#laFLEalMassimo – Episodio 111: Innovazione e Concorrenza


In apertura ricordo sempre che una rubrica che parla di libertà non può ignorare come l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia costituisca un’aggressione ai danni di un popolo sovrano e una minaccia per tutte le società aperte del mondo libero. In q

In apertura ricordo sempre che una rubrica che parla di libertà non può ignorare come l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia costituisca un’aggressione ai danni di un popolo sovrano e una minaccia per tutte le società aperte del mondo libero.

In questo episodio vorrei suggerire un collegamento tra gli interventi di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa San Paolo, intervenuto al Word Economic Forum di Davos e quello di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia insediato da poco.

Entrambi si occupano dell’economia italiana e delle sfide che si trova a fronteggiare. Messina guarda della riduzione dei tassi di interesse che potrebbe tardare rispetto alle attese dei mercati, esprime fiducia della capacità del paese di resistere e indica come principale criticità la dimensione del debito pubblico, che andrebbe ridotto attraverso un piano di privatizzazioni (anche se questa parola tabù non viene pronunciata in modo esplicito. Panetta vede la crescita italiana sotto l’1% e suggerisce di rivedere il modello di sviluppo del paese anche attraverso il reshoring, cioè, riportando in Italia una parte delle produzioni attualmente localizzate all’estero e evidenziando anche le necessità di modernizzazione del paese.

Entrambi gli interventi denotano una visione dirigista e quasi presuppongono un ambiente chiuso e autoreferenziale, ignorando il convitato di pietra della concorrenza internazionale e degli incentivi alla libera circolazione delle persone e delle merci.

Non è la volontà di un funzionario o il dettato di una legge che può decidere dove andranno le imprese a produrre e quanto siano capaci gli individui di innovare. Questi risultatidipendono dalla combinazione di incentivi determinata dalle regole e dalle istituzioni del paese oltre che dalla concorrenza dei sistemi alternativi e degli operatori che vi risiedono.

L’Italia è oggi un sistema ostile al cambiamento e all’innovazione dal quale innovatori e risk taker espatriano e nel quale è sempre meno conveniente produrre, per modificare questo assetto è necessaria una vera e propria rivoluzione culturale, posto che anche la classe dirigente comprende a fatica le trasformazioni in atto nel resto del mondo. Anche la riduzione del debito, sicuramente auspicabile, andrebbe realizzata trattando i risparmiatori italiani come interlocutori consapevoli e informati e non come il solito parco buoi al quale addossare i costi di un Gattoparto che cerca di cambiere tutto affinchè nulla cambi.

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ContAbilità


Si faccia molta attenzione a giocare con i conti, altrimenti ci si ritrova come il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a sostenere che il debito è una droga che rende schiavi, dopo che per anni il suo partito ha lasciato intendere che drogarsi di

Si faccia molta attenzione a giocare con i conti, altrimenti ci si ritrova come il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a sostenere che il debito è una droga che rende schiavi, dopo che per anni il suo partito ha lasciato intendere che drogarsi di debito sia un atto di libertà. Ora non si lasci intendere che gli obbiettivi di crescita 2024, fissati nella legge di bilancio, sono difficilmente raggiungibili a causa delle guerre, perché non lo erano già quando sono stati scritti e far finta che non sia così porta male. L’abilità nel tenere i conti – in questo caso pubblici – consiste nella capacità di conciliare il possibile con il necessario. Se si usa l’abilità per lasciare intendere cose diverse dal reale poi si resta prigionieri del proprio stesso inganno, come capita con il debito.

La legge di bilancio è stata varata il 30 dicembre scorso. Nei venti giorni successivi, a parte l’anno, non è cambiato niente. Le guerre in corso sono le stesse, esattamente nella condizione che già descrivevamo. Basterà prendere i numeri de “La Ragione” e scoprire che già da novembre scrivevano dei terroristi yemeniti Houthi e dei loro attentati alla libera navigazione commerciale, eseguiti grazie a quattrini e armi forniti dall’Iran. La novità è la reazione occidentale, ma non è quella che cambia le carte dell’economia. Semmai, a proposito, è interessante vedere quanti – giustamente – si dolgono dei problemi a Bab el-Mandeb, ovvero le non casuali Porte del Lamento, ma molti di loro hanno passato anni a maledire la globalizzazione e l’arrivo di merci e semilavorati da Est. Avevano torto, si guardano dal dirlo – e passi – ma rinunciano anche a pensarci.

Quel 30 dicembre, inoltre, erano già conclamati la crisi tedesca e il loro bordeggiare la recessione. Crisi innescata dall’incepparsi di un modello energetico, ma anche da altre vulnerabilità. Eppure quanti oggi dicono che cresciamo meno perché la Germania tira di meno sono gli stessi che per anni hanno seminato veleno sui tedeschi e strillato che il loro governo non avrebbe dovuto aiutare le imprese. Forse la nostra convenienza era altra. Non è la prima volta che la Germania è il malato d’Europa e non sarà la prima volta che si riprenderà, ma sarebbe bello che non ci fosse una moltitudine pronta a dire una cosa e il suo contrario.

Infine, il 30 dicembre i tassi erano già saliti (pur rimanendo inferiori a quelli statunitensi o inglesi) e già si sapeva che il loro calo sarebbe stato possibile una volta assicuratisi che l’inflazione non uscisse fuori controllo, come era capitato. C’è da aggiungere che legare così direttamente il calo del debito e il quadrare dei conti al calo – futuro – dei tassi d’interesse è come dire di non avere alcun controllo dei propri conti, sperando che maree e correnti portino in qualche insenatura e non in mare aperto.

Sapevamo tutto, tanto che noi, sulla base dei dati che andavamo leggendo, potevamo qui scrivere: l’1,2% di crescita, nel 2024, non è realistico. Sicché i conti vanno aggiustati in modo che la conseguenza non sia una crescita – anziché la prevista diminuzione – del peso percentuale del debito sul Prodotto interno lordo.

Ora il ministro dell’Economia va a Davos e dice: «Se scoppia una guerra al mese sarà difficile» raggiungere quell’obiettivo. Nessuno può negargli l’abilità nel parlare politicamente dei conti, ma la contabilità sanno tenerla anche gli altri e se le acque continuano a essere calme è perché non c’è ragione di dubitare della copertura difensiva europea e perché Meloni e von der Leyen appaiono come coppia affiatata e dotata di futuro. Ma, ancora una volta: questo è l’opposto di quel che vuole una parte della maggioranza di governo, specie nel partito di Giorgetti.

Farebbero bene a trovare il tempo di occuparsene e risolvere, senza tirare in ballo le guerre. Anche per evitare che finisca come il ‘fine vita’, ove la pietà per la sofferenza non è riuscita a superare la voluttà d’usare il tema per colpire l’avversario interno. Al partito, naturalmente.

La Ragione

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Vi racconto il loschissimo Jet SR-71 Blackbird, incubo dei radar sovietici


Allacciate bene le cinture perché oggi si vola a più di tre volte la velocità del suono. Sì, avete capito bene, perché il Lockheed SR-71 “Blackbird” era in grado di viaggiare alla (folle) velocità di Mach 3.35 (circa di 3500 km/h) durante la missione! Sin

Allacciate bene le cinture perché oggi si vola a più di tre volte la velocità del suono. Sì, avete capito bene, perché il Lockheed SR-71 “Blackbird” era in grado di viaggiare alla (folle) velocità di Mach 3.35 (circa di 3500 km/h) durante la missione! Sintesi di tutta la migliore tecnologia americana, l’SR-71 è stato l’incubo dei radaristi e delle batterie missilistiche sovietiche e non, che negli anni hanno sparato oltre 4000 missili senza mai abbatterlo, ed era così veloce che nessun aereo intercettore ebbe mai la possibilità di acciuffarlo. Ma andiamo con ordine e partiamo dalla storia di questo leggendario aereo.

LA GUERRA FREDDA

Come da tradizione, anche la storia del Blackbird è una storia di spie o, meglio, una storia per le spie perché SR-71 fu progettato e realizzato per operazioni di spionaggio aereo, ovvero ricognizioni aeree dei territori nemici, specialmente quelli dell’Unione Sovietica. Agli inizi della Guerra Fredda, infatti, la Cia era alla ricerca di un ricognitore strategico che fosse più veloce degli U-2 in servizio e che, inoltre, fosse “non individuabile” e “non abbattibile”.

IL PROGETTO ARCHANGEL

La Cia si rivolse quindi alla Lockheed che lanciò il Progetto Archangel guidato da Kelly Johnson, capo dell’unità Skunk Works, la divisione della Lockheed dedicata ai velivoli sperimentali. I vari prototipi degli aerei sviluppati vennero denominati con le sigle A-1, A-2, A-3 e così via fino al dodicesimo, l’A-12, che fu selezionato come definitivo e ne furono ordinati 12 modelli dando l’avvio al programma speciale per la produzione degli aerei-spia (Black Projects) denominato OXCART.

L’-A12

L’A-12 volò per la prima volta a Groom Lake, la celeberrima Area 51, il 25 aprile 1962 e divenne pienamente operativo nel novembre 1965. La prima operazione militare dell’A-12 fu la Black Shield svoltasi nel corso della guerra in Vietnam che consistette nel fotografare le postazioni missilistiche SAM nel Vietnam del Nord, da un’altezza di 24.000 m a Mach 3.1; in seguito, partecipò ad altre 21 operazioni militari, sempre nel corso del medesimo conflitto. Prestò servizio anche sui cieli della Corea del Nord in missioni destinate alla ricognizione delle forze armate del paese e fotografò anche la nave-spia USS Pueblo dopo la sua cattura da parte di navi nordcoreane, ma questa è un’altra storia.

SR – STRATEGIC RECONNAISSANCE

Gli ingegneri della Skunk Works avevano però ulteriormente sviluppato il progetto dell’A-12 ideando altre versioni: un ricognitore, un intercettore e un bombardiere. Le ultime due vennero scartate in fase di progettazione mentre la prima, la versione da ricognizione, venne messa in produzione con la sigla SR-71 dove SR stava per Strategic Reconnaissance.

IL LOSCHISSIMO SR-71 BLACKBIRD

Fu così che nacque l’SR-71 Blackbird, un aereo da ricognizione strategico ad altissima velocità, massima sintesi della tecnologia americana dell’epoca che volò per la prima volta il 22 dicembre 1964 a Palmdale, in California ed entrò in servizio nel gennaio 1966.

I PRIMORDI DELLA TECNOLOGIA STEALTH

Rispetto all’A-12, il Blackbird era più lungo di circa 180 cm e pesava 15.000 libbre in più a pieno carico ma soprattutto fu il primo ad essere progettato con criteri stealth: la forma dell’aereo fu infatti modificata per ridurre al minimo la riflessione radar, vennero studiati degli appositi materiali radar-assorbenti chiamati RAM e venne utilizzata per la prima volta una particolare vernice nera stealth, conosciuta come “Iron ball”, composta da microscopiche sferette rivestite di ferrite e carbonile di ferro, che assorbiva le onde radar.

UNA VIRATA PIU’ LARGA DELLO STATO DELL’OHIO

Spinto da due Pratt&Whitney J58-1, turboreattori convertibili in statoreattori, l’SR-71 era capace di superare Mach 3, cioè una velocità di 1.020 M/S: per intenderci a Mach 3.2, l’aereo era più veloce di un proiettile 30/06 sparato dal fucile M1 Garand della Seconda Guerra Mondiale, che aveva una velocità iniziale di 2.800 piedi al secondo, ed era talmente rapido che a quella velocità la sua virata in quota era più larga dello stato dell’Ohio.

IL TITANIO SOVIETICO

A oltre Mach 3 le superfici esterne dell’aereo raggiungevano temperature superiori ai 300°C e perciò gli ingegneri della Skunk decisero di utilizzare il titanio al posto dell’allumino per il rivestimento; ma c’era un problema: gli Stati Uniti non producevano il titanio e il primo produttore era niente po’ po’ di meno che l’Unione Sovietica! Entrò così di scena la CIA che creò una società di comodo in Europa per importarlo negli States…. ma anche questa, è un’altra storia.

RISCALDAVA ANCHE IL CIBO

Per resistere alle elevate temperature i finestrini del Blackbird furono realizzati con il quarzo perché il vetro comune a 300°C si sarebbe rotto; ma queste temperature così elevate furono, per certi versi, un beneficio per i piloti perché durante le missioni lunghe e faticose potevano riscaldare i loro pasti semplicemente appoggiando il cibo al finestrino!

… E PERDEVA ANCHE CARBURANTE!

Subito prima del decollo e dopo l’atterraggio del Blackbird si verificavano perdite di carburante, ma ciò era voluto: i serbatoi erano progettati per diventare stagni grazie alla dilatazione termica durante il volo ad alta velocità, evitando così la rottura dei serbatoi stessi. Per evitare che l’elevata temperatura dei pannelli esterni riscaldasse l’intero aereo, il carburante veniva pompato in intercapedini tra tali pannelli e la struttura dell’aereo, prima di essere mandato ai motori per essere bruciato, fungendo così da fluido refrigerante.

PNEUMATICI D’ARGENTO

Per resistere alla temperatura, la gomma degli pneumatici del carrello di atterraggio dell’SR-71 venne ricoperta con una vernice color argento composta da alluminio in polvere. L’aggiunta di alluminio allo pneumatico garantiva un punto di infiammabilità molto più elevato, aiutandolo a resistere all’elevato calore causato dall’attrito con il terreno durante l’atterraggio a velocità estreme. Ogni pneumatico costava $ 2.300 e durava per circa 15 atterraggi completi. Per rallentare ulteriormente l’atterraggio il Blackbird era dotato anche di un enorme paracadute di trascinamento.

LA POTENTISSIMA APPARECCHIATURA FOTOGRAFICA

Essendo un aereo da ricognizione con lo scopo di localizzare, identificare e fotografare bersagli come edifici militari, caserme, basi aeree, ecc. ecc, l’SR-71 fu dotato di un enorme set di telecamere, radar e altri sensori. Uno dei suoi straordinari sensori ottici era l’Optical Bar Camera (OBC), una fotocamera ad alta risoluzione, progettata per creare una mappatura continua di una striscia di terreno larga circa 120 km. Altro gioiellino installato sul Blackbird era la Technical Objective Camera (TEOC) un apparecchio fotografico ad altissima risoluzione, orientabile, in grado di scattare fotografie estremamente dettagliate del territorio sottostante.

HABU

Durante la sua carriera, la base operativa principale dell’SR-71 fu quella di Kadena, sull’isola di Okinawa in Giappone. Qui i cittadini nipponici, vedendo decollare e atterrare il Blackbird, iniziarono a chiamarlo “Habu”, perché il suo colore e le sue linee distintive ricordavano il velenosissimo serpente presente sull’isola.

I VOLI IN EUROPA

Le operazioni europee partivano invece dalla base della RAF di Mildenhall, Inghilterra e avevano due rotte: una era lungo la costa occidentale norvegese e lungo la penisola di Kola, dove erano situate diverse grandi basi navali della flotta settentrionale della Marina sovietica, l’altra sul Mar Baltico, che era conosciuta come “Baltic Express”, uno stretto tratto di spazio aereo internazionale vicino alla Svezia utile per raggiungere gli altri obiettivi in Unione Sovietica.

L’INCIDENTE SUL BALTICO

Il 29 giugno 1987 un SR-71, mentre era in missione, ebbe un’avaria proprio sulla Baltic Express. Il pilota, per evitare di essere intercettato dai sovietici, virò verso lo spazio aereo della Svezia dove venne raggiunto da due aerei JA 37 Viggen svedesi allertati dal loro controllo radar. I Viggen volarono accanto al Blackbird e osservarono che uno degli enormi motori a reazione dell’SR-71 era esploso durante il volo, inficiandone la sua capacità operativa. Arrivarono però anche dei Mig-25 sovietici con l’ordine di abbatterlo o di costringerlo all’atterraggio, ma i Viggen svedesi formarono una scorta per difendere l’SR-71 che atterrò sano e salvo nella Germania occidentale dove fu poi recuperato dall’aeronautica americana.

RECORD DEI RECORD

Nel corso della loro carriera operativa, i 32 esemplari costruiti entrarono più volte nel Guinness dei Primati, stabilendo un’ampia serie di record ancora oggi rimasti imbattuti: massima quota di tangenza in volo sostenuto (26.000 m) e massima velocità di volo raggiunta (3.529 km/h). A questi vanno aggiunti altri record di velocità su alcune tratte, fra cui quello stabilito dal Maggiore dell’aeronautica statunitense James V. Sullivan e il Maggiore Noel F. Widdifield: i due nel 1974 riuscirono a coprire in 1 ora 54 min 56 secondi la rotta fra New York e Londra, stabilendo il record per il volo più veloce sull’Atlantico. La velocità media lungo il percorso di 5.570,80 km fu di 2.908,02 km/h.

IL RITIRO

Troppo costoso da mantenere l’SR-71 fu ritirato dall’aeronautica militare dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Il 6 marzo 1990 un Blackbird, prima del suo trasferimento al National Air and Space Museum dello Smithsonian Institution nei pressi dell’Aeroporto Internazionale di Washington-Dulles, stabilì gli ultimi record: da West Coast ad East Coast – Distanza: 3.869 km, Tempo: 1h07’53,69″, Velocità media: 3.417 km/h (Mach 2,8); Da S. Louis a Cincinnati – Distanza: 500 km, Tempo: 8’31,97″, Velocità Media: 3.524 km/h (Mach 2,9); Da Kansas City a Washington D.C. – Distanza: 1.516 km, Tempo: 25’58,53″, Velocità Media: 3.501 km/h (Mach 2,93). Altri SR-71 dismessi sono custoditi all’interno di alcuni musei dell’aviazione negli Stati Uniti mentre un A-12 è esposto sull’USS Intrepid, oggi sede dell’Intrepid Sea-Air-Space Museum, ormeggiata a Manhattan.

L’SR-72 “IL FIGLIO DEL BLACKBIRD”

Nel 2013 la Lockheed Martin ha annunciato il successore dell’SR-71: il Blackbird SR-72, denominato “Son of Blackbird”, un UAV ipersonico progettato per l’intelligence, la sorveglianza e la ricognizione. Sebbene l’SR-72 sia ancora in fase di sviluppo, l’azienda ha dichiarato che un prototipo potrebbe volare già nel 2025 ed entrare in servizio nel 2030. Il velivolo potrà lanciare missili ipersonici e sarà dotato di un sistema di propulsione in grado di far decollare il jet da fermo a Mach 6; ciò renderebbe il “Figlio del Blackbird” circa due volte più veloce del precedente.


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Come corre (finalmente) l’industria della difesa europea


“A marzo la Commissione presenterà una strategia per l’industria della difesa”. L’annuncio della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, da Stoccolma, si inserisce all’interno di un moto riformatore che, seppure in ritardo, ha preso avv

“A marzo la Commissione presenterà una strategia per l’industria della difesa”. L’annuncio della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, da Stoccolma, si inserisce all’interno di un moto riformatore che, seppure in ritardo, ha preso avvio all’interno delle consapevolezze europee. La concomitanza di eventi esterni di un certo peso, come le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, può fungere da acceleratore di un’esigenza che è presente ormai da tempo e che non è più ulteriormente procrastinabile, anche in considerazione del fatto che l’elemento della pace si è andato assottigliando sempre di più, sia ai nostri confini meridionali che orientali dell’Ue.

Perché più difesa

Già la bozza dedicata alla sicurezza e alla difesa nelle conclusioni del Consiglio europeo dello scorso dicembre aveva previsto un quadro normativo per il settore industriale della difesa europea. L’obiettivo è coordinare gli acquisti congiunti e aumentare l’interoperabilità e la capacità produttiva dell’industria europea della difesa.

Non solo Gaza o Kyiv, anche l’emergenza legata agli attacchi dei ribelli houthi influisce su tale esigenza. Lo ha sottolineato qualche giorno fa il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani al question time sul tema della libertà di navigazione sul Mar Rosso, a proposito di “una minaccia alle porte di casa che ci ricorda che per giocare un ruolo più decisivo dobbiamo dotarci in prospettiva di una autentica difesa comune europea”.

Tesi che si ritrova nelle parole che l’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, ha affidato pochi giorni fa al Ft quando ha spiegato che l’Unione Europea deve semplificare l’industria della difesa poiché attualmente “è ostacolata dalla concentrazione degli Stati membri sulle proprie industrie nazionali”. Secondo l’ex ministro la guerra in Ucraina “ha funzionato come un campanello d’allarme per l’industria europea”.

Pesco

La cooperazione strutturata permanente chiamata Pesco (Permanent Structured cooperation) è nata nel 2017 ed è stata basata su progetti di collaborazione con impegni vincolanti: prevede infatti squadre di risposta rapida, un sistema di sorveglianza marittima, un comando medico europeo, l’assistenza reciproca nella cyber-sicurezza e una scuola di intelligence europea. Il consiglio affari generali dello scorso autunno ha approvato le direttrici di marcia per affrontare i nuovi dossier alla voce difesa, comprese le minacce per la sicurezza marittima, tramite un’azione di interoperabilità Ue sommata ad una maggiore cooperazione con Nato.

Mossa che, dal punto di vista politico, ha inteso anche lanciare un forte messaggio all’esterno, ovvero a big players che operano nei suddetti teatri di guerra. Particolare attenzione verrà dedicata alla difesa navale tramite “lo sviluppo delle capacità civili e militari nel campo della sicurezza marittima, coinvolgendo l’industria, se del caso”.

Come acquistare

Il nodo, in secondo luogo, verte il modo con cui procedere agli acquisti. Una strada è stata indicata dal presidente francese, Emmanuel Macron, che due giorni fa si è detto favorevole a nuovo debito comune europeo per finanziare la difesa. In sostanza ha proposto la soluzione degli eurobond basati su priorità industriali, come appunto la difesa.

Lo scorso settembre inoltre il Parlamento europeo aveva approvato in via definitiva la legge sul rafforzamento dell’industria europea della difesa attraverso appalti comuni (Edirpa). Si tratta di un regolamento, già concordato con il Consiglio il 27 giugno 2023, che dà vita ad un braccio operativo europeo da 300 milioni che sostenga in concreto l’industria europea della difesa tramite appalti comuni. Vi sono alcuni parametri da rispettare: il costo dei componenti Ue o dai Paesi associati non deve essere inferiore al 65% del valore del prodotto finale. In secondo luogo appaltatori e subappaltatori non devono essere soggetti al controllo di un paese terzo o di un’entità non associata, ma devono essere in Ue o in un Paese associato.


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Steadfast Defender è la più grande esercitazione Nato dalla Guerra Fredda. Ecco i dettagli


Nei prossimi mesi avrà luogo la più grande esercitazione mai realizzata dall’Alleanza Atlantica sin dalla fine della guerra fredda. I numeri parlano chiaro: nell’edizione 2024 di Steadfast Defender sarà ancora più grande di quanto preventivato nei mesi sc

Nei prossimi mesi avrà luogo la più grande esercitazione mai realizzata dall’Alleanza Atlantica sin dalla fine della guerra fredda. I numeri parlano chiaro: nell’edizione 2024 di Steadfast Defender sarà ancora più grande di quanto preventivato nei mesi scorsi. Nelle fasi iniziali di pianificazione di quest’operazione simulata si parlava di circa 40.000 soldati; oggi il numero è più che raddoppiato, con il previsto coinvolgimento nelle manovre militari di oltre 90.000 uomini provenienti da tutti i Paesi membri dell’Alleanza, più la Svezia. Accanto a questi saranno coinvolte più di 50 navi, dalle portaerei ai cacciatorpedinieri, più di 80 jet da combattimento, elicotteri e droni, e almeno 1.100 veicoli da combattimento, tra cui 133 carri armati e 533 veicoli da combattimento di fanteria. L’ultima esercitazione di dimensioni simili è stata Reforger nel 1988, con 125.000 partecipanti.

Ad annunciare le nuove cifre è stato Cristopher Cavoli, il Supreme Allied Commander Europe (Saceur, il più alto grado militare del sistema di difesa integrato dell’Allenza Atlantica), durante una conferenza pubblica svoltasi pochi giorni fa in occasione dell’avvio dell’esercitazione, prevista per la prossima settimana. Con essa “la Nato dimostrerà la propria capacità di difesa dello spazio euro-atlantico in caso di minaccia militare, trasferendo truppe dagli Stati Uniti in direzione dell’Europa. Una chiara dimostrazione della nostra unità, della nostra forza e della nostra determinazione a proteggerci reciprocamente, a proteggere i nostri valori e l’ordine internazionale basato sul diritto” ha affermato il militare statunitense.

Cavoli ha anche annunciato che la Allied Reaction Force, la neo-istituita forza multinazionale e multidominio che fornisce ulteriori opzioni per rispondere rapidamente alle minacce e alle crisi in tutte le direzioni in tutto il territorio dell’Alleanza, si appoggerà al comando italiano del Nato Rapid Deployment Corps.

Gli alleati hanno approvato i piani regionali al vertice di Vilnius del 2023, ponendo fine a una lunga era in cui l’Alleanza non aveva percepito la necessità di piani di difesa su larga scala, poiché i Paesi occidentali erano impegnati in altri tipi di conflitti come quelli in Afghanistan e Iraq, e non vedevano la Russia post-sovietica non rappresentasse più una minaccia esistenziale.

Durante la seconda parte di Steadfast Defender, un’attenzione particolare sarà rivolta al dispiegamento della forza di reazione rapida della Nato sul fianco orientale dell’alleanza, e in particolare nei territori di Polonia e Stati Baltici, considerati più a rischio di un potenziale attacco russo. Altri territori su cui sarà posto il focus sono la Germania (come centro di smistamento dei rinforzi in arrivo) e i Paesi siti ai margini dell’alleanza, come Romania e Norvegia.

Norvegia che sarà invece, assieme a Finlandia e Svezia, uno dei teatri principali di Nordic Response, la seconda esercitazione Nato prevista per quest’anno. All’esercitazione, conosciuta come Cold Response fino allo scorso anno, parteciperanno più di 20.000 truppe della Nato provenienti da 14 diversi Paesi membri, accompagnate da 50 navi da guerra, sottomarini e altre imbarcazioni e più di 110 jet da combattimento, elicotteri e altri aerei. Nordic Response darà agli alleati l’opportunità di imparare a operare in questo ambiente vasto e complicato, di testare nuovi equipaggiamenti e tattiche e, infine, di prepararsi a lavorare e combattere senza problemi l’uno accanto all’altro.


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Il nuovo reato di non-violenza


Nella sua foia legiferante e nella sua irresistibile produzione di nuovi reati (in termini sofisticati: panpenalismo), il governo Meloni ha raggiunto un altro primato. Tra le quindici inedite fattispecie penali introdotte o in via di introduzione c’è una

Nella sua foia legiferante e nella sua irresistibile produzione di nuovi reati (in termini sofisticati: panpenalismo), il governo Meloni ha raggiunto un altro primato. Tra le quindici inedite fattispecie penali introdotte o in via di introduzione c’è una norma che, secondo il giurista Paolo Borgna, non ha precedenti nei codici degli stati democratici. È quella prevista dall ’art. 18 del disegno di legge in materia di sicurezza, approvato dal Consiglio dei Ministri qualche settimana fa. Quell’articolo intende punire gli atti di «resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti», commessi da detenuti.

Si consideri quel «anche passiva». Ciò significa, a esempio, che un recluso sollecitato a consumare il pasto, se si rifiutasse di farlo, sarebbe sanzionato, e pesantemente. È una disposizione davvero inquietante: innanzitutto perché pretende di interferire con la sfera più intima dell’individuo. Quella, cioè, dove vengono assunte le decisioni più delicate, dove si esercita il libero arbitrio, dove si sceglie di obbedire o dissentire, di accettare o rifiutare, di conformarsi o astenersi. Ovvero qualcosa che appartiene ai fondamenti stessi della personalità umana.

C’è, poi, un’altra ragione che rende odiosa quella norma: nel faticosissimo e impervio processo di emancipazione dalla mentalità delinquenziale la «resistenza anche passiva» — ovvero la rinuncia alla violenza — rappresenta, per il detenuto, una tappa fondamentale della presa di coscienza e dell’integrazione in un sistema di relazioni sociali non criminali.
Di conseguenza, il recluso che si astiene dal cibo o che non si reca in cortile per l’ora d’aria può essere sanzionato penalmente e, così, ricacciato indietro, in una dimensione dove la sola risorsa per affermare i propri diritti apparirà il ricorso alla forza. Contro altri o contro sé stessi. Nel 2023 i suicidi sono stati 68, l’anno precedente 84. Nel corso dei primi diciotto giorni del 2024 già 7 detenuti si sono tolti la vita e un altro è deceduto a seguito di uno sciopero della fame.
La vicenda più tragica — semmai fosse possibile una gerarchia dell’orrore — è quella di Matteo Concetti, uccisosi mentre si trovava in una cella di isolamento del carcere di Ancona Montacuto: e appena poche ore dopo che i suoi familiari si erano rivolti a tutte le autorità e a tutte le istituzioni che un genitore può immaginare di sensibilizzare per salvare la vita di un figlio.
Concetti, 23 anni, aveva un disturbo bipolare e un sofferto passato di borderline, tra microcriminalità e dipendenze, tra ricoveri e comunità. Avrebbe dovuto scontare ancora otto mesi e, dopo un periodo in regime di detenzione domiciliare, era stato riportato in cella a causa del ritardo di un’ora nel ritorno alla propria abitazione.

Leggete l’intervista rilasciata dalla madre di Concetti, Roberta Faraglia, ad Alessandra Ziniti su queste pagine. È un eccezionale documento di amore genitoriale e, allo stesso tempo, di dignità umana e di intransigente coscienza civile. Vi si trova un dolore immenso e un rigoroso atto di accusa contro il sistema penitenziario e la sua natura patogena e letale. Un luogo insensato e mortifero.

Dice la madre di Concetti che, nell’incontro precedente di poche ore la sua morte, il giovane dichiarava di essere stato «picchiato da un agente mentre altri due lo tenevano fermo» e che «non gli davano le sue medicine». Tra sopraffazione e incuria «hanno lasciato che si suicidasse».
Nel novembre scorso, nel carcere di Sanremo, Alberto Scagni, paziente psichiatrico, subì violenze per ore a opera dei compagni di cella. Ancora incuria e gestione disastrosa della componente più vulnerabile della popolazione detenuta. Una quota di reclusi che costituisce quasi il 10 percento deltotale. E che risulta pressoché priva di adeguate terapie e di una sufficiente assistenza. Secondo l’associazione Antigone, nel complesso delle carceri italiane, le ore di sostegno psichiatrico sono circa dieci a settimana per ogni cento detenuti, e diciotto quelle per il supporto psicologico.

Il quadro generale dice questo: il 42,4 percento dei reclusi consuma psicofarmaci e in particolare sedativi e, secondo la rivista «Altreconomia», la spesa complessiva relativa a tali trattamenti supera i due milioni di euro per anno. Questo mentre la popolazione detenuta, dopo un breve periodo di contenimento, ha ripreso a crescere e ha superato ormai le 60.000 unità, a fronte di una capienza regolamentare di 51.249 posti e di una capienza effettiva poco superiore ai 47.000.
Sono numeri che certificano inequivocabilmente il collasso del sistema, ma nessuno sembra curarsene.

In altre parole il circuito penitenziario sembra non avere più scampo e la sua irreversibile rovina è tra i fattori più importanti della crisi dei nostri sistemi di sicurezza collettiva. Una cosa è certa: non saranno i nuovi reati di «incendio boschivo» e di «deturpamento e imbrattamento» di muri a salvarci.

La Repubblica

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Export della difesa. Oltre l’ideologia, serve una riflessione politica. L’opinione del gen. Tricarico


Non stupisce che Vignarca e company, un sodalizio di associazioni pacifiste più rumoroso che folto, continui con il fuoco di sbarramento sulla legge 185/90 e sulle iniziative parlamentari volte ad avviare una serie di miglioramenti all’attuale disposto di

Non stupisce che Vignarca e company, un sodalizio di associazioni pacifiste più rumoroso che folto, continui con il fuoco di sbarramento sulla legge 185/90 e sulle iniziative parlamentari volte ad avviare una serie di miglioramenti all’attuale disposto di legge. Fanno semplicemente il loro lavoro.

Quello che stupisce è che sull’argomento non ci sia dibattito pubblico, né tanto meno consapevolezza e quindi cultura, con il risultato che le tesi a volte esclusivamente ideologiche di Vignarca e seguaci divengano la narrativa dominante e acquisiscano proseliti a non finire a cominciare dal mondo politico, stranamente collocato per l’occasione in un campo largo.

Nello specifico, l’impegno del momento dei paladini della pace a prescindere e senza condizioni, è quello di aprire un robusto fuoco di sbarramento sulle attività parlamentari ergendosi ad istituzione dello Stato, a partito politico di opposizione, quasi che le piazze non siano più il loro unico e naturale ambiente. “Impugneremo il testo di legge, se questa formulazione verrà confermata fino alla fine” confida Vignarca ad Avvenire.it del 18 gennaio. Impugneremo?Dove, e con quale potestà?

I temi del dibattere riguardano in particolare la reintroduzione del Cisd (Comitato interministeriale per lo scambio di armamenti per la Difesa) nel processo decisionale sull’autorizzazione delle operazioni commerciali di esportazione ed il ruolo degli istituti bancari nel finanziamento di dette attività.

Nel primo caso chiunque, con un minimo di senso dello Stato o, in assenza di questo, con un minimo di raziocinio, plaudirebbe al fatto che le decisioni finali circa una attività di esportazione di materiali della Difesa siano allocate presso un consesso di Ministri di rango sotto la guida del vertice di governo, anziché nell’ufficio di un funzionario della Farnesina di medio livello cui le pressioni politiche, mediatiche o appunto del pacifismo, finiscono per inibire le capacità di discernimento e decisione.

E se non ci vuole molto a capire questo primo punto, ancora più agevole risulta la comprensione del secondo.

Agli inizi del 2000, tre istituti bancari decisero di sospendere le operazioni di finanziamento delle esportazioni di armamento.
A nulla valsero, in una apposita riunione convocata a Palazzo Chigi, cui parteciparono presidente e direttore generale di Abi di allora, Sella e Zadra, le argomentazioni volte a far recedere gli istituti bancari dalla decisione, che tra l’altro riguardava attività perfettamente allineate al disposto di una legge italiana, appunto la 185/90.

A nulla valse soprattutto l’avvertimento che così facendo le banche, ed il movimento pacifista dietro di loro, avrebbero realizzato una perfetta eterogenesi dei fini. Infatti, venendo a mancare le informazioni sui finanziamenti da parte di queste banche e non essendo gli istituti stranieri cui le società esportatrici si sarebbero rivolte tenute a relazionare il governo italiano, la Relazione annuale del governo al Parlamento sarebbe risultata monca di un allegato importante, quello delle operazioni bancarie degli istituti obiettori, e quindi l’intera attività avrebbe perduto un importante dato di controllo. E di trasparenza nella percezione pacifista.
Di fatto, non solo i tre istituti non recedettero dalla loro decisione, ma il fenomeno che poi prese il nome di “banche armate”, si estese considerevolmente fino ad oggi in cui Vignarca e company lamentano la possibile omissione dell’indicazione degli istituti bancari nella Relazione Annuale.

Chi è causa del suo mal pianga sé stesso verrebbe da dire.

In conclusione, sarebbe giunto il momento per il nostro Paese di avviare, dopo queste prime schermaglie, una revisione seria della 185/90, una revisione che tenga conto della vera rivoluzione occorsa dal 1990 ad oggi nelle relazioni internazionali e negli equilibri geopolitici, una revisione che possa contare su un riequilibrio delle parti in causa nei processi autorizzativi, in cui la politica si riappropri delle sue prerogative rioccupando gli spazi che per troppi anni ha lasciato al movimentismo, anche per questo divenuto un fattore serio di inibizione della volontà dello Stato e della tutela dei suoi interessi.


formiche.net/2024/01/export-di…

Sfrontati


Il tema non è bello, ma fuggirne lo peggiora. Pone inaggirabili problemi politici, che una parte dovrebbe far valere sull’altra, mentre si ha l’impressione che se li risparmino a vicenda. Vivere in pace non è una condizione naturale ma una conquista, un d

Il tema non è bello, ma fuggirne lo peggiora. Pone inaggirabili problemi politici, che una parte dovrebbe far valere sull’altra, mentre si ha l’impressione che se li risparmino a vicenda. Vivere in pace non è una condizione naturale ma una conquista, un delicato prevalere della ragione sulla forza, degli interessi commerciali sulle allucinazioni nazionalistiche, ideologiche o mistiche. La pace si conserva mettendo la deterrenza al posto della guerra, predisponendo la forza militare, regolandone l’uso e contando in questo modo di farla valere senza doverla dispiegare. Ed è su quel che serve a conservare la pace che c’è pericolosa confusione.

Le guerre sono tutte brutte, ma non tutte uguali. Si dice che dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo avuto la più lunga stagione di pace, ma vale solo per noi: in realtà non c’è stato un solo giorno senza guerre. Ma anche dove riguardavano nostri interessi, non attentavano alla nostra sicurezza. Lo scenario è cambiato, purtroppo.

La criminale offensiva scatenata da Putin in Ucraina non è una qualsiasi guerra, ma una scelta che ha nel mirino l’ordine seguito all’ultimo conflitto mondiale. Lì si è aperto un inferno le cui disastrose conseguenze si liberano anche a fronte del fallimento dell’attacco russo e della trasformazione dell’invasore in difensore delle poche terre che è riuscito a invadere. È l’inferno ucraino ad avere portato l’Iran nella posizione di fornitore essenziale di armi ai russi (assieme alla Corea del Nord) e, quindi, ad avere suggerito l’opportunità di usare Hamas per il colpo di maglio a Israele, giustamente considerato un bastione occidentale in Medio Oriente. Lo stesso Iran che ha finanziato e armato gli Houthi yemeniti, capaci di mettere a repentaglio la sicurezza dei trasporti nel Mar Rosso, quindi arrecando un danno immediato alla prosperità e produttività delle nostre libere economie. Non si tratta di focolai separati, ma di fronti collegati. E destinati ad allargarsi, come dimostra l’attacco iraniano in Pakistan.

Tutto questo porta a un aumento delle spese militari. Sia per alimentare la resistenza del fronte ucraino – la cui caduta non riguarderebbe solo gli ucraini, ma noi direttamente, con una drammatica perdita di sovranità e sicurezza in casa nostra – sia per evitare quel che il nostro ministro della Difesa va ripetendo, ovvero che appaia vuoto l’arsenale. L’aumento della spesa militare non è soltanto una questione economica – tanto più che siamo anche produttori di sistemi difensivi – ma eminentemente politica. E qui si viene all’incredibile vuoto nella nostra discussione pubblica.

Ci sta eccome che la maggioranza di destra non conceda tregua alla sinistra, sulla spesa militare e sulla fornitura di aiuti all’Ucraina. Ci sta perché la sinistra ha avuto il Ministero della Difesa fino a ieri mattina, perché ha condiviso la scelta di stare al fianco degli ucraini e perché sono stati molti i suoi governi che hanno sottoscritto l’assicurazione – data in sede Nato – di portare al 2% la spesa militare. Chiedere conto dei cambiamenti è mettere in evidenza l’incoerenza e, quindi, l’inaffidabilità.

Ci sta che la sinistra ponga alla destra il tema dell’integrazione europea, perché quello è il solo razionale livello di difesa della sovranità (monetaria e difensiva), quello il solo ambito in cui la spesa può contare su economie di scala (e su un più vasto mercato), quella la sola alternativa a tornare alla divisione dell’Europa in aree di influenza, con minore sovranità. Chiedere conto delle castronerie dette in passato (e di talune ripetute) è mettere in evidenza l’incoerenza, quindi l’inaffidabilità.

È pur interessante discutere delle candidature alle europee, purché solo fino a un certo punto e sebbene riguardi solo ed esclusivamente i partitanti. Mentre fissare la propria posizione sul fronte della sicurezza, segnalando la sfrontatezza di certe giravolte, sarebbe essenziale. Ma, all’evidenza, meno attraente, dovendosi riconoscere che serve più spesa e maggiore integrazione Ue.

La Ragione

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Etica bancaria, il carteggio Malagodi-Mattioli


Concluso il cinquantenario della scomparsa di Raffaele Mattioli, non vengono meno gli interessi per ulteriori approfondimenti su uno dei principali banchieri italiani del Novecento. Nell’archivio dellaFondazione Luigi Einaudi di Roma emerge il carteggio f

Concluso il cinquantenario della scomparsa di Raffaele Mattioli, non vengono meno gli interessi per ulteriori approfondimenti su uno dei principali banchieri italiani del Novecento. Nell’archivio dellaFondazione Luigi Einaudi di Roma emerge il carteggio fra Mattioli e Giovanni Malagodi che fu il suo principale collaboratore alla Banca Commerciale Italiana, soprattutto nei difficili anni 30. Molto importante, in particolare per l’etica e il risparmio, è una lettera di Mattioli a Malagodi sullo scandalo Giuffrè, l’ex bancario autore delle truffe che, negli anni 50, colpirono soprattutto sacerdoti e suore. Il 12 gennaio 1959 Mattioli scrisse a Malagodi: «Caro Giovanni, ho letto attentamente la relazione Giuffrè e non posso che confermarti il parere negativo che già ti diedi circa l’opportunità di modificare la legge bancaria (…) La Commissione accerta che il Giuffrè non ha esercitato il credito, non è quindi incappato nelle sanzioni previste dall’art. 96 della legge bancaria», ma, continua (pag. 22), «poiché il caso Giuffrè è «un fenomeno abnorme» che può recar nocumento, «direttamente o di riflesso», alle normali attività delle aziende di credito, ci vorrebbe un’“integrazione” della legge bancaria per tutelare il risparmio «contro forme organizzate di rastrellamento di capitali», ecc. Ora, la legge bancaria regola l’attività delle banche e se anche le banche avessero avuto un nocumento qualsiasi dall’attività del Giuffrè, riconosciuto non-banchiere, ne sarebbero state le vittime, ma in nessun modo le complici, nemmeno involontarie.

Aggravare e complicare le norme che regolano l’attività delle banche, vorrebbe dire prendersela con le vittime (putative), non con il colpevole. E già recherebbe gravissimo, sicuro nocumento al buon nome delle banche qualunque provvedimento ad esse relativo che volesse giustificarsi con il caso Giuffrè. «Ma –si dice – è a protezione
delle banche che s’invocano nuove regolamentazioni (…) Se per “rastrellare” capitali a detrimento del sistema bancario occorre offrire interessi come quelli pagati (o promessi)dal Giuffrè, il pericolo è immaginario. (…) La misura degli interessi offerti dal Giuffrè è la prova incontestabile che egli non faceva il banchiere: non avrebbe mai potuto impiegare i fondi“rastrellati” allo stesso saggio. Che cosa pensavano dunque quelli che gli portavano quattrini? Che avesse il segreto per vincere alla roulette? Che avesse scoperto la pietra filosofale? Certamente no».«Che cosa c’entra con tutto questo la legge bancaria?» – scriveva ancora Mattioli – «(…) Alle banche lo scandalo Giuffrè – nonostante le insistenze quotidiane sulla “anonima banchieri” – non ha fatto male alcuno, anzi è stato un giovamento. Non è serio chiedere che la vigilanza sulle attività bancarie venga estesa e rafforzata per colpire anche chi non svolge attività bancaria. Si arriverebbe così a un intervenzionismo aprioristico ed esasperato, che deformerebbe e smusserebbe proprio quegli organi di vigilanza e controllo che già esistono e funzionano ai fini di ciò che li fa esistere.

Si intralcerebbe un’attività sana, lecita, di sua natura espansiva, per la fisima di prevenire, meglio, per darsi l’aria di voler prevenire imprevedibili, truffaldine irregolarità (“fenomeni abnormi”). Per i delinquenti ci sono le leggi penali (anche i
ladri rastrellano fondi!), le leggi di polizia, le leggi fiscali». «È tutelato dalla legge» – aggiungeva Mattioli – «chi i propri soldi li porta alle banche. Ma ognuno è libero di fare con i propri soldi quel che vuole; e se li dà a un imbroglione, si accomodi pure. Equando scoppierà l’imbroglio, le leggi esistenti – civili e penali – sono quelle che debbono“rendergli giustizia”. Ma non la legge bancaria, quella non regola l’attività degli imbroglioni – e non può aspirare a regolarla. La legge bancaria non è per usurai, strozzini, giocolieri, benefattori – ma è legge intesa a regolare l’attività delle banche, cioè di chi fa credito e per far credito raccoglie quattrini. La legge stabilisce che chi fa credito raccogliendo quattrini deve essere iscritto nell’apposito albo – e se chi fa credito raccogliendo quattrini non è iscritto all’albo incappa appunto negli artt. 87 e 96 della legge bancaria. Ed è una legge molto restrittiva che ha funzionato e funziona egregiamente. Si vuole renderla inefficiente?» rilevava Mattioli. Nel carteggio fra Mattioli e Malagodi, negli anni in cui Giovanni non era più in Comit, ma nelleIstituzioni della Repubblica, molta parte riguarda, oltre all’economia e alla finanza, la storia e la cultura che accomunavano i loro
interessi e passioni ideali. Di particolare significato è una lettera del 5 febbraio 1968 di Malagodi a Mattioli, allora Presidente della Banca Commerciale, in cui gli segnala che il nipote di Giovanni Giolitti, Architetto Chiaraviglio, stava mettendo in ordine il carteggio fra Giovanni Giolitti e Alfredo Frassati che era stato Direttore de «La Stampa» di Torino nei primi decenni del Novecento e molto vicino a Giolitti.

Mattioli, anche a fine anni 60, continuava ad avvalersi della competenza bancaria di Malagodi chiedendogli anche pareri preventivi sulle attività e sulle innovazioni da inserire nella BancaCommerciale Italiana, in particolare sull’importanza «del capitale di una banca come presidio e garanzia dei depositi».La questione era particolarmente importante e complessa, poiché allora la Banca Commerciale apparteneva al mondo
delle Partecipazioni Statali e, quindi, le decisioni relative al capitale della banca implicavano procedure complesse. Il 24 aprile 1972, proprio nei giorni dell’uscita di Mattioli dal vertice della Banca Commerciale, Malagodi scrisse una lettera molto riservata all’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone in cui proponeva «di nominare alla prima occasione possibile Senatore a vita il nostro comune amico Raffaele Mattioli. Tu ne conosci i grandissimi meriti verso l’Italia, sia sul piano culturale, sia sul piano della politica economica e di conseguenza sociale. Lo conosci e lo apprezzi anche personalmente, per le sue doti veramente insigni di animo e di mente. Sai anche quanto sia valido e vigoroso. Quanto a me sono 46 anni che lo conosco, che lo apprezzo e gli voglio bene, che lavoro con lui da vicino e da lontano, nella professione bancaria o nella concordia discorde delle opinioni – entrambi però sempre sul piano di una intransigente intuizione di libertà. So che è una decisione che rileva nella tua competenza esclusiva.Perciò ti faccio questa proposta in via confidenziale…» Purtroppo, Mattioli scomparve un anno dopo, il 27 luglio 1973, e non ebbe tempo di poter ricevere l’importante riconoscimento.

Il Sole 24 Ore

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Disturbi alimentari senza dignità per il governo.

Sono servite forti proteste perché si impegnasse a trovare risorse per rifinanziare anche nel 2024 il Fondo per curare tali disturbi.

Da un lato, l’esecutivo crea un nuovo reato per punire chi istiga ai disturbi della nutrizione, dall’altro lato, aveva lasciato chi ne soffre privo di risorse per la loro cura.

editorialedomani.it/idee/comme…

La libertà è una sola


Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici

Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici dello statista di Dogliani che fu presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. La riflessione di inizio anno, invece, la concentriamo, per la sua attualità, su quella che è passato alla Storia come il confronto tra Benedetto Croce, il maggior filosofo italiano del XX secolo, liberale ed idealista, con Einaudi stesso sulla compatibilità tra liberalismo e liberismo e che si svolse nell’arco di ben 14 anni, dal 1928 al 1942. La premessa di una simile discussione si annida nel fatto che la lingua italiana ha una distinzione, sconosciuta nel resto del mondo, tra i due termini. Il liberalismo è più ampio ed indica la dottrina politica liberale, mentre il liberismo ne definisce la teoria economica che Don Benedetto riassumeva nel motto ottocentesco “laissez faire, laissez passer”, che implica l’assenza di interferenze dello Stato.

ll filosofo napoletano concepiva il liberalismo come una dottrina dello spirito che ben si conciliava con la sua visione della storia come incessante lotta per la libertà. Proprio questa sua dimensione spiritualistica separava il liberalismo da una semplice tecnica di gestione dell’economia, il liberismo, che poteva essere più o meno efficiente. Se per ipotesi una soluzione comunista si fosse dimostrata più efficace, «il liberalismo non potrebbe se non approvare e invocare per suo conto» l’abolizione della proprietà privata. Infatti, per Croce «il liberalismo non coincide col cosiddetto liberismo economico», con il quale aveva avuto e forse aveva ancora «concomitanze ma sempre in guisa provvisoria e contingente». Per Einaudi, invece, «il liberismo fu la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed etica, che è quella del liberalismo». E, citando quello che mi sembra la miglior sintesi del suo pensiero: «La concezione storica del liberismo dice che la libertà non è capace di vivere in una società economica nella quale non esista una varia e ricca fioritura di vite umane vive per virtù propria, indipendenti le une dalle altre, non serve di un’unica volontà. Senza la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera, non esiste liberalismo».

Nel corso degli anni si è argomentato che le due posizioni non erano così inconciliabili, ma il nocciolo del pensiero einaudiano è chiaro: il liberismo è essenziale per una società libera, perché, per dirla con il grande economista Ludwig von Mises «a cosa servirebbe la libertà di stampa se tutte le tipografie fossero di proprietà dello Stato?». Tuttavia, dopo la caduta del muro di Berlino, ci si è trovati di fronte ad un’altra domanda: può un’economia di mercato libera e aperta fiorire in un regime autoritario? La questione in passato riguardava piccoli casi di studio come Singapore, Corea del Sud e il Cile di Pinochet. Questi ultimi due paesi si sono evoluti in piene democrazie e Singapore è comunque una città-Stato dove la “rule of law” e i diritti civili sono decentemente rispettati e il sistema politico, pluralistico benché sotto tutela, gode di un ampio consenso. L’evoluzione politica liberale ha portato bene e i tre paesi oggi sono floridi. Diversi i casi di Russia e Cina che a partire dagli anni ’80 hanno cominciato a liberalizzare le economie e ad aprirle al commercio internazionale.

Per il Celeste Impero si è trattato di un successo epocale, mentre la Russia (che ha gravi problemi di corruzione) ha avuto alti e bassi e nel complesso è cresciuta come una monarchia mediorientale solo grazie alle materie prime. La Cina governata da Xi sta accentuando i suoi caratteri repressivi e per certi versi totalitari, di cui la repressione degli Uiguri, a Hong Kong e in Tibet sono solo i fenomeni più visibili. Questa smania di controllo si sta estendendo anche all’economia, ambito nel quale i sussidi politici, le intromissioni e le direttive di partito si fanno sempre più pesanti. Questo atteggiamento sta scoraggiando gli investitori internazionali e locali il che, unito alle guerre commerciali in cui Pechino si trova coinvolta, ne sta frenando fortemente la crescita. In altre parole, come osservava Einaudi, senza la «la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera» e questo vale anche per la libertà economica, perché chi comanda in modo arbitrario cerca di soffocare tutti gli spazi di libertà. D’altronde, pure il nostro fascismo cominciò che voleva privatizzare le poste e finì con l’Autarchia. Insomma, la prima lezione del 2024 di Luigi Einaudi è che la libertà è una sola, non implica l’inesistenza dello Stato, anzi, ma non può essere preservata a compartimenti stagni.

La Stampa

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TarTassati


I cocktail fiscali possono essere variamente composti, usando prelievi relativi a reddito, patrimonio o consumi. Non esiste il cocktail perfetto, buono per tutte le occasioni, perché contano i gusti, le condizioni e le finalità. In certe stagioni conviene

I cocktail fiscali possono essere variamente composti, usando prelievi relativi a reddito, patrimonio o consumi. Non esiste il cocktail perfetto, buono per tutte le occasioni, perché contano i gusti, le condizioni e le finalità. In certe stagioni conviene prendere più soldi dai patrimoni e in altre dalla ricchezza prodotta ogni anno; c’è il tempo in cui è saggio favorire l’accumulazione di risparmi e quello in cui usare la spesa pubblica (finanziata con il fisco) in maniera più massiccia. Di sicuro c’è un cocktail velenoso, che tracanniamo da anni, ovvero quello che insegue la spesa con il gettito anziché parametrare la prima al secondo. A forza di berlo ci si è ubriacati, facendo finta di credere che non costi e, invece, impoverisce. Al punto che il ministro dell’Economia è uscito dal bar ed è dovuto ricorrere agli spacciatori, definendolo «droga psichedelica».

Dobbiamo a Steno un film del 1959, con Totò e Fabrizi: “I tartassati”. Un commerciante che considera impossibile guadagnare, con quella enorme pressione fiscale, e un esattore, che conosce i trucchi degli evasori. Diventeranno parenti. In quel 1959, con il fisco tartassante, la pressione fiscale (il peso delle imposte sulla ricchezza prodotta) era pari al 24%. Oggi è oltre il 41%. L’evasione fiscale c’era anche nel 1959 (chiedetelo a Totò, il negoziante), ma nell’Italia di oggi per un cittadino che versa almeno un euro di imposte sul reddito ce ne sono due che non versano niente. Tradotto in termini reali significa che la pressione fiscale, per chi paga, è superiore al doppio rispetto al 1959.

Accanto a quello orrido, c’è un aspetto curioso. Qualche giorno fa uno studio della Banca d’Italia ha attirato i titoli dei giornali, ma soltanto per una sua parte: il 5% degli italiani possiede il 46% del patrimonio. Si è trascurato di leggerne il seguito: la concentrazione della ricchezza patrimoniale è da noi inferiore a quella che c’è in Francia o Germania. Ciò lo si deve al fatto che più del 70% delle famiglie italiane possiede la casa e poco meno del 30% ne possiede più di una. Si tenga presente che, con questa leva demografica, i figli sopravvissuti saranno delle piccole potenze immobiliari, mentre l’abbondante patrimonializzazione già presente è testimoniata dal fiorire delle case messe sul mercato degli affitti brevi.

Riassumendo: gli italiani che pagano le tasse sul reddito sono una minoranza che paga troppo, mentre il patrimonio è più diffuso. Quasi che si possa essere poveri e possidenti. La buona notizia è che l’evasione fiscale va scendendo (da qualche anno), la cattiva notizia è che nel 2021, fra reddito e previdenza, gli evasori portavano via alla collettività la bellezza di 83,6 miliardi. Come si è ottenuta la diminuzione, se tutti quelli che passano dal governo vogliono riformare il fisco, affermando che non funziona? Grazie ai pagamenti digitali, grazie alla fatturazione elettronica. Tutta roba cui taluni si opposero, in nome di non si sa quale libertà, ma tutta roba gradita dalle persone oneste.

Allora, mettiamo la patrimoniale? Le patrimoniali ci sono già, talune pure mascherate. Una patrimoniale secca e seria andrebbe messa sugli immobili pubblici, affinché siano venduti e i proventi usati per abbattere il debito. In quanto al resto, per gli onesti che pagano il nostro è un Paese in cui la pressione sui redditi è troppo alta e quella sul patrimonio bassa. Siamo anche passati dalla follia del bonus 110%, che è stata una elargizione patrimoniale a beneficio dei ricchi. Non ci sarebbe nulla di male nel pensare di cambiare un po’ il cocktail, specie a fronte di un debito accumulato nel mentre si accumulava patrimonio. Ma mai e poi mai si potrà fare nulla di sensato ed equo fin quando si faranno le campagne elettorali promettendo più spesa pubblica, fin quando si farà opposizione strillazzando a ogni taglio, fin quando si penserà che indebitarsi ulteriormente sia un diritto senza costo. Finché dura questa tragi-farsa l’iniquità sarà consustanziale al sistema.

La Ragione

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L’antisemitismo alla base dell’antisionismo


Ricondurre la levata di scudi delle società occidentali contro Israele alla sproporzione della reazione militare decisa da Benjamin Netanyahu è un errore: il sentimento preesiste, le bombe israeliane sono solo l’occasione per dargli voce. Il sentimento ha

Ricondurre la levata di scudi delle società occidentali contro Israele alla sproporzione della reazione militare decisa da Benjamin Netanyahu è un errore: il sentimento preesiste, le bombe israeliane sono solo l’occasione per dargli voce. Il sentimento ha un nome: antisemitismo.

L’antisemitismo è un sentimento antico la cui eco risuona nell’animo di ciascuno di noi. I più forti lo respingono con la ragione, i più deboli vi cedono con la pancia. Ma prima o poi tutti, anche chi non ne ha contezza, devono farci i conti. In Europa nasce nel Medioevo per motivi religiosi in seno alla Chiesa cattolica, in epoca contemporanea veste abiti politici occasionali: le teorie della razza (nate non in Gemania, come molti credono, ma in Francia col marchese de Gobineau), i diritti umani, il terzomondismo, l’antiamericanismo, l’anticapitaliamo…

L’antisemitismo emerge prevalentemente nei momenti di crisi, crisi economica e/o politica: quando il malessere sociale è forte, il sistema istituzionale debole e la paura diffusa. Gli ebrei come capro espiatorio, la loro discriminazione come lavacro identitario, il loro sacrificio come rituale di purificazione. Capita agli ebrei e non ad altri perché quella ebraica è l’unica comunità tendenzialmente chiusa e professa l’unica religione sostanzialmente contraria al proselitismo. Gli ebrei sono i diversi per eccellenza. Una diversità che offende, insospettisce, preoccupa.

Nella civilissima Harvard, università d’eccellenza statunitense, 34 associazioni studentesche hanno preso posizione contro lo Stato ebraico, giudicato “l’unico responsabile” della barbarie di Hamas, sin dalla sera del 7 ottobre, quando ancora Israele era sotto choc e non aveva reagito.

Nei campus e nelle città americane, le aggressioni fisiche nei confronti degli ebrei sono aumentate del 337%. Le bombe molotov contro le sinagoghe a Berlino, i quasi mille attacchi antiebraici in Francia, le 460 aggressioni verbali e fisiche registrate in Italia, la manomissione delle pietre d’inciampo a Roma e in tutte le capitali europee… Atti, evidentemente, antisemiti. Perché è questo l’unico caso nella Storia in cui la più che legittima critica politica ad uno Stato si accompagna di regola, nei paesi occidentali, all’aggressione fisica e verbale di singoli connazionali che di quello Stato condividono la cultura e la religione. Con i russi, per dire, oggi non capota. E non capitava neanche con i cittadini del bocco sovietico aI tempi della Guerra Fredda. Capita solo, ma guarda un po’, con gli ebrei. Gli ebrei in quanto tali, non in quanto israeliani.

Interessa nulla, alle élite occidentali, delle decine di popoli a cui stati forti, alcuni dei quali con imperitura vocazione imperiale (la Cina, la Russia, la Turchia) negano con la violenza il diritto a farsi Stato. Interessa solo la causa palestinese. E interessa perché, nella retorica, a coartare i diritti dei palestinesi non è uno Stato qualsiasi, ma lo Stato “ebraico”.

Su pressione dell’Unione Sovietica, noto paladino dei valori liberaldemocratici e del principio dell’autodeterminazione dei popoli, nel 1975 l’Assemblea generale dell’Onu approvò a larga maggioranza la risoluzione 3379 che equiparava il sionismo al razzismo. Tesi ripresa oggi dalla piattaforma politica di Black Lives Matter negli Stati Uniti, così come, nella sostanza, dal Tribunale penale internazionale dell’Aja, quello che nei giorni scorsi ha attribuito ad Israele intenti genocidari. Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha condannato 95 volte la democrazia israeliana; poche, pochissime volte i regimi cinese, iraniano, turco, venezuelano o saudita. Al vertice di Durban del 2001 i palestinesi sono stati definiti vittime del “razzismo israeliano”. Tesi, oggi, largamente diffusa.

Diceva Martin Luther King che “se c’è l’hai con Israele sei antisemita”. Affermazione eccessiva, ma spesso, molto spesso fondata.

Huffington Post

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Aspettando il vertice Nato di Washington, Kyiv ringrazia la Difesa italiana


Cooperazione militare e condivisione delle esperienze. Questi i principali temi trattati nel corso del colloquio telefonico tra il capo di Stato maggiore della Difesa italiana, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, e il comandante in capo delle Forze armate

Cooperazione militare e condivisione delle esperienze. Questi i principali temi trattati nel corso del colloquio telefonico tra il capo di Stato maggiore della Difesa italiana, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, e il comandante in capo delle Forze armate ucraine, il generale Valerij Zaluzhnyj, reso noto dallo stesso ufficiale ucraino. Tra i temi trattati nel corso della telefonata, il comandante della difesa di Kiev ha invitato l’ammiraglio italiano a visitare l’Ucraina, oltre a invitare le Forze armate del nostro Paese a “lavorare insieme” a quelle ucraine. Naturalmente, al centro del colloquio si è parlato anche di attrezzature militari, anche alla luce della recente autorizzazione italiana alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina. I due ufficiali hanno infatti discusso della manutenzione dell’attrezzatura militare fornita dall’Italia nell’ambito di pacchetti di aiuti, con il generale Zaluzhnyj che ha ringraziato Cavo Dragone e l’Italia per il completo sostegno contro l’invasione russa.

L’incontro dei capi di Stato maggiore della Nato

Il colloquio arriva, tra l’altro, alla vigilia del vertice dei capi di Stato maggiore delle Difese dei Paesi Nato nell’incontro del Comitato militare dell’Alleanza a Bruxelles, presieduto dall’ammiraglio Rob Bauer (che verrà sostituito proprio dall’ammiraglio Cavo Dragone a partire da gennaio 2025). L’incontro, tra l’altro, vedrà la partecipazione anche del capo della Difesa svedese, il generale Michael Claesson, oltre che dal vice segretario generale della Nato, Mircea Geoană, del Comandante supremo alleato in Europa (Saceur), il generale Usa Christopher Cavoli, e dal Vice comandante supremo Alleato per la trasformazione (Dsact), generale Chris Badia. Il vertice sarà importante anche perché, per la prima volta, i capi di Stato maggiore alleati si incontreranno per la prima volta in un formato di Consiglio Nato-Ucraina, nel corso del quale dialogheranno con le controparti di Kiev per fare il punto sullo stato dell’aggressione russa all’Ucraina, della situazione sul campo e del continuo sostegno garantito dalla Nato e dai singoli Paesi Alleati all’Ucraina.

Verso il vertice di Washington

Al centro dei temi discussi dal vertice ci saranno inoltre i progressi compiuti verso l’attuazione dei piani adottati al Vertice di Vilnius nel luglio 2023 e le capacità industriali di difesa complessive dei Paesi alleati. Altri argomenti centrali saranno la pianificazione operativa e la necessità di potenziare gli attuali livelli di difesa e deterrenza, concentrandosi su fattori abilitanti quali le operazioni multidominio, le strutture di comando e il controllo, l’interoperabilità e il continuo miglioramento delle capacità qualitative e quantitative dei sistemi a disposizione. Uno dei temi principali che i capi di Stato maggiore discuteranno sarà la Difesa integrata aerea e missilistica, insieme a ulteriori indicazioni e orientamenti sulla deterrenza militare e sulle priorità di difesa della Nato, soprattutto in vista della ministeriale Difesa che si terrà a febbraio e del Vertice di Washington D.C. a luglio, che tra l’altro festeggerà i 75 anni dell’Alleanza.


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La ricetta liberale di Einaudi contro le diseguaglianze


Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l’economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d’Italia,

Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l’economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d’Italia, ministro del bilancio e Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, è ripercorrerne il lascito ideale che emerge dagli scritti di economia, politica e filosofia. Analizzare le sue idee e rivolgerle al presente fa emergere l’attualità del suo pensiero. Partiamo dalla questione più dibattuta di questo periodo, la diseguaglianza. La diseguaglianza dovuta al merito è accettabile? Nella nostra società si produce per motivi legati al talento e all’impegno o per fattori esterni come la famiglia o l’intervento ottuso dello Stato e delle corporazioni? È comunque desiderabile limitarla? Per ragioni etiche o di efficienza del sistema economico?

Einaudi ha sempre inquadrato la sua visione nell’ottica della libertà. In questo senso era crociano, in quanto la libertà era vista come l’obbiettivo cui tendeva l’umanità e il liberismo era l’insieme delle teorie economiche per raggiungerla in modo efficiente. Tale sistema di pensiero, però, non implicava l’adesione ad un laissez-faire senza vincoli così come lo descriveva Croce (sul fatto che sia mai esistito questo famoso laissez-faire ci sarebbe da discutere. ma transeat). Lo statista di Dogliani, infatti, sulle orme di Adam Smith riteneva che lo Stato liberale avesse alcune funzioni essenziali come il mantenimento della pace interna ed esterna, la giustizia, le opere pubbliche, l’istruzione. In generale «lo Stato interviene per fissare le norme di cornice entro le quali le azioni degli uomini possono liberamente muoversi; non ordina come gli uomini debbono comportarsi nella loro
condotta quotidiana». È altrettanto vero, però, che se il criterio di giustizia operante nel mercato è quello del merito, per il quale ciascuno viene retribuito in proporzione all’apporto che dà alla produzione, è necessario che la competizione tra individui sia equa. Il modo per assicurare l’equità è la riduzione della disuguaglianza dei punti di partenza. Einaudi non era un’utopista, sapeva che una completa uguaglianza non sarà mai possibile: talento, capacità fisiche, ambiente di crescita incidono comunque sulle chance delle persone.

A meno che si voglia procedere ad una trasformazione distopica della società che si può trovare in alcuni romanzi in cui si costringono i belli a diventare brutti come in Harrison Bergeron di Kurt Vonnegut, bisogna intervenire in modo ragionevole. In Einaudi questo si traduce nella possibilità di accesso per tutti all’istruzione: «L’ente pubblico dovrà, fra l’altro, gradualmente provvedere a fornire ai ragazzi istruzione elementare, refezione scolastica, vestiti e calzature convenienti, libri e quaderni e ai giovani volenterosi, i quali diano prova di una bastevole attitudine allo studio, la possibilità di frequentare scuole medie ed università a loro scelta senza spesa». L’educazione potrà essere impartita da scuole pubbliche e private in competizione tra loro. L’economista si spinge ad ipotizzare un reddito minimo (il che può voler dire erogazioni in denaro o prestazioni di welfare, «l’estensione del campo dei servizi pubblici gratuiti»): «Il minimo di esistenza non è un punto di arrivo, ma di partenza: un’assicurazione data a tutti perché possano sviluppare le loro attitudini». È chiara la differenza con il reddito di cittadinanza all’amatriciana: si parla di un’associazione per sviluppare le attitudini, non per evitare il lavoro. Persino la pensione di vecchiaia è vista come atta a incoraggiare il risparmio.

Inoltre, Einaudi si rende conto che l’uguaglianza «nel punti di partenza» è ostacolata dal corporativismo che limita l’accesso alle professioni e nelle attività economiche (taxisti, balneari, notai: suona familiare?) e dalle situazioni di monopolio limitative della concorrenza (che per Einaudi è il vero motore dell’innovazione e della ricchezza) nonché l’emergere di nuove imprese che ovviamente redistribuiscono il reddito in modo efficiente. Interessante è un’ulteriore considerazione molto attuale vista l’emersione dei cosiddetti “super-ricchi” (i Musk, Zuckerberg e Bezos della situazione, oltre agli oligarchi dei regimi autoritari). Einaudi, difatti, riteneva che si potessero avvicinare i punti di partenza «secondo due linee: una è quella dell’abbassamento delle punte; l’altra quella dell’innalzamento dall’alto». Di qui la preferenza, pur all’interno di un regime di tassazione bassa e non opprimente, per le imposte di successione. Questa veloce panoramica mi sembra significativa di come il grande economista liberale avesse un approccio realista e riformista anche sulla diseguaglianza, sempre avendo in mente che il bene supremo da conservare era la libertà.

Affari & Finanza, Repubblica

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Consegnate le borse di studio della Scuola di Liberalismo – Gazzetta del Sud


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Le tre priorità della US Navy (guardando alla Cina) secondo Lisa Franchetti


“Negli anni Trenta, le ristrettezze del bilancio della difesa seguite alla Grande Depressione portarono a una riduzione delle costruzioni, a una contrazione dell’industria navale e a un crescente divario tra le capacità della nostra Marina e quelle del Gi

“Negli anni Trenta, le ristrettezze del bilancio della difesa seguite alla Grande Depressione portarono a una riduzione delle costruzioni, a una contrazione dell’industria navale e a un crescente divario tra le capacità della nostra Marina e quelle del Giappone imperiale. L’America degli anni ’30 possedeva una flotta troppo piccola e non sufficientemente equipaggiata per la guerra”. Con queste parole l’ammiraglio Lisa Franchetti, divenuta ufficialmente capo della US Navy nel novembre scorso, ha lanciato l’allarme sull’impreparazione della componente navale delle forze armate Usa durante l’annuale conferenza della Surface Navy Association.

Nel periodo interbellico, il Giappone nazionalista e revisionista aveva intrapreso un programma di riarmo navale che lo aveva fatto assurgere al rango di potenza marittima nel teatro del Pacifico. Per fronteggiare questa sfida, la marina di Washington aveva dovuto riformare sé stessa, dotandosi di nuove navi e sviluppando nuove tattiche capaci di integrare le novità più recenti, come ad esempio lo strumento aereonautico.

Con l’aiuto degli esperti del Naval War College, i vertici della US Navy realizzarono molteplici simulazioni di campagne navale, ipotizzando secondo quali dinamiche avrebbe potuto svolgersi una guerra futura contro i giapponesi e altri potenziali avversari. I risultati di queste simulazioni hanno sono stati utilizzati nel processo di pianificazione di una nuova dottrina navale, che includeva non solo le tattiche di combattimento, ma anche la composizione della flotta stessa. Passando da una strategia incentrata sulle grandi navi da guerra di superficie alla strategia di una forza navale che integrasse perfettamente asset di superficie, asset aerei e asset sottomarini. La stessa che avrebbe portato alla vittoria gli Stati Uniti contro il Giappone nella seconda guerra mondiale.

La Marina degli Stati Uniti si trova oggi in una situazione simile a quella di quasi cento anni fa (al posto del Giappone oggi c’è la Repubblica Popolare, che non viene però mai nominata direttamente nel discorso), con una piccola finestra per innovare e rafforzare rapidamente la flotta. “Abbiamo potenziato capacità come il Naval War College e i nostri centri di sviluppo per il combattimento bellico al fine di permettere a tutti coloro che abbiano responsabilità dirigenziali a qualsiasi livello di pensare in modo diverso a come dobbiamo operare in ambienti complessi e in rapido cambiamento. La Marina cercherà di mettere in grado le nuove generazioni di leader di sperimentare nuovi concetti e tattiche in una serie di esercitazioni della flotta e non solo” ha detto Franchetti. La Chief of Naval Operations ha poi individuato nel combattimento, nei combattenti e nelle loro rispettive fondamenta le tre priorità su cui concentrerà gli sforzi durante il suo mandato.

La prima priorità comprende l’identificazione di ciò che è necessario per la capacità operativa della US Navy e per la sua collaborazione con gli alleati. La seconda include l’empowering dei leader e l’attenzione al reclutamento: la Marina non ha raggiunto gli obiettivi di reclutamento nell’anno fiscale 2023 e ha fissato obiettivi più alti per l’anno fiscale 2024. Infine, l’attenzione per le fondamenta inquadrate nella terza priorità si riferisce al miglioramento della fiducia del pubblico americano nella Marina, assieme all’incoraggiamento di una collaborazione continua con l’industria della difesa e il Congresso.


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

A un anno dal Qatargate e dall'annuncio da parte del Parlamento UE di misure per contrastare fenomeni similari, a che punto siamo?

Un'indagine che non ha portato a risultati concreti e una normativa che fa acqua da tutte le parti. Ne ho scritto su Domani.

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Perché la missione Axiom è una lezione per l’Europa. Il punto del Gen. Bianchi


Siamo in trepida attesa per l’evento di lancio in orbita che interesserà il nostro astronauta, il colonnello del Genio aeronautico Walter Villadei, il quale, dopo aver diretto il team italiano composto da personale dell’Aeronautica militare e del Cnr nell

Siamo in trepida attesa per l’evento di lancio in orbita che interesserà il nostro astronauta, il colonnello del Genio aeronautico Walter Villadei, il quale, dopo aver diretto il team italiano composto da personale dell’Aeronautica militare e del Cnr nella missione commerciale in suborbitale con la Virgin Galactic, porterà i colori della nostra bandiera anche nella missione commerciale statunitense Axiom 3, suggellando così una presenza italiana continuativa e rilevante nel panorama delle iniziative commerciali della New space economy di questi ultimi mesi.

La partecipazione del colonnello Villadei prende origine da un’iniziativa del ministero della Difesa e si inserisce nell’ambito del posizionamento nazionale avviato con il memorandum of understanding, siglato tra governo italiano e Axiom Space lo scorso 19 maggio 2022, in prospettiva della prossima fase della presenza umana nell’orbita terrestre e che vedrà anche i contributi dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) e di alcune industrie nazionali, in rappresentanza delle eccellenze del sistema-Italia, provenienti non solo dal settore spaziale.

La Stazione spaziale internazionale (Iss) terminerà la propria vita operativa entro il 2030. In previsione di questo phase-out, la Nasa ha quindi affidato ad Axiom Space la costruzione e la gestione di una nuova stazione, che sarà inizialmente aggiunta alla Iss, ma avrà l’obiettivo finale di staccarsi da essa ed operare autonomamente fornendo servizi in orbita alla Nasa e supportando commercialmente le attività private nell’orbita bassa. Quest’operazione delinea una delle caratteristiche della New space economy di stampo americano, in cui gli attori istituzionali potrebbero non occuparsi più della realizzazione e gestione delle infrastrutture spaziali, ma diverrebbero meri utilizzatori e acquirenti, sulla base dei propri requisiti, dei servizi che operatori commerciali, in regime di “competizione” (si spera) renderebbero disponibili.

Il colonnello Walter Villadei avrà un ruolo centrale ed abilitante, nel corso dei quattordici giorni di impegno a bordo della Iss, ovvero coordinare e svolgere diversi esperimenti scientifici nazionali, promossi dal ministero della Difesa e dall’Asi, in cooperazione con centri di ricerca, università e industrie nazionali.

L’importanza della presenza di un ufficiale dell’Aeronautica militare in questa missione va ben al di là della esecuzione della serie di esperimenti pianificati; dobbiamo infatti non solo ringraziare il nostro amico e collega Walter per la perseveranza della sua azione sempre indirizzata a costruire una coerente preparazione tecnica e professionale e ad evitare che potesse poi non essere utilizzata in pieno dal sistema paese, ma anche dare merito alla leadership della nostra Forza armata per le doti di visione, autorevolezza, competenza e per gli sforzi profusi affinché l’Italia fosse presente in queste rivoluzionarie iniziative con le migliori forze disponibili (che per tradizione hanno sempre fatto riferimento al personale dell’Aeronautica militare); tutto questo ha consentito che la politica e le altre istituzioni si muovessero insieme per raggiungere questo grande obiettivo.

La partecipazione italiana alle attività Axiom 3 ha permesso di mettere a sistema una serie di capacità industriali che abilitino la crescita di competenze in ottica Space economy e permettano l’acquisizione di un vantaggio competitivo del sistema Italia nelle attività umane in orbita bassa dopo la Iss, e che, va detto, sono sempre state rivendicate ed enfatizzate da un altro astronauta di lungo corso dell’Aeronautica militare, il generale Roberto Vittori.

Tali attività, oltre ad assicurare all’Italia un canale di accesso privilegiato allo spazio, a beneficio della nostra comunità scientifica, accademica e industriale, permetteranno al paese di guardare con maggiori ambizioni anche alla prospettiva delle future attività di colonizzazione lunare e di esplorazione marziana, già prefigurate con il programma Artemis americano ed a cui l’Italia è stata una delle prime nazioni ad aderire. Di questa forte presenza italiana nella missione americana, ci deve ringraziare anche l’Europa perché, anche se con colpevole ritardo e in ragione di un certo immobilismo burocratico da parte delle agenzie nazionali, tutte imbrigliate dall’agenzia europea e dal corpo degli astronauti europei (che Villadei ha avuto modo di conoscere bene), grazie al nostro Walter, l’Europa potrà essere meglio predisposta ad adottare una visione leggermente più in linea con le raccomandazioni espresse del Report di Marzo 2023 dell’High level advisiory group on human and robotic space exploration for Europe (gruppo che ha operato sotto gli auspici dell’Esa).

L’iniziativa italiana infatti, in qualche modo si può considerare inserita nel solco che le conclusioni delineate dai lavori del citato Advisory group, quando si raccomanda che l’Europa condivida, come attore principale e non come comparsa, la rivoluzione della esplorazione spaziale. Forse questa presenza italiana così forte nel panorama delle attività di esplorazione commerciale, potrebbe convincere l’Europa ad osare di più ed andare oltre i timidi passi del recente Consiglio Esa di Siviglia in relazione alle missioni di esplorazione umane. La prudenza della Germania ha condizionato le altre nazioni meglio predisposte verso questi progetti come Francia, Spagna, Italia e Belgio. A fronte delle raccomandazioni del report, forse poco realistiche, in cui l’Europa avrebbe dovuto impegnarsi a progettare e implementare una missione spaziale europea per stabilire una presenza umana europea indipendente nelle orbite terrestri basse, oltre alla creazione di una stazione commerciale europea, una capacita di trasporto materiali e personale per il Gateway e per le orbite lunari nonché per una presenza sostenuta e permanente sulla superficie lunare, i paesi di Esa hanno approvato di spendere cifre molto contenute indirizzate al solo svolgimento di una missione cargo di ritorno dalla Stazione spaziale internazionale, entro la fine 2028. Occorre prendere atto che la Space economy associata alla esplorazione lunare vivrà un boom economico a cui l’Europa non potrà partecipare a pieno titolo, ma solo come comprimario se non attiverà un cambio di passo epocale. Si può sperare che la partecipazione italiana alla missione Axiom si innesti nel solco di quelle iniziative che, in grado di produrre un focus per l’opinione pubblica, diano l’impulso ad una nuova definizione della politica europea per il settore. Non ci resta quindi che salutare con orgoglio, tutto italiano, il volo di Walter Villadei e augurarci che l’intervento della Aeronautica militare in questo ambito possa essere utile a smuovere l’inerzia e, soprattutto, bilanci e aspirazioni dell’Unione europea.


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Avere le armi migliori non basta. Cosa dice la strategia industriale del Pentagono


L’ambiente strategico attuale e futuro richiede un’azione immediata, completa e decisiva per rafforzare e modernizzare l’ecosistema industriale della difesa degli Stati Uniti per garantire la sicurezza degli Usa e dei suoi alleati e partner. Con queste pa

L’ambiente strategico attuale e futuro richiede un’azione immediata, completa e decisiva per rafforzare e modernizzare l’ecosistema industriale della difesa degli Stati Uniti per garantire la sicurezza degli Usa e dei suoi alleati e partner. Con queste parole la vicesegretaria alla Difesa, Kathleen Hicks, apre la prima Strategia industriale della Difesa nazionale degli Stati Uniti (Ndis). Nelle sue circa cinquanta pagine, il documento illustra una serie di raccomandazioni indirizzate al dipartimento della Difesa e all’intero sistema industriale a stelle e strisce con l’obiettivo di “costruire un settore della difesa del XXI secolo pienamente capace”. Nel testo sono sintetizzate le principali riflessioni del Pentagono sullo stato di salute delle proprie catene di approvvigionamento, seriamente messe alla prova dall’invasione russa dell’Ucraina e, prima ancora, dalla pandemia di Covid. Come si legge nella strategia, gli Stati Uniti “continuano a costruire le migliori armi del mondo, ma questo da solo non basta”.

Attenzione alla Cina

In particolare, il testo pone l’accento sulla crescente minaccia rappresentata dall’emergere della Cina come “potenza industriale globale”, la Ndis si concentra sulla necessità di aumentare la capacità delle aziende nazionali di produrre più rapidamente sistemi d’arma, e in quantità maggiori, per garantire il vantaggio delle forze armate statunitensi in qualsiasi conflitto futuro. Secondo il documento, l’industria della difesa americana ha bisogno di un cambiamento “generazionale” per tenere il passo con competitor come la Russia e, soprattutto, la Cina. Anche l’invio di aiuti ai vari partner minacciati dalle potenze concorrenti, a partire dall’Ucraina e da Israele, ma comprendendo anche Taiwan e gli altri partner dell’Indo-Pacifico, costringono gli Usa a un’attenta revisione dei propri sistemi di procurement. Secondo il nuovo documento, infatti, se non si corre ai ripari il vantaggio competitivo degli Stati Uniti sui suoi competitor potrebbe ridursi: negli ultimi 30 anni, si legge nel documento, la Cina “è diventata la potenza industriale globale in molti settori-chiave – dalla costruzione navale ai minerali critici alla microelettronica”. La capacità della Cina, si legge nel documento, in alcuni casi supera quella statunitense e dei suoi alleati in Asia e in Europa.

Le criticità dell’ecosistema

La strategia, inoltre, identifica soprattutto le principali criticità che il Pentagono e l’amministrazione Usa devono affrontare per garantire al proprio ecosistema industriale della difesa un livello di preparazione e capacità adeguato alle sfide. Questi gap vanno dalla mancanza di manodopera qualificata all’incapacità del Pentagono di sfruttare le tecnologie innovative, fino al riconoscimento che le Forze armate statunitensi sono un “cliente poco attraente” a causa dei “modelli di acquisto a basso volume, dei lunghi periodi che intercorrono tra un ammodernamento e l’altro e delle specifiche di progettazione spesso inutilmente troppo personalizzate”.

Le soluzioni della strategia

L’obiettivo generale del documento, allora, è quello di “rendere l’ecosistema industriale dinamico, reattivo, all’avanguardia, resiliente e un deterrente per i nostri avversari”. A tal fine, la Ndis stabilisce quattro priorità “che serviranno da faro guida per l’azione industriale e per settare le priorità delle risorse a sostegno dello sviluppo di un moderno ecosistema industriale che supporti la difesa della nazione”: Catene di approvvigionamento resilienti; prontezza della forza lavoro; acquisizione flessibile e deterrenza economica. Per ciascuno di questi settori, il documento indica delle azioni concrete da seguire, illustrando anche i possibili risultati auspicati. Per quanto riguarda le supply chain, per esempio, il documento indica come necessaria una migliore gestione degli arsenali e degli inventari, con un’attenta pianificazione. Questo permetterebbe di assicurare al contempo sia la difesa dei Paesi alleati e minacciati, come l’Ucraina e – potenzialmente – Taiwan, sia quella diretta degli Stati Uniti. Altri esempli includono incentivi per i programmi di formazione nelle cosiddette materie Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), indispensabili per avere quella forza lavoro qualificata alla base di un settore all’avanguardia come quello della difesa.


formiche.net/2024/01/avere-le-…

Contenuti e schieramenti


Da una parte ci sono i partiti nazionali, presi in anticipo dalla frenesia del chi candidiamo e del come ci presentiamo alle elezioni europee di giugno. Accanto a loro ci sono le famiglie politiche europee, intente a contendersi gli alleati con cui formar

Da una parte ci sono i partiti nazionali, presi in anticipo dalla frenesia del chi candidiamo e del come ci presentiamo alle elezioni europee di giugno. Accanto a loro ci sono le famiglie politiche europee, intente a contendersi gli alleati con cui formare la maggioranza nel futuro Parlamento. Da un’altra parte c’è Mario Draghi, che incontra gli imprenditori europei e discute con loro di come conciliare la transizione energetica con la competitività. Iniziativa che non ha preso per i fatti suoi, ma per l’incarico ricevuto dalla presidente della Commissione europea. Con una interessante postilla: il rapporto che preparerà sarà presentato al Parlamento europeo, dopo le elezioni.

Insomma, siamo di fronte a una sostanziale certificazione del divorzio fra schieramenti e contenuti, sicché i secondi vengono elaborati in una sede diversa da quella in cui i partiti cercano di definire i primi. Ma la logica, la coerenza e la moralità politica vorrebbero l’esatto opposto: prima i contenuti e poi gli schieramenti. Prima si stabilisce che cosa si vuole fare e come si vuole cambiare e poi si cerca di aggregare le forze per riuscirci. Il che vale a qualsiasi livello, laddove invece a tutti i livelli – dal Comune al Continente – lo scopo dei partiti sembra essere diventato quello di vincere, lavorando sulle suggestioni, talché si sente il bisogno di una sede diversa per lavorare alle idee, senza farsi troppo suggestionare.

In triste sintesi: il fallimento della politica.

La Ragione

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Cerimonia conclusiva Scuola di Liberalismo Messina 2023 – Servizio TV Gazzetta del Sud


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Scuola di Liberalismo, cerimonia conclusiva – Gazzetta del Sud


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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Si elimina il reato di abuso di ufficio per attenuare la "paura della firma".

Ma davvero la "paura" è indotta da tale reato, e non invece da regole e procedure amministrative complesse e farraginose, tra cui è difficile orientarsi, e perciò si preferisce l'inazione? Comunque, ora i pubblici funzionari saranno esposti ad accuse per reati più gravi dell'abuso d'ufficio.

Mentre l'Ue procede con la proposta di direttiva contro la corruzione, l'Italia va in senso opposto.

editorialedomani.it/politica/i…

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

A distanza di un anno dallo scoppio del Qatargate, il mio commento sulla vicenda, nonché sulle misure adottate dal Parlamento Ue, anche in vista delle prossime elezioni europee.

Ospite della radio tedesca, dal minuto 11:40 circa

www1.wdr.de/mediathek/audio/co…

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Tre indizi provano la natura moralista e manettara della sinistra


C’è un filo, ed è un filo rosso, che accomuna le reazioni delle sinistre alle tre notizie che in questi giorni si sono guadagnate le aperture di giornali e telegiornali. La chiave di lettura all’emendamento Costa che vieta la pubblicazione delle ordinanze

C’è un filo, ed è un filo rosso, che accomuna le reazioni delle sinistre alle tre notizie che in questi giorni si sono guadagnate le aperture di giornali e telegiornali. La chiave di lettura all’emendamento Costa che vieta la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare, ai saluti romani di Acca Larentia e all’abrogazione dell’abuso d’ufficio è chiaramente moralistica e lo sbocco politico che ne discende è oggettivamente giustizialista. Panpenalistico, o, per dirla in volgare, manettaro.

A differenza di quanto sostenuto dal PD e dal Movimento 5 Stelle, l’emendamento Costa non rappresenta affatto un “bavaglio” alla libera informazione. Non vieta la pubblicazione delle notizie di reato, vieta solo la pubblicazione integrale o per stralci delle ordinanze di custodia cautelare scritte dai pm. Un modo per provare, almeno provare, a garantire il principio della parità tra accusa e difesa su cui si fonda lo Stato di diritto. La levata di scudi delle sinistre dimostra che tale principio è oggettivamente estraneo alla loro cultura.

Più che comprensibile l’orrore provato da molti per i saluti romani di Acca Larentia, ma si tratta della libera manifestazione del pensiero tutelata dall’articolo 21 della Costituzione. Principio che più d’una sentenza della Corte costituzionale e della Corte di Cassazione ha sancito proprio in materia di saluti romani. Per la nostra Costituzione, che vieta la ricostituzione del Partito fascista, ma anche per la legge Scelba del ‘52 e per la legge Mancino del ‘93 salutare romanamente ad una commemorazione funebre non costituisce reato. Le sinistre, invece, invocano le manette.

Quanto all’abuso d’ufficio, divenuto reato per volontà di Mussolini, è una fattispecie talmente generica e fumosa da rappresentare una pistola carica nelle mani di un qualsiasi pubblico ministero. Una pistola che, per quanto caricata a salve, scoraggia gli amministratori pubblici dall’assumere qualsivoglia iniziativa. Non lo sostiene solo il governo, lo sostengono quasi tutti i sindaci in carica, anche e soprattutto quelli del Partito democratico. I dati confermano il giudizio: nel 2021 ci sono stati 5418 indagati per abuso d’ufficio, le condanne sono state solo 27. Eppure, l’abrogazione del reato non viene letta come una garanzia dei diritti individuali e/o della funzionalità delle pubbliche amministrazioni, ma come un lasciapassare per corrotti e delinquenti.

Si grida allo scandalo, si evoca il fascismo, si prospetta l’impunità, si invocano sanzioni penali esemplari. Il moralismo come ripiego della morale perduta, il panpenalismo come succedaneo della violenza politica.

Formiche.net

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Usa e Cina riprendono i colloqui di militari. Ecco perché è una buona notizia


I funzionari militari americani e cinesi si sono incontrati questa settimana a Washington per discutere insieme delle principali questioni di politica militare e di difesa che legano le due superpotenze, riprendendo un appuntamento annuale cancellato da P

I funzionari militari americani e cinesi si sono incontrati questa settimana a Washington per discutere insieme delle principali questioni di politica militare e di difesa che legano le due superpotenze, riprendendo un appuntamento annuale cancellato da Pechino nel 2022. I Defense policy coordination talks (Dpct) si tenevano di solito a rotazione tra Washington e Pechino, ma le tensioni tra le due potenze avevano portato la Repubblica popolare a cancellare l’incontro dello scorso anno, parte di un generale congelamento di tutte le comunicazioni militari con le loro controparti americane. La ripresa odierna del dialogo rappresenta dunque un passo importante per la ripresa complessiva delle comunicazioni con Pechino. Il team statunitense è stato guidato dal vice segretario alla Difesa per Cina, Taiwan e Mongolia Michael Chase, mentre la delegazione cinese era guidata dal generale Song Yanchao, vice direttore dell’Ufficio per la cooperazione militare internazionale della Commissione militare centrale, l’istituzione gemella del Partito e dell’Assemblea nazionale del popolo responsabile della direzione militare della Cina.

L’incontro a Washington

Secondo quanto riportato dal Pentagono, “le due parti hanno discusso delle relazioni tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese in materia di difesa”. In particolare il vice segretario Chase “ha sottolineato l’importanza di mantenere aperte le linee di comunicazione militari per evitare che la competizione sfoci in conflitto”. Secondo la fonte Usa, il funzionario del Pentagono avrebbe anche “discusso dell’importanza della sicurezza operativa nella regione indo-pacifica” ribadendo “che gli Stati Uniti continueranno a volare, navigare e operare in modo sicuro e responsabile ovunque il diritto internazionale lo consenta” e sottolineando come “l’impegno degli Stati Uniti nei confronti dei nostri alleati nell’indo-pacifico e a livello globale rimane saldo”. Non sono mancanti punti in agenda delicati, con la parte statunitense che ha protestato contro “ripetute molestie della Repubblica Popolare Cinese” nei confronti delle navi filippine nel mar Cinese meridionale, ribadendo come gli Usa “rimangono impegnati nella politica di una sola Cina”.

I pregressi

Ad interrompere i rapporti tra le due superpotenze era stato il caso della visita di Nancy Pelosi a Taipei, ma Pechino aveva rinfacciato a Washington anche altri dossier delicati, come la vendita di armi statunitensi a Taiwan, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale e l’abbattimento di un pallone spia cinese da parte degli Stati Uniti al largo della costa orientale a febbraio. Il dialogo military-to-military era stato il segmento che aveva risentito di più del gelo diplomatico. Dopo il summit in California a novembre, dove il presidente Joe Biden e il leader cinese Xi Jinping sembravano orientati verso un miglioramento delle relazioni tra le due potenze, è stata annunciata l’intenzione di riprendere i rapporti militari di alto livello — dopo che vari incontri diplomatici erano ripresi nei mesi precedenti. A dicembre, poi, si erano incontrati i capi di Stato della Difesa di Usa e Cina, rispettivamente CQ Brown e Liu Zhenli, un segnale interpretato come un fondamentale passo avanti per rafforzare le relazioni tra Washington e Pechino.

Le tensioni nel Pacifico

I funzionari della difesa Usa hanno più volte ribadito l’importanza di mantenere aperte le comunicazioni, non solo per evitare la possibilità che piccoli incidenti, come incontri di navi o aerei in zone contese dei mari cinesi, possano scatenare una spirale fuori controllo verso l’escalation, ma anche alla luce delle ambizioni, espresse dalla Cina e dal presidente Xi Jinping, di voler riunificare l’isola di Taiwan – considerata da Pechino una provincia ribelle – al resto del Paese. Le dichiarazioni del presidente Usa Joe Biden che hanno chiarito come, in caso di invasione, gli Stati Uniti siano pronti a difendere Taipei, oltre che un messaggio per Pechino sono state un segnale anche per il Dipartimento della Difesa a stelle e strisce, che è impegnato da tempo nel potenziamento e modernizzazione delle Forze armate Usa in ottica di mantenere il vantaggio sulla minaccia rappresentata dall’Esercito popolare di liberazione. Tuttavia, il Pentagono ha anche voluto minimizzare i recenti commenti di Xi sulle rivendicazioni cinesi su Taiwan, sottolineando che il conflitto non è né imminente, né inevitabile. Per Washington, il punto fondamentale resta quello di continuare a lavorare per mantenere aperte le linee di comunicazione con Pechino, sono importanti per evitare che la competizione sfoci in un conflitto.

Foto: Dipartimento della Difesa Usa


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Senza difesa non può esserci pace. Il punto di Crosetto sugli aiuti militari a Kyiv


Il sostegno all’Ucraina deve continuare finché non cesseranno gli attacchi russi, e l’Italia intende proseguire con convinzione nel sostegno a Kyiv anche tramite l’invio di sistemi d’arma per la sua difesa: “Non esiste pace giusta se un popolo aggredito n

Il sostegno all’Ucraina deve continuare finché non cesseranno gli attacchi russi, e l’Italia intende proseguire con convinzione nel sostegno a Kyiv anche tramite l’invio di sistemi d’arma per la sua difesa: “Non esiste pace giusta se un popolo aggredito non ha la possibilità di difendersi”. Questo il cuore dell’intervento tenuto dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel corso delle comunicazioni alla Camera dei deputati in materia di proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina, durante il quale il ministro ha fatto il punto sui quasi due anni di guerra, spiegando la necessità e le motivazioni che rendono necessario prorogare gli aiuti, militari e civili, fino al 31 dicembre 2024, come previsto dal decreto.

Gli aiuti

“La strada da percorrere è ancora lunga ma sarebbe un errore strategico e politico drammatico fare un passo indietro”, ha ribadito Crosetto, per il quale è necessario continuare “con convinzione” a sostenere l’Ucraina a fronte dell’aggressione russa, nonostante le difficoltà che questa decisione potrebbe creare. Come spiegato dall’inquilino di palazzo Baracchini, “dopo sette pacchetti di aiuti militari già formalizzati”, il governo ha dato il via libera a una ottava tranche di forniture a Kyiv. Nel corso della sua disamina, il ministro ha confermato che anche questo ottavo pacchetto “è costituito da sistemi d’arma volti a rafforzare solo le capacità difensive delle forze armate ucraine”. “Allo stato attuale – ha ulteriormente dettagliato Crosetto – pensiamo di fornire [all’Ucraina] sistemi d’arma già in nostro possesso, in linea con l’attuale quadro normativo”. Il ministro ha anche annunciato che, tra le varie azioni portate avanti dall’Italia, c’è anche la manifestazione di interesse a partecipare al progetto per lo sminamento del territorio ucraino promosso dalla Lituania della Demining coailition. “L’Intelligence ucraina stima in oltre otto milioni le mine impiegate dai russi a protezione delle loro posizioni” ha spiegato Crosetto, sottolineando come le difficoltà ucraine sul campo siano anche “da imputare alla presenza di vasti campi minati”.

La situazione strategica

Come sottolineato ancora da Crosetto, “il nostro sostegno deve continuare finché non cesseranno gli attacchi russi”. Analizzando il contesto del conflitto, infatti, il ministro ha ribadito come ci sia “una nazione che ogni giorno, ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera è attaccata e si deve difendere da centinaia di bombe che cadono su obiettivi civili e militari, da quasi due anni”, una situazione che ha portato al peggioramento delle condizioni di sicurezza non solo in Europa, ma anche nel globale. “Nella guerra tra Russia e Ucraina – ha detto ancora Crosetto – esiste un aggredito e un aggressore, esiste una nazione che ogni giorno bombarda obiettivi militari e civili di un’altra nazione” aggiungendo come “in questi due anni i pacchetti di aiuti militari hanno permesso di salvare decine di migliaia di vite ucraine”.

Il percorso diplomatico

Parlando delle possibilità di un percorso diplomatico verso la pace, il ministro ha voluto sottolineare come solo “quando passeranno ventiquattrore” senza attacchi e bombardamenti russi su “asili, ospedali” e altri obiettivi civili e militari, allora si potrà parlare di pace, ma “in attesa che questo accada dobbiamo impedire a quelle bombe di cadere”. Di fronte a questo scenario, “se il consesso delle nazioni decide di girarsi dall’altra parte”, allora “perderemo spazi di libertà, di democrazia e sicurezza”. “La Russia non sembra dare segni di cedimento – ha detto il ministro – e siamo consapevoli che la strada è ancora lunga e la situazione difficile ma sarebbe un errore drammatico fare un passo indietro adesso”.

L’approccio italiano verso la pace

Per questo, però l’Italia intende portare avanti “un approccio diverso”, diventando “una delle prime nazioni come quantità e qualità di aiuti” ma anche uno dei primi Paesi che ribadisce la possibilità di costruire “una strada diplomatica” per arrivare alla fine del conflitto. Per Crosetto, infatti, potrebbe essere giunto il momento “per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa” con “le dichiarazioni di diversi interlocutori russi evidenziano una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra”. Per il ministro, “il supporto della Difesa italiana, al pari di quelle di tutti gli altri paesi europei, dovrà essere da traino e sprone per l’Unione europea per creare le condizioni per avviare interlocuzioni con Mosca nella piena consapevolezza che quello in Ucraina è un conflitto sul territorio europeo”. “Ogni giorno questa guerra ci ricorda che abbiamo il dovere di difendere la libertà delle nazioni e il diritto internazionale. Ogni possibile trattativa di pace non può che partire da qui”.


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Due facce


Più di 4 miliardi di elettori saranno chiamati alle urne nel 2024. Sempre pronti a raccontarne la crisi, pare che a molti sfugga il trionfo delle democrazie. Quei 4 miliardi non sono un’eccezione, semmai una coincidenza perché comunque – ogni anno – milia

Più di 4 miliardi di elettori saranno chiamati alle urne nel 2024. Sempre pronti a raccontarne la crisi, pare che a molti sfugga il trionfo delle democrazie. Quei 4 miliardi non sono un’eccezione, semmai una coincidenza perché comunque – ogni anno – miliardi di cittadini hanno la possibilità di recarsi alle urne. L’Occidente, che questa epidemia democratica ha innescato, oltre a esserne orgoglioso farebbe bene a meditarla, anche perché c’è il risvolto della medaglia.

La prima cosa da osservare è che in quei 4 miliardi sono compresi i cittadini russi o iraniani, che vivono senza democrazia e per i quali il voto è una farsa. Allora, per quale ragione un despota come Putin, che gli avversari li ha fatti ammazzare o internare nei lager, sente il bisogno della farsa? Perché hanno vinto le democrazie e, nel secolo scorso, hanno perso le dittature ideologiche e i sistemi a pretesa discendenza divina. Non sono più credibili, sopravvivendo in barzellette pazzotiche come la Corea del Nord. È enormemente cresciuta l’area in cui si riconosce al popolo la sovranità e si utilizzano le elezioni per effettuarne la delega a legiferare e governare. Un sistema che si pretende essere sempre debole e che, invece, è talmente forte da avere attirato a sé anche i despoti che lo detestano ma che ne hanno bisogno per provare a legittimare il proprio dispotismo. Abbiamo vinto noi, anche se ci imbarazza vestire i panni dei vincitori.

Naturalmente non basta votare perché ci sia democrazia: occorre anche che si voti all’interno di uno Stato di diritto e che siano riconosciuti i diritti di minoranze e oppositori. Così non è in Russia o in Iran, quindi la loro è soltanto una patetica imitazione del sistema cui essi stessi si piegano perché vincente.

Questo ha però un risvolto dove le democrazie sono vere (perfette non lo saranno mai, fortunatamente): così come il voto è la sola forma di legittimazione del potere, lo strumento di delegittimazione – una volta conquistatolo – si trova nei palazzi di giustizia. Il voto rende legittimo l’esercizio del potere, ma è la giustizia a potere poi revocare quella legittimità. Lo Stato di diritto è il normale alveo delle democrazie, ma ha regole che possono contrastarne gli esiti democratici. In una normale dialettica, ci sta. Tanto è vero che esistono strumenti messi a punto da secoli, come l’indipendenza del giudicante e l’immunità parlamentare. Ma le cose cambiano.

Troppo spesso i perdenti elettorali pensano di potere avere la rivincita in tribunale e troppo spesso il vincitore elettorale pensa di doversi togliere dai piedi il tribunale. Da Trump a Orbán, passando per Netanyahu, il vincitore prova ad allungare le mani sulla magistratura, accusandola d’essere eversiva se si mette a sindacare l’agire del potere. Ma è anche vero che la magistratura talora interpreta un ruolo che sembra più destinato a giudicare le politiche che non le persone sulla base di leggi e reati. E tutto ciò porta male, alla salute democratica.

I due princìpi da tenere in equilibrio prevedono che nessuno può sottrarsi al sindacato della giustizia – semmai se ne può rimandare il corso, ove questo metta in dubbio la capacità di adempiere ai doveri dell’ufficio e manchi un voto parlamentare che destituisca il gestore del potere – ma, dall’altra parte, è insana l’idea di sconfiggere in una Corte l’avversario politico che non si riesce a sconfiggere nelle urne, pensando con la cancellazione del sintomo di avere eliminato il male. In Russia e Iran manco sanno di che stiamo parlando, ma per noi è vitale.

La Ragione

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Robot saldatori. Ecco il piano di Fincantieri per le fregate Usa


Fincantieri è pronta ad accelerare nella produzione delle fregate per la Marina Usa grazie all’aiuto dei robot saldatori. La notizia arriva d’oltreoceano e l’obiettivo dell’azienda è quello di triplicare la produttività dei propri cantieri americani grazi

Fincantieri è pronta ad accelerare nella produzione delle fregate per la Marina Usa grazie all’aiuto dei robot saldatori. La notizia arriva d’oltreoceano e l’obiettivo dell’azienda è quello di triplicare la produttività dei propri cantieri americani grazie all’automazione. La società triestina, infatti, è impegnata nella realizzazione della nuova classe di fregate a stelle e strisce Constellation grazie alla sua controllata del Wisconsin, Marinette Marine. L’obiettivo è arrivare a produrre due fregate all’anno, un’accelerata notevole rispetto all’attuale piano di tre ogni due anni. Come detto dall’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, citato da DefenseNews, “La saldatura è una delle competenze più difficili da trovare, mentre la saldatura robotizzata che intendiamo introdurre, triplica la produttività e aumenta la qualità”.

Il contratto per le fregate Usa

La realizzazione della prima fregata è iniziata alla fine di agosto del 2022, con consegna pervista nel 2026. A maggio del 2023, un ulteriore contatto del Dipartimento della Difesa statunitense ha assegnato a Fincantieri la costruzione di una quarta fregata, con un valore di circa 526 milioni di dollari. Complessivamente, il programma navale statunitense ha un valore complessivo di cinque miliardi e mezzo di dollari. Già a maggio, in occasione del contratto per la quarta unità, Folgiero aveva posto l’accento sull’importanza dell’innovazione tecnologica. “Il nostro impegno – aveva detto l’ad – è di supportare la più grande Marina al mondo con una nave che rappresenti il massimo grado possibile di innovazione”.

I robot di Fincantieri

A luglio Fincantieri ha presentato MR4Weld (Mobile robot for weld), un robot saldatore sviluppato in collaborazione con l’azienda italiana Comau. Dotato degli strumenti per effettuare la saldatura, il robot h anche di un sistema video in grado di identificare autonomamente i giunti o di farsi indicare da un operatore umano dove saldare. Ed è proprio grazie a questi robot che Fincantieri intende accelerare la produzione delle fregate. “Stiamo facendo ordini per iniziare a usare il robot su larga scala in Italia e vogliamo esportarlo il prima possibile negli Stati Uniti”, ha detto ancora Folgiero a DefenseNews, aggiungendo che “questa è la grande priorità, dato che abbiamo difficoltà a trovare saldatori negli Stati Uniti”.

Fregate Constellation

Il programma Constellation è particolarmente significativo per la Marina Usa, come testimonia anche la denominazione scelta per le unità della classe, che ricalca i nomi delle “sei fregate originali” del 1794, le primissime della allora neonata US Navy. In totale, il Pentagono prevede di realizzare una ventina di vascelli, e il programma punta a formare la prossima generazione di fregate missilistiche multiruolo, con una richiesta iniziale di dieci unità, aumentabile fino a venti, per affrontare gli scenari del futuro. Fincantieri è stata selezionata nel 2020 per progettare e costruire l’unità capoclasse, con l’ulteriore opzione per altre nove navi, esercitata già per tre unità; oltre a provvedere anche al supporto successivo alla costruzione e all’addestramento degli equipaggi, per un valore complessivo di circa cinque miliardi e mezzo di dollari per Fincantieri. La scelta di Fincantieri per la realizzazione del programma Constellation si è basata sul progetto presentato dalla società, giudicato il più avanzato e innovativo, e strutturato sulla piattaforma delle fregate Fremm, ritenute le migliori al mondo sotto il profilo tecnologico, già nella flotta sotto le insegne italiane.


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Intelligenza artificiale. Quali regole?


In questo lavoro, scritto per tutti, e non soltanto per i giuristi e gli informatici, naturali destinatari del tema, ho cercato di indicare le coordinate di una riflessione sulle regole per normare l’intelligenza artificiale. Spesso, infatti, si invocano

In questo lavoro, scritto per tutti, e non soltanto per i giuristi e gli informatici, naturali destinatari del tema, ho cercato di indicare le coordinate di una riflessione sulle regole per normare l’intelligenza artificiale.

Spesso, infatti, si invocano nuove regole, ma occorre chiedersi quali regole siano davvero necessarie, e a quale livello, nazionale o internazionale. Per questo la riflessione muove da una prospettiva culturale sul tema, che comprende le nostre paure e i nostri pregiudizi, per poi soffermarsi sulle parole utilizzate dalla nuova narrativa sull’intelligenza artificiale e dalla retorica che la circonda. Basti pensare a tuta la cinematografia sull’argomento, ai termini “oracolo” o “incantesimi”, che spesso sono utilizzati e all’antropomorfizzazione del’IA.

Esamino poi alcune possibili scelte regolatorie e alcune questioni giuridiche specifiche, quali la responsabilità per i danni cagionati dall’intelligenza artificiale, l’autorialità delle opere da essa create, e la gestione dei dati personali di cui l’IA si nutre. Infine, il volume si conclude con una riflessione sullo scenario geopolitico e sulle scelte effettuate già da altri Paesi, come la Cina e gli Stati Uniti, mentre in Europa si attende il Regolamento sull’intelligenza artificiale.

Non c’è dubbio che le norme in questa materia, per essere efficaci, dovranno necessariamente essere il risultato di un coordinamento internazionale, certamente non facile, ma necessario.

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Il caso Degni va affrontato non sul piano politico, come molti stanno facendo, ma su quello delle regole.

In diritto, e non solo, la forma è sostanza. Se Degni non lo capisce e se il Pd è timido nel riconoscerlo, c’è un problema.

Oggi su Domani

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Il tricolore è sinonimo di democrazia e libertà


Come ogni anno Reggio Emilia celebra il primo tricolore italiano di uno Stato sovrano, quel vessillo che raccoglie insieme le speranze del popolo, la promessa di una stagione dei diritti e della libertà, il sentimento di un’unità statuale fondata non più

Come ogni anno Reggio Emilia celebra il primo tricolore italiano di uno Stato sovrano, quel vessillo che raccoglie insieme le speranze del popolo, la promessa di una stagione dei diritti e della libertà, il sentimento di un’unità statuale fondata non più su ragioni dinastiche o pretese militari ma sui valori di giustizia e di fratellanza, per tutti. Passeranno 64 anni dal giorno in cui il bianco, il rosso e il verde si sono uniti nel vessillo della Repubblica Cispadana, fino alla proclamazione del Regno d’Italia nel cortile di palazzo Carignano a Torino, perché l’aula del parlamento subalpino era diventata troppo piccola per ospitare i deputati della Camera, raddoppiati nel numero dai plebisciti di annessione. Sporgendosi dalle balconate dove i tricolori erano esposti a coppie, in omaggio alla storia che si realizzava sotto i suoi occhi, la popolazione poteva vedere Camillo Cavour in terza fila, Alessandro Manzoni in seconda, Urbano Rattazzi più in fondo, Giuseppe Garibaldi seduto in
quarta fila, proprio dietro Massimo d’Azeglio.

Tutti raccolti attorno al pulpito per il sovrano sormontato da una corona, tra le musiche in piazza, i fuochi d’aria nel cielo della Gran Madre, e i cannoni che sparavano a salve dal monte dei Cappuccini. Da lontano, il Papa prometteva battaglia agli «usurpatori»invocando Dio, «vendicatore di giustizia e diritto». Era un compimento, ed era insieme un inizio. Noi oggi possiamo rivivere il primo atto formale della nostra storia nel simbolo d’inizio della vicenda nazionale, che custodisce il significato storico, politico, morale che si è trasmesso fin qui. Il tricolore infatti ha attraversato due secoli, laRestaurazione, la clandestinità, il Risorgimento, le guerre, la dittatura, la Liberazione, il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, il boom, il terrorismo, il progresso continuo e le
crisi ricorrenti, ma ha continuato a testimoniare la ragion d’essere della nostra unità nazionale, certificandola. Un Paese ricorre all’invenzione dei simboli quando finalmente prende coscienza di sé, perché solo a quel punto può permettersi la trasfigurazione esemplare della realtà, per codificarla e sacralizzarla, tramandandola. Simbolo dei simboli, nella materialità della stoffa e nell’accumulo di riferimenti identitari dei suoi tre colori, la bandiera è puro significato, senza
traccia di ambiguità. Nasce per essere vista, per venir mostrata, per essere intesa, perché sia riconosciuta: e per trasmettere ad ognuno tra i cittadini il senso dell’insieme, la coscienza del vincolo statuale, la conferma di un’unione che politicamente diventa unità. Fin dall’origine porta in sé il segno dell’epoca in cui è nata e insieme la pretesa dell’eternità, con i valori della rivoluzione francese che seguivano l’Armata napoleonica, mentre gli antichi Stati assoluti lasciavano il posto all’ecogiacobina delle Repubbliche “democratiche”, nate ovunque.

Il bianco e il rosso erano già sulla bandiera francese, con il blu nazionale: ma figuravano anche nello stemma comunale di Milano, con la Guardia civica che indossava il colore mancante col verde delle sue uniformi. La Legione lombarda alzò nel 1796 il primo vessillo con questi tre colori, che già erano apparsi insieme a Genova, uniti nei tre cerchi concentrici delle coccarde appuntate sui vestiti dei “patrioti” che si incontravano nei vicoli e nei cortili. Il tricolore spuntava spontaneamente in città diverse, testimoniando il mondo nuovo che dalla Bastiglia veniva avanti, e «lusingava da gran tempo i cittadini di renderli più liberi», come spiegò a Milano Giovanni Battista Sacco alla “Festa della riconoscenza cisalpina alla grande nazione francese”. Ma quello stendardo era appunto la promessa di una suggestione, non la certezza di un’istituzione: era l’insegna dei reparti militari, non la bandiera nazionale di uno Stato italiano, il libero vessillo di un popolo sovrano. Finché il 7gennaio 1797 nella Sala Patriottica di Reggio Emilia, davanti a 100 deputati, Giuseppe Compagnoni presenta una mozione «perché si renda universale la bandiera Cispadana di tre
colori, Verde, Bianco eRosso». La bandiera non nasceva quindi dal caso o dal caos. Era il risultato concreto di una passione civile e patriottica risvegliata nei popoli, e di un calcolo strategico di Napoleone, che pensa di arrivare aduna sorta di federazione di Repubbliche per la difesa comune, e con questo spirito assiste al Primo Congresso Cispadano nel Palazzo Ducale di Modena: da dove parte un «proclama a tutte le genti della penisola», perché la nuova Confederazione si dichiara subito «aperta all’ingresso di altri popoli».

Questo entusiasmo unitario spinge Napoleone a informare il Direttorio: «Credevo che i Lombardi fossero il popolo più patriota d’Italia — scrive — ma comincio a pensare che Bologna, Ferrara, Modena e Reggio li sorpassino in fatto di energia». Come dobbiamo chiamarla, quella forza che ha stupito l’Imperatore? Energia patriottica allo stato nascente: energia costituente allo stato puro, sospinta dalla passione dei cittadini. Perché il tricolore ha anticipato l’unità del Paese, in un investimento suggestivo nella speranza del futuro: così come oggi, in fondo, l’euro anticipa l’unità politica dell’Europa, pur non avendo sulle sue facce l’immagine di un sovrano democratico capace di spendere il capitale della sua storia nelle crisi del mondo. Ecco perché quando la prima bandiera nazionale di uno Stato italiano sovrano sfila a Modena nella “passeggiata patriottica”, la folla applaude: in quel drappo vede ormai il simbolo del rifiuto di ogni assolutismo e della nuova coscienza civica, e l’aspirazione all’autodeterminazione dei popoli, cioè alla libertà. Non era più il vessillo di un re, e nemmeno soltanto uno stendardo militare. Aveva raggiunto il suo significato nazionale e patriottico, dunque finalmente politico. E infatti a Reggio Emilia quel sabato 7 gennaio si dispone che «lo stemma dellaRepubblica sia innalzato in tutti quei luoghi nei quali è solito che si tenga l’insegna della sovranità».

Chiediamoci oggi quanti sono quei luoghi, quali simboli li abitano, dov’è custodito — in questi annidi disincanto e di lontananza tra il cittadino e lo Stato, con ogni reciproca passione spenta — il deposito civile della nostra Repubblica, e come si mantiene vivo, conservando vitale il significato di quella scelta per una comune appartenenza. La risposta è qui, la risposta siamo noi, perché la vera risposta è la città, prima e ultima infrastruttura della democrazia occidentale, la dimensione civica che preserva le radici della vita associata, dove si possono ritrovare le ragioni smarrite del bene comune e il sentimento perduto della comunità. La città con al centro la piazza, dov’è sfilata la storia del Paese, il luogo quotidiano dello scambio reciproco di riconoscimento tra i cittadini, quel gesto minimo ma consapevole che trasforma la convivenza in coesione sociale, e che è il vero valore d’uso della democrazia delle piccole cose. La piazza italiana come la conosciamo, come l’hanno
abitata i nostri padri, come la consegneremo ai nostri figli: quella dell’Italia dei Comuni, col duomo, il municipio e la prefettura, simboli dei tre poteri che nella tradizione confrontano, combinano e compongono le loro diverse autorità, e che in quello stesso luogo vengono criticati dai movimenti di protesta, radunati proprio qui, spontaneamente, dalla loro libertà, come nella moderna agorà della pubblica discussione. Naturalmente tutto questo accade davanti alla bandiera, che al centro della piazza ha attraversato le epoche del progresso e i giorni del disonore, e ancora poco fa ha resistito sui municipi e sui balconi alla sfida della pandemia, che per la prima volta tentava di cancellare l’elemento umano dal paesaggio urbano, separando i simboli dalla vita. E invece proprio in quei giorni vuoti, senza società, la bandiera veniva appesa alle finestre come una conferma di presenza e di coscienza, un segno spontaneo di resistenza all’Anno Zero, un impegno di fiducia nella storia e nel Paese: per ritornare oggi fin qui, sulla piazza italiana del 2024, a restituirci un senso finalmente compiuto di Patria, dopo gli abusi retorici del passato e la riconquista della libertà democratica, nella lotta contro la dittatura da cui è nata la Costituzione.

La bandiera era presente, sempre, uguale a se stessa, nell’immediatezza simbolica addirittura elementare che mantiene ferma la rappresentazione dell’unità dell’Italia, mentre intorno la vicenda nazionale si compie trasformandosi, e portando la vita reale del Paese a rispecchiarsi ogni volta nelle sue insegne, che vivono dentro il flusso della storia. E la bandiera inscrive in sé necessariamente il segno e la lezione dei passaggi storici, le rotture e le soluzioni. Così, come ha
detto Luigi Salvatorelli nel 1947, in occasione del centocinquantesimo anniversario, «il tricolore è stato ribenedetto e riconsacrato dall’immagine dei patrioti, dal sangue dei partigiani e dei soldati che hanno combattuto contro il nazifascismo ». La bandiera dunque come testimonianza del divenire della vicenda nazionale, non nella semplice eredità genealogica e nella trasmissione generazionale soltanto, ma nello sviluppo di un’identità storica comune, consapevole delle radici, cosciente della crescita, e aperta al mutamento. Onorare il tricolore, oggi, significa appunto riconoscersi in una definizione comune del concetto di Patria, assumendo i valori di democrazia e di libertà come criterio di giudizio e di gerarchia. Quei valori non sono di parte, perché rappresentano il fondamento della cultura occidentale in cui ci riconosciamo, non per destino ma per scelta, la base europea della moderna cittadinanza e la garanzia universale di ogni civile convivenza. Sono gli ideali che ricollegandoci al Risorgimento e promettendo fedeltà alla democrazia, compiono la nostra storia e animano la nostra bandiera, e dopo l’unità nazionale e l’unità territoriale
costruiscono ciò che ancora manca, l’unità morale del Paese, che può nascere solo nel patriottismo costituzionale: fuori dal quale c’è soltanto la vita artificiale dell’ideologia, che affloscia le bandiere senza vento, immobili come sulla luna.

La Repubblica

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Programmi congiunti ed export militare. Ecco perché Berlino apre ai caccia per Riyad


Cambio di passo da parte di Berlino nel settore della Difesa. La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha annunciato nel corso della sua visita in Israele l’intenzione del governo federale di rimuovere il veto che impedisce l’esportazione di E

Cambio di passo da parte di Berlino nel settore della Difesa. La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha annunciato nel corso della sua visita in Israele l’intenzione del governo federale di rimuovere il veto che impedisce l’esportazione di Eurofighter all’Arabia Saudita. Una decisione importante non solo per il consorzio responsabile della realizzazione del caccia, ma in prospettiva anche per il futuro dei consorzi europei sui sistemi d’arma di prossima generazione.

Il veto di Berlino

Il blocco tedesco risale al 2018, quando l’allora cancelliera, Angela Merkel, dispose lo stop alle esportazioni di Typhoon alla monarchia saudita come reazione alla crisi scaturita dall’uccisione in Turchia del giornalista dissidente Jamal Khashoggi. Il veto tedesco aveva avuto l’effetto di paralizzare l’accordo che Riyad aveva stretto con il Regno Unito – partner del progetto – per l’acquisto di ulteriori 48 velivoli, dopo i 72. Un accordo dal valore di cinque miliardi di sterline. Già allora non si erano fatte attendere le perplessità da parte delle aziende coinvolte, BAE Systems, Airbus e l’italiana Leonardo, e ancora a settembre 2023 il primo ministro britannico, Rishi Sunak, era tornato sulla questione chiedendo a Berlino di rimuovere il veto all’export dei caccia. Anche l’Italia aveva posto tra il 2019 e il 2020 alcune limitazioni alle esportazioni di materiale militare all’Arabia Saudita, tra cui munizioni per gli Eurofighter, paletti rimossi definitivamente dal Consiglio dei ministri a maggio del 2023.

Il cambio di rotta di Scholz

Un primo passo verso questa direzione era già stato compiuto a ottobre 2022, quando, in vista del viaggio del cancelliere Olaf Scholz nella regione del Golfo, Berlino autorizzò la vendita di materiale militare a Paesi non-Nato, tra cui Riyad, nel contesto dei progetti congiunti di difesa europea in cui è coinvolta anche la Germania. L’accordo permise di fornire pezzi di ricambio e munizioni per gli Eurofighter sauditi. Un cambio di rotta che già allora segnò la rinnovata attenzione del nuovo governo Scholz alle questioni legate alla difesa e alla sicurezza internazionali, e che non a caso seguivano le misure adottate dalla nuova cancelleria di potenziamento del budget militare a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Anche in questo caso, ad accelerare il passo della Germania è intervenuta la crisi scoppiata dopo gli attacchi di Hamas il 7 ottobre. La stessa ministra Baerbock ha sottolineato il ruolo dell’Arabia Saudita nel contribuire “in modo determinante alla sicurezza di Israele” e “a contenere il rischio di un escalation regionale”.

Oltre l’Eurofighter

L’importanza della decisione odierna non è soltanto relativa alla commessa dei 48 caccia britannici per Riyad, ma segna un importante cambio di passo in generale per il futuro dei progetti congiunti europei. Le restrizioni tedesche, infatti, sono state criticate a lungo dai Paesi partner dei diversi programmi, considerati delle limitazioni all’appetibilità dei sistemi per il timore dei Paesi acquirenti di rischiare di rimanere senza pezzi di ricambio per i propri velivoli, spingendoli potenzialmente ad affidarsi ad altri fornitori. Adesso, con la riapertura da parte di Berlino, i programmi congiunti, a partire dai caccia Eurofighter e Tornado (a cui partecipa anche l’industria italiana), potrebbero vedere allargarsi la lista di ordini, con una nuova spinta sui mercati globali.

Programmi futuri

Il tema delle regole sulle esportazioni militari legate ai programmi congiunti, inoltre, riguarda da vicino anche i programmi di prossima generazione. Berlino è impegnata, insieme con la Francia, nella realizzazione del caccia di sesta generazione Fcas, mentre Italia, Gran Bretagna e Giappone collaborano sul parallelo progetto Gcap. Anche su questo versante, infatti, è del mese scorso la decisione del Giappone di modificare e regole che limitavano le esportazioni di materiale di Difesa. Ora sarà possibile, per il Paese del Sol levante, inviare materiali prodotti su licenza al Paese proprietario o sistemi di difesa non-letali agli Stati che si difendono da un’invasione, come l’Ucraina. Proprio pensando al Gcap, il governo di Fumio Kishida sta cercando di eliminare il divieto di esportare prodotti co-sviluppati ad altri Paesi. Tokyo, infatti, ha riconosciuto il ruolo fondamentale che l’export riveste per la sostenibilità economica di questi programmi. Progetti all’avanguardia come Gcap, Fcas o l’Eurofigher richiedono investimenti massicci per essere sviluppati e infine prodotti, e i soli mercati interni dei Paesi partner non basta a ripagare gli investimenti.


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