Non c’è forca che tenga. L’Iran non riesce a soffocare la rivolta nel sangue


A ogni assassinio di Stato, la protesta si alimenta. Il regime in difficoltà. Ma la discesa in campo del figlio dello Scià complica l’intesa fra le opposizioni A Javānrūd una ragazza curda senza l’hijab è in piedi davanti alle forze basij durante la cer

A ogni assassinio di Stato, la protesta si alimenta. Il regime in difficoltà. Ma la discesa in campo del figlio dello Scià complica l’intesa fra le opposizioni

A Javānrūd una ragazza curda senza l’hijab è in piedi davanti alle forze basij durante la cerimonia del quarantesimo giorno di fine del lutto per la morte di sette martiri che in questa città hanno preso parte alla rivoluzione scoppiata in Iran quasi quattro mesi fa. Gridano slogan contro Alì Khamenei e maledicono Ruhollah Khomeini: “Morte al Velayat-e Motlaqe Fagih” (morte alla tutela della guida suprema sulla vita sociale e politica). In questo slogan è racchiuso tutto il significato della pacifica rivoluzione scoppiata il 16 settembre 2022 dopo l’assassinio della ventiduenne Mahsa Amini, curda di Saqqez, avvenuta dopo che era stata massacrata di botte in un furgone della cosiddetta “polizia morale” che tre giorni prima l’aveva arrestata perché non indossava il velo come prescrive la legge islamica.

Le manifestazioni di protesta contro questa barbara uccisione, partite dalle città curde dell’Iran, si sono subito estese in tutto il paese, compresa la provincia a maggioranza sunnita del Belūcistān, fino a sfociare in una vera e propria rivoluzione che ora vede queste due regioni ancora come traino della battaglia per il rovesciamento della Repubblica islamica.

Questo elemento costituisce un aspetto molto significativo che non va ignorato. Gridare “Morte al Velayat-e Motlaqe Fagih” ha un doppio significato. Non è solo l’espressione del rifiuto della massima autorità religiosa del paese e dell’oppressione della religione nella vita sociale e politica di un popolo, ma esprime il rifiuto di ogni autoritarismo. Esprime la rivendicazione di una piena democrazia laica rispettosa dei diritti di ogni persona e di ogni minoranza.

Non vi è alcun dubbio sul fatto che è nel Sīstān-Belūcistān e nel Kurdistan iraniano che la rivoluzione per la liberazione dell’Iran dal regime teocratico, guidata dalla cosiddetta “generazione Z”, sia un passo avanti rispetto al resto del paese. In queste regioni è l’intero popolo, sempre a mani nude, ad essere insorto contro la Repubblica islamica. Alcuni centri delle province curde come quelli di Javānrūd, Sanandaj, Bukan, Mahabad, nel Kurdistan iraniano, sono di fatto in mano agli insorti e la situazione è drammatica.

Mentre nella megalopoli di Teheran, così come a Esfahan, a Karaj e a Mashad, le proteste non sono estese e costanti, e i manifestanti non hanno per nulla il controllo delle strade e delle piazze, il fuoco della rivoluzione è tenuto vivo dai curdi e dai beluci. Non è un caso se sono le città curde e quelle del Belūcistān a pagare il prezzo più elevato della feroce repressione. Buona parte dei cittadini arrestati, torturati e uccisi dalle forze paramilitari pasdaran sono appunto curdi o della minoranza beluci, così come la maggior parte dei condannati a morte.

A Javānrūd le guardie rivoluzionarie hanno trasferito migliaia di loro uomini equipaggiati con armi da guerra e hanno arruolato numerose milizie straniere filoiraniane da loro addestrate. Si tratta di milizie sciite provenienti da Iraq, Siria, Libano e dall’Afghanistan. Attaccano le abitazioni dei civili, irrompono nelle loro case e portano via intere famiglie.

A Mahabad si è celebrato il quarantesimo giorno trascorso dall’assassinio di Shamal Kahramaneh al grido di “Javānrūd non è sola, Mahabad è la sua sostenitrice”.

Cerimonia funebre anche per Mehran Basir, un giovane di 29 anni ucciso a Foman il 24 novembre. Il 31 dicembre si è svolta la cerimonia del quarantesimo giorno anche per Mehdi Kabuli, un adolescente di 15 anni ucciso dagli agenti di sicurezza a Gorgan. Il 5 gennaio a Izeh si terrà la cerimonia funebre per il quarantesimo giorno dall’assassinio di Hamed Selahshur, di 22 anni, torturato in prigione fino alla morte. Il giovane Hamed era stato segretamente sepolto fuori città perché la sua famiglia temeva che le autorità sequestrassero il suo corpo per estorcere una confessione forzata, ora lo hanno riesumato per seppellirlo nel “cimitero di famiglia” a Izeh.

Come è noto il regime sequestra i corpi dei manifestanti uccisi e chiede ai familiari una sorta di riscatto per la loro restituzione e precisamente chiede una confessione pubblica che smentica la voce di un loro decesso per mano dello stato. La Repubblica islamica ha paura anche dei morti e dei loro funerali perché le cerimonie funebri si trasformano in imponenti manifestazioni. Insomma, il regime teocratico ha comportamenti e organizzazione di tipo mafioso.

La rivoluzione sembra inarrestabile, ogni funerale produce una manifestazione a cui partecipa un oceano di persone e ciò fa desistere il regime dall’infliggere nuove impiccagioni. Le autorità iraniane pensavano di soffocare le rivolte con l’arma del terrore, ma ciò non sta riuscendo perché ad ogni assassinio la risposta è una ulteriore crescita della ribellione. Crescono la rabbia e l’indignazione, cresce l’odio verso questo orribile regime sanguinario considerato semplicemente criminale e del tutto privo di legittimità, dunque destinato ad essere spazzato via.

Intanto, sabato 31 dicembre 2022, diverse personalità di spicco in esilio che si oppongono alla Repubblica islamica hanno pubblicato una dichiarazione congiunta sui loro social definendo l’anno 2023 come quello della liberazione dell’Iran. “Il 2022 è stato l’anno glorioso della solidarietà degli iraniani di ogni credo, lingua e orientamento. Con lo stesso impegno e solidarietà, il 2023 sarà l’anno della vittoria per la nazione iraniana”, si legge nella dichiarazione firmata dal principe Reza Ciro Pahlavi, dalle attrici Nazanin Boniadi e Golshifteh Farahani, dall’attivista per i diritti umani e giornalista Masih Alinejad, da Hamed Esmaeilion, portavoce dell’Associazione delle famiglie delle vittime del volo PS752 abbattuto dai pasdaran esattamente tre anni fa (l’8 gennaio 2020) e dall’ex calciatore Ali Karimi. Il principe Reza Pahlavi in risposta alle critiche di coloro che sostengono che non vi è una voce unitaria contro il regime, ha detto: “Ecco perché dobbiamo unirci affinché le forze pro-democrazia aprano il dialogo con il mondo”.

E Nazanin Boniadi a “Iran International” ha sottolineato i continui tentativi con vari gruppi di opposizione per lavorare uniti e formare una coalizione.

Questa dichiarazione che invita le forze pro-democrazia a formare una coalizione non è stata sottoscritta da alcun esponente di partiti politici come quelli curdi, repubblicani o radicali. C’è solo un personaggio politico ad aver firmato questa dichiarazione, ed è il principe Reza Pahlavi, un personaggio carismatico a cui i repubblicani e i curdi guardano con sospetto perché non valutano positivamente la passata esperienza monarchica. Questo metodo di escludere alcune componenti fondamentali della società e della politica iraniana attive nella pacifica rivoluzione in corso ricorda quello seguito nel 1979, quando la speranza di una rivoluzione democratica per liberare il paese dall’oppressivo regime monarchico dei Pahlavi, fu vanificata e il moto rivoluzionario fu egemonizzato da una personalità religiosa fondamentalista carismatica come quella di Khomeini.

Per questo incomincia a serpeggiare, in particolare nella comunità curda, preoccupazione per il tentativo di alcuni esponenti della borghesia persiana in esilio, in particolare residente negli Stati Uniti e in Europa, di monopolizzare la rivoluzione ignorando partiti, minoranze e le entità non persiane presenti nel paese che rappresentano la componente più attiva e agguerrita di questo spontaneo movimento rivoluzionario partito dal basso.

Si teme quindi che all’interno della diaspora iraniana vi sia un tentativo di favorire la discesa in campo del principe Reza Pahlavi ritenuto forse in grado di risvegliare il sentimento nazionalista e di una Grande Persia che sia in grado di riscattarsi da quarantaquattro anni di disonore e di oscurantismo rappresentato dal regime teocratico.

Davanti a un movimento rivoluzionario senza leader, per una componente molto influente della borghesia iraniana in esilio, puntare sul nazionalismo persiano e sulla figura del principe Reza Pahlavi potrebbe rappresentare la strada più veloce e sicura per il cambio di regime. Ma i curdi, perseguitati da sempre sotto ogni dittatura, non vogliono essere servitori di nessuno: non intendono morire per un “Re persiano”, questo è il messaggio che arriva dal Kurdistan che vede la dichiarazione di un principe, di due attrici e di un giocatore di calcio, come un tentativo di scippare la rivoluzione e di presentare Reza Ciro Pahlavi, che per i monarchici è ancora il pretendente al trono, come il suo capo politico forte anche del sostegno che riceve grazie ai canali televisivi finanziati dai sauditi e che hanno sede a Londra.

Anche se il principe dichiara di non avere alcuna intenzione di ritornare sul trono, per il suo entourage e per il partito monarchico è pur sempre “Reza II” e dunque si preme fortemente per un ritorno della dinastia dei Pahlavi.

Ma gli slogan che si odono nelle piazze e nelle strade di tutte le città del paese, da Teheran a Sanandaj e da Esfahan a Zahedan e che gridano “Curdi, beluci, azeri; libertà e uguaglianza”, fanno intendere che per la “generazione Z” sono maturi i tempi affinché tutte le componenti etniche e religiose come quelle del Kurdistan e del Belūcistān, che da circa quattro mesi stanno dando un contributo fondamentale alla rivoluzione, dovrebbero avere un pieno riconoscimento e una piena collocazione di un assetto statuale consistente in una democrazia laica con una forte impronta federalistica.

Hugginfton Post

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Gli errori cinesi sul virus


È al tempo stesso spaventoso e rassicurante il clamoroso fallimento cinese nella gestione della pandemia. È spaventoso per le conseguenze sanitarie: quel fallimento sta facendo ammalare milioni di cinesi e mette tutto il resto del mondo a rischio di una n

È al tempo stesso spaventoso e rassicurante il clamoroso fallimento cinese nella gestione della pandemia. È spaventoso per le conseguenze sanitarie: quel fallimento sta facendo ammalare milioni di cinesi e mette tutto il resto del mondo a rischio di una nuova ondata pandemica. È invece rassicurante per due motivi. Il primo è geo-politico. I teorici dell’inevitabile tramonto dell’Occidente forse si sbagliano. Forse la Cina non riuscirà a diventare, nemmeno fra qualche decennio, una superpotenza così forte da poter davvero tenere testa agli Stati Uniti. Né, come hanno previsto alcuni, la Cina tornerà presto ad essere, come era nel Seicento e nel Settecento (prima che iniziasse la Rivoluzione industriale in Gran Bretagna), il Paese più ricco e prospero del globo. L’autocrazia ha un prezzo. Il prezzo è l’eccesso di rigidità che impedisce ai governanti di fronteggiare sfide impreviste con pragmatismo e capacità di correggere, in corso d’opera, gli errori.

Il secondo motivo è che il fallimento cinese dimostra urbi et orbi la superiorità delle società aperte e democratiche rispetto alle autocrazie. Una superiorità molto concreta, non astratta o ideologica: è impietoso il confronto fra il modo efficace – una volta superata la prima fase di disorientamento e di sbandamento – con cui il mondo occidentale ha saputo fronteggiare la pandemia e il fallimento cinese. Fallimento che i cinesi, a dispetto di ogni evidenza, si ostinano a negare.

Come mostrano anche le proteste delle autorità cinesi contro quei Paesi che, come l’Italia, sottopongono a controllo sanitario i viaggiatori in arrivo dalla Cina. Nonché il loro rifiuto di accettare i vaccini occidentali offerti dalla Ue. Hanno una cosa in comune la mala gestione cinese dell’emergenza Covid e l’incapacità russa disconfiggere l’Ucraina. Pur con le loro grandi differenze le autocrazie cinese e russa sono accomunate dalla incapacità/impossibilità di comprendere quale potente risorsa sia la libertà individuale, quale forza essa sprigioni e con quali benefici effetti per i gruppi umani in cui essa è sufficientemente tutelata. I paralleli storici sono sempre arditi ma si può dire che Putin sia incorso in un errore simile a quello commesso, all’inizio del quinto secolo avanti Cristo, dal potente impero persiano quando invase la Grecia: venne sconfitto perché sottovalutò quanta energia potessero accumulare e spendere in battaglia gli uomini liberi delle città greche.

Per le stesse ragioni, Putin ha sottovalutato gli ucraini. Nonché gli occidentali, ivi compresi i pacifici europei, consapevoli, fin dall’inizio del conflitto, del fatto che sostenendo l’Ucraina stanno proteggendo le proprie libertà. Che le autocrazie non comprendano quali conseguenze benefiche per la collettività sia in grado di generare la libertà individuale è normale, scontato. Ma che dire di tutti quegli occidentali
che pur da sempre abituati a godere delle libertà che le nostre società assicurano anche a loro, tuttavia le disprezzano o comunque non ne comprendono i vantaggi? Da dove nasce questa specie di blocco mentale?

I nemici occidentali delle libertà occidentali, per lo più, non dicono oggi, come dicevano un tempo, che le democrazie liberali rappresentino il male. Ma, proprio come allora, la loro bestia nera è sempre il mercato. Come se, senza mercato, possano sussistere società aperta, democrazia, libertà individuali. Puntano il dito contro i «fallimenti del mercato» (che certamente, periodicamente, si verificano) ma vogliono curarli a colpi di Stato, espandendo il ruolo e la presenza dello Stato. Fingono di non sapere che i «fallimenti dello Stato» (da Pechino a Mosca, da Teheran a Caracas, e in tanti altri posti) provocano conseguenze infinitamente più gravi, più devastanti, e durature. Anche lasciando da parte i casi più drammatici ed evidenti, per limitarci a un esempio di casa nostra, quanto è servito fin qui l’eccesso di statualità che da sempre affligge l’economia del Mezzogiorno d’Italia per curarne i mali?

Dietro l’ostilità per il mercato si intravvede la diffidenza per la libertà individuale e per il mondo «caotico» che, apparentemente, essa alimenta. Un caos da curare, secondo certi medici, con dosi massicce di statualità, sostituendo il comando statale (inevitabilmente di pochi) alla libertà di azione dei tanti. Grazie a quella libertà d’azione le società aperte occidentali hanno un dinamismo che manca ad altre società e, in più, i loro sistemi democratici hanno la capacità di correggere gli errori e gli effetti perversi che le azioni dei tanti possono provocare. Proprio la pandemia dimostrai vantaggi della società aperta, e del mercato che ne è una componente indispensabile. È grazie alla libertà di
impresa che, in brevissimo tempo, abbiamo potuto disporre di vaccini in grado di combattere la malattia. Dove non c’è società aperta, dove lo Stato pretende di sostituirsi al mercato, niente del genere può accadere. Non solo la mancanza di libertà impedisce di trovare soluzioni efficaci per fronteggiare le emergenze. Ma, per giunta, le misure adottate dalle autocrazie risultano sempre aberranti, impongono costi sociali altissimi e aggravano anziché risolvere i problemi.

La «cura» usata a lungo dalle autorità cinesi, la chiusura totale e feroce di intere città, l’imprigionamento dei propri sudditi, è servita a generare sofferenza nella popolazione ma non a debellare la malattia. Si è trattato di misure praticabili solo ove non esistono cittadini ma sudditi, ove la libertà individuale è inesistente. Misure che le democrazie occidentali non avrebbero mai potuto adottare. È sufficiente pensare che qui da noi sono bastate certe blande, ma necessarie, misure emergenziali per fare gridare alcuni allo scandalo: ricordate il green pass e le sciocchezze sulla «dittatura sanitaria»? Per sapere cosa fosse una vera dittatura sanitaria bisognava visitare la Cina. Giusto a proposito di «fallimenti dello Stato». Non si può dare per scontato che nel conflitto fra società aperte e società chiuse, fra democrazie e autocrazie, la vittoria finale debba andare necessariamente alle prime. Ma, per lo meno, sappiamo che il nostro mondo possiede risorse (morali prima ancora che materiali) che altri non hanno.

Il Corriere della Sera

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Parte la “costituente” centrista: paga l’UE


Il formato non è dei più agevoli, anche se forse + un omaggio al contemporaneo (e tormentato) confresso del Partito democratico. Ma nelle sette ore e mezza di dibattiti previste a Milano per il 14 gennaio, Matteo renzi e Carlo Calenda intendono lanciare l

Il formato non è dei più agevoli, anche se forse + un omaggio al contemporaneo (e tormentato) confresso del Partito democratico. Ma nelle sette ore e mezza di dibattiti previste a Milano per il 14 gennaio, Matteo renzi e Carlo Calenda intendono lanciare la prima tappa della “assemblea costituente dei Liberali e Democratici Europei” (per citare alcuni dei promotori). Tradotto: il partitone unico riformista, centrista, europeista, azionista, eccetera. Con una buona stella a benedere la partenza: a finanziare parte del maxi-evento di Milano – a cui parteciperà anche la candidata alle regionali Letizia Moratti – sarà il Parlamento europeo, attraverso i fondi del gruppo Renew Europe.

Un passo indietro. Da tempo l’area centrista sogna una rassemblement. Alle elezioni del 25 settembre Renzi e Calenda si sono presentati insieme e poi hanno unito Azione e Italia Viva in una federazione aperta anche a diverse sigle della galassia liberale e ancora in attesa di Più Europa, ormai in rotta col PD.

Con l’anno nuovo, il progetto dovrebbe portare alla nascita di un nuovo partito sul modello del gruppo Renew Europe (che a Bruxelles unisce i liberali dell’Alde e il Partito democratico europeo), nato attorno a En Marche! di Emmanuel Macron. Per farlo, serve appunto un percorso costituente.

In questo contesto si arriva all’appuntamento del 14 gennaio a Milano, dove Renzi e Calenda interverranno come “invitati” della rete “Liberali democratici europei” per accelerare il progetto. Con loro anche Letizia Moratti, sostenuta da Azione e IV alle regionali lombarde ma già pronta ad essere uno dei volti nazionali del partito che sarà, complici sondaggi che al momento la vedono ben lontana dal poter diventare governatrice.

In campagna elettorale però ogni evento è prezioso, a maggior ragione se “spesato”. Come specificato in fondo alla locandina di presentazione dell’incontro, infatit, la giornata è organizzata “con il sostegno finanziario del Parlamento europeo”. In particolare, spiegano fonti di Renew Europe, con i soldi destinati da Bruxelles alle attività dei gruppi parlamentari, dato che l’incontro verterà su “come rafforzare Renew Europe e Partito democratico Europeo” e su “L’unità dei liberaldemocratici” (e tra i relatori ci sarà l’eurodeputato renziano Sandro Gozi).

Detto di Renzi, Calenda e Moratti, a Milano ci sarà pure Benedetto Della Vedova, segretario nazionale di Più Europa, a testimonianza della nuova collocazione centrista del partito di Emma Bonino, che per le regionali ha mollato Pierfrancesco Majorino e la coalizione sinista-M5S.

E poi, come ogni percorso federativo richiede, non mancherà un pantheon intellettuale dei riformisti: il giornalista Oscar Giannino; il presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto; l’avvocato (con sfilza di incarichi, tra cui quello nel board dello studio legale Orrick) Alessandro De Nicola. Tutti convinti che questa sia la volta buona per il grande Centro.

Lorenzo Giarelli

Il Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2023, pag 7

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FedelMente e LaicaMente


Non ho mai capito, da laico, la distinzione fra pontefici conservatori e progressisti. Sono pur sempre i custodi di una dottrina bimillenaria, che viene letta e riletta, interpretata e reinterpretata, ma sempre con l’impegno, o la pretesa, di aderire a qu

Non ho mai capito, da laico, la distinzione fra pontefici conservatori e progressisti. Sono pur sempre i custodi di una dottrina bimillenaria, che viene letta e riletta, interpretata e reinterpretata, ma sempre con l’impegno, o la pretesa, di aderire a quanto scritto nei testi di riferimento. Sfuggendomi la distinzione guardo con scetticismo l’automatica catalogazione di Joseph Ratzinger fra i conservatori, quando non direttamente fra i reazionari. Il che non riguarda solo chi lo ha criticato, ma anche chi lo ha per quello apprezzato. Ho l’impressione che tutto ciò si basi più su equivoci che sui fatti e i pensieri.

È stato un teologo, in quanto tale apprezzato da Karol Wojtyla (progressista o conservatore?) e per quello chiamato a presidiare la dottrina e la fede. Wojtyla fu pontefice con un marcato ruolo politico, uno dei protagonisti della fine dell’impero sovietico. Oltre che tante altre cose, naturalmente. Spero non sia blasfemo osservare che dopo quel pontificato è come se avessero chiamato il capo ufficio studi a ricoprire il ruolo di amministratore delegato: non gli mancava la competenza, ma l’approccio. Difatti incontrò notevoli ostacoli, dovette vedersela con faide interne al Vaticano (al punto che il suo braccio destro, Georg Gänswein, parla esplicitamente di <<presenze demoniache>>) e perse, introducendo per primo l’istituto delle dimissioni. Più che una innovazione una capitolazione.

Molti, in occasione della sua morte, hanno ricordato il discorso di Ratisbona, tenuto nel 2006. I più, però, ammirandolo per quel che volle chiarire fosse un errore, tralasciando il più succoso resto. Ratzinger, citando altre fonti, sembrò sostenere che l’Islam non potesse che essere sopraffazione e morte. Ma lui stesso si disse <<vivamente rammaricato>> per quella interpretazione e precisò che era stata <<una citazione di un testo medioevale, che non esprime in nessun modo il mio pensiero>>. Non si vede perché cancellare quelle sue parole.

Il resto del discorso, assai interessante, si riferiva ad un duplice possibile accesso alla divinità: ragionato o assoluto. Disse che <<non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio>>. Teneva assieme fede e mente. Su quella natura non sono titolato a discettare, ma è la storia a dirci che la ragione costò a non pochi il rogo, sicché era ed è da salutarsi con gioia il riconoscimento della sua liceità e opportunità. Naturalmente non vi è “ragione” senza libertà di ragionare.

Il nodo profondo del pontificato di Ratzinger era il suo ragionare interno alla cultura e alla storia europee, con i lumi e con il sangue, con gli ideali e le guerre di religione, talché all’ecclesia toccasse essere comunità di fede e non altro. Ho l’impressione sia quello il nodo cui lo legarono. Scelsero un successore, gesuita, proveniente dall’America Latina, slegato da quei dilemmi e pronto a dire <<chi sono io per giudicare>>.

Cosa c’entri il conservatorismo e il progressismo resta oscuro, benché la distinzioni richiami l’entusiasmo di quanti ammirano la chiesa, purché non faccia, né coi fedeli né con gli infedeli, la chiesa.

La Ragione

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#uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Si formino, oltre ed accanto ai partiti…


Si formino, oltre ed accanto ai partiti, comitati e movimenti intesi a propugnare idee che non trovano luogo od accoglimento nei programmi dei partiti da I limiti ai partiti, «L’Italia e il secondo Risorgimento», 20 maggio 1944 L'articolo #uncaffèconLuig
Si formino, oltre ed accanto ai partiti, comitati e movimenti intesi a propugnare idee che non trovano luogo od accoglimento nei programmi dei partiti


da I limiti ai partiti, «L’Italia e il secondo Risorgimento», 20 maggio 1944

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“Ci siamo svegliati il 24 febbraio in un’altra vita…”


Cari ucraini! Quest’ anno è iniziato il 24 febbraio. Senza prefazioni né preludi. In modo netto. Presto. Alle 4 del mattino. Era buio. E’ stato assordante. E’ stato difficile per molti di noi, spaventoso per alcuni. Sono passati 311 giorni. Può essere anc

Cari ucraini! Quest’ anno è iniziato il 24 febbraio. Senza prefazioni né preludi. In modo netto. Presto.
Alle 4 del mattino. Era buio. E’ stato assordante. E’ stato difficile per molti di noi, spaventoso per alcuni.
Sono passati 311 giorni. Può essere ancora buio, rumoroso e complicato per noi. Ma sicuramente non avremo mai più paura. E non ci vergogneremo mai. E’ stato il nostro anno. L’anno dell’Ucraina. L’anno degli ucraini. Ci siamo svegliati il 24 febbraio. In un’altra vita. Eravamo un altro popolo. Un’altra Ucraina. I primi missili hanno alla fine distrutto il labirinto delle illusioni.
Abbiamo visto chi era chi. Di cosa sono capaci gli amici e i nemici e, soprattutto, di cosa siamo capaci noi. Il 24 febbraio, milioni di noi hanno fatto una scelta. Non una bandiera bianca, ma una bandiera blu e gialla. Non una fuga, ma un incontro. L’incontro con il nemico.
Resistere e combattere.
[…] Quest’ anno potrebbe essere definito un anno di perdite per l’Ucraina, per l’intera Europa e per il mondo intero. Ma è sbagliato. Non dovremmo dire questo. Noi non abbiamo perso nulla. Ci è stato tolto.
L’Ucraina non ha perso i suoi figli e le sue figlie – loro sono stati uccisi dagli assassini. Gli ucraini non hanno perso le loro case – sono state distrutte dai terroristi. Non abbiamo perso le nostre terre – sono state occupate dagli invasori. Il mondo non ha perso la pace – la Russia l’ha distrutta.

Volodymyr Zalensky, discorso di fine anno alla nazione Ucraina

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Virman Cusenza – Giocatori d’azzardo


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#uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Importa che non si radichi l’idea nefasta…


Importa che non si radichi l’idea nefasta, trista eredità del ventennio, che ci sia qualcuno incaricato di opinare, di vegliare, di decidere per conto nostro da I limiti ai partiti, «L’Italia e il secondo Risorgimento», 20 maggio 1944 L'articolo #uncaffè
Importa che non si radichi l’idea nefasta, trista eredità del ventennio, che ci sia qualcuno incaricato di opinare, di vegliare, di decidere per conto nostro


da I limiti ai partiti, «L’Italia e il secondo Risorgimento», 20 maggio 1944

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L’Occidente è minacciato


INCONTRO CON I RAPPRESENTANTI DELLA SCIENZA DISCORSO DEL SANTO PADRE Aula Magna dell’Università di Regensburg Martedì, 12 settembre 2006 Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni. Eminenze, Magnificenze, Eccellenze, Illustri Signori, gentili Sig

INCONTRO CON I RAPPRESENTANTI DELLA SCIENZA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Aula Magna dell’Università di Regensburg
Martedì, 12 settembre 2006

Fede, ragione e università.
Ricordi e riflessioni.

Eminenze, Magnificenze, Eccellenze,
Illustri Signori, gentili Signore!

È per me un momento emozionante trovarmi ancora una volta nell’università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l’Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all’università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c’era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c’era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell’intera università, rendendo così possibile un’esperienza di universitas – una cosa a cui anche Lei, Magnifico Rettore, ha accennato poco fa – l’esperienza, cioè del fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell’unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L’università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch’esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del “tutto” dell’universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c’era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell’insieme dell’università, era una convinzione indiscussa.

Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue.[1] Fu poi presumibilmente l’imperatore stesso ad annotare, durante l’assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano.[2] Il dialogo si estende su tutto l’ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull’immagine di Dio e dell’uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre “Leggi” o tre “ordini di vita”: Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema “fede e ragione”, mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.[3] L’imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. “Dio non si compiace del sangue – egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…”

[4]L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.[5] L’editore, Theodore Khoury, commenta: per l’imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest’affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza.[6] In questo contesto Khoury cita un’opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria.

[7]A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: “In principio era il λόγος”. È questa proprio la stessa parola che usa l’imperatore: Dio agisce „σὺν λόγω”, con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l’evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell’Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: “Passa in Macedonia e aiutaci!” (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una “condensazione” della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco.

In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio dall’insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo “Io sono”, il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso.[8] Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all’interno dell’Antico Testamento, una nuova maturità durante l’esilio, dove il Dio d’Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: “Io sono”. Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sarebbero soltanto opera delle mani dell’uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l’adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l’epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell’Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la “Settanta” –, è più di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo.[9] Nel profondo, vi si tratta dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio.

Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine, nei suoi successivi sviluppi, portò all’affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz’altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazm e potrebbero portare fino all’immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui – come dice il Concilio Lateranense IV nel 1215 –certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l’analogia e il suo linguaggio. Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l’amore, come dice Paolo, “sorpassa” la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l’amore del Dio-Logos, per cui il culto cristiano è, come dice ancora Paolo „λογικη λατρεία“ – un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).

[10]Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l’interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell’Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l’Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.

Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della deellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che dall’inizio dell’età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della deellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l’una dall’altra.

[11]La deellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di fronte cioè ad una determinazione della fede dall’esterno in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l’accesso al tutto della realtà.

La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della deellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato di affrontare questo argomento[12] e non intendo riprendere qui tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente la novità che caratterizzava questa seconda onda di deellenizzazione rispetto alla prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell’umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di Harnack è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l’esegesi storico-critica del Nuovo Testamento, nella sua visione, sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell’università: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell’insieme dell’università. Nel sottofondo c’è l’autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle “critiche” di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali. Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l’elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall’altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l’esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall’una o più dall’altra parte. Un pensatore così strettamente positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico.

Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercavano di avvicinarsi a questo canone della scientificità. Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.

Tornerò ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina “scientifica”, del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: se la scienza nel suo insieme è soltanto questo, allora è l’uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del “da dove” e del “verso dove”, gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla “scienza” intesa in questo modo e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza” soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica. In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un’etica partendo dalle regole dell’evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.

Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della deellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.

Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è – Lei l’ha accennato, Magnifico Rettore – volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell’università e nel vasto dialogo delle scienze.

Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: “Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell’irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell’essere e subirebbe un grande danno”.[13] L’occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. “Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università.

Viaggio Apostolico a München, Altötting e Regensburg: Incontro con i rappresentanti della scienza nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg (12 settembre 2006)

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#uncaffèconluigieinaudi☕ – Guardiamoci dall’adorare sotto nuovi nomi il vecchio idolo…


Guardiamoci dall’adorare sotto nuovi nomi il vecchio idolo. La libertà non si ottiene e non si conserva se non nella lotta di ogni giorno e di ogni ora da I limiti ai partiti, «L’Italia e il secondo Risorgimento», 20 maggio 1944 L'articolo #uncaffèconlui
Guardiamoci dall’adorare sotto nuovi nomi il vecchio idolo. La libertà non si ottiene e non si conserva se non nella lotta di ogni giorno e di ogni ora


da I limiti ai partiti, «L’Italia e il secondo Risorgimento», 20 maggio 1944

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RiGovernare


In democrazia “governare” non è sinonimo di “comandare”, si deve anche convincere. Non solo il giorno delle elezioni, dato che il consenso non è solo benefico alla democrazia, ma anche una condizione per far funzionare le cose. Il che, naturalmente, incor

In democrazia “governare” non è sinonimo di “comandare”, si deve anche convincere. Non solo il giorno delle elezioni, dato che il consenso non è solo benefico alla democrazia, ma anche una condizione per far funzionare le cose. Il che, naturalmente, incorpora anche il dissenso, giacché questo è il bello e anche la forza delle democrazie.

Al contrario di quel che talora si legge e si ascolta, circa i presunti “novizi”, la destra che oggi governa non è affatto nuova a questa funzione. Nuovo è il suo equilibrio interno, ma, per il resto, sono tutte persone che sono già state al governo o che con i governi hanno collaborato. Sono rigovernanti. Nell’accezione toscana del termine “rigovernare”, c’è anche il rimettere a posto, ripulire, sistemare. Ma si deve esserne capaci. Si tratta, del resto, della parte più convincente delle cose dette e in parte fatte dal governo, di cui s’è sentita eco anche nelle parole della presidente del Consiglio (non useremo “premier” non perché non sia italiano, ma perché si tratta di uno strafalcione istituzionale, una dimostrazione d’ignoranza costituzionale e non parteciperemo a quest’orgia del travisamento).

Piuttosto che cercare sempre le contraddizioni, nella (scontata) non scomparsa del Covid preferisco scorgere un’opportunità, consistente nella continuità. La destra (senza Forza Italia) si era opposta alle chiusure, salvo ricredersi vedendole adottate da tutti, mentre era rimasta contraria all’obbligo di vaccinazione. Sta di fatto che le chiusure le abbiamo alle spalle e nessuno le desidera, proprio per il successo della campagna di vaccinazione. Anziché polemizzare inutilmente, sarebbe bene rilanciare quella campagna. A meno che non si sia portato il cervello all’ammasso della superstizione. Non ci sarebbe contraddizione, ma saggio sfruttamento della continuità. Per il resto, è suggestivo vedere gli euroscettici, quando non direttamente eurofobici, chiedere costantemente che sia l’Europa (si chiama Unione europea, comunque) a dovere decidere e intervenire. Lo prendiamo come tardivo ravvedimento.

Al contrario di quel che ha fatto il senatore Monti, intervenendo nel dibattito parlamentare, non ci siamo stupiti della prudenza che ha assicurato, nella legge di bilancio, l’equilibrio dei conti. L’avvisaglia c’era eccome, consistita nell’opposizione di Fratelli d’Italia (i vincitori), in campagna elettorale, agli scostamenti di bilancio. Reclamati dai due alleati (gli sconfitti). Bene così.

È stato imprudente e inappropriato annunciare, da parte di governanti, che si era in ritardo e non si sarebbero rispettati tutti gli impegni presi per i fondi del Pnrr. Uno scaricabarile imbarazzante ed inutile, visto che il barile sarebbe cascato sulla testa dell’Italia. Il risultato è stato in continuità e in adempimento. Bene così.

Dell’inutile decreto “rave” abbiamo scritto ieri, intanto bene che da quello “Piantedosi” siano state escluse materie disomogenee e non meno inutili. Ci sfugge cosa cambi per le navi Ong. La realtà è che quanti pensano di fermare gli sbarchi con i decreti e chi strilla ai decreti che creno naufraghi commettono il medesimo errore: pensano che siano i decreti a cambiare la realtà. Semmai il contrario.

Chiunque sia all’opposizione considera scandalosi gli “scudi penali” offerti all’Ilva. Chiunque governi li mette. La realtà è che quella roba è ingovernabile se non si fissa un obiettivo e non lo si mantiene fermo negli anni. Fin qui si è cambiato in continuazione e il risultato non è commendevole.

Meloni ha detto di fidarsi degli alleati. Non poteva dire altro. Purtroppo, dal 1994, dopo il voto si creano due parlamenti: uno popolato dall’opposizione e l’altro da una maggioranza che contiene un’opposizione. La differenza, rispetto al passato, è che Meloni può fidarsi dell’opposizione esterna, che pesta alacremente l’acqua nel mortaio.

RiGovernare non sia il tornare periodicamente al governo, ma il sistemare le cose in modo che sia possibile governare. La possibilità c’è, la capacità vedremo.

La Ragione

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L’anno che arriva


Il 2022 è iniziato in netta ripresa dopo un anno, il 2021, in cui l’Italia ha fatto numeri veramente molto significativi. Certo, incorporavano il rimbalzo rispetto al 2020, che era stato un anno terribile per tutti gli europei e in generale per i mercati

Il 2022 è iniziato in netta ripresa dopo un anno, il 2021, in cui l’Italia ha fatto numeri veramente molto significativi. Certo, incorporavano il rimbalzo rispetto al 2020, che era stato un anno terribile per tutti gli europei e in generale per i mercati aperti, ma era stato molto duro per l’Italia: noi abbiamo vissuto nel 2020 una recessione molto più forte di quanto non abbia colpito altri paesi europei. Nel 2021 abbiamo avuto una crescita molto più forte di quella di altri, anche perché appunto incorporava un rimbalzo rispetto a una recessione molto profonda.

Il 2022 è iniziato con quella ripresa ancora molto vivace e in corso, e per nostra fortuna siamo riusciti a mantenerla tale. Il ’22 si chiude con una crescita record: nei 2 anni (’21-’22) facciamo numeri che sono nettamente superiori alla media europea e sono sconosciuti all’Italia se non si ricorre alla memoria, agli anni ’50. Nonostante questo abbiamo vissuto una campagna elettorale fatta fra agosto e settembre il cui racconto collettivo era il racconto di un paese in recessione, che andava molto male e che bisognava in qualche modo fare qualcosa perché ripartisse la crescita, e tutto questo era irreale, perché il paese stava crescendo. Chiudiamo il 22 con numeri record, con numeri importanti di crescita e adesso andiamo incontro a un 2023 in cui la crescita rallenterà ma al tempo stesso si metteranno in cantiere gli investimenti che serviranno a riprendere un passo più veloce nel ’24-’25 e negli anni a seguire.

Gli investimenti possibili nel 2023 sono dovuti in grandissima parte ai fondi europei di Next Generation EU, da qui un nostro legame indissolubile con l’Unione Europea, fatto di ideali e di consapevolezza che è l’area più ricca e più libera del mondo, e fatta anche di convenienza, perché i soldi sono soldi e non guastano. Il 2022 purtroppo a febbraio aveva quasi cambiato aspetto: l’attacco insensato, imperialista, violento, inaccettabile, inescusabile della Russia all’ Ucraina aveva gettato sul mondo un’oscura ombra di guerra che purtroppo ci siamo portati dietro e ce la porteremo dietro ancora nel ’23. Però è successo qualcosa di molto importante: le democrazie occidentali non si sono disunite, gli interessi particolari non hanno in nessun modo prevalso sull’interesse generale politico di condanna della Russia, abbiamo avuto la forza di affrontare sanzioni che di primo acchito erano un danno per noi, ma che sono efficaci nel mettere in ginocchio l’economia russa, perché sono loro che vanno alla rovina, non noi. Noi siamo usciti, il pericolo l’abbiamo passato, pagando ma l’abbiamo passato. La Russia adesso inizia la sua discesa agli inferi. Mentre noi crescevamo più della media dell’Unione Europea, ma comunque cresceva anche l’Unione Europea, la Russia era già in recessione e sarà in recessione violenta nel corso dell’anno prossimo.

Questa unità dei paesi occidentali è un fatto importante, è una grande conquista, è un valore politico inestimabile, e in coda a quest’anno ’22 abbiamo visto riemergere la pandemia con il fatto che in Cina il tentativo di bloccare tutti, di usare la repressione per non diffondere il virus è stato molto ma molto meno efficace di quello che qui abbiamo fatto noi con le vaccinazioni, con la profilassi, con le mascherine, quello che siamo riusciti a fare è un grande successo È un peccato che questo non si possa dirlo senza sentirsi accusare di essere fuori dalla realtà, perché​ la retorica​ di chi ama gli errori e di chi ama i fallimenti per potersi far risarcire è quello di dire che le cose vanno sempre male. Bene, nel 2022 sono andate bene e se noi ne saremo consapevoli, questo si trascinerà e si porterà anche nell’anno avvenire.
È l’occasione buona per fare i migliori auguri.

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Le parole che mancano in difesa delle ragazze di Teheran e Kabul


Le stanno spezzando. Una per una, giorno. Una per una, giorno dopo giorno, per mano di carnefici impuniti e con ogni evidenza impunibili, visto che la strage metodica e parallela delle giovani ribelli di Teheran e Kabul va avanti nel silenzio della parte

Le stanno spezzando. Una per una, giorno. Una per una, giorno dopo giorno, per mano di carnefici impuniti e con ogni evidenza impunibili, visto che la strage metodica e parallela delle giovani ribelli di Teheran e Kabul va avanti nel silenzio della parte «buona» del mondo. Per
«ottime» ragioni di geopolitica o di affari, il consesso delle nazioni democratiche si limita a manifestare preoccupazione, disappunto, più qualche ipocrita quanto flebile allarme.

Si fa persino fatica a reggere le sommarie descrizioni di quello che centinaia di ragazze in Iran come in Afghanistan stanno subendo sui loro corpi, la devastazione che le porta a morti atroci, mascherate senza vergogna da incidenti, malori improbabili e improvvisi, con la minaccia ai familiari di sostenere la menzogna, pena la ripetizione del supplizio sulla pelle viva di altre figlie, mogli, madri, nonne, donne. È vero che ci sono anche tanti maschi, puniti con identica crudeltà per aver sostenuto l’accenno di ribellione che le loro amiche, compagne, vicine di casa,
parenti, conoscenti o sconosciute, hanno avuto il coraggio esasperato di tentare. Onore a loro, come a quel professore universitario di Kabul che ha strappato in diretta tv tutti i suoi diplomi perché «se mia sorella non può studiare, io non posso accettare di continuare ad educare». Se gli va bene, verrà «rieducato» come i giocatori della nazionale di calcio iraniana che agli ultimi Mondiali in Qatar si erano rifiutati di cantare l’inno nazionale, restando a bocca chiusa.

Ma per una volta nella Storia la ribalta non è degli uomini. Di fronte all’omicidio brutale di Mahsa Amini, 22 anni, massacrata dalla Polizia Morale perché sorpresa a Teheran con il velo che lasciava intravedere qualche ciocca di capelli (16 settembre 2022); di fronte al divieto per le giovani afghane di frequentare anche l’università (20 dicembre 2022), penultima privazione in ordine di tempo, visto che l’ultima è il divieto alle società di telefonia di vendere carte Sim a persone di sesso femminile; di fronte a queste ulteriori gocce di umiliazione, sono proprio gli esseri umani di sesso femminile ad aver preso la piazza e la scena contro la segregazione a cui sono sottoposte. Vanno a manifestare il loro «ora basta», consapevoli di quello che le attende, lasciando biglietti di probabile congedo («non so se tornerò da voi ma so che non posso non andare»), sfidando a mani nude e capo scoperto milizie con turbanti e bastoni che somigliano ai kapò dei Lager.

Una rivoluzione contro l’apartheid di genere, nelle dittature teocratiche dei talebani e degli ayatollah, a cui manca un Mandela che la rappresenti e che sia in grado di mobilitare un consenso fuori dalle mura di questi Stati prigione. Ma Mandela era un maschio, e questo dato di natura fa già da solo tutta la differenza. Essere donna non è un titolo di demerito in sé ma di fatto coincide, ovunque e variamente, a una condizione a vari gradi svantaggiata. In molte parti del pianeta, e l’elenco dei Paesi coinvolti è sterminato, questo svantaggio diventa sopruso, prevaricazione, privazione dei diritti primari, riduzione in uno stato di subalternità che confina con la schiavitù e spesso schiavitù diventa. Donna è meno, in genere poco, spesso niente, a parte la funzione esclusiva di incubatrice stabilita da leggi biologiche immutabili.

La doppia e inumana repressione scattata quasi in contemporanea in Iran e Afghanistan capita in un contesto paradossale, dove per esempio in Europa sono proprio delle donne a capo delle principali istituzioni: Ursula von der Leyen (Commissione), Roberta Metsola (Parlamento), Christine Lagarde (Banca centrale). A parte Giorgia Meloni, prima presidentessa del governo italiano, che ha appena definito «inaccettabile» la scelta di sangue voluta da Teheran, da nessuna di loro risulta sia ancora venuta una parola forte a conforto delle giovani sorelle che rischiano, e a centinaia perdono, la vita pur di rivendicare il più elementare dei bisogni: smettere di essere trattate da esseri inferiori.

La fine di questi inattesi inverni di lotta e di speranze è prevedibile e fosca. La disparità delle forze in campo, il totale abbandono internazionale che isola le giovani combattenti, abbandono che riguarda anche i loro coetanei che abitano Paesi più civili, la presa d’atto di essere avanguardie senza alcun esercito che si ingrossi alle loro spalle, tutto questo renderà ancora più feroci gli aguzzini e aumenterà nelle eroiche manifestanti quelle paure e quelle angosce che sono l’anticamera della resa. Non a caso, dopo più di 100 giorni di disorientamento, il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha improvvisamente ritrovato la voce: «Non mostreremo misericordia al nemico». E quando arresteranno Khadim al-Sharia, 25 anni, la campionessa di scacchi che è andata in Kazakistan per i campionati del mondo e si è mostrata in pubblico coi capelli sciolti e senza hijab, quando storceranno il suo sorriso in una smorfia, perché questo succederà, allora forse verrà riconvocato un ambasciatore, come ha già fatto il nostro ministro Tajani, per dire che così non si fa.

Il Corriere della Sera

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#uncaffèconluigieinaudi☕ – Il pendolo elettorale oscilla esclusivamente per merito…


Il pendolo elettorale oscilla esclusivamente per merito della gente indipendente la quale regola la sua opinione non sulle parole, ma sui fatti da Riflessioni di un liberale sulla democrazia, 1943-1947, Olschki, Firenze, 2001 L'articolo #uncaffèconluigie
Il pendolo elettorale oscilla esclusivamente per merito della gente indipendente la quale regola la sua opinione non sulle parole, ma sui fatti


da Riflessioni di un liberale sulla democrazia, 1943-1947, Olschki, Firenze, 2001

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Spandere


Servono più soldi. Qualsiasi problema italiano sembra legato all’esiguità dei fondi a disposizione, essendo il medesimo Paese in cui si dubita di riuscire a spendere in tempo la pioggia di quattrini messa a disposizione dall’Unione europea. Ci sono o no,

Servono più soldi. Qualsiasi problema italiano sembra legato all’esiguità dei fondi a disposizione, essendo il medesimo Paese in cui si dubita di riuscire a spendere in tempo la pioggia di quattrini messa a disposizione dall’Unione europea. Ci sono o no, mancano o no, questi soldi? Spesso sono solo delle scuse.

Leggo una dichiarazione del procuratore del tribunale dei minori, in quel di Milano: <<Non servono grandi trasformazioni (…) quello che manca sono risorse e investimenti>>. Al Beccaria di Milano manca un direttore che sia tale da venti anni. Supporre che si risolva con più soldi è non solo irreale, ma pure offensivo.

Giusto ieri abbiamo pubblicato una pagina dedicata alla spesa sanitaria, con dati elaborati dalla Fondazione Hume, scoperta: i tagli alla spesa sanitaria, di cui tantissimi parlano per sentito dire, non ci sono stati; la spesa, in valore assoluto, è sempre cresciuta, con due piccole e limitate flessioni; il rapporto percentuale con il prodotto interno lordo è anch’esso crescente nel tempo, ma in maniera più contenuta e con oscillazioni più considerevoli. Significa che la spesa esistente è sufficiente? Non è detto, perché il tema non è solo quello dell’inflazione (che per molti anni neanche si è vista), ma delle modifiche strutturali alla spesa, delle diverse terapie e medicinali, sicché si richiedere un’analisi molto disaggregata dei bisogni. Ma niente, la voce collettiva dice solo: più soldi. Invocazione che pare trovare conferma nei dati europei, visto che la nostra spesa sanitaria pro capite (€ 2.609) è inferiore alla media Ue (€ 3.159) e nettamente inferiore a quella francese o tedesca (rispettivamente € 3.807 e 4.831). Per stare al pari degli altri si deve spendere di più.

Ma mica detto. In Germania l’assicurazione sanitaria è obbligatoria, il suo prezzo è parametrato al reddito e solo un quarto degli ospedali è pubblico. In Italia l’intera spesa privata per le prestazioni sanitarie neanche è contabilizzata nei dati aggregati (e una parte è pure in nero, da qui l’opportunità che i medici siano tenuti ad accettare pagamenti con il Pos). Se sommassimo le spese non saremmo poi distanti da altri, con il solito paradosso che chi è onesto con il fisco paga pure due volte. La nostra industria farmaceutica ha aumentato, in un anno, del 44.1% le esportazioni (nel manifatturiero cresciute del 20%), che non pare un segnale di penuria.

Reclamare sempre più soldi serve a nascondere le disfunzioni frutto di cattiva gestione, assente organizzazione, mancata valutazione dei risultati, a non fare i conti con la regionalizzazione, le troppe centrali d’acquisto, le convenzioni con i privati fino ad esaurimento dei fondi, a far passare sotto silenzio che il 31 dicembre sarà disattivata l’applicazione “Immuni”, che non ha mai funzionato, l’abbiamo pagata e ora si butta via. Ecco a cosa serve dire sempre che mancano i soldi, a non contare quelli che si buttano.

Come una famiglia che ha una finestra sfondata mentre nevica, sente freddino e propone: aumentiamo la spesa per il riscaldamento. Forse serve pure, ma, per evitare di spendere per spandere il caldo altrove, prima si ripari la finestra, altrimenti di sfondato si ritroveranno anche il bilancio. Cosa che all’Italia è già accaduto, senza che si mostri di avere capito e imparato.

La Ragione

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Previsioni per il giornalismo nel 2023: finanziare la notizia. L'articolo di Marcela Kunova su The Journalism


PREVISIONI PER IL GIORNALISMO NEL 2023: FINANZIARE LA NOTIZIA

!Giornalismo e disordine informativo

Con gli abbonamenti digitali che rallentano e stampano la circolazione in caduta libera, l'industria dei media guadagnerà di più dalla collaborazione che dalla competizione nel 2023

Altri articoli di questa serie:

- Previsioni per il giornalismo nel 2023: piattaforme sociali ed editori di notizie
- Previsioni per il giornalismo nel 2023: diversità e salute mentale
- Previsioni per il giornalismo nel 2023: AI e tecnologia
- Previsioni per il giornalismo nel 2023: leadership, prodotto e entrate della redazione
- Previsioni per il giornalismo nel 2023: aspettative del pubblico e esigenze degli utenti
- Previsioni per il giornalismo nel 2023: notizie di interesse pubblico

L'articolo completo

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Siamo tutti preoccupati per il calo del ciclo cinese;
ma l'eccessiva crescita cinese, che per giunta lasciava poco ai lavoratori, ci ha incentivato a produrre meno e consumare di più; e a farlo aanche a debito, visto che la sovraproduzione cinese creava deflazione e cali del costo del denaro.
Stiamo forse solo ritrovando equilibri più sostenibili, certo la fase di passaggio si presenta dolorosa.
Ma se devo cercare il buono nel disastro finanziario che abbiamo avuto nel 2022...

Da cosa dipenderà la crescita dell’economia nel 2023


La guerra russo-ucraina rende ancor più complesse le previsioni: occorre costruire le prospettive del 2023 a cominciare dalla pace, anche con l’intervento di garanzia dell’Onu. Ciò favorirà anche una più solida ripresa dello sviluppo in ogni parte del mon

La guerra russo-ucraina rende ancor più complesse le previsioni: occorre costruire le prospettive del 2023 a cominciare dalla pace, anche con l’intervento di garanzia dell’Onu. Ciò favorirà anche una più solida ripresa dello sviluppo in ogni parte del mondo direttamente o indirettamente coinvolta nel conflitto. I costi dell’energia stanno diminuendo prima delle previsioni e potrà ridursi l’inflazione, evitando nuove crescite dei tassi e i rischi di recessione. Il 2022 è stato determinante per superare l’eccessiva dipendenza dell’Europa da un solo fornitore e la troppo lenta spinta per le energie rinnovabili. La crisi energetica è di straordinario stimolo per investimenti per migliori qualità della vita e tutela dell’ambiente.

La guerra in Ucraina e l’emergenza energetica sono veri e forti stress test per l’economia, rallenta noi commerci internazionali e i movimenti delle persone. Il mondo finanziario è fra i più esposti ai rischi e lo confermano gli incerti andamenti dei mercati nel 2022. L’auspicato “scoppio della pace” e la ricostruzione dell’Ucraina porteranno nuove spinte alle attività economiche e fiducia nei mercati, come spesso
avviene nei dopoguerra. Le banche hanno resistito alla pandemia e al primo anno della guerra ucraina e sostenuto l’economia. Se la guerra continuasse, il 2023 sarebbe a rischio di recessione in vari settori. All’Unione Europea servono altri passi in avanti, dopo i rilevanti nella pandemia e i parziali nell’energia.

Servono iniziative per rendere omogenee le legislazioni connesse al mercato unico, oggi frequentemente diverse e che non favoriscono la crescita comune. L’Unione bancaria rappresenta uno dei settori più avanzati dell’Ue: la Vigilanza unica e le norme promosse da Eba e Bce hanno fatto compiere molti passi avanti. Invece il “terzo pilastro”, la garanzia unica europea dei depositi (oggi garantiti dai Fondi interbancari nazionali), non è progredito, impedito da inammissibili condizioni di alcuni Stati a carico dei debiti pubblici di altri Stati. Il vero “terzo pilastro” dell’Unione bancaria, più che mai necessario e possibile, consiste negli indispensabili Testi Unici europei innanzitutto in diritto bancario, finanziario e penale dell’economia, riforme che non costano e che favorirebbero la maggiore integrazione bancaria ed economica e la crescita di banche europee di dimensioni competitive con i giganti americani e asiatici.

Il 2023 porterà a un chiarimento in Italia anche sulle prospettive del tanto discusso Mes, il “fondo salva Stati”. Lontani dalle polemiche politiche, occorre responsabilmente essere consapevoli della necessità di avere conti in ordine, senza eccessi di debito pubblico, per evitare di ricorrere ai vari strumenti eccezionali salva Stati (non c’è solo il MES). Il Parlamento italiano dovrà valutare anche quanto il MES può concorrere a proseguire la costruzione dell’Ue. È in corso una rivoluzione tecnologica, accelerata dalla fase più acuta della pandemia, che ha contribuito a mutare le abitudini: il lavoro in parte a distanza, le riunioni sempre più in videoconferenza, gli acquisti anche on line cambiano
volto anche a città e campagne.

La rivoluzione tecnologica è irreversibile, anche se talune abitudini precedenti potranno sopravvivere o addirittura parzialmente riprendersi. Nella rivoluzione tecnologica, i servizi di pagamento sono fra gli elementi più connettivi, indispensabili a distanza e sempre più utilizzati. Negli Usa l’evoluzione tecnologica nei pagamenti è avanzata prima: americani sono i principali circuiti mondiali di pagamento. Anche in Italia sono stati effettuati ingentissimi investimenti tecnologici, finanziari, bancari, ecc. per sistemi di pagamento sempre più diversi,
innovativi e competitivi. Debbono essere sempre rispettatigli investimenti effettuati e la libertà di scelta di ciascuno per ogni pagamento. Già nel 2012 venne insediato in Italia un Tavolo di confronto fra i protagonisti dei settori economici e le Autorità anche di Vigilanza bancaria e di concorrenza del mercato.

La legge di Bilancio per il 2023 ha deliberato la costituzione di un nuovo Tavolo fra i protagonisti dei sistemi di pagamento e degli altri settori
economici, in presenza delle Autorità. Il Tavolo porterà ad un trasparente chiarimento sulle diversità e complessità dei sistemi di pagamento, sulla catena di differenti soggetti che li assicurano: tecnologici, circuiti internazionali e nazionali, emittenti, distributori, consumatori e percettori. La concorrenza e l’innovazione hanno progressivamente ridotto i diversi costi delle transazioni elettroniche, mentre sussistono anche costi per la gestione del contante. Il Tavolo servirà a chiarire equivoci e a rendere ciascuno più consapevole dei problemi altrui e potrà favorire evoluzioni, rispettando i ruoli di ogni impresa e le libere scelte di ciascuno. Ogni modernizzazione nei sistemi di pagamento ha prodotto problemi iniziali, poi superati, come nell’Ottocento, quando alle monete metalliche si affiancarono le banconote.
Nessuno può, infatti, bloccare le innovazioni e l’avvenire.

Il Resto del Carlino

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Da millenni la sapienza popolare ha affermato la distinzione tra la democrazia e la demagogia da Maior et sanior pars, in “Idea”, gennaio 1945 L'articolo #uncaffèconluigieinaudi☕ – Da millenni la sapienza popolare… proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Da millenni la sapienza popolare ha affermato la distinzione tra la democrazia e la demagogia

da Maior et sanior pars, in “Idea”, gennaio 1945

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Aggravio


Me lo trovate, per favore, un politico che non sia per la diminuzione della pressione fiscale? Già che vi mettete alla ricerca, me ne trovate uno che non sia per l’aumento di questa o quella spesa? Siccome non li troverete, in mezzo alla marea di quelli c

Me lo trovate, per favore, un politico che non sia per la diminuzione della pressione fiscale? Già che vi mettete alla ricerca, me ne trovate uno che non sia per l’aumento di questa o quella spesa? Siccome non li troverete, in mezzo alla marea di quelli che vogliono meno tasse e più spese, vi sarà chiaro in che consiste il problema: hanno smesso di fare politica. E i politici senza politica diventano vagamente inutili, il che spiega il proliferare di quanti ben rispondono a questo non esaltante profilo.

Promettere sgravi programmando aggravi è sport avvincente per gli amanti del raggiro, ma si risolve in un rumoroso nulla. Fra il tortellino e lo zampone sarà approvata la legge di bilancio, nella rituale corsa che si conclude con il rituale traguardo. Tutto secondo tradizione. Stiamo ai fatti: attorno all’equilibrio dei saldi si muove un pulviscolo di abbozzi senza senno.

Forza Italia avrebbe voluto aumentare le pensioni minime a 1.000 euro, il che sarebbe costato 36 miliardi l’anno, che non ci sono. Se anche ci fossero stati sarebbe stato interessante guardare la faccia di quelli che prendono una pensione da 1000 euro con i contributi effettivamente versati, raggiunti da quanti versarono meno o nulla. Non essendoci soldi per finanziare questa genialata, ci si è accontentati di aumentare le minime in ragione dell’età (ma che criterio è?), al prezzo di 859 milioni in due anni. Prego segnare, perché qualcuno deve pagare.

Questo avviene avendo l’Italia una spesa per le pensioni pari al 17.6% del prodotto interno lordo, superati solo dalla Grecia, a dimostrazione non certo dell’equità sociale, ma della dispendiosa e sperequata iniquità. La media dell’Unione europea è al 13.6%. La Germania si ferma al 12.6%. Spendiamo più degli altri europei, ovvero degli altri Paesi ricchi in cui nessuno fa la fame, e la gara politica è a chi riesce a trovare lo scivolo per fare andare prima in pensione e/o aumentare quelle in pagamento. Ergo chi lavora non potrà pagare di meno, altrimenti la baracca delle regalie s’accartoccia. Siccome la scena è piena di politici che promettono più pensioni e meno cuneo fiscale, ne deriva che anziché cercare il retroscena si dovrà stabilire se tenersi l’avanspettacolo.

Nel Paese in cui quasi tutte le famiglie hanno una casa di proprietà e sui conti correnti sono fermi 2mila miliardi di euro, fa impressione che 50 miliardi siano stati ritirati per pagare le bollette. Ci si dovrebbe impressionare anche, però, del fatto che è il medesimo Paese in cui tutti reclamano d’essere aiutati. Che è il medesimo Paese in cui le imprese fanno sapere che il 41% dei lavori che offrono restano senza lavoratori adeguati. Una enormità. Ma mettiamo che stiano mentendo, gli imbroglioni, diciamo che sono il 30%, anzi no: diamo che sono la metà, il 20%, comunque i conti non tornano, perché basta formare le persone, che mica si deve essere tutti ingegneri aerospaziali, e quei lavori trovano il loro lavoratore che guadagna e paga contributi e imposte. Invece abbiamo una disoccupazione altissima. Ma abbiamo anche la più alta evasione europea dell’Iva, il che significa avere la più alta evasione anche fiscale (fatture mai emesse) e contributiva (lavori in nero). Ed ecco che i conti cominciano a tornare: abbiamo una spesa pubblica alta e disfunzionale; un’evasione alta che sottintende lavori e pagamenti in nero; il che spiega i redditi bassi e i consumi non altrettanto; e aiuta a capire le richieste d’aiuto, che servono a mascherare l’insieme. I politici non sono marziani, ma figli di questo mondo, sicché si presentano promettendo i soldi di altri e assicurando che prenderanno meno. Il nero (si sa) sfina, il Pos (s’è capito) sfila.

Il solo modo per tenere assieme questo autentico falso nel racconto collettivo è dire che si è sempre in crisi e alla fame, anche dopo due anni di crescita imponente e diminuzione del peso percentuale del debito pubblico. Il fastidioso aggravio è ammettere che ce la meritiamo, questa roba.

La Ragione

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Errore della sinistra è definire “islamofobia” ogni critica al radicalismo islamico


Ciò che è accaduto nel Parlamento europeo dipende da gruppi privi del senso della politica e della storia che orienta le scelte delle autentiche classi dirigenti Diceva Mark Twain che non conviene fare un uso eccessivo della morale nei giorni feriali: si

Ciò che è accaduto nel Parlamento europeo dipende da gruppi privi del senso della politica e della storia che orienta le scelte delle autentiche classi dirigenti


Diceva Mark Twain che non conviene fare un uso eccessivo della morale nei giorni feriali: si rischia di ritrovarsela tutta stropicciata la domenica. È una regola della politica quella secondo cui, se ci si trova con le spalle al muro, la mossa più conveniente consiste nel «buttarla in morale», ridurre tutto a una faccenda di «mariuoli». Evitando così di parlare delle precondizioni politiche che spiegano l’esistenza del mariuolo.

In che contesto politico si inserisce il Qatargate, questa faccenda di mariuoli e Stati corruttori? Il contesto è dato dall’ambiguo rapporto fra settori della sinistra europea e il fondamentalismo islamico. Il riferimento qui non è, ovviamente, alla sua ala combattente. Ma a quelle forme di fondamentalismo che non fanno ricorso alle armi ma che tuttavia, a causa del loro spirito anti occidentale, sono comunque per noi assai insidiose. Quando in Europa si parla male del Qatar ci si riferisce ai diritti umani violati dall’emirato a casa propria. Ma in gioco c’è di più. Il Qatar, con le sue ricchezze, è uno dei più importanti sponsorizzatori della penetrazione del fondamentalismo nel mondo islamico e nelle comunità musulmane in Europa. Tramite al-Jazeera, l’emittente televisiva più popolare di lingua araba, finanziata dallo Stato, e tramite il sostegno finanziario e organizzativo a gruppi fondamentalisti, il piccolo Qatar è ormai da anni un centro di influenza internazionale di prima grandezza.

Anche se non sapevano della corruzione, i dirigenti del Pd e il gruppo socialista europeo sapevano che Panzeri e soci erano stretti collaboratori sia del Qatar che di altri centri di potere del Medio Oriente, i cui valori sono incompatibili con quelli della civiltà europea. Ma, prima che esplodesse lo scandalo, non hanno mai avuto nulla da obiettare. Da dove deriva questa indulgenza nei confronti di regimi e movimenti apertamente ostili alla civiltà occidentale? Quell’indulgenza può stupire solo chi non si è reso conto dei mutamenti intervenuti nelle forze politiche europee e nel loro retroterra intellettuale dopo il tramonto delle ideologie otto-novecentesche. Se a destra si è imposto il neonazionalismo, una reazione difensiva nei confronti della accresciuta interdipendenza internazionale e delle sue conseguenze sociali, la sinistra ha preso un’altra strada, ha riempito di nuovi contenuti la sua antica alleanza con i chierici, con l’intellighenzia.

Un tempo, a cementare quell’alleanza, erano i miti connessi al ruolo della classe operaia, della lotta di classe, dell’utopia socialista variamente declinata. Persino il partito laburista britannico aveva allora, fra i suoi scopi statutariamente definiti, la statalizzazione dei mezzi di produzione. Andato in cenere quel mondo con che cosa si potevano sostituire gli antichi miti? Come tenere in piedi l’alleanza fra sinistra politica e chierici? La scelta è stata di dare vita a varianti del catch-all party , a partiti pigliatutto. Organizzazioni che tutelano una pluralità di interessi ma anche agenzie dedite alla promozione di diritti: qualunque diritto (o supposto tale), purché rivendicato da una minoranza.

Tramontato il socialismo, una vaga e indefinita ideologia progressista è ora la ragione sociale dei partiti pigliatutto della sinistra. Con due conseguenze. La prima è che il progressismo è un surrogato debole del socialismo, fatica a entrare in sintonia con le richieste delle maggioranze. Proprio per questo, nel tentativo di vincere le recenti elezioni, o di contenere le perdite, il partito socialdemocratico svedese ha dovuto assumere una posizione molto dura sull’immigrazione. La seconda conseguenza è che vengono messe insieme cose che fanno a pugni fra loro. Come il sostegno al movimento Lgbt e, per l’appunto, l’indulgenza verso il fondamentalismo islamico. Di quella indulgenza le prove sono tante. Si pensi alla copertura data per anni dai socialisti belgi e dalla sinistra francese alla islamizzazione (nel segno dell’islamismo radicale) di interi quartieri delle città belghe e francesi.

In Italia, se si va a spulciare fra gli eletti dei partiti di sinistra in ambito locale, qua e là si scopre la presenza di fondamentalisti. C’è una parte della sinistra che definisce «islamofobo» qualunque discorso che metta in guardia contro il radicalismo islamico. Ma poiché il termine islamofobia è stato inventato da islamici fondamentalisti per squalificare le critiche, che esponenti della sinistra abbiano adottato quell’espressione testimonia di un avvenuto cortocircuito culturale. Certamente, c’è anche un calcolo politico: l’indulgenza verso i più attivi (che sono spesso i più radicali) delle comunità islamiche europee dovrebbe aiutare a canalizzare voti verso la sinistra medesima. Ma conta, soprattutto, la crisi identitaria: se non sai più bene chi sei, non riesci a distinguere fra quelli con cui puoi accompagnarti e quelli con cui non devi farlo.

Vediamo, a proposito di Qatar, di chiarire bene. Una cosa sono gli accordi dettati da esigenze geo-politiche, nonché gli affari fra diversi che restano consapevoli delle loro radicali diversità – della loro incompatibilità politica – e altro sono i rapporti di stretta collaborazione che cercano di occultare quelle diversità. Prendiamo il tema dell’energia. Non possiamo più dipendere dalla Russia. Dobbiamo differenziare i fornitori. Ma molti di loro, come la Russia di Putin, non ci sono affini, sono retti da governanti che, alla luce degli standard occidentali, consideriamo tipacci. Il problema, come abbiamo ormai capito, è che non possiamo più dipendere da un solo tipaccio. Cosicché se il «tipaccio A» vuole ricattarci dobbiamo poterlo scaricare e rivolgerci al «tipaccio B». Per dire che non c’è niente di scandaloso nel fare accordi col Qatar in materia di energia. Altro è invece pretendere di annullare le differenze, stabilire «legami pericolosi» con mondi che sono dichiaratamente ostili alle libertà occidentali. La causa di ciò che è accaduto nel Parlamento europeo va ricercata nello stato confusionale di
gruppi politici culturalmente fragili, in crisi di identità, privi di quel senso della politica e della storia che orienta le scelte delle autentiche classi dirigenti. Prede perfette per chi quel senso politico possiede. E sa come sfruttare tutte le risorse che servono per la conquista delle menti e dei cuori, nelle lotte per l’egemonia.

Corriere della Sera

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Il Qatar e i politici fragili


Ciò che è accaduto nel Parlamento europeo dipende da gruppi privi del senso della politica e della storia che orienta le scelte delle autentiche classi dirigenti Diceva Mark Twain che non conviene fare un uso eccessivo della morale nei giorni feriali: si

Ciò che è accaduto nel Parlamento europeo dipende da gruppi privi del senso della politica e della storia che orienta le scelte delle autentiche classi dirigenti


Diceva Mark Twain che non conviene fare un uso eccessivo della morale nei giorni feriali: si rischia di ritrovarsela tutta stropicciata la domenica. È una regola della politica quella secondo cui, se ci si trova con le spalle al muro, la mossa più conveniente consiste nel «buttarla in morale», ridurre tutto a una faccenda di «mariuoli». Evitando così di parlare delle precondizioni politiche che spiegano l’esistenza del mariuolo.

In che contesto politico si inserisce il Qatargate, questa faccenda di mariuoli e Stati corruttori? Il contesto è dato dall’ambiguo rapporto fra settori della sinistra europea e il fondamentalismo islamico. Il riferimento qui non è, ovviamente, alla sua ala combattente. Ma a quelle forme di fondamentalismo che non fanno ricorso alle armi ma che tuttavia, a causa del loro spirito anti occidentale, sono comunque per noi assai insidiose. Quando in Europa si parla male del Qatar ci si riferisce ai diritti umani violati dall’emirato a casa propria. Ma in gioco c’è di più. Il Qatar, con le sue ricchezze, è uno dei più importanti sponsorizzatori della penetrazione del fondamentalismo nel mondo islamico e nelle comunità musulmane in Europa. Tramite al-Jazeera, l’emittente televisiva più popolare di lingua araba, finanziata dallo Stato, e tramite il sostegno finanziario e organizzativo a gruppi fondamentalisti, il piccolo Qatar è ormai da anni un centro di influenza internazionale di prima grandezza.

Anche se non sapevano della corruzione, i dirigenti del Pd e il gruppo socialista europeo sapevano che Panzeri e soci erano stretti collaboratori sia del Qatar che di altri centri di potere del Medio Oriente, i cui valori sono incompatibili con quelli della civiltà europea. Ma, prima che esplodesse lo scandalo, non hanno mai avuto nulla da obiettare. Da dove deriva questa indulgenza nei confronti di regimi e movimenti apertamente ostili alla civiltà occidentale? Quell’indulgenza può stupire solo chi non si è reso conto dei mutamenti intervenuti nelle forze politiche europee e nel loro retroterra intellettuale dopo il tramonto delle ideologie otto-novecentesche. Se a destra si è imposto il neonazionalismo, una reazione difensiva nei confronti della accresciuta interdipendenza internazionale e delle sue conseguenze sociali, la sinistra ha preso un’altra strada, ha riempito di nuovi contenuti la sua antica alleanza con i chierici, con l’intellighenzia.

Un tempo, a cementare quell’alleanza, erano i miti connessi al ruolo della classe operaia, della lotta di classe, dell’utopia socialista variamente declinata. Persino il partito laburista britannico aveva allora, fra i suoi scopi statutariamente definiti, la statalizzazione dei mezzi di produzione. Andato in cenere quel mondo con che cosa si potevano sostituire gli antichi miti? Come tenere in piedi l’alleanza fra sinistra politica e chierici? La scelta è stata di dare vita a varianti del catch-all party , a partiti pigliatutto. Organizzazioni che tutelano una pluralità di interessi ma anche agenzie dedite alla promozione di diritti: qualunque diritto (o supposto tale), purché rivendicato da una minoranza.

Tramontato il socialismo, una vaga e indefinita ideologia progressista è ora la ragione sociale dei partiti pigliatutto della sinistra. Con due conseguenze. La prima è che il progressismo è un surrogato debole del socialismo, fatica a entrare in sintonia con le richieste delle maggioranze. Proprio per questo, nel tentativo di vincere le recenti elezioni, o di contenere le perdite, il partito socialdemocratico svedese ha dovuto assumere una posizione molto dura sull’immigrazione. La seconda conseguenza è che vengono messe insieme cose che fanno a pugni fra loro. Come il sostegno al movimento Lgbt e, per l’appunto, l’indulgenza verso il fondamentalismo islamico. Di quella indulgenza le prove sono tante. Si pensi alla copertura data per anni dai socialisti belgi e dalla sinistra francese alla islamizzazione (nel segno dell’islamismo radicale) di interi quartieri delle città belghe e francesi.

In Italia, se si va a spulciare fra gli eletti dei partiti di sinistra in ambito locale, qua e là si scopre la presenza di fondamentalisti. C’è una parte della sinistra che definisce «islamofobo» qualunque discorso che metta in guardia contro il radicalismo islamico. Ma poiché il termine islamofobia è stato inventato da islamici fondamentalisti per squalificare le critiche, che esponenti della sinistra abbiano adottato quell’espressione testimonia di un avvenuto cortocircuito culturale. Certamente, c’è anche un calcolo politico: l’indulgenza verso i più attivi (che sono spesso i più radicali) delle comunità islamiche europee dovrebbe aiutare a canalizzare voti verso la sinistra medesima. Ma conta, soprattutto, la crisi identitaria: se non sai più bene chi sei, non riesci a distinguere fra quelli con cui puoi accompagnarti e quelli con cui non devi farlo.

Vediamo, a proposito di Qatar, di chiarire bene. Una cosa sono gli accordi dettati da esigenze geo-politiche, nonché gli affari fra diversi che restano consapevoli delle loro radicali diversità – della loro incompatibilità politica – e altro sono i rapporti di stretta collaborazione che cercano di occultare quelle diversità. Prendiamo il tema dell’energia. Non possiamo più dipendere dalla Russia. Dobbiamo differenziare i fornitori. Ma molti di loro, come la Russia di Putin, non ci sono affini, sono retti da governanti che, alla luce degli standard occidentali, consideriamo tipacci. Il problema, come abbiamo ormai capito, è che non possiamo più dipendere da un solo tipaccio. Cosicché se il «tipaccio A» vuole ricattarci dobbiamo poterlo scaricare e rivolgerci al «tipaccio B». Per dire che non c’è niente di scandaloso nel fare accordi col Qatar in materia di energia. Altro è invece pretendere di annullare le differenze, stabilire «legami pericolosi» con mondi che sono dichiaratamente ostili alle libertà occidentali. La causa di ciò che è accaduto nel Parlamento europeo va ricercata nello stato confusionale di
gruppi politici culturalmente fragili, in crisi di identità, privi di quel senso della politica e della storia che orienta le scelte delle autentiche classi dirigenti. Prede perfette per chi quel senso politico possiede. E sa come sfruttare tutte le risorse che servono per la conquista delle menti e dei cuori, nelle lotte per l’egemonia.

Corriere della Sera

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#uncaffèconluigieinaudi ☕ – Unico limite alle libertà fondamentali


Unico limite alle libertà fondamentali è il pericolo di giovare al nemico, che quelle libertà vuole distruggere da Maior et sanior pars, in “Idea”, gennaio 1945 L'articolo #uncaffèconluigieinaudi ☕ – Unico limite alle libertà fondamentali proviene da F
Unico limite alle libertà fondamentali è il pericolo di giovare al nemico, che quelle libertà vuole distruggere

da Maior et sanior pars, in “Idea”, gennaio 1945

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Ingabbiati


La notizia può essere curiosa, ma freddina. Ai più dirà poco. Ma meno dice loro e più li riguarda, perché dietro una faccenda giudiziaria ce n’è un’altra di enorme portata e valore collettivo. La notizia è che Meta, la società di Zuckerberg che possiede e

La notizia può essere curiosa, ma freddina. Ai più dirà poco. Ma meno dice loro e più li riguarda, perché dietro una faccenda giudiziaria ce n’è un’altra di enorme portata e valore collettivo. La notizia è che Meta, la società di Zuckerberg che possiede e governa i suoi social media, a seguito di una class action è stata costretta a pagare 725 milioni di dollari, per chiudere la faccenda. La contestazione mossa dai coalizzati che hanno fatto causa è quella di avere reso accessibili i loro dati personali a Cambridge Analytica, che li ha utilizzati per favorire Trump e Brexit. Si tratta della più alta cifra mai pagata da un privato, a seguito di un’azione collettiva.

Vabbè, interessante, ma a noi che ce ne importa, posto che tanto Zuckerberg povero non diventa? Ci interessa molto. E non solo per un aspetto tecnico, ovvero che quel genere di cause in Italia non si possono fare, visto che, come al solito, abbiamo chiamato class action quel che manco le somiglia, denominando “cavallo” un cane, senza poi poterlo sellare. Ma questo è il meno. La vera sostanza della notizia consiste nella premessa: i miei dati sono preziosi. Perché?

In fondo i miei dati sono già pubblici e di scarso valore. Magari non conoscete il mio indirizzo di casa (né sapreste cosa farvene), ma più o meno sapete tutto di me e le mie opinioni provo a diffonderle giorno dopo giorno. Perché qualcuno dovrebbe essere interessato a comprarle? Per come funzionano quei canali sociali, non di rado veri strumenti asociali. Nessuno paga per sapere cosa pensa la sora Cesira o il sor Augusto, ma per aggregare atteggiamenti, pregiudizi, prevenzioni e fissazioni di gruppi distinti, in modo da conoscere la chiave con cui far loro pensare quel che si desidera.

I dati hanno valore non in quanto consentono di entrare in contatto con Tizio o Caio, ma in quanto consentono di farli entrare in recinti dove trovano i loro simili, per poi condurli come una mandria. Se un certo numero di persone mostra di credere che esistano guardiani dell’universo che governano i nostri destini (e questa è letteratura), allora li spingo in un recito e, al momento giusto, farò loro sapere che il candidato a me sgradito è al servizio del lato oscuro (e questo è cinema). Certo che è roba da cretini, ma quelli già credevano ai guardiani. Se si crea omogeneità contro l’immigrazione posso portarne i succubi dentro un recinto e poi far sapere loro che c’è un disegno del primo millennio e una profezia che li vedrà tutti morti e sostituiti prima della prossima primavera. Certo che è da svalvolati, ma a me serviva per favorire delle donazioni ai guerrieri che si oppongono. E così via. Ovvio che l’umanità non è composta (solo) da cretini, ma succedono due cose:
a. gli aggregati di cretini si moltiplicano;
b. la politica e la società non possono non tenerne conto e, quindi, si mettono a fare i conti con i mandriani di scimuniti, i quali hanno trovato la formula per nobilitarli: in democrazia il mio tonto vale quanto il tuo astuto e se lo neghi sei per la ditttaura.

Questa roba è micidiale, ecco perché quella class action non è una notiziuola secondaria o solo curiosa. Ma c’è ancora un aspetto da esplorare: perché, a parte l’essere cretini, funziona quel frazionare in gruppi manovrabili? Perché ciascuno di noi tende a sentirsi confortato dal fatto che altri la pensino allo stesso modo. Qualche volta si viene presi dal dubbio di avere torto e di star diventando fessi, ma poi si pensa al Tale, stimabile e accreditato, che la pensa come noi e ci si tranquillizza. Ancora una volta, quindi, il digitale non ha creato un mondo, ma ne ha reso più potenti alcuni aspetti.

A chi vende i dati per manomettere le democrazie s’infliggano pene severe, ma l’antidoto migliore è vecchio come il mondo ed è anche bellissimo: ascoltare. Le opinioni più interessanti siano non quelle uguali alla mia, ma quelle diverse. Non (necessariamente) per cambiare idea, ma per mettere alla prova le mie. A salvarci dai mandriani non sarà mai il mettere in ceppi il digitale, ma il liberare La Ragione.

La Ragione

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La Costituzione è stata promulgata 75 anni fa, è ora di riformarla


Il 27 dicembre di settantacinque anni fa, nel 1947, a Roma, a Palazzo Giustiniani, ai sensi della XVIII Disposizione transitoria della Costituzione, apponendo in calce la propria firma, Enrico de Nicola, capo provvisorio dello Stato, promulgò la Costituzi

Il 27 dicembre di settantacinque anni fa, nel 1947, a Roma, a Palazzo Giustiniani, ai sensi della XVIII Disposizione transitoria della Costituzione, apponendo in calce la propria firma, Enrico de Nicola, capo provvisorio dello Stato, promulgò la Costituzione italiana, appena approvata qualche giorno prima – il 22 dicembre – dall’Assemblea Costituente. Unico documento controfirmato non solo dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi (a sgravio della responsabilità del capo provvisorio dello Stato), ma anche dal presidente dell’Assemblea costituente Umberto Terracini (a riprova della conformità di quel testo rispetto a quello approvato dall’Assemblea), la firma di Enrico de Nicola è il segno grafico più importante nella storia della Repubblica, non soltanto dal punto di vista simbolico.

Con esso infatti De Nicola attestava agli italiani, in modo ufficiale, l’esistenza del testo della Costituzione; ne dava una sua eccezionale, perché doppia, pubblica contezza – «affinché ogni cittadino possa prenderne cognizione» – tanto tramite la pubblicazione nello stesso giorno in Gazzetta Ufficiale, quanto tramite l’affissione del testo «nella sala comunale di ciascun Comune della Repubblica per rimanervi esposto durante tutto l’anno 1948», come previsto dal c. 2 della XVIII Disp. trans.

Infine, anche per evitare di utilizzare, ex art. 5 del d.l.lgt. n. 98 del 16 marzo 1946, il potere monarchico della sanzione regia – che sarebbe stato un vero e proprio controsenso applicare alla Costituzione repubblicana! -, marcava la discontinuità, sottolineando il termine di entrata in vigore, ossia il «1° gennaio 1948». Oggi allora che quel diritto costituzionale transitorio non soltanto si è fatto passato ma addirittura storia, in quella firma dobbiamo ritrovare un monito chiaro: quello di non perdere l’opportunità di ammodernare la nostra democrazia, dando alla Parte II della Costituzione una meccanica più adeguata ai tempi che stiamo vivendo. Senza travolgerne evidentemente né la sua anima né il suo spirito.

Se ha un senso infatti quel “ritorno alla politica” che con decisione alcuni partiti hanno inteso dare, facendo brutalmente terminare in anticipo il governo Draghi, questo si deve manifestare innanzitutto per affrontare con consapevolezza, dialogo e fiducia reciproca, tanto le note inadeguatezze della Parte II della Costituzione (dal bicameralismo, al rapporto tra lo Stato e le Autonomie, ad un governo debole ed instabile anche rispetto agli altri governi europei, solo per citarne tre) quanto per fronteggiare la questione rappresentativa, la cui naturale
trasformazione non è stata adeguatamente accompagnata proprio da quelle istituzioni di cui era espressione; istituzioni che invece sono state lasciate progressivamente in balìa di un populismo che ha trovato non poca linfa proprio in quelle disfunzioni, che eppure sono ampiamente note e da decenni invero denunciate. Consapevole allora sia dei fallimenti in tema, sia che non basta dire “no” per migliorare il quadro, la politica stavolta non perda l’opportunità: che siamo ancora in tempo infatti per “riscoprire” le istituzioni come bastioni di stabilità. E per dare a quella firma, a settantacinque anni dalla sua apposizione, un rinnovato valore.

Il Sole 24 Ore

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Babbo Mes


In questi giorni si è tenuti a credere a Babbo Natale. Se proprio non ci si riesce, si può ben fingere. Ma se riuscite anche a credere che Giorgia Meloni abbia detto no al Mes, allora siete pronti a credere a tutto. Perché la presidente del Consiglio ha a

In questi giorni si è tenuti a credere a Babbo Natale. Se proprio non ci si riesce, si può ben fingere. Ma se riuscite anche a credere che Giorgia Meloni abbia detto no al Mes, allora siete pronti a credere a tutto. Perché la presidente del Consiglio ha annunciato il contrario: sarà ratificato.

Ha detto che la ratifica è questione di secondaria importanza e, comunque, riguarda il Parlamento. Giusto: non è niente di che, dimostrandosi inutilissima la sceneggiata fin qui allestita, e riguarda il Parlamento (così risponde Meloni a quelli che chiedono: perché non lo ha ratificato Draghi?), dove, però, se non ricordo male, è la destra ad avere la maggioranza. Sarà interessante vedere se oseranno lasciare “libertà di coscienza”, manco fosse l’aborto o l’eutanasia, di sicuro devono garantire l’approvazione. Mentre è singolare che il Partito democratico non sia sulla posizione di Azione, a reclamare la lesta votazione. Perché ci sta che l’opposizione voglia sottolineare la contraddizione, a meno che non voglia gareggiare nel contraddirsi.

Certo, Meloni ha detto che firma con il sangue l’assicurazione che l’Italia non accederà al Meccanismo europeo di stabilità. Posizione netta, ma da illusionista, perché nessuno pensava di accedervi. In ballo c’è la ratifica. E siccome ha anche detto che l’Italia non bloccherà gli altri, posto che o ratificano tutti o la riforma salta, ne discente che l’annuncio di Meloni è: l’Italia ratifica il Mes.

Ma non accontentiamoci, parliamo dell’uso, perché concedere margini di ombra e bugia significa dovere passare ancora anni a far i conti con tesi bislacche. Il Mes esiste già, tanto è vero che è stato utilizzato. Punto rilevante, visto che qualcuno sostiene non sia mai stato utilizzato da nessuno. Esiste da dopo il crollo greco, perché è vero che la Grecia è stata salvata (sal-va-ta) dagli aiuti europei, italiani compresi, ma in quel momento mancava lo strumento necessario. Che è stato approntato dopo. Da quel momento cinque Paesi vi hanno fatto ricorso, ciascuno traendone vantaggi. Di che si tratta?

È un meccanismo che stabilizza Paesi che hanno difficoltà a finanziarsi e si trovano a pagare, per i propri debiti, tassi d’interesse troppo alti, rischiando squilibri permanenti. Il che toglie da mezzo l’altra obiezione strampalata: fa aumentare i tassi d’interesse, no: rimedia alla loro eccessiva crescita. Il fondo può essere utilizzato anche in caso di fallimenti bancari, per garantire risparmiatori che, altrimenti, potrebbero perdere i loro soldi. Speriamo non accada, ma ove accadesse l’imminente ratifica è una buona assicurazione, che integra il fondo di risoluzione. In entrambi i casi si tratta di una assicurazione che consente l’accesso a tassi agevolati. Naturalmente con delle condizioni. Ovviamente e giustamente, visto che si tratta di soldi nostri, di noi cittadini europei. Poi c’è il caso tragedia: la bancarotta. Un Paese, come capitò alla Grecia, che bara sui propri conti e, a un certo punto, non può più rimborsare i creditori. Il Mes assicura una procedura ordinata e il rispetto di un ordine nei rimborsi e nelle perdite. Naturale che nessuno si alzi la mattina dicendo: oggi chiedo il Mes. Sarebbe come alzarsi e dire: oggi mi faccio ricoverare al pronto soccorso. L’importante è andare a dormire sapendo che esistono. Tutto qui. E non è poco.

E allora perché si parlò del Mes a proposito della sanità e della pandemia? Perché non era l’attivazione del Mes, ma l’accesso, sempre a tassi bassi, ai fondi colà immobilizzati, senza le condizionalità della tragedia e per scopi sanitari. Anche su quello montarono una sceneggiata, salvo dire oggi che sarebbe bene discutere sull’uso non solo emergenziale dei fondi Mes. Esatto, bravi, è quel che si realizzò allora.

Morale della favola natalizia: Meloni è incoerente, ma fa bene ad esserlo, è cosa giusta e giova all’Italia. Sarebbe stato meglio dirlo apertamente, senza scomodare il sangue. Sarebbe cresciuta lei e la destra. Sarà per un’altra volta.

La Ragione

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RiFlussi


Nel 2023 potranno entrare in Italia 82mila immigrati regolari, lavoratori provenienti da fuori l’Unione europea. Questo stabilisce il decreto flussi, accompagnando la quantità degli ammessi con un paio di nuove regole. La preoccupazione è che, così come s

Nel 2023 potranno entrare in Italia 82mila immigrati regolari, lavoratori provenienti da fuori l’Unione europea. Questo stabilisce il decreto flussi, accompagnando la quantità degli ammessi con un paio di nuove regole. La preoccupazione è che, così come sono state annunciate, non funzionino e, non funzionando, il ricorso agli irregolari e al lavoro nero resti un pessimo rimedio.

La prima osservazione è relativa al numero, che è, più o meno, quello degli ammessi nel corso dell’anno che si avvia alla conclusione. Da un lato, nei conti economici dei governi (plurale, perché oramai è ripetuto da diversi passaggi), la cifra necessaria a tenere in equilibrio i conti previdenziali è più del doppio: 170mila all’anno. Perché si continua a ripetere un cosa e farne un’altra? Sarebbe comprensibile se non vi fosse offerta di lavoro sufficiente, ma è vero il contrario, ovvero non si trova manodopera a sufficienza. Il che porta al secondo rilievo: abbiamo passato la stagione dei raccolti, per limitarci all’agricoltura, sentendo ripetere dalle imprese del settore che non riuscivano a completarli nei tempi stabiliti, per mancanza di persone disposte a lavorare, quindi, visto che quel numero del decreto flussi comprende gli stagionali, tanto varrebbe programmarlo sulla base non delle richieste (che così non si finirebbe più), ma partendo da quel che è mancato qualche mese prima.

La seconda osservazione è relativa alla novità, che per non sbagliare copiamo dal documento ufficiale: <<si prevede che il datore di lavoro che voglia assumere all’estero un cittadino non comunitario, debba verificare presso il centro per l’impiego competente l’indisponibilità di un lavoratore presente sul territorio nazionale a ricoprire il posto di lavoro per il profilo richiesto>>. Quindi, burocratese a parte, la logica è: l’impresa ha bisogno di personale, ritenendo di assumere stranieri; prima di farlo si rivolge al centro per l’impiego, che accerta domanda e offerta; senza quell’autorizzazione, frutto dell’accertamento, non può procedere. Il fatto che si stiano preparando gli <<appositi moduli>> mette i brividi. Perché i centri per l’impiego non funzionano; nessun imprenditore assume stranieri per capriccio; se ci fossero stati connazionali pronti a fare quel lavoro, posto che gli allarmi si susseguono, si sarebbero manifestati. Messa così, quindi, la trafila finirà con il fare arrivare l’autorizzazione a novembre per la vendemmia di settembre, mentre l’immigrato sarebbe in viaggio a Natale, quando si stappa.

Ma messo così, quel meccanismo, serve non a trovare lavoratori, bensì a cancellare sussidiati con il reddito di cittadinanza. Perché la sola cosa che il centro per l’impiego saprà fare è chiamare i sussidiati, prospettare il lavoro, incassare il rifiuto e avviare la pratica per la cancellazione. Che va anche bene (ma non per l’impresa, che del lavoratore ha bisogno ora), se non fosse che cancellando il vincolo della vicinanza capiterà anche che giunga l’offerta di un lavoro a 900 euro al mese, lontano duemila chilometri da casa. Che non ha senso ed è economicamente insostenibile. Non mi commuove il taglio del reddito di cittadinanza, che non avrei mai adottato, ma l’irragionevolezza della trovata.

Il tutto partendo dal solito presupposto pauperistico, secondo cui importiamo solo lavoro a bassissimo grado di formazione e valore aggiunto, mentre invece avremmo bisogno di cercarne di qualificato e ad alto valore. Se mi serve un ingegnere informatico e l’ho trovato all’estero, devo prima chiedere se uno che progetta ponti è disposto a venire da me? Non è ragionevole. Questo genere di scambio equivalente vale solo per manodopera bracciantile. Il che già esclude gli italiani siano interessati (inutile fingere il contrario) e dimostra un’idea dell’Italia che è all’opposto di quella che fa numeri notevoli nelle esportazioni e nella tecnologia. Certo che serve ogni tipo di lavoro, ma per sfoltire l’assistenzialismo parassitario ci sono altri sistemi, senza intralciare chi deve produrre.

La Ragione

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#uncaffèconluigieinaudi☕ – Qualunque sia la struttura formale dello Stato…


Qualunque sia la struttura formale dello Stato, il potere spetta sempre ad una piccola minoranza da Maior et sanior pars, in “Idea”, gennaio 1945 L'articolo #uncaffèconluigieinaudi☕ – Qualunque sia la struttura formale dello Stato… proviene da Fondazio
Qualunque sia la struttura formale dello Stato, il potere spetta sempre ad una piccola minoranza

da Maior et sanior pars, in “Idea”, gennaio 1945

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#uncaffèconluigieinaudi☕ – Lo Stato rispetta tutte le idee…


Lo Stato rispetta tutte le idee, anche quelle più ripugnanti all’uomo libero; ma non tollera che la propaganda delle idee antiliberali assuma forme nocive all’ordine pubblico ed alla sicurezza della nazione da Maior et sanior pars, in “Idea”, gennaio 1945
Lo Stato rispetta tutte le idee, anche quelle più ripugnanti all’uomo libero; ma non tollera che la propaganda delle idee antiliberali assuma forme nocive all’ordine pubblico ed alla sicurezza della nazione


da Maior et sanior pars, in “Idea”, gennaio 1945

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Cinghiali a Natale


No, non ci saranno le squadre di cacciatori di condominio che si lanceranno per le strade alla ricerca del cinghiale, oppure avendo letto magari la legge di bilancio e l’emendamento che è stato approvato, gli “animali selvatici”. Non ci saranno perché oso

No, non ci saranno le squadre di cacciatori di condominio che si lanceranno per le strade alla ricerca del cinghiale, oppure avendo letto magari la legge di bilancio e l’emendamento che è stato approvato, gli “animali selvatici”. Non ci saranno perché oso essere certo che ci vorrà la squadra della Forestale o comunque una forma di autorizzazione. Al cinghiale non si va mai a cacciare da soli e men che meno in città.

La vera questione non è tanto la sorte dei cinghiali, ma piuttosto cosa ci facciano i cinghiali nella legge di bilancio. Quest’anno noi dobbiamo essere grati ai cinghiali perché ci chiariscono il modo in cui viene costruita la legge di bilancio, cioè diventa una specie di carro merci nel quale chiunque può provare a buttare qualche cosa, e questo non va bene, perché la legge di bilancio dovrebbe riguardare pressoché esclusivamente i saldi, l’equilibrio di bilancio. Non è che nel corso dell’anno il Parlamento non fa più leggi di spesa, ne fa centinaia, tanto più che se noi guardiamo a questa legge di bilancio e alla sua natura reale, cioè quella di assicurare l’equilibrio finanziario di un paese come l’Italia, che ogni anno vende quantità enormi di debito pubblico, è chiaro che l’equilibrio è una cosa importante che, se fatta bene, ci fa risparmiare soldi. Se uno guarda questi aspetti della legge di bilancio, quella di adesso per l’anno 2023 è assolutamente condivisibile ed è in totale continuità con quella dell’anno scorso, quindi con quella fatta dal governo Draghi.

Bene! Perché è bene che un paese abbia governi che lavorano in continuità, ma se invece di guardare a questa che è la sostanza profonda della legge di bilancio guardiamo a tutte le cose che per un mese sono state oggetto di animato dibattito (il POS, il bonus e lo scudo penale per gli evasori) di tutta questa fantasmagorica categoria di trovate c’è quasi niente nella legge, abbiamo parlato a vuoto: il POS non c’è, il tetto al contante è inutile, sono tutte cose che hanno animato il dibattito senza cambiare la realtà.

Ora noi dobbiamo veramente cambiare sistema di far la legge di bilancio, deve essere solo sul bilancio, non può che essere una legge chiusa, cioè il Parlamento non può emendarla e poi cambiarla, può mandare a casa il Governo, ma non esiste questo assalto continuo con quantità di emendamenti.

Infine, la fiducia che viene messa ogni anno (è come il panettone, arriva ogni anno a Natale) non serve a superare la resistenza dell’opposizione ma a superare le difficoltà, le differenze, le contrapposizioni all’interno della maggioranza. È stato così quest’anno ed era così l’anno scorso, due anni fa e fa 3 anni fa, quando a protestare contro questo era Fratelli d’Italia e a farlo erano gli altri. Quest’anno a farlo è Fratelli d’Italia e a protestare gli altri, ma non cambia granché.

In ogni caso, siccome siamo in piena celebrazione delle tradizioni, è buona l’occasione anche per augurare a voi e ai vostri cari il migliore Natale possibile.

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Il Natale della libertà


Questa battaglia non è solo per il territorio, per questa o un’altra parte d’Europa. La battaglia non è solo per la vita, la libertà e la sicurezza degli ucraini o di qualsiasi altra nazione che la Russia tenta di conquistare. Questa battaglia definirà in

Questa battaglia non è solo per il territorio, per questa o un’altra parte d’Europa. La battaglia non è solo per la vita, la libertà e la sicurezza degli ucraini o di qualsiasi altra nazione che la Russia tenta di conquistare. Questa battaglia definirà in quale mondo vivranno i nostri figli e nipoti, e poi i loro figli e nipoti. Se i vostri patrioti fermeranno il terrore russo contro le nostre città, i patrioti ucraini potranno lavorare fino in fondo per difendere la nostra libertà.

Quando la Russia non riesce a raggiungere le nostre città con l’artiglieria, cerca di distruggerle con attacchi missilistici. Inoltre, la Russia ha trovato un alleato in questa politica genocida: l’Iran. I droni letali iraniani inviati in Russia a centinaia sono diventati una minaccia per le nostre infrastrutture. E’ così che un terrorista ha trovato l’altro. Anche l’assistenza finanziaria è di fondamentale importanza e vorrei ringraziarvi, ringraziarvi molto, ringraziarvi sia per i pacchetti finanziari che ci avete già fornito sia per quelli che sarete disposti a decidere. Il vostro denaro non è beneficenza. E’ un investimento nella sicurezza globale e nella democrazia che gestiamo nel modo più responsabile.

Tra due giorni festeggeremo il Natale. Forse a lume di candela. Non perché sia più romantico, no, ma perché non ci sarà elettricità. Milioni di persone non avranno né riscaldamento né acqua corrente. Tutto questo è il risultato degli attacchi russi con missili e droni alle nostre infrastrutture energetiche. Ma noi non ci lamentiamo. Non giudichiamo e non ci paragoniamo a chi ha una vita più facile. Il vostro benessere è il prodotto della vostra sicurezza nazionale, il risultato della vostra lotta per l’indipendenza e delle vostre numerose vittorie.

Anche noi ucraini affronteremo la nostra guerra per l’indipendenza e la libertà con dignità e successo. Festeggeremo il Natale. Festeggeremo il Natale e, anche se non ci sarà elettricità, la luce della fiducia in noi stessi non si spegnerà. Se i missili russi ci attaccheranno, faremo del nostro meglio per proteggerci. Se ci attaccheranno con i droni iraniani e la nostra gente dovrà andare nei rifugi antiatomici la vigilia di Natale, gli ucraini si siederanno comunque a tavola per le feste e si rallegreranno a vicenda. E non dobbiamo conoscere i desideri di tutti, perché sappiamo che tutti noi, milioni di ucraini, desideriamo la stessa cosa: la vittoria. Solo la vittoria.

Insieme a voi abbiamo già costruito un’Ucraina forte, con un popolo forte, un esercito forte, istituzioni forti. Abbiamo sviluppato insieme a voi forti garanzie di sicurezza per il nostro paese e per l’intera Europa e il mondo. E sempre insieme a voi, metteremo al riparo chiunque voglia sfidare la libertà. Questa sarà la base per proteggere la democrazia in Europa e nel mondo.

Volodymyr Zelensky, Washington, 21 dicembre 2022

Il Foglio

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Valdo Spini – Sul Colle più alto


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Il monito di Mattarella: “Hanno superato ogni limite”


Il Presidente condanna la repressione: “Basta calpestare la dignità umana” «Quanto sta avvenendo in queste settimane in Iran supera ogni limite», denuncia con forza Sergio Mattarella. La repressione scatenata contro i giovani che protestano contro le ch

Il Presidente condanna la repressione: “Basta calpestare la dignità umana”

«Quanto sta avvenendo in queste settimane in Iran supera ogni limite», denuncia con forza Sergio Mattarella. La repressione scatenata contro i giovani che protestano contro le chiusure del regime teocratico «non può essere in alcun modo accantonata», insiste il capo dello Stato. Già la scorsa settimana, rivolgendosi al corpo diplomatico accreditato in Italia, il presidente aveva segnalato la gravità delle violenze poliziesche a Teheran e nelle altre città teatro della rivolta pacifica contro l’oscurantismo degli ayatollah. Stavolta ha rafforzato la sua condanna proprio mentre in Iran si moltiplicano le minacce contro i manifestanti.

Il mondo, l’Europa, l’Italia non possono voltare gli occhi dall’altra parte, fingendo che quel dramma non interpelli le nostre coscienze. Abbiamo dei valori da difendere, ricorda il presidente in un messaggio alla XV Conferenza delle ambasciatrici e degli ambasciatori d’Italia che si sta svolgendo alla Farnesina (il Covid gli ha impedito di partecipare personalmente). Al centro di questi valori, sottolinea Mattarella, «vi è la dignità umana e il rispetto della persona che oggi vediamo invece in tante parti del mondo calpestato».

Il pensiero immediatamente corre a quanto accade ai confini dell’Unione, in Ucraina. «L’aggressione brutale della Federazione Russa ha messo in discussione le regole sulle quali abbiamo fondato la nostra pacifica convivenza: un ordine basato sul rispetto del diritto internazionale. Alla diplomazia», è l’appello presidenziale, «spetta in questo momento storico il difficile compito di tutelare questo patrimonio faticosamente conquistato, che trova i suoi baluardi nel processo di integrazione europea e nel sistema multilaterale rappresentato dall’Onu».

Puntare sul dialogo è sempre stato il nostro punto di forza e dovrà esserlo anche in futuro, auspica Mattarella, specie in vista di appuntamenti come l’Expo2030 cui Roma ha avanzato la propria candidatura. I lavori della Conferenza saranno conclusi oggi da
Giorgia Meloni.

La Stampa

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#uncaffèconluigieinaudi☕ – La grande maggioranza degli uomini non pensa colla propria testa


La grande maggioranza degli uomini non pensa colla propria testa. Aderisce al pensiero ed alla volontà altrui. Ma vuole essere persuasa da Maior et sanior pars, in “Idea”, gennaio 1945 L'articolo #uncaffèconluigieinaudi☕ – La grande maggioranza degli u
La grande maggioranza degli uomini non pensa colla propria testa. Aderisce al pensiero ed alla volontà altrui. Ma vuole essere persuasa

da Maior et sanior pars, in “Idea”, gennaio 1945

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Sbilancio


Mi sbilancio: la legge di bilancio, come ha preso forma, è buona in tutto quello di cui nessuno parla, mentre tutti siamo stati trascinati a parlare di quel che non ha senso, o non c’è, o non c’è più. Se quella legge, ogni anno, fosse discussa in modo rag

Mi sbilancio: la legge di bilancio, come ha preso forma, è buona in tutto quello di cui nessuno parla, mentre tutti siamo stati trascinati a parlare di quel che non ha senso, o non c’è, o non c’è più.

Se quella legge, ogni anno, fosse discussa in modo ragionevole, con una procedura razionale, non solo sarebbero maggiormente emersi i suoi aspetti positivi, ma su quelli il consenso, in Parlamento, potrebbe essere più vasto. Come, del resto, Fratelli d’Italia, dall’opposizione, condivideva la linea del governo Draghi, contro imprudenti e controproducenti scostamenti di bilancio. Allora come oggi, però, il problema non era nel Parlamento tutto, ma nella maggioranza. Il voto di fiducia, che ora la destra impone e ieri detestava, che oggi la sinistra detesta e ieri imponeva, non avrebbe ragion d’essere se non servisse a fermare pezzi della maggioranza. Tanto la minoranza, ove il governo non ne condivida le proposte, è minoranza.

Sicché i dati politici sono tre. Il primo è relativo ai saldi di bilancio e al suo equilibrio complessivo, confermando la continuità con il governo precedente. Una continuità che consiste nel collaborare, non guerreggiare con le istituzioni europee e che si vedrà anche nel conseguimento degli obiettivi a scadenza ravvicinata, relativi al Pnrr. Il resto è caciara, guerra di pupazzi. Come lo era, del resto, contestare quegli equilibri quando si era all’opposizione.

Il secondo dato è relativo alle tante cose che sono entrate e uscite, o snaturate, di cui si è parlato: tutta roba propagandistica, in qualche caso masochista. La corsa a far vedere il rispetto delle “promesse” le ha in gran parte compromesse e contraddette. Per cambiare le cose occorre tempo e le persone serie non lavorano per il titolo del giorno appresso, ma per il risultato dell’anno successivo.

Il che porta al terzo dato, quello più preoccupante: le riforme sono annunciate, ma inesistenti. Ci sono casi, come la giustizia, in cui le intenzioni sono chiare, ma il tragitto no. Altri, come il fisco, in cui non è chiara né l’una né l’altra cosa, al punto che chi chiede la flat tax, quindi la fine della progressività, poi vuole correlare le multe al reddito. Altri ancora, come il reddito di cittadinanza, in cui si taglia la spesa in virtù di una riforma di cui non si vedono neanche i contorni. Intanto si promettono ancora “aiuti”, che di per loro sono solo l’incentivo a pensare la spesa pubblica come cassa cui attingere e non come strumento per riformare.

Il bilancio c’è, la politica è sbilanciata. L’opposizione è ancora traumatizzata e spaesata. I pentastellati si sono trasformati da partito governativo a oltranza in partito d’opposizione a prescindere. Di poltrona e di piazza, diciamo. Mentre il Partito democratico perde ulteriormente consensi non tanto per questo o quello “scandalo”, ma per la scandalosa assenza di iniziativa politica. Il che metterebbe la maggioranza al sicuro, se non fosse che cova problemi interni, con la Lega che prova a riprendere visibilità, spingendo l’esecutivo a commettere errori che poi comportano retromarce, mentre Forza Italia, senza più la forza elettorale per coalizzare forze minori e talora opposte, non trova il ritmo di una nuova missione. In questo modo gruppi e sottogruppi indeboliti diventano scialuppe per traghettare emendamenti che rispondono più a pressioni particolari che a interessi generali.

È così che la legge di bilancio sembra peggiore, non avendo il coraggio, la schiettezza politica e l’orgoglio di mettere in luce quel che ha di migliore.

La Ragione

L'articolo Sbilancio proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Iran, lo stupro mortale


Ragazzina di 14 anni violentata e uccisa dai pasdaran, si era tolta il velo in classe come segno di protesta TEL AVIV. Un gesto da adulta e da rivoluzionaria, togliersi il velo in classe in segno di solidarietà con le proteste che scuotono il suo Paese

Ragazzina di 14 anni violentata e uccisa dai pasdaran, si era tolta il velo in classe come segno di protesta

TEL AVIV. Un gesto da adulta e da rivoluzionaria, togliersi il velo in classe in segno di solidarietà con le proteste che scuotono il suo Paese da oltre tre mesi, è costato la vita a una 14enne iraniana di Teheran, di nome Masooumeh. Dopo essere stata identificata attraverso le registrazioni delle telecamere di sorveglianza all’interno della scuola, l’adolescente è finita in custodia. Fino a quando, trasferita in ospedale per gravi lacerazioni vaginali, è morta. A riferirlo al New York Times è stato Hadi Ghaemi, direttore del Center for Human Rights in Iran, che ha anche espresso preoccupazione per la madre della ragazzina, scomparsa dopo aver minacciato di denunciare l’accaduto.

«L’Iran usa lo stupro per imporre la modestia alle donne», denuncia Nicholas Kristof, editorialista e vincitore di due premi Pulitzer, dalla sua rubrica sul NYT. Le Ong Human Rights Watch e Amnesty International hanno documentato, in modo indipendente, diversi casi di violenza sessuale. «Come le forze di sicurezza iraniane usano lo stupro per reprimere le proteste» è il titolo di una recente inchiesta della Cnn, contestata in cinque punti in un thread su Twitter dall’account dell’agenzia di stampa della Repubblica Islamica Irna. Espulso da una commissione delle Nazioni Unite per i diritti delle donne, il governo di Teheran ha contestato il provvedimento anche attraverso le dichiarazioni della sua vice presidente per gli Affari delle Donne e della Famiglia, Ensiyeh Khazali, che è andata al contrattacco accusando Europa e Stati Uniti di violare i diritti umani.

Ma la storia di Masooumeh ricorda altre morti tragiche di adolescenti iraniane, come la 16enne Nika Shakarami. E di altre donne, abusate e torturate mentre erano in custodia o in carcere per motivi legati alle proteste anti-regime, come la dottoressa 36enne Aida Rostami che curava clandestinamente i manifestanti. «Quanto sta avvenendo in queste settimane in Iran supera ogni limite e non può, in alcun modo, essere accantonato», è stato l’addolorato appello del presidente Sergio Mattarella in un messaggio alla conferenza degli ambasciatori alla Farnesina.

Sono giovani e giovanissime le iraniane coraggiose che si espongono in prima linea. La studiosa delle immagini nei movimenti politici, Parichehr Kazemi, ha pubblicato su The Conversation un’analisi delle fotografie delle proteste in corso nel Paese da oltre tre mesi, all’intersezione tra movimento sociale e rivoluzione. Li definisce scatti «potenti e coinvolgenti» perché giocano su diversi elementi di sfida, attingendo «a una storia più lunga di donne iraniane che scattano e condividono foto e video di azioni considerate illegali, come cantare e ballare per protestare contro l’oppressione di genere» e si basano «sugli sforzi di resistenza passati e su una tradizione di resistenza al governo».

E dopo gli avvertimenti sollevati giorni fa da Amnesty International riguardo all’imminente esecuzione del rapper 24enne Saman Seydi, in arte «Yasin», condannato a morte in prima sentenza dal tribunale, diverse fonti hanno divulgato ieri la notizia che il ragazzo avrebbe tentato di suicidarsi nella prigione Rajaei Shahr di Karaj con un’overdose di pillole. L’agenzia degli attivisti per i diritti umani ha fatto sapere che Seydi è ricoverato nell’infermeria del carcere e attribuisce il gesto del cantante alle torture fisiche e mentali che avrebbe subito anche per strappargli la confessione con cui è stata emessa la sua condanna a morte. Il ragazzo era apparso provato fin dalla prima udienza. Mentre il giudice leggeva le accuse contro di lui, è stato ritratto in foto in lacrime, con la testa tra le mani. I genitori hanno tentato di ottenere il suo rilascio. La madre aveva pubblicato un appello video chiedendo aiuto per il figlio e il padre, in un posto su Instagram, aveva scritto: «Figlio mio Saman, quando guidavi la moto ero preoccupato che ti facessi male. Ma ora non so cosa fare. Non so come potrei continuare la mia vita senza di te».

La Stampa

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