Disonorato


Riceverà le cure di cui ha bisogno e morirà in carcere. Matteo Messina Denaro lo sa. Lo ha messo nel conto già molti anni fa. Averlo assicurato alla giustizia è un sicuro ed enorme successo, il cui merito va ai Carabinieri del Reparto operativo speciale e

Riceverà le cure di cui ha bisogno e morirà in carcere. Matteo Messina Denaro lo sa. Lo ha messo nel conto già molti anni fa. Averlo assicurato alla giustizia è un sicuro ed enorme successo, il cui merito va ai Carabinieri del Reparto operativo speciale e ai magistrati che hanno seguito le battute finali. L’esperienza ci ha insegnato a non trarre frettolosamente conclusioni definitive. Dopo l’arresto di Totò Riina c’è stata una catena di processi in cui la procura ha provato a sostenere la colpevolezza degli uomini che avevano servito lo Stato e la giustizia. Si spera che non ricapiti, ma i contorni di questa cattura non si racchiudono nella sola esultanza per il suo essere divenuta realtà.

Messina Denaro si trovava a Palermo. Era stato tracciato in altri Paesi e pare che in Spagna abbia subito un’operazione chirurgica. Sta di fatto che il posto dove si muoveva in maggiore sicurezza fosse Palermo. Qui viveva e operava il suo disonorato lavoro. Restare dove si opera e latitare per trenta anni non è possibile senza un’efficiente rete di copertura e protezione. Alle cure mediche accedeva con documenti falsi, ma quando si è un ricercato di quel calibro non bastano documenti falsi per non essere individuato.

In quella clinica era in cura da un anno. Ieri mattina si è recato da solo, accompagnato esclusivamente dall’autista. I Carabinieri, giustamente, per garantire la sicurezza dei pazienti e per assicurarsi la buona riuscita dell’operazione, avevano piazzato i loro uomini. La rete di sicurezza di Messina Denaro non si era accorta di nulla. Quando il criminale ha visto arrivare gli uomini ha provato ad allontanarsi, ma andare verso il cancello non è proprio un tentativo di fuga. Vecchio e malandato sarebbe anche rincretinito, se avesse pensato di potere allontanarsi alla chetichella. Tanto poco lo ha pensato che, pur essendo accreditato sotto falso nome, alla richiesta dei militari ha risposto dando le sue autentiche generalità. Somiglia molto ad una consegna, se rassegnata o negoziata lo sapremo, forse, con il tempo. Il tripudio loquace dei vertici della clinica risponde molto alle modalità comunicative della televisione, ma sarebbe ingenuità eccessiva supporre che il pericolo è passato perché il capo è stato arrestato. Per certi aspetti, anzi, il pericolo potrebbe essere più concreto, ove fra i disonorati complici si diffondesse la convinzione che vi sia stata consapevole collaborazione nel catturare il loro mandriano.

Oggi si festeggia. Poi si vedrà. Nel festeggiare ricordiamo tre cose. La prima è un insegnamento di Giovanni Falcone: inutile cercare il “terzo livello”, l’anello di congiunzione fra questi macellai ladri e la politica occulta del potere italiano, perché non c’è. Sarebbe già molto se ci fosse il potere italiano. La mafia è controllo del territorio, come anche la camorra ha radicamento sociale, quindi può muovere voti, ma stiamo parlando di mezze seghe al servizio di disonorati interi. Il che non significa non siano pericolosi, anzi, ma non è quello il livello di inesistenti “trattative”. La seconda è che la mafia di Messina Denaro non era meno disonorata di quella di Riina e dei suoi disonoratissimi predecessori, ma era meno potente. L’organizzazione cresciuta in potere economico ed espansione territoriale è la ‘ndrangheta. Ma si rigenera, la mafia. Morto una capo ne nasce un altro. Terza: la Sicilia, come l’intero Mezzogiorno, ha bisogno di più Stato. Non per l’assistenzialismo, che nuoce alla salute morale, ma per la sicurezza e la giustizia. E qui lo Stato, purtroppo, funziona meno che altrove.

È toccato ancora una volta ai Carabinieri portare a casa il successo. Lo si costruisce con le indagini, ma anche con la presenza. La mafia non riconosce lo Stato, perché non lo conosce, ma conosce e riconosce i Carabinieri. Che hanno pagato sangue e non solo sangue, per svolgere questo ruolo. Contiamo che lo Stato, questa volta, sappia di essere uno solo. Riconoscente verso i figli migliori.

La Ragione

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Angelo Panebianco e Massimo Teodori – La parabola della Repubblica


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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione di Giuseppe Buttà sul tema “La ribellione delle masse”


Settimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta princ

Settimo appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articola in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La settima lezione si svolgerà lunedì 16 gennaio, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta dal prof. Giuseppe Buttà (già Ordinario di Storia delle Dottrine politiche, Direttore dell’Istituto di Storia e Preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “La ribellione delle masse” di José Ortega y Gasset, saggio che affronta il tema dell’avvento delle società di massa: una condizione storica, quest’ultima, in cui avviene una profonda rivoluzione e che vede la nascita dell’ “uomo massa”, categoria che prescinde e supera ogni distinzione sociale.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

Visita la pagina della Scuola di Liberalismo 2022 – Messina


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Scuola di Liberalismo lezione del prof. Buttà – Gazzetta del Sud


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Dalla Bielorussia al Sudafrica. Perché preoccuparsi delle esercitazioni russe


Le forze armate russe e bielorusse si addestreranno insieme in una serie di esercitazioni aeree sul territorio di Minsk fino a febbraio. Manovre che preoccupano Kiev, che teme possano fornire la copertura per una nuova offensiva da nord. Intanto, navi russe si eserciteranno insieme a unità cinesi a largo delle coste del Sud Africa

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Giappone-India: esercitazione aerea congiunta in corso a nord di Tokyo


I legami di difesa tra India e Giappone sono pronti a entrare in una nuova fase grazie alle prime esercitazioni congiunte che vedono l’impiego di aerei da combattimento. Notizia che arriva in un momento complesso e delicato per la regione indo-pacifica a causa della crescente assertività cinese, che spinge sempre più Tokyo a rafforzare le sue collaborazioni di Difesa con diversi Paesi.

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#uncaffèconluigieinaudi☕ – I liberali vogliono che


I liberali vogliono che la spada della legge scenda, inesorabile, su coloro i quali hanno costruito attorno alla propria impresa una trincea, per impedire l’accesso altrui a quel campo chiuso. da Il nuovo liberalismo, “La città libera”, 15 febbraio 1945
I liberali vogliono che la spada della legge scenda, inesorabile, su coloro i quali hanno costruito attorno alla propria impresa una trincea, per impedire l’accesso altrui a quel campo chiuso.


da Il nuovo liberalismo, “La città libera”, 15 febbraio 1945

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Una casa per i liberali


Sabato a Milano la prima della costituente liberale. Calenda e Renzi ci sono Era il 1945. Il Fascismo era stato sconfitto militarmente, ma non culturalmente, il comunismo avanzava sotto le spoglie apparentemente bonarie del Pci e il Partito d’azione aveva

Sabato a Milano la prima della costituente liberale. Calenda e Renzi ci sono


Era il 1945. Il Fascismo era stato sconfitto militarmente, ma non culturalmente, il comunismo avanzava sotto le spoglie apparentemente bonarie del Pci e il Partito d’azione aveva già esibito, con rispetto parlando, tutto il proprio snobbismo. Luigi Einaudi prese carta e penna e scrisse righe importanti inneggiando al “secondo risorgimento” italiano esplicitamente rivolto agli intellettuali e ai giornalisti di cultura liberale. Si legge: “Non è più il tempo dei chiostri del primo medioevo… oggi è il tempo dei missionari. Ma la maggioranza di noi continua a parlare come ieri. E scende nella lotta politica – che è il proselitismo – con lo stesso linguaggio che userebbe a una riunione di iniziati: un linguaggio che per il pubblico è un rumore affaticante, incomprensibile, che lo annoia, che lo scoraggia, che lo allontana”. L’esortazione è chiara. I liberali debbono mettersi in gioco, affermare i propri valori e difendere i propri principi preoccupandosi di renderli, nei limiti del possibile, popolari. Le democrazie, funzionano così. Senza la capacità di fare “proseliti” anche le migliori tra le idee ristagnano e prima o poi avvizziscono.

Nel corso della Prima repubblica, il Partito liberale italiano e il Partito repubblicano inastarono le bandiere del liberalismo, ma lo fecero da posizioni a dir poco minoritarie. Parteciparono ai governi con la Democrazia cristiana, ma di sicuro non riuscirono a condizionarne radicalmente l’approccio ai problemi dello Stato e a quelli dei cittadini. Con la cosiddetta Seconda repubblica si cambiò strategia. Si provò a fare quel che il fondatore della Fondazione Luigi Einaudi, l’allora segretario del Pli Giovanni Malagodi, riteneva inopportuno, per non dire impossibile. Si provò a condizionare da dentro culture politiche oggettivamente illiberali. Pattuglie di intellettuali più o meno conclamatamente liberali permearono, di conseguenza, Forza Italia, sperando di condizionare anche Alleanza nazionale. La stessa cosa, pur se in forma minore, avvenne a sinistra con il Pds, con i Ds e infine col Pd. Non si può dire sia stato un successo.

Se il metodo liberale consiste in un approccio realista e competente ai problemi, e se l’obiettivo dei liberali è quello di dare a ciascun cittadino le stesse possibilità di partenze per realizzarsi materialmente e spiritualmente riducendo al minimo i privilegi, le consorterie e i monopoli, per onestà intellettuale va detto che l’obiettivo è stato fallito.

Nasce su questi presupposti la costituente liberale che si è tenuta sabato a Milano. Ospiti i leader del Terzo polo Calenda e Renzi, le molte anime della diaspora liberale sembrano aver deciso di superare antichi rancori, pregiudizi e personalismi per dare corpo ad un’unità politica considerata necessaria al futuro dell’Italia. Il tentativo è ambizioso, gli esiti incerti, il metodo e le scelte strategiche, come tutti i metodi e come tutte le scelte strategiche, discutibili. Ma se non altro qualcosa si muove sul campo oggi arido delle idee e delle identità politiche.

Huffington Post

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Casa e casasotto


“L’Europa vuole mettere le mani sulle nostre case, ci vuole portare via le case!” “C’è una patrimoniale mascherata che stanno imponendo al cittadino inerme europeo!” Anzi no, a quello italiano. Ci si esprime ormai per continenti: l’Europa. Non è chiara l’

“L’Europa vuole mettere le mani sulle nostre case, ci vuole portare via le case!” “C’è una patrimoniale mascherata che stanno imponendo al cittadino inerme europeo!” Anzi no, a quello italiano. Ci si esprime ormai per continenti: l’Europa. Non è chiara l’idea che si chiami Unione Europea, che la Direttiva non ci sia ancora, che al Consiglio Europeo è passata con il consenso del Governo italiano, il Governo Meloni. La patrimoniale mascherata in Italia la paghiamo già, è quella porcheria che si chiama tasi, per cui si paga sulla spazzatura non in ragione della spazzatura, bensì in ragione dei metri quadrati. I soldi di questa tassa vanno a municipalizzate che lavorano in regime di monopolio largamente disfunzionali e inefficienti a cominciare dalla capitale, Roma, dove abito e pago uno sproposito di tasi e con la spazzatura ci faccio anche amicizia perché continuo a guardarla dalla finestra come Giulietta guardava Romeo.

“Ci impoveriscono, ci portano via i soldi perché vogliono imporci delle cose!” “Quando mai si è visto che qualcuno ti impone delle cose a casa tua?” Qui! Ora, ieri, sempre. Ma perché a casa si può avere un impianto elettrico qualunque? No, deve essere a norma. Se l’impianto elettrico non è a norma, per ragioni di sicurezza, la casa non si puoi mettere a reddito. Questo è ciò che è stabilito dalla legge italiana. Le caldaie devono essere a norma, è un’imposizione, con in più anche il controllo periodico che si chiama “bollino blu”.

Ma veniamo al dunque: la Direttiva non c’è ancora, come dicevamo, è in discussione al Parlamento Europeo e riguarda tutti gli immobili d’Europa, non solo quelli italiani. In Europa l’85% degli immobili sono stati finiti di costruire prima dell’inizio di questo secolo, che non è tantissimo che è iniziato, ma comunque sono immobili datati. Non è che quelli italiani sono più vecchi degli altri per principio, non è che abitiamo nelle case dell’Impero Romano, quelle che derivano dal Settecento e dall’Ottocento ci sono anche in Francia, in Germania, le altre si chiamano monumenti. Il 75% avrà bisogno di interventi, quindi vale per tutti. Perché la “cattivissima Europa” mi vuole portare via i mattoni? Il problema non è questo. L’Italia è il solo paese europeo in cui gli immobili non sono aumentati di valore, perché l’Italia è il paese in cui i redditi non sono aumentati, perché la produttività è stagnante, etc.

In Francia, siccome l’idea è quella di arrivare a neutralità nel 2050, ma anticipare al 2030 per gli immobili, a Parigi hanno deciso di farlo entro il 2025. Non sono masochisti, puntano ai soldi, e fanno bene perché investire nel risparmio energetico di un immobile significa aumentare il suo valore patrimoniale e diminuire il suo costo di gestione, quindi è un buon affare. Allora, anziché stare lì a delirare di cose che non stanno né in cielo in terra, perché non ci occupiamo di questioni più semplici? Occorrono sgravi fiscali, non spesa, non quella porcheria del 110%. A proposito, tutti i soldi che abbiamo buttato al 110% cos’erano? Efficientamento energetico? Facciate? Bene! E questo sarebbe il paese che dice che non si deve spendere. Lo trovo ridicolo.

Allora non spediamo. Le agevolazioni fiscali sono un guadagno per lo Stato perché se si agevolano i lavori in un tempo congruo (perché tanto in un anno è impossibile dato che non ci sono abbastanza imprese) con lo sgravio non si hanno costi esorbitanti, gli immobili aumentano di valore e quando sarà il momento della compravendita lo Stato incasserà di più, quindi riprenderà parte dei soldi che non aveva incassato prima. Ma che volete, bisogna essere contro l’Europa. Parentesi finale: ratificano il Mes, il che spiega tutte queste chiacchiere inutili sugli immobili. Si sono dovuti rimangiare l’opposizione al Mes.

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Contrattare


Ci sono 591 contratti nazionali di lavoro scaduti, su un totale di 955. La cosa riguarda 6,8 milioni di lavoratori dipendenti, su un totale di 12,8. Il minimo che i sindacati chiedono è il recupero dell’inflazione, più in generale pesa il fatto che i sala

Ci sono 591 contratti nazionali di lavoro scaduti, su un totale di 955. La cosa riguarda 6,8 milioni di lavoratori dipendenti, su un totale di 12,8. Il minimo che i sindacati chiedono è il recupero dell’inflazione, più in generale pesa il fatto che i salari italiano sono, in media e da trenta anni, al palo, se non in regresso, mentre in Francia sono cresciuti del 31.1% e in Germania del 33.7. Messa così, non resta che aumentare i salari ben oltre l’inflazione. Ma messa così non funziona affatto.

Cominciamo dall’inflazione. Diversi governanti italiani e qualche significativa voce dal mondo imprenditoriale hanno (inopportunamente) criticato la Banca centrale europea per il rialzo dei tassi d’interesse, destinato a contrastare l’inflazione. La Bce sbaglia, dicono, perché l’inflazione europea è importata e aumentare i tassi non la farà scendere, mentre rallenta la crescita. Sempre che non inneschi la recessione. Purtroppo, però, l’inflazione di base, quella interna e non importata, è proprio quella che non accenna a scendere e si colloca oggi attorno al 5%. Se i salariati recuperassero il potere d’acquisto perso con l’inflazione ciò comporterebbe una spinta inflattiva, pertanto taluni chiedono, accorgendosene o meno, una cosa e il suo contrario.

Ma mettiamo che questo problema non esista e prendiamo come esempio il contratto della scuola, che riguarda all’incirca 900mila persone. Sono disponibili subito 300 milioni, più altri 100, per finanziare i rinnovi, ma questo solo a patto di prendere i soldi che erano stati accantonati, dal governo Draghi, per premiare il merito. Quindi, se si usano per il contratto di tutti, si cancellano per il merito di molti. Dopo avere iscritto il merito nel nome del ministero, un suggestivo testacoda.

Altro esempio illuminante, il contratto dei collaboratori domestici. Qui i numeri sono più scivolosi, ma siamo intorno ai 2 milioni di lavoratori. L’inflazione colpisce tutti, ma per i salari più bassi può comportare rinunce dolorose. E questi lavoratori hanno salari bassi. Solo che a pagarli non è il “kapitale” o il “padronato”, bensì le famiglie, abitate da altri lavoratori. Se recuperano l’inflazione i dipendenti si impoveriscono i datori, che magari non la recuperano. Si aggiunga che i numeri sono scivolosi perché quasi il 59% di questo mercato è irregolare. Il che non è dovuto solo a “normale” evasione, ma anche a distorsione fiscale: se il reddito del dipendente cresce “troppo” egli perde benefici d’esenzione, per cui è spesso il dipendente stesso a chiedere l’irregolarità. E se si sta parlando di una persona che ha guadagnato la fiducia della famiglia, magari badando ad un anziano, rinunciarci e sostituirlo è difficile.

Rimettendo in fila i pezzi: a. l’inflazione c’è, erode il potere d’acquisto, inseguirla è molto pericoloso, quindi non ha senso scagliarsi contro le politiche anti inflattive; b. è vero che i salari non hanno tenuto il passo europeo, ma neanche la produttività l’ha tenuto; c. se vogliamo che le cose funzionino dobbiamo piantarla di credere sia giusto pagare tutti allo stesso modo e per anzianità, ma serve accantonare quattrini per premiare il merito; d. se per accontentare il lavoratore si finisce con l’accoppare il datore il salario sparisce.

Ciò comporta, proprio ora che si rinnovano i contratti, ove si voglia cambiare e riprendere a far correre sia i salari che la produttività, capire che i primi non sono indipendenti dalla seconda. Come capire che non possono essere indipendenti le pensioni e se continuiamo a favorire i pensionamenti il mitico “cuneo fiscale” non cala manco a cannonate. Legare il salario alla competitività, il premio al raggiungimento dei risultati, aiuterebbe a vivere in un mercato più giusto, più rispettoso delle persone e più dinamico. Il sindacato avrebbe il diritto/dovere di vigilare il nesso. Le imprese di investire. Il governo avrebbe il dovere di eliminare gli ostacoli. Rivendicare senza riformare porta a stagnare, impoverendo tutti.

La Ragione

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Non scioperate


Il governo s’è messo nei guai con le proprie mani, sul tema del prezzo dei carburanti. Ha abboccato ad informazioni inesatte, ha creduto vi fossero aumenti nel mentre il prezzo scendeva (comunque non aumentava), ha evocato la speculazione e diffuso dati s

Il governo s’è messo nei guai con le proprie mani, sul tema del prezzo dei carburanti. Ha abboccato ad informazioni inesatte, ha creduto vi fossero aumenti nel mentre il prezzo scendeva (comunque non aumentava), ha evocato la speculazione e diffuso dati sui controlli che la Guardia di Finanza aveva effettuato sui distributori di benzina, dati che con la speculazione non c’entrano nulla. Per giunta ha preso un provvedimento inutile, l’esposizione del prezzo medio, che sembra confermare la disonestà dei benzinai.

I quali hanno ragione a risentirsi e protestare, ma non ne avrebbero a scioperare. Hanno annunciato la chiusura per il 25 e 26 gennaio. Solo che, in quel modo, a pagare sarebbero i cittadini e la libertà di movimento. Ci sarà la corsa al pieno il 24.

Il governo chiarisca in fretta che no, non ci sono stati ladrocini generalizzati alla pompa, che quei controlli sono normale routine. E i benzinai rinuncino a fermare l’Italia. Non se ne sente alcun bisogno, semmai dovremmo correre.

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#uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Ma i liberali vogliono…


Ma i liberali vogliono, poiché essi l’hanno conosciuta, andare alla radice del male, del danno sociale, che è il monopolio. da Il nuovo liberalismo, “La città libera”, 15 febbraio 1945 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Ma i liberali vogliono… pro
Ma i liberali vogliono, poiché essi l’hanno conosciuta, andare alla radice del male, del danno sociale, che è il monopolio.

da Il nuovo liberalismo, “La città libera”, 15 febbraio 1945

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Pompe Esauste


Sulla questione dei carburanti e del loro prezzo il Governo si è un po’ cercato i guai senza che ce ne fosse bisogno. Infatti, il provvedimento di sospensione delle accise (di una parte del carico fiscale sul litro di benzina o gasolio o GPL) preso dal Go

Sulla questione dei carburanti e del loro prezzo il Governo si è un po’ cercato i guai senza che ce ne fosse bisogno. Infatti, il provvedimento di sospensione delle accise (di una parte del carico fiscale sul litro di benzina o gasolio o GPL) preso dal Governo Draghi scadeva – ed è effettivamente scaduto – il 31 dicembre. Il Governo, dunque, poteva scegliere se prorogare quella efficacia oppure chiuderla lì, e in quel caso automaticamente sarebbe tornato anche l’aggravio fiscale alla sua normalità.

Secondo me ha fatto bene a non rinnovare quella misura. Il governo Draghi prese quella misura nel marzo del 2022, quando la guerra e le condizioni di mercato avevano portato il prezzo del carburante molto in alto. Ormai vivevamo invece una stagione nella quale il prezzo scendeva e scendeva gradualmente e continua a scendere, quindi c’era la possibilità di tornare all’aggravio fiscale. Naturalmente nelle ventiquattro ore che vanno dal prima al dopo, dalla fine dell’anno ai primi giorni in cui qualcuno va a fare benzina, dal benzinaio si trova il carburante aumentato, ovviamente non a causa del mercato o delle speculazioni ma semplicemente a causa delle accise. La discussione si basa sulla promessa di togliere tutte le accise, ma questa è un’altra questione, non è la prima promessa elettorale che viene tradita nella storia. Meloni dice di non averlo detto in campagna elettorale, ed è vero, però lo aveva detto prima e non ha smentito successivamente (e comunque è presente nel programma elettorale di Fratelli d’Italia).

Naturalmente, si può dire che l’intenzione era quella di togliere le accise in maniera strutturale, ma a mio parere è una discussione inutile. La sostanza è che fino a quando non si riesce a far diminuire le uscite sarà impossibile riuscire a far diminuire le entrate. Ma l’errore grosso che ha commesso il Governo è stato quello, in quel frangente, di parlare di speculazione, cioè di lasciare intendere che dietro c’era una manovra che portava un aggravio dei costi a carico del cittadino, perché se c’è una speculazione, non si può difendere il cittadino da solo, è il Governo che deve difendere il cittadino, e quando il Governo si è riunito per prendere provvedimenti ha dovuto constatare che non c’era nessuna speculazione, nessuna manovra, semplicemente il prezzo continuava a scendere ed erano cascati come degli allocchi nella trappola di considerare prezzo del carburante il prezzo massimo in determinate condizioni. È chiaro che se si prende un litro di benzina di notte al servito in autostrada, avrà un prezzo diverso da quello che normalmente si paga ad un self-service in qualsiasi metropoli o anche in qualsiasi luogo d’Italia.

Quindi hanno sbagliato. Ma hanno sbagliato questo. Dopodiché, per esempio, i benzinai che hanno in animo di fare uno sciopero il 25 e il 26 di gennaio per fermare l’ondata di fango hanno ragione per la parte che è relativa al fatto che non avevano nessuna responsabilità, e il provvedimento preso dal governo di esporre il prezzo medio è una banalità, una cosa che non serve assolutamente a nulla. Quindi da questo lato hanno ragione, ma che motivo c’è, che senso ha chiudere la distribuzione di carburanti per due giorni? Questo è un paese che si muove. Oggi la mobilità è molto importante per il lavoro, per la salute e anche per il divertimento, il divertimento mio è il lavoro di qualcun altro.

È necessario dunque che i benzinai chiariscano questa faccenda, che sia dimostrato che non avevano nessuna responsabilità, ma lo sciopero non serve. Quest’anno noi avremo un rallentamento della crescita che non è responsabilità del Governo, ma è responsabilità del Governo creare le condizioni per cui anche nel corso del rallentamento sia possibile continuare a fare le operazioni di investimento relative ai fondi europei del PNRR e a svolgere ogni altra attività che serva a far crescere la ricchezza in Italia.
Ogni conflitto basato sul nulla come sul nulla era basata​ questa questione​ del prezzo del carburante è un ostacolo che rischia di creare un grumo che manderà in infarto il sistema. Evitiamolo e i benzinai evitino anche la chiusura per sciopero.

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La necessità di un partito liberaldemocratico


Caro Direttore, domani un gruppo di disperati si riunisce in una sala molto grande al centro di Milano. Saranno più di mille. Disperati senza speranza? Vediamo di analizzare la situazione. Si tratta di cittadini, elettori, italiani che ritengono a torto o

Caro Direttore,
domani un gruppo di disperati si riunisce in una sala molto grande al centro di Milano.
Saranno più di mille. Disperati senza speranza? Vediamo di analizzare la situazione.
Si tratta di cittadini, elettori, italiani che ritengono a torto o a ragione di non avere, ormai da tanti anni, rappresentanza politica in Italia. Non hanno FDP di Lindner, VVD di Rutte, Renaissance di Macron. Non hanno neanche molto meno. E siccome non si può votare per partiti tedeschi, olandesi o francesi, in linea di massima non vanno a votare e se lo fanno (ancora per poco) votano quello che ritengono il meno peggio.

Ecco i disperati di Milano, con la sola ed unica bandiera di Renew Europa, la felice e vincente coalizione che raggruppa tutti i liberali al
Parlamento Europeo, diranno a Renzi e Calenda – i due riferimenti più vicini al loro sentire -: “Mettiamo da parte egoismi, personalismi,
interessi di parte e diamoci una casa comune”. Comune ai liberali, democratici, riformisti, europeisti italiani.
Si chiama Partito la casa a cui aspiriamo. Non altro.

Se lo farete, non andremo, non andrete, sempre e comunque d’accordo su tutto (non saremmo liberali se lo facessimo), ma creeremmo una forza politica dove l’affectio socletatis sarà più forte dell’interesse del singolo leader o presunti tali. E se leader vuoi esserlo, guadagnati i galloni sul campo di una partito democratico e contenibile. Per i liberali, infatti, il merito vince sempre.

Sarà la casa di chi crede che un sistema fiscale come quello italiano ha raggiunto livelli di pressione ormai insostenibile; di chi conosce bene la differenza tra assistenza ai più deboli e assistenzialismo al clientes; di chi conosce e riconosce una giustizia giusta, contrapposta ai forcaioli e tagliagole di destra e di sinistra; di chi è consapevole che ad un’Europa in evidenti difficoltà, si risponde con più Europa.
Non basta tutto questo? Forse no! Ma sapremo accontentarci. E lo faremo felici e soddisfatti. Al di fuori di questo per i liberali italiani non ci sono partitini o federazioni, c’è la disperazione di cui sopra.

Il Messaggero

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Spompati


Troppo facile e troppo inutile starsene all’opposizione dicendo che tutto va male e si deve cambiare, ma farlo stando al governo è acrobazia che finisce in disgrazia. Se la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sembra aver capito la necessità di cambi

Troppo facile e troppo inutile starsene all’opposizione dicendo che tutto va male e si deve cambiare, ma farlo stando al governo è acrobazia che finisce in disgrazia. Se la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sembra aver capito la necessità di cambiare linguaggio, diversi componenti del suo governo fanno fatica a interiorizzarlo. O, peggio, a praticarlo.

Fare un Consiglio dei ministri per stabilire che deve essere esposto il prezzo medio nazionale dei carburanti è surreale. Sarebbe stato bastevole non abboccare all’allarme secondo cui quei prezzi erano arrivati molto oltre quella che era, anche in quel momento, la media nazionale. Sarebbe stato sufficiente avvertire gli urlatori che quelli che andavano strillazzando non erano i prezzi alle pompe, ma quelli massimi e in condizioni particolari. Invece hanno fatto quello cui erano abituati prima d’essere alla guida di un governo, unendosi allo scomposto coro: basta, fermiamoli, sia stroncata la speculazione. Poi, riunitisi in Consiglio, hanno constatato che il prezzo era sceso, anziché salito e che la differenza consisteva in una loro decisione, ovvero la reintroduzione delle accise.

Hanno voluto emanare un decreto legge per rimediare urgentemente all’emergenza indotta dai raduni musicali non autorizzati, che già erano reati. Il risultato è stato che il raduno in questione si è sciolto prima dell’entrata in vigore del decreto, che conteneva strafalcioni tali da indurre i redattori stessi a proporne la correzione (di quel che, nel frattempo, era legge), mentre andava in direzione opposta a quella enunciata dal ministro della Giustizia.

Bloccare l’immigrazione è un loro vecchio e collaudato cavallo di battaglia. Legittimo, comunque la si pensi. Pure giusto, se consiste nella volontà di far rispettare le regole. Ma lo caricarono di tanta retorica inutile, ne fecero questione di civiltà, delirarono di “sostituzione etnica”, giunti al governo, anche su questo, hanno subito emanato un decreto legge. Risultato: gli sbarchi sono aumentati enormemente. Non perché il decreto contenga (e li contiene) errori ed illogicità, ma perché il fenomeno manco li legge, quei decreti. Intanto hanno pubblicato anche i decreti flussi, ovvero gli ingressi regolari, che confermano i numeri degli anni e dei governi passati, più o meno equivalenti alla metà di
quel che i governi stessi considerano necessario.

Taciamo del Pos e del contante, che a quella inutilissima discussione abbiamo già dedicato troppo tempo e spazio. Mentre ci ostiniamo a non credere che si possa andare a cercarsi rogne d’infrazioni europee per incaponirsi a difendere non le ragioni, ma i torti non di tutti, ma di qualche gestore di stabilimenti balneari.

Va bene, ci si deve ambientare. Eppure molti di loro non sono affatto dei novizi, c’è chi ha fatto più volte il ministro, chi non ha fatto altro che il parlamentare. E siamo alla vigilia di decisioni importanti, cui non si può arrivare spompati. Occorrerà prudenza e capacità di argomentazione per spiegare la prossima decisione di ratificare la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, contro la quale l’attuale maggioranza parlamentare disse peste e corna, non azzeccando né le corna né la peste. Non dubito della parlantina, mi va benissimo che sostengano sia una cosa molto diversa da quella che osteggiarono, che le cose sono cambiate grazie a loro, falso ma va bene, però se non la fermano, la straripante parlantina, ad ogni sorgere del sole saranno costretti a una smentita, una retromarcia, una sconfessione. Non giova alla salute.

Gran parte dell’opposizione si sente bruco che non diventerà farfalla, ma gran parte della maggioranza sembra una farfalla che ha la nostalgia del bruco. Si stava così bene a manducare foglie, scalandole a fisarmonica, felici del sentirsi apostrofare con dileggio, così consolidando la propria identità. Che ci facciamo, ora, con queste ali? Tocca impariate a volare, che intanto gli altri si specializzano nel precipitare.

La Ragione

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#uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – I liberali possono essere…


I liberali possono essere ma non sono necessariamente “liberisti”. da Il nuovo liberalismo, “La città libera”, 15 febbraio 1945 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – I liberali possono essere… proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazio
I liberali possono essere ma non sono necessariamente “liberisti”.


da Il nuovo liberalismo, “La città libera”, 15 febbraio 1945

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Scuola di Liberalismo 2022 – Messina: lezione di Rosa Faraone sul tema “Le origini del totalitarismo”


Sesto appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principa

Sesto appuntamento della XII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratta principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articola in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La sesta lezione si svolgerà giovedì 12 gennaio, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta dalla prof.ssa Rosa Faraone (Ordinario di Storia della Filosofia Moderna e di Storia della Storiografia filosofica presso l’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “Le origini del totalitarismo” di Hannah Arendt, saggio universalmente considerato un testo definitivo di teoria politica dei regimi totalitari, con specifico riguardo alle loro incarnazioni storiche del XX secolo, ossia lo stalinismo e il nazismo.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università di Messina.

Pippo Rao Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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L’inutile corsa del gambero dei democratici


Ci sono parole che sono scomparse nel lessico del Pd. Parole su cui è stata fondata la stagione migliore del Governo dell’Ulivo con Prodi, presidente del Consiglio, Ciampi ministro del Tesoro e Bersani all’Industria. Le parole sono in ordine di importanz

Ci sono parole che sono scomparse nel lessico del Pd. Parole su cui è stata fondata la stagione migliore del Governo dell’Ulivo con Prodi, presidente del Consiglio, Ciampi ministro del Tesoro e Bersani all’Industria. Le parole sono in ordine di importanza: crescita, produttività, debito. Crescita prima di tutto per un Paese che non cresce da ormai 20 anni, con rare eccezioni, e senza la quale, questo è l’insegnamento della migliore tradizione socialdemocratica, non vi è nulla da distribuire, le entrate fiscali languono, le famiglie in situazione di povertà aumentano e l’ascensore sociale, la speranza di una vita migliore, che ha fatto grande l’Italia dei nostri padri, si arresta o addirittura regredisce.

La produttività, quella di sistema, è una delle condizioni della crescita e il debito purtroppo ne costituisce un limite che, se non tenuto sotto controllo, costringe lo Stato ad impegnare cifre sempre maggiori del suo bilancio per pagare gli interessi e lo sottopone al rischio spread che solo le politiche interventiste della BEI e della UE hanno fino ad oggi scongiurato. Il differenziale con altri Paesi si misura in decine di miliardi che ogni anno vengono sottratti agli investimenti e alla spesa sociale. Destra e sinistra hanno da questo punto di vista molte cose in comune. Attingere al debito pubblico per accontentare segmenti crescenti del proprio (presunto) elettorato.

Crescita e lavoro vanno insieme, crescita e giustizia sociale vanno insieme, liberando risorse per la contrattazione sindacale e assicurando risorse fiscali per le grandi riforme a cominciare da quella della scuola, vera officina delle pari opportunità. Invece il problema viene affrontato dalla coda. Rivendicare maggiore uguaglianza, concetto per altro superato dalla migliore tradizione socialdemocratica con quello più complesso e realistico delle “pari opportunità”, in un Paese che si impoverisce, è la corsa del gambero. Con una inevitabile conseguenza, evidente nel Pd attuale.

Lo spostamento dell’attenzione sulle politiche assistenziali, che anziché essere usate con la necessaria parsimonia e in modo selettivo, invadono ogni campo. Pensioni, reddito di cittadinanza, bonus di ogni genere (persino quello per acquistare le macchinetta per rendere frizzante l’acqua potabile), nazionalizzazioni di aziende decotte. Così quello che dovrebbe essere il partito del lavoro diventa il partito del lavoro che non c’è, e quindi il partito degli assistiti. La società civile perde ogni autonomia e diventa sempre più dipendente dallo Stato. L’Italia si meridionalizza. Anche il modo scolastico e propagandistico con cui si è affrontata la transizione ecologica senza alcuna approfondita riflessione sull’impatto economico sul Paese e soprattutto sulle classi più deboli, ulteriormente colpite da aumenti di costi con effetti chiaramente regressivi dal punto divista fiscale, mostra più il tentativo di trovare a tutti i costi un nuovo ancoraggio ideologico piuttosto che una ragionata strategia.

È rimasto scolpito nella memoria il tweet di Letta contro il gas poco tempo prima che scoppiasse la crisi ucraina che ci ha ricordato in modo esemplare come si produce energia in Italia e in Europa. Persino i Verdi tedeschi mostrano un tasso di realismo e consapevolezza superiori di quello che dovrebbe essere un grande partito socialdemocratico. L’Italia ha bisogno di un Pd autorevole. Che non ha bisogno di alcuna rifondazione o nuovo inizio. Parole tipiche di chi, come dicono a Milano, cerca di tirarsi su facendo leva sulle proprie bretelle. Operazioni infantili come se fosse possibile rinascere ogni volta che qualche cosa va storto, un sogno adolescenziale, anziché fare un bilancio critico, responsabile e aggiustare il tiro.

Capisco, ma ovviamente non condivido la tentazione di auto confinarsi in un recinto identitario e garantirsi così una stentata sopravvivenza. Passando dalla vocazione maggioritaria a quella di rappresentanza di ceti minoritari prevalentemente assistiti. Gli operai, i lavoratori dipendenti guardano al sodo e sono già da un’altra parte con buona pace di Landini e dei 5 Stelle. Per non parlare dei milioni di autonomi, fra cui la migliore gioventù, che sogna l’intrapresa e accetta il rischio. Ma a questa Italia il Pd non guarda più. Non vuole più interpretare lo spirito della nazione che lavora e crea ricchezza. Eppure è quello che fa in molti dei luoghi dove amministra da anni e da decenni e dove questa capacità gli viene riconosciuta. Lo ha detto bene Gori su queste pagine. Forse ricominciare dalla parte positiva della propria storia potrebbe essere il modo giusto. In politica, come in ogni intrapresa umana, si parte dalle idee. E quelle attuali del Pd mi sembrano, in grande parte povere e già (auto)condannate all’irrilevanza.

La Repubblica

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Romeo e Manetta


Alfredo Romeo, imprenditore, fu arrestato nel marzo del 2017, per una faccenda di gare e corruzione. Fu tenuto agli arresti cinque mesi, di cui tre in carcere. Poi la giustizia stabilì, dopo cinque mesi, che non esistevano ragioni di custodia cautelare. N

Alfredo Romeo, imprenditore, fu arrestato nel marzo del 2017, per una faccenda di gare e corruzione. Fu tenuto agli arresti cinque mesi, di cui tre in carcere. Poi la giustizia stabilì, dopo cinque mesi, che non esistevano ragioni di custodia cautelare. Nel frattempo era ogni giorno su tutti i giornali e centinaia di volte al giorno in tele e radiogiornali. Adesso, ancora una volta, è stato assolto. Perché il fatto non sussiste.
Vi propongo l’elenco dei colpevoli:
1. l’informazione che strilla l’accusa e nasconde l’assoluzione, facendo del colpevolismo lo spettacolo per vendere e avanzare;
2. la giustizia in cui fa carriera anche chi fa arrestare innocenti e perde i processi;
3. i cittadini che dicono: ci sono le prove, la prossima volta ci pensi prima. Mentre passa per complice chi dice: se ci sono le prove lo portino a processo, in carcere si va dopo la condanna.
Per non perdere il vizio: Eva Kaili sia processata, ma la carcerazione lontana dalla bambina di 22 mesi è una barbarie inaccettabile.

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FABBRI E’ INFLUENZATO, RINVIATA LA LECTIO MAGISTRALIS IN PROGRAMMA DOMANI PER LA SCUOLA DI LIBERALISMO DELLA FONDAZIONE LUIGI EINAUDI


Tra i tre milioni e mezzo di italiani colpiti, in queste settimane, dall’influenza australiana, c’è anche Dario Fabbri, l’esperto di geopolitica atteso domani a Teramo, per la lectio magistralis prevista nel programma della scuola di Liberalismo della Fon

Tra i tre milioni e mezzo di italiani colpiti, in queste settimane, dall’influenza australiana, c’è anche Dario Fabbri, l’esperto di geopolitica atteso domani a Teramo, per la lectio magistralis prevista nel programma della scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi. Fabbri ha informato questa sera il responsabile della sede abruzzese della Fondazione, Alfredo Grotta, comunicandogli, con vivo dispiacere, l’impossibilità di partecipare all’incontro previsto per le 17 alla Sala Polifiunzionale. Inevitabile dunque il rinvio della Lectio magistralis sul tema “DOMINO: quale nuovo ordine mondiale?” alla prossima data possibile.

certastampa.it

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#uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Cadde infatti la Francia monarchica…


Cadde infatti la Francia monarchica, che tutta si incentrava a Versailles, come prima era caduto l’impero romano che tutto si incentrava in Cesare, come rovineranno in futuro tutte le società che si diano interamente ad un uomo o ad un idolo. da Liberal
Cadde infatti la Francia monarchica, che tutta si incentrava a Versailles, come prima era caduto l’impero romano che tutto si incentrava in Cesare, come rovineranno in futuro tutte le società che si diano interamente ad un uomo o ad un idolo.


da Liberalismo, “L’Italia e il secondo Risorgimento”, 29 luglio 1944

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Gli armeni cancellati dalla guerra che nessuno vuole vedere


La scrittrice: «Nel Nagorno-Karabakh un popolo invaso viene torturato nel silenzio» Le bugie hanno le gambe corte. Ma a volte, come nel caso della lettera del prof. Daniel Pommier Vincelli a La Stampa del 22 dicembre, pubblicata col titolo L’Azerbaigian r

La scrittrice: «Nel Nagorno-Karabakh un popolo invaso viene torturato nel silenzio»


Le bugie hanno le gambe corte. Ma a volte, come nel caso della lettera del prof. Daniel Pommier Vincelli a La Stampa del 22 dicembre, pubblicata col titolo L’Azerbaigian rivendica i propri confini legittimi. Sono le interferenze russe a peggiorare la situazione, non le hanno affatto. Vorrei segnalare le affermazioni e omissioni più eclatanti di questa lettera. In risposta all’affermazione che «l’espulsione della popolazione civile» azera dal Nagorno-Karabakh negli Anni 90 è «stata tecnicamente la più grande pulizia etnica del XX secolo», vorremmo sommessamente ricordare al prof. Vincelli che nel XX secolo ci sono stati numerosi – e ben noti – genocidi e pulizie etniche, riguardanti – in primis – armeni ed ebrei e poi l’Holodomor ucraino (su cui, nel 2019, è uscito il bel film Mr. Jones), il Ruanda, la Cambogia, i Balcani…

Quanto alla “pulizia etnica” dell’Azerbaijan, ricordiamo che di profughi armeni ce ne furono circa 400.000. Secondo l’European Commission against Racism and Intolerance, gli armeni erano «il gruppo più vulnerabile in Azerbaijan nel campo del razzismo e della discriminazione razziale» (2006). All’affermazione che «l’Armenia … [ha strappato] all’Azerbaigian non solo la regione del Karabakh» e alla descrizione della prima guerra del Nagorno-Karabakh come «l’invasione armena dei territori azerbaigiani», faremmo notare che solitamente non si definiscono come “invasori” le popolazioni autoctone o indigene. Gli “invasori” vengono dal di fuori. Gli armeni, invece, vengono dal di dentro: sono autoctoni di quelle terre. Tanto è vero che la lingua ufficiale della regione autonoma (oblast) del Nagorno-Karabakh, dotata anche di un Soviet autonomo, era l’armeno. Infine: bene il richiamo al l’Onu del Vincelli: «Diritto all’autodifesa come da articolo 51 dellacarta delle Nazioni Unite». Male invece non aver citato l’altro fondamentale diritto riconosciuto dall’Onu: il diritto all’autodeterminazione dei popoli (Risoluzione 1514 (XV), 14 dicembre 1960).

E arriviamo alle omissioni. Ciò che è più incredibile della lettera di Vincelli è il voler «spazzare sotto il tappeto», come si dice in inglese, il pericolo corso dal popolo autoctono armeno del Nagorno Karabakh (tenuto a bada dall’Unione Sovietica, finché è durata). Come ricorda Sohrab Ahmari nel suo magistrale articolo sui fatti dell’Artsakh (del 22 dicembre scorso), finché c’era il Soviet gli armeni del Karabakh riuscirono a coesistere coi non armeni. Ma con il suo indebolimento, essi rividero lo spettro dei pogrom del XX secolo. Per loro combattere divenne una questione di sopravvivenza.

Vergognoso poi è il silenzio sulle decapitazioni da parte azera di abitanti dell’Artsakh, sulle torture su civili armeni e sui prigionieri di guerra, sui video (da loro diffusi sui social) di donnearmene mutilate, sul vergognoso Parco della Vittoria creato da Aliyev a Baku alla fine della guerra; per non parlare dell’assassinio dell’ufficiale armeno Gurgen Markaryan durante il sonno, colpito 16 volte con un’ascia dall”ufficiale azero Ramil Safarov a Budapest, durante le esercitazioni Nato del gennaio 2004. Condannato all’ergastolo, Safarov venne rimpatriato dopo una trattativa segreta col governo ungherese, e festeggiato in patria come un eroe nazionale. Tutte questo cose sono state ampiamente documentate e riportate dai giornali.

E che dire del “caso Akram Aylisli”? Questo scrittore ottantacinquenne, uno dei più noti e celebrati autori azeri, ha scritto un breve romanzo, Sogni di pietra (2013), pubblicato anche in Italia da Guerini, con la prefazione di Gian Antonio Stella. Una piccola storia incantevole di fratellanza e di pace ambientata a Baku, in cui un vecchio attore azero finisce in ospedale per aver difeso un armeno da un linciaggio, e nel delirio ricorda la pacifica convivenza nel villaggio natio. Aylisli è diventato un reietto: è stato dichiarato apostata, espulso dall’Unione degli scrittori azeri, privato della pensione, gli è stato impedito di uscire dal Paese. E infine, perché parlare di «una premessa storica, che assume un valore etico-politico»? Vogliamo proprio parlare di etica, prof. Vincelli? Perché non cominciamo con il parlare di verità? Come ricorda Kant, le bugie sono in sé cosa non etica: mendacium est falsiloquium in praeiudicium alterius.

Proprio in questi giorni ecco l’ultimo episodio di questa spietata guerra sotterranea, chiaramente intesa a far sloggiare i restanti 120.000 abitanti armeni del Karabakh: il blocco del corridoio di Lachin, l’ultima strada – rimasta operativa sotto il controllo di militari russi – che collega al mondo questa enclave abitata da millenni dal popolo armeno. È una mossa che fa seguito ai bombardamenti del luglio scorso,
in cui furono attaccati diversi villaggi di confine e anche la celebre stazione termale di Jermuk, nel territorio stesso dell’Armenia, con parecchi morti e feriti. Una perversa partita del gatto col topo, il cui scopo è di accrescere l’ansia e l’angoscia di questi poveri e ostinati montanari, attaccati come ostriche allo scoglio alla loro terra natia, dove sono ritornati dopo la guerra dell’autunno 2020, vinta dall’Azerbaigian col supporto dei droni turchi e delle milizie dei jihadisti siriani. Farli diventare miserandi profughi, insomma, come gli sventurati sopravvissuti al genocidio del 1915-1922, che non a caso in Turchia vennero chiamati “i resti della spada”. L’attuale blocco totale del corridoio di Lachin, attuato da sedicenti “ambientalisti” azeri da 18 giorni, sta strangolando gli armeni del Karabakh. Ogni attività si sta fermando.

Nel severo inverno caucasico, manca il petrolio. Mancano o scarseggiano frutta, verdura, zucchero e molte altre cose di quotidiana utilità, che di solito arrivano dall’Armenia. I 612 studenti del complesso educativo italo-armeno(Hamalir Antonia Arslan), istituito dalla Cinf, fondazione italo-americana attiva da qualche anno, che vanno dai 4 ai 27 anni, sono costretti a casa, al freddo. Così hanno passato il Natale e il Capodanno. E il mondo occidentale tace, non guarda fischiettando dall’altra parte.

Ha collaborato SiobhanNash-Marshall.
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La Stampa

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Doppio Falso


Una una nota cantante è finita al centro dell’attenzione per vicende relative ai vaccini: non ha ritenuto di vaccinarsi e questo ha innescato le polemiche. Non faccio il nome, non perché ci sia qualcosa di riservato dato che la notizia è su tutti i giorna

Una una nota cantante è finita al centro dell’attenzione per vicende relative ai vaccini: non ha ritenuto di vaccinarsi e questo ha innescato le polemiche. Non faccio il nome, non perché ci sia qualcosa di riservato dato che la notizia è su tutti i giornali, ma perché non interessa il caso specifico. Credo infatti che sia interesse collettivo quel che presuppone quel modo di ragionare e quello che poi si è espresso. Ad esempio, la cantante ha detto di essere cresciuta in una famiglia che dubita della medicina tradizionale. Punto numero uno: cos’è è la medicina tradizionale? Quale quale sarebbe l’altra medicina? Quella orientale? Perché in tutto il mondo, da Oriente Occidente, da nord a sud, si pratica “la medicina”, della quale esistono diverse scuole di pensiero, che si evolve continuamente, ma praticano tutti la medesima medicina per i malati. Se hai una calcolosi renale, un tumore al pancreas, o qualsiasi altra cosa sia malattia, si pratica “la medicina”, non quella “tradizionale”, “innovativa” o chissà che altro.

Poi ci sono gli altri, cioè quelli che non sono malati fortunatamente, cui vengono ammannite delle cose senza senso, per esempio la stessa persona continuava dicendo :”tranne che in casi eccezionali, ho avuto sempre cure naturali” e quali sono queste cure naturali? No perché la morfina, l’oppio, l’eroina, la cocaina son cose naturali, vengono da piante; sono naturali anche i funghi alcuni dei quali sono sufficienti a mandare una persona al creatore; sono naturali i serpenti a sonagli dei quali non sto a parlarvi, perché immagino che qualcosa avrete capito.

La verità è che è nato tutto un filone industriale che non è neanche corretto chiamare farmaceutico (sono i cosiddetti integratori, la polverina, i tè, la bevanda calda) che, per carità, se uno si sente meglio nell’anima, si sente più leggero e più pulito, che benedicano lui che l’ha preso e quello che glielo ha venduto che ha fatto i soldi, ma questa cosa del naturale è una maxi presa in giro per quelli che ci vogliono credere. Ma ripeto, va benissimo, sempre che non ci si approfitti della debolezza altrui.

Il terzo elemento che è interessante di questa questione che riguarda la cantante è che a un certo punto, siccome la cosa è venuta fuori, ha detto di aver capito che bisogna fidarsi delle persone giuste, che l’ha detto anche ai genitori e che farà i vaccini. Ma le abiuree non si richiedono in un mondo di persone razionali, mentre il pentimento eventualmente è un sentimento personale. Il punto è un altro: non è che siccome io sono convinto che nonostante abbia bevuto molto alcool sono lucidissimo, basta questa mia convinzione per mettermi alla guida e così mettere a rischio la vita degli altri, perché la libertà che molti hanno in mente è una libertà che funziona solo alla prima persona singolare, mentre alla seconda già crolla. La profilassi collettiva è stato un modo per difendere la collettività, basta guardare cosa succede in Cina dove non lo hanno fatto. Se mi sottraggono non è che devo pentirmi o abiurare le idee scientifiche, devo semplicemente riconoscere di avere agito egoisticamente pensando a me e alle mie convinzioni – giuste sbagliate, poi ognuno se la vede con se stesso – ma non mi importava di tutti gli altri, e questo non è un bell’esempio.

Ultimo elemento, decisivo, è che le polemiche non sono nate perché non si è vaccinata. Infatti sono un bel numero, anche se non​ tantissimi​ (il 90% della popolazione che poteva vaccinarsi ha deciso di farlo), quelli che hanno scelto di non vaccinarsi e non sono al centro di nessuna polemica. Il problema è la certificazione falsa, poiché la persona in questione ha falsamente attestato di avere fatto quello che ora dice che secondo lei era moralmente e teoricamente sbagliato e questa sì, è una colpa, anzi, sono due colpe: falso e doppio falso.

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#uncaffèconLuigiEinaudi☕ –  L’uomo moralmente libero sfida il tiranno…


L’uomo moralmente libero sfida il tiranno dal fondo della galera o cammina diritto verso la catasta di legna sulla quale sarà bruciato vivo per voler tener fede alla sua credenza. da Liberalismo, “L’Italia e il secondo Risorgimento”, 29 luglio 1944 L'art
L’uomo moralmente libero sfida il tiranno dal fondo della galera o cammina diritto verso la catasta di legna sulla quale sarà bruciato vivo per voler tener fede alla sua credenza.


da Liberalismo, “L’Italia e il secondo Risorgimento”, 29 luglio 1944

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Concordando


Da una parte le chiacchiere, le interviste, le sparate; dall’altra i fatti e, nell’incontro fra la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, si conferma l’impegno italiano sul Pnrr. Bisogna che

Da una parte le chiacchiere, le interviste, le sparate; dall’altra i fatti e, nell’incontro fra la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, si conferma l’impegno italiano sul Pnrr. Bisogna che ci si chiarisca tutti, quali che siano le opinioni politiche, sul contesto in cui collocare le relazioni fra i singoli governi nazionali e le autorità dell’Unione europea.
Evitare l’argomento, scantonarlo calciando la palla fuori dal campo, danneggia l’Italia e imbroglia i cittadini. Non prendendo il toro per le corna si finisce con l’essere incornati o dall’irrilevanza o dall’ipocrisia. È del tutto legittimo sostenere l’opportunità di uscire dall’euro e abbandonare l’Unione europea. Sarebbe un suicidio, ma è ben possibile pensarla diversamente. C’era chi lo sosteneva, in Italia, come chi raccontava che Brexit avrebbe reso libero e ricco il Regno Unito. Mi par di capire che tale approccio non abbia più corso neanche fra chi lo abbracciò.

Sono due i cardini generali di un corretto rapporto fra Stato e Unione. Il primo è la consapevolezza che la sovranità nazionale esista e possa essere difesa intanto in quanto esiste l’Ue, che fuori da quella nessuno degli aderenti sia in grado di avere forza (istituzionale, politica ed economica) per far valere la propria sovranità, sicché l’uso di quel termine come fosse antitetico all’Ue è ingannevole. Il secondo cardine consiste nel razionalizzare che – a parte gli alti enunciati dei trattati – l’Unione non sia una confraternita di buone intenzioni e anime elette, ma la convivenza e la crescita collaborativa di interessi particolari, nazionali o relativi ad aree o settori. Il che ne comporta la rappresentanza
esplicita e – se necessario – puntuta, senza l’infantilismo di minacciare fuoriuscite. Chi, all’opposto, pensa che si sia europeisti solo in quanto propalatori di alati sentimenti s’iscriva pure a una accolita di predicatori scalzi.

Questo aiuta a capire due punti affrontati ieri, con il terzo sullo sfondo. 1. L’Italia chiede di ridiscutere alcuni aspetti del Pnrr, il che è possibile ma non può essere un terreno di scontro né di polemica pubblica. I ministri che ripetono di volerlo cambiare, rivolgendosi ai giornali italiani, stanno cercando una ribalta per sé stessi ma lo rendono più difficile. Ngeu, ovvero il programma cofinanziato e che accende debito comune, destinato a superare gli squilibri e di cui siamo i principali beneficiari, non si tocca. La nostra speranza è che cresca e si stabilizzi, il che dipende dal sapere farlo funzionare, non dal lamentarsi. Singoli aspetti del piano italiano (Pnrr) possono essere modificati, ma in accordo con la Commissione e non a strappi. Ricordiamo d’essere quelli che ricevono.

2. Il nostro interesse è che il problema degli sbarchi sia un problema di tutti, anche se in passato qualche governo italiano (l’Italia è una sola e sempre la stessa) ragionò in termini diversi. L’interesse di chi non è esposto al Sud del Mediterraneo è che sia problema di altri. Per uscirne non si deve portare altrove gli sbarcati, come a dividersi la disgrazia, ma portare sulle coste l’Ue. Il che significa cedere sovranità per far rispettare la sovranità. Fuori da questo siamo alla propaganda sterile.

3. I tassi d’interesse sono faccenda Bce e la Commissione c’entra nulla. Quando ci si lamenta perché crescono (o perché non crescono abbastanza) si ha il dovere di chiarire quale interesse si rappresenta: per chi ha risparmiato sono ancora bassi, per chi deve indebitarsi saranno sempre alti. Lo Stato italiano deve indebitarsi, gli italiani sono grandi risparmiatori. In ogni caso: ratifichiamo in fretta il Mes, altrimenti è troppo facile neanche stare ad ascoltare chi vuole protezione ma demolisce le protezioni. L’incontro di ieri non è il primo, non sarà l’ultimo ed è stato una tappa positiva. Perché non sia effimera si devono abbandonare le finzioni ed evitare di contraddirsi dopo
poche ore.

La Ragione

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Ecco perché una maggiore flessibilità dell’Europa sugli aiuti di Stato può rappresentare un problema per l’Italia


Fa una certa impressione il dialogo di ieri tra Meloni e Von der Leyen sulla competitività dell’industria europea e sulla riforma degli aiuti di Stato. La presidente della Commissione propone di alleggerire le regole che vietano i sussidi in modo da poter

Fa una certa impressione il dialogo di ieri tra Meloni e Von der Leyen sulla competitività dell’industria europea e sulla riforma degli aiuti di Stato. La presidente della Commissione propone di alleggerire le regole che vietano i sussidi in modo da poter sostenere gli investimenti green. La premier è invece preoccupata da una corsa agli aiuti, dove i paesi con poco spazio fiscale come il nostro sarebbero nei guai rispetto ai partner virtuosi del Nord. È un rovesciamento di fronte rispetto a qualche anno fa. Ricordate la rigidità della Commissione sull’utilizzo di fondi pubblici da parte dei governi nazionali per sostenere le banche in crisi (nel nostro caso la liquidazione delle banche venete o il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena), imponendo vincoli ancora più stretti di quelli della direttiva sulla risoluzione delle banche dell’Unione bancaria? Rigidità in linea con il forte orientamento al mercato della Commissione, campione nella tutela della concorrenza, molto più determinata delle autorità americane, almeno fino agli anni più recenti.

La proposta di Von der Leyen, già condivisa con i partner europei a metà dicembre, deriva dalla consapevolezza che oggi è molto difficile tutelare il mercato senza un maggiore sostegno pubblico dell’economia. Le ragioni di questo nuovo orientamento sono tre. La necessità per i governi nazionali di aiutare le imprese di fronte a ripetute crisi dovute a ragioni estranee al funzionamento dei mercati: la pandemia e la crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina. E dunque la temporanea esenzione dal divieto dei sussidi con lo State Aid Temporary Framework.

La seconda è la grande quantità di investimenti necessari alla transizione energetica che difficilmente avverrebbe sulla base di una pura logica di mercato e che dunque necessita di supporto pubblico. In quest’ ottica è già stato varato il piano REPowerEU, in aggiunta al Next Generation EU. Infine, terza ragione, i sussidi concessi dagli Stati Uniti alle imprese che producono sul proprio territorio, nell’ambito dell’Inflation Reduction Act (Ira), anch’ essi legati alla transizione verde.

L’iniziativa americana determina un forte vantaggio competitivo alle proprie imprese a scapito di tutti i concorrenti, non solo europei. Il nuovo corso delle regole sugli aiuti di Stato, per quanto non ancora definito, solleva non pochi problemi. Intanto, le questioni geopolitiche. Reagire con sussidi europei a quelli americani significa innescare una corsa al ribasso (o meglio al rialzo del supporto alle imprese), con azioni e reazioni che inevitabilmente coinvolgeranno anche altri partner commerciali a cominciare da quelli asiatici. Oltretutto, le regole della Wto, che vietano l’uso di questi strumenti verrebbero deliberatamente infrante.

Sarà dunque difficile varare una politica europea autonoma, senza trovare forme di accordo a livello bilaterale con gli Stati Uniti e poi con altri paesi. L’obiettivo della transizione energetica riguarda tutti e nonostante le difficoltà della Cop 27 rimane uno dei terreni su cui è forse ancora possibile esplorare accordi e regole globali. Esiste poi un chiaro problema europeo. Allentare le regole sugli aiuti di Stato innescherebbe una corsa al ribasso tra i paesi dell’area, con grande vantaggio dei ricchi. Da qui la diffidenza italiana.

La Commissione, allora, propone la creazione di un fondo per la politica industriale, il “Fondo per la Sovranità Europea”, finanziato da debito comune. Si evita così di mettere in difficoltà chi non ha spazio di manovra fiscale. È una buona idea, ma ovviamente i paesi virtuosi storcono il naso all’idea di mutualizzare altro debito dopo quello emesso con il Next generation EU. Inoltre, il fondo ha ambizioni maggiori della transizione energetica, come lo sviluppo e la produzione dei microchip e l’integrazione dell’industria della difesa. L’Europa ha certo bisogno di maggior integrazione commerciale e produttiva su alcuni assist strategici fondamentali. Ma l’obiettivo della sovranità (vedi il nome del fondo) è materia delicata. Rischia di essere in totale conflitto con quello della concorrenza e del libero mercato e di alzare ancor più il livello del confronto con gli Usa.

Se a competere non sono solo le imprese, ma anche le Nazioni (o gruppi di Nazioni) che le sostengono, il terreno di gioco non è più uguale per tutti e i mercati non sono più aperti. La sovranità rischia insomma di essere sinonimo di protezionismo. Per questo l’area di intervento a sostegno del mercato deve essere ben definita e giustificata dai fallimenti del mercato stesso. E per questo un accordo tra concorrenti globali per evitare una corsa al ribasso rimane comunque assolutamente necessario.

La Stampa

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Andrew Hodges – Alan Turing, storia di un enigma


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#uncaffèconLuigiEinaudi☕ – L’uomo libero perfetto è colui…


L’uomo libero perfetto è colui il quale, per non rinunciare alle sue idee di fronte al tiranno, si è lasciato condannare alla galera e, pur di non chiedere al tiranno di essere liberato, resta in galera. da Liberalismo, “L’Italia e il secondo Risorgimen
L’uomo libero perfetto è colui il quale, per non rinunciare alle sue idee di fronte al tiranno, si è lasciato condannare alla galera e, pur di non chiedere al tiranno di essere liberato, resta in galera.

da Liberalismo, “L’Italia e il secondo Risorgimento”, 29 luglio 1944

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Eleggere un’Assemblea costituente per una riforma istituzionale organica


Esattamente quarant’anni fa si insediava la commissione bicamerale presieduta dal liberale Aldo Bozzi che avrebbe dovuto metter mano a quella grande riforma delle Istituzioni di cui si parlava già da tempo. Fallì. Così come in seguito fallirono la bicamer

Esattamente quarant’anni fa si insediava la commissione bicamerale presieduta dal liberale Aldo Bozzi che avrebbe dovuto metter mano a quella grande riforma delle Istituzioni di cui si parlava già da tempo. Fallì. Così come in seguito fallirono la bicamerale guidata da Ciriaco De Mita e poi da Nilde Iotti, la bicamerale presieduta da Massimo D’Alema e i tentativi di Roberto Calderoli, di Luciano Violante, del gruppo di lavoro costituito dal presidente Napolitano, della coppia Renzi-Boschi.

Quarant’anni di speranze, quarant’anni di fallimenti. Fino all’occasione persa nella scorsa legislatura. Il sistema era ufficialmente in crisi, i partiti radicalmente delegittimati. Quale occasione migliore per riaccreditarsi mettendo finalmente mano alle storture del sistema pubblico? Nel maggio nel 2018 proposi di eleggere un’Assemblea costituente contestualmente alle Europee dell’anno successivo. Non se ne fece niente. Riprovai nel settembre 2020, ovviamente invano. E quando, nel 2021, la Fondazione Luigi Einaudi presentò un disegno di legge costituzionale per l’elezione con metodo proporzionale di un’“Assemblea per la riforma della Costituzione in deroga all’articolo 138” mi schierai senza indugi al loro fianco. Molti apprezzamenti singoli, nessun atto conseguente. Il cupio dissolvi avvolgeva un sistema politico animato da leader fragili, troppo assorbiti dall’istinto di sopravvivenza quotidiana per preoccuparsi di come tenere ragionevolmente in vita il sistema che li aveva generati e di cui facevano ancora parte.

Si torna, oggi, a parlare di riforme e si torna a parlare di un commissione bicamerale. Ma piccola, una “bicameralina”, a quel che si capisce finalizzata a metter mano alla sola forma di governo. I precedenti inducono al pessimismo. La contiguità della “bicameralina” con aule parlamentari ormai ridotte ad arene gladiatorie non fa ben sperare. La ritrosia ad ipotizzare una riforma organica di sistema lascia perplessi. Oltre alla forma di governo, infatti, sul tavolo dei buoni ed improcrastinabili propositi giacciono la riforma della Giustizia, il rapporto Stato-regioni, la cosiddetta autonomia differenziata, l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione sui partiti politici, la revisione del bicameralismo paritario, l’aggiustamento degli equilibri provocati dal dissennato taglio della rappresentanza parlamentare…

Si possono ipotizzare interventi patchwork nell’illusione di ottenere, casualmente, un disegno uniforme. Si può continuare a parlarne per altri quarant’anni. Si può, come ha proposto la Fondazione Luigi Einaudi, prendere atto della debolezza del Parlamento, chiamare in causa gli elettori, eleggere con criterio proporzionale alcune decine di esperti delegati dai partiti e affidargli la responsabilità di trovare la mediazione necessaria a rendere più efficace, più efficiente, più democratico e più equilibrato il nostro sistema istituzionale. Un referendum popolare, come propone il costituzionalista Michele Ainis, potrebbe infine legittimare la riforma e solennizzare un nuovo inizio. I partiti troverebbero un senso; lo Stato troverebbe, nell’equilibrio, la giusta forza.

Huffington Post

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“Domino: quale nuovo ordine mondiale?'” – Lectio magistralis di Dario Fabbri per la Scuola di liberalismo Abruzzo


Giovedì 12 gennaio, alle ore 17.00, presso la Sala polifunzionale della Provincia di Teramo, in occasione della presentazione della Scuola di liberalismo Abruzzo, il noto analista geopolitico Dario Fabbri avvierà la scuola di Liberalismo Abruzzo con una

Giovedì 12 gennaio, alle ore 17.00, presso la Sala polifunzionale della Provincia di Teramo, in occasione della presentazione della Scuola di liberalismo Abruzzo, il noto analista geopolitico Dario Fabbri avvierà la scuola di Liberalismo Abruzzo con una imperdibile lectio magistralis dal titolo “Domino: quale nuovo ordine mondiale?'”. Forte di una tradizione che si rinnova da oltre 30 anni nelle città di Roma e Messina, da questo anno anche l’Abruzzo ospiterà la celebre Scuola di Liberalismo che è fiore all’occhiello dell’attività culturale e di ricerca svolta dalla Fondazione Luigi Einaudi ETS.
L’evento, con il patrocinio della Provincia di Teramo, sarà introdotto dal responsabile della sede Abruzzo della Fondazione Einaudi, Alfredo Grotta.

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Governare


Il 55% del gas utilizzato in Germania era di provenienza russa. Ne importavano 50 miliardi di metri cubi. Il 17 dicembre la nave rigassificatrice “Höegh Esperanza” ha ormeggiato nel porto di Wilhelmshaven, il 21 dicembre c’è stata la cerimonia d’inauguraz

Il 55% del gas utilizzato in Germania era di provenienza russa. Ne importavano 50 miliardi di metri cubi. Il 17 dicembre la nave rigassificatrice “Höegh Esperanza” ha ormeggiato nel porto di Wilhelmshaven, il 21 dicembre c’è stata la cerimonia d’inaugurazione, dal 15 gennaio lavorerà a pieno regime. In tutto i terminali di rigassificazione, operativi o in corso di realizzazione, sono 11. Una volta completato il gas che i tedeschi potranno acquistare anche liquido ammonterà a 73 miliardi di metri cubi, quasi il 50% in più di quello che prendevano dalla Russia, che potrà comodamente inalarlo. Il governo tedesco si regge con l’appoggio dei Verdi, quindi non è stato facile prendere queste decisioni, che comprendono anche l’uso emergenziale del carbone e il prolungamento della vita delle centrali nucleari. Ma era necessario e si affannano a confermare il programma di decarbonizzazione, salvo il fatto che per perseguirlo occorre essere industrialmente in vita e quelle misure servono per sopravvivere nel periodo di passaggio.

Da noi si sente dire che il nucleare è escluso perché ci vuole troppo tempo, come se governare consistesse nel provvedere solo per i bisogni della serata. Per un rigassificatore che dovrà essere operativo a Piombino è stato chiamato in causa il Tribunale amministrativo regionale, che non ha fermato l’opera, bocciando le pretese del Comune, ma potrà essere nuovamente adito per ogni provvedimento amministrativo. Mentre 532 richieste di mettere in funzione impianti solari attendono ancora l’autorizzazione, essendocene ferme 215 alla verifica amministrativa; 263 all’istruttoria tecnica; 2 presso l’ufficio di gabinetto; 26 sperano che il ministero dei beni artistici e culturali accenda la luce verde; 14 stanno scalando gli uffici della presidenza del Consiglio; 12 sono fermi per altri motivi e, udite udite, ben 10 sono stati autorizzati. 10 su 542, un successone. Particolare significativo: il numero delle pratiche in attesa cresce anziché diminuire.

E con questo torniamo alle discussioni sul “sistema del bottino”, ove non si voglia utilizzare la più elegante espressione inglese: spoils system. Gli odierni governanti reclamano il diritto di scegliersi i burocrati, laddove gli ultimi a potere obiettare sono quella della sinistra, che redassero e approvarono, con le solite inutili fanfare, la legge che consente di scegliersi i burocrati. Una animata discussione sul niente, come al solito fatta senza tenere conto dei risultati concreti. Gli unici che contano. Chi è al governo deve potere governare e l’ingranaggio è di sua pertinenza. Ma ad ogni potere corrisponde una responsabilità e la verdeggiante giungla burocratica non è cresciuta perché i cattivi burocrati nascondevano le carte, ma perché i cattivi politici evitano la responsabilità, nascondendosi dietro le carte. Ciò porta alla prima conseguenza:
senza una giustizia funzionante (che non abbiamo) scordiamoci un’amministrazione efficiente, perché il disonesto eviterà d’essere il solo responsabile e l’onesto sarà processato per quindici anni, magari facendo nel frattempo scattare la trappola della Severino, che fa a pugni con la Costituzione.

Per far funzionare l’amministrazione ci sono due schemi:
a. quello dello “Stato apparato”, più francese o dell’Italia pre Bassanini, per cui il ministro è depositario dell’indirizzo politico, nomina un capo di gabinetto che è responsabile della macchina burocratica e da lì in giù chi non funziona o fa quello che gli pare dovrebbe saltare;
b. quello più all’anglosassone, per cui il ministro sceglie i burocrati e risponde politicamente del risultato. Noi siamo nella zona né carne né pesce. Per rompere il nesso fra potere & responsabilità abbiamo adottato lo schema: lottizzazione & mai rendicontazione. Ergo: chi governa è responsabile dei risultati, chi si oppone non ha senso chieda siano salvati i propri famigli, mentre né gli uni né gli altri possono continuare ad
ammorbarci chiedendo quello che essi stessi devono darsi.

La Ragione

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#uncaffèconLuigiEinaudi☕ – I partiti non sono un fine, un ideale…


I partiti non sono un fine, un ideale: sono un semplice mezzo con il quale si cerca di rendere più agevole ai cittadini di formarsi una opinione e di rendere efficace ed attiva l’opinione medesima da I limiti ai partiti, «L’Italia e il secondo Risorgiment
I partiti non sono un fine, un ideale: sono un semplice mezzo con il quale si cerca di rendere più agevole ai cittadini di formarsi una opinione e di rendere efficace ed attiva l’opinione medesima


da I limiti ai partiti, «L’Italia e il secondo Risorgimento», 20 maggio 1944

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Autoped: il Precursore del Monopattino


L’Autoped era un dispositivo di trasporto personale prodotto dalla Autoped Company di Long Island City, New York, all’inizio del XX secolo. Si trattava di un veicolo piccolo, leggero e portatile, progettato per essere utilizzato comeContinue reading

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Marcuse e l’analisi filosofica di capitalismo e comunismo – Gazzetta del Sud


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Marcuse e l'analisi filosofica di capitalismo e comunismo - Gazzetta del Sud

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#uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Oggi non è più il tempo…


Oggi non è più il tempo dei chiostri da primo medioevo […] oggi è il tempo dei missionari. da Due parole tra di noi. Ai giornalisti liberali, «L’Italia e il secondo Risorgimento», 13 gennaio 1945 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Oggi non è più il
Oggi non è più il tempo dei chiostri da primo medioevo […] oggi è il tempo dei missionari.

da Due parole tra di noi. Ai giornalisti liberali, «L’Italia e il secondo Risorgimento», 13 gennaio 1945

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Operation Unthinkable: Il Piano di Churchill per distruggere l’URSS


La c.d. Operation Unthinkable è stato un piano di guerra concepito dall’Alto Comando delle Forze Armate britanniche durante la Seconda Guerra Mondiale, al fine di preparare una possibile offensiva contro l’Unione Sovietica. Il piano, concepitoContinue reading

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#uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Che nell’Europa contemporanea…


Che nell’Europa contemporanea possono esistere una trentina di stati sovrani è altrettanto anacronistico come lo divenne la coesistenza di centinaia di città-stato e di principati-stato nell’Italia del Quattrocento Ancora il commento al programma. L’Eur
Che nell’Europa contemporanea possono esistere una trentina di stati sovrani è altrettanto anacronistico come lo divenne la coesistenza di centinaia di città-stato e di principati-stato nell’Italia del Quattrocento

Ancora il commento al programma. L’Europa di domani, «L’Italia e il secondo Risorgimento», 13 maggio 1944

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