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Social network, #bestemmie e libertà: un'interessante riflessione di @carlogubi su moderazione, fediverso e blasfemia


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Il testo seguente è tratto da una serie di (messaggi pubblicati in sequenza) dall'account mastodon di Carlo Gubitosa, amministratore della istanza mastodon sociale.network.


Come ci regoliamo per le bestemmie su sociale.network?

Premessa: il concetto di bestemmia non è limitato alle ingiurie contro (un) Dio, che io personalmente non utilizzo. E' "bestemmia" (nella prospettiva di alcune culture e religioni) anche l'affresco di Maometto in San Petronio, tante opere creative anticlericali d'arte moderna e di satira, e tante nostre azioni quotidiane come bere birra, mangiare prosciutto, e perfino guidare o scoprire il capo, se sei donna in certi paesi.

#sntutorial

Considerando la #bestemmia nel senso più ampio del termine, l'esercizio della blasfemia può ritenersi un diritto che nasce dalla declinazione di diritti umani inalienabili stabiliti dalla dichiarazione universale dei diritti umani (che è la bussola a cui facciamo riferimento su sociale.network): diritto alla libertà individuale, alla libertà di espressione, alla libertà di culto e di orientamento filosofico e religioso. Ma c'è anche il diritto di non essere molestati per la propria religione.

Come conciliare il diritto alla libera espressione con il diritto a non essere molestati dalla libera espressione altrui? Incoraggiando gli utenti ad esprimersi liberamente, con il rispetto delle espressioni anticlericali, e a usare l'apposita funzione di oscuramento degli altri account per tenere alla larga contenuti percepiti come non rispettosi della propria sensibilità religiosa, politica, filosofica o culturale. Ma questo non significa assenza di limiti o di regole imposte dalla community.

Ad esempio il discorso d'odio su sociale.network non è tollerato nemmeno se si traveste da libera espressione di idee anticlericali. Se la bestemmia è offesa violenta e gratuita che umilia l'interlocutore, la sua sensibilità e la sua cultura, è una prepotenza sgradita, perché la mia libertà di esprimere le mie idee termina dove inizia la libertà del mio interlocutore di non essere molestato per le sue convinzioni. Per i casi controversi basta segnalare i toot agli admin con l'apposita funzione.

In sintesi: Se non c'è diritto alla bestemmia non può esserci democrazia, perché la democrazia è laica e deve consentire tutte le fedi religiose e di conseguenza tutte le bestemmie e le blasfemie.

Sociale.network è una community laica e libertaria.

Se censurassimo solo la blasfemia contro il credo cattolico saremmo una community a connotazione religiosa.

Se censurassimo tutte le blasfemie saremmo una community fondamentalista, che nega ad esempio il diritto esprimere un pensiero in base al quale "l'infibulazione e la circoncisione sono pratiche violente e odiose legittimate da tradizioni primitive", che è una doppia blasfemia, sia per l'islam che per l'ebraismo.

Da una prospettiva laica e libertaria la soluzione adottata su sociale.network per un equilibrio rispettoso dei diritti di tutti è consentire la blasfemia come libera espressione del pensiero senza obbligo di CW, nei limiti del rispetto reciproco e dell'interlocutore, raccogliendo segnalazioni per intervenire su comportamenti molesti, ossessivi e abusivi, senza proibire la blasfemia tout court e invitando chi si sente turbato da espressioni blasfeme a silenziare individualmente chi le condivide.

Appendice: letture CONSIGLIATISSIME sul tema #bestemmia e #blasfemia

Éloge du blasphème
by Caroline Fourest

goodreads.com/book/show/254453…

Niente è sacro, tutto si può dire - Riflessione sulla libertà di espressione
by Raoul Vaneigem

goodreads.com/book/show/117318

Nel primo libro consigliato "èloge du blaspheme" una redattrice di Charlie Hebdo spiega proprio il problema che hanno in Francia, dove alcuni, anche e soprattutto a sinistra, legittimano il fondamentalismo violento in nome del "rispetto delle altre religioni", senza rispettare le libertà e i diritti delle democrazie laiche che includono il diritto alla blasfemia in luoghi e contesti appropriati (le pagine di Charlie Hebdo e non una moschea o una parrocchia).

goodreads.com/book/show/254453

In conclusione, la laicità è la cosa più bella, comoda e pratica del mondo: io ho il diritto di vivere la mia fede senza penalizzazioni e discriminazioni, tu puoi bestemmiare quella fede senza persecuzioni e molestie.

Al contempo, entrambi ci impegnamo al rispetto reciproco e al rispetto di un patto sociale globale (la dichiarazione universale dei diritti umani) che garantisce sia il diritto alla libera preghiera all'articolo 18 che il diritto alla libera espressione blasfema all'articolo 19.

in reply to Poliverso

Eh, ha ragione in pieno. C'è ben poco da aggiungere secondo me.

Personalmente tendo a chiedere di non bestemmiare (intese come la classica bestemmia veneta) più per un fattore di educazione che di rispetto verso i credenti. Chiedere di non bestemmiare per me è l'equivalente di utilizzare un linguaggio consono per una piattaforma adatta a chiunque.

Un ambiente dove tutti bestemmiano e dicono parolacce ad ogni post è un ambiente in cui io personalmente non vorrei stare, più che altro perché quando utilizzate a sproposito (anche le parolacce) perdono di significato e diventano solo gratuite volgarità.

edit: il buon Luttazzi disse: Se non incontri mai qualcosa che ti offende, significa che non vivi in una società libera.

Questa voce è stata modificata (3 anni fa)

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The EU draft law on mandatory chat control, with the supposed aim to tackle child sexual abuse, implies the monitoring & scanning of the communications of citizens – even the securely encrypted end-to-end one!

#softwarefreedom #chatcontrol #EULaw

fsfe.org/news/2022/news-202210…

in reply to Free Software Foundation Europe

there's no link to the proposal itself, nor it's name or number is mentioned in the article. Online search suggests it's not a Directive as suggested by the article but a Regulation, this one eur-lex.europa.eu/legal-conten… ? Maybe update the article with a link to the proposal itself?

Una bussola morale in tempi di disordine e illiberalità


La crisi dell’Occidente ha risvegliato antichi istinti imperialistici. L’Europa c’è, ma non suscita emozioni, non evoca appartenenze. Tutto questo incoraggia le persone, le società e gli stati a logiche e comportamenti illiberali. Mai come oggi si avverte

La crisi dell’Occidente ha risvegliato antichi istinti imperialistici. L’Europa c’è, ma non suscita emozioni, non evoca appartenenze. Tutto questo incoraggia le persone, le società e gli stati a logiche e comportamenti illiberali. Mai come oggi si avverte il bisogno di un metodo politico, di una radice culturale. Un funzione storica per istituzioni come la Fondazione Luigi Einaudi


Un mondo senza ordine, un Paese senza bussola. È questa la realtà che i tempi ci impongono. Siamo, letteralmente, all’Anno Zero. L’Italia esce a fatica da una conclamata crisi di sistema e affronta l’inizio di un ciclo politico nuovo senza che l’offerta politica e l’assetto istituzionale si siano minimamente rinnovati.

Oltre confine regna il caos. È come se i ghiacci della Guerra fredda si fossero scongelati oggi e non nel 1991. Un vecchio ordine è morto, un nuovo ordine non è ancora nato. Le liberaldemocrazie annaspano. Si pubblicano ormai da anni libri in cui autorevoli studiosi descrivono, più o meno minuziosamente, la “crisi del potere” piuttosto che la “crisi della democrazia”, per non dire della crisi “delle vocazioni”.

Di sicuro ad apparire in crisi (di identità) è l’Occidente. E la crisi dell’Occidente ha risvegliato antichi istinti imperialistici. Non oggi, ma nel 2007, Vladimir Putin ha dichiarato guerra ai valori liberaldemocratici su cui si fonda la cultura occidentale, la nostra cultura. Xi Jinping lo ha fatto poco dopo, nel 2012. Con la forza delle armi piuttosto che con la forza dell’economia, l’impero russo e l’impero cinese erodono spazi vitali all’Occidente, mentre la Turchia di Erdogan ricostruisce tassello dopo tassello il vecchio impero Ottomano sotto quelle antiche insegne islamiche che Kemal Ataturk, prudentemente, ripiegò un secolo or sono.

L’Europa c’è; era e resta l’unica possibile salvezza degli stati nazionali europei, e in modo particolare degli stati fragili come l’Italia. L’Europa c’è, ma non suscita emozioni, non evoca appartenenze e vive solo nel momento estremo in cui rischia di soccombere a crisi tanto improvvise quanto globali.

Tutto questo incoraggia le persone, le società e gli stati a logiche e comportamenti essenzialmente illiberali. Un progressivo ritorno allo stato di natura. È presente il rischio che i già colossali problemi interni e internazionali vengano aggravati, per superficialità o per demagogia, sopravvalutando il ruolo dello Stato.

Mai come oggi, dunque, si avverte il bisogno di una bussola “morale”, di un metodo politico, di una radice culturale. Mai come oggi si avverte la penuria di quei fattori che fecero di Luigi Einaudi l’indimenticato “Presidente della ricostruzione”: il realismo, la competenza, l’equilibrio, la predisposizione al confronto, il senso profondo delle Istituzioni, il metodo liberale.

C’è, però, un problema. Quei soggetti cui un tempo era demandato il ruolo di officine della cultura, del ceto e della prassi politica sono tutti, e non da oggi, in crisi. Sono in crisi i partiti politici, sono in crisi i giornali, sono in crisi (di astinenza da oppio) gli intellettuali, sono in crisi i parlamenti, esautorati dai governi e delegittimati dai media. E con il parlamenti è in crisi la Politica tutta.

Tanti vuoti, vuoti di democrazia. Vuoti da colmare.

Mai come oggi, dunque, istituzioni come la Fondazione Luigi Einaudi, di cui sono stato appena nominato Segretario Generale, sono investite di una funzione che non è esagerato definire “storica”: offrire una bussola e indicare una rotta ad una politica sempre più disorientata e ad una società sempre più confusa. Per quanto ci riguarda, lo faremo, al solito, tenendo alto il nome di Luigi Einaudi e attualizzandone gli insegnamenti attraverso studi, convegni, progetti, analisi economiche, politiche e sociali.

HuffPost Italia

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ilCafFLEespresso – L'(in)giustizia penale con Angela Maria Odescalchi


Conducono Massimiliano Annetta e Nicola Galati Un primo commento al DL 162/22 in tema di ergastolo ostativo, rinvio della riforma Cartabia e rave party L'articolo ilCafFLEespresso – L'(in)giustizia penale con Angela Maria Odescalchi proviene da Fondazion

Conducono Massimiliano Annetta e Nicola Galati

Un primo commento al DL 162/22 in tema di ergastolo ostativo, rinvio della riforma Cartabia e rave party

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Diritto e guerra: l’ordine mondiale in crisi


Il presidente della Federazione russa ha messo in chiaro i suoi obiettivi, che vanno ben al di là della conquista di un Paese vicino e riguardano sia la sicurezza dell’Occidente, sia la struttura dell’ordine giuridico costituito dopo la seconda guerra mon

Il presidente della Federazione russa ha messo in chiaro i suoi obiettivi, che vanno ben al di là della conquista di un Paese vicino e riguardano sia la sicurezza dell’Occidente, sia la struttura dell’ordine giuridico costituito dopo la seconda guerra mondiale


C’è qualcosa di singolare nell’aggressione russa all’Ucraina: perché un Paese con un territorio esteso per più di 17 milioni di chilometri quadrati, ricchi di molte risorse naturali, ha mire territoriali su una nazione di dimensioni poco più grandi del 3% del proprio territorio (o su una regione, il Donbass, che ne rappresenta lo 0,3%)? L’evidente sproporzione ha una prima spiegazione nella notizia, data di recente dalla stampa inglese, della rimozione, da parte della Russia, dei resti mortali del principe Grigory Potemkin dalla cattedrale di Kherson.

Kherson è una città fondata nella seconda metà del ‘700 proprio dal potente generale, preferito di Caterina II, che sottrasse anche la Crimea agli Ottomani: per la dirigenza russa non contano — come invece contano per tutto il mondo — i trenta anni di indipendenza della nazione ucraina, dal 1991 ad oggi, bensì conta un passato più lontano, al quale, come ha notato Giuliano Da Empoli nel suo splendido romanzo «Il mago del Cremlino», il presidente della Federazione russa si richiama. Per lui vale quello che scriveva Italo Svevo, che «il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi suonatori»; perciò, il passato «risuona o ammutolisce».

Questo uso politico della memoria storica si nota già nell’articolo 67 della Costituzione russa (come emendato nel 2020 per volontà di Putin), secondo il quale, la Federazione «garantisce la difesa della verità storica». La storia entra a pieno titolo in questa guerra, anche per i frequenti riferimenti che ad essa, in particolare ai suoi momenti di gloria, quelli di Pietro il Grande e di Caterina II, fa Putin, mèmore del fatto che — come scriveva Potemkin alla zarina — «la Crimea con la sua posizione minaccia la nostre frontiere», «la Russia ha bisogno del suo paradiso» e Kherson è «la via per Bisanzio».

A questa prima spiegazione dell’aggressione russa, che sta tra realtà e retorica, se ne aggiunge una seconda, illustrata dal nuovo zar russo in più di una occasione. Nel 2007, alla conferenza di Monaco sulla sicurezza, ha criticato il modello di un mondo unipolare, ritenuto inaccettabile, e l’espansione della Nato, aggiungendo che «la vera sovranità dell’Ucraina è in partenariato con la Russia, perché noi siamo un solo popolo».

Nel 2015, parlando alla 70ª assemblea dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, ha criticato «l’esportazione di rivoluzioni, questa volta cosiddette democratiche», sottolineandone il potenziale conflitto con il principio, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, dell’autodeterminazione dei popoli, lamentando che «un’aggressiva interferenza straniera ha prodotto una distruzione flagrante di istituzioni nazionali», e aggiungendo «non possiamo più tollerare l’attuale situazione del mondo».

Ha, inoltre, criticato la «politica di espansione della Nato e delle sue infrastrutture militari» definendo l’offerta occidentale ai Paesi dello spazio post-sovietico una «scelta ingannevole: essere Occidente o essere Oriente». Nel 2021, a Davos, ha osservato che «l’era dell’ordine mondiale unipolare è finita» e nello stesso anno ha sostenuto l’«unità storica di russi e ucraini». Ha ripetuto queste frasi il 17 giugno 2022 al Forum economico di San Pietroburgo, aggiungendo che «il dominio dell’Occidente non è eterno», che «le istituzioni internazionali si stanno rompendo, stanno fallendo» e che bisogna costruire un «nuovo ordine mondiale».

Gli stessi concetti sono stati ribaditi di recente, il 27 ottobre scorso, al Valdai club di Mosca, dove ha osservato che il periodo di dominazione dell’Occidente è finito, che la Russia non è una semi-colonia e difende il suo diritto di esistere, che l’espansione dell’Alleanza atlantica è inaccettabile e che i russi e gli ucraini sono un unico popolo.

Dunque, il presidente della Federazione russa ha messo in chiaro i suoi obiettivi, che vanno ben al di là della conquista di un Paese vicino e riguardano sia la sicurezza dell’Occidente, sia la struttura dell’ordine giuridico costituito dopo la seconda guerra mondiale.
Quanto al primo aspetto, è quindi bene tener presente che l’aggressione all’Ucraina è un primo passo dimostrativo e che ora, se l’Occidente dà armi agli ucraini, gli ucraini dànno all’Occidente le loro vite.

Quanto al secondo aspetto, non c’è dubbio che l’Organizzazione delle Nazioni Unite e il sistema multilaterale sviluppatosi dalla metà del secolo scorso non riescano a mantenere la pace in una zona cruciale dell’Europa. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato. In questo caso, la forza è stata adoperata da uno Stato, la Russia, nei confronti di un altro Stato, l’Ucraina, che era entrata lo stesso giorno dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche-Urss, il 24 ottobre 1945, nella famiglia delle Nazioni Unite. Si tratta, quindi, di una guerra che oppone, l’uno all’altro, due membri fondatori delle Nazioni Unite. Essa vi ha provocato una doppia contraddizione: nell’Assemblea, il 2 marzo 2022, 141 Stati su 193, con solo cinque contrari e 35 astenuti, hanno condannato l’aggressione russa.

Lo stesso ha fatto il Consiglio di sicurezza, con 11 voti su 15. La Russia ha posto il veto a quest’ultima decisione, mentre quella dell’Assemblea generale non è vincolante. Inoltre, solo quaranta Paesi stanno assicurando aiuti militari, o finanziari, o umanitari all’Ucraina. Un altro segno del fallimento del diritto internazionale è costituito dalla inerzia dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa-Osce e dalla inefficacia delle iniziative di ben tre tribunali internazionali, la Corte internazionale di giustizia, la Corte penale internazionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo. Infine, la guerra russo – ucraina mette in dubbio l’idea kantiana che vedeva nello sviluppo della cooperazione commerciale un mezzo per assicurare uno sviluppo pacifico del mondo.

L’inerzia o l’inefficacia di tante istituzioni richiede una riflessione sulla crisi dell’ordine giuridico mondiale, una riflessione che non può fermarsi solo per la capacità delle democrazie di essere efficaci in battaglia (come notato da David Lake, in «Powerful Pacifists: Democratic States and War», nell’«American Political Science Review» del 1992, con considerazioni riprese da Filippo Andreatta in una interessante relazione tenuta all’Arel il 31 maggio 2022) o per la circostanza che, a differenza di quello che è successo alla Russia nel ‘700, quando le fu più facile inghiottire la Polonia che digerirla (secondo la brillante formula di Jean-Jacques Rousseau), oggi la Russia non riesce neppure a inghiottire l’Ucraina. Non dimentichiamo che un quinto delle frontiere terrestri dell’Unione Europea, 2250 chilometri, che riguardano cinque Paesi (Finlandia, Estonia, Lituania, Polonia e Lettonia), sono comuni con il territorio della Federazione russa.

Il Corriere della Sera

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‘A livella


Uguali da morti L’uguaglianza può non essere una bella cosa. <<Ccà dinto, ‘o vvuo capi, ca simmo eguale? …/Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io>>. Il 2 novembre non si può non dedicare un pensiero ad Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commeno Porfiroge

Uguali da morti


L’uguaglianza può non essere una bella cosa. <<Ccà dinto, ‘o vvuo capi, ca simmo eguale? …/Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io>>. Il 2 novembre non si può non dedicare un pensiero ad Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, in arte: Totò (in realtà nacque Antonio Vincenzo Stefano Clemente, poi adottato dal marchese). Una sua poesia, forse la più bella e intensa, s’intitola “’A livella”. Incaricò un netturbino, <<’o scupatore>>, di spiegare al marchese che <<staje malato ancora e’ fantasia>>, che è inutile si senta un gran signore e lo disprezzi perché fa lo spazzino: la morte rende uguali.

Prima della morte, però, siamo diseguali. Il gusto per la vita, quindi, è un ulteriore motivo per amare la diseguaglianza. S’usa dire il contrario, per posa e falsa bontà, ma non è vero. E neanche bello. Anzi, sarebbe bruttissimo. Siamo uguali davanti alla legge, lo siamo nei diritti e nei doveri di cittadinanza (si faccia la cortesia di non dimenticare i doveri, perché senza quelli i diritti sono una diceria per gonzi). Per il resto siamo diversissimi l’uno dall’altro. Evviva. Pensa che noia parlare o giocare con uno uguale a me. Un incubo se fossero anche numerosi.

Il punto è: quindi solo morendo il marchese e lo spazzino diventano uguali? Brutto mondo, sarebbe. A parte che Totò, nato povero ai quartieri spagnoli e morto con quella sfilza di nomi, sarebbe la dimostrazione del contrario, ci sarà pure un modo per cambiare le cose senza passare per la burletta del blasone. C’è: la meritocrazia. Solo una sinistra deficiente può pensare che si debbano difendere gli ultimi dalla meritocrazia, perché quello è un modo per lasciarli ultimi fino al trapasso, sperando in un’uguaglianza cimiteriale peraltro negata da chi sostiene ci si divida anche colà.

Non solo lo spazzino deve potere soppiantare il marchese, ma il figlio dello spazzino deve potere far mangiare la polvere a quello del marchese, cosa che potrà avvenire solo se il vantaggio di partenza del ricco titolato avrà un peso inferiore alla selezione che si opera a scuola e, quindi, nel mercato che si apre dopo. Esattamente: selezione.

Se si cede alla trappola sociofilosofica che nessuno strumento di valutazione è sì buono da stabilire chi sia bravo e chi no, o in quella socioepigenetica che i privilegiati generano privilegiati, o in quella sociolassista che dischiude il campo al sociaccattonaggio del mantenimento degli ultimi per evitare che venga loro voglia di soppiantare gli avvantaggiati, uno solo sarà il risultato: ’o scupatore resterà scupatore e metterà al mondo uno scupatore.

Ma siamo a posto, ora c’è la destra al governo, quella che ha sul gozzo il ’68, quindi avanzerà il merito. Lo hanno messo anche nel nome del ministero. Magari, ma non è così. La destra in quel ministero c’è già stata ed ha fatto accordi con i sindacati. Il merito non è uno slogan, ma una pratica. Che non si può verificare se non si comincia dalle cattedre. Fate il conto di tutti quelli (sessantottini immaginari e multicolori) che chiesero a gran voce la stabilizzazione dei “precari” e toglieteli da quanti sono credibili quando parlano di merito. Non ci rimane quasi nessuno.

Per praticare il merito fra i banchi bisogna farlo valere anche nella carriera e retribuzione dei docenti. Per conoscerlo si devono misurare i risultati, seguendo il “prodotto”, ovvero gli studenti. Una scuola che promuove tutti e quelli in difficoltà se li perde per strada non è né lassista né classista: è inutile.

Vedo che si moltiplicano le geremiadi sul costo degli studi. Altra sciocchezza: sono quelli per gli alloggi e trasporti, non per gli studi. L’Italia è piena di borghi fenomenali che potrebbero diventare campus meravigliosi e attrarre studenti da rutto il mondo. Ma in cattedra ci metti quelli bravi e con un contratto annuale, non il cugino del preside con un contratto a vita.

La diseguaglianza è vita, se basata sulle capacità. Negarla è da necrofori del pensiero. Buon 2 novembre.

La Ragione

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Premio “Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare”


La Fondazione Luigi Einaudi è lieta di invitarvi a seguire la diretta del Premio “Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare” sulla nostra pagina Facebook e sul nostro canale YouTube. Dopo il successo dell’iniziativa “Il CafFLE letterario celebra Dan

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La Fondazione Luigi Einaudi è lieta di invitarvi a seguire la diretta del Premio “Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare” sulla nostra pagina Facebook e sul nostro canale YouTube.

Dopo il successo dell’iniziativa Il CafFLE letterario celebra Dante: Amor c’ha nullo amato” – nata grazie al patrocinio della Regione Lazio – a seguito dell’interesse mostrato dai molti studenti delle scuole secondarie superiori coinvolte, la Fondazione ha deciso di proseguire la sua collaborazione con gli autori Monaldi & Sorti ospitando sui propri canali social la cerimonia di premiazione.

Il premio nazionale di street theatre “Ahi serva Italia! – Dante visto da Shakespeare”, basato sull’omonimo romanzo di Monaldi & Sorti (Solferino Editore), si è svolto nell’estate 2022 coinvolgendo nella fase finale dieci regioni italiane: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Calabria e Sardegna.

Patrocinato tra gli altri dalla Società Dante Alighieri e dalla Fondazione Luigi Einaudi, e sostenuto da testimonial come Pupi Avati e Monica Guerritore, l’evento ha coinvolto decine di artisti ottenendo grazie alla comunicazione di Solferino Libri una fortissima risonanza mediatica. Per ulteriori dettagli, cfr. in fondo i link a TV e stampa.

La premiazione avverrà il 3 novembre 2022, alle ore 19.00. Sarà possibile seguire la diretta sulla nostra pagina Facebook e sul nostro canale YouTube.

La triade premiata a pari merito è costituita da tre ensemble:


– Duo Tatoli-Venarucci per l‘esibizione CUORI IN FIAMME – Storia della tragica amicizia tra Dante e Guido Cavalcanti (26 e 27 agosto, Montecatini Val di Cecina e Sarzana).

– Trio Maoddi-Vargiu-Zamuner per l’esibizione SPIRITO DEI SOGNI D’AMORE – Piccarda nel cuore di Dante (Cagliari, 1° settembre).

– Il cantastorie Daniele Mutino, con il gruppo I Musici della Storia cantata, per l’esibizione GUITTI E GUERRA – Pirro e Priamo tra Dante, Virgilio e… Amleto (Colle Sannita, BN, 20 agosto).

Per la categoria giovani:


I Giovani di Casa Shakespeare, per l’esibizione RECITA DI MESSER APULIESE E DE’ SUOI JULLARI – Alla presenza dell’autore Messer Alighieri (Verona il 12 agosto).

Premi monotematici:


Tematica femminile: Trio Le Donne della Commedia, per l’esibizione LE DONNE DELLA COMMEDIA SI RACCONTANO – Francesca, Piccarda e… Gemma (Firenze, 8 agosto).

Sceneggiatura: Elisabetta Fiorito, per l’esibizione CONTE UGOLINO – Dall’Inferno ad Amleto (Roma, 31 agosto).

Rassegna Stampa:

Giornali online:
Video:

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Ostativo


Talora si resta prigionieri della propria propaganda e per uscirne, una volta assunta la responsabilità di governare, si prova a imboccare la porta dell’ovvio, del resto già imboccata dal Parlamento all’unanimità, salvo vedersela sbarrata dallo scioglimen

Talora si resta prigionieri della propria propaganda e per uscirne, una volta assunta la responsabilità di governare, si prova a imboccare la porta dell’ovvio, del resto già imboccata dal Parlamento all’unanimità, salvo vedersela sbarrata dallo scioglimento anticipato. Sicché si riparte da quel che vedemmo quando la Corte costituzionale stabilì l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo.

La Corte aveva avuto pietà. Forse sbagliando. I ritardi del legislatore sono talmente tanti, prodigo di leggine e con il braccino corto sulle riforme, che la Corte aveva accordato tempo, solo annunciando che, in assenza di fatti, sarebbe arrivata l’abrogazione. Perché l’ergastolo ostativo è incostituzionale, nonché contrario a un paio di trattati internazionali che regolano i diritti umani. Quando aveva funzioni di commentatore e giurista, l’attuale ministro della Giustizia, Nordio, lo definiva <<un’eresia>>. Sarebbe strano vederlo nei panni dell’eresiarca.

Ergastolo significa “a vita”. Si può essere condannati all’ergastolo solo per avere ucciso (e non in tutti i casi). Hai preso una vita, darai la vita. Che senza pena di morte significa carcere a vita. Già in questo la pena non è proprio coerente con il dettato costituzionale, perché la pena ha un ruolo remunerativo, correlato al danno arrecato, ma deve anche <<tendere alla rieducazione del condannato>> (art. 27). Quel <<tendere>> lascia margini, non mancando i non rieducabili. Se la pena è a vita, però, non significa che si debba necessariamente crepare dietro le sbarre.

Il detenuto vi si trova da ventisei anni, si valuta non abbia più pericolosità sociale, la rieducazione ha funzionato, allora si potrà decidere, sempre a cura del magistrato, la liberazione anticipata, come già gli erano stati concessi dei permessi, magari un lavoro fuori e rientro in carcere la sera. Non ha diritto automatico ad avere quei benefici, ma ha il diritto di chiederli.

Il 4bis della legge sull’ordinamento penitenziario (leggetelo, anche solo guardatelo, per capire come si legifera, con i comma “quinques”…), considerato incostituzionale, nega non il primo diritto, che non esiste, ma il secondo: chi è condannato all’ergastolo ostativo non può chiedere alleggerimenti della pena, dovendo prima avere collaborato con la giustizia.

La pietà della Corte ha prodotto due cortocircuiti: 1. quella che è materia parlamentare diviene, per la fretta, governativa; 2. la destra contraria alle depenalizzazioni e la cui propaganda considerava la civiltà della pena un cedimento ai criminali, avendo scelto un ministro della Giustizia che la pensa all’opposto, ora si trova questa roba fra le mani.

È evidente, non solo per l’ergastolano, che se hai legami attivi con organizzazioni criminali i permessi te li scordi. Conservi la tua pericolosità. Non per trastullo la decisione spetta al magistrato e non a un computer che computa i tempi. L’errore consiste nell’avere scritto che per determinati reati si possono concedere benefici: <<solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia>>.

Perché può ben esistere il caso di chi ha ammazzato in collaborazione con altri, trenta anni prima, si è sempre rifiutato di indicare i complici e comunque ha perso pericolosità sociale. Mentre può esistere chi ha fatto i nomi di tutti i rivali, s’è tenuto quelli dei veri soci ed è pericolosissimo. E, ancora, la decisione spetta al magistrato.

Quindi l’idea che cancellare l’ostativo sia un “liberi tutti” è falsa. Come è falso che sia un piacere agli assassini. Lo è, semmai, alla civiltà del diritto. Ed ecco la via d’uscita, che porta in un vicolo buio: cancellare la condizione della collaborazione, inaccettabile e incostituzionale, mantenendo l’ovvio della pericolosità. Solo che si torna alla casella di partenza: quali i criteri per la pericolosità? Perché se ci si infila la non collaborazione si sta pestando l’acqua nel mortaio.

Morale (si fa per dire) la sola riforma sul tavolo, quella Cartabia, è stata rinviata (di poco, ma rinviata), mentre questa è una pezza. Nordio era contro le pezze. Benvenuto nel difficile mondo del governare.

La Ragione

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Quel lungo silenzio


Nulla di più normale che sentire professori universitari meravigliarsi per il fatto di avere tanti studenti usciti dai licei poco preparati. La loro meraviglia dipende dal fatto che si sono sempre disinteressati di quanto è accaduto e accade nella scuola

Nulla di più normale che sentire professori universitari meravigliarsi per il fatto di avere tanti studenti usciti dai licei poco preparati. La loro meraviglia dipende dal fatto che si sono sempre disinteressati di quanto è accaduto e accade nella scuola italiana.


Come nei gialli: chi è il colpevole? Come è stato possibile arrivare a un punto di tale degradazione delle idee circolanti sulle nostre istituzioni educative che persino l’ovvia, banalissima tesi secondo cui la scuola deve basarsi sul merito, scatena proteste e contestazioni? È troppo facile cavarsela dicendo: la colpa è dei politici. In democrazia i politici rispondono alle pressioni e alle domande dei cittadini e dei gruppi organizzati. Chi non ha fatto le pressioni che avrebbe dovuto fare per garantire al Paese, nel corso degli ultimi decenni, scuole di qualità, ossia scuole che premino lo studio, la fatica di imparare (senza fatica non si impara mai nulla) e, per l’appunto, il merito?

I colpevoli si annidano in una particolare categoria sociale, composta da coloro che fanno un lavoro intellettuale, che si considerano o vengono considerati intellettuali. I più colpevoli di tutti sono gli appartenenti alla élite culturale, quelli che occupano le posizioni di vertice nella suddetta categoria. Le eccezioni sono davvero poche. Vi è mai capitato, ad esempio, di sentire il vincitore di un premio letterario lamentare le condizioni della scuola? Scienziati e scienziate hanno sempre stigmatizzato il disinteresse generale per la scienza ma di scuola non hanno quasi mai parlato. Idem per quanto riguarda quasi tutti gli altri protagonisti della vita culturale.

Nulla di più normale che sentire professori universitari meravigliarsi, come se fossero appena arrivati da un altro pianeta, per il fatto di avere tanti studenti usciti dai licei assai poco preparati. La loro meraviglia dipende dal fatto che si sono sempre disinteressati di quanto è accaduto e accade nella scuola italiana. Quasi nessuno dei veri o presunti intellettuali di questo Paese ha mai mosso un sopracciglio, qualunque cosa facessero in materia scolastica sia i governi di sinistra che quelli di destra. Nessuno di loro protestò, ad esempio, quando, sotto dettatura sindacale, venne introdotto il modulo dei tre maestri nella scuola elementare: non per migliorare la didattica ma per ragioni occupazionali.

E nessuno di loro fiatò quando un governo di destra (ma col voto favorevole dell’opposizione) eliminò gli esami di riparazione colpendo e affondando uno degli ultimi baluardi sopravvissuti a difesa del merito. Mai nessuno scandalo nella suddetta élite, mai un manifesto di protesta, ad esempio, di fronte a certi disastrosi risultati dei test Invalsi. O a causa degli ormai tradizionali finti cento (a pioggia) negli esami di maturità. A loro volta, conseguenza del fatto che il diritto costituzionalmente sancito all’istruzione è stato creativamente reinterpretato come diritto alla promozione. Quelli che avrebbero dovuto esercitare pressioni sulla politica in difesa della qualità della scuola non lo hanno mai fatto.

I sociologi della domenica, sui quali, evidentemente, la parola «merito» ha lo stesso effetto di un drappo rosso per un toro, sostengono che, in nome del principio di uguaglianza, le «condizioni socio-economiche» imporrebbero di non tenere conto, in tante circostanze, del rendimento scolastico in tema di promozioni e bocciature. Ci sarebbe «ben altro» da considerare. Argomentazioni inconsistenti. Come ha benissimo scritto Ernesto Galli della Loggia (Corriere del 27 ottobre). Coloro che fingono di preoccuparsi degli alunni economicamente e socialmente svantaggiati sono in realtà i loro peggiori nemici.

Un giovane di famiglia benestante se la caverà comunque anche se non ha frequentato una scuola di qualità. Un giovane che proviene da ambienti disagiati può migliorare la sua sorte solo se frequenta una scuola che lo obblighi a coltivare gli studi con la fatica, la disciplina e l’impegno necessari. In un posto dove il merito è secondario, nessuno è incentivato a studiare duramente. E le possibilità di ascesa sociale si bloccano. I vecchi comunisti questa cosa la capivano benissimo. Pare che non sia il caso di ampia parte della sinistra ufficiale di oggi.

I sociologi della domenica sono solo l’avanguardia. Hanno dietro di loro armate forti e coese: i sindacati della scuola quasi al completo. Perché il disinteresse dell’élite culturale ha fatto sì che i politici scegliessero la via più comoda, quella di minor resistenza, finendo per «appaltare» il governo della scuola ai sindacati (o, più precisamente, a una alleanza fra burocrazia ministeriale e sindacati).
Da decenni la scuola è principalmente una macchina che serve per assorbire occupazione, non per dare una buona istruzione agli alunni. La politica, incoraggiata dal disinteresse della élite culturale, si è sempre preoccupata solo di riempire le caselle, di piazzare personale insegnante (quale che fosse la preparazione dei reclutati) dentro le scuole. Non si è mai occupata — i sindacati non lo avrebbero mai permesso — della qualità degli insegnanti e dell’insegnamento. E questo è il risultato.

Intendiamoci: ci sono, nella scuola italiana, a dispetto dei santi, molti docenti bravissimi che fanno con passione il loro lavoro. La loro esistenza però è un fatto straordinario, un vero e proprio enigma, si può dire. Quei docenti esistono nonostante le consolidate cattive politiche scolastiche. Quei bravi docenti solo raramente hanno la fortuna di lavorare in un istituto complessivamente buono. Più spesso, vivono fianco a fianco (e a parità di stipendio) con colleghi mediocri, talvolta pessimi, e comunque demotivati.

Le alzate di scudo preventive contro il merito, sono spiegabilissime. Perché chi volesse davvero affrontare questo problema dovrebbe occuparsi anche della qualità dell’insegnamento. Ossia, degli insegnanti. Per esempio, dovrebbe creare carriere su basi meritocratiche. Un tentativo in questa direzione lo fece tanti anni fa il ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer. Venne subito fermato dalla dura reazione della Cgil-scuola. Auguri al ministro competente se vorrà mettere le mani dentro quella tagliola.

Resta un mistero. Da dove deriva il disinteresse di gran parte dell’élite culturale per lo stato dei processi educativi in Italia? Snobismo? L’idea che l’intellettuale non possa perdere tempo con simili quisquiglie dovendo egli occuparsi di cose ben più elevate ed importanti? Non è chiaro. Ma lo è il fatto che se l’élite culturale di un Paese si disinteressa della qualità dell’istruzione, sono autorizzati a disinteressarsene anche gli altri. In tutto ciò, possiamo dire, non c’è molto «merito».

Il Corriere della Sera

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Franca Porciani – Cavour prima di Cavour


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Marcia


Non digerita Il ricorrere del centenario della marcia su Roma, all’indomani dell’insediarsi di un governo di destra, può indurre alla peggiore tentazione: parlare di ieri per farlo pesare oggi. Invece si deve parlarne guardano al futuro. Frugando nella no

Non digerita


Il ricorrere del centenario della marcia su Roma, all’indomani dell’insediarsi di un governo di destra, può indurre alla peggiore tentazione: parlare di ieri per farlo pesare oggi. Invece si deve parlarne guardano al futuro. Frugando nella nostra storia per agguantarne la parte viscida e ripugnante, che non ha cessato d’essere presente. Quindi liquidiamo subito il presente, per poi passare a quel che conta: il permanente.

Sostenni, come altri, che l’eventuale vittoria elettorale della destra non sarebbe stato il preludio ad alcun regime. Destra e sinistra si sono reciprocamente rimproverate, per lustri, di volerne costruire uno, dimostrando solo di non avere altri argomenti da spendere. Dopo l’esito elettorale, il 16 di ottobre, giorno in cui, nel 1943, gli italiani ebrei furono rastrellati a Roma e inviati alla morte, sorte che subirono tanti altri, tutti traditi come nostri concittadini e non pochi di loro traditi anche come fascisti, l’onorevole Meloni disse due cose:

  • quella vergogna non si cancellerà mai;
  • la sua matrice era nazifascista.

Nel discorso parlamentare per la fiducia, il 24 dello stesso mese, aggiunse di non avere mai avuto alcuna simpatia per le dittature, fascismo compreso. Magari poteva dirlo prima. Si può non condividere una parola di quel che dice e non una cosa di quelle che farà, ma su quel delicato fronte considero chiusa la partita che la riguarda. Ma non lo è per l’Italia e non lo è per il tempo successivo al regime fascista, che svergognò e distrusse la Patria.

Non lo è perché aveva capito tutto un giovane, che oggi considereremmo quasi un ragazzino, uno che ebbe il coraggio di opporsi e che fu massacrato dai picchiatori fascisti, causandone la morte: Piero Gobetti. Vide che il fascismo era <<l’autobiografia della Nazione>>. E una biografia non si cambia, come non si cambia la storia. L’Italia è cambiata, siamo molto più ricchi, viviamo bene come mai si visse, in salute e longevità come mai prima, ma anche il non saperlo riconoscere è segno che il dna non è cambiato.

Il fascismo fu violenza anche prima di divenire regime, fu violenza prima della marcia su Roma, fu violenza e omicidi anche prima dell’assassinio di Giacomo Matteotti (che non fu eliminato perché oppositore, ma perché aveva le carte che dimostravano la corruzione di Mussolini, dalle cui tasche non caddero soldi, quando morì, sol perché li aveva messi altrove). Ma, a parte le varie e caleidoscopiche origini, il fascismo non fu solo violenza. Non con quella conquistò un consenso vastissimo, di cui la nostra biografia resta colpevole. Fu dell’altro.

Dobbiamo a Carlo Emilio Gadda una descrizione, contemporanea, che lo rende italico nel suo sudiciume morale. Descrisse Mussolini, allora acclamato quale “duce”, secondo i grotteschi dettami dannunziani, quale <<Priapo Maccherone Maramaldo>> e anche <<Gran Somaro Nocchiero>>. Un demagogo somaro e maramaldo.

I suoi accoliti entusiasti non erano patrioti ma: <<Li associati a delinquere cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onte e stuprare l’Italia, e precipitarla finalmente in ruina>>. Li vide nella loro crassa miseria immaginando il funerale di un loro camerata, ove, dopo avere urlato <<presente!>>, neanche finito il rito: <<che già e’ siedevano a tavola, co’ i’ grifo sui maccheroni. Da imbrodolarsi il grugno di tutte salse>>.

L’Italia invidiosa e rancorosa, sedotta per potere tradire, vile con chi può aggredire senza doverne avere il coraggio, rabbiosa con chi sa perché pregna d’ignoranza. Quella roba c’è ancora. Assieme all’altra, certo. Ma c’è.

Non ci sono ex gerarchi fra i viventi e, del resto, la Costituzione ne stabilì l’esclusione dalla vita politica per cinque anni. Scaduti nel 1953. Ma ci sono quelli che tengono il testone del Priapo Maccherone Maramaldo, allevati nel culto del falso e, quindi, dell’avversità alla libertà e alla democrazia. La loro colpa, che c’è ed è grande, non è connivenza con il regime, che non vissero, ma con la sua tarocca apologia, che perpetuarono. E facendolo aizzarono una manica d’assassini neri che se la videro con gli assassini rossi, parimenti allucinati, parimenti nemici della democrazia, parimenti avversi alle democrazie occidentali. E questa è storia ancora marcia. Nel senso di marcita. Ancora da digerire, perché i presenti in quella crebbero.

La Ragione

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Non diamoci del tu – La Ragione


Sembra essere una fissazione che ha colto un gruppo di giuristi, di osservatori della vita collettiva, di cittadini. Chissà perché ne parlano con ossessiva ripetitività. Invece si tratta di un principio elementare, financo banale, considerato ovvio in tut
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Recensione "Non diamoci del tu" su La Ragione

Sembra essere una fissazione che ha colto un gruppo di giuristi, di osservatori della vita collettiva, di cittadini. Chissà perché ne parlano con ossessiva ripetitività. Invece si tratta di un principio elementare, financo banale, considerato ovvio in tutti gli Stati di diritto che popolano il pianeta.

È del tutto ovvio che l’attaccante della squadra avversaria non possa anche essere l’arbitro della partita, ma neanche può esserlo l’attaccante della mia squadra. Se l’arbitro veste una maglia diversa da tutti gli altri non è perché non sia umano, non ami lo sport o, in cuor suo, non sia appassionato di questa o quella squadra, ma perché svolge un ruolo che non può essere collegato a nessuna delle due parti del campo.

Altrimenti la partita è truccata. E nella giustizia italiana, senza la separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, la partita è truccata. Il libro ricostruisce minuziosamente le origini di questa aberrazione sottolineando, fin dal titolo, non solo che non c’è colleganza simile a quella italiana in nessun altro sistema giudiziario civile, ma che fra le due funzioni non può esistere neanche confidenza, comunanza di vita.

Non devono darsi del “tu”. Figuriamoci essere parte della stessa corporazione, avere lo stesso sindacato, votarsi l’un l’altro per eleggersi al Consiglio superiore della magistratura o alla guida del sindacato stesso. Il libro nasce anche con una circostanza fortunata: terminato e andato in stampa prima delle elezioni del settembre 2022, nel tempo che ci ha messo per arrivare in libreria il prefatore, Carlo Nordio, è divenuto ministro della Giustizia.

E nella prefazione Nordio scrive che quella colleganza rientra in un patologico elenco di disfunzioni, fra le quali: «l’obbligatorietà dell’azione penale, l’abuso della custodia cautelare, l’autoreferenzialità e irresponsabilità dei magistrati, via via fino alla chiusa obbligatoria della lentezza dei processi».

Come a dire che se non si rimuove quell’origine è escluso si rimuovano i guasti che ne derivano. Non si tratta, quindi, di una morbosa fissazione di taluni, ma della necessaria riforma senza la quale la giustizia resterà funzione e servizio di una corporazione chiusa e prepotente, anziché servizio ai cittadini e alla convivenza civile.

La Ragione

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Frusciante


Polemiche accese per la soglia del limite al contante. In molti lo vogliono più alto, anche per questioni di libertà. Si tratta, però, di una discussione inutile… Scoppia subito la polemica sul limite all’uso del contante. Quanto deve essere? Lo vogliamo

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Polemiche accese per la soglia del limite al contante. In molti lo vogliono più alto, anche per questioni di libertà. Si tratta, però, di una discussione inutile…


Scoppia subito la polemica sul limite all’uso del contante. Quanto deve essere? Lo vogliamo più alto. È una questione di libertà. Favorisce l’evasione fiscale.

Ecco, temo sia, in grandissima parte, una discussione totalmente inutile. La pressoché totalità delle persone normali nemmeno lo sanno qual è il limite all’uso del contante, perché siamo in una stagione nella quale chiudono le filiali delle banche e chiudono anche i bancomat.

Con il pagamento elettronico si fa prima, è più sicuro, se ti rubano il portafoglio ti hanno rubato un pezzo di plastica e basta bloccare la carta. A quant’era sto benedetto tetto del contante? Nel 1991, quando ancora c’era la Lira, era 20 milioni. Nel 2002, con l’euro, erano 12.500. Poi è sceso a 5000, 2500, 1000, 3000, 2000. Adesso è 2000, ma dal primo gennaio dovrebbe essere 100.

Ma chi riesce a ricordare tutte queste cose? Soprattutto, considerato che sono praticamente scomparse dalla circolazione e non vengono più prodotte le banconote da 500, il taglio più grosso che normalmente si usa è 50, uno che gira con 5000 euro nel portafoglio è un soggetto strano.

Allora cerchiamo di ragionare sui fatti reali: qualsiasi limite all’uso del contante si riferisce alle transazioni lecite, perché le transazioni illecite saranno comunque fatte in nero, a prescindere dal limite. Ad esempio, se vado a comprare la cocaina, è difficile che io faccio il tracciamento del pagamento perché è un “negozio” illecito e, quindi, avverrà tutto di nascosto.

Se ho deciso di comprare casa, pagando una quota in nero, cioè in evasione fiscale, non è il limite all’uso del contante che mi spaventa ovviamente, perché sto organizzando un’evasione fiscale di enormi dimensioni. Quello influisce zero.

La grande differenza è tra mettere o non mettere un limite all’uso del contante, perché una volta che lo si è messo, per la stragrande maggioranza delle persone normali, che sia 2000 o sia 5000 è lo stesso.

Il tema è se posso fare anche transazioni importanti in contanti. Ci sono Paesi europei come l’Austria, l’Irlanda, la Germania e il Lussemburgo dove non c’è alcun limite all’uso del contante. Posso comprare direttamente l’appartamento cash. Ma attenzione! Sono Paesi dove è comunque obbligatoria l’identificazione di chi sta pagando. Bisogna fornire un documento di riconoscimento e il pagamento viene tracciato.

Dunque, la differenza non sta nel limite o nel non limite, sta nel sistema fiscale. Il tracciamento delle transazioni non c’è dubbio che faccia diminuire l’evasione fiscale. Ma per me che pago è la stessa cosa. Se pago 100 euro con la carta o in contanti, pago sempre 100 euro. La differenza la fa chi incassa, che potrebbe essere in evasione fiscale.

Dice la Meloni – quindi un governo di destra – che bisogna perseguire i grandi evasori. È la stessa posizione di rifondazione comunista di qualche anno fa, secondo cui anche i ricchi devono piangere. Certo che esistono i ricchi evasori, non c’è dubbio. Ma la maggior parte dell’evasione è la sommatoria di tutta la piccola evasione.

Peraltro è prevista la galera per il grande evasore, mentre per chi non fa lo scontrino è prevista la multa. Secondo voi perché? Perché sono due cose totalmente diverse.

Cosa è utile fare? Intanto è utile tenere bassissimi i costi delle transazioni digitali. Anche prelevare o depositare soldi in banca costa, non è gratis. L’importante è che le transazioni digitali costino meno del prelievo di contanti. Le banche dati devono essere interoperabili, in modo da scoprire gli evasori anche con i consumi e deve essere garantita totalmente la privacy: cioè quello che spendo sono affari miei, salvo che per qualche ragione non intervenga il giudice penale.

Fuori da questo l’intera discussione è totalmente priva di senso.

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Varata


Terminati i tripudi elettorali, superato il passaggio al Colle, esauriti i voti parlamentari preliminari, la nave governativa è varata, si smonta l’imbandieramento e si passa ai fatti. Dire di volere essere giudicati da quelli è una cosa, produrli un’altr

Terminati i tripudi elettorali, superato il passaggio al Colle, esauriti i voti parlamentari preliminari, la nave governativa è varata, si smonta l’imbandieramento e si passa ai fatti. Dire di volere essere giudicati da quelli è una cosa, produrli un’altra.

Se si sostiene di volere rispettare il diritto dei profughi ad essere accolti, al tempo stesso impedendo gli ingressi illegittimi, posto che il sistema produttivo ha fame di lavoratori, ci si deve dotare degli strumenti per distinguere e decidere. Ricordando che per l’immigrazione “normale” è necessario si facciano decreti-flussi adeguati.

Meloni ha indicato la formula migliore: centri di raccolta e identificazione prima della partenza. Sarebbe meglio se in aree extraterritoriali, che alcune di quelle zone sono teatro di guerre. Sarebbe meglio ancora se a cura dell’Unione europea. Ma se, fin qui, non si è riusciti a fermare i trafficanti alla partenza non è per ragioni oscure, ma perché difficile. Servono accordi con i Paesi coinvolti. Già solo in Libia significa parlare più con le tribù che con i governi. Roba da politica estera, non da prefetto.

Se si afferma che il gas dall’Adriatico va preso, si rientra nel campo dell’ovvio. Vista la condizione. Ma non è che l’ovvio non sia stato fatto perché si volesse far da spalla agli speculatori, bensì perché chi oggi lo propone (Meloni compresa) era contrario. Con tanto di aizzamento della deprecata (ora) “Italia del No a tutto”. Bene, ma il fatto non è dirlo, è assegnare concessioni e avviare i lavori.

A volere la rete pubblica di telecomunicazione Meloni non è la prima. Ci provò anche Renzi e prima di lui altri. Risultato: soldi buttati. A questo giro sarebbero incassati dagli attuali proprietari. Passare ai fatti significa:

  • stabilire le regole del gioco;
  • chiarire se le reti in concorrenza rimangono o devono essere unificate e come;
  • indicare i criteri di valutazione, giusto per non pagarle come se fossero preziose, laddove talune sono scassate;
  • informare il mercato su cosa succede se un proprietario non intende vendere o negoziare.

Dal discorso presidenziale è stata espulsa la flat tax, preferendo l’italiano: tassa piatta. Ma quelle delle campagne elettorali non erano flat e quella del discorso non è piatta. Sono aliquote nuove e aggiuntive, riferite a circostanze particolari. Il sistema fiscale si complica anziché semplificarsi.

In quanto alla “tregua” fiscale, pur avendo una coloritura più tenue della “pace” da altri proposta, si dovranno definire i termini di quella roba che, in italiano, si chiama: condono. Che è sempre una pernacchia fatta agli onesti e puntuali, che si sopporta se accompagnata da innovazioni sistemiche, mentre resta sberleffo se attuata per far cassa e scassare la credibilità statale.

Evviva la fine dell’epidemia di bonus. Mancava solo il bonus per chi propone bonus. Ma per organizzare l’assistenza a chi è veramente povero e non un travestito da povero, serve un sistema fiscale credibile. I dati dell’Irpef non fanno scopa con la realtà. E per aiutare chi cerca lavoro si deve sapere chi ha intenzione di lavorare, il che comporta l’eliminazione dei grotteschi navigator, il superamento dei centri dell’impiego e la collaborazione con le reti private.

In vista della modifica del patto di stabilità, in Ue, è bene chiarire che se si vuole (come vorremmo) più debito comune non si possono chiedere meno vincoli di bilancio. Se si vogliono più risultati, più strumenti, più fondi e più integrazione, quella roba porta con sé più vincoli. Che chi non escludeva di uscire dall’euro ora sia favorevole a maggiore collaborazione e integrazione è cosa bellissima, ma servono i fatti.

È confortante sapere che talune delle cose che si lasciarono intendere ieri non si ha intenzione di farle oggi, ma è necessario poterci credere anche domani. La nave è varata, sta in mare, il capitano ne ha il piglio, la ciurma è variopinta. Ma va fornito qualche elemento in più che non l’emozione di una reminiscenza felliniana.

La Ragione

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Sabino Cassese: “L’opposizione si liberi del passato, presidenzialismo utile alla stabilità”


Il giurista: «La forza della democrazia sta nell’aver incluso chi ha antiche radici autoritarie» ROMA. Il professor Sabino Cassese ha appena finito di ascoltare il discorso della presidente Giorgia Meloni e, a caldo, suggerisce una delle sue notazioni sul

Il giurista: «La forza della democrazia sta nell’aver incluso chi ha antiche radici autoritarie»


ROMA. Il professor Sabino Cassese ha appena finito di ascoltare il discorso della presidente Giorgia Meloni e, a caldo, suggerisce una delle sue notazioni sulfuree: «Ha usato tre toni di voce. Uno squillante, leggendo rapidamente la lunga lista di buoni propositi. Uno intermedio, riflessivo, per sottolineare alcune impostazioni. Infine, uno quasi sussurrato, senza leggere, per far capire chi era la locutrice. Un buon “acting”». Sabino Cassese, come si sa, è uno dei più importanti giuristi del secondo dopoguerra, ma anche un profondo conoscitore da “dentro” della politica italiana e in questa intervista a La Stampa colloca il discorso di Giorgia Meloni in un contesto più ampio di quello contingente.

Molta attualità politica e uno sguardo generico sui prossimi cinque anni?


«Un programma di governo, dichiaratamente di durata decennale, va giudicato in base a sei criteri: l’orizzonte ideale nel quale si muove, la collocazione internazionale proposta, la prospettiva temporale indicata, gli obiettivi prescelti, i mezzi preferiti, infine, le assenze, i temi che non ci sono».

Non le è parso un discorso senza un ’idea di Paese e di Europa?


«Se si considerano i primi tre criteri insieme, va riconosciuto che nel discorso sono presentati un solido orizzonte ideale, una robusta collocazione internazionale e una lunga durata. L’orizzonte ideale è quello della Costituzione, di tipo liberale e democratico, antifascista, con un riferimento all’Occidente; in più, sia la sottolineatura del vincolo rappresentati-rappresentanti, sia il riconoscimento del valore dell’opposizione. Tra questi si insinuavano toni anti-oligarchici, che mostrano la penetrazione del populismo in tutte le forze politiche italiane.

Quanto alla collocazione internazionale, mi sembra che sia stata chiara l’adesione all’Unione Europea e all’Alleanza atlantica, così come è stata chiara la critica all’invasione russa. I toni critici dell’Unione Europea c’erano, ma in termini di una sua insufficienza; insomma, per fare di più, non di meno. Quanto alla prospettiva temporale, è chiaramente decennale, come risulta dalla critica a 10 anni di governi deboli e instabili e dalla indicazione di 10 anni come prospettiva futura. Il governo conta su questa e sulla prossima legislatura».

Nei commenti c’è chi si sofferma di nuovo sulla questione fascista: la distanza le pare convincente e sufficiente?


«Non soltanto la distanza dal fascismo, ma anche le chiare indicazioni relative a libertà e democrazia. Sarebbe bene che l’opposizione si liberasse del punto di vista fascismo-antifascismo, giudicando il governo per quello che propone e per quello che fa. La forza di 75 anni di democrazia sta anche in questo, di avere abituato alla democrazia coloro che hanno le loro antiche radici in un regime autoritario».

Le priorità di Meloni le paiono quelle giuste?


«Più che esprimere un giudizio personale, provo a fare il seguente esercizio. Prendo il volume più aggiornato e interessante sulla storia repubblicana, quello curato da Luca Paolazzi su “75 anni di storia economico-sociale e 23 di stallo” e contiene 150 pagine di dati comparativi su Italia e altri Paesi. Gli obiettivi indicati dal nuovo governo centrano quasi tutti i problemi analizzati in quelle pagine su finanza e crescita, con un approccio pragmatico e rassicurante, insistendo sull’avanzo primario, sul risparmio privato.

Un rapporto tra Stato e economia di impianto liberista, favorevole a deregolazione e de-burocratizzazione, ma che punta su reti pubbliche. Attenzione per i tre grandi problemi del Paese, scuola, sanità, divario Sud – Nord. Accenti diversi da quelli dei suoi alleati di governo in materia di pensioni (con attenzione per la flessibilità e per le garanzie dei giovani) e sull’immigrazione (con attenzione più alle partenze che agli arrivi), più allo sviluppo dell’Africa mediterranea che alla chiusura dei porti e la geniale idea di un piano Mattei che riprenda l’esperienza di quel grande imprenditore».

Il presidenzialismo? Non se ne farà nulla anche stavolta?


«Il capitolo dei mezzi non si ferma al presidenzialismo. Riguarda anche l’autonomia differenziata, ma attenuata dal rafforzamento delle risorse per Roma e dall’accento sulle autonomie locali. Riguarda anche la burocrazia con reintroduzione dei criteri del merito. Riguarda anche la giustizia, con processi solleciti. Sulla riforma presidenziale non c’è stata una chiara scelta tra le decine di soluzioni che si presentano, ma è stata indicata l’opzione che tende a premiare la stabilità dell’esecutivo. Questo è un obiettivo importante in un Paese che in 75 anni inaugura il proprio 68º governo».

Quindi una valutazione positiva?


«Si, complessivamente, anche se la critica di bonus e ristori doveva continuare con programmi di investimento; sul fisco, a temi condivisi da tutti, come la lotta alla evasione e la riduzione del cuneo fiscale, si accompagnano anche idee molto criticate come la tregua fiscale e la tassa piatta. La critica alla limitazione delle libertà nella fase acuta della pandemia poteva essere risparmiata, anche perché non accompagnata da indicazioni su quello che farebbe il nuovo governo se si trovasse di nuovo davanti a una recrudescenza della pandemia. Il riferimento ai lavoratori autonomi costituisce un richiamo di tipo elettorale. E i lavoratori dipendenti? Interessante il riferimento all’ Europa: ha unito l’interesse nazionale ad un destino comune».

Un forte apparato retorico e tanti messaggi di metodo: sono libera, faremo cose che ci costeranno consenso, non tradiremo. Il profilo di una destra sociale fuori dal Palazzo, un romanticismo pronto alla “bella sconfitta”? O anche un’alterità effettiva da parte di una “underdog” combattiva che potrebbe rompere consuetudini?
«Un discorso da combattente, forse troppo lungo, che non mostrava le crepe che vi sono nella coalizione di governo, uno dei due punti deboli, insieme a quello delle strutture serventi e degli apparati di staff, della classe dirigente a cui far capo».

Intervista di Fabio Martini su La Stampa

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Conferenza “Scienza e Liberalismo”


Giovedì 10 novembre, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, il Prof. Angelo Maria Petroni terrà una conferenza dal titolo “Scienza e Liberalismo”. Il liberalismo è coevo della scienza

Giovedì 10 novembre, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, il Prof. Angelo Maria Petroni terrà una conferenza dal titolo “Scienza e Liberalismo”.

Il liberalismo è coevo della scienza moderna. Nella conferenza verrà argomentato che liberalismo e scienza si originano dalla stessa visione antropologica, e che il progresso scientifico dipende dalla solidità delle istituzioni liberali.

L’iniziativa è realizzata in collaborazione con l’Accademia Nazionale dei Lincei – Centro Linceo Interdisciplinare Beniamino Segre.

Interviene:


Prof. Angelo Maria Petroni, Professore presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza e membro del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi

È possibile partecipare fino ad esaurimento posti.

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Oppositori


Devono scegliere Le opposizioni non avranno una comune linea politica. Non è mai successo e non avrebbe senso. Il guaio non è che esistano opposizioni con idee e politiche diverse, ma che ne siano prive. O che siano frastornate. Termini come “opposizione

Devono scegliere


Le opposizioni non avranno una comune linea politica. Non è mai successo e non avrebbe senso. Il guaio non è che esistano opposizioni con idee e politiche diverse, ma che ne siano prive. O che siano frastornate. Termini come “opposizione dura”, o “ragionevole” o ancora “responsabile” non significano un accidenti. L’opposizione che spera di diventare maggioranza deve scegliere i temi su cui vuole caratterizzarsi e che utilizzerà per far cadere il governo. E qui, al momento, si brancola nel buio.

Nel discorso della presidente Meloni si devono andare a cercare certi vocaboli, impreziositi dall’enfasi della pronuncia, per rintracciare l’oppositrice che fu. Uno, per esempio: “potentati”. Della serie: noi popolo siamo contro i potenti. E vabbè, ora sei potente e vediamo. In quel discorso, però, andando alla sostanza, lasciando da parte l’uso emotivo della storia personale, c’è una conversione che pone un problema agli oppositori, ove mai vogliano essere effettivamente tali e puntare ad essere futuri vincitori.

Concretamente: l’Italia continuerà nel totale sostegno dell’Ucraina e nella condanna dell’invasione russa. Questa la posizione del governo. Sappiamo bene che in maggioranza, determinanti, ci sono presenze che la pensano all’opposto. Il tema, per chi si oppone è: si lavora sulle spaccature interne alla maggioranza, in modo da indebolire Meloni e accelerare la crisi, oppure si lavora consolidando la condanna russa e gli aiuti agli ucraini, in questo modo aiutando Meloni e marginalizzando i putiniani governativi?

Il che comporta una seconda scelta: si prova a tenere unita l’opposizione, così cominciando a dire frescacce generiche, malpanciste e falso pacifiste, o si abbandona al suo destino il populismo d’opposizione e se ne costruisce una che sia degna di governare? Non è che le domande siano retoriche e le risposte scontate, affatto.

Solo che le prime opzioni comportano un miglioramento del livello politico italiano e la necessità di un ricambio mica solo di una segreteria, ma di una cultura e una mentalità; le seconde rendono più facili le campagne elettorali, sono le scelte che i governanti di oggi fecero ieri, quando erano oppositori, ma dequalificano la classe politica e la popolano di retori a tre palle un soldo.

Al governo c’è un ministro della giustizia che (finalmente) parla esplicitamente dell’ovvio derivato del processo accusatorio: la separazione delle carriere. L’opposizione può scegliere se incalzarlo, morderlo quando incontrerà ostacoli imponenti, sollecitarlo alla scontro anziché alla mediazione, oppure può avversarlo e intestarsi per l’avvenire l’essere consustanziale alle camarille togate e al corporativismo autoreferenziale.

Se il governo, come dice il ministro responsabile, decide di riprendere la via dell’energia nucleare, l’opposizione può scegliere se farsi venire i mancamenti falso ecologisti o se sfidarlo nel passare dalle parole ai fatti.

Se il ministro dell’agricoltura si propone di aumentare i terreni coltivati, l’opposizione può scegliere di passare ancora del tempo a sollazzarsi sulla “sovranità” alimentare, mentre è oggettivamente ridicola la suggestione dell’autarchia produttiva, ma può, invece, far osservare che quei terreni qualcuno dovrà poi lavorarli e, come l’esperienza insegna, se solo si conosce la realtà, saranno per lo più immigrati. Nel prossimo decreto flussi ce ne mettiamo una paio di centinaia di migliaia? Sarebbero, gli oppositori, non solo gente che s’oppone, ma anche propone. Il che fa perdere il vantaggio della facile rimonta, ma fa guadagnare un motivo serio per rimontare.

Se, invece, intendono discutere ancora a lungo su se sia più femminista la quota rosa o il rosa a palazzo, se i generi sessuali siano due o n tendente all’infinito, su chi fa il segretario di cosa e chi si allea con chi, sappiano di potere continuare in tutta tranquillità, perché non gliene frega niente a nessuno. Tranne che a loro.

La Ragione

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Pregiudiziale


Il peso decisivo è stato quello di una pregiudiziale. Le elezioni hanno assegnato a Fratelli d’Italia la maggioranza relativa e molti ma molti più voti degli altri suoi alleati sommati assieme. Ma per la maggioranza di governo gli alleati sconfitti sono e

Il peso decisivo è stato quello di una pregiudiziale. Le elezioni hanno assegnato a Fratelli d’Italia la maggioranza relativa e molti ma molti più voti degli altri suoi alleati sommati assieme. Ma per la maggioranza di governo gli alleati sconfitti sono essenziali e se si sono messi di traverso, se hanno provato a fermare Giorgia Meloni, è perché avrebbero voluto far pesare quella essenzialità. Non è successo.

Perché ha pesato una pregiudiziale. Qui l’avevamo vista subito dopo il 25 febbraio: non si potrà, contemporaneamente, essere amici di Putin e guidare un Paese occidentale. Fino al crollo dell’Unione sovietica valse per i comunisti. Meloni lo ha capito (aiutata dagli amici polacchi) e ora guida il governo. Questo porta con sé molte conseguenze.

La penetrazione russa in casa nostra è stata significativa. Negli affari, nella politica e nella cultura. Berlusconi e Salvini hanno voluto generosamente intestarsene la rappresentanza, ma l’area del pacifismo inteso come disallineamento e posizione terza è più vasta e più distribuita a destra e manca, sopra e sotto.

Il Partito democratico si ritrova afono, privo di posizione, perché consapevole del trovarsi dalla stessa parte di Fratelli d’Italia, nella posizione che è stata del governo Draghi, ovvero quella occidentale, ha malamente provato a sollevare un’altra pregiudiziale, quella antifascista. Ma la pregiudiziale passata lascia il passo a quella presente e sebbene in Fd’I c’è chi fu fascista, come del Pd c’è chi fu comunista, nessuno seriamente crede che sia quello il pericolo. Il putinismo sì. E la pregiudiziale ha funzionato. È quella che ha dato forza a Meloni nel negoziato interno alla presunta e falsa alleanza di destra, mica solo un carattere puntuto.

Nella cucina politica ciò porta a delle conseguenze. I berlusconiani di governo saranno sempre più lontani dal non partito cui debbono tutto. I leghisti del Nord saranno sempre più propensi a riprendersi il partito che fu quasi separatista per poi mutarsi in nazionalista e infine perdere la partita con i soli che parlano di Nazione. Ma sono affari delle cucine, sperando usino i mestoli e non i coltelli.

Quelli dell’Italia sono altri. In attesa del discorso programmatico, si rifletta su queste parole di Guido Crosetto, che ne tracciano il solco: <<…la rabbia cerca sempre colpevoli e le piazze arrabbiate non fanno male ai governi, ma alle nazioni. (…) Serve maturità (…) avendo la consapevolezza che la rabbia dipende da fattori esogeni. (…) L’interesse della Russia, in questo momento è indebolire tutti i Paesi che sostengono l’Ucraina, a partire dall’Italia.

Soprattutto puntando sulle opinioni pubbliche: fare attaccare i singoli Paesi dall’interno, dagli elettori, impauriti e scontenti>>. Suggerisco di rileggerle. Crosetto usa la pregiudiziale e chiede che non sia fatto al loro governo quel che loro fecero al governo degli altri. Che poi sono sempre governi italiani. Non ha torto. Soffiare sul fuoco dei disagi, continuando a ripetere <<bollette, bollette>>, è da irresponsabili. Proprio perché il problema è reale. Ma perché si crei una condizione che sterilizzi gli irresponsabili non basterà che nel discorso programmatico ci siano richiami alla gravità del momento e all’unità nazionale. Perché il governo di unità c’era di già e Fd’I era all’opposizione. E perché loro fecero quel che ora vorrebbero si evitasse.

L’occasione c’è. Meloni a Palazzo Chigi, piaccia o no, chiude una pagina della nostra storia: le estreme sono costituzionalizzate. Non significa faranno del bene, ma che sono legittimate a governare. A destra e sinistra. Ha vinto la Costituzione. Solo che vince dopo essere stata scassata nel 2001, ammaccata e sfregiata da un pessimo sistema elettorale. Sia una forma costituente a porre rimedio. Un’Assemblea, eletta con il proporzionale, che chiuda in un anno i suoi lavori. Equilibri e sistema elettorale. Tocca ai vincitori proporlo, facendo della pregiudiziale un inizio e non solo uno sterile fortilizio.

La Ragione

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Il Senatore Andrea Cangini è il nuovo Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi


“Ricoprire la funzione di Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi sarà per me un grande onore e al tempo stesso una grande responsabilità. Mai come oggi si avverte la penuria di quei fattori che fecero di Einaudi l’indimenticato “Presidente del

“Ricoprire la funzione di Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi sarà per me un grande onore e al tempo stesso una grande responsabilità. Mai come oggi si avverte la penuria di quei fattori che fecero di Einaudi l’indimenticato “Presidente della ricostruzione”: il realismo, la competenza, l’equilibrio, la naturale predisposizione al confronto, il senso profondo delle Istituzioni.

L’Italia è alle prese con colossali problemi interni ed internazionali. Problemi destinati ad aggravarsi se affrontati con superficialità o con demagogia o sopravvalutando il ruolo dello Stato. Sarà cura della Fondazione incoraggiare alla realtà il dibattito pubblico secondo il “metodo liberale”, attingendo dalla cassetta degli attrezzi einaudiani gli strumenti di volta in volta più utili e sviluppando quella vocazione alla ricerca che le è propria.

Ringrazio il presidente Giuseppe Benedetto e gli autorevoli membri del Cda per la fiducia che hanno voluto accordarmi. Assieme ai componenti del Comitato scientifico coordinato dalla professoressa Emma Galli terremo alto il nome di Luigi Einaudi attualizzandone gli insegnamenti attraverso studi, convegni, progetti, analisi economiche, politiche e sociali.

Un saluto particolare al mio predecessore, Sergio Boccadutri, che rimarrà un imprescindibile punto di riferimento per la Fondazione”.

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Mummie Egizie: i Mummy Unwrapping Parties Ottocenteschi


Le mummie egizie hanno sempre esercitato un grande fascino in Occidente, soprattutto nella prima metà del XIX secolo. Questo ha portato a un commercio illecito di mummie egizie tra Egitto e Regno Unito. Per laContinue reading

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Meglio non andare oltre il sandalo


Non possiamo sapere se Oliviero Toscani, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “Ne supra crepidam sutor indicaret” e che in italiano traduciamo comunemente: “(ciabattino) non

Non possiamo sapere se Oliviero Toscani, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “Ne supra crepidam sutor indicaret” e che in italiano traduciamo comunemente: “(ciabattino) non andare oltre la scarpa”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.

La storia del ciabattino (sutor) è più o meno questa.

C’era un artista greco, Apelle di Coo, il quale era solito esporre le sue opere in modo da poter trarre profitto dai commenti e dalle critiche dei passanti. Una volta, un ciabattino gli fece un appunto riguardo a come aveva rappresentato il sandalo (crepidam) di un personaggio. Apelle, dall’alto della sua fama ma anche della sua umiltà e avvedutezza metodologica, accolse la critica e passò al ritocco. Il ciabattino, inorgoglito di tale successo, il giorno dopo tornò all’attacco muovendo un’ulteriore critica, questa volta, al ginocchio. A tal punto Apelle lo gelò: hai parlato di sandalo e va bene, ti ho ascoltato; però adesso fermati, non andare oltre, lascia stare il ginocchio perché non è materia di tua competenza.

Oliviero Toscani, il 20 ottobre 2016 si trova a Vibo Valentia in occasione della mostra “Razza umana”, allestita nel complesso monumentale Valentianum. C’è calca intorno al personaggio. Si fa avanti Vittorio Sibiriu, anni 18, faccia pulita di studente, condotta impeccabile, figlio di un carabiniere. Il giovane chiede a Toscani una foto che li ritragga insieme. La risposta è un rifiuto netto. Sibiriu dichiara che l’artista lo ha “additato come un potenziale mafioso, affermando che” – lo è o non lo è (e questo Toscani non lo sa) – “avrebbe benissimo potuto esserlo poiché anche Matteo Messina Denaro non ha la faccia da mafioso eppure lo è”.

La storia finisce in tribunale perché Sibiriu non ha nessuna voglia né di ingoiare il torto subito e neanche quella di rassegnarsi a collezionare pregiudizi espressi con tale leggerezza. Il Tribunale di Vibo, dopo 6 anni condanna Toscani Oliverio a 8 mesi, al pagamento di una provvisionale di 3.000 Euro e alle spese giudiziarie.

Che Toscani sia un fotografo di fama lo sappiamo tutti e lo apprezziamo pure, ma quella volta, supponiamo, abbia voluto fare un po’ di più, come quel ciabattino: andare oltre le foto, fin dentro la vita delle persone, e siccome si trovava in Calabria, sarebbe stato un viaggio a vuoto non aver incontrato un mafioso o un presunto tale. E, presunto tale, poteva essere finanche quel Vittorio Sibiriu, il cui volto luccicante di studente diciottenne, poteva nasconderne uno. Sì, poteva trovarsi – il Toscani – come dinanzi a Messina Denaro – niente poco di meno – che mafioso non sembra, ma lo è.

E’ vero che il ciabattino si era spinto oltre, ma, onestamente, aveva fatto poca strada, dal sandalo al ginocchio, dalla calzatura all’ortopedia, dall’artigianato alla medicina. Toscani si è lanciato dall’esteriorità all’interiorità, dall’apparire all’essere, dalla presunzione d’innocenza (che a tutti appartiene) alla presunzione di mafiosità (che è tutta da provare). Insomma: Toscani fotografa uomini e cose o fa la Tac pure all’anima? E tanta paura s’è presa in terra calabra da vedere mafiosi anche dove non ce ne erano? A volte, si appannano non solo le lenti di una macchina, ma anche gli occhi di chi vi guarda dentro quando accade che su un’intera regione e sui suoi abitanti si spalmano aggettivi squalificativi come ghiottamente si fa con la marmellata sul pane: a tappeto.

No – avrà pensato in un attimo Toscani – finire in foto in compagnia di un presunto mafioso, questo mai. Un artista della macchina fotografica permetterselo non può. Un eccesso di difesa gli è costato una condanna. E glielo doveva dire proprio un tribunale che quel giovanotto non era e neanche poteva essere un soggetto pericoloso? Nel dubbio, resta l’ammonimento del pittore: meglio non andare oltre la scarpa.

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Brayan Stevenson – Il diritto di opporsi


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Non fate troppi pettegolezzi


Si è concluso a settembre a Brancaleone il Pavese Festival.Festival dedicato da 22 anni a Cesare Pavese, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascors

Si è concluso a settembre a Brancaleone il Pavese Festival.
Festival dedicato da 22 anni a Cesare Pavese, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata.

A Santo Stefano Belbo, ai margini delle Langhe, paese natale dello scrittore, si sono svolti gli eventi dei primi cinque giorni, il sesto e ultimo a Brancaleone, in una commistione di letteratura, musica, arte, teatro splendidamente interpretata da qualificati ospiti.
Filo conduttore è stata la figura femminile cercata ma mai raggiunta dallo scrittore.

La donna per Pavese è parola. Una parola che è ricerca, dialogo, scoperta, ricordo, introspezione, fanciullezza, verità: poesia” .

Noi ci lasceremo guidare dalla scritta che, come un tatuaggio, compare nell’acquerello che fa da locandina, di Paolo Galetto. Tutto in bianco e nero, ma segnato da sparsi petali rossi, quasi una festa o forse ferita sanguinante: “Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto”.

La terra e la donna, due temi che si intrecciano e si respingono nell’opera di Pavese. La nostalgia, la mancanza, il desiderio, la perdita dell’una e dell’altra incideranno profondamente nella sua vita e nella sua arte.

La Donna continuamente inseguita in vaghe figure femminili.
La ballerina che lo lascerà ad aspettarla sotto la pioggia e che De Gregori canterà in Alice (E Cesare perduto nella pioggia/sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina).
La voce rauca e fresca di Tina militante comunista.
Fernanda Pivano e la comune passione per la letteratura americana.
Elena amore di necessità.
La selvatica Concia bella come una capra nel tempo del confino.
Bianca con la quale tenterà la scrittura di un libro a due mani.
Costance l’allodola e quegli occhi che rivedrà nella stanza d’albergo a Torino dove darà fine alla sua vita. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

La figura femminile è costantemente presente nell’itinerario personale e artistico di Pavese.
La racconterà soprattutto nei versi, in quell’incedere narrativo di righe lunghe costrette dal ritmo attraverso la parola, unica realtà. Donna mito di una fanciullezza felice e perduta che si identifica nel paesaggio delle langhe e in contrasto con la donna-compagna riconosciuta nei percorsi metropolitani di Torino. Ma sia l’una o sia l’altra, quello che è certo è che né l’uomo né il poeta riusciranno mai a raggiungerla. Non incontrerà nella sua strada quotidiana quella donna che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa e non riuscirà nei suoi scritti a darle del tutto voce con parole inghiottite.
Sei buia. Per te l’alba è silenzio.
La Terra, che nelle prime poesie è raccontata più che cantata nella realtà delle colline o in contrappunto nella squallida visione delle periferie di Torino, è fondamentalmente la geografia della propria solitudine, dell’inadeguatezza a condividere spazi e circostanze e rapporti con gli altri.
Nella vita e nel mondo, la condizione di Pavese è quella dell’espatriato che continuamente e ripetutamente cerca di tornare. Ma anche quando la ricerca lo riporterà, come Anguilla de La luna e i falò, nel suo paese di origine dovrà constatare che in realtà non si torna mai al passato, al tempo inesorabilmente andato, agli eventi che ormai parlano lingue sconosciute: “Un paese ci vuole…vuol dire non essere soli…nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Sì, i falò si accendono ancora, ma per divorare con le loro fiamme quel che mai più ritornerà.
Il mito della fanciullezza con il suo bagaglio di ingenue felicità, di speranze che volano alte, di certezze si è concluso.
Si accendono nuovi falò che distruggono, divampano dolore, illuminano sinistramente tragedie.
Non resta che la sconfitta.
Non resta che guardare dalla finestra di quella cameretta al primo piano di un paese, Brancaleone, che per lui resterà sempre un paese straniero.
No, non troverà pace né tra quei muri né nel Bar Roma, dove legge quotidianamente il giornale, né sullo scoglio dal quale guarda senza vedere un inutile mare.

Ancora oggi andando a Brancaleone si può visitare la casa, la stanza in cui visse, il lettuccio stretto, la scrivania che è solo uno sbilenco tavolo, l’avara lampada e la finestra che racconta la “monotonia di un paesaggio sempre uguale”.
Da quella finestra – quarta parete della sua prigione – Pavese fisserà i binari. Quegli stessi binari sui quali si è fermata la littorina con la quale è giunto insieme a due valigie cariche di libri. Su quelle linee parallele scorreranno le nostalgie di un paese diverso e lontano, di una vita condivisa di amore e di impegno mentre le ore scorrono nel tedio, sempre uguali.
Acchiappo mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare (che d’altronde è una gran vaccata), giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, serbo un’inutile castità.
No, il confinato non avrà voglia di incontrare veramente né il paese né i suoi abitanti. Un rapporto tra lui e i brancaleonesi superficiale e di condiviso rispetto. Un accennato interesse verso la letteratura orale e le tradizioni popolari, un amore di necessità e una fantasia erotica. Una lettura della Calabria, tuttavia, fuori da ogni retorica.

E forse tra le note di quel on the road musicale di Omar Pedrini, che ha concluso il Festival nella struggente malinconia di una notte calabrese, ci sembrerà di riconoscere l’ombra di un uomo solo, con la pipa e gli occhiali, che ancora cerca un senso a una vita vuota che nemmeno il profumo dei gelsomini, la dotta lentezza delle tartarughe e il vento diviso dal vicino Capo Spartivento e un mare di verdi e di azzurri, sono riusciti a regalargli.

A Brancaleone Pavese conferma di non essere in grado di imparare il mestiere di vivere, che la sua è la condizione di una straziante solitudine, che l’unico mestiere che conosce, quel vizio assurdo vissuto quasi come un dovere, corteggiato più di un amore, idolatrato e temuto, è quello di morire.

Lui che aveva dichiarato di non avere più parole, riuscirà a scovarne una manciata da scrivere con mano ferma su un foglio lasciato su un anonimo comodino di un’anonima stanza d’albergo:

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

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Eurogas


L’accordo c’è Legittimo, naturalmente, che in Italia ci si sia concentrati sulle vicende interne, sui passi verso il nuovo governo e sui passi falsamente falsi delle polemiche interne alla (falsa) coalizione vincente. Intanto, però, come è giusto che sia,

L’accordo c’è


Legittimo, naturalmente, che in Italia ci si sia concentrati sulle vicende interne, sui passi verso il nuovo governo e sui passi falsamente falsi delle polemiche interne alla (falsa) coalizione vincente. Intanto, però, come è giusto che sia, gli interessi italiani ed europei erano difesi dal governo ancora in carica, nel corso di un importante e trascurato Consiglio europeo.

Legittimo, inoltre, che taluno dubitasse si potesse giungere ad un accordo, mentre qui continuavamo a ritenere più probabile un compromesso positivo. Come è stato. Meno legittimo che, per giorni e ancora ieri, il tono trasversale e pervasivo fosse uno solo: l’Europa (e daje, si chiama: Unione europea) è divisa, un fallimento, nessun accordo. À la Bartali.

Una sorta di lussuria della disfatta, la speranza di una profittevole sconfitta che possa giustificare e alimentare un vittimismo piagnucoloso che sfocia in grottesca prosopopea. E invece le cose sono andate in modo diverso, un accordo è stato raggiunto. E che il negoziato sia stato lungo e complesso attiene al fatto che si tratta di interessi diversi, non solo fra questo o quel Paese, ma anche al loro interno.

Il tutto senza dimenticare che l’accordo più importante era stato acquisito all’inizio e in pochi minuti: la condanna della criminale aggressione russa e sanzioni che solo aderendo alle fonti del Cremlino si può credere non vadano a segno. In quanto al fatto che anche qui si subiscono conseguenze negative, complimenti per la perspicacia: capita, quando qualcuno dichiara guerra alla sovranità e alla libertà.

I risultati più importanti sono relativi all’acquisto comune di gas e alla solidarietà in caso di sospensione delle forniture. Il tetto al prezzo del gas c’è, a cominciare da quello per la produzione di energia elettrica. È temporaneo, come è giusto che sia, visto che alla metà del 2024 saremo completamente affrancati dal gas russo e non è che si possa indirizzare troppo a lungo il mercato, senza produrre effetti negativi.

Su questo fronte, piuttosto, si introducono altri parametri di fissazione, che cancellino l’unicità del Ttf al mercato di Amsterdam. Resta l’accesso a energie finanziarie frutto di debito comune. A questo si accompagnano indicazioni per la trasparenza del mercato elettrico (le bollette), il risparmio energetico e lo sveltimento delle procedure per l’istallazione di impianti rinnovabili.

Si poteva fare meglio e di più? Sempre. È totalmente soddisfacente? Mai. Ma è molto ed è bene. Un mesto pensiero ai cantori dei fallimenti, quale intonazione monocorde del ripetitivo lamentio.

Ottenere questi risultati ha avuto un prezzo, dato che si erano manifestate rigide opposizioni, con argomenti legittimi e talora forti. Se quelle opposizioni sono state in gran parte superate lo si deve a un solo dato politico: è stata riconfermata l’unità europea nell’appoggio all’Ucraina e nella condanna degli aggressori. L’opposto dell’inerte divisione. Il prezzo è stato anche un disallineamento del tradizionale asse fra Francia e Germania. Sul quale vale spendere due parole.

È importante, quell’asse, perché è dai contrasti fra quelle potenze che sono nati molti conflitti europei. Ed è su quell’asse che si è costruita la pace, tutelata dall’ombrello difensivo Nato. Sono anche le due più forti economie. E la Francia è la sola potenza atomica dell’Ue.

Quell’asse ha anche dato l’impressione di dominare troppo, ma questo si deve anche alla dabbenaggine di Paesi come l’Italia, che anziché costruire alleanze imbastivano scuse e geremiadi questuanti. Quell’asse è importante, ma il disallineamento chiama tutti i membri dell’Ue alla responsabilità di non sentirsi passeggeri riottosi, ma equipaggio volenteroso. C’è spazio politico libero. A patto di piantarla con quell’atteggiamento che è diffuso costume nazionale, dall’informazione alla politica, dai corpi intermedi a tanti cittadini. L’Italia che produce ricchezza sta da un’altra parte.

La Ragione

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Requiem in memoria di Yuri Kerpatenko


Non che la dittatura despotica e imperialista di Putin non si fosse già distinta per ferocia nella repressione degli oppositori politici. Basta richiamare alla memoria il caso Politkovskaja per far cadere ogni barriera ideologica in difesa della Grande Ru

Non che la dittatura despotica e imperialista di Putin non si fosse già distinta per ferocia nella repressione degli oppositori politici. Basta richiamare alla memoria il caso Politkovskaja per far cadere ogni barriera ideologica in difesa della Grande Russia.
Ma l’uccisione del direttore d’orchestra Yuri Kerparenko si fa più sapida perché richiama alla memoria l’esecuzione di Khaled al-Asaad, l’anziano archeologo fatto fuori, decapitato ed esposto alla pubblica gogna a Palmira nel 2015 per mano di quei buontemponi dell’ISIS.

Sul tema della tutela dei beni culturali in tempo di guerra si è discusso lungamente e si continua a discutere.

L’UNESCO è nata, all’indomani della Seconda Guerra mondiale, con precisi scopi a tutela della vita e della civiltà democratica. Tutti i suoi atti dal 1945 in avanti contengono, a uno stadio germinale o in forme pienamente compiute, chiari indirizzi agli stati membri sulla tutela dei beni monumentali e delle opere d’arte in caso di conflitto armato (L’Aia 1954).

La tenuta delle Carte che da quel primo atto sono derivate al patrimonio mondiale è stata sempre precaria, in virtù dell’ipocrita adesione da parte di molti stati a vocazione guerrafondaia: quelli cattivi che la guerra la fanno e quelli buoni che la guerra la procacciano agli altri. Ad ogni buon conto, esse riguardavano le sole cose mobili e immobili, più di recente il patrimonio intangibile (Parigi 2003), ma mai le persone fisiche.

La morte di Khaled al-Asaad ha spostato l’asse semantico del meccanismo di tutela internazionale, significando soprattutto questo: la presa di una nuova coscienza internazionale, volta a considerare gli eroi che si immolano in difesa dei beni culturali e ambientali come nuovi oggetti di tutela.

La persona-memoria, la persona-memento, la persona-monumento.

Come in Fahrenheit 451 di Broadbury-Truffaut, l’eroe Kalhed al-Asaad, l’eroe Yuri Kerpatenko sono destinati a tramandare un sapere di valore inestimabile, il più alto dei saperi che corrisponde con i principi di giustizia e libertà che ispirano la fondazione dell’UNESCO.

Vladimir Putin carnefice, Benito Mussolini carnefice, Iosif Stalin carnefice, Adolf Hitler carnefice, Augusto Pinochet carnefice, Pol Pot carnefice, le Giunte militari sud americane carnefici, Francisco Franco carnefice, l’ISIS carnefice, tutti i dittatori, i despoti e i fanatici tra XX e XXI secolo saranno destinati alla fine ingloriosa che si riserva ai vinti solo se inizieremo a considerare gli eroi della salvaguardia di beni culturali come “monumenti” e la loro morte violenta per mano dei carnefici un crimine contro l’umanità.

Da tali presupposti, gente come Putin non solo non dovrebbe più avere legittimazione alcuna sul piano dei rapporti internazionali, ma andrebbe perseguito per legge e giudicato da un tribunale apposito.

Stabilito a priori questo ineludibile principio di legalità, sul Parnaso Apollo e Mnemosine torneranno a darci sempre nuove muse; siederanno ai loro piedi le figure allegoriche della Giustizia, della Fama e della Libertà; e tutti additando i martiri come Yuri Kerparenko a esempio per il futuro.

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Non si sceglie quale libertà ci piace


I dispotismi non sono solo la negazione delle libertà politiche e civili. Sono anche nemici della libertà di impresa L’amicizia con Putin ribadita da Berlusconi e le sue parole ostili nei confronti di Zelensky ci ricordano che in Italia (non solo in Itali

I dispotismi non sono solo la negazione delle libertà politiche e civili. Sono anche nemici della libertà di impresa

L’amicizia con Putin ribadita da Berlusconi e le sue parole ostili nei confronti di Zelensky ci ricordano che in Italia (non solo in Italia ma da noi in modo particolarmente esibito ed evidente) è dominante una concezione della libertà che la equipara a un salame: può essere tagliata a fette e ciascuno si prende la fetta che preferisce.

C’è chi apprezza e difende la libertà di impresa, la libertà economica, ma è tiepido, quando non del tutto indifferente, riguardo a certe libertà civili e politiche. Salvo dolersi, e rivendicare quelle libertà, se personalmente danneggiato dall’azione di qualche magistrato. E c’è, per contro, chi apprezza le libertà civili e politiche mentre, contemporaneamente, è ostile alla libertà economica. Ricordo una trasmissione televisiva di molti anni fa a cui partecipai insieme a Berlusconi. Putin aveva appena preso una decisione che smantellava un istituto importante della neonata democrazia russa: aveva ricentralizzato il potere sottraendo agli elettori il diritto di eleggere i governatori. La loro nomina tornava nelle mani del Cremlino. Osservai che si trattava di una mossa inquietante che sembrava annunciare una più generale svolta autoritaria. La replica di Berlusconi fu di tipo, possiamo dire, «efficientistico-manageriale»: disse che Putin gli aveva fatto vedere i curricula dei governatori nominati e che si trattava di persone preparate. Il conclamato liberalismo di Berlusconi non gli impediva di rimanere indifferente di fronte a un così palese indebolimento della sfera delle libertà politiche in Russia.
Quando Berlusconi entrò (fragorosamente) in politica e vinse le elezioni del 1994, non si limitò a fare nascere il centro-destra e a sconfiggere la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto. Sfidò anche le culture politiche che avevano dominato la Repubblica per oltre un quarantennio. Il messaggio politico era centrato sulla necessità di liberare mercato e imprese dai lacci e lacciuoli imposti dallo Stato. Era un messaggio ispirato al liberalismo economico (ciò che i suoi detrattori chiamano liberismo). Veniva infranto un tabù. Le culture politiche fino ad allora dominanti, animate da una parte ampia del mondo democristiano e dai comunisti erano sempre state diffidenti, quando non apertamente ostili, nei confronti delle imprese. Per quelle culture, mercato e imprese erano solo mali necessari. E comunque da tenere a bada, da controllare e da dominare. La rottura del tabù attirò, allora, intorno a Berlusconi, diverse personalità liberali (Giuliano Urbani, Antonio Martino, Lucio Colletti e molti altri). Persino Marco Pannella fece , nel ’94, un accordo elettorale con lui. Chi ritiene che gli odii che si guadagnò subito Berlusconi non abbiano nulla a che fare con il violento schiaffo che egli diede allora alla tradizione politico-culturale dominante in Italia, nega l’evidenza.
In seguito, nei successivi governi Berlusconi, restò la retorica della libertà di impresa e gli inni alle virtù del mercato, ma, nelle concrete politiche, il liberalismo economico delle origini si perse per strada.
Ritorniamo a ciò che Berlusconi ha detto di Zelensky. Si può esaltare la libertà (economica) e contemporaneamente manifestare ostilità per il leader di un popolo invaso che lotta per la propria libertà? Ebbene sì, si può, ma solo se si pensa che l’una libertà e l’altra siano cose totalmente distinte e, soprattutto, separabili.
Esistono ormai solide e abbondanti prove storiche che dimostrano che ciò non è vero. I dispotismi non sono solo la negazione delle libertà politiche e civili. Sono anche nemici della libertà di impresa. Anche se, in certe fasi storiche, il regime dispotico può scegliere di favorire la libertà economica (come in Cina dalle riforme Deng in poi) , si tratta solo di una parentesi destinata prima o poi a chiudersi. Come dimostra proprio il caso della Cina: il consolidamento del potere di Xi Jinping sta andando di pari passo con una nuova statalizzazione dell’economia cinese. Quando non è nutrita, alimentata e sostenuta dalla libertà politica e dalle altre libertà civili, l’esistenza della libertà di impresa resta in uno stato di precarietà, la sua sopravvivenza dipende dal capriccio del «principe». Dura fin quando il principe non cambia idea. Prima o poi è destinata a d eclissarsi.
C’è una contraddizione vistosa nel liberalismo monco di chi tiene separata la libertà economica (che apprezza) e le altre libertà verso cui è indifferente o, nella migliore delle ipotesi, più tiepido: o difendi tutto il «pacchetto» oppure, prima o poi, ti giocherai anche mercato e libertà di impresa.
Ma ciò che vale per Berlusconi vale anche, qui da noi, a parti rovesciate, per una parte ampia della sinistra: in questo caso, grandi inchini nei confronti delle libertà politiche e civili (salvo tacere di fronte a certe invasioni di campo di questo o quel magistrato), indifferenza, quando non aperta ostilità, nei confronti della libertà di impresa. Sul tema della concorrenza, ad esempio, non è vero che parti ampie della sinistra non condividano certe ostilità di principio di Lega e Fratelli d’Italia. Il fatto che il Pd non sia mai riuscito a diventare un autentico partito riformista dipende dal fatto che nel suo seno sono tuttora presenti e forti le correnti che diffidano del mercato e che accettano le imprese ma solo se tenute saldamente al guinzaglio. Sono le correnti che, almeno su un punto, non hanno mai davvero rotto con la tradizione comunista. Per la quale, come disse una volta Enrico Berlinguer, la proprietà privata (senza la quale non ci sono né libera impresa né mercato) è come il peccato originale per i cattolici. Plausibilmente, la più che probabile convergenza fra Pd e 5 Stelle rafforzerà quelle tendenze.
Ma vale anche in questo caso una regola: se resti indifferente agli ostacoli che incontra la libertà economica e se, magari, sei anche pronto ad aggiungerne altri, prima o poi, l’eccesso di invadenza dello Stato nella vita economica e sociale finirà per indebolire anche la sfera delle libertà civili e politiche.
Come scrisse Luigi Einaudi all’epoca della sua polemica con Benedetto Croce, la libertà è indivisibile: non puoi avere la libertà civile e politica se non hai anche la libertà economica. E viceversa. Non puoi avere la democrazia liberale se non hai anche il libero mercato. Ci sono troppi riscontri che ci obbligano a non avere dubbi:la libertà non è equiparabile a un salame.

corriere.it

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Alla partenza


Giorgia Meloni si appresta ricevere l’incarico per formare il governo. Il percorso dell’esecutivo, però, si annuncia piuttosto accidentato… Fra qualche ora l’Onorevole Giorgia Meloni riceverà l’incarico per formare il governo e, credo, a stretto giro port

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Giorgia Meloni si appresta ricevere l’incarico per formare il governo. Il percorso dell’esecutivo, però, si annuncia piuttosto accidentato…


Fra qualche ora l’Onorevole Giorgia Meloni riceverà l’incarico per formare il governo e, credo, a stretto giro porterà al Presidente della Repubblica una proposta per i nomi che costituiranno il prossimo esecutivo. Gli ultimi tentativi di indebolirla o addirittura di fermarla, in realtà, non si devono alle diverse opposizioni, ma ad esponenti della sua maggioranza, ossia della coalizione con la quale ha vinto le elezioni.

Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni sono i trionfatori delle elezioni dello scorso 25 settembre, ma senza la coalizione di centrodestra non ha i voti parlamentari per governare da sola. E il centrodestra, nel suo insieme, i voti non li ha guadagnati, li ha persi.

In particolare, poi, la straordinaria vittoria di Fratelli d’Italia ha ridotto gli altri due partner, che, sommati assieme, non raggiungono neanche alla lontana il risultato di Fratelli d’Italia. Queste sono le ragioni della tensione.

Non credo affatto che in questi giorni abbiamo assistito ad un Silvio Berlusconi che avesse, in qualche modo, perso il controllo della favella. Non ci credo per niente. Lo ha fatto scientemente, per indebolire la Meloni e per far capire che, almeno per quello che lo riguarda, il percorso del governo non sarà un percorso sereno e tranquillo, ma alquanto accidentato.

L’effetto che ha ottenuto nell’immediato credo che sia più o meno opposto a quello che pensava. Perché sul tema della politica estera e sul tema dell’appartenenza all’Unione Europea – a questa Unione Europea, con queste regole – la storia di Fratelli d’Italia e anche quella personale di Giorgia Meloni non sono delle più rassicuranti.

La questione relativa all’Ucraina ha chiuso molte piaghe, perché loro sono stati lealissimi nei confronti della posizione del Governo e dell’Occidente. Però ci poteva stare la pretesa di Forza Italia e di Silvio Berlusconi di dire: “Facciamo noi i garanti della posizione europeista e atlantista del governo Meloni”.

Ecco, è riuscito ad ottenere l’esatto contrario. Forse toccherà a Meloni fare da garante per la posizione europeista di Berlusconi. È inutile che Berlusconi dica che la sua storia personale parla per lui. C’è una guerra ai confini dell’Europa. Ricordiamo che la guerra è al confine con la Polonia, quindi al confine con l’Unione Europea. Lui sul continente europeo, con determinate esternazioni, rappresenta le ragioni del nemico. Quindi la posizione di Berlusconi è semplicemente inqualificabile e inascoltabile.

Pertanto, toccherà alla Meloni fare da garante. Detto ciò, il governo partirà. Vedremo la squadra come sarà composta. Mai avere preconcetti, ma attendere i fatti e commentare quelli.

Ad ogni modo, non c’è solamente la politica estera, sebbene rilevantissima. Esistono anche le questioni economiche: gli ultimi due trimestri di quest’anno sono in recessione tecnica. Dobbiamo ancora vedere come si concluderà l’ultimo trimestre, ma, insomma, questa è l’aria, anche se non è niente di drammatico.

Per l’anno prossimo è comunque prevista una crescita minima, tra lo 0,3 e lo 0,6, a seconda delle diverse previsioni. Il rallentamento è evidente. Al tempo stesso, però, c’è la grande disponibilità dei fondi europei legati al PNRR, che sono per il governo un’opportunità.

Su quella roba lì il governo dovrà navigare e dimostrare di tenere ferma la barra nell’esecuzione delle cose che l’Italia si è impegnata a fare: ossia investimenti e riforme. Sulle riforme non dimentichiamoci che il lavoro del Parlamento è importante. E su quello dovrà raccogliere i voti per andare avanti. Quello che abbiamo visto nelle ore precedenti, lascia intendere che quest’ultimo aspetto non è il caso di darlo per scontato.

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Investitura


S’approssima l’investitura S’approssima l’investitura. Una volta ricevuto il mandato presidenziale i tempi si faranno veloci. Vedremo presto la composizione del nuovo governo, sapremo quale via l’onorevole Meloni avrà deciso d’imboccare. Una cosa la sappi

S’approssima l’investitura


S’approssima l’investitura. Una volta ricevuto il mandato presidenziale i tempi si faranno veloci. Vedremo presto la composizione del nuovo governo, sapremo quale via l’onorevole Meloni avrà deciso d’imboccare. Una cosa la sappiamo già: Silvio Berlusconi andò per indebolire ed è stato demolito.

L’ha anche favorita: la destra non ha una buona tradizione europeista e anche nell’atlantismo vedeva l’opposto del nazionalismo, sicché poteva anche starci che taluno si proponesse di fare da garante della nostra collocazione internazionale, ma – a parte che l’aggressione russa all’Ucraina, complice la netta posizione polacca, aveva indotto la destra a plaudire l’europeismo atlantista del governo Draghi – le sparate di Berlusconi hanno reso possibili queste parole di Meloni: «L’Italia è a pieno titolo, e a testa alta, parte dell’Europa e dell’Alleanza atlantica».

Semmai è Meloni che potrà garantire per Berlusconi, che le ha fatto un gran favore. Molti sono sinceramente convinti che Meloni abbia ricevuto dagli elettori il mandato a governare e che sia stata premiata per la sua coerenza. Le cose stanno in modo diverso, il che è rilevante per provare a intravedere il futuro, non per rimestare il passato. La coalizione di destra ha incassato la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta degli eletti.

Secondo le cose che essi stessi dissero (chi prenderà più vo-ti sarà il capo), il mandato a governare lo ha ricevuto una coalizione nella quale Meloni ha avuto il mandato a guidarla. Purtroppo, però, la coalizione era falsa, era un cartello elettorale e questo crea e creerà problemi. La coerenza è certificata dall’essere stata costantemente all’opposizione, per tutta la scorsa legislatura, mentre in passato non solo è stata in partiti che si candidarono in coalizioni (altrettanto false) che poi provvidero a distruggere, ma fu anche ministro.

E se anche restiamo alla sola scorsa legislatura, non è confutabile che sia stata costantemente alleata con chi si trovava al governo: prima alleata della Lega, stando all’opposizione con Forza Italia, poi alleata di Lega e Forza Italia, stando all’opposizione degli altri due. Variopinta, come coerenza. Le alleanze, si dice, sono solo il frutto di questo (anche del precedente e di quello prima ancora, tutte furbate mal riuscite) sistema elettorale.

Vero, ma allora coerenza vorrebbe che lo si cambiasse. In fretta, che non si sa mai e visto che già esponenti di Fratelli d’Italia hanno evocato possibili elezioni anticipate. La storia d’Italia e le origini della destra, in era repubblicana, inducono a chiedere di fare i conti con il passato fascista. Son conti seri, ma anche in questo caso le parole di Meloni sono state nette il 16 ottobre, ricorrenza del rastrellamento degli ebrei romani (1943).

Una volta al governo i conti andranno fatti con il passato assai più recente, con l’antieuropeismo mascherato da comunitarismo di nazionalismi, con la demonizzazione dei mercati, con il dileggio dei vincoli di bilancio e degli impegni sottoscritti dall’Italia. Meloni ha già iniziato questo cammino, ma le parole attendono i fatti. E non sarà facile.

Questa, comunque, è la sfida che farà la differenza fra una fiammata (in tutti i sensi) demagogica – con il solito premio a chi critica e si oppone – e una diversa pagina della nostra storia democratica. Pagina che sarà aperta ove Meloni si dimostri in grado di interpretare il ruolo della destra di governo in un Paese che ovviamente resta democratico, ma non meno fermamente nell’Unione europea (si chiama così) e nella comunità atlantica.

Per riuscirci dovrà scegliere se prediligere l’essere federatrice delle destre, come fece Berlusconi, o iniziatrice di una nuova stagione, che dismesse le dighe ideologiche non ha timori nell’affrontare le diversità programmatiche e ideali. Prosaicamente si tratta di vedere se cercherà i voti di maggioranza nell’ombra parlamentare o proverà a rivolgersi alla maggioranza degli italiani in piena luce. La scalata è compiuta, inizia la salita.

La Ragione

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Le democrazie liberali nello spazio digitale – leri la damnatio memoriae, oggi l’obbligo del ricordo


Relatori Sen. Francesco Paolo Sisto Prof. Giorgio Spangher Prof. Giulio Illuminati Dott. Angelantonio Racanelli Modera Dott. Andrea Davola L'articolo Le democrazie liberali nello spazio digitale – leri la damnatio memoriae, oggi l’obbligo del ricordo pro

Relatori

  • Sen. Francesco Paolo Sisto
  • Prof. Giorgio Spangher
  • Prof. Giulio Illuminati
  • Dott. Angelantonio Racanelli

Modera Dott. Andrea Davola

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Le democrazie liberali nello spazio digitale – leri la damnatio memoriae, oggi l’obbligo del ricordo


Relatori Sen. Francesco Paolo Sisto Prof. Giorgio Spangher Prof. Giulio Illuminati Dott. Angelantonio Racanelli Modera Dott. Andrea Davola L'articolo Le democrazie liberali nello spazio digitale – leri la damnatio memoriae, oggi l’obbligo del ricordo pro

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Tre strade


Non solo caciara Parla a ragion veduta, il problema è il punto di caduta. Silvio Berlusconi non ha perso il controllo della favella, la usa appositamente per fare del governo nascente una politica morente. Il baricentro del centrodestra si è vistosamente

Non solo caciara


Parla a ragion veduta, il problema è il punto di caduta. Silvio Berlusconi non ha perso il controllo della favella, la usa appositamente per fare del governo nascente una politica morente. Il baricentro del centrodestra si è vistosamente spostato a destra e chi ne è stato l’artefice preferisce vederlo cadente piuttosto che pensarsi perdente.

Se dovesse ottenere quel che pubblicamente chiede ne deriverebbe che Giorgia Meloni ha vinto le elezioni e perso il governo. Se non dovesse ottenerlo sarebbe comunque pronto a votare la fiducia, avendone ottenuto l’indebolimento. E siccome ho l’impressione che questa roba politicante interessi poco a pochissimi, vediamone i risvolti e quel che comporta per l’Italia.

A parte la squadra di governo, dove ha comunque poche carte di valore da spendere, Berlusconi ha scelto di aprire il fronte Putin. Un gesto generoso, che toglie ogni dubbio sulla penetrazione russa in Italia e sulla necessità di bonificarla. Parole che nel loro essere vere sono anche significative: se è vero (ed è vero, ci si ricordi di Pratica di Mare, 2002) che Putin era pronto a fraternizzare o addirittura entrare nella Nato, ne deriva che è un to-tale bugiardo ad accampare fra le cause della guerra il suo allargamento a Est, tanto più che era precedente.

Ma anche questo conta poco, perché lo scopo di quelle parole è far capire agli interlocutori esterni all’Italia che o il garante della nostra collocazione internazionale lo fa lui, Berlusconi, o non fidatevi di Meloni (che, osserviamo, tiene il punto e si difende bene), perché tanto la metto in crisi quando voglio. Il messaggio è chiaro. E il tema scelto, l’Ucraina, segna un punto non mediabile e di non ritorno, tanto da mettere in dubbio la permanenza nel Partito Popolare Europeo.

Il risultato di tale azione è che per fronteggiare il fronte berlusconiano il futuro presidente del Consiglio lascia sguarnito il fronte Lega. O, se preferite, Salvini, scelto come migliore alleato. Il quale s’è bruciato le terga, con i russi. Una cosa è che parli Fontana, ripetendo la sciocchezza secondo la quale le sanzioni danneggiano più noi che la Russia, altra che la Lega prenda la patente di filiale russa.

Quindi giocherà sul campo delle pensioni (da regalare) e degli aiuti (da elargire). Nessuno potrà dirgli che è una novità, perché 30 miliardi di maggiori debiti li chiedeva già in campagna elettorale. Se Meloni dovesse accedere a questa dottrina (che rifiutava) pur di reggere il fronte berlusconiano, il governo sarebbe cotto dopo un mese, in occasione della legge di bilancio.

Senza contare gli sghignazzi globali per avere usato i putinofili per arginare il putinissimo. Quindi Meloni ha tre possibilità. La prima consiste nell’attenersi all’articolo 92 della Costituzione, approfittando del potere che le consegna: riceve l’incarico, porta al Colle una lista che ritiene la migliore, giurano e vanno in Parlamento. Se gli altri del centrodestra, oramai destrizzato, hanno da ridire, lo facciano ora o si tolgano da torno.

La seconda prevede che al Colle vada non con la lista migliore ma con quella più conveniente, cedendo più ai leghisti che ai forzitalioti, sicché indebolendosi notevolmente e affrontando la navigazione parlamentare senza scialuppe di salvataggio. Modello elezione di La Russa.

La terza è far saltare il banco e puntare alle elezioni a marzo, con il Quirinale che, nel frattempo, potrebbe affidare il governo a Daniele Franco, per la legge di bilancio.

In tutti e tre i casi l’Italia si trova pericolosamente esposta sul fianco della politica estera e su quello della politica di bilancio. Due punti nevralgici e deboli. Tutto questo per avere voluto negare la fraudolenta falsità delle due coalizioni. Con quella destra che mostra al sole le sue profondissime divisioni e quella sinistra divenuta superflua, ma il cui silenzio tombale – non a caso rotto da sussulti (sbagliati) sulle foto dei defunti – ne descrive adeguatamente la condizione.

Molti italiani dicono: abbiamo votato. Certo, ma dei falsi. E si vede. Attenzione però, perché peso internazionale, sicurezza, argine alle speculazioni e crescita delle esportazioni si tengono fra loro. E incidono sulle tasche e sul futuro.

La Ragione

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Camini e la lira, recupero e ricontestualizzazione di uno strumento della tradizione


Camini è un piccolo paese dell’entroterra ionico della Calabria meridionale. Il borgo è situato nell’area conosciuta come Locride; zona storicamente interessata dalla fioritura del monachesimo orientale che, almeno fino alla metà del XVII secolo, è stato

Camini è un piccolo paese dell’entroterra ionico della Calabria meridionale. Il borgo è situato nell’area conosciuta come Locride; zona storicamente interessata dalla fioritura del monachesimo orientale che, almeno fino alla metà del XVII secolo, è stato presente con numerosi insediamenti eremitici e monastici. Un monumento come la Cattolica di Stilo, piccolo gioiello dell’arte bizantina, è diventato un simbolo regionale, quello che forse più di tutti testimonia la presenza viva della grecità in Calabria.

Non si deve però pensare che questa grande eredità del passato sia un’ipoteca sul futuro di quest’area, ma al contrario bisognerebbe basare proprio sul messaggio che queste testimonianze storiche ci lanciano, la strategia per immaginare il futuro di questi luoghi. Proprio la Cattolica, con la sua sovrapposizione di stili architettonici e artistici, e le tracce delle civiltà che vi sono passate, parla di un passato in cui questi luoghi furono un crocevia, più che una sperduta periferia d’Europa.

Si può dire che Camini ha raccolto questo messaggio di interculturalità ed è ritornato ad essere un crocevia attraverso i progetti di accoglienza, che hanno dato nuova linfa ad un paese vittima dello spopolamento.

Diverse botteghe artigianali sono state avviate. Tra queste, un atelier di liuteria dedicato alla costruzione della lira, uno strumento che è stato storicamente presente in quest’area e che testimonia anch’esso dell’esistenza di una koinè culturale del Mediterraneo. Lo stesso strumento è infatti presente in una vasta area del mare nostrum compresa tra la Calabria e la Turchia.

In quest’ottica, nel 2022 è stato avviato il progetto: I cammini della Lira, in collaborazione tra l’amministrazione comunale e una vasta rete associativa, coordinata da AreaSud e dal Consorzio Musicisti Calabresi.

L’iniziativa ha lo scopo ambizioso di far dialogare la tradizione musicale legata alla lira in Calabria con le altre lire del mediterraneo. Il primo passo di questo progetto ha visto protagonisti i musicisti calabresi in un incontro con Nagme Yarkin e Murat Yerden, rispettivamente musicista e liutaio tra gli interpreti riconosciuti di questo strumento in Turchia.

Il progetto prosegue il 22 ottobre 2022, con un laboratorio didattico, una lezione e un concerto, dedicati ai giovani delle scuole del territorio e che vedrà alternarsi il liutaio Vincenzo Piazzetta, il musicista e ricercatore Amedeo Fera e il Quartetto Areasud, uno dei gruppi più impegnati nella ricerca di una relazione tra il suono della tradizione e la contemporaneità e che con il CD Musica Lievemente Tradizionale sta portando il suono, antico e moderno al tempo stesso, della chitarra battente, della zampogna e degli altri strumenti della tradizione sui palchi italiani e internazionali.
Alla voce e alla chitarra battente di Maurizio Cuzzocrea, si uniscono le percussioni di Mario Gulisano, i fiati etnici di Franco Barbanera e il basso di Giampiero Cannata, con la partecipazione straordinaria dei due esperti di lira Amedeo Fera e Vincenzo Piazzetta.

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PoveraMente


I poveri hanno traslocato. Abitavano le parole dei politici di destra e le pagine dei giornali a quella vicini, ora si trovano nelle pagine vicine alla sinistra, in attesa che i politici di quella parte ritrovino la favella. Nessuno sembra porsi il proble

I poveri hanno traslocato. Abitavano le parole dei politici di destra e le pagine dei giornali a quella vicini, ora si trovano nelle pagine vicine alla sinistra, in attesa che i politici di quella parte ritrovino la favella. Nessuno sembra porsi il problema di come governare, in compenso tutti sanno come fregare chi governa, usando dosi massicce di demagogia, che nella vulgata populista può ben tingersi di qualsiasi colore. I poveri veri, però, non sono solo un problema serio, sono anche in gran parte sconosciuto. Anche perché neanche abbiamo una banca dati unica degli assistiti.

Sono anni che il numero dei poveri cresce. Anche quando cresce la ricchezza prodotta. Singolare. Frutto di una inversione logica: si crede di far crescere la spesa per l’assistenza perché aumentano le persone da assistere, invece le persone da assistere crescono perché cresce la spesa dell’assistenza. Quella spesa non sta aiutando i poveri, li sta moltiplicando. Ciò avviene più per imperizia che per scelta. La sola cosa che sanno dire, per rispondere all’evidenza e all’obiezione, è: tu neghi che esistano poveri e pensi vada tutto bene. Invece credo esistano, che non li si riconosca e che quindi vada decisamente male.

Secondo le dichiarazione dei redditi, presentate da 41 milioni e mezzo di italiani, ben 10 milioni affermano (dati 2019, anno con occupazione in crescita) di avere perso soldi o di avere incassato al massino 7.500 euro. In un anno. Rapportati al complesso della popolazione significa che 14 milioni e mezzo di italiani vivono con all’incirca 320 euro al mese.

Aggiungete altri più di 8 milioni di contribuenti (con i familiari da mantenere quasi 12 milioni di italiani) che dichiarano di vivere con, in media, 940 euro al mese. A questo punto delle due l’una: o i poveri sono molti di più dei tantissimi che si contano, oppure li si sta contando in modo sbagliato. Rivelatore è il gettito Iva: al Sud è pari a circa 600 euro l’anno a testa, al Nord e al Centro a 2.900. Sul serio al Sud si consuma 5 volte meno che nel resto d’Italia?

Coerentemente l’abbondante maggioranza dei percettori di reddito di cittadinanza si trova al Sud, però la Caritas fa osservare che la stragrande maggioranza di quelli che le si rivolgono per bisogni alimentari, al Nord e al Centro, non percepisce quel reddito. Questo significa:

  • i poveri ci sono eccome;
  • non sappiamo chi sono, talché l’assistenza va a non pochi che barano;
  • non lo sappiamo perché la nostra lente fiscale è un vetro rotto caduto nella pece.

Però ci si comporta come un cieco che ha battuto contro un muro e, anziché cambiare direzione, si convince che ci deve mettere più forza e impeto, sperando di attraversarlo.

Anche il mondo cattolico sembra avere perso la bussola. Visto che il terzo settore, nel quale ha una presenza significativa, funziona meglio dell’elargizione di quattrini (lo spiegò Ernesto Rossi nel 1946), tanto varrebbe spendere per aiutarlo, anziché per estinguerne la necessità.

Poi arriva la Banca d’Italia e certifica quel che sapevamo: per chiudere una causa civile in Italia ci vuole troppo tempo, ma al Sud il doppio, quindi le imprese scappano. Poi arrivano i test Invalsi e raccontano quel che sappiamo: al Sud i voti di maturità sono più alti, ma la preparazione mediamente più bassa.

Essendo, mediamente, inaccettabilmente bassa in tutta Italia. Ed eccola qua, la nostra fabbrica della miseria. Che diventa anche morale quando non si opera per cancellare arretratezza e bisogno, ma per assopirli nei bassi consumi. Un genitore povero ha un’ambizione e un diritto, quello di pensare che i figli potranno vivere una vita migliore. Invece l’assistenzialismo produce rassegnazione, che diventa sommossa ove negato. Ed è così che mi tocca, da orgoglioso terrone, assistere alla ferocia con cui si nega il futuro in nome della bontà.

Certo che ci sono i poveri. E ce ne saranno sempre di più se si continuerà a comprarne il voto e divertirsi a colorarli politicamente.

La Ragione

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Non diamoci del tu. La separazione delle carriere – Giuseppe Benedetto


Presentazione del libro Tutto il libro dovrebbe essere attentamente studiato alla scuola della Magistratura, perché smentisce definitivamente le apocalittiche obiezioni che l’Anm ci propina in occasione anche delle più moderate proposte riformatrici, come

Presentazione del libro


Tutto il libro dovrebbe essere attentamente studiato alla scuola della Magistratura, perché smentisce definitivamente le apocalittiche obiezioni che l’Anm ci propina in occasione anche delle più moderate proposte riformatrici, come l’ultima della Ministra Cartabia.

Dalla prefazione di Carlo Nordio.

Che il giudice e l’accusatore siano colleghi è una singolarità tutta italiana. Un’anomalia politica e sociale che si perpetua da decenni. Questo libro evidenzia tale stortura ed auspica un cambiamento radicale del sistema giustizia, illustrando l’urgente necessità della separazione delle carriere affinché si possa raggiungere realmente l’autonomia della giurisdizione. Un rigoroso lavoro di approfondimento scientifico, una minuziosa cura della ricostruzione storica, uno scrigno di passione civile che emerge da ogni pagina, questo e tanto altro è Non diamoci del tu.

Tour presentazione del libro


Il tour è in fase di organizzazione

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Breve biografia dell’autore

Giuseppe Benedetto è il presidente della Fondazione Luigi Einaudi, fondata nel 1962 da Giovanni Malagodi e faro della cultura liberale in Italia. Avvocato penalista, ha svolto importanti funzioni pubbliche ed è stato esponente nazionale del Partito Liberale italiano. Ha dedicato tutta la sua vita alla difesa delle libertà e dei diritti civili.

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Requiem in memoria di Yuri Kerpatenko


Non che la dittatura despotica e imperialista di Putin non si fosse già distinta per ferocia nella repressione degli oppositori politici. Basta richiamare alla memoria il caso Politkovskaja per far cadere ogni barriera ideologica in difesa della Grande Ru

Non che la dittatura despotica e imperialista di Putin non si fosse già distinta per ferocia nella repressione degli oppositori politici. Basta richiamare alla memoria il caso Politkovskaja per far cadere ogni barriera ideologica in difesa della Grande Russia.
Ma l’uccisione del direttore d’orchestra Yuri Kerparenko si fa più sapida perché richiama alla memoria l’esecuzione di Khaled al-Asaad, l’anziano archeologo fatto fuori, decapitato ed esposto alla pubblica gogna a Palmira nel 2015 per mano di quei buontemponi dell’ISIS.

Sul tema della tutela dei beni culturali in tempo di guerra si è discusso lungamente e si continua a discutere.

L’UNESCO è nata, all’indomani della Seconda Guerra mondiale, con precisi scopi a tutela della vita e della civiltà democratica. Tutti i suoi atti dal 1945 in avanti contengono, a uno stadio germinale o in forme pienamente compiute, chiari indirizzi agli stati membri sulla tutela dei beni monumentali e delle opere d’arte in caso di conflitto armato (L’Aia 1954).

La tenuta delle Carte che da quel primo atto sono derivate al patrimonio mondiale è stata sempre precaria, in virtù dell’ipocrita adesione da parte di molti stati a vocazione guerrafondaia: quelli cattivi che la guerra la fanno e quelli buoni che la guerra la procacciano agli altri. Ad ogni buon conto, esse riguardavano le sole cose mobili e immobili, più di recente il patrimonio intangibile (Parigi 2003), ma mai le persone fisiche.

La morte di Khaled al-Asaad ha spostato l’asse semantico del meccanismo di tutela internazionale, significando soprattutto questo: la presa di una nuova coscienza internazionale, volta a considerare gli eroi che si immolano in difesa dei beni culturali e ambientali come nuovi oggetti di tutela.

La persona-memoria, la persona-memento, la persona-monumento.

Come in Fahrenheit 451 di Broadbury-Truffaut, l’eroe Kalhed al-Asaad, l’eroe Yuri Kerpatenko sono destinati a tramandare un sapere di valore inestimabile, il più alto dei saperi che corrisponde con i principi di giustizia e libertà che ispirano la fondazione dell’UNESCO.

Vladimir Putin carnefice, Benito Mussolini carnefice, Iosif Stalin carnefice, Adolf Hitler carnefice, Augusto Pinochet carnefice, Pol Pot carnefice, le Giunte militari sud americane carnefici, Francisco Franco carnefice, l’ISIS carnefice, tutti i dittatori, i despoti e i fanatici tra XX e XXI secolo saranno destinati alla fine ingloriosa che si riserva ai vinti solo se inizieremo a considerare gli eroi della salvaguardia di beni culturali come “monumenti” e la loro morte violenta per mano dei carnefici un crimine contro l’umanità.

Da tali presupposti, gente come Putin non solo non dovrebbe più avere legittimazione alcuna sul piano dei rapporti internazionali, ma andrebbe perseguito per legge e giudicato da un tribunale apposito.

Stabilito a priori questo ineludibile principio di legalità, sul Parnaso Apollo e Mnemosine torneranno a darci sempre nuove muse; siederanno ai loro piedi le figure allegoriche della Giustizia, della Fama e della Libertà; e tutti additando i martiri come Yuri Kerparenko a esempio per il futuro.

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Tasche


Le divisioni ci sono e sono profonde. Le abbiamo viste prima, si sono ampliate durante e sono deflagrate dopo il voto. Come sono state negate e poi svelate, ora saranno celate. Fra qualche giorno nascerà il nuovo governo. Considerato che i coltelli sono s

Le divisioni ci sono e sono profonde. Le abbiamo viste prima, si sono ampliate durante e sono deflagrate dopo il voto. Come sono state negate e poi svelate, ora saranno celate. Fra qualche giorno nascerà il nuovo governo. Considerato che i coltelli sono stati sguainati su questioni di nomi ed equilibri, ci sono diversi temi che riguardando le tasche, gli interessi materiali, sui quali la destra non sarà chiamata domani, ma oggi a far sapere qualche cosa. Saranno pur grette, le tasche, ma più rilevanti delle sceneggiate.

  • Sulla partita europea del gas continua a lavorare Mario Draghi. In settimana ci sarà il Consiglio europeo, l’ultima funzione del governo ancora in carica. L’Italia chiede di porre una qualche forma di tetto al prezzo e procedere ad acquisti e stoccaggi comuni. È rilevante che la si spunti (come penso) o meno, ma lo è di più che siano chiare le conseguenze: più l’Unione europea affronta unita non solo la conclamata condanna dell’invasione russa, ma la gestione delle conseguenze, più si stringono i vincoli di appartenenza. Se qualcuno vuole l’Europa dei popoli e delle nazioni, senza troppo mettere in comune rischi e difese, deve parlare oggi, o per sempre accettare quel che ne deriva. Togliere quel mandato a Draghi sarebbe legittimo, ma deve essere chiaro. A parte sapere chi va a fare il ministro di cosa, occorrono parole chiare sulle cose che hanno riflessi nelle tasche.
  • I nostri vincoli non sarebbero certo solo quelli del gas. Le politiche europee comuni, cui dobbiamo grande parte della nostra stabilità monetaria e prosperità economica, sono più vaste. Starci dentro contando nulla e facendo comunella con i piccoli non è nell’interesse della seconda potenza industriale europea. Non basta avere un ministro degli esteri o degli affari comunitari che reciti la poesiola dell’europeismo, serve la convinta e permanente conferma della consapevolezza e accettazione. Considerato che al governo si trovano almeno due componenti che andavano vaneggiando di uscita dall’euro, le nostre tasche reclamano chiarezza.
  • Nei primi otto mesi del 2022 le entrare fiscali sono aumentate del 15%, con un maggiore gettito di 42 miliardi. Contrariamente a quel che le propagande elettorali andavano raccontando, l’Italia è cresciuta, in due anni, quanto non cresceva da molti anni e più della media Ue. Nello stesso tempo è sceso il peso percentuale di deficit e debito. Eccellente risultato. Ora la crescita rallenta (nel mondo), da noi potrebbe fermarsi e quel maggiore gettito non era dovuto, purtroppo, al recupero di evasione fiscale, ma all’inflazione e all’Iva (prevalentemente). Il che significa non ci sarà ancora. La legge di bilancio, che il nuovo governo dovrà fare subito, sarà scritta alla maniera di Fratelli d’Italia, senza scostamenti e più debiti, o a quella di Lega e Forza Italia (come di 5 Stelle e Pd)? Nel primo caso le tasche si tranquillizzano, nel secondo si preparino a pagare di più per il servizio al debito.
  • La Lega disse di avere cancellato la legge Fornero, sulle pensioni. Falso: era sospesa, si sono tolti soldi a lavoratori e contribuenti per pagare anticipi pensionistici e, il primo gennaio, torna in vigore. Si parla di una “opzione uomo”, i cui contorni sono ancora ignoti. Servirebbe una “opzione umana”, consistente nel rendere possibili uscite anticipate, ma senza un solo centesimo a carico di lavoratori e contribuenti, sulla base del versato. Perché far pagare ai più giovani pensioni che loro non avranno mai è una terribile ingiustizia. Soffrono le tasche, ma anche le teste.
  • Finito lo spazio non elenco le truffe sul reddito di cittadinanza, elargito non solo a delinquenti, ma anche a inesistenti in Italia. I navigator non si sono limitati a non trovare loro lavoro, non li hanno proprio trovati. E manco cercati. Mentre bonus insensati costano un occhio e rendono un accidente. I vincitori promisero di sbaraccare questa roba. Sarebbe bello sapere come e quando.

La Ragione

L'articolo Tasche proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha pubblicato un rapporto che analizza le politiche e le iniziative globali relative ai flussi di dati. L’OCSE mira a promuovere “una comprensione e un dialogo comuni” tra i membri del G-7, sostenendo nel contempo “progressi coordinati e coerenti negli approcci politici e normativi che sfruttano il pieno potenziale dei dati per la prosperità economica e sociale globale”.

Uhm... 🤔 🥒🥒🥒🥒

oecd-ilibrary.org/science-and-…

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