Il peccato neoliberista


In qualsiasi partito, un nuovo gruppo dirigente deve cercare di affermare, assieme con se stesso, un’identità, un catalogo di proposte, alcuni simboli politici. La sinistra del Partito democratico però non è un gruppo dirigente particolarmente nuovo, si t

In qualsiasi partito, un nuovo gruppo dirigente deve cercare di affermare, assieme con se stesso, un’identità, un catalogo di proposte, alcuni simboli politici. La sinistra del Partito democratico però non è un gruppo dirigente particolarmente nuovo, si tratta solo della generazione attuale della “ditta” che a malincuore ha accettato le capriole consonantiche che l’hanno portata da Pds a Ds a Pd. Le sue proposte si riducono, in buona sostanza, a una: superare il “neoliberismo” di cui sarebbe intriso lo stesso manifesto dei valori del Pd, scritto nel 2007.

La sinistra è, non solo in Italia, sempre più “sinistra”. Essendo l’unica parte politica che viva in un rapporto osmotico coi propri intellettuali, è destinata a somigliare al racconto che essi ne fanno. Avviene anche al Pd, che pure là dove governa in modo più saldo (in Emilia-Romagna, in Toscana) è occupato a venire alle prese coi problemi del mondo anziché stupire con effetti speciali. La sua narrazione “nazionale” è tutta diversa. Perché non corrisponde al partito degli amministratori, bensì a quello dei chierici.

La sinistra è da sempre la parte politica che offre al ceto intellettuale la più straordinaria opportunità di mutazione. “I filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo”. Generazioni d’intellettuali hanno guardato al “moro” di Treviri come in defettibile modello. Che avessero letto il primo libro del “Capitale”, o più probabilmente “Il socialismo dall’utopia alla scienza” di Engels, si inebriavano della conquista inattesa di una grande verità: aver scoperto in che direzione si muove la storia, mica poco. Ma hanno cercato di anticiparla, la storia, di forzarla sui suoi pretesi binari, sicuri che solo un’avanguardia intellettuale potesse fare avvertire al proletario il peso delle sue catene.

Da alcuni anni in qua, i chierici hanno formulato una diagnosi chiara sui guasti della sinistra: la sinistra perde perché ha smarrito il legame con la classe operaia. Sul declino del voto “di classe”, ovvero sull’attenuazione del nesso fra condizione sociale di appartenenza e preferenza politica, c’è un intenso dibattito internazionale. Rimanendo all’interno dei nostri confini, possiamo ricordare come già negli anni Novanta si osservasse un travaso verso la Lega del voto operaio al nord e come, negli anni Duemila, il voto operaio fosse già diviso grosso modo equamente fra destra e sinistra, mentre le regioni a più elevata “intensità” industriale votavano per la destra. Alle ultime elezioni è stato FdIa
primeggiare fra gli operai, seguito da Cinque stelle e Lega.

Il fenomeno dello scollamento fra classe sociale e preferenze politiche andrebbe indagato nelle sue diverse dimensioni. Qualcuno potrebbe dire che è una buona notizia: a suo modo segnala il maggior benessere raggiunto nella società tutta, grazie al quale cambiano le priorità degli elettori. Altri potrebbero biasimare la prevalenza della politica dell’identità, del dato culturale, che è poi la ragione per cui posizioni conservatrici vengono sposate da persone più umili e affezionate ai punti cardinali del passato, mentre fra gli individui a più alto reddito prevalgono orientamenti più cosmopoliti e mentalità più aperte.

L’impressione è che per i chierici la perdita del voto operaio sia un’utile scusa per aprire i rubinetti della nostalgia. Per rappresentare gli operai, che c’è di meglio che dire le cose che dicevamo, quando effettivamente votavano per noi? Per gli intellettuali, era un’epoca d’oro: quella in cui le loro parole cambiavano davvero, se non il mondo, almeno le mozioni congressuali. Per questo a quelle parole, rivedute e corrette, sono tornati, seguendo le star della sinistra internazionale (da Piketty in giù). L’enfasi sul tema delle diseguaglianze, i propositi di sabotaggio di ogni residuo di libertà contrattuale nelle relazioni industriali, l’ambientalismo, il disegno di una bellicosa politica industriale, eccetera, non sono una delle due strade che il gruppo dirigente del Pd può cogliere, in una sorta di congresso redde rationem sull’identità del partito.

Sono un sentiero che quel medesimo partito calca da anni e con piena convinzione. Anziché mettere in discussione l’effettivo gradimento dell’elettorato per queste proposte, anziché chiedersi se davvero intercettino i problemi del paese, anziché domandarsi se forse il Pd non abbia perso la sua “vocazione maggioritaria” perché è diventato assieme il partito “del governo” e del pubblico impiego, i chierici e i loro discepoli sostengono che ogni problema del partito venga da un peccato originale. L’iniziale “neoliberismo”. Ma qual è il fantasma del
neoliberismo, di cui si vorrebbe sbarazzare?

E’ vero che in Italia, per alcuni anni, è stata la sinistra a promuovere politiche di “modernizzazione”, tese ad avvicinare il paese alle altre liberaldemocrazie a economia di mercato. Ciò è avvenuto soprattutto nella legislatura del centrosinistra, 1996-2001. Le circostanze erano eccezionali. In primo luogo, il vecchio partito della sinistra italiana, il Pci, era riuscito ad abbandonare nome e simbolo senza alcuna “revisione” ideologica: ma attraverso una “svolta”, per cui si immaginava che non ci fossero nodi da sciogliere né questioni da chiarire. A ciò corrispose una accresciuta disponibilità a seguire le tendenze prevalenti altrove.

Negli Stati Uniti Clinton, in Inghilterra Blair, avevano dovuto reinventare i rispettivi partiti alla luce del successo di Reagan e Thatcher. E siccome quel successo non si poteva negare, cercarono di venirci a patti, provando per esempio a usare incentivi economici e riforme “di mercato” per far funzionare lo stato sociale, rilanciandone legittimità e immagine (pensiamo al cosiddetto welfare to work ). In Italia,
un economista cattolico di formazione keynesiana, Beniamino Andreatta, meglio di altri aveva colto il nesso perverso fra partitocrazia, corruzione e aumento incontrollato della spesa pubblica. Dal cosiddetto “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro al referendum elettorale del 1992 all’accordo Andreatta-Van Miert, gli atti politici più rilevanti e lungimiranti dell’epoca si devono ad Andreatta.

La meta era chiara: una democrazia meno esposta alla corruzione, che consentisse l’alternanza fra partiti di governo. Quando ci arriva la sinistra, presidente del consiglio è un allievo di Andreatta, Romano Prodi, e ministro del Tesoro è Carlo Azeglio Ciampi. Le privatizzazioni di Telecom, Eni ed Enel, Autostrade, il pacchetto Treu sul mercato del lavoro, risalgono a quegli anni. Era “neoliberismo”? E’ un po’ difficile sostenerlo, visto che al governo con Prodi c’era Bertinotti e con D’Alema e Amato ci rimase Cossutta. Ciampi si impegnò per un rassetto della spesa pubblica ma gli interventi rimasero marginali, nel segno della lotta agli sprechi e di una migliore organizzazione. C’era, senz’ altro, una componente numericamente esigua, ma pugnace, dell’allora maggioranza che avrebbe volentieri spinto sull’acceleratore “riformista”. Parola che, fateci caso, è scomparsa dal vocabolario della sinistra contemporanea, in una sorta di damnatio memoriae.

La sinistra che non si vergogna che nella sua storia politica ci sia l’aver fiancheggiato l’Unione Sovietica anche dopo i “fatti d’Ungheria”,
si vergogna di avere privatizzato Telecom. In che cosa credevano, i riformisti? La convinzione comune di quel gruppo era, grosso modo, che in un paese come l’Italia, dove non mancano le incrostazioni corporative, “liberalizzare” fosse la condizione magari non sufficiente ma necessaria per ampliare il ventaglio delle opportunità per tutti. Per avere un’idea della consistenza dei riformisti, basti ricordare che al congresso Ds del 2001 Enrico Morando, candidatosi segretario, prese poco più del 4 per cento dei voti. Piccole forze politiche e singole personalità eminenti esercitavano però maggiore condizionamento sugli ex comunisti allora, di quanto sarebbe avvenuto dalla nascita del Pd in poi.

E’ difficile sostenere che i riformisti fossero “neoliberisti”. Diciamo che erano socialisti “colpiti dalla realtà”. Qualcuno di loro civettava di aver accettato l’economia di mercato per disperazione: la disperazione di vivere nel paese col più formidabile repertorio di fallimenti dello stato di tutto l’occidente. Altri inquadravano la loro adesione all’economia di mercato nell’ambito di una battaglia di modernizzazione e legalità: separare politica ed economia, facendo in modo che lo stato smettesse di gestire la gran parte della vita economica del paese, era necessario per diluire la corruzione degli apparati pubblici.

E’ la tesi che, senza trovare interlocutori, ha riproposto Giuliano Amato nel suo “Bentornato stato, ma” (il Mulino). Altri ancora semplicemente dovevano ammettere che a quel tanto o a quel poco di “liberismo” rimasto in occidente si doveva una produzione di ricchezza talmente straordinaria, da consentire la sopravvivenza di elefantiaci apparati statali. Teniamo da conto la pecora, proprio perché vogliamo tosarla.

Il manifesto dei valori del Pd, dovuto a una commissione presieduta da Alfredo Reichlin (non certo un neoliberista), di queste cose indubbiamente teneva conto. Ed è vero che letto oggi, e paragonato alla retorica prevalente nell’odierno Pd, sembra una traduzione da qualche think tank americano. Mirava a realizzare un “partito aperto nel mondo globalizzato”. L’idea di fondo era che “negli scenari complessi del mondo globalizzato non esistono solamente nuovi problemi, ma anche nuove opportunità”. Opportunità era una parola cruciale, da declinarsi nella cornice dello stato sociale ma in un’ottica di empowerment , di “attrezzamento” dei singoli individui. La vocazione maggioritaria si vedeva nel fare a meno di certe parole amate dai chierici, per provare un lessico che ammiccasse agli elettori degli altri.

Oggi si dice: neoliberismo, ieri si sarebbe detto: pensiero borghese. Il punto è tutto qui. Enrico Letta, che pure al canovaccio oggi dominante a sinistra ha tentato di adattarsi per come poteva un moderato per tradizione e carattere, in un dibattito se l’era fatto scappare: parlare di liberismo in Italia è un po’ difficile. E’ vero che nella legislatura del centrosinistra si privatizzò, e non poco. E’ altrettanto vero che oggi, per fare un solo esempio, il paese ha di nuovo un grande player assicurativo pubblico, com’ era l’Ina privatizzata da Amato. Che la Cassa depositi e prestiti è il burattinaio anche di aziende che erano state cedute totalmente, come Tim. Che lo stato dai servizi pubblici locali non se n’è mai andato, come non ha mai ceduto il passo alla concorrenza nella sanità, nell’educazione, nella previdenza. Che la Borsa italiana è sostanzialmente un gioco di imprese controllate dal pubblico.

Che la spesa pubblica supera, anche al netto degli interessi, il 50 per cento del pil. Che la tentazione comune, sinistra e destra, è pensare che a ogni problema debba corrispondere una legge, e di legge in legge siamo arrivati ad avere un quadro normativo talmente complicato che neppure i tecnici del diritto sanno più destreggiarsi nel groviglio. Il grande economista austriaco Ludwig von Mises identificava nel “polilogismo” una delle più durature eredità del marxismo. Marx postula che “la struttura logica della mente è diversa da classe a classe. Non esiste una logica universalmente valida.

Ciò che la mente produce non è che ideologia, cioè, nella terminologia di Marx, un insieme di idee che mascherano gli interessi egoistici della classe sociale a cui il pensatore appartiene”. Per questo la mente “borghese” degli economisti non poteva fare altro che offrire una “apologia” del sistema capitalistico. I chierici di oggi sostengono qualcosa di non troppo diverso. Con convinzione, si ritraggono da qualsiasi discussione
nel merito delle singole questioni. Ogni opinione diversa dalla loro (che si discuta di questioni di genere o della privatizzazione di Ita) è semplicemente riconducibile a un interesse: se i loro avversari non sono servi del capitalismo, sono servi del patriarcato.

Nel dibattito italiano, questo diventa la “diversità” di tempra morale che dividerebbe la sinistra dagli altri. Convinti di fare politica in nome di alcune idee, i chierici non riconoscono nell’altro una propensione simile. E non solo, ormai, non lo riconoscono alla destra: non lo riconoscono neanche a chi, a sinistra, abbia posizioni non esattamente sovrapponibili alle loro. Non lo riconoscono ai loro predecessori degli ultimi trent’ anni: i quali, faticosamente e in modo imperfetto, cercavano di fare i conti con una realtà che avevano scoperto, chi con il crollo del Muro, chi poco prima.

L’ebbrezza del maggioritario consigliava loro di fare politica con l’ambizione di sottrarre voti all’avversario. Il che costringeva a cercare di comprendere le sue ragioni. Oggi il partito dei chierici coltiva la vocazione minoritaria. Quelle degli altri non sono idee, ma interessi messi in bella copia. La politica è solo la ricerca di minoranze da liberare dal condizionamento di questo o quel padrone. Il neoliberismo come ipnosi da cui ridestare un mondo di oppressi. Vedremo quanto dura questo trip.

Il Foglio

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Il Presidente Giuseppe Benedetto sarà ospite a Linea Notte – Tg3


Il Presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto sarà ospite a Linea Notte, Tg3, il giorno lunedì 12 dicembre dalle ore 24:00. L'articolo Il Presidente Giuseppe Benedetto sarà ospite a Linea Notte – Tg3 proviene da Fondazione Luigi Einaudi. htt

Il Presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto sarà ospite a Linea Notte, Tg3, il giorno lunedì 12 dicembre dalle ore 24:00.

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Il Professor Lorenzo Infantino ha ricevuto il Premio Colletti 2022


Mercoledì 7 dicembre, all’interno del Palazzo Senatorio del Campidoglio, si è tenuta la XIII edizione del Premio Lucio Colletti, in memoria del filosofo, uomo di straordinario impegno culturale, politico e civile. Quest’anno, tra le personalità di spicco

Mercoledì 7 dicembre, all’interno del Palazzo Senatorio del Campidoglio, si è tenuta la XIII edizione del Premio Lucio Colletti, in memoria del filosofo, uomo di straordinario impegno culturale, politico e civile.
Quest’anno, tra le personalità di spicco a cui è stato consegnato l’ambito premio, c’è il Professor Lorenzo Infantino, filosofo, economista e Presidente Onorario della Fondazione Luigi Einaudi, a cui facciamo le nostre più vive congratulazioni!

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L’occasione


Se le parole di Carlo Nordio fossero state pronunciate da lui stesso, ma nella eventuale veste di ministro della giustizia di un governo di sinistra, la destra sarebbe insorta. Se la cancellazione dell’ergastolo ostativo avesse trovato posto fra i provved

Se le parole di Carlo Nordio fossero state pronunciate da lui stesso, ma nella eventuale veste di ministro della giustizia di un governo di sinistra, la destra sarebbe insorta. Se la cancellazione dell’ergastolo ostativo avesse trovato posto fra i provvedimenti di un governo diverso dall’attuale, la destra avrebbe gridato allo scandalo. Lasciando da parte il tema della coerenza, quella che abbiamo di fronte è una occasione. Per la giustizia.

Quelle parole sono una novità solo per chi non abbia mai letto o ascoltato Nordio. Le ripete da anni. Afflitto da una malattia minoritaria: la coerenza aggravata da memoria. Di sicuro l’ex procuratore non è un uomo di sinistra, ma non lo è neanche di destra. È un liberale conservatore che non ha mai fatto mistero delle proprie opinioni da quando, lasciata la toga, si è sentito libero di esporle. Chi lo ha scelto come ministro le conosceva. Lo stesso Nordio, del resto, con amara ironia, ha più volte osservato che nell’Italia di oggi ancora vige il codice penale firmato da Mussolini, mentre il codice di procedura penale che porta la firma di una medaglia d’oro della resistenza, Giuliano Vassalli, è stato continuamente modificato e scassato. Lo osservava sottolineando gli aspetti illiberali del codice penale.

La separazione delle carriere o la non obbligatorietà dell’azione penale, per non dire del profluvio dissennato e improprio delle intercettazioni, sono considerati concetti scontati, ovvi in qualsiasi sistema penale accusatorio. Non esiste che l’accusatore e il giudice siano colleghi. È pura ipocrisia pensare che obbligando a perseguire tutto si eviti la scelta in capo alla procura, semmai la si priva di criteri e controlli. Le intercettazioni possono essere utili a indagare, ma depositarle e diffonderle è non solo barbarie, ma suicidio processuale, perché da sole non provano il reato. Cose ovvie. Da noi considerate bestemmie perché si è confuso il giustizialismo con la giustizia. Salvo annegare tutto nell’ipocrisia, quando non nel falso conclamato.

Anche la destra giustizialista, anche chi oggi è al governo, ragionò diversamente quando gli “inquisiti” erano amici. Mentre la sinistra, oggi, non insorge più per difetto di forze che per digerita ammissione dei tanti anni sbagliati. Il colpevolismo giustizialista non è la giustizia, ma una macchina infernale che genera professionisti dell’accusare senza l’onere di dovere dimostrare e senza la pena di dovere pagare per gli errori commessi. La sinistra c’è cascata perché si è trovata comunista, dalla parte sbagliata della storia, al partire di inchieste giudiziarie con le quali si sterminava anche la sinistra che si trovava dalla parte giusta della storia. E se la destra aveva il giustizialismo nel corredo genetico, la sinistra ha abdicato al diritto per divenire la copertura politica del corporativismo togato, ricevendone in cambio la copertura per sgomberare la strada verso il potere.

La scelta di Meloni mette la destra nelle condizioni di dovere cambiare. Non esiste, lo sappia la presidente del Consiglio, il “garantismo” in giudizio e il “giustizialismo” della pena, come ha erroneamente affermato. Posizione impossibile, perché il “garantismo” non è l’innocentismo che loro stessi praticarono con i loro amici, ma il rispetto del diritto, ergo anche la certezza della pena. La sinistra può scegliere: mugugnare malmostosa, incapace di autocritica, sperando ancora di potere ritravestirsi senza il coraggio di svestirsi, oppure riconoscere diritto e diritti e costringere la destra alla coerenza. Questa sembra la scelta di Azione, che somiglia al fare opposizione seria assai più del porsi in una sterile posizione pregiudiziale.

L’occasione è lì. A portata di mano. L’opposizione può aiutare il giustizialismo del campo largo e pentastellato o lavorare al diritto. Magari ricordando che il pessimo decreto “rave” sta all’opposto delle parole di Nordio. Questa è la scelta politica, non il sesso della segreteria.

La Ragione

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Il prof. Giovanni Moschella alla Scuola di Liberalismo 2022 di Messina – Gazzetta del Sud


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#uncaffèconluigieinaudi ☕ – Tanto imperiose sono le passioni umane…


Tanto imperiose sono le passioni umane ed inestinguibili l’ambizione, la sete di dominio e di ricchezza, che sempre si rinnovano gli errori trascorsi (ed ognora si seguono vie che l’esperienza ha dimostrato fallaci da Corriere della Sera, 26 luglio 1913
Tanto imperiose sono le passioni umane ed inestinguibili l’ambizione, la sete di dominio e di ricchezza, che sempre si rinnovano gli errori trascorsi (ed ognora si seguono vie che l’esperienza ha dimostrato fallaci

da Corriere della Sera, 26 luglio 1913

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La storia insegna, mai sfidare Bankitalia


Giorgia Meloni e molti dei suoi “uomini forti” amano la storia. Un po’ di memoria storica a inizio legislatura può evitargli errori fatali Dal leader socialista Pietro Nenni, che nei primi anni Sessanta scoprì che “la stanza dei bottoni” a palazzo Chigi n

Giorgia Meloni e molti dei suoi “uomini forti” amano la storia. Un po’ di memoria storica a inizio legislatura può evitargli errori fatali


Dal leader socialista Pietro Nenni, che nei primi anni Sessanta scoprì che “la stanza dei bottoni” a palazzo Chigi non esiste, a Silvio Berlusconi, che si illudeva di poter amministrare l’Italia con i poteri di un amministratore delegato come fosse “una grande Mediaset”, a Metteo Renzi, che sin dal discorso per la fiducia in Parlamento sfidò “le alte burocrazie pubbliche”, che ne fu sconfitto e che per ripicca nel 2017 presentò alla Camera una mozione parlamentare che avrebbe dovuto decapitate l’allora e l’attuale governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, la storia repubblicana insegna che nel Belpaese il potere non è mai stato né mai poterebbe essere assoluto. Non è concentrato, è “concertato”.

E, per chi non ha il carisma e/o la forza di un de Gaulle, una quota significativa tanto vale riconoscerla subito a coloro che in effetti la detengono: le alte burocrazie pubbliche e la filiera Bankitalia.

A Pietro Nenni, Lelio Basso la spiegò così: “Non esiste nessuna stanza dei bottoni perché il potere nasce da un sistema estremamente complesso di forze di cui le più importanti sono certamente al di fuori delle stanze dei ministri e, più ancora, del Parlamento”.

Era vero allora, è ancor più vero oggi. La logica, com’è ovvio, è quella dei vasi comunicanti: più la politica esprime parlamentari e uomini di governo “deboli”, più naturalmente si rafforza questo antico potere che dello Stato italiano ambisce a rappresentare l’ossatura di fondo. E in vacanza d’altro la guida.

Giorgia Meloni e molti dei suoi “uomini forti” amano la storia. Un po’ di memoria storica, dunque, a inizio legislatura può evitargli errori fatali. Tipo pensare di cacciare direttori generali arroganti ma ipercompetenti senza averne di migliori, e men che meno di più accreditati, per poterli rimpiazzare. Tipo prendere per lesa maestà la, in effetti rigorosa e dunque rigorosamente critica, analisi che la Banca d’Italia ha fatto della legge di bilancio. Un monito del potere tecnico al potere politico. Un’utile messa in guardia per evitare passi falsi con la Commissione europea.

Formiche

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RiSentiti


Il risentimento è improduttivo. In politica una pessima bussola (chiedere ad Enrico Letta). Quando si governa non solo è irragionevole, ma può creare danni notevoli. Se, poi, è il frutto della difficoltà che si incontra a conciliare le cose che si dissero

Il risentimento è improduttivo. In politica una pessima bussola (chiedere ad Enrico Letta). Quando si governa non solo è irragionevole, ma può creare danni notevoli. Se, poi, è il frutto della difficoltà che si incontra a conciliare le cose che si dissero per prendere voti con quelle che è opportuno fare, una volta che si è vinto, allora è un segno brutto assai. Il governo ha preso ad usare un tono risentito, come se le critiche alle cose che fa fossero dei fastidi evitabili, come se non siano stati loro per primi a rimaneggiare e cambiare od annunciare di modificare quel che aveva ancora l’inchiostro governativo fresco. Quell’atteggiamento è sbagliato. Non va taciuto, perché non stiamo parlando di questa o quella forza o personalità politica, ma del governo italiano. Del nostro governo.

Le cose dette dal sottosegretario Fazzolari, sulla Banca d’Italia e il suo essere influenzata dalle banche private che ne detengono il capitale, sono uno strafalcione che poteva andare bene in un comizietto presso la sezione rossa del partito comunista marxista leninista o presso quella nera del fascio combattente, ma non può stare in bocca ad un governante. Ovvio che le cose dette dalla Banca d’Italia possono essere discusse, ci mancherebbe, ma non in quel modo sguaiato e insensato.

Ma non è solo quello. È una buona cosa che la presidente del Consiglio, capo di un partito certo non noto per la passione europeista, reclami che ci sia più Unione europea nell’affrontare diversi problemi, ma prima di dire che quel che sta facendo non basta varrà la pena di ricordare d’essere alla guida del governo più finanziato da NGEU. Varrà la pena valorizzare l’intenzione della Commissione europea di cofinanziare l’avvio dei lavori per il ponte sullo stretto di Messina. Che avrebbe detto Meloni, capo dell’opposizione, se quell’intenzione fosse stata manifestata per un ponte francese, di cui i francesi andavano parlando da un cinquantennio? Bhe: il ponte sarà nostro. Se sarà. Non ha molto senso dire all’interno che non si riuscirà a spendere i fondi europei e all’esterno che ce ne vogliono di più. Ed è ben vero che lo schizzare in alto dei prezzi energetici potrebbe essere l’occasione di un fondo comune perequativo, quasi assicurativo, nel medio periodo, per i prezzi delle materie prime strategiche, ma quel genere di fondi esistono nelle Unioni, non mai nelle Confederazioni. E Meloni sostiene la seconda formula.

Ci vuole del tempo, per adattarsi. Va bene. Ma usare quei toni e quei temi risentiti declassa l’Italia da Paese che partecipa alla definizione delle politiche europee a entità dedita al reclamo, per ciò stesso in una posizione e in un ruolo marginalizzati. Reclamare e risentirsi significa essere privi di visione, assumere una postura sindacale, che non promuove, ma sminuisce l’Italia. I pugni li batte chi non ha abbastanza testa.

La campagna elettorale (di quasi tutti) è stata impostata all’insegna di un Paese in recessione, da portare finalmente alla crescita. Ma era falso. Spudoratamente falso. Complice un mondo dell’informazione che prima sceglie lo schieramento e poi come dare la notizia. Crescevamo e cresciamo. Più di quanto immaginassimo. È falso che la destra sia arrivata al governo nel momento peggiore della storia d’Italia (che fa ridere, anche solo a dirsi), mentre c’è arrivata in piena crescita. Il che comporta la difficoltà del paragone, andando incontro a un forte rallentamento. Comprensibile, ma chi governa non ne caverà le gambe cercando scuse e colpevoli esterni.

Subito dopo le elezioni ricordammo che la destra vincente era larga e legittima maggioranza in Parlamento, ma minoranza nel Paese. Questo dato politico suggerisce la necessità di cucire, non di strappare. Il governo durerà quanto la legislatura, ma che la legislatura duri cinque anni dipende da come governerà. Le opposizioni sono groggy, ma i vincitori devono trovare il passo e le parole di chi costruisce qualche cosa, non dello sterile risentimento.

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All’Italia resta un decennio per tornare a 500mila nascite. Poi sarà troppo tardi


La trappola demografica. Se le nascite in Italia proseguissero il percorso di diminuzione con il ritmo osservato nel decennio scorso (a cui si è poi aggiunta l’incertezza della pandemia) ci troveremmo ad entrare nella seconda metà di questo secolo con rep

La trappola demografica. Se le nascite in Italia proseguissero il percorso di diminuzione con il ritmo osservato nel decennio scorso (a cui si è poi aggiunta l’incertezza della pandemia) ci troveremmo ad entrare nella seconda metà di questo secolo con reparti di maternità del tutto vuoti.

Se le nascite in Italia proseguissero il percorso di diminuzione con il ritmo osservato nel decennio scorso (a cui si è poi aggiunta l’incertezza della pandemia) ci troveremmo ad entrare nella seconda metà di questo secolo con reparti di maternità del tutto vuoti. Lo scenario di zero nati nel 2050 difficilmente verrà effettivamente osservato – le dinamiche reali sono più complesse di una semplice estrapolazione – i dati però ci dicono che alto (oltre il livello di guardia) è diventato il rischio di un processo di declino continuo della natalità.

E’ bene essere consapevoli che le nascite in Italia non sono solo a livello basso, ma anche posizionate su una scala mobile che le trascina ulteriormente in giù. Questa scala mobile è rappresentata dalla struttura per età della nostra popolazione, la quale, per conseguenza della denatalità passata, è in progressivo sbilanciamento a sfavore delle generazioni giovani-adulte (la fonte di vitalità di un paese). Più il tempo passa, più diventa difficile (e se continua così tra pochi anni anche impossibile) invertire la curva negativa delle nascite.

La questione non è più se riusciremo ad evitare il declino della popolazione, oramai gli squilibri strutturali interni (nel rapporto tra generazioni più anziane e quelle più giovani, a sfavore di queste ultime) sono tali che anche nel caso di portare il numero medio di figli per donna ai livelli degli altri paesi europei, a parità di flussi migratori, avremmo comunque un numero di abitanti in maggior riduzione. Si tratta quindi di capire, nei margini di manovra che ci sono rimasti, se riusciremo ad evitare che le nascite entrino negli ingranaggi di una trappola demografica che le condanna ad una irreversibile diminuzione.

Questo scenario è quello più disastroso, perché oltre a diminuire la popolazione (con corrispondenti crescenti difficoltà a garantire servizi e condizioni di benessere minimo nelle aree interne e montane, già oggi in fase di spopolamento), ci troveremmo in tutto il paese non solo con sempre più anziani ma anche sempre meno persone che entrano nella fase della vita in cui si contribuisce alla crescita economica e a rendere sostenibile la spesa pubblica. Un circuito vizioso di questo tipo verrebbe ulteriormente accentuato dal fatto che i pochi giovani decideranno sempre più di prendere in considerazione la scelta di sottrarsi alla stringente tenaglia di indebitamento pubblico e invecchiamento
demografico spostandosi in altri paesi. Allo stesso tempo diventerà sempre più difficile attrarre immigrazione di qualità dall’estero.

Che sia diventato elevato il rischio di uno scenario di questo tipo lo si desume in modo evidente dai dati delle ultime previsioni Istat. Nello scenario mediano, quello considerato più verosimile, le nascite non arrivano a riportarsi al livello da cui sono scese nel decennio precedente (erano oltre 550 mila nel 2010), ma si limitano a tornare lentamente ai livelli precedenti l’impatto della pandemia (attorno a 420 mila), per poi però iniziare un percorso di riduzione che le vincola sotto le 400 mila. Nello scenario peggiore nemmeno tale temporanea e debole ripresa ci sarebbe. Nel percorso, invece, più ottimistico tra quelli delineati dall’Istat, le nascite arriverebbero a posizionarsi sopra le 500 mila. Un obiettivo ancora possibile, quindi, ma solo se l’inversione inizia subito e viene sostenuta in modo solido.

Il declino irreversibile delle nascite è quindi lo scenario da mettere al centro di ogni strategia di sviluppo del paese nei prossimi decenni, per anticipare e prepararsi a gestirne le conseguenze e per valutare l’impegno che siamo disposti oggi a mettere per evitarlo. In questo secondo caso l’azione non può che essere urgente e posta come obiettivo prioritario. Fare qualcosa con manovre che provano a mettere qualche euro qua e là, per poi vedere l’effetto che fa, è inadeguato e inefficace per la situazione in cui ci siamo posti.

Serve un obiettivo chiaro da raggiungere, mettendo in campo tutte le risorse e la capacità di implementazione necessarie, ma anche favorendo un consenso condiviso su risultati attesi e desiderati.

Nel mondo contemporaneo avere figli non è sentito come un obbligo e non è dato per scontato averli anche quando li si desidera. E’ una scelta libera che ha bisogno di condizioni adatte per poter essere realizzata positivamente.

Non è una scelta solitaria: serve attorno una comunità che ne riconosca il valore mettendo in campo politiche solide ed efficaci, all’interno di un clima sociale positivo. Non è una scelta indipendente dalle altre: ha bisogno di inserirsi in un processo di realizzazione personale e di benessere molto più articolato che in passato. Questo comporta prima di tutto la necessità di poter essere integrata positivamente con altre scelte. Autonomia dalla famiglia di origine e realizzazione di una propria sono strettamente dipendenti dalle politiche abitative e dalle politiche attive del lavoro per i giovani. La scelta di avere figli e quella di lavorare, non rinunciando alla propria realizzazione professionale, devono non solo essere compatibili ma diventare leva positiva reciproca una dell’altra. Indispensabili sono, su questo versante, misure sia di conciliazione che di condivisione tra madri e padri.

Questo significa, più in concreto, che la natalità non potrà aumentare se continueremo ad avere il record di NEET (i giovani che non studiano e non lavorano), pari circa al 30% nella fascia 25-34 anni. Conseguenza delle fragilità di tutto il percorso di transizione scuola-lavoro che porta a posticipare in età sempre più tardiva l’arrivo del primo figlio (l’età media in cui si diventa genitori è la più alta in Europa).

La natalità, inoltre, non può che aumentare assieme all’occupazione femminile, entrambe tenute basse dalla carenza di strumenti e servizi che armonizzano impegno di lavoro e responsabilità familiari. Inoltre un secondo reddito, in presenza di conciliazione e condivisione, riduce il rischio di povertà e favorisce le condizioni economiche per avere un figlio in più.

Infine, la natalità aumenta se si rafforza anche la consistenza della popolazione in età riproduttiva, contributo che può arrivare dall’immigrazione. Ma solo una immigrazione che trova condizioni per essere inclusa e bene integrata nel sistema sociale e nei processi di sviluppo del paese contribuisce alla vitalità demografica, in caso contrario si adatta presto al ribasso ai comportamenti riproduttivi autoctoni.

Questo significa che per rispondere alle trasformazioni demografiche e alle esigenze di sviluppo del paese la quota che davvero conta è quella di arrivare a 500 mila nascite entro i prossimi dieci anni. Perché non solo ci aiuta a non condannarci ad una trappola demografica che genera squilibri irreversibili, ma anche perché può essere ottenuta solo combinando politiche familiari con condizioni che portano al rialzo anche occupazione giovanile, partecipazione femminile al mercato del lavoro, immigrazione di qualità (in grado di rinsaldare la forza lavoro nel breve periodo). Per arrivare a tale obiettivo serve tutto un paese che si muove nella stessa direzione.

Il Sole 24 Ore

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Conoscere per crescere. Colloquio tra giganti di Leonardo Musci e Lucrezia Conti (con le voci di Andrea Cangini e Michele Gerace)


#orientare #connessoalletuepassioni #regionelazio #FSE+ Partire dal passato per scoprire il futuro. Non lasciarsi sfuggire l’opportunità di approfondire le inclinazioni personali, gli interessi e le skills nella scelta del proprio futuro formativo, profes

#orientare #connessoalletuepassioni #regionelazio #FSE+

Partire dal passato per scoprire il futuro. Non lasciarsi sfuggire l’opportunità di approfondire le inclinazioni personali, gli interessi e le skills nella scelta del proprio futuro formativo, professionale e lavorativo, è fondamentale per i giovani. “Conoscere per crescere” è il progetto ideato dalla Fondazione Luigi Einaudi di Roma per orientare gli studenti degli Istituti d’Istruzione Superiore Marconi di Civitavecchia e Dante Alighieri di Anagni nell’ambito dell’avviso pubblico della Regione Lazio “ORIENTARE” finanziato con il Programma Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+) 2021- 2027.

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Approfondisci il progetto “Conoscere per crescere”

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#uncaffèconluigieinaudi – I dati attuali possono servire…


I dati attuali possono servire, se non di mezzo profetico, di ammaestramento per il prossimo avvenire da Corriere della Sera, 27 giugno 1911 L'articolo #uncaffèconluigieinaudi – I dati attuali possono servire… proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https
I dati attuali possono servire, se non di mezzo profetico, di ammaestramento per il prossimo avvenire


da Corriere della Sera, 27 giugno 1911

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La deriva neoliberista, un fantoccio mai esistito


A sinistra (come a destra per i migranti) ci si erge contro il liberismo. Affascinante, scrive Mario Seminerio, in un paese dove lo Stato intermedia metà del Pil. Un vano assioma di Luigi Einaudi L’operazione è in tutto e per tutto analoga a quella tipi

A sinistra (come a destra per i migranti) ci si erge contro il liberismo. Affascinante, scrive Mario Seminerio, in un paese dove lo Stato intermedia metà del Pil. Un vano assioma di Luigi Einaudi

L’operazione è in tutto e per tutto analoga a quella tipica dei partiti destra, i quali, facendo leva sul senso di insicurezza e sul bisogno di protezione dei cittadini, drammatizzano la minaccia rappresentata dagli immigrati irregolari e si ergono a difensori di chi più ne teme la presenza. È con lo stesso spirito mistificatorio, e con analogo intento demagogico, che a sinistra c’è chi si erge ad argine contro una presunta deriva “liberista” che con tutta evidenza in Italia non c’è, ne mai c’è stata. Eppure, se ne parla come di un dato di fatto.

“Il modello neoliberista genera disuguaglianze sociali: va cambiato!”, intima infatti l’aspirante segretario del Pd Elly Schlein, con i vari Orlando e Provenzano a fargli da coro. Ma la cosa sorprendente è che ad accreditare la tesi è stato nientemeno che Romano Prodi, forse in qualità di grande elettore della Schlein. “35 anni di liberismo hanno devastato i diritti sociali”, ha infatti scritto nella propria biografia l’economista bolognese. Che pure è stato due volte a capo del governo italiano. Governi che, quelli sì, hanno messo mano alle regole del mercato del lavoro e della concorrenza. Ma di qui a sostenere che il liberismo sia diventato il Verbo nel Belpaese davvero ne corre.

“Confesso che sono sempre affascinato quanto qualcuno proclama di voler lottare contro il liberismo in un paese dove lo stato intermedia la metà del Pil”, ha ironizzato su Twitter l’economista (liberale) Mario Seminerio. Difficile dargli torto. Del resto, è noto: quando la demagogia chiama, il senso di realtà latita. Lo sapeva bene il capofila dei liberali italiani Luigi Einaudi, che agli albori della Repubblica già se la prendeva con “gli analfabeti del liberismo”, cioè di “un fantoccio mai esistito”.

Huffington Post

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Demerito


Il merito: non ha senso pensare di poterlo praticare solo tra i banchi di scuola o dell’Università ma in primis nel mercato. Il merito funziona solo se si riconosce il demerito. Ci si deve difendere dai luoghi comuni, come anche dall’ipocrisia. Fantasti

Il merito: non ha senso pensare di poterlo praticare solo tra i banchi di scuola o dell’Università ma in primis nel mercato. Il merito funziona solo se si riconosce il demerito.

Ci si deve difendere dai luoghi comuni, come anche dall’ipocrisia. Fantastica la valorizzazione del merito, ma funziona solo se si riconosce il demerito. In una gara di velocità c’è chi arriva primo perché c’è chi arriva secondo, altrimenti si sarebbe trattato di uno che stava correndo da solo. E c’è uno che arriva secondo perché non manca il terzo ed esiste l’ultimo. Nel mondo dei moralisti da strapazzo non si può dire “ultimo”, ma lo era. Nulla di male, correva meno velocemente.

Ho visto anch’io il sondaggio cui si riferisce il professor Ricolfi, relativo al fatto che tantissimi italiani apprezzano il merito e desiderano sia valorizzato. Prima di festeggiare, però, m’è venuto in mente che siamo generalmente contrari all’evasione fiscale, salvo praticarla. Perché evasori sono sempre gli altri. È vero che ho pagato in bigliettoni il falegname per una riparazione senza fattura, ma volete forse paragonare questo a quelli che arrubbano i miliardi?! In effetti sì, trattasi di evasione. Qualche cosa di simile si produce anche nel campo del merito.

Il cattivo voto a scuola era una faccenda seria e sgradevole non in sé, che tanto tutti gli studenti hanno sempre saputo che non si producono tragedie, fra i banchi, per la normale attività didattica. Era sgradevole perché a casa avrebbero rincarato la dose: non esci, non vai a giocare, non ricevi amici e così via punendo il somaro. Da tempo a questa parte va già bene se da casa non partono per pestare il docente, suggerendogli d’essere severo con i potenti e non con i ragazzini e ricordandogli che è tutto un magna magna, sicché la pianti di fare il rompiscatole. Il lato civile di questa reazione si concretizza in un ricorso al Tribunale amministrativo regionale. Per non dire di famiglie che hanno anche il timore di domandare all’interessato come vadano gli studi, dovesse traumatizzarsi il pargolo. La pretesa di cancellare la sfida e il dolore ha prodotto una dolorosa resa all’insipienza.

Il merito, poi, mica lo puoi promuovere sui banchi tralasciando d’averlo messo in cattedra. Sicché, al retorico consenso al merito, fatemi anche vedere l’indignata reazione alla millesima “regolarizzazione” dei presunti “precari”. Che poi non ha nulla di regolare, è fuori dai binari costituzionali e si pretende sia precario chi non sia stato debitamente sistemato.

Il merito sfiorisce se quotidianamente non s’esercita nella concorrenza, il che comporta non solo la costante misurazione dei risultati – con le classifiche che non siano solo il prodotto di iniziative volontaristiche – ma un metodo stabile per conoscere la realtà e, una volta conosciutala, per indirizzare i soldi dove producono più istruzione. Né ha un senso pensare che il merito possa essere praticato solo dentro i confini della scuola o, il cielo non voglia, dell’università, giacché ha un senso perseguirlo se, una volta usciti, si trova una società competitiva e meritocratica. Altrimenti è stato puro onanismo agonistico. Le cose perfette (per nostra somma fortuna) non esistono, ma di competitivo e meritocratico c’è il mercato. Quel luogo dove la signora sceglie il colore che le piace e il signore il profumo che lo rinvigorisce, con la conseguenza che vince chi è stato bravo a indovinarlo o anche solo a farglielo credere.

Ma nell’avere in uggia tutto questo mi pare che la destra e la sinistra facciano a gara. Non si sono divise le parti, si contendono la medesima. E lo hanno fatto perché nei sondaggi si chiede il merito senza accettare il demerito. La destra, magari, con una qualche maggiore enfasi sulla protezione dell’italianità, la sinistra con un poetico accenno alla socialità. Ma condividono l’avversità alla competizione che genera il perdente per dar vita al vincente. Il sei politico di sessantottarda memoria e il dazio protettivo di quel che altrimenti manco i nazionali comprerebbero non sono poi così diversi. Alla destra piace mostrarsi severa, senza severità. Alla sinistra mostrarsi solidale, senza solidarietà. Poi, a seconda di dove si trovano, in maggioranza o all’opposizione, cavalcano il medesimo cavallo, con o senza sella.

La Ragione

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Sono riprese le lezioni di Scuola di Liberalismo – Gazzetta del Sud


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Scuola di Liberalismo 2022 – Messina: lezione di Giancristiano Desiderio sul tema “Etica e politica”


Dopo la lezione inaugurale, svoltasi lunedì 28 novembre, entra nel vivo l’edizione 2022, la dodicesima, della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Mess

Dopo la lezione inaugurale, svoltasi lunedì 28 novembre, entra nel vivo l’edizione 2022, la dodicesima, della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratterà principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articolerà in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.

La seconda lezione si svolgerà lunedì 5 dicembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, sulla piattaforma Zoom, e sarà tenuta da Giancristiano Desiderio (giornalista, scrittore, saggista e docente di Filosofia e Storia, nonché membro del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi), che relazionerà sull’opera “Etica e politica” di Benedetto Croce, il principale ideologo del Liberalismo novecentesco italiano.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina, nonché per gli studenti dell’Università degli Studi di Messina.
Per le iscrizioni alla Scuola di Liberalismo 2022 di Messina ed ulteriori info riguardo il

Pippo Rao, Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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Nunzio dell’Erba – Intellettuali laici


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A Scienze Politiche sono riprese le lezioni di Scuola di Liberalismo – Gazzetta del Sud


Ha preso il via, nell’aula del Dipartimento di Scienze politiche di piazza XX settembre, il ciclo di lezioni della Scuola di Liberalismo, giunta al suo 12° anno, coordinata da Pippo Rao, che nella sua introduzione ha voluto evidenziare l’importanza di app

Ha preso il via, nell’aula del Dipartimento di Scienze politiche di piazza XX settembre, il ciclo di lezioni della Scuola di Liberalismo, giunta al suo 12° anno, coordinata da Pippo Rao, che nella sua introduzione ha voluto evidenziare l’importanza di approfondire i temi legati al pensiero liberale come momento formativo sui valori di cittadinanza e di società “aperta”.

Un laboratorio culturale che quest’anno vede al centro l’analisi di alcuni testi capitali del pensiero politico, che verranno approfonditi in
13 lezioni sviluppate on line. Ha introdotto la serata il direttore del Dipartimento di Scienze Politiche Mario Calogero. Il senatore Enzo
Palumbo ha voluto ricordare le vittime dell’alluvione di Ischia, luogo legato a Benedetto Croce, che a Casamicciola perdette la famiglia.

Il primo testo ad essere analizzato è stato “Quattro saggi sulla libertà” del grande filosofo Isahia Berlin, e ha visto la relazione-prolusione
del prof. Gluscope Gembillo, storico della filosofia, noto per i suoi studi sulla complessità, che cura la direzione scientifica della Scuola di
Liberalismo. «Siamo di fronte a un testo capitale del pensiero politico del Novecento, una raccolta di saggi scritti dal 1949 agli anni ’50, che contiene temi e argomentazioni di grande attualità», ha ribadito il docente.

Berlin – che teorizzo il liberalismo come forma di difesa individuale contro le ingerenze statali – focalizzò il suo interesse sul “fare storia”, sul tema della ricerca storiografica come elemento fondamentale, sempre dinamico, per comprendere il presente e identificare il vissuto personale e sociale di una personalità e di una comunità, superando- ha osservato Gembillo-quel “presentismo” che oggi invade il pensiero contemporaneo grazie anche all’uso convulso dei social e dei mezzi di divulgazione. Considerava il Novecento come un secolo di rottura rispetto al precedente, col passaggio dal pensiero positivista e razionale all’irrazionalismo, alla diffusione di nuovi filoni di saperi legati alla psicologia e all’esistenzialismo.

Altro tema di grande rilievo, quello della formazione del dissenso da parte delle grandi ideologie, capaci di tacitare, con tecniche apposite, ogni forma di dialogo, di pensiero usando l’ironia dissacrante e depotenziamento della figura degli intellettuali allontanando i “devianti e centralizzando il potere, anche attraverso lo strumento burocratico.

Gazzetta del Sud

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La Fondazione Luigi Einaudi compie 60 anni: evento a Roma col pescarese D’Andreamatteo


La Fondazione Luigi Einaudi ha appena celebrato il 60esimo anniversario di attività. L’evento celebrativo dell’importante traguardo raggiunto si è tenuto giovedì scorso, 1° dicembre 2022 a Roma, nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. Tra i partecipant

La Fondazione Luigi Einaudi ha appena celebrato il 60esimo anniversario di attività.
L’evento celebrativo dell’importante traguardo raggiunto si è tenuto giovedì scorso, 1° dicembre 2022 a Roma, nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani.

Tra i partecipanti all’appuntamento anche il pescarese Jacopo D’Andreamatteo, da anni componente della direzione della Fondazione Luigi Einaudi nonché referente in Abruzzo della stessa. D’Andreamatteo è anche autore di un testo pubblicato all’interno del volume celebrativo dal titolo “Sessant’anni di diffusione del pensiero liberale”.

Alla presentazione del volume sono intervenuti, oltre che al ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, il presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, lhan Kyuchyuk presidente di Alde e parlamentare europeo del gruppo Renew Europe, Hakima El Haité presidente di Liberal International e il senatore Matteo Renzi.

Questo il commento di Jacopo D’Andreamatteo, figlio del compianto onorevole Piero:

“È stato un vero privilegio poter scrivere delle pagine della nostra fantastica storia e del rapporto che lega la Fondazione a Liberal International anche grazie a Giovanni Malagodi che ne è stato presidente per ben due mandati”.

Notizie d’Abruzzo

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Una casa europea per i liberali italiani.


Le elezioni europee del 2024 saranno un banco di prova. La crisi, di identità e politica, di Forza Italia e del Pd potrebbe mettere in moto una slavina destinata a riqualificare l’offerta politica nazionale e ad alloggiare i liberali italiani nella casa p

Le elezioni europee del 2024 saranno un banco di prova. La crisi, di identità e politica, di Forza Italia e del Pd potrebbe mettere in moto una slavina destinata a riqualificare l’offerta politica nazionale e ad alloggiare i liberali italiani nella casa politica europea che più gli è consona. L’Alde, il gruppo liberale dell’Europarlamento

Tra le tante anomalie italiane, ce n’è una poco notata: siamo l’unico Paese europeo a non avere eletti nell’Alde, il gruppo liberale dell’Europarlamento.

È così da decenni, perché da decenni la cultura liberale in Italia è rimasta schiacciata dalla cultura democristiana e da quella socialdemocratica post comunista. Due “chiese” alle quali i liberali italiani hanno finito per associarsi pur di esistere, rassegnandosi ad approdare a Bruxelles nel Ppe piuttosto che nel Pse, due contenitori politici sempre più eterogenei e datati. Un’anomalia in Italia, un’anomalia in Europa.

Ebbene, tutto lascia credere che quest’anomalia verrà presto sanata. Se n’è avuta conferma lo scorso giovedì in occasione delle celebrazioni, in sala Zuccari al Senato, dei sessant’anni di attività culturale e scientifica della Fondazione dedicata al più autorevole dei liberali italiani: Luigi Einaudi. È stato un coro. Dal presidente dell’Alde, Ilhan Kyuchyuk, alla presidente dell’Internazionale liberale, Hakima El Haitè, al leader di Italia Viva, Matteo Renzi in rappresentanza del Terzo Polo, al presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, fino al Segretario generale della Fondazione, il sottoscritto, non c’è stato intervento che non abbia rimarcato l’incongruità di tale anomalia e manifestato l’intenzione di sanarla al più presto.

Le elezioni europee del 2024 saranno un banco di prova. La crisi, di identità e politica, di Forza Italia e del Pd potrebbe mettere in moto una slavina destinata a riqualificare l’offerta politica nazionale e ad alloggiare i liberali italiani nella casa politica europea che più gli è consona. L’Alde.

I tempi cambiano. Siamo all’inizio di un ciclo politico nuovo in Italia e in Europa. Il brand liberale ed einaudiano vanta oggi un’inedita centralità sia culturale sia politica: tutto il resto ne consegue…

Formiche

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Una casa europea per i liberali italiani.


Le elezioni europee del 2024 saranno un banco di prova. La crisi, di identità e politica, di Forza Italia e del Pd potrebbe mettere in moto una slavina destinata a riqualificare l’offerta politica nazionale e ad alloggiare i liberali italiani nella casa p

Le elezioni europee del 2024 saranno un banco di prova. La crisi, di identità e politica, di Forza Italia e del Pd potrebbe mettere in moto una slavina destinata a riqualificare l’offerta politica nazionale e ad alloggiare i liberali italiani nella casa politica europea che più gli è consona. L’Alde, il gruppo liberale dell’Europarlamento

Tra le tante anomalie italiane, ce n’è una poco notata: siamo l’unico Paese europeo a non avere eletti nell’Alde, il gruppo liberale dell’Europarlamento.

È così da decenni, perché da decenni la cultura liberale in Italia è rimasta schiacciata dalla cultura democristiana e da quella socialdemocratica post comunista. Due “chiese” alle quali i liberali italiani hanno finito per associarsi pur di esistere, rassegnandosi ad approdare a Bruxelles nel Ppe piuttosto che nel Pse, due contenitori politici sempre più eterogenei e datati. Un’anomalia in Italia, un’anomalia in Europa.

Ebbene, tutto lascia credere che quest’anomalia verrà presto sanata. Se n’è avuta conferma lo scorso giovedì in occasione delle celebrazioni, in sala Zuccari al Senato, dei sessant’anni di attività culturale e scientifica della Fondazione dedicata al più autorevole dei liberali italiani: Luigi Einaudi. È stato un coro. Dal presidente dell’Alde, Ilhan Kyuchyuk, alla presidente dell’Internazionale liberale, Hakima El Haitè, al leader di Italia Viva, Matteo Renzi in rappresentanza del Terzo Polo, al presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, fino al Segretario generale della Fondazione, il sottoscritto, non c’è stato intervento che non abbia rimarcato l’incongruità di tale anomalia e manifestato l’intenzione di sanarla al più presto.

Le elezioni europee del 2024 saranno un banco di prova. La crisi, di identità e politica, di Forza Italia e del Pd potrebbe mettere in moto una slavina destinata a riqualificare l’offerta politica nazionale e ad alloggiare i liberali italiani nella casa politica europea che più gli è consona. L’Alde.

I tempi cambiano. Siamo all’inizio di un ciclo politico nuovo in Italia e in Europa. Il brand liberale ed einaudiano vanta oggi un’inedita centralità sia culturale sia politica: tutto il resto ne consegue…

Formiche

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La Fondazione Luigi Einaudi partecipa all’edizione 2022 di “Più libri più liberi”


La Fondazione Luigi Einaudi è lieta di partecipare all’edizione 2022 di Più libri più liberi, (link al sito) con la presentazione del suo volume, edito da Gangemi Editore, “60 anni di diffusione del pensiero liberale”. Interverranno come relatori il Segre

La Fondazione Luigi Einaudi è lieta di partecipare all’edizione 2022 di Più libri più liberi, (link al sito) con la presentazione del suo volume, edito da Gangemi Editore, “60 anni di diffusione del pensiero liberale”.
Interverranno come relatori il Segretario Generale delle Fondazione Einaudi Andrea Cangini e la Direttrice Scientifica Emma Galli. Introdurrà gli interventi la Dott.ssa Daniela Raspa.

Più libri più liberi è la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria e si svolge a Roma nel mese di dicembre. Dal 2017, la manifestazione si tiene presso il nuovo centro congressi della capitale, La Nuvola, progettata dall’archistar Massimiliano Fuksas. Cinque giorni e oltre 650 eventi in cui incontrare gli autori, assistere a reading e performance musicali, ascoltare dibattiti sulle tematiche di settore.

La Fondazione Luigi Einaudi sarà ospite nello stand della Regione Lazio, che ha patrocinato il progetto editoriale.

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Ritardati


Avevano cominciato durante la campagna elettorale: il Pnrr va cambiato e l’Italia è in ritardo. Il governo Draghi smentiva i ritardi, del resto non rilevati dai controlli della Commissione Ue, mentre avvertiva che quasi tutto era già stato messo a gara, s

Avevano cominciato durante la campagna elettorale: il Pnrr va cambiato e l’Italia è in ritardo. Il governo Draghi smentiva i ritardi, del resto non rilevati dai controlli della Commissione Ue, mentre avvertiva che quasi tutto era già stato messo a gara, sicché c’era poco di modificabile. Poi sono arrivati al governo e i cambiamenti sono cambiati, accantonando i contenuti e concentrandosi sui valori economici, visto che i prezzi di talune materie prime erano cresciuti. E questo è tanto ragionevole quanto già previsto. Al governo, però, taluni ministri si sono messi a sostenere che i ritardi erano gravi e l’Italia non avrebbe mai e poi mai potuto rispettare tutti gli impegni nei tempi previsti. Taluni (come Fitto) lo sosteneva con aria contrita, talaltro (Salvini) con l’audace profilo di chi ha trovato un motivo per polemizzare con l’Ue. Anche se i ritardi sono italiani. Menti in anticipo sui controlli o attardate in campagna elettorale? Fatto è che ieri ha parlato il ministro dell’Economia, Giorgetti: l’Italia rispetterà tutti gli impegni di fine anno. Converranno con noi che le due versioni sono in vago contrasto.

Il guaio è che dei passi ritardati ci sono eccome. Delle direzioni sbagliate sono state imboccate e il rischio del danno grave, all’Italia, è reale. Il Pnrr non è solo un elenco di spese e realizzazioni, talché taluno si chiede se saremo capaci di spendere una tale montagna di soldi. Evidentemente non cogliendo il lato imbarazzante e grottesco di un simile dubitare. Il Pnrr genererà risultati effettivamente rivoluzionari, disincagliandoci da lustri di crescita asfittica, solo al combinarsi di tre fattori: 1. la capacità di investire, senza ritardi e sprechi, i soldi forniti dall’Unione europea, a fondo perduto e a tassi agevolati; 2. la sollecitazione che quegli investimenti devono esercitare sugli investimenti privati, sommandone e sperabilmente moltiplicandone la forza propulsiva; 3. le riforme che prosciughino il pantano in cui l’Italia era finita, non facendo correre rischi alla locomotiva ripartita.

Sul primo punto si è detto e si vedrà. Vogliamo sperare abbia ragione Giorgetti. Il secondo arriva con l’apertura effettiva dei cantieri, e ci siamo. Il terzo non è solo in ritardo, ma in parte interdetto. E, per la miseria, non sarà stato certo il prezzo del gas a far ritardare o contraddire governo e Parlamento. Il che si conferma prendendo alcuni temi rivelatori. Tutti i raziocinanti sanno che, con questa leva demografica, il sistema delle pensioni non regge, difatti tutti parlano di riforme, in un cantiere sempiterno che somiglia all’ammuina. L’ultima riforma con questo nome fu la Fornero. Da lì in poi si lavora con sospensioni, ritocchi, proroghe, aggiustamenti, ammiccamenti e via andare. E lo si sta facendo anche ora con la legge di bilancio. Ma non sono riforme, sono echi ritardati di campagna elettorale.

La crescita chiede digitalizzazione, ma il solo provvedimento preso va in direzione opposta, concedendo di non usarla per incassare (con un limite a 60 euro che somiglia troppo alla richiesta dei tassisti romani per una corsa fuori dal raccordo). Non casca il mondo, ma casca la maschera. La crescita chiede giustizia funzionante e, come detto dal ministro della giustizia, Nordio, farla funzionare significa anche depenalizzare quel che non ha senso sia reato. Ma il primo atto è stata la pasticciata istituzione di un nuovo reato. Il reddito di cittadinanza divide le fazioni, ma tutti ripetono che va fatta la riforma di uffici del lavoro e formazione, ma si vedono solo gli aggiustamenti del reddito, senza le riforme ripetute come poesiole.

Eppure un governo politico dovrebbe essere più bravo di uno tecnico, nell’avviare le riforme. Un Parlamento con una maggioranza chiara più efficiente. Un’opposizione che poi voglia governare più interessata a disegnare il futuro, senza pensare che proporre e inciuciare siano sinonimi. Tutti terreni ritardati. Senza altra scusa se non l’ossessione della propaganda.

La Ragione

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Decretato


Hanno sbagliato. Non è successo niente, non ci sono stati danni, perché era inutile prima, durante e dopo. Ma da quel che è successo va tratto insegnamento. Che il così detto “decreto rave” fosse sbagliato era evidente. Il ministro della giustizia, che c’

Hanno sbagliato. Non è successo niente, non ci sono stati danni, perché era inutile prima, durante e dopo. Ma da quel che è successo va tratto insegnamento.

Che il così detto “decreto rave” fosse sbagliato era evidente. Il ministro della giustizia, che c’entra nulla perché scavalcato, lo ammette candidamente. Il guaio è che il decreto legge è il solo strumento di cui il governo dispone per legiferare autonomamente, salvo ratifica non oltre i 60 giorni. Può farlo solo se necessario e urgente. In questo caso: né l’uno né l’altro. Che lo stesso estensore di quel che è urgente e necessario lo modifichi, è grottesco. Il tutto solo per ottenere della propaganda dozzinale, indirizzata a chi non sa nulla di diritto.

Non è la prima volta che capita e questo non è il primo governo. L’eccesso di decretazione evidenzia un problema legislativo. Decretare male un problema di cultura. Decretare inutilmente il politicantismo. Posto e decretato che questo è stato un errore, lo si usi per non ricascarci.

La Ragione

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Donne e diritto romano d’Oriente nel periodo giustinianeo


Status delle donne e diritto romano orientale La condizione giuridica delle donne nella società romana rivela una situazione asimmetrica e variegata in quanto legata all’estrazione sociale (libera o schiava, patrizia o plebea) e alle caratteristicheContinue reading

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#uncaffèconluigieinaudi – Poiché si vuole la sorveglianza…


Poiché si vuole la sorveglianza, si tratta solo di determinare le modalità della sorveglianza; affidandola ad organi tecnici che riscuoterebbero la fiducia degli enti sorveglianti e garantirebbero pienamente gli interessi pubblici da Corriere della Sera,
Poiché si vuole la sorveglianza, si tratta solo di determinare le modalità della sorveglianza; affidandola ad organi tecnici che riscuoterebbero la fiducia degli enti sorveglianti e garantirebbero pienamente gli interessi pubblici


da Corriere della Sera, 1 giugno 1913

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«No al nazionalismo, cooperare è decisivo. L’Italia traini un nuovo progetto europeo» – corriere.it


Kyuchyuk, copresidente dei liberali a Bruxelles: i partiti si uniscano per la riforma Bruxelles «Il nazionalismo non è mai la risposta, lo è invece la cooperazione e il lavorare insieme per un progetto europeo, perché tutti ne beneficiamo». Ilhan Kyuchyuk

Kyuchyuk, copresidente dei liberali a Bruxelles: i partiti si uniscano per la riforma


Bruxelles «Il nazionalismo non è mai la risposta, lo è invece la cooperazione e il lavorare insieme per un progetto europeo, perché tutti ne beneficiamo». Ilhan Kyuchyuk, bulgaro, è il copresidente dell’Alde, l’Alleanza dei liberali europei, che rappresenta circa l’80% del gruppo Renew Europe al Parlamento Ue.

Perché è a Roma?

«Partecipo a un panel su dove vuole andare l’Europa, ma innanzitutto sono qui per rendere omaggio a quello che il presidente Giuseppe Benedetto e la Fondazione Einaudi (festeggia i 60 anni, ndr) stanno facendo in Italia. La Fondazione fa parte dello European Liberal Forum, che è la fondazione del nostro partito. C’è stata una grande cooperazione negli ultimi dieci anni: più c’è cooperazione tra i partiti politici e le fondazioni liberali più senso avranno le idee realizzabili».

Quali sono le sfide e le priorità dell’Ue?

«Siamo di fronte a una crisi multipla: energia, inflazione, per la prima volta nella nostra storia recente, l’Europa si trova ad affrontare una guerra sul proprio territorio. Dobbiamo reagire come società e mostrare che l’Ue è unita e sta con gli ucraini, perché possano scegliere il loro destino. Sfrutto ogni momento per dare il mio messaggio di unità».

Quale ruolo vede per l’Italia? Con chi pensa che il governo italiano si alleerà in Ue?

L’immigrazione

Il regolamento di Dublino non sta funzionando. Sull’immigrazione bisogna trovare una soluzione

che possa andare bene per tutti

«Sono state prese importanti decisioni con l’appoggio del governo italiano. Credo che gli italiani siano stanchi di un sistema politico che va a destra o a sinistra. Penso che si debba dare una possibilità a quei partiti politici disposti a lavorare per gli interessi dei cittadini. Mi aspetto che l’Italia, come membro fondatore dell’Unione europea, sia tra le forze trainanti del dibattito e porti soluzioni al progetto europeo per rinnovarlo e non certo per creare problemi».

Energia e migrazione: l’Ue sta facendo le scelte giuste?

«La presidenza francese ha fatto passi avanti sul pacchetto migrazione, è una questione complicata per il mondo e la sfida è lì. Dobbiamo trovare una soluzione europea che possa funzionare per tutti. Il regolamento di Dublino non sta funzionando e questo spaventa, dobbiamo trovare il modo di affrontare queste preoccupazioni ma anche pensare agli esseri umani: le persone che vengono in Europa sono alla ricerca di un’opportunità migliore o stanno scappando da una guerra e hanno bisogno di un approccio umano. E questo dovrebbe andare di pari passo con le misure di sicurezza Ue. Dobbiamo considerare il tutto come un unico pacchetto. Sull’energia, ci sono sul tavolo molte proposte. Non sottovalutiamo l’Ue, diventeremo più forti dopo questa guerra».

La scorsa settimana Renew Europe ha sostenuto una risoluzione dell’Ecr insieme al Ppe per definire la Russia uno Stato sponsor del terrorismo. È una nuova maggioranza possibile in vista del 2024?

«La risoluzione è stata sostenuta da tutte le forze democratiche del Parlamento Ue. La Russia si sta comportando come un’organizzazione terroristica: vediamo persone lasciare le loro case distrutte, le loro famiglie sono state distrutte, molte cercano rifugio. Molte speranze sono state distrutte. Non vedo una maggioranza particolare dietro alla risoluzione, vedo una forza unita nel Parlamento Ue basata su valori democratici».

Di cosa ha bisogno l’Ue?

«Noi vogliamo riformare l’Ue, renderla più efficiente per i suoi cittadini. È la conclusione della Conferenza sul futuro dell’Europa. Si deve partire dall’abolizione dell’unanimità. Per rendere l’Ue adatta al XXI secolo dobbiamo riunirci con i partiti che la pensano allo stesso modo e far sì che ciò avvenga».

Il Corriere della Sera

L'articolo «No al nazionalismo, cooperare è decisivo. L’Italia traini un nuovo progetto europeo» – corriere.it proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Pnrr, la trasparenza che manca


Trattandosi di una questione strategica da cui dipende letteralmente il futuro dell’Italia, suggeriamo sommessamente all’esecutivo Meloni di recepire due appelli di queste ore. Il commento di Andrea Cangini Com’era prevedibile, per il governo Meloni i p

Trattandosi di una questione strategica da cui dipende letteralmente il futuro dell’Italia, suggeriamo sommessamente all’esecutivo Meloni di recepire due appelli di queste ore. Il commento di Andrea Cangini

Com’era prevedibile, per il governo Meloni i problemi non vengono dal fronte ucraino. La proroga al 31 dicembre 2023 delle forniture militari non ha infatti provocato scossoni nella maggioranza ed è stata accolta con sollievo negli ambienti Nato. Il problema, invece, riguarda i rapporti con la Commissione europea e si chiama Pnrr. Dal ministro per la Transizione ecologica a quello per la Salute, si lamenta una grave scarsità di risorse, mentre lo scalpitante vicepremier Matteo Salvini continua a chiedere modifiche sostanziali per “aggiornare il Pnrr alla vita reale”. La vita reale, però, non lo asseconda. Bruxelles ha già fatto sapere al ministro dell’Economia Giorgetti che gli impegni presi per l’anno in corso non potranno essere modificati. Sul 2023 si può discutere.

L’anno in corso, però, non promette bene. Dei 55 target che vanno raggiunti entro il 2022, il governo Draghi ne ha centrati 21, sui rimanenti 34 aleggia l’incertezza.

Trattandosi di una questione strategica da cui dipende letteralmente il futuro dell’Italia, suggeriamo sommessamente all’esecutivo Meloni si recepire due appelli di queste ore. Il primo, lanciato oggi dalle colonne del Sole 24Ore, è firmato da un pool di economisti del “Pnrr Lab di Sda Bocconi”, che dallo scorso luglio monitorizza l’andamento del Piano. Preso atto dell’incapacità delle amministrazioni di spendere buona parte dei fondi dedicati, “sembra opportuna – scrivono – la costituzione di una Cabina di regia tecnica a livello nazionale che dovrà essere responsabile del monitoraggio dei tempi dei procedimenti, identificando con cadenza periodica criticità che potranno essere risolte grazie agli strumenti già attivati dal Pnrr (task force di esperti, semplificazioni, uso di poteri sostitutivi)”.

Il secondo appello non ha a che fare col merito ma con la trasparenza del processo. Lo ha levato in questi giorni Openpolis, che assieme ad altre associazioni ha lanciato la campagna “Italia domani dati oggi”. Quattro le richieste: la pubblicazione completa, tempestiva e in formato aperto dei dati relativi a tutti i progetti; la creazione di un’unica banca dati per le schede progetto e tutti i dati e informazioni utili a comprendere come il Pnrr impatterà sui singoli territori; che sia garantito un aggiornamento costante, quantomeno trimestrale, dei dati; che siano resi noti gli indicatori su cui si intende monitorare l’impatto dei progetti sulle tre priorità trasversali. Morale democratica: i cittadini devono poter controllare l’attività del governo.

Richieste analoghe furono rivolge al governo Draghi. Invano. Poiché, allora, dai ranghi dell’opposizione Fratelli d’Italia fu in prima fila nel denunciare l’opacità dell’allora esecutivo sulla gestione di fondi che valgono l’11% del Pil e che se mal spesi potrebbero dissestare definitivamente i conti pubblici, ci si aspetta, come suol dirsi, un ravvedimento operoso.

Formiche

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Arma a doppio taglio


Roma. Una volta c’era lo stato tuttofare, dalle automobili ai panettoni. Poi dal 1994 quando comincia l’epoca delle privatizzazioni, la mano pubblica passa a un tocco più leggero attraverso la goldenshare, cioè una quota azionaria anche piccola, ma tale d

Roma. Una volta c’era lo stato tuttofare, dalle automobili ai panettoni. Poi dal 1994 quando comincia l’epoca delle privatizzazioni, la mano pubblica passa a un tocco più leggero attraverso la goldenshare, cioè una quota azionaria anche piccola, ma tale da determinare le scelte dell’impresa. Così fan tutti, si diceva, basti pensare al colbertismo francese o all’impermeabile Modell Deutschland.

Nel 2012 lo stato indossa un guanto di velluto e viene introdotto il golden power: lo stato si riserva il potere di intervenire per proteggere aziende in settori strategici oggetto di interessi ostili o predatori. La norma si applica anche nei paesi della Ue e lascia un ruolo importante al potere giudiziario. In Francia e Germania il giudice può entrare persino nel merito industriale, in Italia no. Negli Stati Uniti la scelta è politica e insindacabile, il paradiso del capitalismo è disposto a non rispettare il mercato quando è in ballo la sicurezza nazionale.

L’onda sovranista e neo statalista, più le minacce agli equilibri internazionali da parte della Russia e della Cina, hanno spinto l’Italia ad avviarsi su una strada sdrucciolevole che può diventare pericolosa. Qualche cifra ci aiuta a capire. Le notifiche di operazioni soggette al golden power sono un crescendo rossiniano: si è passati da 8 nel 2014 a 18 nel 2015, 14 nel 2016, 30 nel 2017, 46 nel 2018, 83 nel2019, 342 nel 2020, 496 nel 2021, per un totale di 1.037 notifiche nell’arco di 8 anni. Quest’ anno, in dieci mesi le notifiche hanno già superato quota 450, per cui il saldo finale del 2022 potrebbe attestarsi a oltre 500. Dal 13 febbraio 2021 (data di insediamento del governo Draghi) al 19 ottobre2022, sono state effettuate 934 notifiche, quasi il 60 per cento del totale dal 2014 a oggi.

Ha fatto i conti Roberto Garofoli in un paper che rielabora la relazione presentata alla Luiss il 25 novembre scorso in occasione del progetto di ricerca Restore, ed è rimasto colpito egli stesso; eppure come sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha introdotto alcune innovazioni come il potere del cosiddetto “Gruppo di coordinamento” di definire il procedimento senza passaggio in Consiglio dei ministri per semplificare e razionalizzare gli interventi. Nel corso degli anni sono aumentati anche i settori nei quali si può esercitare il golden power, pochi ormai sono fuori da un catalogo destinato ad allungarsi.

Non che a ogni richiesta sia seguito un intervento, anzi nei provvedimenti avviati dalle 934 notifiche mentre Draghi era a Palazzo Chigi, i poteri speciali non sono stati esercitati in 228 casi (il 24 per cento), spiega Garofoli oggi presidente di sezione del Consiglio di stato. Il golden power è scattato 42 volte (poco più del 4 percento dei casi): 36 volte con prescrizioni, 6 con il veto. Nel 2021 si sono registrati 3 casi di veto sempre nei confronti di aziende cinesi che intendevano acquisire il controllo o rami aziendali di operatori italiani operanti nei settori alimentare, dei semiconduttori, dell’avionica con potenziali applicazioni militari. Altri quattro nel 2022 verso due aziende cinesi e un’azienda russa che intendevano acquisire imprese italiane operanti nei settori della salute, dell’energia e della robotica.

Se andiamo indietro nel tempo, dal 2014 al 2020 i poteri speciali sono stati esercitati 34volte, con un veto, mentre dal 2020 al 2022 sono stati esercitati 79 volte, con sei veti. Dunque, non si può dire che lo stato abbia agito con il pugno di ferro e non c’è dubbio che il quadro internazionale si sia deteriorato proprio negli ultimi anni. Tuttavia, il golden power mette nelle mani del governo uno strumento che apre la strada a un eccesso di potere con il rischio di veri e propri abusi fino a distorcere la governance e i meccanismi di mercato.

Che cosa accade quando viene bloccata la vendita di un’impresa che il proprietario non vuol tenere? La si nazionalizza per non chiuderla, anche se non fa parte di nessun piano industriale pubblico? Torna “lo stato barelliere” degli anni Settanta?, creiamo una nuova Efim? Garofoli mette in guardia da un uso improprio del golden power: “Non è e non deve essere uno strumento di politica industriale, deve conservare un connotato di eccezionalità. Ciò non toglie che l’oggettivo aumento delle vicende che si concludono con l’esercizio del più grave potere di veto ponga l’opportunità di valutare un coordinamento tra la concreta applicazione della disciplina del golden power e le politiche industriali del paese”.

La sorte della raffineria Isab di Priolo è un caso di scuola, ma possiamo evocare l’Ilva, mentre il potere speciale viene esercitato anche verso soggetti della Ue (si pensi alle polemiche sulle ambizioni delle banche francesi). Esistono controlli europei e giudiziari, eppure un’arma difensiva può diventare un boomerang che danneggia gli interessi di fondo dell’Italia.

Il Foglio

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Leggi Leggibili


“Una legge che non si capisce è già una legge ingiusta, è già una legge illegittima.” L'articolo Leggi Leggibili proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/leggi-leggibili/ https://www.fondazioneluigieinaudi.it/feed

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“Una legge che non si capisce è già una legge ingiusta, è già una legge illegittima.”

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#laFLEalMassimo – Episodio 78 – Europa: Fragilità Economica e Debolezza Politica


Nuovo Episodio della FLE al Massimo, mentre continua l’odioso conflitto in Ucraina causato dall’Invasione della Russia diversi nodi della fragilità economia e debolezza politica dei paesi Europei vengono al pettine. Molte imprese europee e in particolare

Nuovo Episodio della FLE al Massimo, mentre continua l’odioso conflitto in Ucraina causato dall’Invasione della Russia diversi nodi della fragilità economia e debolezza politica dei paesi Europei vengono al pettine.

Molte imprese europee e in particolare tedesche hanno fatto affidamento sulle forniture di gas e prodotti energetici da parte della russia e sulla Cina come mercato di sbocco e partner commerciale. Un ribilanciamento degli equilibri geopolitici che comporta un distacco da queste due nazioni costituisce un problema rilevante per il tessuto industriale interessato.

A questo problema si aggiunge il rinnovato spirito nazionalistico e protezionistico con il quale gli Stati Uniti stanno sussidiando la produzione sul proprio territorio di fatto attirando anche potenziamente molte imprese europee

Da ultimo in sede Nato gli accordi internazionali sono messi alla prova dalla cronica incapacità delle nazioni europee di effettuare investimenti adeguati sul piano militare.

L’eruoap rischia di vedere ridimensionata la propria posizione a livello internazionale perché la strategia politica ed economica attuata fino ad oggi si rivela tragicamente inadeguata a fronteggiare le sfide correnti.

Possiamo solo adeguarci che così come l’impegno in Ucraina è riuscito a riunire il fronte dei paesi europei sul piano politico, le sfide derivante dal nuovo contesto avverso possano portare ad una reazione unitaria e coerente da parte dei paesi europei per difendere la propria posizione.

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Terzo Polo: Renzi, ‘a prossime europee lista Renew sarà primo partito’ – lasicilia.it


Roma, 1 dic. “I socialisti europei e il Ppe sono in crisi perchè il loro pensiero è più legato al XX secolo che al XXI. Liberal democratici, liberali europei e Renew saranno la casa del futuro. Noi alle prossime europee avremo, non so se già un partito ma

Roma, 1 dic. “I socialisti europei e il Ppe sono in crisi perchè il loro pensiero è più legato al XX secolo che al XXI. Liberal democratici, liberali europei e Renew saranno la casa del futuro. Noi alle prossime europee avremo, non so se già un partito ma sicuramente una lista a ispirata ai concetti di Renew, che punta ad essere il primo partito perchè il sovranismo di governo fallirà e perchè la risposta della sinistra è bloccata tra M5s e un Pd che non ha capito che fare da grande”. Così Matteo Renzi all’iniziativa ’60 anni di diffusione del pensiero liberale’ organizzata dalla Fondazione Einaudi alla sala Zuccari di palazzo Giustiniani.

lasicilia.it

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Terzo Polo: Renzi, ‘a prossime europee lista Renew sarà primo partito’ – laragione.eu


“I socialisti europei e il Ppe sono in crisi perchè il loro pensiero è più legato al XX secolo che al XXI. Liberal democratici, liberali europei e Renew saranno la casa del futuro. Noi alle prossime europee avremo, non so se già un partito ma sicuramente

“I socialisti europei e il Ppe sono in crisi perchè il loro pensiero è più legato al XX secolo che al XXI. Liberal democratici, liberali europei e Renew saranno la casa del futuro. Noi alle prossime europee avremo, non so se già un partito ma sicuramente una lista a ispirata ai concetti di Renew, che punta ad essere il primo partito perchè il sovranismo di governo fallirà e perchè la risposta della sinistra è bloccata tra M5s e un Pd che non ha capito che fare da grande”. Così Matteo Renzi all’iniziativa ’60 anni di diffusione del pensiero liberale’ organizzata dalla Fondazione Einaudi alla sala Zuccari di palazzo Giustiniani.

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Chi c’era alla presentazione del libro di Giuseppe Benedetto – formiche.net


Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, ha appena pubblicato per Rubbettino un volume, con la prefazione di Carlo Nordio, dal titolo “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere”. Il libro è stato presentato ieri sera al Vicus Capra

Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, ha appena pubblicato per Rubbettino un volume, con la prefazione di Carlo Nordio, dal titolo “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere”.

Il libro è stato presentato ieri sera al Vicus Caprarius, la Città dell’Acqua a Roma alla presenza dell’autore e con relatori i giuristi Sabino Cassese e Beniamino Migliucci, il ministro Carlo Nordio e Andrea Cangini, segretario generale della Fondazione Einaudi, coordinatore dell’evento.

formiche.net

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Carlo Nordio, il messaggio al governo: “Quello che non tradirò mai” – liberoquotidiano.it


Carlo Nordio lancia un messaggio al governo Meloni: “La complessità della politica richiede compromessi ma non al punto di tradire la mia idea liberale che sarà mantenuta fermissima”. Il ministro della Giustizia, a margine della presentazione del libro No

Carlo Nordio lancia un messaggio al governo Meloni: “La complessità della politica richiede compromessi ma non al punto di tradire la mia idea liberale che sarà mantenuta fermissima”. Il ministro della Giustizia, a margine della presentazione del libro Non diamoci del tu. La separazione delle carriere di Giuseppe Benedetto, di cui ha firmato la prefazione, spiega: “Questo non significa che le mie idee liberali esposte nei miei scritti, siano annacquate o cambiate. Le idee di Carlo Nordio rimangono anche se il governo è un organismo collegiale”.

Dopodiché Nordio parla del sostegno all’Ucraina nella guerra contro la Russia. “Prima di tutto una forte solidarietà all’Ucraina e al suo popolo che sta resistendo valorosamente”. Il Guardasigilli sottolinea la posizione dell’Italia, in linea con l’Unione europea, per un “potenziamento della Corte penale internazionale penale” e la possibilità “di utilizzare tutte le nostre esperienze investigative, che nei temi di criminalità organizzata”, spiega a margine, rispondendo alle domande della stampa, “sono molto avanzate”. A chi gli chiedeva notizie sul Codice dei crimini di guerra, il ministro Nordio risponde: “Stiamo lavorando alacremente al ministero, siamo in dirittura d’arrivo”.

Infine, sul Pnrr, Nordio chiosa, “il governo è impegnato a dare piena attuazione al Pnrr, le riforme entreranno in vigore rispettando le scadenze”

liberoquotidiano.it

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Giustizia, Nordio: “Prima riforme economia e revisione abuso di ufficio” – l’occidentale.it


Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervenendo alla presentazione del libro “Non diamoci del tu” di Giuseppe Benedetto, presidente della fondazione Einaudi, ha fatto il punto sull’agenda del governo Meloni in tema di riforme. “Le prime – ha spiega

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervenendo alla presentazione del libro “Non diamoci del tu” di Giuseppe Benedetto, presidente della fondazione Einaudi, ha fatto il punto sull’agenda del governo Meloni in tema di riforme.

“Le prime – ha spiegato il Guardasigilli – saranno quelle che avranno un impatto sull’economia. In questo momento è l’emergenza principale. Questo riguarda sia la spending review sia la revisione di quei reati che hanno un impatto economico perché rallentano la pubblica amministrazione. Quelle di più ampio respiro verranno illustrati tra cinque giorni alle Camere nel mio discorso programmatico”.

Nordio ha inoltre ricordato ”gli interventi per la digitalizzazione e la semplificazione ma anche la profonda revisione di reati che paralizzano la pubblica amministrazione, per quella che viene definita ‘paura della firma’, ma che io chiamo ‘burocrazia difensiva”’. Il riferimento è alle modifiche al reato di abuso d”ufficio. Questo ”avrà un impatto economico eliminando criticità che ci costano fino al 2% del Pil”.

loccidentale.it

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Presentazione del libro di Giuseppe Benedetto “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere” (Rubettino) – radioradicale.it


Registrazione video del dibattito dal titolo “Presentazione del libro di Giuseppe Benedetto “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere” (Rubettino)”, registrato a Roma mercoledì 30 novembre 2022 alle 17:30. Dibattito organizzato da Fondazione Luig

Registrazione video del dibattito dal titolo “Presentazione del libro di Giuseppe Benedetto “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere” (Rubettino)”, registrato a Roma mercoledì 30 novembre 2022 alle 17:30.

Dibattito organizzato da Fondazione Luigi Einaudi Onlus per Studi di Politica Economia e Storia.

Sono intervenuti: Andrea Cangini (segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi Onlus per Studi di Politica Economia e Storia), Sabino Cassese (giudice emerito della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana), Giuseppe Benedetto (presidente della Fondazione Luigi Einaudi Onlus per Studi di Politica Economia e Storia), Carlo Nordio (ministro della Giustizia, Fratelli d’Italia), Beniamino Migliucci (avvocato).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Anm, Avvocatura, Azione Penale, Costituzione, Custodia Cautelare, Diritto, Giustizia, Legge, Libro, Magistratura, Ministeri, Penale, Politica, Procedura, Riforme, Rocco, Separazione Delle Carriere, Severino, Storia, Vassalli.

radioradicale.it

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Separare le carriere? «Aspettate e vedrete», dice il Guardasigilli – ildubbio.news


Dibattito con Migliucci, che da presidente dei penalisti ha raccolto le firme per la legge sui magistrati e che ricorda: «È ora di attuare davvero il processo accusatorio» Giudice terzo, giusto processo e nuove frontiere della giustizia sono stati i temi

Dibattito con Migliucci, che da presidente dei penalisti ha raccolto le firme per la legge sui magistrati e che ricorda: «È ora di attuare davvero il processo accusatorio»


Giudice terzo, giusto processo e nuove frontiere della giustizia sono stati i temi al centro del dibattito che si è tenuto ieri a Roma tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio, Sabino Cassese e l’ex presidente delle Camere penali Beniamino Migliucci, in occasione della presentazione del libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere”, di Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, ed edito da Rubbettino. Il dibattito è stato coordinato dal neosegretario della Fondazione Andrea Cangini. Sotto Beniamino Migliucci, l’Unione Camere penali ha raccolto le oltre 70mila firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per la separazione delle carriere depositata poi in Parlamento.

«È una riforma ineludibile», ha detto il penalista, «la riforma di tutte le riforme soprattutto se si immagina di mantenere un codice a tendenza accusatoria, liberale, che pone al centro del processo il contraddittorio, la parità delle parti». Nordio ha firmato la prefazione del volume di Benedetto: «Tutto il libro dovrebbe essere attentamente studiato alla Scuola della magistratura, perché smentisce definitivamente le apocalittiche obiezioni che l’Anm ci propina in occasione anche delle più moderate proposte riformatrici, come l’ultima della ministra Cartabia». Adesso la pensa allo stesso modo? «Quando ho scritto la prefazione – ha detto esordendo – non avrei mai immaginato di diventare parlamentare né ministro della Giustizia. Far parte del governo può limitare le aspettative e le volontà di Nordio come scrittore e modesto giurista, ma ciò non vuol dire che le mie idee liberali siano cambiate o si siano annacquate».

Il guardasigilli sente quasi il bisogno di giustificarsi, dopo aver ricevuto nelle ultime settimane anche delle critiche da parte di chi lo accusa di aver invertito la rotta rispetto ai suoi principi. «Le decisioni vengono prese collegialmente all’interno del governo, la complessità della politica richiede compromessi ma non al punto da tradire l’idea liberale che sarà mantenuta fermissima». Lo ha ribadito più volte, questo concetto: «Senza voler anticipare l’illustrazione delle linee programmatiche alle Camere prevista per il prossimo 6 dicembre, posso dire che le mie idee verranno riaffermate. La fattibilità politica poi verrà scansionata in base alle modalità tecniche: per riformare l’abuso di ufficio può bastare un mese, per avere una norma che preveda un organo collegiale che decida sulla custodia cautelare ci possono volere tre mesi, per fare una riforma costituzionale occorre più tempo».

Non fa mai esplicito riferimento alla “separazione delle carriere”, ma il nesso è chiaro dato il tema del libro e le altre cose dette, tra cui: «A questo mondo nulla è eterno. Stamattina ( ieri, ndr) ho avuto modo di incontrare per molto tempo il cardinale Ravasi ed è emerso che soltanto la verità del Signore rimane in eterno, il resto si può cambiare. Quindi non c’è nessun reato di lesa maestà se si propone una riforma costituzionale».

Poi è entrato un po’ più nel dettaglio sulle ragioni: «Quando è avvenuto il miracolo politico e giuridico della Costituzione, l’unità delle carriere, l’obbligatorietà dell’azione penale, la figura del pubblico ministero modellata su quella del giudice erano perfettamente coerenti tra loro. Ma i padri costituenti non potevano immaginare che 40 anni dopo Vassalli avrebbe varato un codice ispirato al processo anglosassone». Quindi «occorre necessariamente superare il paradosso di un codice “fascista”, firmato da Benito Mussolini e dal re, che gode di ottima salute e di un codice di procedura penale saccheggiato e demolito perché ritenuto incompatibile con la Costituzione. O torniamo al codice Rocco, pienamente conforme alla Costituzione, oppure cambiamo la Costituzione. Attualmente abbiamo i tre pilastri: Costituzione, codice penale e codice procedura penale, incompatibili tra di loro».

Il guardasigilli si è poi riferito alla spending review della legge di Bilancio che ha toccato anche via Arenula e il Dap. «Ho letto molte critiche sui tagli anche al nostro ministero: il taglio lineare che è stato fatto non era trattabile, come è giusto che sia. L’emergenza economica impone di devolvere queste riforme a chi non riesce ad arrivare alla fine del mese».

Nordio ha spiegato di condividere le misure, ma ha aggiunto: «Spero di uscire presto dall’emergenza, e che ci siano altre risorse il prossimo anno. C’è il Pnrr, non ci si può muovere con grande elasticità ma proveremo a farlo, anche col bilancio interno del ministero. Cercheremo di rimodulare per evitare le criticità che derivano dai tagli lineari». Ha poi sottolineato nuovamente come «l’obiettivo delle riforme iniziali è avere un impatto positivo sull’economia del Paese. Anche per questo incontrerò i rappresentanti Anci per discutere di una profonda revisione dei reati che paralizzano l’amministrazione, della “paura della firma” o come preferisco dire io della “amministrazione difensiva”».

Il Dubbio

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