Grugni


Davvero dobbiamo credere che sia in corso un feroce scontro fra Meloni e Schlein? Talora la comunicazione prova a coprire con l’ampollosità dei vocaboli il sostanziale vuoto che ha alimentato un fine settimana di campagna elettorale. Laddove le cose preoc

Davvero dobbiamo credere che sia in corso un feroce scontro fra Meloni e Schlein? Talora la comunicazione prova a coprire con l’ampollosità dei vocaboli il sostanziale vuoto che ha alimentato un fine settimana di campagna elettorale. Laddove le cose preoccupanti sono due: a. si voterà a giugno, e un sì lungo strazio sembra destinato ad alimentare più l’indifferenza che la partecipazione; b. ci sono problemi seri e scadenze internazionali di rilievo – dal G7 di cui avremo a giorni la presidenza al Patto di stabilità e crescita, nel mentre abbiamo due guerre alle soglie di casa – che il furoreggiare delle propagande s’industria però a scantonare. Sicché più che uno scontro sembra un incontro, scegliendo l’una nell’altra l’avversario con cui motivare le tifoserie.

Chi governa ha, ancora una volta, evocato il nemico occulto e i suoi metodi oscuri, ma se chiedi conto di queste affermazioni ti rispondono con sguardi corrucciati e ammiccamenti a quel che tutti si suppone sappiano. Ma no, non lo sappiamo. Abbiamo visto il ministro della Difesa evocare un ordito giudiziario, ma lo abbiamo anche poi visto gettare acqua sul fuoco.

Chi si oppone contrappone l’elencazione dei guasti e dei drammi, naturalmente con il piglio del rimprovero. Ma poi emerge che ciascuna di quelle note dolenti non è stata suonata ora per la prima volta, ce le trasciniamo dietro da tempo, quindi coinvolgono anche la responsabilità degli elencatori. E comunque, a parte l’accorata evocazione, non c’è l’ombra di una proposta di soluzione.

Due esempi aiutano a capire. Ha fatto bene il governo a porre un freno (ulteriore, perché altri erano già stati attivati dal governo Draghi), anche brusco, all’oscenità del bonus 110%. Ma a generare quel disastro furono le scelte del secondo governo Conte, salvo poi essersi aperta una irresponsabile gara a chi ne prometteva e proponeva più proroghe. Gara ancora aperta, a cura di forze che pure sono al governo.

Il governo ha fatto bene anche a fermare il reddito di cittadinanza, almeno per come era stato concepito, ma a protestare contro questo provvedimento è la sinistra che votò contro quella legge. Così è tutto un fiorire di contrapposizioni senza ancoraggio al merito delle questioni e senza cura alcuna della coerenza.

Che in Italia i salari siano bassi e siano scivolati indietro, mentre quelli medi europei sono andati di molto avanti, non è un’opinione ma un fatto. Ripeterlo non serve a niente, semmai si dovrebbe avere qualche cosa da dire sulle cause e sui possibili rimedi. La responsabilità non è delle regole europee, altrimenti non ci sarebbero altri in enorme vantaggio. Quel dato è una media: se ci si guarda dentro si vede che l’Italia che compete ed esporta non è ferma manco per niente, quindi è l’altra che scivola indietro. A determinare quel dato medio è la scarsezza degli investimenti in ricerca e innovazione, stabilizzando produzioni a basso valore aggiunto che non possono certo generare redditi alti. Ad avere un peso notevole è l’insoddisfacente formazione, sia quella scolastica che quella permanente nel mondo del lavoro. Un insieme di questioni che giustificherebbe eccome idee e ricette diverse, ma riconoscendo un interesse comune: far uscire l’Italia dal tempo perso delle chiacchiere a vuoto, costringere l’Italia protetta e non competitiva a uscire dalle sabbie mobili in cui sprofonda chiedendo sovvenzioni che non evitano lo sprofondare.

Ci fu un tempo in cui la sceneggiata politica fu animata dalle due ‘grinte’, quella di Craxi e quella di De Mita. Che erano in competizione, ma alleati. E che pagarono a caro prezzo il non accorgersi di quel che cambiava nel mondo. Non porta da nessuna parte la versione odierna e ingrugnita. E se il governo ha il collante del potere, l’opposizione non troverà il mastice della competizione nella sola contrapposizione. Converrebbe riconoscere subito l’interesse nazionale nella collocazione internazionale, come profittevolmente fece Meloni quando a governare era Draghi.

La Ragione

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L’Italia con Kyiv anche nel 2024. Strada spianata per l’ottavo pacchetto di aiuti


Ancora una volta, l’Italia sceglie di essere dalla parte della libertà delle Nazioni e del rispetto del diritto internazionale. Questo il commento del ministro della Difesa, Guido Crosetto, riguardo l’approvazione in Consiglio dei ministri del decreto-leg

Ancora una volta, l’Italia sceglie di essere dalla parte della libertà delle Nazioni e del rispetto del diritto internazionale. Questo il commento del ministro della Difesa, Guido Crosetto, riguardo l’approvazione in Consiglio dei ministri del decreto-legge che proroga di un ulteriore anno le cessioni di sistemi d’arma, mezzi, munizioni e forniture di difesa, militari e no, all’Ucraina. Il decreto-legge è stato presentato su iniziativa dei ministri della Difesa, Crosetto, degli Esteri, Antonio Tajani, e dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, con il consenso dell’intero governo.

Coperto il 2024

La proroga va dal 1° gennaio al 31 dicembre del 2024, e stabilisce l’autorizzazione al governo, previo atto di indirizzo di Camera e Senato, alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti alle autorità dell’Ucraina. Il prolungamento del conflitto russo-ucraino, in uno scenario internazionale aggravato dalla crisi mediorientale e dalla guerra tra Israele Hamas, ha imposto all’esecutivo l’allungamento dei tempi per gli aiuti all’Ucraina, in linea con gli impegni internazionali assunti dall’Italia in sede Ue e Nato. Il decreto-legge, quindi, consentirà al governo, per un ulteriore anno e previo obbligatorio mandato del Parlamento, di supportare la popolazione ucraina, mettendo a disposizione, come fatto finora, non solo armi, ma anche equipaggiamenti, gruppi elettrogeni e quanto necessario a sostenere le operazioni militari a difesa di civili.

Il sostegno italiano

“L’obiettivo – ha detto Crosetto, è – di arrivare, in linea con la posizione assunta dagli alleati Nato e Ue, a una pace giusta e duratura”. Per questo, ha proseguito il ministro, “abbiamo scelto di prorogare un atto di indirizzo, deciso ormai già un anno fa, dal governo precedente, lasciando immutato il dettato del decreto e decidendo di ottemperare, appena ve ne saranno le condizioni, a un passaggio parlamentare, e abbiamo scelto di farlo senza utilizzare strumenti secondari come il decreto Mille Proroghe o altri provvedimenti non omogenei per materia”. Rispetto al supporto italiano a Kyiv e, soprattutto, riguardo le possibili tensioni all’interno degli alleati di governo, il ministro a sottolineato come “non esiste alcun problema politico all’interno della maggioranza di Governo che intende invece rispettare il ruolo e il vaglio del Parlamento”. Del resto, anche nella sua ultima riunione, il Consiglio supremo di difesa riunitosi ieri “ha ribadito la ferma condanna dell’aggressione operata dalla Federazione Russa e il pieno sostegno dell’Italia all’Ucraina nella sua difesa contro l’invasore”.

L’ottavo pacchetto aiuti

Pochi giorni prima dell’approvazione del decreto, tra l’altro, Crosetto aveva confermato la preparazione dell’ottavo pacchetto di aiuti che entro fine anno verrà riproposto al Copasir per poi essere effettivo. “A fine anno scadrà il decreto per l’invio di armi all’Ucraina, la Camera dovrà esprimersi per vedere se nuovamente, per il prossimo anno, vorrà autorizzare il governo”, aveva spiegato Crosetto pochi giorni fa al palazzo dell’Informazione per il Forum Adnkronos. Come noto, il contenuto del decreto è secretato. Secondo alcune ipotesi avanzate, viste anche le richieste ucraine, l’invio potrebbe riguardare sistemi o munizioni di contraerea e apparecchiature antidrone.

Gli aiuti italiani

Lo scorso giugno il governo ha approvato il settimo pacchetto di aiuti (il secondo dalla nascita dell’esecutivo Meloni) comprensivo di sistemi per la difesa antimissilistica, equipaggiamenti contro il rischio nucleare, biologico, chimico e radiologico. Nel 2022 Roma aveva fornito a Kyiv 17,5 milioni di dollari posizionandosi così tra i primi dieci donatori. I sette pacchetti di aiuti a sostegno della Forze armate di Kyiv, che hanno visto l’approvazione del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), oggi guidato da Lorenzo Guerini, all’epoca dei primi cinque ministro della Difesa (quando presidente del Copasir era l’attuale ministro delle Imprese, Adolfo Urso).


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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione della prof.ssa Angela Villani sul tema “Foi en l’Europe”


Quindicesimo ed ultimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunt

Quindicesimo ed ultimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si è articolato in 15 lezioni, che si sono svolte sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.

L’ultima lezione si svolgerà lunedì 18 dicembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’Aula n. 6 del Dipartimento “COSPECS” (ex Magistero) dell’Università di Messina (sito in via Concezione n. 6, Messina); dell’incontro sarà altresì realizzata una diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.

La lezione sarà tenuta dalla prof.ssa Angela Villani (Ordinaria di Storia delle Relazioni internazionali presso l’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “Foi en l’Europe” di Gaetano Martino.

In tale occasione verranno altresì comunicate le tracce delle tesine, la cui redazione (riservata a chi abbia un’età inferiore ai 32 anni e abbia frequentato almeno i 2/3 delle lezioni del corso) dà diritto a concorrere alla aggiudicazione delle borse di studio messe in palio. La consegna degli elaborati da parte dei corsisti interessati è fissata alle ore 12.00 di sabato 30 dicembre, mentre la premiazione dei vincitori è fissata per giovedì 11 febbraio 2024, in occasione della cerimonia di chiusura della XIII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.

Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.

Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM

Pippo Rao, Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina

Visita la pagina della Scuola di Liberalismo 2023 – Messina

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Barbera: nuovi fondamentalismi minacciano la laicità dell’Occidente


Diceva Nicola Matteucci, faro della politologia e del pensiero giuridico liberale, che «il liberalismo è un metodo». Dice Augusto Barbera, neopresidente della Corte Costituzionale, che «la laicità è un metodo». Liberalismo e laicità sono, in effetti, facc

Diceva Nicola Matteucci, faro della politologia e del pensiero giuridico liberale, che «il liberalismo è un metodo». Dice Augusto Barbera, neopresidente della Corte Costituzionale, che «la laicità è un metodo». Liberalismo e laicità sono, in effetti, facce della stessa medaglia e il metodo che gli appartiene è il medesimo: porre al centro della scena pubblica e del sistema costituzionale non lo Stato, non un Dio, non la Verità, ma la persona con le sue inviolabili libertà e, riconoscendo nel pluralismo una ricchezza dovuta alla «convivenza di piu valori» piuttosto che una rinuncia o un’indebita concessione al relativismo, contribuire alla crescita della persona attraverso il sistematico confronto tra tesi diverse spinti da una naturale tendenza alla sintesi.

Non è un caso che il sottotitolo che Augusto Barbera ha voluto dare al suo saggio dedicato alla “Laicità” (ed. il Mulino) sia “Alle radici dell’Occidente”. Non è un caso perché Barbera ritiene, a ragione, che la laicità riassuma il complesso dei valori che caratterizzano il costituzionalismo liberaldemocratico occidentale. La storia delle dottrine politiche e il percorso di affermazione storica dei valori liberaldemocratici confermano l’intuizione di Barbera: la strada comune inizia nel Seicento con John Locke, prosegue con il pensiero illuminista e attraverso la rivoluzione inglese, quella francese e quella americana si conclude con la totale identificazione tra i due concetti, liberalismo e laicità, e con la conseguente secolarizzazione del potere politico.

Comunismo e nazionalsocialismo hanno di sovvertito l’ordine costituzionale liberaldemocratico ripristinando il potere della Verità sulla pratica del Dubbio. Ma, pur avendo marchiato a fuoco il Novecento, la loro esperienza storica si è conclusa con un fallimento.

Non per questo possiamo dormire sonni tranquilli. Non per questo possiamo ritenere che le conquiste della civiltà siano definitivamente al sicuro.

Augusto Barbera, infatti, ci mette in guardia. «La nostra epoca è segnata dal ritorno delle religioni dello spazio pubblico», scrive. E lo scrive dilatando il concetto di religione e applicandolo a tre dinamiche a dir poco attuali. La prima è il frutto della crisi di identità dell’Occidente minacciato dal fondamentalismo islamico, ovvero dalla spinta politica e militare di una religione, l’Islam, “per cui i diritti del cittadino sono tutelati esclusivamente in quanto credente”. Una religione in cui la legge dello Stato discende esclusivamente dalla parola di Dio e dei sui interpreti terreni. La minaccia rappresentata dall’Islam fondamentalista ha indotto e induce le società occidentali a rispondere non sul piano dei diritti individuali e della laicità della sfera pubblica, ma sul piano di un’identità religiosa contrapposta: il cristianesimo (sia chiaro, Barbera considera la radice giudaico cristiana alla base dell’identità europea e non condivide le resistenze “culturali” a tale riconoscimento nella travagliata storia del costituzionalismo europeo).

Diceva un grande storico delle religioni, Mircea Eliade, che l’alternativa alla religione non è il trionfo della dea ragione, ma la superstizione. Ed è a questa voce che Augusto Barbera sembra iscrivere alcuni fenomeni ideologici contemporanei che, oltre alla reazione all’Islam incombente, caratterizzano le società occidentali. Scrive Barbera: «La politicizzazione della “religione dei diritti umani” tende a riempire il vuoto della “teologia politica” quasi trasformando i diritti civili in ultimi “resti di trascendenza”… La massima espressione dei diritti civili sembra ormai una nuova verità di fede, un dogma indiscutibile». Un meccanismo perverso in virtù del quale «l’Occidente va sempre più sostituendo il fattore religioso, come tessuto aggregante e quindi “legittimante”, una nuova religione civile costruita sui diritti individuali, “inviolabili” e quindi “sacri”». Una evidente esasperazione della realtà che mette in discussione il principio di maggioranza sacralizzando, spesso, i diritti delle minoranze. L’ideologia gender, il fenomeno woke, la schwa e la cancel culture rapprendano, dunque, una nuova forma di fondamentalismo “religioso” che, non senza sorpresa, sta dilagando dalla “giovane” società americana alla vecchia Europa. Europa e Stati Uniti che, in reazione ai nuovi crismi del politicamente corretto, corrono il rischio di consegnarsi a vecchie forme di mitologia nazionale i cui effetti non sono poi diversi da certi fondamentalismi religiosi.

Terzo ed ultimo fenomeno che si contrappone al metodo liberale e a quello laico, lo scientismo. Ovvero la tendenza a sacralizzate i diritti e i desideri scaturiti dal progresso della scienza e della tecnica, mondi naturalmente ed unicamente tesi ad incrementare al massimo la propria potenza. La rivoluzione digitale pone problemi etici colossali, per governarla non occorre uno spirito fideistico ma quel sano scetticismo che per tre secoli ha animato il pensiero liberale al pari di quello laico. Perché, ed è questo il monito imperituro del bel saggio di Augusto Barbera, «vi può essere un metodo e un atteggiamento laico in chi è credente e vi può essere, viceversa, un atteggiamento non laico o da parte di chi, pur professandosi laico, pretende di imporre come assolute le proprie verità». È, appunto, un questione di metodo: «Seguire un metodo laico significa mantenere il pungolo del dubbio e non adagiarsi sulle chiusure dogmatiche che sono proprie non solo delle religioni vissute acriticamente, ma anche di talune ideologie».

Huffington Post

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Quali sono le tre strategie della grande guerra Usa-Cina per Krepinevich


Nomen omen. E, non a caso, per il suo articolo pubblicato su Foreign Affairs Andrew Krepinevich Jr. ha scelto un titolo molto significativo: “The Big One”, “Quella Grande”. Il riferimento è ad un eventuale guerra combattuta tra Stati Uniti e Cina, che nel

Nomen omen. E, non a caso, per il suo articolo pubblicato su Foreign Affairs Andrew Krepinevich Jr. ha scelto un titolo molto significativo: “The Big One”, “Quella Grande”. Il riferimento è ad un eventuale guerra combattuta tra Stati Uniti e Cina, che nel sottotitolo viene presentata come una “lunga guerra”. Un’analisi pesante, come pesante è il nome dell’autore. Krepinevich, senior fellow dell’Hudson Institute e adjunct senior fellow del Center for a New American Security, è uno studioso di lungo corso nel campo della competizione strategica sino-americana, nonché padre del concetto strategico di Anti-Access/Area Denial sviluppato proprio in riferimento al contesto cinese e poi impiegato per descrivere le capacità di altri attori, in primis quelle russe.

Nel suo articolo, Krepinevich offre un’estensiva analisi di scenario, prendendo in considerazione tutte le possibili variabili. A partire da quella principale, ovvero l’escalation nucleare. L’analista statunitense ritiene che questa eventualità rimanga remota (anche se non impossibile), sulla base di quanto avvenuto durante la Guerra Fredda: in questo frangente le due principali superpotenze hanno portato avanti dinamiche di confronto militare senza però arrivare all’impiego di ordigni atomici, con le leadership di entrambi i Paesi ben consapevoli del concetto di Mutual Assured Destruction. Washington e Pechino devono evitare di infrangere le rispettive red lines, assieme a quelle degli altri attori coinvolti, per evitare una pericolosa escalation difficile da disinnescare.

Vengono poi presi in considerazione i possibili casi belli capaci di far scoppiare questa guerra. Sebbene Taiwan rappresenti, per una moltitudine di motivi, la miccia più probabile per la deflagrazione del conflitto, anche le azioni provocatorie in territorio giapponese, filippino o vietnamita, così come il riaccendersi delle tensioni tra le due Coree o addirittura un’eventuale aggressione ai danni dell’India da parte di Pechino, potrebbero fornire il contesto ideale per scatenare un confronto militare tra la superpotenza americana e il gigante asiatico.

Confronto militare che potrebbe evolversi secondo dinamiche differenti. Prendendo come riferimento Taiwan, Krepinevich suggerisce tre diversi possibili sviluppi nelle operazioni: il primo è quello del fait accompli, in cui la People Liberation Army (Pla) riesce a prendere il controllo dell’isola con un impiego integrato delle proprie capacità militari tale da sopraffare rapidamente le forze presenti in loco, prima dell’arrivo dei rinforzi dalle basi vicine; il secondo è quello del respingimento dell’assalto di Pechino da parte delle forze di difesa a guida statunitense, che con un efficace utilizzo delle proprie capacità militari negherebbero alla Pla il controllo del dominio aereo, di quello navale e di quello cibernetico, costringendo Pechino a rinunciare all’operazione. Entrambi questi scenari vedrebbero il conflitto chiudersi rapidamente, a favore di una o dell’altra parte.

Vi è però anche la terza possibilità, “una che non è semplicemente plausibile, ma forse probabile” nelle parole di Krepinevich, ovvero quella del protrarsi di un conflitto convenzionale tra Stati Uniti e Repubblica Popolare (la “lunga guerra” evocata nel sottotitolo), che non si limiterebbe ad una sola area geografica specifica ma anzi si dipanerebbe attraverso teatri differenti.

In questo caso, i contendenti avrebbero a disposizione de diverse strategie da adottare per sottomettere l’avversario: quella dell’annihilation, incentrata sulla manovra, dove attraverso un singolo evento o una rapida serie di azioni si mira a far crollare la capacità o la volontà di combattere di un nemico; quella dell’attrition, strutturata attorno all’esaurimento del potenziale bellico del nemico attraverso l’attrito, logorando le sue forze militari per un periodo prolungato, fino al punto in cui non possano più opporre una resistenza efficace; infine, quella dell’exhaustion, che cerca di esaurire le forze del nemico indirettamente, ad esempio negandogli l’accesso a risorse vitali attraverso blocchi, degradando le principali infrastrutture di trasporto o distruggendo impianti industriali chiave.

Ma, soprattutto nei primi due casi, il rischio di escalation nucleare diventa pericolosamente più concreto. Ma vi sono delle possibili salvaguardie indicate dall’autore, come la neutralizzazione degli asset nemici anziché la loro distruzione (quando possibile), o la scelta di perseguire un’escalation geografica (“orizzontale”).

Krepinevich evidenzia anche quali strade possono essere percorse da Washington e dai Paesi amici per migliorare la propria “readiness”, dal preventivo accumulo di materiale militare e non (necessario per fronteggiare l’inevitabile disruption nel sistema di scambio globale) allo sviluppo di un dettagliato concetto operativo, esattamente come fatto ai tempi della Guerra Fredda con l’AirLand Battle. Così da convincere Pechino di avere le risorse e la capacità di resistenza necessarie per prevalere in questa lunga guerra. In caso contrario “la Cina potrebbe concludere che le opportunità offerte dall’uso della forza militare per perseguire i propri interessi nell’Asia-Pacifico sono superiori ai rischi”, asserisce in chiusura Krepinevich.


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Le regole della politica: riforme e trappole (ignorate)


Le tessere del mosaico non combaciano. La mai sedata zuffa sulla giustizia, riaccesa qua e là anche da esternazioni ministeriali, le perplessità sul premierato, espresse persino da padri nobili del centrodestra, e le trasversali diffidenze sull’autonomia

Le tessere del mosaico non combaciano. La mai sedata zuffa sulla giustizia, riaccesa qua e là anche da esternazioni ministeriali, le perplessità sul premierato, espresse persino da padri nobili del centrodestra, e le trasversali diffidenze sull’autonomia differenziata svelano, tuttavia, un senso più ampio delle polemiche contingenti. E segnalano nel loro insieme una difficoltà oggettiva a fare del 2024, anno cruciale delle elezioni europee, pure l’anno delle grandi riforme italiane. Non che di riforme non s’avverta il bisogno. La complessa macchina che regola la nostra convivenza mostra da tempo l’esigenza di una messa a punto, al di là della retorica sulla «Costituzione più bella del mondo» rispolverata ogni volta dai conservatori d’ogni colore e dalle loro corporazioni di complemento perché nulla si muova nella mappa incartapecorita dei poteri (sul palcoscenico e dietro le quinte, per dirla con Sabino Cassese). Provare a cambiare, peraltro, non porta molta fortuna.

Il primo a scorgere la necessità d’una «grande riforma» fu già negli anni Ottanta del secolo scorso Bettino Craxi e questa sua intuizione gli costò uno stigma da novello Mussolini con annessi stivaloni nelle vignette nonché, probabilmente, parte di quell’avversione a sinistra che si tradusse anche nello scontro (per lui esiziale) con la magistratura. Silvio Berlusconi lamentava da premier di avere una macchina “senza volante” e tentò nel 2006 una riforma che rafforzasse l’esecutivo, ricevendo una bocciatura popolare che confermò l’inizio del suo declino. Di certo la sconfitta referendaria del 2016 ha segnato l’eclissi dell’astro di Matteo Renzi, anche lui tentato dal miraggio eretico di modernizzare il Paese. Ora la questione si ripropone, ma frammentata su tre tavoli. Così, al di là della difficoltà di smuovere conservatorismi consolidati e trasversali, un ostacolo supplementare sembra trovarsi negli interessi di fazione, certo legittimi ma acuiti dai richiami identitari del voto europeo. Ciascuna delle principali forze della maggioranza detiene il segmento d’un progetto di cambiamento e pare sopportare, più che supportare, i progetti degli alleati.

Il partito di Giorgia Meloni ha innalzato il vessillo del premierato: un passo indietro rispetto alla vocazione presidenzialista di sempre, anche dettato, forse, dalla prudente volontà di non entrare in immediato conflitto con l’attuale inquilino del Quirinale. Il risultato è però un tableau non privo di ambiguità, poiché comunque il capo dello Stato sembra a molti ridimensionato nella diarchia con un premier eletto dal popolo ma, per attenuare questo effetto, gli si dà la facoltà di nominare in caso di crisi un premier «di riserva» che, sia pure espresso dalla medesima maggioranza, finisce per depotenziare a sua volta il premier eletto. La riforma, non avendo chance di passare coi due terzi del voto parlamentare, finirà sotto le forche caudine del referendum confermativo (quello che ha abbattuto Renzi e Berlusconi). Ha dunque la possibilità di essere bocciata ma, intanto, produrrà un primo contraccolpo politico: rimandare sine die la riforma della giustizia, quella vera, anch’essa di rango costituzionale, che dovrebbe separare le carriere dei magistrati con un doppio Csm e sciogliere l’equivoco dell’obbligatorietà dell’azione penale. Non essendo immaginabile che una maggioranza affronti due referendum costituzionali così rischiosi nella medesima legislatura, e avendo Meloni messo tutto il proprio peso sul premierato, il rinvio del dossier giustizia è nelle cose (oltre che nella scarsa propensione di Fratelli d’Italia a inimicarsi la magistratura): ad esso devono finire per acconciarsi tanto Carlo Nordio, che su questi temi s’è speso da intellettuale prima ancora che da guardasigilli, quanto la componente più garantista del centrodestra stretta attorno a ciò che resta delle bandiere berlusconiane. Non con iter costituzionale (poiché già prevista nella riforma del Titolo V del 2001) ma certamente molto impattante sugli assetti istituzionali si profila infine all’orizzonte l’autonomia differenziata, la riforma ultrafederalista da sempre voluta dalla Lega. Al netto del meticoloso lavoro del Comitato sui livelli essenziali delle prestazioni, il disegno di legge del ministro Calderoli ha contro uno schieramento trasversale articolato (al quale è difficile immaginare estranei persino spezzoni del partito di maggioranza relativa, che ha nell’unità della nazione la propria ragione sociale). Ove vedesse la luce, il regionalismo leghista andrebbe incontro probabilmente a un referendum (in questo caso abrogativo) dalle discrete probabilità di successo.

Si aggiunga, a fronte di tale puzzle, la quasi totale afasia delle opposizioni, per buona parte delle quali parlare di riforme equivale a voler distrarre la gente dai problemi veri dell’economia: come se i risultati economici non discendessero anche dalla razionalità dell’architettura istituzionale. Mancando persino il pungolo della controparte, non è allora difficile capire come si rischi di tornare sempre al punto di partenza, in un gioco dell’oca che fa male al Paese. Dunque? Le commissioni in generale, e quelle per la riforma della Costituzione in particolare, non hanno mai prodotto risultati decisivi. E parlare addirittura di una nuova Assemblea costituente (idea rilanciata di recente dalla Fondazione Einaudi) può sembrare un voler buttare la palla in tribuna, quasi un vecchio trucco da parrucconi moderati, a una destra che, legittimata dalle elezioni dell’anno scorso, ritiene suo dovere cambiare il Paese anche da sola. Ma, ammesso sia fattibile, modificare la Carta a spezzatino, senza un disegno d’insieme, può funzionare? La stabilità degli esecutivi, di cui già parlava Calamandrei, e la credibilità della giustizia sono senz’altro obiettivi condivisibili dai più, in una cornice equilibrata. Passata la gara identitaria delle europee, potrebbe non essere così inutile un pit stop per ragionare sulle prossime regole del gioco.

Corriere della Sera

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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Nell’articolo di oggi su Domani spiego puntualmente perché le dichiarazioni di Meloni in Parlamento - Mes approvato col favore delle tenebre, col voto contrario delle Camere, da un governo senza poteri perché “dimissionato” - sono del tutto false

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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Meloni ha affermato che la firma del Mes è avvenuta quando il governo Conte era “dimissionato”, senza potere di firmare.

Se fosse come dice lei, la firma sarebbe nulla. Perché nessuno glielo fa notare, quando Meloni fa certe sceneggiate?

editorialedomani.it/politica/l…

Salvare l’Ucraina per salvare l’Europa


Più che mai negli ultimi cinque anni, governare l’Unione europea è diventato l’arte di pensare l’impensabile. Se all’inizio del suo mandato qualcuno avesse detto a Ursula von der Leyen quali decisioni aspettavano la sua Commissione a Bruxelles, probabilme

Più che mai negli ultimi cinque anni, governare l’Unione europea è diventato l’arte di pensare l’impensabile. Se all’inizio del suo mandato qualcuno avesse detto a Ursula von der Leyen quali decisioni aspettavano la sua Commissione a Bruxelles, probabilmente neanche lei ci avrebbe creduto. Non avrebbe mai creduto che lei stessa avrebbe messo sul tavolo dei leader di 27 Paesi — quindi fatto approvare in tempi brevi — un eurobond da 800 miliardi di euro, di cui l’Italia ha una fetta di un quarto con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Non avrebbe creduto che l’Unione europea, le sue istituzioni e i suoi governi, avrebbero fornito aiuti per oltre cento miliardi in un anno e mezzo all’Ucraina aggredita dalla Russia. Né avrebbe creduto che avrebbe aperto i negoziati per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, come il Consiglio europeo ha deciso ieri.

Probabilmente Von der Leyen e Christine Lagarde, la presidente della Banca centrale europea, non immaginavano neanche che avrebbero rivisto un’inflazione a doppia cifra nei nostri Paesi, quindi l’aumento dei tassi d’interesse più rapido della storia recente, eppure nessuna crisi finanziaria.

Non è troppo dire che la sopravvivenza dell’Unione europea ora sarebbe in dubbio, se i suoi leader di questi anni non avessero saputo pensare l’impensabile. E poi non avessero saputo realizzarlo, di fronte a una successione di minacce. Ma proprio per questo il rischio più grande adesso è pensare di aver fatto il più. Perché malgrado le enormi innovazioni politiche e istituzionali recenti, malgrado l’aver smentito i profeti di sventura e gli euroscettici, il difficile inizia adesso. E non inizia necessariamente sotto i migliori auspici.
I leader dell’Unione europea, a Bruxelles e nelle capitali, devono ancora iniziare a fare i conti con alcune delle contraddizioni del sistema. Quelle che riguardano l’Ucraina sono le più evidenti. Abbiamo annunciato al mondo che stiamo parlando con il governo di Kiev dell’ingresso nell’Unione in un futuro imprecisabile, ma nell’immediato non ne abbiamo tratto le conseguenze. In concreto, in marzo scorso ci eravamo impegnati a fornire all’Ucraina un milione di pezzi d’artiglieria entro un anno. Invece, a soli quattro mesi dalla scadenza, i Paesi europei hanno inviato meno della metà dei quantitativi promessi e gli ultimi ordini di munizioni collocati dai governi attraverso l’Agenzia europea della difesa — secondo Reuters — sono di appena 60 mila pezzi da 155 millimetri: abbastanza per resistere nelle trincee dell’Ucraina per una settimana, non di più. Non abbiamo accresciuto la nostra capacità di produzione di artiglieria, così importante in questa guerra. Ma senza un numero sufficiente di proiettili per respingere l’esercito russo, nessun negoziato di adesione di Kiev sarà mai credibile.
È forse tempo che i leader europei spieghino alle opinioni pubbliche che occorre difendere l’Ucraina non solo in nome dei valori, ma soprattutto dei nostri interessi. Se quella guerra fosse persa — qualunque forma dovesse prendere una sconfitta, e ce ne sono diverse possibili — allora un’ombra si stenderebbe direttamente sul futuro dell’Unione europea. Vladimir Putin non ha mai fatto mistero di volerla disgregare in nome della sua idea zarista di impero. E se l’aggressività del Cremlino non viene respinta, la sicurezza europea sarà sempre un’illusione.

Per questo si fatica a comprendere perché i governi dell’Unione sembrino riluttanti a prepararsi alle sfide che pure sono ben visibili all’orizzonte. Durante l’attuale vertice a Bruxelles o tra qualche settimana, troveranno senz’altro il modo di sbloccare i 50 miliardi di euro già impegnati per il governo di Kiev. Già, ma dopo? Non è troppo tardi per prepararsi a uno scenario nel quale Donald Trump torna alla Casa Bianca, ritira il sostegno all’Ucraina o addirittura ritira gli Stati Uniti dalla Nato. Allo stesso modo, non è tardi per prepararsi a vedere l’antieuropeo Geert Wilders come premier di un Paese fondatore quale l’Olanda e poi ad assistere a un successo dei sovranisti alle europee di giugno prossimo. In base agli attuali sondaggi di Politico Europe, il gruppo di destra euroscettica «Identità e democrazia» (per intendersi, quello di Marine Le Pen, Alternative für Deutschland e Matteo Salvini) sarebbe terzo nell’emiciclo di Strasburgo dopo popolari e socialisti.

L’avverarsi di questi scenari non è sicuro, per fortuna. Ma è plausibile e l’Europa non può correre il rischio di lasciarsi sorprendere dagli eventi ancora una volta. Chi crede nell’Unione quale nostro spazio politico del presente e del futuro, deve abbandonare tutte le ambiguità e iniziare a prepararsi adesso. Serve un salto in avanti nella difesa e nella sicurezza. Serve una strategia molto più efficace per isolare e disinnescare le quinte colonne e i sabotatori interni dell’Europa, siano essi l’ungherese Viktor Orbán oggi o l’olandese Wilders domani. Serve che i governi dei principali Paesi smettano di sprecare energie per controllarsi a vicenda, per estrarre piccoli vantaggi gli uni dagli altri logorandosi su piccole regole interne, per minime ripicche e inutili rivalità. Il tempo di lavorare alle prossime svolte è ora. Domani potrebbe mancarci.

Corriere della Sera

L'articolo Salvare l’Ucraina per salvare l’Europa proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Non solo difesa, ecco il valore aggiunto del Gcap per Roma, Londra e Tokyo. L’analisi di Borsari


La firma del trattato per l’istituzione dell’Organizzazione Governativa Internazionale del Gcap (Gcap International Government Organization – Gigo) tra Italia, Giappone e Regno Unito consolida ulteriormente il percorso fatto dall’annuncio, esattamente un

La firma del trattato per l’istituzione dell’Organizzazione Governativa Internazionale del Gcap (Gcap International Government Organization – Gigo) tra Italia, Giappone e Regno Unito consolida ulteriormente il percorso fatto dall’annuncio, esattamente un anno fa, della coalizione trilaterale tra Roma, Tokyo, e Londra per la creazione di un caccia stealth di sesta generazione, e ne certifica definitivamente la solidità a livello politico.

Questo è un passaggio chiave poiché inaugura ufficialmente la cornice politico-istituzionale all’interno della quale si svilupperà il progetto, con l’organismo cardine – la Gigo – che dovrà guidarne le varie fasi e coordinare gli attori coinvolti sul piano industriale nonché su quello militare. Questo ruolo include, ovviamente, anche limare eventuali difficoltà o visioni divergenti, dalla fase di progettazione e sperimentazione, alla suddivisione del lavoro, alla gestione delle risorse, e così via. Questo aspetto è cruciale dato che si tratta di un progetto senza precedenti, tanto ambizioso quanto complesso, in virtù della sua natura multinazionale e degli approcci – oltre che degli interessi – propri dei singoli Paesi coinvolti.

I tre Paesi hanno già stanziato fondi dedicati nell’ordine complessivo di alcuni miliardi di euro in un orizzonte di breve-medio termine (Londra e Roma attualmente pianificano di spenderne – molto ottimisticamente – rispettivamente circa 10 e 7,7 da qui al 2035) e si apprestano ora ad intensificare la cooperazione a livello industriale per poter lanciare la fase di sviluppo vera e propria nel 2025. A tal proposito è doveroso notare come l’Italia, sia a livello di industria che di forze armate, si stia muovendo velocemente nell’ambito della sensoristica e dell’elettronica avanzate che caratterizzeranno il Gcap, con importanti accordi di collaborazione tra le imprese dei tre paesi nel dominio ISANKE & ICS (Integrated Sensing And Non Kinetic Effects & Integrated Communication System) e la “Gcap Acceleration Initiative” lanciata dalla Difesa per raccogliere le migliori proposte dall’industria nazionale su diverse capacità, tra cui sistemi ottici e laser, intelligenza artificiale (AI) applicata, sistemi di propulsione, gestione di sistemi autonomi e sistemi di missione, cybersecurity e molti altri.

Nel complesso, il valore aggiunto del progetto sta nella possibilità di rinforzare la cooperazione internazionale nel campo della difesa, bilanciare costi altrimenti proibitivi per i singoli Paesi – con evidenti implicazioni per la successiva attrattività del Gcap sul mercato, e rivitalizzare l’industria nazionale della difesa nonché l’economia grazie agli effetti a cascata in termini di tecnologie avanzate, expertise e internazionalizzazione per le imprese e la comunità scientifica.

Alla luce di ciò, è sempre più evidente la forte connotazione geostrategica che assume il programma Gcap, dato che il suo impatto andrà ben oltre la dimensione della difesa, interessando tutto il sistema paese, e influenzandone altresì il posizionamento internazionale con un focus crescente sulla connessione strategica tra teatro Europeo e Indopacifico. Ciò risulta ancor più importante alla luce della crescente attenzione di paesi come la Cina alla creazione di un caccia di sesta generazione. Al contempo, la sfida per Italia, Giappone e Regno Unito, sarà quella di garantire una collaborazione efficace in tutte le fasi del progetto, assicurare le risorse necessarie (le stime attuali andranno quasi certamente riviste al rialzo) e rispettare una scadenza – il 2035 – per l’iniziale operatività certamente molto ambiziosa.


formiche.net/2023/12/non-solo-…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Una norma Ue rischiava di mandare al macero milioni di etichette a partire dall'8/12. Lollobrigida con decreto ha rimandato la data di 3 mesi. Ma a salvare le etichette ci aveva già pensato l'UE. Lollobrigida non ha salvato proprio niente.

Oggi spiego quest'ennesima presa in giro su Domani

editorialedomani.it/politica/i…

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Dal Consiglio europeo, piccoli passi verso la difesa comune. L’analisi di Politi


Un quadro normativo per il settore industriale della difesa europea: lo prevede la bozza dedicata alla sicurezza e alla difesa delle conclusioni del Consiglio europeo, con l’obiettivo di coordinare gli acquisti congiunti e aumentare l’interoperabilità e l

Un quadro normativo per il settore industriale della difesa europea: lo prevede la bozza dedicata alla sicurezza e alla difesa delle conclusioni del Consiglio europeo, con l’obiettivo di coordinare gli acquisti congiunti e aumentare l’interoperabilità e la capacità produttiva dell’industria europea della difesa. Formiche.net ne ha discusso con Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation.

Attuare con urgenza le misure esistenti per facilitare e coordinare gli acquisti congiunti e per aumentare l’interoperabilità e la capacità produttiva dell’industria europea della difesa per ricostituire le scorte degli Stati membri, in particolare alla luce del sostegno da fornire all’Ucraina. Questa una delle richieste contenuta nel capitolo sicurezza e difesa delle conclusioni del Consiglio europeo. A questo punto il passo successivo è la difesa comune europea. Ma quando?

C’è una parolina che mi ha colpito della bozza, ovvero standardizzazione: è interessante che leader ancora alle prese con questa bozza abbiano deciso di introdurre questa parola per un passaggio puramente burocratico. Quindi nessuno va a toccare i programmi di armamento in quanto oggetti che poi finiscono nelle mani di una forza armata, però questa parola riguarda le procedure ed è chiaro che se si standardizzano le procedure si facilita la vita a valle.

Un punto di partenza o serviva dell’altro?

Dopo 40 anni di guerra fredda avrebbe già dovuto esser fatta: non pretendo già da oggi l’esercito europeo ma almeno standardizzare i sistemi d’arma e per ora siamo ancora molto lontani. Come si fa a mettere d’accordo 27 voci sull’unanimità? Già con il consenso è complicato, figuriamoci con l’unanimità. Non nascondo che dei passi in avanti siano stati compiuti, come il lavoro enorme sui sistemi radio che oggi si parlano fra loro.

Perché la seconda guerra nel giro di 600 giorni non ha stimolato un’accelerazione su certi processi?

Il problema è che nessuno vuole ridurre i margini di guadagno e mentre durante la guerra fredda sostenevamo che diversità dei sistemi d’arma complicava la pianificazione tattico-operativa del nemico, oggi vediamo che i russi reggono benissimo l’assalto degli ucraini, che tra le altre cose non hanno sistemi standardizzati. Per cui mantenere questa diversità di sistemi operativi è un incubo.

Questa iniziativa contenuta nelle conclusioni del Consiglio europeo quali vantaggi può portare all’Italia che nel suo background ha competenze, imprese e cervelli in quel settore che rappresenta una fetta importante di Pil?

In primis bisognerà valutare se quelle conclusioni presenti nella bozza verranno poi approvate. In quel caso questo tipo di accordo non dico che sarebbe un toccasana, per un sistema come quello tedesco caotico, ma certamente dovrebbe snellire, ad una condizione però: che quando poi si va a negoziare sul concreto ognuno negozi con le unghie e con i denti il meglio che ha. Se gli italiani, come gli altri, non negoziano il meglio di quello che possono offrire come procedure e concetti, allora si uniformano su una specie di ircocervo.

Una chiusura sull’Ucraina: si aspettava qualcosa di più dal Consiglio europeo?

Innanzitutto vorrei contestare alcune affermazioni apparse sulla stampa internazionale secondo cui le esitazioni a sostenere Kiyv sarebbero europee: falso. Sono tanto per cominciare degli americani e, a loro a rimorchio, anche di parte degli europei. Biden fin dall’inizio ha avuto il braccino corto con gli ucraini, tanto è vero che quando Olaf Scholz è stato pungolato dagli americani, ha promesso di mandare i suoi carri armati Leopard solo quando gli Usa avrebbero mandato gli Abrams. Questi ultimi non si sono ancora visti in Ucraina, mentre i Leopard sì: pochi, maledetti e vecchi ma sono arrivati. Quindi le esitazioni sono di tanta parte dei Paesi euro-atlantici. Certo c’è chi è più garibaldino e chi frena di più per ovvi motivi.

Ora è arrivata Gaza…

Che naturalmente ha tolto visibilità comunicativa all’Ucraina. Ma anche se non ci fosse stata Gaza, la fase attuale di stanchezza si sarebbe manifestata ugualmente, anche perché i Paesi hanno finito le scorte. È chiaro che i Paesi occidentali devono tenere duro sul principio che non ci sono cambi di territorio se non concordati tra le parti. Non ci sono perché in quel caso si aprirebbe un vaso di Pandora in tutta Europa, anche a danno dei russi.


formiche.net/2023/12/difesa-co…

Ax-3 di Axiom Space, così l’Italia gioca la carta dell’economia spaziale. Il messaggio di Meloni


Buongiorno a tutti, non potevo far mancare il mio contributo alla presentazione di un progetto alla quale il Governo tiene molto e che rappresenta uno dei tanti tasselli del coinvolgimento del Sistema Italia nella missione Ax-3 di Axiom Space, che sarà la

Buongiorno a tutti,

non potevo far mancare il mio contributo alla presentazione di un progetto alla quale il Governo tiene molto e che rappresenta uno dei tanti tasselli del coinvolgimento del Sistema Italia nella missione Ax-3 di Axiom Space, che sarà lanciata a gennaio 2024 e che porterà gli astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale per proseguire la ricerca in microgravità.

È una missione estremamente importante che consentirà all’Italia di rafforzare la sua posizione nell’ambito dell’economia spaziale e delle attività in orbita bassa e permetterà alla nostra comunità scientifica, accademica ed industriale di fare grandi progressi.

È un progetto che coinvolge la Presidenza del Consiglio, più Ministeri, l’Agenzia spaziale italiana, il mondo accademico e la filiera spaziale italiana.

Sarà il colonnello dell’Aeronautica militare, Walter Villadei, che è lì con voi e al quale rivolgo un grande in bocca al lupo, ad essere il nostro portabandiera in questa missione. Ma al colonnello Villadei spetta anche un altro compito: essere Ambasciatore della candidatura della cucina italiana a patrimonio culturale immateriale dell’umanità. L’Italia sarà, infatti, protagonista di questa missione anche con i suoi prodotti di qualità, con il suo cibo, amato e apprezzato in tutto il mondo.

Grazie alla collaborazione con due grandi aziende italiane, come Barilla e Rana, che ringrazio, il colonnello Villadei e tutti gli astronauti gusteranno la cucina italiana sia in orbita sia nel periodo di quarantena che precederà il lancio. Per la prima volta, arriveranno così nello spazio le nostre eccellenze e un prodotto iconico come la pasta. E nello spazio i nostri prodotti saranno utilizzati per la ricerca legata ai bisogni all’alimentazione degli astronauti in condizioni estreme.

Siamo molto orgogliosi di questa iniziativa, esempio concreto di come sia possibile coniugare la nostra tradizione con l’innovazione, l’amore per le proprie radici con il desiderio di andare oltre gli orizzonti conosciuti. E portare quell’identità nel futuro.

Grazie al ministro Lollobrigida, all’Ambasciatrice Zappia, al colonnello Villadei, a tutti coloro che hanno reso possibile questo progetto, che ci unisce tutti nel nome dell’Italia e nell’orgoglio di essere ciò che siamo.


formiche.net/2023/12/ax-3-di-a…

Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione della prof.ssa Rosa Faraone sul tema “Saggio sui limiti dell’autorità dello Stato”


Quattordicesimo e penultimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso,

Quattordicesimo e penultimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si è articolato in 15 lezioni, che si sono svolte sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.

La penultima lezione si svolgerà giovedì 14 dicembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’Aula n. 6 del Dipartimento “COSPECS” (ex Magistero) dell’Università di Messina (sito in via Concezione n. 6, Messina); dell’incontro sarà altresì realizzata una diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.

La lezione sarà tenuta dalla prof.ssa Rosa Faraone (Ordinaria di Storia della Filosofia Moderna e di Storia della Storiografia filosofica presso l’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “Saggio sui limiti dell’autorità dello Stato” di Wilhelm Von Humboldt.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.

Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.

Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM

Pippo Rao, Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Opere per la prevenzione dei dissesti idrogeologici.

Forse non tutti sanno che l’Anac ha avviato un’indagine su ritardi, stop burocratici ecc. per tali opere. E Legambiente ha appena diffuso un report molto preoccupante.

Spiego tutto su Domani

editorialedomani.it/ambiente/n…

Gcap, si parte. Ecco l’accordo Italia, Uk e Giappone


Italia, Regno Unito e Giappone hanno firmato un trattato internazionale per stabilire un programma aereo da combattimento volto allo sviluppo di un caccia di sesta generazione, il Global Combat Air Programme. L’accordo è stato firmato a Tokyo dai ministri

Italia, Regno Unito e Giappone hanno firmato un trattato internazionale per stabilire un programma aereo da combattimento volto allo sviluppo di un caccia di sesta generazione, il Global Combat Air Programme. L’accordo è stato firmato a Tokyo dai ministri della Difesa dei tre Paesi – l’italiano Guido Crosetto, il britannico Grant Shapps e il giapponese Minoru Kihara. Dovrà ora essere ratificato dai parlamenti dei tre Paesi.

Un anno fa l’annuncio

A dicembre dell’anno scorso i capi dei governi dei tre Paesi – l’italiana Giorgia Meloni, il britannico Rishi Sunak e il giapponese Fumio Kishida – avevano annunciato la fusione tra le ricerche condotte dal Giappone sul jet F-X e da Italia e Regno Unito sul Tempest. Un’intesa che prendeva atto del fatto che “la sicurezza dell’Euro-Atlantico e dell’Indo-Pacifico sono indivisibili”, aveva commentato il primo ministro britannico. Allora i tre governi avevano concordato di sviluppare insieme una piattaforma di combattimento aerea di nuova generazione entro il 2035. Nella nota comune, i capi del governo dei tre Paesi avevano sottolineato in particolare il rispettivo impegno a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, a difesa della democrazia, per cui è necessario istituire “forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile”.

I dettagli

Entrambi i quartieri generali del Global Combat Air Program e la sua controparte industriale avranno sede nel Regno Unito. Il primo amministratore delegato dell’organizzazione governativa verrà dal Giappone, mentre il primo leader dell’organizzazione imprenditoriale verrà dall’Italia. Sotto la supervisione dell’organismo di coordinamento, un consorzio formato dall’azienda aerospaziale italiana Leonardo, dalla giapponese Mitsubishi Heavy Industries e dalla britannica Bae Systems Plc punta a completare la progettazione del nuovo velivolo entro il 2027.

Le parole di Crosetto…

“Essere qui oggi rappresenta per l’Italia, e penso per tutti noi, un traguardo molto importante per il programma Gcap, e allo stesso tempo un messaggio fortissimo perché la nostra partnership è un messaggio per il resto del mondo”, ha detto Crosetto all’inizio dell’incontro trilaterale. “Viviamo in un’epoca molto complessa che è caratterizzata dalla presenza di attori aggressivi sul palcoscenico internazionale”, ha continuato il ministro della Difesa. “Una situazione di instabilità crescente, di competizione tra stati e di rapidi cambiamenti tecnologici. Ed è quindi diventato di vitale importanza rimanere un passo avanti rispetto alle minacce che crescono ogni giorno. Le nostre tre nazioni hanno relazioni antiche consolidate, basate sugli stessi valori di democrazia e libertà, rispetto dei diritti umani e lo stato di diritto. Attraverso il Gcap potremmo sviluppare ancora di più i nostri rapporti e rafforzarli nel campo della difesa”, ha concluso. Per il programma la spesa prevista dal Documento programmatico pluriennale della Difesa per il triennio 2023-2025 è passata dai 3,8 miliardi stimati lo scorso anno ai 7,7 riportati nell’ultimo documento diffuso nelle scorse settimane.

… e quelle di Shapps

“Il nostro programma di aerei da combattimento leader a livello mondiale mira a essere cruciale per la sicurezza globale e continuiamo a fare progressi estremamente positivi verso la consegna dei nuovi jet alle nostre rispettive forze aeree”, ha affermato il ministro britannico Shapps. Il jet stealth supersonico sarà dotato di un radar in grado di fornire 10.000 volte più dati rispetto ai sistemi attuali, ha affermato il governo britannico.

Il Gcap

Il progetto del Global combat air programme è destinato a sostituire i circa novanta caccia F-2 giapponesi e gli oltre duecento Eurofighter britannici e italiani, e prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado, cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al jet di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

Le altre aziende italiane coinvolte

Nella nota diffusa dopo l’accordo dalla Difesa italiana vengono evidenziati come risultati del programma: il vantaggio operativo per affrontare le sfide poste dai nuovi scenari attraverso lo sviluppo di un sistema di sistemi, una combinazione di velivoli pilotati e senza pilota, altamente connessi con un numero variabile di altri assetti per aumentare le loro capacità; la sovranità tecnologica e industriale; la prosperità. Infatti, livello industriale, in Italia, il programma è guidato da Leonardo It, che si avvale della collaborazione di Mbda It, Elettronica e Avio Aero, con l’obiettivo di instaurare un processo di cooperazione che coinvolgerà, oltre alle aziende leader nel settore, piccole e medie imprese, centri di ricerca e università, “formando così un network di competenze capace di mettere a sistema le eccellenze nazionali attive sia in ambito industriale che accademico”. Il Gcap “realizzerà tecnologie innovative con rilevanti ricadute in termini di occupazione, competenze e know-how per tutto l’eco-sistema industriale nazionale”, conclude la nota.


formiche.net/2023/12/gcap-acco…

“Colpevoli e vincenti”: alla FLE presentato il nuovo libro di Davide Giacalone, con Gelmini e Paita


“Colpevoli e vincenti. Gli occidentali contro se stessi” è il titolo del nuovo libro del direttore de La Ragione, Davide Giacalone. Il volume, edito da Rubbettino, è stato presentato questa sera nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi. “Viviamo

“Colpevoli e vincenti. Gli occidentali contro se stessi” è il titolo del nuovo libro del direttore de La Ragione, Davide Giacalone. Il volume, edito da Rubbettino, è stato presentato questa sera nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi. “Viviamo nell’area più ricca, libera, sana e longeva del mondo. Eppure non si sente che parlare delle colpe occidentali, del declino, della soccombenza, della debolezza, della povertà”, ha detto Giacalone. “Ma c’è una radice profonda, in quell’antioccidentalismo degli occidentali, e va cercata nella paura della libertà, che comporta sempre una collettiva e personale responsabilità. Molti orfani delle ideologie novecentesche non apprezzano la libertà di sognare e realizzare, ma tremano alla mancanza delle false certezze. Senza le quali si vive assai meglio”.

Dopo i saluti introduttivi del presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, la senatrice di Azione, Maria Stella Gelmini, e la senatrice di Italia Viva, Raffaella Paita, hanno dato vita a un dibattito sui temi affrontati dal libro, moderate dal vicedirettore del TgLa7, Andrea Pancani.

“Ringrazio la Fondazione Einaudi e Davide Giacalone per questo libro, che ci aiuta molto perché ci dà le ragioni delle conquiste che l’occidente ha conseguito negli anni e prova, forte di questa consapevolezza, ad affrontare le sfide del presente e del futuro”, ha detto Gelmini. “Dobbiamo recuperare l’orgoglio e la consapevolezza di queste conquiste, abbandonare i populismi e riscoprire la complessità. Oggi abbiamo un appuntamento con la storia, a partire dall’Ucraina. Non si possono interrompere gli aiuti, è una battaglia fondamentale che vede di fronte la democrazia contro le autocrazie. Per troppi anni ci siamo occupati solo di politica interna e ora la politica estera ci presenta il conto: l’Ucraina, il Medio Oriente, quello che succede in Iran, tutto si tiene. Dobbiamo ripartire e riscoprire la fatica della democrazia, e dobbiamo farlo attraverso il riformismo. Ristabilire un nuovo patto di fiducia con gli elettori creando uno spartiacque tra riformisti e populisti, ovvero chi banalizza e cavalca soltanto le paure”.

Per Raffaella Paita, quello di Giacalone “è un libro di amore e di speranza verso l’occidente”, oggi però “un grande sistema burocratico si è mangiato questa speranza”. Il problema più profondo che abbiamo”, ha detto, “è quello di essere arrivati ad avere una società con logiche autorefenziali che non riesce a raggiungere i suoi obiettivi di cambiamento. E l’occidente ha rinunciato al suo primato culturale. La cancellazione della cultura è un elemento sul quale dobbiamo discutere e dobbiamo farlo in termini spietati. La sfida più importante che abbiamo davanti è quella di una grande riforma istituzionale dell’Europa, una sfida che dobbiamo legare alla competizione elettorale che avremo tra pochi mesi”.

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Natali


Natale è Natale, non è la “festività di fine anno”. Molti anni prima che a qualcuno venisse la bislacca idea di assegnare a una ricorrenza il malevolo significato di volere discriminare quanti non vi si riconoscono, molto tempo prima che il politicamente

Natale è Natale, non è la “festività di fine anno”. Molti anni prima che a qualcuno venisse la bislacca idea di assegnare a una ricorrenza il malevolo significato di volere discriminare quanti non vi si riconoscono, molto tempo prima che il politicamente sciocco pretendesse i panni del corretto, i cultori della festività religiosa lamentavano la sua desacralizzazione e la sua riduzione a festa dei consumi e dei regali. Agli uni e agli altri vada un mesto pensiero.

Due cose, però, sono giunte a ricordarci che il problema non è archiviato. Due cose accadute in due diversi e lontani palazzi istituzionali. Il presidente francese ha invitato all’Eliseo il rabbino capo di Francia perché colà accendesse la prima luce di Hanukkah, festività ebraica che ricorda la riconsacrazione del Tempio nel II secolo avanti Cristo (taluni pretendono non si scriva neanche «avanti Cristo», discriminatorio). Considerata la stagione che viviamo e il riemergere del ripugnante antisemitismo, ha fatto bene. Hanukkah non è il “Natale ebraico”, ma non è privo di significato che, nel tempo, le principali festività religiose tendono a convergere nei calendari, così come fece il Natale cristiano con le ricorrenze dell’impero romano e pagano. Non di meno ne è nata una polemica, perché in Francia la laicità è consustanziale alla Repubblica e quella luce è stata accesa nel palazzo presidenziale.

A Monfalcone c’è il problema opposto: i musulmani non hanno un luogo dove riunirsi e pregare, non c’è una moschea. Lo hanno fatto all’aperto e sono stati raggiunti da una ordinanza municipale che lo proibisce. Liberi di pregare, ma lo facciano a casa propria, ciascuno per i fatti propri. Significativo che a protestare siano stati non solo i diretti interessati, ma anche i parroci delle vicinanze. Le comunità di fede sono poco frequentate e il problema che avvertono è che siano libere ma anche che attirino i fedeli, non le ordinanze. Da noi la questione dovrebbe essere stata risolta dalla Carta che diede i natali alla Repubblica, che impone di non discriminare per fedi (art. 3) e stabilisce la libertà di culto (art. 19). Ma nulla si risolve una volta per tutte e certe questioni tornano a gola. Lo Stato laico è una conquista della nostra civiltà occidentale e, per noi italiani, una acquisizione assai sofferta, che diede i natali all’Unità stessa d’Italia (Roma divenne capitale anni dopo perché il pontefice la considerava sua e, per ‘liberarla’, si dovette mandare l’esercito). Quei due articoli della Costituzione non sono una graziosa concessione agli ‘altri’, ma una potente affermazione della nostra identità. Violarli o relativizzarli non serve a combattere altre fedi, serve a distruggere noi stessi. Ditegli di smettere.

La laicità non è la cancellazione delle fedi e dei culti, ma la loro convivenza. Il che richiede una impegnativa crescita culturale, perché non subordina la fede ad alcunché ma subordina il culto e i riti al rispetto della legge. Posso pure affiliarmi a un culto che evoca sacrifici umani, ma se provo a praticarli mi mettono – giustamente – in galera. Facciamo un esempio più scomodo: si può ben stabilire che in un culto il sacerdozio sia esclusivamente maschile, ma non si può mai farne discendere, fuori dal rito, una violazione della parità senza distinzione di genere. Lo Stato laico non regola il culto, ma il culto non può negare la laicità dello Stato. Un equilibrio delicato, che può essere messo in pericolo dall’arrivo di genti che non ne hanno vissuto la sostanza fin dalla nascita, meno secolarizzate. Un equilibrio che però non si difende negando quella loro differenza, bensì chiarendo che la legge qui prevale proprio perché non nega. Ecco perché leggi e ordinanze che negassero non sarebbero contro di ‘loro’, ma contro di noi.

Quanti sostengono che non si debba dire “Natale”, in nome della inclusività e del rispetto, non sono la punta avanzata della laicità: sono gli avanzi di un fondamentalismo che ha smarrito i fondamentali.

La Ragione

L'articolo Natali proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Non solo Leopard. Tutte le potenzialità dell’accordo tra Leonardo e Knds


Un’alleanza strategica per la difesa terrestre, in vista dei grandi programmi per i veicoli da combattimento del futuro. Questo il risultato della firma, presso la sede del Segretariato generale della Difesa, dell’intesa per lo sviluppo di una collaborazi

Un’alleanza strategica per la difesa terrestre, in vista dei grandi programmi per i veicoli da combattimento del futuro. Questo il risultato della firma, presso la sede del Segretariato generale della Difesa, dell’intesa per lo sviluppo di una collaborazione industriale tra Leonardo e Knds, il gruppo franco-tedesco che realizza, tra gli altri, gli obici semoventi d’artiglieria PzH 2000 (già in uso presso il nostro Esercito) nonché i carri armati Leopard 2A8 che a partire dal 2024 saranno acquisiti dal nostro Paese per affiancare i carri Ariete modernizzati in versione C2. Proprio sul carro Leopard, Leonardo e Knds hanno stabilito l’implementazione congiunta del programma di approvvigionamento, all’interno del quale le due aziende collaboreranno nello sviluppo, nella costruzione e nella manutenzione del Main battle tank (Mbt) per l’Esercito italiano, oltre che nelle piattaforme di supporto. L’obiettivo dell’accordo è la creazione di un Gruppo di difesa europeo, oltre al rafforzamento della collaborazione nel campo dell’elettronica terrestre.

Verso i carri del futuro

Oltre ai programmi già in corso, l’alleanza strategica tra i due giganti ha come orizzonte la collaborazione sui programmi di sviluppo per i mezzi corazzati del futuro. L’accordo consentirà di implementare programmi di collaborazione tra le nazioni europee attraverso il rafforzamento delle proprie basi industriali e lo sviluppo della futura generazione di piattaforme per veicoli blindati, tra le quali l’Mgcs (Main ground combat system) – progetto franco-tedesco dal quale l’Italia è rimasta finora esclusa – e ha l’obiettivo congiunto di accrescere ulteriormente le capacità di produzione e sviluppo in Italia e di utilizzarle per futuri progetti europei e di export. L’iniziativa si inserisce nella consapevolezza, più volte segnalata anche dai vertici della Difesa, che nessun Paese europeo può farcela da solo quando si tratta di programmi d’armamento di prossima generazione. Il livello tecnologico raggiunto da tutte le piattaforme, tra cui spicca la necessaria digitalizzazione e integrazione dei singoli sistemi all’interno del più grande e complesso scenario multidominio, richiedono infatti lo sforzo congiunto di più Paesi al fine di avere strumenti efficaci e sostenibili. Questa dimensione, inoltre, per quanto riguarda il settore terrestre, non si limita ai soli carri armati, investendo direttamente anche i veicoli blindati per la fanteria, così come i sistemi di difesa contraerea terrestri e le piattaforme elicotteristiche per il supporto alle forze di terra.

Nel solco del Dpp

L’intesa raggiunta tra Leonardo e Knds, inoltre, è pienamente in linea sia con quanto previsto dal Piano di azione recentemente siglato dai governi di Italia e Germania, nel quale la cooperazione in materia di difesa rappresenta uno dei pilastri fondamentali della relazione tra Roma e Berlino, sia con il Documento programmatico della Difesa 2023-2025 presentato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, il quale si concentra soprattutto nel potenziamento della capacità di combattimento pesante dell’Esercito. Quello che emerge dai numeri e dalle impostazioni del Dpp, infatti, è lo sforzo di ammodernamento e potenziamento dello strumento militare, chiamato ad affrontare il ritorno della sfida convenzionale nell’orizzonte delle minacce, e per la quale le Forze armate devono essere messe nelle condizioni di affrontarla. Uno sforzo che segue anni di focus sui conflitti a bassa intensità e operazioni di contro-insorgenza. Tra i principali gap individuati, e da tempo segnalati dall’intero comparto militare, c’è l’adeguamento della componente pesante delle forze di terra in ogni sua parte, che infatti registra la maggior parte dei programmi di previsto avvio (budget complessivo di quattro miliardi e 623 milioni), a cominciare dall’acquisto dei carri armati da battaglia Leopard 2 e dai veicoli da combattimento per la fanteria Aics (Armored infantry combat system), che dovranno sostituire i Dardo. Due programmi che insieme valgono circa dieci miliardi di euro.

Verso un polo terrestre?

Sulle collaborazioni industriali quale strumento per il rafforzamento della difesa europea è intervenuto di recente anche lo stesso ministro della Difesa, che intervenendo al Forum Adnkronos al palazzo dell’Informazione, registrava come proprio nel settore terrestre l’Italia avrebbe potuto giocare un ruolo da protagonista. Crosetto ha infatti sottolineato come tutti i governi abbiano fatto “interventi che consentono all’Italia di avere un potenziale investimento che permette alla nostra industria di consolidarsi e fare alleanze europee”. Proprio riferendosi alla scelta del carro armato tedesco Leopard, il ministro aveva auspicato la “potenziale creazione di un polo terrestre italo-franco- tedesco”. L’accordo siglato da Leonardo e Knds, allora, potrebbe proprio rappresentare il primo significativo passo verso questo scenario.


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L’Italia fa sistema sull’underwater. Nasce il Polo per la subacquea


Un modello unico, di lavoro sinergico, che mette insieme ministeri, industrie, università ed enti di ricerca sulla nuova dimensione strategica dell’ambiente sottomarino. Così il capo di stato maggiore della Marina militare, l’ammiraglio Enrico Credendino,

Un modello unico, di lavoro sinergico, che mette insieme ministeri, industrie, università ed enti di ricerca sulla nuova dimensione strategica dell’ambiente sottomarino. Così il capo di stato maggiore della Marina militare, l’ammiraglio Enrico Credendino, ha definito il Polo nazionale della dimensione subacquea, inaugurato a La Spezia presso il Centro di supporto e sperimentazione navale della Marina nel corso di una cerimonia che ha visto partecipare i vertici dell’esecutivo interessati alla nuova dimensione, con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il ministro per le Politiche del mare, Nello Musumeci. La nuova realtà, connotata da una marcata cooperazione tra strutture specialistiche della subacquea, dovrà fungere da incubatore delle tecnologie per la sicurezza del dominio sottomarino con le sue infrastrutture critiche, dalle dorsali dei dati ai gasdotti. Il centro, sotto l’egida della Marina militare, vede la partecipazione anche di Fincantieri e di Leonardo, che tra l’altro a ottobre hanno firmato un’intesa per la cooperazione nel dominio underwater puntando alla creazione di start up dedicate al nuovo dominio, sfruttando anche la vicinanza del Centre for maritime research della Nato. A ottobre 2024, come anticipato dall’ammiraglio Credendino, si terrà a Venezia un simposio internazionale tra le marine di ottanta Paesi dedicato al mondo subacqueo in cui il Polo sarà presentato a livello internazionale dopo un anno di rodaggio.

Il Polo di La Spezia

Come registrato dal ministro Crosetto, “molti interessi vitali del Paese si sviluppano sotto la superficie del mare” e la dimensione subacquea è una “dimensione strategica” nella quale la Difesa vuole svolgere il ruolo di “catalizzatore per riunire competenze e creare sinergie Istituzioni e privato”. Come spiegato dall’inquilino di Palazzo Baracchini, infatti, “comunicazioni internet ed energia passano sui fondali; le terre rare che sfrutteremo in futuro sono sotto il mare e dal mare arriveranno le risorse agricole per sostenere l’umanità nel futuro”. Ecco allora l’importanza di assicurare la difesa di questa dimensione e il ruolo del Polo nazionale, che riunirà “le migliori energie industriali, militari e universitarie italiane per creare un humus che consenta di ottenere risultati ancora migliori rispetto a quelli odierni, che già ci vedono ai primi posti nel mondo”. Un progetto nel quale sia la Difesa sia gli altri ministeri hanno intenzione di investire nei prossimi anni, perché diventi “uno dei pilastri sui quali costruire il futuro tecnologico del nostro Paese e il nostro peso in un ambiente rilevante come quello sottomarino”, ha detto ancora Crosetto. Nell’ottica della Difesa, inoltre, il Polo fa parte di una strategia più ampia che investirà la base di La Spezia. L’arsenale ligure, attivo del 1869, ha visto progressivamente ridimensionare il proprio ruolo operativo a seguito dei cambiamenti negli scenari tecnologici e politici. L’ambizione della Difesa, allora, è quello di costruire qui “l’arsenale del futuro, con un intervento da un miliardo di euro”.

La ricchezza della Blue economy

Come sottolineato dal ministro Musumeci, “la dimensione subacquea deve diventare un’opportunità per l’uomo prima ancora che per la ricchezza di una nazione, e questa sfida si vince soltanto facendo rete”. Il settore stesso, del resto, fa parte di quella cosiddetta Blue economy che, da sola, già vale il 9% del Pil nazionale. Il ministro è anche ritornato sull’importanza del Piano nazionale del mare e del Comitato interministeriale per le politiche del mare. Sul tema, del resto, il ministro era intervenuto anche in occasione dell’evento organizzato da Fincantieri e Formiche, dedicato proprio all’underwater. Nell’occasione, Musumeci aveva registrato come, per far crescere il settore, bisognasse partire dalla “consapevolezza che serve costruire un piano strategico per il futuro, mettendo insieme più dimensioni come, ad esempio, l’uso delle tecnologie spaziali a sostegno delle attività in mare”. Da qui l’importanza dell’approvazione del Piano per il mare, orientato a colmare alcune lacune soprattutto dal punto di vista normativo che regolavano le attività del settore.

L’importanza della sinergia industriale

Il Polo nazionale per la subacquea vedrà soprattutto la cooperazione tra i due grandi campioni industriali nazionali, Fincantieri e Leonardo. Alla base della cooperazione, che a La Spezia vede il suo consolidamento, c’è l’accordo che le due società hanno stretto a ottobre. In quel frangente gli amministratori delegati delle due società, Pierroberto Folgiero e Roberto Cingolani, avevano sottoscritto un memorandum d’intesa il cui obiettivo è quello di mettere insieme le capacità di entrambi e mettere a fattor comune le sinergie delle due società per rafforzare le capacità di ricerca e innovazione nel settore sottomarino. Nello specifico, l’accordo impegna le due società a sviluppare insieme una rete di piattaforme e sistemi di sorveglianza, controllo e protezione delle infrastrutture critiche e aree marittime subacquee, per rispondere alle esigenze indicate a livello nazionale e nell’ambito di iniziative europee. L’accordo, dunque, copre gli ambiti più disparati del nuovo dominio underwater, dalla protezione di reti strategiche sottomarine, cavi, dorsali di comunicazione e infrastrutture offshore, sistemi di allerta da minacce sottomarine, nonché la messa in sicurezza delle attività di prospezione, sea-mining ed estrattive sul fondale del mare per l’accesso a risorse minerarie preziose. In particolare, Leonardo e Fincantieri lavoreranno insieme per sviluppare soluzioni all’avanguardia per i cosiddetti droni sottomarini, e la loro integrazione delle unità navali, che saranno i grandi protagonisti dello spazio sottomarino.


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MeStrazio


Anche solo ripeterlo è diventato un noiosissimo strazio, quindi proviamo a prendere la cosa da un altro punto di vista: pare che nessuno si proponga di votare contro la riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Nessuno conduce una battaglia affinché si

Anche solo ripeterlo è diventato un noiosissimo strazio, quindi proviamo a prendere la cosa da un altro punto di vista: pare che nessuno si proponga di votare contro la riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Nessuno conduce una battaglia affinché sia apertamente bocciato, mentre le bizze di taluni inducono la maggioranza a scantonare e posticipare quel che un giorno dovrà approvare. Una sontuosa dimostrazione di debolezza politica. Messa in scena nel momento meno opportuno, quello in cui si negozia il Patto di stabilità e crescita. Non è un totem, dice Meloni, ma uno strumento. Giusto, basta non darselo sulle ginocchia e che non sia un totem lo dica ai suoi alleati ideologizzati.

Volere bocciare il Mes e la sua riforma sarebbe legittimo. Io penso l’opposto, ma è evidente che si possono valutare diversamente le cose. Però nessuna forza politica propone di portare quel testo in Aula e votare contro perché dovrebbe prima farsi le boccacce allo specchio.

Il Mes fu negoziato e approvato – nel 2011 – dal governo Berlusconi, poi ratificato con una maggioranza comprendente il centrodestra. Vale a dire quelli che si sono messi a dire che il Mes era il demonio. Il che è falso, ma se fosse vero loro ne sarebbero i responsabili. Mentre l’ultima riforma del Mes, quella che ora va ratificata, è stata negoziata dal governo Conte 1, con il determinante sostegno della Lega. Questi i fatti. Se poi non si è votato per ratificarlo è perché la Lega della stagione putiniana e dell’uscita dall’euro e dall’Europa aveva impresso tale torsione all’intera destra (Meloni compresa) e la sinistra, nel frattempo alleatasi con i pentastellati, era già il regno del tentennare. Poi venne il governo Draghi, ma la ratifica è di competenza parlamentare e il frammischione di propaganda e trasformismo suggerì a ciascuno di evitare il voto. Ed eccoci qui: votare contro il Mes, per la destra, sarebbe votare contro sé stessa, ma votare a favore significa votare contro le bubbole che ha raccontato, quindi preferiscono non votare. Ridicolo.

Lo strazio, a un certo punto, dovrà finire. Se la maggioranza tarderà ancora a votare a favore della ratifica non avrà fatto altro che prolungare lo spettacolo della viltà. Se voterà contro avrà fatto cadere l’impalcatura su cui si regge il governo Meloni. Cosa faranno le opposizioni non è poi così rilevante ma – ove mai intendano fare politica, uscendo dalla seduta di psico-partitismo – farebbero bene ad annunciare (in realtà avrebbero dovuto farlo già mesi addietro): noi voteremo a favore, il governo non corre alcun rischio, se non si arriva al voto è soltanto perché la maggioranza è spaccata. Piuttosto facile ma, appunto, richiederebbe il far politica.

Vabbe’, il MeStrazio finirà. Il suo solo esito è un indebolimento del governo, perché chi non sa come fare quel che sa di dovere fare non consegna di sé un’immagine accattivante e confortante. Suggerimmo di farlo a Ferragosto, ora c’è Natale, poi l’Epifania che tutti i rimpiatti si porta via. Ma il resto rimane.

Il negoziato per la riforma del Patto di stabilità e crescita approderà a un compromesso, non essendo sensato immaginare un ritorno in funzione del vecchio e meschino prolungarne la sospensione. Quale che sia il punto di compromesso, poi conteranno la realtà e la sua misurabilità: il 2024, nel frattempo cominciato, renderà necessario un aggiustamento dei conti, senza il quale il peso percentuale del debito pubblico sul Prodotto interno lordo salirebbe anziché scendere, mentre la crescita economica – senza la quale i conti non si aggiustano mai – richiederà l’accompagnarsi della spesa reale dei soldi Pnrr (in investimenti che comportino sviluppo) alle riforme già concordate e fin qui ferme. Compresa quella che comporta un vigoroso e opportuno contenimento dell’evasione fiscale.

Sono cose non facili e non indolori. Per questo è grottesco incartarsi sul Mes, ovvero sul nulla. Un meccanismo la cui sola novità consiste in un fondo a garanzia degli europei che hanno un conto in banca, cioè quasi tutti. È bello avere un governo con il coraggio di sostenere l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, lascia sbalorditi che lo stesso ostacoli il proprio ingresso nella serietà.

La Ragione

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Sabino Cassese – Il governo dei giudici


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Onu, Nato, Ue e industria. I pilastri della sicurezza globale per Crosetto


Di fronte alle sfide geostrategiche che caratterizzano lo scenario internazionale attuale, la collaborazione internazionale sarà cruciale, a partire dalle principali organizzazioni e alleanze come l’Onu, la Nato e l’Unione europea. Questo è il cuore della

Di fronte alle sfide geostrategiche che caratterizzano lo scenario internazionale attuale, la collaborazione internazionale sarà cruciale, a partire dalle principali organizzazioni e alleanze come l’Onu, la Nato e l’Unione europea. Questo è il cuore della riflessione fatta dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenendo al Forum Adnkronos al palazzo dell’Informazione, nel corso della quale l’inquilino di palazzo Baracchini ha fatto un punto generale sulle principali sfide che attendono la Difesa del nostro Paese, sia nella sua aera geografica di competenza, sia nella costruzione di un ecosistema di sicurezza globale che veda l’Italia tra i protagonisti.

La situazione in Medio oriente

Il ministro è partito proprio dalla crisi in Medio oriente, che vede il nostro Paese impegnato in prima fila nel percorso verso una soluzione al conflitto. L’Italia, del resto, è il primo Paese contributore di truppe, con circa 1200 militari, alla missione Unifil al confine tra Israele e Libano, e l’Italia si sta prodigando attivamente attraverso la presenza di nave Vulcano della Marina militare, con a bordo personale sanitario delle Forze armate, e il prossimo invio di un ospedale da campo a Gaza. Sul tema, il ministro è tornato a chiedere un maggior coinvolgimento delle Nazioni Unite, sottolineando come in futuro “o l’Onu riacquisisce una centralità o non abbiamo un altro organismo multilaterale nel quale dirimere divergenze così ampie”.

Il coinvolgimento Onu

Crosetto, infatti, ha sempre ribadito che per arrivare a una soluzione nella regione sarà fondamentale sia il coinvolgimento degli attori locali, come i Paesi arabi del Medio oriente, a cui deve aggiungersi un coinvolgimento coordinato globale. “È una cosa di cui deve farsi carico la comunità internazionale” ha sottolineato Crosetto, indicando nell’Onu l’unico organismo in grado di garantire questo coordinamento. “Si fa il fuoco con la legna che si ha, e l’unica legna che abbiamo per accendere il fuoco della pace è l’Onu”, ha ribadito Crosetto, ritornando sulla possibilità, già espressa nel corso della sua recente visita al Palazzo di Vetro a New York, di stabilire una presenza Onu a Gaza, dal momento che “non vedo una forza palestinese esterna ad Hamas che sia in grado di garantire l’ordine”. L’idea del ministro, allora, è una “forza Onu dove ci sia una maggioranza di Paesi arabi” alla quale, se vorranno, potranno partecipare anche i Paesi occidentali, e alla quale l’Italia è disponibile a contribuire, come già espresso da Crosetto nell’incontro con il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

L’ombra russa sui Balcani

Altra direttrice di instabilità viene dal fianco orientale, con la minaccia rappresentata dalla Russia, che il ministro ha sottolineato come sia più vicina di quanto si possa immaginare. È nei Balcani, infatti, che la crescente influenza di Mosca sta contribuendo a destabilizzare i già fragili equilibri regionali, in particolare il delicato rapporto tra Serbia e Kosovo. In questo settore, ha ribadito il ministro “non si può fare il tifo per uno o per l’altro e l’approccio italiano, che ha incarnato benissimo il ministro Antonio Tajani fino a ora, è di un’Italia che ha previsto per entrambe un percorso che le porti in Europa allo stesso modo, e che dice a tutte e due di applicare le risoluzioni che riguardano l’una e l’altra in modo da fare passi avanti”. La questione è strategica per Crosetto, secondo il quale “non possiamo spingere la Serbia verso la Russia, sarebbe una follia”, facendo l’esempio anche di altri Paesi come Arzerbaigian o Kazakistan, il cui isolamento li porterebbe lontani dall’Occidente. “Serve un approccio pragmatico – ha detto il ministro – ma manca un approccio europeo più uniforme”. L’obiettivo, infatti, è “il percorso verso l’Europa” che “deve legare entrambe, il comune punto di arrivo deve essere l’Europa”.

Verso una Difesa europea

In questo quadro, allora, servirebbe una difesa comune europea, il cui orizzonte però resta ancora lontano. “Per parlare di esercito comune europeo bisognerebbe parlare di qualcosa di diverso dalle forze armate nazionali, e per costruirlo ci vogliono venticinque, trent’anni” ha infatti riferito Crosetto. Bisogna allora agire diversamente, e un modo “più semplice per avere forze armate europee” è quello di “usare il sistema della Nato: tu hai forze italiane, spagnole, francesi, inglesi e le rendi interoperabili, cioè insegni loro a lavorare insieme come se fossero la stessa cosa”. Per il ministro, ripetere lo stesso approccio in Europa è il modo migliore per arrivare ad avere veramente “forze armate europee, con un unico centro di comando e controllo, in grado di muoversi come se fossero una cosa sola”. Non un Esercito europeo tout court, ma la somma degli eserciti nazionali che diventano il pilastro di difesa europea integrato in quello della Nato. Un approccio molto più veloce, dal momento che non si avrebbe il bisogno “di cambiare completamente l’organizzazione, anche perché i tempi non ti concedono vent’anni”.

Collaborazioni industriali

Una parte consistente del rafforzamento della difesa europea, però, passa dalla sua industria, e in questo settore l’Italia può davvero giocare un ruolo da protagonista, in tutti i domini. Parlando per esempio del settore terrestre, il ministro ha sottolineato come tutti i governi abbiano fatto “interventi che consentono all’Italia di avere un potenziale investimento che permette alla nostra industria di consolidarsi e fare alleanze europee”, come dimostrato dalla scelta del carro armato Leopard, la cui selezione va nella direzione di una “potenziale creazione di un polo terrestre italo-franco- tedesco”. Ma anche negli altri comparti, dall’aeronautico al navale “non sono mai mancati gli investimenti della difesa, ma anche qui servono le alleanze” ha ribadito Crosetto, sottolineando come le aziende italiane “non possono essere rette solo dal bilancio italiano”, dovendosi basare soprattutto sull’export. In questo scenario, la nuova stagione di collaborazione tra Leonardo e Fincantieri è stata accolta con molto favore dal ministro: “Era ora! Il tema vero è quello di presentarsi insieme sui mercati internazionali, in modo che uno sfrutti la rete commerciale dell’altro”, uno sforzo che vedrà il pieno sostegno del governo, dal momento che “i grandi deal internazionali si fanno tra governi”.


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Conte evoca la questione morale, una nemesi per sé e per la Meloni


Parafrasando la celebre massima dell’intellettuale britannico Samuel Johnson sul nazionalismo, “il moralismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”. Dove per canaglie in politica si intendono i furbi, gli irresponsabili, i demagoghi. C’è da credere che Giusep

Parafrasando la celebre massima dell’intellettuale britannico Samuel Johnson sul nazionalismo, “il moralismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”. Dove per canaglie in politica si intendono i furbi, gli irresponsabili, i demagoghi.

C’è da credere che Giuseppe Conte abbia negoziato con Repubblica non solo la pubblicazione dell’odierna lettera aperta a Giorgia Meloni, ma anche il titolo: il riferimento alla “questione morale” è, infatti, un classico della demagogia grillina. Lo è ancor più per Conte, il quale, dismessi i panni sovranisti, ora per erodere voti al Pd indossa con analoga classe quelli post comunisti. Di “questione morale” (degli altri, s’intende) parlò Enrico Berlinguer nel 1981 in una celebre intervista rilasciata proprio al fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Di questione morale parla di conseguenza Giuseppe Conte.

Il leader di quel che resta del Movimento 5stelle mette in sequenza i casi Delmastro, Donzelli, Santanchè, Sgarbi, Durigon e Lollobrigida, accusa la premier di privilegiare “gli interessi dei potenti” rispetto a quelli del popolo e conclude rammaricandosi del fatto che “sempre più italiani si allontanano dalla politica, si astengono, non partecipano più alla vita democratica perché non ritengono più credibile la classe politica”. Tale mancanza di credibilità, secondo Conte, è dovuta alla restaurazione di “privilegi” che non avrebbero ragion d’essere.

Da qual pulpito, verrebbe da dire. È infatti noto che il Movimento 5stelle abbia tradito tutte le proprie istanze identitarie a base moralistica: non praticano la trasparenza, non si dimettono quando ricevono un avviso di garanzia, si spartiscono il denaro pubblico che un tempo restituivano, non rispettano la regola dei due mandati, versano ogni anno 300mila euro a Beppe Grillo di finanziamenti pubblici ai gruppi parlamentari…

“L’onestà in politica è l’ideale che canta nell’animo degli imbecilli”, scrisse il filosofo liberale Benedetto Croce. Di sicuro Conte imbecille non è: è semplicemente un demagogo, come lo fu Giorgia Meloni nel decennio trascorso all’opposizione. Fratelli d’Italia è stato infatti il partito di centrodestra che più ha predicato il pauperismo in politica, che più ha degradato a “privilegi” quelle garanzie poste dai padri costituenti a difesa della Politica e delle Istituzioni. Non a caso, i meloniani furono (naturalmente senza crederci) i più determinati sostenitori del vergognoso taglio alla rappresentanza parlamentare voluto, appunto, dal Movimento 5stelle allora guidato da Giggino Di Maio. Ora che si trova a ricoprire funzioni di governo, tocca a Giorgia Meloni incassare le accuse che Meloni Giorgia rivolgerebbe ad altri al suo posto. È la nemesi, bellezza. E prima o poi tocca tutti.

Formiche.net

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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione del prof. Giuseppe Buttà sul tema “L’epoca della secolarizzazione”


Tredicesimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua

Tredicesimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.

La tredicesima lezione si svolgerà lunedì 11 dicembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’Aula n. 6 del Dipartimento “COSPECS” (ex Magistero) dell’Università di Messina (sito in via Concezione n. 6, Messina); dell’incontro sarà altresì realizzata una diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.

La lezione sarà tenuta dal prof. Giuseppe Buttà (già Ordinario di Storia delle Dottrine politiche, Direttore dell’Istituto di Storia e Preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “L’epoca della secolarizzazione” di Augusto Del Noce.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.

Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.

Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM

Pippo Rao Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina

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Intelligenza artificial tra opportunità e rischi etici – Gazzetta del Sud


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Basso costo e intelligenza artificiale, ecco il nuovo sistema anti-drone made in Usa


L’ultima rivoluzione nella drone warfare si chiama Roadrunner. È questo il nome dato al nuovo drone da combattimento con funzioni anti-drone e anti-missile dalla sua società produttrice, la Anduril, che lo ha presentato ufficialmente la scorsa settimana.

L’ultima rivoluzione nella drone warfare si chiama Roadrunner. È questo il nome dato al nuovo drone da combattimento con funzioni anti-drone e anti-missile dalla sua società produttrice, la Anduril, che lo ha presentato ufficialmente la scorsa settimana. Dotato di un motore a reazione che gli permette di raggiungere velocità elevate (seppur subsoniche) e di un sistema di volo autonomo basato sull’intelligenza artificiale, il Roadrunner rappresenta un sistema d’arma capace di impattare profondamente sulle dinamiche del campo di battaglia, tanto sul piano operativo che su quello strategico.

Stivato dentro un apposito container di manutenzione (denominato in modo significativo “Nest”, nido), che mantiene il drone alla giusta temperatura e in uno stato di continua prontezza all’azione, una volta rilevata la minaccia il Roadrunner entra in azione decollando verticalmente per poi dirigersi verso il bersaglio. Grazie ai suoi sofisticati sensori questo sistema può prevedere la traiettoria del proiettile nemico e andarcisi a schiantare addosso, neutralizzandolo con la sua testata esplosiva.

Inoltre l’intercambiabilità della testata montata sull’apparecchio permette di impiegare il Roadrunner anche con funzioni di intelligence o di jamming, una flessibilità capace di impattare sullo svolgimento delle operazioni.

Un sistema altamente tecnologizzato, capace anche di stare in aria a lungo nell’attesa di un bersaglio, o di atterrare di nuovo in base qualora non entri in azione. Fino ad ora per difendersi da missili o sistemi aerei si ricorreva a costosi prodotti come i Patriot, certamente ancora validi. Ma il prezzo di queste armi (che si aggira tra il milione e i tre milioni di dollari a pezzo) è proibitivo, soprattutto se paragonato ai droni economici contro cui sono state usate negli ultimi anni: a titolo informativo, i “Lancet” prodotti dalla Kalashnikov hanno un costo di produzione unitario che si aggira intorno ai 35.000 dollari, gli “Shahed” iraniani costano circa 20.000 dollari a pezzo. Mentre i dirigenti di Anduril hanno dichiarato che il prezzo del Roadrunner è attualmente “a sei cifre” e che si abbasserà ulteriormente quando inizierà la produzione in scala.

“Penso che l’America debba avere il maggior numero di missili Patriot che siamo in grado di costruire, ma è impraticabile immaginare di schierare le batterie Patriot in tutti questi siti che ora sono all’interno dell’anello di minaccia” ha dichiarato Chris Brose, responsabile della strategia dell’azienda, che ha poi delineato la visione del marchio sul futuro del Roadrunner : “Vediamo molte capacità di difesa aerea che richiedono un’enorme quantità di manodopera e un’enorme quantità di lavoro manuale per integrare i sistemi e avvicinare le capacità. La nostra convinzione è che, se si combatte contro sistemi su larga scala, bisogna essere in grado di sfruttare l’autonomia per risolvere il problema”. A Brose fa eco il fondatore di Anduril Palmer Luckey, che asserisce tranchant: “Non c’è motivo per cui non si possano avere centomila Roadrunner in tutto il mondo pronti a fare le loro cose con un numero molto ridotto di persone che li gestiscono tutti”.

I due hanno anche asserito che la versione letale del Roadrunner è stata “oggetto di valutazione operativa”, ma che è vietato dire dove o se è stata impiegata. Logicamente, il primo teatro immaginabile è quello dell’Ucraina, dove, come ricorda Samuel Bendett, esperto di droni presso il Center for New American Security, potrebbe essere stato utilizzato per intercettare le numerose loitering munitions che sono diventate un modo efficace per le forze russe di colpire obiettivi ucraini stazionari. “In Ucraina sono in corso molte sperimentazioni, da entrambe le parti. E presumo che molte innovazioni statunitensi saranno costruite pensando all’Ucraina”.


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