General per la politica di Difesa presso l’Alleanza atlantica in una analisi pubblicata su Cepa, l’aggressione russa all’Ucraina segna il cambiamento più radicale dell’architettura di sicurezza del continente europeo dal crollo sovietico. Inoltre, ricorda Turner, si aggiunge l’ormai evidente minaccia cinese. Per quanto gli Stati Uniti siano ancora la superpotenza globale, potrebbero avere difficoltà nel combattere due conflitti contemporaneamente.

Da qui la necessità che i Paesi europei della Nato si facciano carico della sicurezza del proprio quadrante. A questo riguardo, la promessa del 2014 di aumentare il budget militare al 2% del Pil ha avuto qualche effetto. In totale, gli alleati non statunitensi hanno speso circa 300 miliardi di dollari in più in termini reali dall’assunzione dell’impegno. Ma questo aumento è molto disomogeneo a seconda dei Paesi.

Alcuni Membri, poi, hanno promesso di raggiungere quella soglia in tempi molto lunghi: ad esempio, la Danimarca si è impegnata per il 2033, il Belgio per il 2035. Alcuni alleati chiave sono ancora lontani dal target del 2%. Ad esempio, la Germania si aggira intorno all’1.4%, nonostante la promessa di investire cento miliardi di euro addizionali. L’Italia è all’1.5%, la Spagna all’1%. Alcuni, come il Canada, non hanno nemmeno confermato questo impegno.

Il fatto è che quel tipo di target era stato fissato in un mondo ancora piuttosto diverso da quello di oggi. Diversi analisti sostengono che la soglia del 2% sia attualmente insufficiente a generare capacità credibili, che risultino quindi in una deterrenza efficace.

Lo hanno compreso gli inglesi, con il precedente primo ministro Boris Johnson che l’anno scorso ha promesso di raggiungere il 2.5% entro la fine del decennio. Liz Truss ha rincarato la dose puntando al 3%, un target poi ridimensionato da Rishi Sunak sulla cifra di Johnson. I membri che più hanno preso sul serio l’impegno ad aumentare il budget di Difesa sono, naturalmente, i Paesi dell’Europa centrale e orientale, la Polonia su tutti.

L’invasione russa, oltre a risvegliare le coscienze dei Paesi più ottimisti, ha evidenziato due tipi di problemi. Il primo è la scarsa capacità di schierare forze immediatamente pronte in caso di crisi sul fianco orientale; il secondo è la scarsa quantità di armamenti presenti negli stockpiles attuali. Entrambe le problematiche sono frutto di anni di scarsi investimenti.

Secondo Turner, l’obiettivo di budget al 2.5% sarebbe la soglia minima per limitare questi danni collaterali. E ricorda che quello era il livello di spesa degli Stati europei alla fine della Guerra Fredda, quando la minaccia russa era sensibilmente inferiore e la Cina non era neanche lontanamente simile ad oggi.


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Come cambia la guerra in Ucraina. Il punto di Marrone (Iai)


La guerra russo-ucraina evolve a livello operativo, e così la fornitura di armi occidentali all’Ucraina fino all’attuale richiesta dei carri armati Leopard di produzione tedesca. Nei primi mesi del conflitto era più incerta la capacità ucraina di difender

La guerra russo-ucraina evolve a livello operativo, e così la fornitura di armi occidentali all’Ucraina fino all’attuale richiesta dei carri armati Leopard di produzione tedesca. Nei primi mesi del conflitto era più incerta la capacità ucraina di difendere Kiev, e le forniture militari alleate si sono concentrate soprattutto su equipaggiamenti per la fanteria, compresi ad esempio mortai, mitragliatrici o sistemi di difesa anti-aerea e anti-carro portabili a spalla, che possono essere consegnati rapidamente, hanno bisogno di poco addestramento, e danno quindi un contributo immediato alle forze ucraine.

Aumentato il sostegno militare

Queste forniture continuano, insieme a equipaggiamenti di vario tipo, ma nel corso del 2022 vi sono stati tre sviluppi che hanno gradualmente elevato il livello del sostegno militare occidentale. In primo luogo, la Russia ha fallito nell’intento iniziale di prendere anche Kiev, Kharkiv e gran parte del Paese, e si è ritirata dal nord. In secondo luogo, le Forze armate ucraine hanno dimostrato di saper manovrare e combattere a livello di teatro e non solo tattico, con campagne articolate che hanno portato alla riconquista di Lyman e alla liberazione di Kherson, riprendendosi oltre un terzo del territorio occupato dalla Russia dopo il 24 febbraio. È diventata quindi più efficace la fornitura di mezzi blindati e sistemi di artiglieria di varia natura e gittata, come gli Himars americani. È stata messa in piedi una catena logistica, comprendente anche munizioni e pezzi di ricambio, e si è avviato un addestramento più corposo e sistematico al di fuori del territorio ucraino.

In terzo luogo, dallo scorso settembre la Russia ha puntato a distruggere le infrastrutture energetiche per piegare la volontà ucraina di combattere, anche ricorrendo massicciamente a droni iraniani, ed è quindi diventato prioritario per Kiev ottenere sistemi di difesa aerea e anti-missile in quantità e qualità tali da coprire non solo la linea del fronte, ma tutto il Paese – che è il più esteso in Europa a ovest della Russia. Da qui l’enfasi sui Patriot americani, donati anche dall’Olanda, ma anche l’interesse ucraino per il Samp-T italo-francese.

Le richieste di Kiev soddisfatte parzialmente

Le cose ovviamente non si sono svolte in modo semplice e lineare, in mezzo a un conflitto in Europa senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale che ha colto di sorpresa molte capitali europee. L’Ucraina ha infatti chiesto ripetutamente sistemi d’arma in tempi più rapidi e in maggiori quantità, più potenti, più a lunga gittata, e ha necessità sia di mezzi meno recenti, più facili da usare e manutenere, sia di mezzi tecnologicamente avanzati. Ma il gruppo di Paesi donatori, comprendente in primo luogo gli Stati Uniti e i principali Paesi europei, hanno soddisfatto solo parzialmente le richieste di Kiev per tre ordini di motivi. In primo luogo andava parallelamente testata la reazione russa, con l’obiettivo primario di mantenere il conflitto circoscritto ai confini ucraini internazionalmente riconosciuti (compresa quindi la Crimea), anche evitando il più possibile attacchi in territorio russo che potessero portare a un’escalation con la Nato. Lo smacco russo della ritirata da Kherson, dopo l’annessione farsa di quella e di altre tre province ucraine, ha dimostrato che il sostegno militare dell’Occidente all’Ucraina può crescere in termini qualitativi e quantitativi, senza appunto una escalation russa.

Dagli scarsi arsenali nazionali alle dinamiche politiche

Il secondo motivo per la lentezza e riluttanza specialmente in Europa a donare sistemi d’arma all’Ucraina sta nella loro scarsa disponibilità negli arsenali nazionali. Le forze armate europee fino al 2022 erano equipaggiate per una realtà ormai consolidata di deterrenza ad alta intensità ed alta tecnologia in Europa e di operazioni asimmetriche di stabilizzazione e gestione delle crisi fuori area: non per alimentare, senza farne parte, una guerra convenzionale al tempo stesso ad alta intensità, prolungata e sostanzialmente tra pari, in cui la massa e l’attrito la fanno da padrone. In altre parole, il consumo di armi, munizioni e mezzi militari in Ucraina in questi undici mesi di conflitto è stato enorme, ben superiore alle stime iniziali di tutte le parti in causa, ed i Paesi europei non possono scendere sotto una certa soglia di capacità militari per la propria difesa nazionale mentre l’industria europea fatica ad aumentare la produzione di quanto necessario. Il terzo motivo che ha ridotto ritmo e qualità del supporto militare occidentale all’Ucraina sta nelle legittime dinamiche politiche interne a Paesi democratici, dove correnti politiche e culturali per vari motivi si oppongono a tale sostegno e influenzano l’opinione pubblica ed il processo decisionale.

Una nuova evoluzione del conflitto

In questo contesto, nelle ultime settimane si sta probabilmente verificando una nuova evoluzione della guerra e quindi degli aiuti occidentali a Kiev. L’offensiva russa a Soledar ha portato a un risultato tattico decisamente modesto rispetto alla mobilitazione di forze regolari e mercenarie, Wagner in primis, e alle perdite subite da Mosca. Al tempo stesso, la controffensiva ucraina si è sostanzialmente fermata dopo Kherson, per scelta e/o per necessità rispetto all’attrito in corso. La guerra è in stallo da dicembre. Il che non vuol dire che non si combatta duramente, anzi, ma che il fronte non si muove in maniera significativa, probabilmente anche per le condizioni sul terreno dettate dal periodo invernale. In questo stallo, è verosimile che entrambe le parti in lotta si preparino per delle campagne offensive nei prossimi mesi, dalla portata e direttrici incerte ma che richiederebbero mezzi pesanti come i main battle tank.

Serve una manovra terrestre efficace

Infatti, le caratteristiche dei carri armati nella guerra moderna, come evidenziato in uno studio Iai, li rendono preziosi quanto a concentrazione di potenza di fuoco, protezione e mobilità. È tuttavia sbagliato considerarli (e utilizzarli) in maniera isolata, in quanto vanno inseriti in una manovra terrestre che combini efficacemente diversi assetti, dai veicoli blindati ai droni, dagli elicotteri alla fanteria. Non a caso è stato annunciato che l’Ucraina riceverà elicotteri da Lituania e Lettonia, veicoli blindati da Francia e Germania, ecc. Da notare come nel 2022 l’Italia abbia aiutato militarmente Kiev in termini qualitativi e quantitativi sostanzialmente comparabili a grandi Paesi europei come la Francia, come filtra da fonti ucraine e italiane nonché dalle immagini facilmente reperibili sui social media, ma non ha avuto il credito internazionale che meriterebbe a causa della scelta governativa di porre il segreto di Stato sull’invio degli equipaggiamenti italiani.

Esigenze operative

L’insistenza di Kiev per ricevere carri armati dai Paesi alleati, insieme a molti altri equipaggiamenti, nasce dunque dalle esigenze operative del conflitto. L’Ucraina ha bisogno non solo di tank di epoca sovietica già donati a decine da Polonia e Slovacchia, ma anche e soprattutto dei Leopard di fabbricazione tedesca, più moderni ed efficaci. Leopard che Varsavia, Helsinki e molte altre capitali europee hanno a disposizione ma che necessitano un’autorizzazione da Berlino per essere ri-esportati. La Gran Bretagna, confermandosi insieme a Germania e Polonia nel gruppo di testa dei Paesi donatori, ha annunciato pochi giorni fa l’invio di circa 14 carri armati Challenger 2. Sono pochi rispetto alle richieste ucraine di almeno 300 tank, ma potrebbero fare da apripista alla decina di Paesi europei che nel complesso posseggono oggi circa duemila Leopard. Gli Stati Uniti hanno aggiunto al loro già corposo pacchetto di aiuti, che comprendeva Himars, Patriot e diversi altri sistemi avanzati, i veicoli blindati Bradley funzionali proprio a una manovra offensiva dell’esercito ucraino, ma non i carri armati Abrahms che per certi versi sono troppo complessi e difficili da manutenere per Kiev. La palla è quindi nel campo europeo, e in particolar modo in quello tedesco.


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Il dilemma tra libertà e sicurezza


Temo che la disputa attorno alle intercettazioni sia molto male impostata. Perché se mi vogliono convincere dell’utilità delle intercettazioni nel combattere la criminalità, è uno sforzo vano: sono già convinto. Se mi vogliono convincere che intercettare

Temo che la disputa attorno alle intercettazioni sia molto male impostata. Perché se mi vogliono convincere dell’utilità delle intercettazioni nel combattere la criminalità, è uno sforzo vano: sono già convinto. Se mi vogliono convincere che intercettare sempre di più permetterebbe di combattere sempre meglio la criminalità, né più né meno, non obietto un solo istante.

Se mi vogliono convincere delle nuove opportunità offerte dalla tecnologia per mettere in scacco i criminali, per esempio il famoso trojan, il malware attraverso il quale si intercetta anche se l’intercettato non parla al telefono e anche se il suo telefono è spento, credetemi: fatica sprecata. Tutto vero, tutto incontrovertibile.

Se, per esempio, si trovasse il modo di intercettare ognuno di noi, fino all’ultimo, per ventiquattro ore su ventiquattro, magari con il supporto dell’intelligenza artificiale, la questione sarebbe chiusa: diventeremmo una società perfettamente onesta, e i pochi imprudenti andrebbero a far compagnia a Messina Denaro in un quarto d’ora.

Avremmo perduto la libertà, ma avremmo guadagnato la sicurezza. Ed è questa la vera grande domanda: abbiamo costruito le società liberali e democratiche per garantire il massimo della libertà a ogni individuo o le abbiamo costruite per garantirgli il massimo della sicurezza?

Le abbiamo costruite per la libertà sapendo che la libertà è un rischio o le abbiamo costruite per non correre rischi? Perché se pensiamo di averle costruite per blindarci dentro un fortino inespugnabile, vuol dire che abbiamo dimenticato le ragioni dei nostri valori fondanti, ma almeno dobbiamo dircelo.

La Stampa

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Movimenti e politica


I Verdi, in Germania, sono al governo. Le elezioni sono andate bene e si trovano in coalizione con i liberali, nel governo guidato dal socialdemocratico Scholz. Nella stessa Germania i movimenti ecologisti protestano vivacemente e per la resistenza passiv

I Verdi, in Germania, sono al governo. Le elezioni sono andate bene e si trovano in coalizione con i liberali, nel governo guidato dal socialdemocratico Scholz. Nella stessa Germania i movimenti ecologisti protestano vivacemente e per la resistenza passiva, davanti a una miniera di carbone, la polizia ha fermato diversi attivisti, compresa Greta Thunberg, che era arrivata ad aiutarli, forte della visibilità che molti media e molti governanti le hanno tributato. La scena presenta, insomma, una protesta contro le decisioni del governo, che si traduce in: ecologisti contro Verdi. La cosa è meno strana e più interessante di quanto possa apparire.

Un movimento ecologista ha tutto il diritto non solo di manifestare, ma anche di occuparsi di un solo tema. Il che vale per qualsiasi altro movimento o protesta che si concentrino su un solo punto. Chi si batte per l’ambiente non è tenuto ad avere una tesi sull’umanità dei regimi carcerari e viceversa. Danno voce a una sola esigenza e non ha alcun senso chiedere loro coerenti visioni del mondo. Nella dialettica democratica si può ben essere interni al quadro istituzionale e avversi ai governanti, mentre questo esercizio è impossibile senza democrazia e Stato di diritto. Evviva la democrazia.

I Verdi tedeschi, del resto, come l’intero governo e l’intero mondo politico, hanno dato il via libera all’estrazione e uso del carbone non certo perché avessero cambiato idea o per promuovere un revival, ma perché non avevano altra scelta. Difatti è stato detto in maniera esplicita: lo facciamo oggi, ma smetteremo di farlo al più presto, confermando gli impegni per la decarbonizzazione. Impegni presi anche con quei movimenti ecologisti, il che riguarda anche l’Italia e l’intera Unione europea. La decisione di riutilizzare il carbone sarebbe incomprensibile, incoerente e pazzesca se non fosse che a febbraio la Russia ha invaso l’Ucraina, per cui l’Ue, con le altre democrazie occidentali, ha importo pesanti sanzioni alla Russia.

In Germania il secondo gasdotto è stato abbandonato e ci si appresta a non comprare più il gas russo. Ma la società e la produzione tedesca (come la nostra e tutte) hanno comunque bisogno di energia, sicché si corre verso altre fonti e si tappa un buco temporaneo anche con il carbone. La scelta compiuta è dolorosa, ma saggia. La protesta ecologista è legittima. Il problema sta tutto in un punto dove si trova la responsabilità di garantire la compatibilità. Un movimento può sottrarsi a quel dovere, sebbene correndo il rischio di restare meramente declamatorio, ma la politica non può e non deve.

Il che vale per chi governa, ma dovrebbe valere anche per chi si oppone. Ed è qui che cascano molti asini politici. La politica seria elabora delle idee e cerca di aggregare il consenso su quelle. La politica non seria insegue il consenso adottando le idee che lo favoriscono. A forza di
praticare questo scostumato costume la politica ha preso la forma delle trasmissioni televisive: ora ci si occupa della violenza, sicché si reclamano controlli e repressione; poi c’è la pubblicità; quindi si volta pagina e ci si occupa della legittima difesa, sicché si chiede che chiunque possa avere un’arma e usarla; e se qualcuno obietta che le due cose non stanno assieme il conduttore lo mette a tacere: andiamo avanti, questo era l’argomento di prima.

A tale perversione se ne aggiunge un’altra: chi governa, volente o nolente, deve fare i conti con i fatti, ma chi sta all’opposizione si prende il lusso di ignorarli, sparandole grosse, purché siano “contro”. Risultato: quando vanno al governo gli tocca rimangiarsi tutto, magari negandolo nel mentre deglutiscono. I movimenti possono avere un solo tema e ignorare la compatibilità. La politica mai, altrimenti smette d’essere politica e diventa competizione fra vuoti vanesi sproloquianti. I Verdi tedeschi ci picchiano la testa, ma dovrebbe farlo chiunque abbia un briciolo di senso di responsabilità.

La Ragione

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Il presidente della Fondazione Einaudi ospite di Prato Riparte – notiziediprato.it


L’appuntamento è per lunedì prossimo all’ex chiesino di San Giovanni. L’avvocato Giuseppe Benedetto presenterà il suo libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere” I vertici della Fondazione Luigi Einaudi a Prato, ospiti del laboratorio po

L’appuntamento è per lunedì prossimo all’ex chiesino di San Giovanni. L’avvocato Giuseppe Benedetto presenterà il suo libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere”

I vertici della Fondazione Luigi Einaudi a Prato, ospiti del laboratorio politico Prato Riparte. Nuovo evento organizzato nell’ex chiesino San Giovanni per lunedì 23 gennaio alle ore 19, ed è un nuovo evento che alza il tiro del laboratorio che porta in città il presidente della Fondazione Einaudi, l’avvocato Giuseppe Benedetto che presenterà il suo libro “Non diamoci del tu – La separazione delle carriere” con prefazione dell’attuale Ministro della Giustizia Carlo Nordio. E con lui ci saranno Andrea Cangini, Benedetta Frucci e Marco Mariani, rispettivamente Segretario generale, membro del Comitato scientifico e Direttore affari Europei della stessa Fondazione Einaudi. E’ opportuno ricordare che la Fondazione Luigi Einaudi è il centro di ricerca che promuove la conoscenza e la diffusione del pensiero politico liberale. E’ stata costituita nel 1962 da Giovanni Malagodi. Come vision si impegna perché ogni cittadino sia in condizione di vivere, di crescere, di rapportarsi con gli altri e di prosperare in pace, attraverso il riconoscimento delle diversità, la difesa delle libertà individuali e della dignità umana, la promozione del confronto libero e costruttivo sui fatti e le idee. Come mission ha quella di promuove il liberalismo per elaborare risposte originali alla complessità dei problemi contemporanei legati alla globalizzazione e alla rapida evoluzione tecnologica, al fine di favorire le Libertà individuali e la prosperità economica.

Proprio la settimana scorsa l’avvocato Giuseppe Benedetto, insieme ad Alessandro De Nicola, Oscar Giannino e Sandro Gozi, è stato tra gli organizzatori dell’iniziativa Costituente Libdem, tenutasi a Milano nell’auditorium San Fedele, con l’incontro dal titolo “Le sfide della liberaldemocrazia in Europa. Come rafforzare Renew Europe e Partito democratico europeo”. Un evento al quale hanno partecipato i leader dei principali partiti italiani che rientrano nel campo liberale riformista, a cominciare da Carlo Calenda e Matteo Renzi, rispettivamente segretari di Azione e Italia Viva ma che ha visto anche le presenze di Benedetto Della Vedova (Più Europa), Giulia Pastorella, Maria Stella Gelmini, Marco Cappato e molti altri esponenti del mondo della politica, delle istituzioni, dell’università e della cultura. Un evento che, riportato su un piano nazionale, altro non è stato che una riproposizione in grande di quello che Prato Riparte sta portando avanti da quasi due anni in città.

notiziediprato.it

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Separazione delle carriere, ecco il dibattito – lanazione.it


Lunedì i vertici della Fondazione Einaudi all’ex chiesino di San Giovanni. Iniziativa di Prato riparte Si parlerà della separazione delle carriere nel sistema giudiziario lunedì prossimo, 23 gennaio, all’ex chiesino di San Giovanni. L’occasione è data d

Lunedì i vertici della Fondazione Einaudi all’ex chiesino di San Giovanni. Iniziativa di Prato riparte

Si parlerà della separazione delle carriere nel sistema giudiziario lunedì prossimo, 23 gennaio, all’ex chiesino di San Giovanni.
L’occasione è data dall’iniziativa promossa dal laboratorio politico Prato Riparte, che ha invitato in città i vertici della Fondazione Luigi Einaudi. Stiamo parlando del centro di ricerca che promuove la conoscenza e la diffusione del pensiero politico liberale. L’appuntamento sul
retro del Castello dell’Imperatore è per le 19. Presente il presidente della Fondazione Einaudi, l’avvocato Giuseppe Benedetto che presenterà il suo libro «Non diamoci del tu – La separazione delle carriere» con prefazione dell’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Ad affiancare Benedetto ci saranno Andrea Cangini, Benedetta Frucci e Marco Mariani, rispettivamente segretario generale, membro del
comitato scientifico e direttore affari europei della stessa Fondazione. A moderare il dibattito saranno i giornalisti Nadia Tarantino
di Notizie di Prato e Pasquale Petrella de Il Tirreno.

La Fondazione Einaudi è stata costituita nel 1962 da Giovanni Malagodi e da decenni si impegna affinché ogni cittadino sia in condizione di vivere, di crescere, di rapportarsi con gli altri e di prosperare in pace, attraverso il riconoscimento delle diversità, la difesa delle libertà individuali e della dignità umana, la promozione del confronto libero e costruttivo sui fatti e le idee. Prato Riparte nell’annunciare la serata sottolinea come il laboratorio politico abbia «alzato il tiro» nel livello delle iniziative organizzate. E ricorda come proprio la settimana scorsa l’avvocato Giuseppe Benedetto sia stato tra gli organizzatori dell’iniziativa «Costituente Libdem». Un incontro al quale hanno partecipato
alcuni leader politici del campo liberale riformista.

lanazione.it

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#uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – II nostro mondo moderno…


II nostro mondo moderno è indissolubilmente legato alla tecnica ed alle sue applicazioni pratiche Dell’uomo, fine o mezzo, e dei beni d’ozio, «Rivista di storia economica», settembre-dicembre 1942 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – II nostro mondo
II nostro mondo moderno è indissolubilmente legato alla tecnica ed alle sue applicazioni pratiche

Dell’uomo, fine o mezzo, e dei beni d’ozio, «Rivista di storia economica», settembre-dicembre 1942

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fondazioneluigieinaudi.it/unca…

A Davos il sostegno militare all’Ucraina, tra Nato e intelligence


Sostenere l’Ucraina “è anche nei nostri interessi”, ha dichiarato Avril Haines, direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, intervenendo al World Economic Forum di Davos. “Il conflitto in Ucraina ha un impatto mondiale, un impatto economico

Sostenere l’Ucraina “è anche nei nostri interessi”, ha dichiarato Avril Haines, direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, intervenendo al World Economic Forum di Davos. “Il conflitto in Ucraina ha un impatto mondiale, un impatto economico e anche delle conseguenze sulla forza delle nostre alleanze e sulla capacità di dare risposte a future possibili crisi”, ha spiegato. Per Kyiv “sarà fondamentale continuare a ricevere armi” e “credo” che il presidente statunitense Joe Biden “continuerà a fornire armi”, ha aggiunto.

Parole pronunciate nel corso del dibattito “Ripristinare la sicurezza e la pace” al World Economic Forum di Davos (tra i partecipanti anche Richard Moore, capo di MI6, il sevizio d’intelligence britannico per l’estero). Sul palco il presidente polacco Andrzej Duda, le vicepremier Chrystia Freeland del Canada e Yuliia Svyrydenko dell’Ucraina e Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato. Quest’ultimo ha chiesto di aumentare l’invio di armi all’Ucraina in questo momento critico. “Le armi sono la via per la pace”, ha detto. “Ciò che accade intorno al tavolo dei negoziati dipende totalmente dalla forza sul campo di battaglia. E se vogliamo che l’Ucraina prevalga, allora ha bisogno della forza militare”, ha aggiunto descrivendo la guerra come “lotta per la democrazia”.

È “estremamente importante” che il presidente russo Vladimir Putin “non vinca questa guerra: sarebbe una tragedia per gli ucraini, ma anche molto pericoloso per tutti noi. Perché allora il messaggio ai leader autoritari, non solo a Putin, ma anche ad altri leader autoritari, è che quando usano la forza brutale, quando violano il diritto internazionale, ottengono ciò che vogliono”, ha dichiarato. “E questa sarebbe una lezione molto negativa e pericolosa. Renderebbe il mondo più pericoloso e noi più vulnerabili”, ha concluso.

Gli alleati ne parleranno domani quando si riunirà nuovamente nella base aerea americana di Ramstein, in Germania, l’Ukraine Defense Contact Group, il Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, promosso dal segretario alla Difesa americano, per favorire un confronto periodico e un raccordo tra i Paesi (oltre 40) che aderiscono alle iniziative di supporto alle Forze armate ucraine. Lì “decideremo insieme agli Alleati l’invio di ulteriori aiuti che, per la parte italiana, confluiranno in un eventuale sesto decreto”, ha dichiarato Guido Crosetto, ministro della Difesa, intervistato da Formiche.net nei giorni scorsi dopo una telefonata con l’omologo statunitense Lloyd Austin.

Restoring Security and Peace with @AndrzejDuda, @cafreeland, Avril Haines (@ODNIgov), @jensstoltenberg (@NATO), Yulia Svyrydenko (@mineconomdev) and @FareedZakaria (@CNN). #wef23 t.co/w7S6HK87Cz

— World Economic Forum (@wef) January 18, 2023


formiche.net/2023/01/sostegno-…

Alla politica industriale servono gli Eurobond


Avviare la creazione di un Fondo sovrano europeo può essere, se non la soluzione definitiva, una tappa di avvicinamento verso un’Europa che ha finalmente come obiettivo quello di mettere in campo tutto il suo effettivo potenziale Nessun Paese, nessuna naz

Avviare la creazione di un Fondo sovrano europeo può essere, se non la soluzione definitiva, una tappa di avvicinamento verso un’Europa che ha finalmente come obiettivo quello di mettere in campo tutto il suo effettivo potenziale


Nessun Paese, nessuna nazione, riuscirà da sola a gestire le sfide di politica industriale che attendono l’Europa, stretta tra lo sforzo di Joe Biden di trasformare gli Usa in una grande superpotenza della sostenibilità e di Xi Jinping impegnato a non recedere dal piano di egemonia commerciale e di primazia nelle tecnologie. Il contraltare dello sforzo di oltre 400 miliardi di dollari degli Stati Uniti non può essere limitato a una deroga sull’uso degli aiuti di Stato. La capienza fiscale necessaria resterebbe appannaggio dei soliti noti (Germania e Francia) e finirebbe con l’esasperare le diseguaglianze competitive a tutto danno, alla fine, della competitività stessa dell’Europa, le cui catene del valore manifatturiero sono interconnesse più che mai.

Le sfide sono colossali come è quella di creare le gigafactory – in tempi brevi – per garantire la produzione di batterie al litio per le future auto elettriche o quella di realizzare gli insediamenti necessari a superare la dipendenza dalla Cina nella fabbricazione dei microchip. Per l’Europa sarà decisivo anche l’assetto finale delle reti, siano esse gasdotti (ma fino a quando si dovrà far conto sul gas e non sulle rinnovabili?) o infrastrutture per le tlc, a cominciare dal 5G su cui l’Unione Europea si sta disimpegnando rispetto alla Cina senza cadere nella dipendenza con gli Stati Uniti.

Non è dirigismo, ma l’Europa è chiamata ad avere una visione sulle scelte strategiche e sulle concrete implicazioni verso i 27 Partner, su quali debbano essere, ad esempio, gli eventuali hub da cui far partire il nuovo sistema nervoso infrastrutturale del Continente. Affidare queste scommesse al solo uso in deroga degli aiuti di Stato – come sembra aver fatto intendere Ursula von der Leyen – è di per sé miope e comunque insufficiente nelle capienze finanziarie in grado di dispiegare. Solo una forma di finanziamento condiviso, di emissione comune di debito potrà ovviare alle inevitabili angustie finanziarie in cui l’Europa sarebbe costretta a dimenarsi.

La partita del 2023 sulle nuove regole fiscali è intrecciata con gli orizzonti concreti della politica industriale: la riforma del Patto di stabilità e crescita finalizzato a premiare la capacità di investimento dei singoli Paesi, la ratifica finale del Mes riformato che ha ormai preso le sembianze di un fondo salva banche, ma anche la messa a punto di eventuali nuovi strumenti di finanziamento sulla falsariga dell’esperienza del Pnrr, del programma Sure sugli ammortizzatori sociali, del programma di aiuti destinati all’Ucraina.

La parola eurobond è sempre meno tabù in questa Europa che ha compreso il suo potenziale di soggetto unico (ad esempio durante la risposta alla pandemia) ma fatica ad abbandonare le dialettiche tra gli interessi nazionali. Avviare la creazione di un Fondo sovrano europeo – anch’ esso annunciato più volte da Ursula von der Leyen – può essere, se non la soluzione definitiva, una tappa di avvicinamento verso un’Europa che ha finalmente come obiettivo quello di mettere in campo tutto il suo effettivo potenziale.

Il Sole 24 Ore

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Scuola di Liberalismo 2022 – Messina: lezione di Maurizio Ballistreri sul tema “Il manifesto di Marx”


Ottavo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta princip

Ottavo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articola in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica. La ottava lezione si svolgerà giovedì 19 gennaio, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta dal prof. Maurizio Ballistreri (Ordinario di Diritto del Lavoro presso l’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “Il Manifesto” di Karl Marx, considerata il testo-chiave di quella scuola di pensiero sociale, economico e politico nota come “marxismo” e che è una spietata e allo stesso tempo scientifica analisi della società capitalistica nelle sue più profonde contraddizioni. La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

Visita la pagina della Scuola di Liberalismo 2022 – Messina


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Dialogo e riforme: giustizia, lo scatto possibile – corriere.it


Auspicabile un sussulto bipartisan delle forze politiche (almeno di buona parte di esse) e di una grandissima fetta di magistratura, la quale non ha alcuna voglia di essere tirata dentro guerricciole di fazione In un volume pubblicato undici mesi fa, pe

Auspicabile un sussulto bipartisan delle forze politiche (almeno di buona parte di esse) e di una grandissima fetta di magistratura, la quale non ha alcuna voglia di essere tirata dentro guerricciole di fazione

In un volume pubblicato undici mesi fa, per i trent’anni di Tangentopoli, «Giustizia, ultimo atto», Carlo Nordio, allora semplice magistrato in pensione, anticipava con chiarezza le linee di riforma che ha poi esposto a dicembre alla Camera e al Senato nella sua nuova veste di Guardasigilli. Sicché, di fronte a talune reazioni di dissenso, ha replicato che tutti conoscevano da un pezzo le sue convinzioni di garantista liberale. Aggiungendo che, se era stato posto al vertice del ministero di via Arenula, è perché si voleva che le traducesse in pratica. Su questa seconda proposizione qualche dubbio deve nutrirlo lui stesso, avendo sentito allora il bisogno di sottolineare in sede parlamentare la sua determinazione a dimettersi ove non gli fosse consentito di svolgere il proprio compito fino in fondo: frase abbastanza irrituale per un ministro appena nominato e con una solida maggioranza alle spalle.

La verità, come Nordio sa bene, è che, nell’agenda di grandi riforme immaginata da Giorgia Meloni, quella della giustizia è forse la più divisiva in potenza: persino dentro una coalizione vittoriosa, sì, ma ideologicamente assai eterogenea. Passati il giubilo e i (doverosi) applausi al Ros, l’arresto di Matteo Messina Denaro ha subito surriscaldato il clima. Da un lato prefigurando una nuova stagione di rivelazioni presunte e di veleni sicuri su eventuali «livelli superiori» (dunque politici) di connivenza col boss.

Dall’altro rinfocolando tensioni sottotraccia con un giustizialismo trasversale al Parlamento e al Paese che vede, ad esempio, come fumo negli occhi le critiche di Nordio alle intercettazioni. Sicché, intervenendo ieri in Senato, il ministro è stato costretto a spiegare l’ovvio, sotto la pressione di sortite mediatiche delle Procure: che gli ascolti come strumento di indagine contro mafiosi e terroristi non si discutono; da rivedere è invece l’idea che costituiscano una prova in sé (e non una pista investigativa) e che possano essere abusati a strascico su soggetti non indagati, fino alla loro enfatizzazione mediatica. Già sull’abuso d’ufficio, reato poco tipizzato e troppo ricorrente (venti condanne su cinquemila indagini in dodici mesi) che indurrebbe alla «paura della firma» sindaci e amministratori pubblici, si arriverà a fine mese a un compromesso tra la cancellazione tout court voluta in origine da Nordio e un tagliando pur accurato. Scricchiolii in una materia, la giustizia, che è sempre stata esiziale per la vita dei governi. Ancora nulla a confronto di ciò che potrebbe avvenire quando si mettesse mano al corpo vivo dell’impianto giudiziario.

Se una vera separazione delle carriere e la discrezionalità dell’azione penale sono obiettivi ambiziosi e legittimi ma da conseguire con i tempi e i modi di un mutamento costituzionale, ci sono materie controverse su cui una maggioranza coesa potrebbe fare da traino con legge ordinaria. Il traffico di influenze e il concorso esterno potrebbero ad esempio, nell’arco della legislatura, essere rivisti senza mettere mano alla Costituzione. Quanto all’uso delle intercettazioni, basterebbe un episodio recente, lo scontro surreale tra Luca Zaia e Andrea Crisanti (nato da una frase del governatore veneto contro il noto microbiologo «rubata» da una microspia e allegata agli atti di un’indagine che non riguarda nessuno dei due) per dimostrare l’invasività politica dello strumento e la debolezza delle riforme fin qui fatte per limitarlo.
Il problema va ben oltre le questioni di tecnica giuridica.

Lo stesso Nordio lo coglie con efficacia nel volume già citato: il ruolo di supplenza esercitato dalle toghe, ricorda da ex toga, è stato consentito dai partiti al tempo di Mani Pulite con «una ritirata precipitosa e un’abdicazione miserevole». Il nodo continua a paralizzare da trent’anni il Paese: per debolezza e scarsa credibilità, la politica tuttora tende, almeno in alcune sue articolazioni, a ripetere la propria legittimazione dalla magistratura. L’attuale maggioranza non dovrebbe avere problemi del genere, forte com’è dell’investitura popolare di Giorgia Meloni. Tuttavia, nel partito della premier non è così piccola la componente giustizialista di antica memoria, accanto alla quale ne va emergendo una, diciamo così, pragmatica: questa parte più accorta alla tattica si domanda se, visto il vantaggio per il governo derivante dalla totale inanità delle opposizioni politiche, divise e litigiose tra loro, sia davvero il caso di andare a stuzzicare l’unica forza del Paese in grado di produrre un’opposizione de facto, la magistratura. Ragionamenti del genere sono di certo arrivati fino all’orecchio della premier, che ha fortemente voluto Nordio al ministero della Giustizia.

La faccenda, come si vede, può diventare un inciampo notevole per la coalizione di centrodestra. Sarebbe superabile solo con un sussulto bipartisan delle forze politiche (almeno di buona parte di esse) e, verrebbe da auspicarsi, di una grandissima fetta di magistratura, la quale non ha alcuna voglia di essere tirata dentro guerricciole di fazione che ne diminuiscono autorità e prestigio agli occhi dei cittadini.
È noto che mai nessuna commissione in Italia ha risolto granché e che, anzi, la sua stessa istituzione porta spesso a rinviare sine die il problema di cui dovrebbe occuparsi. Tuttavia, se la grande questione giudiziaria fosse ricondotta almeno a un dialogo razionale e non di parte, non poche regole della nostra convivenza civile potrebbero essere riconsiderate dopo trent’anni di contrapposizioni. Tra queste, e di portata costituzionale, non si dovrebbe dimenticare l’immunità parlamentare, abolita a «furor di popolo» in conseguenza degli abusi che ne fece la mala politica della Prima Repubblica e, tuttavia, più che mai necessaria all’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Nella prima e più bilanciata formulazione della riforma del 1993, ricorda Giuseppe Benedetto nel suo «L’eutanasia della democrazia», s’era deciso non di eliminarla ma di posticiparla alla fine delle indagini preliminari, così che il Parlamento avesse elementi più concreti (e non ideologici o di camarilla) per valutare l’eventuale fumus persecutionis del magistrato contro il politico. Le monetine contro Craxi e il terrore della piazza spazzarono via, col coraggio, anche molto buonsenso.

Corriere.it

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Accasati


Stanno mettendo le mani sulla nostra casa; l’Europa vuole una patrimoniale mascherata; non si è mai visto che si pretenda di stabilire cosa devo fare dentro casa mia; viola il diritto di proprietà impedendo anche di venderla; quel che chiedono è impossibi

Stanno mettendo le mani sulla nostra casa; l’Europa vuole una patrimoniale mascherata; non si è mai visto che si pretenda di stabilire cosa devo fare dentro casa mia; viola il diritto di proprietà impedendo anche di venderla; quel che chiedono è impossibile e sarà una stangata pazzesca, eccetera. Pretendere che la si smetta di usare i nomi dei continenti e si prenda atto che si chiama Unione europea è forse troppo, ma almeno che le sciocchezze non siano dette a due a due finché non fa dispari. Vediamole, nel merito, per poi passare a cosa si può fare per arricchirsi grazie alla direttiva europea che manco ancora esiste.

Non è né potrebbe essere una patrimoniale, in compenso quella mascherata esiste di già e si chiama: Tasi, poi Tari. È calcolata in base alla grandezza di case e uffici, stimando da quella la quantità di spazzatura prodotta. La paghiamo alle municipalizzate, molte delle quali disfunzionali e con uno straordinario paradosso, che raggiunge il suo apice nella capitale: meno funziona il servizio e più sei tenuto a pagare.
I vincoli relativi all’interno delle nostre case e dei nostri uffici ci sono già. L’impianto elettrico deve essere a norma, la caldaia deve essere periodicamente revisionata, l’impianto del gas deve essere regolamentare e via andando.

Nessuna di queste cose ha fatto dubitare dell’esistenza del diritto di proprietà. Pericolo non rintracciabile neanche nel divieto di vendita, che si trova nelle chiacchiere di chi non ha mai letto quello di cui discetta, ma non nel testo base della direttiva in discussione. In compenso esiste già l’obbligo degli impianti a norma nel caso si voglia mettere a reddito l’immobile. Vabbè spararle grosse, ma qui si esagera. Circa l’impossibilità di ottemperare ai futuri ed eventuali obblighi, mi sfugge cosa ci sia di impossibile nel predisporre gli edifici in costruzione (in costruzione), entro il 2030, alle emissioni zero, mentre per gli altri l’orizzonte è quello del 2050.

Più difficoltoso il passaggio almeno alla classe D (meno inquinante) entro il 2033, ma questo è tema subordinato ai piani nazionali e semmai di razionale negoziato, non di schizzato allarme. Tenuto conto, per arrivare alla stangata, che la Francia anticipa anche quella data e con
l’Olanda pone già limiti a vendite ed affitti. Liberi di farlo, perché si tratta di leggi nazionali, ma non lo scelgono per masochismo, bensì per convenienza. Immobili più coibentati ed autosufficienti valgono di più e la loro gestione costa di meno. Sia che io sia il proprietario o l’abitante ne traggo un vantaggio. Se sono il proprietario residente il vantaggio è doppio. Quindi, razionalmente, la faccenda si sposta
sul piano finanziario: chi ci mette i soldi? L’orrido bonus 110% ha avuto effetti inflattivi e distorsivi ed ha generato spesa pubblica e debiti per tutti, mentre benefici per molto pochi. Una porcheria da non replicare.

Qui le cose utili sarebbero tre: a. una volta approvata e recepita la direttiva per le banche si apre un succoso e duraturo mercato, sicché sarebbe utile agevolare le norme a garanzia, in modo che i prestiti incontrino il favore dei clienti; b. il fisco può molto agevolare sgravando dal suo peso, giovandosi di un mercato crescente e tassabile e preparandosi a incassare di più, domani, dalla compravendita di immobili di
maggiore valore; c. prepararsi ed evitare che tutto s’impantani nella mefitica palude dei permessi e della burocrazia. Salto il pistolotto sul mondo pulito e il rispetto dell’ambiente (gli immobili assorbono il 40% del consumo energetico e generano il 36% dei gas inquinanti), perché di sviolinatori senza spartito è piena la piazza, tutti a orecchio e molti stonati. Certo, volere il mondo pulito tenendosi la casa sporca sarebbe un ribaltamento del costume nazionale, dove il tinello lindo affaccia sulla strada lercia. Chiedere come sia pensabile che l’Ue voglia affamare gli europei o come sia pretesa rivolta ai soli italiani, infine, potrebbe mettere in crisi tanti accasati in certezze prive di fondamento.

La Ragione

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Intervento del Vice Presidente Davide Giacalone alla Costituente LDE – Milano,14 Gennaio

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Tutti i dossier sul tavolo della riunione di Ramstein. Scrive Jean


Domani, 20 gennaio, si terrà a Ramstein una riunione dei 40 Stati che forniscono armi all’Ucraina. L’Italia dovrebbe comunicare la composizione della sua sesta tranche di aiuti militari, recentemente autorizzata dal Parlamento. Gli altri principali Stati

Domani, 20 gennaio, si terrà a Ramstein una riunione dei 40 Stati che forniscono armi all’Ucraina. L’Italia dovrebbe comunicare la composizione della sua sesta tranche di aiuti militari, recentemente autorizzata dal Parlamento. Gli altri principali Stati hanno già fatto. È opportuno che non vi siano ulteriori ritardi. Il “piatto forte” della riunione riguarderà la fornitura di carri armati. Sono necessari agli ucraini per riconquistare i territori perduti. Una decisione positiva significherebbe che il “Gruppo di sostegno all’Ucraina” ha accettato gli obiettivi di Kiev. Finora aveva dominato la cautela, per il timore di provocare un’escalation del conflitto, come nel caso del rifiuto della no fly zone e nella restrizione della gittata dei missili forniti all’Ucraina.

L’invio di nuove armi a Kiev ha sollevato critiche in Italia da una parte dell’opposizione. Gli slogan utilizzati sono stati: “Trattative non armi” e “l’Ucraina ha già armi a sufficienza”. Dato che il nostro Paese ha deciso di sostenere Kiev, sarebbe un tradimento difficilmente giustificabile, anche per ragioni di principio e di prestigio nazionale. Le pretese degli oppositori all’invio di armi – espresse dai due slogan prima ricordati – sono poi del tutto scollate dalla realtà.

Per quanto riguarda l’inizio di trattative e la cessazione anche temporanea dei combattimenti, l’Italia non ha il “peso” politico necessario. La possibilità di usare nei riguardi di Kiev la leva degli aiuti militari è del tutto irrilevante. Fornisce all’Ucraina solo poco più dell’1% del totale delle armi e munizioni che riceve dall’Occidente. Una dissociazione dal “gruppo di sostegno all’Ucraina”, avrebbe un impatto politico. Non tanto sugli esiti del conflitto, quanto uno fortemente negativo sulla posizione e il prestigio internazionale dell’Italia. I vantaggi che un “niet” avrebbe sul consenso dell’opinione pubblica a favore dei partiti che lo sostengono sarebbero marginali, rispetto ai danni che ne deriverebbero. Non otterremmo nulla da Mosca, se non qualche sperticato elogio di essere “costruttori di pace”, beninteso della “pace del Cremlino”.

A parte ogni altra considerazione, i nostri alleati non apprezzerebbero tale “strategia di Caino” e ce la farebbero pagare cara. “Strategia di Caino” perché le critiche all’invio di armi sono spesso ipocritamente accompagnate da dichiarazioni – spesso da urla – di amicizia per gli ucraini aggrediti. Un tempo il diniego di fornire a Kiev i mezzi per difendersi veniva giustificato sostenendo che l’aggressione di Mosca fosse colpa della Nato. Visto che la motivazione ha perso ogni credibilità, oggi vengono giustificate soprattutto in due altri modi.

Primo, con il fatto che gli ucraini avrebbero ricevuto già armi a sufficienza e che un loro ulteriore rafforzamento rischierebbe di provocare un’escalation forse anche nucleare del conflitto. Secondo, che gli ucraini non potranno mai vincere la Russia, con le sue enormi capacità di mobilitazione. Esse verranno attivate malgrado il crescente dissenso dell’opinione pubblica e le palesi divisioni dell’élite del Cremlino fra realisti/moderati e radicali fautori di una guerra ad oltranza, non adeguatamente utilizzate dall’Occidente per cercare un accordo e sostituire i combattimenti con negoziati.

Tali motivazioni mi sembrano inconsistenti. Cercano malamente di mascherare i propri veri obiettivi, che riguardano la ricerca del consenso interno perseguita in modo cinico, senza considerare l’interesse generale.

Il significato dell’affermazione che l’Ucraina abbia già armi a sufficienza andrebbe dimostrato. Sufficienza per fare che cosa? Per rioccupare i territori perduti o per non cederne altri? Sufficienza rispetto alle attuali o alle future forze che saranno schierate dai russi? Come si fa a dire che Kiev abbia già armi a sufficienza quando le sue città continuano a subire rilevanti danni? Bisognerebbe fare almeno un’eccezione per i sistemi contraerei e antimissili. Saranno gli ucraini in condizioni di resistere ad una nuova mobilitazione russa e al potenziamento del Gruppo Wagner con carcerati (secondo il portavoce del Pentagono avrebbe in Ucraina i 50.000 uomini, di cui 10.000 a contratto e 40.000 carcerati)?

Non è vero che non vi siano stati vari tentativi di negoziati di pace. Dall’inizio del conflitto ve ne sono stati molti. Finora i loro risultati sono stati limitati. Hanno riguardato lo scambio di prigionieri e le esportazioni di grano. Certamente hanno anche la limitazione del conflitto, per evitarne in particolare l’escalation nucleare. Una seria trattativa di pace potrebbe iniziare solo quando entrambi i contendenti riterranno di poter ottenere al tavolo negoziale risultati migliori di quelli che sperano di raggiungere sul campo di battaglia. Oggi non è così. Occorrerà attendere i risultati delle offensive che sia russi che ucraini stanno preparando. In caso di successo ucraino e di crisi al Cremlino, sarà possibile una trattativa; qualora il successo fosse dei russi, verosimilmente gli ucraini continueranno la loro resistenza con la strategia della guerriglia, a cui si erano preparati dopo il 2014 quando erano persuasi di non poter resistere a un’aggressione russa; qualora infine entrambe le offensive fallissero e la guerra si trasformasse in una di logoramento, si potrebbero creare le condizioni per il congelamento del conflitto, secondo il modello attuato in Corea.

A parer mio, se si vuole far terminare o congelare il conflitto, il modo più logico di farlo è proprio quello di fornire agli ucraini le armi necessarie per infliggere ai russi perdite inaccettabili. A consolidare l’intransigenza di Kiev nel rifiuto di cedere alla Russia qualsiasi parte del suo territorio nazionale – quindi, in pratica, di rifiutare ogni negoziato – è intervenuto il nuovo terremoto nel comando militare russo, sintomo del contrasto fra una fazione più realistica e moderata e una più radicale, nonché fra i militari e le forze che fanno capo direttamente a Putin, come il Gruppo Wagner e le milizie cecene.

Il Capo di Stato Maggiore Generale, Victory Gerasimov, esponente della prima, ha sostituito all’improvviso il gen. Sergei Surovikin, legatissimo al capo del gruppo Wagner e fautore di una guerra ad oltranza. Certamente Surovikin non aveva ottenuto risultati brillanti. Kherson era stata evacuata; l’offensiva missilistica contro le città e il sistema elettrico ucraino non aveva piegato Kiev; i riservisti mobilitati avevano subito consistenti perdite, a cui non erano corrisposti adeguati successi; il caos dei rifornimenti logistici continuava. Ma la sua improvvisa sostituzione e relativo ridimensionamento non dipendono dai risultati ottenuti in Ucraina. Comunque, un nuovo fallimento potrebbe indurre il Cremlino a trattare.

Eventuali trattative non potranno essere limitate all’Ucraina. Dovranno estendersi all’architettura europea di sicurezza e, forse, anche a quella dell’Asia-Pacifico. Come abbiamo già suggerito, i tavoli negoziali dovranno essere due. Uno fra la Russia e l’Ucraina. Il secondo fra la Nato e la Russia o l’Eurasia. In esso dovranno essere considerate quelle che, alquanto impropriamente, Macron ha definito “garanzie di sicurezza alla Russia”.


formiche.net/2023/01/invio-arm…

Il presidente della Fondazione Einaudi ospite di Prato Riparte – reportpistoia.com


L’appuntamento è per lunedì prossimo all’ex chiesino di San Giovanni. L’avvocato Giuseppe Benedetto presenterà il suo libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere” I vertici della Fondazione Luigi Einaudi a Prato, ospiti del laboratorio poli

L’appuntamento è per lunedì prossimo all’ex chiesino di San Giovanni. L’avvocato Giuseppe Benedetto presenterà il suo libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere”

I vertici della Fondazione Luigi Einaudi a Prato, ospiti del laboratorio politico Prato Riparte. Nuovo evento organizzato nell’ex chiesino San Giovanni per lunedì 23 gennaio alle ore 19, ed è un nuovo evento che alza il tiro del laboratorio che porta in città il presidente della Fondazione Einaudi, l’avvocato Giuseppe Benedetto che presenterà il suo libro “Non diamoci del tu – La separazione delle carriere” con prefazione dell’attuale Ministro della Giustizia Carlo Nordio. E con lui ci saranno Andrea Cangini, Benedetta Frucci e Marco Mariani, rispettivamente Segretario generale, membro del Comitato scientifico e Direttore affari Europei della stessa Fondazione Einaudi.

E’ opportuno ricordare che la Fondazione Luigi Einaudi è il centro di ricerca che promuove la conoscenza e la diffusione del pensiero politico liberale. E’ stata costituita nel 1962 da Giovanni Malagodi. Come vision si impegna perché ogni cittadino sia in condizione di vivere, di crescere, di rapportarsi con gli altri e di prosperare in pace, attraverso il riconoscimento delle diversità, la difesa delle libertà individuali e della dignità umana, la promozione del confronto libero e costruttivo sui fatti e le idee. Come mission ha quella di promuove il liberalismo per elaborare risposte originali alla complessità dei problemi contemporanei legati alla globalizzazione e alla rapida evoluzione tecnologica, al fine di favorire le Libertà individuali e la prosperità economica.

Proprio la settimana scorsa l’avvocato Giuseppe Benedetto, insieme ad Alessandro De Nicola, Oscar Giannino e Sandro Gozi, è stato tra gli organizzatori dell’iniziativa Costituente Libdem, tenutasi a Milano nell’auditorium San Fedele, con l’incontro dal titolo “Le sfide della liberaldemocrazia in Europa. Come rafforzare Renew Europe e Partito democratico europeo”. Un evento al quale hanno partecipato i leader dei principali partiti italiani che rientrano nel campo liberale riformista, a cominciare da Carlo Calenda e Matteo Renzi, rispettivamente segretari di Azione e Italia Viva ma che ha visto anche le presenze di Benedetto Della Vedova (Più Europa), Giulia Pastorella, Maria Stella Gelmini, Marco Cappato e molti altri esponenti del mondo della politica, delle istituzioni, dell’università e della cultura. Un evento che, riportato su un piano nazionale, altro non è stato che una riproposizione in grande di quello che Prato Riparte sta portando avanti da quasi due anni in città.

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Prepararsi al 2023. Riunito il Comitato militare della Nato


Si è conclusa la prima delle due giornate della 188esima riunione annuale del Comitato militare della Nato, nella sessione che riunisce insieme i capi di Stato maggiore della Difesa dei Paesi alleati. Ad aprire i lavori vi erano il vicesegretario generale

Si è conclusa la prima delle due giornate della 188esima riunione annuale del Comitato militare della Nato, nella sessione che riunisce insieme i capi di Stato maggiore della Difesa dei Paesi alleati. Ad aprire i lavori vi erano il vicesegretario generale della Nato, Mircea Geoană, insieme al presidente del Comitato militare dell’Alleanza Atlantica, Rob Bauer. In attesa di completare l’iter di adesione – che, come ricordato nella giornata di ieri dalla premier finlandese Sanna Marin al World Economic Forum di Davos, “dovrebbe essere più veloce” e non dovrebbe incontrare ostacoli – erano presenti anche i rappresentati di Finlandia e Svezia. Come racconta una nota diffusa dalla stessa Nato, obiettivo di quest’anno è discutere del rafforzamento della Difesa e della deterrenza dell’Alleanza “aumentando la prontezza, sviluppando le capacità e collegando più strettamente che mai la pianificazione militare nazionale e quella della Nato”. Non solo, anche la guerra russo-ucraina rappresenterà uno dei temi centrali per il Comitato.

Priorità strategiche per la Difesa alleata

Questa prima giornata di lavori ha visto tre diverse sessioni di lavoro, dedicate alle considerazioni strategiche del Comandante supremo alleato per la trasformazione (Sact) e del Comandante supremo alleato in Europa (Saceur), e in ultimo ai rischi legati al mantenimento di un adeguato ed efficiente livello di prontezza delle forze. Mentre domani le sessioni includeranno i partner operativi dell’Alleanza per discutere delle diverse missioni. Come la missione Kfor, la forza internazionale di mantenimento della pace guidata dalla Nato in Kosovo, e alla missione Nato in Iraq. Le quali precederanno la conferenza stampa congiunta che vedrà insieme Bauer, il Sact Philippe Lavigne, per parlare di bilanciamento delle capacità, e il Saceur Christopher Cavoli che fornirà invece considerazioni strategiche sulla postura dell’Alleanza, dal fianco orientale agli altri teatri.

Sicurezza globale instabile: l’Ucraina

Nel suo discorso di apertura, l’ammiraglio Bauer ha parlato del degrado dell’ambiente di sicurezza globale provocato dalla guerra in Ucraina. “Purtroppo, stiamo assistendo all’alba di una nuova era di difesa collettiva. Tuttavia, è un’era per la quale la Nato è pronta. Abbiamo dimostrato al mondo che siamo in grado di aumentare rapidamente la nostra presenza quando e dove necessario”, ha sottolineato il presidente del Comitato. “Abbiamo fornito un’assistenza senza precedenti per sostenere il diritto all’autodifesa dell’Ucraina. E questo ha fatto la differenza sul campo di battaglia. Questo sostegno è fondamentale per plasmare il futuro dell’Ucraina”, ha invece evidenziato Geoană facendo riferimento allo strenuo sostegno profuso dagli alleati in favore dello Stato aggredito. In conclusione, per il vicesegretario generale: “il 2023 sarà un anno difficile. E dobbiamo sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario”.

Puntare su Difesa, produzione di armi e digitale

Dal canto suo il vicesegretario generale, nel corso del suo intervento ha parlato delle tre aree di lavoro più strategiche per gli alleati, in vista anche del prossimo vertice Nato che si terrà quest’anno a Vilnius, in Lituania. Esse sono: investire maggiormente in Difesa (come testimonia la richiesta ai Paesi alleati di destinare alla Difesa almeno il 2% del proprio Pil nazionale), aumentare la produzione di armi e munizioni e infine trasformare la Nato affinché sia sempre più pronta per l’era digitale. A detta sua, inoltre, la Nato “deve mantenere la capacità militare e l’abilità di difendere l’Alleanza da tutte le sfide, ora e in futuro, anche in operazioni multidominio”.

(Foto: Nato)


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#uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Quando il medio-ceto…


Quando il medio-ceto comprenda la più parte degli uomini viventi, noi non avremo una società di uguali, no, che sarebbe una società di morti, ma avremo una società di uomini liberi da Il nuovo liberalismo, “La città libera”, 15 febbraio 1945 L'articolo
Quando il medio-ceto comprenda la più parte degli uomini viventi, noi non avremo una società di uguali, no, che sarebbe una società di morti, ma avremo una società di uomini liberi

da Il nuovo liberalismo, “La città libera”, 15 febbraio 1945

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Crosetto vede l’ambasciatore israeliano Bar. Ecco i temi dell’incontro


Questa mattina Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha incontrato Alon Bar, ambasciatore israeliano in Italia. Dall’incontro è emersa “la volontà di intensificare la collaborazione tra Italia e Israele”, si legge in una nota diffusa dal ministero della

Questa mattina Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha incontrato Alon Bar, ambasciatore israeliano in Italia. Dall’incontro è emersa “la volontà di intensificare la collaborazione tra Italia e Israele”, si legge in una nota diffusa dal ministero della Difesa. I temi principali al centro del colloquio sono stati, oltre ai rapporti bilaterali, la cooperazione in ambito difesa, Ucraina e Mediterraneo allargato. Nel corso del colloquio l’ambasciatore Bar ha anche espresso il suo ringraziamento per l’importante contributo dell’Italia in Libano (Unifil) a favore della stabilizzazione della regione, si legge nello stesso comunicato. I due “hanno sottolineato le eccellenti relazioni bilaterali tra Israele e Italia in generale e in particolare nei settori della cooperazione militare e di sicurezza e hanno discusso le questioni regionali in agenda”, si apprende invece da una nota della diplomazia israeliana.

LA POLITICA

L’incontro giunge due giorni dopo la telefonata tra Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro degli Esteri, ed Eli Cohen, ministro degli Esteri israeliano. Tajani ha annunciato all’omologo l’intenzione di visitare presto Israele, al fine di rafforzare il partenariato bilaterale in ogni settore, a cominciare dalla cooperazione economica e industriale. Cohen ha ribadito all’omologo che Israele è interessato a promuovere ed espandere le buone e cordiali relazioni tra i due Paesi nei settori dell’economia e del commercio, della tecnologia, dell’innovazione, della cultura e del turismo. Come raccontato nelle scorse settimane da Formiche.net, le diplomazie dei due Paesi sono al lavoro per un summit bilaterale tra i governi da organizzare a Gerusalemme già nella prima metà dell’anno.

LA DIFESA

A luglio il generale Amir Eshel, allora direttore generale del ministero della Difesa israeliano, era stato a Roma per incontrare l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Capo di Stato maggiore della Difesa, e il generale Luciano Portolano, Segretario generale della Difesa. L’obiettivo della visita era stato ribadire i legami tra i due Paesi e avviare un percorso di continuo potenziamento della cooperazione industriale anche in nuovi settori e attraverso il coinvolgimento delle rispettive Forze armate. Pochi giorni prima il gruppo italiano Leonardo aveva annunciato la fusione (perfezionata a fine novembre) tra la controllata statunitense Leonardo Drs (80,5%) e la società israeliana Rada Electronic Industries (19,5%).

LA SPONDA USA

Come raccontato allora su Formiche.net, l’accordo tra Leonardo Drs e Rada non è il primo a vedere un passaggio statunitense tra gli accordi del gruppo con Israele: ad aprile il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva sottoscritto, infatti, un accordo con la società italiana per la fornitura di nuovi elicotteri da addestramento e multi-missione AW119Kx destinati a Israele, in aggiunta ai sette velivoli ordinati direttamente dal Paese mediorientale (un contratto del valore di 29 milioni di dollari). Una fornitura, si osservava ancora, che è rientrata nell’ambito dei Foreign military sales per Israele, il programma del governo statunitense per trasferire articoli e servizi di Difesa ai Paesi alleati. Non è stata neppure la prima volta che Tel Aviv ha scelto gli addestratori italiani: attualmente sono operativi a Israele una trentina di aerei M-346 utilizzati per formare i piloti dell’Aeronautica israeliana.


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Intervento del Presidente Giuseppe Benedetto alla Costituente LDE – Milano,14 Gennaio 2023 L'articolo Intervento del Presidente Giuseppe Benedetto alla Costituente LDE – Milano, 14 Gennaio 2023 proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazion

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Intervento del Presidente Giuseppe Benedetto alla Costituente LDE – Milano,14 Gennaio 2023

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Salvare i partiti per salvare la democrazia


È oramai uso comune lamentare la crisi che da tempo affligge i partiti. Ben pochi però analizzano le cause di un fenomeno che ha colpito, sia pur in diversa misura, quasi tutti i sistemi democratici. Vale dunque tentare di farlo. Una prima causa del fenom

È oramai uso comune lamentare la crisi che da tempo affligge i partiti. Ben pochi però analizzano le cause di un fenomeno che ha colpito, sia pur in diversa misura, quasi tutti i sistemi democratici. Vale dunque tentare di farlo.

Una prima causa del fenomeno risiede nel progressivo trasferimento di funzioni dallo Stato nazionale a istituzioni sovranazionali, processo che ha in parallelo provocato un rafforzamento dei governi nei confronti dei Parlamenti: la rappresentanza degli interessi nazionali nelle sedi internazionali è infatti affidata agli esecutivi e non alle assemblee, sede tradizionale dell’attività dei partiti. A ciò si aggiunga che i grandi gruppi economici dialogano sempre più con le istituzioni sovranazionali, o con i governi e le pubbliche amministrazioni, anziché con i partiti.

Una seconda causa dell’indebolito ruolo dei partiti discende dal radicale mutamento della comunicazione politica introdotto dapprima dalla tv e ora dai social channels. Alla comunicazione affidata ai media tradizionali e al rapporto face to face nei circoli dei partiti si è infatti sostituita una comunicazione impersonale affidata a slogan e influencer che ha contribuito non poco a trasformare i partiti dalle organizzazioni strutturate del Novecento agli attuali partiti leaderistici.

Un’ulteriore causa discende proprio dal maggiore successo delle nostre liberal-democrazie, e cioè dalla crescente integrazione che ha caratterizzato le nostre società con il venir meno della lotta di classe e di quei conflitti (etnici, religiosi, linguistici) che avevano dato ai partiti la loro diversa identità, aprendo così un ancor maggiore spazio per leadership personali fondate su carismi deboli e transitori. I fattori su ricordati rappresentano mutamenti strutturali delle liberal-democrazie, che le leadership dei partiti tradizionali non potevano modificare.

I nostri partiti di massa sono nati e si sono strutturati in parallelo con l’allargamento del suffragio, che ha portato nei Parlamenti a sostituire le instabili alleanze di singoli eletti, caratterizzate da un elevato tasso di trasformismo, con gruppi parlamentari rigidamente controllati dai rispettivi partiti e caratterizzati da una forte disciplina. Il recente riapparire nel Parlamento italiano di un elevato livello di trasformismo è una inevitabile conseguenza della crisi dei nostri partiti strutturati.

Il venir meno dei partiti tradizionali porta però una seria minaccia alla nostra democrazia rappresentativa. I partiti strutturati costituivano infatti un ideale strumento di intermediazione degli interessi, rappresentando spesso interessi particolari ma integrandoli con gli altri interessi presenti nel processo politico. Frammentata e affidata non alla dialettica di un forte sistema dei partiti, ma direttamente a un accesso alla pubblica amministrazione e ai singoli parlamentari, l’articolazione degli interessi trova oggi sempre più difficilmente un momento di aggregazione, con il risultato che gli interessi forti tendono a prevalere sugli interessi deboli molto più che in passato.

Questi fenomeni sono stati presenti in tutti i sistemi democratici. Perché allora in Italia la crisi dei partiti è apparsa più profonda? La risposta sta in una serie di improvvide decisioni istituzionali prese proprio dai leader dei nostri partiti. L’avere, ad esempio, resi stabili ed eletti direttamente i presidenti di Regione, trasformandoli in inamovibili «governatori» a termine, ha inevitabilmente indebolito il ruolo delle rispettive assemblee regionali, e l’influenza dei partiti nazionali. L’aver esteso ai presidenti di Regione quanto era stato positivamente deciso per i sindaci, senza tener conto della diversità di funzioni, si è rivelata una delle principali cause della crisi dei nostri partiti nazionali che sarà aggravata da un’eventuale attribuzione alle Regioni di un’ampia autonomia differenziata. Si aggiunga l’effetto perverso di leggi elettorali con liste bloccate: se si impedisce ai rappresentati di scegliere i propri rappresentanti il crollo della partecipazione è inevitabile e induce quella perdita di «senso di efficacia» che caratterizza buona parte dei nostri cittadini. In una democrazia, quando gli elettori ritengono di non «contare», le decisioni politiche vengono però viste come assunte non in loro nome ma anzi senza il loro consenso. È così che si erode la legittimità di un sistema democratico.

Infine, anziché varare una legge sui partiti, i nostri leader abolendo il finanziamento pubblico hanno indicato ai cittadini che i partiti non sono strumenti essenziali per una democrazia. Una concessione demagogica all’antipolitica, mentre si tollerano fenomeni lesivi della res publica come l’enorme evasione fiscale che si traduce in minori servizi essenziali. Abbiamo passato il limite del non ritorno? No. Purché si inizi a correggere gli errori e non si prosegua nello svilire il Parlamento, ricorrendo a governi a termine prendendo a prestito il modello presidenziale che nel nostro sistema indebolirebbe le istituzioni di garanzia. Ai fenomeni storici su ricordati non ci si può opporre; ma agli errori di politica istituzionale occorre rispondere con un deciso no. Almeno da parte di quanti ritengono i partiti ancora indispensabili alla nostra vita democratica.

Il Corriere della Sera

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 23 gennaio 2023, Prato


23 gennaio 2023, ore 19:00 – Ex Chiesa di San Giovanni, Via San Giovanni, 9 – Prato intervengono ANDREA CANGINI BENEDETTA FRUCCI MARCO MARIANI moderano PASQUALE PETRELLA, IL Tirreno NADIA TARANTINO, Notizie di Prato L'articolo Presentazione del libro “No

23 gennaio 2023, ore 19:00 – Ex Chiesa di San Giovanni, Via San Giovanni, 9 – Prato

intervengono
ANDREA CANGINI
BENEDETTA FRUCCI
MARCO MARIANI

moderano
PASQUALE PETRELLA, IL Tirreno
NADIA TARANTINO, Notizie di Prato

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Ucraina e all-domain. Il primo Consiglio supremo di Difesa dell’era Meloni


Dalla situazione sul campo in Ucraina, agli equilibri geopolitici del Mediterraneo, passando per l’esame sull’efficienza dello strumento militare nazionale fino alle indicazioni sul rapporto con le alleanze di riferimento, Nato e Ue. Sono alcuni dei temi

Dalla situazione sul campo in Ucraina, agli equilibri geopolitici del Mediterraneo, passando per l’esame sull’efficienza dello strumento militare nazionale fino alle indicazioni sul rapporto con le alleanze di riferimento, Nato e Ue. Sono alcuni dei temi trattati dal Consiglio supremo di Difesa, presieduto dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il primo del nuovo governo guidato da Giorgia Meloni. La riunione, inizialmente prevista per dicembre dell’anno scorso, era stata rimandata a causa della positività al Covid di Mattarella. Oltre al Capo dello Stato e al presidente del Consiglio, al vertice hanno partecipato i ministri della Difesa, Guido Crosetto; dell’Interno, Matteo Piantedosi; degli Esteri, Antonio Tajani; dell’Economia, Giancarlo Giorgetti; delle Imprese, Adolfo Urso; il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano; il capo di stato maggiore della Difesa Giuseppe Cavo Dragone; il segretario del Consiglio supremo di Difesa, Francesco Garofani; e il segretario generale della presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti. L’occasione ha anche permesso al presidente Mattarella di rinnovare la soddisfazione per l’arresto di Matteo Messina Denaro, esprimendo le sue congratulazioni al ministro dell’Interno, all’Arma dei Carabinieri, a tutte le Forze dell’ordine e alla magistratura

Guerra in Ucraina

Il vertice si svolge a quasi un anno di distanza dall’inizio dell’invasione russa, e anticipa il prossimo vertice del Gruppo di contatto per l’Ucraina previsto presso la base aerea statunitense di Ramstein, in Germania, il 20 gennaio, a cui parteciperà il ministro Crosetto, e che dovrà decidere degli ulteriori aiuti da inviare a sostegno delle forze armate ucraine. Tra i differenti temi in agenda, oltre alla questione degli armamenti pesanti più volte richiesti da Kiev, ci sarà la questione delle batterie anti-missile Samp/T, un argomento che riguarda da vicino il nostro Paese. Nel corso del Consiglio di Difesa, che ha ribadito la condanna all’aggressione russa, rinnovando la volontà del Paese a continuare il sostegno al popolo ucraino per la difesa del proprio territorio.

Attenzione al Mediterraneo

Particolare attenzione è stata data allo scenario del Mediterraneo allargato, la principale area di interesse strategico italiano, e a quelle aree di crisi dove sono coinvolte le Forze armate italiane. In particolare è stato sottolineato come la presenza russa in diverse regioni già fragili, dalla Libia al Sahel, dal Medio oriente ai Balcani, stia causando l’aggravarsi dell’instabilità, con potenziali ripercussioni sugli scenari di sicurezza dell’intero bacino. Di fronte a queste crisi, il Consiglio ha rinnovato il suo appello alla Nato affinché “riservi adeguata attenzione anche al Fronte Sud dell’Alleanza”

La Difesa europea

Oltre all’architettura atlantica, il Consiglio è intervenuto anche sul tema della costruzione di una dimensione europea della Difesa comune. In quest’ottica, il Consiglio ha sottolineato la necessità di procedere alla promozione dello sviluppo di capacità militari in “modo cooperativo, anche nell’ottica di una razionalizzazione della spesa degli Stati membri per la difesa”.

Ammodernamento dello Strumento militare

Il Consiglio è stato anche l’occasione per fare un punto sullo stato di efficienza dello strumento militare nazionale, durante il quale sono state presentante le esigenze che si intende garantire dalle Forze armate, anche alla luce delle necessità di interazione con gli alleati europei e, soprattutto, della Nato. In questo senso, il Consiglio ha fatto emergere l’esigenza che la strategia d’impiego delle Forze armate italiani “coniughi sempre due linee d’azione parallele: quella operativa e quella cooperativa”. Un’integrazione interforze che faccia della interoperabilità delle Forze armate un punto centrale dell’azione della Difesa italiana. Un importante riconoscimento dell’importanza rivestita dall’azione multi-dominio da tempo intrapresa dalle Forze armate, che dovrà essere sostenuta anche dall’avanzamento tecnologico garantito dalla base industriale del Paese.


formiche.net/2023/01/consiglio…

#uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Quando al figlio del povero


Quando al figlio del povero saranno offerte le medesime opportunità di studio e di educazione che sono possedute dal figlio del ricco; quando i figli del ricco saranno dall’imposta costretti a lavorare, se vorranno conservare la fortuna ereditata; quando
Quando al figlio del povero saranno offerte le medesime opportunità di studio e di educazione che sono possedute dal figlio del ricco; quando i figli del ricco saranno dall’imposta costretti a lavorare, se vorranno conservare la fortuna ereditata; quando siano soppressi i guadagni privilegiati derivanti da monopolio e siano serbati ed onorati i redditi ottenuti in libera concorrenza con la gente nuova e la gente nuova sia tratta anche dalle file degli operai e dei contadini, oltre che dal medio-ceto


da Il nuovo liberalismo, “La città libera”, 15 febbraio 1945

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Intercettazioni, le falsità dei giustizialisti sulla Cartabia


La manina nascosta, la velina velenosa, la gran cassa che amplifica senza discernimento, l’agente incursore nei talk, i mazzieri della menzogna negli editoriali dei quotidiani più faziosi, e la riforma della giustizia diventa una vergogna nazionale, di cu

La manina nascosta, la velina velenosa, la gran cassa che amplifica senza discernimento, l’agente incursore nei talk, i mazzieri della menzogna negli editoriali dei quotidiani più faziosi, e la riforma della giustizia diventa una vergogna nazionale, di cui indignarsi. Missione compiuta. Il giustizialismo di lotta e di governo ha colpito all’unisono, dimostrando quanto fragile e incerta sia, nella politica e nel giornalismo allo stesso modo, la cultura delle garanzie e l’accertamento della veridicità dei fatti. La prima mossa è un notizia confezionata chiavi in mano: riferisce che la mancanza della querela fa impuniti ladri, sequestratori e picchiatori. Chi, e come, la faccia giungere alle redazioni dei giornali è un mistero. Però dai giudiziaristi viene rilanciata, com’è costume dei tempi, senza alcun fact cecking.

In realtà la riforma Cartabia ha esteso la procedibilità a querela per le ipotesi meno gravi di alcuni reati, tra cui violenza privata, furto non in casa, sequestro di persona semplice e lesioni personali, puniti dal legislatore con sei mesi o poche settimane nel minimo. Negli ultimi quarant’anni è accaduto quattro volte, nel 1981, nel 1999, nel 2018 e adesso, sempre con lo stesso obiettivo: consentire alla macchina della giustizia di concentrare le proprie risorse sui delitti più pericolosi. Tra il 2015 e il 2021 trentunomila furti sono andati impuniti per «particolare tenuità del fatto», riconosciuta in primo o in secondo grado dopo anni e anni di udienze. La riforma si propone di evitare il processo tutte le volte in cui l’interesse della vittima viene meno, o perché risarcita o perché disinteressata. La querela rimette l’azione penale in connessione con l’offensività del reato, cioè con la concreta lesione di un bene giuridico. La quale, nel caso del furto, è il danno subito per la sottrazione della cosa. La misura di questo non può prescindere dalla rappresentazione che la vittima esprime del fatto con una manifestazione di volontà. Non si può qualificare il furto senza una percezione soggettiva della sottrazione della cosa, o il sequestro di persona senza una percezione soggettiva della compressione della propria libertà, fuori dai casi in cui possa ravvisarvi una violenza che coarta all’inerzia la volontà della vittima. In questo senso la querela riporta la fattispecie in asse con i principi di un diritto penale liberale.

Senonché a Jesolo due ladri, pizzicati a rubare in un hotel, vengono scarcerati perché il titolare è un oligarca russo, che non è nella condizione di presentare querela. A Vicenza la storia si ripete con una società di noleggio, il cui rappresentante legale è assente. Ciò che viene meno è l’arresto in flagranza, non certo l’azione penale nei confronti degli autori, la quale si ferma per improcedibilità solo se entro tre mesi la querela non giunge. Eppure gli allarmi che connotano queste notizie parlano d’impunità. Sarà per il malinteso senso della sanzione penale, che ormai nella percezione collettiva coincide con la custodia cautelare. «Se proprio la si volesse disporre – spiega ai giornali il giurista Gian Luigi Gatta, già consigliere di Marta Cartabia – basterebbe prevedere che la querela giungesse nelle 48 ore che passano tra il fermo del pm e la convalida del gip». Ma è più utile gridare all’impunità e dire, come fa il prefetto di Venezia, Vittorio Zappalorto, che «la riforma Cartabia fa solo gli interessi dei delinquenti. Mi auguro che finisca in soffitta».

Può un rappresentante del governo attaccare una legge del Parlamento senza subire alcuna conseguenza disciplinare? La risposta è sì. Può farlo perché la nostra ha smesso di essere una democrazia parlamentare per somigliare a uno Stato di polizia. Dove i poliziotti sono irresponsabili non solo per quello che fanno, ma anche per quello che dicono. Prendete il super poliziotto Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro e oracolo di molti talk televisivi, dove sdottoreggia senza contraddittorio sullo scibile umano, sollecitato da giornalisti compiacenti. Dopo aver detto che il governo Draghi ha fatto disastri nella lotta alla mafia, adesso fa l’agente incursore contro la riforma Cartabia: «È un disastro – ripete -, non degno di un Paese civile». E rilancia la confusione tra mancati arresti e impunità, arrivando a sostenere che da oggi in poi i ladri aggrediranno i beni degli stranieri, lontani dall’Italia, essendo certi di farla franca. L’artificio dialettico del magistrato è una sineddoche: si racconta una parte, del tutto residuale ed eccezionale, per il tutto, allo scopo di demolire il tutto.

Ma al peggio non c’è fine. «Riforma Cartabia, il caso scarcerazioni: a Palermo salvi tre boss, nessuno denuncia», recita il titolo di un grande quotidiano. In realtà è accaduto che, sollecitati da un imprenditore che subiva di continuo assalti nei suoi negozi, i tre mafiosi abbiamo individuato, sequestrato e picchiato gli autori delle rapine, ottenendo da questi anche la promessa di restituire quanto portato via dalla cassa. Per questo sono stati condannati rispettivamente a sedici, tredici e cinque anni di carcere. La mancata querela delle vittime, indotta dalla paura, fa cadere la meno grave accusa di sequestro. Ma nessuna scarcerazione è mai avvenuta, né mai avverrà. Perché gli imputati rispondono, come normalmente accade in contesti mafiosi, anche dei reati tipici della criminalità organizzata, che erano e restano – anche dopo la riforma – procedibili d’ufficio: associazione mafiosa ed estorsione. È del tutto improbabile che un mafioso a cui è contestato un reato comune e non grave (sequestro di persona semplice, lesioni personali lievi) non abbia a suo carico anche i classici e più gravi reati di criminalità organizzata, come l’associazione per delinquere semplice e di tipo mafioso, l’estorsione, l’usura, il sequestro di persona a scopo di estorsione, l’omicidio, le lesioni personali, anche lievi, commesse da più persone (anche solo due), oppure con armi. Tutti reati che erano e restano procedibili d’ufficio. In ogni caso il governo ha rinviato la riforma di due mesi per correggere eventuali criticità. Sé queste c’erano, sia pure nell’ipotesi di casi eccezionali, c’è da chiedersi perché non abbia adempiuto prima al suo impegno. Avrebbe evitato di dare ai mazzieri della menzogna l’occasione di gridare all’impunità e di lanciare l’allarme inesistente di un’ondata di scarcerazioni, chiedendo, come fa Marco Travaglio sul «Fatto Quotidiano», un esame psichiatrico per quei magistrati che, come Carlo Nordio, «vanno in pensione e poi diventano ministri della giustizia». Gli fa eco Maurizio Belpietro su «La Verità»: «Con la riforma Cartabia – scrive – delinquenti subito liberi».

Il disegno occulto non si vede ma c’è. Marta Cartabia ha tolto il microfono dalle mani dei procuratori showman, riaffermando la presunzione di innocenza per gli indagati, ha staccato la spina della prescrizione «sine die», ha chiamato i pm alla responsabilità con un primo abbozzo di valutazione e imponendo loro un giudizio di probabilità di condanna su chi portano a processo, ha cercato di svuotare il buco nero delle carceri, simboli del totalitarismo giudiziario. Nordio ha detto di voler rendere tassativo il codice penale, compiuti il rito accusatorio e la separazione della carriere, inappellabili le sentenze di assoluzione di primo grado, inservibili le intercettazioni come mezzo di gogna giudiziaria. Ce n’è quanto basta per metterli entrambi alla gogna, da destra e da sinistra, dai giornali e dai talk, dai giudici e dai prefetti. Il partito dello sfascio non ha colore né ideologia, ma una concrezione di poteri, pregiudizi e interessi diversi che si tengono insieme. I suoi protagonisti, palesi e nascosti, non hanno bisogno di consultarsi, perché difendono tutti la stessa ditta, a danno del Paese e della sua necessità di cambiare. C’è un solo filtro che potrebbe fermare il loro assalto alla democrazia liberale: un giornalismo non supino, ma indipendente, capace di sottrarsi al fascino dell’emergenza. È merce rara.

Il Dubbio

L'articolo Intercettazioni, le falsità dei giustizialisti sulla Cartabia proviene da Fondazione Luigi Einaudi.