#uncaffèconluigieinaudi – Nelle industrie, le quali secondano il genio e le attitudini naturali di un paese…


Nelle industrie, le quali secondano il genio e le attitudini naturali di un paese, agli iniziali sacrifici ed alle prime incertezze non può mancare in seguito un progresso sicuro e promettente da Corriere della Sera, 16 gennaio 1909 L'articolo #uncaffèco
Nelle industrie, le quali secondano il genio e le attitudini naturali di un paese, agli iniziali sacrifici ed alle prime incertezze non può mancare in seguito un progresso sicuro e promettente


da Corriere della Sera, 16 gennaio 1909

L'articolo #uncaffèconluigieinaudi – Nelle industrie, le quali secondano il genio e le attitudini naturali di un paese… proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Calenda fa bene ad andare da Meloni. Parola di Einaudi


In esilio durante il fascismo, e prima di diventare presidente della Repubblica, disse che l’oppositore il quale è riuscito a modificare un solo comma di una norma sarà più orgoglioso del ministro che l’ha proposta Quando la democrazia era un sogno e il f

In esilio durante il fascismo, e prima di diventare presidente della Repubblica, disse che l’oppositore il quale è riuscito a modificare un solo comma di una norma sarà più orgoglioso del ministro che l’ha proposta


Quando la democrazia era un sogno e il fascismo una realtà, dall’esilio Luigi Einaudi tesseva le lodi della “discussione” e del “compromesso” come elementi imprescindibili di una politica effettivamente libera e liberale. Così, nel 1939, il non ancora presidente della Repubblica descriveva sentimenti e modalità di quello che avrebbe dovuto costituire il normale rapporto tra maggioranza e opposizione in Parlamento (luogo fatto, appunto, per parlarsi): “L’oppositore il quale, dopo vivacissima discussione e lunghe schermaglie, è riuscito a far modificare la dizione di un articolo, a far introdurre un nuovo comma, ad attenuare o ad accentuare la norma originariamente proposta, è forse più orgoglioso della variazione chiesta ed ottenuta con fatica di quel che non sia il ministro proponente del suo trionfo nel voto finale”.

La Politica, dunque, come mediazione continua. Una mediazione feconda. Una mediazione che presuppone il riconoscimento e il confronto costante tra vincitori e sconfitti alle elezioni. Vincitori che possono trarre vantaggio dal parere degli sconfitti, sconfitti che si trasformano in vincitori nel momento in cui riescono anche solo a “modificare la dizione di un articolo” o a “far introdurre un nuovo comma” in una legge.

Sono passati oltre ottant’anni, è passato il fascismo, la democrazia non è più un sogno. È una realta. Una realtà evidentemente svalutata se, tra leoni da tastiera, conigli ruggenti e rivoluzionari da salotto, c’è chi trova sconveniente che un leader di opposizione come Carlo Calenda offra ai partiti di maggioranza e al governo di Giorgia Meloni le proprie idee di politica economica nella speranza di far introdurre almeno un nuovo comma nella legge di bilancio.

Huffingtonpost

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Holodomor, genocidio per fame


Durante la guerra russa all’Ucraina, l’esercito di Putin si è appropriato delle scorte di grano delle regioni conquistate, ne ha impedito l’esportazione, e ha usato la distribuzione di cibo nelle zone occupate come uno strumento per il controllo e la sott

Durante la guerra russa all’Ucraina, l’esercito di Putin si è appropriato delle scorte di grano delle regioni conquistate, ne ha impedito l’esportazione, e ha usato la distribuzione di cibo nelle zone occupate come uno strumento per il controllo e la sottomissione della popolazione. L’uso del ricatto della fame nei confronti della popolazione è un’eco sinistra della più grande catastrofe, insieme alla Seconda guerra mondiale, della storia ucraina.

In questo inverno di guerra cade infatti il novantesimo anniversario dello Holodomor, lo “sterminio per fame” (dalle parole ucraine holod , “fame”, e moryty, “portare all’esaurimento, uccidere”). La grande carestia in Ucraina fu la più grande tra quelle provocate dalla violenta campagna di asservimento di più di cento milioni di contadini e nomadi allo stato sovietico, ovvero la loro concentrazione forzata nelle fattorie collettive, una misura decisa alla fine del 1929 da Stalin per estrarre più facilmente il raccolto da parte di un regime impegnato in una forsennata espansione dell’industria pesante e militare

Il grano sottratto ai contadini era sia usato per nutrire città ed esercito, sia esportato, insieme al legname e altre materie prime, in modo da ottenere valuta forte e importare tecnologia per l’industria: una politica che l’incompetenza economica, l’ideologia comunista, e le pratiche violente abituali fin dalla guerra civile portarono il gruppo di Stalin a mettere in atto attraverso l’abolizione del mercato legale e un programma di sfruttamento violento degli agricoltori.

Per spezzare preventivamente la resistenza contadina e allo stesso tempo dotare le nuove fattorie collettive di attrezzi agricoli e bestie da soma, i contadini più intraprendenti (a cui lo stato affibbiò l’etichetta spregiativa di kulak , ovvero strozzini e sfruttatori rurali, una categoria pseudo-classista che fu poi estesa a chiunque si opponesse alla collettivizzazione) furono deportati con le loro famiglie verso la Siberia, la Russia del nord, il Kazakistan: in tutto 2,25 milioni nella prima metà degli anni trenta.

Queste deportazioni non impedirono comunque una vastissima ondata di rivolte nelle campagne, particolarmente imponenti in Ucraina, Kazakistan e nel Caucaso, in cui contadini male armati uccisero centinaia di comunisti e amministratori. Almeno il 10 per cento dei contadini deportati morì poi di fame (soprattutto quelli abbandonati nelle steppe kazache all’apice della carestia): la morte di centinaia di migliaia di loro fu un evento parte del “grappolo” di distinte carestie provocate dalla collettivizzazione.

Nei primi anni trenta una serie di carestie regionali si diffuse infatti – paradossalmente – nelle principali regioni cerealicole sovietiche: l’Ucraina, il Caucaso settentrionale e la regione del Volga.

La carestia in Kazakistan ebbe una dinamica differente.

Nell’estate del 1930, il Cremlino decise di usare il bestiame dei kazachi, il più grande popolo nomade-pastorale sovietico, per nutrire la popolazione di Mosca, Leningrado e altri centri industriali, e per fare fronte alla mancanza di forza da traino nelle fattorie collettive in Russia (i contadini avevano macellato e mangiato il bestiame, o l’avevano venduto sul mercato nero, piuttosto che consegnarlo allo stato).
Le violente e caotiche campagne di requisizione dei successivi due anni lasciarono ai kazachi un decimo degli animali che avevano nel 1929, provocandone la morte di massa per fame: un terzo della popolazione (circa 1,5 milioni di persone) perse la vita, la proporzione più alta di
qualsiasi popolo sovietico

Anche grazie al saccheggio del bestiame kazaco, per ragioni legate alla stabilità del regime durante le carestie gli abitanti di Mosca e Leningrado furono nutriti meglio di tutti gli altri abitanti delle città sovietiche dal sistema di razionamento statale, che escludeva la popolazione rurale. Gli storici stimano che le carestie sovietiche dei primi anni trenta uccisero circa 6 milioni di persone, concentrate in Ucraina (più di metà delle vittime), Kazakistan (un quarto delle vittime) e nel Caucaso settentrionale. La denutrizione e le malattie epidemiche a essa collegate uccisero centinaia di migliaia di persone anche in Russia, in particolare nella regione del Volga(soprattutto
nella Repubblica autonoma dei tedeschi del Volga) e negli Urali.

La carestia in Ucraina, la più grande in questo “grappolo” di eventi collegati, deve essere pensata come formata da due fasi distinte: la prima nel 1932, quando morirono circa 250 mila persone a causa delle requisizioni di grano e della disorganizzazione del ciclo agricolo dovuta a collettivizzazione e deportazioni; poi, tra gennaio e luglio 1933, la seconda fase mieté più di 3 milioni di vite. La dilatazione della carestia fu causata dalle misure feroci prese a partire dal tardo autunno del 1932 per spezzare sia la refrattarietà contadina al lavoro nelle fattorie collettive, sia quella che era percepita come una resistenza da parte degli apparati inferiori ucraini del Partito e dello stato. Il circolo vizioso tra quote di approvvigionamento eccessive e resistenza attiva e passiva dei contadini portò Stalin a sviluppare quella che lo storico Terry Martin ha definito “l’interpretazione nazionale” dell’opposizione dei contadini ucraini alle politiche bolsceviche.

Secondo Stalin, che qualche anno prima aveva definito i contadini “l’esercito” di qualsiasi movimento nazionalista, gli agricoltori ucraini resistevano alle politiche statali a causa dei loro sentimenti nazionalisti. Per il dittatore, questa resistenza equivaleva a un tentativo di minare gli sforzi sovietici di industrializzazione e di mettere perciò in pericolo l’esistenza stessa dello stato, minacciato da potenziali guerre sia in Europa sia in Asia. Tale interpretazione fu poi estesa ad altre aree: il Kuban con le sue vaste popolazioni ucraine e cosacche (i cosacchi erano stati etichettati, anche se non coerentemente, come gruppo nemico durante la Guerra civile) e, in misura minore, la Bielorussia.

A partire dal novembre 1932, gli inviati plenipotenziari di Mosca (Lazar Kaganovich si recò inUcraina) adottarono misure letali, tra cui il divieto di consegnare qualsiasi tipo di merce ai villaggi che non avessero rispettato le quote di consegna del grano, e soprattutto multe e requisizioni punitive di ogni alimento scovato dalle squadre di requisizione. Per le comunità rurali queste misure equivalevano a una condanna a morte. Kaganovich aumentò poi le requisizioni di grano, comprese le riserve di sementi, a partire dalla fine di dicembre.

Queste misure si accompagnarono a un’ondata repressiva da parte della polizia politica, che arrestò circa 210 mila persone in Ucraina tra l’estate 1932 e la fine del 1933, un numero molto più elevato rispetto a qualsiasi altra regione sovietica. Lo stato decise quindi di usare la carestia già in corso come un’arma sterminatrice contro i contadini ucraini. Questa decisione, presa a Mosca molto probabilmente a metà novembre, ingigantì il disastro, condannò a morte milioni di persone, e aumentò la fuga di massa dalle campagne verso le città e le altre repubbliche sovietiche.

Nel gennaio 1933 il Cremlino decise di criminalizzare la migrazione dei profughi della carestia, che minacciava di privare le fattorie collettive della residua forza lavoro. Il 22 gennaio una direttiva segreta firmata da Stalin ordinò di impedire la fuga dei contadini dall’Ucraina e dal Kuban. Due mesi dopo, 225 mila profughi erano stati arrestati; l’85 per cento di loro fu rimandato ai luoghi di origine, dove molti trovarono la morte per fame, mentre il resto fu esiliato o imprigionato nei campi del Gulag, che era in espansione proprio per la massa di contadini arrestati e deportati durante la collettivizzazione.

Le misure di repressione connesse con le campagne di ammasso del grano si accompagnarono a una svolta nelle politiche culturali. Nel dicembre 1932 il Politbjuro di Mosca ridimensionò le politiche di ucrainizzazione istituite nel 1923 che promuovevano la lingua e la cultura ucraine, e incrementavano la presenza degli ucraini nel Partito comunista e nell’amministrazione statale dell’Ucraina sovietica. Nella regione russa del Kuban, abitato da milioni di ucraini, l’insegnamento in ucraino fu vietato. Le repressioni contro le Chiese e contro l’intellighenzia ucraine, già iniziate nel 1930, si intensificarono.

Una vasta purga si abbatté sugli apparati in Ucraina: nel corso del 1933 un quarto dei membri del Partito fu espulso; il 70 per cento dei segretari distrettuali fu rimosso dall’incarico, così come la metà dei presidenti delle fattorie collettive: centinaia di loro furono processati e giustiziati per sabotaggio della campagna di ammassi. Membri dell’élite comunista ucraina furono accusati di aver difeso i contadini contro lo stato e di connivenza con la loro resistenza, portando a una ondata di arresti e anche di suicidi, come quello di Mykola Skrypnyk, che aveva
guidatol’ucrainizzazione come commissario del popolo all’istruzione fin dal 1927. Mosca si rifiutò di aiutare le zone più colpite fino alla primavera del 1933, quando fu inviato del grano per garantire la semina, e dunque il grano per lo stato, ma la morte di massa ebbe fine solo con il raccolto nella tarda estate.

La carestia non fu usata per uccidere il maggior numero possibile di ucraini, ma come arma per sottomettere i contadini ucraini a costo di un loro parziale sterminio. Anche i contadini russi e i nomadi kazachi furono assoggettati al nuovo sistema di lavoro nelle fattorie collettive, ma tra le regioni sovietiche, solo in Ucraina erano presenti dei fattori aggiuntivi che portarono il Cremlino a trasformare la carestia in un’arma di sterminio. L’Ucraina era la repubblica sovietica in cui l’inclusione dei non-russi nell’amministrazione locale aveva avuto maggior successo, e in cui i quadrilocali si opposero maggiormente alle politiche del Cremlino; l’Ucraina era la regione sovietica con la più forte tradizione nazionalista, unita a un recente passato di insurrezioni contadine durante la guerra civile combattuta un decennio prima; l’Ucraina era infine in una posizione geopolitica critica: una terra di confine prossima a stati nemici come la Polonia e, dal gennaio 1933, la Germania ormai hitleriana.

Le altre principali regioni cerealicole erano lontane da confini pericolosi,l'”indigenizzazione” dei quadri del Partito e dello stato aveva avuto meno successo, e la resistenza nazionalista e contadina antibolscevica era stata più debole. Dato questo contesto politico e geopolitico, fu in Ucraina che una delle numerose carestie regionali provocate dalle campagne di collettivizzazione e deportazione fu trasformata da Stalin e dai suoi collaboratori nello Holodomor, lo sterminio che impose l’asservimento della popolazione rurale superstite allo stato staliniano.

Il Foglio

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Recensione di Rosita Del Coco del libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere”


« A chi non darebbe fastidio vedere l’arbitro – che, sia chiaro, ha condotto benissimo la gara – la sera dopo la partita, a cena, festeggiare la vittoria di una delle due squadre che poco prima aveva arbitrato?». È da questo interrogativo, apertamente pro

«A chi non darebbe fastidio vedere l’arbitro – che, sia chiaro, ha condotto benissimo la gara – la sera dopo la partita, a cena, festeggiare la vittoria di una delle due squadre che poco prima aveva arbitrato?».

È da questo interrogativo, apertamente provocatorio, che muovono le brillanti riflessioni di Giuseppe Benedetto, consegnate al saggio “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere”, edito da Rubbettino nel 2022, con la prefazione di Carlo Nordio.

Un volume agile, che si legge tutto d’un fiato, con cui l’Autore si incarica di sviscerare uno dei temi più controversi della giustizia penale, destinato ad occupare “instancabilmente” il dibattito scientifico e politico: la (comune) collocazione ordinamentale dei giudici e dei magistrati del pubblico ministero.

A tal fine, lo scritto ripercorre le tappe, i dibattiti e gli scontri che hanno attraversato la storia del nostro processo penale: dalla spinta garantista sottesa alla promulgazione del nuovo codice di procedura penale, alla stagione – «reazionaria» – avviata dalla Corte costituzionale nel giugno del 1992, fino alla presa di posizione legislativa, volta a ribadire l’adesione a quell’ideale accusatorio, che, oggi, a più di vent’anni dalla riforma dell’art. 111 Cost., appare affievolito.

Un percorso culminato in un disegno rimasto sostanzialmente incompiuto, a cagione dell’assenza di un serio adeguamento dell’organizzazione del pubblico ministero al mutato rito. A stagliarsi con chiarezza sullo sfondo della ricostruzione storica sono, infatti, le ambiguità̀ e le aporie – tutte insolute – del nostro assetto processuale, in cui proprio la mancanza di un deciso ripensamento dei temi dell’ordinamento giudiziario ha finito per ostacolare la effettiva rimozione dell’ibridismo, tipico della esperienza inquisitoria, tra la figura del giudice terzo ed imparziale e quella dell’inquirente.

Con un duplice effetto, del quale le pagine di Giuseppe Benedetto, restituiscono una nitida fotografia. Anzitutto, una “giurisdizionalizzazione” silente del pubblico ministero, il quale viene comunemente (mal)inteso alla stregua di organo rappresentativo di una parte imparziale all’interno della dialettica processuale. In secondo luogo, una proclamazione meramente à la carte della terzietà del giudice, la cui collocazione ordinamentale, vicina a quella del pubblico ministero, ne “contamina” il ruolo: l’equidistanza, formalmente sancita nelle norme del codice, è tradita dalla prossimità̀ delle funzioni, dovuta alla presenza di un unico organo di governo autonomo.

Due conseguenze nefaste della contiguità̀ tra giurisdizione e pubblica accusa, che rendono subalterno il cittadino-imputato, alterando, di fatto, la struttura triadica del processo.

Come abbiamo già avuto modo di osservare in un nostro precedente scritto[1], l’idea del pubblico ministero-organo di giustizia conduce, infatti, alla creazione di una vera e propria presunzione di infallibilità̀ para- giurisdizionale di tale organo. Una presunzione a sua volta rinfocolata dalla retorica di un principio di obbligatorietà̀ dell’azione penale troppo spesso orientato verso la legittimazione di metodi procedurali a vocazione autoritaria.

Si pensi, nella prospettiva da ultimo indicata, al costante richiamo, nella prassi, al canone di obbligatorietà̀ per sponsorizzare, a vari livelli, una visione del processo caratterizzata dalla egemonia del pubblico ministero e da un ideale di ricerca della verità̀ dai connotati tipicamente inquisitori. Basti, al proposito, richiamare il rapporto tracciato dalla giurisprudenza di legittimità̀ e costituzionale tra principio di obbligatorietà̀ e poteri probatori del giudice dibattimentale anche in funzione di supplenza delle omissioni del pubblico ministero.

Un’ipertrofica estensione concettuale ed operativa del principio cristallizzato nell’art. 112 Cost. che, invece di potenziarne la portata, lo ha svuotato della propria forza concettuale, strettamente connessa alle dinamiche dell’azione.

In tal senso va letto anche l’uso anomalo del canone della completezza delle indagini, presupposto e corollario del principio di obbligatorietà̀. Anziché́ stimolare una attenta e seria riflessione sulla anatomia dell’errore e del pregiudizio investigativo, e sulle sacche di discrezionalità̀ inevitabilmente connesse alle opzioni selettive sottese ai profili organizzativi del lavoro del pubblico ministero, l’imperativo della completezza investigativa ha finito per trasformarsi nel presupposto logico da cui inferire la pretesa giurisdizionalizzazione dell’organo dell’accusa.

Ma la simbiosi “pubblico ministero-organo di giustizia” è destinata a cedere il passo all’ovvio rilievo che un soggetto deputato a svolgere funzioni d’accusa, qualunque ne sia la natura, persegue comunque un interesse di parte.

Anzi. Sul punto, le pagine di Non diamoci del tu ben evidenziano un dato fondamentale, all’apparenza controintuitivo: «più̀ il pubblico ministero è parte e più̀ il cittadino è garantito», perché «il giudice è veramente imparziale solo se l’accusatore è inequivocabilmente parte».

La struttura triadica del processo, quale conditio per la realizzazione del rito adversary, è, tuttavia, incrinata dalla commistione e reciproca contaminazione delle funzioni e delle carriere al di fuori della scena processuale. È la mancata separazione di queste ultime la responsabile delle principali storture che emergono quotidianamente dalla pratica giudiziaria e di cui il volume dà lucidamente conto: la espansione del potere inquisitorio delle procure, con la costante ricerca del consenso da parte dei pubblici ministeri e la estrema mediatizzazione del processo penale; nonché la conseguente assenza di legittimazione del potere giurisdizionale davanti all’opinione pubblica.

Scrive, al proposito, icasticamente l’Autore: «l’avviso di garanzia è diventato sentenza non perché́ vi siano dei cattivi strateghi dell’informazione, ma perché́ il cittadino non addetto ai lavori ha difficoltà a distinguere i ruoli, pensa che i magistrati siano tutti uguali e che, dunque, se la colpevolezza è indicata dal pubblico ministero o dal giudice tutto sommato non cambia nulla. È necessaria una svolta culturale, che non giungerà̀ da sola, ma attraverso riforme che distinguano gli organi giudicanti da quelli requirenti, che rendano palese anche a un giovane delle scuole medie la differenza profondissima tra i ruoli. In questa nuova dimensione, in cui è limpido il carattere di parzialità̀ dell’ufficio di Procura, la giurisdizione non potrà̀ che essere centrale, perché́ ogni piccolo passo verso una delle posizioni in campo la comprometterebbe alla radice».

Dalla malattia, dunque, al rimedio. Ma come superare definitivamente ogni sorta di ibridismo giuridico tra le due figure, affinché la giurisdizione recuperi centralità e credibilità? È necessario risalire al peccato originale del fallimento del codice accusatorio, che, secondo la ricostruzione privilegiata nel volume, si consuma all’interno del CSM, dove pubblici ministeri e giudici decidono assieme delle sorti delle proprie carriere, cosicché «il PM di una corrente è in grado di influenzare la nomina del presidente di un Tribunale», con buona pace dei principi sanciti dalla Costituzione e della legge, che diventano, di fatto, «un nobile auspicio piuttosto che un baluardo per i diritti fondamentali del cittadino».

Di qui, la proposta contenuta nel citato disegno di legge, alla cui illustrazione è dedicata la seconda parte del libro. Si tratta, nello specifico, di un progetto di riforma che si muove lungo tre direttrici: il riequilibrio dei rapporti tra imputato e pubblico ministero; la trasparenza dei processi decisionali interni all’ordine giudiziario; la razionalizzazione del carico pendente sugli uffici di Procura.

In questa triplice prospettiva viene prefigurata una revisione delle disposizioni costituzionali dedicate alla disciplina dell’ordinamento giudiziario, diretta, anzitutto, alla costituzione di due distinti Consigli Superiori, della Magistratura giudicante e della Magistratura requirente, destinati ad occuparsi separatamente di carriere, sanzioni disciplinari e trasferimenti.

Ciò permetterebbe all’organo giudicante di acquisire nuova centralità̀, affrancandolo dalle logiche odierne, in cui il Consiglio Superiore della Magistratura, dominato dal sistema correntizio, appare ostaggio della cultura dell’accusa, che è destinata a prevaricare le ragioni della giurisdizione, a cagione dell’evidente maggior peso mediatico delle Procure.

Del resto, come osserva Carlo Nordio nella Prefazione, «anche prescindendo dagli intrallazzi correntizi e dalle baratterie di cariche emerse dai recenti scandali, la ragione si rifiuta di ammettere che il pubblico accusatore possa promuovere o bocciare un giudice davanti al quale, un attimo prima, ha perorato una tesi che magari gli è stata respinta. Perché́ se decisioni così rilevanti continuano a essere prese congiuntamente, allora non stupisce che poi nel processo emergano rapporti di anomala collaborazione».

Così, l‘istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura si prefigge di garantire più efficacemente l’indipendenza istituzionale del giudice.

Organi di autogoverno dei quali, inoltre, si propone – opportunamente – di mutare la composizione, portando la componente laica da 1/3 a 1/2, senza però incidere sulla maggioranza, che rimarrebbe in capo ai membri togati grazie alla presenza di diritto del Procuratore Generale della Cassazione, nel Consiglio requirente, e del Primo Presidente della Cassazione, nel Consiglio giudicante.

Ciò consentirebbe, nelle intenzioni dei proponenti, di revisionare il funzionamento del Consiglio Superiore, allo scopo di restituirgli, insieme a un serio sistema di valutazione professionale, quell’aurea di rispettabilità̀ imprescindibile per l’amministrazione trasparente e armonica della giustizia. I membri nominati dal Parlamento, esperti in materie giuridiche, potrebbero, infatti, contribuire in modo indipendente a esprimere un giudizio sulla professionalità̀ del singolo magistrato.

Un ripristino di meritocrazia che appare cruciale alla luce dei recenti fatti di cronaca, nonché del nuovo ruolo assunto dalla giurisdizione.

Sotto quest’ultimo profilo, le riflessioni di Benedetto si lasciano particolarmente apprezzare. L’Autore sottolinea il trend degli ultimi decenni verso un radicale cambiamento del ruolo riservato alla giurisdizione, non più̀ mera esecutrice delle norme, ma soggetto che partecipa all’evoluzione del diritto. Le lacune della regolamentazione normativa, l’oscurità̀ della legge e l’immobilismo del Parlamento hanno, in effetti, finito per affidare un compito inedito al giudice. Ne discende l’esigenza, dibattuta in tutti i Paesi occidentali, di ripensare i rapporti col Parlamento, al fine di garantire una maggiore legittimazione democratica del potere giudiziario.

Ebbene, in quest’ottica si colloca l’incremento del numero dei membri laici, professori universitari e avvocati da almeno quindici anni nominati dal Parlamento in seduta comune, che potrà̀ indirettamente accrescere la legittimazione dell’ordine giudiziario, così da renderlo più̀ forte in futuro per l’assunzione di decisioni orientate al riconoscimento di nuovi diritti.

Infine, l’ultimo punto della proposta di riforma esaminata è diretto ad integrare l’art. 112 Cost. nei seguenti termini: «Il Pubblico Ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale nei casi e nei modi previsti dalla legge». L’integrazione mira ad affidare al Parlamento il compito di stabilire criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale, allo scopo precipuo di razionalizzare, in maniera trasparente, il carico di lavoro dei pubblici ministeri. Il che appare in linea con l’auspicio, da tempo formulato in sede scientifica, di legittimare, disciplinandone limiti e contenuti, quella discrezionalità̀ che anche oggi, nei fatti, i pubblici ministeri esercitano a causa del numero elevato di procedimenti pendenti presso gli uffici di Procura.

Si tratta, nel complesso, di un disegno riformatore equilibrato, nella misura in cui aspira a risolvere le principali contraddizioni della nostra giustizia penale, senza incorrere nella principale obiezione tradizionalmente sollevata dall’opzione favorevole alla separazione delle carriere: vale a dire quella di consentire l’esercizio di un controllo politico a discapito dell’indipendenza dell’ordine giudiziario.

Non diamoci del tu ha il pregio di illustrare in maniera approfondita tale progetto, attraverso una riflessione “laica” e non prevenuta intorno ad un tema spesso ostaggio di un peculiare ostracismo ideologico e di un dibattito fondato su asserti di deciso impulso conservativo difficilmente giustificabili sul piano tecnico-giuridico.

Un approccio da cui l’Autore rifugge apertamente, prendendosi carico di stigmatizzare anche le altre obiezioni che surrettiziamente vengono mosse alle proposte di separazione delle carriere, attraverso l’analisi della disciplina della collocazione ordinamentale dei magistrati nelle più importanti democrazie occidentali.

La prospettiva comparata consente, infatti, di sgretolare alcuni “falsi miti” costruiti intorno al tema oggetto del volume, come l’idea secondo cui le carriere sarebbero divise solo nei Paesi di Common Law, o la preoccupazione circa il rischio di dare vita, tramite la costituzione di un ordine autonomo e distinto dei Pubblici Ministeri, ad una corporazione di “super-poliziotti” dai poteri illimitati.

Nell’ultima parte del libro risiedono, così, pagine preziose. Guardare all’esperienza anglosassone, tedesca, francese e portoghese significa rendersi conto di come la pubblica accusa italiana goda, in realtà, di uno status del tutto eccezionale, che lo rende, probabilmente l’accusatore più̀ potente al mondo, senza tradursi in una sua maggiore capacità investigativa e “repressiva”.

Il che testimonia l’urgenza di affrancare il dibattito italiano da atteggiamenti intrisi di stentoree affermazioni di principio, ma di sostanziale chiusura verso ogni forma di rinnovamento concettuale e culturale.

A questa impellente esigenza risponde il saggio Non diamoci del tu. A beneficio del lettore, Giuseppe Benedetto svolge al meglio tale compito, con una analisi lucida e profonda, arricchita dalla sensibilità che evidentemente deriva dal quotidiano contatto con la pratica del processo penale.

In conclusione: se nella premessa l’Autore esordisce confidando che “Non diamoci del tu” «è il libro che avev[a] in mente di scrivere da tempo», la riflessione finale del lettore è che “Non diamoci del tu” è il libro che avrebbe voluto leggere da tempo.

[1] R. Del Coco, La maschera e il volto della consulenza tecnica d’accusa, in Proc. pen. giust., 2021, p. 669 ss.

L'articolo Recensione di Rosita Del Coco del libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere” proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

La magistratura di oggi e quella della quale l’Italia avrebbe bisogno, nel primo incontro della Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi – certastampa.it


Pubblici ministeri che, in aula, dopo la lettura di una sentenza, dicono che “non andranno più a prendere il caffè” col giudice. Cene e incontri, vicinanze sconvenienti e, purtroppo, anche con riflessi negativi sulle sentenze. La storia, recente e non, de
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Pubblici ministeri che, in aula, dopo la lettura di una sentenza, dicono che “non andranno più a prendere il caffè” col giudice. Cene e incontri, vicinanze sconvenienti e, purtroppo, anche con riflessi negativi sulle sentenze. La storia, recente e non, del nostro Paese racconta di rapporti tra magistrati che vanno ben oltre quelli che la legge considera leciti. E’ questa, la deriva malata di un “sistema” (come efficacemente descritto nel libro dell’ ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Palamara) che trova il suo spunto “peccato originale” nella mancata separazione delle carriere.

E’ stato questo il tema del primo evento della sezione abruzzese della Scuola di liberalismo della Fondazione Einaudi, che prepara il campo al primo vero e proprio “anno accademico” del 2023. Ospite dell’incontro, il Presidente della Fondazione Einaudi, l’avvocato Giuseppe Benedetto, che ha voluto presentare a Teramo, in “prima” assoluta, il suo libro “Non diamoci del Tu: La separazione delle carriere”, che ospita anche una interessante prefazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio e uno scritto di Leonardo Sciascia, su quella che dovrebbe essere la sofferenza del magistrato chiamato al giudizio.

All’incontro, introdotto dal presidente della Fondazione Einaudi in Abruzzo, Alfredo Grotta, che ha visto la sala dell’Hotel Abruzzi affollata da un pubblico interessato, hanno preso parte l’ex senatore Paolo Tancredi, l’ex vicepresidente del Consiglio Regionale Paolo Gatti e Andrea Davola, ricercatore della Fondazione Einaudi e autore della postfazione. Moderatrice del dibattito, la docente di Diritto Processuale Penale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo, Rosita Del Coco.

Negli interventi dei relatori, che hanno anche voluto portare testimonianze personali, sono stati analizzati tutti gli aspetti negativi della mancata separazione delle carriere, cominciando dal dettato del Codice Penale – nei fatti quasi utopia – che impone al pubblico ministero di cercare anche le prove a discolpa dell’imputato. Nei fatti, non succede, e poiché la Costituzione, pur considerando la magistratura come unico ordine, soggetto ai poteri dell’unico Consiglio Superiore, non prevede alcun principio che imponga o al contrario precluda la configurazione di un’unica carriera o di carriere separate dei magistrati addetti rispettivamente all’una o all’altra funzione, o che impedisca di limitare o di condizionare più o meno severamente il passaggio dello stesso magistrato, nel corso della sua carriera, dalle une alle altre funzioni, la Fondazione invoca una netta divisione dei ruoli, delle funzioni e delle carriere.

Con la riforma Cartabia, giunta a destinazione dopo una complicata mediazione politica tra posizioni molto distanti nel governo di larghe intese con a capo Mario Draghi, i passaggi di funzioni sono stati ridotti da 4 a 1, cosa che dovrebbe nei fatti ridurre ai minimi le effettive richieste di transizione da una funzione all’altra, ma che la stessa Fondazione Einaudi considera l’inizio di un non più rinviabile percorso di vera e più profonda riforma.

Certa Stampa


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La magistratura di oggi e quella della quale l’Italia avrebbe bisogno, nel primo incontro della Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi


Pubblici ministeri che, in aula, dopo la lettura di una sentenza, dicono che “non andranno più a prendere il caffè” col giudice. Cene e incontri, vicinanze sconvenienti e, purtroppo, anche con riflessi negativi sulle sentenze. La storia, recente e non, de

Pubblici ministeri che, in aula, dopo la lettura di una sentenza, dicono che “non andranno più a prendere il caffè” col giudice. Cene e incontri, vicinanze sconvenienti e, purtroppo, anche con riflessi negativi sulle sentenze. La storia, recente e non, del nostro Paese racconta di rapporti tra magistrati che vanno ben oltre quelli che la legge considera leciti. E’ questa, la deriva malata di un “sistema” (come efficacemente descritto nel libro dell’ ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Palamara) che trova il suo spunto “peccato originale” nella mancata separazione delle carriere.

E’ stato questo il tema del primo evento della sezione abruzzese della Scuola di liberalismo della Fondazione Einaudi, che prepara il campo al primo vero e proprio “anno accademico” del 2023. Ospite dell’incontro, il Presidente della Fondazione Einaudi, l’avvocato Giuseppe Benedetto, che ha voluto presentare a Teramo, in “prima” assoluta, il suo libro “Non diamoci del Tu: La separazione delle carriere”, che ospita anche una interessante prefazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio e uno scritto di Leonardo Sciascia, su quella che dovrebbe essere la sofferenza del magistrato chiamato al giudizio.

All’incontro, introdotto dal presidente della Fondazione Einaudi in Abruzzo, Alfredo Grotta, che ha visto la sala dell’Hotel Abruzzi affollata da un pubblico interessato, hanno preso parte l’ex senatore Paolo Tancredi, l’ex vicepresidente del Consiglio Regionale Paolo Gatti e Andrea Davola, ricercatore della Fondazione Einaudi e autore della postfazione. Moderatrice del dibattito, la docente di Diritto Processuale Penale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo, Rosita Del Coco.

Negli interventi dei relatori, che hanno anche voluto portare testimonianze personali, sono stati analizzati tutti gli aspetti negativi della mancata separazione delle carriere, cominciando dal dettato del Codice Penale – nei fatti quasi utopia – che impone al pubblico ministero di cercare anche le prove a discolpa dell’imputato. Nei fatti, non succede, e poiché la Costituzione, pur considerando la magistratura come unico ordine, soggetto ai poteri dell’unico Consiglio Superiore, non prevede alcun principio che imponga o al contrario precluda la configurazione di un’unica carriera o di carriere separate dei magistrati addetti rispettivamente all’una o all’altra funzione, o che impedisca di limitare o di condizionare più o meno severamente il passaggio dello stesso magistrato, nel corso della sua carriera, dalle une alle altre funzioni, la Fondazione invoca una netta divisione dei ruoli, delle funzioni e delle carriere.

Con la riforma Cartabia, giunta a destinazione dopo una complicata mediazione politica tra posizioni molto distanti nel governo di larghe intese con a capo Mario Draghi, i passaggi di funzioni sono stati ridotti da 4 a 1, cosa che dovrebbe nei fatti ridurre ai minimi le effettive richieste di transizione da una funzione all’altra, ma che la stessa Fondazione Einaudi considera l’inizio di un non più rinviabile percorso di vera e più profonda riforma.

Certa Stampa

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#uncaffèconluigieinaudi – In questa lotta altissima per il risorgimento morale


In questa lotta altissima per il risorgimento morale dell’Italia ci saranno forse delle soste (nel Parlamento); ma a farle cessare provvederà l’incessante vigile voce del paese da Corriere della Sera, 21 marzo 1906 L'articolo #uncaffèconluigieinaudi – In
In questa lotta altissima per il risorgimento morale dell’Italia ci saranno forse delle soste (nel Parlamento); ma a farle cessare provvederà l’incessante vigile voce del paese


da Corriere della Sera, 21 marzo 1906

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«L’Italia mai forte quando fa da sola» L’alfabeto di Draghi


Da «Whatever it takes» all’«interesse nazionale» Quanti usi per la parola, quando viene spesa in pubblico. Può blandire, imbonire, promettere, giurare, addirittura minacciare, oppure convincere, spronare, rassicurare. Qualche volta, troppo spesso, ingan

Da «Whatever it takes» all’«interesse nazionale»

Quanti usi per la parola, quando viene spesa in pubblico. Può blandire, imbonire, promettere, giurare, addirittura minacciare, oppure convincere, spronare, rassicurare.

Qualche volta, troppo spesso, ingannare, illudere, confondere. Se ne potrebbero aggiungere altri mille. Ma c’è anche un altro compito che la parola può svolgere, ed è quello non solo di precedere i fatti, ma di favorirli, accompagnarli, spingerli, renderli ineluttabili. È forse questa una delle chiavi per leggere il libro dal titolo Dieci anni di sfide , edito da Treccani, che raccoglie scritti e discorsi pubblici di Mario Draghi dal 2011 al 2022, con la prefazione di Lionel Barber del Financial Times.

Impossibile, per argomentare, sfuggire dal discorso del «Whatever it takes» del luglio del 2012, quando disse che la Bce era pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. Bastarono pochi minuti alla speculazione internazionale per capire che il gioco era finito, che il baratro alla fine del campo di segale nel quale era stata ferocemente spinta la Grecia aveva ormai di sentinella un intero continente, l’Europa, pronto a impedire che succedesse ancora.

Quante volte quella frase è stata richiamata.

Più che per celebrarne l’autore, per rubarne un pezzetto, per impadronirsi di un successo che tutti, anche se con un po’ di cleptomania, sentivano come proprio. Proprio Draghi, probabilmente, è quello che l’ha rivendicato di meno. C’è dell’eleganza e chissà, magari pure un po’ di vanità nel non autocelebrarsi. Ma c’è anche la convinzione profonda che si può essere, come popoli, artefici del proprio destino, anche quando si è sul punto di essere travolti da nemici inattesi e brutali, come la pandemia.

Lo dimostra l’intervento al Meeting di Rimini, quando ormai il suo governo era già caduto e si era a un mese dalle elezioni politiche che avrebbero portato Giorgia Meloni alla guida del Paese. Diceva Draghi, proprio riferendosi all’ora più buia della lotta al virus, con le famiglie e le imprese che non sapevano se sarebbero riuscite ad andare avanti: «Non è andata così. Gli italiani hanno reagito con coraggio e concretezza, come spesso hanno fatto nei momenti più difficili, e hanno riscritto una storia che sembrava già decisa».

Riscrivere una storia che pare già decisa è più che una sfida, non solo avverso alla pandemia, ma contro uno spettro che l’Europa si illudeva di aver sconfitto per sempre: la guerra.

Il 24 febbraio il continente si sveglia con la Russia che invade un Paese sovrano, l’Ucraina.
Ora sembra quasi scontato il sostegno a un popolo aggredito, l’adesione alle sanzioni, la collaborazione con gli alleati, l’invio di armi per aiutare la resistenza, fino a dire che la più sciagurata e improbabile delle ipotesi può vederci domani come sconfitti, ma mai come complici. Non era necessariamente così alla vigilia delle comunicazioni del presidente del Consiglio alla Camera. Incertezze, timori e compiacenze nella stessa maggioranza di unità nazionale sono fin troppo note. Le parole di questo anomalo banchiere, per un breve tratto prestato alla politica, non lasciarono spazio a interpretazioni furbesche, pur nella certezza che la linea della fermezza non avrebbe garantito la bella figura senza pagare un prezzo: «Tollerare una guerra d’aggressione nei confronti di uno Stato sovrano europeo — disse in Aula — vorrebbe dire mettere a rischio, in maniera forse irreversibile, la pace e la sicurezza in Europa. Non possiamo lasciare che questo accada».

E ancora nel settembre scorso, all’Onu, ricordava le riflessioni di Michail Gorbaciov secondo il quale, in un mondo globalizzato, la forza o la minaccia del suo utilizzo non potessero più funzionare come strumento di politica estera, serve piuttosto una nuova qualità della cooperazione da parte degli Stati.

E sotto la voce «cooperazione» c’è tanta parte del pensiero di Mario Draghi. Il suo discorso a Washington del maggio scorso lo sintetizza: «È evidente che i singoli Stati non possono far fronte da soli alle molte e difficili sfide che li attendono nei prossimi anni. Ciò che serve ora è uno sforzo collettivo, che ci unirà molto di più di quanto abbia fatto in passato». Vale per i cambiamenti climatici. Vale per la pandemia, contro la quale si combatte anche rifiutando il protezionismo sanitario e portando cure e vaccini anche nelle parti più povere del modo. Vale per l’integrazione europea, che ha bisogno di un federalismo pragmatico e ideale che sappia superare le pastoie delle decisioni all’unanimità. Vale anche quando, pensando al percorso che ha portato al Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha ricordato, nel suo intervento all’Accademia dei Lincei, che alcuni governi, in altri Paesi europei, hanno tassato i loro cittadini per poter dare denaro a noi sotto forma di sussidi.

«Protezionismo e isolazionismo – sostiene – non coincidono con il nostro interesse nazionale. Dalle illusioni autarchiche del secolo scorso alle pulsioni sovraniste che recentemente spingevano a lasciare l’euro, l’Italia non è mai stata forte quando ha deciso di fare da sola». Gli interventi di Draghi per ricordare il pensiero di Jean Monnet, di Alcide De Gasperi, di Carlo Azeglio Ciampi, guardano tutti allo stesso obiettivo: l’Europa come motore che garantisce non una cessione di sovranità, ma un suo livello più alto, condizione di crescita, di pace e benessere. Spesso i suoi discorsi si concludono con un contenuto esortativo, la spinta a lavorare insieme come chiave per affrontare tutti i problemi. Credetegli, se avverrà sarà sufficiente.

Corriere della Sera

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Legge di bilancio figlia della premura


Per preparare la legge di bilancio il governo ha avuto pochi giorni, ma per preparare le idee con cui concepire un bilancio ha avuto anni. C’è sproporzione fra quel che si sa di dovere fare e gli strumenti che s’intendono utilizzare. Sproporzione che disc

Per preparare la legge di bilancio il governo ha avuto pochi giorni, ma per preparare le idee con cui concepire un bilancio ha avuto anni.


C’è sproporzione fra quel che si sa di dovere fare e gli strumenti che s’intendono utilizzare. Sproporzione che discende da un’inversione logica, che coinvolge i tempi e i soldi. Oltre a “premura” nel senso di prescia se n’abbia nel senso di cura

La presidente del Consiglio ha detto che con questo andamento demografico l’intero stato sociale e il sistema pensionistico non reggono. Giusto. Poi nella legge di bilancio infilano il congedo parentale allungato di un mese e la diminuzione dell’Iva sui pannolini. Ma anche il modo per andare in pensione prima, salvo aumentare (simbolici 7 euro al mese) le pensioni non basate sui contributi versati. È contraddittorio.

La natalità non crescerà perché c’è un mese di congedo. Crescere i figli ha la gittata di una ventina d’anni. E l’Iva più bassa non invoglierà. Sono cose concrete, anche benemerite, ma ininfluenti. Sono cose nate dalla finzione che non si facciano figli perché non si hanno soldi, in un Paese che spende per gli animali domestici più del doppio di quel che spende per la prima infanzia. Se vuoi affrontare il problema – oltre a non far crescere ancora il numero e il costo di quanti riscuotono una rendita senza avere versato adeguati contributi – devi guardare ai fondi europei del Pnrr, alla costruzione di asili nido e di scuole con il tempo pieno, a una formazione che renda competitivi, a impianti sportivi dove far scorrazzare chi per natura non può e non deve stare fermo, alla mobilità sorvegliata (pulmini da casa al campo sportivo e ritorno). La differenza è che le prime cose posso disporle e darle subito, per le altre ci vuole tempo. Solo che le prime sono inutili.

Il che porta al tema dei tempi. Per preparare la legge di bilancio il governo ha avuto pochi giorni, considerata la data del voto. Il che giustifica ampiamente il ritardo nella presentazione. Ma per preparare le idee con cui concepire un bilancio ha avuto anni. L’impostazione di quel che si vuole ottenere dev’essere immediata, perché si suppone sia la ragione per cui ti sei candidato e ti hanno votato; la realizzazione arriva nel tempo. Se invece provo a far vedere cosa sono in grado di fare subito, rinviando nel tempo l’impostazione compatibile con la realtà, o non ho capito che così sono su un binario morto o non riesco a conciliare quel che raccontai con quel che posso fare. Il che porta alla questione dei soldi.

Meloni ha detto che ora l’Italia può riprendere a crescere. Cresce da due anni e come non mai. Ma c’è l’altra leggenda da sfatare: non ci sono i soldi. I soldi ci sono eccome. Non ci sono tutti i soldi necessari per fare tutte le cose promesse in campagna elettorale. E fortunatamente, altrimenti avremmo più pensionati ancora. Ma i soldi del Pnrr consentono di fare un bilancio assai alleggerito sul fronte degli investimenti. È moltissimo. Semmai sarebbe bene aggiornare tutti, non solo la Commissione europea, sullo stato dei lavori. Sprecare quell’occasione sarebbe rompersi l’osso del collo.

Il pericolo della gatta frettolosa, capace d’accecare la progenie, esiste anche all’opposizione. A dire che il governo sbaglia son tutti bravi, ma non ha molto senso che il Partito democratico convochi una manifestazione di piazza contro la «manovra iniqua» nel mentre i loro ex (ex?) alleati del M5S ne convocano una per protestare contro la cancellazione (che manco c’è) del Reddito di cittadinanza. Non ha senso perché il Pd votò contro quel reddito, sicché chiarisca se l’iniquità sono poche o troppe pensioni, pochi o troppi aiuti e così via andando. Altrimenti l’opposizione diventa solo il dire No al governo, con una premura oppositoria che rimanda a un imprecisato domani la definizione di cosa, invece, farebbero loro. C’è un solo modo per combattere la miseria: far crescere la ricchezza.

Il mondo continua a crescere. Le previsioni economiche europee sono di crescita più contenuta, ma di crescita. La politica sembra essere la sola a non saper crescere, dalla lamentazione alla realizzazione.

La Ragione

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Carte liberali, suggestioni dagli archivi della Fondazione Luigi Einaudi


a cura di Leonardo Musci – Responsabile Archivio Storico Inaugurazione della Mostra da parte del Direttore de “La Ragione” e vice Presidente della FLE, Davide Giacalone L’esposizione resterà aperta fino al 22 dicembre 2022, dal lunedì al venerdì dalle ore

a cura di Leonardo Musci – Responsabile Archivio Storico

Inaugurazione della Mostra da parte del Direttore de “La Ragione” e vice Presidente della FLE, Davide Giacalone

L’esposizione resterà aperta fino al 22 dicembre 2022, dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 16.00 alle ore 18.00

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60 anni di diffusione del pensiero liberale


Saluti Introduttivi GIUSEPPE BENEDETTO – Presidente della Fondazione Luigi Einaudi Intervengono ILHAN KYUCHYUK – MEP and Alde President HAKIMA EL HAITÉ – Liberal International President HIDE VAUTMANS – MEP and European Liberal Forum President Relatori ANG

Saluti Introduttivi
GIUSEPPE BENEDETTO – Presidente della Fondazione Luigi Einaudi

Intervengono
ILHAN KYUCHYUK – MEP and Alde President
HAKIMA EL HAITÉ – Liberal International President
HIDE VAUTMANS – MEP and European Liberal Forum President

Relatori
ANGELO MARIA PETRONI – Comitato Scientifico Fondazione Luigi Einaudi. La storia della Fondazione Luigi Einaudi
ANDREA CANGINI – Segretario General Fondazione Luigi Einaudi. L’Opera Omnia di Luigi Einaudi al servizio del Paese

Modera
EMMA GALLI – Direttrice Scientifica Fondazione Luigi Einaudi

Conclusioni
OTTAVIA MUNARI – Ricercatrice FLE

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#uncaffèconLuigiEinaudi – Auguriamoci che i liberali nuovi…


Auguriamoci che i liberali nuovi […] non abbiano a lasciare ai loro figli un paese in lotta con i debiti, con il caro della vita, con difficoltà risorgenti di accrescere imposte già gravissime da Corriere della Sera, 3 maggio 1909 L'articolo #uncaffèconL
Auguriamoci che i liberali nuovi […] non abbiano a lasciare ai loro figli un paese in lotta con i debiti, con il caro della vita, con difficoltà risorgenti di accrescere imposte già gravissime


da Corriere della Sera, 3 maggio 1909

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Elogio del vincolo esterno (cui si è giustamente piegata Meloni)


Giorgia Meloni, e con lei il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si sono in effetti piegati al “vincolo esterno europeo”. Ed è stato un bene per tutti, di sicuro per l’Italia. L’opinione di Andrea Cangini Ero molto più giovane e più di oggi inclin

Giorgia Meloni, e con lei il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si sono in effetti piegati al “vincolo esterno europeo”. Ed è stato un bene per tutti, di sicuro per l’Italia. L’opinione di Andrea Cangini


Ero molto più giovane e più di oggi incline all’idealismo. Chiesi a Francesco Cossiga cosa avesse spinto la classe dirigente italiana dei primi anni Novanta ad aderire senza riserve né pubblico dibattito al Patto di Maastricht e alle conseguenti limitazioni della sovranità nazionale. “La sfiducia nel carattere degli italiani – fu la risposta, serafica, del presidente emerito della Repubblica -. Cioè la consapevolezza che la virtù contabile non ci appartiene e che, pertanto, il male minore per l’Italia fosse quello d’essere obbligata alla moralità politica e alla morigeratezza economica da un vincolo esterno. Il vincolo europeo”. Rabbrividii. Crescendo, e maturando esperienza, compresi che, per quanto amaro, quel ragionamento era fondato.

Ne abbiamo avuto la prova in queste ore. Giorgia Meloni, e con lei il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si sono in effetti piegati al “vincolo esterno europeo”. Ed è stato un bene per tutti, di sicuro per l’Italia. Senza la necessità di ottemperare a quel “vincolo” onorando gli impegni presi, necessità ancor più evidente e conveniente in epoca di Pnrr, Dio solo sa cosa sarebbe stato della manovra economica. Una Fiera delle Velleità, un Trionfo della Demagogia: flat tax per tutti, quota 100 e dentiere per ciascuno.

Il debito pubblico sarebbe esploso e non per questo la crescita economica si sarebbe rianimata. Mercati e partner internazionali ci avrebbero bollati come inaffidabili, le solite cicale al tempo delle formiche. L’Italia si sarebbe così allegramente avviata al fallimento. E, va da sé, al conseguente commissariamento.

La manovra economica del primo governo Meloni è quello che è. Per due terzi balsamo sulle piaghe del caro energia, piaghe che tutti sanno destinate ad aggravarsi. E per il restante terzo timidi e innocui segnali politici intestabili a questo o a quel leader della maggioranza. A Matteo Salvini, sorprendentemente, più che ad altri.

Formiche

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Socialmente (in)utile


Indirizzare i ragazzi violenti ai lavori socialmente utili può sembrare una misura rigorosa, ma è la bancarotta del rigore. Può sembrare educativo, ma è il fallimento dell’educazione. Le dichiarazioni del ministro dell’istruzione, Valditara, sono state co

Indirizzare i ragazzi violenti ai lavori socialmente utili può sembrare una misura rigorosa, ma è la bancarotta del rigore. Può sembrare educativo, ma è il fallimento dell’educazione. Le dichiarazioni del ministro dell’istruzione, Valditara, sono state commentate, come al solito, avendo in mente gli schieramenti e le contrapposizioni fasulle, ma celano un problema serissimo.

Un tempo la sospensione era una misura assai temuta. Intanto perché macchiava il percorso scolastico, escludeva dalle lezioni e poteva preludere a una bocciatura. Ora non si boccia nessuno, quindi è una minaccia farlocca. Poi perché essere bocciati significava impiegare un anno in più prima di andare a lavorare, ovvero impoverirsi. Ora ti danno i soldi se non lavori. Infine perché a casa i genitori ti avrebbero severamente punito. Mentre ora stanno dalla parte del pargolo manesco e testone.

Socialmente utile sarebbe che la scuola torni a funzionare e le famiglie tornino a educare. Il resto è vaniloquio propagandistico.

La Ragione

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Conoscere per crescere. Conoscere per deliberare di Giuseppe Benedetto


#orientare #connessoalletuepassioni #regionelazio #FSE+ Conoscere per crescere. Conoscere per deliberare di Giuseppe BenedettoConoscere per deliberare è una delle più importanti massime del nostro eponimo. Non lasciarsi sfuggire l’opportunità di approfond

#orientare #connessoalletuepassioni #regionelazio #FSE+

Conoscere per crescere. Conoscere per deliberare di Giuseppe BenedettoConoscere per deliberare è una delle più importanti massime del nostro eponimo. Non lasciarsi sfuggire l’opportunità di approfondire le inclinazioni personali, gli interessi e le skills nella scelta del proprio futuro formativo, professionale e lavorativo, è fondamentale per i giovani. “Conoscere per crescere” è il progetto ideato dalla Fondazione Luigi Einaudi di Roma per orientare gli studenti degli Istituti d’Istruzione Superiore Marconi di Civitavecchia e Dante Alighieri di Anagni nell’ambito dell’avviso pubblico della Regione Lazio “ORIENTARE” finanziato con il Programma Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+) 2021- 2027.

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Approfondisci il progetto “Conoscere per crescere”

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Lettera al direttore Claudio Cerasa – Il Foglio


Al direttore – Caro Carlo Calenda, caro Matteo Renzi. E’ trascorso un mese dalla nascita del governo Meloni, e l’avvio non è stato di quelli memorabili: molte concessioni alle platee di appartenenza, prime misure abborracciate e confuse, e un quotidiano c

Al direttore – Caro Carlo Calenda, caro Matteo Renzi. E’ trascorso un mese dalla nascita del governo Meloni, e l’avvio non è stato di quelli memorabili: molte concessioni alle platee di appartenenza, prime misure abborracciate e confuse, e un quotidiano conflitto intestino alla maggioranza – tra Meloni e Salvini – che non autorizza a sperare che in futuro le cose vadano meglio. Ma le opposizioni, come è evidente, non godono di migliore salute.

I Cinque stelle soffiano irresponsabilmente sul fuoco di tutti i No, ricevendo in cambio continue profferte di collaborazione da parte del Pd: una invidiabile rendita di posizione che certo non costruisce prospettive per il futuro.

Il Partito democratico è in preda alle sue imperscrutabili convulsioni precongressuali, combattuto tra gli animal spirits della componente postcomunista e la perenne vocazione dorotea delle correnti postdemocristiane.

Mentre i vostri partiti sono al momento impegnati in appuntamenti interni, che speriamo non diventino solo l’occasione per la nascita di altri apparati e nuove piccole nomenklature. Nelle aspirazioni di tanti, il progetto liberaldemocratico e riformista del Terzo polo non può che maturare attraverso un incessante slancio programmatico, innovativo e di rottura, con una leadership chiara, univoca e riconosciuta, e un continuo, strutturale apporto di competenze e professionalità esterne.

Questo non vuol dire rinunciare all’ambizione di costruire una solida struttura di partito. Ma che il partito sia uno, e si faccia al più presto, valorizzando nuove risorse sui territori e promuovendo dal basso gruppi dirigenti coesi e unitari

Questo è quanto vi chiediamo. Non c’è tempo da perdere. Non perché l’alternativa all’attuale stato di cose sia dietro l’angolo. Al contrario, è auspicabile che il paese goda di una fase di stabilità che permetta al governo scelto dagli elettori di affrontare le tante emergenze che abbiamo di fronte. Ma, allo stesso tempo, gli italiani devono sapere da subito che si sta costruendo il cantiere di un’alternativa di governo credibile e matura. Questo è il compito che spetta a voi. Non ci deludete. E sbrigatevi!

Ernesto Auci, Simona Benedettini, Giuseppe Benedetto, Umberto Contarello, Alberto De Bernardi, Biagio de Giovanni, Oscar Giannino, Paolo Macry, Claudia Mancina, Alessandro Maran, Claudio Petruccioli, Sergio Scalpelli,Andrée Ruth Shammah, Chicco Testa, Claudio Velardi

Il Foglio

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Ralf Dahrendorf Roundtable. Next Generation EU: Taking Stock


Più di un anno dopo il lancio del piano “Next Generation EU” da parte della Commissione europea, si rende necessario un nuovo “follow up” delle misure implementate finora dagli stati membri nel contesto dei rispettivi Piani Nazionali di Ripresa e Resilien

Più di un anno dopo il lancio del piano “Next Generation EU” da parte della Commissione europea, si rende necessario un nuovo “follow up” delle misure implementate finora dagli stati membri nel contesto dei rispettivi Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza: infatti, alla luce delle ingenti risorse impiegate nel fondo Next Generation EU, è giocoforza valutare la qualità e la rilevanza delle politiche domestiche. Particolare attenzione sarà data agli aspetti della digitalizzazione e della transizione ecologica.

In cooperazione con European Liberal Forum e con l’Università di Losofona (Lisbona), la Fondazione Luigi Einaudi ha organizzato una roundtable a Lisbona nella giornata del 24 novembre 2022, alla presenza, tra gli altri, di Ricardo Silvestre, Karolina Mickuté, Kristijan Kotarski, Milosz Hodun, Veronica Grembi.

Al termine dell’evento si provvederà a discutere una serie di policy recommendations volte a sottolineare le potenziali e auspicabili “best practices” di collaborazione tra i Paesi europei, anche alla luce degli esiti finora raggiunti ma non conclusi da ciascuno stato membro.

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#uncaffèconLuigiEinaudi – Ma il basso giuoco è stato troppe volte ripetuto e più non serve.


Ma il basso giuoco è stato troppe volte ripetuto e più non serve. Gli italiani vogliono fatti e non promesse. da Corriere della Sera, 6 giugno 1919 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi – Ma il basso giuoco è stato troppe volte ripetuto e più non serve. pro
Ma il basso giuoco è stato troppe volte ripetuto e più non serve. Gli italiani vogliono fatti e non promesse.


da Corriere della Sera, 6 giugno 1919

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Condanne a morte, arresti, omicidi: così Teheran silenzia le proteste


Le ultime vittime del regime: due attrici finite in manette per i video senza velo Immaginate di leggere una notizia come questa: Monica Bellucci arrestata per i post provocatori contro il governo pubblicati sui suoi canali social rischia una condanna a m

Le ultime vittime del regime: due attrici finite in manette per i video senza velo


Immaginate di leggere una notizia come questa: Monica Bellucci arrestata per i post provocatori contro il governo pubblicati sui suoi canali social rischia una condanna a morte. Immaginate la reazione. Ora traslate la notizia e spostatela qualcosa come tremilacinquecento chilometri verso Est (la distanza tra Roma e Teheran) e cercate di avere la stessa reazione. Sussultate. Indignatevi. Gridate che la libertà è un valore da difendere anche a costo della vita. No, non ci riusciamo. Ma non è colpa nostra. A parte pochi attivisti (penso al partito radicale che ostinatamente cerca di mantenere viva l’attenzione sulla rivolta dei giovani iraniani con prove di manifestazioni e scioperi della fame) la maggioranza di noi tutti pensa all’Iran come a qualcosa di troppo distante e si accalora più per una maglietta idiota indossata in un programma tv.

Ma in Iran si continua a morire, per difendere la libertà. E ogni famiglia, ogni madre e ogni padre, sa che la sera il figlio e la figlia potrebbero non rientrare a casa. Più di 500 morti e di questi 58 sarebbero minorenni o addirittura bambini. E ieri sì, hanno anche arrestato due attrici famose, Hengameh Ghaziani e Katayoun Riahi – che si sono mostrate senza il velo obbligatorio e hanno espresso solidarietà con le proteste che da oltre due mesi scuotono la Repubblica islamica, dal 16 settembre in cui è morta Mahsa Amini, la vittima numero zero, uccisa dalla polizia morale perché portava male il jihab.

Hengameh Ghaziani e Katayoun Riahi, chi sono costoro? Sono volti noti del piccolo e grande schermo, vincitrici di premi e molto popolari. Ma non solo. Non nascono come modelle o influencer per poi tentare la carriera artistica, sono donne che hanno studiato, attive nei movimenti per la difesa dei diritti umani, impegnate in associazioni caritatevoli. Per questo fanno ancora più paura al regime. Le ho cercate su Google, perché per chiunque nel mondo occidentale, sono nomi sconosciuti.

Hengameh Ghanziani, 52 anni, si è laureata in Geografia umana ed economica presso l’Università Islamica Azad di Mashhad e Shahre-Rey, e ha anche studiato Filosofia occidentale presso l’Università di San Francisco. Ha tradotto un saggio storico sullo status dei nativi americani e nel 2015 ha fondato un gruppo musicale dove canta lei stessa. Sabato ha postato un video su Instagram, dove prima si rivolge alla telecamera senza parlare, poi si gira e si lega i capelli in una coda di cavallo e fa sapere di essere stata convocata dalla magistratura: «Forse questo sarà il mio ultimo post, da questo momento in poi, qualsiasi cosa mi accada, sappiate che come sempre sono con il popolo iraniano fino all’ultimo respiro». È stata arrestata per incitamento e sostegno ai «disordini» e per aver comunicato con i media di opposizione, riferisce l’agenzia di stampa ufficiale Irna. La settimana scorsa, aveva accusato il regime di aver «assassinato» oltre 50 minori.

Katayoun Riahi, 60 anni, è stata arrestata nell’ambito della stessa indagine: nota anche per le sue opere di beneficenza, apparsa in film pluripremiati e conosciuta a livello internazionale per la serie tv Prophet Joseph, a settembre aveva rilasciato un’intervista – a testa scoperta – all’Iran International Tv emittente invisa al regime con sede a Londra, durante la quale aveva espresso solidarietà alle proteste scaturite dalla morte di Mahsa Amini e si era opposta all’obbligo del jihab.

Intanto sugli account social degli attivisti e delle associazioni umanitarie che riescono a diffondere i post in arrivo dall’Iran, dove Internet è bloccato, scorrono video e scene di orrore. Scontri a fuoco per le strade, maree di giovani in jeans e senza velo che cercando di scappare alle rappresaglie delle milizie del regime, corpi di ragazzi e ragazze riversi a terra in pozze di sangue, corpi avvolti nelle lenzuola bianche della morte, parenti e famiglie che piangono le vittime. Difficile capire il numero dei morti. Per il gruppo Iran Human Rights la repressione statale ha provocato almeno 378 morti, tra cui 47 bambini. Secondo Amnesty International almeno 21 persone sono state accusate di reati che potrebbero portare alla pena di morte mentre le autorità hanno già emesso condanne a morte per sei persone che protestavano in piazza.

Ma come sempre, sono i bambini a colpire di più, anche il nostro distante immaginario. Secondo Hra sono 46 i ragazzi e 12 le ragazze sotto i 18 anni uccise dall’inizio delle proteste. Solo nell’ultima settimana le forze di sicurezza avrebbero ucciso 5 bambini.

L’ultimo numero dell’Observer ha raccolto le testimonianze strazianti delle famiglie che raccontano la morte dei figli, uccisi dalle forze governative. Kian Pirfalak aveva 9 anni, è stato colpito mentre viaggiava nell’auto di famiglia accanto al padre. Kumar Daroftadeh voleva diventare un «grande uomo» ma è stato colpito a distanza ravvicinata a sangue freddo. Il video del padre che piange sulla tomba del bambino è diventato virale sui social. Mohammad Eghbal, 17 anni, è stato colpito alla schiena mentre si recava alla preghiera del venerdì, in quello che è diventato il «venerdì di sangue» (93 persone uccise in tutto l’Iran). Secondo Amnesty nello stesso giorno sono stati uccisi altri 10 bambini. Abolfazl Adinehzadeh, 17 anni, era sceso in piazza per amore delle sue tre sorelle. L’hanno sepolto con ancora 50 pallini di piombo in corpo. «Era un vero femminista che voleva pari diritti per uomini e donne», ha raccontato uno dei parenti all’Observer.

I servizi di sicurezza iraniani negano ogni responsabilità, dando la colpa ai terroristi, con formule di rito che le famiglie delle vittime hanno imparato a conoscere. Le morti, secondo le autorità, hanno sempre cause esterne: malattie pregresse, attacchi di cuore, suicidi, terroristi, fantomatici «stranieri». Ma i giovani continuano a scendere in piazza e il loro messaggio è chiaro. Potete uccidere noi, ma non ucciderete il nostro messaggio. E più li uccidono, più il loro messaggio diventa virale e difficile da fermare.

La Stampa

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BiLancio


Una serie di riflessioni sulla prima legge di bilancio redatta da un governo di destra: alcune promesse mantenute, altre meno. C’è prudenza, si vede meno la prospettiva. La legge di bilancio non è il collage di tanti provvedimenti diversi, valutabili se

Una serie di riflessioni sulla prima legge di bilancio redatta da un governo di destra: alcune promesse mantenute, altre meno. C’è prudenza, si vede meno la prospettiva.

La legge di bilancio non è il collage di tanti provvedimenti diversi, valutabili separatamente. Se viene scritta in quel modo a predisporla è un cattivo governante. Se viene modificata con quello spirito a emendarla è un cattivo legislatore. Se viene esposta e valutata in quella chiave a farlo è un cattivo giornalismo. Se ne può discutere questo o quell’aspetto, ma va prima di tutto considerata nel suo significato unitario. Se c’è.

Nella prima legge di bilancio redatta da un governo di destra si è escluso di sfondare i conti e iscrivere a debito il costo di tutte le promesse elettorali. Ed è positivo. A promettere più spese, più deficit e più debito erano stati Lega e Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia aveva tirato il freno e promesso responsabilità. Che l’argine tenga è un bene. Eppure il deficit, rispetto ai conti del governo Draghi, passa dal 3,9 al 4,5% del Prodotto interno lordo, il che non ha destato reazioni e lo spread è rimasto basso. L’aumento non deriva (tanto) da decisioni politiche, ma dal maggiore costo del debito. Quando si dice che questo o quel titolo del debito è andato “a ruba”, ci si dimentica di aggiungere che pagano bene, aumentando la spesa. Se il mercato non reagisce ruvidamente, dando l’aumento per scontato, non significa che si possa dimenticare che quel costo crescerà ancora, togliendo margine ad altre spese.

Sarebbe stato un incrocio fra sciocchezza e presunzione supporre che il nuovo governo potesse dare subito corpo alle promesse elettorali. Anche solo quelle (vaghe) condivise dall’intera coalizione di destra. Chi per questo li critica gareggia in demagogia. Quel che conta è capire se il governo descriva un percorso chiaro e pluriennale, rendendo coerenti i primi passi. E qui le cose si fanno nebbiose, perché avere scelto di puntare su mozziconi di promesse – dal fisco alle pensioni – senza spiegare come possano mai essere interamente compatibili con la stabilità finanziaria fa sì che non si capisca dove intendano andare a parare, tanto meno poterne valutare la coerenza.

Prendiamo il Reddito di cittadinanza: la destra ha detto chiaramente di volerlo cancellare (anche se una delle componenti, la Lega, contribuì a crearlo). Mettiamo pure che “cancellare” diventi “modificare”: chi è in grado di lavorare ci vada. Basta un rifiuto per perdere il beneficio. Bene. Ci sono, però, percettori che non hanno mai rifiutato nulla, ma ai quali neanche nessuno ha mai proposto alcunché. Allora non basta tagliare l’esborso, perché quella non è una riforma, un cambiamento, semmai dovrebbe esserne la conseguenza. Ad esempio: integrazione fra uffici del lavoro e agenzie private, con banca dati nazionale sia di domanda e offerta che di assistenza. Non è un problema dire che ci vuole tempo, lo è non dire dove si voglia arrivare.

L’elevazione della soglia entro la quale un autonomo può utilizzare un regime forfettario (che non è manco per niente una flat tax) non significa nulla e riguarda una percentuale minima di contribuenti. Il problema non è la ridotta portata, ma il non sapere cos’altro significhi se non dare “un segnale”. Manca lo sfondo di una riforma fiscale documentata. Tassare le multinazionali unisce in coro la destra e la sinistra ideologiche, ma significa poco. O, meglio, per quel che significa ci lavora la Commissione europea. Se tassi le consegne a domicilio, però, tassi i clienti. E se detassi l’Iva per quattro centesimi a ogni euro per pane e pasta, non se ne accorge il cliente ma il maggiore incasso del venditore. Se rimangono intenzioni, sono pure segnali equivoci.

C’è la prudenza. Si vede meno la prospettiva. In ultimo: la legge dovrà essere approvata entro il 31 dicembre e l’esame parlamentare sarà compresso. Di questo la destra si lamentò spesso. Ora che si trova a fare quel che detestò, perché non c’è alternativa, potrebbe usare l’inconveniente per ragionare, con l’opposizione, sulla riforma di quel procedimento. Anche ipotizzando la non emendabilità, cui si lega la caduta del governo nel caso di bocciatura.

La Ragione

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Jonathan Lethem – Motherless Brooklin


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#uncaffèconLuigiEinaudi – È necessario che ci siano anche alcuni spiriti liberi


“È necessario che ci siano anche alcuni spiriti liberi che tengano viva, nei modi che oggi sono possibili, la fiamma della libera critica, della libertà di parola e di opinione” da Lettera di Einaudi ad A. Albertini, 31 ottobre 1923 L'articolo #uncaffèco
“È necessario che ci siano anche alcuni spiriti liberi che tengano viva, nei modi che oggi sono possibili, la fiamma della libera critica, della libertà di parola e di opinione”


da Lettera di Einaudi ad A. Albertini, 31 ottobre 1923

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Sabino Cassese: “L’autonomia voluta dalla Lega ferisce l’unità del Paese”


Il costituzionalista: «Dubbi sui trasferimenti di competenze come istruzione e ambiente» Prima sono sorti dubbi di incostituzionalità sul decreto anti-rave, ora piovono sulla bozza del ministro Calderoli per le autonomie regionali. Così, ad ogni acceleraz

Il costituzionalista: «Dubbi sui trasferimenti di competenze come istruzione e ambiente»


Prima sono sorti dubbi di incostituzionalità sul decreto anti-rave, ora piovono sulla bozza del ministro Calderoli per le autonomie regionali. Così, ad ogni accelerazione, segue una frenata. Per il professor Sabino Cassese, tra i più autorevoli costituzionalisti del secondo dopoguerra, questo accade perché nella coalizione di centrodestra «c’è il desiderio di dare il segnale che il governo provvede a tutte le urgenze, sa guidare la macchina dello Stato e assicura la cura degli interessi che la coalizione si è intestata, quali difesa delle frontiere e ordine pubblico». Ma la legge attuativa delle autonomie regionali è materia delicata e se non trattata con la giusta accortezza – avverte Cassese – rischia di acuire le disuguaglianze e rendere più profonda la spaccatura tra Nord e Sud.

Giorgia Meloni ha chiesto al ministro Calderoli di garantire innanzitutto l’unità del Paese.


«Un’esigenza giusta, quella di assicurare il rispetto delle autonomie, nell’ambito di un ordinamento unitario: così prescrive la Costituzione. L’esigenza di unità è innanzitutto assicurata dall’eguale rispetto dei diritti sul territorio e dall’unica voce data allo Stato fuori, nei rapporti internazionali. Questo spiega perché siano particolarmente dubbi i trasferimenti dei poteri legislativi in materia di norme generali sull’istruzione, ambiente, tutela e sicurezza del lavoro, tutela della salute, rapporti internazionali e con l’Unione Europea, commercio estero, porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto e di navigazione e ordinamento delle comunicazioni. Tanto più se si considera che nel programma esposto dal governo al Parlamento si parla della proprietà pubblica delle reti di comunicazione».

La Lega sostiene sia fallito il modello di stato centralista, nel momento in cui non è riuscito a compensare gli storici divari tra Nord e Sud.


«Occorre, innanzitutto, essere certi che interventi diretti ad assicurare l’eguaglianza, come quelli riguardanti la sanità, l’istruzione, la tutela del lavoro, non producano il risultato di aumentare le diseguaglianze. Poi, tener conto che il divario tra Nord e Sud è aumentato. Essenziale la questione delle risorse. La Costituzione parla di maggiori compiti, non di maggiori risorse da trasferire».

E se al Nord andranno più risorse, il Sud ne otterrà meno.


«Certo. La torta non si allarga se alcune Regioni ne prendono una fetta più grossa, perché qualcun’altra ne avrà una più piccola. Nel 2017 – 2018 era stato valutato che le tre regioni del Nord che richiedevano l’autonomia differenziata avrebbero goduto di 21 miliardi in più di risorse per anno, ciò che avrebbe comportato per la Lombardia un aumento delle risorse disponibili in bilancio di più di un quarto. Da ultimo, non va dimenticato che alcune Regioni vogliono colmare il cosiddetto residuo fiscale positivo, lamentando che lo Stato raccoglie imposte sul loro territorio più di quanto conferisce loro in termini di servizi. Tutto questo riapre la ferita del divario».

I presidenti di Regione del Sud chiedono che si approvino i Lep e i costi standard, poi le autonomie. Hanno ragione?


«La bozza di lavoro dell’8 novembre 2022, presentata dal ministro Calderoli, prevede che i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) precedano i trasferimenti e solo se dopo un anno non siano stabiliti i Lep, si passi ai trasferimenti. Non vedo perché in un anno non si possano stabilire i Lep, anche perché costituiscono un patto con i cittadini, trasferendo, quindi, in parallelo compiti e risorse necessarie, senza prevedere eccezioni».

Si potranno trasferire alle Regioni fino a 23 funzioni attualmente in capo allo Stato. Alcune regioni, come il Veneto, le chiederanno tutte, altre meno. Qualcuna, nessuna. Si possono creare squilibri?


«Conferire autonomia vuol dire accettare la differenziazione tra le Regioni. Ma bisogna mettere insieme determinazione dei Lep, trasferimenti di compiti, personale e risorse».

Il ministro replica alle critiche sottolineando che anche il ritardo nell’attuazione delle autonomie va contro i dettami costituzionali.


«La Costituzione ha subito più volte ritardi nell’attuazione: Corte costituzionale 1956 e regioni 1970, 22 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione. Non si tratta di una illegittimità costituzionale (la norma costituzionale dispone che ulteriori forme di autonomia “possono” essere attribuite a singole Regioni), ma una inerzia da evitare».

Le opposizioni chiedono che il Parlamento possa intervenire sugli accordi tra governo e Regioni.


«L’ulteriore trasferimento alle Regioni è un problema nazionale. Fa parte di un pacchetto unitario, con il quale bisogna ridurre la asimmetria tra governo centrale e Regioni, dando al primo quella stabilità che alle Regioni è stata data circa trent’anni fa. Poi, non basta risolverlo con intese con ciascuna Regione. Occorre valutarlo complessivamente, come d’altra parte ha riconosciuto il ministro Calderoli portando la bozza di lavoro del disegno di legge alla Conferenza Stato Regioni»

La Stampa

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Conoscere per crescere. Credi nel tuo sogno! di Maria Letizia Sebastiani e Federica Ciampa


#orientare #connessoalletuepassioni #regionelazio #FSE+ Non arrendersi alle prime difficoltà. Non lasciarsi sfuggire l’opportunità di approfondire le inclinazioni personali, gli interessi e le skills nella scelta del proprio futuro formativo, professional

#orientare #connessoalletuepassioni #regionelazio #FSE+

Non arrendersi alle prime difficoltà. Non lasciarsi sfuggire l’opportunità di approfondire le inclinazioni personali, gli interessi e le skills nella scelta del proprio futuro formativo, professionale e lavorativo, è fondamentale per i giovani. “Conoscere per crescere” è il progetto ideato dalla Fondazione Luigi Einaudi di Roma per orientare gli studenti degli Istituti d’Istruzione Superiore Marconi di Civitavecchia e Dante Alighieri di Anagni nell’ambito dell’avviso pubblico della Regione Lazio “ORIENTARE” finanziato con il Programma Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+) 2021- 2027.

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Approfondisci il progetto “Conoscere per crescere”

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Presentazione della Scuola di Liberalismo 2022 di Messina – unime.it


Si è svolta presso la Sala Senato dell’Ateneo la conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2022 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina

Si è svolta presso la Sala Senato dell’Ateneo la conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2022 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo.

Alla presenza del Prorettore Vicario, prof. Giovanni Moschella, il Direttore Generale della Scuola, prof. Pippo Rao, e il Direttore Scientifico, prof. Giuseppe Gembillo, hanno presentato la dodicesima edizione messinese del corso dedicato agli autori più rappresentativi del pensiero liberale ed alle loro opere.

Hanno preso parte all’incontro, anche, Enzo Palumbo (Membro della Commissione Giustizia della Fondazione Luigi Einaudi), Edoardo Milio (Responsabile Relazioni istituzionali), Gabriella Sorti (Responsabile del Comitato di Segreteria) ed i membri del Comitato organizzatore.

La “Scuola di Liberalismo di Messina”, le cui iscrizioni sono gratuite, verrà inaugurata il 28 novembre, si articolerà in 14 lezioni che si concluderanno il 18 febbraio presso l’Auditorium della Gazzetta del Sud. Ai frequentanti di almeno i 2/3 delle lezioni sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

Agli studenti universitari verranno riconosciuti crediti formativi.

Verranno, inoltre, assegnate 3 borse di studio da 500 euro ai corsisti, con età inferiore a 32 anni, che avranno svolto delle tesine sulle tracce che saranno comunicate e che verteranno sui temi oggetto del Corso. Le tre borse, intitolate alla memoria di Gaetano Martino, sono finanziate dalla Fondazione Luigi Einaudi, dal Coordinamento messinese della Fondazione Luigi Einaudi e dalla Fondazione Bonino Pulejo.

unime.it

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Libertà svelata


Non si fanno ammazzare per potere scoprire una ciocca di capelli. Accettano di mettere in gioco la propria vita pur di non rinunciare a quel che dalla vita non è separabile: la libertà. Compresa quella, per noi banale e per loro epocale, di scoprire una c

Non si fanno ammazzare per potere scoprire una ciocca di capelli. Accettano di mettere in gioco la propria vita pur di non rinunciare a quel che dalla vita non è separabile: la libertà. Compresa quella, per noi banale e per loro epocale, di scoprire una ciocca di capelli. Aggredendo l’Ucraina il criminale Putin ha aggredito il mondo libero, le democrazie, l’ordine mondiale. Non abbiamo altra scelta che essere dalla parte degli ucraini, perché loro sono parte stessa di noi. Arrestando, torturando, aprendo il fuoco contro chi non rinuncia alla libertà la teocrazia iraniana aggredisce l’umanità stessa.

Se scegliessimo di guardare altrove, di solidarizzare in modo distratto, se fossimo incapaci di cogliere il valore ideale di quello scontro, dimostreremmo di non capire che si sta reprimendo non la libertà di alcuni, ma quella di tutti. Perché la libertà è universale. Può essere conculcata con la violenza, ma è peggio se viene abbandonata. Se abbandonassimo gli iraniani in rivolta abbandoneremmo noi stessi.

Poi, certo, c’è da usare il realismo, da considerare gli equilibri dell’area e non ultimi quelli interni al mondo islamico. Considerate anche queste cose si aggiunge che la dittatura teocratica non si limita ad affliggere il proprio popolo, ma si propone di cancellare Israele dalla carta geografica, insegue l’arma atomica e fornisce droni assassini all’armata russa. Peggio, quindi.

Un buon numero di persone, fra noi occidentali, fra noi che viviamo nella parte più ricca e libera del mondo, ha preso gusto nel considerarci colpevoli di tutto. Siamo colpevoli per il passato, come se avessimo inventato il colonialismo e lo schiavismo (semmai abbiamo creato le istituzioni che li combattono). Siamo colpevoli se portiamo le nostre armi a presidio della convivenza, ma siamo colpevoli anche se le ritiriamo. Siamo colpevoli se in Afghanistan imponiamo il rispetto delle donne e siamo colpevoli se smettiamo di farlo. Siamo colpevoli per come parliamo, per il vocabolario che usiamo, per le continue offese che arrechiamo a tante sensibilità che abbiamo anche la colpa di non sapere o anche solo immaginare che potessero esistere.

E mentre questo circo della colpa manda in pista i numeri più avvincenti e divertenti, finiamo con il macchiarci della colpa più seria: non accorgersi che tutti gli uomini liberi vorrebbero vivere come da noi. Perché nella nostra fortunata e preziosa imperfezione, nel nostro non cedere all’incubo dei sistemi perfetti, sta il nostro essere migliori.

Fra noi ci sono quelli che pur di non fare i conti con il padre che hanno sono pronti a innamorarsi e difendere lo zio pazzo e assassino, che ci descrive come tutti in preda alla lussuria omosessuale. Che se fosse vero sarebbe anche sollazzevole, non fosse che l’accusa stessa, nella sua strampalata minchioneria, è segno di un onanismo dittatoriale incapace di giungere ad altro compimento che non sia la distruzione di quelli che si invidiano.

Fra noi ci sono quelli che al sorgere di qualsiasi integralismo sono già pronti a descriversi come soccombenti, sopraffatti, perdenti. Ma guardate in giro per il mondo, osservate le brache dei giovani, orecchiate quel che hanno in cuffia, osservate quel che guardano negli smartphone (e lo smartphone): è il nostro modello ad attrarre. A qualcuno ricorderà l’“omologazione” di pasoliniana memoria, a me ricorda che il costume della libertà globale è migliore della miseria autarchica.

Non possiamo dichiarare guerra alle ingiustizie del mondo. Sarebbe già apprezzabile cancellassimo le nostre. Non siamo colpevoli per ogni libertà negata, da altri. Lo saremmo se ne ce dimenticassimo, se considerassimo un “popolo” inadatto alla libertà o meno afflitto dal dispotismo. Anche perché useremmo “popolo” per imbrogliarci, visto che si tratta di “individui” e nessuno, di qualsiasi fede, può mai rinunciare alla libertà.

In Ucraina ci stanno sparando. Ci stanno sparando anche in Iran. Non c’è nulla da rispettare in chi spara contro la libertà. Ma è deprecabile anche chi non lo condanna.

La Ragione

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#uncaffèconLuigiEinaudi – Lo Stato non può violare la parola data


Lo Stato non può violare la parola data da Corriere della Sera, 1 dicembre 1920 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi – Lo Stato non può violare la parola data proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/uncaffeconluigieinau
Lo Stato non può violare la parola data


da Corriere della Sera, 1 dicembre 1920

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Croce visto da Einaudi


La morte, che non può fare altro che interrompere ciò che stiamo facendo e noi non possiamo far altro che lasciarci interrompere, non lo trovò in “ozio stupido”. Benedetto Croce lavorò fino alla fine dei suoi giorni, fino all’ultimo respiro di quella matt

La morte, che non può fare altro che interrompere ciò che stiamo facendo e noi non possiamo far altro che lasciarci interrompere, non lo trovò in “ozio stupido”. Benedetto Croce lavorò fino alla fine dei suoi giorni, fino all’ultimo respiro di quella mattina del 20 novembre 1952. Era seduto nel suo studio, dietro la finestra. Leggeva. Forse, il Petrarca. Piegò la testa e andò via. Era il più grande filosofo del suo tempo.

I funerali si tennero sotto una pioggia battente, ma c’era tutta Napoli con una partecipazione di popolo che non si era mai vista. C’era anche Luigi Einaudi che, come Presidente della Repubblica, rappresentava l’Italia intera, una e libera come sempre la pensò e la volle Benedetto Croce. Ma Einaudi, che era diventato capo dello Stato dopo il “gran rifiuto” di Croce, era lì non solo come Presidente ma come amico e “fratello minore” del grande filosofo della libertà.

Un anno dopo, il 20 novembre 1953, scrisse alla signora Adele: “In questo primo anniversario della scomparsa di Benedetto Croce mi inchino con profonda tristezza alla memoria dell’uomo insigne e dell’indimenticabile amico pregandola volere accogliere anche da parte di mia moglie e per tutti i suoi la rinnovata espressione della nostra commossa simpatia”. Le parole di Einaudi erano quelle di un amico e collaboratore di Croce. Perché – e nessuno lo ha mai notato – Croce fu senz’altro amico di Giovanni Gentile per un trentennio, prima di fare scelte diverse ed opposte rispetto al fascismo, con Gentile che portò la filosofia al potere e con Croce che la condusse all’opposizione, ma l’amicizia con Luigi Einaudi durò per ben cinquant’anni.

E mentre con Gentile vi furono equivoci ed incomprensioni, con Einaudi vi fu da un lato uno schiarimento di idee sul piano teorico e dall’altro una collaborazione fattiva per il ripristino della libertà. Quella che passa alla storia come la polemica tra l’economista del liberismo, Einaudi, e il filosofo del liberalismo, Croce, fu invece una civilissima discussione tra due liberali che proprio discutendo maturarono un concetto più alto e valido della libertà che per noi oggi è decisivo per mettere in fuorigioco il dispositivo totalitario che, venga da destra o venga da sinistra, è insito nella cultura moderna.

La discussione tra i due fu utilissima ad entrambi: l’economista Einaudi diede consistenza storica alla teoria liberista e il filosofo Croce solidità economica al suo liberalismo. E così oggi i liberali italiani, che, ahimè, troppo spesso citano le due grandi anime senza realmente conoscerle, dovrebbero essere consapevoli che non c’è libertà civile senza libertà economica e non c’è libertà economica senza libertà civile. Inchiniamoci davanti alla loro grandezza e preveggenza e, più che celebrarli, studiamoli perché così loro avrebbero voluto.

La famiglia di Croce, dopo un anno dalla scomparsa, fece stampare in quattrocento esemplari il saggio Un angolo di Napoli che apre il libro, straordinario, Storie e leggende napoletane. Una copia fu inviata ad Einaudi. Così l’amico di Croce prese ancora una volta la penna e riscrisse alla signora Adele: “Cara signora, Un angolo di Napoli sarà collocato nello scaffale dedicato in Dogliani alle cose di suo marito. Quello scaffale l’ho posto proprio di fronte al mio tavolo da lavoro per trarne esempio e coraggio. La preziosa ristampa dello scritto nel quale Croce aveva detto quanto egli amasse la sua città mi ricorderà ogni volta il dovere che tutti abbiamo di amare il luogo dove noi e i nostri siamo vissuti”.

La stima che Einaudi aveva per Croce era quella del fratello minore verso il fratello maggiore. A casa di Croce si recò in una triste ora, triste per lui e per l’Italia: andò per chiedergli consiglio su cosa avrebbe dovuto fare con il giuramento imposto agli insegnanti. Croce lo rincuorò: poteva acconciarsi a dir sì e conservare la dignità. Del resto, il male dei regimi autoritari e, in particolari, dei totalitarismi, è proprio quello di svuotare dal di dentro la libertà, fino al punto di creare le condizioni di una sorta – se così si potesse dire e pensare – di suicidio della libertà.

In particolare, era questa la strategia comunista che cercava di conquistare gli istituti liberali inserendo in essi un cavallo di Troia. Era per questo motivo che Croce invitava tutti a non confondere mai le scelte momentanee e contingenti con il principio della libertà che è proprio del liberalismo etico-politico. Einaudi tenne sempre presente questa lezione e si industriò al meglio, come fece soprattutto nel dopoguerra e nella stagione di De Gasperi, a fornire al liberalismo la sua congrua politica economica.

Einaudi da Presidente della Repubblica avrebbe voluto nominare il senatore Croce senatore a vita e gli scriveva dicendogli: “La esigenza della tua nomina è posta non da me, ma dagli italiani, i quali sanno che il decreto della tua nomina non sarebbe un atto dipendente da una scelta compiuta dal presidente della Repubblica, sibbene, da parte sua, la mera registrazione, richiesta formalmente dalla legge costituzionale, della designazione spontanea di una concorde opinione pubblica”.

Gli italiani – diceva Einaudi – riconoscono in Benedetto Croce la espressione più alta del pensiero contemporaneo”. Il filosofo, però, che già aveva detto no, fu irremovibile – “vi si oppone la logica, quella logica che poi è buon senso” disse – e Einaudi capì di non dover insistere. Croce, oltretutto, era anche contrario alla norma della nomina dei cinque senatori a vita. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

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Benedetto Croce è l’italiano della verità e della libertà


Benedetto Croce 20 novembre 1952 – 20 novembre 2022 “Benedetto Croce è l’italiano della verità e della libertà che si oppone alla tracotanza del potere.” L'articolo Benedetto Croce è l’italiano della verità e della libertà proviene da Fondazione Luigi

Benedetto Croce
20 novembre 1952 – 20 novembre 2022

“Benedetto Croce è l’italiano della verità e della libertà che si oppone alla tracotanza del potere.”


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#laFLEalMassimo – Episodio 77: Gloria alle donne iraniane


Nuovo Episodio della FLE al Massimo, questa rubrica conferma periodicamente la propria solidarietà al popolo ucraino che continua a combattere per difendere la propria e la nostra libertà e in questo episodio vuole portare all’attenzione di chi la segue a

Nuovo Episodio della FLE al Massimo, questa rubrica conferma periodicamente la propria solidarietà al popolo ucraino che continua a combattere per difendere la propria e la nostra libertà e in questo episodio vuole portare all’attenzione di chi la segue anche sulla fondamentale battaglia di libertà che stanno portando avanti le donne iraniane.

Il 16 settembre 2022 Mahsa Amini è stata arrestata perché non indossava un copricapo in linea con la legge del paese è stata picchiate in modo molto violento dai funzionari della polizia ed è morta successivamente a causa delle percosse.

L’episodio è in sé molto grave e dovrebbe farci sussultare per l’indignazione, ma oggi vorrei parlare anche del diffuso movimento di protesta che è seguito alla morte di Mahsa, al carattere trasversale che lo caratterizza, perché vede la partecipazione di persone appartenenti a tutte le classi sociali e a tutte le regioni del paese e al focus particolare sui diritti delle donne la dove le proteste precedenti si erano concentrate su fattori economici e politici.

In risposta a queste manifestazioni, il governo iraniano ha attuato l’interruzione regionale dell’accesso a Internet ed poi arrivato ad imporr blackout diffuso di Internet e restrizioni a livello nazionale sui social media. Secondo l’organizzazione no-profit Iran Human Rights, al 16 novembre 2022 almeno 342 persone, tra cui 43 bambini sono morti a causa dell’intervento del governo nelle proteste, con l’uso di gas lacrimogeni e spari.

Se non ci basta il monito dei civili ucraini, che ancora in queste ore continuano a morire a causa dei bombardamenti dell’invasore che purtroppo non è stato ancora ricacciato indietro, la protesta portata avanti dagli iraniani per i diritti delle donne ci ricorda come talune libertà che noi diamo per scontate siano in molte regioni del mondo dei traguardi ancora da conquistare.

Gloria alle donne iraniane e a tutti quelli che manifestano rischiando la vita per la loro libertà.

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Il fondamento tragico della libertà. Benedetto Croce, un animo inquieto


Settant’anni e non sentirli. Così potrebbe riassumersi il senso dell’anniversario della morte di Benedetto Croce che andò via il 20 novembre 1952 in una piovosa mattinata alle 10,45, mentre leggeva nel suo studio in compagnia della figlia Alda. Perché, do

Settant’anni e non sentirli. Così potrebbe riassumersi il senso dell’anniversario della morte di Benedetto Croce che andò via il 20 novembre 1952 in una piovosa mattinata alle 10,45, mentre leggeva nel suo studio in compagnia della figlia Alda. Perché, dopo la stagione del marxismo e del neopositivismo, l’interesse per il pensiero del filosofo della libertà è vivo e testimoniato, in Italia e nel mondo, dalla letteratura critica, dalla pubblicazione delle sue opere con Adelphi, dalla Edizione Nazionale presso Bibliopolis, nonché dalla vitalità della sua “creatura” come l’Istituto Italiano per gli Studi Storici e dalla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce che le figlie nel 1955 istituirono a Palazzo Filomarino dove il filosofo visse e lavorò.

Ma con l’attenzione per l’opera cresce anche l’interesse per la vita perché da un po’ di tempo ci si è resi conto che l’esistenza di Croce, tutt’altro che olimpica e caratterizzata da una dimensione tragica, è un’opera nell’opera. Se lo si volesse dire con una felice formula si potrebbe far riferimento a Gabriele d’Annunzio che ambiva a fare della sua vita un’opera d’arte, mentre Croce ne fece un’opera di filosofia. E’ questo l’impianto dell’ultima biografia di Croce, scritta dallo studioso Emanuele Cutinelli-Rendina, che ora arriva in libreria: Benedetto Croce. Una vita per la nuova Italia (Aragno).

Si tratta di un volume ponderoso che divide la vita di Croce e la vita dell’Italia del moderno Stato nazionale in tre momenti e, a sua volta, divide il testo in tre tomi. Il primo, di oltre settecento pagine, è dedicato alla “Genesi di una vocazione civile” e va dal 1866, anno di nascita di Benedetto Croce, al 1918, anno in cui si conclude la Grande guerra e, come avrebbe detto lo stesso Croce, finisce il vecchio mondo mentre all’orizzonte non si intravede nulla di buono. Gli altri due tomi dovrebbero uscire nel giro di circa due anni.

Tutta la vita di Croce, dal terremoto di Casamicciola alla vocazione filosofica, dall’amore nella vita privata (con Angelina Zampanelli e dopo la morte di lei il matrimonio con Adele Rossi) all’amore nella vita pubblica con la battaglia per il non intervento nel conflitto e la passione e trepidazione per le sorti della “giovine Italia” dopo Caporetto, passa sotto l’occhio del lettore e sotto la lente d’ingrandimento dell’autore e così Croce si mostra con “un profilo infinitamente più complesso e sfaccettato, mobile e inquieto” di quel che poteva sembrare al tempo della sua morte.

Tuttavia, quando Croce morì aveva da un anno pubblicato un libro come Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici in cui vita e pensiero sono presentati come una lotta incessante con l’inquietudine e il tragico, giacché la filosofia fin dalle origini è il tentativo di ricomporre il tragico.

La vita di Croce è la lotta contro il drago che nella storia italiana ed europea diventa la lotta per la libertà contro i drammi dei mostri totalitari – dal fascismo al nazionalsocialismo al comunismo – e il filosofo passa dal piano speculativo alla battaglia civile. Non a caso quella che i manuali di storia della filosofia chiamano scolasticamente “filosofia dei distinti” altro non è che – come amava dire uno studioso serio come Nicola Matteucci – l’atto di fondazione del pluralismo senza il quale ogni democrazia è tale solo di nome.

Aveva ragione Renato Serra quando diceva di Croce – e Cutinelli-Rendina mette la nota frase in esergo – che dietro l’immagine di un napoletano senza gesti si celava un “pensiero ignoto”. Ecco il punto: scrivere della vita di Croce significa capirne il pensiero in cui il tragico, che è presente dall’ “inizio” greco, più che essere composto è mostrato fino a diventare una forma di tutela dalla tracotanza del potere e la difesa della libertà umana che è chiamata a smontare l’ossessione totalitaria insita nella cultura moderna. Una vita filosofica.

Il Corriere della Sera

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#uncaffèconLuigiEinaudi – Alla felicità sulla terra…


Alla felicità sulla terra, se vi è modo di avvicinarla, ci si avvicina col lavoro ordinato e col progresso metodico da Corriere della Sera, 9 novembre 1919 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi – Alla felicità sulla terra… proviene da Fondazione Luigi Einau
Alla felicità sulla terra, se vi è modo di avvicinarla, ci si avvicina col lavoro ordinato e col progresso metodico


da Corriere della Sera, 9 novembre 1919

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Vicinanze


Le scelte da compiersi sono tante, gli aspetti della vita politica sono molteplici, è naturale che esistano differenze fra le forze politiche. Come anche al loro interno, ove non siano delle sette. L’omogeneità e le alleanze sono definite dalle priorità.

Le scelte da compiersi sono tante, gli aspetti della vita politica sono molteplici, è naturale che esistano differenze fra le forze politiche. Come anche al loro interno, ove non siano delle sette. L’omogeneità e le alleanze sono definite dalle priorità. In cima alla lista, oggi, c’è lo schierarsi rispetto all’aggressione russa dell’Ucraina. Subito dopo c’è la stabilità dei conti pubblici, che porta con sé l’inscindibile legame con le istituzioni dell’Unione europea. Non che il resto sia poco importante, ma le priorità sono quelle. È singolare non ci si voglia accorgere di quali siano le conseguenze e quali le opportunità.

Su quei temi la distanza fra le forze di maggioranza è superiore a quella che ne divide talune da altre dell’opposizione. Il che vale anche dall’altra parte. Non è una novità, visto che succedeva la stessa cosa con il governo Draghi, al punto che la forza d’opposizione più premiata dagli elettori, Fratelli d’Italia, era assai vicina, per non dire coincidente, con le posizioni del governo, certamente più di quanto non capitasse a forze della maggioranza.

A chiacchiere sono tutti atlantisti ed europeisti, ma se si guarda allo specifico dell’invio di armi agli ucraini, Fratelli d’Italia è assai vicina al Pd, come la Lega è assai vicina al Movimento 5 Stelle, essendo le due posizioni distanti fra loro. Tanto che il ministro della difesa, Crosetto, ha più volte ripetuto che fino a tutto dicembre potremo inviare armi senza bisogno di voti parlamentari. Che non dovrebbero disturbare chi ha una maggioranza tanto ampia, se non fosse che non è omogenea.

La stessa scena si ripete sui conti pubblici: Fratelli d’Italia (come anche il ministro dell’economia, Giorgetti) s’oppone allo sfondamento dei conti pubblici, mentre la Lega di ristoro & pensione lo festeggerebbe; il che si riproduce all’opposizione, con le stesse corrispondenze di morosi sensi già viste. Nessuno sembra guardare il cruscotto economico, ma c’è un indicatore che è bene fissare nella mente: lo spread. Non perché salga, ma perché è basso. Ciò dimostra che non ha un andamento politico, non sale perché vince la destra, se ne impipa delle colorazioni. Così come sale la Borsa. Ove domani andasse all’opposto non sarebbe per antipatia, ma perché si sarebbero commessi degli errori. Che il mercato non si aspetta.

La stabilità dei conti necessita di sincronia con le istituzioni europee. La sappiamo tutti, compresi quelli che pur di scassare l’Ue sono pronti a scassare l’Italia e i nostri conti. Questo crea delle distinzioni retoriche, ma la sostanza ripropone sempre le stesse distanze e le stesse vicinanze.

Nel mentre assistiamo allo strazio dell’Ucraina, mentre vediamo che la sola via verso la pace è quella che è stata imboccata, con noi occidentali che mandiamo armi per la loro guerra e loro che danno la vita per la nostra, in una sera abbiamo toccato l’incubo dell’escalation e del coinvolgimento diretto, quando il confine polacco, da mesi bombardato, è stato superato.

Nel mentre teniamo aperto l’eterno cantiere delle pensioni si continua a raccontare balle sulla discesa fiscale accompagnata dall’ascesa della spesa, contando solo sul fatto che lo sfondamento del muro del ridicolo non coincida con lo sfondamento dei conti, altrimenti si aprirebbe una corrida in cui saremmo il toro e il torero, comunque il morto.

Mettere a frutto le vicinanze non significa fare alleanze o creare governi. Che non ci saranno. Ma le vicinanze responsabili possono svenarsi nel cercare i temi identitari su cui dividersi, oppure rafforzarsi puntando su quelli che non è detto uniscano, ma almeno sono seri. Come le riforme istituzionali necessarie. L’alternativa è che s’affermino le vicinanze irresponsabili, incapaci di costruire alcunché, ma capacissime di demolire. FdI e Pd prigionieri di quella roba non è un male per loro, bensì per tutti. Sempre che a tenerli prigionieri non siano i loro incubi prenatali e l’incapacità di uccidere i padri e divenire adulti.

La Ragione

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L’Iran e il mistero della nostra disattenzione


L’insurrezione iraniana è entrata in una dimensione totale. La posta in gioco è alta ma tutto questo ci scorre di lato, in un mondo parallelo L ‘insurrezione iraniana, che si era per anni manifestata ciclicamente come protesta di massa seguita da forti on

L’insurrezione iraniana è entrata in una dimensione totale. La posta in gioco è alta ma tutto questo ci scorre di lato, in un mondo parallelo


L ‘insurrezione iraniana, che si era per anni manifestata ciclicamente come protesta di massa seguita da forti ondate repressive, sembra essere entrata in una nuova dimensione, totale e ultimativa. Ma viviamo in un mondo parallelo, si affollano notizie luttuose e drammatiche su molti fronti, così quel che succede in questo paese chiave e fatale della storia contemporanea scorre in una sorta di realtà attenuata fatta di disattenzione.

E’ un fenomeno strano, indecifrabile anche sulla scala della frenetica attività dei media in occidente. Le cose che sappiamo, a parte eccezioni e fonti militanti straordinarie, le sappiamo dai social, le vediamo nei video, le leggiamo nelle pagine esteri dei grandi giornali e le percepiamo in qualche servizio televisivo ben fatto e partecipe della tragedia. Di tanto in tanto qualche celebrità si taglia una ciocca di capelli in segno di solidarietà, perché la protesta nasce oltre due mesi fa in seguito alla morte in caserma di una ragazza, Mahsa Amini, catturata dalla polizia morale per non aver indossato il foulard islamico come si deve secondo le prescrizioni delle autorità.

Ciò che si sa, ciò che letteralmente passa sotto i nostri occhi, è enorme, madornale. La rivolta è vasta, tenace, duratura. Non ha obiettivi intermedi, sarà anche come dicono i riformisti iraniani, “una guerra culturale”, dunque un gesto per definizione minoritario o socialmente identitario, ma si presenta come una rivoluzione contro la Sharia, come una intolleranza di massa verso la Repubblica islamica fondata da Khomeini nel 1979 e guidata dal suo successore Khamenei.

Si estende nella sua radicalità a dozzine di città, investe le strade, le università, i mall, le scuole, si dirige verso obiettivi incendiari, si esprime anche con gesti di ritorsione simbolica contro le acconciature dei mullah i cui turbanti vengono schiaffeggiati per strada, ma in generale è affare serissimo di barricate, blocchi, sparatorie, sassaiole, lancio di bottiglie incendiarie; nel cielo cittadino volano i droni della polizia che controllano i cortei e sputano piombo, una folla enorme prevalentemente di donne, ragazze e giovani si scontra con un apparato repressivo spietato, che è cosa diversa dal concetto rapsodico di abuso dei diritti politici o umani; le cariche sono sanguinose, invadono le piattaforme della metropolitana di Teheran, le bastonature a morte nei portoni sono testimoniate da riprese agghiaccianti. I morti ammazzati sono centinaia, migliaia i feriti, decine di migliaia gli arrestati. Sono erogate le prime pene di morte contro i “nemici di Dio”.

In tutto questo a noi tocca sapere e non sapere, assistere e non avere mezzi politici e istituzionali per agire. Domina una strana opacità. Eppure è universalmente noto che la destabilizzazione del mondo e degli equilibri strategici, fin nel cuore della Guerra fredda, si è iniziata con la rivoluzione khomeinista del 1979. Il ritorno dell’Ayatollah e la presa del potere delle fazioni islamiste è il perno intorno a cui ruota non soltanto lo sconvolgimento del medio oriente, molto di più, è il giro di vite decisivo dello scontro di civiltà cui seguirà la massima proiezione bellica e terroristica del mondo islamista in occidente.

E’ qualcosa che ci riguarda, che fa il peso e compete per importanza con la guerra in Europa, è un fenomeno di vita o di morte per un regime prenucleare, minaccioso e intollerante verso il Grande Satana, eliminazionista quanto a Israele, il fomite dell’antisemitismo di stato, un fulcro della destabilizzazione globale.

E’ in gioco il destino di una Rivoluzione colta, dalla teologia ipersemplificata nelle conseguenze legali oppressive ma sofisticata quanto agli strumenti e al messaggio, sono in gioco le idee di genere, la questione dei costumi e delle minime, decenti libertà del comportamento sociale nel mondo moderno, compreso il canto e l’amore, eppure questo fatto determinante, dirimente, ci scorre di lato, parallelo, come una notizia che non incontra davvero la nostra esperienza e visione delle cose.

E questo è un clamoroso mistero come sono clamorosi i misteri percepibili da tutti nella loro pregnanza e nella loro evanescenza.

Il Foglio

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Giorgia Meloni a Bali: “Il covid è in calo grazie al lavoro dei sanitari e alla responsabilità dei cittadini”


Il covid “è in calo (…). Grazie al lavoro straordinario del personale sanitario, ai vaccini, alla prevenzione, alla responsabilità dei cittadini, la vita è tornata progressivamente alla normalità”. Lo ha detto Giorgia Meloni, a Bali. Il sottosegretario al

Il covid “è in calo (…). Grazie al lavoro straordinario del personale sanitario, ai vaccini, alla prevenzione, alla responsabilità dei cittadini, la vita è tornata progressivamente alla normalità”. Lo ha detto Giorgia Meloni, a Bali. Il sottosegretario alla salute, esponente del suo stesso partito, sostiene l’opposto. Amen. Meloni ha anche detto che “la pandemia ha mostrato la grande fragilità delle nostre società” e che non si deve “cedere alla facile tentazione di sacrificare la libertà in nome della salute”.

Per la verità le democrazie hanno avuto i risultati migliori in termini di vaccinazioni (piuttosto, siamo indietro con la quarta dose) e hanno i migliori sistemi sanitari. Si sono dimostrate resistenti. In quanto alla libertà, seppellito chi la negava, consiste pure nei suoi limiti.

Una teoria della libertà è una teoria dei suoi limiti. Affidati anche, ma non solo, alla responsabilità. L’equilibrio è sempre precario e fallace, ma taluni divieti (ad esempio proibire le droghe) servono a salvarla, la libertà.

La Ragione

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Mastodon non vuole fare la fine di Twitter (intervista a Eugen Rochko)


Wired US ha intervistato Eugen Rochko e Wired.it ce lo propone tradotto.

E io ve lo propongo a voi 😁

Will Knight: Come sono state le ultime due settimane?

Eugen Rochko: Probabilmente la gente preferirebbe sentirsi dire che tutta questa crescita e questo successo sono stati fantastici, ma io preferirei rimanere defilato a osservare. C'è più lavoro, ci sono più guai da risolvere. È molto stressante. Lavoro quattordici ore al giorno, dormo poco e mangio male. Tutto questo coincide con il processo di lancio di una nuova versione del software di Mastodon, su cui c'è bisogno di concentrarsi molto. E poi ci sono anche le richieste della stampa a cui rispondere e gli account sui social media da gestire per sfruttare l'opportunità.

Nonostante le difficoltà, è gratificante vedere che Mastodon è il posto dove arrivano le persone che si allontano da Twitter?

Sì, è stato bello e gratificante a livello oggettivo. Mi piacerebbe rilassarmi e godermi il fatto che così tante persone, anche famose, stanno scegliendo per Mastodon, come per esempio Stephen Fry [attore e comico britannico, ndr]. Purtroppo non ho il tempo di rilassarmi e godermi questo momento. Abbiamo registrato un aumento dei fondi grazie a tutte le nuove donazioni arrivate da Patreon negli ultimi dieci giorni, una cosa senza precedenti.

Cosa ne pensa del tweet in cui Elon Musk recentemente prende in giro Mastodon?

In tutta onestà, per noi è stato molto positivo. È pubblicità gratuita, mentre lui si sta solo rendendo ridicolo. Sono riuscito a malapena a vedere lo screenshot perché lo schermo era sporchissimo, ma credo che stesse prendendo in giro qualcuno che aveva avuto problemi a postare [su Mastodon, ndr] dopo essersi iscritto. Il fatto è che il grande afflusso di nuovi utenti mette ovviamente a dura prova la nostra rete di volontari. Non c'è quindi da sorprendersi se abbiamo difficoltà a gestire il carico di lavoro. È solo una questione di scala. In un momento in cui i server di Mastodon stanno spuntando come mai prima d'ora, ci sono sempre più opzioni a disposizione degli utenti che vogliono iscriversi.

Continua su Wired

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in reply to skariko

Mi fa molto piacere per Mastodon, spero che Eugen riesca ad ottenere fondi a sufficienza per avere un team che lo aiuti almeno con parte del lavoro così che possa rilassarsi un po'. Ha svolto un lavoro grandioso, così come tutte le persone che vi hanno contribuito. È un prodotto di ottima qualità.

#uncaffèconLuigiEinaudi – Tutti, se ci riflettono, sono seguaci della idea liberale


“Tutti, se ci riflettono, sono seguaci della idea liberale; perché essi devono la loro posizione alla libertà, garantita soltanto dallo Stato moderno, di istruirsi, di elevarsi, di lavorare, di associarsi, di lottare.” da Corriere della Sera, 8 novembre
“Tutti, se ci riflettono, sono seguaci della idea liberale; perché essi devono la loro posizione alla libertà, garantita soltanto dallo Stato moderno, di istruirsi, di elevarsi, di lavorare, di associarsi, di lottare.”

da Corriere della Sera, 8 novembre 1919

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