Infowar e pacifismo, esiste la guerra giusta? L’analisi di Jean


L’Infowar – cioè la competizione fra le propagande e le disinformazioni contrapposte – è una costante di tutti i conflitti. Nessun contendente ammette mai di combattere una guerra ingiusta. Tutti sostengono le loro buone ragioni. Spesso cercano anche di a

L’Infowar – cioè la competizione fra le propagande e le disinformazioni contrapposte è una costante di tutti i conflitti. Nessun contendente ammette mai di combattere una guerra ingiusta. Tutti sostengono le loro buone ragioni. Spesso cercano anche di arruolare Dio dalla loro parte. La guerra giusta tende a trasformarsi in guerra santa. Per il Patriarca Kirill tale è l’aggressione russa all’Ucraina. Avrebbe infatti anche lo scopo di salvarla dal peccato: dal permissivismo verso i gay e i drogati e dal consumismo che l’allontanerebbe dalla “vera fede”, cioè dall’Ortodossia facente capo al Patriarcato di Mosca.

Valutazioni completamente oggettive sui vari conflitti, sulle loro cause e obiettivi sono difficili, poiché sono influenzate dai preconcetti e dalle ideologie di chi le formula. Lo si nota chiaramente nei conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente.

Due grandi tendenze dominano al riguardo: il realismo politico e il pacifismo. Entrambe si manifestano in forme radicali o più moderate.

Per i realisti, la guerra è un fenomeno potenzialmente ineliminabile dalla storia delle società organizzate (cioè dal paleolitico superiore). La loro preparazione, necessaria per la sicurezza – bene supremo di ogni società – fa parte dell’“obbligazione politica”. Secondo padre Niebuhr – consigliere spirituale del grande politologo Hans Morgenthau – la guerra non può essere eliminata dalla storia, come non lo è il peccato originale. Il suo scoppio e la sua violenza possono però essere – e vanno regolamentate dal diritto internazionale (Jus ad Bellum e Jus in Bello). Lo sono anche dalle varie dottrine della guerra giusta. Il ricorso reale alle armi può essere inoltre evitato – e la pace mantenuta con la dissuasione realizzabile in due modi: o con l’equilibrio delle forze – di cui l’equilibrio del terrore e la minaccia di rappresaglie “di secondo colpo” della guerra fredda rappresentano la variante più stabile avvenuta nella storia – oppure con la superiorità degli Stati che, soddisfatti dello status quo, sono disponibili a ricorrere alle armi contro le potenze revisioniste che vorrebbero modificarlo con la forza. Le armi non sono, quindi, utili solo per combattere. Lo sono – a parer mio, soprattutto per mantenere la pace. Chi non l’ha capito, dovrebbe dare una ripassatina alla storia o parlare di altro. È necessario che lo faccia in un periodo, come l’attuale, in cui la situazione strategica regionale e globale sta divenendo instabile e in cui l’Europa non può contare come in passato sulla “dissuasione estesa” americana.

La seconda tendenza è quella pacifista. Nelle sue forme più radicali essa sostiene che il ricorso alle armi sia sempre un crimine, che sia possibile eliminare ogni possibilità di guerra eliminando le armi (e il loro commercio), che non esistono guerre giuste e che la guerra possa essere cancellata dalla storia e sostituita dalla collaborazione fra i popoli, con negoziati promossi da potenti istituzioni internazionali capaci di imporre la pace, cioè il mantenimento dello status quo. La tendenza è molto popolare. La maledizione della guerra e delle sue brutture è vecchia come la guerra, soprattutto negli Stati deboli e in quelli che non vogliono sopportare i costi della sicurezza o di un conflitto. Viene normalmente utilizzata nella propaganda di guerra per diminuire la coesione dell’opinione pubblica nemica o di quella internazionale.

In sostanza, il pacifismo può essere – e viene – utilizzato come un’arma per prevalere sul nemico o per indurlo a disarmare, per batterlo più facilmente in caso di scoppio di un conflitto. Viene spesso applaudito dai politici per l’attrazione che esercita sugli elettori, poiché accantona nel breve termine il dilemma “burro o cannoni”, senza porsi il problema della sicurezza, che è sempre a medio-lungo periodo. Sulle esigenze della sicurezza è facile fare battute e sembrare spiritosi, come spesso avviene oggi in Italia, in cui viene praticamente ignorato il “ciclone” che ci investirebbe qualora Trump, eletto presidente, mantenesse le minacce espresse nei riguardi della Nato.

Tali due tendenze ideologiche contrapposte influiscono inevitabilmente sulle valutazioni date nei riguardi delle varie guerre, a parte le simpatie nutrite nei riguardi delle parti coinvolte. Basti, a quest’ultimo riguardo, pensare a come la propaganda del Cremlino e i suoi sostenitori si sono “arrampicati sugli specchi” per giustificare l’aggressione all’Ucraina (provocazione occidentale, minaccia dell’allargamento della Nato, oppressione della minoranza russofona, ecc.).

Tornando alle ideologie di base, a parer mio, il “realismo politico” corrisponde a quella che è la realtà del comportamento degli Stati e anche dell’Occidente, a cui conviene il mantenimento dello status quo esistente, seppur con una relativa politica di globalizzazione e di apertura verso il “Sud Globale”, che ne prevenga o, almeno, ne ritardi la completa indipendenza e sviluppo, per quanto ingiusta tale politica possa essere considerata da taluni. È probabile che la transizione non possa essere del tutto pacifica. La pax americana non regge più per l’erosione relativa della supremazia egemonica – militare ed economica – degli Usa e, soprattutto, per la crisi del loro impegno bipartisan di fungere da “gendarmi” dell’ordine mondiale liberal-democratico da essi costruito dopo la seconda guerra mondiale.

L’ordine internazionale attuale è divenuto instabile per la diminuzione della superiorità degli Usa e dalle loro sempre più accentuate tendenze al disimpegno e al ripiegamento isolazionistico. Ciò ha allentato – e non solo nel periodo della presidenza di Donald Trump – la solidità delle loro alleanze nell’Atlantico, ma anche nel Pacifico, peraltro indispensabili par la loro credibilità e potenza. Il ridimensionamento non si riferisce tanto alla potenza militare, tecnologica e finanziaria, quanto alle loro volontà d’intervenire per rispettare gli impegni presi, assumendone costi e rischi.

Ne consegue un periodo d’incertezza di cui l’Europa – in particolare l’Italia – non è ancora pienamente consapevole. Continua a basare la sua sicurezza sul possente deterrente nucleare e convenzionale americano, che però non dissuade più come in passato. Nessuno vuole affrontare seriamente il problema dell’autonomia strategica dell’Europa. Senza una capacità di dissuasione essa sarebbe “zoppa”, se non inesistente o, quanto meno, instabile. Questo imporrebbe di riprendere il progetto del 1957 (Taviani, Chaban-Delmas e Strauss) sulla “bomba nucleare” italo-franco-tedesca o di ricorrere a qualche altro “marchingegno” in condizioni di porre l’Ue in condizioni di resistere a ricatti nucleari (dotandosi di bombe radiologiche o di bombe basate sulle nuove tecnologie sviluppabili con l’intelligenza artificiale, ad esempio). Senza tali capacità di rappresaglia massiccia, non sarebbe possibile alcuna vera autonomia.

Meglio allora rassegnarsi ad accettare le pesanti condizioni che saranno imposte dagli Usa in caso di seconda presidenza Trump, oppure accettare il rapido declino che nella storia hanno sempre conosciuto gli Stati che non hanno saputo provvedere alla propria sicurezza, mascherando la propria impotenza con la “foglia di fico” di una virtuosa volontà di pace.


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Dai fratelli Wright ai droni. Come è cambiato il potere aereo nel corso della storia


Centoventi (e uno) anni fa, il primo esperimento volo dei fratelli Wright apriva una nuova epoca nella storia dell’umanità. Da allora ad oggi, il controllo dell’uomo sui cieli e sopra di essi ha continuato a crescere costantemente in tutte le dimensioni.

Centoventi (e uno) anni fa, il primo esperimento volo dei fratelli Wright apriva una nuova epoca nella storia dell’umanità. Da allora ad oggi, il controllo dell’uomo sui cieli e sopra di essi ha continuato a crescere costantemente in tutte le dimensioni. Compresa quella militare. L’evoluzione del potere aereo in contesti bellici, tra teoria e pratica, è stata finemente descritto in un paper dell’Istituto Affari Internazionali di recente pubblicazione, firmato da Alessandro Marrone, Andrea e Mauro Gilli.

L’introduzione dell’arma aerea, così come la sua evoluzione, ha portato all’avvio di un processo di profondo adattamento delle dinamiche belliche, adattamento che a sua volta ha influenzato lo sviluppo delle stesse aviazioni di tutto il mondo. Inizialmente utilizzati soltanto per mere funzioni di ricognizione sopra le trincee della prima guerra mondiale, col passare degli anni sono emerse concezioni dottrinarie che assegnavano ai velivoli un ruolo principe nella conduzione dei conflitti, dall’italiano Giulio Douhet all’inglese Hugh Trenchard e all’americano Billy Mitchell. Anche se non esattamente nei termini previsti dai “pionieri della dottrina aereonautica”, con la Seconda Guerra Mondiale il ruolo del potere aereo viene definitivamente consacrato come determinante, non solo relativamente alla dimensione aerea, ma anche a quella terrestre e a quella marittima.

Un ruolo che dopo il secondo conflitto mondiale si espande ancora di più. Da una parte c’è l’introduzione sullo scenario globale dell’arma nucleare, capace di stravolgere completamente i paradigmi strategici esistenti fino ad allora, arma il cui unico vettore (perlomeno all’inizio) può essere un ordigno trasportato da un velivolo. Contemporaneamente si avvia però la corsa allo spazio, e accanto ai velivoli anche i sistemi missilistici e i satelliti compaiono diventano componenti essenziali del potere aereo.

L’evoluzione tecnologica durante la seconda metà della guerra fredda rende tutti questi sistemi sempre più complessi ed efficaci, dotandoli di armamenti più precisi e di raggio maggiore, di capacità stealth e di sistemi di comunicazione più efficaci. La Revolution in Military Affairs è emersa come risultato diretto di questi sviluppi, senza i quali non sarebbe stata possibile, così come non sarebbe stato possibile realizzare campagne militari come quelle avvenute durante il momento unipolare del sistema internazionale post-guerra fredda, come i due conflitti del golfo, le operazioni in Libia e in Afghanistan o quelle nei Balcani. Che però, è doveroso notare, si sono svolte in contesti di spazio aereo praticamente uncontested (ad eccezione del Kosovo).

Cosa aspettarsi per il futuro? Gli aspetti toccati dall’innovazione possono essere tantissimi. A partire dall’evoluzione e dalla sempre più estensiva diffusione dei droni e di tutto ciò che è collegato al loro mondo, all’integrazione dell’Intelligenza Artificiale, fino alla creazione di mega-costellazioni di satelliti capaci di fornire un’intelligence accurata e costante. Quello che è certo è che la storia del potere aereo non è assolutamente arrivata al tramonto.


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Oggi parlo di carceri, sovraffollamento, sanzioni della Corte Ue all’Italia per le condizioni degradanti, soluzioni indicate dalla Corte.

Il sovraffollamento non si risolve con nuove carceri, come dice Meloni. Le carceri non basteranno mai, se si continuano a creare reati.

Intanto, i suicidi in carcere proseguono nell’indifferenza generale.

editorialedomani.it/idee/comme…

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Separare le Carriere per unire la Repubblica


Venerdì 23 febbraio 2023, ore 16:00 – Auditorium Petruzzi, Via dellew Caserme, 60, Pescara Intervengono: Avv. Giuseppe Benedetto, President Fondazione Einaudi Avv. Vania Marinello, Solicitor of the Senior Courts of England & Wales Avv. Bepi Pezzulli, Dire

Venerdì 23 febbraio 2023, ore 16:00 – Auditorium Petruzzi, Via dellew Caserme, 60, Pescara

Intervengono:
Avv. Giuseppe Benedetto, President Fondazione Einaudi
Avv. Vania Marinello, Solicitor of the Senior Courts of England & Wales
Avv. Bepi Pezzulli, Direttore Centro Studi Italia Atlantica, Solicitor of the Senior Courts of England & Wales

Introduce
Dott. Simone D’Angelo, President ENDAS Abruzzo

Modera
Dott. Mauro Di Pietro, Giornalista

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Zircon fa il suo debutto in guerra. Ecco il nuovo missile di Mosca


Una nuova arma dell’arsenale russo sembra aver fatto il suo debutto sui campi di battaglia ucraini. Secondo quanto riportato dall’Istituto di ricerca scientifica di Kyiv per gli esami forensi, l’analisi preliminare dei residui di proiettili impiegati dai

Una nuova arma dell’arsenale russo sembra aver fatto il suo debutto sui campi di battaglia ucraini. Secondo quanto riportato dall’Istituto di ricerca scientifica di Kyiv per gli esami forensi, l’analisi preliminare dei residui di proiettili impiegati dai russi durante l’attacco messo in atto nella notte del 7 febbraio proverebbe infatti che in quell’occasione le forze armate di Mosca abbiamo impiegato un “nuovo” sistema: lo Zircon.

Il sistema 3M22 Zircon (o Tzircon) è un missile da crociera ipersonico, parte delle “superarmi” presentate dal presidente russo Vladimir Putin durante un suo discorso del 2018, che ha completamento definitivamente la fase di testing nel giugno del 2022. Apparentemente capace di viaggiare a una velocità nove volte superiore a quella del suono e con una portata, secondo quanto reso noti da fonti russe, di 1.000 chilometri (circa 625 miglia), anche se le fonti occidentali la fissano invece all’interno di un range che va dai 500 chilometri (circa 310 miglia) ai 750 chilometri (circa 466 miglia). “La significativa frammentazione del missile rende difficile l’identificazione, ma possiamo già dire che l’arma non soddisfa le caratteristiche tattiche e tecniche dichiarate dalla Russia” avrebbe dichiarato il direttore dell’Istituto di Kyiv sul suo canale Telegram.

Sviluppato in funzione anti-nave, originariamente lo Zircon era disponibile soltanto nella versione impiegabile da piattaforme navali, di superficie o meno. Tuttavia, in un secondo momento si è deciso di sviluppare anche una versione per il lancio da piattaforme terrestri.

Mykhailo Shamanov, portavoce dell’amministrazione militare della città di Kyiv, ha dichiarato che è troppo presto per “trarre conclusioni” dal rapporto dell’Istituto, aggiungendo che la gente dovrebbe “aspettare le conclusioni degli esperti”. A Shamanov ha fatto eco il portavoce dell’aeronautica militare ucraina, Yuriy Ihnat, specificando come le forze armate di Kyiv stiano “conducendo gli esami” e che “gli esperti stanno verificando i rottami”.

Facile capire perché un effettivo impiego dello Zircon sia causa di tutti questi timori: nonostante non siano mai state testate fino ad ora sul piano operativo, le sue (presunte caratteristiche lo rendono un avversario temibile per gli ucraini. La velocità ipersonica del sistema russo lo renderebbe infatti invulnerabile anche alle migliori difese missilistiche occidentali come i Patriot, secondo l’associazione Missile Defense Advocacy Alliance: “Se queste informazioni sono accurate, il missile Zircon sarebbe il più veloce al mondo, rendendo quasi impossibile difendersi solo per la sua velocità”, si legge sul sito dell’Alleanza. Che definisce importante anche la nuvola di plasma del missile: “Durante il volo, il missile è completamente coperto da una nube di plasma che assorbe qualsiasi raggio di radiofrequenze e rende il missile invisibile ai radar. Questo permette al missile di non essere individuato mentre si dirige verso l’obiettivo”.


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Finanziare la Difesa europea attraverso la Bei. La proposta di Michel


Al Group forum 2024 della Banca europea degli investimenti (Bei) appena conclusosi in Lussemburgo si sono primariamente affrontati la green transformation, l’energia, le nuove tecnologie e i critical raw materials funzionali alla sicurezza economica Ue. L

Al Group forum 2024 della Banca europea degli investimenti (Bei) appena conclusosi in Lussemburgo si sono primariamente affrontati la green transformation, l’energia, le nuove tecnologie e i critical raw materials funzionali alla sicurezza economica Ue. Le parole-chiave della presidente Calvino sono “support competitiveness and strategic autonomy”, obiettivi che d’altra parte sono già il fulcro delle iniziative della Commissione europea. La stessa ha detto di essere molto attiva in tutte le aree ritenute oggi prioritarie dalla Ue ed è disponibile a fare di più per l’economia.

L’argomento circa la possibilità che la Banca possa finanziare non solo la security e il duale ma anche la difesa – non prevista dal suo mandato che prevede il voto all’unanimità – rimane a livello di dibattito politico e sta assumendo una crescente priorità. Per l’occasione, il presidente del Consiglio Ue Charles Michel, alla luce delle tensioni internazionali e della crescente necessità di finanziamenti nella difesa, ha lanciato un appello in favore di una “full-fledged Defence Union” che preveda, sulla scia di reiterate dichiarazioni dei leader e Commissari europei, un coinvolgimento della Bei – come si legge nelle conclusioni del Consiglio europeo di dicembre per un ruolo rafforzato a supporto della sicurezza e difesa europea – e l’utilizzo di Bonds europei come espresso da Francia, Polonia, Estonia e Lussemburgo. Per completezza si ricorda che tra i settori esclusi dai finanziamenti Bei ci sono tra gli altri il tabacco e gran parte dei combustibili fossili.

La questione Bei versus difesa è sul tavolo da anni in un crescendo di solleciti e raccomandazioni politiche dal 2022 a oggi da parte delle istituzioni europee e dell’industria. Si inserisce peraltro nel più vasto dibattito sulla prioritaria necessità per l’Ue di affrontare le nuove sfide (clima, semiconduttori, agricoltura, competitività tecnologica, commercio estero, difesa, Ucraina, eccetera) prevedendo investimenti adeguati e l’accesso a nuovi finanziamenti a supporto dei comparti industriali europei.

Più in generale si osserva che il dibattito si sta spostando verso un’evoluzione delle priorità negli approcci dal Green deal alla difesa. Tuttavia, le proposte finora avanzate come il Fondo sovrano promosso da Von der Leyen, e il continuo “scaled back” di nuove iniziative come la Strategic technologies for european platform (Step) e oggi l’agricoltura, iniziative perno di una vision di lungo termine, non hanno finora trovato seguito o sono marginali.

Si potrebbe considerare che la situazione di apparente stallo circa un ruolo della Bei nella difesa potrebbe rappresentare un primo ostacolo all’avanzamento delle proposte lanciate da Von der Leyden per una futura strategia europea per l’industria della difesa. La proposta include una lunga serie di argomenti, alcuni con aspetti critici di non facile risoluzione perlomeno oggi, come l’accennata proposta di Bonds europei con effetto di leva finanziaria a supporto dell’economia includendo la difesa.

Come ha recentemente illustrato dal vice presidente della Bei per la Sicurezza e la difesa, Peeters, la Banca è molto cauta sulla questione se oltrepassare il confine tra duale e difesa. Infatti la Bei nel 2022 ha lanciato la Strategic european security initiative (Sesi) con una dotazione di sei miliardi di euro, più altri due, mantenendo le restrizioni per armi, munizioni, infrastrutture militari e polizia. Le attività eleggibili concernono dual research, development and innovation; cyber-security; civil security infrastructure; military mobility; green security; military infrastructure; space. È un perimetro non esteso alla difesa, motivato sia dalle perplessità di fondi pensionistici sia per evitare il rischio di perdere l’appeal degli investitori, e aspetto molto importante per la Banca l’elevato rating AAA con il quale può prestare a tassi più favorevoli, costituendo un riferimento per le banche europee. La Bei si è detta parimenti favorevole a una maggiore cooperazione con la Nato.

Nella riunione dei ministri delle Finanze Ue a fine febbraio si discuterà insieme con la Bei della futura agenda strategica europea. Le indicazioni politiche emerse, l’esigenza di investire di più nella difesa e il superamento dei tabù nei fondi europei dal conflitto in Ucraina saranno elementi sufficienti per aprire la strada verso nuove formule di supporto e riorientare il ruolo della Bei anche nei settori della difesa o del nucleare?

Nota a margine da segnalare è che è stato presentato l’Investment report 2023/2024 della Bei Transforming for competitiveness. Il documento cita marginalmente la difesa insieme ad altri comparti, in relazione al “dibattito su un nuovo framework fiscale per incrementare la fornitura di beni comuni, come la sicurezza e la difesa per acquisire industrial security o autonomia strategica, e infrastrutture comuni nell’energia”.


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Francis Scott Fitzgerald – Il curioso caso di Benjamin Button


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L’Unione detta il mandato della missione in Mar Rosso. Il commento dell’amm. Caffio


Il Consiglio Ue, con la decisione Pesc 2024/583, ha stabilito il mandato dell’Operazione di sicurezza marittima dell’Unione volta a salvaguardare la libertà di navigazione in relazione alla crisi nel Mar Rosso (Eunavfor Aspides). La denominazione della mi

Il Consiglio Ue, con la decisione Pesc 2024/583, ha stabilito il mandato dell’Operazione di sicurezza marittima dell’Unione volta a salvaguardare la libertà di navigazione in relazione alla crisi nel Mar Rosso (Eunavfor Aspides). La denominazione della missione è di per sé sufficiente a chiarire i suoi capisaldi: tutela sicurezza marittima e libertà di navigazione. Il contesto giuridico è quindi quello -non bellico – della Convenzione del Diritto del mare (Unclos). Nel preambolo del documento si specifica infatti che il quadro di riferimento, come delineato nella strategia per la sicurezza marittima dell’Ue (Eumss), “consente all’Unione di intraprendere ulteriori azioni per proteggere i suoi interessi in mare così come i suoi cittadini, i suoi valori e la sua economia, promuovendo nel contempo le norme internazionali e il pieno rispetto degli strumenti internazionali, in particolare la convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos)… Gli attacchi mettono a repentaglio la vita dei marittimi sulle navi mercantili e costituiscono una violazione della libertà dell’alto mare e del diritto di passaggio in transito negli stretti utilizzati per la navigazione internazionale”.

Sulla base di tali premesse, come mandato dell’Operazione è stabilito che “Eunavfor Aspides, nei limiti dei mezzi e delle capacità di cui dispone: a) accompagna le navi [mercantili] nell’area di operazione; b) garantisce la conoscenza della situazione marittima; c) protegge le navi da attacchi multi-dominio in mare, nel pieno rispetto del diritto internazionale, compresi i principi di necessità e proporzionalità, in una sottozona dell’area di operazioni”.

Non ci sono quindi dubbi sul fatto che Aspides sia una missione di difesa attiva che, come è stato detto, non si propone di “fare la guerra” agli Houthi. Verrà svolta un’attività di protezione armata della navigazione volta a reagire, anche in via preventiva, ad azioni ostili, ma restano esclusi gli attacchi alle postazioni terrestri, a meno che questo non sia necessario per abbattere qualsiasi arma che punti a colpire e le navi in transito. Il principio di riferimento è la difesa legittima di fonte consuetudinaria, diversa dal diritto di self-defence – garantito degli art. 2 e 51 della Carta delle NU – che consente invece agli Stati oggetto di un’aggressione di iniziare le ostilità (jus ad bellum) fino a che il Consiglio di sicurezza non adotti misure per far cessare la minaccia alla pace ed alla sicurezza internazionale.

Sinora le NU non hanno preso decisioni di tale tipo, tranne la Risoluzione n. 2722 del 10 gennaio 2024 che condanna fermamente gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso al naviglio mercantile ed afferma che “l’esercizio dei diritti e delle libertà di navigazione da parte dei mercantili… deve essere rispettato [e così] il diritto degli Stati membri … di difendere le loro navi da attacchi, inclusi quelli che minano diritti e libertà di navigazione”. Di fatto, come è stato osservato, il Consiglio non ha autorizzato una missione di “polizia internazionale” o peace-enforcing che dir si voglia come quella condotta in Afganistan. Per il Mar Rosso appare più appropriato il riferimento ad un tipo di peace-keeping in cui le forze intervenute applichino robuste regole difensive di ingaggio .


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La Schlein come il Papa invoca la “pace” senza dire come


C’è sempre da preoccuparsi, o quantomeno da scoraggiarsi, quando un leader politico parla come fosse il Papa. C’è da preoccuparsi, o da scoraggiarsi, perché, quando accade, significa che la politica ha smarrito la bussola e, abbandonata la via del realism

C’è sempre da preoccuparsi, o quantomeno da scoraggiarsi, quando un leader politico parla come fosse il Papa. C’è da preoccuparsi, o da scoraggiarsi, perché, quando accade, significa che la politica ha smarrito la bussola e, abbandonata la via del realismo, procede a tentoni lungo i labirinti dell’utopia. I capi religiosi possono, e per certi aspetti debbono, lasciarsi guidare dall’etica dei principi; i capi politici debbono, o meglio dovrebbero, seguire unicamente l’etica della responsabilità. Ovvero, adattare i principi alle loro possibilità concrete di realizzazione e quando enunciano gli uni preoccuparsi sempre di indicare le altre.

Intervistata dal Corriere della Sera, Elly Schlein ha parlato come fosse il Papa. Cosa significa, infatti, appellarsi al governo italiano affinché assuma una “iniziativa di pace” in Medio Oriente? Mistero. Se la segretaria del Pd ritiene che a minacciare la pace sia il presidente israeliano Benjamin Netanyahu, le sue parole lasciano intendere che la capacità di persuasione del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani sia superiore a quella del segretario di Stato americano Antony Blinken. Il che appare francamente improbabile. Se invece ritiene che a minacciare la pace sia l’indisponibilità di Hamas a rilasciare gli ostaggi sequestrati dopo il pogrom del 7 ottobre, beh, avrebbe fatto meglio a dirlo chiaramente. Ma non l’ha fatto. E non è francamente probabile che fosse questo il senso del suo tanto accorato quanto generico appello. E allora, che senso ha avuto l’uscita “pacifista” di Elly Schlein? Semplice, non ha avuto alcun senso. Alcun senso politico.

Era già capitato a Matteo Salvini rispetto alla guerra in Ucraina. Più volte il leader della Lega ha invocato la “pace” citando il Papa, più volte ha teorizzato una non meglio identificata “soluzione diplomatica” in apparente sintonia con la Santa Sede. Un atteggiamento irresponsabile, che mal si concilia con i ripetuti voti della Lega a favore dell’invio di armi all’Ucraina e che ha avuto come unico scopo quello di strizzare l’occhio all’elettorato del centrodestra più incline ad infischiarsene del destino del popolo ucraino, e con esso della democrazia in Europa. Lo schema utilizzato da Elly Schlein rispetto al conflitto mediorientale è analogo. Si capisce che, come buona parte della propria base elettorale, la segretaria del Pd ritiene che a recitare la parte del cattivo in Medio Oriente sia lo Stato di Israele. Ma non ha il coraggio di dirlo né di indicare sbocchi politici conseguenti. Non le resta, dunque, che invocare la “pace” come il Papa, nella speranza che tanta vacuità non le attiri il risentimento sia dei suoi elettori filoisraeliani sia di quelli filo Hamas.

Huffington Post

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Separare le Carriere per unire la Rapubblica


Venerdì 23 febbraio 2023, ore 16:00 – Auditorium Petruzzi, Via dellew Caserme, 60, Pescara Intervengono: Avv. Giuseppe Benedetto, President Fondazione Einaudi Avv. Vania Marinello, Solicitor of the Senior Courts of England & Wales Avv. Bepi Pezzulli, Dire

Venerdì 23 febbraio 2023, ore 16:00 – Auditorium Petruzzi, Via dellew Caserme, 60, Pescara

Intervengono:
Avv. Giuseppe Benedetto, President Fondazione Einaudi
Avv. Vania Marinello, Solicitor of the Senior Courts of England & Wales
Avv. Bepi Pezzulli, Direttore Centro Studi Italia Atlantica, Solicitor of the Senior Courts of England & Wales

Introduce
Dott. Simone D’Angelo, President ENDAS Abruzzo

Modera
Dott. Mauro Di Pietro, Giornalista

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Figec Cisal e Fondazione Einaudi: libertà è diversità


ROMA – Figec Cisal e Fondazione Luigi Einaudi insieme per pensare in grande al futuro del nostro Paese. Questa la parola d’ordine scaturita, ieri, dall’incontro tra il presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, e una delegazione della

ROMA – Figec Cisal e Fondazione Luigi Einaudi insieme per pensare in grande al futuro del nostro Paese. Questa la parola d’ordine scaturita, ieri, dall’incontro tra il presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, e una delegazione della Figec Cisal formata dal segretario generale Carlo Parisi, dal componente della Giunta esecutiva con delega agli affari giuridici e legislativi, Pierluigi Roesler Franz, e dal consigliere nazionale con delega all’informazione Pino Nano.
«Un incontro – evidenzia Carlo Parisi – di pura cortesia istituzionale per testimoniare il ruolo di grande prestigio che, da anni, la Fondazione Luigi Einaudi svolge al servizio del Paese e di apprezzamento per le scelte e le prese di posizione del suo presidente sui temi più attuali del dibattito politico e giuridico di queste ore: dalla presunzione d’innocenza alla separazione della carriere in magistratura, a cui Giuseppe Benedetto ha dedicato uno dei suoi saggi di maggiore interesse generale: “Non diamoci del tu”».
Il segretario generale della Federazione Italiana Giornalismo Editoria Comunicazione ha illustrato al presidente della Fondazione Luigi Einaudi la specificità del «nuovo sindacato unitario aperto non solo ai giornalisti ma a tutti gli operatori dell’informazione, della comunicazione, dell’arte e della cultura, con particolare riferimento a quei settori di nuova formazione o da sempre esclusi da una seria e concreta tutela sindacale».

Il presidente della Fondazione Luigi Einaudi, da parte sua, ha manifestato allo stesso Carlo Parisi la «disponibilità a immaginare delle cose da poter fare insieme, dibattiti, incontri, forum di conoscenza e di confronto comune sui temi più attuali del momento, partendo da quella che è – ha sottolineato Giuseppe Benedetto – la nostra tradizione liberale, per arrivare a delle soluzioni comuni che siano di interesse generale e al servizio del mondo della cultura del Paese».

Intenso anche il confronto di idee tra lo stesso Benedetto e Pierluigi Roesler Franz sui temi più caldi della giustizia e sulle possibili iniziative comuni da mettere in campo per aiutare il mondo dell’informazione e della comunicazione a capire meglio quanto sta accadendo oggi nei palazzi del potere».

Commentando l’eco sit-in del giorno prima, davanti alla sede Rai di Viale Mazzini, in difesa dell’autonomia professionale dei giornalisti, del pluralismo e della libertà, Pino Nano ha, invece, parlato del ruolo fondamentale di UniRai, il dipartimento autonomo della Figec Cisal delegato ad occuparsi delle attività sindacali all’interno della Rai.
Prima dei saluti finali, e prima di lasciare il palazzo di via della Conciliazione che ospita la Einaudi, il presidente Benedetto ha fatto omaggio ai suoi ospiti degli ultimi volumi editi dalla Fondazione sui temi della riforma della giustizia e, in particolare, del suo ultimo saggio “Non diamoci del tu” sulla “Separazione delle carriere”, che vanta la prefazione del ministro della giustizia Carlo Nordio ed è stato già presentato in almeno 50 diverse manifestazioni pubbliche in tutta Italia. Dal canto suo, la delegazione della Figec Cisal ha avuto parole d’elogio per il rigore scientifico con cui il team della Fondazione Einaudi lavora per il Paese.

«La Fondazione Luigi Einaudi costituita nel 1962 da Giovanni Malagodi – ha ricordato Giuseppe Benedetto – si impegna perché ogni cittadino sia in condizione di vivere, di crescere, di rapportarsi con gli altri e di prosperare in pace, attraverso il riconoscimento delle diversità, la difesa delle libertà individuali e della dignità umana, la promozione del confronto libero e costruttivo sui fatti e le idee».
«Una visione – ha sottolineato Carlo Parisi – che coincide perfettamente con lo spirito che ha ispirato la nascita della Figec Cisal: un sindacato per la tutela e la difesa del lavoro esistente, ma anche per la ricerca e lo sviluppo del lavoro che non c’è. Un sindacato nel quale la diversità rappresenta un’occasione di riflessione e di crescita, non un problema da eliminare annientando chi non si adegua al pensiero unico».

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Naso: protocollo d’intesa tra il comune e la Fondazione Einaudi – AMNotizie


La città di Naso e la Fondazione Luigi Einaudi insieme per esaltare scambi interculturali e coesione sociale. Il sindaco Gaetano Nanì ed il presidente Giuseppe Benedetto hanno firmato un protocollo d’intesa che permetterà al Comune siciliano di valorizzar

La città di Naso e la Fondazione Luigi Einaudi insieme per esaltare scambi interculturali e coesione sociale.

Il sindaco Gaetano Nanì ed il presidente Giuseppe Benedetto hanno firmato un protocollo d’intesa che permetterà al Comune siciliano di valorizzare al meglio, l’enorme patrimonio culturale di cui dispone.

“Per la nostra città quella con la Fondazione Einaudi è una convenzione di altissimo prestigio – spiega Nanì – una collaborazione che ci permetterà di esaltare e far conoscere meglio all’Italia e all’Europa, la millenaria storia di Naso. Grazie a questo protocollo saranno organizzate ricerche, osservatori, convegni, seminari e mostre: avremo l’onore di ospitare studiosi, storici, politici e rappresentanti delle istituzioni. La Fondazione organizzerà iniziative che punteranno a promuovere e stimolare il dibattito pubblico sui temi di attualità, della giustizia, della storia e dell’economia”.

La convenzione stipulata prevede anche il coinvolgimento, nelle attività progettuali, degli istituti scolastici. “Un momento di crescita e formazione non solo per i nostri ragazzi, ma anche per quelli dei comuni limitrofi – continua il primo cittadino – e per fare ciò la Fondazione Einaudi metterà a disposizione a titolo gratuito, materiale informativo e divulgativo, prevedendo, altresì, incontri preparatori con docenti ed educatori scolastici. Per la firma di questo protocollo – conclude Gaetano Nanì – mi preme ringraziare il presidente Giuseppe Benedetto che ha dimostrato fin dal primo nostro incontro, sensibilità e grande disponibilità”.

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Scrivere a mano fa bene


L a calligrafia non viene più insegnata nelle scuole elementari italiane dal 1985. Da obbligatoria è diventata opzionale, così molti docenti non vi si dedicano più. Del resto, tanti bambini entrano in prima sapendo già scrivere o così credono: lo fa

L a calligrafia non viene più insegnata nelle scuole elementari italiane dal 1985. Da obbligatoria è diventata opzionale, così molti docenti non vi si dedicano più. Del resto, tanti bambini entrano in prima sapendo già scrivere o così credono: lo fanno ricorrendo alle maiuscole.Imparare a scrivere non è facile. Prima dei 5 o 6 anni è raro che un bambino riesca a farlo in modo adeguato, poiché tra l’omero e il pollice ci sono 29 ossa il cui coordinamento è un effetto progressivo dello sviluppo delle attività psico-motorie. Per questo ai piccoli, che in età prescolare impugnano una matita o una penna a sfera per imitare gli adulti, viene più facile la scrittura maiuscola. Così avviene, come ha riscontrato Bianca de Fazio scrivendo delle scuole italiane, che l’assenza dell’apprendimento del corsivo riduca le capacità cognitive dei ragazzi. Come sanno gli allievi delle scuole steineriane, Waldorf, frequentate nella Silicon Valley dai figlidei dipendenti delle industrie tecnologiche, scuole in cui ogni strumento di scrittura e lettura elettronica è bandito, le attività manuali come la scrittura corsiva, il lavoro a maglia o l’intarsio del legno favoriscono le capacità cosiddette problem solving. Ci sono studi che dimostrano che imparare l’alfabeto a mano manifesta una maggior memoria rispetto all’orientamento delle lettere, e sia pprende a leggere con più rapidità riconoscendo le lettere in anticipo. Perché? Lo spiega Roland Barthes in Variazioni sulla scrittura (Einaudi): la scrittura impegna l’intero corpo ed è una esperienza singolare, unica. Ogni scrittura è diversa dall’altra, e scrivere non è solo una attività tecnica ma implica una pratica corporea di godimento. Maria Montessori suggeriva ai maestri d’iniziare sempre con le forme rotonde. Certo imparare a scrivere in corsivo — il corsivo in uso nelle scuole italiane è il “corsivo stile inglese” — non è agevole e implica fatica, tuttavia comporta effettip ositivi: si armonizzano meglio le attività manuali e intellettuali. L’abolizione della pratica calligrafica non è, come si crede, il necessario portato della modernità. In un suo libro la calligrafa Francesca Biasetton ( La bellezza del segno, Laterza) ha fatto notare che parliamo di calligrafia come se fosse una unica pratica, mentre si tratta di tre realtà diverse: la scrittura amano che s’apprende a scuola; la scrittura a mano educata, ora scomparsa nelle aule; la calligrafia che è arte conquistata per lo più da adulti con un addestramento specifico. La scrittura è la cosa più personale che abbiamo. Ciascuno di noi possiede un segno specifico che un archivista tedesco, Wilhelm Wattenbach, nel 1866 ha chiamato ductus, che consiste non in una forma quanto in un movimento e in un ordine: “è il gesto umano nella sua ampiezza antropologica”. Il gesto più breve che possiamo compiere mentre scriviamo non è mai inferiore a 8 centesimi di secondo, e ognuno di noi ha una diversa velocità di tracciamento che corrisponde a una forma, la quale si modifica nel corso della nostra vita così come si modifica il nostro corpo. La perdita della parte tattile delle nostre azioni quotidiane, a causa della pervasività delle tecnologie visive, ci rende meno recettivi, e meno abili, nelle interconnessioni neuronali. Barthes ha scritto che la scrittura è dalla parte del gesto e mai del volto. A fronte delle immense possibilità cognitive offerte dalle tecnologie, quello che stiamo perdendo è prima di tutto il senso dello spazio, quello di essere dei corpi che si muovono in una estensione che non è una stanza o un appartamento, ma la superficie del mondo aperto intorno a noi com’è stato per migliaia e migliaia di anni per i nostri predecessori. Uno studioso di geometria scomparso di recente, Narciso Silvestrini, ha detto una volta che la nostra scrittura somiglia al nostro modo di camminare: con entrambe noi creiamo delle cicloidi. Se si potesse collegare alle nostre gambe un pennino e vedere il tracciato che facciamo mentre camminiamo, si scoprirebbe che il segno che rilasciamo è molto simile a quello che produciamo con le nostre mani: scrivere e camminare sono due attività profondamente collegate ed entrambe fanno bene al pensiero.

di Marco Belpoliti, La Repubblica

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Dallo Spazio agli abissi. Ecco i progetti su cui punta il Pentagono


Dalle profondità cosmiche alle profondità marine, il Dipartimento della Difesa di Washington mira a mantenere quella superiorità tecnologica che ha caratterizzato sino ad ora la sua postura militare. Suddividendo in modo equilibrato le risorse, ma al temp

Dalle profondità cosmiche alle profondità marine, il Dipartimento della Difesa di Washington mira a mantenere quella superiorità tecnologica che ha caratterizzato sino ad ora la sua postura militare. Suddividendo in modo equilibrato le risorse, ma al tempo stesso prestando particolare attenzione a determinati domini.

Come ad esempio quello spaziale. La Space Force del Pentagono sta lavorando all’espansione delle capacità dei suoi satelliti Gps, e sta chiedendo alle aziende di proporre idee per la fornitura di veicoli spaziali dimostrativi a basso costo finalizzati a testare nuove tecnologie. “Il governo sta studiando modi per ridurre i costi del ciclo di vita e aumentare il ritmo di sviluppo, produzione e messa in orbita dei satelliti GPS”, ha dichiarato il Comando dei sistemi spaziali, che con un avviso pubblicato il 5 febbraio ha affermato pubblicamente di star conducendo una ricerca di mercato per perfezionare il suo concetto di costellazione di satelliti dimostrativi Gps. “Il governo sta sviluppando una visione per tranche di satelliti prototipo dimostrativi con capacità sempre più complesse”.

Al momento la Space Force ha in orbita circa trentuno satelliti operativi, un mix vecchie e nuove che forniscono vari livelli di capacità. I satelliti più recenti (denominati Gps III) sono costruiti da Lockheed Martin e forniscono una precisione tre volte superiore, oltre che capacità anti-jamming molto migliorate rispetto alle varianti precedenti. Offrono inoltre una capacità chiamata M-code, che garantisce un segnale sicuro e preciso agli utenti militari. Lockheed sta già lavorando a un modello più avanzato (Gps IIIF), il cui lancio è previsto per il 2027. Accanto a questi satelliti, la Space Force sta valutando l’impiego di sistemi alternativi, più piccoli, più economici, più facili da produrre e in grado di operare in aree degradate dove il Gps non è oggi accessibile.

“L’intento di questo sforzo complessivo è quello di esplorare le opportunità per i fornitori spaziali non tradizionali e/o tradizionali di produrre rapidamente, integrare e rendere disponibili per il lancio, carichi utili per la navigazione che siano interoperabili con le apparecchiature utente GPS esistenti e future, riducendo al minimo le modifiche ai segmenti di controllo a terra GPS attuali e futuri”, ha dichiarato il Comando.

Ma oltre allo Spazio, ci sono anche gli abissi marini. La Defense Innovation Unit (unità responsabile dell’innovazione commerciale) del Pentagono ha assegnato ad Anduril Industries un contratto che porterà la sua famiglia di droni subacquei dalle grandi dimensioni nelle mani della Us Navy.

L’aggiudicazione avviene sulla base dei risultati di un test promosso l’anno scorso dalla Diu. In questo test i droni subacquei di grandi dimensioni già disponibili in commercio venivano messi alla prova per valutarne la maturità e l’applicabilità nel condurre “rilevamenti subacquei distribuiti, a lungo raggio e persistenti e per la consegna di carichi utili in ambienti contesi” secondo quanto si legge in un comunicato stampa rilasciato da Anduril l’8 febbraio.

La US Navy sta registrando difficoltà nel dotarsi di veicoli di questa tipologia. Nel 2017 ha avviato il programma di veicoli subacquei senza equipaggio di grande diametro Snakehead, anche se il programma di ricerca originale risale a prima del 2015. Il primo prototipo di Snakehead è stato battezzato solo nel 2022 e la Marina e il Congresso hanno deciso di cancellare il programma nel corso dello stesso anno. Tuttavia, è stato in qualche modo resuscitato come ricerca di mercato per identificare la tecnologia disponibile in commercio che potrebbe essere utile alla flotta statunitense. Parallelamente, la US Navy ha portato avanti anche il programma Orca, che a sua volta sta riscontrando dei ritardi, ma che continua a mantenere late le aspettative.


formiche.net/2024/02/spazio-ab…

#laFLEalMassimo – Episodio 114: DDL Capitali Gattopardi e Silver Bullet


Questa rubrica, mantiene la consuetudine di ribadire in apertura il proprio sostegno al popolo ucraino e la ferma condanna della dell’invasione perpetrata dalla Russia, che rimane una minaccia per tutte le società aperte e i paesi democratici. Di recente

Questa rubrica, mantiene la consuetudine di ribadire in apertura il proprio sostegno al popolo ucraino e la ferma condanna della dell’invasione perpetrata dalla Russia, che rimane una minaccia per tutte le società aperte e i paesi democratici.

Di recente si è parlato del provvedimento legislativo che con un tocco di bacchetta magica dovrebbe guarire tutti i mali del nostro mercato dei capitali, indurre piccole e medie aziende a quotarsi con entusiasmo, investitori stranieri accorrere con le tasche piene e dulcis in fundo convincere marchi storici come la Ferrari a ritornare a quotarsi in patria.

Trattandosi di materia molto tecnica non mi permetto di emettere giudizi definitivi e mi limito a formulare qualche considerazione di principio. Troppe volte in questo paese, quando i problemi strutturali non vengono impunemente ignorati, si procede con una strategia diversiva per la quale si attribuiscono virtù taumaturgiche a provvedimenti marginali, attraverso staw man argument retorici, neanche troppo nascosti, che suggeriscono di sparare a un mosca con un cannone, per risolvere i mali del mondo.

Vorrei concedere il beneficio del dubbio al nuovo DDL capitali auspicando che possa portare qualche miglioramento al nostro sistema, se non altro per il merito di aver sottolineato diversi dei limiti che lo caratterizzano.

Rimane tuttavia opportuno mantenere un sano e scettico realismo: se i risparmiatori, piccoli e grandi, italiani e stranieri, non trovano abbastanza attraente o conveniente investire nella borsa di Milano, così come rare e poche sono le aziende che scelgono di quotarsi, non è modificando qualche regola macchinosa sui diritti di voto che si può immaginare di modificare radicalmente la situazione.

Uno dei benefici indiretti della libera circolazione dei capitali e delle persone è che innesca una salutare concorrenza tra i diversi ordinamenti. L’Italia per il momento ha battuto un colpo e il tempo ci dirà se si tratta di una misura efficace e utili oppure dell’ennesimo miagolio del gattopardo che si a parole si propone di cambiare tutto, ma nei fatti sta bene attento a che nulla cambi.

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La rivoluzione dei droni. Dottrina militare e nuove tecnologie viste da Borsari (Cepa)


Negli scenari di crisi del mondo attuale, l’impiego dei droni continua a crescere sempre di più. E questo incremento oggettivo rappresenta uno stimolo che le strutture politico-militari dei singoli attori internazionali non possono assolutamente ignorare.

Negli scenari di crisi del mondo attuale, l’impiego dei droni continua a crescere sempre di più. E questo incremento oggettivo rappresenta uno stimolo che le strutture politico-militari dei singoli attori internazionali non possono assolutamente ignorare. Federico Borsari, analista del Cepa ed esperto in materia, ne ha parlato con Formiche.net.

Quali sono i principali aspetti su cui si concentrano gli sforzi di ricerca e sviluppo nel mondo degli Uncrewed Aerial Systems (Uas)?

Il trend che stiamo vedendo a livello globale è quello di una trasformazione dei droni da semplici velivoli a pilotaggio remoto, de facto spostando il pilota dalla cabina di pilotaggio al centro di comando e controllo, in sistemi che possono fare tutto, o quasi, in modo autonomo. Da semplici velivoli pilotati da remoto a veri e propri computer volanti. Gli sforzi tecnologici mirando a rendere i droni sempre più autonomi per quel che riguarda tutte le loro capabilities. Quindi raccogliere dati, trasmetterli in tempo reale, ma anche processarli sul velivolo stesso, così da permettere al drone di sfruttare tali dati per scegliere quali courses of action seguire, dal continuare il monitoraggio all’ingaggiare un tale obiettivo piuttosto che un altro; ma anche processare le informazioni in modo complesso per estrapolare determinati indicatori che poi vengono trasmessi alla rete comando e controllo a distanza. Poi c’è ovviamente tutta la parte più legata alla fisica del volo e alle performance aereonautiche, al raggio d’azione, alla capacità di carico. Sotto questo aspetto l’impegno è profuso nella ricerca di nuovi materiali più leggeri, o di nuovi sensori che migliorino le prestazioni, o ancora nel miglioramento dell’efficienza della propulsione per garantire minor consumo e maggior durata della missione. Ma il “core” dei processi di ricerca e sviluppo è lo sforzo per rendere i droni, se non completamente autonomi, completamente automatizzati e semi-autonomi. Per arrivare, in un futuro, a droni completamente autonomi. Che apre le porte per il concetto di swarming.

Che si intende per swarming?

La capacità di operare in grande numero e all’unisono. Un determinato numero di droni, cento come un migliaio, connessi l’uno con l’altro, capaci di condividere informazioni in tempo reale e compiere scelte sulla base di quello che il contesto fornisce loro, reagendo anche a cambiamenti repentini dello stesso.

Un concetto affascinante. Per renderlo operativo ed efficiente però sembra che sia più importante la quantità, che la qualità…

Certo. Non a caso c’è una tendenza generale nel cercare di abbassare i costi, investendo su tecnologie dual-use facilmente rimpiazzabili e replicabili, favorendo sistemi considerati come “sacrificabili” proprio per i costi contenuti che ne consentono la produzione su larga scala. E in caso di conflitto sarebbe un fattore importante, poiché ci sarebbe la necessità di sostituire un gran numero di sistemi che vengono persi per varie ragioni, e che però visto il costo più ridotto rispetto non solo agli aerei tradizionali, ma anche rispetto a droni più costosi e sofisticati, sarebbe decisamente più sostenibile come processo. Perdere un qualsiasi drone First-Person View non è come perdere un MQ-9 Reaper. Ma anche perderne cento, o mille. Il concetto di affordable mass si basa proprio questo principio.

Un’evoluzione tecnologica che presuppone anche un adattamento dottrinario. Secondo quale processo?

Se ci pensiamo i droni non sono una tecnologia nuova. La sua introduzione nei sistemi militari era già avvenuta anni fa. Prima però i droni venivano perlopiù utilizzati quasi esclusivamente con funzioni di ricognizione in contesti a bassa intensità, come in operazioni di counterinsurgency caratterizzate da spazi arei praticamente non contesi e con larghissimo spazio di manovra. Oggi invece i droni vengono impiegati in una serie di missioni diverse, dalla ricognizione all’attacco, dalla soppressione delle difese aeree nemiche al combat search and rescue. C’è quindi la necessità di adattare la dottrina militare a questi nuovi ruoli, integrando al suo interno la componente tecnologica. E allo stesso tempo serve testare la “nuova dottrina” sul campo, per sviluppare determinati concetti operativi necessari ad una dottrina generale più ampia, che serve per determinare che ruolo avrà il drone in ciascuna situazione, e come integrarlo con altre capabilities.

Secondo una notizia recente, le forze armate ucraine starebbero istituendo al loro interno una vera e propria branca dedicata esclusivamente ai droni. Cosa significa?

Il caso dell’Ucraina è esemplare. Kyiv si stava accorgendo dell’importanza dei droni già nelle settimane immediatamente successive all’invasione russa, e stava già adattando di conseguenza la propria dottrina. Ricordiamoci che l’Ucraina è stato uno dei primi Paesi occidentali a introdurre delle vere e proprie unità specializzate esclusivamente nell’impiego di Uas. Lo abbiamo visto soprattutto nel dominio navale, dove queste unità hanno impiegato “droni suicidi” per infliggere duri colpi alla flotta russa del Mar Nero. Ma il loro utilizzo si sta ampliando sempre di più, anche nelle altre dimensioni. Ogni unità dell’esercito ucraino ha le proprie capacità unmanned integrate, e questo permette grande flessibilità. A cambiare non è solo la dottrina, ma la struttura stessa delle forze armate. Il nuovo servizio che Kyiv sta istituendo, dedicato all’addestramento all’uso dei droni e allo sviluppo dei concetti operativi, che va proprio in questa direzione, è una cosa senza precedenti. Ed è ovviamente conseguenza delle necessità dell’Ucraina impegnata in guerra. Questi aspetti sono tanto importanti quanto la tecnologia stessa.

Maggiore l’importanza che assumono questi sistemi, maggiore l’importanza di avere a disposizione contromisure efficaci. Si è visto un adattamento proporzionale in questo senso?

I sistemi counter-Uas hanno acquisito sempre più importanza di pari passo con il ruolo offensivo di questi sistemi, che è aumentato esponenzialmente nell’ultimo periodo. Fino a poco tempo fa c’era una situazione di sostanziale svantaggio per chi doveva difendersi dai droni, soprattutto di piccole dimensioni, per via del loro numero sempre maggiore. Svantaggio che derivava non tanto dall’ incapacità di colpirli, quanto da una sostanziale diseconomicità nell’utilizzo di difese aeree tradizionali. Abbattere droni che costano ventimila o trentamila dollari impiegando sistemi intercettori con un costo unitario di un milione di dollari non era assolutamente sostenibile. Inoltre, l’utilizzo di Uas in numero sempre maggiore, anche all’interno della stessa operazione offensiva, rende difficile un loro contrasto con sistemi di difesa aerea tradizionali. Quindi le soluzioni sono due: o si aumenta il numero di sistemi aerei difensivi e di intercettori, con gli enormi costi che ne conseguono, oppure si cercano soluzioni alternative che possano offrire flessibilità e modularità nell’approccio.

Come ad esempio?

Come ad esempio il ricorso alla guerra elettronica, che sta vedendo un interesse rinnovato in questo periodo. La guerra elettronica offre una vasta gamma di “soluzioni”, dall’interruzione del segnale di navigazione del drone o della connessione con l’operatore, all’invio di dati di navigazione falsi all’apparecchio (il cosiddetto spoofing). Un approccio molto efficace, soprattutto quando integrato con sistema di difesa aerea “tradizionali” per offrire un ulteriore livello di protezione. Ma anche sistemi d’intercettazione “tradizionali” specifici per droni, di dimensioni relativamente piccole e basati sull’uso di testate a frammentazione che rilasciano tantissimi frammenti proprio per distruggerei droni avversari, stanno vedendo un uso sempre più estensivo. E ancora, ci sono soluzioni “passive”, e anche banali, ma comunque efficaci: pensiamo alle reti anti-drone impiegate con successo in Ucraina.

E per il futuro a cosa si guarda, da questo punto di vista?

A metodi sofisticati come le armi che utilizzano l’energia diretta: laser ad alta intensità, emettitori di microonde, et cetera. Queste tecnologie va ad agire sul drone in diversi modi: mentre i laser sfruttano l’energia della luce per fondere il drone, o comunque danneggiarlo, le microonde distruggono o danneggiano i circuiti interni dello stesso. Queste tecnologie sono ancora in una fase embrionale, anche se alcune sono già operative. Israele è uno dei pionieri nel campo, soprattutto per le armi che sfruttano il laser. Tel Aviv sta concentrando sforzi importanti nel programma noto come “Iron beam”, un sistema non ancora operativo, ma che è stato già testato con successo. Lo svantaggio di queste armi sono le dimensioni molto grandi, che rendono complesso l’aspetto logistico. Ma sono già in sviluppo sistemi più piccoli e portatili che possono essere installate su piattaforme mobili. Gli Usa lo stanno testando con il loro programma “M-Shorad”, di cui vedremo le prime applicazioni entro due anni circa. E anche dei “droni anti-droni” stanno venendo testati con successo.


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Così la Russia ruba Starlink all’Ucraina


Per Kyiv, Starlink potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Pare infatti che le forze russe stiano utilizzando il servizio di comunicazione che SpaceX aveva messo a disposizione delle truppe ucraine e che ora invece starebbe aiutando anche i suoi invasori

Per Kyiv, Starlink potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Pare infatti che le forze russe stiano utilizzando il servizio di comunicazione che SpaceX aveva messo a disposizione delle truppe ucraine e che ora invece starebbe aiutando anche i suoi invasori, ha spiegato DefenseOne.

Fonti ucraine riportano che le truppe di Kyiv avrebbero rilevato per la prima volta l’utilizzo in prima linea da parte della Russia dei dispositivi collegati al satellite diversi mesi fa, a cui sono poi seguiti altri episodi dove veniva registrato un simile utilizzo. Al momento, le forze russe sembrano utilizzare decine di terminali Starlink lungo l’intero fronte. A diffondere questa notizia non sono solo fonti ucraine: anche importanti gruppi di volontari russi che sostengono l’invasione hanno mostrato i terminali Starlink acquistati per le unità dell’esercito.

Il portavoce del Pentagono Jeff Jurgensen ha dichiarato che i funzionari statunitensi sono a conoscenza delle notizie, ma ha rimandato le domande ai “nostri partner ucraini per qualsiasi informazione operativa attuale riguardante attività di comunicazione satellitare di questo tipo”.

In un post su X dell’8 febbraio, i funzionari di SpaceX hanno dichiarato che l’azienda “non fa affari di alcun tipo con il governo russo o con i suoi militari. Starlink non è attivo in Russia, il che significa che il servizio non funzionerà in quel Paese. SpaceX non ha mai venduto o commercializzato Starlink in Russia, né ha spedito attrezzature a località russe […] Se i negozi russi affermano di vendere Starlink per il servizio in quel Paese, stanno truffando i loro clienti”, si legge nel tweet.

Ma questo divieto può essere aggirato: i russi possono facilmente acquistare i servizi Starlink all’estero e poi distribuirli alle loro forze armate, ha osservato la seconda fonte ucraina. Non a caso, nel post SpaceX non ha fatto riferimento all’effettivo impiego dei servizi di Starlink in Ucraina.

In linea teorica, SpaceX sarebbe in grado di impedire l’uso dei dispositivi Starlink nel territorio occupato dalla Russia. Il suo fondatore Elon Musk afferma di aver rifiutato una richiesta dell’Ucraina di abilitare l’accesso a Starlink nella Crimea occupata dai russi, così da permettere di sfruttarlo in operazioni offensive. Tuttavia, secondo Bryan Clark, senior fellow dell’Hudson Institute, le truppe russe potrebbero nascondere a SpaceX l’uso di Starlink.

La Russia potrebbe semplicemente “fornire un falso segnale GPS al terminale Starlink in modo da fargli credere che l’utente si trovi in territorio ucraino” ha detto Clark, che ha anche sostenuto l’idea che l’Ucraina potrebbe capire se la Russia sta usando Starlink, poiché i segnali dei terminali possono essere identificati con apparecchiature di intelligence dei segnali.

I dispositivi consentono alle truppe di prima linea di creare reti di comunicazione mobili da utilizzare nei centri operativi e per coordinare i colpi di artiglieria. Anche l’esercito americano utilizza sempre più spesso i dispositivi Starlink, come si è visto nelle recenti esercitazioni presso il National Training Center in California. A settembre il Comando spaziale ha assegnato a SpaceX un ordine di 70 milioni di dollari per Starshield, una versione militare di Starlink.


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Ucraina due anni dopo. Il ruolo della deterrenza secondo Caruso (Sioi)


Il 24 febbraio verrà ricordato nei libri di storia e da tutti noi come lo è stato per la caduta del muro di Berlino o l’attacco alle Torri gemelle. Le conseguenze e le ripercussioni dell’invasione russa dell’Ucraina hanno avuto un impatto profondo su dive

Il 24 febbraio verrà ricordato nei libri di storia e da tutti noi come lo è stato per la caduta del muro di Berlino o l’attacco alle Torri gemelle. Le conseguenze e le ripercussioni dell’invasione russa dell’Ucraina hanno avuto un impatto profondo su diversi aspetti della geopolitica e della sicurezza internazionale. A due anni dall’inizio dell’invasione russa, il conflitto ha segnato profondamente il panorama internazionale, con ripercussioni che vanno ben oltre i confini dei due Paesi coinvolti.

Indubbiamente l’invasione russa dell’Ucraina ha causato un riorientamento dell’ordine internazionale accelerando un riassetto geopolitico già in corso e spingendo molti Paesi a rivalutare le loro alleanze e le loro strategie di sicurezza. La risposta dell’Occidente, in particolare dell’Unione europea e degli Stati Uniti, ha mostrato un rafforzamento della solidarietà transatlantica, ma anche l’emergere di divisioni più profonde a livello mondiale, accentuandone la polarizzazione globale.

Il conflitto ha evidenziato l’importanza della tecnologia e dell’innovazione militare, con un particolare focus sull’uso dei droni, della difesa missilistica, della guerra cibernetica e delle tecniche di informazione e disinformazione. Questo ha portato ad una riconsiderazione delle priorità di difesa e degli investimenti in tecnologia da parte di molti Paesi. L’Ucraina si è rapidamente militarizzata in risposta all’invasione, ricevendo un significativo supporto militare da parte dei Paesi occidentali con un conseguente cambiamento nelle dinamiche di potere nella regione. Allo stesso tempo, la minaccia percepita dall’aggressione russa ha accelerato i dibattiti sull’ampliamento della Nato, con la Svezia e la Finlandia che hanno cercato l’adesione all’alleanza, marcando una significativa evoluzione nella politica di sicurezza europea che ha cambiato profondamente gli equilibri geo-strategici, in Europa e nel mondo intero. La guerra ha spinto i Paesi Nato, e non solo, a rivedere le loro strategie di deterrenza e di difesa, con un’enfasi rinnovata sulla prontezza militare, la difesa collettiva, la sicurezza energetica e nuovi strumenti per affrontare le minacce ibride e cibernetiche.

La situazione sul campo di battaglia, secondo esperti consultati dall’Atlantic Council, è lontana dall’essere in stallo, evidenziando invece una dinamica di costante cambiamento. In particolare, l’Ucraina ha ottenuto successi significativi nel mar Nero, compromettendo le operazioni di blocco russe e aprendo corridoi marittimi per l’esportazione del grano ucraino sui mercati globali. Questi sviluppi dimostrano l’adattabilità e la resilienza ucraina, mentre la Russia non ha ottenuto il totale controllo del mar Nero, area che Vladimir Putin ritiene di vitale importanza per considerare la Russia come una potenza continentale.

Permangono, tuttavia, molteplici interrogativi riguardo alla sufficienza dell’aiuto militare fornito, con rilievi sulla necessità di un supporto più significativo per garantire successi concreti anche sul fronte terrestre. Le titubanze di molte cancellerie occidentali, l’incapacità delle economie europea e statunitense – a differenza di quella russa – di trasformarsi rapidamente in economie di guerra, hanno evidenziato l’incapacità dei Paesi occidentali di affrontare conflitti su larga scala e per lunghi periodi di tempo, che richiedono grande impegno di risorse economiche e umane.

Risorse umane che l’Ucraina ha dimostrato di saper impegnare sia in campo militare che civile. Se le Forze armate ucraine hanno subito perdite significative, la popolazione civile ucraina ha subito perdite devastanti e sfide umanitarie immense. Milioni sono stati sfollati, sia internamente che come rifugiati nei Paesi vicini, affrontando la distruzione delle infrastrutture e gravi crisi umanitarie. La resilienza civile, tuttavia, è stata notevole, con un forte senso di unità nazionale e di resistenza culturale emergente in risposta all’aggressione.

Dal punto di vista economico, le sanzioni economiche imposte alla Russia da una larga coalizione di Paesi hanno avuto un impatto significativo sulle relazioni commerciali internazionali, accelerando i processi di decoupling economico e la ricerca di catene di approvvigionamento più resilienti e diversificate. Fattori che stanno anche influenzando il dibattito su temi come la sicurezza energetica, la fragilità delle supply chain globali, specialmente in settori critici come quello energetico e alimentare. Paesi in tutto il mondo hanno risentito degli shock alle supply chain, con conseguenze sulla sicurezza alimentare, sui prezzi dell’energia e sull’inflazione globale.

Sul fronte della ricostruzione, la guerra ha imposto un pesante fardello all’Ucraina. Secondo Rand corporation, il costo per la ricostruzione del Paese è stato stimato in 349 miliardi di dollari già a settembre 2022, superiore al Pil pre-invasione dell’Ucraina e tre volte maggiore rispetto all’assistenza militare, umanitaria e finanziaria fornita dall’inizio del conflitto. Nonostante le richieste di riparazioni, appare improbabile che l’Ucraina riceva compensazioni dirette dalla Russia, preparandosi piuttosto a un conflitto prolungato e su larga scala.

In conclusione, l’invasione russa dell’Ucraina ha generato una complessa rete di sfide e cambiamenti che vanno dalla sicurezza militare alla geopolitica, dall’economia alla sicurezza energetica. La risposta internazionale e la resilienza ucraina continuano a essere fondamentali nel plasmare il futuro di questa crisi, con implicazioni che vanno ben oltre i confini regionali. Guardando al futuro, è chiaro che la guerra in Ucraina continuerà ad avere un impatto profondo a livello globale. La sfida per la comunità internazionale sarà non solo quella di sostenere l’Ucraina nel suo percorso di ricostruzione e resistenza, ma anche di riconfigurare le relazioni internazionali in un modo da prevenire conflitti futuri di questa scala. Il presidente americano Theodore Roosevelt usava dire: “Parla con gentilezza e portati dietro un grosso bastone”.

La deterrenza giocherà un ruolo essenziale in questi equilibri tra potenze sempre più polarizzate. La prevenzione dei conflitti si potrà ottenere solo con una visione lungimirante, un saggio impiego della diplomazia unito ad uno strumento militare credibile, ingredienti essenziali per affrontare le sfide poste da questa crisi senza precedenti e cruciali per navigare nelle acque turbolente dei prossimi anni.


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La giustizia ingiusta


Macroscopiche invasioni nello spazio pubblico, in cui dovrebbe astenersi dall’entrare. Pericolosa tendenza a riscrivere le leggi. Utilizzazione di magistrati in uffici del potere esecutivo, a cominciare dal ministero della Giustizia. Debole esercizio del

Macroscopiche invasioni nello spazio pubblico, in cui dovrebbe astenersi dall’entrare. Pericolosa tendenza a riscrivere le leggi. Utilizzazione di magistrati in uffici del potere esecutivo, a cominciare dal ministero della Giustizia. Debole esercizio del potere di nomofilachia. Utilizzo del Consiglio superiore della magistratura (Csm) come organo di autogoverno, invece che di garanzia dell’indipendenza dei giudici. Crescente sfiducia dell’opinione pubblica nell’ordine giudiziario. Non tutti questi malfunzionamenti della macchina della giustizia dipendono solo dai giudici stessi. Ad esempio, la Corte costituzionale ha prima lasciato spazio, poi richiesto che i giudici rimettenti tentassero essi stessi un’interpretazione costituzionalmente orientata delle leggi da valutare, così aprendo spazi alla riscrittura delle leggi. Il Parlamento ha approvato leggi che lasciano troppa discrezionalità ai giudici, o mal scritte, o contraddittorie, così obbligando le corti a cavarsela da sole. La pubblica amministrazione non svolge i compiti amministrativi che ad essa spettano, lasciando quindi spazio alla supplenza giudiziaria.

Dipende, invece, in larga misura, dai giudici stessi il maggiore malfunzionamento della giustizia, la lentezza dei giudizi e la conseguente grande quantità di procedure pendenti. Questo è un problema capitale, come osservato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio il 17 gennaio di quest’anno in Parlamento, affermando che quella di una giustizia rapida è la sua preoccupazione fondamentale.

Le statistiche giudiziarie

La produttività della macchina della giustizia è misurabile in termini statistici e l’Italia è stata, un secolo fa, all’avanguardia in questo settore. Oggi dispone di numerosi dati, la maggior parte dei quali prodotti dalla Direzione generale di statistica e analisi organizzativa, che è un ufficio del ministero della Giustizia, ma fa parte del Sistema statistico nazionale.

La Direzione generale di statistica e analisi organizzativa – si può leggere nel sito del ministero – produce statistiche sull’attività degli uffici giudiziari di primo e secondo grado in ambito civile e penale e sulle spese di giustizia. Inoltre, la Direzione monitora il funzionamento di specifici istituti, quali la mediazione civile e commerciale e le procedure di composizione della crisi da sovra-indebitamento. Tuttavia, le statistiche dell’amministrazione penitenziaria sono prodotte dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e quelle della giustizia minorile dal Dipartimento della giustizia minorile e di comunità.

Poi, a inizio d’anno, un bilancio dello stato della giustizia viene presentato sia in Parlamento, sia all’opinione pubblica. In Parlamento ha svolto questo compito il ministro della Giustizia Nordio, il 17 gennaio di quest’anno, con una ampia relazione a cui era allegato un voluminoso rapporto. Per un pubblico più vasto si è prodotta la Corte di cassazione con la “Relazione sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2023”, presentata dalla prima presidente della Corte di cassazione il 25 gennaio di quest’anno. In questa relazione vi sono i dati relativi al funzionamento degli uffici di merito nel settore civile e penale.

Infine, ulteriori dati sono prodotti dai servizi statistici del ministero per tener conto del “vincolo esterno” costituito dal Piano nazionale di ripresa e di resilienza, che richiede un’accelerazione dell’attività giudiziaria, nonché una presentazione dei dati relativi, a consuntivo.

Questa pluralità di fonti può essere utilizzata soltanto tenendo conto che gli aggregati di riferimento sono diversi sotto il profilo temporale, sotto il profilo del contenuto e sotto il profilo della scansione, in qualche caso annuale, in altri semestrale e trimestrale. Ad esempio, i dati relativi alle relazioni di attuazione del Piano nazionale di ripresa e di resilienza contengono i dati di contenzioso, non quelli relativi alle procedure di esecuzione, mentre quelli forniti dalla Corte di cassazione sono aggregati per anno giudiziario, piuttosto che per anno solare. Per questo motivo, le tabelle riprodotte in queste pagine sono tratte dall’Annuario statistico 2023 dell’Istat.

Una giustizia lenta

Il bilancio che si trae da questi dati è quello di una giustizia lenta. Se si considerano le questioni giudiziarie sopravvenute, quelle esaurite e quelle pendenti negli anni più recenti, si nota un generale leggero miglioramento, con una riduzione dei tempi delle procedure e una diminuzione tra il 6 e il 13 per cento delle questioni pendenti. Tuttavia, la generale lentezza delle procedure giudiziarie conduce alla formazione di nuovi arretrati.

Le procedure pendenti civili a fine anno diminuiscono costantemente dal 2009 e quelle pendenti penali a fine anno diminuiscono dal 2013, ma con minore intensità. Tuttavia, il numero totale delle questioni ancora pendenti a fine anno (1922) supera i cinque milioni e l’accelerazione delle procedure non è sufficiente, per cui nel settore civile mediamente occorrono cinque anni e sei mesi per percorrere i tre livelli di giurisdizione, con una riduzione di soli quattro mesi rispetto all’anno precedente; in quello penale tre anni, con una riduzione di sette mesi rispetto all’anno precedente.

Istruttivo il caso recente del saluto fascista, una questione disciplinata con legge da settant’anni e che quindi non dovrebbe porre grandi problemi interpretativi. I fatti che hanno dato origine alla questione sono del 2016, la decisione delle Sezioni unite della Corte di cassazione del 2024, ma la controversia è ancora aperta perché è ora necessario che i principi stabiliti dalla Corte di cassazione trovino applicazione da parte della prima sezione penale della stessa Corte.

Cause ed effetti della giustizia lenta

I fattori che influiscono sui tempi dei procedimenti sono molti. Vi è in primo luogo il fattore legislativo, perché sono le norme che dettano regole sul merito delle questioni e disposizioni sulla procedura. Viene poi l’aumento o la diminuzione delle questioni sopravvenute, cioè della domanda di giustizia. In terzo luogo, il fattore relativo all’organizzazione del lavoro e alla produttività dei giudici.

Ora, al leggero miglioramento, ma insufficiente perché la giustizia italiana sia veramente giusta, contribuisce una migliore organizzazione del lavoro, ma anche la diminuzione delle questioni sopravvenute, in corso dal 2014. Il miglioramento assume un significato diverso se l’arretrato diminuisce perché aumenta il cosiddetto smaltimento (e cioè le decisioni), oppure perché diminuiscono le questioni sopravvenute. Nel primo caso, si può dire che si sta ponendo rimedio alla lentezza della giustizia. Nel secondo caso, il giudizio deve essere diverso perché la diminuzione delle questioni sopravvenute può essere il sintomo di una fuga dalla giustizia, prodotto proprio dei suoi tempi, che scoraggiano i cittadini a rimettere ai giudici la soluzione dei conflitti, cercata in altra sede.

Un altro fattore è quello relativo alla disponibilità di personale. L’attenzione portata sull’eccessivo numero di cause pendenti e sulla lunga durata dei processi ha animato una reazione relativa al personale. E’ stato notato che vi sono posti vacanti in organico, ma dimenticando che quello che conta non è l’organico, bensì il carico di lavoro, perché gli organici delle amministrazioni pubbliche si sono formati in epoche diverse e molto spesso sono stati gonfiati inutilmente.

Altra questione è quella della distribuzione delle corti sul territorio. Da trent’anni si lamenta che vi sono “tribunalini” da chiudere per sopperire al carico di lavoro delle maggiori corti (si pensi solo alla crisi attuale del Tribunale di Roma). Bisogna quindi verificare la geografia giudiziaria italiana per adeguarla alla domanda di giustizia.

Connessa a questa c’è l’altra questione, quella della distribuzione del personale, anche in relazione alle progressioni di carriera, spesso fatta non per soddisfare le esigenze della funzione, ma per rispondere alle richieste dei magistrati.

C’è infine il collo di bottiglia costituito dalla Cassazione il cui carico di lavoro dovrebbe essere governato dall’organo stesso, se vuole svolgere il suo ruolo di vero e proprio organo di cassazione.

Accanto alle cause, vi sono gli effetti, e questi sono sotto gli occhi di tutti. Sfiducia nella possibilità che la giustizia dia una risposta in tempi brevi. Quindi allontanamento della giustizia dal “Paese reale”. Ricorso a succedanei, in modo da “bypassare” l’ostacolo costituito dalla lentezza della giustizia. Grave costo complessivo per l’economia.

Mettere ordine nelle statistiche

Come già accennato, nella storia della statistica pubblica l’Italia è nota per aver inizialmente avuto le migliori statistiche giudiziarie. E’ stata l’esempio per altri Paesi. Tuttavia, poi si è fermata. Inoltre, il sistema statistico giudiziario incontra ora difficoltà nella raccolta dei dati perché la misura del rendimento viene considerata dai giudici, erroneamente, come interferenza con l’indipendenza della funzione giudiziaria.

Sarebbe utile mettere ordine nelle statistiche attuali perché le differenze degli aggregati possono indurre in inganno o addirittura nascondere una parte della realtà. Infatti, non c’è modo migliore per occultarla di metterla sotto gli occhi di tutti, come dimostra il famoso racconto “La lettera rubata” di Edgar Allan Poe.

Infine, le statistiche possono servire anche ad altri scopi, per migliorare il funzionamento della giustizia, apportare correzioni alla funzione: quindi, non solo per conoscere ma anche per correggere. In secondo luogo, per misurare meglio il rendimento del servizio pubblico della giustizia e la produttività di quest’area dello Stato perché, come scrisse nel 1953 Gabriel Ardant nel libro “Technique de l’État” (Paris, Puf) lo Stato può esser gestito come un’impresa e nessun settore si presta meglio della giustizia a realizzare quella che lui auspicava, la “concurrence sur le papier”.

Il Foglio

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La scrittura a mano non è solo un’arte antica, ma anche uno strumento potentissimo per il nostro cervello. Lo studio – orizzontescuola.it


Uno studio riporta alla luce il valore inestimabile della scrittura a mano. Condotto dalla docente universitaria Audrey van der Meer dell’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia, e pubblicato sulla rivista “Frontiers in Psychology”, lo studio dimost

Uno studio riporta alla luce il valore inestimabile della scrittura a mano. Condotto dalla docente universitaria Audrey van der Meer dell’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia, e pubblicato sulla rivista “Frontiers in Psychology”, lo studio dimostra che scrivere a mano attiva il cervello in maniera più intensa rispetto alla digitazione su tastiera, favorendo l’apprendimento e la memorizzazione.

La ricerca di van der Meer si focalizza sulla connettività cerebrale, cioè le connessioni temporanee tra diverse aree neurali durante la scrittura. “La scrittura a mano implica una connettività cerebrale più elaborata rispetto alla digitazione,” afferma van der Meer. Ciò è cruciale per la formazione della memoria e l’assimilazione di nuove informazioni, rendendo la scrittura a mano uno strumento potente per l’apprendimento.

Lo studio ha esaminato l’attività cerebrale di 36 studenti universitari tramite elettroencefalogrammi (EEG), che utilizzano 256 sensori per misurare l’attività elettrica del cervello. I partecipanti sono stati invitati a scrivere in corsivo o a digitare un testo. I risultati hanno mostrato un aumento della connettività tra diverse regioni cerebrali durante la scrittura a mano, ma non durante la digitazione.

“I movimenti manuali precisi richiesti nell’uso della penna contribuiscono ampiamente ai modelli di connettività cerebrale che favoriscono l’apprendimento,” sottolinea van der Meer. Anche la scrittura in stampatello, secondo la ricerca, avrebbe benefici simili. Al contrario, la digitazione si rivela meno stimolante per il cervello.

Questo studio ha anche implicazioni importanti per l’educazione. Van der Meer evidenzia che i bambini che apprendono a scrivere e leggere su tabletpotrebbero incontrare difficoltà nel differenziare lettere speculari, come ‘b’ e ‘d’, a causa della mancanza di esperienza fisica nella formazione delle lettere. “Gli studenti imparano e ricordano di più prendendo appunti a mano durante le lezioni,” conclude van der Meer, sottolineando l’importanza di mantenere vive le tradizionali tecniche di scrittura a mano nell’educazione contemporanea.

In sintesi, la scrittura a mano non è solo un’arte antica ma anche uno strumento potentissimo per il nostro cervello, che non solo migliora la memorizzazione ma influisce significativamente sulle connessioni neurali. Questo studio ribadisce l’importanza di equilibrare gli strumenti digitali con metodi più tradizionali nell’ambito educativo e di apprendimento.

orizzontescuola.it

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La Cina prova a reclutare i piloti Nato. L’alert Usa


Attuali ed ex piloti di Stati Uniti e Nato sono “molto richiesti” dalle forze armate cinesi “e sono stati oggetto di reclutamento sia palese sia occulto”. Le conclusioni di una riunione tra funzionari di Stati Uniti e Nato tenutasi presso l’Allied Air Com

Attuali ed ex piloti di Stati Uniti e Nato sono “molto richiesti” dalle forze armate cinesi “e sono stati oggetto di reclutamento sia palese sia occulto”. Le conclusioni di una riunione tra funzionari di Stati Uniti e Nato tenutasi presso l’Allied Air Command di Ramstein, in Germania, a fine gennaio confermano quanto già emerso nei mesi scorsi. Pochi giorni fa Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, e Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, hanno annunciato che la Cina sarà al centro del prossimo summit Nato che si terrà a Washington per celebrare il 75° anniversario dell’alleanza.

Nei mesi scorsi Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda – tutti membri dell’alleanza Five Eyes per la condivisione di intelligence, che comprende anche gli Stati Uniti – hanno adottato provvedimenti per evitare che ex piloti militari offrano la loro esperienza a Pechino. Nell’ottobre 2022 il ministero della Difesa britannico aveva dichiarato di ritenere che fino a 30 ex piloti militari britannici stessero fornendo addestramento in Cina e che molti altri fossero stati contattati, compresi piloti ancora in servizio.

Di questo fenomeno ha parlato anche il generale americano Charles Q. Brown, prima di diventare capo dello stato maggiore congiunto. Nelle sue precedenti funzioni, cioè quelle di capo di stato maggiore dell’Aeronautica, aveva firmato un documento interno spiegando che le forze armate cinesi vogliono “sfruttare le vostre conoscenze e abilità per colmare le lacune della loro capacità militare”. Aziende straniere, ha aggiunto, stanno “prendendo di mira e reclutando talenti militari statunitensi e della Nato” per addestrare l’Esercito popolare di liberazione cinese.

L’inedita conferenza “Securing Our Military Expertise from Adversaries”, svoltasi il 30 e il 31 gennaio, si è soffermato sulle modalità di reclutamento cinesi e su come affrontare il problema.

Secondo i funzionari statunitensi, si legge in una nota, queste offerte di lavoro provengono da un insieme di aziende private sostenute dalla Repubblica popolare cinese e da quelle direttamente incaricate dal governo di Pechino. L’esperienza ricercata comprende quella di piloti, manutentori, personale dei centri operativi aerei e una varietà di altri esperti tecnici di diverse professioni che potrebbero fornire informazioni sulle tattiche, le tecniche e le procedure aeree degli Stati Uniti e della Nato. Il reclutamento di questa natura da parte della Repubblica popolare cinese avviene principalmente attraverso annunci di lavoro apparentemente tipici, utilizzando siti di lavoro online o attraverso e-mail di headhunting inviate direttamente a persone interessate. Gli Stati Uniti osservano inoltre che i segnali di allarme più comuni sono rappresentati da posti di lavoro situati in Cina o nei dintorni, contratti che sembrano “troppo belli per essere veri” e dettagli vaghi sui clienti finali o sulle mansioni della posizione.

Tra i partecipanti all’evento c’erano militari, intelligence e altri attori chiave degli Stati Uniti e di 22 alleati Nato e partner Five Eye, oltre a una rappresentanza del Consiglio di Sicurezza nazionale degli Stati Uniti. “L’ampia partecipazione indica l’accresciuta importanza che la questione ha assunto sulla scena internazionale”, si legge nel comunicato. Tra gli argomenti trattati, la discussione delle migliori pratiche, il cross-targeting e la definizione di obiettivi condivisi per combattere questa minaccia emergente alla sicurezza degli Stati Uniti e della Nato.


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Il Pentagono taglia le psy-ops mentre Cina e Russia spingono sulla propaganda


Nella complessa realtà odierna, così come con altri mezzi nel passato, le cosiddette operazioni di information warfare (infowar) rappresentano uno strumento estremamente efficace nel perorare i propri obiettivi all’interno dell’arena internazionale. Quest

Nella complessa realtà odierna, così come con altri mezzi nel passato, le cosiddette operazioni di information warfare (infowar) rappresentano uno strumento estremamente efficace nel perorare i propri obiettivi all’interno dell’arena internazionale. Questo lo sanno bene “attori revisionisti” come la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese, i quali negli ultimi anni hanno accresciuto notevolmente i mezzi relativi a questo tipo di operazioni, traendone vantaggi concreti. La Russia ricorre alle cosiddette “troll farms” per plasmare le discussioni sulle piattaforme di social media americane, oltre che per convincere le popolazioni locali a rivoltarsi contro le truppe della Nato attribuendo false responsabilità per attacchi sul campo di battaglia e creando ad hoc notizie false. Ma anche la Cina dispone di un sofisticato sistema di guerra dell’informazione, che non ha esitato a sfruttare in occasione delle elezioni a Taiwan. Tuttavia, mentre Pechino e Mosca espandono il proprio arsenale di strumenti legati all’ambito dell’info-war, Washington sembra andare nella direzione opposta.

Secondo quanto riportato da una fonte anonima a DefenseOne, i vertici del Pentagono starebbero valutando tagli alle operazioni di supporto informativo militare, comunemente note col termine di psychological operations (o psy-ops, ancora più in gergo), al fine di risparmiare preziose risorse da destinare a reparti “cinetici” d’élite come i Berretti Verdi o i Ranger. Il dibattito sui tagli sarebbe in corso da almeno un anno, precisamente quando l’ufficio del Pentagono per la valutazione dei costi e dei programmi ha raccomandato una riduzione nel numero di operatori speciali in mansioni di supporto, logistica e comunicazioni. Reparti come l’8° Gruppo per le Operazioni, che costituiscono la maggior parte delle truppe di prima linea del Pentagono per la guerra d’influenza e d’informazione, sarebbero colpiti dai tagli. Secondo le stime, fino a 3.000 operatori speciali potrebbero essere oggetto della “revisione”.

“Tutti i nostri avversari hanno investito molto in questo spazio perché si considerano avvantaggiati rispetto a noi. E si tratta di una barriera all’ingresso poco costosa rispetto ad altre tradizionali forze militari di cui continuiamo a godere” ha dichiarato a DefenseOne un alto funzionario del dipartimento della Difesa statunitense. Che sottolinea anche come nel caso statunitense tali operazioni siano molto più piccole e abbiano obiettivi molto più limitati. “All’interno del nostro stesso governo, in alcuni casi c’è apprensione per i militari che si occupano delle operazioni di informazione, perché sembra che gestiscano un ‘Grande Fratello’. E sembra anche qualcosa che non è particolarmente legato alle operazioni militari”.

Questa branca rappresenta una porzione minuscola all’interno delle forze armate di Washington, ma gioca un ruolo di rilievo dei campi di battaglia dove gli Stati Uniti sono impegnati. Esemplare quanto avvenuto nel 2017 in Africa centrale, quando i soldati delle operazioni psicologiche hanno convinto molti combattenti dell’Esercito di Resistenza del Signore ad abbandonare la loro causa, rendendo possibile la neutralizzazione del gruppo ribelle a costi inferiori sia sul lato umano che su quello economico. Oggi le operazioni psicologiche degli Stati Uniti giocano un ruolo importante in Medio Oriente, in concomitanza ad altre operazioni come gli attacchi missilistici di rappresaglia o gli sforzi nelle pubbliche relazioni.

Il funzionario contattato da DefenseOne ha affermato che sono proprio questo tipo di operazioni siano la causa, diretta o indiretta, della riduzione negli attacchi delle milizie filo-iraniane contro avamposti e navi da guerra statunitensi.

Sebbene resta evidente che la scelta sia stata ponderata, ridurre le proprie capacità in una dimensione così importante in scenari più o meno convenzionali (innegabile il suo ruolo anche all’interno del conflitto ucraino), mentre i principali competitor incrementano i mezzi a loro disposizione, potrebbe rivelarsi una scelta pericolosa per Washington – che potrebbe rendersi più vulnerabile ad azioni rivolte contro il territorio Usa e la sua popolazione.


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L’Antica Australia Nord-Occidentale e il suo mare interno


Una recente ricerca ha gettato nuova luce sulla storia antica della regione nord-occidentale dell’Australia, rivelando un passato sorprendente che includeva un vasto mare interno. Questa area, per gran parte dei 65.000 anni di storia umanaContinue reading

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Melenzi


Non è (soltanto) scritta male, ma mal concepita. La riforma costituzionale che s’avvia a essere discussa è pensata per la ragione sbagliata, sicché non potrà arrivare alla meta proposta, ovvero rendere più forte il governo. Potrà essere approvata, come fu

Non è (soltanto) scritta male, ma mal concepita. La riforma costituzionale che s’avvia a essere discussa è pensata per la ragione sbagliata, sicché non potrà arrivare alla meta proposta, ovvero rendere più forte il governo. Potrà essere approvata, come furono approvate quella di Berlusconi (2005 e referendum perso nel 2006) e quella di Renzi (varata e cancellata nel 2016), potrà pure arrivare a referendum nel 2026, tanto per farne uno ogni 10 anni, ma non arriverà mai a ottenere il risultato a parole indicato.

I contenuti della riforma Meloni sono diversi da quelli della riforma Renzi. Il secondo commise lo stesso errore di Berlusconi, insalsicciando questioni diverse e finendo con il porre al cittadino tante domande diverse e consentirgli una sola risposta, che fu No. Purtroppo non avvenne la stessa cosa per la sciagurata riforma costituzionale del 2001, voluta dalla sinistra e che ora la Lega intende applicare. E non avvenne con il taglio dei parlamentari. Meloni ha capito la lezione: si riforma un tema per volta. Questo è un suo vantaggio. Ma lo scopo dell’esercizio è uguale a quello che si prefisse Renzi: arrivare al referendum e colà incassare la consacrazione. Andò diversamente.

C’è un altro aspetto che Renzi e Meloni hanno in comune: si sono trovati alla guida di governi che controllano e con un Parlamento che gli vota tutto. Sicché appare suggestivo ma insensato chiedere che il governo e chi lo guida si rafforzino: più di così non si può. Il fatto è che l’uno e l’altra hanno capito di vivere in un’illusione, quindi meglio incassare e liberarsi della propria maggioranza prima che si dissolva. Eccolo qua il punto comune: non si prova a rafforzare il governo nei confronti del Parlamento o del Presidente della Repubblica, ma nei confronti della sua stessa maggioranza, sapendo bene che è un raccogliticcio assemblaggio di diversi, in cui l’uno vedrebbe volentieri l’altro cadere.

Ragion per cui è fiato perso quello di chi grida al sorgere del regime o pensa che saranno soppresse le opposizioni: il vero e grande pericolo consiste nel provare a regolare conti politici – sapendo di non avere né di potere avere una maggioranza propria – mediante una riforma costituzionale che porti poi a un personale trionfo referendario. E questa roba porta male, perché la via plebiscitaria scatena l’avversione di tutti gli altri (alleati compresi, prego chiedere a Renzi) ed è destinata o a far perdere la guida del governo o a far perdere al governo la guida del Paese.

Tanto più che la riforma nasce da un raggiro, perché Repubblica presidenziale, semi presidenziale e premierato non sono parenti manco per niente. Sicché non si può dire che avendo promesso agli elettori la prima si mantiene la parola realizzando il terzo. E son tutti e tre sistemi sani, ma che funzionano soltanto se il resto dell’apparato costituzionale è coerente, se i contrappesi sono effettivi, se la separazione dei poteri è tutelata e se la legge elettorale è cooperante con lo schema scelto. Ma se lo scopo che ci si prefigge è quello di affrancare chi guida il governo senza avere mai avuto la maggioranza assoluta dei voti dai presunti alleati che ne intralciano il cammino e promettono di farlo cadere, allora non basta stabilire che si elegge il capo dello Stato o del governo, perché così si introdurrà la figura di un falso potente. E sono quelli che fanno la fine peggiore.

Della confusione è responsabile anche chi alla riforma s’oppone, paventando sottrazione di poteri dal Quirinale. Ma quei poteri sono essenziali e benefici nello schema costituzionale presente; se lo si cambia possono mutare, tutto sta a capire se coerentemente o meno. E se la rassicurazione è «Non li tocchiamo», è segno che il resto non regge.

Ne “La coscienza di Zeno” Italo Svevo scrisse: «Il vero furbo, in commercio, secondo me, doveva fare in modo di apparire melenso». Melenzi non è soltanto un errore ortografico, ma una crasi metodologica che rende la furberia troppo sfacciata e l’esito troppo sgradevole.

La Ragione

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L’Aeronautica americana testa i nuovi “droni gregari” contro una Cina fittizia


Nel luglio 2023, il Mitchell Institute for Aerospace Studies (ente sponsorizzato da varie aziende del settore della difesa ed affiliato dell’Air & Space Forces Association) ha realizzato un wargame molto particolare: in questa simulazione tre squadre aere

Nel luglio 2023, il Mitchell Institute for Aerospace Studies (ente sponsorizzato da varie aziende del settore della difesa ed affiliato dell’Air & Space Forces Association) ha realizzato un wargame molto particolare: in questa simulazione tre squadre aeree “blu” hanno utilizzato un mix di Collaborative Combat Aircraft (Cca), come sensori, esche, jammers e sistemi di lancio per “disturbare e stimolare” il sistema integrato di difesa aerea della Cina, “localizzare i suoi nodi critici ed esercitare attrito sulle minacce esistenti, al fine di supportare le operazioni dei velivoli con equipaggio”, secondo quanto si legge nel rapporto del Mitchell Institute sui Cca.

Nel rapporto vengono riprese le argomentazioni dell’Aeronautica Militare a favore dei Collaborative Combat Aircraft. E in particolare la necessità dell’Arma Area di Washington di rimpiazzare con sistemi uncrewed quelli a guida umana, alla luce del costante calo nel personale registrato durante gli ultimi anni. Ma per fare ciò, la Us Air Force deve disporre delle risorse necessarie ad acquisirli. L’aereonautica statunitense non ha reso pubblici i preventivi di costo per questi sistemi autonomi; tuttavia, il Segretario dell’Air Force Frank Kendall ha dichiarato di volere che un singolo Cca non costi più di un terzo di un F-35, il che suggerisce un prezzo di circa 27 milioni di dollari.

E dato che i primi esemplari (con equipaggio) del progetto Next Generation Air Dominance non saranno pronti all’uso prima del 2030 e avranno con tutta probabilità un prezzo elevato, l’Aeronautica si affida ai Cca per disporre di quella che viene definita una “massa accessibile”.

Nel wargame realizzato dal Mitchell Institute sono stati coinvolti dieci tipi di Cca, che vanno dai droni “sacrificabili” dal costo di circa due milioni di dollari a quelli dotati di alte capacità e “non sacrificabili”, con un prezzo che si aggira sui quaranta milioni di dollari. Durante i primi giorni della simulazione le squadre “blu” hanno impiegato un mix di Cca a basso costo e di modelli a costo moderato che possono essere recuperati e rigenerati per ulteriori impieghi operativi.

Per far sì che tali tecnologie abbiano un impatto concreto, l’Air Force dovrà acquistare questi droni nell’ordine delle migliaia, considerando che le squadre impegnate nel wargame hanno richiesto soltanto nella prima giornata centinaia di Cca, secondo quanto dichiarato dal responsabile per i future concept e la capability assessment capacità presso il Mitchell Institute Mark Gunzinger.

“Ciò significa che l’Air Force deve essere in grado di acquistarli su quella scala, il che comporta la necessità di avere un prezzo accessibile. Più stealth, più raggio d’azione, carichi utili più grandi, più sensori, supporto ai sistemi di missione: tutto ciò può far lievitare i costi. Quindi la chiave è capire che tipo di compromessi fare per avere sistemi accessibili, che si possano acquistare su scala e che siano comunque credibili in combattimento”, ha proseguito Gunzinger.

L’Air Force ha recentemente confermato che al momento cinque aziende – Boeing, General Atomics, Lockheed Martin, Northrop Grumman e Anduril – sono sotto contratto per progettare e costruire una flotta di almeno mille Cca. Degno di nota il fatto che tra questi appaltatori non vi sia Kratos Defense, che ha sperimentato con l’Aeronautica Militare il suo XQ-58 Valkyrie. Robert Winkler, vicepresidente dello sviluppo aziendale e dei programmi di sicurezza nazionale di Kratos, ha dichiarato martedì, durante la pubblicazione del rapporto, che il suo team tendeva a scegliere i Cca a basso costo, rimanendo nella fascia dei dieci milioni di dollari. Dietro l’assenza di Kratos potrebbe esserci il fatto che per questo progetto l’Usaaf vorrebbe un velivolo più grande e con un motore più potente rispetto a quello offerto da Kratos.


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Impalcati


Populisti di tutto il mondo riunitevi e prendete atto che basta un direttore artistico di Sanremo a fregarvi tutti. Amadeus e Fiorello cedono al ricatto ma, al tempo stesso, ne organizzano uno sontuoso alla politica: noi gli diamo ragione, a quelli che co

Populisti di tutto il mondo riunitevi e prendete atto che basta un direttore artistico di Sanremo a fregarvi tutti. Amadeus e Fiorello cedono al ricatto ma, al tempo stesso, ne organizzano uno sontuoso alla politica: noi gli diamo ragione, a quelli che con il trattore bloccano le strade, ora tocca a voi accontentarli. Parole e musica di un mondo irresponsabile.

I giovinastri che si sdraiano per strada, sfoggiando striscioni ecoretorici, ne restino ammirati. Oh dilettanti, per loro si minacciano pene severe (che sarebbero anche meritate), mentre a quelli che fermano tutto per rivendicare non solo il diritto d’inquinare, ma anche quello d’essere pagati per farlo, si dischiudono le porte e si presentano le scuse. Il tutto a cura di un mondo politico che dell’agricoltura mastica i prodotti, ma delle proteste ha una fifa immensa.

Terrorizzata, la politica annaspa. Potrebbe far presente che la nostra agricoltura va bene, che si tratta del settore più a lungo e massicciamente sostenuto dai contributi europei, che la nostra industria dell’alimentare esporta sempre di più. Ma il labbruzzo è tremulo e le parole non vengono. L’opposizione non sa se compiacersi o disperarsi, vista che la più efficace protesta viene da destra e loro si trovano a sinistra. La maggioranza vorrebbe dire: con tutto quello che vi abbiamo dato e promesso?! Ma si riduce a garantire di reintrodurre l’esenzione Irpef (Made in Renzi nel 2016), epperò con un tetto a 10mila euro di reddito l’anno, quindi non per l’industria agricola ma per l’orto. Praticamente promettono di cambiare quel che hanno compattamente approvato meno di due mesi addietro. Una maschia tenuta. Non basta? Allora i miliardi marchiati Pnrr passano da 5 a 8. Che è come dire usare fondi europei per convincere quelli che sono contro l’Unione europea che li genera. E sarebbe bello sapere dove finiscono, quei soldi, perché se diventano spesa corrente sono una gran fregatura per l’Italia e per tutti gli italiani che non li incassano personalmente. Come, del resto, lo sarebbe far aumentare i prezzi (a proposito, quelli dei supermercati devono essere stonati e, quindi, esclusi da Sanremo).

Hanno delle ragioni, gli agricoltori? Molte, ma quelli che bloccano tutto non sono degli agricoltori, bensì degli estremisti di cui alcuni fanno l’agricoltore. Premiare loro è come consegnare la rappresentanza all’estremismo, non bastasse il corporativismo. In un Paese peraltro senza memoria: sono gli stessi che fecero un baccano insensato contro il Ceta (l’accordo commerciale fra Ue e Canada) dicendo che ci avrebbe rovinati e il Made in Italy sarebbe stato annientato; la politica se la fece sotto, more solito, ma era una cosa talmente dissennata che non s’ebbe il coraggio di lasciarla cadere e quindi, superba ipocrisia, non si ratificò l’accordo ma lo si è applicato in via sperimentale; è andata benissimo, le nostre esportazioni sono cresciute e il Made in Italy alimentare ci ha guadagnato. Ma chi se ne ricorda? Nessuno ha voglia di dire che sono gli stessi agricoltori non coltivati di allora.

Ora il demone è l’accordo con il Mercosur. Un mercato da 780 milioni persone e un commercio da 50 miliardi di dollari l’anno: Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, Venezuela, ma anche Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perù. Tutti Paesi in cui la borghesia spende per comprare Made in Italy (a parte che molti discendono da italiani) e si potrebbe farli spendere di più. Con allevamenti e coltivazioni su spazi inconcepibili in Europa, con cui scambiare economie di scala. E aree d’influenza geopolitica che se si buttano al secchio poi serve a un accidenti piagnucolare perché la Cina s’avvicina.

Qualsiasi cosa ha pregi e difetti, qualsiasi accordo ha vantaggi e svantaggi, ma fare politica dovrebbe significare avere in mente un modello di interesse collettivo e saper compensare e trasformare quel che esce fuori mercato. Invece abbiamo Sanremo che impalca i maniscalchi contro le ferrovie, tanto il capo va a cavallo per i fatti suoi.

La Ragione

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Missione Gcap. Tutti gli incontri della delegazione britannica in Italia


Dopo la nascita a dicembre della nuova organizzazione governativa, Italia, Regno Unito e Giappone continuano a lavorare per il Global Combat Air Programme, su cui l’Italia ha impegnato 8,5 miliardi di euro fino al 2037. Il programma per lo sviluppo congiu

Dopo la nascita a dicembre della nuova organizzazione governativa, Italia, Regno Unito e Giappone continuano a lavorare per il Global Combat Air Programme, su cui l’Italia ha impegnato 8,5 miliardi di euro fino al 2037. Il programma per lo sviluppo congiunto di un aereo stealth di sesta generazione è stato al centro dei colloqui di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, con Rishi Sunak, primo ministro britannico, sentito telefonicamente la scorsa settimana, e con Fumio Kishida, primo ministro giapponese, incontrato a Tokyo lunedì. L’obiettivo è definire il Joint Venture Agreement nei prossimi mesi e l’incorporazione della joint venture industriale entro la fine dell’anno.

Inoltre, questi giorni una delegazione della commissione Difesa della Camera dei Comuni, composta da otto parlamentari guidati dal tory Jeremy Quin, è stata a Roma prima e sarà a Napoli poi per continuare a rafforzare i legami con l’Italia nel settore difesa. Nella capitale i deputati provenienti da Londra hanno incontrato Guido Crosetto, ministro della Difesa, Luca Goretti, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, gli omologhi delle commissioni di Camera e Senato (presiedute rispettivamente da Nino Minardo e Stefania Craxi) e i vertici di Leonardo. Nel capoluogo campano, invece, visiteranno domani l’Allied Joint Force Command, comando militare Nato. Prossimamente la delegazione britannica, da cui emerge un convinto sostegno transpartitico all’iniziativa, potrebbe fare tappa a Tokyo per chiudere il triangolo del Global Combat Air Programme.

Colloqui di questo tipo, “nel contesto di una partnership strategica di questa portata, sono fisiologici e opportuni” in quanto “permettono ai decisori politici di approfondire la conoscenza dei partner politici, militari e industriali con cui ci si impegna per tre decenni”, spiega Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa dell’Istituto Affari Internazionali, a Formiche.net. “Parallelamente ai negoziati portati avanti dai ministeri e delle industria, è importante, infatti, capire sul piano politico il livello di impegno reciproco e le capacità degli interlocutori, anche alla luce del fatto che il Global Combat Air Programme è una sorta di scommessa per tre Paesi, comparabili ma diversi e lontani, che si assumono la co-leadership di un’iniziativa simile per la prima volta”, aggiunge l’esperto che ha incontrato la delegazione assieme ad altri ricercatori dello stesso centro di ricerca.

A quanto appreso da Formiche.net, gli incontri si sono svolti in un clima molto positivo e hanno permesso di ribadire la fiducia reciproca sia nel partenariato strategico ribadito dal memorandum d’intesa firmato a Londra ad aprile, sia nello specifico del Global Combat Air Programme.

Uno dei punti sull’agenda dei parlamentari britannici in visita in Italia riguarda il sostegno all’Ucraina, in particolare nel caso in cui Donald Trump dovesse vincere le elezioni presidenziali americane di novembre e insediarsi a gennaio alla Casa Bianca. Per il Regno Unito “la priorità più urgente in materia di sicurezza nazionale e politica estera nel breve-medio termine è affrontare la minaccia posta dalla Russia alla sicurezza europea”, come si legge nella Integrated Review Refresh 2023 pubblicata meno di un anno fa. E gli alleati Nato e i partner dell’Unione europea sono pronti a sostenere Kyiv anche davanti a un diverso approccio americano? Questo l’interrogativo, legato anche all’autonomia strategica europea, al quale a Londra si cercano risposte.


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Scuola, i bimbi scrivono male in corsivo per l’abuso di smartphone, tablet e social


Indagine negli istituti napoletani (ma il fenomeno si presenta in tutta Italia): l’utilizzo eccessivo di strumenti elettronici spinge i più piccoli a privilegiare lo stampatello. I docenti: “Crescono i disturbi dell’attenzione” Per alcuni è una battaglia

Indagine negli istituti napoletani (ma il fenomeno si presenta in tutta Italia): l’utilizzo eccessivo di strumenti elettronici spinge i più piccoli a privilegiare lo stampatello. I docenti: “Crescono i disturbi dell’attenzione”

Per alcuni è una battaglia di retroguardia. Per altri l’indispensabile argine ad una deriva che compromette le capacità cognitive e lo sviluppo del pensiero nei bambini. È l’uso del corsivo nella scrittura.

Corsivo cui i piccoli preferiscono, con sempre maggiore frequenza, i caratteri in stampatello. Complici l’uso dei computer e degli smartphone. Tastiera contro mano libera. Semplicità del gesto contro un’abilità motoria da imparare anche a fatica. «Nella seconda elementare in cui insegno – racconta Monica Scarpa, maestra alla Virgilio di Secondigliano – i bambini quasi esprimono un disagio di fronte al corsivo. La fatica delle forme tondeggianti, della precisione, della grafia comprensibile, li porta a rifiutare il corsivo. “In stampato scrivo meglio” mi dicono».

E quella degli attuali alunni di scuole elementari non è la prima coorte in difficoltà con la scrittura. Il fenomeno dura da anni, i primi maniaci dello stampatello sono già alle superiori: «Ma io non accetto compiti in classe che non siano scritti in corsivo – afferma Veronica Grotta, docente in un liceo del Vomero – e più di una volta sono stata contestata dai ragazzi con l’accusa di “non lasciarli liberi di esprimersi”, fraintendendo, in tutta evidenza, sia il concetto di libertà che di espressione».

Da un po’ il dibattito sulla scrittura e sull’ortografia ha preso piede tra i docenti ed i pedagogisti. La questione è diventata oggetto di ricerche scientifiche. Come quella che nel 2023 è stata pubblicata dai ricercatori dell’università La Sapienza e del Policlinico Umberto I: secondo l’indagine un bambino su cinque nelle scuole elementari ha difficoltà ad usare il corsivo. E nel 21,6 per cento dei casi c’è il rischio concreto di sviluppare un problema di scrittura difficilmente, in seguito, recuperabile.

«Un problema che può trasformarsi in disturbo, come la disgrafia» aggiunge Serena Speranza, insegnante alla Doria di Fuorigrotta. «Se per i piccoli che soffrono di disturbi legati alla coordinazione motoria o alla dislessia l’uso dello stampato al posto del corsivo è una soluzione, per gli altri può addirittura essere il canale attraverso il quale si amplifica un disturbo della scrittura».

«O dell’attenzione – aggiunge Paola Damiano, docente di scuola primaria alla Oberdan del centro di Napoli – I nativi digitali sono abituati alla tastiera. I bambini delle mie classi, ormai da qualche anno, non hanno più la stessa mobilità del polso di un po’ di tempo fa. Per scrivere in corsivo serve muovere mano e polso in un certo modo, reggere la penna correttamente. Spesso non sanno proprio farlo perché, ad esempio, le loro manine non hanno mai “impastato” qualcosa, piuttosto hanno sfogliato pagine digitali su tablet e telefonini. I loro giochi sono, sempre più spesso, dinanzi ad uno schermo, con una tastiera e un joystick». Anche a causa del Covid, aggiunge, «non hanno sviluppato i prerequisiti, come tagliare e incollare, colorare e sviluppare manualità. E si rifugiano nello stampato, più facile, con le sue semplici linee».

La competenza di scrittura, nel senso di impugnatura e movimento della penna, si allontana sempre più ed i piccoli manifestano difficoltà anche nel colorare. Susanna Iannaccone, anche lei docente con master in pedagogia, aggiunge: «La scrittura in corsivo si è dimostrata indispensabile per attivare tutte le zone cerebrali. Come una ginnastica per la mente. Il corsivo sviluppa la cosiddetta motricità fine, l’attenzione, il rispetto dello spazio nel foglio. Favorisce l’orientamento spaziale, nonché l’ordine mentale. Per non parlare di quanto sia importante per una espressione grafica del sé».

«Un sé che invece adesso – afferma Marina Guida, scuola media Foscolo – è affidato quasi esclusivamente alle immagini: su TikTok o Instagram non serve saper scrivere ma saper apparire come i social richiedono. Così anche in terza media si fa fatica ad ottenere una scrittura fluida. Il mio alunno M.M., di 12 anni, quando scrive in corsivo non riesce a tenere il ritmo, né a rispettare gli spazi del foglio. La sua coordinazione oculo-manuale è minima. E non è il solo». Il problema è trasversale alle fasce sociali, si propone nelle scuole di periferia come in quelle del centro. «Secondo la mia esperienza a Poggioreale – afferma Irene Iacobelli, docente della Mastriani – oltre la metà dei bambini e dei ragazzi preferisce lo stampatello. Se usano il corsivo è perché li costringiamo. Le neuroscienze sono state chiare, in proposito: dal non uso del corsivo derivano limitate capacità di pensiero, di ragionamento e di apprendimento».

E persino difficoltà di concentrazione o difficoltà nella sfera degli affetti e delle emozioni. Così in Usa la California e il Michigan hanno reintrodotto per legge, nelle scuole, l’uso del corsivo, dopo averlo considerato per anni “una inutile fatica”.

di Bianca de Fazio, repubblica.it

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Droni, cyber e capitale umano. Pontecorvo racconta la collaborazione con Riad


Grazie alla strategia Vision 2030, il programma strategico promosso da Riad per ridurre la sua dipendenza dal petrolio e diversificare la propria economia, l’Arabia Saudita sta diventando un attore di primo piano per quanto riguarda le collaborazioni indu

Grazie alla strategia Vision 2030, il programma strategico promosso da Riad per ridurre la sua dipendenza dal petrolio e diversificare la propria economia, l’Arabia Saudita sta diventando un attore di primo piano per quanto riguarda le collaborazioni industriali internazionali. Al recente World Defence Show di Riad, l’Italia ha partecipato con le sue eccellenze industriali dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza tra cui il campione nazionale Leonardo, che ha siglato un memorandum of understanding con ministero degli Investimenti e l’Autorità generale per l’industria militare dell’Arabia Saudita per sviluppare e valutare una serie di investimenti e opportunità di collaborazione nei settori dell’aerospazio e della difesa. Airpress ne ha parlato con il presidente di Leonardo, l’ambasciatore Stefano Pontecorvo, di ritorno dal Paese arabo.

Presidente, qual è il significato strategico dell’accordo siglato da Leonardo con le autorità di Riad, e quali sono le principali aree di cooperazione identificate?

Partiamo da un dato. Leonardo è presente in Arabia Saudita dagli anni Sessanta. E se oggi abbiamo firmato questo memorandum of understandig vuol dire che la nostra tecnologia è apprezzata. Ne consegue che la firma rappresenta non solo un’importante opportunità per consolidare la cooperazione sulla difesa, ma anche una piattaforma per sviluppare congiuntamente nuove tecnologie, attraverso l’esperienza e le capacità delle parti. Noti bene un particolare. Sto parlando di “piattaforma”. Infatti, il Mou è ad ampio spettro. Prevede collaborazioni in settori diversi. Si va – a titolo d’esempio – dallo spazio alla manutenzione/riparazione/revisione per aerostrutture; dalla localizzazione per sistemi di guerra elettronica, radar fino ad arrivare all’assemblaggio di elicotteri.

Come ha ricordato Lorenzo Mariani, l’accordo ci permetterà di fare una valutazione approfondita riguardo nuove opportunità di collaborazione in diversi settori. Lavoreremo insieme per studiare come rafforzare la nostra partnership con soluzioni ad alta tecnologia e capacità localizzate in campo R&D, industriale e dei servizi. Per decenni Leonardo ha fornito al Paese piattaforme, sistemi, tecnologie e servizi, dal trasporto aereo, al supporto all’industria energetica, agli elicotteri, fino a sistemi elettronici e sensori, a cui si aggiungono sistemi per la difesa marittima e cyber, oltre a un contributo chiave nel campo della difesa aerea.

Riad è coinvolta nelle attività basate sulla sua Vision 2030, il programma strategico per diversificare la propria economia che vede tra i suoi pilastri principali l’aumento degni investimenti nel settore dell’aerospazio e della difesa. Quali potrebbero essere le opportunità per il nostro sistema-Paese nel complesso derivanti dalla collaborazione con l’Arabia Saudita?

Credo che il Mou potrà contribuire significativamente alla Vision 2030 dell’Arabia Saudita finalizzata all’implementazione di riforme senza precedenti nel settore pubblico, alla diversificazione dell’economia, per consentire a cittadini e imprese di raggiungere pienamente il loro potenziale e creare opportunità di crescita innovative. In più, credo possa offrire un contributo reale su aree specifiche, sia nel settore del combattimento aereo, che in quello dell’integrazione multi-dominio, campi dove Leonardo sta sviluppando tecnologie di nuova generazione e implementando una serie di progetti dimostrativi abilitanti. Queste potrebbero includere sistemi a pilotaggio remoto, sensori integrati, tecnologie digitali, processi di industrializzazione e sviluppo del capitale umano. Ma c’è di più: nel Mou c’è scritto che le autorità saudite e Leonardo si impegnano ad esplorare opportunità per la supply chain locale in Arabia Saudita e, più in generale, per il ruolo di Leonardo nella regione e nella catena del valore globale.

In che modo questa collaborazione si allinea con la strategia internazionale di Leonardo e quali sono le prospettive di ulteriori collaborazioni simili?

In maniera totale. Vede, aziende come Leonardo immaginano il futuro. Creano, cioè, tecnologie che verranno utilizzate nei prossimi anni. È per queste ragioni che ripeto le parole di Amartya Sen: “La ricchezza di un Paese non si misura soltanto con il Pil”. La conoscenza tecnologica, in un’era informatica come l’attuale, fa la differenza. La conoscenza digitale si misura con la capacità computazionale installata sul territorio. Per l’Italia è 317 petaflop di potenza di calcolo a servizio della ricerca e dell’alta tecnologia. Cosa vuol dire? Che nel nostro Paese è possibile fare 317 milioni di miliardi di operazioni al secondo. Un milione di miliardi è un “uno” seguito da 15 “zero”. Un risultato a cui partecipa Leonardo. Credo che siano stati anche questi indiscutibili successi tecnologici che abbiano spinto l’Arabia Saudita a consolidare la collaborazione con la nostra azienda.

Guardando al prossimo futuro, quali sono i passi che Leonardo intende compiere per consolidare e sviluppare ulteriormente questa partnership con l’Arabia Saudita?

Oltre ai programmi e i progetti che ho già illustrato, le posso anticipare che nella tarda primavera si sta ragionando di organizzare una Giornata della Difesa italo-saudita, proprio per dare seguito a tutte le iniziative in corso fra i due Paesi.


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Lo sgarbo


Al governo serve gente competente. Alla sanità serve che si capisca di faccende sanitarie, non che si sia necessariamente un medico (pur non essendo escluso) ma che si conoscano i problemi e si abbia idea delle soluzioni. Se, però, sei il fondatore di una

Al governo serve gente competente. Alla sanità serve che si capisca di faccende sanitarie, non che si sia necessariamente un medico (pur non essendo escluso) ma che si conoscano i problemi e si abbia idea delle soluzioni. Se, però, sei il fondatore di una catena di cliniche un problema si crea. Si chiama “conflitto d’interessi” e lo si regola – più o meno efficacemente – senza per questo preferire i nullafacenti. Vale anche per la cultura, che non è soltanto arte della parola.

Vittorio Sgarbi – geniale protagonista inseguito da un tenace avversario di nome Sgarbi – è un dirigente del centrodestra fin da prima delle sue origini ed è stato chiamato al governo da chi si suppone lo conosca. Ora afferma che il problema del conflitto d’interessi non è limitato alla sua persona, aggiungendo piacevolezze sul ministro. Non è un qualunquista di passaggio né un oppositore dei governanti. La questione che pone non potrà essere scantonata sperando che taccia. Anche perché sarebbe una vana speranza.

La Ragione

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La storia ignorata


sraele uguale nazismo? Cosa succede quando l’uso politico della storia si incontra con l’ignoranza della storia? L’uso politico della storia non è certo una novità. È sempre stato praticato. Si ricorre strumentalmente all’uno o all’altro esempio storico s

sraele uguale nazismo? Cosa succede quando l’uso politico della storia si incontra con l’ignoranza della storia? L’uso politico della storia non è certo una novità. È sempre stato praticato. Si ricorre strumentalmente all’uno o all’altro esempio storico scegliendo l’interpretazione che si ritiene più conveniente al fine di dare sostegno, di fornire legittimità, alla posizione politica che si sta difendendo. A chi ne fa un uso politico, della storia in sé, di che cosa sia realmente accaduto in passato, non importa un bel nulla: si usa la storia come una clava, è solo un mezzo utile per fare propaganda, per conquistare proseliti, per sconfiggere le posizioni avversarie. Ma se la novità non sta certo nell’uso politico della storia, è nuovo il contesto in cui vi si fa ricorso.

La novità consiste nel fatto che oggi una parte ampia dei ceti istruiti (o supposti tali), specie delle generazioni più giovani, è incapace di pensare la storia e, spesso e volentieri, non possiede neppure le semplici nozioni storiche che un tempo fornivano le scuole superiori. È un fenomeno che gli storici di professione da tempo stigmatizzano. Viviamo in società immerse in un eterno presente. Il processo è cominciato nell’era televisiva. La Rete ha esasperato la tendenza.

Le ricerche condotte dagli specialisti della comunicazione danno al riguardo indicazioni chiare: una grande quantità di persone che vive immersa nel presente ha perduto la capacità di capire che il presente è influenzato dal passato. A queste persone sfugge la profondità storica di qualunque evento di cui sia testimone. E poiché il passato non conta nulla, non è considerato un mezzo per comprendere il presente, non ha nemmeno senso dotarsi di un minimo di conoscenze storiche. Un tempo l’uso politico della storia, la storia usata come clava, incontrava un limite, ovvero esistevano degli anticorpi. Una parte almeno dei ceti istruiti era dotata di sufficienti nozioni storiche,e disponeva di sufficiente senso storico, da non farsi imbrogliare. Adesso non è più così, gli anticorpi sono svaniti o si sono assai indeboliti. A qualcuno è stato detto che un tempo (il quando, nonché il contesto, ovviamente, sono irrilevanti) è esistita una cosa denominata nazismo e di cui null’altro importa sapere se non che si trattava del male assoluto. Inoltre, quel qualcuno ha sviluppato nel tempo un odio viscerale nei confronti di Israele, Stato percepito come più potente dei suoi vicini e colpevole di essere appoggiato dall’Occidente. L’accostamento diventa automatico: Israele uguale nazismo. Non c’è alcun bisogno di sapere qualcosa né della storia del nazismo né di quella di Israele per stabilire l’associazione. E poiché ignoranza della storia significa anche ignoranza di cosa sia e di quanto abbia storicamente pesato l’antisemitismo, non sorprende che una quantità così elevata di studenti universitari, da Harvard alle università europee, non abbia problemi a fare un simile accostamento.

Come sempre in questi casi hanno un ruolo sia i cattivi maestri che i processi imitativi. All’inizio ci sono cattivi maestri (genitori o insegnanti) che, per l’appunto, fanno uso politico della storia: essi raccontano a giovani sprovveduti che Israele e il nazismo pari sono, «la vittima trasformatasi in carnefice» eccetera. I suddetti sprovveduti, a loro volta, «fanno tendenza»: ripetono la fanfaluca di fronte a coetanei ignoranti quanto loro. Anche il coetaneo, naturalmente, nulla sa né del nazismo né di Israele ma è ostile a Israele e, soprattutto, non vuole perdere la faccia. Si auto-convince della verità di quanto gli è stato raccontato. Cattivi maestri da un lato, processi imitativi dall’altro. Una ricerca dell’Istituto Cattaneo di Bologna condotta su un campione di studenti di corsi umanistici di tre Università del Nord, intervistati sia prima che dopo il 7 ottobre, offre conferme. La ricerca ricostruisce gli atteggiamenti degli studenti verso gli ebrei. Si trattava essenzialmente di capire se e quanto l’antisemitismo fosse diffuso fra gli universitari distinguendo fra i temi classici dell’antisemitismo e quelli di nuovo conio. Ma il punto che qui ci interessa riguarda Israele: risulta che il 46% degli intervistati condividesse, prima del 7 ottobre, l’equiparazione fra Israele e Germania nazista. Addirittura, questa percentuale cresce subito dopo il 7 ottobre (e dunque prima dell’intervento israeliano a Gaza). Ed è fatta propria dal 50% del campione dopo il 17 ottobre. Sono, plausibilmente, dopo il 17 ottobre, le notizie sulle vittime palestinesi dell’intervento militare ad aumentare (di qualche punto in percentuale) il numero di coloro che considerano valido l’accostamento fra Israele e nazismo ma è un fatto che costoro sono già tantissimi, quasi la metà del campione prima della nuova guerra e, per giunta, risultano in aumento dopo il pogrom del 7 ottobre. Commetterebbe un grosso errore chi volesse consolarsi considerando che metà del campione rifiuta di equiparare Israele al nazismo. Se in un gruppo di dieci persone cinque non credono che i terremoti siano causati dagli incantesimi della strega cattiva ciò non è rilevante. È rilevante che cinque ci credano.

Per aiutare a comprendere quanto sta accadendo in Medio Oriente occorrerebbe spiegare che si tratta di una vicenda complessa che inizia nel 1948 con la nascita dello Stato di Israele e il conseguente «rifiuto arabo». Nessuna comprensione di quanto è accaduto e accade è possibile se non si parte da lì. Gli stessi errori di Israele (le colonie in Cisgiordania, l’illusione di potere difendere all’infinito lo status quo, ossia i precarissimi rapporti fra due popoli reciprocamente ostili) non si spiegano se non ricostruendo quel quadro generale. Ma, appunto, ciò presuppone che l’interlocutore sia disposto a riconoscere il peso e l’importanza della storia per comprendere il presente. Il che però è impedito o quanto meno reso assai difficoltoso dal clima e dalle tendenze dominanti. La sopra citata ricerca del Cattaneo lascia aperto uno spiraglio. Risulta che gli atteggiamenti negativi verso gli ebrei sono più accentuati fra gli studenti con alle spalle un basso rendimento scolastico. In altri termini, anche nell’epoca dei social, la scuola può fare, almeno in parte, la differenza. Se essa tornasse al rigore di un tempo forse si potrebbero ricostituire gli anticorpi necessari per contenere la diffusione delle credenze più aberranti. L’incontro fra uso politico della storia e ignoranza della storia genera mostri. Ciò, di sicuro, non fa bene alla democrazia.

Corriere della Sera

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Francesco Bonini, Lorenzo Ornaghi, Andrea Spiri – La Seconda Repubblica


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Il velo di opacità sull’immigrazione.

Dal divieto di entrata nei CPR ai dinieghi di accesso agli atti dei CPR. E poi l’opacità sui criteri di assegnazione dei porti sbarco alle ONG, con l’opposizione di un “divieto assoluto” di conoscenza da parte del Viminale, e tanto altro.

E c’è una clausola del Protocollo con l’Albania, sfuggita a molti, che prelude a una trasparenza ancora minore.

editorialedomani.it/idee/comme…

Riad investe nella Difesa. Ecco tutte le opportunità per l’Italia


L’Arabia Saudita è destinata a diventare sempre più un attore di primo piano in generale per quanto riguarda le collaborazioni commerciali e internazionali, e in particolar modo per quello che riguarda il settore della Difesa. Una spinta dettata in partic

L’Arabia Saudita è destinata a diventare sempre più un attore di primo piano in generale per quanto riguarda le collaborazioni commerciali e internazionali, e in particolar modo per quello che riguarda il settore della Difesa. Una spinta dettata in particolare dalla sua Vision 2030, il programma strategico promosso da Riad per ridurre la sua dipendenza dal petrolio e diversificare la propria economia, che vede tra i suoi pilastri principali l’aumento della spesa in ambito militare. Una dimostrazione di questo arriva dal Preview Day del World Defense Show Saudi Arabia, che ha visto partecipare oltre un centinaio di delegazioni da 65 nazioni, e alla quale l’Italia ha partecipato con le sue eccellenze industriali dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza con il sostegno delle istituzioni della Difesa e delle Forze armate.

Parte della delegazione italiana, anche la missione guidata dall’ammiraglio Pier Federico Bisconti, vice segretario generale della Difesa e della Direzione nazionale degli armamenti, che ha incontrato a Riad il suo omologo Ibrahim Al Suwayed, viceministro della difesa e a capo dell’armamento e del procurement. Un incontro inserito nel solco del Joint consultative committee, il meccanismo di dialogo militare tra Arabia Saudita e Italia sui temi della difesa e sicurezza avviato a dicembre del 2023 con la visita nella capitale saudita del segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, generale Luciano Portolano. Questa serie di consultazioni non solo confermano le buone relazioni tra i due Paesi, ma sottolineano in particolare il forte interesse del Paese arabo ad approfondire i rapporti con il nostro Paese anche mediante la cooperazione nel settore della Difesa.

L’Arabia Saudita è coinvolta in un processo di rafforzamento delle proprie piattaforme militari a tutto spettro, un processo che – secondo i dettami della Visione 2030 – intende perseguire attraverso collaborazioni che vedano il 50% della realizzazione sul territorio saudita, in uno sforzo all’industrializzazione diversificata del Paese. La strategia di Riad è ancora all’inizio, e molte delle necessità del Paese dal punto di vista dei requisiti per le proprie piattaforme non sono ancora stati definiti, tuttavia è un processo che sta iniziando e che vedrà quei Paesi già coinvolti e presenti nel regno avere un notevole vantaggio rispetto a chi dovesse approcciare alla monarchia araba più tardi.

Non è un caso che di recente la Germania abbia rimosso il veto che impediva l’esportazione di Eurofighter all’Arabia Saudita, un dietrofront che ha segnato il cambio di rotta del cancellierato di Olaf Scholz sulle questioni legate alla difesa e alla sicurezza internazionali. Il blocco tedesco risaliva al 2018, quando l’allora cancelliera, Angela Merkel, dispose lo stop alle esportazioni di Typhoon alla monarchia saudita come reazione alla crisi scaturita dall’uccisione in Turchia del giornalista dissidente Jamal Khashoggi.

Il veto tedesco ha avuto l’effetto di paralizzare l’accordo che Riad aveva stretto con il Regno Unito – partner del progetto – per l’acquisto di ulteriori 48 velivoli, dopo i 72. Un accordo dal valore di cinque miliardi di sterline. Già allora non si erano fatte attendere le perplessità da parte delle aziende coinvolte, BAE Systems, Airbus e l’italiana Leonardo, e ancora a settembre 2023 il primo ministro britannico, Rishi Sunak, chiedendo a Berlino di rimuovere il veto all’export dei caccia. Anche l’Italia aveva posto tra il 2019 e il 2020 alcune limitazioni alle esportazioni di materiale militare all’Arabia Saudita, tra cui munizioni per gli Eurofighter, paletti rimossi definitivamente dal Consiglio dei ministri a maggio del 2023. L’importanza della decisione tedesca ha segnato duqnue un importante cambio di passo in generale per il futuro dei progetti congiunti europei, a partire dai caccia Eurofighter, a cui partecipa anche l’industria italiana, che potrebbero vedere allargarsi la lista di ordini, con una nuova spinta sui mercati globali.

Altro segnale positivo che arriva dal World Defence Show è il memorandum of understanding sottoscritto da Leonardo con ministero degli Investimenti e l’Autorità generale per l’industria militare dell’Arabia Saudita per sviluppare e valutare una serie di investimenti e opportunità di collaborazione nei settori dell’aerospazio e della difesa. Molteplici le potenziali aree di cooperazione al centro dell’accordo: spazio, manutenzione/riparazione/revisione per aerostrutture, localizzazione per sistemi di guerra elettronica, radar e per l’assemblaggio di elicotteri. Una firma che per il presidente di Leonardo, Stefano Pontecorvo, rappresenta “una piattaforma per sviluppare congiuntamente nuove tecnologie, attraverso l’esperienza e le capacità delle parti”. Come spiegato dal condirettore generale, Lorenzo Mariani, “l’accordo ci permetterà di fare una valutazione approfondita riguardo nuove opportunità di collaborazione in diversi settori, beneficiando di oltre cinquant’anni di presenza di Leonardo e della stretta cooperazione con l’Arabia Saudita”.

Per decenni Leonardo ha fornito al Paese piattaforme, sistemi, tecnologie e servizi, dal trasporto aereo, al supporto all’industria energetica, agli elicotteri, fino a sistemi elettronici e sensori, a cui si aggiungono sistemi per la difesa marittima e cyber, oltre a un contributo nel campo della difesa aerea. L’accordo rappresenta, dunque, l’ultimo passo nel rafforzare le attività del gruppo di piazza Monte Grappa nel regno per creare nuove opportunità in diversi settori grazie ad una consolidata presenza. collaborando alla Vision 2030 dell’Arabia Saudita.


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Esercitazioni e caccia del futuro. Tutti i legami della Difesa tra Roma e Tokyo


Un partenariato strategico che passa anche per la Difesa e la sicurezza. Tra i tanti temi che sono stati affrontati nel corso dell’incontro bilaterale tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il premier giapponese Fumio Kisishida, a palazzo Kant

Un partenariato strategico che passa anche per la Difesa e la sicurezza. Tra i tanti temi che sono stati affrontati nel corso dell’incontro bilaterale tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il premier giapponese Fumio Kisishida, a palazzo Kantei, sede del governo nipponico, quello delle collaborazioni militari e industriali per la difesa sono stati tra i principali, con il primo ministro giapponese che ha accolto “con favore il fatto che l’Italia stia aumentando la propria presenza nell’Indo-Pacifico”, registrando come quest’anno ci saranno diverse navi militari italiane, “compreso un gruppo portaerei da battaglia” che stanno pianificando uno scalo in Giappone per condurre delle esercitazioni congiunte”. Una presenza, quella italiana, confermata anche dal premier italiano: “L’Italia intende avere una presenza sempre più significativa e invierà ulteriori velivoli e assetti navali: arriveranno la nave Vespucci, la portaerei Cavour, gli F35”, i quali parteciperanno a “importanti esercitazioni congiunte” a dimostrazione di una “grande cooperazione strategica” tra Giappone e Italia.

Il partenariato strategico tra Roma e Tokyo

Per l’Italia, infatti, il Giappone è ormai diventato uno dei principali partner per quello che riguarda la dimensione della Difesa. Nel corso dell’incontro tra Kishida e Meloni, infatti, è stato richiamato il meccanismo di consultazione 2+2 Esteri-Difesa, istituito a marzo durante il precedente incontro a Roma, durante il quale infatti, le relazioni italo-nipponiche sono state elevate a “partenariato strategico”. Il meccanismo prevede una serie regolare di consultazioni bilaterali tra i responsabili ministeriali degli Esteri e della Difesa in un formato simile a quello già attivo con gli Stati Uniti. Secondo quanto annunciato dai due capi del governo, il primo degli incontri è previsto a marzo, a un anno dalla sua istituzione.

Il Gcap

Naturalmente, il grande tema che unisce Roma e Tokyo è quello della collaborazione sul caccia di sesta generazione Global combat air programme (Gcap), il velivolo che i due Paesi stanno sviluppando insieme a Londra destinato a sostituire i circa novanta caccia F-2 giapponesi e gli oltre duecento Eurofighter di Gran Bretagna e Italia. Per il Paese del Sol levante si tratta della prima grande collaborazione industriale nel settore della Difesa al di fuori degli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale. Kishida, del resto, si è detto “lieto” dei progressi compiuti nello sviluppo del Gcap, dopo che a dicembre i ministri della Difesa, l’italiano Guido Crosetto, il britannico Grant Shapps e il giapponese Minoru Kihara, hanno firmato il trattato internazionale per lo sviluppo il “equal partnership” al 33% del jet di sesta generazione. Non è un caso se nel corso della sua visita in Giappone, il presidente Meloni abbia incontrato, tra i grandi gruppi industriali con interessi in Italia, anche la giapponese Mitsubishi Heavy Industries, che insieme all’italiana Leonardo e la britannica Bae Systems ha la guida nazionale del progetto.

Il caccia del futuro

Il progetto del Global combat air programme è destinato a sostituire i circa novanta caccia F-2 giapponesi e gli oltre duecento Eurofighter britannici e italiani, e prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado, cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al jet di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

Tokyo spinge sulle riforme

Per Tokyo, il Gcap è il primo progetto a tre con due membri della Nato, e il primo dedicato alla difesa sviluppato con nazioni diverse dagli Stati Uniti, l’alleato di sicurezza principale del Giappone. Inoltre, il governo giapponese starebbe lavorando a una revisione delle regole della nazione sulle esportazioni di attrezzature di difesa, particolarmente rigide in Giappone. Un intento dichiarato anche nella recente Strategia di sicurezza nazionale, aggiornata a l’anno scorso. La misura si inserisce anche nel progetto del gabinetto di Kishida di modificare le norme pacifiste della Costituzione del Giappone.

Export militare

Su questo versante, inoltre, a dicembre 2023 il Giappone ha deciso di modificare e regole che limitavano le esportazioni di materiale di Difesa. Ora sarà possibile, per il Paese del Sol levante, inviare materiali prodotti su licenza al Paese proprietario o sistemi di difesa non-letali agli Stati che si difendono da un’invasione, come l’Ucraina. Proprio pensando al Gcap, il governo di Kishida sta cercando di eliminare il divieto di esportare prodotti co-sviluppati ad altri Paesi. Tokyo, infatti, ha riconosciuto il ruolo fondamentale che l’export riveste per la sostenibilità economica di questi programmi. Progetti all’avanguardia come il Gcap, richiedono investimenti massicci per essere sviluppati e infine prodotti, e i soli mercati interni dei Paesi partner non basta a ripagare gli investimenti.


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Gli accademici pro Hamas di oggi come quelli pro Hitler di ieri


Nel 1927 il filosofo francese Julien Benda pubblicò ‘La trahison des clercs’ – il tradimento degli intellettuali – che condannava la caduta degli intellettuali europei nel nazionalismo estremo e nel razzismo” racconta Niall Ferguson sulla Free Press. “A q

Nel 1927 il filosofo francese Julien Benda pubblicò ‘La trahison des clercs’ – il tradimento degli intellettuali – che condannava la caduta degli intellettuali europei nel nazionalismo estremo e nel razzismo” racconta Niall Ferguson sulla Free Press. “A quel punto, sebbene Benito Mussolini fosse al potere in Italia da cinque anni, Adolf Hitler era ancora a sei anni dal potere in Germania e a 13 anni dalla vittoria sulla Francia. Ma Benda poteva già vedere il ruolo pernicioso che molti accademici europei stavano giocando in politica. Un secolo dopo, il mondo accademico americano è andato nella direzione politica opposta – a sinistra invece che a destra – ma è finito più o meno nello stesso posto. La domanda è se noi, a differenza dei tedeschi, possiamo fare qualcosa al riguardo. Per quasi dieci anni, un po’ come Benda, mi sono meravigliato del tradimento dei miei colleghi intellettuali. Ho assistito alla volontà di amministratori, donatori ed ex studenti di tollerare la politicizzazione delle università americane da parte di una coalizione illiberale di progressisti woke, aderenti alla ‘teoria critica della razza’ e apologeti dell’estremismo islamico. Per tutto quel periodo gli amici mi assicurarono che stavo esagerando. Chi potrebbe opporsi a una maggiore diversità, equità e inclusione nel campus? In ogni caso, le università americane non sono sempre state orientate a sinistra? Tali argomentazioni sono andate in pezzi dopo il 7 ottobre, quando la risposta di studenti e professori ‘radicali’ alle atrocità di Hamas contro Israele ha rivelato la realtà della vita universitaria contemporanea. Che l’ostilità verso la politica israeliana a Gaza si trasformi regolarmente in antisemitismo è ormai impossibile negarlo.

Come giustamente sosteneva il grande sociologo tedesco Max Weber nel suo saggio del 1917 su ‘La scienza come vocazione’, l’attivismo politico non dovrebbe essere consentito in un’aula universitaria ‘perché il profeta e il demagogo non appartengono alla piattaforma accademica’. Questo era anche l’argomento del Rapporto Kalven dell’Università di Chicago del 1967 secondo cui le università devono ‘mantenere un’indipendenza dalle mode, dalle passioni e dalle pressioni politiche’. Questa separazione è stata del tutto disattesa nelle principali università americane negli ultimi anni. Potrebbe sembrare straordinario che le università più prestigiose del mondo siano state contagiate così rapidamente da una politica intrisa di antisemitismo. Eppure è già successa esattamente la stessa cosa. Cento anni fa, negli anni ‘20, le migliori università del mondo erano di gran lunga in Germania. Rispetto a Heidelberg e Tubinga, Harvard e Yale erano club per gentiluomini, dove gli studenti prestavano più attenzione al calcio che alla fisica. Più di un quarto di tutti i premi Nobel assegnati nelle scienze tra il 1901 e il 1940 furono assegnati a tedeschi; solo l’11 per cento è andato agli americani. Albert Einstein raggiunse l’apice della sua professione non nel 1933, quando si trasferì a Princeton, ma dal 1914 al 1917, quando fu nominato professore all’Università di Berlino, direttore del Kaiser Wilhelm Institute for Physics e membro dell’Accademia delle scienze prussiana. Anche i migliori scienziati prodotti da Cambridge si sentirono obbligati a fare un turno di servizio in Germania. Eppure l’accademia tedesca aveva una debolezza fatale. I progressisti di oggi praticano il razzismo in nome della diversità. Gli accademici nazionalisti della Germania tra le due guerre erano quanto meno espliciti riguardo al loro desiderio di omogeneità ed esclusione. Lo studio di Rudy Koshar sulla città universitaria di Marburg in Assia illustra il modo in cui questa cultura portò il mondo accademico tedesco verso i nazisti. Le confraternite studentesche, prevalentemente protestanti, escludevano gli ebrei dall’adesione già prima della Prima guerra mondiale. Per gli avvocati di mezza età, Hitler era l’erede di Bismarck. Per i loro figli fu l’eroe wagneriano Rienzi, il demagogo che unisce il popolo romano. Anche un uomo che si considerava un liberale, come sicuramente Max Weber, era suscettibile al fascino di una leadership carismatica quando la nascente democrazia sembrava così debole. Tre anni dopo la morte di Weber nel 1920, la Germania precipitò in una disastrosa iperinflazione. Per molti accademici tedeschi, la nomina di Hitler a cancelliere nel gennaio 1933 fu un momento di salvezza nazionale. Già nel 1920 il giurista Karl Binding e lo psichiatra Alfred Hoche pubblicarono il loro ‘Permesso per la distruzione di vite indegne di vita’. Esiste una chiara linea di continuità tra questo tipo di analisi e il documento trovato nel manicomio Schloss Hartheim nel 1945, che calcolava il beneficio economico derivante dall’uccisione di 70.273 pazienti mentali. Molti storici non si comportarono meglio, sfornando tendenziose giustificazioni storiche per le rivendicazioni territoriali tedesche nell’Europa orientale che implicavano massicci spostamenti di popolazione, se non addirittura genocidio. Il caso di Victor Klemperer, convertito al cristianesimo e sposato con una gentile, è illustrativo. ‘Non sono altro che un tedesco o un tedesco europeo’, scrisse Klemperer nel suo diario, una delle testimonianze più illuminanti della storia. Per tutti gli anni ‘30 sostenne che erano i nazisti ad essere ‘non tedeschi’. Eppure l’atmosfera nelle università tedesche divenne sempre più tossica anche per gli ebrei più assimilati. L’antisemitismo dei nazisti portò, ovviamente, a una delle più grandi fughe di cervelli della storia. Se ne andarono oltre 200 degli 800 professori ebrei del paese, venti dei quali erano premi Nobel. Albert Einstein se n’era già andato nel 1933 disgustato dagli attacchi nazisti alla sua ‘fisica ebraica’. I principali beneficiari della fuga dei cervelli ebrei furono, ovviamente, le università degli Stati Uniti. Eppure per Klemperer l’emigrazione era fuori questione. Erano tedeschi. Fu questo tipo di ragionamento a convincere lui e molti altri ebrei a restare in Germania finché non fosse stato più possibile uscirne. Alcuni scelsero il suicidio, ad esempio il linguista di Marburgo Hermann Jacobsohn, che si gettò sotto un treno. Alla fine Klemperer evitò la deportazione nei campi di sterminio solo grazie al bombardamento della Royal Air Force su Dresda. Rimase a Dresda dopo l’occupazione della Germania orientale. Non passò molto tempo prima che cominciasse a notare somiglianze tra il linguaggio della nuova Repubblica Democratica Tedesca appoggiata dai sovietici e quello del Terzo Reich. Come Arendt e Orwell, Klemperer capì che il totalitarismo della destra e il totalitarismo della sinistra avevano caratteristiche simili. In particolare, amavano imporre la neolingua.

Il mondo accademico tedesco non si limitò a seguire Hitler lungo il cammino verso l’inferno. Gli ha aperto la strada. Nel 1940 Victor Scholz presentò una tesi di dottorato all’Università di Breslavia dal titolo ‘Sulle possibilità di riciclare l’oro dalle bocche dei morti’. Aveva svolto le sue ricerche sotto la supervisione di Herman Euler, preside della Facoltà di Medicina di Breslavia. Ad Auschwitz, il Gruppenführer delle SS Carl Clauberg, professore di ginecologia a Königsberg, cercò di trovare il modo più efficace per sterilizzare le donne. Chiunque creda ingenuamente nel potere dell’istruzione superiore di instillare valori etici non ha studiato la storia delle università nel Terzo Reich. Una laurea, lungi dal vaccinare i tedeschi contro il nazismo, li rese più propensi ad abbracciarlo. La caduta in disgrazia delle università tedesche fu personificata dalla prontezza di Martin Heidegger. Il romanziere Thomas Mann era solito riconoscere già all’epoca che, in ‘Fratello Hitler’, l’élite colta tedesca possedeva un mostruoso fratello minore, il cui ruolo era quello di articolare e autorizzare le loro aspirazioni più oscure. L’Olocausto rimane un crimine storico eccezionale – distinto da altri atti di violenza letale organizzata diretti contro altre minoranze – proprio perché è stato perpetrato da uno stato-nazione altamente sofisticato che aveva entro i suoi confini le migliori università del mondo. Questo è il motivo per cui le università americane non possono considerare l’antisemitismo solo come un’altra espressione di ‘odio’, non diversa, ad esempio, dall’islamofobia. Ebbene, la reazione contro il tradimento contemporaneo degli intellettuali è finalmente arrivata. Donatori come l’amministratore delegato di Apollo, Marc Rowan (laureato alla Penn), il fondatore di Pershing Square Bill Ackman (Harvard) e il fondatore di Stone Ridge Ross Stevens (Penn) hanno chiarito che il loro sostegno non sarà più disponibile per le istituzioni gestite in questo modo. Eppure ci vorrà molto di più che poche dimissioni di alto profilo per riformare la cultura delle università d’élite americane. È troppo radicato in più dipartimenti, tutti dominati da una facoltà di ruolo, per non parlare degli eserciti di ‘DEI’ e di ufficiali del Titolo IX che sembrano, in alcuni college, ora superare in numero gli studenti universitari. I leader accademici di oggi non si riconoscerebbero mai come gli eredi di quello che Benda ha condannato, insistendo sul fatto che loro sono di sinistra, mentre gli obiettivi di Benda erano di destra. Eppure, come Victor Klemperer capì dopo il 1945, il totalitarismo si presenta in due modi, sebbene gli ingredienti siano gli stessi. Solo se le università americane, un tempo grandi, riusciranno a ristabilire – in tutta la loro struttura – la separazione della Wissenschaft dalla Politik potranno essere sicure di evitare il destino di Marburg e Königsberg”. (Traduzione di Giulio Meotti)

Il Foglio

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Augusta, in Città la sede della Fondazione Luigi Einaudi intitolata all’Avv. Ezechia Paolo Reale – webmarte.tv


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